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Dispensa Sindacalismo

Prof. G. Maurizio Ballistreri


Il Sindacato è un’associazione di lavoratori o di datori di lavoro costituita per
la tutela di interessi professionali collettivi. Nel linguaggio economico e
finanziario, coalizione di imprese.
Il sindacalismo è la dottrina e prassi politico-economica, di varia matrice
ideologica e culturale, finalizzata all’organizzazione dei lavoratori in sindacato.

1. Il sindacalismo

Nato in seno al movimento operaio e affermatosi progressivamente in tutti i


paesi sviluppati a partire dalla prima fase della loro industrializzazione
moderna (➔ operaio), il sindacalismo si è variamente configurato, nelle
diverse aree geografiche, sulla base delle differenti situazioni politico-
economiche, ma anche in relazione ai rapporti con i partiti politici operai.

La prima espressione teorica si definì, tra il 1850 e la fine del 19° sec., nelle
trasformazioni del tradeunionismo inglese. La teoria del sindacalismo
tradeunionistico postulava una concezione dicotomica della struttura sociale
ed economica e fu organicamente esposta negli scritti di S. e B. Webb,
venendo a costituire il maggior punto di riferimento per tutte le altre
riflessioni sul s. che si diffusero in Francia e poi in Germania. L’attività
sindacale era ridotta a mezzo per trasferire e far maturare tra i lavoratori una
coscienza politica che trovava nel partito e negli intellettuali il naturale e
superiore bacino di formazione e di elaborazione. Sul piano teorico, le
concezioni comuniste del s. che si diffusero successivamente si possono
considerare una variante della concezione del rapporto partito-s. tipica della
teoria della socialdemocrazia tedesca.

Radicalmente diverso, il sistema del sindacalismo rivoluzionario formulato in


Francia soprattutto da G. Sorel, che ebbe larga diffusione in altri paesi e un
originale radicamento negli USA, vedeva il s. come unico agente del
superamento del sistema di produzione capitalistico e dell’organizzazione del
potere nelle forme dello Stato liberale. Ancora all’interno della concezione
della separazione degli interessi tra lavoratori e classe borghese si collocò la
dottrina del sindacalismo riformista, che però era contraria alla rottura del
sistema capitalistico, ritenuto modificabile con una pressione graduale dei
lavoratori.
Su presupposti ideologici completamente diversi si collocò, invece, il
sindacalismo corporativista, sia cattolico sia fascista, che muoveva dal
principio della possibilità e della necessità di realizzare la collaborazione tra le
classi (➔ corporativismo). Con la diffusione del capitalismo fordista (➔ Ford,
Henry) e con l’affermazione in Occidente, dopo il 1945, dei principi politico-
costituzionali dello Stato democratico, la riflessione sul rapporto tra
imprenditoria e lavoratori è ricaduta prevalentemente nell’ambito delle
cosiddette relazioni industriali.

2. Sindacalismo e relazioni industriali

Un sistema di relazioni industriali basato su un’espressione relativamente


libera delle forze sindacali e su un ampio intervento dello Stato in campo
economico e sociale cominciò a svilupparsi a partire dagli anni 1920. Esso
comportava, fra l’altro, il riconoscimento reciproco, da parte dei lavoratori e
degli imprenditori, delle rispettive rappresentanze, la definitiva stabilizzazione
della procedura contrattuale, l’assunzione da parte dell’autorità pubblica di
funzioni di arbitrato nei conflitti di lavoro e di indirizzo nell’evoluzione dei
rapporti tra dinamica contrattuale, strategia imprenditoriale e politica
economica e occupazionale. Questo sistema, intimamente connesso con il
fenomeno del fordismo, si fondava sull’accresciuto potere d’acquisto dei salari
e sul conseguente incremento della domanda: si delineava così un comune
interesse dei lavoratori e degli imprenditori allo sviluppo della produzione e,
pur rimanendo materia di conflitto la definizione delle condizioni salariali,
normative e occupazionali, si configurava la possibilità di uno scambio tra
incrementi di produttività e aumenti retributivi. Questo modello di relazioni
industriali, la cui diffusione si accompagnò all’integrazione del movimento
operaio nei sistemi politici occidentali e all’introduzione del welfare state, è
stato rimesso in discussione, a partire dagli anni 1970, con l’emergere della
crisi fiscale dello Stato e dei limiti ecologici dello sviluppo, in concomitanza
con un netto rallentamento della crescita economicainternazionale. Si è
aperta così una nuova fase, genericamente definita postfordista, che ha
contribuito a ridefinire in modo sostanziale spazi e ruoli del movimento dei
lavoratori e del sindacato. In particolare, i processi di decentramento
produttivo, di mondializzazione dell’economia, di aumento della flessibilità
nell’organizzazione del lavoro, connessi anche con l’avvento dell’informatica,
hanno ridotto la concentrazione operaia nelle grandi industrie e favorito la
diffusione di condizioni lavorative precarie, mentre si è verificata una notevole
crescita della disoccupazione tecnologica.
In un tale contesto, che ha esercitato effetti negativi sul potere contrattuale
dei lavoratori, a una diminuzione dell’intervento pubblico nell’economia si è
accompagnata una tendenza al ridimensionamento del ruolo del s. e della
funzione mediatrice dello Stato.

3. Il movimento sindacale in Italia

Le origini. - L’associazione organizzata dei lavoratori volta alla tutela degli


interessi economici (di gruppo, di categoria, di classe) costituì anche in Italia
il nucleo originario del moderno sindacato. Nel corso del 19° sec., dopo la
dissoluzione delle vecchie corporazioni di arti e mestieri, i lavoratori si
vennero associando all’interno di un vasto movimento solidaristico il cui
centro era costituito dalle Società di mutuo soccorso. A partire dagli anni
1880, la crisi sociale nelle campagne e lo sviluppo dell’industrializzazione
favorirono l’avvento di una diversa forma di organizzazione dei lavoratori: le
leghe di miglioramento e di resistenza. Tali organismi si ispiravano ai principi
dai quali avrebbero tratto origine le stesse strutture sindacali: l’esclusivismo
di classe, in quanto le leghe tutelavano solo i lavoratori manuali ed erano
costituite e dirette solo da essi; la resistenza sul piano economico, poiché
avevano il compito di difendere i lavoratori dalle azioni unilaterali dei padroni
circa il salario, l’orario e le condizioni di lavoro; il ricorso ordinario allo
sciopero sia come strumento di difesa sia come mezzo di pressione e di
sostegno per le proprie azioni. Ordinate sulla base di uno statuto, in genere
per mestieri, le leghe si affermarono nelle città e nelle campagne, dove
assunsero una fisionomia fortemente politicizzata, come nel caso dei Fasci
siciliani e del movimento bracciantile in Puglia e nella pianura Padana. A
fianco delle leghe, che nonostante la presenza al loro interno di varie
posizioni politiche si mantenevano sostanzialmente autonome dai partiti,
venne costituendosi, in quegli anni, un’altra importante forma di
organizzazione e di rappresentanza dei lavoratori: la federazione di mestiere.
Fin dal 1872, nei settori a più elevato contenuto professionale quali quelli dei
tipografi, dei ferrovieri e degli edili, si era affermata l’organizzazione di tipo
federale, che raggruppava tutti i lavoratori di una stessa categoria. Scopo
primario delle federazioni era quello di rendere omogenea la condizione di
lavoro attraverso la stipula di convenzioni o contratti collettivi, la cui validità
era estesa a tutti i lavoratori del mestiere, superando le primitive forme di
accordo individuale e informale con il padrone. Negli anni 1890 si
affermarono nuove strutture sindacali, le Camere del lavoro. Da una iniziale
impostazione di pura assistenza nell’intermediazione tra domanda e offerta di
lavoro, esse vennero via via trasformandosi in organismi di rappresentanza
politica e sindacale di tutto il movimento dei lavoratori su un determinato
territorio.
Agli inizi del Novecento le Camere del lavoro e le federazioni di mestiere si
coordinarono al fine di superare i contrasti che spesso nascevano circa la
direzione degli scioperi, dando vita al Segretariato centrale della resistenza
(1902-06). Nel 1906 la nascita della Confederazione Generale del Lavoro
(CGdL) completò l’edificio organizzativo e istituzionale del s. italiano.

Il sindacalismo confederale e quello fascista . - Protagonista della lotta


politica, crocevia di tutte le correnti ideologiche del movimento operaio, il
sindacalismo confederale accettò l’ideologia socialista e stabilizzò i rapporti
con i partiti sulla base del principio, tipico tipico della Seconda Internazionale,
dell’autonomia intesa come divisione dei rispettivi compiti. La CGdL contribuì
a generalizzare il sistema della contrattazione collettiva del lavoro, elaborò la
prima forma di sindacalismo industriale come superamento di quello di
mestiere e rappresentò sul piano generale il lavoro nelle relazioni con le
associazioni padronali. Negli anni 1910 il s. confederale subì una duplice
scissione: nel 1912 si formò l’Unione Sindacale Italiana (USI) di ispirazione
sindacalista rivoluzionaria, mentre nel 1919 le forze sindacali di ispirazione
cattolica diedero vita a un organismo di livello confederale, la Confederazione
Italiana Lavoro (CIL). Una genesi del tutto propria ebbe nel 1922 la
Confederazione dei sindacati fascisti, nata dall’iniziativa di quei settori che
non si ritenevano adeguatamente rappresentati dal sindacalismo classista
operaio e bracciantile. Nel volgere di pochi anni il s. fascista riuscì a imporsi
come s. di Stato, sfruttando soprattutto la distruzione violenta del leghismo e
delle strutture sindacali confederali da parte dello squadrismo, nonché la
disponibilità della Confindustria e degli ambienti economici a liberarsi, dopo la
tensione degli anni 1919-20, dei consigli di fabbrica e del s. libero. Nel 1927 i
dirigenti riformisti confederali furono indotti a proclamare l’autoscioglimento
della CGdL e da quel momento il s. italiano si ridusse al solo s. fascista, unico,
obbligatorio, con poteri pubblici, facoltà contrattuali, senza diritto di sciopero
né di rappresentanza operaia, con dirigenti nominati dall’alto. Nel 1928 lo
‘sbloccamento’ del s. diede vita a sei diverse confederazioni per grandi
comparti, all’interno dei quali operavano poi le singole federazioni di
categoria, mentre sul piano territoriale agivano le unioni provinciali.Il
dopoguerraCaduto il fascismo, la costituzione della Confederazione Generale
Italiana del Lavoro (CGIL) diede vita, tra il 1944 e il 1948, a un’inedita
esperienza di s. unitario, al cui interno confluirono cattolici, comunisti,
socialisti, anarchici e indipendenti. Sul piano organizzativo la CGIL si appoggiò
sul tessuto delle ricostituite Camere del lavoro, mentre le federazioni
riconquistarono un ruolo centrale solo a partire dalla metà degli anni 1950.
Dopo la scissione nel 1948, alla CGIL, divenuta espressione delle sole
componenti comunista e socialista, si aggiunsero l’Unione Italiana del Lavoro
(UIL), costituita dalle correnti repubblicana e socialdemocratica (1949), e la
Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL), d’ispirazione cattolica
(1950). Nel 1950 nacque la Confederazione Italiana Sindacati Nazionali
Lavoratori (CISNAL, di cui è erede l’UGL, Unione Generale del Lavoro, fondata
nel 1996), legata al Movimento sociale italiano, e nel 1957 la Confederazione
Italiana Sindacati Autonomi Lavoratori (CISAL), punto di riferimento per tutta
l’area del sindacalismo autonomo, come la Confsal. Per quasi due decenni il
s., pur contribuendo all’inserimento delle masse nella vita nazionale e al
consolidamento delle istituzioni democratiche, rimase politicamente debole e
diviso, mentre le relazioni industriali vedevano una sostanziale
contrapposizione tra le associazioni padronali e la CGIL in particolare, spesso
isolata dalla pratica seguita da CISL e UIL degli accordi separati. La forte
ripresa della conflittualità operaia verificatasi dalla fine degli anni 1960, in
particolare nelle grandi industrie meccaniche, generò un profondo
rinnovamento del s. in senso classista e unitario: a una significativa conquista
legislativa, lo Statuto dei lavoratori del 1970, si accompagnò l’affermazione
dei consigli di fabbrica, inseriti nelle strutture sindacali e dotati di poteri
rappresentativi e contrattuali. Contemporaneamente fu avviato un processo
unitario che culminò nella costituzione della Federazione CGIL-CISL-UIL
(1972). I rinnovi contrattuali del 1973 e l’accordo del 1975 per l’unificazione
del punto di contingenza segnarono la maggiore espansione delle conquiste
economiche dei lavoratori, mentre il s. diveniva un importante interlocutore
nella definizione della politica economica del governo. Negli anni successivi,
l’avvio di profondi mutamenti nel sistema produttivo, le conseguenze della
crisi economica internazionale e gli sviluppi della situazione politica interna
indussero le confederazioni all’adozione di una linea più moderata in campo
salariale e rivendicativo, sancita in particolare dalla conferenza sindacale
dell’EUR (1978). Contemporaneamente, di fronte alle tensioni suscitate dai
gravi episodi di terrorismo verificatisi a partire dal 1969, si accentuava
l’impegno del s. in difesa delle istituzioni.Dagli anni 1970Il disegno di
stabilizzare il sistema politico e quello delle relazioni industriali con un s.
forte, autorevole e rappresentativo si arenò sul finire degli anni 1970, quando
riemersero nella federazione unitaria prospettive divergenti. Queste si
accentuarono nei primi anni 1980 in relazione alle crescenti pressioni volte a
ridimensionare il meccanismo della scala mobile.
In particolare, il diverso atteggiamento assunto dalla CGIL, da un lato, e da
CISL e UIL, dall’altro, nei confronti del taglio di alcuni punti di contingenza,
deciso dal governo Craxi nel 1984, portò alla rottura della Federazione
unitaria. Negli anni successivi il s. entrò in una fase critica caratterizzata da
incertezze di linea, ricorrenti dissensi tra le confederazioni e al loro interno, e
un calo di consensi fra i lavoratori. Si diffondeva intanto, soprattutto in alcuni
settori del pubblico impiego, dei servizi e dei trasporti, un sindacalismo
autonomo di base (COBAS) con un forte spirito rivendicativo e conflittuale.
Tali fenomeni sono proseguiti negli anni 1990, mentre i problemi posti dai
processi di ristrutturazione del sistema produttivo e di mondializzazione
dell’economia (compresi quelli connessi con il programma di integrazione
europea), dall’inasprirsi della concorrenza internazionale, dalla crescita del
debito pubblico e dalla crisi fiscale dello Stato hanno indotto il s. a
un’ulteriore revisione della propria strategia. Oltre ad accentuare la politica di
moderazione salariale (concordando, fra l’altro, nel 1992 l’abolizione totale
della scala mobile), CGIL, CISL e UIL si sono mostrate disponibili ad accettare
una limitazione dei tradizionali strumenti di regolazione pubblica del mercato
del lavoro, una maggiore flessibilità del lavoro nelle aziende, una
regolamentazione del diritto di sciopero nei pubblici servizi, una
trasformazione in senso privatistico del rapporto di lavoro dei dipendenti
pubblici, una diminuzione della copertura pensionistica pubblica e lo sviluppo
di forme integrative private; contemporaneamente sono stati rafforzati i
vincoli imposti alla contrattazione aziendale e di categoria dalle trattative
‘triangolari’, a livello confederale, tra sindacati, associazioni padronali e
governo. Questa politica sindacale ha suscitato proteste e dissensi anche
all’interno delle confederazioni. Gli anni 2000 hanno visto l’inasprimento di tali
polemiche fra le tre confederazioni sindacali, anche a causa della firma di
accordi separati.

4. Sindacati di comodo

Si dicono s. di comodo (o s. gialli nel linguaggio comune) associazioni


sindacali costituite e sostenute dai datori di lavoro e dalle loro associazioni.
L’esistenza di tali organizzazioni è vietata dalla legge in quanto comprime la
libertà sindacale e ne limita gli spazi per un’attività e un’organizzazione
effettivamente genuina. I modi in cui i datori di lavoro sostengono i s. di
comodo sono molteplici e difficilmente tipizzabili. L’esperienza offre una serie
di esempi, che vanno dal finanziamento vero e proprio al più semplice, e
meno grave, favoreggiamento, che comporta maggiori problemi per
l’individuazione da parte del giudice. Ciò che comunque deve essere
individuato, e che il nostro ordinamento ritiene strumento antigiuridico, è il
rapporto di asservimento del s. di comodo al datore di lavoro. In caso di
violazione di tale divieto da parte del datore, il giudice eventualmente adito
dovrà inibire il comportamento, interdicendo l’azione di sostegno, ma non
potrà disporre lo scioglimento dell’organizzazione costituita.

5. Associazioni datoriali
esistono anche le associazioni di categoria chiamate datoriali, cioè dei datori
di lavoro, che sono anch'esse, a tutti gli effetti dei sindacati. Esse infatti
svolgono, né più né meno, le normali funzioni di tutela, assistenza,
rappresentanza ed altro, nei confronti dei propri delegati.
Si tratta, in sostanza, di associazioni tra imprese costituite allo scopo di
rappresentare e tutelare gli interessi della categoria di appartenenza e di
fornire servizi collettivi alle imprese aderenti.
Le associazioni datoriali di categoria sono articolate in divisioni o presidi
territoriali.
Queste organizzazioni siedono al tavolo delle trattative con le altre compagini
sociali per la stipula e i rinnovi dei CCNL.
Le principali associazioni datoriali di categoria sono:
• Confindustria, Confederazione Generale dell'Industria Italiana che associa le
imprese industriali di grandi dimensioni;
• Confapi, Confederazione della Piccola e Media Industria che associa le
piccole e medie imprese industriali;
• Confcommercio, Confederazione Generale Italiana delle Imprese, delle
Attività Professionali e del Lavoro Autonomo che associa le imprese
commerciali e turistiche;
• Confesercenti, associazione che rappresenta imprese del commercio e del
turismo, del terziario e dell'artigianato;
• CNA, Confederazione Nazionale dell'Artigianato che associa le imprese del
settore artigiano;
• ANCE, Associazione Nazionale dei Costruttori Edili che associa le imprese
edili;
• Confagricoltura, Confederazione Generale dell'Agricoltura Italiana che
associa agricoltori ed imprese agricole;
• Coldiretti, altra associazione di agricoltori ed imprese agricole;
• Assicredito e ABI, associazioni delle imprese del settore creditizio;
• Confetra, associazione delle imprese operanti nei settori del trasporto, della
spedizione, della logistica e del deposito delle merci.
In realtà di sindacati delle imprese in Italia se ne possono enumerare
centinaia. Essi possono essere suddivisi per tipologia o dimensione, ma anche
per settore economico/industriale o per territorio geografico di appartenenza.
Durante gli incontri delle cosiddette parti sociali, che sovente vengono decidi
dalle stesse istituzioni pubbliche, sono proprio i rappresentanti dei lavoratori
da una parte e delle imprese da un’altra a svolgere le relazioni sindacali.
Giusto per fare un esempio, a livello nazionale ciò può avvenire per
revisionare un CCNL di riferimento, mentre a livello territoriale o aziendale
possono essere discussi e affrontati problemi lavorativi locali e specifici.
Anche a livello di singola persona, vi possono essere relazioni sindacali che
coinvolgono un rappresentante del lavoratore ed uno dell’azienda.
Andando oltre i sindacati delle imprese, si tenga presente che esistono pure
i sindacati dei lavoratori autonomi, compresi quelli dei libero professionisti. Si
possono fare, a riguardo, numerosi esempi piuttosto famosi: avvocati,
tassisti, farmacisti, ecc.
Da sottolineare che, alla stessa stregua dei lavoratori subordinati o
parasubordinati, non vi è l’obbligo di iscrizione per un'impresa o per un
lavoratore autonomo ad una associazione sindacale datoriale o di altro
genere.

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