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La Repubblica di Venezia e le guerre con l'Impero Ottomano

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Repubblica di Venezia.

Oltre alle battaglie di Salonicco nel 1422-1430, Nicopoli nel 1396 e Gallipoli (Turchia) nel 1416, vi furono
sette guerre ottomano-veneziane dove spesso Venezia fronteggiò da sola (o quasi) l'Impero ottomano.

Busto di Marcantonio Bragadin, Palazzo Ducale Tiziano Aspetti

Nel XV secolo la Repubblica di Venezia si trovava in un momento di massima espansione territoriale sia
nello Stato da Mar, dove aveva una striscia di porti ininterrotta che copriva la Dalmazia fino a
Costantinopoli e una serie innumerevole di isole greche tra cui Creta, Rodi e Lemno, sia nello Stato da Tera,
che copriva le attuali Tre Venezie comprese Bergamo, Brescia e Crema (Italia). I mercanti Veneziani si
approvvigionavano continuamente presso l'impero bizantino.

La seconda e definitiva caduta di Costantinopoli nel 1453 fu vissuta dai cronisti dell'epoca con profondo
sgomento. Enea Silvio Piccolomini, futuro Papa Pio II, scrisse:

"Ecco una seconda morte per Omero e anche per Platone... Ora Maometto regna fra noi. Ora i turchi
incombono sulle nostre teste" .

Questa vittoria ottomana determinò uno sbarramento alla penetrazione genovese nel Mediterraneo
Orientale e nel Mar Nero. Più duramente colpita dal crollo della sua preziosa ma debole alleata, Venezia
cercò di adattarsi alla nuova situazione e iniziò immediatamente trattative con i nuovi padroni del Bosforo.
Già nel 1454 Venezia riuscì a ottenere alcuni vantaggi commerciali e il permesso di ottenere un
ambasciatore a Costantinopoli: segno sia della sua potenza, sia del fatto che i turchi non fossero del tutto
disinteressati a commerciare con i cristiani. Venezia aveva già perso nel 1430 la città di Tessalonica (attuale
Salonicco) in mano turca, questo aprì un'epoca di guerre e commerci che si sarebbe protratta per i prossimi
trecento anni.

L'inizio ufficiale delle Guerre turco-veneziane data al 1470, allorquando la Serenissima perdette diverse
isole dell'Egeo tra cui Negroponte, mentre in risposta i Veneziani saccheggiarono le città di Satalia e Smirne.
Durante queste guerre Venezia riuscì a impossessarsi del Regno di Cipro. Nel 1479, con il Trattato di
Costantinopoli, i Veneziani dovettero rinunciare ai territori persi, ma in cambio ebbero accesso al
commercio con l'impero ottomano.

Battaglia di Lepanto Tintoretto

Repubblica di Venezia e Impero Ottomano


Durante la quarta Guerra ottomano-veneziana (1570–1573), i Turchi riuscirono a impossessarsi di Cipro. Per
dissuadere ogni resistenza il comandante ottomano fece recapitare la testa tagliata del governatore di
Nicosia Niccolò Dandolo a Marcantonio Bragadin che rifiutò la resa. Durante l'Assedio di Famagosta 6.000
Veneziani resisterono contro 100.000 Turchi (che dopo due mesi di insuccessi divennero 250.000) armati di
150 navi e 1.500 cannoni per ben 10 mesi. Alla fine, data la sproporzione numerica, il comandante
ottomano Lala Kara Mustafa Pascià riuscì a prendere prigioniero il comandante veneziano Marcantonio
Bragadin al quale, nonostante le condizioni pattuite per la resa, vennero inflitte le più feroci torture[60].

Le notizie dell'avanzata ottomana e delle pesanti torture inflitte al comandante veneziano fecero il giro
d'Europa. I veneziani, assieme a Papa Pio V, riuscono a formare la Lega Santa, composta dagli stati italiani
assieme alla Spagna, che mise insieme una flotta di 204 galee (di cui più della metà Veneziane). Il 7 ottobre
1571, nel mare Egeo, le flotte contrapposte si scontrarono nella Battaglia di Lepanto con la conseguente
sconfitta della flotta ottomana.

Appena terminata la peste in tutta Europa, iniziò la quinta guerra ottomano-veneziana (1645-1669).
Nonostante varie sconfitte navali inferte dai Veneziani, gli Ottomani riuscirono a conquistare l'isola di Creta.
Ebbe inizio l'Assedio di Candia, il secondo assedio più lungo della storia, che dura dal 1648 al 1669 (21 anni):
gli ottomani alla fine vinsero, lasciando sul campo 130.000 morti e un terzo del budget dell'impero. Dopo 4
secoli di dominio veneziano l'isola di Creta diventò turca.

Seicento e Settecento

Masaniello ritratto da Aniello Falcone, 1647

Domini spagnoli in Italia

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Domini spagnoli in Italia.

Dalla pace di Cateau-Cambrésis fino al 1700-1714, la Spagna esercitò il proprio dominio su tutta l'Italia
meridionale ed insulare, sul Ducato di Milano e sullo Stato dei Presidi nel sud della Toscana (appannaggio
della corona di Napoli). La Repubblica di Genova era alleata della Spagna, ed i suoi banchieri fungevano da
tesorieri delle finanze spagnole. Il Ducato di Savoia e lo Stato Pontificio furono ago della bilancia fra Francia
e Spagna, anche se spesso il primo divenne un campo di battaglia fra queste due potenze. La Repubblica di
Venezia riuscì a conservare la propria indipendenza ed autonomia, cosa che però non fu sufficiente a
preservarla da una lenta ma inesorabile decadenza a seguito della nuova geografia economica e dalle crisi
del Seicento, che portarono a un declino politico e sociale dell'Italia intera.

La rivolta di Masaniello

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Masaniello.

Il rapace fiscalismo praticato dagli spagnoli suscitò varie rivolte, la più nota di questo periodo è quella del
1647 del pescatore Masaniello, a Napoli. Questa fu scatenata dall'esasperazione delle classi più umili verso
le gabelle imposte sugli alimenti di necessario consumo. Dieci giorni di rivolta costrinsero gli spagnoli ad
accettare le rivendicazioni popolari, ma, a causa di un comportamento sempre più dispotico e stravagante,
Masaniello fu assassinato all'età di ventisette anni dagli stessi rivoltosi che lo avevano appoggiato.
La sua morte non pose fine alla rivolta: i napoletani, condotti dal nuovo capopopolo Gennaro Annese,
riuscirono dopo vari mesi a cacciare gli spagnoli dalla città e il 17 dicembre fu proclamata la Real Repubblica
Napoletana sotto la guida del duca francese Enrico II di Guisa, che come discendente di Renato d'Angiò
rivendicava diritti dinastici sul trono di Napoli. Enrico era appoggiato dalla Francia che sperava di riportare il
Regno di Napoli sotto la sua influenza. L'esempio di Masaniello fu poi seguito anche da popolani di altre
città: da Giuseppe d'Alessi a Palermo, e da Ippolito di Pastina a Salerno. La parentesi rivoluzionaria si
concluse solo il 6 aprile 1648, quando gli spagnoli ripresero il controllo della città.

Nel 1701 a Napoli avvenne una nuova insurrezione contro gli spagnoli: la congiura di Macchia per opera dei
nobili. Anche a causa di una scarsa partecipazione dei ceti umili, la rivolta fallì. Il dominio spagnolo su
Napoli continuò fino al 1707, anno in cui la guerra di successione spagnola pose fine al vicereame iberico
sostituendogli quello austriaco.

Condizioni economiche e culturali dell'Italia seicentesca

In età moderna, l'Italia, e, più in generale, tutta l'Europa meridionale, ebbe a soffrire dello spostamento
delle grandi rotte commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico, chiaramente percepibile a partire dagli ultimi
decenni del Cinquecento. Le devastazioni belliche a seguito della guerra dei trent'anni colpirono soprattutto
l'Italia settentrionale: il principale di questi scontri che vide contrapposti gli interessi imperiali a quelli
francesi fu la guerra di successione di Mantova e del Monferrato. La forte pressione fiscale esercitata dalla
Spagna sui suoi domini, dovuta alle esorbitanti spese di guerra, invece si fece sentire con gravissime
conseguenze in tutto il meridione e in Lombardia, mentre i vuoti lasciati dalla grave pestilenza del 1630
ebbero effetti devastanti sull'economia italiana del tempo. È un dato di fatto che fin dal quarto decennio del
XVII secolo quasi tutta l'Italia era passata a essere un'area con gravi problemi di sottosviluppo economico,
politicamente amorfa, socialmente disgregata. Fame e malnutrizione regnavano incontrastate in molte
regioni peninsulari e nelle due isole maggiori.

Il declino culturale dell'Italia non marciò di pari passo con quello politico, economico e sociale. È questo un
fenomeno riscontrabile in molti paesi, Spagna compresa. Se nel Cinquecento il Rinascimento italiano
produsse i suoi frutti più maturi e si impose all'Europa del tempo, l'arte e il pensiero barocchi, elaborati a
Roma a cavallo fra Cinquecento e Seicento, avranno una forza di attrazione e una proiezione internazionale
non certo inferiori. È comunque un dato di fatto che ancora per tutta la prima metà del Seicento e oltre,
l'Italia continuò a essere un paese vivo, capace di elaborare un pensiero filosofico (Giordano Bruno,
Tommaso Campanella, Paolo Sarpi) e scientifico (Galileo Galilei, Evangelista Torricelli) di altissimo profilo,
una pittura sublime (Caravaggio), un'architettura unica in Europa (Gianlorenzo Bernini, Borromini,
Baldassare Longhena, Pietro da Cortona) e una musica, sia strumentale (Arcangelo Corelli, Girolamo
Frescobaldi, Giacomo Carissimi) sia operistica (Claudio Monteverdi, Francesco Cavalli) che fece scuola. A
questo proposito ricordiamo che il melodramma è una tipica creazione dell'età barocca.

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