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Il paradigma dell’attaccamento e la pratica clinica.

Article  in  Giornale Italiano di Psicologia · January 2011

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Nino Dazzi Giulio Cesare Zavattini


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ARTICOLO BERSAGLIO
IL PARADIGMA DELL’ATTACCAMENTO
E LA PRATICA CLINICA

NINO DAZZI E GIULIO CESARE ZAVATTINI

Sapienza Università di Roma

Riassunto. La teoria dell’attaccamento può oggi essere considerata come la teoria dello
sviluppo emozionale precoce più persuasiva. Il concetto di Modelli Operativi Interni ha,
infatti, «ridisegnato» l’interpretazione dell’eziologia della psicopatologia nella direzione
del peso delle relazioni interpersonali e del ruolo esercitato dalle situazioni traumati-
che con una maggiore attenzione agli scambi intersoggettivi e al ruolo centrale degli af-
fetti nell’ambito della relazione terapeutica. L’elemento che probabilmente rappresenta
il contributo più significativo dell’AAI alla ricerca sullo studio dei processi mentali è
lo spostamento del focus d’attenzione dall’analisi del contenuto – cosa è successo – alla
coerenza narrativa – come viene raccontato. Bisogna, cioè, includere nei sistemi dei si-
gnificati anche le forme procedurali del nostro sapere e riconsiderare l’approccio clinico
alla psicopatologia ed ai processi d’adattamento dando maggiormente attenzione alle
funzioni interpersonali rispetto a quelle intrapsichiche delle difese. Le applicazioni della
teoria dell’attaccamento possono proporre una nuova e complessa cornice concettuale
in cui riposizionare molti quesiti relativi a come funziona la psicoterapia. Nell’attuale
dibattito, tuttavia, rimane una differenza tra coloro che pensano ad un’influenza dei co-
strutti e delle ricerche del paradigma dell’attaccamento sulla psicoterapia – attachment
informed (or attachment oriented) psychotherapy – e coloro che, invece, propongono un
nuovo modello, attachment-based psychotherapy.

1. INTRODUZIONE

La teoria che si basa sul pensiero di John Bowlby è diventata ne-


gli ultimi decenni un patrimonio comune della cultura psicologica,
perché è stata il punto di partenza di un numero imponente di ri-
cerche che hanno contribuito fortemente a riconsiderare le relazioni
tra bambini e genitori rispetto ai classici modelli psicodinamici (Am-
maniti e Stern, 1992; Cortina e Liotti, 2005; Grossman, Grossman
e Waters, 2005; Attili, 2007; Dazzi e Speranza, 2008; Main, 2008;
Carli, Cavanna e Zavattini, 2009) ed in cui, accanto all’analisi della
dimensione comportamentale e rappresentazionale, si è imposta
quella della regolazione delle emozioni, sia associata alla qualità
dell’attaccamento dell’individuo sia come processo bidirezionale fra
genitore e figlio sotteso alla costruzione, sviluppo e trasformazione
dei legami nell’arco di vita (Goldberg, Muir e Kerr, 1995; Target,
2005).

GIORNALE ITALIANO DI PSICOLOGIA / a. XXXVIII, n. 4, dicembre 2011 735


Ciò è stato possibile anche per una notevole espansione dei me-
todi di registrazione e di studio delle interazioni nei primi anni
di vita che ha inserito procedure di ricerca e documentazione che
hanno aperto nuove modalità di valutazione ed intervento clinico
(Cassibba e van IJzendoorn, 2005; Barone e Del Corno, 2007; Zac-
cagnini e Zavattini, 2010).
L’influenza della teoria dell’attaccamento si è allargata gradual-
mente oltre la psicologia evolutiva fino ad includere anche la psico-
logia sociale e la psicologia clinica com’è documentato dall’imponente
Handbook of Attachment giunto alla sua seconda edizione e revisione
(Cassidy e Shaver, 2008), così come dagli ormai tradizionali appun-
tamenti dell’International Attachment Conference (IAC) che riunisce
ricercatori da tutto il mondo, dai numerosi contributi presentati alla
Society for Research in Child Development e, infine, dall’uscita di una
rivista specifica come «Attachment & Human Development» di cui è
editor Howard Steele e co-editor Jude Cassidy.
Si è inoltre sviluppata negli ultimi trent’anni un’ampia mole di
studi che ha affrontato il tema dell’attaccamento adulto aprendo una
nuova area d’indagine che a partire dai pioneristici saggi di Hazan
e Shaver si è rivelata molto promettente e ricca di fermenti (Carli,
1995; Clulow, 2001; Mikulincer e Goodman, 2006; Diamond, Blatt e
Lichtenberg, 2007; Velotti, Castellano e Zavattini, 2011).
Come osservano David Oppenheim e Douglas Goldsmith (2007)
non è, quindi, di sicuro un caso che la ricerca sull’attaccamento abbia
prodotto una conoscenza così estesa e rilevante anche dal punto di
vista clinico.
La teoria dell’attaccamento ha, infatti, profonde radici nel mondo clinico.
È stata sviluppata da Bowlby allo scopo di offrire ai clinici una teoria efficace
e scientificamente fondata che potesse sostituire nozioni obsolete e guidare la
pratica clinica. La teoria dell’attaccamento ha fornito ipotesi che collocavano
le origini della psicopatologia nelle esperienze di separazione precoce, e anche
in altre esperienze emotive avverse, in particolare quelle legate alla relazione
genitore-bambino. Ha anche offerto una comprensione più profonda rispetto
al trattamento adeguato per questa psicopatologia (Oppenheim e Goldsmith,
2006, trad. it., pp. 24-25).

Queste idee innovative, tuttavia, non incontrarono inizialmente


l’entusiasmo della comunità clinica, tanto che molti dei colleghi di
Bowlby si tennero lontani dalla sua teoria, considerandola irrilevante
per il loro lavoro, mentre, la comunità della psicologia accademica
mostrò, invece, più apertura nei confronti della teoria dell’attacca-
mento, in particolare dopo le ricerche di Mary Ainsworth, una psico-
loga evolutiva con interessi clinici, che applicò molte delle nozioni di
Bowlby (Ainsworth, 1989).

736
Si può comprendere, quindi, come nella premessa al noto saggio
del 1988 Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attacca-
mento Bowlby scrivesse:
È un po’ inaspettato il fatto che, mentre la teoria dell’attaccamento venne
formulata da un clinico per essere utilizzata nella diagnosi e nel trattamento di
pazienti emotivamente disturbati e delle loro famiglie, essa sia stata fin qui uti-
lizzata principalmente per promuovere delle ricerche nel campo della psicologia
dello sviluppo. Mentre io accolgo con piacere i risultati di queste ricerche, che
estendono enormemente le nostre conoscenze sullo sviluppo della personalità
e sulla psicopatologia e quindi hanno la più ampia rilevanza clinica, sono però
deluso del fatto che i clinici siano stati così lenti nel sottoporre a verifica le ap-
plicazioni pratiche della teoria (Bowlby, 1988, trad. it., p. XIII).

Bowlby osservava che ci sono molte ragioni per questo atteggia-


mento, una delle quali risiede nel fatto che inizialmente i dati ricavati
sembravano correlati al solo comportamento; in secondo luogo – ag-
giunge forse un po’ sardonicamente – che i clinici sono persone
«molto occupate» e restie ad occuparsi di nuove scoperte e teorie fin-
ché non ne è chiara l’utilizzazione pratica e quanto essa potrà miglio-
rare la loro abilità psicoterapeutica.
Fonagy sembra tener conto di queste osservazioni di Bowlby chie-
dendosi spiritosamente come mai la ricerca sia così irritante per gli
psicoanalisti (Fonagy, 2000) ed il fatto che è difficile capire come mai
non è corso per un certo tempo buon sangue – a bad blood – tra la
psicoanalisi e il paradigma dell’attaccamento (Fonagy, 2001).
Come osserveremo più avanti questa «resistenza» dipende dal fatto
che l’influenza dell’infant research e la portata innovativa del concetto
di Modelli Operativi Interni, hanno via via «ridisegnato» l’interpreta-
zione dell’eziologia della psicopatologia nella direzione del peso delle
relazioni interpersonali e del ruolo esercitato dalle situazioni trauma-
tiche e dalla «non sensibilità» dei genitori. Questa nuova prospettiva
ha inoltre cambiato la logica dell’intervento e come intendere l’unità
di osservazione che non è più precipuamente il singolo paziente o la
«mente» individuale» sottolineando che è necessario includere nei si-
stemi dei significati anche le forme procedurali del nostro sapere, che
più che essere informazioni o immagini che si possono consapevol-
mente ricordare, si manifestano negli schemi ripetitivi che vengono
posti «nel fare» (Caviglia, 2003; Muscetta, 2006; Bucci, 2011).
A ciò va aggiunto come all’interno della teoria dell’attaccamento ci
sia stata un’evoluzione (Carlson e Sroufe, 1995) che ha più sottoline-
ato il tema del ’sentirsi sicuri’ piuttosto che quello della regolazione
della distanza fisica permettendo di riconcettualizzare la teoria dell’at-
taccamento in termini di regolazione affettiva. In altri termini il bam-
bino nel corso dello sviluppo internalizza non tanto rappresentazioni

737
come contenuti interiorizzati, ma regole di funzionamento interattivo
con gli altri e strategie nel trattare le emozioni.

2. IL RUOLO DELLE RELAZIONI INTERPERSONALI

Gli anni Ottanta vedono una rivalutazione della fenomenologia de-


gli affetti e la teoria dell’attaccamento diventa sempre più influente
nell’ambito della psicologia evolutiva, al punto da essere considerata
da molti come la teoria dello sviluppo emozionale precoce più per-
suasiva.
In questa prospettiva sono state condotte numerose ricerche su-
gli aspetti funzionali relativi allo specifico legame d’attaccamento
che unisce il bambino al padre o alla madre con due distinti filoni di
ricerca che hanno studiato questo legame dalla parte del figlio – at-
tachment –, oppure da parte del genitore, legame parentale (paren-
tal bonding) che è visibile nell’impegno affettuoso, caldo e amorevole
verso il bambino.
La teoria dell’attaccamento ha fortemente sottolineato l’importanza
della qualità del legame che si instaura tra caregiver e bambino nel
corso del primo anno di vita, sostenendo come lo stile di attacca-
mento che il bambino acquisisce all’interno di questa relazione signifi-
cativa, possa costituire un fattore di protezione o, differentemente, un
fattore di rischio rispetto agli esiti evolutivi.
Il sistema di attaccamento, in questo senso, riveste il ruolo di si-
stema motivazionale primario, consentendo al bambino di manifestare
la sua predisposizione innata all’interazione con il mondo umano. Di-
versi studi hanno infatti dimostrato come alla nascita il bambino sia
già in grado di riconoscere e di distinguere gli stimoli che gli vengono
proposti, segnalando un’attitudine di natura «sociale».
I vari studi convergono sull’idea che il neonato e il suo ambiente
di cura rappresentino un sistema biologico vivente, al cui interno gli
stessi ritmi vengono stabiliti sia in senso diadico e sia attraverso il
ruolo decisivo del caregiver. Il processo di integrazione di tali aspetti
diventa l’organizzatore di un modello mentale della relazione, tale da
consentire ai ritmi biologici di trovare un proprio andamento, mentre
al contempo il bambino sviluppa un senso di fiducia e di sicurezza.
I contributi, inoltre, provenienti dal campo delle neuroscienze,
hanno consentito l’ampliamento delle conoscenze relative alla mente
umana, confermando e attribuendo solide fondamenta a quegli aspetti
della relazione diadica che rimanevano ancora solo parzialmente
esplorati. In particolare, alcune ricerche hanno cercato di approfon-
dire gli aspetti della neurobiologia che risultavano implicati nella re-
lazione di attaccamento nell’ottica di comprendere come situazione

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tipiche, o piuttosto a rischio, si potessero riflettere sullo sviluppo sia
neurologico e sia esperienziale del bambino1.
Nonostante un’ampia messe di ricerche, tuttavia, alla fine degli
anni Ottanta lo studio «delle relazioni e dei loro disturbi» appariva,
tuttavia, ancora un territorio in parte inesplorato ed in cui la teoria e
la classificazione non erano avanzate di pari passo con la pratica cli-
nica e con le conoscenze relative all’età evolutiva come osservavano
Sameroff e Emde in un saggio che rappresenta una sorta di passaggio
di valico negli studi in campo clinico2.
Riteniamo che gli psicologi dell’infanzia abbiano appreso per tentativi
ed errori che le relazioni sono importanti, che i problemi delle relazioni as-
sumono un significato centrale nel loro lavoro, e che risulta di grande aiuto
intervenire su questo fronte. Tuttavia, in genere i clinici non vengono indiriz-
zati a considerare questi aspetti: l’insegnamento tradizionale prevede che i di-
sturbi vengano diagnosticati negli individui e che il trattamento segua di con-
seguenza. Non esiste alcuna classificazione delle relazioni e dei loro disturbi,
né, tantomeno una proposta d’accertamenti diagnostici (Emde e Sameroff,
1989, trad. it., p. 16).

Beebe e Lachmann (2002), a loro volta, fanno notare che, nono-


stante in molti campi ci fosse una sempre crescente attenzione agli
aspetti «sistemici» dei fenomeni psichici, per lunghissimo tempo la ri-
cerca evolutiva aveva sottolineato quasi esclusivamente l’influenza del
genitore sul bambino, trascurando l’influenza del bambino sul geni-
tore. La separazione di questi due sistemi determina una serie di «di-
sturbi» con genitori che attivano un sistema di affiliazione evolutiva-
mente disadattivo per cui in luogo dell’attivazione del legame paren-
tale il comportamento d’accudimento è impedito o inadeguato con un

1
Il primo anno di vita si accompagna a cambiamenti ormonali che avvengono nella
madre e che la predispongono all’accudimento del figlio. In particolar modo sembra
che i sistemi neuroendocrini che implicano il rilascio da parte dell’ipotalamo della vaso-
pressina e dell’ossitocina, siano coinvolti in modo alterno e complementare, svolgendo
funzioni antidepressive e influenzando i processi mnestici e di apprendimento Il livello
di ossitocina presente nell’organismo materno aumenta con il contatto fisico e la pros-
simità, stabilendo un nesso tra il rilascio di questo neurormone e il sistema di attacca-
mento (Bartels e Zeki, 2004; Leckman, Feldman e Swain, 2004).
2
Il saggio di Arnold Sameroff e Robert Emde rappresenta, infatti, uno dei contri-
buti più importanti all’affermarsi della psicopatologia dello sviluppo che ha sottolineato
come il luogo della psicopatologia non sia da individuare nel singolo bambino, ma nel
contesto sociale e nelle disconnessioni tra bambino e caregiver. L’attenzione peculiare ai
disturbi relazionali come vero oggetto diagnostico e di intervento implica per la com-
prensione della psicopatologia che i disturbi psichici, soprattutto durante l’età evolu-
tiva, non vadano cioè intesi come il risultato di un conflitto intrapsichico originato dalla
fissazione e dalla successiva regressione ad una fase specifica dello sviluppo in cui un
trauma reale o l’intensità pulsionale, o ancora la distorsione fantasmatica, hanno ope-
rato per creare un nucleo patologico, al contrario essi sono l’espressione sintomatica di
modelli relazionali disturbati che sono stati interiorizzati.

739
corrispondente modello rappresentazionale di una figura di attacca-
mento precedente e un precedente modello del Sé che può desiderare
in modo esasperato di essere tranquillizzato, o può essere distanziante
e respingente.
L’emergere di un sempre maggiore consenso, sostenuto dai dati di
ricerca sulla prima infanzia, verso una lettura che fa dell’intersoggetti-
vità un portato di base del sistema bambino-genitori ha avuto, quindi,
come conseguenza un graduale prevalere di un modello epistemolo-
gico di tipo relazionale sul modello classico di tipo intrapsichico «uni-
personale» per cui il disagio mentale è da vedersi come l’espressione
di un fallimento ambientale, o genitoriale, che non permette, oppure
impedisce, la normale sintonizzazione e l’allineamento emotivo tra il
bambino e il suo ambiente di sostegno (Zaccagnini e Zavattini, 2007;
Pace e Zavattini, 2011)3.
Si sta verificando, quindi, una rivoluzione all’interno della psicolo-
gia clinica nel senso che attuali modelli dello sviluppo infantile e della
psicopatologia hanno portato non solo all’individuazione di un nuovo
paziente e di una nuova popolazione clinica, ma hanno anche influen-
zato la logica dell’intervento nella direzione della comprensione dei
disturbi relazionali e delle strategie che vengono messe in atto quanto
si verificano «disconnessioni» o carenze nella sintonizzazione affettiva
(Stern, 1995; Berger, Jurist e Slade, 2008).
Questo cambiamento della prospettiva di lettura dei modelli evo-
lutivi della psicologia clinica dello sviluppo, qui sinteticamente deli-
neato, ha portato ad uno spostamento dall’interesse prevalente per la
comprensione del mondo interno del bambino allo studio dell’orga-
nizzazione psichica che contraddistingue il mondo rappresentazionale
dei genitori nei primi anni di vita del figlio.
In altri termini senza il lavoro di Bowlby ed il parallelo lavoro di
Lou Sander (1987), i processi interni e quelli interattivi sarebbero oggi
considerati separatamente e non nella loro interdipendenza e capacità
di «costruire congiuntamente» le realtà intrapersonali e la stessa inte-
razione: è ciò che Beebe e Lachmann (2002) chiamano «co-costruc-
ting interactions».

3
Sroufe, Carlson, Levy e Egeland (1999) del resto osservano che: «... fin dalle sue
origini, la Teoria dell’Attaccamento fu una teoria della psicopatologia allo stesso modo
in cui è una teoria dello sviluppo normale». ... per quanto si dia importanza all’attac-
camento nei primi anni di vita, le deviazioni da quella che potrebbe essere conside-
rata una norma statistica, non possono essere considerate come patologie e nemmeno
come cause dirette di patologia, ma piuttosto come “condizioni iniziali” di un processo
transazionale di una persona che in tempi successivi interagisce con il suo ambiente.
Inoltre, le modalità dell’attaccamento del bambino piccolo a coloro che si prendono
cura di lui, possono aver un ruolo particolare nel suo processo di sviluppo attraverso lo
specifico impatto che esse hanno sulla regolazione di base del sistema neurofisiologico
e sulla regolazione degli affetti».

740
Nonostante molti ritardi e «resistenze» da parte dei settori più tra-
dizionali della psicologia clinica, questa prospettiva si va sempre più
affermando come è documentato da saggi come quello di Alicia Lie-
berman (Lieberman, Compton, Van Horn e Ghosh Ippen, 2003) o
di Arnold Sameroff (Sameroff, McDonough e Rosenblum, 2004) che
hanno aperto una serie di quesiti su «chi è il vero paziente» e hanno
reimpostato in senso interazionale la teoria dell’intervento nella psico-
logia clinica dell’età evolutiva sostenendo con forza una visione inte-
ramente bidirezionale del contributo di ciascun partecipante all’orga-
nizzazione della diade tanto da evidenziare che siamo in presenza di
un sistema costituito da due soggetti ciascuno con capacità autorga-
nizzanti e autoregolatorie, che non sono isolati, ma formano la diade
genitore-bambino che si costituisce come campo interattivo con una
propria peculiare organizzazione.

3. IL CONCETTO DI MODELLI OPERATIVI INTERNI E I MODELLI MULTIPLI

Mary Main (Main, Kaplan e Cassidy, 1985) in un importante semi-


nario definiva i Modelli Operativi Interni come:
... l’insieme di norme consce e/o inconsce che consentono di organizzare le
informazioni riguardanti l’attaccamento e di permetterne o limitarne l’accesso
in rapporto a esperienze, sentimenti e idee concernenti l’attaccamento stesso...

Tale definizione sottolinea che gli aspetti organizzazionali e pro-


cedurali delle rappresentazioni sono più rilevanti del contenuto delle
rappresentazioni medesime nel senso che i MOI guidano sentimenti
e comportamento, ma anche attenzione, memoria e attività cognitiva
nella misura in cui sono legati all’attaccamento (Bretherton e Munhol-
land, 2008).
Bowlby (1973) aveva, del resto, avanzato l’ipotesi che modelli d’in-
terazione sfavorevoli con le figure attaccamento possano rendere il
bambino vulnerabile portandolo a sviluppare modelli multipli della fi-
gura d’attaccamento e di conseguenza modelli multipli del Sé. Questa
vulnerabilità può essere più accentuata nella prima infanzia in cui vi
è il rischio che tali schemi, nel caso di traumi o incapacità di sensibi-
lità e comprensione del caregiver, possano risentire dell’ancora fragile
capacità elaborativa dei bambini tanto da determinare la creazione di
modelli del sé e dell’altro contraddittori e incompatibili, oppure por-
tino a un’esclusione difensiva, o disattivazione permanente e automa-
tica di alcune aspettative e comportamenti, con gravi conseguenze per
il senso di autostima e fiducia in sé o a una grave limitazione nella
comprensione dei rapporti sociali.

741
Se, infatti, i comportamenti di chi si prende cura del bambino sono
molto contraddittori e, soprattutto, se sono tali da impedirgli di rac-
cogliere informazioni sufficienti a fargli correggere e integrare opposte
esperienze, allora il bambino non avrà alcuna possibilità di conciliarle
e rimarranno attivi quindi dei modelli multipli competitivi tra loro
(Main, 1991, p. 140).
La scoperta che il comportamento del bambino rifletteva la rela-
zione da lui stabilita col singolo genitore e non invece un suo modo
individuale di rispondere agli eventi, indusse i ricercatori del gruppo
di Berkeley, guidato da Mary Main, a esaminare anche i genitori e a
creare per loro un’intervista semistrutturata, l’Adult Attachment Inter-
view (AAI), che evidenziasse i modelli d’attaccamento che essi, senza
esserne consapevoli, adottavano nel porsi in relazione col bambino.
In questa direzione diventava possibile sottoporre a indagine sistema-
tica i «fantasmi della nursery» presenti nei genitori e anche verificare
l’ipotesi avanzata da Bowlby sui modelli multipli d’attaccamento che
potevano svilupparsi nel bambino a seguito della sua relazione coi ge-
nitori4.
Un’altra significativa corrispondenza tra le osservazioni della Frai-
berg e quelle condotte nell’ambito della teoria dell’attaccamento è
evidenziabile in un gruppo di bambini che alla Strange Situation sono
definibili come «disorganizzati» in quanto si mostrano privi di una co-
erente strategia di fronte alle situazioni di separazione e riunione dalla
figura d’attaccamento. Ciò che è rilevante è la considerazione che
questi bambini, così facilmente esposti a situazioni traumatiche, sono
candidati a futuri disturbi dissociativi, una considerazione che sembra
confermata dall’elevata frequenza con cui le persone affette da tali di-
sturbi dissociativi, presentano nella loro anamnesi madri con problemi
di lutto irrisolto o con comportamenti d’accudimento molto contrad-
dittori come è evidenziabile nell’intervista AAI (Liotti, 2006a, 2006b;
Melnik, Finger, Hans, Patrick e Lyons-Ruth, 2008; Hazen, Jacobvitz,
Higgins, Allen e Joung Jin, 2011).
Bordi (1999) illustra in modo chiaro e significativo il valore difen-
sivo della dissociazione ed il rapporto che intercorre tra esperienza,
difesa e memoria:

4
La Fraiberg (Fraiberg, Adelson e Shapiro, 1987) aveva, infatti, documentato la
comparsa di comportamenti genitoriali fonte di disadattamento e relativi a specifici
settori di esperienza, che riproducevano modelli della loro infanzia ed interpretava tali
comportamenti come espressione dei vissuti precoci che venivano ricordati soltanto a
livello di memoria procedurale, o memoria implicita, e non integrati invece con altri
settori di esperienza che quindi si venivano a riattivare in presenza del contesto situa-
zionale d’accudimento e che finivano col determinare la trasmissione transgenerazionale
degli schemi comportamentali relativi a quei ricordi (vedi anche Liotti, 2011).

742
Se un bambino assiste ripetutamente a scene di un padre che rientra la
sera ubriaco e che picchia la madre – scene che vengono raccolte dalla me-
moria implicita5, episodica – ma, altrettanto ripetutamente, ascolta una madre
che non fa che parlargli di un padre che la sera è stanco perché lavora tutto
il giorno per il bene della famiglia – ciò che fa capo alla memoria esplicita,
semantica – allora nel bambino saranno operativi due modelli, dei quali pre-
varrà, perché più funzionale alla sopravvivenza, quello semantico, mentre l’al-
tro resterà silente fin tanto che non si presenteranno delle scene categorizza-
bili come simili a quelle della memoria episodica. In circostanze del genere
le memorie disattivate guadagneranno il controllo della coscienza e potranno
avviare un comportamento analogo a quello della dissociazione e della condi-
zione seconde di cui parlavano Janet e Breuer.

Dazzi e Speranza (2005) osservano che già Bowlby (1980) aveva


ipotizzato che i modelli multipli fossero il prodotto di un’esclusione
difensiva operata dall’individuo per far fronte al dolore associato con
esperienze di attaccamento sfavorevoli che minacciano la capacità
dell’individuo di funzionare in modo adattivo. In tal caso i ricordi e
le emozioni relative al trauma verrebbero immagazzinate in un mo-
dello rappresentazionale dissociato che viene tenuto, per quanto pos-
sibile, inaccessibile alla coscienza con la conseguenza che tali sistemi
dissociati (Albasi, 2006) possano in alcune circostanze essere riattivati
e funzionare in maniera caotica e disorganizzata.
Liotti (1999) del resto sottolinea che è necessario ampliare il punto
di vista che vedeva la dissociazione solo come una difesa mentale che
protegge dall’esperienza di emozioni dolorose nel senso che bisogna
avere ben presente come possano essere proprio le esperienze inte-
rattive altamente contraddittorie sperimentate dal bambino a rendere
estremamente difficile la costruzione, da parte sua, di una sintesi si-
gnificativa e coerente e a produrre il fallimento delle funzioni integra-
tive della memoria, fino a configurare nel bambino stesso una situa-
zione che coincide per definizione con la dissociazione patologica6.
Judith Solomon e Carol George ne loro nuovo saggio (Solomon
e George, 2011) prendono atto che le ultime due decadi sono state
testimoni di una straordinaria integrazione della teoria clinica e di
quella dello sviluppo con le conoscenze scientifiche acquisite circa gli
effetti psicologici e fisiologici dello stress e del trauma e che il risul-

5
In corsivo nel testo.
6
È infatti importante mettere in evidenza soprattutto come l’esperienza relazionale
dei bambini disorganizzati con le loro figure di attaccamento possa essere stata caratte-
rizzata da un alternarsi di momenti di paura, in cui il genitore era spaventato e/o spa-
ventante e il bambino percepiva se stesso come la possibile causa di ostilità o ritiro da
parte del genitore; di momenti di sicurezza e conforto, in cui il genitore funzionava
adeguatamente nel consolare e rassicurare il bambino; di momenti di aggressione, in cui
il comportamento aggressivo del genitore era la causa dei sentimenti di paura estrema
sperimentata dal bambino.

743
tato di questa integrazione è stato un cambiamento di paradigma nella
nostra comprensione dello sviluppo di diversi tipi di psicopatologia.
Gli autori hanno identificato almeno due e forse tre situazioni che
con ogni probabilità accompagnano l’attaccamento disorganizzato:
– la situazione del bambino accudito in casa, ma che si può presu-
mere attaccato a un caregiver il cui comportamento di cura è disorga-
nizzato e che non gli fornisce l’attesa protezione dalle minacce esterne
o i cui comportamenti sono in qualche modo spaventanti (tendo conto
che in qualche modo, ma non necessariamente, il maltrattamento può
essere anch’esso una caratteristica di queste relazioni);
– la situazione che segue una separazione importante da un care-
giver «adeguato»;
– la situazione che si verifica come conseguenza di una depriva-
zione della presenza materna per tutto il primo anno di vita (o più).
Non c’è tuttavia indicazione alcuna che nei primi, classici studi
sulla separazione si potesse rilevare che le madri fossero «allarmanti»
prima della separazione, nonostante che il comportamento dei bam-
bini, al momento della riunione, fornisse chiari segni di paura (es. il
correre lontano dalla madre o uno stato di dissociazione). Inoltre, seb-
bene sia vero che alcuni bambini accuditi nelle istituzioni, sia nell’in-
fanzia che nella fanciullezza, diventino globalmente spaventati o ini-
biti, è altrettanto frequente che si attivi il modello inverso, vale a dire
che diventino spavaldi e «indiscriminatamente» socievoli (Messina,
Ronconi e Zavattini, 2009).
Gli autori seguendo Bowlby (1980) propongono come «spiegazione
unificante» che «in tutti e tre i contesti sopra identificati il compor-
tamento di attaccamento disorganizzato rifletta il mancato funziona-
mento della regolazione o dell’organizzazione delle proprietà della re-
lazione di attaccamento-caregiving». Essi sono convinti che i recenti
studi nel campo delle neuroscienze e in particolare gli studi sugli
animali relativi allo sviluppo e all’organizzazione del comportamento
di attaccamento e dei sui substrati neurologici abbiano validato il più
globale concetto di Bowlby del sistema di attaccamento e di caregi-
ving come sistemi che si regolano mutuamente e sono tra loro colle-
gati nella risposta alla minaccia e all’angoscia che ne deriva.
Dall’insieme di questi studi in sintesi si può dire che è emerso più
in primo piano il ruolo del trauma e delle failures genitoriali, in par-
ticolare l’attenzione si è spostata dal dilemma fantasia/realtà verso il
più ampio concetto di trauma e atmosfera traumatica, semmai senza
l’evenienza drammatica di episodi di abuso eclatanti, ma caratterizzata
da un costante misconoscimento dei bisogni emotivi essenziali per la
crescita a causa del peso dei «fantasmi proiettivi» dei genitori (ghosts
in the nursery) e sulle difese che già dal primo anno di vita il bambino
attiva per far fronte alle esperienze connesse al fallimento del ruolo

744
protettivo di chi se ne prende cura. Su questo versante le difese evo-
cate saranno soprattutto quelle «relazionali», ossia quelle più implicate
nella gestione dei fallimenti del caregiver o della loro intrusività.
In questa vasta prospettiva rientrano quindi i molti studi sulla se-
parazione e sulla perdita nei quali il trauma non assume la forma di
un evento unico e soverchiante, quanto piuttosto di quella complessa
area fenomenologica che comprende una pluralità di microtraumi re-
lazionali che si sono verificati nei momenti cruciali dello sviluppo, so-
prattutto evidenti rispetto all’attaccamento disorientato-disorganizzato.

4. L’ADULT ATTACHMENT INTERVIEW: DAL CHE COSA AL COME

Se da un lato per l’evolversi della teoria di Bowlby (van der Horst,


2011) sono stati estremamente importanti i lavori di Mary Ainsworth
che ideò una rigorosa procedura sperimentale, altamente strutturata,
basata sull’osservazione empirica della relazione madre-bambino detta
Strange Situation Procedure (SSP), altrettanto importante è stato l’ap-
porto di Mary Main (Main, Goldwin e Hesse, 2003) che ha messo a
punto l’Adult Attachment Interview (AAI) come strumento per la va-
lutazione dei modelli operativi interni degli adulti7.
L’AAI ha permesso di identificare e di definire «operativamente»
i differenti modelli dell’attaccamento degli adulti rispetto alle «loro»
figure genitoriali, distinti a loro volta in sottocategorie che ne specifi-
cano le caratteristiche psicologiche e i correlati con le esperienze rela-
zionali pregresse8.

7
Va anche sottolineato che nella ricerca sull’attaccamento vi sono due differenti ed
indipendenti linee di ricerca che sono anche fonte di un acceso dibattito (Dazzi, Ortu
e Speranza, 2007; Santona e Zavattini, 2007): a) la prima linea di ricerca è seguita dagli
psicologi dello sviluppo e dai clinici che utilizzano tecniche osservazionali ed interviste
per studiare lo «stato della mente» dei genitori rispetto all’attaccamento; b) la seconda
linea di ricerca prende avvio dagli studi iniziati negli anni Ottanta da Hazan e Shaver
da parte di studiosi nel campo della psicologia della personalità e sociale utilizzando mi-
sure self-report che fanno soprattutto riferimento più che al modello di Bowlby a quello
bidimensionale ansietà/evitamento della Ainsworth. Sebbene le due linee trovino attual-
mente una maggiore convergenza rimane una certa differenza tra il sistema di codifica
dell’AAI che valuta la rappresentazione che l’adulto ha delle proprie relazioni di attac-
camento in riferimento a una specifica relazione e le misure self-report che prendono
invece in considerazione la rappresentazione generalizzata che l’adulto ha dei propri
partner sentimentali. Inoltre mente l’AAI valuta «i processi inconsci dell’adulto per la
regolazione delle emozioni», gli strumenti self-report coglierebbe invece le «valutazioni
consce» che gli adulti hanno di se stessi nelle relazioni sentimentali.
8
La AAI è uno strumento (un’intervista semi-strutturata) ideato per valutare – e
con ciò definire operativamente –, mediante indicatori formali dell’organizzazione del
discorso, lo stato della mente dell’intervistato rispetto alle sue esperienze di attacca-
mento. È uno strumento di valutazione molto flessibile e sofisticato che permette un’os-
servazione attenta ai processi mentali che sono spesso al di fuori della consapevolezza

745
Va precisato che la AAI non valuta l’organizzazione (sicura rispetto
a insicura) dell’attaccamento di un individuo a una altra persona, essa
fornisce soprattutto un mezzo per valutare «lo stato mentale rispetto
all’attaccamento» complessivo, insieme con gli stati mentali specifici
che emergono durante l’esposizione di particolari argomenti che sono
il frutto dell’elaborazione delle esperienze vissute nelle sue relazioni
con le figure di attaccamento più significative e che determinano il
tipo di strategia che concretamente è portato ad adottare nelle sue re-
lazioni attuali (Hesse, 2008).
In questa direzione ci appare non condivisibile l’operazione di as-
similare il costrutto dell’attaccamento alla psicoanalisi relazionale se
ciò significa «sovrapporre» il pur fecondo concetto d’interiorizzazione
con quello di schema (Watchel, 2010). In realtà si interiorizzano – e
si trasmettono – «modi di essere con» (Stern, 1995), procedure e non
meramente singoli contenuti.
Le differenze individuali legate ai MOI non si esprimono solo nelle
differenze relative ai comportamenti non verbali, ma influenzano an-
che gli stili riguardanti il linguaggio e le strutture mentali di quella
data persona. Un soggetto Sicuro, per esempio, è tale non tanto per-
ché rispetto alla propria storia infantile descrive situazioni positive o
felici, in altri termini contenuti, ma per il modo con cui imposta il suo
discorso rispetto alle vicende della propria storia personale.
Alludiamo al costrutto della coerenza che può essere inteso sia nei
termini di plausibilità, consistenza e verosimiglianza interne rispetto
all’argomento discusso, sia nei termini di collaborazione con l’inter-
vistatore. Il costrutto della coerenza applicato al sistema di classifica-
zione dell’AAI, ha il vantaggio infatti di evitare che il risultato si tra-
duca in una mera valutazione dell’accuratezza dei ricordi dell’indivi-
duo relativi agli eventi reali, poiché ciò che in effetti si sta prendendo
in esame attraverso questa intervista è la forma nella quale la storia di
un individuo viene presentata e discussa (Dazzi e Zavattini, 2010).
L’intervistato «coerente» riesce a costruire un’immagine, agli occhi
dell’ascoltatore, delle proprie figure di attaccamento e delle relazioni
con esse, contemporaneamente unitaria e flessibile, ossia un modello
«singolo» contrapposto ai modelli «multipli» che si evidenziano in
particolari trascritti, come quelli degli irrisolti/insicuri9.

di chi risponde. L’intervista, come sottolinea Mary Main, mira a «sorprendere l’incon-
scio» e a determinare un’auto-rivelazione del soggetto rispetto alla rappresentazione
della propria storia relazionale infantile. In altri termini l’intervista sottopone il soggetto
ai compiti: 1) di rievocare e riflettere su ricordi relativi a relazioni precoci e a potenziali
esperienze traumatiche; 2) di mantenere coerente il discorso con l’intervistatore (Main,
Hesse e Goldwyn, 2008).
9
Fondamentale è stato il lavoro di Mary Main (1991) sulla «conoscenza metacogni-
tiva» e sul «monitoraggio metacognitivo» che ha aperto un vasto e interessante settore

746
In questa direzione l’elemento che, a nostro avviso, probabilmente
rappresenta il contributo più significativo dell’AAI alla ricerca sullo
studio dei processi mentali anche per la clinica è lo spostamento del
focus d’attenzione dall’analisi del contenuto – cosa è successo – alla
coerenza narrativa – come viene raccontato – (Lyons-Ruth, 1998; Dazzi
e Speranza, 2008). È in questo senso che si fa riferimento alla valuta-
zione dello stato della mente individuale, ossia alla struttura dei Mo-
delli Operativi Interni.
Rispetto a questa prospettiva di fondo, è infatti, talora molto più
rilevante la «conoscenza relazionale implicita»: gli esseri umani adot-
tano, infatti, procedure di caregiving sicuro o insicuro – o ne subi-
scono le conseguenze – che sono organizzate sotto il livello della
consapevolezza. Ciò che è saliente non è, quindi, il contenuto di ciò
che viene raccontato, ma come lo si racconta, nel senso che è assai
più importante valutare se la struttura narrativa della propria storia
sia «coerente» (nei termini delle massime di collaborazione comuni-
cativa di Grice, 1975), piuttosto che se nell’infanzia siano avvenute,
o meno, situazioni difficili e dolorose. Raccontare in modo coerente
un’eventuale storia difficile nell’infanzia segnala, infatti, che vi è stata
un’effettiva elaborazione e non un permanere di uno stato rabbioso
o passivo-invischiato come nei soggetti Preoccupati, o di negazione
come nei soggetti Distanzianti.
Considerando i dieci punti che Miriam e Howard Steele mettono
in evidenza nel loro saggio relativo all’uso clinico dell’AAI, «Dieci ap-
plicazioni cliniche dell’Adult Attachment Interview», vorremmo sotto-
lineare quanto questa intervista possa dare un notevole aiuto nel pro-
cesso di valutazione, in particolare rispetto alla possibilità di «stabilire
un programma» e «facilitare l’alleanza terapeutica e la risposta alla
terapia» (Steele e Steele, 2008). Ciò appare molto importante rispetto
a ciò che si potrebbe chiamare un buon listening raffinando la posi-
zione di ascolto non direttiva e neutrale del terapeuta e concentrando
l’attenzione sulla struttura narrativa con cui un paziente o un cliente,
racconta la propria esperienza di vita. Tramite la struttura narrativa
emergono, infatti, le strategie condizionali secondo le quali un adulto
nella propria infanzia ha cercato di adattarsi alle stategie genitoriali
nel modo migliore possibile e ciò rappresenta la modalità con cui un

di studio e ha offerto le basi per un primo modello esplicativo della trasmissione dei
modelli di attaccamento da una generazione all’altra. Gli strumenti di misura che Main
ha contribuito a creare hanno aperto, infatti, la strada a una «quantificazione» della
capacità metacognitiva che è stato conseguentemente il frutto del lavoro di altri ricerca-
tori che hanno definito operativamente un’importante componente della capacità meta-
cognitiva, che è stata denominata «Funzione riflessiva», mediante la creazione di una
scala derivata dall’Adult Attachment Interview (Fonagy, Target, Steele e Steele, 1998).

747
paziente potrebbe mettersi in contatto col proprio psicoterapista ten-
tando di indurlo ad adattarsi alla sua particolare strategia adattiva.
La struttura narrativa «rivela», infatti, molte informazioni importanti
delle strategie emotive di fondo di una data persona, esprime il suo
modo di stare nel mondo, ossia le modalità con cui, lui o lei, imposta
l’ingaggio nei riguardi delle relazioni affettive significative nel momento
in cui parla di ciò che lo angustia e come le sue sofferenze possono es-
sere correlate agli eventi ed alle relazioni in cui vive (Daniel, 2009).
Howard Steele, Miriam Steele e Anne Murphy (2009) osservano
che gli psicoterapisti e i ricercatori con un interesse nel mondo in-
terno, i processi difensivi e le relazioni oggettuali possono percepire
una «naturale affinità» con le domande dell’AAI e con il sistema di
codifica che porta a concentrare l’attenzione sullo stato attuale della
mente relativo all’attaccamento e con la possibilità di misurare il pro-
cesso terapeutico ed il cambiamento.
Possiamo, cioè, chiederci quanto l’utilizzo non solo dell’AAI, ma
soprattutto della logica ad essa sottesa possa essere considerata effet-
tivamente una possibilità aggiuntiva per il lavoro clinico nel senso che
l’obiettivo dell’intervista è quello di valutare nel miglior modo possibile
le probabili esperienze di attaccamento che sembra abbiano caratteriz-
zato l’infanzia dell’adulto e, aspetto più importante, di identificare lo
stato della mente attuale relativo all’attaccamento che deve essere con-
siderato una strategia di organizzazione dei pensieri, dei sentimenti e
del comportamento che possono costituire il baricentro dello scambio
clinico in seduta.

5. ESISTE UNA PSICOTERAPIA BASATA SULL’ATTACCAMENTO?

Joseph Obegi e Ety Berant (2009, p. 2), parafrasando il noto afo-


risma di Winnicott si chiedono se c’è «... such a thing as “attachment
therapy for adults?”» oppure se invece il paradigma dell’attaccamento
è nel suo insieme una teoria dello sviluppo, della motivazione, della
personalità e della psicopatologia che ha influenzato e sta influen-
zando la psicoterapia.
È un quesito su cui in effetti vi sono posizioni teoriche diverse10,
Arietta Slade (2008, 2010), uno degli autori più rilevanti su questo
tema, è del parere che:

10
In modo analogo si esprime anche Speranza (2006, p. 554 e ss.) che fa notare
come esista una differenza significativa tra coloro che vedono un’applicazione diretta
della teoria dell’attaccamento alla psicoterapia, condividendone presupposti di base e
linee guida (vedi a questo proposito il numero speciale di «Attachment and Human
Development», curato da Schwartz e Pollard, 2004), e coloro che hanno utilizzato so-
prattutto gli strumenti e alcune concettualizzazioni elaborati da questa teoria per inda-
gare aspetti settoriali e specifici del processo terapeutico.

748
... an understanding of the nature and dynamics of attachment «informs»11
rather than defines intervention in clinical thinking.

Secondo la Slade il valore aggiunto di una psicoterapia «informata»


alla teoria dell’attaccamento proviene non tanto dalla valutazione for-
male della classificazione dei pazienti in termini di attaccamento, ma
piuttosto dalla sensibilizzazione dei clinici al funzionamento del si-
stema di attaccamento e alle funzioni interne e interpersonali dei pro-
cessi di attaccamento. Una tale consapevolezza da parte del terapeuta,
permette di utilizzare nelle valutazioni e nel lavoro psicoterapeutico in
corso dati ed esperienze derivanti dai sistemi motivazionali, di difesa e
regolatori delle emozioni.
In effetti anche nel ponderoso Manuale a cura di Glen Gabbard
(2009) Le psicoterapie. Teorie e modelli d’intervento non compare una
psicoterapia esplicitamente basata sull’attaccamento se non, almeno in
parte il lavoro che parte dal concetto di metacognition di Mary Main
(1991) e che ha ispirato l’intervento basato sulla mentalizzazione nel
lavoro di Peter Fonagy, Mary Target e Jon Allen (Bateman e Fonagy,
2004; Allen e Fonagy, 2006)12.
Ciò starebbe ad indicare, come sostiene la Slade, che il paradigma
dell’attaccamento non può generare una psicoterapia «indipendente»
per gli adulti a causa di un suo intrinseco limite teorico?
Obegi e Berant sono invece più ottimisti ritenendo che in realtà
esistono già due tipi di terapie che derivano dalla teoria dell’attac-
camento, la prima che si potrebbe chiamare attachment informed (or
attachment oriented) psychotherapy e che annovera vari interventi da
parte degli autori che contribuiscono al saggio già citato (Obegi e Be-
rant, 2009) ed il secondo tipo che si potrebbe, invece chiamare attach-
ment-based psychotherapy che annovera vari approcci, da quello del
Circolo della sicurezza di Marvin (Powell, Cooper, Hoffman e Marvin,

11
In corsivo nel testo.
12
Le psicoterapie basate sul concetto di mentalizzazione presuppongono che il men-
talizzare come capacità individuale sia davvero alla base della possibilità dell’uomo di
mettersi in relazione con i suoi simili, di essere cioè un «animale sociale» come diceva
già Aristotele. Il mentalizzare sarebbe infatti alla base della capacità di regolare le pro-
prie emozioni attraverso un processo che ha come meta l’affettività mentalizzata, vale a
dire una comprensione «vissuta» dei propri sentimenti, che includa e superi la consa-
pevolezza intellettiva in quanto non si limita ad un riconoscimento interiore, e implica
quindi anche il: «...rendersi conto che i sentimenti hanno un contesto interpersonale e
che una loro piena comprensione richiede che si riesca ad afferrare la rappresentazione che
della nostra mente ha la mente di un’altra persona» (Bateman e Fonagy, 2004, p. 123).
Complesso è anche il rapporto tra psicoterapie basate sulla mentalizzazione e psicoana-
lisi, una differenza significativa la si può forse individuare invece nel fatto che le terapie
psicoanalitiche sono più centrate sui contenuti mentali e sulle esperienze soggettive che
non sulle capacità psicologiche, come è invece nel caso delle psicoterapie basate sulla
mentalizzazione.

749
2007) e il saggio sull’infanzia di Berlin, Ziv, Amaya-Jackson e Green-
berg (2005), alla terapia di coppia e della famiglia centrata sulle emo-
zioni in cui Susan Johnson (2008) fa un ampio riferimento alla teoria
dell’attaccamento, così come Byng-Hall nel suo noto e pioneristico
saggio sui family scripts (Byng-Hall, 1995), o più recentemente nel
campo della terapia familiare ad indirizzo umanistico-esistenziale Da-
niel Hughes (2007) o anche il lavoro di Rudi Dallos e Arlene Vetere
(2009) in una prospettiva sistemica e centrata sul paradigma dell’at-
taccamento. Rilevante anche il lavoro di Liotti (2006a; Liotti e Mon-
ticelli, 2008) in un’ottica cognitivo-comportamentale e quello di Pasco
Fearon e collaboratori (Fearon, Target, Sargent, Williams, McGregor
e Bleiberg, 2006) in un’ottica più dinamica e sistemica.
Questi vari contributi – che qui non abbiamo lo spazio di af-
frontare in modo approfondito – segnalano comunque che rispetto
all’amaro commento di Bowlby sono oggi indubbiamente sempre
più numerosi i tentativi di estendere i risultati degli studi sull’attac-
camento all’intervento clinico in età evolutiva e alla relazione tera-
peutica, che – anche per una maggiore comprensione dell’importanza
degli affetti e dell’empatia rispetto all’uso della parola e dell’interpreta-
zione come strumento d’intervento (Stern, 2004) – hanno portato alla
necessità di adattare gli strumenti nati nel contesto della teoria dell’at-
taccamento alla relazione paziente-terapeuta (Holmes, 2001, 2009;
Purnell, 2004; Jones, 2008; Farber e Metzger, 2009; Levy e Kelly,
2009; Obegi e Berant, 2009; Steele, Steele e Murphy, 2009; Zavattini,
Pace e Santona, 2010).
Arietta Slade (2008) è convinta che per quanto i processi di attac-
camento possano costituire una parte significativa del funzionamento
umano, essi non definiscano l’individuo in tutta la sua complessità e
che sia perciò necessario considerare che nel processo terapeutico la
comprensione delle dinamiche relazionali e delle strategie difensive
messe in luce dalla teoria dell’ attaccamento debbano essere affiancate
da altre modalità di ascolto e comprensione del materiale clinico.
I clinici orientati da questa teoria, secondo la Slade, sulla scorta di
quanto suggerito da Bowlby ritengono che la relazione terapeutica at-
tivi il sistema comportamentale dell’attaccamento attraverso la ricerca
della vicinanza e possa rappresentare una base sicura per il paziente
per l’esplorazione delle tematiche dolorose della sua storia. Secondo
questa prospettiva, il compito del terapeuta è principalmente quello
di fornire una condizione ottimale e rassicurante al paziente che gli
consenta di esplorare i propri modelli rappresentazionali del Sé e
delle figure di attaccamento, aiutandolo a esaminare l’influenza delle
relazioni passate sulle proprie modalità relazionali attuali e come que-
ste ultime siano distorte dalle vicende della sua storia di attaccamento
(Cortina e Marrone, 2003).

750
La responsività del terapeuta si esprimerebbe quindi attraverso tre
modalità: fornire sicurezza, lavorare nella zona di sviluppo prossimale
(dove la paura dell’ignoto può essere sperimentata ma contenuta e i
livelli di ansia sono al servizio della terapia) e promuovere l’integra-
zione dell’esperienza.
Secondo Slade (2008, pp. 887-889) Mary Main e colleghi «con il
progredire verso il livello delle rappresentazioni» ha dato una descri-
zione dello sviluppo del «mondo interno» in modi che sono apparsi
del tutto coerenti con la teoria delle relazioni oggettuali e con altre
teorie psicoanalitiche contemporanee (in particolare con le prospettive
relazionali e intersoggettive). Ciò anche in quanto il suo approccio ha
messo l’accento sui concetti di difesa, rappresentazione e regolazione
degli affetti in modi che sono risultati assolutamente familiari per i cli-
nici di orientamento psicodinamico.
Slade osserva che, ciononostante, per quanto i termini della teoria
dell’attaccamento siano stati incorporati nel pensiero psicoanalitico at-
tuale, solo pochi psicoterapeuti hanno realmente integrato gli elementi
nucleari della prospettiva dell’attaccamento nel proprio pensiero cli-
nico. Sostiene quindi che a causa di ciò spesso la ricerca sulle impli-
cazioni cliniche dell’attaccamento si è focalizzata su quegli elementi
della teoria che potevano essere più facilmente assimilabili dal pen-
siero esistente, piuttosto che cimentarsi con i suoi aspetti potenzial-
mente più problematici e perciò più controversi.
Attualmente, nella ricerca sull’attaccamento, si ritiene che siano due le di-
mensioni cruciali sottostanti tutti i sistemi di classificazione dell’attaccamento
dell’adulto e infantile. La prima è la dimensione distanziante/disattivante versus
quella ipercoinvolta/iperattivante, che rimanda a un particolare stile difensivo
dell’individuo e a una precisa modalità di regolare la propria esperienza affettiva.
Il polo dismissing del continuum rimanda a una tendenza a mettere in
atto un tipo di difese che minimizzi o riduca l’affetto, mentre il polo preoc-
cupied rimanda a una tendenza a mettere in atto un tipo di difese in cui gli
affetti siano massimizzati e intensificati, in genere al fine di stabilire e man-
tenere l’intimità. Dalla prospettiva dell’attaccamento, questi metodi di difesa
appaiono particolarmente importanti quando in un contesto di attivazione
dell’attaccamento insorgono emozioni negative. La seconda dimensione, or-
ganizzazione versus disorganizzazione, rimanda al livello e al grado di strut-
turazione psicologica di cui può disporre l’individuo al fine di contenere e
regolare l’esperienza emotiva. Il tenerne conto permette di prevedere il livello
di funzionamento dei pazienti: coloro che si collocano all’estremità inferiore
dell’asse dell’organizzazione risulteranno con maggiore probabilità i più di-
sturbati e meno funzionanti (Slade, 2008, pp. 888-889).

Le dinamiche inerenti l’organizzazione dell’attaccamento e i prin-


cipi organizzativi che sorgono dalle prime relazioni con un adulto
possono divenire secondo l’autrice i punti centrali nella psicoterapia
con pazienti che lottano contro gli effetti di un attaccamento insicuro

751
o disorganizzato. Presumibilmente saranno proprio questi pattern e
le loro dinamiche ciò che il terapeuta cercherà di cambiare per cui
cercare di riconoscere come e quando queste dinamiche siano attive
nelle relazioni della vita reale del paziente – e nella relazione terapeu-
tica – dovrebbe essere parte essenziale di qualsiasi buon trattamento.
Va anche menzionato il saggio di David Wallin (2007) che se-
condo Fonagy è l’autore che presenta: «... la migliore integrazione dei
progressi più significativi nel campo della teoria e della ricerca dell’at-
taccamento e delle loro applicazioni in psicoterapia». La domanda cui
Wallin si propone di rispondere con il suo «manuale» è come pos-
sano fare gli psicoterapeuti a mettere i pazienti in grado di crescere
al di là dei limiti imposti dalle loro personali storie di vita. L’autore
ritiene di avere identificato tre risultati della teoria dell’attaccamento
che sembrano avere le implicazioni più profonde e più fertili per la
psicoterapia:
1) che le relazioni di attaccamento co-create sono il contesto deter-
minante per lo sviluppo;
2) che l’esperienza preverbale prepara il nucleo del Sé in via di svi-
luppo;
3) che l’atteggiamento del Sé nei riguardi dell’esperienza predice la
sicurezza dell’attaccamento meglio degli stessi fatti che costituiscono
la storia personale». Wallin aggiunge poi che «gli stessi tre temi or-
ganizzano il suo modello della terapia come trasformazione effettuata
per mezzo della relazione».
Nel suo modello, la relazione di attaccamento del paziente con il
terapeuta è fondamentale e primaria; in particolare il terapeuta mette
a disposizione del paziente la propria funzione di «base sicura» che
è il sine qua non per l’esplorazione, lo sviluppo e il cambiamento.
Un’altra caratteristica forte e centrale della teoria e della prassi clinica
di Wallin è quella dell’utilizzo delle «messe in atto» (enactments) per
«poter lavorare in modo efficace con la dimensione non verbale e im-
plicita dell’interazione terapeutica». Con indubbia efficacia espressiva,
Wallin afferma che «ciò che i pazienti non possono spiegare chiara-
mente a parole tende a essere evocato, messo in atto o incorporato»
(Zaccagnini e Zavattini, 2009).

6. CONCLUSIONI E QUESITI

La teoria dell’attaccamento ha via via influenzato il lavoro di molti


clinici e ha permesso di ripensare l’approccio clinico, alla psicopatolo-
gia ed alla psicoterapia, con una maggiore attenzione agli scambi in-
tersoggettivi e al ruolo centrale degli affetti nell’ambito della relazione
terapeutica infantile, adulta e di coppia (Siegel, 1999; Cassidy, 2008;

752
Sable, 2004, Dazzi e Speranza, 2005; Liotti e Monticelli, 2008; van IJ-
zendoorn e Bakermans-Kranenburg, 2008).
In questa direzione è pienamente condivisibile la tesi che considera
decisiva la svolta concettuale introdotta da Bowlby col supporto dei
risultati prodotti dalla ricerca empirica sullo sviluppo infantile ripro-
ponendo in modo tuttavia nuovo il collegamento psicologia-biologia
attraverso gli studi etologici. In particolare, nonostante il rischio di
una certa astrattezza del concetto di modelli operativi interni, è in-
dubbio che tale prospettiva ha contributo a creare un ponte tra il
tema delle rappresentazioni e della fenomenologia della soggettività e
lo studio e la comprensione degli schemi comportamentali.
Ciò ha avuto molte importanti conseguenze: in primo luogo un
emanciparsi dalla prospettiva meramente comportamentale presente
nel primo Bowlby che gli è valsa l’accusa di «riduzionismo» da parte
degli psicoanalisti, aprendo la stagione feconda del lavoro della Ain-
swort con l’individuazione dei tre stili di attaccamento tramite la pro-
cedura della Strange Situation (vedi il capitolo 2 «Mary D. Salter Ain-
sworth: un tributo al suo profilo» in Main, 2008, pp. 17-61) e dell’im-
portante Intervista di Mary Main, la Adult Attachment Interview, che
ha permesso di impostare su basi nuove lo studio degli schemi narra-
tologici e degli stati della mente legati ai modelli di attaccamento.
Questa trasformazione della teoria dell’attaccamento ha contri-
buto a disancorarla da una prospettiva che ha fatto in modo eccessivo
della prima infanzia il baricentro essenziale di tutto lo sviluppo affet-
tivo rivalutando il ruolo delle altre tappe nel life-span dello sviluppo
e il ruolo delle altre figure affettive (multiple-caregivers), dal padre
in primo luogo, agli insegnanti e agli amici, fino alla ricca letteratura
sulle relazioni sentimentali (Cassibba, 2003; Howes e Spieker, 2008;
Castellano, Velotti e Zavattini, 2010).
Si può anche comprendere come questa lettura del comportamento
umano si sia incontrata rapidamente e felicemente con la tradizione
che proviene dagli studi etologici con la loro enfasi sul concetto di
contesto. Ne emerge una concezione che mette in primo piano il ruolo
fondamentale delle aspettative relative al porsi in relazione con gli altri
e non l’idea dell’uomo come organismo teso alla ricerca della soddi-
sfazione (drive model).
In tale prospettiva ha ripreso spazio lo studio della «mente» e
dell’esperienza soggettiva, ma con uno stretto legame, appunto, con
i contributi dell’etologia e della teoria dei sistemi. Parimenti gli studi
volti maggiormente a studiare la qualità delle relazioni reali e il ruolo
del contesto si sono «affrancati» da un pregiudizio antimentalista po-
tendo recuperare il tema dei significati individuali.
Anche in questo campo l’opera di Bowlby ha contribuito a questa
evoluzione. Bowlby infatti, specialmente negli ultimi scritti, appare

753
sempre più influenzato dalla teoria information-processing nel funziona-
mento neurale e cognitivo, per cui, così come uno psicologo cognitivo
definisce i modelli rappresentazionali in termini di accesso a particolari
tipi di informazioni e dati, parimenti Bowlby propone che i differenti
pattern di comportamento riflettano differenze nel grado individuale di
accesso a certi tipi di pensieri sentimenti e memorie. In particolare per
Bowlby l’accesso, sia sul piano cognitivo che emotivo, ad informazioni
rilevanti sul piano dell’attaccamento, emerge come una funzione della
natura delle relazioni passate tra bambino e caregiver.
In questa direzione il concetto di meccanismi di difesa classico
all’interno dei modelli psicoanalitico, può essere ritradotto in quello
di strategie cognitive fondate sull’esperienza affettiva che organizzano
e programmano il comportamento diventando col tempo automatiz-
zate attraverso l’esclusione selettiva dell’informazione.
Il fecondo lavoro di Bowlby che, sia come ricercatore che come
clinico, ha fortemente contribuito a riconsiderare l’approccio clinico
alla psicopatologia ed ai processi d’adattamento dando maggior-
mente attenzione alle funzioni interpersonali rispetto – o solo – a
quelle intrapsichiche delle difese (Dozier, Chase Stovall-McClough e
Albus, 2008).
In questo senso la salute psichica potrebbe essere considerata come
la capacità d’impegnarsi in relazioni di dipendenza reciproca, così come
la psicopatologia può essere vista in una dipendenza insicura temi ma-
gistralmente messi in evidenza dagli studi sulla Strange Situation. Su-
san Johnson (2003), non a caso, osserva che la cultura occidentale
ha come «patologizzato» il concetto di dipendenza ed esaltato quello
di separatezza e di self-sufficiency mentre Bowlby (Bowlby, 1980) ha
messo in evidenza come poter riconoscere il dipendere affettivamente
da un altro, sia non solo un tratto di fondo degli esseri umani che va
aldilà dell’infanzia, ma anche l’espressione di un attaccamento Sicuro.
Un terapeuta può quindi attivare i modelli operativi interni che il
paziente ha originariamente sviluppato nella relazione con le proprie
figure di accudimento utilizzando la sicurezza proveniente dalla re-
lazione in corso per rielaborare i modelli operativi insicuri formatisi
precedentemente. Ciò avverrebbe in quanto il nuovo attaccamento si-
curo rende possibile per il paziente tollerare e dare un senso ai sen-
timenti di delusione, rabbia o persino paura di essere abbandonato,
oppure il timore di non essere compreso dal terapeuta. I pazienti
con storie di attaccamento insicuro formerebbero, cioè, con maggiore
probabilità attaccamenti insicuri nei confronti dei loro terapeuti e in-
contrerebbero quindi maggiori difficoltà a impegnarsi nella terapia e
affidarsi al terapeuta, sebbene vi siano opinioni diverse rispetto agli
esiti sul piano del cambiamento terapeutico nel caso di pazienti con
modelli di attaccamento distanzianti o preoccupati.

754
La ricerca suggerisce, inoltre, che le organizzazioni di attaccamento
dei pazienti «influenzerebbero anche gli stessi terapeuti e le loro ri-
sposte nei confronti dei pazienti». Si apre qui lo spazio per un’ulte-
riore considerazione in quanto anche se sembra «intuitivo» che i tera-
peuti, nel rispondere, tendano a rispecchiare in qualche modo gli stili
affettivi dei pazienti non è invece affatto scontato che si tratti della
soluzione «più terapeutica» e inoltre ci si deve chiedere quali altri fat-
tori oltre alle caratteristiche del paziente determinino le risposte di un
terapeuta. Bisogna infatti tenere almeno conto che «l’organizzazione
di attaccamento di un terapeuta gioca anch’essa un ruolo nel determi-
nare come risponda, se “in accordo con lo stile” o in “disaccordo con
lo stile” di un paziente» (Ammaniti, Dazzi e Muscetta, 2008; Wallin,
2007; Jones, 2008).
In questa direzione le applicazioni della teoria dell’attaccamento
possono proporre una nuova e complessa cornice concettuale in cui
riposizionare molti quesiti relativi a come funziona la psicoterapia
(Dazzi, 2006, p. 28).
Nonostante un’impressionante mole di ricerca sull’infanzia,
sull’adolescenza e sulle relazioni sentimentali adulte ed una crescita
esponenziale di strumenti di valutazione rimangono tuttavia molti
quesiti su cui si può aprire un dibattito, tra questi:
– in primo luogo quanto il paradigma dell’attaccamento come si-
stema di regolazione emozionale possa ritenersi esaustivo, o in realtà,
per quanto rilevante e centrale, specie nella prima infanzia, il compor-
tamento umano debba invece essere spiegato all’interno di una teoria
multimotivazionale;
– a ciò si lega la lunga discussione che si è incentrata soprattutto
sugli studi sull’attaccamento adulto nel senso che – come ben preci-
sato da Judith Feeney –, dobbiamo chiederci quanto l’attaccamento
dipenda dagli individui o dalle relazioni (Feeney, 2003, 2008);
– la stabilità delle classificazioni dell’atttaccamento nel tempo ri-
spetto agli studi longitudinali;
– la diversa rilevanza e differenza tra una diagnosi categoriale e di-
mensionale dei modelli e degli stili di attaccamento;
– il rapporto tra modelli e stili di attaccamento insicuri e psicopa-
tologia;
– e infine quanto oggi si possa dire che esista davvero una psicote-
rapia nell’età evolutiva e per gli adulti attachment-related.

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Attachment paradigm and the clinical practice

Summary. Attachment theory can be considered as the most convincing theory of early
emotional development. The concept of Internal Working Models has «redrawn» the eti-
ology of psychopathology in the direction of interpersonal relationships and of the role
played by traumatic situations, with the greatest attention to intersubjective interplays
and to the key role of affects within the therapeutic relationship. The element which
perhaps represents the most significant contribution of AAI to research in the field of
mental processes is the shift of attention focus from the analysis of content – what hap-
pened – to the narrative coherence – how it is told. This implies the necessity to include
in the systems of meaning also the procedural forms of our knowledge and to reconsider
our clinical approach to psychopathology and to adaptive processes, allowing greater
attention to interpersonal functions rather than to intrapsychic defensive functions. The
richness of attachment theory applications and results propose a new and complex con-
ceptual framework where many questions related to psychotherapy functioning could
be relocated. However, in the present stage of the debate a difference persists between
those who think of an influence exerted on psychotherapy by concepts and research
findings obtained within the attachment paradigm – attachment informed (or attachment
oriented) psychotherapy – and those who propose their clinical praxis as a new model
of – attachment-based – psychotherapy.

Keywords: attachment, internal working models, infant research, clinical intervention,


psychotherapy.

La corrispondenza va inviata a Giulio Cesare Zavattini, Dipartimento di Psicologia Di-


namica e Clinica, Sapienza Università di Roma, Via degli Apuli 1, 00185 Roma. E-mail:
giuliocesare.zavattini@uniroma1.it

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