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Preistoria e protostoria

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Italia preistorica e protostorica, Neolitico
in Italia e Siti archeologici dell'Italia preistorica e protostorica.

Regione Liguria: la sepoltura estremamente ricca di un adolescente del Gravettiano (risalente a 29.000 anni
fa) ha portato gli archeologi a soprannominarlo il "giovane principe". Morto all'età di circa quindici anni,
giaceva sulla schiena, rivolto a sud, su uno strato di ocra rossa a sette metri dalla superficie; indossava un
copricapo di perline e di conchiglie con denti forati di cervo e code di scoiattoli sul petto.

Venere di Savignano, risalente a 29.000 anni fa, ritrovata in provincia di Modena

Durante l'ultima glaciazione, per l'abbassamento del livello del mare, la morfologia delle terre emerse era
diversa da quella attuale: l'isola d'Elba e la Sicilia erano collegate alla penisola italiana, e la Corsica e la
Sardegna formavano una sola isola. La presenza dell'Uomo di Neanderthal è testimoniata da reperti
archeologici vecchi di 50.000 anni (Pleistocene). L'Homo Sapiens[3] apparve durante il Paleolitico superiore:
il "Riparo Mochi" in Liguria ne è il più antico sito italiano, risalente a 48.000 anni fa[4] Tra i maggiori siti
archeologici italiani paleolitici vi sono quello delle Arene Candide presso Albenga (Liguria), quello di Monte
Poggiolo, presso Forlì (Emilia-Romagna), di Isernia La Pineta presso Isernia (Molise), uno dei più antichi siti
dove siano stati trovati segni del possesso e utilizzo del fuoco, e la Grotta dell'Addaura, presso Palermo
(Sicilia), nella quale si trova un vasto e ricco complesso d'incisioni, databili fra l'Epigravettiano finale e il
Mesolitico, raffiguranti uomini e animali. In Valcamonica, in Lombardia, si ritrovano tracce databili in un
arco di tempo di 8.000 anni, con quasi 140.000 opere e incisioni rupestri. Uno studio condotto nel
novembre 2011 su quelli che si pensa fossero denti da latte di Homo Neanderthalensis, ritrovati nel 1964
nel sito della Grotta del Cavallo (Puglia), indica che sono resti umani risalenti a 45.000 anni fa.

Basilicata: Matera è una delle più antiche città del mondo ancora abitate, con sue case primitive e le sue
grotte scavate nella roccia risalenti al Paleolitico, X millennio a.C.

Lombardia: le Incisioni rupestri della Val Camonica, la più grande serie di petroglifi preistorici del mondo,
risalente al X millennio a.C.

L'Italia, situata al centro del Mediterraneo, costituisce una cerniera tra l'Europa, l'Africa e il Medio Oriente.
In questo periodo le popolazioni migravano e commerciavano, il che avrebbe consentito uno sviluppo
sociale, culturale e artigianale molto veloce. Durante il periodo della Cultura della ceramica cardiale (VII
millennio a.C.) sarebbero nate le prime società in Italia, con conoscenze nel settore dell'agricoltura e della
navigazione molto avanzate. Poco è noto circa questi antichi popoli, con l'eccezione del fatto che essi
probabilmente non erano di origine indoeuropea e che furono assimilati molto presto dalle culture
successive.

Durante l'età del bronzo, i popoli indo-europei noti come Italici, migrarono nella penisola italiana e in Sicilia,
modificando le civiltà già presenti in una società più complessa e gerarchica. Si diffuse l'uso del metallo e
vennero scoperte anche delle nuove tecniche di navigazione e agricoltura.
Ondate migratorie

Diverse ondate migratorie interessarono la penisola italiana durante questo periodo storico.

Una prima ondata di immigrazione è della fine del III millennio a.C., e avrebbe dato vita alla Cultura del vaso
campaniforme, nota per la sua produzione di bronzo, nella pianura del Po, in Toscana e su parte della
Sardegna e della Sicilia.

Trentino-Alto Adige: Ötzi è la mummia più antica del mondo, ritrovata nel sud delle Alpi insieme con
strumenti molto sofisticati per quel tempo (IV millennio a.C.)

A circa metà del II millennio a.C., si assistette a una terza ondata migratoria, associata alla civiltà
appenninica e alla cultura delle Terramare, che prende il nome dal termine terra marna (terra grassa in
lingua emiliana), con riferimento alla terra, generalmente di colore scuro, stratificatasi in tumuli, risultanti
dalla costruzione di antichi villaggi scomparsi.[5] Furono operai molto abili che lavorarono il bronzo in
stampi di pietra e argilla. Svilupparono rapidamente una metallurgia originale (pugnali, spade, rasoi, fibule
bronzee) e costruirono dighe per proteggersi dalle inondazioni. Furono anche agronomi, coltivando fagioli,
vite, ulivo, grano e lino. Stanziali nella pianura Padana ma con un'estensione eccezionale grazie ai traffici
commerciali del bronzo con il sud. Un'altra civiltà si sviluppò congiuntamente nell'Appennino, producendo
ceramiche notevoli per le loro decorazioni.

Città megalitiche di Luni sul Mignone nella regione del Lazio risalente all'età del Bronzo (III millennio a.C.) e
abitato fino al Medioevo

La civiltà appenninica fu una società di guerrieri e pastori semi-nomadi che praticavano scorrerie ad
agricoltori e allevatori di città più a nord, nella pianura Padana. Vivevano in capanne o grotte, inumavano i
loro morti in tombe in forma di dolmen, lavoravano il bronzo e fabbricavano a mano la ceramica in fondo
nero decorato con motivi a denti di sega. Si trovano vestigia di questa civiltà dall'Emilia alla Puglia. I popoli
della civiltà appenninica sarebbero diventati i Liguri.

Alla fine del II millennio a.C., una quarta ondata formò la cultura protovillanoviana, legata alla cultura dei
campi di urne, nonché al lavoro del ferro. Praticavano la cremazione e seppellivano le ceneri dei loro morti
in urne di ceramica a forma di cono. Questa civiltà si trovava nel centro-nord della penisola. Più a sud, in
Campania, questa sepoltura era prassi generale: le sepolture con il metodo dell'incenerimento
protovillanoviano sono stati identificati a Capua, nella cosiddetta tomba principesca di Pontecagnano
Faiano, vicino a Salerno (scoperte conservate nel Museo dell'Agro Picentino) e a Sala Consilina. I successivi
villanoviani sarebbero poi divenuti gli Etruschi. Queste società molto avanzate avrebbero dato vita alle
città-stato, i primi regni della penisola.

Genti italiche e non, dell'Italia antica


Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Popoli dell'Italia antica e Siti archeologici
dell'Italia antica.

Cartina con i maggiori centri etruschi ed "espansione" della civiltà etrusca nel corso dei secoli

Le informazioni sulle genti abitanti la Penisola in epoca preromana sono, in taluni casi, incomplete e
soggette a revisione continua. Popolazioni di ceppo indoeuropeo, trasferitesi in Italia dall'Europa Orientale
e Centrale in varie ondate migratorie (Veneti, Osco-umbri, Latino-falisci ), si sovrapposero a etnie pre-
indoeuropee già presenti nell'attuale territorio italiano, o assorbendole, oppure stabilendo una forma di
convivenza pacifica con esse. Presumibilmente, queste migrazioni ebbero inizio in età del bronzo medio (e
cioè attorno alla metà del II millennio a.C.) e si protrassero fino al IV secolo a.C. con la discesa dei Celti nella
pianura padana.

Inoltre, alcune popolazioni stanziate nell'attuale Italia meridionale e insulare si sarebbero trovate a
convivere, dall' VIII fino al III secolo a.C., con le colonie greche e/o fenicio-puniche successivamente
assorbite da Roma.

In Italia settentrionale, accanto ai Celti (comunemente chiamati Galli), che intorno al 590 a.C. fondarono
Mediolanum al centro della pianura padana e ai Leponzi, anch'essi Celti, vi erano i Liguri (originariamente
non indoeuropei, poi fusisi con i Celti[6]) stanziati in Liguria e parte del Piemonte mentre, nell'Italia nord-
orientale, vivevano i Veneti (paleoveneti), di probabile origine illirica[7] o provenienti dall'Asia Minore ma,
molto più probabilmente, secondo la moderna ricerca[8], centro-europei[9].

Nell'Italia più propriamente peninsulare meritano una particolare menzione gli Etruschi che, a partire
dall'VIII secolo a.C., incominciarono a sviluppare una civiltà raffinata ed evoluta che influenzò notevolmente
Roma e il mondo latino. Le origini di questo popolo non indoeuropeo, stabilitosi sul versante tirrenico
dell'Italia centrale, sono incerte. Secondo alcune fonti, la loro provenienza andrebbe ricercata in Asia
Minore, secondo altre, avrebbero costituito un'etnia autoctona. Certo è che, già attorno alla metà del VI
secolo a.C., riuscirono a creare una forte ed evoluta federazione di città-stato che andava dalla Pianura
Padana alla Campania e che comprendeva anche Roma e il suo territorio.

Oltre agli Etruschi vi era una serie di altri popoli, in massima parte di origine indoeuropea e definiti Italici,
fra cui: Umbri in Umbria; Latini, Sabini, Falisci, Volsci ed Equi nel Lazio; Piceni nelle Marche e in Abruzzo
settentrionale; Sanniti nell'Abruzzo centro-meridionale, Molise e Campania nord-orientale; Osci nella
Campania centro-meridionale e in parte della Basilicata; Dauni, Peuceti e Messapi (comunemente definiti
Iapigi e successivamente Apuli in epoca romana) in Puglia; Lucani e Bruzi nell'estremo Sud peninsulare;
nonché Siculi, Elimi e Sicani (questi ultimi due non indoeuropei e probabilmente autoctoni) in Sicilia. In
epoca preromana e romana ebbero un ruolo fondamentale anche i Sanniti, che riuscirono a costituire
un'importante federazione in una vasta area dell'Italia appenninica e che contrastarono a lungo
l'espansione romana verso l'Italia meridionale. Nell'area laziale, invece, un posto a sé stante meritano i
Latini, protagonisti, insieme con i Sabini, della primitiva espansione dell'Urbe e forgiatori, insieme con gli
Etruschi e i popoli italici più progrediti (Umbri, Falisci, ecc.), della futura civiltà romana.
Infine, la Sardegna era costituita, fin dal II millennio a.C., dall'elemento etnico degli antichi Sardi, le cui
tribù, forse identificabili col popolo del mare dei Shardana, avevano dato vita alla civiltà nuragica; tale
cultura era strettamente collegata a quella torreana sviluppatasi in Corsica; a tali etnie ebbero modo di
affiancarsi popolazioni di ceppo semitico, quali i Fenici e successivamente i Cartaginesi.

Fenici e Cartaginesi

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Espansione cartaginese in Italia, Storia
della Sardegna fenicio-punica, Storia della Sicilia fenicia e Trattati Roma-Cartagine.

I primi stanziamenti fenici in Italia furono sulle coste della Sardegna e nella Sicilia occidentale, risalenti
all'VIII secolo a.C., posteriori all'espansione fenicia nel Mediterraneo occidentale con fondazione di città
come Utica e Cartagine. Nacquero Mozia (da cui più tardi Lilibeo), Palermo, Solunto in Sicilia e Sulci, Nora,
Tharros, Bithia, Kalaris in Sardegna[10].

In Sicilia lo stanziamento fenicio non incontrò grandi reazioni da parte degli autoctoni (a Monte Erice, per
esempio, un tempio fu dedicato ad Astarte, dea-madre dell'area cananea, che veniva frequentato dai Fenici
e dagli Elimi[11]), in Sardegna, per la resistenza opposta dai Sardi nuragici, non riuscirono a controllare
ampi territori lontani dalle loro città. Il supposto ruolo colonizzatore dei Fenici è stato ridimensionato dalle
scoperte archeologiche di fine XX secolo, le quali evidenziano come questi levantini frequentassero approdi
già abitati dagli autoctoni, con i quali avevano un pacifico rapporto di reciproci scambi commerciali. Il
notevole flusso di merci favorì l'ampliarsi di questi approdi con un miglioramento delle strutture portuali e
un'edilizia mutuata dai Fenici i quali, tramite matrimoni misti, si integrarono coi sardi autoctoni apportando
nuove conoscenze e stili di vita[12].

A metà del VI secolo a.C., con la spedizione del semileggendario Malco, ebbe inizio il tentativo cartaginese
di conquista della Sicilia. Cartagine, a tre secoli dalla fondazione, era diventata potenza egemone dell'Africa
settentrionale fermando in Libia la colonizzazione greca vincendo Cirene. In Sicilia, la presenza greco-
siceliota aveva relegato la presenza punica nell'estrema punta occidentale dell'isola. I Cartaginesi tentarono
di conquistare l'intera Sicilia, cacciando da essa i Greci. Ciò avrebbe consentito il totale controllo dei due
passaggi dal Mediterraneo Orientale a quello Occidentale. Le guerre greco-puniche (550 a.C.-275 a.C.) non
portarono a risultati conclusivi, allargando a fasi alterne la sfera di influenza cartaginese o greca in Sicilia
senza che uno dei due popoli riuscisse a prevalere nettamente sull'altro. Tra la fine del V secolo e l'inizio del
IV secolo a.C., Dionisio I conquistò il potere, Siracusa divenne la capitale di un vasto stato denominato'
Arcontato di Sicilia che aveva unificato sotto il proprio controllo, in una sorta di monarchia, tutta la Sicilia
orientale, e centrale inclusi pure molti centri abitati dai Siculi e dai Sicani. Lo stato fondato da Dionisio I, poi
governato dai suoi successori e durato fino al 212 a.C., era una potenza militare e commerciale di una certa
importanza che sconfisse a più riprese le poleis italiote, i Popoli italici; che stipulò accordi con i Galli per
contrastare l'espansionismo romano e che fondò svariate colonie sull'Adriatico: le città di Ancona, Adria,
Lissa e Alessio. Tra il 316 a.C. e il 289 a.C., Agatocle riprese e potenziò la politica imperialista di Dionisio I,
riuscendo quasi a prevalere definitivamente sui cartaginesi; nel 304 a.C. si proclamò " Βασιλεύς τῆς Σικελίας
" (Basilèus tès Sikelìas) cioè "Re di Sicilia" e auto-incoronandosi alla maniera ellenistica dei Diadochi
orientali.[13] Questo scontro tra sicelioti e cartaginesi si concluse con lo scoppio della prima guerra punica,
che tolse ai Cartaginesi le aree siciliane e pose una pesante ipoteca su Siracusa, unico regno siceliota
importante.
In Sardegna, invece, i Cartaginesi conquistarono la parte meridionale dell'isola, pur incontrando difficoltà a
causa della resistenza opposta dalle popolazioni autoctone. Nel corso del tempo i Cartaginesi chiusero le
coste dell'isola in un vero e proprio cerchio di fortezze e colonie[14]. Questa conquista permise il controllo
della produzione mineraria e agricola in relazione alle necessità puniche e non solo autoctone. L'agricoltura
sarda si basava principalmente sulla produzione di grano, tanto che, già nel 480 a.C., Amilcare I, impegnato
nella battaglia di Imera, fece venire dalla Sardegna i rifornimenti di grano per le sue truppe, che si
trovavano in Sicilia. Lo pseudo-aristotelico De mirabilibus auscultationibus riporta che Cartagine proibiva la
coltivazione di piante da frutto per incentivare la monocoltura del grano[15]. Anche l'artigianato sardo subì
profonde influenze puniche.

Cartagine entrò anche nella storia dell'Italia peninsulare, alleandosi con gli Etruschi per combattere i pirati
greci di Alalia, in Corsica. Le Lamine di Pyrgi testimoniano quanto fosse sentito l'influsso cartaginese sulle
coste toscane e laziali. Nel 509 a.C., infine, la neonata Repubblica romana e i cartaginesi siglarono il primo
dei Trattati Roma-Cartagine, che segnò l'inizio di relazioni diplomatiche stabili fra le due città.
Successivamente vennero conclusi altri trattati, in cui vennero concesse ulteriori concessioni all'Urbe fino
alla caduta definitiva di Cartagine.

Tetradracma di Siracusa

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Testa di Aretusa Auriga alla guida di una quadriga

Argento ca. 415-405 a.C.

Civiltà greca

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Magna Grecia e Sicilia greca.

Colonie greche (in rosso) e fenicie (in giallo) in Italia nel IV secolo a.C.

Tra l'VIII e il VII secolo a.C., coloni provenienti dalla Grecia incominciarono a stabilirsi sulle coste dell'Italia
meridionale e in Sicilia. Le prime colonie a essere costituite furono quelle ioniche e peloponnesiache: gli
Eubei fondarono Pithecusa, Cuma, Reggio Calabria, Napoli, Naxos e Messina, i Corinzi Siracusa (i cui abitanti
a loro volta fonderanno Ankón, l'odierna Ancona, e Adrìa, l'odierna Adria), i Megaresi Leontinoi, gli Spartani
Taranto, mentre coloni provenienti dall'Acaia furono all'origine della nascita di Sibari e di Crotone. Altre
importanti colonie furono Metaponto, fondata anch'essa da coloni Achei, Heraclea e Locri Epizefiri.

Con la colonizzazione greca i popoli italici entrarono in contatto con una civiltà raffinata, caratterizzata da
espressioni artistiche e culturali elevate, che diedero origine nel Sud Italia e in Sicilia alla fioritura di filosofi,
letterati, artisti e scienziati sia di origine greca (Pitagora) sia autoctona (Teocrito, Parmenide, Archimede,
Empedocle ecc.). I Greci furono anche portatori di istituzioni politiche sconosciute all'epoca che
prefiguravano forme di democrazia diretta. Tra le principali città greche in Italia vi fu Siracusa che, fra il V e
il IV secolo a.C., conobbe un notevole sviluppo demografico ed economico.
Anche città come Reggio Calabria o Napoli raggiunsero una notevole importanza politica ed economica[16]:
la prima sotto il governo di Anassila e la seconda con l'arrivo del navarca ateniese Diotimo[17]. I contrasti
fra le colonie greche e le popolazioni autoctone furono frequenti, nonostante i Greci cercassero di
instaurare rapporti pacifici favorendo, in molti casi, un loro lento assorbimento. La ricchezza e lo splendore
delle colonie furono tali da far identificare l'Italia meridionale peninsulare, dagli storici romani, con
l'appellativo di Magna Grecia. Nel III secolo a.C. tutte le colonie italiote della Magna Grecia e quelle siceliote
della Sicilia furono assorbite nello Stato romano. Per molte di esse incominciò un fatale declino.

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