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STORIA CONTEMPORANEA

Il rapporto tra storia e memoria. La storia e le sue memorie alla fine del
ventesimo secolo.
Testi: Postwar -Tony Judt (solo l’ultimo capitolo, “Dalla casa dei morti”
epilogo)
-L’Europa e le sue memorie- Politiche e culture del ricordo dopo il 1989 di
Focardi e Groppo.
- Il passato: istruzioni per l’uso di Enzo Traverso
-Saggio di D’Onofrio- Europa nel secondo dopoguerra
-Saggio di Diego Guzzi
-Saggio di Marc Prouch (?)

Vediamo un aspetto recente della furia iconoclasta in America nata da


eventi che hanno coinvolto la comunità nera, con un’ondata di
rivendicazione delle proprie culture. Il discorso colonialista ha visto nei
simboli, come le statue, un’identità storica che non include tutte le culture,
dato proprio il colonialismo che ne consegue. Qui entriamo in un discorso
vivo, per capire come la storia rivendica una nuova identità. Nel
distruggere queste statue si è pensato di cambiare l’identità.
Storia e memoria hanno un intreccio molto forte. Vediamo l’immagine di
Nemossunen, un personaggio della mitologia greca, figlia di Urano e Gea,
una titanite, alla quale viene attribuita la memoria e del potere di ricordare.
Questa da il nome ad oggetti per individuare una memoria e creare un
dialogo. Zeus, secondo la mitologia si innamora di Nemossunen, giacquero
insieme per 9 notti e nacquero le muse. Tra le muse c’è anche Clio, la
musa della storia. Ogni musa è protettrice di una materia culturale. Clio era
nel mito la figlia della memoria, il cui nome deriva da Cleyo, che significa
celebrare e rendere famoso. Anche Europa è legata in senso mitico a
queste due figure, attraverso Zeus. Quest’ultimo infatti si innamora di
Europa, la rapisce e la porta a Creta, il famoso ratto di Europa. Abbiamo
quindi 3 immagini mitiche che sono legate da Zeus e che in qualche modo
vediamo come gli antichi già mettono in relazione storia e memoria.
Questo rapporto tra storia e memoria, che vediamo esserci sin dalle origini,
contiene una serie di elementi che esulano da un processo solo scientifico
di ricostruzioni della storia, possono esserci fattori ideologici, politici,
emotivi e dunque il discorso si fa molto più complesso e interferisce con
qualcosa di più ampio.
Traverso comincia a riflettere sulla seconda metà dello scorso millennio, e
analizza il boom della memoria che ha posto in qualche modo al centro
dell’attenzione, nei discorsi pubblici, negli organismi pubblici il discorso
della memoria. Questo è stato visto come un certo fastidio da parte degli
storici perché ha qualche modo costruito dei contro circuiti con la
coscienza storica matura basata su un’acquisizione scientifica del passato.
Per certi versi, attraverso alcuni episodi, ci si è voluti fissare su un preciso
evento come la Shoah. Prima ancora del fenomeno è venuto fuori anche il
discorso dei luoghi della storia e della memoria. A partire dagli anni 80,
inizia in Francia una produzione storiografica, che inizia un’opera
monumentale che si chiama “Les Lieux de Memoires” di Pierre Nora, che
diventa ben presto un successo editoriale. In quest’opera, fatta da 3
volumi, vediamo parlare di luoghi, che Traverso indica come “topologia
della memoria”, vediamo oggetti, che ci rimandano ad un avvenimento
storico. Successivamente iniziano a circolare negli anni tutte opere del
genere in tutta Europa. Gli storici avevano intuito il successo editoriale di
Pierre Nora e hanno visto che da una parte c’è un aspetto positivo ma
spesso era una furba azione per l’industria turistica che Traverso chiama
“industria della memoria” e si è finito per trasformare un approccio della
storia dal punto di vista scientifico in un business. Per certi versi, vediamo
quindi un fastidio da parte degli storici di questo tipo di analisi. Vediamo
quindi un’invenzione della tradizione, dice Traverso rifacendosi ad
un’opera di Hobsbawm, “Il secolo breve”. Invenzione della tradizione è
anche il titolo di un libro scritto proprio da Hobsbawm in cui si parla
proprio di come vengono inventate queste tradizioni in tutto il mondo che
in qualche modo dovevano definire un’identità nazionale, usando la
proprio la storia. Finchè poi non uscì l’idea che una nazione dovesse
identificare anche in un popolo anche plurinazionale, come vediamo
avvenire per l’Unione Sovietica. C’è questo discorso, in cui vediamo
proprio una moda dei luoghi della memoria assieme a una declinazione
che ha una ragion d’essere in quello che viene definito da Traverso come
invenzione della tradizione, la memoria diventa un vettore della religione
civile. Diventa un sistema di valori, di credenze e liturgie, c’è infatti un
fenomeno quasi religioso che viene applicato alla memoria storica, come
accadde durante il fascismo (le preghiere a Mussoli ad esempio), oppure
durante la rivoluzione francese vediamo il cambio del calendario dalle
feste religiose alle feste civili. Prendono dalla religione mettendo dentro
qualcosa che è invece parte della politica. Traverso allora si chiede come
mai nel novecento ci sia questa ossessione per la memoria:
sostanzialmente il discorso celebrativo è legato alla religione, e quindi al
culto della morte e del lutto che passa piano piano dalla religione ad un
elemento dello stato, che si fa carico dei suoi morti. Questo culto dei morti
nasce proprio con la rivoluzione francese, in cui si cominciano a celebrare
i martiri della patria, di chi è caduto per difendere la propria patria. Nasce
anche cosi l’ideologia della patria che sostituisce anche la religione.
Questo elemento nasce proprio con le guerre, ma in modo fortissima con la
prima guerra mondiale in cui nelle varie nazioni nascono i monumenti ai
caduti. Tutto ciò nasce nel momento in cui finiscono le antiche società,
come quelle agricole che invece tramandavano tradizioni basate su altri
valori. C’è quindi la differenza tra esperienza trasmessa ed esperienza
vissuta, differenza che fa un filosofo tedesco a cui si rifà proprio Traverso
per spiegarsi la nascita di questo fenomeno della memoria. L’uomo quindi
non si trova più in un mondo di certezze tramandate ma si ritrova in un
mondo che non riconosce più se non in ciò che ha vissuto. Tutto questo
mette a fondamento nel nuovo discorso della memoria ciò che viene
vissuto dalle persone e non più di valori tramandati, ma anzi di traumi, di
violenze e guerre che diventano elementi della nuova memoria del
novecento. Questo comporta l’importanza di ciò che si vive e del portatore
della memoria, quindi diventa un elemento forte che in qualche modo
viene consegnato ad un nuovo tipo di memoria di una nazione, ad uno
stato che si fa carico di violenza e traumi e li trasforma in simboli
celebrandoli con questa religione civile.
Nel 2005 vediamo le nazioni unite decidere il giorno della Shoah, questo è
uno degli esempi che possiamo fare per quanto riguarda la memoria e la
religione civile. Si crea una celebrazione, nel caso della Shoah avvenne in
diversi anni, prima negli anni 90, poi negli anni 2000, in cui si cerca un
modo di far sopravvivere il ricordo, di fissare la memoria quando non ci
sarà più il testimone. Gli storici però continuano a guardare questo aspetto
a volte come un fastidio, perché c’è un pericolo nel fissare delle date per
ricordare degli avvenimenti: può accadere il contrario di ciò che in realtà si
ha intenzione di fare, il pericolo è togliere un determinato avvenimento da
una possibile problematica o discussione, perché lo fissa come un obbligo
per un popolo che alla fine può anche non porsi più il problema. Può
essere una forzatura, ma effettivamente il pericolo può esserci se si
sacralizza cosi un avvenimento che verrebbe accettato per fede. Anche
perché vediamo poi nascere tutta una serie di date da celebrare, per
ideologizzare fortemente qualcosa, troppo spesso anche in ambito politico.

Vediamo quindi un discorso degli storici che si confrontano con il mood


della storia memoriale che mette insieme e fa emergere il ruolo della
memoria nel 900. Vanno poi a crearsi delle categorie anche per esempio
vediamo nella guerra civile, dobbiamo riconoscere un nemico pur essendo
della stessa nazionalità, non abbiamo più in questo caso la differenza di
nazionalità come nemico. Vediamo che queste guerre del 900 si
coloreranno sempre di più di ideologie che nascono in questo periodo o
che emergeranno proprio a causa di avvenimenti storici come
nazionalsocialismo, comunismo. In questo caso parliamo di Guerra Civile
dei 30 anni, come evento drammatico di scontro violento tra ideologie. Per
tornare al discorso della memoria, quindi vediamo questo trend, questa
moda, questo bisogno di fissare nella memoria dei popoli europei dei
momenti per non far dimenticare questi avvenimenti dopo la morte dei
testimoni di questi scontri ideologici.
Dopo la fine del comunismo si parla addirittura di fine della storia, di
Francis Yukuyama, perché pensò che la democrazia si stesse stabilizzando.
Vediamo che invece questa non si è per niente stabilizzata.
Se facciamo un percorso storico e analizziamo l’Europa Napoleonica, ci
rendiamo conto che l’Europa che abbiamo oggi è frutto di un percorso
molto lento e difficile. Napoleone aveva portato molte riforme e novità che
erano compatibili con strutture di paesi moderni, di monarchie. Napoleone
cercava di ricostruire l’Europa sul modello francese e secondo l’egemonia
francese. Successivamente al Congresso di Vienna vediamo un tentativo di
restaurare le monarchie esistenti prima dell’arrivo di Napoleone, ma
vediamo che non è stata una restaurazione dell’antico proprio perché
Napoleone aveva portato tante novità nell’ambito monarchico che si
adattavano ai paesi moderni, in cui le dinastie ritornavano con le stesse
riforme centralizzate del regime napoleonico. Il codice civile napoleonico
infatti viene accolto nella maggior parte dei paesi europei. Abbiamo quindi
di nuovo degli imperi, e altre nazioni frammentate come proprio l’Italia,
divisa in 3, 4 grandi stati. Con la costituzione di nuovi stati poi si
riuniscono invece altri stati come i paesi bassi, che dovevano fare da
cuscinetto all’impero francese nel caso di una nuova espansione.
Successivamente, vediamo l’unificazione d’Italia, e allo stesso tempo
vediamo anche la creazione dello stato nazionale, quindi proprio
l’identificazione di un paese in una nazione e non più uno stato
plurinazionale. Oltre all’Italia, vediamo unificarsi anche la Grecia con la
questione d’oriente, che sconvolge un po’ l’assetto politico del Congresso
di Vienna proprio perché appoggiata dalla Russia e dalla Francia. La
Germania con l’operazione bismarchiane riesce ad ottenere una sua
indipendenza. L’operazione bismarchiana permette anche all’Italia di
ottenere il Veneto, e riesce a conquistare lo stato pontificio e rendere
Roma capitale, nel frattempo Bismark riesce a infastidire la Francia di
Napoleone III tanto che quest’ultimo dichiarerà guerra perdendo
duramente contro l’esercito prussiano. A causa dell’escamotage utilizzato
dall’Italia per appropriarsi dello stato pontificio, ci sarà un lungo periodo
di rottura tra questo e l’Italia intera che vedrà poi un momento di
unificazione solo con i patti lateranensi durante il fascismo in cui vediamo
un riconoscimento reciproco e per Mussolini sarà una freccia in più al suo
arco.
Fin qui quindi vediamo un Europa fatta di imperi, fino alla prima guerra
mondiale. Verso la fine dell’800 le differenze ci saranno sempre di più nei
Balcani a spese dell’Impero Ottomano che si stava ridimensionando
sempre di più a favore di altri stati come la Romenia, la Serbia. Anche
l’Italia aveva attaccato nella guerra di Libia, l’impero Ottomano,
indebolendo ancora di più l’impero.
La prima guerra mondiale stravolge completamente la geopolitica. E’
un’esperienza drammatica con decine di migliaia di morti, e decreta un
nuovo assetto geopolitico con nuovi stati presumibilmente nazionali, come
la Polonia che si va a ricostituire. Tutta l’Europa in realtà diventa di grandi
stati nazionali, e abbiamo anche la nascita del Regno di Jugoslavia. In
realtà tutti questi stati rimanevano plurinazionali. Uno dei primi traumi
novecenteschi fu proprio la prima guerra mondiale che doveva essere la
così detta “guerra lampo” ma che in realtà durò ben 4 anni. L’Italia esce
come paese vincitore e ottiene le terre di Trieste e delle isole del Quarnaro,
perdendo Fiume che nello scontro diviene città libera; D’annunzio allora
con le sue truppe e con grande imbarazzo da parte dell’Italia occupò la
città, perdendo comunque, infatti oggi fa parte della Croazia.
Le potenze occidentali della triplice intesa vengono convinte dagli stati
uniti a decretare la fine dell’Impero Asburgico, perché il pericolo veniva
dal nuovo comunismo bolscevico che era arrivato al potere e aveva
completamente modificato il regime. E cosi si trasformarono queste
nazioni in stati, sperando di democratizzare questa area dell’Europa. Ma
proprio in queste aree nascono degli eserciti pseudo fascisti, oppure regimi
di destra. Nel 1922 poi vediamo il regime di Mussolini, fascista con il
decreto di Vittorio Emanuele III che conferma il passaggio al potere del
duce. Viene messo in discussione tutto nel primo dopoguerra, in tutta
Europa, tranne l’ultimo stato che riesce 13 anni a mantenere la sua
continuità repubblicana (Vhimar), la Germania. Fin quando non arriva
Hitler nel 1933, in cui abbiamo la politica imperialista che riesce ad
imporsi anche nonostante la crisi del 29, rendendo plausibile l’opzione
nazista e fascista anche per altri stati. Proprio quella crisi permette a Hitler
di cavalcare l’onda del disagio popolare, utilizzando slogan razzisti e
pregiudizi che già circolavano riguardanti l’umiliazione subita durante la
prima guerra mondiale. Hitler una volta cancelliere, inizia la sua
espansione in paesi abitati da popoli germani, e cominciare l’inglobamento
delle nazioni germaniche. Con la sua politica di potenza inizia a
modificare l’assetto geopolitico, politica che porterà lo scoppio della
seconda guerra mondiale con l’invasione della Polonia. Le altre forze
avevano lasciato fare all’inizio, perché pensavano sempre al comunismo di
Stalin come il pericolo maggiore. I vari governanti dell’Inghilterra, della
Francia e degli Stati Uniti dalle finte promesse di Hitler. Solo quando sarà
troppo tardi, si renderanno conto delle vere intenzioni. Vediamo sparire
completamente la Polonia dalla geopolitica con l’inizio della seconda
guerra mondiale, la Francia viene anch’essa occupata dai nazisti, con un
Europa votata ormai ad un’egemonia Nazifascista. Mussolini aveva capito
che stava andando tutto bene, Hitler era un partner affidabili e si occupava
dei suoi propri scopi espansionistici e comincia l’invasione nei Balcani e
anche questi ultimi vengono nuovamente smembrati e sconvolti e viene
creato uno stato croato sotto dominio fascista e vengono creati anche
campi di concentramento contro i serbi; successivamente viene invasa
anche l’Albania. Dunque l’Italia cerca di giocare le sue carte con una
guerra parallela rispetto all’elemento olocausto nazista della Germania che
si stava liberando da qualsiasi razza non fosse “ariana”, deportandoli in
campi di concentramento costruiti in Europa dell’est. All’inizio Hitler
aveva pensato di deportare la popolazione ebraica in Siberia, dopo aver
conquistato l’Unione Sovietica che alla fine non riuscirà. L’olocausto si
radicalizza come elemento sempre di più in Europa, cominciando anche
con stermini di massa. Questi avvenimenti ci riconducono al discorso della
memoria, poiché proprio l’ONU deciderà una data per la commemorazione
dei milioni di morti dovuti alla seconda guerra mondiale.
L’Europa si trasformerà nuovamente cambiando assetto politico e andando
in contro alla guerra fredda, e dopo la fine anche di questa guerra, dopo
l’89 in cui imploderà anche il sistema comunista, avremo una nuova
geopolitica con la nascita di nuovi stati quali l’Ucraina, Bielorussia, la
Georgia e vediamo il ritorno di vecchi stati come quelli Baltici. Vediamo
la rappresentazione, a questo punto, della memoria, di ricordare eventi cosi
drammatici. Per questo c’è la necessità di fissare nella memoria questi
eventi e la necessità di capire cosa ci sia dietro queste politiche memoriali.

Il filosofo tedesco Benjamin, ragionando sul concetto di storia e memoria,


affianca una teoria in cui si dissolve il concetto del tramandato.
Vediamo che nei paesi centro orientali dell’Europa, come la Polonia, la
Cecoslovacchia, fallire queste nazioni. Si pensava che questi paesi
avrebbero costituito un cordone protettivo contro il comunismo che
diventa uno dei principali problemi dopo la 1 guerra mondiale. Questo
cordone di stati nazionali, invece non sviluppò nessuna democrazia oppure
non ci fu nessuna politica che non sembrasse tornare al passato. La lotta al
comunismo la rivediamo poi con la guerra fredda. Tutti questi avvenimenti
ci portano a pensare alla fine del comunismo, e pensare quindi ai limiti del
cosi detto secolo breve. Benjamin da importanza al dramma vissuto nei
massacri delle guerre, utilizzando un termine preciso: erfahrung, che e
l’unico valore che ha rilevanza in una società massificata. Da una parte il
ricordo di esperienze drammatiche legate alla morte e al lutto, e dall’altra
abbiamo l’ambito civile; in questa ottica diviene sempre più importante il
ruolo del testimone.
Emerge quindi sempre un avvenimento preciso del 900, se abbiamo
sempre questa trasformazione della memoria e ne abbiamo diversi esempi
come Brecht, che fu uno scrittore che visse durante la seconda guerra
mondiale e conobbe bene i drammi del secolo breve, e ci da uno spunto
interessante su cui riflettere: scrive infatti a proposito di un immaginario
dittatore, Arturo Hui, che nella realtà collegheremo senza troppo impegno
ad Adolf Hitler. Un altro esempio su cui riflettere a proposito di un
riferimento iconografico è il Guernica di Picasso che ricorda invece la
guerra civile spagnola e la distruzione di questo piccolo paese. Ancora,
anche a Napoli abbiamo un esempio iconografico, il monumento dello
scugnizzo che omaggia i caduti durante le quattro giornate di Napoli, e la
liberazione dal nazismo. Napoli fu risparmiata dal rastrellamento degli
ebrei che invece vediamo avvenire a Roma, i nazisti avevano già
progettato un rastrellamento per la città partenopea ma con le quattro
giornate i nazisti erano stati ormai mandati via e gli ebrei napoletani si
salvarono, eccetto per coloro che erano fuggiti dalla città. Di nuovo a
Napoli, abbiamo le “pietre d’inciampo”, dei san pietrini di bronzo davanti
alle case o ai luoghi degli ebrei rastrellati durante la guerra, cosi che chi ci
passi veda che è avvenuto qualcosa di drammatico e venga trasportato in
quel momento. In Israele abbiamo proprio un museo in ricordo dei morti
dell’olocausto. In Ucraina abbiamo un altro riferimento iconografico, con
una statua sempre dedicata agli ebrei di Kiev. Abbiamo poi il grande
monumento a Berlino, nel cuore della vecchia città, che rammemora
l’evento drammatico della shoah con un labirinto di lapidi. Infine, vediamo
la costruzione della casa europea a Bruxelles, dedicato alla memoria e alla
storia dell’Europa, un museo molto controverso, molto criticato dagli
storici poiché ci si chiedeva su quale criterio si fosse ricostruita una storia
europea se ci sono molte storie europee. Vediamo quindi un tracciato
topologico della memoria.
Nella storia abbiamo un percorso tutto concatenato, seppur travagliato. Il
problema a cui bisogna far fronte riguardo alla memoria è proprio
chiedersi cosa questa sia. Abbiamo parlato dell’importanza del testimone,
che si confronta con lo storico che ha un atteggiamento ambivalente che da
una parte deve riscoprire tutti i suoi strumenti e dall’altra è una sfida
perché rimette in gioco elementi che lo storico per lungo tempo non ha
avuto bisogno di riscoprire. Nella storia contemporanea è emerso il ruolo
della testimonianza con tutto il suo carico di coinvolgimento emotivo ed
emozionale, con cui lo storico arricchisce la sua dimensione del passato,
soprattutto grazie alla soggettività del testimone stesso.
Lo storico deve confrontarsi con il testimone. Lo storico si considera come
il custode di una memoria storica e di una ricostruzione scientifica del
passato. Ad un certo punto, lo storico è affiancato dalla presenza di
persone che hanno vissuto un determinato evento in prima persona. Il
testimone può rappresentare sia un elemento di disturbo che una sfida per
lo storico, questo perché rimette in gioco tanti altri elementi con cui lo
storico deve confrontarsi e sono elementi che possono scompigliare la sua
ricostruzione. Il testimone porta la sua testimonianza diretta, da un punto
di vista storico ma soprattutto emozionale. Al di là dei fatti storici, che
devono essere sottoposti a vaglio critico, si ha il dato della soggettività, il
testimone rappresenta la ricezione dell’avvenimento. Si arriva, attraverso
la sua figura, a concepire come è stato vissuto un determinato evento
attraverso una prospettiva altra che magari lo storico non aveva
considerato. Parliamo quindi dell’oral history che deve basarsi su uno
studio attento delle domande da porre al testimone(tecniche d’intervista),
che deve essere libero di esprimersi, tocca all’esaminatore decidere cosa
estrapolare o meno dal suo racconto (tecniche di selezione).
Uno dei più grandi progetti dell’oral history è stato condotto in Germania
da parte dei 12 milioni di profughi germanofoni e tedeschi che, a seguito
della Seconda Guerra Mondiale, furono espulsi dagli stati centro orientali.
Proprio nell’Europa centro orientale vi erano molte isole germanofone, una
delle più importanti si trovava in Romani (Sassoni della Transilvania,
comunità germanofona di cui faceva parte un recente premio Nobel della
letteratura). Mentre all’interno della Iugoslavia vi erano gli Svevi del
Danubio. Le comunità germanofone nei paesi baltici (Estonia, Lettonia e
Lituania) avevano sempre avuto un ruolo importante, rappresentavano la
nobiltà e l’élite. C’erano anche in Russia, infatti una delle zarine era una
Principessa tedesca da cui nacque la comunità dei tedeschi del Volga.

(La Germania aveva perso le regioni orientali della Pomerania e di alcune


parti della Prussia).

Vi erano isole germanofone anche in Romania, Ungheria e Italia. In Italia


vi erano i Tirolesi, sud Tirolesi dell’Alto Adige che spesso avevano chiesto
di far parte nell’Austria o della Germania perché non si sentivano italiani.

La Polonia ormai non esisteva più e non vi si poneva il problema. Con gli
altri Stati
Nel “40 vi fu il ritorno dei tedeschi etnici nel Reich. Le comunità delle
isole germanofone furono trasferite nei territori sottratti ai polacchi e ai
cechi. Il trasferimento (anche forzato) delle “scheggie di germanicità”, così
definito da Hitler, fu organizzato dalle SS. Molto spesso furono messi in
campi all’aperto, in ghetti insieme agli Ebrei e i più fortunati in fattorie
sottratte ai polacchi e ai cechi.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, tutto si ritorce contro i tedeschi.


Bisognava evitare che queste isole linguistiche e comunità germanofone
nell’Europa centro orientale e si decide di ammettere i trasferimenti forzati
di milioni di tedeschi o germanofoni dalla Romania, Polonia, Ungheria e
Ceco Slovacchia verso la Germania. Erano in atto dei trasferimenti forzati
con carovane che partivano da questi stati che, riprendono autonomia e
iniziano ad istaurare regimi nazionalisti.

La Polonia viene ridotta ad est dalla linea curzon perché Stalin non vuole
abbandonare il territorio occupato dai russi nel 1933 in Polonia. I Russi
erano arrivati in Germania e avevano sfondato i confini tedeschi e in virtù
della liberazione dal giogo nazista, Lenin pretese di non restituire la parte
occupata della Polonia. Furono ridefiniti i confini politici della Polonia che
fu “spostata” più ad ovest a danno della Germania( Pomerania, Prussia
orientale). Quindi i tedeschi in Prussia orientale e Pomerania dovevano
essere mandati via per lasciare spazio ai polacchi. Si attuò un vero e
proprio effetto domino.

Dal “45, con l’arrivo dell’Armata Rossa, comincia la fuga caotica, in


massa e in piena neve, dei tedeschi. Cercano di scappare, prendendo navi e
imbarcandosi nel Baltico. I treni furono interrotti, l’unica possibilità era
attraversare una laguna ghiacciata per raggiungere i porti per essere
evacuati in Danimarca o nella parte non ancora occupata della Germania.
Durante uno di questi trasferimenti avviene un disastro navale conosciuto
come il dramma di Lengustrov. Il 31 gennaio 1940, la nave appena ha
lasciato il porto viene colpita da siluri di un sommergibile sovietico e ciò
provoca l’affondamento immediato. Dei quasi 10 mila profughi, più di
8mila perdono la vita nel gelido mare Baltico.

L’Armata Rossa vuole vendicarsi di ciò che i tedeschi hanno fatto in


Russia. Furono fatti massacri di intere cittadine e villaggi, le donne
venivano sistematicamente stuprate dai soldati russi. La propaganda
nazista non copre questi massacri ma li risalta. Una parte della popolazione
(specialmente vecchi, donne e bambini) furono massacrati. Furono
disseppelliti per metterli a disposizione della stampa per mostrare la
brutalità delle bestie comuniste Russe.
Molto treck di profughi sprofondarono nel ghiaccio, altri furono
bombardati da aerei sovietici.

Quindi l’attuazione delle espulsioni selvagge parte dal fatto che i


germanofoni sono definiti colpevoli dei torti nazisti e per questo espulsi
senza alcuna distinzione. Sono visti come nazisti da cacciare, su cui attuare
una sanguinosa vendetta. Vengono trasferiti su carri di bestiame, utilizzati
anche per la deportazione degli ebrei nei campi di sterminio. Furono
trasferiti in Austria, anche attraverso lunghissime marce e infatti ne
moriranno tantissimi. Furono anche affissi volantini in zona polacco che
definivano il “viaggio”: i germanofoni dovevano lasciare i loro averi,
portare solo 20 kg di roba e lasciare le loro porte aperte e recarsi in marcia.

La Polonia doveva diventare polacca. La Ceco Slovacchia, ceva e


slovacca. L’Ungheria, ungherese. Milioni di persone furono cacciate
attraverso espulsioni coatte per far si che questi territori potessero
diventare linguisticamente, ma non solo, omogenei. Molte comunità
subirono questa espulsione ma i tedeschi furono quelli più colpiti.
Nel regolamento di Poska(?) si chiedeva alle nazioni espellenti (Ungheria,
Romania e Polonia) di fermare temporaneamente le espulsioni per dare la
possibilità agli americani e agli inglesi di allestite dei campi per accogliere
gli espulsi. Chiedevano un’espulsione pacifica, ma le nazioni espellenti
non fermano la loro azione. I profughi non potevano entrare in Germania,
almeno fino alla metà degli anni “50 (dopo la divisione della Germania si
istituisce il Ministero per i Profughi). Questi trasferimenti coatti hanno
provocato dai 600 mila ai 2 milioni di morti.

Con il Ministero per i Profughi, viene dato ad alcuni storici tedeschi, il


compito di scrivere la storia di queste persone, basandosi su centinaia di
migliaia di interviste. Il Ministero finanzia questa documentazione (libro
bianco) che poteva servire politicamente anche per trattative tra tedeschi
ed alleati, magari per definire i confini tedeschi in una Conferenza
Internazionale che non avrà mai luogo. Per la prima volta quindi viene
attuata un’operazione di oral history. Theodor Schieder è il principale
storico tedesco, sarà proprio lui a scrivere le Documentazioni delle
Espulsioni dal “56 al “62 in una serie di volumi, di cui l’ultimo non fu mai
pubblicato ed è ancora in archivio. Tutte queste interviste narravano il
dolore degli espulsi, oltre che la storia vera e proprio. Gli storici avevano il
compito di ricostruire il contesto e le dinamiche in cui sono avvenute
queste espulsione, al di la dell’elemento drammatico dato dalle esperienze
soggettive e tremende che hanno vissuto queste persone. Quindi gli storici,
di queste interviste, si servono solo dei dati che trovano conferma in altri
che non fanno parte di quelle interviste (materia di archivio di polizia,
fonti militari, etc.). Le interviste poteva essere falsate, magari erano
narrazione tramandate male di eventi non vissuti in prima persona o
narrazioni del tutto inventate. Lo storico deve trattare tutto in maniera
oggettiva e scientifica, anche lo stesso dolore. Per questo motivo, il lavoro
degli storici fu spesso criticato dagli stessi profughi per non aver dato
troppo spazio al loro dolore.
///

Dopo la seconda guerra mondiale tutto questo si ritorce contro i tedeschi, il


discorso che fanno le potenze vincitrici si riferisce al bisogno di evitare
che queste isole linguistiche germanofone sparse per l’Europa. Dunque
decidono di confermare gli spostamenti forzati di questi tedeschi in
Germania. Inoltre il territorio tedesco viene anche ridotto, poiché Stalin si
rifiuta di concedere il territorio guadagnato durante la fine della guerra, in
virtù dell’importanza dei sovietici nella liberazione dai nazisti. Vengono
spostati i confini a occidente della vecchia Polonia, e viene ridisegnata la
cartina di quest’ultimo paese, a danno della Germania. Da questi territori
tedeschi vennero quindi cacciati gli abitanti tedeschi, perché dovevano
arrivare proprio i polacchi che facevano ormai parte dell’unione sovietica.
Un’altra cosa interessante è proprio il come agisce l’unione sovietica nel
liberare i vari territori dai nazisti, questi infatti erano ormai sottoposti ad
una libera caccia, le donne vennero stuprate e in tutto ciò i comunisti
sovietici non nascosero nulla. Successivamente la stampa mostrò questi
macelli, in virtù della difesa dei sovietici, si ebbe una reazione contraria: i
tedeschi cercarono di fuggire in ogni dove. Durante uno di questi
spostamenti, avviene uno dei più disastrosi drammi navali: una nave viene
presa d’assalto dai sovietici che la colpisce e affonda quasi
immediatamente, e quasi 8 mila profughi tedeschi perdono la vita nel mar
baltico. Dopo decenni è stato poi ricordato in una novella di uno scrittore
tedesco, Grass, chiamata “il passo del gambero” in cui racconta la storia di
questa nave. Durante questi passaggi sulla costa, di fronte al peso dei carri,
dei cavalli, spezzava il ghiaccio e molti di loro morirono anche così.
Contemporaneamente, nella Polonia, nella Cecoslovacchia, in cui si erano
stabiliti governi comunisti, vennero cacciati in modo selettivo tutti i
tedeschi con la colpa di essersi macchiati del crimine nazista, senza
nessuna distinzione. Cade una vendetta tremenda su queste popolazioni
che spesso non c’entravano nulla. Si instaura un manifesto in cui si
chiedeva che tutta la popolazione tedesca dovesse poi essere deportata.
Iniziano quindi queste marce della morte a cui vengono sottoposti i
tedeschi. Gli alleati sapevano benissimo cosa stesse succedendo con questi
profughi, accettano infatti questi trasferimenti in virtù della liberazione di
ogni tedesco, di ogni popolazione germanofona, dai paesi quali Polonia,
Romania, Cecoslovacchia. Dovevano essere tutti paese etnicamente
omogenei, senza i tedeschi che avrebbero potuto creare tensioni interne. La
comunità più colpita in questi trasferimenti ovviamente fu quella tedesca
che soffrì la vendetta di tutti queste nazioni. Gli alleati fanno continuare
questi trasferimenti forzati, ma impongono che fossero avvenuti in maniera
umana e ordinata, cosa che fu impossibile ovviamente. 12 milioni profughi
in totale furono deportati, e i morti oscillano intorno ai 2 milioni di morti.
Tutto questo c’entra con i testimoni della memoria, perché è un elemento
della memoria tedesca in un primo momento subito ricordata e in un
secondo momento passa in secondo piano già negli anni 60 a causa
dell’olocausto che diviene più rilevante. Subito dopo la guerra negli anni
50, dopo la divisione della Germania, si viene a costituire anche il
ministero dei profughi per gestire questa problematica cosi scottante. La
Germania da a degli storici il compito di istituire una documentazione dei
profughi tedeschi. Con questo abbiamo il primo dato della Oral History,
vediamo infatti una serie di interviste fatte a questi profughi, in cui ad un
certo punto ci si chiede cosa fare: se dare spazio nella storia delle
espulsioni di questi profughi, o analizzare il contesto e appunto
contestualizzare questo fenomeno. Quest’ultima fu la scelta degli storici;
infatti questi utilizzarono dalle interviste solo i dati che potessero essere
utili a contestualizzare e che fossero corrispondenti ai fatti storici. Gli
storici infatti non sono portavoce del dolore, ma sono portavoce della
storia stessa, e con coscienza matura bisognava prendere con molta cautela
queste interviste. Lo storico che si occupa di questa oral History è Theodor
Schieder.

Schieder scrive diversi volumi a riguardo: Il destino dei tedeschi, Il destino


dei tedeschi in Romania, L’espulsione dei tedeschi dalla Jugoslavia.
Ai profughi venne riconosciuto di essere parte di una società speciale nella
nazione e quindi di avere percorsi speciali nella vita cittadina. Questa
legislazione provocò una sorta di competizione con i tedeschi occidentali e
difficoltà di inserimento degli stessi profughi; tuttavia non avviene nessuna
fomentazione, nessuna tensione sociale. Dunque la Germania riesce senza
grandi scossoni ad annettere questi profughi.
Andreas Kossert scrive Kalte Heimat, “patria fredda”. Patria nel senso di
terra in cui mi ritrovo, quindi non è solo la madre patria. Patria fredda è un
titolo provocatorio, con cui vuole raccontare il suo punto di vista sui
profughi tedeschi: Kossert in realtà ci dice che i profughi ebbero molti
problemi ad ambientarsi, ad integrarsi nella società. Ognuno di loro
ricordava la patria in cui si trovavano invece bene, quindi non la Germania
dove erano appena arrivati. Si tentò di mantenere vivo un patrimonio che
rischiava di scomparire, con delle associazioni in cui si celebrava
sostanzialmente la loro vera origine. Per lungo tempo fu sostenuto che un
giorno questi profughi avessero potuto tornare nella loro patria, per diritto.
Nella idea un po’ bislacca che forse si sarebbero potuti rivedere i confini e
prendere i confini della Germani prehitleriana. Abbiamo questo doppio
aspetto sociale: una parte dei profughi cerca di organizzarsi di fronte alle
difficoltà, mentre l’altra continua a sperare di poter tornare un giorno nella
propria patria di origine, molti infatti non si impegnavano ad orientarsi
proprio perché speravano di ritornare in madre patria. Il tutto, tra l’altro,
andava bene anche a paesi come l’Italia, che aiutarono a creare questo
pregiudizio secondo cui fossero i tedeschi i colpevoli della guerra.
Solo dagli anni 80 in poi le cose cominciano a cambiare, e si comincia a
parlare di questi profughi, dopo la fine del comunismo. Nella Germania
orientale non si doveva parlare di questi profughi, si parlava di persone che
si erano semplicemente trasferite e non di espulsioni. Successivamente
però cambia la situazione, i profughi si sentono liberi di raccontare la loro
storia a tutti, in libri, memorie e diari il cui principale scrittore è Grass. E’
stato molto difficile questo recupero della memoria per questi profughi
tedeschi, anche perché i profughi tedeschi orientali non sentivano loro
queste associazioni che si vennero a creare nel secondo dopo guerra. Molti
di loro non aderiscono a queste associazioni e cercarono di inserirsi al più
presto possibile.
Tutto questo ci fa capire come sia difficile in realtà instaurare una
memoria. La grande difficoltà del rapportarsi al discorso memoriale è
dovuta proprio al fatto che esistono tante memorie diverse, a seconda dei
contesti e quindi hanno in qualche modo creato una geografia molto varia
e difficile da tenere insieme sotto un comun denominatore di memorie
nazionali. Vediamo forti differenze non solo nazionali, ma anche sociale,
lavorativo, religioso, nelle diverse memorie.
Per gli aspetti teorici della memoria, ci si chiede se sia giusto
rammemorare tutto, o se questo crei dei blocchi, forse è bene dimenticare
alcune cose per andare avanti. Todoro, si confronta con questo paragone.
Guzzi invece fa delle considerazioni sulla memoria, come processo
costruttivo e attivo che avviene attraverso i rapporti sociali. Rispetto a
queste idee, iniziano ad esser mosse delle critiche, come ad esempio dagli
studiosi coniugi Hassman, che accettano questo tipo di memoria come
fenomeno sociale per la memoria, ma viene criticato proprio il fatto che
non vengono presi in considerazione altri elementi di una nazione o di uno
stato che sono i cultori di una memoria di un paese. Non bisognerebbe
quindi considerare solo le persone e i loro rapporti intersoggettivi, ma
considerare altri elementi che sono custodi di una memoria nazionale,
come i musei e le biblioteche.

Si può fare un discorso teorico su Guzzi e il concetto di memoria. Si può


dare per scontato cosa sia quest’ultima, oppure potremmo dire che è
qualcosa che si insinua nel cervello e che riaffiora dal nostro inconscio;
Guzzi ci dice che è una visione classica della memoria che in realtà risale
ad una categoria di memoria, che risale da Platone. Platone ci dice che la
memoria è come una tavoletta di cera su cui si scrivono tutti i dati, e
dunque la memoria sarebbe un catalogare questi dati. Questa visione della
memoria è quindi legata indissolubilmente a qualcosa di individuale. La
memoria è infatti parte del singolo individuo e ne crea la sua identità.
Questa visione ego-logica, risiederebbe in una singolarità dei ricordi che
sono qualcosa di individuale e ne sono elemento dell’individuo perché
sono da ponte tra il passato e futuro, sono essenza della persona.
Sostanzialmente è legata a questo elemento freudiano, le informazioni
cadono in un’altra sfera del nostro io psichico e dopo alcune sollecitazioni
riaffiorano nella nostra coscienza. Secondo la visione Proustiana, infatti
anche altri sensi fanno riaffiorare alla nostra mente tutte le esperienze che
abbiano fatto, di qualcosa già insito in noi. Anche Proust deriva da una
visione freudiana. Guzzi ci dice che ci sono tentativi che hanno in qualche
modo riflettuto su aspetti di una memoria che non appartiene solo al
singolo individuo ma al collettivo, ad un’istituzione. C’era un tentativo di
memoria collettiva, ma era più una traslazione metaforica che qualcosa di
concreto. Questa visione della memoria è rimasta per lungo tempo in una
visione individualista e non si era mai fatto un tentativo di riflettere su una
memoria collettiva. Questo aspetto è modificato radicalmente con Maurice
Halbwachs, sociologo, che riflette proprio sui fenomeni non solo della
storia ma che hanno modificato anche l’individuo con l’emergere dei
rapporti sociali, specialmente in Francia che diventa proprio la patria della
sociologia. Nel pieno del positivismo ottocentesco cominciano a
modificarsi questi studi, prolificano e Halbwachs sfrutta questo periodo e
individua nei rapporti sociali l’origine della memoria e dei ricordi, dunque
capovolge il discorso classico, freudiano della memoria, capovolgendo
anche la visione della memoria individuale. Halbwachs scrive “Les cadres
sociaux de la memorie” (I quadri sociali della memoria), in un discorso
ampio come questo in paesi come l’Italia arriva con molti anni di ritardo.
Esiste anche un’altra opera di questo autore, che fu pubblicata postuma,
Halbawachs infatti muore durante gli anni 40 dopo che i genitori muoiono
a causa del collaborazionismo francese col nazionalsocialismo, e
Halbawachs fu arrestato dalla Ghestapo perché due dei suoi figli erano
sospettati di far parte della resistenza francese antinazista, fu deportato in
un campo di concentramento, si ammala e muore nel 45. Negli anni 50
esce questa opera che è stata pubblicato prima dei Quadri sociali, “La
memoria collettiva”. La memoria collettiva è un elemento rivoluzionario:
Halbawachs ci dice che la memoria non è quella famosa tavoletta di cera,
la memoria si forma attraverso il contesto sociale, quindi la famiglia,
l’ambiente religioso, politico, scolastico, lavorativo ecc. sono i diversi
contesti sociali che nel cui rapporto io individuo costruisco la mia
memoria. L’autore inverte la prospettiva, non è una memoria già insita è
l’esterno che costruisce questa memoria. L’individuo a seconda dei quadri
sociali di cui parla Halbawachs determina di volta in volta la memoria e
non può non essere compresa all’interno di questi quadri sociali. Si rompe
questo paradigma della socialità a favore di un capovolgimento di
prospettiva in cui il passato non si conserva ma si ricostruisce di volta in
volta a seconda dei contatti, degli ambienti sociali che determinano la vita
di un individuo. Questi gruppi sociali mi condizionano la costruzione di un
mio processo individuale. Anche i ricordi più personali sono legati
all’esperienza che abbiamo con determinati ambienti, ad un certo punto il
nostro cervello dà un’unità a questi ricordi che abbiamo costruito.
Halbawachs analizza anche il caso della memoria che viene costruita,
come quando prendiamo dei ricordi presi dall’esterno per nostri. Il ricordo
non è una riattualizzazione delle immagini dell’animo, non è altro che una
costruzione che l’individuo fa di questi quadri sociali. Qui passiamo a una
differenziazione che si pone, un problema che si pone lo stesso Guzzi. Si
parla di memoria collettiva, poi pubblica e sociale, ma c’è una differenza?
Si. La memoria sociale è qualcosa di più ampio, è il quadro sociale dentro
il quale si sviluppano le memorie collettive. Le memorie collettive ad un
certo punto svaniscono, come i testimoni di quel tipo di memorie. La
memoria pubblica selezione alcuni di questi ricordi della memoria
collettiva, a differenza di quest’ultima resiste nel tempo. Un esempio è il
68: questo anno ha una memoria collettiva che sostanzialmente si è venuta
a definire in un contesto di proteste studentesche, individuiamo un
pensiero collettivo con cui il giovane studente viene in contatto e
costituisce una propria memoria, questa però dopo il 68 muore o viene
riassorbita nel mondo borghese che avevano denigrato. La memoria
collettiva dunque si è persa, la memoria sociale è rimasta in un’idea
pubblica del 68 che in qualche modo vive di miti e stereotipi, come Che
Guevara. Alcuni elementi della memoria collettiva vengono presi in una
dimensione più ampia che seleziona alcuni di questi quadri storici. La
memoria in questo senso è anche più manipolabile perché si colloca
proprio in uno spazio più grande, come quello politico e ideologico. A
questa visione della memoria viene mossa qualche critica, perché Hassman
accusa questa tesi: afferma che la memoria si formi con questi quadri
sociali ma che sia troppo legata al presente e cosi la memoria collettiva
finirebbe con i gruppi sociali; in questo senso la memoria sarebbe legata a
qualcosa di discorsivo, il cui linguaggio influenza l’individuo. La memoria
di Halbawachs quindi non tiene conto della cultura, l’elemento che ci
permette di fissare questi ricordi. I canti, gli inni, le poesie, le pitture sono
tutti elementi parte della cultura e che ci permettono di identificare un
ricordo sovraindividuale che in qualche modo diventa un ricordo culturale
che si trasferisce di generazione in generazione. Si forma quindi una
memoria culturale che Halbawachs non aveva considerato. Vediamo
proprio cosi il passaggio da una memoria collettiva e sociale ad una
memoria culturale; Hassman dedica un’opera a questo tipo di memoria. La
memoria culturale di elementi sovraindividuali è una memoria che viene
garantita nella sua trasmissione.

Todorov scrive “memoria del bene, tentazione del male”, a proposito del
senso del passato. Todorov era un filosofo, scrittore bulgaro naturalizzato
poi francese. Todorov lasciò la Bulgaria in seguito al governo comunista,
uno dei suoi testi più importanti risale al 84, “La conquista dell’America: il
problema dell’altro” spiegando il problema del diverso rispetto al
paradigma eurocentrico, partendo da una considerazione spagnola rispetto
alle colonie americane e tutto il dibattito che ne deriva. Todorv nella
“memoria del bene, tentazione del male” ci pone un quesito, se non sia
meglio l’oblio al ricordo, perché a volte la rammemorazione può portare
molto più dolore. Todorv rivendica un’importanza dell’oblio in
determinati contesti, rispetto alla memoria. E’ legittima la possibilità di
dimenticare. A livello storico, la memoria può ricordare vendetta perché la
memoria è spesso legata alla tragedia, di scontri sociali e questo comporta
con sé un continuare di questo sentimento vendicativo. Spesso mettere tra
parentesi il passato è l’unico modo per andare avanti. E’ un dialogo molto
complesso che ha però una sua ragion d’essere. Cita degli esempi
genocidari, come la Cambogia, in nome di un’idea legata al futuro, come il
totalitarismo che ha in sé proprio questa idea futuristica di uomo nuovo e
per questo l’uomo contemporaneo doveva essere eliminato. Todorov cita
anche due massacri in Ruanda. In ambito individuale, Todorov ci dice che
in ambito affettivo la psicanalisi ci insegna che abbiamo delle
dimenticanze dei traumi subiti in età infantile, queste dimenticanze
soffriranno però di nevrosi, secondo Freud. I traumi e le violenze subite
durante l’infanzia continuano ad esistere ed anzi contribuiscono ad altri
tipi di fenomeni proprio come la nevrosi.
Il ricordo del passato non ha in sé una giustificazione. Non dobbiamo
ricordare tanto per ricordare, dobbiamo ricordare attraverso la sua
elaborazione, e questo deve avvenire anche in senso pubblico. Si passa da
una memoria particolare fino ad arrivare ad un senso di giustizia, in modo
da legare un caso singolo ad una lezione universale, altrimenti il ricordo
non ha alcun senso. E’ chiaro che dobbiamo ricordare la verità sul passato,
questo non viene messo in dubbio, però il problema nasce sullo scopo per
cui vogliamo ricordare il passato perché è da li che parte il giudizio che
daremo al quel passato, e legheremo quel passato da un giudizio ad un
altro. Siamo noi che diamo un valore e un senso al passato, bisogna quindi
stare attenti allo scopo che si da alla commemorazione rituale che avviene
come un rito religioso. Spesso avviene per tutelare la nostra coscienza,
come vittime e proprio qui bisogna stare attenti perché avrà uno scopo
politico, ed avrà solo un valore strumentale. Todorv tira le somme dicendo
che la sola rammemorazione non ha senso, né evita che venga ripetuto il
passato; ci ricorda infatti che il valore al passato lo danno i soggetti umani
che lo giudicano ed è in questo che sta la nostra capacità critica. Quindi si
tratta di capire in che modo il passato può servirci, può costruire
un’identità individuale e collettiva: è quello di stare attenti a non
sacralizzare e a non banalizzare. Per sacralizzare si intende qualcosa di
indiscutibile che non può essere poi più discusso e questo sarebbe un grave
errore. Anche lo storico deve sempre confrontare le sue tesi e deve
accettare di modificare una convinzione.
La geografia della memoria: i luoghi della memoria.
Patrizia Dogliani, spiega quello che ha rappresentato la seconda guerra
mondiale e come abbia cambiato la scena memoriale. Prende in
considerazione molti fattori, tra cui la grande eterogeneità della politica
nazionale in Europa, analizzando anche le mostre, i media e la
cinematografia del grande schermo e del piccolo schermo, in cui c’è un
importante tributo alla memoria di una nazione. Sostanzialmente abbiamo
una prima grande differenza tra i paesi dell’Europa occidentale e orientale.
In sei anni di guerra, l’intera Europa è stata palcoscenico di guerra ma se
guardiamo la situazione territoriale l’ovest ebbe una perdita demografica
molto più alta, corrispondente anche ad una mortalità non diversa dai
tempi di pace. Il passaggio dalla guerra alla pace in paesi come questi
viene riassorbito rapidamente a differenza della situazione dell’Europa
centrale dove la mortalità fu molto più alta, chiaramente anche in quelle
regioni che accusarono la deportazione ebraica. L’Europa centro orientale
fu il centro della violenza più estrema a differenza degli stati dell’Europa
occidentale in cui ci fu un minor coinvolgimento della popolazione.
L’Italia, coinvolta anch’essa, fu anche colpita dai bombardamenti alleati e
quindi ha una posizione diversa per la stessa Dogliani. In molti libri di
Oral history vediamo raccontati, infatti, molte storie dalla percezione della
popolazione a proposito di questi bombardamenti che significarono una
rottura totale di questa alleanza con la Germania nazista, poiché vennero
bombardati non solo militari ma anche i civili. Dogliani vede quindi una
situazione che vede una memoria molto differenziata, oltre alle distruzioni,
vediamo anche il bombardamento culturale uno degli esempi è il tardivo
bombardamento alla città tedesca di Dresda, completamente rasa al suolo.
Dresda rientra nella Germania orientale comunista e le maestranze
comuniste decide di non ricostruire tutto e di lasciare le macerie di uno dei
singoli della città, che doveva essere un simbolo della distruzione delle
forze occidentali.
Dogliani ci dice che parallelamente anche le comunità ebraiche, come
accade per i profughi tedeschi, cominciano ad individuare una tradizione
di una comunità ebraica. Questo luogo topico aveva il permanere della
cultura ebraica, di una patria perduta, che viene poi individuata nella città
Lituana di Vilnius. Dopo la caduta del muro di Berlino e la ricostruzione
dei paesi baltici, tra cui anche la Lituania, vengono fatti quindi dei restauri
e recuperi di monumenti sovvenzionati dalle comunità ebraiche.
Il ricordo delle patrie perdute tocca anche l’Italia, nella comunità che
scappa dalla Dalmazia. Con questo esodo di popolazioni dalla Dalmazia a
Istria, abbiamo uno spazio nella memoria di tutta Italia. In qualche modo si
creano comunità di memoriali delle città perdute di questi popoli, non solo
in Italia. Dogliani cita un testo di uno storico belga, Pierer Lagrou che
studia il sedimentarsi di memorie della seconda guerra mondiale ma in
contesti sociali o vittime della guerra in stati diversi. Questo studioso
prende in considerazione i Paesi Bassi e la Francia e cerca di studiare il
rapporto che si instaura dopo la guerra con la memoria e gli eventi storici.
Come questi paesi a proprio uso e consumo ricostruiscono la storia. Studia
3 categorie: i resistenti, i deportati sia civili che militari, e le vittime
politiche e religiose delle leggi razziali. Studia quindi il diverso sedimento
delle memorie per queste tre categorie. Analizza per esempio la mano
d’opera coatta che dovevano lavorare per le industrie tedesche a cui per
esempio non furono sottoposti gli italiani. Ci sono milioni e milioni di cosi
detti DPS (Displaces Persons), acronimo che andava a indicare gli ex
lavoratori coatti che la Germania aveva prelevato per lavorare nelle
industrie, di cui si occupano le nazioni unite con un organismo, l’Unrra,
che va ad assistere proprio questi DPS. La memoria di questi lavoratori
coatti, è una memoria molto diversa e sofferta da parte dei francesi ad
esempio, invece in Olanda e nei paesi germanofoni c’è un altro tipo di
memoria perché molti di questi lavoratori vennero liberati e inseriti nel
nuovo ordine europeo che seguiva le leggi razziali, e quindi qui invece
abbiamo una memoria forte come invece ritroviamo in Francia, anche se in
paesi come l’Olanda c’è ancora oggi una memoria molto forte
dell’occupazione nazista.
Nel processo di categorizzazione che Dogliani fa di questi paesi e della
loro esperienza in guerra, individua tre gruppi di paesi: il primo che ha
avuto una fase militare breve ma con un lungo periodo di resistenza o di
occupazione, di questa categoria di paesi fanno parte il Belgio, la
Danimarca, la Francia. Il secondo gruppo di paesi prevede una categoria di
paesi che hanno invece un lungo ed interrotto conflitto, paesi come la
Germania nazista, la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica, questi ultimi
stati sono caratterizzati da soldati multinazionali che subiscono una guerra
lunga in terra straniera. Il terzo gruppo di paesi prevede guerre lunghe e
interrotte, e rientrano paesi come la Grecia e l’Italia. La Grecia subisce tre
momenti diversificati di guerra, prima contro gli italiani, poi dai tedeschi
che arrivano a sostegno dell’esercito italiano, ed infine la liberazione
alleata e la guerra civile greca. L’Italia divide la guerra in due periodi,
40/43 del regime fascista, una guerra di liberazione dall’occupante tedesco
dopo il 43, ed infine una guerra civile tra fascisti e antifascisti fino al 45.
Nei paesi della prima e seconda categoria, la popolazione subisce
umiliazioni, sofferenze e si divide tra una minoranza attivamente
belligerante come i partigiani e collaborazionisti e un’altra maggioranza
che subisce. Quindi questa geografia che descrive Dogliani, mostra come
la stessa esperienza della guerra si articola in modo diverso a secondo delle
esperienze, si articolano con la partecipazione attiva, con la strategia
resistenziale, in diversi paesi. Dogliani fa questa categorizzazione per
mostrare come tra i paesi che furono tra un fronte, e l’altro, ci sono
memorie divise, differenti; è una geografia frastagliata di memorie. Anche
in un contesto di guerra che ha visto tutta l’Europa coinvolta è difficile
instaurare un rapporto memoriale unico.

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