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COLLECTION DE L’ÉCOLE FRANÇAISE DE ROME - 413

L’ONOMASTICA DELL’ITALIA ANTICA


ASPETTI LINGUISTICI, STORICI, CULTURALI,
TIPOLOGICI E CLASSIFICATORI
a cura di Paolo POCCETTI
L’ONOMASTICA DELL’ITALIA ANTICA
.
COLLECTION DE L’ÉCOLE FRANÇAISE DE ROME
413

L’ONOMASTICA
DELL’ITALIA ANTICA
ASPETTI LINGUISTICI, STORICI, CULTURALI,
TIPOLOGICI E CLASSIFICATORI

a cura di Paolo POCCETTI

ÉCOLE FRANÇAISE DE ROME


2009

.
I testi qui raccolti costituiscono gli atti del convegno organizzato
a Roma, il 13-16 novembre 2002, dall’École française de Rome,
l’Università di Roma 2 «Tor Vergata» e l’Institutum Romanum
Finlandiae

L’onomastica dell’Italia antica : aspetti linguistici, storici, culturali,


tipologici e classificatori / a cura di Paolo Poccetti
Rome : École française de Rome, 2009
(Collection de l’École française de Rome, ISSN 0223-5099; 413)
ISBN 978-2-7283-0799-9 (br.)
1. Onomastique - - Italie - - Antiquité - - Congrès 2. Italien (langue) - -
Étymologie - - Noms - - Congrès I. Poccetti, Paolo

CIP – Bibliothèque de l’École française de Rome

 - École française de Rome - 2009


ISSN 0223-5099
ISBN 978-2-7283-0799-9

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PAOLO POCCETTI

INTRODUZIONE

In un clima scientifico in cui la ricerca è sempre più mirata a


concentrarsi verso temi specifici e ad orientarsi in senso sempre più
specialistico proporre per un congresso un tema di così ampio respi-
ro come l’onomastica dell’Italia antica nell’ampiezza dei suoi ambiti,
delle sue pertinenze linguistiche, delle sue interconnessioni e dei
suoi sviluppi diacronici può apparire un atto di sfida o di provoca-
zione o di reazione. In realtà, l’idea della realizzazione dell’incontro
scientifico, svoltosi a Roma dal 13 al 16 novembre 2002, di cui qui si
raccolgono gli atti, è scaturita proprio dalla consapevolezza della
settorialità e della specializzazione alla quale ormai anche l’onoma-
stica di uno spazio geografico e cronologico relativamente ristretto,
quale appunto è l’Italia antica, è assoggettata. In questo quadro la
formula del convegno è stata dettata dall’esigenza di un confronto di
metodi, di approcci, di competenze diverse tra quanti all’inizio del
XXI secolo si sono occupati di temi legati all’onomastica dell’Italia
preromana e romana, temi, che si intrecciano e confluiscono inevi-
tabilmente nel mondo romano e nel patrimonio linguistico della la-
tinità.
Tale confronto, che è alla base stessa della proposizione del te-
ma dell’incontro scientifico, di cui qui si raccolgono gli atti, è matu-
rato prima in clima di contatti e di collaborazione a livello interna-
zionale : a questo contesto si devono il suo concepimento, la formu-
lazione e la sua organizzazione. Infatti, anche sul piano concreto il
convegno è stato realizzato con la sinergia internazionale di tre
istituzioni presenti a Roma, l’Università di Roma 2 «Tor Vergata»,
l’École française de Rome e l’Institutum Romanum Finlandiae, le
quali hanno generosamente messo a disposizione le rispettive sedi e
le risorse finanziarie per lo svolgimento dei lavori. Ed è a queste
istituzioni che, per le suddette ragioni, va espressa la gratitudine
più profonda.
Invece, per quanto riguarda l’impegno personale sul piano or-
ganizzativo e per lo svolgimento sereno dei lavori occorre tributare
un riconoscimento particolare a Francesca Dragotto (per l’Universi-
tà di Roma 2 «Tor Vergata») e a Stéphane Verger e a Véronique
Sejournet (per l’École française de Rome). Naturalmente è a tutti
coloro che hanno partecipato al convegno ed hanno inviato il loro

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2 PAOLO POCCETTI

testo per la pubblicazione che va il merito sostanziale della riuscita


dell’iniziativa e della validità scientifica degli atti che si commenta
da sé.
Il congresso è stato concepito in una dimensione marcatamente
interdisciplinare, avendo riunito linguisti – per la maggior parte, da-
to che, per ovvie ragioni, la linguistica è l’ambito di ricaduta prima-
ria dell’onomastica – ma anche storici, filologi, epigrafisti di ambiti
diversi e, più in generale, antichisti.
Per riunire competenze ed interessi così diversi non si poteva
che ricorrere al comune denominatore di un titolo generico, all’in-
terno del quale sono stati ricavati percorsi tematici, nei quali ap-
punto sono stati associati esperti di discipline diverse oppure, vice-
versa, specialisti della stessa disciplina sono stati assegnati a sezio-
ni diverse in ragione del taglio o dell’oggetto del loro contributo.
Pertanto la distribuzione tematica del presente volume rispecchia
fedelmente quella delineata al momento dello svolgimento del con-
vegno stesso.
La diversità delle competenze e degli approcci ha fornito spunti
e stimoli interessanti non solo in sede di discussione delle singole re-
lazioni (discussione della quale per ragioni tecniche non è stato pos-
sibile raccogliere i testi), ma anche per le suggestioni e l’orientamen-
to delle ricerche future.
Infine, non è inopportuno ricordare che uno dei risultati più
fruttuosi dell’impulso dato dal convegno è stata la collaborazione
italo-francese nella realizzazione periodica di incontri più ristretti,
dedicati a temi specifici dell’onomastica dell’Italia antica. Due di
questi incontri si sono nel frattempo già svolti presso l’Università di
Lyon 2 : di questi sono in corso di stampa gli atti.
Il presente volume che raccoglie gli atti del congresso di cui reca
il titolo esce con un ritardo più lungo del consueto rispetto alla data
di svolgimento del congresso medesimo. Chi scrive ne ha la respon-
sabilità primaria, forse, in parte, attenuata, oltre che da esigenze tec-
niche, dalla volontà pervicace di attendere l’invio del testo da parte
di tutti coloro che si erano iscritti a parlare, nella convinzione che
l’apporto prezioso di ciascuno – nelle proprie competenze e nel pro-
prio taglio metodico – non poteva mancare nel compimento finale e
nella memoria del congresso.
Credo di interpretare il sentimento comune di tutti i partecipan-
ti nel dedicare questi atti a due figure di studiosi che hanno consa-
crato larga parte della loro attività scientifica all’onomastica del-
l’Italia antica. La prima dedica è purtroppo alla memoria, quella di
Helmut Rix, al quale le more – già allora troppo lunghe – di stampa
hanno impedito di vedere la pubblicazione del volume, essendo de-
ceduto il 6 dicembre del 2004. L’altra figura di studioso, a cui è caro
dedicare il volume, è Jürgen Untermann, il quale, pur essendo stato

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INTRODUZIONE 3

impedito dalle sue condizioni di salute di partecipare al congresso,


ha inviato ugualmente il testo del suo intervento di cui è stata data
lettura ed ha successivamente acconsentito alla pubblicazione, così
come era stato redatto, nell’impossibilità di curare una redazione
definitiva.

Paolo POCCETTI

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MARIA GIULIA AMADASI GUZZO

NOTE DI TOPONOMASTICA
DEGLI INSEDIAMENTI FENICI IN ITALIA*

Per le loro nuove basi d’occidente i Fenici hanno scelto postazio-


ni del tipo già sperimentato in oriente, con poche eccezioni1. Anche
per i nomi hanno spesso attinto alla loro lingua. I nuovi abitati a vol-
te prendono il nome dal paesaggio (un capo, un’isola contrassegnate
da elementi specifici), a volte invece lo derivano da caratteristiche
della nuova costruzione o dal rapporto rispetto a un centro prece-
dente : si hanno così toponimi come «cinta muraria/fortificazione»
(GDR), «città nuova» (QRTHDŠT) o «luogo nuovo» (MQMHDŠ).
La prima serie di nomi ha ˙ origine dall’impressione che le˙ nuove
terre esplorate fanno sui navigatori : la vegetazione, gli animali tipi-
ci di un’isola possono offrire – per motivi di vario tipo – la designa-
zione all’insediamento 2, così anche il promontorio dove ci si stabili-
sce, magari dedicato a un dio protettore.
In varie regioni del Mediterraneo, tuttavia, gli abitanti della co-
stiera Canaan, non trovano terre incolte, ma culture sviluppate e
genti con lunghe tradizioni di vita associata. Così i nuovi venuti pos-
sono adottare toponimi locali; altrimenti i nomi nuovi si possono
giustapporre a quelli locali (in alcuni casi traducendone il significa-
to nella propria lingua), o possono assumere suffissi «locali» (v. in
seguito) 3.

La toponomastica degli insediamenti fenici d’occidente non è


stata oggetto di studi approfonditi d’insieme; esistono tuttavia due
lavori di base di carattere classificatorio ad opera di M. Sznycer 4 ed

* Su questi argomenti ho discusso e scambiato pareri con Sergio Frau. Glie-


ne sono molto grata così come lo ringrazio per aver riletto l’intero testo.
1
Il caso di Malta, dove la città fenicia principale era situata al centro del-
l’isola (attuale Rabat) è particolare, almeno in base alle nostre conoscenze attua-
li; cf. Ciasca 1982, p. 132-154.
2
Cf. in proposito le osservazioni di Poccetti 1996, p. 47-48.
3
Cf. Poccetti 1996, p. 54. Per alcuni esempi nella toponomastica sarda, al di
fuori del problema della colonizzazione fenicia, cf. anche ad es. Blasco Ferrer
1993, p. 180-181.
4
Sznycer 1977, p. 163-175.

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8 MARIA GIULIA AMADASI GUZZO

E. Lipiński 5. I due studiosi sono concordi nell’indicare come perti-


nenti alla lingua fenicia i nomi composti con vocaboli che indichino
un’«isola» (}Y); un promontorio (R}Š); un «luogo» (MQM); una
«città» (QRT). Invece, l’origine di altri nomi di luogo citati in iscri-
zioni e legende di monete o nelle fonti letterarie antiche (opere geo-
grafiche, peripli, ecc.) è discussa e non sempre assicurata.

In questa esposizione sono esaminati i toponimi di pertinenza


linguistica semitica nord-occidentale attestati dalle iscrizioni e le-
gende di monete fenicie e puniche che provengono dalla Sardegna e
dalla Sicilia; si lasciano perciò da parte i problemi che riguardano i
nomi TRŠŠ e ŠRDN attestati sulla stele di Nora (CIS I 144 =
KAI 46) 6. Sono inoltre citati toponimi formati con macom- come
primo elemento, attestati dalle fonti o tuttora esistenti. L’incompe-
tenza specifica non mi permette se non di elencare alcuni nomi di
origine non semitica presenti in iscrizioni, affrontando eventual-
mente qualche problema particolare.
Come osservazione generale, ricordo che i toponimi fenici sono
a volte resi tal quali in greco e in latino, a volte sono tradotti (i due
sistemi si verificano per l’isola di S. Pietro; v. sotto), a volte al nome
fenicio ne corrisponde un altro usato in greco e in latino che appare
del tutto diverso. Il significato da attribuire a queste differenze nel
nominare un medesimo sito non è sempre evidente.

1. «Isola» e «Capo»

a) }Y «isola». I nomi composti con }Y «isola» e R}Š «capo», pro-


montorio» sono del tutto comuni e sono – come è stato mostrato
nell’ambito della toponomastica greca – legati alla navigazione 7. Si
trovano in tutta l’ampia regione dove si sono stabilite colonie feni-
cie; non sono invece caratteristici della toponomastica dell’area
orientale; solo il sostantivo R}Š «capo» è usato, come dovunque, in
funzione di elemento toponomastico 8.
Nei nomi di luogo formati con }Y «isola», questo sostantivo si
trova sempre (come è naturale) al primo posto ed è seguito da un
complemento di specificazione generalmente al plurale. L’esempio
più caratteristico è il nome }YNSM, presente su un’iscrizione da Ca-
˙

5
Lipiński 1992, s.v. Toponymie, p. 465-466 (Sources phéniciennes).
6
Ultime trattazioni : Ahlström 1991, p. 41-50; Zuckermann 1991, p. 269-302;
Shea 1991, p. 241-245; Frendo 1996-1997, p. 8-11.
7
Cf. in particolare Poccetti 1996, p. 37-73.
8
Lipiński 1992, s.v. Baal-râsh/rôsh, p. 60, con citazione di Lipiński 1971;
Elayi 1981, p. 331-341.

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INSEDIAMENTI FENICI IN ITALIA 9

gliari (KAI 64 = ICO Sard. 23) e più volte analizzato. Corrisponde al-
l’attuale «Isola di S. Pietro» nella Sardegna di Sud-Ovest e significa
«isola degli sparvieri»; il toponimo è trascritto come Enosim da Pli-
nio (Nat. Hist. III, 7, 84), mentre è tradotto alla lettera da Tolomeo
come Hierakōn nēsos (III, 3), mostrando così che il suo significato
era ben chiaro ancora al tempo del geografo. Ciò dimostra un con-
tatto saldamente stabilito tra elemento greco ed elemento fenicio, al-
meno per quanto concerne questo insediamento e almeno dal perio-
do ellenistico.
È formato sullo stesso schema }YRNM, il nome fenicio – di si-
gnificato discusso – dell’attuale Pantelleria, chiamata in greco Cos-
sura. }YRNM ci è tramandato da legende di monete 9 dell’isola non
precedenti il III secolo a.C. ; inoltre, dall’iscrizione CIS I, 265, una
dedica dal tofet di Cartagine (III-prima metà II secolo a.C.) dove il
dedicante «appartiene al ‘popolo’ di YRNM» [sic! grafia tarda]10).
Mentre l’elemento }Y significa certo «isola», sul significato del
complemento di specificazione non c’è piena concordia. M. Sznycer,
in base a un passo di Giobbe, dove si tratta di renānı̄m (39 : 13)11,
suppone che il nome significhi «isola degli struzzi»; tuttavia è diffi-
cile pensare che a Pantelleria vivessero questi uccelli, tanto da carat-
terizzarla. In maniera più verosimile, G. Levi Della Vida ha suppo-
sto che questi RNM di Pantelleria fossero degli uccelli «starnazzato-
ri»12, in base al significato della radice ebraica RNH/RNN.
b) «Inarim» (= Aenaria = Pithekoussa) è in rapporto con un no-
me semitico? Accenno qui brevemente – perché si è proposto un le-
game possibile tra Inarim/Aenaria/Pithekoussa e un toponimo o gen-
ti semitiche nord-occidentali – all’intricata questione del nome anti-
co di Ischia13, «isola delle scimmie» («isola dei pithoi» secondo Plin.
Nat. Hist. III, 6, 8)14, sulla base anche di un eventuale nome etrusco
arimos che, secondo alcune glosse, avrebbe designato appunto le
scimmie15. Le due varianti del nome latino, Inarim e Aenaria, sono
state poi connesse, secondo punti di vista diversi, con l’Oriente semi-
tico : Inarim, usato in fonti poetiche, è messo in rapporto con l’even-
tuale localizzazione ad Ischia del paese degli Arimoi citato da Omero
(Iliade II, 783) e da Esiodo (Teogonia, 304-305), genti che – a loro

9
Cf. Manfredi 1995, p. 108-109; 205; 326.
10
Sulla caduta di alef, cf. Friedrich – Röllig – Amadasi Guzzo 1999, § 29b, d.
11
Cf. Sznycer 1977, p. 173.
12
Levi Della Vida 1963, p. 467, nota 8; cf. anche Manfredi 1995, p. 108.
13
Cf., da ultimo, Poccetti 1996, p. 55 (con bibliografia precedente), inoltre,
in particolare, il lavoro dello stesso Poccetti 1995.
14
Cito di nuovo i lavori fondamentali : Bonfante 1992, p. 283-284. Peruzzi
1992, p. 115-126; Gras 1994, p. 127-133.
15
Strabone XIII, 4, 6; Servio, Aen. IX, 712; Esichio, s.v. (v. Gras 1994, p. 128
e nota 10).

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10 MARIA GIULIA AMADASI GUZZO

volta – rifletterebbero il nome degli Aramei, a ricordo di un’antica


loro presenza in Occidente, in modo specifico a Pithekoussa16.
Il nome Inarim, d’altra parte, potrebbe essere formato – secondo
quanto proposto da P. Poccetti – dall’elemento fenicio }Y «isola», se-
guito da un sostantivo plurale, sempre fenicio : teoricamente la spie-
gazione proposta non è inverosimile, anche se le radici N{R o NWR
che – seguendo la spiegazione di P. Poccetti – sarebbero eventual-
mente alla base del secondo elemento di Inarim, non sono presenti
in nomi di luogo a me noti di quest’area linguistica.
Alla discussione si aggiunge qui ora un ulteriore nome di isola,
che mostra, a mio parere, come sia delicata la ricostruzione etimolo-
gica della toponomastica, quando non si basi su raffronti sicuri e su
eventuali serie. Una dedica dal tofet di Constantine (Algeria; secolo
II a.C. circa)17 contiene il toponimo di }Y{RM, probabilmente «isola
degli {RM» (da pronunciare press’a poco ı̄/ēarı̄m), luogo di prove-
nienza del dedicante (detto «uomo di Canaan MQRML, cittadino di
}Y{RM»)18. Il toponimo, non si può – almeno per ora – attribuire con
sicurezza ad alcuna «isola» del Mediterraneo, né si può precisare il
significato del secondo elemento che lo compone19.
L’assonanza di }Y{RM con un’isola degli Arimoi è evidente, così
come è immediata la tentazione di riconoscere in quest’isola la pos-
sibile equivalente della Pithekoussa di Tunisia 20, «isola delle scim-
mie», sulla base delle glosse sopra citate 21 (ed eventualmente «degli
Arimoi»), così nominata da navigatori euboici per la presenza – qui
– di questi animali, che avrebbero, poi, fornito il nome anche alla Pi-
thekoussa campana. Ma l’accostamento, a mio parere, si deve esclu-

16
Su tutto il problema, cf. Poccetti 1995, p. 79-103 (sul nome «etrusco»,
p. 84-85).
17
Berthier – Charlier 1955, no 102, l. 5 = KAI 116. Cf. forse anche, con caduta
di alef e {ain, YRM in Berthier – Charlier 1955, no 113, 1 : il dedicante è B{L YRM
«cittadino di YRM».
18
Nel commento di Berthier – Charlier 1955, p. 84 si osserva che MQRML
deve essere formato dalla preposizione MN che indica la provenienza seguita da
un nome geografico. }Y{RM è messo in via di ipotesi in rapporto con il vocabolo
ebraico che significa «foresta», y{r (}Y{RM sarebbe «mis pour Y{RM»).
19
Cf. la nota 18 e Krahmalkov 2000, p. 212, s.v. Y{R I, che interpreta il nome
come «isola degli alberi, delle foreste» (}y+y{RM . }y{RM).
20
Pseudo Scilace descrive : «Dopo Utica si trova il promontorio Ippo e la cit-
tà omonima e presso la città c’è una palude e nella palude delle isole, e sulla costa
(e nelle isole) queste città : ... Pitecusa con un porto e dirimpetto ancora un’isola
e sull’isola la città di Eubea». Pitecussa sarebbe attualmente situata a Tabarka
(Tunisia), non quindi su un’isola (il testo di Scilace mi sembra tuttavia ambiguo),
mentre Euboia viene identificata con un’isoletta di fronte a Tabarka; cf. Pseudo-
Scilace 111, in Cordano 1992, p. 56.
21
Il nome sarebbe stranamente quello etrusco. Il nome delle «scimmie», non
noto in fenicio, è qōp in ebraico.

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INSEDIAMENTI FENICI IN ITALIA 11

dere, così come – secondo l’ulteriore interpretazione cui si è accen-


nato sopra – un eventuale rapporto con gli Aramei 22.
In conclusione, mi sembra che il nome di Pithekoussa (lascian-
do da parte la questione del suo significato) non si possa legittima-
mente connettere né con un toponimo fenicio, né con una, pur vero-
simile, frequentazione del Mediterraneo di occidente da parte di in-
dividui di lingua aramaica.

c) R}Š «capo». Come per }Y-, anche i nomi di luogo formati con
R}Š «capo» sono seguiti da un complemento di specificazione di va-
rio tipo. L’unico toponimo eventuale formato da questo sostantivo è
R(})ŠMLQRT, noto da una serie di monete in argento dalla Sicilia e
da due dediche cartaginesi (CIS I, 264 e CIS I 3707), nelle quali i de-
dicanti si dicono «appartenenti al ‘popolo’ di Rōšmelqart» (}Š B{M
R}ŠMLQRT). Sulle monete R}Š è scritto spesso senza alef, una pro-
va, non la più antica, della caduta abbastanza precoce di questa la-
ringale nella pronuncia (v. nota 10). Non è il caso di riferire ancora
sul dibattito che vede opporre ai sostenitori (generalmente numi-
smatici) di una spiegazione di R(})ŠMLQRT come il nome di una
zecca cartaginese 23, a quelli che riferiscono l’espressione a un topo-
nimo di Sicilia, identificato con varie località, tra le quali, più di re-
cente, sembra prevalere Selinunte 24. Da parte mia, ho sempre soste-
nuto l’interpretazione toponomastica : di recente tuttavia, le consi-
derazioni numismatiche di L. Mildenberg, mi hanno indotto a
riconsiderare il problema e a domandarmi se – sulle monete – il so-
stantivo R(})Š «capo» non possa designare uno specifico «corpo» di
truppe scelte, che avrebbe preso il nome dal dio Melqart (l’espressio-
ne potrebbe tradursi «corpo (= compagnia o simili) di Melqart» 25.

2. «Luogo» e «Città»

a) MQM «luogo». I toponimi formati su MQM «luogo» non


hanno alcuna attestazione epigrafica in Italia. Se ne hanno invece
varie testimonianze letterarie : in Sardegna vi sono quattro località
chiamate Macomades o Magomadas 26 ; lo stesso nome è attribuito a

22
Il paese di Aram (}RM) darebbe l’etnico Aramı̄ (}RMY; enfatico. }RMY}).
Inarim o Aenaria non possono cosi essere legati al nome «indigeno» degli Ara-
mei. Sulla ridimensionata presenza a Ischia di viaggiatori dalla Siria del Nord v.
Boardman 1994, p. 95-100.
23
Cf. Mildenberg 1993, p. 7-8; Mildenberg 1996, p. 259-272; Manfredi 1995,
p. 114-118.
24
Cf. Cutroni Tusa 1995, p. 235-239; inoltre Amadasi Guzzo 1997, p. 81-85.
25
Cf. Hoftijzer – Jongeling 1995, p. 1044, s. v. r}s1, n. 4 (moabitico).
26
Cf. Zucca 1985, p. 185-195; Garbini 1992, p. 181-187.

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12 MARIA GIULIA AMADASI GUZZO

tre insediamenti del Nord-Africa 27. È un chiaro sviluppo del fenicio


MQMHDŠ, che vuol dire letteralmente «luogo nuovo».
˙
Anche in questo caso, si tratta di un nome di luogo non usato (a
quanto consta finora) nell’oriente fenicio – e più in generale nel se-
mitico di Nord-Ovest. G. Garbini ha supposto, con ragione, che il
termine MQM abbia qui un significato più ristretto o specifico ri-
spetto al generico «luogo». Sulla base di precedenti osservazioni, ha
proposto che, nella toponomastica, maqōm designi la «piazza» e più
esattamente la «piazza del mercato» 28. Questi «luoghi nuovi» – in
Sardegna – sorgono tutti in corrispondenza di insediamenti nuragici
preesistenti e in regioni che non corrispondono a quelle tradizionali
della «colonizzazione». Presentano resti di frequentazione cartagi-
nese che risale almeno al V/IV secolo a.C. e sarebbero quindi «mer-
cati nuovi» apertisi al commercio punico. Ma come si svolgeva que-
sto commercio? Chi ne erano gli interlocutori, quali i prodotti scam-
biati?
Mi sembrerebbe possibile supporre una maggior antichità origi-
naria di questi così detti «mercati nuovi» forse non rispetto a Carta-
gine. Si tratterebbe, come mostrano alcuni scavi in altri siti, di pre-
coci luoghi di scambio tra mercanti fenici e centri indigeni ancora/di
nuovo vitali 29. La combinazione del termine macom- con suffissi lo-
cali (Macomer attuale corrisponde a un precedente Macopsisa, il cui
secondo elemento non è fenicio) indica comunque un sovrapporsi di
due «etnie» 30 e quindi una «commistione» abbastanza profonda, e
perciò forse antica, i cui modi di funzionamento e le cui cause sono
ora uno dei problemi che la ricerca sta affrontando 31.

b) QRT «città». Il nome QRT «città» è usato per formare un uni-


co toponimo : si tratta di QRTHDŠT «città nuova». Il vocabolo è ap-
˙

Fora 1991, p. 221-228.


27

Tuttavia la piazza del mercato, cioè il foro, si chiama a Leptis Magna (cf;
28

Levi Della Vida – Amadasi Guzzo 1987, n. 26 (31), 2, p. 63) MHZ, un termine che
˙
è usato una volta in ebraico con il senso di «porto», che significa già «porto» in
ugaritico, e che invece, più tardi, in aramaico medio, significa «città», piazzafor-
te, «luogo di commercio». J. Teixidor ha proposto che questo stesso termine pos-
sa designare in origine, almeno in occidente, un tipo di insediamento paragona-
bile all’emporio greco. Non sappiamo peraltro se il concetto di emporio esistesse
in ambito fenicio.
29
Cf. quanto notato da Lo Schiavo 1997 (introduzione alla mostra, senza
n. di pagina); cf. inoltre, per un insediamento con sbocco sul mare, Bafico – Og-
giano – Ridgway – Garbini 1997, p. 45-53. Il più importante nuraghe della zona, il
Nuraghe Palmavera, sembra aver cessato di essere attivo nell’VIII secolo a.C.
(ibid., 45). Il nuraghe di S. Imbenia sembra aver avuto, invece, da questo periodo,
una funzione di emporion.
30
Oltre alla nota 3, cf. Swiggers 1989, p. 25-36 (soprattutto p. 32).
31
Solo a titolo di esempio, cf. Basoli 1997, p. 66-69; Maddau 1997, p. 70-75.

.
INSEDIAMENTI FENICI IN ITALIA 13

plicato non solo alla più famosa Cartagine, la capitale africana, ma,
almeno dall’VIII secolo, a una città di Cipro (Limassol o Kition), ret-
ta da un governatore (SKN) di «Hiram re di Sidone» (CIS I 5 =
KAI 31), e, verosimilmente, ad almeno una città della Sardegna (ol-
tre alla Cartagena di Spagna).
In Sardegna QRTHDŠT è nominata su due iscrizioni, una da Ol-
bia (KAI 68 = ICO Sard. ˙ 34), l’altra da Tharros (ICO Sard. 32).
A quale centro spettasse il nome di Cartagine è una questione
aperta. A Olbia, nonostante una lacuna che precede l’espressione do-
ve è nominata QRTHDŠT, mi sembra verosimile che il dedicante
˙
fosse designato dall’espressione }Š B{M QRTHDŠT «che appartiene
al popolo, cioè alla cittadinanza, di Cartagine» ˙ 32 : si tratta di uno
straniero rispetto a Olbia, che dunque si chiamava diversamente 33.
Nell’iscrizione di Tharros, invece, la città nuova è nominata nella
formula di datazione, che ricorda i sufeti : «essendo sufeti in
QRTHDŠT X e Y». Tharros – che è il nome della città sul Capo
˙
S. Marco usato in iscrizioni latine, da autori classici e, infine, da
geografi antichi 34 – poteva quindi, nel III secolo a.C., chiamarsi Car-
tagine. Contro questa interpretazione, già sostenuta da G. Chiera 35,
E. Lipiński 36 ha contrapposto l’ipotesi che la datazione sopra citata
fosse effettuata riferendosi all’anno dei sufeti della capitale africa-
na : non ci sarebbe stato altrimenti bisogno di specificare che questi
magistrati erano in QRTHDŠT. Un confronto per la formula nota a
Tharros proviene, come già ˙ osservato 37, da Leptis Magna, dove l’uni-
ca iscrizione punica pervenuta ha la formula «essendo sufeti in Lep-
ci» (ŠPTM B}LPQY) 38. Proprio dalla Sardegna, inoltre – da Sulci –
proviene˙ una coppa in argento iscritta, che si conclude, ancora una
volta, con una formula di datazione : «essendo sufeti in Sulci»
(ŠPTM BSLKY) 39. La formula dell’iscrizione tharrense si può dun-
que,˙ con buona probabilità, applicare al centro dove il testo è stato
inciso, cioè alla città che ora chiamiamo Tharros.

32
Cf. Amadasi Guzzo 1992, p. 441. Diverse sono le integrazioni proposte da
Lipiński 1989, p. 67-73.
33
Per un’identificazione Olbia = QRTHDŠT cf. Chiera 1983, p. 177-181.
QRTHDŠT dell’iscrizione è invece da identificare ˙ con la città africana secondo
˙
Lipiński 1989, p. 67-73
34
Le attestazioni del toponimo Tharros (nelle varie ortografie) – il cui nume-
ro sempre plurale è sottolineato – e dell’aggettivo «tarrense» sono citate da Zucca
1984, p. 31-32; v. in particolare : Sall, Hist. II, 12, Ptol. III, 3, 2; Rav. IV, 411. (o V,
26), It. Ant. 84; CIL X, 7591, 8009.
35
Chiera 1982, p. 197-202.
36
Lipiński 1989, p. 67-73.
37
Amadasi Guzzo 1992, p. 444-445 : anche a Cartagine si poteva datare
usando la formula «essendo sufeti a Cartagine» (CIS I, 5632, l. 3).
38
Levi Della Vida – Amadasi Guzzo 1987, n. 31 [37], p. 74 (II secolo a.C.).
39
Garbini, in Bartoloni – Garbini 1999, p. 82-91.

.
14 MARIA GIULIA AMADASI GUZZO

Accettando l’ipotesi che nel III secolo a.C. questo abitato venisse
designato come QRTHDŠT, rimangono aperte altre due questioni. A
Sud di Tharros, sul ˙ golfo di Oristano, l’antico insediamento di
S. Maria de Nabui sembra aver conservato l’antico nome di Neapo-
lis 40, considerato come la possibile trasposizione greca di un origina-
rio QRTHDŠT 41. Vi erano allora forse due QRTHDŠT in Sardegna?
A questa ˙domanda non so rispondere, se non supponendo˙ uno slitta-
mento del nome antico verso Sud. In secondo luogo, come mai la
città detta Tharros (con varie ortografie) in età romana e poi tar-
doantica. è stata chiamata, in precedenza, con un nome del tutto di-
verso? è stata forse (in parte?) in periodo ancora punico rinnovata e
per questo chiamata «città nuova»?
c) QRTHDŠT e SR. La questione dell’identificazione Tharros =
QRTHDŠT induce˙ ˙ domanda di quale fosse il nome originario
alla
˙
del centro fenicio. A Tharros, sulla base della testimonianza di un’i-
scrizione, vi era un importante santuario del dio Melqart che riceve
l’appellativo di MLQRT {L SR «Melqart su SR/Tiro (?)» 42 ; lo stesso
˙
titolo il dio lo riceve in un’iscrizione ˙
da Cagliari 43
e su una lamina
di bronzo iscritta da Antas : nessuno dei tre documenti precede il
44

IV secolo. Il titolo che ha Melqart, {al hassūr, non trova ora un con-
˙ ˙ SR potrebbe intendersi
fronto in un’iscrizione da Ibiza 45. Il termine
come un nome comune «roccia» e il dio sarebbe ˙ chiamato «Mel-
qart che è sulla roccia», come pensa G. Garbini 46. Può essere, altri-
menti, un vero e proprio toponimo.
SR, nell’espressione analizzata qui, è sempre preceduto dall’arti-
colo,˙ il che farebbe ritenere che il vocabolo sia un nome comune.
Toponimi con l’articolo sono peraltro ben documentati in fenicio,
specialmente se provvisti di un significato, e sono presenti in Sarde-

40
Datole forse non in contrapposizione a Othoca (che potrebbe significare
«(città) vecchia»), ma in opposizione all’antico centro nuragico qui ora docu-
mentato; cf. Zucca 1997, p. 131-135.
41
Amadasi Guzzo 1968, p. 19-21. In seguito v. ad es. Zucca 1987; Moscati –
Zucca 1989.
42
ICO Sard. 32, linea 1 e Amadasi Guzzo 1992 a, p. 205-214. L’iscrizione, rot-
ta in alto a sinistra, non è stata letta completamente; vi si menzionano importanti
lavori di costruzione dedicati a questo dio.
43
Amadasi Guzzo 2002, p. 173-179.
44
Garbini 1997, p. 65 (Antas no 25).
45
Su due cippi bilingui considerati maltesi Melqart è detto B{L SR «Signore
˙
di Tiro» (cf. ICO Malta 1 e 1 bis; da ultime, con la storia del ritrovamento,
M. G. Amadasi Guzzo – M. P. Rossignani, in Amadasi Guzzo – Liverani – Mat-
thiae 2002, p. 20; altrimenti BSR «in Tiro», su uno scarabeo del V-IV secolo a.C.;
cf. da ultimi, Avigad – Sass 1997,˙ p. 268, n. 719 (con lettura MLQ/RT RSP) e bi-
bliografia precedente. Per l’iscrizione da Ibiza, v. Amadasi Guzzo 2007 ˙(con bi-
bliografia precedente).
46
Cit. alla nota 44.

.
INSEDIAMENTI FENICI IN ITALIA 15

gna in iscrizioni puniche davanti ai nomi di Cagliari e Sulci 47. L’ipo-


tesi di un nome di luogo rimane quindi possibile. Data l’importanza
dell’iscrizione dedicatoria di Tharros, che fa concludere per l’esi-
stenza proprio qui di un grande santuario di Melqart (ad Antas inve-
ce il santuario principale doveva essere dedicato a Sid; Cagliari, in
iscrizioni puniche ha il nome di KRL}/Y, v. sotto), sembra possibile
che il nome SR fosse originariamente attribuito a questo luogo sa-
cro. Il culto di˙ Melqart su SR, MLQRT {L HSR, si sarebbe da qui dif-
fuso altrove in Sardegna e˙ a Ibiza (così come ˙ il culto di Astarte di
Erice, {ŠTRT }RK, si diffonde altrove, ed è ad esempio, attestato a
Cagliari, v. sotto).
Se è vero che SR indicava una parte dell’insediamento di Thar-
ros, si deve ricordare˙ l’etimologia che di Tharros aveva proposto
M. L. Wagner 48 e che di recente è stata rimessa in evidenza da
S. Frau 49 : il nome deriverebbe da Sūr (SR), lo stesso nome di Tiro
del Libano, che è chiamata in alcuni˙ esempi˙ latini Sarra, mentre l’et-
nico «tirio» è Sarranus (esistono anche però i toponimi Tyros e Ty-
rus e l’etnico Tyrius). La resa della sibilante, talvolta con s, talaltra
con t (ts o z) sembra un indizio della pronuncia affricata (che in Tiro
¯ ¯ da una t originaria 50).
proviene
˙¯ la differenza nella vocalizzazione tra Sūr e Thar-
Soprattutto per
˙
ros, J. Friedrich aveva rivolto obiezioni all’equivalenza Tharros = Ti-
ro, mentre altri studiosi hanno messo in rapporto il toponimo di
Sardegna con un’area linguistica non semitica e hanno attribuito il
nome Tharros (e simili individuati in Sardegna stessa e in altre aree
geografiche) a uno strato linguistico genericamente chiamato «me-
diterraneo» 51. L’etimologia di Wagner rimane quindi incerta.
Se Tharros non deriva da SR, ma è un toponimo «locale» già ai
tempi degli insediamenti fenici˙ dell’età del Ferro, si deve spiegare la
ragione dell’epiteto {L HSR dato al dio Melqart di Tharros. In questo
˙
caso – scartando un significato generico di «roccia» – mi sembra
possibile supporre che un primo centro fenicio di nome SR si sia im-
piantato accanto ad un insediamento indigeno forse già ˙ chiamato
Tharros (o simili) e che qui i primi coloni abbiano fondato un san-
52

47
Cf. Friedrich – Röllig – Amadasi Guzzo 1999, § 297 I.
48
M. L. Wagner 1997, p. 154 e in maniera più dettagliata in Wagner 1954-55,
p. 79-82.
49
Frau 2002, 615-642.
50
Cf. Friedrich-Röllig-Amadasi Guzzo 1999, § 11, nota 4.
51
La questione è trattata in maniera rapida da Zucca 1984, p. 32, che conclu-
de «Il nome della città fenicia sarebbe derivato dal toponimo mediterraneo (sic!),
imposto dai Sardi al promontorio meridionale del Sinis».
52
R. Zucca indica due nuclei primitivi dell’insediamento fenicio, uno ad oc-
cidente della collina di S. Giovanni e l’altro sulla collina di Su Muru Mannu; cf.
Zucca 1997 a, p. 120.

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16 MARIA GIULIA AMADASI GUZZO

tuario di Melqart (eventualmente posto su un’altura rocciosa). Que-


sto primo centro potrebbe essere stato rinnovato (con l’aggiunta di
un secondo nucleo?) chiamato QRTHDŠT «città nuova», mentre il
˙
sito del santuario del dio Melqart avrebbe conservato il nome primi-
tivo . In modo simile, il nome «locale» Tharros si sarebbe conserva-
53

to nell’uso comune e avrebbe prevalso (anche per la somiglianza con


il nome fenicio?) nelle fonti letterarie successive e nelle iscrizioni la-
tine. Il ricordo dell’insediamento almeno doppio si sarebbe forse
mantenuto nel numero plurale del toponimo, ricordato come tale da
fonti antiche 54.

3. «Carali», «Sulci», «Bitia»

In Sardegna, iscrizioni da Sulci e da Antas citano i nomi antichi


– non fenici – di Cagliari e S. Antioco (Sulci) nelle grafie (H/})
KRLY/} e (H)SLKY 55. L’uso dell’articolo davanti a tali nomi non si
spiega per ora sulla base di quanto ci è noto sulla determinazione in
fenicio 56. Come per Tharros, Sulci fenicia è affiancata da insedia-
menti nuragici. Per quanto, tuttavia, la ceramica lasci presumere
una certa coesistenza tra Fenici e abitanti locali, l’insediamento del-
l’VIII secolo a.C. appare sorto su un’area «priva si insediamenti indi-
geni tra l’età del Bronzo e gli inizi dell’età del Ferro» 57 ; una situazio-
ne simile è possibile per Cagliari, dove la città moderna ricopre in
buona parte i resti antichi.
Ricorre infine nell’iscrizione fenicia in assoluto più recente che
possediamo (II secolo d.C.; KAI 170) il nome BYT{N, corrispondente
all’odierna Bitia; è spiegato da E. Lipiński sulla base del semitico
Bı̄t- {ayn, «casa della sorgente» 58 ; l’ipotesi non sembra sicura : la se-
conda parte del toponimo, potrebbe essere un suffisso ed il nome,
ancora una volta, dovrebbe considerarsi non semitico. Anche l’inse-
diamento fenicio di Bitia è stato preceduto infatti da una lunga fase
di frequentazione, non più in atto – a quanto sappiamo – al momen-
to dello stanziamento dell’VIII secolo a.C. 59.

53
Già M. L. Uberti nella voce Tharros, in Lipiński 1992, p. 447-449 suppone
l’esistenza di due nuclei fenici.
54
Non ho le competenze per spiegare il latino Sarra e l’etnico Sarranus.
55
Per Antas, cf. Fantar 1969, n. I, 2, p. 51; n. II, 1, p. 61; n. III, 4, p. 65; il no-
me di Sulci è nell’iscrizione cit. a nota 39 e, sempre in Sardegna, in ICO Sard.
Np. 5, l. 2. Sul nome Caralis cf. di recente Swiggers 1989, p. 31, con la nota 19.
56
Cf. Friedrich-Röllig-Amadasi Guzzo 1999, § 297, 1.
57
Bernardini 1997, p. 59; cf. già Bernardini 1995, p. 193-201.
58
Lipiński 1992, s.v. Toponymie, p. 466 (questa etimologia è accettata anche
da G. Tore, ibid., s. v. Bitia, p. 73).
59
Cf. Bartoloni 1997, p. 82.

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INSEDIAMENTI FENICI IN ITALIA 17

4. «Motya»
Le legende monetali della Sicilia fanno conoscere alcuni toponi-
mi di attribuzione linguistica non sempre sicurissima e di interpre-
tazione spesso incerta.
L’insediamento di Mozia (che ha ripreso il suo nome antico –
volgarizzato – dopo essere stato chiamato S. Pantaleo), Motyh in
greco, è noto dalle legende di monete che si datano tra il 480 a.C. e il
413/397 a.C. 60. Esse presentano le seguenti grafie : MW}, }MTW,
}MTW}, HMTW} 61. ˙
˙ La discussione
˙ è tuttora viva sull’origine linguistica del nome.
La più antica spiegazione, lo considerava fenicio e gli attribuiva il si-
gnificato di «filanda» : si sarebbe trattato di un sostantivo a prefisso
M- (con significato locativo), di una radice TWY che vuol dire, tra
l’altro, «filare» 62. ˙
In seguito è prevalsa l’ipotesi, sostenuta in particolare da
M. Sznycer, che il nome non fosse fenicio, a causa dell’ortografia
che pareva contrastare con le regole note per la lingua di Tiro e Si-
done 63. Anche il significato del nome «filanda» non sembrava accor-
darsi con quello di un centro commerciale, dove certo esistevano fi-
lande, ma che non sembra caratterizzato in particolare da questo ti-
po di attività. Per questo M. Nenci ha avanzato una proposta
diversa, connettendo il nome con l’accadico. Il confronto con questa
lingua si è dimostrato però poco persuasivo 64.
La conoscenza più approfondita delle regole ortografiche del fe-
nicio d’occidente sembra dimostrare che la spiegazione grammati-
cale data fin dai tempi di P. Schröder è corretta : il toponimo appare
solo in un caso privo di H- o }- iniziale, da spiegare come l’articolo,
scritto di rado in maniera «corretta» (H), o, più frequentemente, se-
condo una grafia recente dovuta a indebolimento (o caduta della
consonante H). Ma, le monete di Mozia sono sembrate troppo anti-
che perché, nella grafia, }- potesse essersi già sostituita all’originaria
H-; per questa ragione si è pensato all’uso di queste due consonanti
per indicare la vocale iniziale di un nome non semitico.
L’articolo scritto } si trova però già su una stele iscritta della
stessa Mozia – nel vocabolo }MTNT, «il dono» 65 – databile tra la me-
tà e la fine del VI secolo; inoltre su una stele di Cartagine che si può
attribuire al 405 a.C. (CIS I, 5510) 66.

60
V. Amadasi Guzzo 2005.
61
Cf. Manfredi 1995, p. 347-351.
62
Cf. Schröder 1869, p. 135; RE XVI, 1933, p. 387, s.v. Motya
63
Sznycer 1977, p. 170.
64
Nenci 1993, p. 143-146.
65
Amadasi Guzzo 1986, n. 39, p. 41.
66
Cf. Krahmalkov 1974 (CIS I, 5510.9-11), p. 171-177.

.
18 MARIA GIULIA AMADASI GUZZO

Anche la grafia con } finale è sembrata discordante rispetto al-


l’ortografia fenicia tradizionale che non annota le vocali. Ma, in que-
sto caso – come nel precedente – esempi di } finale come vocale ven-
gono dal fenicio sia d’oriente sia d’occidente : nelle due aree la con-
sonante è usata come vocale nella trascrizione di nomi propri
stranieri. In occidente è usata poi, regolarmente, per indicare una
vocale lunga in fine di parola (in particolare nel caso dei pronomi
suffissi vocalici) 67.
Il nome dell’insediamento doveva essere pronunciato originaria-
mente *Matway > *Matwē, per la contrazione dei dittonghi che ca-
ratterizza il˙ fenicio; quindi
˙ Motwē, con oscuramento di a dovuto alla
contiguità dell’enfatica t. Non ˙abbiamo in oriente esempi di verbi o
˙
nomi a prefisso M- di seconda radicale W e terza Y, per poter affer-
mare con certezza che la seconda consonante, in un verbo come
TWY, fosse davvero scritta. Non vi è tuttavia nessun indizio contra-
˙ Ancora una volta il punico tardo ci dà esempi del verbo «vive-
rio.
re», al perfetto semplice, hawō, «egli visse», scritto HW}< HWY (da
cui il latino ave «vivi! »). ˙ ˙ ˙
Il toponimo Motuē deve essere quindi un sostantivo fenicio, an-
che perché è isolato˙ nella toponomastica della regione siciliana. È
importante perché contribuisce a mostrare che tradizioni ortografi-
che diverse da quelle della lingua d’oriente, tradizioni che sono con-
siderate caratteristiche della lingua detta punica in una fase di svi-
luppo piuttosto tarda, sono in realtà già presenti al principio del V
secolo, se non già nel VI. Sul significato del nome di Mozia si può
invece tuttora discutere 68.

5. Palermo e Solunto
a) Palermo = SYS. Sempre le monete attestano che, molto vero-
similmente, il nome˙ fenicio
˙ di Palermo (Panormos) era SYS. Il topo-
nimo è inciso su monete in bronzo e in argento datate tra ˙ il
˙ 430 e la
fine del IV secolo a.C. In un solo caso è attestata la grafia senza Y,
cioè SS. Il significato del termine è ancora una volta dibattuto :
˙˙
un’etimologia fenicia soddisfacente non si riesce a trovare, né con-
fronti con altri toponimi di formazione analoga nel semitico di
Nord-Ovest. L’ipotesi dell’equivalenza di significato tra SYS e Panor-
˙ ˙
mos, proposta da L.-I. Manfredi, non sembra affatto dimostrata 69
. E,

Friedrich-Röllig-Amadasi Guzzo 1999, §§ 105, 113.


67

Lipiński 1992, s.v. Toponymie, p. 466 : «pourrait évoquer le mouillage


68

’couvert’ du côté de la haute mer par le cordon littoral, à supposer que le mot se
rattache à la même racine que l’arabe tawā».
69
Su questa e altre interpretazioni,˙ cf. Manfredi 1995, p. 112-113.

.
INSEDIAMENTI FENICI IN ITALIA 19

tuttavia, una formazione da una radice SYS, ben attestata in ebrai-


˙ ˙
co, sembra la traccia più verosimile da seguire 70
.

b) Solunto = KPR’. La Solunto fenicia e punica, sempre sulla


base delle legende di monete, si doveva chiamare KPR}. Il toponi-
mo è attestato su serie in bronzo e in argento datate tra il IV-
seconda metà del IV secolo a.C. 71. L’identificazione è sicura sulla
base di esemplari che hanno al dritto la legenda SOLONTINON e
al rovescio la legenda KPR}. Il termine è stato messo in rapporto
con un sostantivo che significa «villaggio», che è attestato però in
arabo e in aramaico, mai in fenicio. L.-I. Manfredi mette in con-
fronto il toponimo con il vocabolo aramaico, proprio – credo – per
la terminazione in –}, che è quella aramaica dello stato determina-
to. Una simile spiegazione sembra presentare qualche difficoltà :
prima tra tutte quella di immaginare la fondazione aramaica di un
insediamento che già Tucidide indica come originariamente feni-
cio (anche se è vero che il concetto di Fenici per i Greci era am-
pio). La radice KPR «coprire» e poi (all’intensivo) «espiare» è ben
attestata in ebraico; è perciò verosimile che esistesse anche in fe-
nicio. Ancora una volta, soprattutto in questo periodo ormai re-
cente, la ’ finale deve indicare una vocale lunga; se davvero il to-
ponimo è fenicio è possibile pensare a una terminazione -at del
femminile ridotta a -ā, e forse a -ō. Sul significato non sembra
prudente pronunciarsi. Per completezza soltanto si ricorda che
KPRT indica un oggetto dedicato in un’iscrizione di Umm el-
{Amed, dove la traduzione è incerta (si pensa a una statua di ani-
male, reale o fantastico).

6. Erice e Agrigento

a) }RK «Erice». In Sicilia, l’unico toponimo attestato in un’iscri-


zione fenicia monumentale è quello del centro elimo di Erice, scritto
}RK, presente su una dedica ad Astarte (ICO Sic. 1), incisa su una la-
stra di marmo, ora perduta, copiata a Erice nel XVII secolo. Esisto-
no poi monete del centro elimo, datate nel IV-III secolo a.C. con la
legenda }RK. Il nome è infine presente su un’iscrizione frammenta-
ria dalla Sardegna (Cagliari; ICO Sard. 19) e su due dediche cartagi-
nesi (CIS I 3776; 4910). Corrisponde al greco Erux e al latino Eryx ; è
un adattamento di un toponimo non semitico, nel quale manca, co-
me di regola nelle parole adattate alla lingua fenicia, la terminazione
del nominativo.

70
Cf. Manfredi 1992, p. 25-31.
71
Cf. Manfredi 1995, p. 111-112; p. 336-337.

.
20 MARIA GIULIA AMADASI GUZZO

b) }GRGNT = Agrigento? Sempre per la Sicilia un caso interes-


sante è quello della possibile presenza del toponimo Agrigento nell’i-
scrizione cartaginese CIS I 5510, 10. Secondo Ch. R. Krahmalkov 72 vi
sarebbe menzionata la presa di Agrigento, in una grafia – }GRGNT –
che non rifletterebbe il greco e che Ph. C. Schmitz considera l’adat-
tamento del toponimo originario non grecizzato 73. La spiegazione
del termine in chiave toponomastica non è stata generalmente ac-
colta con favore, ma mi sembra tuttavia la più convincente 74.
Se dunque i viaggiatori fenici chiamano con nomi presi dalla pro-
pria lingua varie delle loro «colonie» in occidente, un numero non
minore non appartiene al semitico di Nord-Ovest, ma è assegnabile a
famiglie linguistiche diverse; e tali nomi, del resto, erano molto pro-
babilmente già in uso al momento dell’arrivo dei nuovi abitanti. Le
conclusioni concrete di questa situazione, che è comune a tutte le
aree dove diverse popolazioni si sono incrociate, sono da valutare ca-
so per caso, come di volta in volta sono da interpretare le varie deno-
minazioni, «indigene», fenicie e greche/latine, di uno stesso sito. È
comunque evidente che, nonostante cesure negli sviluppi culturali di
determinate regioni – in un periodo che generalmente coincide con la
fine dell’età del Bronzo – la toponomastica non permette di constata-
re l’esistenza di una frattura netta tra culture locali e nuovi venuti al
momento della fondazione dei loro primi insediamenti.

Maria Giulia AMADASI GUZZO

ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE

Ahlström 1991 = G. W. Ahlström, The Nora Inscription and Tarshish, in Maa-


rav 7, 1991, p. 41-50.
Amadasi Guzzo 1968 = M. G. Amadasi Guzzo, Neapolis = qrthdšt in Sarde-
gna?, in Rivista degli Studi Orientali 43, 1968, p. 19-21. ˙
Amadasi Guzzo 1986 = M. G. Amadasi Guzzo, Scavia Mozia. Le iscrizioni,
Roma, 1986.
Amadasi Guzzo 1992 = M. G. Amadasi Guzzo, Divertimento 1991. Ancora sul-
la Cartagine di Sardegna, in R. H. Tykot – T. K. Andrews (a cura di), Sar-
dinia in the Mediterranean : A Footprint in the Sea. Studies in Sardinian
Archaeology Presented to Miriam S. Balmuth, Sheffield, 1992, p. 439-
447.

72
Krahmalkov 1974, p. 171-177.
73
Schmitz 1994, p. 1-13.
74
Cf., contro, Garbini 1984, p. 24-25.

.
INSEDIAMENTI FENICI IN ITALIA 21

Amadasi Guzzo 1992 a = M. G. Amadasi Guzzo, Sulla dedica a Melqart di


Tharros e il toponimo QRTHDŠT, Atti del Convegno «L’Africa Romana»
9, Sassari, 1992, p. 523-532.˙
Amadasi Guzzo 1997 = M. G. Amadasi Guzzo, R}Š MLQRT, «les élus de Mel-
qart»?, in Antiquités Africaines 33, 1997 [Hommages à G. Souville I],
p. 81-85.
Amadasi Guzzo 2002 = M. G. Amadasi Guzzo, Iscrizione punica a Cagliari,
in Quaderni della Soprintendenza archeologica per le province di Cagliari
e Oristano 19, 2002, p. 173-179.
Amadasi Guzzo 2005 = M. G. Amadasi Guzzo, Ancora sul nome di Mozia, in
A. Spanò Giammellaro (a cura di), Atti del V Congresso internazionale di
Studi fenici e punici, Palermo, 2005, p. 575-578.
Amadasi Guzzo 2007 = M. G. Amadasi Guzzo, Un’iscrizione punica da Ibiza,
in P. G. Borbone – A. Mengozzi – M. Tosco (a cura di), Loquentes lin-
guis. Studi linguistici e orientali in onore di F. A. Pennacchietti, Wiesba-
den, 2007, p. 13-20.
Amadasi Guzzo – Rossignani 2002 = M. G. Amadasi Guzzo – M. P. Rossi-
gnani, in M. G. Amadasi Guzzo – M. Liverani – P. Matthiae (a cura di),
Da Pyrgi a Mozia. Studi di archeologia mediterranea in memoria di
A. Ciasca, Roma, 2002, p. 5-28.
Avigad – Sass 1997 = N. Avigad – B. Sass, Corpus of the West-Semitic Stamp
Seals, Gerusalemme, 1997.
Bafico – Oggiano – Ridgway – Garbini 1997 = S. Bafico – I. Oggiano –
D. Ridgway – G. Garbini, Fenici e indigeni a Sant’Imbenia, in P. Bernar-
dini (a cura di), Phoinikes B-SHRDN : i Fenici in Sardegna. Nuove acqui-
sizioni, Oristano, 1997, p. 45-53.
Bartoloni 1997 = P. Bartoloni, L’insediamento fenicio-punico di Bitia, in
P. Bernardini (a cura di), Phoinikes B-SHRDN : i Fenici in Sardegna.
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.
CORINNE BONNET

OSSERVAZIONI COMPARATIVE
SULL’ONOMASTICA FENICIO-PUNICA
DELLA SICILIA E DELLA SARDEGNA

Se il concetto geografico di «Italia» e quello cronologico di «An-


tichità» sono stati posti al centro dell’attenzione dei partecipanti a
questo Convegno, conferendo al nostro incontro scientifico una so-
stanziale coerenza ed unità, sul piano linguistico è ovvio che tale
quadro obbliga a confrontarsi con una grande diversità, quindi con i
fenomeni di interazione culturale e linguistica.
Si intende qui trattare dell’onomastica personale fenicio-punica,
limitando l’indagine all’area isolana – Sicilia e Sardegna –, entrambe
toccate durevolmente dal fenomeno dell’espansione fenicia nel Me-
diterraneo centrale e occidentale sin dall’VIII secolo a.C.1
Va subito detto che la documentazione su cui svolgere tale inda-
gine è relativamente scarsa : disponiamo per ciascuna delle due re-
gioni prese in considerazione di meno di duecento iscrizioni per tut-
to l’arco temporale che spazia dal periodo arcaico a quelle neo-
punico, quindi per circa otto secoli di storia, comprendendo tutti i
numerosi siti ad oggi scavati : Mozia, Lilibeo, Palermo, la Grotta Re-
gina, Erice, ecc. per la Sicilia; Tharros, Antas, Cagliari, Olbia, Nora,
ecc. per la Sardegna 2. Inoltre, è ovvio che non tutte le iscrizioni con-
tengono degli antroponimi : per la Sardegna, la proporzione è del-
l’ordine di due terzi soltanto. Di conseguenza, è metodologicamente
delicato trarre degli insegnamenti da una documentazione così scar-
na e a macchia di leopardo. Tuttavia per l’antichista, questo tipo di
situazione euristica è purtroppo il pane quotidiano. Non si può, non
si deve rinunciare a valorizzare ogni indizio, pur evitando l’accani-
mento ermeneutico.
La mia formazione e l’orientamento delle mie ricerche spiega
perché le mie interrogazioni nei confronti dell’onomastica non sono

1
Per una messa a punto del quadro storico, cf. Falsone 1995, p. 674-697;
Tronchetti 1995, p. 712-742.
2
Ringrazio Paolo Xella, ISCIMA C.N.R., per avermi dato accesso alla banca-
dati epigrafica fenicio-punica, di cui prepara la pubblicazione in collaborazione
con il C.S.I.C. (Spagna), un progetto al quale, del resto, presi parte nelle sue fasi
iniziali.

.
26 CORINNE BONNET

primariamente linguistiche, bensì storiche : l’antroponimia costitui-


sce un’importante fonte di conoscenza del passato, come tante altre
certo, ma con precipue caratteristiche; la ricostruzione storica non
può quindi prescindere da una corretta analisi linguistica. Nell’in-
traprendere un’indagine sull’onomastica fenicio-punica di Sicilia e
Sardegna, avevo in mente un’interrogazione storica, che esplicito
subito. L’approccio al fenomeno storico dell’espansione fenicia nel
Mediterraneo si basa essenzialmente su due categorie di documen-
tazione : quella archeologica, sempre più importante, che ci restitui-
sce i siti, i luoghi, le configurazioni ambientali, la cultura materiale
e che fissa i paletti cronologici 3, poi la documentazione letteraria, a
suo tempo analizzata dal mio connazionale Guy Bunnens 4, in parti-
colare le testimonianze di Tucidide (essenziale per la Sicilia), Poli-
bio, Livio, Diodoro, ecc. Si tratta in questo caso di testimonianze in-
dirette, scritte cioè da autori greci e latini che avevano della civiltà
fenico-punica una visione esterna e spesso distorta per vari motivi
ideologici e che elaboravano delle cronologie artificiose in riferi-
mento agli eventi marcanti della propria cultura (ad esempio, prima
o dopo la Guerra di Troia) 5. La letteratura fenicio-punica, come si
sa, è praticamente naufragata, quindi in sostanza ignota 6.
In una tale configurazione documentaria, le iscrizioni rappre-
sentano l’unica fonte scritta diretta e costituiscono un corpus parti-
colarmente prezioso per gli storici. Purtroppo la loro tipologia non
risponde sempre alle attese, in quanto sono per lo più delle dediche
– stereotipate e ripetitive –, delle iscrizioni di appartenenza, comme-
morative o funerarie, che registrano alcuni fatti della vita quotidia-
na : un atto devozionale, un decesso, una proprietà. Lo stile formu-
lario lascia pochissimo spazio alla fantasia, quindi al lavoro dello
storico che, senza disprezzare l’approccio seriale, ama anche lavora-
re sui particolari, sui dettagli significativi, sulle eccezioni. Inoltre, le
iscrizioni reali, quelle che hanno un contenuto storico o storiografi-
co significativo, sono abbastanza rare in Oriente, del tutto assenti in
Occidente («pour cause»!). Gli eventi e le tappe del processo di
espansione verso l’Occidente, in cerca di nuovi giacimenti metallife-
ri, di nuovi sbocchi e di nuovi mercati, non sono evocati nelle iscri-
zioni (a parte forse l’iscrizione di Nora 7) : esse tacciono del tutto su-

3
Su questa problematica, rimando a vari contributi nel volume collettaneo
menzionato alla nota 1, in particolare sul tema «Expansion et colonisation», al
contributo di Niemeyer 1995, p. 247-267.
4
Bunnens 1979
5
Cf. Ribichini 1995, p. 73-83.
6
Cf. Krings 1995, p. 31-38.
7
Cf. Amadasi Guzzo 1967, (d’ora in poi : ICO), Sardegna 1.

.
OSSERVAZIONI COMPARATIVE SULL’ONOMASTICA FENICIO-PUNICA 27

gli attori, sui momenti e sui luoghi di questo decisivo fenomeno sto-
rico. Una simile situazione ci spinge a prendere in considerazione
l’antroponimia come una possibile fonte di informazione sull’espan-
sione nel Mediterraneo : possono i nomi degli abitanti dei siti feni-
cio-punici di Sicilia e di Sardegna dirci qualcosa dell’origine dei loro
antenati giunti per primi in quei luoghi? Sono in grado di delineare
un quadro della religiosità locale o regionale da confrontare con
quello della madrepatria? Tradiscono qualcosa dei fenomeni e delle
modalità dell’interazione con le popolazioni indigene? Queste sono
le domande che tenterò di affrontare, ricorrendo a un approccio
comparativo nella speranza che faccia emergere delle similitudini e
delle differenze significative da interpretare in termini storici 8.
Dopo aver precisato la parte programmatica del mio intervento,
passiamo ora alla parte operativa dell’indagine, con la consapevolez-
za, però, che la distanza può essere tanta fra l’una e l’altra. In questo
caso, è proprio lo stato della documentazione a determinare uno ia-
to fra le domande formulate e le risposte possibili. Prima di adden-
trarmi nel dossier delle epigrafi, sarà forse opportuno spendere
qualche parola introduttiva sull’onomastica semitica. Sin dall’inizio
degli studi di semitistica, l’onomastica è apparsa come un settore di
primaria importanza 9, in particolare per studiare le concezioni e le
pratiche religiose. I nomi semitici sono in effetti spesso dei brevi
enunciati che associano una divinità a una qualità espressa sotto
forma di un epiteto, un sostantivo o un verbo, del tipo «Baal è gra-
zioso», o «Baal è mio fratello», o ancora «Baal ha concesso». Questi
enunciati costituiscono una finestra aperta su ciò che la storiografia
tedesca chiama la persönliche Frömmigkeit, cioè la religiosità priva-
ta, personale, in opposizione alla religione ufficiale, pubblica, che si
manifesta piuttosto in altre fonti (testi rituali, dediche pubbliche,
iscrizioni di fondazioni, ecc.). In altre parole, i nomi, proprio perché
personali, associati a una persona per tutta la durata della sua vita,
tradiscono le preoccupazioni esistenziali, spesso legate alla famiglia,
alla discendenza, alla salute. Alla divinità che funge da patrono, il
Schutzgott o personal god, attorno al quale si è sviluppato un dibatti-
to approfondito in campo orientalistico10, si chiede sostanzialmente
protezione, benessere e intercessione presso gli altri dei. In questa
prospettiva, va sottolineato il fatto che, negli ultimi anni, senza ne-
gare una specificità della religiosità privata, così come traspare fra
l’altro dall’antroponimia, si tende a sottolineare il fatto che questa
religiosità non è in nessun modo autonoma rispetto a quella ufficia-

8
Sulla stessa linea, cf. Xella 1978, p. 71-77.
9
Cf. da ultimo, Di Vito 1986.
10
Cf. in particolare, Rainer Albertz 1978.

.
28 CORINNE BONNET

le che serve in fondo ad attirare sulla comunità intera e sulla perso-


na del re, che ne conduce le sorti, benessere, protezione, stabilità e
intercessione, esattamente ciò che si chiede a livello personale al dio
protettore. Religiosità privata e religiosità pubblica sono quindi due
facce di una stessa realtà11.
Per tornare ai nomi, va ancora detto che vigeva nel Vicino
Oriente una concezione che attribuiva al nome un valore magico e
teologico. Il nome non è esterno alla realtà che designa : ne fa parte
e ne determina l’esistenza e il destino; ha un valore noetico e dina-
mico12. Il testo della Genesi è molto chiaro in proposito : dare un no-
me significa creare, far esistere13. Di conseguenza, la conoscenza di
un nome costituisce un potere, un dominio su ciò che designa, da
cui il criptogramma Adonay per nascondere il nome di Yhwh che
deve rimanere sconosciuto, come quello dell’Innominato manzonia-
no. Il nome è una specie di doppio della persona : ciò spiega perché,
in un’iscrizione bilingue fenicio-greca di Atene, l’antroponimo She-
my, che rimanda a Shem, il nome divinizzato, sia reso in greco con
Antipatros, cioè, in qualche modo, il «sosia»14. L’elemento teoforo
Shum (su-mu) è del resto attestato sin dal III millennio a.C., negli
antroponimi dei testi di Ebla15.
Queste considerazioni ci consentono di affermare che il nome è
un elemento significativo dell’identità delle persone e che la scelta
dei suoi vari componenti, l’elemento teoforo e la qualità ad esso at-
tribuita in particolare, era tutt’altro che casuale. Detto ciò, però, i
dettagli delle circostanze in cui il nome veniva attribuito, quindi an-
che le motivazioni stesse di ogni singola scelta, ci sfuggono quasi del
tutto. Chi sceglieva il nome? A prevalere era la logica del nucleo fa-
miliare ristretto, come inducono a pensare i non rari casi di pappo-
nimia, oppure entravano in conto delle considerazioni legate a grup-
pi sociali più ampi (come il genos nel mondo greco)? Quando di pre-
ciso avveniva la cerimonia di imposizione del nome nella vita del

Su questo dibattito, cf. Di Vito 1986. Il dibattito su religione privata -reli-


11

gione pubblica, in ambito orientale, si è anche nutrito dal delicato dossier delle
iscrizioni di Kuntillet-‘Ajrud, nel Sinai, dove Yhwh è venerato insieme ad una pa-
redra femminile, il che sembra tradire una notevole distanza fra culto ufficiale e
pratiche quotidiane. Cf. Müller 1992, p. 15-51.
12
Cf. le voci Nom et Nom divin, in Dictionnaire encyclopédique de la Bible,
Turnhout 1987, p. 903-905; DBS VI, p. 514-541; ThWAT VIII, p. 122-176; K. van
der Toorn – B. Becking – P. van der Horst (edd.), Dictionary of Deities and De-
mons in the Bible, 2a ed., Leiden 1999 (d’ora in poi : DDD), p. 763-764. Cf. anche
Lubetski 1987, p. 1-14.
13
Genesi 2,18-23.
14
L’iscrizione è CIS I, 115. Cf. Bonnet 1988 (= Mélanges en l’honneur de
M. Sznycer, Paris 1990), p. 39-47.
15
Cf. Pomponio – Xella 1997, p. 503-505.

.
OSSERVAZIONI COMPARATIVE SULL’ONOMASTICA FENICIO-PUNICA 29

neonato? In quale misura giocavano le tradizioni familiari di fronte


a probabili fenomeni di moda? Quale portata aveva veramente il
senso di un nome : reale o solo convenzionale? Cosa si nasconde,
nel vissuto delle persone, dietro un nome come «Baal ha dato» : la
semplice consapevolezza che il dio comunque concede ogni bene,
oppure una circostanza precisa di gravidanza difficile (com’è il caso
per Samuele nell’Antico Testamento). L’onomastica è, come la reli-
gione, abbastanza conservatrice : non è raro trovare una genealogia
che mostri la ripetizione meccanica di un nome o di più nomi attra-
verso varie generazioni. Ciò significa che l’antroponimia può veico-
lare dei tratti arcaici da valutare in riferimento a tradizioni di cui si
è perso la traccia a livello di devozione operativa, contemporanea.
Infine, la laconicità degli enunciati onomastici, sprovvisti di qualsia-
si aggancio esterno, quindi in qualche modo auto-referenziali, rap-
presenta un notevole ostacolo alla comprensione del contesto. I limi-
ti della nostra indagine sono quindi più che evidenti ed è probabile
che alcune delle considerazioni scaturite dall’esame dell’onomastica
semitica possano anche rivelarsi adeguate ad altri corpora di cui si
tratterà nell’ambito di questo incontro scientifico sull’onomastica
dell’Italia antica.

Sia in Sicilia che in Sardegna sono massicciamente attestati i


nomi più correnti del repertorio onomastico fenicio e punico16 : i
Baalyaton, Germilqart, Bodashtart o Abdeshmun, gli Baalhanno,
Himilkat, Abdimilk, ecc. Va notato che l’onomastica maschile è infi-
nitamente più rappresentata di quella femminile, per il semplice fat-
to che le donne sono raramente protagoniste di messaggi scrittori
qui, come altrove, e in molti periodi storici. Fra i 44 nomi differenti
attestati nelle 40 iscrizioni provenienti dal tofet di Mozia pubblicate
da M. G. Amadasi Guzzo17, nessuno appartiene a una donna, eppu-
re, col tofet, abbiamo a che fare con un ambito rituale legato alla fa-
miglia, alla riproduzione, dove del resto la donna è presente tramite
le raffigurazioni femminili, nude o vestite, presenti sulle stele. Nel
tofet, quindi, almeno a Mozia, le donne non sembrano mai compiere
un’offerta al titolare del luogo sacro, Baal Hammon (cosa che av-
viene invece, anche se raramente, nel tofet di Cartagine).
Quindi, ad un primo sguardo, appare con chiarezza che l’ono-
mastica fenicio-punica della Sardegna e della Sicilia si ispira ai mo-
delli della madrepatria fenicia e della metropoli punica di Cartagine.
Alcuni nomi, però, sui quali torneremo fra poco, costituiscono degli

16
Il repertorio di riferimento è tuttora Benz 1972, ormai seriamente supera-
to, anche se sempre molto utile come punto di partenza.
17
Amadasi Guzzo 1986 (d’ora in poi Mozia).

.
30 CORINNE BONNET

hapax all’interno del corpus fenicio-punico Possono, in certi casi, es-


sere ricollegati alle antiche tradizioni cananee del II millennio (tra-
mite la documentazione ugaritica in particolare) o persino al fondo
semitico più antico, qual è attestato, ad esempio, nei testi di Ur III,
nell’ultimo secolo del III millennio a.C.18 Su questa base è stata avan-
zata l’ipotesi di un carattere arcaico o arcaicizzante dell’onomastica
fenicio-punica di Sicilia e di Sardegna, un’ipotesi che metteremo fra
poco alla prova.
Prima di soffermarci su questi casi interessanti, che si segnala-
no alla nostra attenzione per la loro singolarità, non sarà forse inuti-
le proporre qualche dato sintetico d’insieme.
Per tentare di ricollegare gli ambienti coloniali ai fulcri fenici,
un elemento essenziale potrebbe essere rappresentato dalle divinità
che entrano a far parte dei nomi personali. Sappiamo in effetti che il
concetto di religione fenicia è in buona parte convenzionale, più an-
cora di quello di religione greca che trova nell’epopea omerica e nel-
la teogonia esiodea una base panellenica che si tramanderà per se-
coli nella produzione letteraria. Se ci fosse stata conservata almeno
una piccola parte della letteratura fenicia, avremmo forse un’idea di
ciò che fosse la religione fenicia, sempre che tale concetto non sia
un’«invenzione» o una «convenzione» della storiografia moderna.
L’unico a darcene una certa idea è Filone di Biblo, nella sua Storia
fenicia, che comprende anche un discorso approfondito sulle origini
mitiche, ma si tratta di un contemporaneo di Adriano, pervenutoci
tramite le citazioni, più tarde ancora e per lo più polemiche, di Eu-
sebio di Cesarea!
Le iscrizioni fenicie, a dire il vero, ci rivelano soltanto le realtà
topiche, quindi i culti poliadi, i pantheon delle varie città-stato, Tiro,
Sidone, Biblo, Sarepta, ecc., in accordo del resto con la struttura po-
litica di una regione che non fu mai unificata, se non sotto dominio
straniero e forse, in una certa misura, nelle sue proiezioni mediter-
ranee. Il ricorso a Melqart, Baal di Tiro, nei nomi propri coloniali
potrebbe costituire un indizio della provenienza tiria di queste per-
sone, come la presenza di Eshmun rimanderebbe a un ambiente ori-
ginariamente sidonio. Ashtart, dal canto suo, è attestata in tutta la
Fenicia, mentre i nomi divini generici come Baal, Adon, Milk (il
«Re») e Milkat (la «Regina») non corrispondono a una zona precisa
della Fenicia19. Non risulta quindi sempre agevole stabilire un nesso
etnogenetico fra un nome attestato in Occidente e una regione, una
città-stato d’Oriente.

Su questa documentazione, cf. Di Vito 1986, (n. 8).


18

Per una visione panoramica della religione fenicio-punica, cf. Bonnet –


19

Xella 1995, p. 316-333.

.
OSSERVAZIONI COMPARATIVE SULL’ONOMASTICA FENICIO-PUNICA 31

In Sicilia come in Sardegna Baal è l’elemento teoforo più fre-


quentemente attestato (14 volte a Mozia, una decina di volte negli al-
tri siti della Sicilia e circa 40 volte in Sardegna 20). Nel contesto delle
iscrizioni del tofet di Mozia, si potrebbe pensare di riconoscere nel
Baal dell’onomastica personale il dio del luogo, cioè Baal Hammon,
ma tale ipotesi non si impone necessariamente. Il senso del nome di
una persona non dipende dal contesto in cui essa pratica la propria
fede, ma da una scelta operata alla nascita e motivata dal desiderio
di assicurare al neonato una protezione adeguata. Senza escludere
che l’elemento teoforo Baal nei nomi di Mozia possa rimandare an-
che a Baal Hammon, credo piuttosto che si tratti di una designazio-
ne generica per il «Signore», cioé il dio preposto alla protezione per-
sonale, il Schutzgott o personal god, che menzionavo prima. Nel re-
pertorio onomastico del III millennio a.C., dingir in sumerico e ilum
in accadico, cioè semplicemente il «dio», non rimandano a una figu-
ra specifica, ma all’«angelo custode» di chi porta tale nome 21. Ora,
nell’onomastica fenicio-punica di Sicilia e di Sardegna, colpisce la
quasi assenza dell’elemento teoforo el o il (plurale elim), col senso
generico di «dio», mentre Baal è molto presente. Del resto, i testi
mitologici di Ugarit tradiscono già un’evoluzione interna dei pan-
theon semitici per cui El è ormai caratterizzato come un dio della
creazione, saggio e anziano (padre degli anni), chiave di volta del
pantheon, ma remoto e confinato in un ruolo di autorevole padrone
del mondo, mentre tocca a Baal il ruolo attivo di primo piano, quello
di protettore della comunità e di campione di lotte e imprese eroi-
che 22. Sembra quindi ragionevole pensare che il Baal dell’onomasti-
ca fenicio-punica di Sicilia e Sardegna non sia un Baal particolare,
topico, bensì il grande dio che estendeva la propria protezione alle
moltitudini.
A questo Baal, comune e personale allo stesso tempo, vengono
attribuite diverse qualità, generiche o specifiche : quella di regnare,
di proteggere, di aiutare, di essere grazioso, di salvare, di dare, di es-
sere signore, fratello, ecc. Un accenno particolare merita il nome
RP’B‘L, ipoteticamente attestato in un’iscrizione del tofet di Mozia
(VI sec. a.C.) 23, che costituisce un hapax nella documentazione ono-
mastica fenicio-punica. Significa «Baal ha guarito/salvato» e si ri-
collega alle tradizioni siriane, specie ugaritiche, dove Baal, in quan-

20
Il carattere approssimativo dei conteggi è legato al fatto che varie iscrizio-
ni sono frammentarie o di lettura incerta (com’è il caso per molti dei graffiti della
Grotta Regina, presso Palermo).
21
Cf. Di Vito 1986, (n. 8).
22
Cf. Xella 1984.
23
Cf. Mozia 10. Il lamed finale è restituito.

.
32 CORINNE BONNET

to ha conosciuto un’esperienza di morte e ritorno alla vita, viene


chiamato Rapiu’ e i re morti divinizzati Rapiuma : tale termine trova
un’eco nei Rephaim biblici. Dietro a questa terminologia, che asso-
cia paradossalmente i morti alla guarigione/salvezza, si cela una
complessa ideologia della regalità e della morte, secondo la quale i
re morti, con Baal in testa che funge da modello mitico, continuano
nell’aldilà ad essere attivi per la comunità dei vivi e a dispensare pro-
tezione, benessere e guarigione 24.
Melqart, dio tirio per definizione 25, è attestato ben 16 volte in
Sardegna e meno di 10 volte in Sicilia. Eshmun, il Baal di Sidone, è
presente in 7 nomi sardi e in 6 nomi siciliani 26. Questi numeri con-
fermano il fatto che la componente tiro-sidonia fu predominante
nella fase iniziale dell’espansione fenicia verso Occidente. Il corpus
delle iscrizioni del tofet di Mozia, è bene ricordarlo, risale al VI seco-
lo a.C., sicché la distanza rispetto al momento della colonizzazione
non è tanta, forse dell’ordine di 6-8 generazioni, il che consente di
ipotizzare una parziale conservazione dei nomi originari della ma-
drepatria fenicia.
Ashtart, dea pan-fenicia per eccellenza 27, è menzionata 6 volte
nell’onomastica di Sardegna e una decina di volte in Sicilia, mentre
Tanit, dea tipicamente cartaginese, anche se sappiamo ormai che il
suo culto era impiantato anche in Oriente, è molto più discreta : una
sola volta in Sardegna e mai, a mia conoscenza, in Sicilia (dove non
risulta nemmeno esplicitamente documentata a livello cultuale) 28.
Questi dati evidenziano la forza e la permanenza, almeno a livello
devozionale, delle tradizioni specificamente fenicie presso gli inse-
diamenti di Sicilia e di Sardegna. Del resto, è risaputo che le mino-
ranze testimoniano un attaccamento durevole alle proprie tradizioni
ancestrali, che vengono considerate come il serbatoio di un’identità
messa in pericolo dal contesto allogeno potenzialmente fagocitante.
La pregnanza della cultura fenicia, orientale, troverà fra poco altre
conferme, un tratto che è sensibile in una certa misura anche a Car-
tagine.
Fra gli elementi divini attestati nei nomi propri del corpus feni-
cio-punico di Sicilia e Sardegna, troviamo una serie di divinità me-

24
Cf. Xella 1984, e la voce Rephaïm; in DDD, p. 692-700, per citare solo qual-
che titolo rappresentativo di una bibliografia davvero sterminata. Il nome ipoco-
ristico RP} è attestato anche una volta a Cartagine.
25
Rimando a Bonnet 1988 a. Cf. anche DDD, p. 563-565.
26
Su Eshmun, DDD, p. 306-308.
27
Bonnet 1996; DDD; p. 109-114.
28
Su Tanit, cf. la voce relativa nel Dictionnaire de la civilisation, p. 438-439
(E. Lipinski).

.
OSSERVAZIONI COMPARATIVE SULL’ONOMASTICA FENICIO-PUNICA 33

no importanti o francamente minori, che sono attestate anche altro-


ve, ma la cui rarità può essere d’aiuto per completare e mettere a
fuoco la mappa della religiosità locale in riferimento ai modelli ori-
ginari.
– Sid 29 (SD) ci è conosciuto essenzialmente come il dio principa-
˙
le di Antas, ˙ Sardegna, dove viene identificato con il dio nazionale
in
chiamato Sardus Pater nelle iscrizioni in lingua latina. Stranamente
non compare mai nell’onomastica epigrafica del sito, mentre è pre-
sente sia a Olbia (in una dedica del III sec. a.C.) 30 sia a Monte Sirai
(in una dedica del IV/III sec. a.C.) 31. Viene naturale chiedersi : come
mai la devozione locale per il dio non si riflette nell’onomastica del
posto e si esprime invece al di fuori del sito cultuale di predilezione?
Non risulta facile proporre una risposta. Notiamo ancora che il dio
compare come elemento teoforo in ambito sia fenicio sia punico.
– Sakon 32 (SKN) compare due volte come elemento teoforo nel-
l’antroponimo Grskn, che figura sia in una dedica a Melqart prove-
niente da Tharros, datata al III-II sec. a.C. 33, sia in una stele del tofet
di Sulcis (S. Antioco) dello stesso periodo 34. Si tratta di un dio antico
che rimanda al culto dei betili attestato sin dal II millennio a.C. nel-
la Siria amorrea. È altresì ben documentato a Cartagine.
– Dagon 35 (DGN), antica divinità legata al grano, attestata sin
dai testi di Ebla nel III millennio a.C. in qualità di dio poliade della
città siriana di Tuttul e padre di Baal nei miti ugaritici, poi assurto a
divinità nazionale da parte dei Filistei, come lo rivela l’Antico Testa-
mento, è attestato una volta, nel nome B‘ldgn, su un sigillo di Thar-
ros 36. Non si conoscono ad oggi attestazioni in ambito punico.
– Shaggar 37 (ŠGR) potrebbe essere l’elemento teoforo del nome
{BDŠG[R], attestato nella lunga dedica a Melqart, di Tharros, del III-
II sec. a.C. 38. Si tratta di un dio probabilmente lunare (della luna pie-

29
Cf. Lipinski 1995, p. 332-350. Questo volume è molto utile per individuare
le fonti relative ad ogni divinità, anche la più infima, ma va usato con grande cir-
cospezione per quel che riguarda le interpretazioni proposte.
30
ICO Sardegna 34.
31
ICO Sardegna 39.
32
Cf. Lipinski 1995, p. 176-179.
33
ICO Sardegna 32.
34
Cf. Bartoloni 1986, no 1529, p. 240. La lettura è leggermente incerta : il
kaph si legge parzialmente e il nun è restituito.
35
Cf. DDD, p. 216-219; Cf. anche Lipinski 1995, p. 170-174 (segnala anche l’e-
sistenza di toponimi in ambito semitico dell’ovest, ma ignora il sigillo di Thar-
ros).
36
Cf. Vattioni 1981, no 14. Cf. Xella 1992, p. 92; Garbini 1993, p. 221 (che lo
considera filisteo per la presenza dell’elemento Dagon, un’ipotesi che non è del
tutto obbligatoria, visto che questo dio è diffuso nell’intera area siro-palestinese).
37
Cf. DDD, p. 760-762; cf. Lipinski 1995, p. 351-355.
38
Cf. ICO Sardegna 32.

.
34 CORINNE BONNET

na?), attestato a Ugarit in relazione con la fecondità del gregge. Que-


sto elemento teoforo compare anche in quattro testi cartaginesi.
– Kothar/Koshar 39 (KTR/KŠR; Chousôros in Filone di Biblo) è
˙
attestato nella stessa iscrizione di Tharros nel nome [{B]DKŠR, at-
tribuito a una persona che riveste la funzione di «decoratore»
(MTH) 40. Ora, sappiamo che, ad Ugarit, Kothar era il dio artigiano,
fabbro˙ e mago, responsabile della costruzione del sontuoso palazzo
di Baal. Questo nome divino compare anche nell’onomastica perso-
nale di Cartagine.
– Shaban 41 (ŠBN) compare nel nome }HŠBN, «fratello di ND»,
in un’iscrizione funeraria neopunica di Sulcis ˙ (S. Antioco) 42. Riman-
da anch’egli a un ambiente culturale siriano poiché tale elemento
teoforo, assente del resto della documentazione fenicio-punico, è at-
testato ad Ugarit.
– Sidiq 43 (SDQ), teonimo e antroponimo nello stesso tempo, è
˙
attestato in un’iscrizione neopunica di tipologia incerta, incisa su un
frammento di base circolare, proveniente da Sulcis (S. Antioco) 44.
Questo dio cananeo, personificazione della «Rettitudine», è menzio-
nato nei testi di Ugarit in coppia con Misor, personificazione della
«Legittimità», due elementi basilari dell’ideologia della regalità nella
Siria dell’Età del Bronzo e del Ferro. Mentre assente a Cartagine,
questo elemento teoforo è attestato a Cipro e negli antroponimi feni-
ci d’Assiria.
– Il dio Shalim 45 (ŠLM) compare due volte nel corpus delle iscri-
zioni del tofet di Mozia nel VI sec. a.C. : tale quale 46 ed anche nel no-
me YKNŠLM 47 che ha vari paralleli. Shalim è attestato nei testi di
Ugarit, come stella della sera, in parallelo con Shahar, stella del-
l’aurora, di cui tratteremo subito dopo 48. Ci sono nomi con questo
elemento teoforo anche a Cartagine.

Cf. DDD, p. 490-491.


39

Il senso della radice è «ricoprire», «decorare». ICO Sardegna 32, 9.


40

41
Cf. DDD, p. 759-760; cf. Lipinski 1995, p. 414-415, che considera che non si
tratta di un antroponimo – «c’est de l’inhabileté à porter un jugement sur des don-
nées connues qu’est née l’hypothèse de l’existence d’une divinité Šbn...» : p. 414 – e
propone quindi una diversa cesura del testo, che, tuttavia, convince poco.
42
ICO Sardegna Neopunica 6, 4.
43
Cf. DDD, p. 577-578 (s.v. Misharu); Lipinski 1995, p. 112-114.
44
ICO Sardegna Neopunica 1.
45
Cf. DDD, p. 755-757; Lipinski 1995, p. 283; 536.
46
Mozia, 22,2.
47
Mozia, 23,2. La radice kwn, associata all’elemento teoforo, significa «esse-
re», «esistere».
48
Sul loro mito, Xella 1973.

.
OSSERVAZIONI COMPARATIVE SULL’ONOMASTICA FENICIO-PUNICA 35

– Shahar 49 (ŠHR) è presumibilmente presente nel nome ŠHRR,


attestato una volta,˙ a Mozia 50. Se così fosse, darebbe ulteriore consi-
˙
stenza al filone «cananeo» dell’onomastica che stiamo esaminando.
Esistono dei paralleli sia in Oriente sia in Occidente.
– Miskar 51 (MSKR), l’«araldo» divino, ci orienta invece in un’al-
tra direzione. È attestato una volta nel nome {BDMSKR nel tofet di
Mozia 52, con paralleli soprattutto punici, oltre a un precedente a Ni-
nive e una tarda menzione a Sidone. Miskar, nello stato attuale della
documentazione, sembra aver goduto di una popolarità speciale a
Mactar in Tunisia. Si tratta quindi forse, questa volta, di un influsso
africano sull’onomastica della Sicilia.
– Gush (GŠ) è presente nel nome BR/DGŠ in una dedica di An-
tas, in Sardegna 53. G. Garbini propone di identificarlo a un dio indi-
geno, mentre P. Xella 54 lo ricollega a un dgu-si attestato in ambito si-
riano e aramaico, il che mi sembra più coerente col quadro che si
evince dalla documentazione.
Come si vede, spesso e volentieri, il nostro sguardo si è voltato
verso l’Oriente, che sembra costituire il maggiore orizzonte culturale
di riferimento dell’onomastica personale fenicio-punica di Sicilia e
Sardegna. Prima di esaminare alcuni altri casi problematici, vorrei
attirare l’attenzione su un’iscrizione molto particolare scoperta a Ol-
bia 55. Si tratta di una dedica del III sec. a.C. : se il suo destinatario
divino non è più leggibile, essa contiene pur tuttavia una genealogia
straordinaria, riferita al dedicante e composta da ben 16 generazio-
ni, il che ci riporterebbe indietro nel tempo fino praticamente all’e-
poca della fondazione della colonia fenicia di Olbia. «Che il caposti-
pite sia quello che si è stabilito nella colonia?» si chiede giustamente
M. G. Amadasi Guzzo 56. L’ipotesi prende quota in considerazione
del fatto che il capostipite in questione porta il nome apparentemen-
te programmatico di «Sid è re» (mlksd), forse in riferimento all’isola
˙
dove i coloni si stabilirono, conquistando una nuova supremazia che
il nome intendeva tradurre. Ciò farebbe pensare che la genealogia è
di ispirazione «ideologica», almeno per le sue parti più antiche. In
altre parole si tratterebbe di una ricostruzione retrospettiva, senza
vero aggancio con la realtà storica. Stupisce fra l’altro il fatto che lo

49
Cf. DDD, p. 754-755; cf. Lipinski 1995, p. 355-356.
50
Mozia, 28,2.
51
Cf. Lipinski 1995, p. 174-176 (con l’alternanza di vocalizzazione Miskar/
Maskir).
52
Mozia, 24,3-4.
53
Fantar 1969, IV, 3.
54
Xella 1978, p. 73; DDD, p. 375-376.
55
ICO Sardegna 34.
56
ICO, p. 114.

.
36 CORINNE BONNET

stesso nome non figura mai due volte nella genealogia e che ben
quattro di questi nomi sono in pratica degli hapax. Esaminiamoli :
– il nome {BDTYWN 57, quindi «servo di TYWN», contiene, in
posizione di teoforo, un nome divino assolutamente sconosciuto. Di-
vinità locale? Oppure eventuale trascrizione del greco uewn per ren-
dere il semitico }LM, «dei», come supponeva Ch. Clermont-Gan-
neau? A meno di pensare a un confronto con l’antroponimo ugariti-
co twyn, mediante una metatesi, una soluzione che però risulta poco
credibile per il carattere dubbio della decifrazione del nome 58 ;
– alla generazione successiva, troviamo un PT, che potrebbe
eventualmente aver a che fare con il dio egiziano Ptah ˙ 59 ;
– tre generazioni dopo, compare un certo YM}, che alcuni ana-
lizzano come un ipocoristico di Ytnmlqrt o Ytnmlk, ma che potreb-
be anche ricollegarsi al dio del mare yam, ben attestato a Ugarit co-
me avversario di Baal, dio caotico e primordiale delle acque 60 ;
– infine il padre di costui e nipote del capostipite porta in nome
di HLBN, unica attestazione nel corpus fenicio-punico, da mettere
˙
in rapporto con il semitico h/hlb «colle», «collina», da cui il toponi-
mo Aleppo e l’antroponimo ˙ebraico
˘ Khaleb. Sin dall’onomastica del
III millennio a.C., non è raro attribuire al personal god la qualità di
«montagna», «collina», come simbolo della sua potenza cosmica.
L’iscrizione di Olbia contiene quindi un catalogo veramente sin-
golare di nomi, di cui alcuni risultano ad oggi senza paralleli, a con-
ferma del fatto che questa lunga genealogia è stata elaborata in cir-
costanze e con scopi che ci sfuggono.
Va ancora segnalata un’iscrizione neopunica di provenienza
sconosciuta in Sicilia 61, contenente i nomi }HYY}QL e YT}. Il primo
presuppone un teoforo Y}QL, per altro sconosciuto, da mettere forse
in relazione con il teonimo mauro Iocolon attestato in un’iscrizione
latina : CIL VIII 16809 (Iocoloni deo patrio). Secondo F. Vattioni 62,
questo teonimo avrebbe un’etimologia semitica – yhw’ln, ossia «Fac-
cia vivere dio» – e una notevole posterità poiché ne avrebbe trovato
le tracce persino negli elenchi telefonici della Sardegna, nei nomi
moderni di Iuculano e Culmone, (ipocoristico di [Iu]culmone). Se-
condo Vattioni, il dio all’origine del nome di Iocolon, colui che «fa
vivere», sarebbe Baal Hammon. Se questa ipotesi fosse valida, con-

ICO Sardegna 34,3.


57

Cf. Coacci Polselli 1975, p. 67-72, in part. p. 71, con i dubbi di Xella 1978,
58

p. 75, n. 20.
59
Cf. Lipinski 1995, p. 323-325.
60
Cf. DDD, p. 737-742; Lipinski 1995, p. 80, 122 (si tratta del Pontos di Filo-
ne di Biblo). Un tale ipocoristico di Ytnmlqrt o di Ytnmlk è senza parallelo.
61
ICO Sicilia Neopunica 1.
62
Vattioni 1995, p. 422-425.

.
OSSERVAZIONI COMPARATIVE SULL’ONOMASTICA FENICIO-PUNICA 37

fermerebbe, per l’onomastica fenicio-punica di Sicilia e Sardegna,


l’esistenza di una pista «africana» già evidenziata precedentemente,
accanto a quella «orientale», che domina.
Quanto al nome di YT}, nella stessa iscrizione neopunica, è di
interpretazione più incerta ancora; lo si potrebbe collegare al nome
libico YTT} oppure al nome ugaritico {bdyt, dove yt sembra fungere
da teoforo, a meno che YT} non sia un errore per YTN} (fenomeno
che non è attestato altrove).
Con l’antroponimo MTR, attestato in un’iscrizione funeraria di
Mozia del V/IV sec. a.C. 63, come nome di un vasaio, rimaniamo sul ter-
reno delle ipotesi senza riscontro né paralleli : esiste un nome libico
mtrh ed anche un elemento teoforo matar attestato nell’onomastica di
Mari, ma risulta impossibile orientare la scelta, né si sa se quelle sono
le piste giuste. Quanto a }RKRH, antroponimo attestato in un graffito
neopunico su ceramica a vernice ˙ nera di Tharros 64, potrebbe signifi-
care «(Na)karah è luce», in riferimento alla dea solare sud-arabica.

Esamiamo ora alcuni altri casi interessanti che sono, tuttavia,


senza rapporto diretto con il repertorio dei nomi divini.
– YP{, Yafi, è attestato in un’iscrizione del tofet di Tharros 65, ipo-
teticamente datata al IV sec. a.C., e trova un unico parallelo possibi-
le nell’onomastica filistea ed ebraica.
– Il nome MQM figura in un’iscrizione funeraria di Tharros del V/
IV sec. a.C. 66 e potrebbe derivare dalla radice QWM, «alzarsi, erigersi»,
come i nomi Abiqummu o Ahiqummu attestati varie volte in ambito
sia fenicio sia punico. Non è chiaro se sia lecito mettere questo nome in
relazione con il titolo rituale di mqm ’lm, cioè «colui che fa alzare la di-
vinità», attestato nell’ambito del culto di Melqart 67. Alla stessa radice si
riallacciano i nomi (})HQM (con caduta dell’aleph prostetico), attesta-
˙
to a Mozia in tre iscrizioni del VI sec. a.C. 68 e }BQM attestato una volta
a Mozia , con paralleli fenici e punici, ugaritici ed ebraici.
69

– Il nome KTM è attestato in un’iscrizione funeraria di Tharros


del V/IV sec. a.C. 70 Non sembrano proponibili paralleli nella docu-
mentazione semitica. L’ipotesi di un nome indigeno sembra possibi-

63
Mozia, 27 A, 3.
64
ICO Sardegna Neopunica 9.
65
Garbini 1993, p. 219-230, spec. p. 225-229, no 30. Garbini ipotizza un im-
probabile pellegrinaggio di questo Yafi a Kition.
66
ICO Sardegna 24,4.
67
Su questo titolo, cf. Bonnet 1988 a, p. 174-179 e, più recentemente, Müller
1996, p. 111-126.
68
Cf. Mozia 1,3; 4,3; 35,3.
69
Cf. Mozia 32,2.
70
ICO Sardegna 7,2.

.
38 CORINNE BONNET

le, ma il patronimico, formato sull’elemento teoforo Baal, è fenicio,


anche se di difficile interpretazione. Si è pensato a un accostamento
all’accadico katamu, «coprire», oppure kutimmi, «orafo, incisore di
stele/iscrizioni».
– MQR} è presente in un’iscrizione commemorativa neopunica
di Sulcis 71, probabilmente per trascrivere il latino Macer, visto che
nel testo sono anche presenti i nomi Felix e Pullius in trascrizione
punica, anche se l’aleph finale non si spiega facilmente 72. Per questo
motivo, non è del tutto da escludere un rapporto con il greco Make-
ris che Pausania 73 considera come il padre di Sardos, l’eponimo del-
l’isola, e come l’Eracle egiziano e libico, che potrebbe quindi riallac-
ciarsi al Baal di Tiro, Melqart.
– LB}, con il senso di «leone», è attestato in una dedica di Sulcis
del VI sec. a.C. 74 Sin dall’onomastica accadica del III millennio
a.C. 75, la qualità di «leone» viene attribuita alle divinità per sottoli-
neare la loro forza, ma forse anche il loro carattere negativo, distrut-
tivo (il leone come metafora della morte). In una lista accadica di di-
vinità, la dea Labatu, la «Leonessa», viene identificata con «Ishtar
del lamento». A Ugarit, l’appellativo di «leone» è usato per Athtar, il
corrispondente maschile di Athtart 76. È praticamente impossibile sa-
pere chi si nasconde dietro questo nome a Sulcis. Melqart sembra
un buon candidato a motivo sia della sua vicinanza con Ashtart sia
della sua identificazione con Eracle, il dio-eroe con la leonté, ma si
tratta soltanto di un’ipotesi.
– Il nome }TŠ è attestato in una dedica a Baal Shamim, da Ca-
gliari, risalente al III sec. a.C. 77 ; nella genealogia del proprio padro-
ne, Baalhanno, servo di Bodmilqart, menziona infatti quattro ante-
nati, con dei bei nomi semitici, tranne l’ultimo, questo }TŠ. Si tratta
forse di un nome indigeno.
– {RM compare in due iscrizioni simili dipinte sulla pancia di
due urne a punta conica, del IV sec. a.C. 78. Tale elemento risulta at-
testato in varie lingue semitiche e va ricollegato alla radice {rm «am-
monticchiare» Viene usato ad Ugarit per formare antroponimi, to-
ponimi e etnici.

ICO Sardegna Neopunica 2,3.


71

In Tripolitania, nelle iscrizioni latino-puniche, Macer è piuttosto trascritto


72

sotto la forma m{qr.


73
Pausania X, 17,2. Su questo passo, cf. Bonnet 1988 a, p. 250-252; cf. anche
A. Brelich 1963, p. 23-33 (rist. in Mitologia..., cit., p. 43-52. E. Lipinski, Dieux et
déesses, p. 366-369, considera che si tratta di un teonimo libico o berbero.
74
ICO Sardegna 17,5.
75
Cf. Di Vito 1986, (n. 8).
76
Cf. Xella 1978, p. 73.
77
ICO Sardegna 23,3.
78
ICO Sardegna 35.

.
OSSERVAZIONI COMPARATIVE SULL’ONOMASTICA FENICIO-PUNICA 39

Cercando di approdare a qualche conclusione, possiamo affer-


mare che, accanto a una grande maggioranza di nomi comuni all’a-
rea orientale ed occidentale, si evidenzia, specialmente nel corpus
onomastico della Sardegna, una forte connessione orientale, che ri-
guarda l’area siro-palestinese del III e II millennio a.C. Si tratta quin-
di di un repertorio di nomi che si differenzia sensibilmente da quello
cartaginese, e punico in generale. Da questo punto di vista, la distan-
za sembra maggiore fra Sardegna e Africa che fra Sicilia e Africa, co-
m’è del resto logico che sia. Sappiamo, da altri canali di indagine,
che nel quadro della colonizzazione fenicia nel Mediterraneo, la Sar-
degna appare come particolarmente legata all’Oriente : l’archeologia
e la cultura materiale ne forniscono molte illustrazioni. Detto ciò,
costruire, sulla base di questi pochi elementi, un vero discorso stori-
co, in rapporto al processo di espansione, alle sue modalità, alla sua
cronologia, alle sue caratteristiche culturali sembra praticamente
impossibile nello stato attuale delle conoscenze, che consentono tut-
t’al più di individuare delle grandi linee interpretative.
Colpisce inoltre la scarsissima interazione con le onomastiche
locali, come se la comunità fenicia vivesse ripiegata su stessa, senza
apertura nei confronti delle culture indigene. Va però detto che il
momento impegnativo della scelta di un nome, di cui si pensava che
potesse in qualche modo condizionare il destino della persona, non
è certo il più significativo e adatto per misurare l’impatto delle dina-
miche interculturali. I fattori della tradizione sembrano in effetti
giocare un ruolo determinante, anche come elemento di conserva-
zione di un’identità culturale e religiosa resa più fragile dal contesto
coloniale. In questo senso l’onomastica personale fenicio-punica
può essere definita arcaica o arcaizzante, in rapporto cioè a un con-
testo storico preciso.
Dal punto di vista storico-religioso va sottolineata la ricchezza
del repertorio di elementi teofori, molto più ampio e diversificato ri-
spetto a ciò che sappiamo dei pantheon cittadini, dove dominano po-
che divinità, molto affermate. Con i nomi personali, siamo messi di
fronte a un’ampia gamma di devozioni private, fortemente radicate
nelle tradizioni antiche, risalenti all’Età del Bronzo. Se abbiamo capi-
to bene il senso e la portata della scelta di un nome, si deve escludere
che questi nomi divini, ricollegabili in modo particolare alle tradizio-
ni religiose cananee di Ugarit, siano dei semplici relitti. Un dio perso-
nale, anche se legato a un contesto antico e remoto, doveva esercitare
una protezione efficace ed era scelto sulla base di esigenze esistenzia-
li sicuramente diverse da quelle che ispirano il culto ufficiale, rivolto
agli dei più potenti, ma forse anche più distanti dalla gente.

Corinne BONNET

.
40 CORINNE BONNET

ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE

Amadasi Guzzo 1967 = M. G. Amadasi Guzzo, Le iscrizioni fenicie e puniche


delle colonie in Occidente, Roma, 1967.
Amadasi Guzzo 1986 = M. G. Amadasi Guzzo, Scavi a Mozia – Le iscrizioni,
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tions, Roma, 1972.
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mentaire à CIS I, 115, in Semitica, 38, 1988 (= Mélanges en l’honneur de
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d’interprétation fondé sur une analyse des traditions littéraires, Bruxelles-
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kadian Onomastics : the Designation and Conception of the Personal
God, Ph. D., Harvard University 1986.
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Occidente, Roma, 1967.
Krings 1995 = V. Krings, La littérature phénicienne et punique, in V. Krings
(a cura di), La civilisation phénicienne et punique. Manuel de recherche,
Leida-New York-Colonia, 1995, p. 31-38.

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OSSERVAZIONI COMPARATIVE SULL’ONOMASTICA FENICIO-PUNICA 41

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que, Lovanio, 1995, p. 332-350.
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Mozia = M. G. Amadasi Guzzo, Scavi a Mozia – Le iscrizioni, Roma 1986
(d’ora in poi Mozia).
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schriften von Kuntillet ‘Agrud und Hirbet el-Qôm, in Zeitschrift für Althe-
braistik, 5, 1992, p. 15-51.
Müller 1996 = H.-P. Müller, Der phönizisch-punisch mqm }lm im Licht einer
althebraïschen Isoglosse, in Orientalia, 65, 1996, p. 111-126.
Niemeyer 1995 = H. G. Niemeyer, Expansion et colonisation, in V. Krings (a
cura di), La civilisation phénicienne et punique. Manuel de recherche,
Leida-New York-Colonia, 1995, p. 247-267.
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nités éblaïtes à l’époque des archives royales du IIIe millénaire, in AOAT
245, Münster, 1997, p. 503-505.
Rainer Albertz 1978 = R. Albertz, Persönliche Frömmigkeit und offizielle Reli-
gion, Stoccarda, 1978.
Ribichini 1995 = S. Ribichini, Les sources gréco-latines, in V. Krings (a cura
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New York-Colonia, 1995, p. 73-83.
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sation phénicienne et punique. Manuel de recherche, Leida-New York-
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Vattioni 1995 = F. Vattioni, Il dio mauro Iocolon, in SMSR, 61, 1995, p. 422-
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Xella 1973 = P. Xella, Il mito di šhr e šlm, Roma, 1973.
Xella 1978 = P. Xella, Remarques sur le panthéon phénico-punique de la Sar-
daigne sur la base des données onomastiques, in M. Galley (a cura di),
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occidentale II, Algeri, 1978, p. 71-77.
Xella 1984 = P. Xella, Gli antenati di Dio, Verona, 1984.
Xella 1992 = P. Xella, Matériaux pour le lexique phénicien-I, in SEL, 9, 1992,
p. 92.

.
FEDERICA CORDANO

ONOMASTICA PERSONALE E GEOGRAFIA


NELLA SICILIA GRECA

Premessa
Il rapporto fra toponomastica ed onomastica personale appar-
tiene alla lingua greca, ed è testimoniato ovunque essa venga parla-
ta; ma in un ambiente coloniale, qual’é quello della Sicilia, vanno
presi in considerazione vari meccanismi che hanno generato l’uso
preferenziale o addirittura esclusivo di alcune categorie di nomi per-
sonali.
Il rapporto stesso con la toponomastica ha un valore speciale e
duplice, perché i nomi geografici possono essere greci o non greci e,
se la denominazione greca può significare appropriazione del terri-
torio, anche la liberalità nell’uso di parole indigene nella toponoma-
stica delle città greche appartiene alla logica coloniale.

1. Nomi personali che sono in serie con toponimi greci o non greci, e
nomi connessi con l’isola
Inizio dalle categorie più note, cioè da quei gruppi di antroponi-
mi che sono in serie con toponimi – di preferenza idronimi – caratte-
ristici delle città di appartenenza e la cui diffusione è limitato allo
stesso ambito geografico, questo aspetto è importante perché diffe-
renzia questo gruppo da quei nomi personali che ricordano toponi-
mi remoti, è tema su cui tornerò1.
Gli esempi più noti dei gruppi ai quali mi riferisco ora, sono
Ge¥lwn, Gelw¥iov e Gelw¥i rispetto al fiume Ge¥lav e alla città di Ge¥la :
significativamente l’uso di tali nomi si estende a Camarina nel V sec.
a.C., dopo le due fondazioni geloe della città 2 ; allo stesso modo al to-
ponimo Selinoỹv, identico per fiume e città, salvo nel genere (m. e
f.), e non esclusivo della Sicilia (sono noti quelli del Peloponneso e
dell’Asia Minore), si accompagnano i nomi personali Se¥liniv, Se-
linw¥ntiov e Selinw¥i, naturalmente in questo caso le omonimie non

1
Per tutti i nomi rimando a P. M. Fraser – E. Matthews 1997.
2
In generale Robert 1938, cap. V; e in particolare F. Cordano 1985, 2, p. 158-
162.

.
44 FEDERICA CORDANO

hanno gran significato; ma nella Sicilia orientale – Siracusa, Acre e


Taormina – è ben testimoniato ¶ Eloriv, coniato su quello del fiume
e dell’emporio, ed un identico rapporto si può facilmente vedere fra
™Yciv e ™ Ycav, fra Ipparı̃nov, Ipparı¥wn, nomi privilegiati dai Dioni-
sii e il fiume Ippari, e ancora fra Lipa¥rwn e le Lipari, fra Na¥jiov e la
città di Naxos oppure fra ¶Entellov e la città di Entella 3.
Gli antroponimi così individuati sono legati comunque al terri-
torio, sia per origine che nell’uso, però alcuni nascono come nomi
greci, altri sono entrati nell’uso greco, insieme ai relativi toponimi :
è certamente questo il caso di Gela e di Entella, e forse anche di
qualche altro. Se da un lato tale evidenza è un segnale forte della so-
cietà mista di cui parliamo, dall’altro non mi pare importante che
l’origine del nome sia ascrivibile a lingue diverse dalla greca, dal mo-
mento che esso è entrato nell’uso dei Greci, e non solo di Sicilia.
Per rimanere nell’ambito dei nomi per così dire ‘geografici’, oc-
corre ricordare – per ribadire che sono nomi greci sia nell’origine
che nell’uso – la serie di nomi personali che evocano le popolazioni
dell’isola, i vari Sikelo¥v, Sikano¥v, Sikana¥.
Essi non sono usati solo in Sicilia e fanno parte di una pratica
frequente fra i Greci, quella di trasformare un qualunque etnonimo
in antroponimo; questa pratica è stata interpretata in due diversi
modi, infatti c’è chi vi legge l’indicazione del paese di provenienza
del singolo individuo o della famiglia; mentre altri, a cominciare da
Louis Robert 4, vede nella scelta dell’antroponimo-etnico la volontà
di sottolineare od enfatizzare un rapporto privilegiato con la popola-
zione di quel nome. Il nostro caso risponde a tutte e due le posizioni,
perché la frequenza dei nomi nella stessa Sicilia risponde alla prima
interpretazione, quella cioè che prevede uno spostamento; mentre il
loro uso fuori dell’isola può corrispondere alla seconda, quella delle
relazioni interpersonali.
Quando poi si trova un Sikano¥v figlio di Arxwnı¥dav 5, che è no-
me portato da un famoso re siculo (Tucidide VII, 1) si è portati a ve-
dere una prova certa della commistione tra siculi e greci. In realtà si
può solo dire che sono tutti nomi greci, anche quello del re siculo,
che è diffuso pure a Creta.
Un’interpretazione diversa, ma abbastanza particolare, merita-
no i nomi di alcuni altri cittadini di Camarina che si chiamano
Je¥nwn, Je¥nov, Jeno-klh¥v, Jeno-kra¥thv, Jeno¥-lytov, Jeno-fw̃n, so-
prattutto perchè Je¥nwn 6 (n. 79) è figlio di un Korkyraı̃ov, e quindi
l’uso combinato del nome che significa ‘ospite’ o ‘straniero’ con quel-

3
F. Cordano 1990, p. 63-66.
4
Robert 1938 e F. Cordano 1985, 2, p. 158-162.
5
F. Cordano 1992, no 23.
6
Ibid. no 79.

.
ONOMASTICA PERSONALE E GEOGRAFIA 45

lo che ricorda l’isola di Corcira può segnalare la provenienza della


famiglia in questione 7.
L’interpretazione, dicevo, non può entrare nella norma, perchè
la situazione in cui si inseriscono questi cittadini di Camarina è ec-
cezionale, si tratta della rifondazione della città ottenuta con un ve-
ro e proprio sinecismo e quindi con la raccolta di individui di varia
provenienza.

2. Nomi che derivano da uno specifico rapporto con la madrepatria e


con le relative istituzioni
Tutti i nomi di cui ho parlato finora sono molto diffusi, da ciò si
potrebbe dedurre che essi siano preferiti dai Sicelioti; in realtà, se si
vanno a vedere le frequenze, si trova un numero ancor maggiore di
individui che vengono chiamati con nomi diffusissimi in tutta la
Grecia, continentale e insulare. Anche fra questi si possono isolare
delle serie e dei nomi rari, le une e gli altri ci conducono ad ambito
metropolitano, vuoi alla singola madrepatria e alle relative istituzio-
ni, vuoi ad altre precise aree di lingua greca.
La documentazione siciliana è in gran parte di tradizione dori-
ca, per il semplice motivo che le città ioniche, che sono calcidesi,
hanno avuto vita breve. Però, le scarse testimonianze relative ad al-
cune città ioniche sono di grande importanza per immaginare la lo-
ro fisionomia sociale, la coesione fra le città e con l’area metropoli-
tana. Le città calcidesi della Sicilia, se non altro per motivi cronolo-
gici, erano rette da gruppi aristocratici, riformati in senso
censitario, come si evince dalla legislazione di Caronda, che è pure
una grande manifestazione di coesione etnica.
Malgrado le riforme costituzionali i Calcidesi di Sicilia, come gli
Ioni di alcune importanti città d’Asia, danno ai gruppi civici i tradi-
zionali nomi di famiglia (es. i Pollı¥dai di Naxos e di Teos) che pos-
sono essere uguali o derivati da nomi personali 8.
Una vistosa differenza presentano in questo senso alcune città
doriche della Sicilia, ove con uno spirito innovatore sconosciuto al-
trove, evidentemente in seguito a rifondazioni e riforme costituziona-
li, si è scelto di denominare i gruppi civici con dei numerali, abbando-
nando così l’onomastica tradizionale nell’ambito pubblico; in quello
privato, voglio dire nell’antroponimia, si possono invece trovare delle
precise caratteristiche che accomunano le città doriche della Sicilia
ad altre del mondo greco, in particolare Cirene e alcune città di Creta.
Un nome raro come Ue¥stwn, presente a Camarina ed Alesa, ed il
femminile Ue¥sth per una sorella di Dionisio I, trovano un bell’ap-

7
F. Cordano 1990 a, p. 443-446.
8
F. Cordano 1988, p. 18-22.

.
46 FEDERICA CORDANO

poggio nella omonima fonte presso la quale i Cirenei vinsero gli Egi-
ziani di Apries (Hdt IV 159) 9.
Fra le serie predilette si può senz’altro contare quella dei nomi
maschili in –iv (gen. –iov) che Olivier Masson ha studiato per Cire-
ne : in Sicilia abbiamo già notato questa desinenza in alcuni nomi
derivati dai toponimi; ma altri numerosi si troverebbero scorrendo
gli elenchi delle singole città; vorrei segnalare che questa propensio-
ne è così forte da esser applicata anche a nomi non greci, per esem-
pio a Selinunte (Sariv, Kadosiv) e anche Caỹmiv a Camarina.
D’altra parte, con Creta si possono indicare dei confronti pun-
tuali con i nomi preferiti nella Camarina ‘geloa’, quali la serie dei no-
mi di Ejaxestı¥dav, Eja¥xwn ed appunto ¶Ejaxiv.
Non si creda però che in una città dorica venissero usati solo no-
mi di consuetudine dorica : accanto ai numerosi Heraclidas e affini,
si possono trovare dei nomi di tradizione ionica, come Ura¥syv10,
Fa¥ÿllov, ben attestato ad Atene e Delfi e che sembra aver avuto par-
ticolare fortuna in ambito coloniale11.

Conclusioni

Nelle città greche di Sicilia difficilmente entrano nomi locali, i


famosi ¶Apelov e Tı¥ttelov e quanti altri si trovano in quelle comuni-
tà miste, come quella di Selinunte espressa nella grande defixio12 o
nelle famiglie miste parlanti greco, come quella compianta nella ste-
le cosiddetta di Comiso13. Mi rifaccio ancora ai Camarinesi : su più
di 300 nomi di cittadini del V secolo, se ne può forse trovare uno
non greco (Uripainov).
Abbiamo visto che un re siculo si può chiamare Arxonı¥dav, é il
naturale frutto dell’acculturazione a senso unico, difficilmente un
greco di Sicilia avrebbe dato un nome siculo a suo figlio, e se voleva
distinguersi da altri greci aveva le possibilità che ho indicato sopra
di attingere all’onomastica greca epicorica.

Federica CORDANO

F. Cordano 1994, p. 65-79.


9

Masson 1972, p. 281-293, part. 292.


10

11
Cordano 1994.
12
O. Masson, La grande imprécation de Selinonte (SEG XVI 573), in BCH
1972 p. 377-388.
13
G. Pugliese Carratelli, Comiso. Epigramma sepolcrale greco del VI sec. a.C.,
in N.Sc. 1942, p. 321-324.

.
ONOMASTICA PERSONALE E GEOGRAFIA 47

ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE

Cordano 1985 = F. Cordano, Nomi di persona geloi, in Riv.Fil.Cl. 1985,2,


p. 158-162.
Cordano 1988 = F. Cordano, Gruppi gentilizi presso i Nassii di Sicilia, in Boll.
d’Arte 48, 1988, p. 18-22.
Cordano 1990 = F. Cordano, Grecs et gens de Sicile au VIII et VII siècle avant
notre ère, in Actes du symposium international Thracia Pontica IV, 1988
(1990), p. 63-66.
Cordano 1990 a F. Cordano, Alcuni aspetti dell’onomastica personale di Ca-
marina, in Par.d.Pass. 1990, p. 443-446.
Cordano 1992 = F. Cordano, Le tessere pubbliche dal tempio di Atena a Cama-
rina, Roma 1992, no 23.
Cordano 1994 = F. Cordano, Tre note sui nomi di persona, in XVIII Misc. gre-
ca e romana, Roma 1994, p. 65-79.
Fraser – Matthews 1997 = P. M. Fraser – E. Matthews, A Lexicon of Personal
Names, III A, Oxford 1997.
Masson 1972 = O. Masson, Remarques sur quelques anthroponymes myce-
niens, in Acta Mycenaea, 1972,p. 281-293, part. p. 292.
Robert 1938 = L. Robert, Études épigraphiques et philologiques, Parigi 1938,
cap. V.

.
LUCIANO AGOSTINIANI

FORMULE ONOMASTICHE BINOMIE


NELLE EPIGRAFI ANELLENICHE DI SICILIA

1. Fanno parte del dossier epigrafico «siculo»1 due iscrizioni in-


cise a crudo su due lastre di terracotta (nella vulgata qualificate co-
me «tegole» a destinazione funeraria) 2, provenienti dall’area della
anonima città del Mendolito di Adrano (Agostiniani 1992, 2-3). La
seconda di queste è costituita da una sequenza resesaniresb [– – –],
la cui segmentazione più ovvia è resev anirev b [– – –]. Quanto alla
prima, la sua storia esegetica è stata pesantemente condizionata da
letture tanto autorevoli quanto errate, come quella di Whatmough,
Pagliaro e Pisani 3. Ma una volta stabilito, sulla base di fatti oggetti-
vi 4, che l’iscrizione va letta come dohitimrykeshazsyie [– – –], a parti-
re da questa lettura le sole possibilità di interpretazione sono ancora
oggi quelle avanzate da Ribezzo 5, vale a dire : 1) dohit im rykev haz-
syie[v «dat eum Rucus Hazsuius»; 2) dohitim rykev hazsyie[v «dau-
tium [scil. ‘dono’] Ruci Hazsuii» (la traduzione è ovviamente quella
di Ribezzo stesso), l’una e l’altra congruenti con quanto nell’altra
«tegola».
Senza che si possa escludere quest’ultima interpretazione, che
isola nel testo della seconda «tegola» un dohitim, termine per «do-
no» nella lingua locale, la segmentazione alternativa dohit im si rac-
comanda 6 sia per solidarietà interna alla lingua del Mendolito (im

1
L’etichetta è tradizionalmente attribuita al complesso delle testimonianze
anelleniche di Sicilia dell’area centro-orientale, che storicamente ai Siculi viene
assegnata. Sulla cautela imposta in proposito dalle cattive condizioni dell’erme-
neutica di una parte di esse, e non le meno importanti, si veda Agostiniani 2006,
p. 114.
2
Ritenute, cioè, essere destinate per tombe cosiddette “alla cappuccina”. In
realtà, è più che probabile che si tratti, invece, di elementi per il rivestimento pa-
rietale di un edificio o di altra struttura, comunque a destinazione non funeraria
(vedi ora Cultraro 2004 e Agostiniani 2006, p. 117 nota 13).
3
Agostiniani 2006, p. 117 : cfr. Whatmough 1933, p. 442-443, n. 576; Paglia-
ro 1935, p. 157-158; Pisani 1964, p. 296-297, n. 127.
4
Da ultimo, Agostiniani 2006, p. 117, nota 14.
5
Ribezzo 1923, 1928 e 1932.
6
Prosdocimi, in Prosdocimi-Agostiniani 1976-77, p. 246.

.
50 LUCIANO AGOSTINIANI

«questo» della «tegola» è solidale con iam (akaram) «questa (arce)»


dell’iscrizione della porta urbica, Agostiniani 1992, 1); sia per la pos-
sibilità di trovare riscontri in area italica per la struttura di dohit ; e
si aggiunga che im compare nell’iscrizione sudpicena sul cippo di
Cures (RI 1) 7. Se ne evince, perciò, che -es in rykev hazsyie[v è una
marca di nominativo 8 ; e lo stesso varrà per -es di resev anirev.

2. Quelle delle due «tegole» del Mendolito di Adrano non sono le


sole testimonianze di un’uscita in -es nell’onomastica personale della
Sicilia arcaica. Su una defixio greca degli inizi del V secolo a.C., pro-
veniente da una località imprecisata della Sicilia (Dubois 1989, 176),
compaiono, accanto a tre antroponimi genuinamente greci, Sı¥mē,
Leptı¥nav, Prajı¥av, altri tre antroponimi, scritti pratomakev, kykyiev
e araotev, tutti e tre con la stessa uscita. Mentre per kykyiev e arao-
tev non vi sono riscontri in ambito greco – per cui le basi onomasti-
che sono chiaramente 9 da assegnare ad una lingua anellenica10 –
pratomakev ha la struttura di un nome greco, Prato¥maxov (variante
dorica di Proto¥maxov), ma con due scarti rispetto a questo : uno fo-
netico (kappa al posto di chi), l’altro morfologico (-ev al posto di -ov).
Gli stessi due scarti dalla norma del greco si ritrovano nella sequen-
za eyrymakev che si legge nell’iscrizione dipinta su un’anfora dal cen-
tro indigeno ellenizzato di Montagna di Marzo (Agostiniani 1992,
18) : sequenza che si oppone alla forma canonica dell’antroponimo
greco, Eyßry¥maxov, esattamente come pratomakev a Prato¥maxov. Sia-
mo evidentemente di fronte all’adattamento di due nomi greci alla
fonetica e alla morfologia della lingua locale11. Che in -es vada vista,

Cfr. Agostiniani 1984-85, p. 219. L’iscrizione è frammentaria, ma la se-


7

quenza im si identifica senza incertezze (non fosse altro per la presenza di inter-
punzione tra parola e parola). Il conguaglio con im del Mendolito è proposto sia
dal primo editore del testo, Alessandro Morandi, sia da Anna Marinetti (1985,
p. 149 nota 101).
8
Naturalmente, questo implica che si interpreti l’iscrizione come testo di
dono, il che mi è sempre parso poco congruente con il supposto carattere funera-
rio delle “tegole”. A giustificazione, richiamavo in passato le condizioni che si ri-
scontrano in Etruria, dove l’istituto del dono può correlarsi agli ambiti funerari, e
tracce di tale correlazione possono riscontrarsi in iscrizioni tombali (Agostiniani
1980-81, p. 516-517). Lo studio di Cultraro (2004) appena citato, che dimostra la
destinazione non funeraria dei due manufatti, rimuove evidentemente (ed ele-
gantemente) la difficoltà.
9
Agostiniani 2006, p. 115.
10
Ciò è confermato, per kykyiev, dalla possibilità di confronto con la sequen-
za kykyov che, seguita da una forma dalla prima persona del verbo «essere» in
greco, hßmı¥, compare su un peso fittile dal centro indigeno di Terravecchia di Cuti
(Dubois 1989, 175a).
11
Agostiniani 2006, p. 115-116.

.
FORMULE ONOMASTICHE BINOMIE 51

in tutte e quattro le attestazioni, una marca morfologica di nomina-


tivo è fuori dubbio : nella defixio la presenza del nominativo, caso
delle forme di citazione, è secondo le aspettative (enumerazione di
personaggi), ed è positivamente riscontrabile nei nomi di stampo
greco; quanto a eyrymakev, è pura evidenza che, nel dettato del-
l’iscrizione di Montagna di Marzo, esso funzioni da soggetto del-
l’azione espressa dai verbo in -ed che segue.
A queste testimonianze di nomi con uscita in -es altre se ne ag-
giungono dal dossier epigrafico anellenico siciliano dell’area centro-
orientale. Intanto, l’iscrizione dell’anfora di Montagna di Marzo pre-
senta, subito prima di eyrymakev, una sequenza a Pev, vedi più avan-
ti. Inoltre, sempre a Montagna di Marzo, tra i graffiti su ceramica
della Tomba 31 (Agostiniani 1992, 14) compare una sequenza (sicu-
ramente isolabile come tale) scritta marev, su cui ritorneremo; e una
sequenza Poltev è con tutta probabilità isolabile nella citata iscrizio-
ne sulla kotyle di Grammichele (Agostiniani 1992, p. 140).

3. Tutto punta dunque verso il riconoscimento dell’esistenza,


nelle parlate anelleniche di Sicilia, di un’uscita in -es di nominativo.
La presenza di tratti italici nelle iscrizioni anelleniche dell’area stori-
camente attribuita ai Siculi12 rende, d’altro canto, ineludibile il con-
fronto con quanto si riscontra in area italica : dove del pari è attesta-
ta un’uscita in -es, sul cui valore si è sviluppata una complessa ed an-
nosa diatriba tra chi vi vede un’uscita di genitivo (variante
monottongata di -eis), e chi, invece, la ritiene una marca di nomina-
tivo (esito di un precedente *-yos). Un riesame di tutta la questione,
anche alla luce di una serie di nuove acquisizioni documentarie e er-
meneutiche, mi ha condotto (Agostiniani 2006) a distinguo abba-
stanza sottili (ma necessari in rapporto alla complessità della mate-
ria), che comunque non smentiscono il valore di nominativo conte-
stualmente evidente per i nomi in -es delle iscrizioni siciliane.

12
Agostiniani 1980-81, p. 514-517; 1984-85, p. 204-207; 1992, p. 139-140;
2006, p. 113-115. Ne allineo qui alcuni dei più evidenti (e meno controvertibili).
L’iscrizione della porta urbica ha corrispondenze con il lessico istituzionale itali-
co nei termini toyto e Perega- (nonché, per designazione anche se non per etimo-
logia, in akara-) e presenta una probabilissima forma verbale in -ed, geped ; la
stessa uscita verbale in -ed è presente in due occorrenze nella citata iscrizione
dell’anfora di Montagna di Marzo e in quella, anch’essa già citata, di della kotyle
di Grammichele; l’iscrizione sulla stele di Sciri (Agostiniani 1992, 7) ha un Pide
che richiama il videtas dell’iscrizione sudpicena della stele di Bellante (TE 2),
massime se optiamo per una delle ipotesi interpretative di Adiego Lajara (1995,
p. 136-137), che cioè la sequenza vada segmentata /wide : ta :s/ ‘velas, míralas’;
nella stessa iscrizione di Sciri si legge tebeg, sovrapponibile al tefeí ‘a te’ del-
l’iscrizione sudpicena ST Sp TE 7 e al tefeh di ST Sp CH 2 e solidale, sotto il profi-
lo pragmatico, con il Pide appena considerato.

.
52 LUCIANO AGOSTINIANI

4. Rimandando al succitato lavoro per un panorama completo


della questione, in questa sede vorrei limitarmi all’esame della testi-
monianza offerta dalle iscrizioni delle due «tegole» del Mendolito di
Adrano. Una sequenza come rykev hazsyie[v si presenta con l’evi-
denza di una formula onomastica bimembre (al pari di quella del-
l’altra «tegola», resev anirev)13 ; e altrettanto appare evidente14 la
prossimità strutturale di rykev hazsyiev a sequenze onomastiche
osche di ‘prenome + gentilizio’, del tipo Stenis Kalaviis (ST Sa 22,
Isernia) se in alfabeto encorico, Steniv Titidiev (ST Po 164, Rossano
di Vaglio) se in alfabeto greco. Anche la formula bimembre rykev
hazsyiev del Mendolito andrà dunque letta alla stessa maniera : un
primo elemento onomastico, seguito da un secondo elemento che lo
determina, e nel quale non necessariamente va visto un gentilizio15.
Ancora più stringente sul piano formale è il confronto con le for-
mule onomastiche riscontrabili in un cospicuo gruppo di iscrizioni
di VI-V secolo a.C. (dunque cronologicamente coerenti con quelle
del Mendolito di Adrano), quali il uelaimes staties della stele sud-
picena di Crecchio (ST Sp CH 1 B), il luvcies cnaiviies dell’iscrizione
presannitica della kylix di Nola (ST Ps 13) e il p[-]les adaries del-
l’iscrizione, anch’essa presannita, dell’oinochoe di Vico Equense (ST
Ps 5). Se, come ritengo proponibile, la pregiudiziale di un possibile
valore genitivale di queste attestazioni arcaiche dell’uscita in -es va
rimossa16, e il tipo uelaimes staties è solidale con il tipo Stenis Kala-
viis /Steniv Titidiev, allora le attestazioni arcaiche mostrano uno svi-
luppo difforme da quello delle attestazioni osche. Per queste ultime,
non c’è motivo di non rifarsi alla spiegazione tradizionale, sostenuta
da Buck e da Lejeune17, secondo la quale -is di Stenis è da *-yos, e
-iis/-iev di kalaviis e Titidiev sono da *-iyos, in ambedue i casi18 per

13
Incidentalmente, si dirà che la sicura finale in -v del secondo elemento
onomastico motiva sufficientemente l’integrazione in hazsyie[v.
14
Agostiniani 1984-85, p. 205.
15
Cristofani 1993 vi vede piuttosto un patronimico.
16
Agostiniani 2006, p. 122-125. Si aggiunga l’*apaes pumpúnies che si ricava
dal confronto della stele di Loro Piceno (ST Sp MC 1 : apaes) con il cippo di Mo-
gliano (ST Sp MC 2 : esmín apais po[m]pú[n]ies uepetín) e il *tites alies di Bellan-
te (se si accoglie l’emendamento, assai suggestivo, di Meiser 1997, p. 118). Le due
formule mamerces huśinies e cnaives flaviies presenti nelle iscrizioni su due kyli-
kes, sempre da Nola (rispettivamente, ST Ps 11 e Ps 14) mostrano di avere la stes-
sa configurazione strutturale, ma la loro attribuzione linguistica è incerta (Ago-
stiniani 2006, p. 122-124).
17
Buck 1928, p. 35, 60-61; Lejeune 1976, p. 76. Un po’ grossolanamente, ma
con una certa efficacia descrittiva, per il fenomeno in questione viene talvolta im-
piegata l’etichetta di «samprasārana».
18 ˙
Sulla variazione areale che tocca gli esiti di *-iyos (ma non quelli di *-yos),
per cui si ha -iis al centro dell’area linguisticamente italica, -ies/-iev a nord e a sud
di questa, vedi Agostiniani 2006, p. 133.

.
FORMULE ONOMASTICHE BINOMIE 53

effetto del fenomeno, generale in italico, della sincope della vocale


finale di fronte ad s. Ma nel caso della formula rykev hazsyiev (e ue-
laimes staties) una trafila del genere giustifica la terminazione del
secondo elemento della formula, ma non quella del primo, che si
presenta come -es/-ev invece dell’atteso -is/-iv. A mio avviso, una ipo-
tesi non irragionevole è quella di una omologazione delle due uscite
dei nomi presenti nella formula onomastica : NOME-is + NOME-ies >
NOME-es + NOME-ies. Se così è, l’oscillazione, in area sudpicena, tra
apais di Loro Piceno e apaes di Mogliano (vedi sopra, nota 16) può
rappresentare l’oscillazione tra una forma conservativa e una inno-
vativa.

5. Individuato in rykev hazsyiev il modulo formulare bimembre


caratteristico dell’onomastica italica, si pone il problema di quanto
questo modulo sia diffuso nel complesso della documentazione epi-
grafica anellenica di Sicilia. Ovviamente, c’è da considerare, prima
di tutto, la presenza di resev anirev sull’altra «tegola» del Mendoli-
to (vedi sopra) : le differenze con il tipo di rykev hazsyiev (da consi-
derare parallele a quelle che, in ambito osco, oppongono il tipo Ste-
nis Kalaviis /Steniv Titidiev al tipo Stenis Buttis di ST Cm 14) non
toccano il fatto che, anche qui, si ha a che fare con una formula
onomastica bimembre, del pari qualificabile come di stampo itali-
co. Ed è possibile che una formula onomastica del genere si trovi in
un’altra iscrizione del Mendolito di Adrano, la summenzionata
iscrizione della porta urbica. La prima riga dell’iscrizione suona iam
akaram epopaska agiiev geped. Se, come ritengo, il soggetto del-
l’azione espressa dalla forma verbale geped (vedi sopra) ed esercita-
ta in rapporto all’arce (iam akaram, accusativo : «quest’arce») è da
riconoscere nella sequenza epopaska agiiev, e se si accoglie una
suggestiva proposta di Aldo Prosdocimi, che vede in epopaska un
nome personale (un composto, calco di denominazioni greche di
analoga formazione, e che si rifanno alla menzione del cavallo), al-
lora potremmo considerare che anche in epopaska agiiev si abbia
una designazione antroponimica bimembre, nella quale un secondo
elemento – che mostra, significativamente, una struttura morfologi-
ca analoga a quella del secondo elemento di rykev hazsyiev – è pre-
ceduto da un primo nome, la cui natura di composto nominale tro-
va una motivazione nella pressione culturale dell’onomastica greca
su quella locale.

6. Il resto delle iscrizioni anelleniche di Sicilia è senz’altro lonta-


no dalle condizioni di evidenza italica che caratterizzano le designa-
zioni antroponimiche del Mendolito. Laddove l’interpretazione dei
testi permette di individuare designazioni di personaggi (il che è
lungi dal verificarsi sempre) queste si presentano per lo più sotto la

.
54 LUCIANO AGOSTINIANI

forma del nome unico. I pochi casi reperibili di strutture bimembri,


sia nelle iscrizioni dell’area «sicula», sia in quelle dell’area elima, so-
no tutti, qual più qual meno, di qualificazione problematica.

6.1. Per l’area «sicula», condizioni morfostrutturali analoghe a


quelle rilevate al Mendolito sembrano presentarsi in una delle due
designazioni antroponimiche della citata iscrizione dell’anfora di
Montagna di Marzo, e cioè a Pev eyrymakev (Agostiniani 1992, p. 131-
132, 152 n. 18) : le finali dei due elementi della formula sono quelle
attese (massime se ci rifacciamo al tipo di resev anirev, vedi sopra),
e la presenza di un nome greco (in morfologia locale) come determi-
nante nel secondo elemento si spiega, di nuovo, come dovuto al con-
tatto linguistico-culturale. La congruenza con quanto al Mendolito
non stupisce, dato il carattere marcatamente italico che segna, ana-
logamente a come avviene al Mendolito, le iscrizioni di Montagna di
Marzo (a cominciare dalla presenza di un antroponimo italo in due
dei graffiti della tomba 31 : Agostiniani 1992, p. 131-132, 151 n. 17).
Ma non mancano problemi di interpretazione del testo (che non
possiamo affrontare in questa sede), e questo già al livello dei rico-
noscimento delle unità costitutive; e d’altro canto a Pev (ammesso
questa sia la forma del primo elemento della formula) non pare tro-
vare confronti diretti tra i nomi attestati nelle iscrizioni italiche (ma
la base è largamente presente nell’onomastica etrusca).
Nella stessa Montagna di Marzo figurano altre possibili occor-
renze di formule onomastiche bimembri : ma in condizioni di anco-
ra maggiore incertezza rispetto alla testimonianza dell’anfora dipin-
ta. Tra i graffiti della succitata tomba 31 compare due volte la se-
quenza marev kakami (Mussinano 1970, p. 172, n. 3; p. 173-174, n. 4),
una volta la sequenza marev kaka (Mussinano 1970, p. 171-172, n. 2),
due volte la sequenza ara kakami (Mussinano 1970, p. 174 n. 5;
p. 175-176, nn. 7-8). Se – come sembra indicare il confronto tra ma-
rev kakami e marev kaka, e come suggerisce il formulario delle coeve
(prima metà del V secolo a.C.) iscrizioni greche e non greche del-
l’Isola – in mi va vista una forma della prima persona singolare del
presente del verbo «essere»19, la formula onomastica sarebbe costi-
tuita, rispettivamente, da marev e ara (il primo con possibilità di ri-
chiamare un tema onomastico italico : Marev < *Maryos, con finale
in -ev per la quale è proponibile la trafila fonetica individuata sopra
per la finale di rukes) 20, seguiti da un determinante Kaka, non me-
glio qualificabile.

19
Agostiniani 1980-81, p. 517.
20
Agostiniani 1984-85, p. 200-201.

.
FORMULE ONOMASTICHE BINOMIE 55

Sempre all’interno dell’area «sicula», formule onomastiche bi-


membri sembrano documentate nei centri indigeni della zona degli
Iblei. Così l’incipit della stele di Sciri (Agostiniani 1992, p. 131, 148
n. 7) : nendav pyrenov (la lettura di pyrenov è tutt’altro che indubita-
bile per la parte centrale, ma assicurata per l’inizio e la fine della se-
quenza); così la stele di Licodia Eubea (Agostiniani 1992, p. 131, 150
n. 12) con adiomiv raroio ; e così il graffito ypei pinigoi emi sulla kylix
attica dalla tomba 19 di Grammichele, di recente acquisizione (Ago-
stiniani-Cordano 2002, p. 85-87).
Una qualificazione della formula bimembre in queste iscrizioni
si scontra con difficoltà diverse e a più livelli. Per Licodia Eubea e
Grammichele esiste, preliminare, il problema della attribuzione lin-
guistica. La sequenza adiomiv raroio può certamente qualificarsi co-
me testo in una lingua non greca, costituito da un nome personale
Adiomiv seguito da una determinazione al genitivo, Raroio, con fina-
le -oio per la quale si potrebbe richiamare l’uscita -osio del latino-
falisco 21; ma nemmeno si può escludere che – come suggeriva Lejeu-
ne 22 – Raroio non sia nient’altro che il genitivo in -ō di un antroponi-
mo *Raroiov, e che quindi il testo sia in greco. Quanto a ypei pini-
goi di Grammichele, una interpretatio graeca del testo – a onta del
carattere aberrante, rispetto alla tradizione formulare greca, della
codificazione del possesso attraverso il dativo e non il genitivo : da
imputare, presumibilmente, a un effetto del contatto linguistico tra
Greci e indigeni 23 – è comunque da ritenere, in partenza, metodolo-
gicamente preferenziale. L’onomastica. però, non sembra greca; e
d’altro canto, in positivo, appare proponibile per il primo elemento
della formula, ypei, un confronto con l’antroponimo Kupe / Qupe,
ampiamente presente, con funzione di nome personale, nelle coeve
iscrizioni etrusche di Campania, per esempio Qupes (Fuluśla) di ET
Cm 2.46 o Cupes (Alurnas) di ET Cm 2.13, per non citare che due
delle molte occorrenze.

6.2. Come annunciato sopra, anche nelle iscrizioni dell’area eli-


ma si riscontra, per lo più, la presenza del nome unico. Le designa-
zioni antroponimiche nelle quali, viceversa, possiamo riconoscere
una formula onomastica bimembre sono due. Sulla prima, IAS
I 319 : atai tykai (emi) grava un tasso di incertezza. Non è impropo-
nibile, in effetti, una segmentazione ataitykai – (emi), che porterebbe
alla identificazione di un nome unico Ataityka. Ma la prima seg-
mantazione, con riconoscimento di una sequenza Ata* Tyka*, si

21
Paino 1958, p. l63-168.
22
Lejeune 1970, p. 21-22.
23
Agostiniani 1999, p. 439-442.

.
56 LUCIANO AGOSTINIANI

raccomanda sia per fatti interni (atai : tykai), sia per la possibilità di
richiamare l’antroponimo Atov documentato a Selinunte : la comu-
nanza onomastica tra Segesta e Selinunte è ben nota 24, e nello speci-
fico Ata starebbe a Atov come Иotyla* (Segesta, IAS I 289 e 317) a
Иotylov (attestato nella “grande defixio di Selinunte”, Dubois 1989,
38 : 475-450 a.C.). La seconda formula onomastica bimembre del-
l’area elima – questa, accertata – è IAS I 322 : titelai metiaai, il cui
primo elemento trova, di nuovo, confronti nell’epigrafia selinuntina
coeva (Titelov, sempre nella “grande defixio di Selinunte”), con lo
stesso rapporto formale (Titela* elimo : Titelov selinuntino) che le-
ga Ata* e Иotyla* ai corrispondenti nomi selinuntini. Il nome Tite-
lov compare anche nell’onomastica greca di Segesta di II-I secolo
a.C. : IG XIV 291 : ... Tı¥ttelov Artemidw¥roy ... e 287 : Diw¥dorov Ti-
te¥lov Appeiraı̃ov ..., qui con accertata funzione di nome personale :
il che può sostenere l’ipotesi che la stessa funzione vada attribuita al
Titela della formula elima, e che di conseguenza per il secondo ele-
mento della formula si possa proporre la funzione di specificatore,
che l’accordo configura come aggettivale (formante *-yo-?).

Luciano AGOSTINIANI

ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE

Agostiniani, L. 1977 Iscrizioni anelleniche di Sicilia, I, Le iscrizioni elime, Fi-


renze (= IAS I).
Agostiniani, L. 1980-81 Epigrafia e linguistica anelleniche di Sicilia : prospetti-
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di un quadriennio, in Kokalos 30-31, p. 193-222.
Agostiniani, L. 1992, Les parlers indigènes de la Sicile prégrecque, in Lalies.
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«Kokalos» 45, p. 427-448.
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Buck, C. D. 1928, A grammar of Oscan and Umbrian, Boston.

24
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.
FORMULE ONOMASTICHE BINOMIE 57

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son, The Pre-Italic Dialects of Italy, II, Oxford, p. 431-500, 540-543.

.
DOMENICO SILVESTRI

LE METAMORFOSI DELL’ACQUA
IDRONIMI E ISTANZE DI DESIGNAZIONE IDRONIMICA
NELL’ITALIA ANTICA

a¶riston [...] y™dwr


Pindaro, Olimpica I, 1

«Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,


la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta».
Francesco d’Assisi, Laudes creaturarum, 15-16

«L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò


e la prima di quella che viene. Così il tempo presente».
Leonardo da Vinci, Pensieri, 35

dedicato alla memoria di Helmut Rix per i suoi


Bausteine zu einer Hydronymie Alt-Italiens
(Heidelberg, 1950) e per molto altro ancora

Premesse terminologiche e metodologiche

Nozione di «istanza di designazione»


Per questa nozione, che costituisce il presupposto epistemologi-
co su cui si fonda il mio accostamento all’argomento proposto, rin-
vio a miei lavori, più e meno recenti, nei quali cerco di definire una
mappa cognitiva della storicità dei fatti di lingua, riconducibili ad
«istanze» (la lingua nel suo darsi semiotico, biplanare e idiosincrati-
co) e «circostanze» (i contesti di produzione linguistica, da indivi-
duare come presupposizioni metaculturali; gli accostamenti dei lin-
guisti, da certificare come assunzioni di pertinenze metalinguisti-
che)1. Riporto qui di seguito la mappa cognitiva, precisando che una

1
Cfr. D. Silvestri, Storia delle lingue e storia delle culture, in R. Lazzeroni (a

.
62 DOMENICO SILVESTRI

sua lettura «orizzontale» da sinistra a destra individua percorsi di


specificazione (la lettura opposta, ugualmente legittima, formalizza
percorsi di generalizzazione), mentre una sua lettura «verticale» dal-
l’alto verso il basso permette di riconoscere la simultaneità delle
istanze e la correttezza della pertinenza rispetto alla presupposizione
di partenza (la lettura opposta, ugualmente legittima, permette inve-
ce, fermo restando il riconoscimento della simultaneità delle istanze,
di individuare una certa presupposizione a partire da una pertinenza
correttamente assunta). La complessità procedurale di questi per-
corsi cognitivi è solo apparente : in ogni caso essi aspirano ad essere
risposte adeguate (non dico : esaurienti) ad una complessità reale,
che è quella storica, istituzionale e situazionale dei fatti di lingua.

PERCORSI COGNITIVI

Presupposizioni metaculturali contesti storici contesti istituzionali contesti situazionali


Istanze semiotiche simboli icone (diagrammi) indici
Istanze di strutturazione unità sintagmi testi
Istanze di rappresentazione designazioni significazioni comunicazioni
Istanze linguistiche sistemi norme processi
Pertinenze metalinguistiche sintattiche semantiche pragmatiche

Il metodo della «morfoanalisi»


Anche per questo metodo rinvio ad un mio contributo preceden-
te 2, nel quale ho affrontato il problema dei dati onomastici «opa-
chi», cioè morfologicamente non perspicui e pertanto apparente-
mente non percorribili sul piano etimologico, riconoscendo a dati di
ricorsività sequenziale nel corpo del segmento significante un potere
indiziario ed euristico prezioso per motivate illazioni etimologiche.
Nel caso degli etnici (e dei toponimi) dell’Italia antica di dubbia o
non definita indeuropeità è possibile individuare ricorsività fonotat-
tiche, che portano al riconoscimento in prima sede (1.) di un nucleo
designativo di base con schema CVC (varianti possibili : -VC, CV-,
C-C, dove il segno – marca possibili cancellazioni fonotattiche), in
seconda sede (2.) di una vocale «tematica» V (a volte apparentemen-
te cancellata), in terza sede (3.) di una consonante C, in quarta sede
(4.) o di un’ulteriore vocale V o di una diversa consonante additiva
C, a cui segue eventualmente ulteriore morfologia derivativa e ne-
cessariamente eventuale morfologia flessionale delle lingue di arri-

cura di), Linguistica storica, Roma, 1987, p. 55-85; La lingua come istanza di rap-
presentazione : designazioni, significazioni, comunicazioni, in E. Fava (a cura di),
Teorie del significato e della conoscenza del significato, Milano, 2001, p. 15-39.
2
Cfr. D. Silvestri, I «nomi nazionali» nell’Italia antica : morfoanalisi e proto-
storia onomastica, in Incontri Linguistici, 18, 1995, p. 105-120.

.
LE METAMORFOSI DELL’ACQUA 63

vo. In questo modo è possibile individuare, a prescindere da «riscrit-


ture» morfologiche seriori, il seguente

SCHEMA MORFOTATTICO SOGGIACENTE

1.CVC (-VC, CV-, C-C). + 2.V (-). + 3.C. + 4.V./C. + [morfologia derivativa
e/o flessionale delle lingue di arrivo]

1. ESEMPI DI ISTANZE DI DESIGNAZIONE IDRONIMICA

1.1. Profondità del corso


Scelgo l’esempio emblematico di Padus e Bodincus (Gallia Tran-
spadana), riguardo al quale invito ad una «rilettura» di Plinio, N.H.
III, 122 :
Pudet a Graecis Italiae rationem mutuari, Metrodorus tamen Sce-
psius dicit, quoniam circa fontem arbor multa sit picea, quales Gallice
vocentur padi, hoc nomen accepisse, Ligurum quidem lingua amnem
ipsum Bodincum vocari, quod significet fundo carentem. Cui argu-
mento adest oppidum iuxta Industria vetusto nomine Bodincomagum,
ubi praecipua altitudine incipit.
L’interpretatio pliniana, che sposta l’attenzione dal presunto fito-
nimo gallico padus, ad una non meglio precisata pertinenza lingui-
stica ligure, a cui segue l’importante (ed evidenziata) motivazione
semantica (quod significet fundo carentem) non ci esime – proprio a
partire da quest’ultima – dal ricercare invece una base etimologica
celtica, ad es. irl. bond «pianta del piede», gall. bon «base», cfr. lat.
fundus, che nel caso di un presumibile *bo(n)din-, con valore agget-
tivale del derivato in -in- (cfr. BELINO AUG. CIL III 4474 con il valore
di «praeclarus» da celt. *bel- «chiaro, lucente»), avrebbe subito la
dissimilazione regressiva di -n- anteconsonantica. Ma Plinio, per po-
ter parlare di «carenza di fondo», dovuta appunto alla profondità
del corso, deve aver necessariamente riconosciuto nell’idronimo un
ulteriore valore aggettivale, proprio di una presunta ulteriore deriva-
zione in -cus, quest’ultima specifica delle formazioni latine del tipo
caecus, luscus, mancus studiate a suo tempo da Saussure 3. Con que-
sto voglio dire che Plinio, con la sua doppia competenza gallica e la-
tina, ha finito per fare un’agnizione gallolatina dell’idronimo in que-
stione, che originariamente doveva suonare *Bodinus (cfr. per il tipo
Ticinus), «che ha fondo», ma che in bocca latina è stato ridetermi-

3
Cfr. Recueil des publications scientifiques, Genève, 1922, p. 595-599 (già ap-
parso nella Festschrift für Vilhelm Thomsen, Lipsia, 1912, p. 202 s.).

.
64 DOMENICO SILVESTRI

nato ed enfatizzato come «quello a cui (quasi) manca il fondo, il


senza fondo (apparente)», data la sua vistosa e quasi topica «profon-
dità». Se si accede a questa mia spiegazione, assume nuova «luce»
(si fa per dire!) il «famigerato» lucus a non lucendo, che non è desi-
gnazione enantiosemantica, come è stato frettolosamente detto e su-
pinamente ripetuto, ma è ulteriore prova della vigenza derivativa del
suffisso -cus (il lucus è in tal senso, nella competenza linguistica lati-
na, non il luogo del tutto privo di luce, bensì quello scarsamente illu-
minato). In realtà il fondamento etimologico di lucus sta proprio nel
riferimento alla «luce» in quanto allude, in prima istanza designati-
va e a quota indeuropea, alla «radura», luogo di pratiche religiose
nel «bosco sacro», valore semantico quest’ultimo che si spiega facil-
mente per contiguità metonimica 4. Di fronte a questa constatazione
corre l’obbligo di porsi il problema delle «riletture» morfosemanti-
che che si fanno, di volta in volta, di nomi comuni e propri : un lu-
cus, di «luminosa» profondità indeuropea, diventa un «a non lucen-
do» di storicità latina; un Bodincus di morfologia ligure (o «medi-
terranea» : -nk-!) è riletto come «fundo carens» secondo una
competenza linguistica di identica contestualizzazione storica. Re-
sta il problema del nome Padus, che non è separabile da Bodincus,
ma presenta, nel presumibile nucleo designativo comune, variazioni
nel consonantismo (p-!) e nel vocalismo (-a-!). In questo caso siamo
probabilmente in presenza di riformulazioni fonetiche assai più an-
tiche, la prima legata alla ben nota oscillazione «sorda/sonora» pro-
pria e specifica del consonantismo di area mediterranea, la seconda
che ricorda (?) l’allargamento di ŏ in a di area germanica (ma con
evidenti radicamenti paleuropei). Anche queste ultime considerazio-
ni ci invitano a non sottovalutare la complessità del plurilinguismo
preistorico e protostorico con indubitabili (ma non sempre bene in-
dagati) riflessi nella costituzione del thesaurus idronomastico del-
l’Italia antica.

1.2. Colore del corso

«Nero, scuro»
Ottimi rappresentanti di una più ampia serie idrocromonimica
sono Aesontius (Venetia et Istria), Aesar (Etruria), Aesis (Umbria),
Aesarus (Bruttium). L’impostazione etimologica del problema è

4
Per una designazione congruente cfr. sanscrito loká- m. «spazio libero,
mondo (in quanto «luogo della luce»)», lituano laũkas «campo» e il francese clai-
rière «radura», che è replica neolatina dell’appellativo gallico belsa «radura» atte-
stato da Virgilio grammatico (4, 20), a sua volta connesso con *belos «chiaro» (v.
sopra).

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LE METAMORFOSI DELL’ACQUA 65

quella devotiana 5 : nell’esauriente rassegna svolta dal grande studio-


so emergono due (apparentemente) distinti valori referenziali, «ne-
ro, scuro» e «luminoso > sacro», che, a mio giudizio, sembrano da
un lato porre il problema di una risposta «perimediterranea» con -s-
per gli esiti perindeuropei di i.e. *aidh- 6, dall’altro sembrano adom-
brare la possibilità di una coesistenza enantiosemantica tra «nero» e
«luminoso > sacro». Riguardo a questa possibilità faccio notare che
essa è puramente illusoria, in quanto i.e. *aidh- ricopre tutte le
istanze fenomeniche della «combustione», dallo splendore della
fiamma ardente al nero opaco del materiale (soprattutto ligneo) bru-
ciato, specializzandosi in area mediterranea nel primo caso nella
sfera del «sacro» (cfr. etrusco aisar «dei»), nel secondo in quella del
«profano» (cfr. Aesar, sempre in Etruria, idronimo applicato ad un
fiume dalle acque presumibilmente scure). Degna di nota è l’ipotesi
di una originaria istanza cromonimica indiziata dalla formazione in
-r-, in quanto essa ci riporta ad un processo derivativo di quota in-
deuropea 7.

Aquilo (Apulia et Calabria), corso d’acqua più propriamente apu-


lo (a sud di Luceria), trova un immediato confronto con lat. aquilus,
aggettivo con i valori di «bruno, scuro, etc.» (cfr. pure in prossimità
delle sue sorgenti l’ecotoponimo Mutatio Aquilonis e, non molto lon-
tano, in area irpina, l’importante sito di Aquilonia) 8. Proprio que-
st’ultimo toponimo ci ripropone, a partire da una derivazione prima-
ria *aqu-il- (con suffisso latamente valutativo), una formazione in
-on-, frequente in idronimi (cfr. ad esempio Frento, in immediata
contiguità areale, e – più da lontano – Savo in Campania, Anio, nel
Latium Vetus, Minio e Umbro, in Etruria, Rubico, in Emilia, etc.). Su
alcuni di questi (Minio e Rubico) tornerò tra breve per le loro più o
meno evidenti implicazioni cromonimiche. Per quanto concerne il
nucleo designativo di base (aqu-), oltre alle sue evidenti implicazioni
cromonimiche (cfr. pure l’ornitonimo aquila, uccello dal piumaggio

5
Cfr. G. Devoto, AIS- etrusco e AIS- mediterraneo, in SE, 5, 1931, p. 299-316,
sp. p. 303.
6
Cfr. H. Rix, op. cit., p. 190, che affronta anche il problema della derivazio-
ne in -r- nel caso di alcuni di questi idronimi.
7
Su queste tematiche rinvio ai miei lavori Per un’etimologia del nome Italia,
in AIWN, 22, 2000, p. 215-254, apparso anche in M. Bugno e C. Masseria (a cura
di), Il mondo enotrio tra VI e V secolo a.C. Atti dei seminari napoletani (1996-1998,
Napoli, 2001, p. 207-238, e Origine e fortuna del nome Africa, in Giornata di studio
con Ida Baldassarre (= Annali di Archeologia e Storia Antica, n.s. 8, 2001, p. 21-24).
8
L’aggettivo latino si applica con una certa ricorsività al colore della pelle
umana, cfr. Svetonio, Aug. 79 : colorem inter aquilum candidumque («il suo colo-
rito stava tra il bruno e il bianco» tr. di Felice Dessì).

.
66 DOMENICO SILVESTRI

scuro, e l’anemonimo aquilo (formazione in -on-!), vento del nord (si


ricordino le specifiche implicazioni cromonimiche di tutta l’area set-
tentrionale nel mondo antico!), va considerata la possibilità che sia
Aquileia (regio X) sia il gentilizio Aquilius (e il suo correlato etrusco
Acvilna!) rientrino nella nostra serie 9. Ma c’è di più : credo di aver di-
mostrato, qualche anno fa10, che tutta una serie toponomastica del-
l’Italia antica a base *ak(h)- rappresenta uno strato più arcaico di
quella a base *aqu- ma in una condizione di identità del nucleo desi-
gnativo. L’idea ispiratrice di base o prototipica è sempre e in ogni ca-
so il riferimento alle nozioni di «nero, scuro».

A queste nozioni si rifà anche Aternus, fiume prima sabino, poi


vestino, poi peligno, infine marrucino11, che si confronta agevolmen-
te con lat. ater, il cui riferimento cromonimico al «nero» si integra
con il tratto negativo di «non lucente». In realtà lat. ater rappresenta
un’ulteriore replica, in condizioni diatopiche diverse, del già esami-
nato i.e. aidh-, di cui conferma i valori già individuati12. La deriva-
zione in -no- in questo caso con apparente funzione valutativa («il
nerastro»? Ma v. avanti!), ci porta alla ragionevole ipotesi di una
«rilettura» o risegmentazione morfologica sicuramente già antica,
secondo un paradigma derivativo «mediterraneo» (formazioni in
-rn-!) esemplificato da toponimi come Minturnae tra gli Aurunci, Fa-
lernus (ager) e Avernus (lacus) in Campania, Volturnus fiume pari-
menti campano; a questi aggiungerei il mons Taburnus di area irpi-
na, il Tifernus (flumen) di area frentana e, ancora, Salernum, noto
ecotoponimo di area campana, a cui si affianca subito Aesernia
(odierna Isernia del Molise), etc. Il paradigma qui evocato ha riscon-
tri toponomastici antichi extra-italiani e moderni13 e pone con forza
il problema del valore morfosemantico più antico del primo elemen-
to derivativo -r- in presumibili protoforme *Mintur, *Faler, *Aver,
*Voltur, *Tabur, *Tifer, *Saler, *Aeser, la cui legittimazione predocu-

9
Sul carattere equifunzionale dei due nomi cfr. C. de Simone, Etrusco Ac-
vilna – latino Aquilius. Un problema di intercambio onomastico, in La Parola del
Passato, 247, 1989, p. 263-280.
10
Cfr. Acerrae e Volturnum : due istanze toponomastiche nella protostoria lin-
guistica della Campania in D. Silvestri (a cura di), Lineamenti di storia linguistica
della Campania antica. I. I dati etnotoponomastici, Napoli, 1986, p. 65-80.
11
Con riscontri documentari italici di area sabina : cfr. ...(?)/ mesene / flusa-
re/ poimunien/ atrno/ aunom/ hiretum (Ve. 227).
12
Cfr. il mio lavoro sull’etimologia del nome Africa citato alla nota 7.
13
Cfr. per una sommaria rassegna C. Battisti, Sostrati e parastrati nell’Italia
preistorica, Firenze, 1959, p. 340-341, che opportunamente segnala che «nel caso
della formante di -rn- è probabile la composizione di due elementi». Su questa
modalità di risegmentazione derivativa, di quota decisamene protostorica, rinvio
alle mie considerazioni svolte nel lavoro citato alla nota 2.

.
LE METAMORFOSI DELL’ACQUA 67

mentaria sembra per altro scaturire dall’esistenza di toponimi come


Tibur nel Latium Vetus (con il derivato Tiburnus!), Anxur (antico
nome di Terracina, con il derivato Anxurnus!), Voltur (mons) del-
l’Apulia (per il quale si confronti l’anemonimo Volturnus!). L’ipotesi
più ragionevole, che trova conforto nei plurali etruschi del tipo cle-
nar «figli», aisar «dei» e, più latamente, nel cosiddetto «plurale me-
diterraneo» presumibile in formazioni in -ara studiate a suo tempo
da Vittorio Bertoldi14, è che qui siamo in presenza di una designazio-
ne generica di collettivo, nel caso del nostro idronimo «le (acque)
nere o scure» (cfr. per una formazione analoga l’idronimo Aesar di
area etrusca, v. sopra).

Merula è un corso d’acqua della Liguria (Plinio, N.H. 3, 48), che


si presenta come omofono del lat. merula «merlo», l’uccello «nero»
per eccellenza (cfr. ingl. blackbird, etc.). In ambedue i casi il riferi-
mento cromatico non è immediatamente evidente, ma lo diventa se
ci si ricorda che me¥ropev è in Omero un (finora) enigmatico epiteto
di a¶nuropoi, il cui valore cromonimico («gli oscuri, i senza nome»)
sembra ricevere attraverso questo epiteto una sorta di «glossa di tra-
duzione». Per tutta la problematica rinvio ad un mio lavoro di qual-
che anno fa15, qui limitandomi a far notare che il suffisso di valutati-
vo -ul- ci autorizza a presupporre una significazione lessicale che si
può rendere con la nozione di «nerastro». Tra breve vedremo (nel
caso di Mefula, v. sotto) come questo genere di formazioni si inseri-
sca in una sfera «laica»16 in cui rientra anche Albula (v. sotto).

«Rosso»
Il fiume Rubico (Aemilia) è a tutti noto per il suo epocale attra-
versamento. Il confronto con lat. ruber sembra scontato con eviden-

14
Cfr. V. Bertoldi, Plurale mediterraneo in residui fossili in Mélanges de lingui-
stique offerts à Jacques Van Ginneken à l’occasion du soixantième anniversaire de
sa naissance, Parigi, 1937, p. 157-169.
15
Cfr. a¶nurwpov : un’etimologia (im)possibile? in R. Ambrosini et al. (a cura
di), Scríbthair a ainm n-ogaim. Scritti in memoria di Enrico Campanile, Pisa,
1997, p. 929-986 (sp. p. 970-971).
16
Nella sfera «religiosa» rientrano invece le formazioni del tipo Mefitis, noto
teonimo italico che presenta lo stesso nucleo designativo di base. Se ci si ricorda
dell’esistenza di un toponimo Mifinum, anch’esso di sfera «laica» (come Mefula!),
si può ulteriormente rintracciare questo rapporto tra «sacro» e «profano» nella
coppia Curitis, teonimo, e Curinus, etnico, poi epiteto di Marte ed Ercole. L’origi-
naria valenza di etnico (ma con la stessa morfologia del toponimo Mifinum!) è
confermata dall’odierno agiotoponimo Sant’Arcangelo dei Coreni, identificato da
A. La Regina in area vestina. Per Mefitis rinvio alla mia nota su AIWN, 4, 1982,
p. 261-266.

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68 DOMENICO SILVESTRI

te allusione al colore delle acque. L’assenza di -r- (cromonimica!)


dopo la -b- può essere frutto di dissimilazione in condizioni di conti-
guità sillabica e di un presumibile forte accento iniziale, ma può an-
che essere primaria, se si considerano le forme latine che ne sono
sprovviste (specialmente gli aggettivi rubeus «rosso, rossiccio», in
Varrone e Columella, e rubidus «rosso cupo, rosso fosco o bruno» di
Plauto e Svetonio.
In una sfera cromatica estremamente simile rientra l’idronimo
Minio (a sud di Tarquinia, nell’Etruria meridionale), anche Munio
(Etruria), cfr. Minius fluvius Galiciae nomen a colore pigmenti sum-
psit Isidoro 13,21,32 e 19,17,7. Un odierno affluente dell’Arno di
area fiorentina, il Mugnone, non può non avere la stessa origine. Si
noti la sintomatica ricomparsa del procedimento derivativo già se-
gnalato.

«Bianco, biancastro»
In questa sfera cromatica rientra l’idronimo Albula (Picenum,
Latium), cfr. lat. albus. Per il problema delle acque sulfuree, notoria-
mente biancastre, e della loro denominazione «laica» contrapposta
a quella «sacra» si vedano i già trattati Mefula (toponimo della Sabi-
na) e il teonimo Mefitis.

«Bianco, grigiastro»
Assai interessante è Casuentus (fiume della Lucania, forma con-
corrente : Ka¥sav), cfr. lat. cascus «vecchio (sc. con i capelli bian-
chi)» e canus «bianco, dai capelli bianchi, canuto», inoltre con lo
stesso significato pel. casnar «vecchio, testa grigia) con ricomparsa
dell’elemento derivativo -r-. Nel confronto rientrano anche i Casuen-
tini dell’alto corso dell’Arno, che indiziano un corrispondente idroni-
mo per questo fiume e forse anche Casilinus (Campania), che indica
il corso mediano del Volturno. Cfr. pure en urbid Casontonia del-
l’iscrizione di Caso Cantovius, secondo la proporzione Casuentus :
Casontonia = Aquilius : Aquilonia. L’idea di fondo è sempre quella di
un colore «grigiastro» dell’acqua.

«Giallo, giallastro»
Gli idronimi Helvinus (Picenum), forse anche Helurus (Umbria),
di tradizione incerta, trovano un’immediata connessione con lat.
helvus e forme connesse (in particolare helvinus!). il valore semanti-
co è «giallo», più esattamente «giallastro», come si evince dal fatto
che la forma indeuropea ricostruibile è *ghelswo- : a questo proposi-
to il dizionario etimologico di Ernout e Meillet segnala : «en litua-
nien, les adjectifs en -swas indiquent l’idée de ‘tirant sur’ : gelsvas ‘ti-

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LE METAMORFOSI DELL’ACQUA 69

rant sur le jaune’, žalsvas ‘tirant sur le vert’». Siamo di nuovo, in vir-
tù di accertati procedimenti derivativi, non tanto sul piano del
«colore», quanto su quello di un’«approssimazione di colore», che è
appunto la condizione cromonimica delle acque naturali.

1.3. Lentezza del corso


Bradanus (Apulia et Calabria), cfr. Tardus, altro suo nome. Per
l’accento cfr. Plàtani, fiume a nord di Agrigento, che forse esprime lo
stesso concetto, con riferimento a gr. platy¥v «piano, piatto» (e quin-
di «lento» nel caso di un corso d’acqua).

Lo stesso ragionamento vale per il diffuso tipo idronimico Cla-


nis (Etruria, Latium), Clanius (Campania, quest’ultimo forse identi-
co a Liternus, cfr. Literna palus). Una eco moderna di questo nome è
costituita dal termine di area napoletana e casertana lagno con il va-
lore di «canale» (sc. a decorso lentissimo dell’acqua, cfr. i notissimi
Regi Lagni). Notevole mi sembra il fatto che l’esito campano moder-
no non segua la trafila fonetica prevista per il nesso consonantico
[kl], ma denunci in esso una debolezza dell’occlusiva velare in sede
iniziale (secondo principi di etruscità fonetica campana?). Più a
nord, nell’Etruria proprie dicta, gli esiti moderni sono La Chiana (cfr.
Valdichiana) e, piuttosto inaspettatamente, Il Chianti. Su questo ca-
so, piuttosto ... miracoloso, di conversione di «acqua» in ... «vino»,
ho richiamato a suo tempo l’attenzione17. Resta impregiudicato ma
(per me) ineludibile il problema di un eventuale rapporto tra questa
serie idronimica e l’aggettivo latino plānus nel quadro di una «(con)
fusione» tra [p] e [k] di fase prostorica (e, nel caso dell’Italia meri-
dionale, anche di fase neolatina).
Nella stessa sfera referenziale si collocano Mare (Venetia et
Istria), cfr. Septem maria, paludi nel delta del Po, e Maricla, nome
tardo del fiume Ariminus (Umbria); cfr. inoltre il teonimo Marica,
l’Artemide delle paludi, con santuario alla foce del Liri, a sua volta
denominato anche Clanius (!) e l’odierno marana «canale a decorso
lentissimo» di area laziale.

1.4. Trasparenza del corso


Liquentia (Venetia et Istria), Digentia (Sabina, odierno Licenza).
Il secondo nome dipende da un possibile equivoco (-g- per -c-) e dal-
lo scambio «sabino» tra -d- e -l-. In latino liquidus vale anche «limpi-

17
Cfr. Il nome «Chianti» e la documentazione dell’Italia antica in Chianti. Sto-
ria e origine di un nome, Centro di Studi Storici Chiantigiani, Quaderno IX (Set-
tembre 1988), Radda in Chianti-Fattoria Vignale, p. 33-40.

.
70 DOMENICO SILVESTRI

do» (cfr. Virgilio, Ecloga II, v. 58-59 : heu heu, quid volui misero mi-
hi? Floribus Austrum / perditus et liquidis immisi fontibus apros).

1.5. Copiosità del corso


In base a diversi e non sempre perspicui trattamenti della sono-
ra aspirata indeuropea *dh, presente (a parer mio) nel paradigma ri-
costruttivo costituito dalla radice *audh- con il presumibile valore di
«gonfiarsi, rigonfio» (cfr. lat. offa di evidente origine italica nella
sfera alimentaria), abbiamo Audena (Liguria)18, Utens (Aemilia)19,
Aufeia aqua (Sabina, Latium), Aufentum (Latium : forse anche Ay¶fi-
lov), Ofens (Latium, varianti : Oufens, Ufens), Aufid(i)us (Sam-
nium : forse anche ¶Ofilov) 20. Per l’esito moderno Úfita, idronimo in
provincia di Avellino, si veda l’idronimo successivo.

1.6. Brevità del corso


A proposito dell’idronimo Ausar (Etruria, l’odierno Serchio) ri-
mando ad un mio articolo di vari anni fa 21, in cui riconnettevo la se-
rie idronimica a base *ausa (la devotiana «fonte»!) a i.e. *ōus «boc-
ca > fonte, sbocco d’acqua» in un quadro di riferimenti prioritaria-
mente di area germanica. In quella circostanza osservavo che i corsi
d’acqua molto brevi hanno come riferimento prototipico le «sorgen-
ti» o le «fontane» concepite come «bocche d’acqua». Tra le numero-
sissime testimonianze ivi raccolte ricordo qui solo l’idronimo cala-
brese Úsito con accento protosillabico che, in tal senso, ricorda Úfita
già visto ed affianca Méfete ad Aquino, secondo condizioni accentua-
tive assai interessanti. Esistono in particolare tre brevi corsi del Ser-
chio (il piccolo Serchio, Auserclo/Serchio a decorso brevissimo, che
sbocca direttamente in mare; il Serchio normale, l’Auser/Osari, che
sfiora Pisa a nord e si getta nell’Arno; la Serchia, che si dirama all’al-
tezza di Lucca, costeggia il monte Pisano ad est, si identifica con il
lago di Bientina e sbocca quindi in Arno). In realtà la serie Ausa (dif-
fusa in tutta l’Europa occidentale) costituisce un significativo episo-
dio della preistoria linguistica europea e si manifesta, di volta in vol-
ta, come periceltica, perilatina, perigermanica, in una situazione di
contatto tra indeuropeità emergente e non indeuropeità residuale.

18
Con «normale» deaspirazione ligure dell’occlusiva sonora aspirata indeu-
ropea!
19
L’assordimento dell’occlusiva deaspirata sembra rispecchiare condizioni
protolatine.
20
In questo cs l’esito -f- del fono in questione è normalmente italico.
21
Cfr. Ancora a proposito di elementi «non indeuropei» nelle lingue germani-
che, in AION -Filologia Germanica, 28-29, 1985-86, p. 589-604.

.
LE METAMORFOSI DELL’ACQUA 71

1.7. Orientamento del corso


Il Tanarus della Liguria e il Tanager della Lucania, al di là della
loro vicinanza formale, sono ulteriormente accomunati dal fatto di
essere entrambi fiumi i cui corsi sono orientati verso nord. La cosa
diventa ancora più interessante nel momento in cui si appura che il
primo in carte medievali si chiama Tanagrus e Tanager, mentre il se-
condo è oggi detto Negro, ma già i Romani lo chiamavano Niger o
Nigrum. Il «nero» in effetti, nel mondo antico e in un’area assai va-
sta, è emblematicamente il colore del nord (come il «rosso» lo è del
sud) 22. A questo punto si pone il problema dell’elemento (prefissa-
to?) ta- per il quale è stata avanzata da M. L. Wagner la ragionevole
ipotesi che si tratti di una sorta di articolo «mediterraneo» con per-
sistenze sarde e testimonianze berbere 23.

1.8. Compresenza di altri corsi


I dati sono i seguenti : Spineticum ostium, in pratica il delta del
Po (Venetia et Istria), Spı̃nov potamo¥v (nome della porzione termina-
le del Po, secondo Stefano di Bisanzio, cfr. proùv eΩnıù tw̃n toỹ Pa¥doy
stomotwn ... Spinh̃ti kaloyme¥nw ∞ di Dionigi di Alicarnasso I, 18, 2-3),
Spino e Nodinum cfr. Cicerone, Nat. deor. III, 52 : «... in augurum
precatione Tiberinum Spinonem Almonem Nodinum alia propinquo-
rum fluminum nomina videmus», testimonianza veramente preziosa
in quanto descrive indirettamente ma esattamente la condizione
idrografica di un delta fluviale con specifico riferimento alla plurali-
tà, alla vicinanza dei corsi d’acqua. Preziosa è l’informazione alia

22
Cfr. J. Knobloch, Sprache und Religion, I, 1 : Der älteste Mythos der
Menschheit, 1. Farbbezeichnungen in geographischen Namen. 2. Farbnamengebung
bei den Himmelsrichtungen, Heidelberg, 1979, p. 9-22 (con importanti annotazio-
ni su diverse alternative cromatiche).
23
Cfr. a questo proposito D. Silvestri, A proposito di alcuni idronimi del Bru-
zio in P. Poccetti (a cura di), Per un’identità culturale dei Brettii, Napoli, 1988,
p. 211-222, che ora va corretto in questa particolare prospettiva (a proposito della
coppia idronimica Ne¥aiuov-Tene¥aiuov). Per il problema di un presumibile artico-
lo «mediterraneo» nel quadro di possibili contatti preistorici e protostorici tra
area libico-berbera e Sardegna rinvio all’equilibrato e condivisibile inquadramen-
to di I. Putzu nel suo bel libro Quantificazione totale/universale e determinatezza
nelle lingue del Mediterraneo, Pisa, 2001, in particolare p. 167-169. A questo propo-
sito faccio notare che dagli esempi ivi riportati sembra evincersi un fenomeno di
armonizzazione vocalica tra elemento prefissato e nucleo designativo di base, nel
senso che il primo si conforma al secondo, secondo una modalità ben accertata
nelle lingue agglutinanti dello spazio eurasiatico e che è garanzia della profondi-
tà cronologica del fenomeno. Questa circostanza sembra essere sfuggita al Wa-
gner nel suo libro epocale sulla fonetica storica del sardo, per la cui traduzione
(con introduzione e appendice) rinvio al testo curato da Giulio Paulis (Cagliari,
1984, sp. p. 188-191, con abbondante esemplificazione che conferma il fenomeno
di armonizzazione vocalica sopra individuato).

.
72 DOMENICO SILVESTRI

propinquorum fluminum nomina cioè «nomi diversi di fiumi (che


scorrono) vicini», per cui se Spino è «fiume a scorrimento plurimo
(sc. a delta!) «Nodinum (cfr. lat. nodus «intreccio»!) è, in modo ana-
logo, «fiume a scorrimento intricato (sc. a delta!)». In questa pro-
spettiva non sembra peregrino evocare per questa situazione fluviale
l’immagine etimologica della «spina (sc. di pesce)» 24.

2. SINTESI

Profondità, colore, lentezza, trasparenza, copiosità, brevità,


orientamento, compresenza sono alcune delle «istanze di designa-
zione» ricostruibili per gli idronimi dell’Italia antica con riferimento
alle loro condizioni «naturali» (mentre sono stati volutamente tra-
scurate le implicazioni culturali). Esse rappresentano nelle loro ri-
sultanze prima linguistiche e poi onomastiche alcune delle possibili
«metamorfosi dell’acqua», elemento notoriamente instabile ed in-
sieme imprescindibile per la vita e la conoscenza umana di ogni
tempo e di ogni paese.

Domenico SILVESTRI

24
Per una trattazione approfondita del problema rinvio al mio Per un’etimo-
logia del nome Italia, in AIWN, 22, 2000, p. 215-254, uscito anche in M. Bugno e
C. Masseria (a cura di), Il mondo enotrio tra VI e V secolo a.C., Atti dei seminari
napoletani (1996-1998), Napoli, 2001, p. 207-238.

.
ALDO PROSDOCIMI

NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA


E DELL’ITALIA ANTICA

Premessa
Quando sono stato invitato al Convegno avevo una ragione di
gratitudine per gli organizzatori; ora ne ho una seconda per avermi
permesso di presentare con ritardo un testo che è un sommario, o
indice di alcuni temi da rivisitare (v. Appendici 2008). Vicende mi
hanno portato, oltre che al ritaglio, all’assetto ‘retorico’, abibliografi-
co e in parte biografico1 come col passare del tempo mi è vizio cre-
scente. La non-bibliografia è in parte dovuta al tempo, o a non-
letture adeguate (o meno), ma anche al fatto che alcune letture e/o
conoscenze sono (o dovrebbero essere) patrimonio comune : si può
vivere di ricordi bibliografici ma non si deve annegare e fare annega-
re nella bibliografia. L’aspetto biografico è stato sollecitato di recen-
te (2001 → 2004) 2 dalla raccolta di alcuni miei lavori; qui è richiama-
to il fatto che per essermi occupato, da oltre quarant’anni, di lingue
di frammentaria attestazione, a partire dal venetico, l’onomastica ha
sempre occupato un posto centrale perché il grosso della documen-
tazione era ed è onomastica. Per altre aree linguistiche concomitanti
l’onomastica era di fatto tutta la documentazione : è il caso del-
l’‘illirico’ con referente d’obbligo H. Krahe (con l’arrivo poi all’‘Alteu-
ropäisch’) : Krahe era un ‘morfologista’ e, poi, un fonetista ma i suoi

1
E anche per questo, però, riprendo alcuni miei frammenti da scritti prece-
denti; può configurarsi forse come un centone, ma la motivazione è nel fatto che
sono disiecta membra, in qualche caso comparse in sedi non facilmente raggiun-
gibili o in collocazione impropria quali paragrafi di articoli comprendenti più te-
mi. In questa prospettiva ‘centonaria’ riprendo buona parte di un articolo di An-
na Marinetti (1982), in quanto ha dato lo spunto ad una sezione di queste Note.
Parimenti riporto un frammento di una recentissima memoria di Emilio Peruzzi,
in quanto mi ha dato occasione di focalizzare alcuni punti del mio discorso; al
proposito non vorrei essere frainteso : la memoria di Peruzzi ha importanza, for-
se capitale, per altre ragioni (decifrazione del protoindiano), ma in un paio di
punti tocca anche la tematica di questa relazione.
2
A. L. Prosdocimi, Scritti inediti e sparsi. Lingua, Testi, Storia I-III, Padova,
2004 (abbr. SIES).

.
74 ALDO PROSDOCIMI

allievi diretti, H. Rix e J. Untermann, hanno sviluppato i concetti di


‘formula onomastica’ o di ‘Namengebiet’, o di altro ancora. Il concet-
to di ‘formula onomastica’ rispetto a ‘nome proprio’ – ben più antico
quale o¶noma ky¥rion – era implicata nell’articolo di Mommsen che,
non per caso, è ripreso come primo della raccolta di scritti ‘Römi-
sche Forschungen’; la citazione non intende essere ‘dotta’ ma fun-
zionale ad un discorso, importante anche se solo accennato :
Mommsen, pur editore di testi, fondatore dell’epigrafia italica (Die
Unteritalischen Dialekte, 1850) e, col CIL, rifondatore dell’epigrafia
latina (e con essa dell’epigrafia classica in generale), non è un lingui-
sta ma essenzialmente uno storico (e quale storico!) che focalizza la
questione della formula onomastica. Di converso è stato (fra tanti)
un linguista di alta classe che ha riportato il tema ‘nome proprio’ (la-
tino-italico-etrusco) da ‘formula onomastica’ ad etimologia (etimo-
logismo?) di singoli nomi : W. Schulze, Zur Geschichte lateinischer
Eigennamen (1904). Il libro di quasi 600 pagine (più 50 pagine di fit-
tissimi indici) è stato spesso recepito più come repertorio di un nu-
mero enorme di forme citate (reperibili grazie ad un indice esausti-
vo) e non nella tesi che vi sottostava, e cioè l’etimologia dei nomi la-
tini e, meno, la struttura della forma/formula onomastica in cui
erano inseriti. Il ‘ritorno’ alla ‘formula onomastica’ come comprensi-
va e/o sovraordinata di quello che (allora) era il concetto di nome
(proprio – ky¥rion) è venuta da M. Lejeune per l’onomastica venetica 3
e dai (citati) J. Untermann ed H. Rix : di particolare importanza è
Das etruskische Cognomen di Rix (1963) che veniva a cambiare, se
non a rovesciare, la prospettiva di W. Schulze. Negli stessi anni ma-
turava la concezione dell’onomastica latina di E. Peruzzi; questi si
esprimeva in monografie della fine anni ’60 inizio anni ’70 e vi era
centrale il concetto di nome proprio quale formula onomastica; Rix
nel 1972 ritornava 4 sull’onomastica etrusco-italica all’insegna della
formula onomastica; con questo tralascio molto altro, e altri, ritor-
nando al mio iter sul tema ‘onomastica’.
Ho premesso che, avendo lavorato su ‘Restsprachen’, ho vòlto
all’onomastica una attenzione particolare per estrapolare dati di
lingua e, per questo, sono stato attento all’aspetto metodologico e,
in ciò entrava ed era angolato il tema ‘formula onomastica’; pensa-

3
In numerosi lavori a partire dal 1950, culminati nella monografia Ateste à
l’heure de la romanisation (Étude anthroponymique), Firenze 1978; cfr. al proposi-
to quanto scrivo in Michel Lejeune et L’Italie antique, in CRAI, 2001, p. 175-183 (=
Hommage rendu a Michel Lejeune, Academie des Inscriptions et Belles Lettres,
Parigi, 19 gennaio 2001, p. 33-41).
4
Zur Ursprung der römisch-mittelitalischen Gentilnamensystem, in Aufstieg
und Niedergang der römischen Welt I, 2, Berlino, 1972, p. 700-758.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 75

vo che, bene o mal fatto, questo fosse il massimo di ‘scientificità’,


ma dopo – anche per l’impatto con le idee di E. Coseriu e di ciò di
precedente che si rifaceva al nome proprio – sono arrivato a intra-
vedere non solo lo spazio di una metodologia, ma uno spazio meno
frequentato dai linguisti (ma non dai logici) che definirei ‘teoria del
nome proprio’ (in primis dell’antroponimo). Tuttavia anche per
ambito di attività ho continuato a trattare e a rivedere il concetto
di ‘formula onomastica’, in particolare a proposito del venetico e
del celtico d’Italia specialmente nella sezione denominata ‘lepon-
zio’ 5 ; anche al seguito di una prospettiva insita in nuce nel concetto
di Vornamegentile introdotto da Rix per l’etrusco – nel mio iter as-
sociata a revisioni cronologiche-morfologiche e socioculturali – ho
modificato, talvolta in modo radicale, la concezione strutturale e
ideologica della formula onomastica binomia nel venetico e nel le-
ponzio, specialmente per quanto concerne la posizione sistemico-
strutturale e ideologica dell’appositivo tra patronimico, gentilizio (o
pseudo gentilizio), e il ‘gamonimico’ di Lejeune, segnalati morfolo-
gicamente come tali, vs. appositivi non segnalati morfologicamente
e ben attestati nell’inizio stesso della creazione locale della formula
bimembre; ne ho dato una interpretazione socioculturale che si
trova nei miei scritti più recenti su questo tema e che qui è rilevan-
te perché mi ha portato a riflettere su alcuni aspetti dell’onomasti-
ca latina (e secondariamente italica); un esempio : la reinterpreta-
zione morfologica dell’appositivo leponzio in -alo- quale -a-lo- mi
ha portato a rivedere la funzionalità dei gentilizi romani in -l- tipo
Pompilius, Manilius 6, e dei corrispondenti falischi – questi com-
paiono in diversa struttura formulare [-iliV-]. In entrambe le tradi-
zioni il morfema -l- entra nell’onomastica ma non c’è connessione
diretta di derivazione quale sarebbe una pertinenza originaria
esclusivamente in senso ‘verticale’ – cioè in una comune genesi ‘in-
deuropea’ del suffisso come specifico dell’onomastica – perché non
c’è alcuna premessa storico-culturale : la formula onomastica isti-
tuzionale si forma in Italia, e per l’appositivo con morfema in -l-
non in senso ‘orizzontale’ (irradiazione) perché non vi sono motivi
di irradiazione in nessuno dei due sensi possibili di trasmissione; vi
è, in più, il factum che la (ri)strutturazione morfologica del morfe-

5
A. L. Prosdocimi in G. Fogolari – A. L. Prosdocimi, I Veneti Antichi. Lingua
e cultura, Padova 1988, spec. p. 367-388; Appunti per una teoria del nome proprio,
in Problemi di onomastica semitica meridionale, a cura di A. Avanzini, Pisa 1989,
p. 15-70 [ora in SIES vol. I]; Note sul celtico in Italia, in St. Etr., LVII, 1991,
p. 139-177.
6
Lascio senza indicazione di quantità -i- prima di -l- per i motivi che si ve-
dranno appresso.

.
76 ALDO PROSDOCIMI

ma in -l- è diversa nelle varie funzioni e/o tradizioni per cui una ir-
radiazione per prestito, o solo influenza, è esclusa. Queste esclusio-
ni riportano a ciò che precede la funzionalizzazione onomastica del
morfema derivazionale in -l- e cioè alla sua semicità morfologica
nella lingua (nel caso ‘indeuropeo’ ricostruito) che è la precondizio-
ne della sua funzionalizzazione nell’onomastica; alla tipologia è da
aggiungere il tipo Messalla < *messan(ă)la e Hispallus < *hispanĕ/
ŏlo-, Romulus (Appendice). Discorso analogo vale per la morfologia
di cognomina in -a in concorrenza con -ō(n) : la constatazione della
morfologia onomastica tradizionale è la conseguenza di una causa-
lità che è nella precedente e fondatrice funzionalità nella lingua. In
alcuni casi l’antica funzionalità può essere andata perduta e/o mar-
ginalizzata nella lingua, mentre può essere conservata nell’onoma-
stica, o resa più riconoscibile nella funzionalità assunta nell’ono-
mastica, a patto però che la prassi inveterata della constatazione di
una fenomenologia (spesso contrabbandata per spiegazione) si in-
verta in una spiegazione della fenomenologia stessa, qui nell’ono-
mastica; tuttavia l’onomastica costituisce un settore di una casisti-
ca ben più ampia nella morfologia della lingua e che, come lingua,
investe buona parte della grammatica latina di cui è esemplare
quella di Leumann (1977) : la fenomenologia ha una causalità,
complessa quanto si vuole nella genesi, nelle espansioni e nelle re-
strizioni, nelle rifunzionalizzazioni etc. etc. – ma la sua fondazione
causale nella morfologia della lingua resta, precede e spiega; di
contro la fenomenologia fondata sull’uso, da cui una conseguente
classificazione, è un effetto e non una causa. Ciò detto, in una
corretta prospettiva euristica, la fenomenologia, e la base per la
spiegazione, per certi aspetti è già una spiegazione quale classifica-
zione, ma non ha la dimensione della/e sequenza/e causale/i che
possono essere ormai irriconoscibili ma che sono esistite per impli-
cazione logica e fattuale; in questi casi il pericolo è di scambiare la
classificazione della fenomenologia, corredata da attribuzioni di
valore ingiustificate, con la spiegazione propria (causale) ut sic; in
questi casi l’esposizione della fenomenologia con pretese di spiega-
zione e, come detto sopra, una assenza di spiegazione.
Un altro aspetto che toccheremo concerne la formula onomasti-
ca quale contenuti dei componenti nel loro essere ‘lessico semantico’
entro la formula quale sistema per cui la formula onomastica non
consiste solo di sequenze formali ma di possibili, spesso evidenti,
contenuti ideologici, in buona parte permessi dalla trasparenza les-
sicale degli elementi costituenti. Nella formula antroponimica ro-
mana il nucleo è il gentilizio : senza questo, almeno per l’ambito cui
ci riferiamo, non ci sarebbe formula o il termine ‘formula’ avrebbe
un altro senso, legittimo iuxta propria principia ma diverso. Malgra-
do sia stato trattato da innumerevoli studiosi e da molte angolazioni

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 77

credo che ci sia ancora da dire sulla posizione dell’appositivo fra pa-
tronimico e gentilizio e precisamente quale conseguenza del rappor-
to tra familia e gens (2008 : su questo tema v. ora 2007/2008 ‘Roma’;
Appendice n. 1).

1. LA FORMULA BINOMIA ROMANO-ITALICA.


L’ANTROPONIMIA ORGANIZZATA IN SISTEMA 7

1.1. È opinione e dottrina di molti che il sistema binomio cen-


tro-italico e venetico sia continuazione di un sistema indeuropeo,
riscontrabile nel tipo Aias Telamonios; è invece mia ferma idea che
vi sia uno iato essenziale nel valore istituzionale, e qui la pertinen-
za è l’istituzione : il tipo Aias Telamonios a quota indeuropeo è so-
lo una possibilità che ha la lingua per esprimere una genealogia
tramite l’aggettivo, fungibile col genitivo (cfr. l’alternarsi della for-
mula per l’altro Aias : Oiliades e Oileos) e non necessaria (formula
monomia per Achilleus, Agamemnon alternante con formula bino-
mia con patronimico o con formula monomia ristretta al solo pa-
tronimico, etc.); il tipo Tullus Hostilius, Publius Valerius etc. è in-
vece una struttura istituzionale. Nostra tesi fondamentale è che il
sistema binomio non sia ut sic eredità indeuropea ma, come isti-
tuzione (e questa è la pertinenza, non quella di fornire un nome
da un patronimico) 8 sia una creazione italica : l’individuo singolo
è individuato entro un individuo culturale 9 superiore, la gens, cioè
dal nome singolo si passa al praenomen del singolo seguito dal no-
me della gens. Il nome proprio (NP) è la significazione linguistica
dell’Individuo Culturale (IC) come ipse che, come tale, ne è la base
prelinguistica; l’IC, in quanto individuo, è per sua natura asistemi-
co o, meglio, tenuamente sistemico. Ma l’IC può strutturarsi in

7
Questo paragrafo è tratto da Filoni indeuropei in Italia. Riflessioni e appun-
ti, in L’Italia e il Mediterraneo antico, Atti del Convegno SIG, vol. II, Pisa, 1995,
p. 7-163 (ora in SIES, vol. III). I rimandi seguono la numerazione della bibliogra-
fia pure data in SIES, vol. I, p. IX-XXX.
8
E. Peruzzi, Onomastica e società nella Roma delle origini, parte I, in Maia,
21, 1969, 126-158, e Origini di Roma, I Firenze 1970, focalizza l’aspetto istituziona-
le. Indipendentemente dalla validità della sua tesi sulla sabinità della formula bi-
nomia a Roma e sulla fase patronimica come intermezzo storico e cronologico e
non solo logico come tramite alla fase gentilizia, la posizione di Peruzzi segna,
nella questione, un caposaldo e un giro di boa.
9
La nozione di Individuo Culturale (IC) è centrale per la teoria del nome
proprio (Prosdocimi, Appunti per una teoria del nome proprio, cit. spec. p. 27 sg.).
L’individuo culturale è ciò che la cultura identifica come individuo e che esprime
linguisticamente con un sistema linguistico appropriato e specifico; non è l’indi-
viduazione tipo ‘quest’uomo’ ‘il romano ucciso alle idi di marzo...’ ma C. Julius
Caesar.

.
78 ALDO PROSDOCIMI

qualche cosa che non corrisponde alle classi culturali sottostanti al


N(ome) C(omune), e che non corrisponde neppure all’Individuo-
ipse, ma che corrisponde a nuove unità : queste raggruppano indi-
vidui la cui priorità logica e culturale è l’ipse individuale che, tut-
tavia, entrano in un gruppo che è a sua volta Individuo-ipse e non
una classe di individui. Trova qui posto la tematica relativa alla
formula onomastica di tipo ‘latino’ (C. Julius Caesar) e a questioni
connesse (singolare ∼ plurale nei nomi propri) : Claudii è NP e an-
che Appius Claudius è NP. Claudii non è una classe, o almeno non
è classe allo stesso titolo di nomi comuni quali ‘rose/rosa’, ma è un
nuovo individuo culturale – la gens Claudia appunto – nuovo in ra-
gione di una (nuova) realtà per cui si identifica una permanenza
socio-culturale della ‘gens’ nello spazio-tempo. Di qui lo status di
un membro della gens che, come Individuo Culturale, ha NP indi-
viduale ma che, insieme, appartiene alla gens che, a sua volta, è
Individuo Culturale; qui non è pertinente, anzi sarebbe fuorviante,
l’assimilazione di Appius Claudius, individuo primario, al singolo
di una classe – non individuo primario ma individuato – mentre è
corretto e pertinente il concetto di gerarchia di individuazione cul-
turale : un Appius Claudius è comunque un Individuo Culturale,
ma è inserito in una struttura, la gens, che è a sua volta un Indivi-
duo Culturale : gens Claudia o Claudii, gens Fabia o Fabii, etc.; co-
sì il primo (prenome +) Cornelius Scipio con cognomen Nasica è
un Individuo Culturale, Lucius (Nasica) che fa parte di un altro
Individuo Culturale – il ramo degli Scipiones - a sua volta è una
sottoclasse di un altro individuo culturale sovraordinato, la gens
Cornelia. A sua volta sovraordinato vi è l’individuo culturale Roma,
per cui tutti quelli che hanno determinate caratteristiche sociogiu-
ridiche possono essere qualificati di Romani. Come si vede, la ge-
rarchia di individuazione culturale è correlata alla articolazione
sociale e l’onomastica ne è sollecitata di conseguenza nelle valenze
pertinenti : di qui l’individuazione dipende dagli ambiti quale
espressione onomastica dei legami sociali; è pertanto in questa
prospettiva che va vista una correlazione pertinente tra sistema
culturale – che riunisce singoli Individui Culturali in Individui Cul-
turali di rango superiore – e il sistema onomastico correlato. In al-
tre parole, è qui che è motivata la sistematicità del NP – sistemati-
cità intesa come articolazione di sistema/struttura oltre la sempli-
ce individuazione e conseguente numerabilità equipollente di IC,
quindi di NP equipollenti o senza collegamenti sistemici. Implici-
tamente o esplicitamente l’Individuo Culturale della gens determi-
na lo ‘iato’ tra patronimico opzionale (di fase e cronologia ‘indeu-
ropea’) e patronimico obbligatorio (di fase e cronologia ‘italiana’) e
di qui un passaggio alla fissazione in gentilizio. Si possono porre
due sequenze del processo :

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NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 79

sequenza a 3 sequenza a 2
1. indeuropeo patronimico opzionale 1. indeuropeo
2. Italia A patronimico istituzionale 2. Italia
3. Italia B patronimico = gentilizio fase unica
La sequenza a 3 ammette, al limite, una istituzionalità in qual-
che misura già ‘indeuropea’, e lo iato tra le fasi ne risulterebbe mino-
re; la sequenza a 2 è per lo iato totale, e noi la preferiremmo con una
precisazione : le due sequenze non si escludono, ma possono essere
un modo diverso di porre la stessa realtà, a seconda che nel mecca-
nismo di formazione si accentui l’aspetto logico come anche crono-
logico e realizzato per lungo tempo, oppure si annulli di fatto lo spa-
zio logico mediano non come non esistito, ma come non rilevante (e
in ciò la durata non conta). In ogni caso la ‘italianità’ della formula
onomastica binomia istituzionale è confermata dal fatto che fin dal-
l’inizio – a prescindere da dove sia generata – pertiene sia ad ambito
‘indeuropeo’ sia ad ambito non indeuropeo come è l’etrusco10. Quel-
lo che è pertinente non è la genesi linguistica né i mezzi morfologici
correlati, ma la natura istituzionale per cui si ha un nome individua-
le seguito da un appositivo, normalmente con morfema aggettivo –
indeuropeo -jo-, etrusco -na- – in ciò manifestamente indipendente
da genesi linguistica remota ma rispondente a condizioni sociologi-
che della realtà italiana.
Se la formula binomia è una innovazione nata in Italia da esi-
genze istituzionali ‘italiane’, la sua espansione è un fenomeno di
arealità ‘italiana’. Nel Nord, venetico e leponzio11, la formula bino-
mia arriva con la scrittura come portato della cultura etrusca a par-
tire dal ± 600 a.C. : i mezzi formali possono essere gli stessi di quelli
all’origine della formula latina (e) italica, ma qui la genesi non è ‘ita-
lica’ bensì ‘italiana’, perché il modello è etrusco. Abbiamo formule
binomie anche morfonologicamente congruenti che collegano l’itali-
co, dall’italico del nord (umbro e dialetti ‘minori’) al brettio; si tratta
del fatto che il morfema -jo- assume aspetto diverso a seconda che si
trovi nel primo o nel secondo elemento della formula binomia, tipo

nome individuale appositivo


nominativo -is -(i)es, -iís, -iev
accusativo -im -iúm, -iom

10
Rix, Zur Ursprung der römisch-mittelitalischen Gentilnamensystem, cit.
11
Sulla formula venetica Prosdocimi, Veneti Antichi, cit, p. 367-383; sulla
formula leponzia A. L. Prosdocimi, Sull’etruschità linguistica e culturale, in Etrus-
ker nördlich von Etrurien (Akten des Symposions von Wien-Schloss Neuwaldegg,
2.-5. Oktober 1989), a cura di L. Aigner Foresti, Vienna, 1992, p. 443-471 e Note
sul celtico in Italia, cit.

.
80 ALDO PROSDOCIMI

Vi sono casi di appositivo in -is, ma questa è l’aspettativa foneti-


ca e quindi non sono significativi, mentre è significativo che in tutto
l’italico – dall’umbro (estremo nord) fino al brettio – si ha in maggio-
ranza o in esclusiva la fenomenologia predetta. Nel siculo di VI a.C.
abbiamo formule binomie con caratteristiche di tipo italico anche se
morfonologicamente con l’italico non del tutto congruenti12.
Tratto in altra sede tutta la problematica connessa al corpus do-
cumentale : spiegazione morfonologica del fenomeno nel quadro di
altri fenomeni fonetici panitalici, peculiarità della formula onoma-
stica per quanto concerne la morfonologia, etc.; qui è sufficiente la
constatazione del fenomeno morfonologico e il fatto che la forma
(aggettiva) in -jo- ha esito diverso solo per essere al secondo o primo
elemento della formula binomia, quindi con presupposizione di for-
mula binomia stabile, il che implica formula istituzionalizzata, co-
me tale fissata nel secondo elemento così da farvi corrispondere un
morfema derivativo differenziato.
Nella querelle sulla formula binomia non è stata sufficientemen-
te sottolineata la fissità del morfema (ove ci sia morfema derivativo)
che indica il gentilizio. La peculiarità, anzi l’essenza della formula
binomia italica, è data dalla simultaneità 1) della pertinenza istitu-
zionale che importa obbligatorietà e non opzionalità; 2) della fissa-
zione in un morfema unico, -jo- nell’italico. Per quanto concerne il
secondo elemento, stante che l’esito foneticamente normale è quello
del primo (-is), è rilevante non solo il fatto che sia differenziato, ma
che lo sia allo stesso modo in aree diverse, come è implicato da -(i)
es, -iís, -iev che sono, all’evidenza, esiti identici o appena modificati
nelle singole tradizioni di un solo fatto combinato di morfologia :
-jo- trattato diversamente (palatalizzazione di -o-) rispetto a -jo-
primario (sincope di -o-); cioè si sarebbe avuto un -(i)j(o)- + -jo- > i(j)
o- > -i(j)e-13.

12
-es/-es non risponde a -is/-ies e richiede un discorso anche in rapporto alla
eventuale sincope; su quelli come su miei precedenti cenni sarà da ritornare ap-
profonditamente anche per l’importanza areale della Sicilia e la correlata proie-
zione cronologica e storica per l’italico, se vi sono collegamenti con esso.
13
Ho ravvisato il motivo nel fatto che solo in questa occasione, generata da
ragioni extralinguistiche la lingua ha occasione di avere un aggettivo in -jo- (pa-
tronimico-gentilizio) che ridetermina una forma che è già in -jo- come forma ag-
gettiva, da cui è tratto l’antico nome individuale. Su ciò A. L. Prosdocimi, Studi
sull’italico, «St. Etr.» XLVIII, 1980, p. 187-249; ‘Sabinità e (pan)italicità linguisti-
ca, «Dialoghi di Archeologia» 5, 1987, p. 53-64; Note su ‘Italico’ e ‘Sannita’, in La
Campania fra il VI e il III secolo a.C., Atti del XIV convegno di Studi Etruschi e
Italici (Benevento 24-28 giugno 1981), Galatina 1992, p. 119-148; Filoni indeuropei
in Italia. Riflessioni e appunti, in L’Italia e il Mediterraneo antico, Atti del conve-
gno SIG (Fisciano-Amalfi-Raito 4-6 novembre 1993, vol. II Pisa 1995, p. 7-163; Il
genitivo singolare dei nomi in -o- nelle varietà italiche (osco, sannita, umbro, sud-
piceno etc.), «Incontri Linguistici» 25, 2002, p. 65-76.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 81

Si può spiegare l’esito diverso del secondo elemento in altro modo, ma


resta il dato che la differenza di trattamento è dovuta al fatto di essere al
secondo elemento della formula binomia, cioè è fenomeno di lingua non in
funzione della normale morfonologia ma solo per essere morfonologia del
secondo elemento della formula. Se la dimorfia -is/-ies, -im/-iom, presenta
una differenziazione morfonologica dovuta al solo fatto di essere in formu-
la onomastica e non alla langue, la differenza nell’esito è prodotta da una
forza adeguata insita nella formula stessa, cioè nella sua istituzionalità e
fissazione in -jo- : ove c’è -ies c’è formula binomia istituzionale; di conse-
guenza se la differenziazione della morfonologia dell’appositivo è estesa a
tutto l’italico la conclusione è che la formula binomia istituzionale e fissata
in -jo- per l’appositivo fosse già dell’italico unitario, cioè di un italico (= ita-
lici per istituzionalità) non ancora espanso e/o separato da iati socio-cultu-
rali e/o politici; l’ipotesi contraria presupporrebbe una poligenesi e non è
concepibile poligenesi con istituzionalità/fissità risolta nello stesso modo
morfonologico (-jos > -ies; -jom > -iom). Per l’ipotesi monogenetica della
formula fissa e quindi espressione di unitarietà istituzionale non è necessa-
ria una concentrazione areale primigenia dell’italicità sottostante, ma è ne-
cessaria una comunicazione o contatto socioculturale tali che la formula
nata in un centro si espandesse non per sovrapposizione (incontro di itali-
ci) ma per naturale irradiazione e quindi assunzione di una formula che
esprimeva una comune struttura sociale. Se dette premesse non sono con-
futate, vi sono delle notevoli implicazioni socioculturali, e cioè l’esistenza
di una struttura gentilizia già nell’età del bronzo se, come è stato fatto no-
tare da autorevoli archeologi, questa è la data cui far risalire come unità
una italicità tale da avere come monogenetica la formula binomia col se-
condo elemento fisso in -jo-. Ma se la formula onomastica è in -jo- per tutta
l’area e se vi è una qualche forma di unità/unitarietà, ciò non può non ave-
re riflessi nel configurare il farsi della italicità linguistica e, insieme, po-
trebbe congiungersi ad altri fenomeni istituzionali riflessi nel lessico e sot-
tesa semantica. Non sono certezze, e sono frammenti : tuttavia invitano a
ripensamento. Se poi si individuano le condizioni morfonologiche per col-
legare le formule sicule di VI a.C., di per sè e nel quadro di ‘italicità non-
canonica’ già prospettata, il ripensamento deve essere anche più ampio, se
non più profondo.

A favore della prima trafila è il fatto che in diversi sistemi indeuropei (d’Ita-
lia) la formula binomia si forma in modalità del tutto diverse; ne consegue che vi
è -jo- come potenziale caratterizzatore con funzionalità onomastica specifica – in
quanto di appositivo – di forme già in -jo- ma – in quanto nome individuale – sen-
za funzione onomastica specifica; oltre che in italico (sopra) ho individuato in
ciò la motivazione dell’utilizzazione di -(i)ko- come alternativo a -jo- negli apposi-
tivi del venetico (A. L. Prosdocimi, Venetico. Due nuovi ciottoloni patavini (*Pa
27, *Pa 28). Morfologia e sistema onomastico. Nuovi dati da *Pa 28, in St. Etr. L,
1982 [1984], p. 199-224, e Veneti Antichi, cit. ); per la stessa motivazione -ilio- è al-
ternativo di -jo- in latino : Pompilius : Pompius; Hostilius : Hostius; Servilius :
Servius etc. : appresso.

.
82 ALDO PROSDOCIMI

1.2. Un caso secondario di arealità : l’espansione della formula bino-


mia nell’Italia settentrionale
Nell’‘indeuropeo’ dell’Italia del nord, leponzio e venetico hanno
la formula binomia, ma le condizioni sono del tutto diverse dal co-
me, dove, quando della formula binomia (etrusco-)latino-italica. La
formula binomia arriva nel Nord come portato di cultura centro-
italiana, specificamente etrusca, intorno al ± 600 a.C. : è un fenome-
no dai contorni ben più ampi di quanto si pensava nel passato : l’ar-
rivo della scrittura è contestuale e ne è causa (v. Appendice, n. 2).
L’ipotesi che la formula fosse arrivata nel Veneto quando il sistema
era ancora aperto (cioè con il patronimico non ancora fissato a gen-
tilizio) va riformulata nei termini seguenti14. Come istituzione, e non
come opzionalità di dare un appositivo a un nome individuale tra-
mite un epiteto o il patronimico, la formula binomia irradia
dall’Etruria; è ragionevole pensare che la sua introduzione sia coeva
all’introduzione della scrittura : se il kantharos di Lozzo – prima me-
tà VI a.C. – è equivoco (nella nostra vecchia interpretazione la for-
mula onomastica è monomia), l’iscrizione di Cartura (*Es 122), pure
di prima fase scrittoria (± VI a.C.), ha una formula binomia (v. Ap-
pendice, n. 3).
Recenti riconsiderazioni hanno fatto rivedere le modalità del
processo e della consistenza della formula venetica nell’appositivo
che, fino ad ora interpretato come patronimico, presenta alcuni casi
antichi di trasmissibilità, cioè si configura come un gentilizio : i due
aspetti non sono antitetici, se adeguatamente correlati. L’Etruria,
nell’epoca in cui irradia cultura nel Nord (intorno alla fine di VII-VI
a.C.), ha una formula con gentilizio assestato; se pure l’etrusco ha
conosciuto una fase ‘patronimica’, questo è un precedente qui non
pertinente, se non per il fatto che il gentilizio ha conservato la mor-
fologia di patronimico – base onomastica + morfema derivativo – e
come tale può essere rianalizzato e quindi, secondo questa rianalisi,
può fornire un modello per il secondo elemento della formula bino-
mia; tuttavia la formula con gentilizio non è una pura forma, perché
il gentilizio è la forma di un contenuto socio-culturale preciso, quale
è l’emergere della gens di un determinato livello urbano o immedia-
tamente preurbano : il gentilizio in Etruria risponde ad una esigen-
za strutturale sociogiuridica.

14
È un modo di vedere maturato negli ultimi decenni : A. L. Prosdocimi,
Cultura etrusca transpadana, in Gli Etruschi a nord del Po II, Mantova 1987,
p. 110-117; Venetico. Due nuovi ciottoloni patavini; Note sul celtico in Italia; Sull’e-
truschità linguistica e culturale, citt.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 83

L’acquisizione della formula binomia nel Veneto non risponde


ad analoga esigenza strutturale, perché non ci sono le condizioni so-
cio-culturali dell’Etruria : non si intende negare che vi poteva essere
una struttura parentale corrispondente alla ‘gens’, ma è improbabile
che vi fosse una ‘gens’ nei termini strutturale e sistemici dell’Etruria;
ne consegue che l’acquisizione della formula binomia nel venetico (e
nel leponzio) è per ‘moda’, ove il termine ‘moda’ indica sbrigativa-
mente una funzionalità culturale diversa da una funzionalità strut-
turale (analogo discorso potrebbe farsi per l’acquisizione dell’alfabe-
to quanto all’ambito di utilizzo e funzionalità nell’ambiente venetico
e leponzio).
Ciò comporta che il secondo elemento della formula binomia,
quale pertinenza primaria, è un appositivo, e non un patronimico o
un gentilizio; l’essere di norma patronimico, e ciò che questo ha in
sé come istituzionalità, è un fenomeno indotto dal fornire il secondo
elemento della formula onomastica con il mezzo più immediato, il
nome del parens/pater.
L’impostazione della questione così individuata per il venetico,
offre chiavi per interpretare gli appositivi del leponzio. La fenome-
nologia del leponzio esige, indipendentemente e ancor più eviden-
temente che non per il venetico, l’identificazione della pertinenza
del secondo elemento della formula, e in particolare lo svincola-
mento dell’automatismo ‘appositivo = patronimico’. Dalla casistica
delle forme di appositivo del leponzio15 si evince un dato evidente :
l’appositivo non è fondato su una base istituzionale, come potreb-
be essere un patronimico (e tanto meno un gentilizio), ma è fon-
dato solo su se stesso, cioè nell’essere il secondo elemento di una
formula onomastica binomia; in altre parole, la varietà formale
del leponzio (molteplicità di formanti derivative, o assenza delle
stesse) non solo conferma, ma è prova decisiva rispetto a quanto
si era desunto dai casi del venetico : il patronimico è un modulo,
tra altri, per creare una formula binomia, e ciò prima di essere in
funzione istituzionale propria di patronimico : un appositivo di al-
tra natura – poniamo un soprannome-cognomen – può svolgere la
stessa funzione.

15
Si vedano PID II; M. Lejeune, Lepontica, Parigi 1971; M. G. Tibiletti Bru-
no, Ligure leponzio gallico in Lingue e dialetti dell’Italia antica, a cura di A. L. Pro-
sdocimi, Roma, 1978, p. 130-208; M. G. Tibiletti Bruno, Le iscrizioni celtiche d’I-
talia in I Celti d’Italia, a cura di E. Campanile, Pisa, 1981, p. 157-207; A. L. Pro-
sdocimi, I più antichi documenti del celtico in Italia, in Atti del 2o Convegno
Archeologico Regionale (Como 13-15 aprile 1984), Como, 1987, p. 67-92; Note sul
celtico in Italia, cit.

.
84 ALDO PROSDOCIMI

2 – -LO- COME FORMANTE ONOMASTICA. LEPONZIO -A-LO-, -I-LU-.


LATINO -ILIUS. -Ō(N) E -A

Premessa. -lo- come formante onomastica16

-lo- quale diminutivo e nomen agentis17 è una sottocategoria di


una pertinenza più generale, qualcosa come ‘in relazione con ...’ : si
può capire come dalla pertinenza generale possa essere tratta una
funzionalità onomastica di patronimico. La questione eventuale è il
perché della base derivazionale -a- in -alo- del leponzio : su questo
cercheremo di rispondere al paragrafo successivo. Quanto alla base
derivazionale in -i- questa non dà particolari problemi quale sia la
quantità : -ı̆- come sostituto di -ŏ-, -ı̄- come sostituto di -(i)jo-18 in de-
rivazione.
Come visto sopra19, la questione del patronimico nella formula
onomastica si risolve nella pertinenza dell’appositivo; anche così re-
sta comunque il quesito se in leponzio -ilo- – più esattamente -lo- se-
guente a -i- – possa essere un patronimico nel senso di indicare l’ap-

16
Ritorneremo brevemente dopo aver proposto quello che, nel mio iter, è
stato l’avvio ad identificare la tematica di cui trattiamo qui; l’avvio ad una ricon-
siderazione dei dati romani e più in generale latini (in questi il falisco che è una
varietà di latino) è venuta dagli appositivi in -alo- del leponzio, il tutto entro il
quadro del celtico in Italia (cfr. i lavori cit. a nota precedente). La riproposizione
del mio iter sarebbe insignificante o ridicola come autobiografica, ma ritengo
che sia istruttivo perché – bene o male argomentato, corretto o errato – lo spunto
è venuto là ove non c’è una dottrina assestata come istituzionalità e come morfo-
logia che la manifesta; in particolare si sono evidenziate la funzione derivativa di
-lo- e la isofunzionalità di -ō(n) e -a, in termini di cui il latino ha evidenza nella
cognominazione, ma che conserva, sia pure marginalizzato, nelle coppie tipo
scriba : Scribonius.
17
Oltre la manualistica meno recente (Brugmann 1916, II 1, p. 360 sg.; [Wac-
kernagel-]Debrunner 1954, II 2, p. 849 sg.) Più specifici gli studi di B. Zucchelli,
sull’origine della funzione diminutiva del suffisso -lo- in latino, in Studi linguistici
in onore di Vittore Pisani, Brescia, 1969, p. 1075-1100 e nella monografia Studi
sulle formazioni latine in «-lo-» non diminutive e sui loro rapporti coi diminutivi,
Parma 1970; qui ampia bibliografia; concentrato di esempi e bibliografia in Leu-
mann, Lat. Gr. 19775, p. 311-312 : avanti e passim [e qui Appendice n. 1 sul nome
Romulus; v. ‘Roma’ 2007/8 ove il tema è trattato più ampiamente].
18
-io- > -ı̄- e -o- > -ı̆- in derivazione è associata in latino al nome di W. Schul-
ze e per i nostri fini è sufficiente la constatazione della fenomenologia. Va però
aggiunto che la ‘regola’ affonda le radici in una morfologia che si situa nel più an-
tico fondo indeuropeo : *-jo- > -ı̄- via *-jH2 >- iH2 come derivatore (non ancora
femminile) e -ŏ- sostituito da -ı̆- verisimilmente da una antica allomorfia -o-/-i- in
qualche misura parallela alla legge di Caland-Henry(-Wackernagel), per cui -rŏ- è
sostituito da -ı̆- in composizione (v. ad nota 52).
19
Cfr. anche Prosdocimi, Note sul celtico in Italia, cit.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 85

partenenza a un ‘pater’. Lejeune (1971 ‘Lepontica’, p. 53 cit.) lo nega


ma non si vede il perché della negazione a priori, in sé e nella pro-
spettiva morfologica (qui posta) secondo cui -i-lo- è della stessa
struttura morfologica di -a-lo-, dallo stesso Lejeune (con la vulgata)
ritenuto patronimico; vi sarebbe a favore la formula oletu amašilu
(PID 307) : qui -ilu < *-ilō(n) potrebbe o dovrebbe essere il patroni-
mico -i-lo- con -ŏ-s nella variante -ō(n) che – secondo l’interpretazio-
ne derivante dal principio ‘patronimico’ – sarebbe attestata nel vene-
tico 20. È però altrettanto ragionevole, secondo la ‘prospettiva del-
l’appositivo’ posta sopra, reinterpretare gli appositivi venetici in
-ō(n) non quali varianti in -ō(n) di patronimici in -ios, ma quali ap-
positivi non patronimici; tuttavia poiché il venetico non è il leponzio
e per il fatto interno che -u < *- ō(n) è di per sé morfema di appositi-
vo 21 amašilu non può essere considerato come prova del valore pa-
tronimico di -ilo-. In favore di *-ilō(n) > -ilu derivativo (patronimico)
va però avanzata una considerazione di altro tipo : -(i)lo-, in una se-
quenza di quattro sillabe dove non sembra esserci composizione, è
da analizzare a priori quale morfema derivativo, per cui si rientra
nella problematica della sua funzione tra langue e onomastica : si ri-
torna pertanto a -lo- che nella funzione onomastica può e quindi de-
ve venire tolto dall’isolamento. L’isolamento viene tolto all’interno
grazie al parallelo strutturale di -alo- secondo l’analisi morfologica
-a-lo- data sopra; per -i-lo- resta la questione della quantità di -i- e
della sua genesi morfologica, premessa alla sua funzionalità e seg-
mentazione ‘sincronica’. L’isolamento viene pure tolto dall’esterno 22

20
J. Untermann, Die venetischen Personennamen, Wiesbaden, 1961, per tou-
peio e moldonkeo, seguito con qualche esitazione da A. L. Prosdocimi, La lingua ve-
netica II, Padova-Firenze, 1967; da cassare invece l’idea di un dativo toupeio propo-
sto da A. L. Prosdocimi, Una iscrizione inedita dal territorio atestino. Nuovi aspetti
epigrafici linguistici culturali dell’area paeloveneta, in Atti Ist. Veneto SS.LL.AA.,
CXXVII, 1968-69, p. 123-183. Per Moldonkeo in formula trinomia (Es 24) Vants
Moldonkeo Karamns guadagna punti l’eventualità da lungo tempo affacciata su ba-
se etimologica che moldonkeo sia un epiteto corrispondente ad ant. sl. mladenı̆cı̆, a.
pruss. maldenikis ‘ragazzo’ (Lingua venetica II cit., p. 152). Se non è direttamente un
epiteto, è da ventilare la possibilità che sia un appositivo da epiteto per un ius o una
fictio iuris della Namengebung di cui ci sono preclusi gli estremi, ma che in qualche
modo doveva essere in atto per le formule trinomie e per alcune binomie.
21
Prosdocimi, Note sul celtico in Italia, cit., § 3. 4.
22
Questo per una concezione vulgata – ma che condivido solo in parte, e per
certi aspetti affatto – dovrebbe essere convincente anche per chi, nel caso di lin-
gue di frammentaria attestazione, ha il ‘complesso giustificativo’ per una forma
nuova o (spesso apparentemente) isolata. Per il ‘complesso giustificativo’ v.
A. L. Prosdocimi, Il Venetico, in Le lingue indeuropee di frammentaria attestazio-
ne-Die indogermanischen Restsprachen, Atti del Convegno SIG-Idg-Gesellschaft
(Udine, settembre 1981), Pisa, 1983, p. 153-209, passim; Riflessioni sulle lingue di
frammentaria attestazione, in Quaderni dell’Istituto di Linguistica dell’Università di
Urbino, 6, 1989, p. 131-163.

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86 ALDO PROSDOCIMI

e precisamente dal latino dove c’è -ilius, di cui lascio imprecisata la


quantità del primo -i- «tra Pompı̆lius e Lucı̄lius» (cfr. avanti § 2.2)
per appuntare il fatto che una formante -l- funziona da (patronimi-
co >) gentilizio. Il perché della variante dovrebbe essere nella traspa-
renza morfologica : se vi sono prenomi in -io- come in Lucio-, un lo-
ro derivato, per essere trasparente, non dovrebbe essere -jo-, quindi
si ricorre a un derivativo in -l(-o)- che si ricaratterizza in -io- 23 quale
inserimento nella struttura morfologica del (patronimico >) gentili-
zio in -io- e non in -Cŏ- che suonerebbe come cognomen, comunque
come non-gentilizio.
Ritornando al leponzio la prospettiva cambia : se vi è morfolo-
gia indeuropea (come è), non è tanto un -ilo- che fa difficoltà per un
patronimico (o anche per un derivativo generico), ma è piuttosto un
-alo-, con -a- presuntivamente lunga. La ragione di -a- per derivare
da -ŏ- può essere spiegata in termini di morfonologia ereditaria e
cioè in parallelo ad -ā-nŏ- e ad altre forme in cui -ā- è un tramite de-
rivativo da -ŏ- 24. Ma -ā può (non : deve) avere un’altra spiegazione, e
questa non vuole essere niente di più che una ipotesi di lavoro.

Il principio euristico di Meillet per giudicare indeuropea una forma (attesta-


zione in almeno tre lingue) non contrasta, perché si pone in una diversa prospet-
tiva, specialmente per il divenire della morfologia; del resto, lo stesso Meillet, poi
codificato dall’allievo Kuryłowicz, è per altra via fautore della ricostruzione inter-
na, il che implica la matrice indeuropea di ciò che continua in una sola lingua,
naturalmente a determinate condizioni della ricostruzione interna (su ciò v. an-
che A. L. Prosdocimi, Diachrony and Reconstruction : ’genera proxima’ and ’diffe-
rentia specifica’ in Proceedings of the XIIth International Congress of Linguistics
(Vienna 28 agosto-2 settembre 1977), Innsbruck, 1978, p. 84-98; Diacronia : rico-
struzione. Genera proxima e differentia specifica, in Lingua e stile, XIII/3, 1978,
p. 335-371 : entrambi ora in 2004 SIES, vol. II).
23
È possibile che questa sia la spiegazione di maešilalui; se questo è da un
prenome italico mai/esio-, l’appositivo viene caratterizzato con -l- precedente -io-
>- ı̆-, quindi viene reinserito nella normale derivazione secondo il locale -alo-. È
una spiegazione complessa e ardita, anche per una potenziale interferenza tra
italico e leponzio, ma non è assurda in quanto ripeterebbe con altri mezzi morfo-
logici lo schema Lucio- : Lucilio- :
Lucio- *Lucı̄lo- Lucı̄l-io-
Maešio- *Maešilo- Maešil-alo-.
24
Sarebbe possibile anche una base in -ā- e non in -ŏ- ma difficilmente sa-
rebbe di femminile : non qui da pensare a un matronimico o a un derivativo da
donne perché senza padre giuridico, come è invece il caso per venetico -iaio-/
iako- (su cui Prosdocimi, Venetico. Due nuovi ciottoloni patavini, cit. e Veneti an-
tichi, cit. ). La derivazione da maschili in -ā rientra invece o è variante dell’ipotesi
proposta al paragrafo seguente : la differenza consiste nella posizione di -ā inteso
come formante-tramite da nomi in -ō(n) , rispetto a cui -ā primario costituirebbe
una equivalenza di langue, ma non di realizzazione normale (nel senso della ‘nor-
ma’ di E. Coseriu).

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 87

2.1. Una ipotesi su -a- in -alo- dell’onomastica leponzia


Si è visto come -alo- è da analizzare, almeno geneticamente, co-
me -lo- aggiunto ad una base in -a, presumibilmente in -ā < *-eH2 ; se-
condo un discutibile apriori questo -ā può essere di femminile ma
può essere anche di maschile, tipo latino-sabino Numa, celtico Buc-
ca, Tucca 25 (v. Appendice n. 4). È possibile che -alo- provenga da no-
mi individuali in -a + -lo-, con possibile o probabile retroformazione
-alo-, e quindi creazione del morfema -alo- disponibile anche per ba-
si non in -a, cioè di fatto, anche se teoricamente non in esclusiva,
per basi in -ŏ- (-os). Una motivazione del presunto successo di -alo-
su basi in -ŏ- potrebbe essere nel fatto che -ā- risolveva alcuni pro-
blemi di -ŏ- come medium in derivazione; ma non pare una motiva-
zione sufficiente. È possibile una motivazione diversa, non necessa-
riamente alternativa, in quanto le due spiegazioni potrebbero essere
facce di uno stesso prisma o un modo diverso di proporre la stessa
realtà.
Posto che -ā e -ō(n) sembrano avere almeno una funzione in co-
mune, quella di formare ipocoristici e/o cognominazioni; posto che i
nomi individuali in -u < *-ō(n) sembrano non avere corrispondenti
appositivi che, nel caso di morfema -alo- secondo la logica morfolo-
gica di morfemi tipo -on-, si presenterebbero come -on-alo- 26 ; posto
ciò, si può ipotizzare che -ā- sia, all’origine, allomorfo di -ō(n) in de-
rivazione, specificamente per -lo-. Il fondamento nella langue do-
vrebbe essere nella isofunzionalità di -ā e -ō(n) come derivativi così
da fornire il corrispondente dei cognomina romani tipo Sulla, Mes-
salla, a celtico Bucca e Tucca come romano Cicero e Scipio. L’ipotesi
(di lavoro come detto) può essere suffragata oltre che dall’assenza di
appositivi da -u < *-ō(n) derivati mediante l’aggiunta di -alo- numero
qualitativamente rilevante – ma non per i numeri, irrilevanti come
quantità per una statistica seria – dal fatto che alcuni appositivi in
-alo- presuppongono una base di ipocoristico presumibilmente in
*-u < *-ō(n); la motivazione nella realizzazione storica (‘norma’ di
Coseriu) dovrebbe essere nella morfologia di una base -ō- /-ŏn- suf-

25
Questa classe di formanti per il maschile meriterebbe in sé e per l’onoma-
stica più attenzione e approfondimento di quanto non abbia mai avuto; per i no-
stri fini è sufficiente la presenza di nomi celtici in -a, tipo le cognominazioni in
formula latina citate in testo; resta la questione dei nomi in -a nei nomi indivi-
duali celtici, specificamente leponzi (per il tipo koimila di PID 301 v. i cenni in
Prosdocimi, Sull’etruschità linguistica e culturale, cit).
26
Lascio senza notazione la quantità della vocale -o- nella derivazione e nel
paradigma, in quanto qui non pertinente; tuttavia la eventualità di una estensio-
ne della quantità lunga fuori dal nominativo (tipo latino -ō, -ōnis) e una quantità
breve fuori dal nominativo (tipo greco -wn, -onov), il leponzio dovrebbe avere la
breve perché vi è -o- e non -u- < *-ō- (per questo fenomeno e la sua antichità cenni
in Note sul celtico in Italia, cit. § 5.3.).

.
88 ALDO PROSDOCIMI

fissata da -lo- : se da un tramite morfonologico -ŏn-, quale risultato


fonetico si sarebbe avuto rispetto al nome base? Se da -ō, si sarebbe
fondata la derivazione su -ō di nominativo e non su -ŏn- della for-
mante dell’intero paradigma (v. nota precedente). Senza escludere,
anzi prevedendo l’eventualità di -lo- in derivazione aggiunto sia a
-ŏn- che a -ō- 27, vi può essere stata la scelta di sostituzione con -ā- in
derivazione per la (parziale?) isofunzionalità nella derivazione di
cui si è detto.
verkalai presuppone una base *werg- o *werk- che non dovrebbe
essere una forma nominale diretta in quanto vergo- è un sostantivo
che continua nel celtico insulare, ant. irl. ferg., ant. bret. guerg ‘Zorn’
(Pedersen VGKS I, p. 105), mentre nel celtico continentale (gallico)
si ritrova nel composto vergo-breto- che non appartiene all’onomasti-
ca ma al lessico, come si evince dall’autore romano «...qui summo
magistrati praeerant, quem vergobretum appellant Aedui...» e dal fat-
to che nelle monete compare come magistrato monetale : sia come
derivato indirettamente dal sostantivo *wergo-, sia dal composto co-
me trasferito nell’onomastica alla base di verkalai, si deve porre a
priori un morfema derivativo, di ipocoristico (o di forma assimilabi-
le), probabilisticamente in *-ō(n) > -u.
Da area venetica (Altino) si ha verkvano- 28 ; nel venetico la grafia
-k- è per [k] e non per [g]. Ci sono evidentemente ragioni perché le
sonore siano rese come sorde (geminate?) negli ipocoristici, tra cui
quelli celtici; ci pare che l’oscillazione c/g in grafie allogene (per lo
più latino) e l’evidenza celtica della base verk-, non venetica, indichi-
no in verkvano- un nome allotrio nel venetico : nel caso avremmo un
nome celtico (leponzio). Ciò posto verkvano- corrisponde evidente-
˙
mente a leponzio verkala- (appositivo femminile al dativo in PID
269); verkvano- dello scriba venetico si presenta come naturale in-
crocio tra una base *verku (<-ō) e -ano-, allora come -a- non sovrap-
posto a *-ō(n) > -u secondo la ipotesi, ma aggiunto, probabilmente
per essere formato (o scritto) in ambiente (venetico) non celtofono.

27
Queste eventualità di realizzazione potrebbero essere alla base di forme in
-ullo- < -ŏn-lo- o in -ūlo- < -ō-lo-; credo che vadano esperite come possibili matrici
genetiche per suffissi celtici, il loro proliferare a partire da alcune basi e una pos-
sibile motivazione parziale in alcune isofunzionalità genetiche in derivazione.
28
L’iscrizione è stata segnalata da M. Tombolani, Materiali di tipo La Tène da
Altino (Venezia), in Celti ed Etruschi nell’Italia centro-settentrionale dal V secolo
a.C. alla romanizzazione, Atti del Colloquio internazionale (Bologna 12-14 aprile
1985), Bologna, 1987, p. 171-189; la lettura ivi data, verkvaloi, pare da correggere
in verkvanoi (A. Marinetti, lettura inedita), pertanto quanto già detto in altre sedi
riguardo alla presenza della formante -alo- in questo nome è da cassare.

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NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 89

Ritornando al leponzio :

retalos può rappresentare un derivato da un *retu < *retō(n) co-


me ipocoristico di nomi composti in redo-, retu/i/o-, *recto con -ct- >
-ht- 29.
kualai è classificato dal Lejeune come ipocoristico; kua- sarebbe
del secondo membro di atekua. Ho sostenuto altrove 30 una ‘storia’
composizionale di atekua per cui sarebbe estremamente improbabi-
le una estrapolazione di un -kua; indipendentemente dalla mia ipo-
tesi genetica per atekua, un ku- da attribuire alla base nominale è al-
quanto improbabile, come riconosce lo stesso Lejeune 31, che però
non ne trae le conseguenze in direzione di un ipocoristico in -ō(n)
come abbreviazione del primo elemento di composto e/o come for-
ma originale in -ō(n) 32. Se -ō(n) è della forma originale o è per un no-
me di base ipocoristico, resta comunque che si ha *-ō(n) > *-u, men-
tre in derivazione si avrebbe -ā-.
Se -alo- è morfema di appositivo da nomi in -ōn-, evidentemente
non si aggiunge ma si sostituisce; ma questa non è la morfologia in
derivazione di -on- bensì di -ŏ- tematico. La cosa si può dire in più
modi; ne scelgo un paio : -ō(n) di appositivo ‘ritorna’ a -ŏ/ĕ- quando
prende il suffisso (-a)lo-, e come tale, in derivazione, ha un tramite
-H2- che porta -ŏ/ĕ- apofonico 33 ad -ā-; oppure -ō(n) + lo- viene sosti-
tuito da -ā. Per quanto concerne la sostituzione

29
Cfr. K. H. Schmidt, Komposition in gallischen Personennamen, Tubinga,
1957, p. 257-258; qui è citato pure il lemma ‘Ressi- etc. ’, teoricamente possibile
come primo elemento di composto, rispetto cui la base di Retalos potrebbe essere
un ipocoristico in *-ō(n) > -u.
30
A. L. Prosdocimi-A. Marinetti, Venetico e dintorni, in Atti Ist. Veneto
SS.LL.AA., CXLIX, 1990-1991, p. 401-450.
31
Lejeune, Lepontica, cit., p. 68; cfr. p. 63 : «un adjectif patronimique à suf-
fixe -alo-. Il faut donc que le nom du père ait été quelque chose comme *kuo-. Or
la probabilité d’un nom individual monosyllabique est pratiquement nulle. On
posera donc, comme nom du père, un dissyllabe *KuSo- (ou *GuSo-) seconde S
con segno di semivocale sans notation (§ 10b) de la consonne S u con segno di se-
mivocale de transition».
32
È possibile che qui ci sia il nome del cane (= lupo per eufemismo) nella
forma kuō(n) come nel celtico insulare goidelico e brittonico (Pokorny IEW,
s. v.), forse non (ancora) nella morfologia cuno (cun- + -o- ‘tematico’?) dei com-
posti nel gallico (Schmidt, Komposition, cit., p. 186) : ma non è necessario perché
un Kurzname avrebbe potuto partire da ku(no)- + -ōn; oppure un *kunon- avreb-
be potuto dissimilarsi in *kuon-. Per il nome del cane come eufemismo del nome
del lupo v. H. Birkhan, Germanen und Kelten bis zum Anfang der Römerzeit, Vien-
na, 1970, p. 345 sg.
33
Uso questa dizione per segnalare una fase morfonologica precedente alla
morfologizzazione della distinzione e/o/Ø quale è nelle descrizioni ‘classiche’ del-
l’apofonia indeuropea (altri usa å/ä o simili); per questo cenni in A. L. Prosdoci-
mi, Latino (e) italico e indeuropeo : appunti sul fonetismo, parte I in Messana, 12,

.
90 ALDO PROSDOCIMI

-ō(n)- 
 + -lo- > -alo-
-a 
potrebbe esserci una motivazione funzionale : -ō(n) è già un deriva-
tivo tale da funzionare anche da appositivo il che non pare compete-
re ad -a (che pure condivide con *-ŏn- alcune funzioni onomastiche :
cfr. 1991 cit.); l’allotropo di langue -ā- sarebbe un mezzo per evitare
un accumulo morfologico isofunzionale 34. Di una possibile ragione
morfonologica si è detto sopra; si è anche visto che sono da prevede-
re alternative morfologiche che prescindano dalla fonetica o che se-
guano una diversa via nella forma della base in derivazione : in ciò
può essere campione l’onomastica di base kat- 35 dove si hanno tutte
le derivazioni possibili, buona parte da considerare, almeno geneti-
camente 36, derivate da ipocoristici da composti di katu- (v. nota 35).
In questa prospettiva una forma come Catullus, cognomen del poeta
cisalpino, potrebbe essere da *kate/ol-lo- quindi con tutt’altra strut-
tura morfematica; ma se si tiene presente la frequenza della base
cat- nella Cisalpina, normalmente ascritta al gallico anche nella do-
cumentazione indiretta, per esempio venetica; se si tiene poi conto
che questa base compare come antroponimo nella variante kata 37 –
in cui -a è certamente di maschile come base di appositivi (-a-ko-, -a-
kna- etc.) – si può avanzare l’ipotesi di lavoro che -ullo- sia da -ŏn- +
-lo- o da -ō- > -ū- + -lo- (e resa romana con -ŭllo-/-ūlo-), ove -ō(n)/-ŏn-

1992 [1994], p. 93-160; parte II in Messana, 18, 1993, p. 117-184 [ora in SIES
vol. III].
34
Si noterà al proposito che -io- di appositivo non si aggiunge a -on- : komo-
neos di PID 276 non è una eccezione perché compare anche come prenome (PID
275), quindi, quale sia la base di partenza, -eo- (< -io-) non è in funzione di deriva-
zione appositiva.
35
Schmidt, Komposition, cit., distingue due lemmi, Cata- (p. 166-167) e Catu-
(p. 167-168), in omaggio a una certa tradizione, ma in cata «Wir würden dann in
allen Beispielen ein catu- ansetzen, wie es in Vendryes BSL 38, 1937, 113 ff. für
den Cata-mantaloedis u. Hubschmid, Praeromanica 83 für Cata-manus ja schon
getan haben». Il discorso fatto in testo porta una ulteriore ragione : sia cata- che
caton- potrebbero essere forme di ipocoristico (o assimilabili) di composti in «ca-
tu- : ir. cath, cy. cad ‘combat’ (Dottin 244; cfr. Pedersen 1, 132)...»; cfr. anche
D. Ellis Evans, Gaulish Personal Names, 1967, p. 171-173.
36
Sottolineo ‘geneticamente’ in quanto diverso da ‘diacronicamente’ ed ete-
rogeneo rispetto a’sincronicamente’, termine questo che, quale etichetta e conte-
nuto – quando posso e a differenza di altri – evito come la peste, in quanto non
dice niente più di ‘sistemicamente’ ma, rispetto a questo, maschera la dinamicità
dei progressi. Nel nostro caso la eteromorfia derivazionale indica che il sistema –
tra langue ed onomastica – ha assunto una propria configurazione, anche lonta-
na dai fondamenti genetici; ma questi non si pssono né debbono annullare; even-
tualente si tratta si riconoscerne la posizione nel sistema onomastico.
37
Questo kata nella documentazione indiretta del venetico non è da confon-
dere con kanta (ibid. ), in quanto il venetico, di norma, nota la n anteconsonanti-
ca.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 91

sarebbe varietà isofunzionale di -a-. La riprova verrebbe da docu-


mentazione indiretta ma parimenti probante : il venetico nella fase
recente è ricco di onomastica celtica (gallica); tra questa è stato rico-
nosciuto katulsto- 38 : qui katul- in presenza di tutta la serie celtica
kat- (nota 35) difficilmente andrà con *kate/olo- ‘cucciolo (> cagnet-
to)’ di lat. catulus, per semantica e perché il venetico pare non cono-
scere la trafila fonetica *-e/olo- > -ulo-; pertanto si ripropone la pro-
spettiva vista sopra; ciò andrà approfondito in altra sede anche in
rapporto alla tematica delle varianti (celtico d’Iberia) Camulus/Ca-
malus 39 : qui è sufficiente questo cenno quale complemento all’ipo-
tesi fatta sopra di cui questa, se valida, ponendo la sostituzione in
senso inverso, non la contraddice ma la conferma nel punto centra-
le : la isofunzionalità di -on e -a e la conseguente sostituibilità in de-
rivazione : catalus attestato in area venetica (PID) sarebbe l’alterna-
tiva di Katul- e Catullus.
Anticipo : -ō(n) e -ā < *-eH2 e lat.*-ilius.
Si apre qui una problematica squisitamente linguistica che par-
te dalla isofunzionalità di -ō(n) e -ā < -eH2 (latino -ā > -ă) 40 e arriva a
conseguenze sia sul piano delle forme dell’onomastica sia, a monte
di questa, alla morfonologia che ha fornito le precondizioni lingui-
stiche alla funzionalità di dette forme. Daremo avanti dei cenni per
lat. -ă < *-ā < *-eH2 che ha derivati in -Ø-io- (cioè senza -a-) come i
maschili in -o-s e non in -a-io- come era da aspettarsi. Le implicazio-
ni per i precedenti della morfonologia ‘indeuropea’ e delle categorie
di ‘maschile’ e ‘femminile’ quali innovazioni nella distinzione morfo-
nologica hanno potenzialità esplicative importanti se non decisive;
in concomitanza – faccia di una stessa medaglia o di un prisma che
dissocia in più facce una matrice unica – ci sono implicazioni per la
spiegazione della cosiddetta ‘regola di Schulze’ per -ı̄lio- quale specie
di un genus più ampio e che va dall’allungamento in derivazione, ti-
po tribŭ- : tribūnus, al genitivo in -ı̄ dei termini in -ŏ-, al tipo gallus :
gallı̄na 41, pecu pl. pecua 42, alle coppie cerva/ia, Consiva/ia, al tipo mi-

38
Su katulstos A. Marinetti, Venetico in Studi Etruschi, LI, 1983 [1985],
p. 283-302 e Prosdocimi, Veneti antichi, cit., p. 258-259.
39
L’alternanza Camalus/Camulus in area iberica (su cui Birkhan, Germanen
und Kelten, cit., p. 336 sg. ) ha forse a che fare con la nostra questione, ma è biva-
lente per la non sicura quantità di -u- : -ŭ- o -ū-?
40
A. L. Prosdocimi, Sull’accento latino e italico, in Festschrift für Ernst Risch
zum 75. Geburtstag (a cura di A. Etter), Berlino-New York, 1986, p. 601-618.
41
G. R. Solta, Venetische Personennamen und indogermanische Femininbil-
dung, in «Die Sprache» V, 1959, p. 187-208.
42
Su pecu e correlati v. ora A. L. Prosdocimi, Sul lessico istituzionale indeu-
ropeo, in Scritti inediti e sparsi. Lingua, Testi, Storia, I-III, Padova, 2004, vol. III,
p. 1247-1357.

.
92 ALDO PROSDOCIMI

ner-va < *menes-wa con -va < -wH2 che è ‘femminile’ residuale in lati-
no mentre in messapico, nella grafia -o-a (foneticamente [-ua]), è
normale ed alterna con C’a < -Cija e -Ca 43 ; etc., fino alle motivazioni
della cosiddetta ‘legge di Sievers’ e, con essa alle radici della morfo-
nologia nominale dell’indeuropeo antico 44. Qui mi arresto per la se-
de e per l’opportunità ma, spero mi sia fatto credito, le posizioni non
sono fondate sul nulla anche se, in parte, si inquadrano in orizzonti
non contemplati da alcune vulgate correnti.
Come si vedrà meglio avanti, la morfonologia di -ı̄lius è com-
plessa ma ben spiegabile nella genesi, evoluzione, funzione; alla ba-
se c’è il derivativo -lo-, di cui abbiamo parlato sopra perché propon-
go delle alternanze di -i- precedente tra lunga e breve (cosiddetta ‘re-
gola di Schulze’), individuato in -lio- un modello per distinguere
formalmente il (patronimico?) gentilizio di basi già in -io- (-ı̄-), o co-
me alternativo a -io- per basi in -o- (-ı̆-). La funzionalità di -ı̄lio- (con
la lunga perché da base in -io-) è potente, mentre la funzionalità di
-ı̆lio- è meno evidente, ma è verosimile che funzionasse per segnala-
re che il derivato da un tema in -ŏ- non era nome individuale → pre-
nome in formula binomia ma (patronimico? →) gentilizio : un Ma-
nius rispetto a manus o mane è il nome individuale romano per ec-
cellenza 45 pur avendo forma in -io-. Tuttavia -lo- compare come -lio-
evidentemente per la sua posizione-funzione nella formula binomia.
Lo stesso -lo- compare come -ŏ- od -a nelle cognominazione tipo Hi-
spallus e Messalla, il che, da una parte riporta a -lo- e dall’altra alla
alternanza/isofunzionalità di -os, e -a come si vedrà (§ 3) per i pre-
nomi tipo Atta, Mama, etc. : è una riprova della funzione di -l(o)- ri-
determinato da -io- per il (patronimico →) gentilizio, ma ripropone
nella cognominazione un’altra isofunzionalità e cioè tra -ō(n) e -a,
che non va semplicemente constatata dicendo che i cognomina sen-
za altri morfemi designativi tipo -lo, -na etc. sono di norma in -ō(n)
ed -a per cui questi sarebbero ‘marcatori’ della funzione cognomina-
le ma, invertendo la sequenza causale, si dovrà individuare perché
queste forme di lingua sono utilizzate come morfemi per cognomi-
na. Anticipo un a priori e cioè che - ō(n) e -ă < *-ā sono indicatori di
appartenenza ad una classe tramite un valore (generico) di ‘relazio-
ne con = appartenenza a’ quale applicazione pragmatica.

43
A. L. Prosdocimi, Sulla flessione nominale messapica, parte I in Arch.
Glott. It., LXXIV, 1989, p. 137-174; parte II in Arch. Glott. It., LXXV, 1990, p. 32-
66 (v. anche Appendice n. 4).
44
A. L. Prosdocimi, Syllabicity as a genus, Sievers’ Law as a species, in Papers
from the 7th International Conference on Historical Linguistics, Amsterdam-Phila-
delphia 1987, p. 483-505 [ora in SIES vol. III].
45
Su Manios della Fibula prenestina v. A. L. Prosdocimi, Helbig med fefaked?
Sull’autenticità della fibula prenestina : riflessioni angolate dall’epigrafe, in LEFI.
Linguistica Epigrafia Filologia Italica, 2, 1984, p. 77-112.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 93

2.2. -ı̄lius e -ı̆lius

2.2.1. La ‘regola’ di Schulze


La questione è stata individuata da W. Schulze (1904, ZGLE alle
p. 454-456); immersa in una rassegna eterogenea, ma non per que-
sto meno importante, è a mio avviso, una perla da mettere alla luce
prelevandola dall’ostrica. Il lavoro di Schulze data di un secolo e si è,
storiograficamente, ingiusti nel giudicarlo scontestuato da epoca e
temperie in cui è stato scritto; anche per questo ritengo opportuno
riprendere verbatim la sezione che interessa; salvo eccezioni non ri-
porto le note ma ne ritengo il rimando per segnalare la base ‘filologi-
ca’ delle affermazioni (v. Appendice n 6). Da una considerazione sul-
la geminazione ∼ non-geminazione nella base nominale rispetto ai
suffissi derivazionale, nel caso in -l(l)- (p. 451 sgg.), qui non collegati
alla cosiddetta ‘lex mamilla’ (ma v. p. 520), Schulze passa ad una
considerazione morfologica sulla geminazione consonantica e, al
suo seguito, sulla correlata quantità vocalica nella sequenza sillabi-
ca 46.

[p. 454] Dagegen beobachten wir sehr häufig grade ein Ausei-
nanderstreben der Form, zB. bei Mettius und Metilius, Siccius und Si-
cilius, also dasselbe Auseinanderstreben, das wir Accoleius : Acilius
soeben constatirt haben.
Es ist aber zunächst nothig, diese Formen auf -ilius einmal ge-
nauer zu verhören : sie sehen harmloser und einförmiger aus, als sie
in Wirklichkeit sind. Die dringlichste Aufgabe ist, ihre Quantitätsver-
hältnisse festzustellen1). Nur für einen Theil ist das bereits geschehen,
für Acilius Atilius Catilius Lucilius Manilius Metilius Pacilius Rutilius
Statilius Venilius, die sicher, Magilius Utilius, die wahrscheinlich lan-
ges i vor dem l haben, dann für Basilius Rupilius Tutilius, die sicher,
Mamilius Vetilius, die wahrscheinlich kurzen Vocal in gleicher Stel-
lung zeigen. Ausserdem ist der Vocal lang in Agrilius oben S. 115 Coe-
silius 2) Caltilius 139 Campilius 3) Caprilius 145. 353 4) Carvilius 5) Divi-
lius 90 Egrilius 6) Etrilius 268 Laetilius 178 Luxilius 7) Qpsilius 335
Anm. 1 Pantilius 8) Publilius 9) Servilius 10) Voltilius 260 (CIL VI s.
30906) 11), kurz dagegen in Aemilius 12) Caecilius 13) Gargilius 172 Her-
sislius 174 Orbilius 1) Otācilius 131 Pompilius 2) Pontilius 3) Quinc-
tilius 4) Romilius 5) Sentilius 6) Sextilius 7) Tongilius 8) Turpilius
246 9) Tutilius 248 Vergilius 10) und Numilius 10). Die Zeugnisse habe
ich unter dem Texte zusammengestellt und dadurch den Leser in den

46
A quanto appare vi è giustapposizione fenomenologica ma non correlazio-
ne eziologica così come, anche per l’epoca, non vi è questione di geminazione
consonantica / quantità vocalica tra segmentalità e sopra segmentalità.

.
94 ALDO PROSDOCIMI

Stand gesetzt, die Beweiskraft dieser Zeugnisse für jeden einzelnen


Fall unabhängig von meinem Urtheil selber zu taxiren 11) : nicht alles
ist gleich sicher, aber was ich bieten kann, reicht aus, um die Quanti-
tätsdifferenz im Princip zu erklären.
Diese Erklärung ergießt sich nämlich ganz von selbst aus der Ge-
genüberstellung von Q(uintus) Quintı̆lius (CIL VI 200 XIV 1526 sq.)
Sex(tus) Sextı̆lius (VI 26506 XIV 251) 1) Pompus Pompı̆lius und
L(ucius) Lucı̄lius (VI 21584 XI 3376) P(ublius) Publı̄lius (VI 25170 a
sq. 25182 sq. IX 422) M(anius) Manı̄lius Statius Statı̄lius (oben
S. 166) : aus den -io-Stämmen Caesio- Lucio- Manio- Pacio- (osk. Pa-
kis) Publio- Servio- Statio- Voltio- (oben S. 260) stammen die lang-
vocalischen Gentilicia Caesı̄lius Lucı̄lius Manı̄lius Pacı̄lius Publilius 2)
Servı̄lius Statı̄lius Voltı̄lius, aus den o-Stämmen caeco- Mamo- orbo-
(oben S. 221 Anm. 1) 3) Pompo- Quincto- Sexto- dagegen die kurz-
vocalischen Caecı̄lius Mamı̆lius Orbı̆lius Pompı̆lius Quinctı̆lius Sex-
tı̆lius 4). Es ist derselbe Gegensatz, der Jedermann von tibia : tibı̄cen
und tuba : tubı̆cen her geläufig ist. Die Regel scheint mir so evident,
dass ich unbedenklich aus der Quantität des Gentilnamens Aemı̆lius
für die S. 295 citirte Inschrift den Vornamen Aemus (nicht Aemius)
und umgekehrt aus der Form des Vornamens, den Hostus Hostilius
trägt, die Quantität des Gentiliciums Hostı̆lius erschliesse – trotz der
vereinzelten I longa, die die capitolinischen Fasten einmal in diesem
Namen, zugelassen haben 5). Dass der lange Vocal in Acilius Atilius
Etrilius Rutilius von Haus aus monophthongisch war und nicht erst
aus ei entstanden ist, scheinen die praenestinischen Grabschriften
CIL XIV 3046. 3067. 3125 sq. 3229 ausreichend zu erhärten».

[p. 455] 7) Sextı̆lianus Martial 1, 11 und 26. 6, 54. Merkwürdiger-


weise haben zwei Inschriften longa in diesem Namen VI s. 33279
(non recogn. : zweimal) XII 2247. Das muss ein Versehen sein, wie es
VI 11074 auch hei Aemilius vorgekommen ist. Oder ist Sēstı̄lius ge-
meint? Leider kann ich für diesen Namen die Quantität nicht fest-
stellen. Dass Sēstius und Sextius identisch sind, ist eine Fabel.

[p. 456] Chase Harvard Studies 8, 125 hat schon das Richtige,
Solmsen’s Versuch Lucı̄lius Manı̄lius an lucı̄ manı̄ anzuknüpfen (Stud.
zur lat. Lautgesch. 117), wird sich schwerlich dagegen behaupten kön-
nen. S. auch die oben S. 243 sq. angeführte Aeusserung Borghesi’s.
5) Falsche I longae S. 455 Anm. 7. Publicius hat I longa vor c CIL
V 3022, obwohl Ovid Fast. 5, 294 die Messung Pūblı̆cius verbürgt.

La fenomenologia identificata da Schulze ha di per sé una evi-


denza ma è corroborata da un caso che Schulze elimina come con-
trario alla sua tesi e che invece la conferma : Hostı̄lius ha la -ı̄- lunga
perché non deriva da Hostus ma da Hostius. Per questa affermazio-
ne ci sono dei paralleli quali Attus e Attius, ‘normalizzati’ a partire
da Atta (avanti, § 3 passim) e Mettus/Met(t)ius Fufetius (dictator de-
gli Albani contro i Romani di Tullo Ostilio); tuttavia nel nome di Ho-
stius e non Hostus vi è una motivazione più profonda ed evidente

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 95

per la priorità di Hostius rispetto a Hostus perché Hostius è da ho-


sti-, con il derivativo -jo- (teoricamente anche solo -o-). Una confer-
ma della -ı̄- lunga di Hostı̄lius viene dalla toponomastica, precisa-
mente dal toponimo Ostiglia, centro a 35 km da Mantova alla sini-
stra del Po; tuttora importante nodo viario, Ostiglia continua la
romana Hostilia (Plinio XI, 12), Tacito (Hist. III); documentato co-
me Hostilia in epoca altomedievale (a. 834, 861) continua nell’attua-
le Ostiglia <(H)ostı̄lia e non da +Hostı̆lia che, secondo la continuazio-
ne romanza, avrebbe dato +Oste- (v. Appendice n. 7). In ogni caso
anche senza ulteriori conferme, quello che io, con altri, definisco ‘re-
gola di Schulze’ : l’evidenza è un fatto ma non ne è data la spiegazio-
ne (= causa) della fenomenologia; la spiegazione si articola in vari
aspetti, connessi ma tenere distinti nelle loro pertinenze.

2.2.2. La funzione di -ı̄lio- e -ı̆lio-


La funzione di -ı̄lio- appare evidente : è un modo di marcare il
gentilizio dove c’è un nome individuale (→ prenome) in -io-. L’italico
risponde in altro modo e cioè ricaratterizzando -io- tramite -jo- da
cui -i(o)-jo- > (grafie varie) -ie- / -ií- etc. (avanti). Restano da spiegare
la -ı̄- per -io-, -l- in questa funzione e, correlatamente, perché -io- e
non -o- (come in leponzio : v. sopra § 2.1), cioè -lio- e non -lo-; alle
prime due questioni risponderemo avanti, mentre all’ultima si può
rispondere ora : -io- rappresenta la struttura formale del gentilizio
per cui, quale che sia la base, il morfema -io-, marca di già derivazio-
ne, è ormai, ut sic, la marca del gentilizio. En passant : questo, con
altro di cui si dirà, ripropone il gentilizio come originato dal patro-
nimico, e questa è una spiegazione avanzata da molti e per lo più da-
ta come acquisita 47, ma pone a monte una questione istituzionale : il
patronimico deriva dal pater in senso stretto, cioè il pater familias,
ma non da un *pater gentis da cui la ulteriore questione : quale è il
rapporto, nell’ipotesi il legame di sequenzialità lineare, tra familia e
gens? Non ho risposte ma, a quanto mi consta, la questione – topica
nella romanistica – è stata per lo più 48 elusa, accantonata o data per
scontata proprio nel nodo essenziale : se e come una gens, cioè una
struttura gentilizia, si configura come continuazione lineare di una
familia, cioè di una struttura con pater della familia rispetto a cui il
pater di fase ‘romulea’ si configura come un ‘rex/regulus’, struttura
che sopravvive – sia pure con un ‘pater/regulus’ ridimensionato nella
potestas – accanto alla gens che non ha il pater ‘rex/regulus’ ma che

47
Rix, Zur Ursprung der römisch-mittelitalischen Gentilnamensystem, cit.
48
Ma v. Peruzzi, Origini di Roma I, cit., cap. XI p. 146-165.

.
96 ALDO PROSDOCIMI

esprime i patres del senato 49. Su patronimico e gentilizio, familia e


gens v. sopra e ora, 2007/8 Roma].
Se la funzione di -ı̄lio- per -io- appare evidente, non sembra of-
frire pari evidenza -ı̆lio- da -o- : per questo sarebbe stato sufficiente
il normale -io-. La spiegazione, come anticipato sopra, c’è, è sempli-
ce ed evidente, solo che si parta dal factum dell’esistenza di -ı̆lio- co-
me derivatore da -ŏ- : -ı̆lio- ha la stessa ragione di -ı̄lio- tenendo con-
to che basi in -ŏ- avevano allomorfi e/o derivati in -io- che erano no-
mi individuali e non gentilizi ma che restavano come base nominale
nella lingua, potenzialmente nome individuale ma anche solo base
nominale, per tutti il rapporto manus : Manius (su ciò sopra); la
struttura si può estendere a coppie quali quintus : Quintius, Quinti-
lius, *Pompo- : *Pompio-, Pompilius etc. Resta il fatto che una base
-o- e non -io- dava -ı̆lio- perché il gentilizio derivava da una base no-
minale, cioè di lessico della lingua, in -ŏ- e non in -io-; qui è da sotto-
lineare un punto che può avere particolare rilievo per la genesi strut-
turale e sistemica del gentilizio : -ı̄lio- ha questa forma in -l- e non il
semplice e normale -io- perché ha una base già onomastica di nome
individuale (→ prenome) in -io- e ciò presuppone che il gentilizio de-
rivi da un patronimico, a sua volta derivato da un nome individuale
(simplex nomen), in -io- nel caso di -ı̄lio-, quindi con necessità di dif-
ferenziazione morfologica (o morfonologica per l’italico : sopra
§ 1.1) : -ı̄lio- e non il solo -io- implicherebbe uno stadio patronimico
pre-gentilizio proprio perché il morfema con -ı̄l- dovrebbe presup-
porre un nome individuale (→ prenome) in -io- da cui differenziarsi
morfologicamente, nel caso con -l(io)-.
Di contro il tipo -ı̆lio- non presuppone un nome individuale di
cui essere patronimico, per cui il nome individuale dovrebbe esse-
re in -o- (o -Ø-), quindi sarebbe dotabile di un normale derivativo
in -io-; che vi sia -ı̆lio- e non -io- è spiegabile, come detto sopra,
con il fatto che -io- è (anche) morfema di nomi individuali da temi
in -Co- (o -Øo-) tipo Manius : manus, Servius : servus etc. Si con-
ferma che -ı̆lio- è morfema di gentilizio da tema nominale in -Cŏ-
(o CØ-) che non è nome proprio individuale ma termine di lessico
della lingua; se, come pare, è così ne consegue che una categoria di

49
Qui dovrebbe intervenire anche -i/ele/io- che nel latino falisco indica la fi-
liazione (?) ma mi attengo alla segnalazione per il solo latino di Roma. Tuttavia
ricordo che il latino falisco rende evidente un fatto, e cioè che -ı̆lio- non è da
*-ĕlio- come nel latino di Roma perché in falisco *-elio- resta -elio- come -ilio-. Un
fenomeno fonetico falisco, relativamente seriore, porta la sequenza -ilio- a (grafi-
co) -io-. Sui dati del latino falisco su queste ed altre questioni, in sé e attinenti al
latino di Roma e ad altri ‘latini’ (Latinisch nella convenzione tedesca) sarà da ri-
tornare. Su -ı̆-/-ı̆- + -l- v. anche appresso.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 97

gentilizi è formata per morfologia senza avere per tramite un patro-


nimico : qui mi arresto ma le possibili implicazioni per la storia isti-
tuzionale del gentilizio potrebbero essere cospicue sia per la genesi
della formula binomia con il gentilizio di secondo elemento sia, a
monte, per il rapporto sociogiuridico tra familia, con pater (sopra)
da cui il patronimico, e gens con parens ma con gentilizio (v. anche
avanti).

2.2.3. -ı̄- e -ı̆-


La cesura morfologica -ı̄lius, -ı̆lius può avere motivazioni nell’as-
setto sincronico recente e/o nella descrizione grammaticale ma, come
in casi consimili, la morfologia genetica è base -ı̄- + -lio-, ∼ base -ı̆- +
-lio-. Nel nostro caso, prima di motivare il perché di -ı̄-/io- vs. -ı̆-/-ŏ-, è
sufficiente a motivare il che (factum), cioè la segmentazione morfolo-
gica (genetica) per cui -ı̄- e -ı̆- appartengono geneticamente alla mor-
fonologia dalla base, per la stessa ragione che ha fatto individuare la
morfonologia stessa : -ı̄- presuppone una base in -io-, -ı̆- presuppone
una base in -ŏ-, quindi la cesura morfologica genetica viene dopo,
cioè tra -ı̄-/-ı̆- e -lio-. Su -ı̄- vs. -ı̆- qui brevi cenni perché la morfonolo-
gia a monte rientra in un orizzonte ampio e complesso, non solo per
le sue radici ‘indeuropee’ ma perché nelle grammatiche (salvo ecce-
zioni in trattazioni singole) le radici genetiche non sono considerate
o sono spezzettate e/o ripartite in sezioni separate, in una confuzione
tra genesi (diacronia) e funzionalità sistemica (sincronia).
Un avvio alla spiegazione parte da -ı̄- per -io- : la morfonologia è
in derivazione di -io- e -i/jō, particolarmente evidente nei derivati in
-no- per cui si cūria < *co-uirio/a ma Quirı̄nus < *co-uirı̄-no-, Quirit-
< -co-uirı̄-t- 50. Un secondo livello di spiegazione identifica in -ı̄- un
esito di -*iH2 dove -H2 sarebbe una laringale in funzione derivazio-
nale, la stessa del femminile in -i/j(l) H2 e del genitivo in-ı̄. La sua ge-
nesi remota non interessa qui se non per il fatto che -H2- differenzia
-ı̄- < -io- rispetto a -ı̆-< -o-; di conseguenza -ı̆-, invece che un -ĕ- se-
condo il modulo sikelov : siculus : Sicilia, *famelos (osco famel); fa-
mulus : familia (TI fameřia 51), è un -ı̆- primario, allomorfo di -ŏ/e- in
derivazione, come è confermato dai gentilizi in -ı̆dius (Schulze
p. 437 sgg., 198-9) dove -ı̆- non può provenire dall’effetto di -l- ‘mol-
lis’ come invece è in -i- del tipo familia < *famelia (cit.); il tema, co-

50
A. L. Prosdocimi, Curia, Quirites e il ‘sistema di Quirinus’ (Populus Quiri-
tes Quiritium II), in Ostraka, V, 1996, p. 243-319; anche Etnici e strutture sociali
nella Sabina : Cums, in Identità e civiltà dei Sabini, Atti del XVIII Convegno di
studi Etruschi e Italici (Rieti-Magliano Sabina 30 maggio-3 giugno 1993) Firenze,
1996, p. 227-255.
51
J. Untermann, Wörterbuch der Oskisch-Umbrischen, Heidelberg 2000;
A. L. Prosdocimi, Tavole Iguvine, vol. III in stampa.

.
98 ALDO PROSDOCIMI

me detto, porterebbe ben avanti nella genesi stessa della morfonolo-


gia derivazionale ‘indeuropea’ ma qui ci arrestiamo, salvo ricordare
che l’allomorfia -o- con -i- in derivazione ha la stessa matrice di ciò
che è stato riconosciuto in greco per il tipo kydro¥v che in derivazio-
ne assume la forma kydi- : per tutti il caso kydia¥neira 52.
Lasciando da parte precedenti ‘glottogonici’, non inverosimili
ma a quote in cui la comparazione con esiti ricostruttivi non è più
sufficientemente fondata, -l- come derivatore funzionalizzato all’o-
nomastica si ha, nello stesso latino, nelle cognominazioni tipo Mes-
sala e Hispallus : <*-năla, -*ně/ŏlo- etc. È significativo che nella co-
gnominazione vi sia -l- ma non -ius, riprova che -ius era sentito come
morfologia propria del gentilizio, anche per i gentilizi in -ı̆lio- che
non derivano da nomi individuali (→ prenomi) in -io- (sopra). Resta
la pertinenza di -l- che non è un diminutivo ma, come altri casi quali
-no- in -ı̄nus, la funzionalizzazione al diminutivo è una conseguenza
della pertinenza generale che significa ‘relazione con’ da cui si ha il
diminutivo, ma da cui anche un nomen agentis tipo bibulus (v. sopra
nota 17) : come nel caso di Hispallus Messalla la caratterizzazione di
un nome, sia etnico o toponimo, entro il sistema onomastico in posi-
zione non di gentilizio. Il discorso si dovrebbe estendere all’italico
proprio e a forme onomastiche latine con sospetto di italicità, ma qui
ci arrestiamo perché il discorso porterebbe lontano e avrebbe com-
plicazioni notevoli tra genesi, riformazioni, interferenze.

2.3. -ō(n)
2.3.1. Premessa
Per -ō(n) siamo partiti da una retrospettiva minima sull’onoma-
stica leponzia e vi abbiamo derivato un’ipotesi di lavoro sulla isofun-
zionalità di -ō(n) e -a < *-eH2 fondata su morfologia derivazionale
‘indeuropea’, geneticamente comune ma diversamente sistemata e
funzionalizzata nelle singole lingue; anche per il tema della relazio-
ne nell’ambito del convegno ci siamo limitati al richiamo più imme-
diato, il latino e, per documentazione meno immediata, l’italico.
Avremmo potuto richiamare le forme in -n- della flessione germani-
ca o venetica, celtica o indiana antica o greca, etc. 53 Il latino, salvo

52
La legge è stata identificata da Caland e poi comunemente accettata per
-ro-/-i- : bibliografia in Schwyzer, Gr. Gr. I p. 447-448. Fr. Bader in vari luoghi ha
riportato l’allomorfia già riconosciuta in -Cro-/-Cri- ad una più elementare (e logi-
camente primaria) in -Co-/Ci-.
53
Sulla fenomenologia della dialettalità greca dirò qualcosa più avanti in
quanto, rivisitata di recente, è suscettibile di ulteriori aggiustamenti da una ango-
lazione diversa e, a quanto mi sembra, solidale con le formanti in -ō(n) del latino
e, più immediatamente, del leponzio (e con esso di altra dialettalità celtica) per

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 99

casi quali homo/-inis ha generalizzato -ōn-nei casi derivati dal nomi-


nativo e in derivazione come manifesta homonem/hemonem 54. Il ve-
netico sembra avere una generalizzazione di -ō come il latino (cfr.
ariuns < *ariōn(i)s), ma anche un -ō(n) : -ōn di tipo ‘greco’ : la que-
stione va ristudiata 55, ma non è immediatamente pertinente in que-
sta sede in cui si tratta della funzionalità di -ō(n)(/-on-) nell’onoma-
stica e delle sue premesse nelle pertinenze semiche della langue.

2.3.2. Le pertinenze semiche di -ō(n) e la loro funzionalizzazione


nell’onomastica
La conseguenza nell’aver riconosciuto una funzionalizzazione
di -ō(n) nell’onomastica – non solamente antroponimia, ma qui si
focalizza questo aspetto – per chi avesse voluto trarla, sarebbe di ri-
cercare le condizioni nella langue per cui una formante -on- (da cui,
in più lingue, -ō al nominativo) potesse funzionare da formante ono-
mastica, polivalente com’è, anche se non è detto esplicitamente, nel-
la vulgata : -ō(n) per un Kurzname non è lo stesso che -ō(n) per un
cognomen, tipo Catō(n) rispetto a catus. Il secondo caso è immedia-
tamente pertinente, perché è la funzionalità onomastica di una per-
tinenza di langue, una derivazione da definire prima facie ‘aggettiva’
più propriamente con la pertinenza ‘appartenente alla classe di...’.
Catō(n) non è il catus ma è ‘colui che è della classe del catus’, così
come Cicerō(n) non è il cicer ma ‘colui che ha a che fare con il cicer’,
quindi, per decodificazione pragmatica, un ‘*ciceroso’. Una volta ri-
conosciuta la pertinenza di langue di -ō(n) è da prevederne una ap-
plicazione non ristretta all’onomastica, anche se nell’onomastica ha
avuto ragioni di applicazione e, tramite la frequenza dell’uso, di es-
servi individuata; ma questo è un accidente euristico da non confon-
dere con la sua pertinenza primaria nella langue; meglio ancora, la
prospettiva ‘onomastica’ ha rovesciato la catena causale, causa-effet-
to, e così ha impedito di individuare correttamente la funzionalità di
-on nell’onomastica stessa, convertendo una constatazione in una
spiegazione, doppiamente pseudo-spiegazione : 1) perché non spie-
ga ma constata la fenomenologia entro l’onomastica; 2) perché non
riporta la funzionalità entro l’onomastica alla più generale semicità
entro la langue.

l’aspetto morfonologico : come il greco ha la morfonologia nom. -wn altri casi


-on-, così il leponzio (e altro celtico) ha esiti fonetici che presuppongono -ō(n) >
-u vs. -ŏn- > -on-.
54
hemonem è in Paolo (89L9 «Hemona humana et hemonem hominem dice-
bant»; la quantità è assicurata da homonem in Ennio ann. 138; sulla questione,
anche per forme extraromane, v. Leumann, Lat. Gr. 19775 § 325 ‘Zusatz’ e § 343d.
55
Sul tema è in preparazione un lavoro, tra celtico e venetico, da parte di
A. Marinetti, P. Solinas, A. L. Prosdocimi.

.
100 ALDO PROSDOCIMI

La semicità di -ō(n) entro la langue è, come visto, ‘relazione


con...’, ‘appartenente alla classe di...’, cioè si tratta di una derivazio-
ne ‘aggettiva’ che può avere diverse applicazioni pragmatiche o, in
altro modulo di inquadramento, di realizzazione come ‘norma’ di
Coseriu, cioè come realizzazioni ‘storiche’; una di questa è la forma-
zione tipo a.ind. balı̄n : bala con valore di agente, o lat. curion- : cu-
ria ‘quello della curia = il capo della curia’ etc.; un’altra può essere di
puro aggettivo come il tipo cum silvis communionibus già identifica-
to da Terracini e attribuito al (suo) ‘ligure’ 56. In questa situazione un
-ō(n) ove sia applicato a un nome proprio, può essere equivoco tra
formante di nome proprio come nome proprio, tipo Caton-, Cice-
ron-, e formante di derivativo da nome proprio; per non essere
astratti né pensare che sia una distinzione ad hoc, è la stessa temati-
ca del derivatore -jo- che, nella lingua, forma derivati primari e se-
condari, quindi ‘aggettivi’ e che funziona come derivatore nel siste-
ma onomastico quale formante secondaria (cioè da basi già nomina-
li) nei cosiddetti appositivi, di norma patronimici, tipo venetico
Voltiomno- : Voltiomnio-, lat. Postumo- : Postumio-; l’interferenza
tra i due piani di funzionalità – linguistica propria e onomastica – è
evidente, pertanto una formante in -io- può essere una forma ‘agget-
tiva’ della lingua trasposta ut sic come nome proprio individuale ma
può essere anche un derivatore nell’onomastica di una base di nome
individuale, quale che sia, allora con la funzione di derivatore ono-
mastico ‘appartenente a ...’, cioè per lo più, ma non necessariamente
‘figlio di ...’ e, in alcune tradizioni fissato anche come gentilizio (so-
pra e avanti).

Confesso che mi è stato difficile realizzare questo status complesso ed


incrociato tra sistema linguistico proprio e funzionalità onomastica per un
derivatore ‘centrale’ quale, nell’indeuropeo, è -jo-; ancora più difficile mi è
stato il comunicarlo per scritto, così che la sua ricezione è risultata pres-
soché inesistente, in sé e nelle conseguenze morfologiche nel sistema ono-
mastico, cioè dove un nome individuale già in -jo- debba essere ulterior-
mente caratterizzato per risultarne derivato, da -jo- o da sostituti per ca-
ratterizzazione (più) marcata; anche in questa situazione credo che
l’esempio di -jo- nella sua duplice funzionalità tra funzionalità di lingua e
funzionalità onomastica sia sufficientemente evidente per evidenziare, mu-
tatis mutandis, lo status di forma derivazionale -ō(n) tra lingua e onoma-
stica (v. ad nota 13).
-ō(n) forma derivati nella lingua e nell’onomastica; nell’onomastica può
derivare sia da una base della lingua, per esempio da un tema in -ŏ- nel rap-
porto tipo lat. Caton- : catus (sopra); non è una semplice trasposizione ono-
mastica, ma la forma in -ō(n) ha una funzionalità onomastica primaria : in

56
B. Terracini, Spigolature liguri, in Arch. Glott. It., 20, 1926, p. 122-160.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 101

un determinato sistema onomastico segnala che la forma è un cognomen


(nel senso visto sopra); in un altro sistema può segnalare che è un ipocoristi-
co, cioè una riduzione, significante, del nome intero : è un fatto della feno-
menologia e a questo si è fermata la vulgata, mentre non sarebbe difficile
proseguire e mostrare perché -ō(n) della lingua sviluppa nella funzione ono-
mastica di ipocoristico la sua pertinenza di lingua quale segno che il nome
proprio in -ō(n) appartiene alla classe significativa dell’elemento, di solito il
primo, di un composto che ‘significa’ nel composto stesso; ma di ciò altro-
ve : qui è sufficiente avere identificato in -ō(n) la funzione di trasporre un
elemento di lessico nell’onomastica, e che vi rientra anche il membro di un
composto ritenuto Kurzname, in quanto nel composto è una forma di lessi-
co, mentre è onomastico solamente in composizione se abbreviato (Kurz-
name) mediante la marca morfologica -ō(n) che significa due cose in con-
temporanea o, dal punto di vista onomastico, una sola cosa a due facce : la
base di lessico è in funzione onomastica e viene segnalato che è il centro di
significatività di un nome composto.

La funzione onomastica di -ō(n), di cui si è detto e definita pri-


maria, è stata finora vista come esclusiva mentre, come fondata nel-
la sua funzionalità nella langue, era da prevedere anche una funzio-
ne ‘secondaria’, e cioè una funzionalità derivativa entro l’onomastica
per cui -ō(n) può essere morfema equivalente a -io- di appositivo per
indicare ‘appartenente a...’, esattamente come -jo- : Iulius = (appar-
tenente alla) gens Iulia ma iulius = ‘della gens Iulia’ secondo il tipo
‘basilica Iulia, Ulpia’ etc. 57 ; pertanto, apposto su di un oggetto, po-
niamo di genere femminile, un iulia non significa necessariamente il
nome di una signora ‘Iulia’ (senza prenome, secondo la prassi roma-
na, su cui un cenno appresso), ma anche, o piuttosto, l’appartenenza
alla gens Iulia : questo non implica che iulia sia un genitivo morfolo-
gico ma è solo un modulo di significare mediante l’aggettivo, l’ap-
partenenza pragmatica che si potrebbe significare anche mediante
la morfologia flessionale di genitivo. Analogizzando l’eventualità che
una forma onomastica si presenti su un oggetto come forma isolata,
e non in formula, non implica un genitivo morfologico per più ra-
gioni :
1) la presenza di nominativi è un fatto noto all’epigrafia, per
esempio nel venetico in alternativa al dativo; non è una casualità ma
la conseguenza dello status del nominativo come caso (ormai?) ‘as-
soluto’ e quindi svincolato o svincolabile da una funzione sintattica
in una sequenza finale esplicita. Una morfologia flessionale di nomi-
nativo ut sic, cioè indipendentemente da morfologia derivazionale

57
Ne ho trattato a proposito dell’iscrizione con vetusia : A. L. Prosdocimi,
Vetusia di Preneste : etrusco o latino, in St. Etr., XLVII, 1979, p. 379-385.

.
102 ALDO PROSDOCIMI

della parola di base, nel caso nome proprio, può significare tanto de-
dica (funzione dativo) quanto possesso (funzione genitivo), quanto
entrambi.
2) Una forma (onomastica) al nominativo può esprimere la
funzione di possesso tramite la morfologia derivazionale della for-
ma stessa, tipo Ulpia, Iulia di una basilica 58. Pertanto un morfema
in -ō(n) con funzione ‘aggettiva’ di ‘pertinente a...’ può benissimo
esprimere il possesso, così come può funzionare in una formula
onomastica al secondo elemento, appositivo da altra base nominale
come allomorfo del derivatore -jo- : dovrebbe essere il casos di plia-
leuu nella forma onomastica uvamokozis plialeuu dell’iscrizione di
Prestino 59.
3) (1+2) La duplice funzionalità di -ō(n) spiegherebbe un feno-
meno constatato ma non spiegato negli appositivi dell’onomastica
venetica e celtica-cisalpina : J.Untermann (1961) poneva l’esistenza
= evidenza di allomorfi in -ion- negli appositivi ‘patronimici’ del
venetico in -io- (cfr. nota 20). Tra l’altro veniva così eliminato un
presunto – e non impossibile – genitivo in -eio 60 il che riproduce
l’iter argomentativo per un presunto genitivo in -u in leponzio.
Untermann desumeva la sua interpretazione da un’analisi formale-
strutturale delle formule, ma non ne dava una spiegazione se non
come selezione di un allomorfo su una possibilità di langue. Ora
c’è una motivazione non generica : un derivatore, -ō(n), caratteriz-
za ulteriormente un derivatore in -jo- : se si tratti di ipercaratteriz-
zazione funzionale o di caratterizzazione funzionale a una marca
morfologica che era, o era sentita, come non sufficientemente ca-
ratterizzante come derivazione con sema di ‘appartenenza’ : e que-
sto è sufficiente come contorno, non come prova, del nostro di-
scorso.

58
Il fatto che la formula onomastica romana per la ‘donna’ non abbia il no-
me individuale ma solo il gentilizio potrebbe indicare la che donna nello status
giuridico ‘normale’ era assimilabile alle res della gens, almeno secondo certi pa-
rametri di giuridicità, da verificare tra realtà fattuale del tempo e nella codifica-
zione formale di una realtà formale recepita dal passato; sia realtà effettuale, sia
eredità formale, la differentia specifica con lo status onomastico del filius fami-
lias è una evidenza.
59
A. L. Prosdocimi, L’iscrizione leponzia di Prestino : vent’anni dopo, in Zeit-
schrift für celtiche Philologie 41, 1986, p. 225-250; Celti in Italia prima e dopo il V
secolo a.C., in Celti ed Etruschi nell’Italia centro-settentrionale dal V secolo a.C. alla
romanizzazione, Atti del Colloquio Intarnazionale (Bologna 12-14 aprile 1985),
Bologna, 1987, p. 561-581; I più antichi documenti del celtico in Italia, in Atti del 2o
Convegno Archeologico Regionale (Como 13-15 aprile 1984), Como, 1987, p. 67-92.
60
Ipotizzato per toupeio (Pa 7) nella formula hostihavos toupeio. Per un pre-
sunto genitivo in -u nel leponzio v. Note sul celtico in Italia, «St. Etr.» LVII, 1991,
p. 139-177.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 103

3. -A NELLA LANGUE E -A NELL’ONOMASTICA

Premessa
Si è vista una isofunzionalità di -a con -ō(n) in alcune posizioni
dell’onomastica, e si è contemplata l’esigenza di un approfondimen-
to di tale isofunzionalità nella langue quale fondamento e causalità
(v. Appendice n. 5-6). Nel nostro caso la langue è una (ri)costruzione
nominata ‘indeuropeo’; la sua unitarietà consiste in (non molti)
principi struttivi distribuiti e/o evoluti in varietà e/o filoni, poi andati
a costituire le lingue storiche non documentate per vari motivi,
estrinseci quali casualità del pervenire documentale, o intrinseci
quali status di consistenza di lingue cosiddette ‘indeuropee’, che so-
no espressione di diverse realtà socioculturali : nello spazio, nel
tempo, nei contesti storici 61. Questo richiamo dovrebbe essere una
costante sempre presente quale principio nell’operare; qui lo esplici-
tiamo perché quanto diremo sull’onomastica e sui suoi fondamenti
morfologici nella langue consiste in terminali di processi ed evolu-
zioni complesse e specializzate, a volte cristallizzate in modo tale da
conservare tratti e strutture arcaiche che nelle langues hanno diver-
samente evoluto, tra marginalizzioni, ristrutturazioni, risistemazio-
ni, (ri)categorizzazioni : è il caso delle forme in -ā < *-eH2 che affon-
da le radici nella consistenza della categoria stessa del femminile e
nel suo essere come formarsi tra semantica e la creazione di una sua
morfologia; è il caso di forme derivazionali quali i morfemi in *-je/o-
e *-je/oH- con indistinzione vs. distinzione tra basi in -e/o-s e basi in
-e/o-H1, queste seconde con le due opzioni *-Ce/oH2 + -jo- > -CØjo- o
-Ce/oH2 + -jo- > -Ce/oHjo- > -Cajo- 62.
Si aggiunga che queste premesse sono inferibili da frammenti in
parte fossilizzati nella funzionalità onomastica, e qui ulteriormente
dissociati dalla prospettiva, dalle finalità e interessi, non ultimi dalle
competenze dello studioso che ne tratta – in termini brutali con di-
cotomie di visuali dal basso (onomastica) o dall’alto (morfonologia),
entrambe legittime, entrambe parziali, entrambe di difficile giunzio-
ne in sé e nelle premesse delle compartimentazioni disciplinari che,
volenti o nolenti, ci condizionano. Con la coscienza delle difficoltà
mi avventuro in alcuni assaggi e proposte su aspetti marginali e/o
marginalizzati di forme onomastiche e/o di lessico (o da lessico deri-

61
Cenni in Prosdocimi, Filoni indeuropei in Italia, cit., e in altri lavori [ora ri-
presi in 2004 SIES, cit.].
62
A. L. Prosdocimi, Syllabicity as a genus, Sievers’ Law as a species, in Papers
from the 7th International Conference on Historical Linguistics, Amsterdam-Phila-
delphia 1987, p. 483-505, e Latino (e) italico e indeuropeo : appunti sul fonetismo,
parte I in in Messana, 12, 1992 [1994], p. 93-160; parte II in Messana, 18, 1993,
p. 117-184 (entrambi ora in SIES, cit. vol. III). (Cfr. anche Appendice n. 4).

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104 ALDO PROSDOCIMI

vate), quali atta- : Attius; *tata : Tatius; *appa : Appius e *papa : Pa-
pius; amma : Ammius; mama : Mamius etc. Un tema che qui accen-
no ma che andrebbe approfondito sia sul lato formale che sostanzia-
le sono le coppie tipo atta-tata etc. e loro derivati in -Øio- tipo Attius,
Tatius; la lista si potrebbe allungare anche se non di molto; quello
che si può segnalare è che le coppie, specialmente nella serie gemi-
nata, per lo più sono di occlusive sorde e non di sonore, il che po-
trebbe essere significativo per la cosiddetta ‘teoria glottalica’ o, me-
glio, per la ricostruzione di un consonantismo nel senso di Gam-
krelidze (-Ivanov) e Hopper (1973 ‘New Look’) : non è questa la sede
per approfondire ma per accennare all’apertura morfonologica con
esiti fonologici; parimenti non è la sede per evidenziare un aspetto
morfonologico, cioè di lingua, che appare secondario per l’onoma-
stica – tuttavia vedremo che non lo è per alcune implicazioni ono-
mastiche – ma che non lo è per fasi antichissime del farsi della mor-
fonologia tra maschile e femminile e, di riflesso, per la formazione
stessa del femminile quale categoria morfo-semantica di genus e
non di sexus : è un grosso tema della ricostruzione indeuropea da
sempre ma che negli ultimi tempi è stato incentrato sui dati delle
lingue anatoliche; di converso la questione va posta su tutte le lingue
indeuropee e nella loro ricostruzione interna : nel nostro caso una -ā
< *-eH2 che ha la stessa morfonologia di -os < -o-s presuppone una
equivalenza morfonologica della ‘vocale apofonica’ 63 e/o + s e e/o +
H2, per cui ci si riporterebbe ad una fase ‘preflessionale’ con -e/o-
senza -s e -H2, meglio con -s e -H2 non ancora funzionalizzati catego-
rialmente tra maschile e femminile e, da inserire, la categoria di ‘no-
minativo’ nel senso della grammatica tradizionale. Alle coppie date
sopra si possono aggiungere forme latine e italiche quali amma (Ve
147) : falisco mama (Ve 241); mamius/maamies (Ve 32); Acca
(Ve 215 f) e Acca (Larentia); Caca : Cacius/us; oltre le coppie il tipo
Fabius da faba etc. : questo per quanto concerne la morfonologia
*-eH2 > -ā > ă 64 + -io- > -Øio- (nei termini dati sopra e avanti). Soprat-
tutto vi è la simmetria, meglio specularità, dei tipi atta : tata, amma :
mama etc.; questi sono normalmente liquidati come nomi infantili,
nella terminologia tradizionale ‘Lallwörter’, poi rivisitati in chiave di
apprendimento della lingua da Jakobson (avanti), con ulteriori re-
centi ‘scoperte’ (dell’acqua calda) di alcuni psicologi-linguisti su ‘pa-
pa’ e ‘mama’ : ed altro ancora tra storia, preistoria ‘canonica’ e prei-
storia che affonda nella esecuzione e/o facultas loquendi quale an-
tropizzazione. Quello che interessa nella fenomenologia che

63
Cfr. i lavori citati a nota precedente.
64
Per lat. -ā > -ă v. Prosdocimi, Sull’accento latino e italico (1986), cit.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 105

permane nella storia, e anche nei fondamenti preistorici, non è la


genesi ma la funzionalità socio-culturale nella realizzazione storica.
Se basi lessicali ‘infantili’ forniscono onomastica, o sono premesse
ad una funzionalità onomastica per figure socio-culturali di alto o
altissimo rango, è questa funzione che va evidenziata come perti-
nente; eventualmente dovrà essere oggetto di riflessione il perché
termini ‘infantili’ assumono la funzionalità socio-culturale predetta,
e questo meriterebbe ben altri approfondimenti. Ciò detto è da riaf-
fermare che la qualifica di ‘Lallnamen’ (o ‘nursery rimes’) non è una
spiegazione, nemmeno una pseudo spiegazione, ma è un trucco che
rovescia il corretto modo di spiegare nel ‘che cosa si deve spiegare’ :
non si deve spiegare il prima ma il dopo storico, e questo anche in
una storicità proiettata nella preistoria ricostruibile per speculazio-
ne che, se pure ‘speculativa’, non è astratta ma è fondata su dati, sia
pure pochi; la loro proiezione è sufficiente a fare intravedere alcuni
tratti generali di un quadro possibile (o ‘compossibile’) ma non i
tratti che configurano la struttura e le funzioni del sistema sociocul-
turale in cui termini infantili potessero assumere semicità/funziona-
lità di terminologia delle strutture ad alto livello sociale/culturale e/o
giuridico e/o politico. La identificazione del fuoco socio-culturale e
non genetico dei Lallwörter è stata sottolineata da Anna Marinetti 65
a proposito di atta e *appa nei termini che si porranno appresso 66.

3.1. I tipi Atta, Attius, Appius etc.

3.1.1. La forma
Nell’articolo del 1982 di Anna Marinetti (v. nota 65), la ripresa
della questione di Atta/ius/us e Appius tra sabinità e romanità del-
l’uno o dell’altro aveva – come appare anche dal titolo – motivo
prossimo nella revisione, quasi rifondazione, della interpretazione
delle iscrizioni sudpicene dovuta, in primis, alla attribuzione di va-
lore ad alcuni segni che cambiavano la fisionomia di non poche for-
me 67. Nella ripresa del corpus (poi offerto dalla stessa nel 1985 : no-
ta precedente) si evidenziava la frequenza di apaiús (pl.) e apaes

65
A. Marinetti, Atta/us : Appius; lat. atta, sabino *appa e sudpiceno apaio-.
Sabini a Roma e ‘Safini’ nelle iscrizioni sudpicene, in Res Publica Litterarum, V, 1,
1982, p. 169-181.
66
Si riprendono alcune pagine dell’articolo del 1982, con aggiornamenti per
quanto concerne la posizione delle iscrizioni sudpicene : qui sono identificate se-
condo l’edizione Marinetti 1985.
67
A. Marinetti, Il sudpiceno come italico (e sabino?). Note preliminari, in in
St. Etr. XLIX, 1981, p. 113-158; Le iscrizioni sudpicene. I. Testi, Firenze, 1985.

.
106 ALDO PROSDOCIMI

(sg.), evidentemente da apaio- e, dato il plurale, in valore non di no-


me individuale (→ prenome) ma di gentilizio o nome di funzione
con possibilità designativa propria dell’onomastica. Ciò portava a ri-
prendere la questione se il prenome Appius fosse la romanizzazione
di un nome sabino, Attus/ius nell’ipotesi; o non fosse vero l’inverso,
e cioè che un sabino *appa si era romanizzato in atta, Attius/us, e
ciò malgrado le fonti e l’autorità di Mommsen. Il processo argomen-
tativo e il contenuto dell’articolo di A. Marinetti è anticipato in una
breve premessa :
Questo lavoro si articola in tre sezioni, collegate nell’argomenta-
zione in senso progressivo, cioè la sezione 1. (Atta-Appius rimanda a
un lat. atta e sabino *appa, termini del lessico istituzionale) è autono-
ma rispetto alla sezione 2. (estensione di *appa al sudpiceno, tramite
apaio- e l’equazione sudpiceno centrale = Safini = Sabini) che ne di-
pende e, se valida, allarga e precisa il discorso precedente (panitalici-
tà dell’opposizione semantico-istituzionale ‘padre ∼ grande padre’, sia
pure realizzata con lessico non unico : atta = *appa); la 3. propone,
per sommi capi, il riflesso della ‘safinità’ del sudpiceno per gli episodi
‘sabini’ nella Roma del VI-V secolo. Infine una postilla su Atto Na-
vio».

All’articolo, che riprenderemo in larga parte come citazione te-


stuale, si apporranno alcune postille sulla forma e riflessi : in parti-
colare si riprende la derivazione di -a in -Øio- e -Øo-; in seguito si
riprende, come problematica e non come soluzione, il tema dei pre-
nomi ‘significanti’ tipo atta/*appa e Ferter (Resius) fino a prenomi
quali Poplio- di un Valesio- che è cognominato Poplicola/Publicola 68,
cioè con una duplicazione concettuale del prenome all’epoca ben
trasparente lessicalmente (su ciò avanti); di qui una apertura pro-
blematica sull’imposizione del prenome dalla ‘nascita’ (giuridica si
intende) alla prima maturità e/o all’entrata nella vita pubblica = po-
litica; si pone una gamma di eventualità astratte : da un prenome
dato una prima volta e rimasto immutato ma già, sin dall’inizio, un
prenome ideologico – il che è ben presente all’antiquaria per una
funzionalità beneaugurante in modo generico o associata alle mo-
dalità della nascita fino alla imposizione del prenome – fino a un
prenome scelto come ideologia del personaggio stesso una volta en-
trato nella vita pubblica; per questo non mi sono noti (ma possono

68
Il riferimento è alla menzione di Poplio- Valesio- nell’iscrizione da Satri-
cum, pubblicata in Lapis Satricanus. Archaeological, epigraphical, linguistic and
historical aspects of the new inscription from Satricum, Archeologische Studiën
van het Nederlands Instituut te Rome, Scripta Minora V, ‘s-Gravenhage 1980,
p. 71-94; cfr. A. L. Prosdocimi, Sull’iscrizione di Satricum, in Giorn. It. Filol., XV
[XXXVI] 2, 1984, p. 183-230; Satricum. I sodales del Publicola steterai a Mater
(Matuta?), in La parola del passato, XLIX, 1994, p. 365-377.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 107

esistere, e da me non conosciuti) esempi o accenni antiquari, ma è


una possibilità da tenere presente per fasi di cui conosciamo poco
perché il cambiamento del nome individuante (prenome) è una pra-
tica ben nota se non normale in molte culture, compresa la nostra 69.
Vi sono casi di ideologizzazione quali la trasformazione del gentili-
zio aristocratico (e patrizio) Claudius in Clodius che suonava più
popolare per il cesariano ucciso da Milone : ma questo tocca la for-
ma quale gentilizi, e non tocca i prenomi. Sarà però da tener pre-
sente una fenomenologia della fase storica più recente rispetto a
quella meno recente in cui i praenomina sono a scriptio plena e non
ridotti a pure sigle secondo i meccanismi ben noti, ma non sviscera-
ti a fondo nel rapporto funzionale, non posizionale nella sequenza
onomastica, tra praenomen e cognomen (o cognomina).
Nel dossier sarà da mettere il fatto che Appius, come è noto, è
esclusivo dei Claudii salvo il caso di Appio Erdonio che, come ricor-
da la Marinetti, è pure sabino, ma che, a differenza dell’installarsi
dei Claudii, è stato una meteora a Roma; l’esclusività di Appius è, co-
me detto, cosa ben nota ma non spiegata e/o non inquadrata né in-
quadrabile in quanto sappiamo dalle fonti : è indizio di dare praeno-
mina secondo regole antiche, perpetuate per tradizione ma che noi
(né gli antichi?) non conosciamo o riconosciamo? Questo non tanto
per il tema Appius quanto per la possibilità di modi di assegnare
prenomi, tra cui nomi ‘parlanti’, secondo regole non sopravvissute
alla storicità che ci è pervenuta dalle fonti. Qui anticipiamo un pun-
to formale – con riflessi anche contenutistici – che riprendiamo
avanti dopo aver considerato una casistica più ampia ed articolata e
cioè il rapporto *appa : appius e Atta : attius : attus. Partendo dal
fatto che a Roma atta è termine di lessico oltre che prenome del-
l’antenato della gens Claudia (Svet. Tib. 1) Anna Marinetti, dopo una
disamina filologica delle forme/fonti propone la seguente argomen-
tazione e correlata restituzione dei processi sottesi alla fenomenolo-
gia da commentare (Marinetti 1982 cit., p. 171-18170) :
La doppia forma si spiega come trasposizione da lingua a lin-
gua; tale trasposizione non essendo foneticamente altrimenti moti-
vabile 71 richiede il concetto di ‘traduzione’; la traducibilità di nomi

69
Cfr. Prosdocimi, Appunti per una teoria del nome proprio, cit.
70
Mantengo qui le note dell’articolo originale, segnalandole con inserimento
tra parentesi quadra.
71
[Cioè con radici storiche come Charles-Carlo, Guillaume-Wilhelm etc. Sul-
la trasposizione onomastica v. E. Coseriu, Falsche und richtige Fragestellungen in
der Übersetzungstheorie, in L. Grähle – G. Korlén – B. Malmberg (a cura di), Theo-
ry and practice of translation, Nobel Symposium 39 (Stockholm 1976), (Bern-
Frankfurt a. M. : Las Vegas 1978), 17-32; ma è da approfondire la realizzazione
storica e istituzionale in particolare per ciò che concerne la ‘traduzione’ grazie al-
la trasparenza].

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108 ALDO PROSDOCIMI

propri implica ‘nomi parlanti’, cioè – quantomeno – lessicalmente


motivati; il che comporta che nel lessico delle due lingue esistessero
le parole-base corrispondenti. (La variazione per traducibilità delle
basi si spiega bene nella doppia tradizione quale trasposizione dal
sabino al latino, ma sarebbe una esigenza anche all’interno di una
sola tradizione in cui allora si dovrebbero porre due lessemi con-
correnti : su ciò anche appresso). Se le basi di Appio- e Atta erano
forme lessicali e vitali, rispettivamente, nel sabino e nel latino, do-
vevano avere significato prossimo in modo tale da fornire la base
per la traduzione; cioè ci doveva essere, se non l’identità, una pros-
simità della configurazione semantica, cioè della funzione nel cam-
po semantico.
Teoricamente, l’oscillazione App-/Att- potrebbe essere un fatto
interno del sabino che Roma si limita a recepire come varianti
onomastiche. Se fosse così, sarebbero da postulare nel sabino due
basi lessicali atta e appa coesistenti; ma l’ipotesi è estremamente
improbabile alla base, perché una variazione onomastica di questo
tipo è pressoché esclusa all’interno di una sola tradizione, mentre
si giustifica nell’impatto di due tradizioni diverse a patto che vi sia-
no ragioni di trasporre l’una forma all’altra : ragioni fonetiche – il
che non pare il caso – o lessicali, cioè di trasponibilità della base
lessicale. Si tratta pertanto di distribuire att- e app- tra sabino e ro-
mano.
Dato lo stato documentale del sabino, ogni argomento ex silentio
è senza valore. Valgono però le premesse poste sopra – sia per sabino
che per latino – e cioè :
1. att- e app- sono basi lessicali significanti;
2. devono avere (nei limiti di corrispondenza funzionale posta) lo
stesso significato;
3. devono appartenere a tradizioni diverse.
A questo punto si innesta il dato positivo (su Atta preteso preno-
me sabino si è detto sopra) : atta è testimoniato come termine di les-
sico nel latino, mentre in latino non esiste alcuna base app-.
Ciò, associato, è decisivo e fa scattare il meccanismo di assegna-
zione di app- al sabino e di attribuzione a questo sabino di un signifi-
cato corrispondente a lat. atta.
Lat. atta appartiene alla terminologia della parentela : Festo
(11 L) : «Attam pro reverentia seni cuilibet dicimus, quasi eum avi no-
mine appellemus» e (13 L) «At[t]avus, quia atta est avi, id est pater, ut
pueri usurpare solent».
La presenza di una base lessicale atta nel latino dà ragione del-
l’alternanza Appius/Atta; alla base del sabino Appius (a prescindere
dallo status non onomastico od onomastico sui generis) viene ricono-
sciuta da parte romana una forma di lessico (non sappiamo se nel sa-
bino ancora vitale), a cui corrisponde nel latino il termine atta; que-
st’ultimo viene funzionalizzato di conseguenza e assume lo stesso sta-
tus (para)onomastico di Appius nella resa di nomi di personaggi
sabini; il processo è all’incirca :

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NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 109

Appius Atta
↓ ↑
base lessicale −−➝ base lessicale
sabina latina

Si viene così a ridire che in questa prospettiva Atta costituisce la forma


di traduzione latina del sabino Appius, di cui rende adeguatamente il valore
(‘padre’ in una funzione particolare).

1.2 Su lat. atta e sab. *appa

Le basi da ricostruire sono atta e *appa- (*appa come si vedrà appres-


so); il primo è ben attestato in diverse lingue indeuropee; 72 il secondo è da
postulare sulla base di Appius/apaio- (sudpiceno : avanti); non è necessario
richiamare forme onomastiche dell’Asia minore, ove accanto ad Atta/Tatta
si incontrano le forme Appa/Pappa 73, che porterebbero a riconoscere in
*ap(p)a una forma collaterale ad *atta, con valore e funzione simile fin da
fase preitalica : 74 per i nostri fini qui 75 è necessario e sufficiente il congua-
glio in Italia; questo conguaglio si è sopra dimostrato dalla ‘traduzione’ Ap-
pius/ Atta.
L’origine di i.e. *atta, secondo la vulgata, è di Lallwort (forma ‘infanti-
le’) designante il ‘padre’ nell’accezione familiare del termine (il ‘padre che
nutre’ secondo Benveniste), contro la nozione giuridica espressa da *patēr;
tuttavia il richiamo alla quota indeuropea in cui *atta coesiste con *patēr,
necessario per l’inquadramento etimologico, rischia, davanti all’esigenza di
una ‘traduzione’ per Atta, di confondere i termini della questione. È eviden-
te che se si parte, per Atta, dal presupposto di vedervi una forma familiare,
infantile, anche se etimologicamente (= etimologia remota) fondata, essa
appare, ut sic, quanto di meno adeguato per figure con probabili funzioni
istituzionali come quelle del nostro tipo. Siamo del parere che si debba
reimpostare il problema della posizione di nomi quali *atta nella terminolo-
gia istituzionale; tratteremo altrove il tema specifico : qui ci limitiamo a
sottolineare che è necessario, per comprendere il valore e l’uso di titolature/

72
[E. Benveniste, Le vocabulaire des institutions indo-européennes 1 (Parigi,
1969), 209-215].
73
[L. Zgusta, Kleinasiatische Personennamen, (Praga, 1964), p. 70 sg.;
W. Fauth, «Adamma Kubaba», Glotta 45 (1967), 129-148, spec. p. 141-144].
74
[Una possibile conferma, anche se da prendere con qualche cautela per l’e-
straneità all’ambito indoeuropeo (pure se non è da escludere la possibilità di un
‘prestito’ dall’italico circostante), è data dall’etrusco apa (e varianti), per cui il si-
gnificato ‘padre’ è altamente probabile (v. anche nota 42) : apa TLE 318 436 634
883 928, apas CIE 4115 etc.].
75
[Le righe seguenti dedicate ad atta quale termine della parentela mirano a
rivendicarne l’importanza, almeno per una certa fase del latino che ha corrispon-
denza di spazio semantico istituzionale dell’italico : il tema, qui brevemente e
sbrigativamente accennato, sarà da sviluppare nel quadro istituzionale (fino a
quota indeuropeo)].

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110 ALDO PROSDOCIMI

nomi quali Atta e Appius/apaio-, ridimensionare, a parte l’‘etimologia’, le at-


tribuzioni ‘Lallwort’, ‘termine affettivo’ etc.; in primo luogo è da applicare
con cautela la nostra categoria di affettività che contrasta con la possibilità
di riconoscere in forme di questo tipo nomi istituzionali, ‘ufficiali’, in quan-
to oppone nettamente la sfera privata a quella pubblica. Inoltre, se anche
per questi nomi l’origine prima può essere di Lallwort (e ciò è visibile nella
struttura fonetica elementare di *atta e *ap(p)a), quanto importa è la fun-
zionalizzazione di essi e le connotazioni che possono assumere in ambiti di-
versi. In questa prospettiva, in *atta si vedrà allora non tanto una maggior
‘adesione sentimentale’ (= affettività), quanto semplicemente una alterità ri-
spetto a *patēr; *atta cioè non sarà il ‘papà,’ ma designerà una funzione in
cui, della sfera della ‘paternità’, possono venir mantenuti alcuni parametri,
quali ad esempio una attribuzione di gerarchia, o la distanza genealogica,
od altro.
La ambiguità dell’eguaglianza ‘forma originariamente infantile’ = ‘con-
notazione familiare’ è confermata dal fatto che in alcuni ambiti indeuropei
*atta è l’unico termine che designa il padre (‘pater’) con tutte le implicazioni
che le società in questione vi attribuiscono 76.
Resta la cooccorrenza latina di pater e atta. Atta è evidentemente un ‘pa-
dre’ speciale, se si vuole un nonno o meglio un ‘avo’ (da distinguersi e oppor-
si ad avus se questo è l’‘avo materno’ secondo l’analisi di Benveniste). Il pro-
cesso che ha portato il termine ‘affettivo’ può essere diretto, nel senso – co-
nosciuto all’etimologia – per cui termini indicanti persone vecchie,
connotate anche affettivamente, passano ad indicare persone ‘speciali’, dota-
te di specifica posizione di prestigio. Ma è altrettanto, forse più, probabile
che l’affettività connessa al termine sia un fatto preistorico e che già da fase
prelatina il termine svolgesse un ruolo istituzionale donde, in concorrenza
col vincitore pater, la specializzazione a qualcosa come il ‘pater gentis.’
Il sabino *app- dovrebbe avere posizione semantica corrispondente
(progressione di precisione rispetto a quanto individuato, e cioè una prossi-
mità di significato), per cui parla anche l’affinità di configurazione formale,
ma per rigore – non avendo il correlato termine pater in opposizione – non si
possono fare affermazioni sicure. (Si vedrà invece, allargando al sudpiceno,
che la posizione semantica è la stessa).
In conclusione : in Atta/-o- e il corrispondente sabino di Appius sono da
vedere, originariamente, non forme onomastiche, ma nomi ‘parlanti’, affini,
anche se non identici, al tipo di Ferter Resius e Modius (Fabidius) (su cui v.
avanti). Appius diviene a pieno titolo forma onomastica (= privo di motiva-
zione, cioè di trasparenza semantica) nel momento in cui viene utilizzato, in
contesto romano, alla stregua di tutti gli altri prenomi; ma per la fase prece-
dente, che è quella che ci interessa (Sabini/sudpiceno) si deve prendere in

76
[Ittita attaš, antico slavo otı̆cı̌(< *at(t)ikos), gotico atta (fadar è qui hapax :
Galati 4. 6). Per la possibilità di funzionalizzazione di questi nomi ricordiamo ad
esempio che nel gotico atta tende ad assumere il significato di ‘padre della fratria’
piuttosto che ‘padre della famiglia (in senso ristretto)’ con l’evoluzione delle strut-
ture della famiglia stessa (J. Trumper, Filologia germanica [Padova, 1976],
p. 101)].

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NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 111

considerazione anche per questo, cioè per il suo corrispondente, lo status di


appellativo o di onomastica motivata 77.

2. *app- nel sabino e *ap(p)a, nel sudpiceno. Il tipo onomastico


apaio-, il tipo Atta, Ferter

Questa ipotesi di sabinità per Appius che, come si è visto, è desumibile


già dalla posizione (= assenza) del nome dall’onomastica di Roma, si può al-
largare al mondo italico, tramite l’onomastica delle iscrizioni sudpicene 78.
L’utilizzazione di questi dati, già noti da qualche tempo, è ora resa possibile
dalla qualifica di ‘sabino’ (safino-) presente in iscrizioni sudpicene recente-
mente rinvenute; 79 si apre con queste una prospettiva di lavoro sui caratteri
della sabinità anteriore al V secolo, noti finora tramite, l’ottica romana, non
solo nel versante linguistico, ma anche in quello sociopolitico.

77
[Da *atta e *ap(p)a derivano forme onomastiche in diversi ambiti; oltre
che nell’Asia Minore, nel gotico, in cui da atta è derivato il nome del re degli Unni
Attila : v. S. Feist, Etymologisches Wörterbuch der Gotischen Sprachen (Halle,
1923), s. v. atta. Per l’etrusco apa l’attribuzione è oscillante. Secondo A. J. Pfiffig
(Etruskisch apa ‘Vater’ und Name, in BzNF, n.s. 6, 1971, 35-39) ricorrerebbero en-
trambe le possibilità : nella maggioranza dei casi si tratterebbe di un nome pro-
prio, in altri di ‘padre’; quest’ultimo pare fuor di dubbio nella sequenza apac atic
’padre e madre.’ Per la questione v. spec. M. Pallottino, «Il culto degli antenati in
Etruria e una probabile equivalenza lessicale etrusco-latina; Studi Etruschi 26
(1958) 49-83].
78
[Le iscrizioni sudpicene (o protosabelliche, o medio-adriatiche) sono state
negli ultimi anni rivalutate all’interno del corpus italico; l’edizione offerta da
A. Morandi (Le iscrizioni medio-adriatiche [Firenze, 1974]) ha avuto il merito di
riproporre questo settore di studi, ma si è dimostrata carente sotto diversi aspet-
ti. Una nuova edizione, con rilettura e commento delle iscrizioni, ha costituito la
mia tesi di laurea (A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene [Univ. di Padova, a. a.
1978-79] ora in corso di rielaborazione per la stampa); una anticipazione di temi
generali, con trattazioni esemplificative di singoli punti in A. Marinetti, Il sud-
piceno come italico (e sabino?). Note preliminari, in Studi Etruschi, 49, 1981, 113-
158; per ragioni contingenti le iscrizioni sono citate in testo secondo la numera-
zione di Morandi, anche se talvolta le letture differiscono radicalmente].
79
[Si tratta di tre stele monumentali, rinvenute da A. La Regina a Penna
S. Andrea (Teramo) nel 1973; queste iscrizioni, di imminente pubblicazione a cu-
ra dello stesso La Regina (che ringrazio per avermi permesso di utilizzare i mate-
riali ancora inediti), riportano l’etnico safino- ‘sabino’, confermando così a pieno
titolo le fonti antiche che indicano i Piceni discendenti dai Sabini, e rivestono
quindi la massima importanza per l’inquadramento etnico, a quota VI-V secolo,
di queste zone dell’Italia antica. Anticipazioni sui contenuti di queste iscrizioni
sono offerte da A. La Regina, Centri fortificati preromani nei territori sabellici del-
l’Italia centrale adriatica, in Posebna Izdanja, 1975, p. 271-282 e A. L. Prosdocimi,
Le iscrizioni italiche, in Le iscrizioni pre-latine in Italia, Atti dei Convegni Lincei 39,
Roma, 1979, 119-204. A proposito dell’onomastica, un problema che qui non vie-
ne toccato, ma che contiamo di approfondire in futuro, è costituito da quanto il
sudpiceno può apportare (anche in negativo) per la formula onomastica sabina
canonica, cioè binomia, che E. Peruzzi fa risalire ai Sabini dell’VIII secolo (Origi-
ni di Roma I, cit.)].

.
112 ALDO PROSDOCIMI

Nel sudpiceno ricorre più volte una forma, apparentemente onomasti-


ca, derivata da una base *apa/appa (con normale non notazione di gemina-
ta : d’ora in poi *ap(p)a); le occorrenze sono : (Mor. 1) apaes; (Mor. 6)
apaius; (Mor. 16) apais (corradicale Mor. 4 apúnis).
La forma comune da ricostruire è un *apaio-s che si ricava non tanto
dalle forme del singolare, in cui gli avvenuti fenomeni morfonologici ma-
scherano in parte la base, ma dal plurale apaiús. La sabinità delle iscrizioni
sudpicene giustifica la giunzione Apaio-/Appius (e non sarà casuale la corri-
spondenza anche cronologica tra le nostre iscrizioni, datate – acmè – tra la
fine del VI e il V secolo 80 e gli episodi di Appio Claudio e Appio Erdonio),
Confrontando il sudpiceno *apaio- con il nome dei due Sabini, si viene a
confermare quanto proposto sopra, e cioè che il tipo Appius fosse la primiti-
va forma sabina; viene la conferma nel rovesciare l’affermazione di Momm-
sen, nel senso che «die ächt sabinische Form» non è Attus ma Appius, o me-
glio la (o una) forma sabina corrispondente a lat. Appius; o ancora, il che è
equivalente, Appius costituisce la latinizzazione (formale, cioè morfologica)
di una forma sabina *ap(p)(a)io- 81. Inoltre si evince la forma della base,
*ap(p)a, perfetto parallelo di atta (come si vedrà appresso vi è parimenti per-
fetta corrispondenza semantica).
Riassumiamo alcuni fatti :
1. Atta/us e Appius hanno una base lessicale rispetto a cui sono motivati;
2. Atta non mostra morfema derivazionale rispetto alla base;
3. entrambi i Sabini Claudio ed Erdonio portano lo stesso prenome che
ha corrispondenza in *ap(p)aio- sudpiceno, che mostra sì morfema deriva-
zionale ma anche la base in -a- (non Ø come in Appius);
4. ricorrenza di apaio- nello stesso corpus sudpiceno in misura statisti-
camente rilevante;
5. la stranezza delle formule onomastiche sudpicene in cui compare
apaio-.
Il tipo apaio- compare, a quanto è dato rilevare, sempre attribuito a un
altro nome, púpún-; per questo ultimo più volte ricorrente l’ampia distribu-

80
[Una sicura cronologia è possibile solo per le iscrizioni da Penna S. An-
drea, rinvenute in contesto archeologico, che A. La Regina pone al V secolo; per
il resto del corpus si deve comunque supporre una datazione approssimativa-
mente alla stessa epoca e, per alcune iscrizioni, anche più antica, specialmente in
base a fatti grafici (esempi sporadici di conservazione fino al IV secolo compaio-
no in iscrizioni su elmi; presentano comunque peculiarità tali da costituire un
problema a parte). Per ragioni di metodo, è necessaria una precisazione : l’etnico
safino- compare esclusivamente nelle iscrizioni da Penna S. Andrea; non sarebbe
quindi, a rigore, applicabile anche ai produttori delle altre iscrizioni, nel senso
che solo per Penna S. Andrea si può parlare con certezza di ‘Sabini :’ ma i carat-
teri interni delle iscrizioni (lingua, grafia, etc. ) e molte caratteristiche culturali e
sociali si ritrovano perfettamente uguali anche nel resto del mondo sudpiceno,
che si deve considerare quindi globalmente omogeneo].
81
[Non interessa qui discutere la forma di base, ma -aio- da una base -a pare
la corretta morfologia, anche per il latino secondo la morfologia (ereditaria) per
cui -io- si sostituisce a -o-, ma si aggiunge ad -a-].

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 113

zione geografica escluderebbe l’indicazione di una gens o ‘famiglia’ e fareb-


be propendere piuttosto per una funzione di etnico o designazione a questo
assimilabile 82. Le formule che ci sono giunte complete infatti sono : (Mor. 1)
apaes... púpúnis nír e (Mor. 6) púpúnum... apaiús, in cui l’ipotesi di etnico
per púpún- pare consolidata dalla morfologia di genitivo plurale (‘dei p.’) 83.
Si aggiunga poi che pare da escludere che il sudpiceno *apaio- costitui-
sca un vero prenome, nel senso di designazione onomastica individuale, poi-
ché in Mor. 6 compare nella forma di nominativo plurale apaiús. Un preno-
me per più persone non ha senso, in generale e in queste formule in partico-
lare. Sono – è vero – possibili altre soluzioni onomastiche, come un
appositivo (patronimico o gentilizio) : ciò è possibile per apaiús, meno per
apaes dove ci si aspetterebbe il nome individuale (púpún- non ostacola in
quanto indicante unità sovraordinata, ad esempio un etnico). Le formule
onomastiche sudpicene in cui è presente il tipo *apaio- si rivelano quindi
quanto meno problematiche.
L’anomalia di questa onomastica sudpicena può spiegarsi attribuendo a
queste forme uno status onomastico particolare; penseremmo a nomi ‘par-
lanti’, del tipo di quelli noti da fonti romane, e riferiti a figure semileggenda-
rie situabili nel periodo delle origini e della formazione di Roma; questi per-
sonaggi rivelano nel nome stesso la natura della loro funzione : come ad
esempio Modius (Fabidius), nel cui ‘prenome’ 84 è forse da vedere una desi-
gnazione di carica 85, o Ferter Resius «qui ius fetiale constituit», dove entram-
bi gli elementi onomastici rispecchiano l’ambito delle competenze 86. Si note-

82
[A. La Regina ha avanzato oralmente (da ultimo in un seminario interdi-
sciplinare sulle Tavole Iguvine, Gubbio 2-3 maggio 1980) l’ipotesi che púpún- cor-
risponda al tipo piceno- (possibile, anche se la spiegazione fonetica non è del tut-
to lineare : v. A. L. Prosdocimi, Le iscrizioni italiche, cit., p. 141); secondo La Re-
gina avremmo quindi due forme, Piceni/Sabini, con diversa distribuzione areale,
ad indicare lo stesso ethnos].
83
[Le altre iscrizioni presentano difficoltà di lettura : Mor. 4 è in buona par-
te illeggibile e in Mor. 16 pare di dover leggere apais pomp[]púnes. É importante
comunque, come si vedrà, rilevare la presenza dell’attributo nír ‘princeps’ in que-
ste formule : oltre che nell’iscr. Mor. 1, cit. in testo, compare anche in Mor. 4 rife-
rito ad apúnis. In Mor. 8 è riferito sempre ad un púpún- : in questo caso però la
formula onomastica non è *apaio- bensì petroh : petroh púpún[is/um (...) ní] r; in
una delle iscrizioni da Penna S. Andrea compare il sintagma safinúm nerf’i prin-
cipi dei Sabini’].
84
[‘Prenome’ è tra virgolette in quanto ha uno status particolare non identifi-
cabile con un autentico praenomen; ciò, come si vedrà, vale anche per Appius e
Atta/-o-].
85
[E. Peruzzi, Onomastica e società nella Roma delle origini, parte prima, in
Maia 21 (1969), 126-158, p. 140].
86
[Auct. de praenom. § 1. Su Ferter Resius v. E. Peruzzi, «Ferter Resius»,
Maia 18 (1966), 277-278 e C. Ampolo, Fertor Resius Rex Aequicolus, Par. Pass 27
(1972), 409- 412; in particolare Ampolo mette in luce, oltre al confronto di Ferter/
Fertor con l’umbro ařfertur, termine che designa l’officiante nelle cerimonie, il
possibile legame di Resius con una voce sicula indicante il re con funzioni augu-
rali; questo sulla base di un frammento di Epicarmo : rhso¥v . aßrxo¥v o©v aıßre¥sei taù
uey¥mata su cui S. Mazzarino, Dalla monarchia allo stato repubblicano, (Catania,

.
114 ALDO PROSDOCIMI

rà che, pur nella tradizione romana e agenti, direttamente o indirettamente,


sulla costituzione di Roma, sono di ambito non romano ma specificamente
italico e, per orizzonte, prossimo alle nostre iscrizioni, il che pare, se non de-
cisivo, fortemente significativo.
Si tratta di un’ipotesi, ma che risponde ad esigenze che restano; come
resta la questione della base istituzionale 87 riflessa dai nomi certamente par-
lanti (Atta/Appius; Ferter) e del loro preciso status onomastico, che non ap-
profondiamo, ma che si può simboleggiare da una parte nel tipo Ferter, Atta
(appellativo in funzione onomastica senza trasposizione morfologica) e dal-
l’altra nel tipo Appius (completo inserimento nell’onomastica immotivata
mediante -io-), con, forse (?), mediano, il tipo Apaio- (morfema di derivazio-
ne -io- ma permanenza della base in -a-).
Quale sia la spiegazione, è lecito comunque attribuire, oltre al sabino,
anche al sudpiceno (= safino) una base * ap(p)a, vitale o stata vitale, in valo-
re prossimo a lat. atta. L’estensione al sudpiceno permette di completarne la
configurazione semantica, in quanto è testimoniato il termine pater-, che,
nella coppia matereíh patereíh (Mor. 6; cfr. Marinetti cit. a n. 16) è certamen-
te il ‘pater.’ Quindi *ap(p)a è relegato ad un’altra ‘paternità’, come lat. atta ri-
spetto a pater, per cui è completato il giro : la traducibilità Atta/Appius si ba-
sa non su una generica prossimità di significato, ma su una precisa corri-
spondenza semantica; ciò comporta un’ulteriore importante acquisizione :
Roma (quale polo latino) e il sabino-sudpiceno (quale polo italico) mostra-
no, anche qui, una comunanza istituzionale, che si esprime in una comune
configurazione semantica, eventualmente con diversità lessicale 88.

Si potrebbe ulteriormente discutere sullo status di lat. Atta rispetto ad


atta, vale a dire se prima della traduzione esistesse un nome Atta, cioè la pos-
sibilità (istituzionale) di derivare un nome da atta, cioè la figura istituzionale

1946), p. 27 sg. Ampolo così conclude : «Pur non potendo affermare nulla di sicu-
ro, ci si chiede se il nome di questo re degli Equi sia in realtà una titolatura, inter-
pretata poi come nome proprio» (p. 412). Lascio da parte la (buona) possibilità
che umbro reh. nuvkri di un elmo di Bologna (Studi Etruschi 44 (1976), 267) sia
una menzione tipologicamente prossima secondo la proposta di J. Heurgon
(REL, 1972, p. 99-102) di riconoscere un *rehtur ‘rector’ dei Nocerini (evidente-
mente di *Nuvkria umbra)].
87
[Pare legittimo domandarsi – e si riprenderà questo tema – se il tipo di fi-
gure quali Claudio ed Erdonio rispetto alla massa di persone cui sono a capo e se
l’incerta qualificazione (dal punto di vista romano) della posizione di Erdonio e
della gente al suo seguito (su ciò cfr. Noé cit. ) non corrispondano a una struttura
istituzionale per cui nelle iscrizioni sudpicene uno è detto púpúnum/is nír ‘princi-
pe dei...’ (come detto in un inedito da Penna S. Andrea si ha safinúm nerf ‘princi-
pi dei Sabini’)].
88
[Per la definizione della koiné italica, sia dal versante storico che da quello
linguistico, v. S. Mazzarino, Dalla monarchia allo stato repubblicano (Messina,
1946); G. Devoto, Storia della lingua di Roma, (Bologna, 1940). La tematica è stata
ripresa di recente, anche alla luce di nuovi dati : v. A. L. Prosdocimi, Le iscrizioni
italiche, cit., p. 183-186 e Le lingue italiche, in Lingue e dialetti dell’Italia antica,
(A. L. Prosdocimi ed. ), (Roma, 1978), p. 543-558].

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NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 115

(onomastica e base sociale) corrispondente. La questione è importante ma


non è pertinente ai fini del nostro discorso, che è centrato sul caso specifico
di una consapevole e intenzionale traduzione della forma sabina. Ricordia-
mo comunque che l’unica forma di questo tipo nota a Roma è la variante At-
tus nel nome dell’augure Atto Navio, la cui formula onomastica è però da ri-
prendere in considerazione alla luce di quanto prospettato sopra per Appius
(su Atto Navio v. avanti). Il confronto con il nome di Navio può spiegare an-
che l’uso nelle fonti della variante Attus per il nome di Claudio : probabil-
mente il riferimento ad una forma già nota. Rispetto ad Attus, Attius presen-
ta anche la struttura di derivato in -io-, forse per analogia con Appius; per At-
tius è comunque possibile un’altra spiegazione, e cioè che Livio «... who
writes Attius, may have misunderstood it as a nomen, for there was a gens
Attia» 89.

Per quale motivo le fonti mostrano una attribuzione ‘sabino Atta - latino
Appius’ che, se la nostra ipotesi è corretta, va invertita? Come detto sopra,
non si può escludere a priori che il sabino avesse conosciuto anche atta in
fase diversa da quella di appa; in questo caso si giustificherebbe l’attribuzio-
ne delle fonti : ma appare ipotesi ad hoc e non è comunque probabile. In ca-
so contrario la spiegazione va ricercata all’interno di Roma stessa; possiamo
avanzare un’ipotesi : la continuità del prenome Appius nella gens dei Claudii
(v. sopra) e il ruolo fondamentale giocato dalla gens stessa nelle vicende di
Roma possono aver determinato la completa assimilazione di Appius nel si-
stema onomastico latino; da ciò, in fonti relativamente tarde, il rigetto del-
l’alternativo Atta, non altrimenti utilizzato nell’onomastica, sentito ormai
‘meno latino’ di Appius e allora attribuito, in dipendenza dall’origine stranie-
ra dei Claudii, al sabino. Non è escluso che in ciò abbia giocato anche la po-
co comune morfologia in -a del nome, per cui Roma aveva un parallelo in un
ben noto nome sabino, Numa.
Riassumendo i termini della questione, Appius si qualifica come auten-
ticamente sabino, già sulla base dei soli dati che ci vengono dalla tradizione
romana. Il sudpiceno conferma e rafforza l’ipotesi di attribuzione linguistica
al sabino, e testimonia una parallela applicazione dello stesso modulo pa-
raonomastico (o nome ‘parlante’ o appellativo) nelle forme * apaio-. Appius
viene accolto nel latino, inteso nel suo valore appellativo e reso con una for-
ma di traduzione ricavata dalle possibilità del lessico latino, cioè Atta.

3. Possibili riflessi per gli episodi di Claudio ed Erdonio

Se l’applicazione dei dati ricavabili dal sudpiceno ai Sabini che operano


a Roma è corretta, il parallelo non aiuta solo a risolvere un problema di ono-
mastica; infatti, nella misura in cui la formula onomastica si struttura in
funzione delle strutture sociali,le implicazioni che si possono ricavare dall’a-
nalisi di queste forme coinvolgono anche l’assetto storico-sociale delle popo-
lazioni in questione. Non sappiamo ricostruire quali fossero le strutture so-

89
[Ogilvie, A Commentary, cit., p. 274].

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116 ALDO PROSDOCIMI

ciali, sudpicene o sabine soggiacenti, e sarebbe del tutto errato – automati-


camente e non per equivalenze funzionali – voler applicare le categorie note
da Roma (familia, gens, etc.) a questi ambiti. Per il sudpiceno si è visto che
*apaio- è riferito ai púpún-, entità non ben definita, ma che potrebbe indica-
re una comunità con vincoli prevalentemente etnici. Per quanto riguarda i
Sabini, sia Appio Claudio che Appio Erdonio giungono a Roma alla testa di
un gran numero di persone (per Claudio le fonti parlano di 5000 uomini; per
Erdonio di 4000 o 2500); 90 la composizione di questi gruppi è abbastanza
controversa : per Claudio si parla di clientes (Servio), famiglie (compresi
donne e bambini : Plutarco), etc.; per Erdonio ugualmente si parla di schiavi
ed esuli (Livio), schiavi personali e clientes (Dionigi) 91. Ciò può riflettere il
tentativo degli autori antichi di classificare in categorie proprie entità sociali
strutturate diversamente da quelle romane 92, entità che potrebbero assomi-
gliare a quelle che si intravedono nelle iscrizioni sudpicene, o coincidere con
esse; se così fosse, si tratterebbe allora di forze a carattere prevalentemente
militare (com’è soprattutto l’angolazione delle fonti per l’episodio di Appio
Erdonio), ma si configurerebbe una vera e propria migrazione di un’intera
comunità, in cui si spiegherebbe la presenza di elementi non omogenei (pa-
renti, amici, clientes, schiavi, famiglie).

Postilla su Attus Navius

A proposito delle attestazioni di Atta/-o- si è sopra ricordata la figura


dell’augure Atto Navio, operante a Roma sotto i Tarquini (meno accreditata
la versione che lo colloca all’epoca dei regni di Romolo e Numa). Il nome
Navius, secondo l’interpretazione di Schulze, e di altri al suo seguito 93, an-
drebbe ricondotto all’ambito etrusco; questa attribuzione non sembra però
verosimile, e non solo per reazione al panetruschismo onomastico di Schul-
ze, ma perché è contraddetta dal comportamento stesso del personaggio,
quale è descritto nelle fonti. L’atteggiamento di Atto Navio è infatti decisa-
mente antietrusco; la sua opposizione a Tarquinio Prisco (rex forse inaugu-
ratus secondo la prassi dell’investitura regale, ma quasi certamente privo de-

90
[Il numero di 5000 è tramandato da Servio, Appiano e Plutarco; altri si li-
mitano a rilevare il gran numero : «magna clientium manu» secondo Livio e Sve-
tonio. Per Erdonio si tratterebbe di 4000 (Dionigi) o di 2500 (Livio : secondo
Ogilvie, A Commentary, cit., p. 424, questo numero è forse da correggere in 450;
v. Noé, Il tentativo di Appio Erdonio, cit., p. 648).
91
[Sulla composizione del seguito di Erdonio v. le discussioni in Capozza,
Movimenti servili, cit., p. 62-63 e Noé, Il tentativo di Appio Erdonio, cit., p. 645-
648].
92
[Entità sociali di questo tipo non sono comunque del tutto sconosciute a
Roma; basti pensare all’episodio che vede protagonista la gens Fabia, ai cui oltre
trecento membri si debbono aggiungere gli schiavi e i clienti : «Fabii ... trecenti
sex fuerunt de una familia. Qui cum coniuratu cum servis et clientibus suis contra
Veientes dimicarent...» (Servio, ad Aen., 6. 845)].
93
[W. Schulze, Zur Geschichte lateinischer Eigennamen, (Gottinga, 1904)
p. 197; v. anche Navius in PW16 (1935), cc. 1933-1936 (W. Kroll)].

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NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 117

gli auspicia 94 come tutti i sovrani etruschi), non si accorda infatti con la sua
presunta origine. Nel contrasto con Tarquinio, Atto Navio si pone quale «as-
sertore della tradizione augurale romana,» nel senso che «nel momento del-
l’influenza della divinazione straniera sentiva il bisogno di salvare i principi
fondamentali del diritto augurale» 95.
Da ciò si verrebbe a delineare una figura pienamente inserita nella tra-
dizione romana; il nome Attus è dunque coerente con la ‘romanità’ del per-
sonaggio e adeguato, nel suo probabile valore appellativo, alla posizione e
all’importanza dello stesso 96.
Meno evidente è l’interpretazione di Navius : il nome Navius non ha ri-
scontri nell’onomastica romana, con l’unica eccezione di un Quintus Navius,
autore di una riforma tattica nel 221 a.C.; accanto alla forma Navius un’altra
tradizione menziona però questo personaggio come Naevius 97. In ogni caso la
forma Navius appare isolata a Roma; come forma onomastica in senso stret-
to, dopo il rifiuto dell’interpretazione etrusca, appare priva di spiegazione e
attribuzione ad un ambito noto; il negativo di questa conclusione non avreb-
be comunque peso nell’inquadramento del personaggio in ambito romano.
In mancanza di meglio, avanziamo la possibilità che anche Navius si
possa intendere come nome ‘parlante’ o comunque si possa vedervi la pre-
gnanza del significato; questo non per voler dilatare più del necessario la ca-
tegoria, ma perché le possibilità sembrano notevoli, concorrendo condizioni
favorevoli per riconoscervi un nome di questo tipo : la fase arcaica in cui si
svolgono i fatti e la sfera sacrale in cui agisce Atto Navio (per un parallelo v.
Ferter Resius, nota 51); inoltre, se Attus è qui appellativo, la necessità di spe-
cificarlo non con il nome di una gens o simili (come è il caso dei sabini Ap-
pii, entrambi in funzione di guida politica e militare), ma con l’ambito in cui
il personaggio opera o con la funzione che riveste.
Per il valore di Navius azzardiamo un’ipotesi (che non vuol essere in al-
cun modo un’etimologia, del tutto prematura), richiamando il greco na¥ov,
*naPov¥ ‘tempio’; un possibile parallelo è nel miceneo (ka-ko) na-wi-jo, una
cui interpretazione può essere ‘(aes) templare’ 98. Se così si dovesse intendere
anche navius, per il nome di un personaggio la cui attività si svolge nel cam-
po religioso, un’interpretazione di questo tipo (‘addetto, nella sfera del na¥ov)
non apparirebbe del tutto fuor di luogo.

94
[È appunto l’assenza di tale aspetto che spiega il potere esercitato su Tar-
quinio da Atto Navio. Infatti con la monarchia etrusca viene a scindersi il potere
regale da quello augurale, in quanto l’augurium resta di competenza del collegio
degli auguri. Sulla questione v. P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augu-
rale 1 (Torino, 1960), p. 567 sg.].
95
[Catalano, Contributi, cit., p. 572].
96
[In questo caso è evidente che l’eventuale valore di appellativo di Attus
avrebbe connotazioni diverse dal tipo Appius/Atta riferito a Claudio, in cui entra
anche l’aspetto politico-militare; ma, come si è detto, nomi di questo tipo posso-
no venir funzionalizzati diversamente a seconda delle circostanze].
97
[V. anche Navius (2) In PW cit.].
98
[G. Pugliese Carratelli, Documenta Mycenaea (Milano-Varese, 1964),
nr. 459 e p. 160. Sulla penetrazione di miceneismi nel Lazio v. i molti lavori di
E. Peruzzi; da ultimi : Aspetti culturali del Lazio primitivo (Firenze, 1978), e Myce-
naeans in Early Latium (Roma, 1980)].

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118 ALDO PROSDOCIMI

La restituzione del processo va contro la vulgata, in parte fonda-


ta sulle fonti, in parte imposta dalla autorità di Mommsen, e tuttavia
appare come ben fondata perché dà ragione di tutta la fenomenolo-
gia non solo romana ma anche del (sabino) sudpiceno; non solo per-
ché ha un fondamento documentale fortissimo : a Roma c’è atta ma
non c’è *appa che fondi un Appius così come atta del lessico (lin-
gua!) fonda Atta e il prenome (onomastica) Attius/us : Atta si presen-
ta come la prima resa romana di un *Appa sabino. Comunque il pro-
cesso qui proposto potrebbe non essere in contrasto con le fonti che
danno Appius come romano se si intende che Appius nella sezione
finale -Øius è la morfologia romana di un sabino *appa o *appaio-
con -io- che non si aggiunge ma che si sostituisce ad -a e con un Atta
romano che traduce un *appa(-io-?) sabino, da cui una trafila più
complessa di quella proposta sopra. Schematizzando

Sabino Romano
*Appa −| ➝ Atta −➝ Attius/Attus ‘traduzione’
| |
(Appaio?) −−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−➝ Appius ‘morfologizzazione’

Le tematiche implicate sono almeno due, ciascuna con articola-


zioni e complessità proprie : 1) la morfologia derivazionale atta > -ius,
*appa > -ius e, a monte, la natura/genesi dei nomi in -a tipo Atta al ma-
schile, ma non dissociandolo dal femminile tipo Acca, per i maschili fi-
no al tipo agricola; 2) la semicità tra lingua e onomastica del tipo atta,
*appa e, con essi del tipo Ferter e, allargando, del tipo Poplio-/Publius.

3.1.2. Le basi lessicali tipo atta e tata : funzionalità lessicale e


funzionalità onomastica

Atta come prenome è attestato; tata come prenome non è atte-


stato ma è attestato Tatius per la formula binomia del sabino Titus
Tatius contro la formula monomia di Romulus; la contrapposizione
ha dato l’avvio alla tesi della genesi sabina della formula binomia a
Roma (Peruzzi 1968-9 poi 1970 ‘Origini’) contro la formula mono-
mia albano-romana; non è di questo che si intende trattare qui se
non per due aspetti congiunti : la forma Romulus come derivato in
-lo- da Roma, quindi con un vuoto per il nome precedente all’esisten-
za giuridico-politica di Roma 99, e la formula binomia di Hostius/

99
Ho trattato, in parte, di questi temi : A. L. Prosdocimi, Populus Quiritium
Quirites. I, «Eutopia» 1995-IV,1 (= Atti del Convegno «Nomen Latinum. Latini e
Romani prima di Annibale», Roma 24-26 ottobre 1995), p. 15-71 (ora 2008 v. ‘Ro-
ma 2007/8’; cfr. qui, alla fine, Appendice n. 1).

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 119

Hostı̄lius (per -ı̄- v.sopra), il comandante generale delle truppe di Ro-


molo, che compie le stesse azioni e che ha la stessa moglie di Romo-
lo, quindi potenzialmente Romolo stesso, sdoppiato tra due modi di
nominare la stessa persona. Di questo secondo punto tratteremo
avanti restrittivamente per la motivazione ideologica e morfologica
del prenome Hostius (e della sua variante Hostus); del primo punto
qui consideriamo parimenti un aspetto e cioè che se Romulus è un
nome derivato dalla sua funzione storica ‘Uomo di Roma’, cioè con
uno status onomastico particolare – e ciò prima e indipendentemen-
te dalla sua eventuale identità con Romolo quale Individuo Fisico100
– anche Titus Tatius potrebbe essere un nome di status onomastico
particolare sia pure con (apparente) formula binomia e con minor
trasparenza immediata che non il simplex nomen Romulus. Per Ti-
tus Tatius non c’è trasparenza ma, oltre al possibile parallelo ideolo-
gico con Romulus, ci sono indizi di qualche peso.
tito- è già stato interpretato come ‘genius’ (anche in senso falli-
co) in iscrizioni falische e l’interpretazione si è riproposta, sia pure
dubitativamente, per le iscrizioni sudpicene; qui in una delle iscri-
zioni più lunghe e complesse del corpus, da Penna S. Andrea (TE 5)
compare un dat. titúi 101 che, secondo l’interpretazione data da
A. Marinetti102, dovrebbe costituire il destinatario; la dedica proma-
na dai ‘Safini’ e dalla túta stessa, e ciò – assieme ad altri aspetti –
porta ad individuare un destinatario ‘divino’, ‘semi-divino’, il ‘genius’
della comunità’, forse un antenato eroizzato103.
Tatius dovrebbe presupporre una base onomastica *Tata da tata
‘nonno, avo’ non attestata onomasticamente come invece lo è Atta da
atta che è ben più di un ‘padre’ nel linguaggio infantile, come appare
nella vulgata secondo Paolo (13L) «Attavus, quia atta est avi nomine,
id est pater ut pueri usurpare solent»; ma questa vulgata è da rivede-
re secondo lo stesso Paolo (11L) «Attam pro reverentia [corsivo mio]
seni cuilibet dicimus, quasi eum avi nomine appellamus» : su ciò v.
sopra Marinetti 1982 (cit.). Dio solo sa come era la voce (o le voci) in
Festo così epitomate da Paolo e, meno ancora, nell’originale di Ver-

100
Cfr. sopra in testo, e Prosdocimi, Appunti per una teoria del nome proprio,
cit.
101
Una forma titiúí compare nell’iscrizione sul ‘bracciale’ conservato a Chie-
ti, in un contesto non immediatamente perspicuo, ma che comunque inquadra
l’iscrizione come dedica; cfr. Marinetti, Iscrizioni sudpicene, cit., p. 233 e, con
una revisione di lettura e interpretazione, A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, in
Piceni popolo d’Europa, Roma 1999, p. 134-139, spec. 138.
102
Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, cit., p. 117-130.
103
Cfr. gli indizi di un culto degli antenati nell’iscrizione sudpicena Marinetti
AP 2, con dedica ‘alla madre (e) al padre’.

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120 ALDO PROSDOCIMI

rio Flacco, ma un valore di atta come termine parentale sui generis e


non semplice voce puerile pare assicurato, la riprova è nel lemma di
Paolo (13L) che riporta la notizia relativa ai ‘pueri’ : attavus dei codi-
ci è stato corretto in *atavus (ă-) perché ritenuta lectio facilior su un
*atavus a causa di atta che seguiva. ătavus non dovrebbe andare con
atta non solo a causa della quantità di ă – un ātavus sarebbe compa-
tibile con atta secondo il tipo iūpiter : iŭppiter – ma perché è in una
serie di forme in cui avus è preceduto da preposizioni (proavus, aba-
vus) e quindi at- sarebbe da qualificare come preposizione *ati/e al-
trimenti nota; ma è proprio la possibilità di associare atta ad atavos
che non è certo voce puerile ma di alto o altissimo livello (per tutti
Orazio degli atavi regali di Mecenate) che riporta atta a un valore
parimenti alto anche se è anche ‘voce’ di pueri; non solo, ma proprio
il contesto in cui si dice che è voce di pueri conferma che atta è an-
che, e prima (Paolo 13L), termine pro reverentia. Con questo ci si ri-
porta a un punto capitale tanto usato (ed abusato) quanto decettivo
nella sua (apparente) semplicità ed evidenza esplicativa : i nomi tipo
atta, tata, papa etc. sono voci infantili elementari e, per questo, sono
o possono essere presenti in tutte le lingue senza motivi di parentela
genetica. Tuttavia questa è una spiegazioni della forma in generale,
della genesi in generale e, entro la generalità, della genesi entro sin-
gole lingue indipendentemente da monogenesi o poligenesi ma non
è una spiegazione della funzione assunta nelle singole lingue ivi in-
cluse ‘famiglie’ linguistiche, tra queste le lingue indeuropee e/o alcu-
ne lingue indeuropee : qui la funzione è assunta ben oltre quello che
è definito ‘voci infantili’; qui la forma, associata al valore-funzione
(il ‘segno’ di Saussure), potrebbe riportare a comunità genetica. Non
è questa prospettiva che interessa qui – che peraltro andrà ripresa
oltre la genericità dell’universale (o quasi universale) delle voci in-
fantili – quanto la funzionalità assunta in latino ed in italico tra si-
stema di lessico e sistema onomastico. Ho altrove104 rivendicato la
linguisticità del nome proprio non quale elemento di lessico (di lan-
gue), ma in quanto significa iuxta propria principia : qui i principia
sono diversi rispetto al modo di significare del lessico anche se l’o-
nomastica è fondata su forme lessicali, in un modulo che è stato de-
finito ‘bricolage’105. Nel mio lavoro del 1989 (citato) ho pure proposto
di definire il livello dell’onomastica a partire dall’Individuo Cultura-
le, in questo preceduto dall’Individuo Fisico : sopra e nota preceden-
te; a questo nella lingua, risponde l’Individuo Linguistico quale No-
me Proprio; ho anche mostrato, se pure in modo insufficiente e sbri-

104
Prosdocimi, Appunti per una teoria del nome proprio, cit.
105
C. Lévi-Strauss, La penséè sauvage, 1962.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 121

gativo, che vi può essere interferenza tra i livelli di identificazione


dell’Individuo; qui accentuerei la centralità dell’Individuo Culturale
nel senso che la sua traduzione in lingua può essere insieme et nome
di lessico et nome di onomastica a seconda della catena sistema in
cui viene posto : questa dovrebbe essere la posizione di nomi quali
atta/Atta, *tata/Tata etc.
Questo breve intermezzo può avere oscurato invece che chiarifi-
cato il tema, pertanto ritorno alla fattualità che si articola a più livel-
li, connessi ma da distinguere : 1) è un fatto che nomi come atta/Atta
sono et nomi comuni et nomi di Individuo; 2) è pure un fatto che
questo tipo di nomi funziona in modo particolare nei due sistemi in
modo simmetrico : nel sistema lessicale rientrano nella terminolo-
gia della parentela ma con modalità particolari rispetto al sistema
‘centrale’106 ; nel sistema onomastico hanno parimenti uno status
particolare rispetto al sistema ‘centrale’ perché sono insieme nomi
di lessico di una classe ad un solo membro – quindi individuano co-
me nomi di lessico quali Individui Culturali – ma, in questo status,
individuano anche come Individui Linguistici cioè come Nomi Pro-
pri; 3) la posizione particolare, almeno in lingue indeuropee come il
latino e l’italico, sembra essere collegata alla loro struttura ‘elemen-
tare’ rispetto alla loro posizione nel sistema parentale ‘centrale’ in
-ter e, insieme, con altri elementi non in -ter ma non di forma ele-
mentare che vi si sono associati, tipi lat. filius, gr. yßio¥v, ted. Sohn etc.
(v. nota precedente). In antico indiano tatá- è normalmente reso e
inteso come nome familiare del padre : Mayrhofer p. 471 s.v. tatá
tatáh m. Vater / father (im RV familiärer Ausdruck zusammen mit
nanā´ «Mutter, Mütterchen»; dieses Nebeneinander setzt sich in heu-
tigen Mundarten des Nordwestens fort, Schulze, Kl. Schr. 237f.), tatā-
mah m. Großvater (AV); tātá (Vok. Sg.) freundliche Anrede (an den
˙ den Schüler), später auch tātah m. Vatter. Kosewort wie gr.
Sohn,
˙
te¥tta, ta¥ta, tatã, lat. tata, rus. táta «Vater» u.v.a., vgl. U., WP I 704,
Vasmer III 81.
Il rimando al W(alde) P(okorny) può ora essere sostituito dal
suo derivato Pokorny (IEW p. 1056 s.v.) :
tata-, tē˘ta u.dgl.; Lallwort.
Ai tatá- ‘Vater’, tāta- ‘Vater, Sohn, Lieber’; gr. te¥tta (Hom.) Vok., tatã
Vok. ‘o Vater!’; alb. tatë ‘Vater’; lat. tata ‘Vater (in der Kindersprache);
Ernähern’; cymr. tad, corn. tat ‘Vater’, hen-dat ‘Grossvater’; aisl. þjazi
‘ein Riese (*þeUa-sa?); lett. tẽta, lit. tẽ˙tis, tẽ˙të, tėtýtis ‘Vater’, apr. thetis
‘Grossvater’ (apr. tāws ‘Vater’, thewis ‘Vaterbruder’, lit. tė´vas, lett. tē-
ves ‘Vater’), lit.tetà ‘Tante’, žemait. titìs ‘Vater’; russ. táta usw. ‘Vater’,

106
Cfr. P. Solinas, Sulla terminologia della parentela nell’indeuropeo. Le radici
ottocentesche della questione. Parte I, in Atti dell’Istituto Veneto di SS.LL.AA.,
CLVI, 1997-98, p. 783-866.

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122 ALDO PROSDOCIMI

russ-ksl.teta usw. ‘Tante’, aksl. tet6–ka ds.; nhd. Tate, ostfries. tatte ‘Va-
ter’; norw. taate ‘Lutschbeutel’, isl. táta ds., norw.schwed. tātte
‘Frauenbrust, Zitze’.
Daneben germ. Formen mit i und u : ags. titt ‘Brustwarze, Kuhzitze’,
mhd. zitze ‘Zitze’, schwed. titta ‘Tante, alte unveirhatete Frau’; mdh.
zutzel ‘Sauglappen’, schwed. tytta ‘alte Frau, Muhme’, ahd. tutta, tuta
‘Brustwarze’ u.dgl.; ähnlich gr. tytuo¥v, -on ‘klein, noch ganz jung’, ty-
tuo¥n ‘ein bisschen’, inschr. auch ‘bre¥fov, paidı¥on’; tynno¥v ‘klein gering’;
eine auch ausserhalb der idg. Sprachen verbreitete Lallwortgruppe.
WP.I 704, WH.II 650, Trautmann 320, Vasmer 3, 81.
La lemmatizzazione dell’IEW che associa tata a teta è dovuta al
preconcetto di ‘Lallwort’ per questa classe di forme; per questo, a
causa della forma, tutto pare permesso, anche se la distribuzione se-
mantica è ben precisa : tata è per lo più (se non esclusivamente) ‘pa-
dre’ e teta per lo più non lo è. Si tratta di specificare quale tipo di ‘pa-
ternità’ : l’esplicito o l’implicito porta ad una ‘paternità’ di tipo ‘fami-
liare e/o infantile’ ma, credo, ci sia anche un’altra paternità,
istituzionale anche se marginalizzata (specificherò e inquadrerò più
avanti il senso di ‘marginalizzazione’). Nella voce del IEW sono rias-
sunte, ma non specificate, le valenze semiche di tata, ma una parte
di questo può essere, o è, causato dalla genesi formale, ma non im-
plica la semicità e, specificamente la funzionalità nella terminologia
della parentela o, come preferirei, nella terminologia delle relazioni
sociali107 ; da questo punto di vita, che è il solo pertinente per l’uso
del termine, è certamente ‘istituzionale’ nel senso che lo è il tipo lat.
pater, gr. path¥r, sscr. pitā etc.; è però da ribadire che i termini di ti-
po tata sono comunque istituzionali perché rientrano in un sistema
di lingua che significa una struttura sociale, quindi istituzionale; ne
consegue che sarà da individuarne posizione e funzione nel sistema,
e non sarà da escluderle dal sistema perché non appartengono a un
nucleo sottosistemico quale, dal punto formale, la terminologia -ter
o, dal punto contenutistico, la terminologia della parentela ‘centrale’
(sopra ad nota 106). Al proposito va ancora una volta sottolineato il
grosso equivoco, vero ‘peccato originale’, del modo in cui è stata
considerata la terminologia del tipo tata liquidata all’insegna della
genesi della forma di Lallform o di nursery rime, etc. e non della fun-
zionalità semantica nel sistema della/e lingua/e, e ciò anche con ri-
flessi nella parentela genetica di tali forme : se è un a priori che un
tata dell’antico indiano non può di per sé essere esposto qui all’inse-
gna di parentela genetica con un lat. tata o con un celtico *tata, una
volta dimostrata prima la parentela genetica tra dette lingue e che,
entro tale parentela, vi sia una isomorfia di funzionalità nel signifi-
care – in ciò, differenziata tra ‘voce elementare’ e ‘lessico istituziona-

107
Cfr. Solinas, cit. a nota precedente.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 123

le’ – è lecito proporre l’ipotesi di genesi comune quale istituzionalità


terminologica della parentela e/o delle relazioni sociali. [V. ‘Appen-
dice’ nr. 8]; come più volte affermato la questione si incentra sulla
posizione assunta, nell’essere come varietà entro l’‘indeuropeo’ la cui
parentela è definita prima con parametri linguistici, e dopo come
evolvere entro le singole tradizioni.
Vedremo meglio per il caso atta; qui riprendiamo il caso tatá
dell’antico indiano dai dati documentali su cui si è basata la vulgata
(sopra e appresso) e su dati potenziali secondo una recentissima tesi
sulla lingua sottostante alle iscrizioni ‘protoindiane’ (avanti § ‘Ex-
cursus’). Come visto l’etimologia, con la vulgata, pone e spiega sscr.
tatá all’insegna di ‘Koseform’ e la comparazione con altre lingue in-
deuropee confermerebbe implicitamente ciò che non è esplicitato
nello stesso senso; tuttavia un (AV) tatāmahah ‘Grossvater’ male si
accorda con la semicità data come in RV ‘familiarer˙ Ausdruck’; si
può ribattere che l’autorità del Rgveda è superiore a quella del-
l’Atharvaveda per cronologia e per˙la consistenza stessa delle raccol-
te; è peraltro da aggiungere che l’Atharvaveda conserva arcaismi che
il Rgveda non ha; secondo la spiegazione corrente tatā-maha sarebbe
˙
rifatto su pitā-maha, frequente ma con documentazione a partire
dall’Atharvaveda : anche se fosse così, si deve porre per tata una se-
micità che poteva sovrapporsi a quella di pitā ‘pater’. Inoltre c’è un
tata tata che è tradotto come ‘father of fathers’; se è così non c’è spa-
zio per una voce ‘familiare’, bensì per un termine parentale di alto li-
vello anche se relegato fuori dal sistema ‘centrale’ dei nomi in (sscr.)
-tā < -*tēr integrati da termini quali putra- o gr. yßio¥v.
Pokorny IEW, voce atos/atta p. 71 :
ā˘tos, atta Lallwort ,Vater, Mutter’.
Ai. attā ,Mutter, ältere Schwester‘, atti-h ,ältere Schwester‘, osset.
`a`da, gr. a¶tta, Väterchen‘ dial. Akk. a¶tein, a¶˙ttein ,Großvater‘, lat. atta
m. ,Vater; Kosewort der Kinder dem Vater gegenüber‘, got. atta ,Va-
ter‘ (Demin. Attila, ahd. Ezzilo), afries. aththa ds., ahd. atto ,Vater,
Vorfahr‘ (tt durch stets danebenlaufende Neuschöpfung unverscho-
ben), aksl. ot6–c6– (*āttikós) ,Vater‘; alb. at ,Vater‘, joshë ,mütterliche
Großmutter‘ (*āt-stā?), hett. at-ta-aš (attaš) ,Vater’.
Ein ähnliches *ā˘to-s in germ. *āþala, *ōþela scheint auch die
Grundlage von ahd. adal ,Geschlecht’ nhd. Adel, as. athali, ags. æUelu
N. Pl. ,edle Abkunft‘, aisl. aUal ,Anlage, Geschlecht‘, Adj. ahd. edili, as.
ethili, ags. æUele ,adelig, edel‘, dehnstufig ahd. uodal, as. ōthil, ags.
ēUel, anord. ōdal ,(väterliches) Erbgut‘ (vgl. auch ahd. fater-uodal, as.
fader-oUil ,patrimonium‘); hierher got. haimōþli n. ,Erbgut‘, vgl. mit
derselben Vokallänge ahd. Uota (eigentlich, Urgroßmutter‘), afries.
ēdila ,Urgroßvater‘; toch. A ātäl ,Mann‘; hierher auch av. āuwya- ,Na-
me des Vaters Uraētaona’s‘ als ,von adeliger Abkunft‘?
Die Zugehörigkeit von gr. aßtalo¥v, jugendlich, kindlich‘, aßta¥llw
,ziehe auf, warte und pflege‘ und ,springe munter wie ein Kind‘, red.

.
124 ALDO PROSDOCIMI

aßtita¥llw ,ziehe auf‘ (Redupl. unter Einfluß von tiuh¥nh ,Amme‘?),


wird von Leumann Gl. 15 154 bestritten.
Ein auf den verschiedensten Sprachgebieten sich stets neu bil-
dendes Lallwort (z. B. elam. atta, magy. atya ,Vater‘, türk. ata, bask.
aita ds.). Ähnlich tata.
WP. I 44, WH. I 77, 850, Feist 62, 233, Trautmann 16.

I riferimenti essenziali ci sono ma vanno riordinati e razionalizzati :


1) a) quidditas. La natura/genesi di ‘Lallwort’ pare una evidenza
non solo per la forma – a cui è da aggiungere la specularità con ta-
ta come amma : mama etc. (sopra) – ma anche per il contenuto che
si distribuisce tra semicità ‘femmina’ e ‘maschio’, tuttavia in modo
non disordinato e non omogeneo nella quantità e qualità distributi-
va; b) la probabilità, per molti e per me certezza, che il sexus fisico
e/o socioculturale non avesse corrispondente categorizzazione qua-
le genus grammaticale (Appendice, n. 4); ciò ne avrebbe determina-
to la dissociazione in ‘+maschio’∼ ‘+femmina’ ma ne avrebbe posto
le condizioni di diversità di polarizzazione, così come il genere
grammaticale fa realizzare in modo corrispondente il sesso di per-
sonificazioni di concetti astratti, per esempio la ‘morte’ tra latino e
germanico. Questo, come si è detto, non è una predeterminazione
assoluta ma una predeterminazione probabilistica, e ciò è suffi-
ciente a spiegare la distribuzione semantica del ‘Lallwort’ e, insie-
me, a rendere significativa la polarizzazione nel ‘+maschio’ come
quantità e qualità :
2) a) quantità. amma ‘+femmina’ è molto più ristretto che ‘+ma-
schio’ e, inoltre, come contenuto i due non si sovrappongono nella
stessa tradizione, il che implica che l’origine (genetica ‘onto’- e ‘filo’-)
è un antefatto rispetto alla funzionalità semantica, derivatane sì ma
sola pertinente nelle tradizioni di lingue indeuropee in cui occorre.
b) qualità. La specializzazione -a ‘+ maschio’ occupa uno spazio cen-
trale nell’istituzionalità indeuropea, e di altre tradizioni; qui è perti-
nente l’ambito indeuropeo secondo le premesse date sopra per
quanto attiene alla parentela linguistica, e a ciò che di semantico-
istituzionale vi è connesso : il tutto precede e inquadra fenomeni al-
trimenti ascrivibili a (quasi) universalità delle forme. Peraltro que-
sto è un solo aspetto perché ve ne è un altro e, a nostro avviso, più ri-
levante : la terminologia collegata e/o derivata non è quella di un
‘padre’ qualunque, e nemmeno quella di un ‘pater’ quale ‘pater fami-
lias’ in epoca ‘romulea’ (nota 50)108, ma di un ‘padre dei padri’, un
‘padre carismatico’ che sta oltre e/o al disopra della rete terminologi-
ca della parentela, e per questo può significare un ‘di più’ che non

108
Cfr. sopra in testo e Prosdocimi, PQQ I e PQQ II citt.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 125

rientra nella terminologia parentale in senso stretto [Appendice


n. 8]; per ristrutturazioni e/o evoluzioni semantiche, vi può essere
introdotto così da entrare nella casella semica di ‘pater’; tuttavia la
casella che gli spetta è quella di un ‘pater’ in senso ideologico più che
giuridico, cioè un ‘padre dei padri’ o un ‘super-padre’. Ciò che rap-
presenta nelle lingue germaniche, in sé e più nei derivati, implica a
fortiori la configurazione predetta (appresso) : la natura/origine for-
male di ‘Lallwort’ è un passato (remoto) mentre la sua funzione nella
terminologia della parentela (o delle relazioni sociali : Appendice,
n. 8) è una evidenza che, tuttavia, andrà ulteriormente studiata fra
terminologia parentale in senso stretto (giuridico) e terminologia
parentale in senso ideologico. Una volta identificato il punto crucia-
le e cioè la non-spiegazione all’insegna della forma (‘Lallwort’) in fa-
vore della funzionalità, si aprono delle prospettive di revisione e di
allargamento di orizzonti sulla terminologia delle ‘relazioni sociali’
che hanno per centro le relazioni parentali : non è di questo che trat-
tiamo qui (altri forse lo farà in altra sede); qui ci limitiamo alla pre-
senza di questa terminologia parentale ‘fuori sistema’ nell’onomasti-
ca e, tramite questa, ad altri nomi di funzionalità sociale, sociogiuri-
dica o socioculturale, nell’onomastica. Più avanti poniamo un caso
in cui la errata qualificazione funzionale di forme ‘Lallwort, nursery
rime’ può essere fuorviante o può non dare le coordinate appropriate
per questioni di capitale importanza quale potrebbe essere una
‘chiave’ per la decifrazione/interpretazione di una scrittura e, nel
contempo, inquadrare la lingua nei termini consentiti dai materiali
documentali (§ 3.1.3 a proposito delle iscrizioni ‘protoindiane’ da
Harappa e Moenjodaro nella decifrazione proposta da E. Peruzzi).
Torniamo a Roma e Italici.
Ciò che Marinetti (1982) ha proposto per atta, *appa (sopra
§ 3.1.1) resta valido e trova la sua collocazione nella classe di questi
nomi di qualificazione sociale che hanno uno status particolare per
cui identificano un individuo quale membro di una classe ad un solo
membro (B. Russell), e questo condivide una funzione propria del-
l’onomastica, ma per una via diversa, lessicale e non specificamente
onomastica; lascio qui da parte queste distinzioni di principio109 per
riportare alla fenomenologia specifica e alle motivazioni della fun-
zionalità onomastica del tipo atta : questa risulta da quanto visto so-
pra, ma è meglio identificata e circoscritta da quello che non av-
viene : perché atta (e *tata : appresso) ma non pater? La risposta, an-
che in questo caso, è stata adombrata sopra nel modo e/o livello di
istituzionalità tra giuridicità in senso stretto ed ideologia, non in
senso generico ma nelle potenzialità che da essa possono realizzarsi.

109
Ma vedi Prosdocimi, Appunti per una teoria del nome proprio, cit.

.
126 ALDO PROSDOCIMI

‘pater’ all’interno della familia, di cui è appunto il pater familias,


è un termine di una classe ad un solo membro : questo ancora in fa-
se (relativamente) recente per cui la resa/traduzione è il pater fami-
lias, come (ancora) è nel Catone del de Agricultura110) : questo in as-
soluto nella Roma dei pater (singolare pour cause) romulei in fase
pre-Quiritaria111, che entro la familia si configurano come ‘(quasi) re’
con diritto di vita e di morte; pertanto : in questa prospettiva socio-
giuridica la familia è in comunità con altre familiae che hanno pater
con lo stesso status giuridico Pater individua, quasi come nome pro-
prio, solo all’interno della propria familia quindi, come tale, non ha
potenzialità individuante all’infuori della familia; se pure la familia
pare configurarsi come struttura portante della società, la comunità
è composta da più familiae, per cui ne consegue che pater resta es-
senzialmente un termine di lessico, quindi gli è preclusa una funzio-
nalità di tipo paraonomastico che pertiene al tipo atta/Atta che, in
formula binomia, può identificare al pari di un prenome, anche se
per via diversa e con uno statuto diverso per principio, ma poi assi-
milato a un prenome vero e proprio per cui un atta/Atta viene ‘nor-
malizzato’ in Attius/Attus. [2008. Per ragioni di lunghezza, già ecces-
siva, nel 2002 → 2003/4 avevo omesso un paragrafo su Atta ‘padre’
nel Padre Nostro del gotico della traduzione di Wulfila, e su come ne
tratta Benveniste 1969, Vocabulaire; l’ho ripreso nella relazione del
Convegno ‘Roma 2007/8’, nella stesura 2008].

Excursus 3.1.3. tata in una proposta di decifrazione delle iscri-


zioni protoindiane
E. Peruzzi ha proposto dei preliminari alla decifrazione delle
iscrizioni protoindiane112. La qualifica di ‘preliminari’ è riduttiva per
la quantità condensata e qualità intrinseca del processo di ‘decifra-
zione’, specialmente nella eleganza del procedimento argomentati-
vo. Personalmente credo che Peruzzi abbia aperto la via maestra ed
è da augurarsi che prosegua oltre quello cui è arrivato; anche se i
primi (e per me eccezionali) risultati non convincessero, lo scritto

110
Su ciò Prosdocimi, Tavole Iguvine II § 4, e III § ‘Tassonomie’, in stampa;
cfr. (anche se sorpassato da TI cit.) A. L. Prosdocimi, Catone (a. c. 134, 139-141) e
le Tavole Iguvine. ‘Archetipo’ produzione e diacronia di testi nei rituali dell’Italia an-
tica, in Testi e monumenti. Studi storico-linguistici in onore di Francesco Ribezzo,
Mesagne, 1978, p. 129-203.
111
Prosdocimi, PQQ I e PQQ II citt.
112
E. Peruzzi, Indeuropei ad Harappa, in La Parola del Passato, LVII, 2002,
p. 401-466. Per difficoltà grafiche si omettono le riproduzioni di segni ‘decifrandi’
e vi si rimanda all’originale (in Peruzzi 2002) con le convenzioni [orig.] : per i no-
stri fini – non per la decifrazione! – il discorso resta sufficientemente intelligibile.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 127

dovrà comunque restare tra i modelli della decifrazione113. Questa


premessa è necessaria perché io escerpirò un frammento in quanto
pertinente al nostro tema ma che, avulso dalla sequenza argomenta-
tiva, perde lo smalto che ha in essa perché ivi è ‘preparato’ da quanto
precede ma, soprattutto è confermato da quanto segue, il tutto all’in-
segna della individuazione del sistema di notazione dei numerali,
sia cardinali sia, e qui è il punto che interessa, con gli ordinali rico-
nosciuti come formati in -ta : il valore ta attribuito a un sillabogram-
ma grazie ad una determinata ipotesi di lavoro su una serie di 4 sil-
labogrammi identici in sequenza è la chiave euristica per entrare
nella cifra. Riprendo frammenti da Peruzzi (p. 41-44), ricordando
ancora una volta che la scontestuazione, necessaria per ragioni pra-
tiche, non rende giustizia alla pregnanza di ciò che è escerpito.

Ǥ 4.3. Tornando al segno ---, il fatto che esso, in quanto suffisso per gli
ordinali, abbia valore fonetico (§ 11) porta a non condividere l’identificazio-
ne sostenuta da Parpola, che invece presuppone per --- un valore ideografi-
co : ‘le sequenze [v. originali p. 451 Peruzzi] formano tutta l’iscrizione di due
bastoncini d’avorio (2795 e 2803) ma un terzo bastoncino d’avorio (2792) re-
ca l’iscrizione - -- ----’.
I due gruppi [v. originali p. 451 Peruzzi], proprio perché sono due scrit-
ture diverse, corrisponderanno a due distinte espressioni (cf. § 41), e a mag-
gior motivo se si tratti di nomi propri (un individuo non scrive il suo nome
in due modi completamente diversi nel medesimo ambiente e su oggetti
identici).

§ 44. E qui con triplicazione e quadruplicazione del segno fonetico --- si


scrivono nomi, propri o comuni, che si riferiscono a persone, poiché alle
epigrafi su bastoncini d’avorio or ora citate (§ 43)

2795 [v. originali p. 451 Peruzzi]


2803 [v. originali p. 451 Peruzzi]
corrispondono, rispettivamente,
L-210 oo [v. originali p. 451 Peruzzi] (impronta di sigillo)
M-1123 oo [v. originali p. 451 Peruzzi] (sigillo) [fig. 40].
Non sappiamo se in esse l’ultimo segno
l) funga solo da determinativo ideografico, oppure
2) sia l’elemento finale di un composto,

ma tanto oo quanto oo [v. originali p. 452 Peruzzi] sono l’immagine di un


individuo (il secondo segno è un nesso di U con il pittogramma ∼ trattato al
§ 38) e dunque i due gruppi si riferiscono ad un uomo.
Perciò in [v. originali p. 451 Peruzzi] si ha la scrittura fonetica di due
nomi che nelle corrispondenti diciture sigillari

113
Malgrado libri e/o lavori sulle decifrazioni resta, a mio avviso, da fare un
lavoro generale sulla decifrazione in sé e poi articolata nelle varie decifrazioni.

.
128 ALDO PROSDOCIMI

1) ricorrono accompagnati dai determinativi * e, rispettivamente, ∼, op-


pure
2) sono il primo elemento di un nome composto con * e, rispettivamen-
te, ∼.
Se si tratta di nomi propri, [v. originali p. 452 Peruzzi] potrebbe essere
forma accorciata di [v. originali p. 452 Peruzzi], forse con valore ipocoristi-
co (ma v. § 53).

§ 45. Secondo un principio generale formulato da Jakobson (che perciò


talvolta va sotto il nome di ‘legge di Jakobson’), in tutte le lingue le fasi dello
sviluppo fonologico si succedono seguendo un ordine costante.
‘All’inizio del primo stadio linguistico si avvia lo sviluppo del vocalismo
con una vocale aperta, e contemporaneamente lo sviluppo del consonanti-
smo con un’occlusiva di articolazione anteriore. Come prima vocale compa-
re una a, e di solito un’occlusiva labiale come prima consonante del linguag-
gio infantile. Come prima opposizione consonantica si presenta quella del
suono orale e nasale (per es. papa – mama); segue l’opposizione delle labiali
e dentali (per es. papa - tata e mama - nana). Se osserviamo le lingue vive del
mondo, rileviamo che queste due opposizioni costituiscono per così dire il
consonantismo minimo. Esse sono le uniche che non possono mancare in
nessun luogo’.
Inoltre, la ripetizione della medesima sillaba, come appunto nelle forme
ora citate, è caratteristica dei termini parentali.
La ‘legge di Jakobson’ non fa altro che enunciare (e spiegare psicologi-
camente e fisicamente) un fatto di comune esperienza. È una legge statistica
fondata sui grandi numeri, cioè sull’osservazione dell’uniformità di certe
strutture fonologiche in un esteso numero di lingue, e dunque vale per ogni
tempo e luogo.
Poiché si tratta di un fenomeno generale, qualunque lingua parlassero i
protoindiani, è statisticamente probabile che [v. originali p. 453 Peruzzi] ri-
ferentisi ad un uomo (§ 44) fosse propriamente un termine parentale con la
struttura fonica papa-papa o tata-tata.
Sono invece altamente improbabili le forme come mama-mama e nana-
nana perché nella maggior parte delle lingue mama e nana si riferiscono alla
madre; così per es. ved. tata ‘babbo’ – nanā ‘mamma’ (RV 9.112.3), gr. ta¥ta –
maùmmh, lat. tata – mamma, ecc.

§ 46. Come suffisso degli ordinali, [v. originali p. 453 Peruzzi] ha valore
fonetico (§ 11). Nel gruppo [v. originali p. 453 Peruzzi], esclusa una grafia
rebus, la quadruplicazione implica che il segno rappresenti una sillaba
(§ 39), ed è evidente che questa non può consistere soltanto in una vocale.
Qui giunti, è appena necessario avvertire che, procedendo oltre questa
ovvia constatazione, il ragionamento non potrà essere che probabilistico.
Poiché si riferisce ad un uomo (§ 44), [v. originali p. 453 Peruzzi] è una
parola o un nome proprio (eventualmente un ‘nome parlante’, ossia un voca-
bolo con funzione onomastica), non una pura onomatopea. Perciò la sillaba
rappresentata da [----] non avrà la struttura cons. + cons. + voc. (cioè per es.
[v. originali p. 454 Peruzzi] tra-tra-tra-tra) né cons. + voc. + cons. (per es. tar-
tar-tar-tar); del resto, avendosi la quadruplicazione della medesima sillaba, ne

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 129

risulterebbero forme assai poco probabili anche se si trattasse di un’onoma-


topea indeclinabile. E appare altrettanto improbabile una consonante aspi-
rata, per es. tha (cioè tha-tha-tha-tha).

La sillaba [v. originali p. 454 Peruzzi] sarà costituita da consonante e


vocale, e data la lunghezza della sequenza sarà una sillaba breve (cioè per es.
ta-ta-ta-ta, non tā-tā-tā-tā).

§ 47. Inoltre, un vocabolo o un nome (non un’onomatopea) così costrui-


to e riferentesi ad un uomo è senza dubbio la reduplicazione della forma bi-
sillaba [v. originali p. 454 Peruzzi] di Rjd-1 [fig. 44] (frammento vascolare,
dove però si vede che il gruppo è integro), forma che compare anche sul si-
gillo L-37 in un composto con altri due segni non sicuramente riconoscibili.
Di solito, in qualsiasi lingua, una parola così strutturata è originaria-
mente propria del linguaggio infantile : le voci bisillabe per iterazione del
medesimo segmento fonico sono per lo più nursery forms e per lo più, come
si è detto (§ 45), termini parentali.
Quanto poi al significato, un composto consistente nella ripetizione del-
la medesima parola è un tatpurusa, come ad es. ind. putra-putra ‘figlio del fi-
glio’, rāja-rāja ‘re dei re’, ecc. ˙

§ 48. Come avvertito fin dall’inizio (§ 6), in questo studio sulle epigrafi
della Valle dell’Indo ci si è valsi finora di forme indiane solo per chiarire il
ragionamento con esempi attestati in una lingua antica della medesima area
geografica, dove per altro si sono già ravvisati elementi di continuità cultu-
rale dall’età protoindiana fino ai giorni nostri.
Ora, sta di fatto che l’indiano ha una formazione con t (e nessuna con p)
che presenta tutti i caratteri indicati ai §§ 45-46 : tata-tata ‘padre dei padri’,
duplicazione di tata (familiare rispetto a pitr, cf. ved. tatā-maha letteralmen-
te ‘grand-papa, grand-dad’ = pitā-maha lett. ˙‘grand-père, grandfather’), e tata
è ‘forma lessicale specificamente vedica che ha trovato posto anche nelle for-
mule cultuali di preghiera’ e ‘ricorre già all’inizio di tutta la tradizione come
un vero e proprio appellativo’. Il ved. tata è irrilevante perché essendo una
nursery form (§ 47) non è in alcun rapporto con identiche parole di altri idio-
mi che hanno la stessa origine, come per es. gr. ta¥ta e lat. tata, e quindi
eventualmente nemmeno con un’analoga voce protoindiana (e trattandosi di
nursery forms, un protoind. tata non offrirebbe alcun indizio circa il vocali-

.
130 ALDO PROSDOCIMI

smo della lingua e la sua parentela), Non è invece privo di interesse, e non
soltanto a fini di pura esemplificazione, il raddoppiamento di tata nell’ind.
tata-tata, dato che il protoindiano presenta nel gruppo [v. originali p. 456
Peruzzi] che si riferisce ad un uomo (§ 44) la medesima quadruplicazione,
cioè ottenuta ripetendo una parola costituita da due sillabe identiche, e che,
appunto riferendosi ad un uomo, è probabilmente un termine parentale
(§ 45). In quanto nursery form, indipendentemente da qualsiasi rapporto ge-
netico, tale voce protoindiana potrebbe coincidere per origine, significante e
significato con quella indiana.
In qualunque modo si voglia giudicare tale accostamento, va sottolinea-
to che esso non si fonda indebitamente a fini ermeneutici, come è d’uso, su
presunti rapporti con altri idiomi, in questo caso con l’indiano antico. Alla
sua base vi è un dato intrinseco alla lingua : la cosiddetta ‘legge di Jakobson’
(§ 45) enuncia un fatto che si osserva nella maggior parte degli idiomi e
quindi è statisticamente probabile che si verificasse anche in quello della
Valle dell’Indo, così come si constata in innumerevoli sistemi linguistici di
ogni tempo e luogo; anzi, a rigore, la ‘legge di Jakobson’ si manifesta sempre,
se pur con diversa valenza : cioè per es. il tipo tata, di solito termine parenta-
le, compare come voce infantile tanto nelle lingue antiche quanto nelle mo-
derne, ma come nome del padre non in tutte è uscito dall’ambiente della
nursery e si è imposto nell’uso corrente (talvolta anche di registro elevato, ad
es. ittita gerogl. tata e romeno tată. Ne consegue che la nostra valutazione
del gruppo [v. originali p. 456 Peruzzi] resta statisticamente verosimile an-
che a prescindere da qualsiasi riferimento all’indiano antico».

Ho abbondato nella citazione integrale di un segmento dell’argo-


mentazione di Peruzzi mentre con rammarico ho tralasciato quel che
precede, perché qui è pertinente il modo argomentativo di Peruzzi re-
lativo a tata, tatatata indipendentemente dalla validità della decifra-
zione stessa. Il ricorso alla cosiddetta ‘legge di Jakobson’ è uno stru-
mento euristico per portare, come ipotesi di lavoro, un notum gene-
rale su un ‘ignoto’ particolare; questo ‘ignoto’ particolare era però
stato inquadrato all’interno nell’avere prima individuato che cosa po-
tevano e/o dovevano significare le sequenze in ta – nomi propri e/o ti-
toli e/o entrambi – e dopo, tramite la ‘legge’ (di Jakobson), l’avervi ri-
conosciuto il tipo di sequenze ripetute che poteva significare quello
che richiedeva l’analisi interna. C’è tuttavia un passo logico che si do-
vrebbe, e a mio avviso si può, esplicitare e cioè vi sarebbe una ‘nursery
rime’ (o ‘Lallwort’) che avrebbe funzione istituzionale di alto livello;
come tale, rientra nel quadro posto sopra che potrebbe, non dico do-
vrebbe, riportare una generica ‘Lallwort’ quale origine formale ad un
termine istituzionale entro la parentela ‘indeuropea’. A questo propo-
sito l’ipotesi è basata su sscr. tata/tatatata in chiave esemplificativa e
non genetica perché, nella (corretta) prospettiva da cui Peruzzi è par-
tito, una forma tata (o simili) non è esclusiva di una famiglia di lin-
gue : la forma sì, ma il contenuto? Abbiamo visto sopra la distinzione
tra genesi/natura della forma e il valore/funzione della stessa, e ciò re-

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 131

stringe la pluralità universalista anche se, di per sé, non riporta ad


una sola famiglia di lingue : ‘di per sé’ perché nel caso di tata, ponia-
mo tra latino e sanscrito (sopra), tata non fonda né può fondare alcu-
na parentela, ma la parentela tra dette lingue è già fondata su base
linguistica; pertanto il trovare forme di questo tipo con funzioni ‘isti-
tuzionali’ in lingue già dimostrate apparentate, che le forme in que-
stione (tata nel caso) vanno prese in considerazione, almeno come
ipotesi di lavoro, quale lessico istituzionale. Appare poi, se non presu-
miamo troppo, che quanto posto sopra fra genesi/natura formale e
funzione significativa di parole tipo atta/tata colmi una lacuna nella
sequenza argomentativa di Peruzzi : le forme tatatata sono ricono-
sciute quali ‘nursery rimes/Lallwörter’ ma l’uso passa attraverso la fun-
zionalizzazione nel significare di tali forme : tata ‘padre (carismatico/
ideologico?)’ tatatata ‘padre dei padri’114. Qui mi arresto perché la fun-
zione di questo excursus-appendice consiste nel mostrare l’opportu-
nità, meglio necessità, di individuare la funzionalità nel sistema
sociale (parentale v. sopra e ad nota 106) assunto dalle ‘nursery rimes/
Lallwörter’.

4. RITORNO A ROMA. FERTER. HOSTIUS. POPLIO- / PUBLIUS :


CONSIDERAZIONI MINIME

4.1. Il tipo Ferter è stato brevemente trattato da Marinetti 1982


(sopra) nella sua posizione tra nome-funzione e nome ‘onomastico’ :
tutta l’eziologia che lo concerne mette in risalto il nome-funzione
perché è il fondatore o sistematore dello ius fetiale in casa propria
(rex Aequicolus) e di qui introdotto a Roma tra Numa Pompilio (Li-
vio I, 24, 4 sgg.) e Anco Marcio (Livio I, 32, 5 sgg.). Si possono fare
speculazioni se Resius non rappresenti un *regius, il che avvalore-
rebbe la natura e persistenza di Ferter quale nome-funzione dell’‘of-
ferente’ potenzialmente generalizzato a ‘sacerdote’ in generale : le la-
sciamo da parte, perché il punto che qui è pertinente è lo status pa-
raonomastico di *ferter/Ferter. Peruzzi115 ha mostrato come la forma
in -ter e non in -tor, come è per i normali nomina agentis, è fedede-
gna, non solo perché è quella tràdita da due diversi testimoni, di cui
uno epigrafico, ma perché il suo comportamento morfonologico è

114
Se Peruzzi ha ragione di riconoscere in tatatata il ‘padre dei padri’; se vi si
può applicare che questa è una paternità di tipo carismatico per cui un ‘padre’ è
assimilabile alla posizione di un (piccolo) ‘rex’ – allora si pone la questione se il
modello non sia il tipo LU.GAL.GAL del sumerico (poi sumerogramma in accadi-
co) ‘re dei re’, meglio ‘principe dei principi’. Non sta qui, né a me, proseguire sulle
implicazioni di un eventuale rapporto tra la grafia protoindiana e quella sumeri-
ca.
115
E. Peruzzi, Ferter Resius, in «Maia» 18, 1966, p. 227-278.

.
132 ALDO PROSDOCIMI

diverso in italico e latino : -ter ha -tr- in derivazione mentre -tōr in la-


tino non lo è in quanto è in -tōrio-; la questione è forse più comples-
sa, a partire dalla sua descrizione della grammatica indiana che ha
influenzato descrizione e interpretazione della grammatica compa-
rata e ricostruttiva116 occidentale, ma per più ragioni, tra cui l’evi-
denza documentale, Ferter è forma che non va corretta in *Fertor117.
All’evidenza documentale si aggiungano due motivi, uno interno al
latino e uno nella matrice indeuropea. All’interno del latino una for-
ma in -ter – che non sia nella serie parentale tipo frater, mater, pater –
è difficilior rispetto ad una forma in -tor, per cui si danno due even-
tualità che rispondono allo stesso principio : se la forma equicola
fosse stata in -tor non avrebbe avuto nessun motivo di essere traspo-
sta in un latino -ter; se la forma equicola fosse stata in -ter non
avrebbe, parimenti, avuto nessun motivo di essere trasformata in
-tor all’interno della tradizione latina.

4.2. Poplio- / Publius, Poplicola / Publicola, poplico-/ publicus


Sopra abbiamo posto la questione dei prenomi ‘motivati’ quali
poplio- rispetto alla cognominazione Poplicola-. Quando è stata edita
(o pre-edita) l’iscrizione di Satricum (cfr. nota 68), il commento sul
prenome poplio- aveva richiamato la derivazione da poplo-, prece-
dente formale di populus, ancora nel valore (originario) di poplo-
‘esercito’, valore ben evidente perché è rimasto nel denominativo po-
pulāri e conservato col valore non evoluto in ‘populus’ (a Roma) nel-

116
Cfr. Solinas, Sul lessico indeuropeo della parentela, cit. a nota 106.
117
La voce ařfertur/arsfertur < *ad-bhertōr- nelle Tavole Iguvine è una testimo-
nianza incontestabile (v. ora Untermann, WOU cit. s. v., con alcune riserve sul
modo di proporre il termine tra latino, italico e precedenti ‘indeuropei’ : su ciò
Prosdocimi, Tavole Iguvine II in stampa, cit., § 10). Si aggiunga che l’idronimo
Fortóre è così definito nel Dizionario di Toponomastica (UTET, Torino 1990,
p. 282 s. v.) : «È l’antico Fertor nominato da Plinio Nat. Hist. III 103, di origine
prelatina ed affine all’etnico Frentani (...). L’idronimo è omofono di un altro no-
me di fiume della Liguria anch’esso menzionato da Plinio, Nat. Hist. III, 5 (que-
sto forse di origine latina; v. Petracco Sicardi-Caprini 1981, 50)». A parte l’assen-
za di accento e di indicazione del colorito vocalico per il Fortore meridionale se-
condo -o- (-tor-) che indica una originaria [ō] o una [ŭ] breve ad orecchio latino
se si tratta di una u italica; a parte l’accostamento con i Frentani che non possono
avere niente a che fare con Fertor come morfologia; a parte l’affermazione che
Fertor in Liguria è «forse» latino (anche perché un *bh- non latino sarebbe stato
probabilisticamente rappresentato da b-); a parte di domandarsi se Fertor del
Fortóre da (accus.) *Fertōre(m) sia un latinismo o la trasposizione in latino di un
italico *fertur- – a parte tutto ciò, si conferma che, italico trasposto in latino o la-
tino e basta (a mio avviso improbabile), -o- è di quantità lunga e non apofonica
come è invece il morfema -ter –.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 133

le Tavole Iguvine118. In altra sede ho criticato119 che poplio- dell’iscri-


zione di Satricum fosse una occasione per fare una etimologia re-
mota di ‘poplo- esercito’ : la pertinenza è nel valore sociopolitico e/o
istituzionale intorno alla metà del VI a.C. quale circa quem per la
nascita e correlata Namengebung di un Poplio- Valesio- : ancora po-
plo- ‘esercito’ o già poplo- ‘populus’? Ritengo che il valore primario,
se non esclusivo, fosse quello di ‘poplo- esercito’ e altrove credo di
poterlo dimostrare con un termine post-quem (posteriore di poco al
± 500 a.C.) in cui ‘poplo- esercito’ è ormai evoluto primariamente a
un valore poplo- ‘populus’. Ho posto sopra uno dei termini della que-
stione e cioè se il prenome Poplio- sia quello imposto dal pater nel ri-
conoscimento giuridico del figlio o sia un nome assunto più tardi
dal personaggio per una valenza ideologica, in seguito esplicitata
nella cognominazione poplicola/publicola. Un prenome ideologico è
verisimilmente Marcus detto di un Furius cognominato Camillus :
qui, se coglie nel segno questa ipotesi, si è in una situazione del tutto
diversa, non tanto perché la cognominazione di Camillus è comple-
mentare a Marcus120 mentre la cognominazione Poplicola / Publicola
riproduce il prenome Poplio- ma, e questo è fondamentale, perché,
se è così, il prenome Marcus sarebbe stato dato da una tradizione
ideologizzatrice e ‘storicizzatrice’, mentre Poplio- attestato nell’iscri-
zione di Satricum mostra chiaramente che è il prenome di un Vale-
sio, quasi certamente il Poplicola. Non tenendo conto della differen-
za posta sopra, tra la prenominazione Poplio- di un Valesio- senza
cognominazione in Satricum ma cognominato nella tradizione co-
me Poplicola / Publicola – oltre alla differenza vista sopra tra com-
plementarietà e ripetizione/sovrapponibilità – si avrebbe una inver-
sione per cui un Furius Camillus avrebbe ricevuto il prenome ‘ideo-
logico’; mentre un Poplio- Valesio- avrebbe ricevuto un prenome
‘cognominale’; vi è però un tratto comune, del medesimo rilievo :
entrambi sono all’insegna di ideologia trasposta nel lessico correlato
all’onomastica; su ciò torneremo appresso dopo un paio di conside-
razioni per cui Poplio- non solo è ideologico ma potrebbe essere un
prenome con funzione ‘cognominale’, allora autoimpostosi dal per-
sonaggio storico-fisico, e non dal pater alla ‘nascita’ (giuridica). Po-
plio- Valesio- dell’iscrizione di Satricum ha dei suodales, cioè una
‘banda’da presupporre guerriera sia, come pare probabile, ove siano
qualificati Mamartei ‘Marzii’, sia nel caso che Mamartei sia il dativo
di dedica ‘a Marte’121. Se si aggiunge che (almeno) una tradizione at-

118
Prosdocimi, Tavole Iguvine III, in stampa.
119
Cfr. i miei lavori citati a nota 68.
120
Tratto di questo aspetto a proposito del Marce Camitlnas della Tomba
François di Vulci, in un lavoro tuttora inedito (cfr. nota 134).
121
Prosdocimi, Sull’iscrizione di Satricum, cit.

.
134 ALDO PROSDOCIMI

tribuisce al Publicola la fondazione della repubblica dopo avere


sconfitto un esercito ‘Tarquinio’ che doveva essere del tipo ‘tiranni-
co’ come o lo costituivano quelli del Prisco e del Superbo, cioè un
esercito personale, dovrebbe essere implicito che anche il Publicola
doveva avere un esercito dello stesso tipo di cui facevano parte i suoi
suodales, gli autori della dedica di Satricum. La configurazione di
un Publicola con un esercito personale di tipo ‘regale-tirannico’ po-
trebbe essere la ragione per cui, accanto alla fondazione della Re-
pubblica, al Publicola è adombrata, se non esplicitamente associata,
una affectatio regni. Lascio questo terreno che non mi è proprio per
ritornare al punto che qui interessa e cioè la trasparenza lessicale
del prenome Poplio- e del cognomen Poplicola.
Si parte da una premessa basilare : poplo-, da cui il prenome Po-
plio-, ha un aggettivo corrispondente che è poplı̆co-, attestato in epo-
ca antica ma che arriva piuttosto in basso e che è ufficializzato come
istituzionale in diciture del tipo poplicod. Per ragioni che qui non in-
teressa perseguire in tutti i particolari, ad un certo punto poplico- è
sostituito da pūblico-; non essendovi alcuna ragione fonetica per la
sostituzione, questo non può essere che un incrocio lessicale e que-
sto, a priori, dovrebbe avere una motivazione semantica nel lessico.
Tra le motivazioni, già addotte nella vulgata, vi è l’incrocio con pū-
bes, e pare la più probabile se non addirittura l’unica possibile; tut-
tavia questo incrocio, o rimotivazione, è stata posto all’insegna della
forma piuttosto che della semantica, qui semmai di semantica istitu-
zionale. L’incrocio, relativamente tardo, ha delle implicazioni sia
per pūbes che per poplo- : per entrambi implica una continuità, cro-
nologicamente in basso, della semicità bellica di pūbes e pop(V)lo-;
quella della pūbes, che sarà recuperata da Virgilio, è da rivedere nel-
le motivazioni ‘in alto’ quali la ‘iuventus’ e la (osco-sannita) ‘vereia’
(di ciò altrove122) anche per la (relativa seriorità) dell’incrocio pubes
+ poplo- > poplico- > pūblicus che implica una permanenza della se-
micità guerriera per entrambi i termini, in particolare per poplo- che
già dal ± 500 a.C. (sopra) significava primariamente ‘populus’ (del la-
tino classico e giuridico). Quello che è centrale ai fini del nostro di-
scorso è il fatto che il prenome Poplio- si trasforma in Pūblio- quan-
do poplico- si trasforma in pūblico- : una eventuale sfasatura non sa-
rebbe rilevante rispetto alla isomorfia della trasformazione; ciò
implica, evidentemente, che il prenome Poplio- conservava – quindi
a fortiori aveva prima – una trasparenza lessicale ideologica, nei ri-

122
Prosdocimi, Tavole Iguvine III, in stampa. Nelle TI non c’è il termine ve-
reia, che è dell’italico meridionale, ma c’è poplo che, almeno nelle radici, ne è il
corrispondente, qualcosa come ‘gioventù di leva’ (= in armi). Sui giovani di leva
in epoca arcaica v. Torelli, Lavinium, Roma, 1984, passim.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 135

guardi di poplo-; anche altri prenomi conservano trasparenza e/o


motivazioni rispetto alle loro basi lessicali e questo è ricordato dal-
l’antiquaria (v. sopra), ma il nostro ha l’evidenza nell’uso di lingua
(poplico- > pūblico-) e non solo in una operazione antiquaria. In con-
clusione o, meglio, in apertura di questione si ripropone una revisio-
ne dell’ideologia alla base del sistema onomastico arcaico tra formu-
la binomia e trinomia e, prima, della riduzione del praenomen a si-
gla nella formula : ogni sistema onomastico è anche – talvolta
prevalentemente – ideologico; per Roma si tratta di rivedere il coef-
ficiente ideologico nelle varie epoche, specialmente prima della co-
dificazione delle formula binomia nei tria nomina classici (e in se-
guito nella proliferazione di nomina e/o cognomina).

4.3. Hostius Hostilius. hostius e hostis


Il personaggio ha formula binomia in un momento in cui, alme-
no secondo Peruzzi123, nella istituzionalità albano-romana avrebbe
dovuto esserci il simplex nomen mentre la formula binomia sarebbe
un portato dalla sabinità di Tito Tazio; come detto sopra non entro
nella questione perché l’argomentazione di Peruzzi sull’esclusione di
formula binomia, per quanto elegantemente argomentata, mi lascia
qualche perplessità, almeno nella distribuzione tra formula binomia
(da patronimico) esistente ma non opzionale di contro alla formula
binomia quale istituzione giuridica. Peruzzi liquida Proculus Julius
con formula binomia perché figura ambigua, potenzialmente filosa-
bina; resta comunque Hostius Hostilius che, quale comandante delle
truppe di Romolo, è fatto morire (Livio I, 12) nello scontro con i Sa-
bini guidati da Mettius Curtius.
Hostius è evidentemente derivato da hosti- + -jo-124, cioè da hosti-
< *ghosti- nel valore di ‘straniero (entro il territorio altrui)’. Il valore
‘straniero’ è conservato dall’antiquaria romana ed è confermato dal-
la comparazione tipo ted. Gast ‘ospite in patria d’altri’ : appresso. La
certezza del valore originario di hosti- nel senso predetto richiede
non una dimostrazione ma un supplemento alla storia evolutiva del
termine che, a Roma, ha portato al valore di ‘nemico’ : questo, spe-
cialmente nella cronologia, interessa al nostro discorso per la (even-
tuale) perdita di motivazione ideologica per un prenome quale Ho-
stius : la forma primaria Hostius e non Hostus è confermata dalla -i-

123
Peruzzi, Onomastica e società e Origini di Roma I, citt., passim.
124
Astrattamente anche + -ŏ- ancora in funzione di derivazione da basi nomi-
nali, ancora vitale nell’antico indiano e con tracce a Roma : cfr. la proposta di ri-
conoscere una derivazione in -o- in mamartei dell’iscrizione di Satricum = ‘ma-
martioi’ da parte di E. Campanile, ripresa da A. L. Prosdocimi, Satricum. I soda-
les del Publicola steterai a Mater (Matuta?), in La parola del passato, XLIX, 1994,
p. 365-377

.
136 ALDO PROSDOCIMI

lunga, attestata, di Hostı̄lius125. A priori il prenome doveva essere


motivato dal lessico, sia dato come prenome dal pater sia assunto
più tardi come prenome nel senso ‘quasi cognominale’ contemplato
sopra per Poplio-. Nel caso di Hostius non ci sono ragioni e/o indizi
quali per il cognomen Poplicola rispetto al prenome Poplio-, pertan-
to ci atteniamo all’ipotesi meno arrischiata e cioè a vedere in Hostio-
un prenome dato dal pater : ovviamente un prenome augurale e/o
ideologico, compatibile con la base hosti-. Di questa ho trattato più
volte a partire dal venetico (H)ostio-, Hostihavos (1967 LV II s. vv.) e
del leponzio uvamokozis; ho rivisto il tema lat. hostis per lat. hosti-
capas a proposito di parricida/paricidas e damnas, contesto in cui
trattavo di Quirites nella Roma di Numa Pompilio126.

hosticapas e hostis127
hosticapas è glossato da Paolo (91 L) ‘hostium captor’. Morfologica-

125
V. sopra § 2.2.1 a proposito di Schulze 1904 che, dando la priorità ad Ho-
stus, inverte i termini della questione ed elimina, come scomoda, la lunga di Ho-
stı̄lius perché, secondo la sua regola (peraltro corretta) un -ı̄lius non può derivare
da Hostus e, infatti, non ne deriva, perché deriva da Hostius; analoga oscillazione
in prenomi quali Attus/Attius (v. anche sopra § 3, Marinetti 1982 cit.) e Mettus/
Mettius (Fufetius).
126
Prosdocimi, PQQ I e PQQ II citt.; da quest’ultimo riprendo qui le p. 286-
288. Il tema Quirites, Quirinum, curia < *co-uirı̄tes, *co-uirı̄no-, *co-uiria è stato
ripreso per morfonologia in altri lavori tra cui Etnici e strutture sociali nella Sabi-
na : Cures, in Identità e civiltà dei Sabini, Atti del XVIII Convegno di Studi Etru-
schi e Italici (Rieti-Magliano Sabina, 30 maggio-3 giugno 1993), Firenze, 1996,
p. 227-255. L’aspetto storico-istituzionale sarà completato in un lavoro d’insieme
attualmente in manoscritto; in PQQ II, come detto in testo, era ripreso per parici-
das della nota lex Numae da me inserita nel contesto della Roma dei Quirites <
*co-uirı̄tes.
127
La sproporzione fra l’attenzione volta a paricidas e, in misura minore, a
damnas, ha relegato hosticapas ‘hostium captor’ a semplice notazione aggiuntiva
con l’effetto di non considerare la serie come omogenea e attribuibile a un deter-
minato ambiente giuridico in quanto la serie va posta tra i nomi maschili in -a ti-
po popa, Proca (e Procas), Numa. Per il valore giuridico di hostis cfr. Varrone, l. l.
V 33 «Ut nostri augures publici disserunt, agrorum sunt genera quinque : Roma-
nus, Gabinus, peregrinus, hosticus, incertus. Romanus dictus unde Roma ab
Rom<ul>o; Gabinus ab oppido Gabi<i>s; peregrinus ager pacatus, qui extra Roma-
num et Gabinum, quod uno modo in his serv<a>ntur auspicia; dictus peregrinus a
pergendo, id est a progrediendo : eo enim ex agro Romano primum progredieban-
tur : quocirca Gabinus quoque peregrinus, sed quod auspicia habet singularia, ab
reliquo discretus; hosticus dictus ab hostibus; incertus is, qui de his quattuor qui
sit ignoratur».
Questo passo di Varrone sembra smentire l’assimilazione dello hostis al pe-
regrinus; non è così o, meglio, è la riprova che il valore attuale di hostis ‘nemico’
rendeva disagevole una spiegazione : la riprova è nel modo di spiegare le partico-
larità dell’ager Gabinus che è peregrinus ma ha una sua specificità rimasta nel di-
ritto augurale ma che Varrone constata e non spiega. La specificità dell’ager Gabi-
nus costituisce un punto fondamentale per i rapporti Gabii – Roma (tematica Pe-

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 137

mente non può essere un *hosticapatos in quanto sarebbe *captos e


il valore sarebbe ‘captus’, appunto, e non ‘captor’. Mettere in dubbio
la glossa non è di buon metodo, specialmente considerando che un
-capas = *captus non sarebbe mai stato interpretato come un ‘cap-
tor’, da Verrio Flacco o sue fonti : hosticapas doveva significare ‘ho-
stium captor’. O con semicità istituzionale da rivedere/ricostruire
(appresso) : non ‘catturatore’ ma ‘ricettore’ di hosti-.
Un rilievo : come mai -capas e non -cipas come in accipio, conci-
pio (< ad-, con-capio), e come in paricidas entro la lex di Numa? Po-
trebbe esserci una ragione scrittoria : hosticapas non ha seguito la
fonetica della lingua in atto perché portato e fissato da fonti scritte
anteriori a *-cap- > -cip-; è possibile anche una più semplice inter-
pretazione inserendo la forma nei quadri- o pentasillabi tipo patefa-
cio che non danno *pateficio per quanto qui -ĕ- sia da -ē- per correp-
tio iambica da *pătēfacio, in quanto precedente a -facio > -ficio128,
per cui patĕfacio ha la stessa configurazione di un *hosticapio > ho-
sticapas; tuttavia, visto che *paricaida(s) che ha la stessa configura-
zione dà par(r)icida, si deve porre, come minimo, che sulla tradizio-
ne della forma ha influito la diversa vitalità delle forme nell’evolve-
re : paricida(s) è continuato dal vitale parricida, hosticapas è
conservato in una glossa.
Un hosticapas ‘catturatore di nemici’ dà poco senso, e forse è an-
che per questo che la testimonianza è sottovalutata, se non lasciata
del tutto da parte. Ma hostis ha primariamente il valore di ‘stranie-
ro’ : la comparazione lo testimonia : per tutti Gast del tedesco; cfr. i
dizionari etimologici classici, Walde-Hofmann ed Ernout-Meillet
s.vv. hostis e hospes.

Gli ambiti indeuropei ivi dati sono ora da ampliare, tramite l’onomasti-
ca, al venetico (nel composto Hostihavos di un ciottolone patavino : cfr.
G. B. Pellegrini-A. L. Prosdocimi, La lingua venetica, Padova-Firenze 1967,
voI I ad Pa 7 e vol. II s.v.) e a una sezione del gallico, il leponzio (Uvamoko-

ruzzi) e di ciò tratto in altra sede; qui è pertinente il fatto che peregrinus copre
varie realtà come ‘generico’ : da una parte l’ager Gabinus, detto esplicitamente,
dall’altra l’ager hosticus non detto esplicitamente ma implicito in quanto si dice
altrove sul valore di hostis come ‘straniero’ e ‘peregrinus’. Su hostis v. A. L. Pro-
sdocimi Etnici e ‘nome’ nelle Tavole Iguvine, in Gli Umbri del Tevere, Annali della
fondazione per il Museo «Claudio Faina» VIII, Orvieto 2001, p. 31-77 ora ripreso
in TI II cap. 7. Per il frammento augurale TI III cap. ‘Auspicio’ e IV ‘Auspicio ro-
mano’.
128
La correptio si applica su accento fisso sulla penultima prima del suo ar-
retramento sulla prima. Una prima formulazione è in Prosdocimi 1986 Accento; il
nucleo resta ma, insieme a correzioni, ho individuato espansioni ed implicazioni;
non ho ancora avuto il tempo di stendere la nuova versione; ne ho anticipato al-
cuni punti in 1992-94 Latino (e) italico; 1996 Cures; 1995 Filoni indeuropei.

.
138 ALDO PROSDOCIMI

zis nell’iscrizione di Prestino : cfr. A. L. Prosdocimi, L’iscrizione di Prestino,


in SE, XXV, 1968, 199-222; L’iscrizione leponzia di Prestino : vent’anni dopo,
in Zeitschrift für celtiche Philologie 41, 1986, 225-250; Note sul celtico in Ita-
lia, in SE, LVII, 1991, 139-177).
È evidente che *ghosti- come fonte onomastica di nomi non composti
non può significare ‘nemico’, anzi la prospettiva va invertita : ‘nemico’ è una
innovazione del latino e relativamente tarda; la semantica originaria perti-
nente è ancora conservata nel denominativo hostire e redhostire, Festo 91,
416 L (cit. in testo); ne tratterò altrove anche a proposito di hostia come
strumento della ‘aequatio = pax deorum’. Per hostis e hostire per ora v. Ben-
veniste 1969 Vocabulaire, I, 69. In questa luce va rivisto il composto venetico
hostihavos già ‘tradotto’ – tramite la radice *ghow- – come ‘chi evoca il nemi-
co’, mentre tramite hostis ‘straniero’ va inteso come ‘colui che dice = garanti-
sce lo straniero’; così uvamokozis leponzio < *upomo-ghosti- sarà ‘colui che
ha lo straniero sopra tutto’ (*upomo- come ‘summus’), o ‘che sta sopra lo
straniero’ = ‘ne è garante’ [sul tema v. ora Patrizia Solinas in stampa].
Il venetico e il leponzio, col latino, riportano l’istituto a data indeuropea
comune in un senso nuovo rispetto al tipo hospet- : l’istituto esprime la tute-
la dello straniero in modi diversi da *ghostipe/oti- e ciò significa radicamen-
to e vitalità dell’istituto, premessa alla sua espressione in moduli variati; se
poi *ghosti- in quanto ristretto al celtico d’Italia (cosiddetto ‘leponzio’) è una
irradiazione dal venetico, ciò potrebbe rientrare nei particolari legami che
uniscono venetico e latino (cfr. Prosdocimi in G. Fogolari-A. L. Prosdocimi,
I Veneti Antichi. Lingua e cultura, Padova 1987).
La dottrina dello hostis ‘straniero’ è ben attestata, direttamente e indi-
rettamente : Festo 414-416 L «Status dies <cum hoste> vocatur qui iudici,
causa est constitutus cum peregrino; eius enim generis ab antiquis hostes
appellabantur, quod erant pari iure cum populo Romano, atque hostire po-
nebatur pro aequare. Plautus in Curculione (5) ‘Si status condictus cum ho-
ste intercedit dies, tamen est eundum, qua imperant, ingratis’».
Un esempio indiretto : hostis con valore ‘straniero’ doveva essere anche
nella formula del lictor «Exesto, extra esto. Sic enim lictor in quibusdam sa-
cris clamitabat : hostis, vinctus, mulier, virgo exesto; scilicet interesse prohibe-
batur» (Paolo 72 L). Qui il valore di hostis doveva essere ‘straniero’ perché è
omogeneo con la logica della legge che concerne le categorie di ‘romani’, o a
romani assimilati, che non dovevano essere presenti a determinate cerimo-
nie, ed è impensabile che vi potesse essere uno straniero-nemico; eventual-
mente, se ci fosse stato, questo entrava nella categoria del ‘vinctus’ in quanto
non avrebbe potuto esserci che in questa condizione che, peraltro, doveva ri-
guardare essenzialmente un cittadino romano, vinctus, per esempio, come
nella perduellio della lex horrendi carminis.
Varrone, 1.1. VII 49 : «Apud Ennium : ‘Quin inde invitis sumpserunt per-
duellibus’. Perduelles dicuntur hostes; ut perfecit, sic perduellis, <a per> et
duellum : id postea bellum. Ab eadem causa facta Duellona Bellona».
Festo 91 L «Hostis apud antiquos peregrinus dicebatur, et qui nunc ho-
stis, perduellio».
Char. 211, 18K. «Perduellio per quam duellio et plus quam hostis».
Interessa particolarmente il rapporto con perduellis/perduellio per due

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 139

ragioni correlate : perduellis/ion-129 nasce in un ambito istituzionale in cui


l’autore di un gravissimo – poi il massimo – crimine di stato è collegato alla
guerra, cioè nella situazione in cui una comunità si confronta con un’altra e
dà l’occasione di individuare un crimine di stato, contro il massimo crimine
‘interno’ che è il parricidium; perduellis/perduellion- viene eliminato per esse-
re sostituito da hostis, ormai ‘hostis-nemico’ derivato semanticamente da
‘hostis-straniero’ : è il segno linguistico della evoluzione istituzionale.
Tornando a hosticapas come ‘ricettore di stranieri (in patria)’ e non co-
me ‘catturatore di nemici’ è significativo che la glossa di Paolo (91 L) sia cin-
que lemmi dopo il lemma «Hostis apud antiquos peregrinus dicebatur» etc.
Peregrinus, dato qui e altrove, va ulteriormente precisato tra ‘straniero di pa-
ri diritto’ (come presuppone hostire ripreso da Benveniste) e ‘straniero’ gene-
rico, che è già una banalizzazione e un avvio al valore ‘nemico’ : la distinzio-
ne tra hostis ‘straniero’ e peregrinus è implicita dalla dottrina augurale : Var-
rone, l.l. V 33 cit. sopra. Naturalmente, per un ager in cui si auspica, hosticus
è di hostis ‘straniero’ e non ‘nemico’, e nel testo in cui concorrono hostis è di-
stinto da peregrinus.
hosticapas ‘colui che accoglie lo straniero’ viene a significare lo stesso di
hospes che dà lo hospitium, distinto in pubblico e privato; non ho competenza
per entrare nell’aspetto giuridico per cui rimando a P. Catalano, Linee del si-
stema sovrannazionale romano, I (Torino 1965), spec. 192 (bibliografia alle no-
te 2-3); su peregrinus e hostis come ‘stranieri’ eventualmente distinti ho detto.
Per quanto concerne hospes che continua nello hospitium, istituto vitale in
epoca storica, mi permetto di porre un aspetto di lingua che, rispetto ad hosti-
capas, può implicare fatti sostanziali. Hospet- alla base di hospitium è parola
ereditaria, comunque precedente alla creazione di hosticapas che possiamo
porre all’VIII a.C.; al VIII a.C. hospet- significava già ‘signore dello hostis – stra-
niero’ e come tale presupponeva un istituto corrispondente relativo all’ambito
‘politico’ in cui lo hostis entrava come tale; ed è a priori ovvio che l’ambito e le
condizioni politiche di ante VIII a.C. non erano le stesse dell’epoca storica, da
cui è parimenti ovvia una evoluzione correlata. Ma nella evoluzione c’è la con-
tinuità posta dal termine hospet- che, rispetto a hosticapas, è et prima et dopo,
quindi anche durante = coesistente, con una configurazione :
1o fase (ante VIII a.C.) hospet- Ø

2o fase (± VIII-VII a.C.) hospet- – hosticapas


3o fase (post VI a.C.) hospet- Ø
hospitium

129
perduellis ‘nemico’ è un bahuvrihi in -ı̆- da *per-duello- con duellum antico
per bellum (Walde-Hofmann I 100 s. v.; Ernout-Meillet s. v.) fatto come inermis <
*en-arm(a)-i-; perduellion- femminile ne è derivato tramite -ōn ed è l’unico vitale
nel crimine perduellio; è però attestato perduellion- come equivalente di perduellis
(citazioni in Lindsay, Glossaria IV 176 ad Paolo 58). L’omomorfia tra perduellion-
= perduellis o perduellio astratto pone dei problemi a mia conoscenza non solo
non risolti ma, prima, non correttamente inquadrati; a monte va riconsiderata
l’etimologia di bellum < duellum tra forma e contenuto (con evoluzione!). Ai no-
stri fini è sufficiente il valore di ‘contendente > nemico’ precedente ‘hostis’.

.
140 ALDO PROSDOCIMI

È la stessa configurazione di parricida rispetto a paricidas (§ 2.7.2); ciò,


oltre a confermare la solidarietà delle forme in -as, le relega ad un determi-
nato momento istituzionale che – almeno dalla diacronia delle forme lingui-
stiche – non appare come evoluzione ma come alternativo a quello prece-
dente che sopravvive e rispunta nella fase che sarà poi ‘storica’.

Hostius Hostilius ha tutta l’aria di una creazione di formula bi-


nomia partendo da Hostius, allora quale simplex nomen è parlante :
non insisto su questo, quanto su alcune coincidenze che mi hanno
da sempre incuriosito e che qui, senza ricorsi bibliografici, sviluppe-
rò solo per quello che può aggiungersi a quanto detto sopra sui nomi
di Romulus e Titus Tatius. Sia Romolo che Tito Tazio sono presenti
ma entrambi hanno un comandante delle truppe diverso da loro,
Mettius Curtius per i Sabini e Hostius Hostilius per i Romani. Della
biografia di Mettius Curtius non sappiamo (o io non so), ma di Ho-
stius Hostilius sappiamo, da fonti diverse da Livio, che duplica le
azioni di Romolo ed ha una sposa che ha lo stesso nome della sposa
sabina di Romolo 130 : si sono tentate varie spiegazioni, ma una ipote-
si, se si vuole ingenua ma legittima, è che Romulus – il cui nome de-
riva da Roma sua fondazione e che, pertanto, non può essere il no-
me di Roma prima della fondazione di Roma (v. qui Appendice n. 1)
– avesse un altro nome, allora, Hostius (Hostilius?). Nella logica di
questa ipotesi, anche per quanto proposto sopra per il prenome Tito-
di Titus Tatius, si potrebbe porre che Tito- (Tatio-) fosse un nome di
funzione, cognominazione parallela a Romulus e che il suo nome
‘anagrafico’ fosse Mettius Curtius; in ogni caso questa seconda ipote-
si non ha la cogenza di quello che si intravede nel rapporto Roma-
Romulus che, per logica interna, non può essere il nome anagrafico
di lui, Romolo, fondatore di Roma perché Romulus presuppone Ro-
ma quale nome ‘politico’, nota 50 [qui ‘Appendice’ n. 1 e ‘Roma’
2007/8]. L’antiquaria è confluita in (Verrio Flacco →) Festo
(326-9L) : sul nome di Roma dibatte, da varie fonti, la derivazione
non da Romulus ma da Romus/Rhomus. Il terzo re di Roma è Tullus
Hostilius : «Inde Tullum Hostilium, nepotem Hostilii [corsivo mio],
cuius in infima arce clara pugna adversus Sabinos fuerat, regem po-
pulus iussit; patres auctores facti. Hic non solum proximo regi dissi-
milis sed ferocior etiam quam Romulus fuit»; dopo, nella guerra
con Alba, ci sono due reges, rispettivamente Tullus Hostilius e Gaius
Cluilius, che muore (o è fatto morire) per cui «dictatorem Albani
Mettium Fufetium creant» : di nuovo, un Hostilius contro un Met-
tius (Liv. I 22-23).

130
Peruzzi, Origini di Roma I, cit., p. 52-54.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 141

Segue (Liv. I 24) la ‘storia’ degli Horatii e Curiatii che, a mio avviso, è
una storia interna a Roma perché solo così si spiega (Liv. I, 24, 1-2) «Forte in
duobus tum exercitibus eran trigemini fratres, nec aetate nec uiribus dispares.
Horatios Curiatiosque fuisse satis constat, nec ferme res antiqua alia est nobi-
lior; tamen in re tam clara nominum error manet, utrius populi Horatii, utrius
Curiatii fuerint».
Vi sono altre ragioni per pensare che gli Horatii e i Curiatii fossero en-
trambi all’interno di Roma131 così come all’interno di Roma si era svolta la
battaglia fra Romulus e Hostius Hostilius da una parte e, dall’altra, Titus Ta-
tius e Mettius Curtius; tuttavia lasciamo questo fatto come una constatazio-
ne che si aggiunge ad altro che vedremo, qui segnaliamo che sono da ripren-
dere : la dimorfia Mettius e Mettus corrispondente alla dimorfia Hostius e
Hostus (qui con la priorità certa di Hostius : < * hosti-jo- : sopra; la geminata
di Mettius che potrebbe essere un tratto italico visto che (più tardivamente)
in osco-sannita c’è -CCiV- il che confermerebbe la priorità di -tius- su -tus.
La grafia e la morfonologia del genit. Metioeo Fufetioeo in Ennio meritereb-
bero un discorso a parte, specialmente per la morfonologia del genitivo dei
temi -o-/-(e)jo-.

Nella sequenza dei re di Roma ci sono almeno due aspetti che da


sempre mi hanno incuriosito, certamente già oggetto di attenzione e
spiegazione da altri, specialmente storici, e che propongo ingenua-
mente e senza approfondimenti. Primo : la media statistica – non
cronologia vulgata ma non da essa lontana – della durata di ciascun
re è di + 35 anni : 35 × 7 = 245 che ab urbe condita danno il seguente
computo : 754 (/3) – 245 = 509, una delle date della cacciata dei reges.
Secondo : la sequenza dei reges è parentale con un salto di un rex –
maggiore di una generazione tenendo conto della media statistica di
35 anni posta sopra – fra Numa e Anco, Tarquinio e Tarquinio; se vi
si immette Hostius Hostilius c’è sequenza parentale anche per Tullus
che, come è detto da Livio, è ‘Hostilii nepos’ specificando che Hostius
è il comandante generale di Romolo : in questo per la formula ono-
mastica tra simplex nomen e formula binomia (su cui sopra specifi-
camente per Hostius Hostı̄lius) potrebbe essere significativo che in-
vece del prenome Hostius o della formula binomia sia dato il nomen
e, al posto del praenomen, per indicare Tullus Hostilius sia data una
perifrasi ‘Hostilii nepos’; questa designazione è, nella teoria logica del
nome proprio, una ‘descrizione finita’132 per sostituire l’‘individuato-
re’ praenomen Hostius : è ipotizzabile una traccia residuale per cui
Hostius Hostilius aveva ancora (giuridicamente) il simplex nomen
Hostius, poi restituito o ricavato secondo la formula binomia, quale
Hostius Hostilius? È possibile che Hostilii di Livio, individualizzato

131
Di ciò tratto in A. L. Prosdocimi, Populus Quiritium Quirites III, in stam-
pa; v. anche TI II-III, pure in stampa.
132
Prosdocimi, Appunti per una teoria del nome proprio, cit., ora in 2004
SIES I.

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142 ALDO PROSDOCIMI

dalla ‘descrizione finita’ invece che dal prenomen, sia un mezzo (di
Livio o di sua fonte) per conciliare una fonte che portava solo Ho-
stius? Può essere un elemento del dossier, aperto sopra, tra Romulus
e Hostius Hostilius? Qui mi arresto, perché si entra troppo nella sto-
ria-Geschichte che non mi pertiene, mentre ha qualche pertinenza
con le mie competenze sulla storia-Erzählung, e il nome proprio è in-
dicatore di storia-Geschichte divenuta storia-Erzählung; in questa il
nome proprio, oltre che essere parte della storia o di una storia, quale
contenuto ha più, o esclusivamente, la storia divenuta Erzählung che
la storia già stata Geschichte : è una tematica che andrebbe appro-
fondita in generale, ma che si ripresenta ogni volta per casi specifici
come è la ‘storicità’ dei personaggi della Tomba François133.

5. MINIMA. LA ‘FORMA’ DELLA ‘FORMULA’ ONOMASTICA ;


LA SEQUENZA SINTATTICA

La figura etimologica ‘forma di una formula’ può essere ridicola,


ma non è un vezzo retorico perché, a mio avviso, è stata posta atten-
zione più alle peculiarità delle singole aree socioculturali che non al
quadro generale nel manifestarsi lessicale e morfosintattico, quali
l’assenza ∼ presenza dei termini di parentela, in particolare ma non
esclusivamente il termine per ‘figlio’ e/o l’uso dell’aggettivo o del ge-
nitivo; di questo, per il venetico, v. in questi Atti la relazione di Anna
Marinetti.
Un altro aspetto, per lo più scontato, è la struttura sintattica che
è del tipo Numa Pompilius e non *Pompilius Numa. È cosa nota che
il latino è una lingua in cui il determinante precede il determinato,
come è il tipo senatus consultum; da una quarantina d’anni – a parti-
re da un lavoro tipologico di J. Greenberg (1963) poi sviluppato dal-
lo stesso e da altri nelle più svariate forme e inquadrato in dottrine
e/o teorie diverse – questo giro è stato inserito in un quadro più ge-
nerale di tipologia sintattica per cui la precedenza del determinante
è la normalità per le lingue cosiddette S(oggetto) O(ggetto) V(erbo)
o anche (S)OV. Le lingue romanze tra cui l’italiano sono del tipo (S)
VO ed è questione aperta il come, il perché, il quando ciò sia av-
venuto, ma l’unico punto che qui interessa è il quando tra latino let-

133
Su ciò ho trattato in una relazione (A. L. Prosdocimi, Icone e nomi propri
come segni. Note sulla Tomba François) al XXIII Convegno di Studi Etruschi ed
Italici «Dinamiche di sviluppo delle città nell’Etruria meridionale : Veio, Caere,
Tarquinia, Vulci» (1-6 ottobre 2001); per varie ragioni – non ultima le dimensioni
assunte dal testo scritto – la relazione non entra negli Atti del Convegno, ma sarà
pubblicata come volume a parte. Avevo trattato della ‘Geschichte-Erzählung’ nel-
la tomba François a Perugia nel corso di Etruscologia dell’Università per stranie-
ri, luglio 1995; ho ripreso il tema nella stessa sede, per le lezioni di luglio 2007.

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 143

terario e latino non letterario. Io appartengo alla minoranza che ri-


tiene che il ‘quando’ sia antico ma, comunque, non tanto antico da
arrivare all’epoca della formazione della formula binomia (ante
quem al ± 700 a.C.); di conseguenza si pone la domanda : perché
Numa Pompilius e non +Pompilius Numa? La questione di questa se-
quenzialità si pone per altre lingue indeuropee d’Italia : italico, ve-
netico, leponzio tutte (ancora) (S)OV, con punta nell’umbro che ha
come normali posposizioni tipiche di (S)OV134. La peculiarità deve
derivare dallo status onomastico per cui la sequenza non è quella
della lingua, ma questa è una constatazione e non una spiegazione
anche se ne può essere un avvio. Prima approssimazione : Numa
Pompilius è un individuo, Numa, che ha come pater +Pomp(i)os, cioè
fa parte della sua familia, oppure, da altra prospettiva, fa parte della
gens Pompilia. Un *Pompilius Numa sarebbe un Numa che ha la qua-
lità di essere Pompilius, non come appartenenza ma come inerenza;
in altre parole è una questione di predicazione, cioè di tema e rema
(in altra dizione equipollente), comunque da rapportare all’onoma-
stica quale designazione di individuo, e non restrittivamente ad ono-
mastica propria né alla sola antroponimia, perché c’è il tipo tota
iiouina, ocar fisi(o) a Gubbio, nomen latinum ma anche latinum no-
men, Fabium nomen a Roma; a Gubbio nomen è del tipo naharcum
nome contro il tipo tota iiouina, a Roma respublica Romana/Roma-
norum, senatus populusque Romanorum etc.; in venetico accanto al-
l’antroponimia col tipo Voltiomno- Voltiomnio- si ha la sequenza (pl.
acc.?) Termonios deivos etc.. Da quanto visto appare che la semplici-
tà della prima risposta per l’antroponimia tipo Numa Pompilius è
giustificata ma non completa per la stessa formula che il tipo M(ar-
ci) f(ilius) secondo la normale sequenza senatus consultum. Un ele-
mento per il quadro può essere quanto ho scritto per la posizione
della qualifica safino- nelle iscrizioni sudpicene da Penna S. An-
drea135 : ... vengo alla presenza di safino – nelle iscrizioni di Penna
S. Andrea da un punto di vista particolare, e cioè il ‘senso’ di questa
presenza che deve essere pregnante perché nelle iscrizioni sudpice-
ne si ha solo a Penna, ed è concentrato in una classe di monumenti
omogenea, con almeno una occorrenza sintattica anomala, safinas
tútas.

134
TI IV ‘Grammatica’, in stampa. Ivi anche la sequenzialità onomastica
vol. II § 7, anticipato in Etnici e ‘nome’ nelle Tavole Iguvine, in Gli Umbri del Teve-
re, Annali della fondazione per il Museo «Claudio Faina» VIII, Orvieto 2001,
p. 31-77.
135
Riprendo qui quanto detto in A. L. Prosdocimi, Gli etnici, in Piceni popolo
d’Europa (Catalogo della Mostra), Roma, 1999, p. 13-18.

.
144 ALDO PROSDOCIMI

Dalle occorrenze (...) risulta :


1) a) safinús, nominativo plurale come etnico ‘Safini’ (TE.5)
b) safinúm nerf ‘dei Safini i nerf = principes (vel similia)’(TE.6) : lo
stesso etnico in un modulo ‘ideologizzato’
2) a) meitims safinas tútas (TE.7); meitims è termine istituzionale con-
notato come ideologizzato, qualcosa come ‘pilastro/colonna/cippo di riferi-
mento’ (vel similia) della safina toúta. Qui l’etnico qualifica la ‘comunità, po-
lis’ in una posizione inusuale rispetto alla normalità : tota iouina, tata tarsi-
nate ecc. ‘tota iguvina = Gubbio’, ‘tota tadinate = Tadino’; la funzione è
quindi diversa : non è il nome specifico della toúta ‘polis (vel sim.)’, ma la
qualifica della toúta come ‘safina = dei Safini’. È un modulo sintattico equi-
valente a safinúm nerf ‘dei Safini i nerf’ con la covariazione obbligata per i
nerf che non sono semplicemente ‘safini nerf’ ma ‘dei Safini i nerf’; per la tota
lo stesso si esprime variando la sintassi : safina túta e non *túta safina signi-
fica necessariamente *safinúm túta ‘safina = dei Safini la túta’. túta ha valore
autonomo e centrale; ciò è confermato da
b) alíntiom okreí safina[ / ]nips toúta tefeí (TE.7) : okreí, locativo o da-
tivo se maschile, è da solo, o specificato da alíntiom che precede; in ogni ca-
so safina[ femminile – quale che ne sia l’integrazione – non gli può essere ri-
ferito; ma, se come è verosimile, è da integrare [toúta], si ha la coppia istitu-
zionale panitalica ocri-touta, a un dipresso ‘arx + civitas’, per indicare la
‘polis’ (sopra e nota 7). Tutto ciò è centrale in sé, e lo è stato storiografica-
mente per individuare questa struttura ideologica, ma qui è rilevante il fatto
che la simmetria con okreí richiede una integrazione che importa lo stesso
caso (poniamo una *safina[í toútaí]), quindi con esclusione di un nominati-
vo; ciò esclude la possibilità che questo safina[ sia da congiungere a toúta
successivo, nominativo (comunque per la morfologia non sarebbe simmetri-
ca a okreí); lo stacco era comunque richiesto a priori dall’inserzione di ]nips,
e questo oggettivamente malgrado le diverse eventualità di collocazione del-
la sequenza nella restituzione del testo di cui TE.7 è un frammento. Questo
importa :
c) nel frammento ]nips toúta tefeí, toúta è designazione autonoma,
che non ha bisogno – come sarebbe normale – di qualificazione : qui indica
la toúta. La significatività (‘Bedeutsamkeit’) di questo è assoluta, anche se si
invocasse il fatto che la omissione di safina è permessa dal contesto per cui
l’omissione della qualifica sarebbe meno o per nulla significativa; non è così,
e la significatività è piena perché la premessa della omissione del nome per
contestualità non esiste, in quanto safina túta, come si è visto, non è un no-
me allo stesso titolo di tota iouina. Più ancora : la giunzione tra la sintassi di
safinas tútas e toúta da sola senz’altra qualifica conferma in modo incrociato
la centralità e autonomia designativa di toúta; se si vuole invocare una con-
testualità è quella di respublica o, forse meglio, di urbs detto in Roma o in
contesto romano.
Quanto detto porta a conclusioni di tale portata per cui ho piena co-
scienza di necessità di ripensamenti e riprove, ma non in tutto e non allo
stesso grado : la gradualità della riprova e del dubbio metodico è diretta-
mente proporzionale all’allargarsi e allontanarsi per qualità e quantità dei

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 145

dati che qui abbiamo considerato, dichiaratamente selezionati ed esemplifi-


cativi. Mi attengo ai punti centrali.

I. safino- è etnico a valore ideologico prima che politico, almeno qui :


questa restrizione (che ritornerà) è essenziale perché deve fare ripensare,
rivedere, riconsiderare il complesso Penna S.Andrea secondo una archeolo-
gia a tutto tondo : a partire dalla funzionalità delle stele, cioè al loro conte-
sto, ivi compreso un accertamento cronologico; ciò anche in considerazio-
ne che
II. Anche touta da come appare nei testi ha una connotazione ideologi-
ca, per cui diventa essenziale verificare quanto ‘contenuto materiale’ vi sia
nel ‘contenente ideologico’ espresso dalla touta che è safina come ‘dei Safini’
e non come nome proprio tipo tota iouina; ciò in relazione a
III. Il nome dei Praetutii è evidentemente derivato da un parasinteto
*prai touta ‘davanti alla touta’. Ometto qui alcuni aspetti morfonologici – sa-
rebbero interessanti anche per altri riguardi – perché la struttura mi pare
evidente; altrettanto mi pare evidente che un etnico così formato presuppon-
ga una touta per eccellenza cui riferirsi : non una touta, ma la touta; e ciò in
netto contrasto con i Marrucini che derivano l’etnico da una touta, e di con-
seguenza dalla sua denominazione, Marouca, non dalla touta quale riferi-
mento per eccellenza, come touta in sé, ed esclusivo.
Mi rendo conto che per la derivazione di Praetutii da touta vi è sempre
il discorso della contestualità, per cui ogni centro rilevante è il centro per il
contesto prossimo, e pertanto è riferimento sufficientemente indicativo : è il
tipo toponimico dei vari Castro, Mercato, Civita ecc.; ma da questa tipologia
al fornire la base per un etnico ci corre, per qualità e quantità. È per questo
che avverto la necessità di riprendere (in altra sede) tutto quanto concerne
Praetutii, Praetutianus ager e questioni collegate in funzione di questa pro-
spettiva, e cioè, per esempio, la consistenza preaugustea dei Praetutii come
territorio, identità ecc. Con la coscienza di questi desiderata, è legittimo por-
re come ipotesi che Praetutii non sia l’etnico riferito ad una touta qualsiasi,
ma sia l’etnico riferito ad una touta specifica, la touta, perché è safina túta,
cioè la touta di cui si parla nelle iscrizioni di Penna S.Andrea nel modo in
cui se ne parla».

Non so se ho ragione nell’identificare in questo modo la tou-


ta ‘comunità’ che ha dato il nome ai Praetutii ma certo alla base
dell’argomento è la sequenzialità di safino- rispetto a touta-, e
questo resta, in contrasto con la sequenza del tipo tota iiouina :
una ragione in più per riflettere su un quadro in cui sono da
comporre i tratti portanti delle sequenze onomastiche o para-
onomastiche.

Aldo PROSDOCIMI

.
146 ALDO PROSDOCIMI

APPENDICE – 2008

Il Convegno si è svolto in un’atmosfera e accoglienza impeccabili, grazie


alle forze congiunte degli ospiti (lat. hospes), l’École française de Rome e
l’Institutum Romanum Finlandiae, in sinergia con l’organizzatore scientifi-
co, il collega ed amico Paolo Poccetti.
Ho tenuto la mia relazione basandomi su una scaletta, appunti e mate-
riali già stesi, per questa o altre occasioni. Mi è stato richiesto il testo tempo
dopo, purtroppo in un momento per me difficile e, sia pure in ritardo, ho
presentato un testo non raffazzonato ma affrettato. Poi non ne ho saputo
più nulla fino alla fine del 2007, in cui mi si preannunciavano le prime boz-
ze, poi pervenute all’inizio del 2008.
Nel frattempo, ad aprile 2007, si è tenuto a Roma il Convegno «L’ono-
mastica di Roma. Ventotto secoli di nomi», organizzato da Paolo Poccetti,
Sergio Raffaelli, Enzo Caffarelli, Francesca Chiusaroli, Francesca Dragotto
(ora citato come Roma 2007/8). Il Convegno partiva da un progetto del Di-
partimento di Antichità e Tradizione Classica dell’Università di Roma Tor
Vergata, ove nasce un Laboratorio Internazionale di Onomastica. Come si
vede dalle relazioni previste nel programma – per lo più, se non tutte, rego-
larmente svolte – il tema è generale e quindi con valore programmatico, per
una diacronia che riporta ad una acronia volta a fini di teoria e metodologia.
Ciò detto, le prime relazioni del Convegno (C. De Simone, Il nome di Romo-
lo : problemi attuali; A. L. Prosdocimi, Sull’onomastica di Roma ‘palatina’;
H. Solin, Nomi greci nel mondo romano; P. Poccetti, Toponimi dell’Italia an-
tica a Roma, toponimi di Roma nell’Italia antica; G. Ferri, Il nome segreto di
Roma) entrano nell’ambito di questa (precedente : 2002!) relazione; in parti-
colare la relazione di Carlo De Simone e, ovviamente, la mia che, in quanto
incentrata sullo stesso tema, riprendeva summatim il testo del 2002 →
2003/4 che all’epoca (aprile 2007) non solo era inedito, ma di cui non avevo
più notizie sull’eventuale esito a stampa.
Per quanto concerne il legame tra la mia relazione del 2002 e quella del
2007 (Roma 2007/8) rimando alla seconda, che si fonda sulla prima. La ri-
presa, pressoché in contemporanea, dell’arrivo e correzione di bozze della
prima (2002 → 2008) e della stesura della seconda (2007 → 2008) mi ha por-
tato a rivedere in più punti la prima relazione; di questo darò ragione dopo
aver considerato un tema che era già nella relazione del 2002, che considera-
va il nome e la configurazione storica di Romulus, in sé e rispetto al nome di
Roma.

[1] ‘Romulus-nome’ e ‘Romulus-cosa’ : Individuo → Individuo storico

Nel 2002 avevo considerato il ‘nome’ e la ‘cosa’ Romulus sotto due


aspetti o, meglio, ne avevo trattato separatamente : l’aspetto formale, Romu-
lus da Roma come -a-lo->* -ĕ-lo- > -u-lo- e come Romulus di ± metà VIII a.Cr,
che è il personaggio cui la storiografia antica e moderna come ‘storia/storie’
ha attribuito l’attribuibile, ma della cui identità onomastica soprastante non
ha mai dubitato. Romulus non può essere disgiunto da (il nome di) Roma, e

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 147

su Roma quale toponimo avevo già scritto, tra una semplice (micro)toponi-
mia e una toponimia giuridica (A. L. Prosdocimi, Populus Quiritium Quiri-
tes. I, «Eutopia» 1995-IV,1 (= Atti del Convegno «Nomen Latinum. Latini e
Romani prima di Annibale», Roma 24-26 ottobre 1995), p. 15-71).
Nella relazione del 2002 avevo considerato «-lo- quale formante di ono-
mastica» (§ 2 p. 84 sgg.), -lo- (e -la) quale derivativo non diminutivo (§ 2.2.3
p. 97-98) e il rapporto con un personaggio ‘storico’ sottostante. (§ 3.1.2
p. 118-119 e § 4.3 alla fine p. 140-141). Non avevo trattato direttamente il
nome Romulus per non appesantire ulteriormente il testo, e perché non c’e-
rano motivazioni adeguate alle trattazioni più recenti dovute all’operosità di
C. De Simone : in particolare Il nome di Romolo in Roma 2000, p. 31-37, in
contesto con A. Carandini, Variazioni sul tema di Romolo. Riflessioni dopo
La nascita di Roma (1998-1999), in Roma 2000 p. 95-150 [Roma 2000 corri-
sponde alla curatela (A. Carandini-R. Cappelli) di Roma, Romolo, Remo e la
fondazione della città, Catalogo della Mostra, Milano, 2000.] Non avevo preso
sul serio il discorso di De Simone (sparso anche in altri lavori), fino a che
A.Carandini non l’ha accolto in un articolo derivato dai lavori precedenti nel
volume La leggenda di Roma I, 2006 (Fondazione Lorenzo Valla).
Il titolo del contributo («Appendice I», p. 455-468) è I nomi di Romolo e
Remo come etruschi. La sede di prestigio e, soprattutto, la funzione che do-
veva avere nell’economia di un’opera inserita in una serie di fonti mi portava
a riprendere la problematica del nome Romulus : l’avrei proposta in questa
Appendice, se nel frattempo nel Convegno del 2007 (sopra) De Simone non
avesse riproposto lo stesso tema. Di conseguenza ho ritenuto opportuno di
rimandare alla relazione del 2007 quanto, per cortesia ed ospitalità, avevo
pretermesso nell’occasione; ivi peraltro avevo avanzato le mie riserve – me-
glio, dissenso totale – sull’interpretazione ‘storica’ e, prima, sull’attribuzione
linguistica di De Simone. Poiché non posso prevedere la circolazione che
avrà il testo del Convegno del 2007 (Roma 2007/8), anticipo qui alcuni punti
che sono ivi svolti molto più ampiamente. Detti punti sono implicati e/o in
sintonia con quanto già detto e scritto nel 2002 (→ 2003/4 e prima) per -lo- di
latino-romano Romulus e di quanto vi afferisce.
1) -lo- è latino-romano. L’attribuzione primaria all’etrusco di Orvieto
(De Simone) è un hysteron proteron per il ‘fondatore’ di Roma; più ancora :
per quel che se ne sa della morfologia derivazionale etrusca, tra forma e se-
micità in sé e rispetto al latino-romano, è un obscurum per obscurius (v. an-
che punto 4).
2) Il nome di Romolo in sé e rispetto a Roma è un problema già per gli
antichi, ma è un problema centrale come prova la voce di Festo «Romam...»
(326-330L), epitomata dall’originale (perduto) del de significatione (/signifi-
cationibus) verborum di Verrio Flacco. A mia conoscenza, è la voce in asso-
luto più lunga (e tormentata) del compendio di Festo, il che riflette verosi-
milmente lo status della voce in Verrio (ridotta, come si addirebbe ad un’epi-
tome?).
3) Un *Rumele etrusco (De Simone) trasposto in latino-romano come
*Romelos > Romulus, quindi con etrusco ru- > romano ro- puramente foneti-
co, oltre ad un preteso ma indebito hysteron proteron fra etrusco e romano,
-mele > *-melos > mulus morfonologico pare escluso dalla voce immediata-
mente precedente nell’epitome di Festo (e in Verrio? o forse era conglobata

.
148 ALDO PROSDOCIMI

in una grande ‘voce’ onnicomprensiva? ciò non toglie valore alla testimo-
nianza, a maggior ragione se era entro la voce «Roma» nell’originale verria-
no) : (326L) «Romulum quidam <a> fico Ruminali, ali quod lupae ruma nu-
tritus est, appellatum esse ineptissime [sottolineatura mia] dixerunt». Quanto
segue è di non facile interpretazione ma ineptissime detto di una derivazione
da Rum- è chiarissimo.
4) Ma c’è di più su -lo- che in latino-romano non è diminutivo, ma indi-
ca ‘appartenenza a...’, da cui una eventuale funzionalizzazione ANCHE per i
diminutivi : v. sopra gli esempi su Hispallus, Messalla, etc. Al proposito, per
il latino ma anche per l’etrusco, secondo l’iter esposto da De Simone per -le
‘diminutivo’ da un toponimo etrusco *ruma da cui Roma, ne conseguirebbe
che *romelos in latino-romano e *rumele in etrusco sarebbe un diminutivo,
qualcosa come il ‘Romanino’ pittore, così come il ‘Perugino’ è il pittore che
viene da Perugia, ma non è il ‘piccolo Perugio’ (?!). Qui la morfonologia ‘fi-
nale’ è dirimente : SE Romulus è da Roma + -lo- - quale sia il valore di -lo-
(ma non un banale diminutivo bensì un derivativo) – la morfonologia è
(latina-)romana, così come per Hispallus < *Hispană-lo-/a, Messalla < Messa-
nă-lo-. La questione di -lo-/-la nei cognomina si pone sul piano proprio della
cognominazione in -a e non sulla sequenza morfonologica -a+lV- che in ro-
mano – e per principio ci restringiamo rispetto alle altre varietà indeuropee
d’Italia – dà -e-lV- > -ulus/-a.
La questione è complessa ma chiara : -ā (genetico > lat. -ă; A. L. Pro-
sdocimi, Sull’accento latino e italico, in Festschrift für Ernst Risch zum 75.
Geburtstag (hrsg. A. Etter), Berlino-New York, 1986, p. 601-618) si comporta
qui come -os e non, come sarebbe normale, conservando -ā in derivazione,
come è altrimenti la normalità anche contro -ă al nominativo : tipo multă
ma multāre, multātus. La motivazione è morfonologica ed esclusivamente
dell’indeuropeicità, in Italia nel nostro caso (A. L. Prosdocimi, Filoni indeu-
ropei in Italia. Riflessioni e appunti, in L’Italia e il Mediterraneo antico, Atti
del Convegno SIG (Fisciano-Amalfi-Raito 4-6 novembre 1993), vol. I, Pisa,
1995; ora in Scritti inediti e sparsi, Padova, 2004, vol. III, p. 1359-1531) : di
questo, qui pertinente al latino-romano, si ha analogo comportamento an-
che, mutatis mutandis, in italico, col tipo *nowa > *nowela > [noula] sannita
(grafico) núvla.
Motivazioni più approfondite sono nel testo scritto della relazione del
2007 (‘Roma 2007/8’). Qui interessa anticipare l’esclusione di un etrusco
*Ruma+ -le- > latino-romano *Romelo, per a priori storico (Roma!) e per a
priori di lingua : ci sarebbe stato *Ruma-lo-, non avendo l’etrusco la regola
morfonologica per cui -a- in derivazione avanti -lV- passa a -lo-; viceversa è
da porre l’inverso, e cioè che etrusco *Rumele sia da un latino-romano *Ro-
melo-. Advocatus diaboli pro etrusco : ricorrere ad una trasposizione sincro-
nica di un (fantomatico) etrusco -a-le- in latino -e-le secondo la morfonologia
romana sarebbe un obscurius, ma, più ancora, se etrusco Rumel(e)- rispon-
desse a Romulus < *Romelos sarebbe, comunque, un romanismo in etrusco,
per cui si confermerebbe la ‘romanità’ di Romulus < *Romelos.
5) L’argomento per Rumele etrusco e non Romanus (o varianti) ripreso
da Carandini (2006 Leggenda p. XXXVII) è semplicemente insussistente per-
ché, in *Romulos, -lo- ha una funzione derivativa assimilabile a un (etnico-)
poleonimo, ma significa l’origine (poleonimia) in modo diverso da Romano-,

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 149

così come Hispallus non è lo +Hispanānus/Hispanı̄nus, Messalla non è il


+
Messanānus/Messanı̄nus.
Per questo e altro su (il nome) Romulus si rimanda ad altra sede.

[2]

L’arrivo = acquisizione della scrittura per insegnamento dei ‘maestri’


portatori di scrittura, quindi creatori di una scrittura per adattamento ad
una diversa realtà linguistica ma anche socioculturale, è sempre stata veduta
non nei contenuti testuali (appresso) ma nella pura scrittura (nel nostro ca-
so alfabetica) ut sic, cioè come forma e contenuti dei segni scrittorii e della
loro concatenazione nella sequenza (alfabetica); così ancora sostanzialmen-
te A. L. Prodocimi, in M. Pandolfini-A. L. Prosdocimi, Alfabetari e insegna-
mento della scrittura in Etruria e nell’Italia antica, Firenze, 1990. L’in nuce
per la scrittura come contenuti testuali,ivi prospettato ma non svolto, è stato
realizzato un decennio dopo in occasione di un altro lavoro (L. Del Tutto
Palma-A. L. Prosdocimi-G. Rocca, Lingue e culture intorno al 295 a.Cr. : tra
Roma e gli Italici del Nord, in La battaglia del Sentino (Atti del Convegno, Ca-
merino-Sassoferrato, 10-13 giugno 1998), Roma, 2002, p. 407-663); l’alfabe-
to è in funzione di quanto da esso è notato, cioè dei contenuti testuali in cui
si realizza la lingua (sul testo come realizzazione della lingua v. A. L. Pro-
sdocimi, Su testo e segno, in Linguistica testuale, Atti del XV Congresso Int.
di studi della SLI (Genova-S. Margherita Ligure, 8-10 maggio 1981), Roma,
1984, p. 63-84, ora in Scritti inediti e sparsi. Lingua, Testi, Storia, I-III, Pado-
va, 2004, vol. I). Nei ‘contenuti testuali’ sono primarie le strutture formulari
e, in queste, rientra appunto la formula onomastica (cfr. A. L. Prosdocimi,
Sulla scrittura nell’Italia antica, in Scrittura e scritture : le figure della lingua,
Atti del Convegno SIG (Viterbo, 28-30 ottobre 2004), in corso di stampa).

[3]

Ritengo ora (2008) astrattamente possibile che le interpretazioni già da


me date (riprese in G. de’ Fogolari-A. L. Prosdocimi, I Veneti antichi. Lingua
e cultura, Padova 1987 ad *Es 120 p. 282-284, *Es 122 p. 249-253) possano
essere diverse; ma il quadro generale non cambierebbe se non per fissazione
cronologica. Di ciò altrove.

[4]

La questione dell’antichità o (relativa) recenziorità della categoria di


femminile e correlata espressione formale è oggetto di discussioni, special-
mente in seguito alla decifrazione e conseguente interpretazione delle lingue
indeuropee anatoliche arcaiche. Credo si possa dimostrare che la categoria è
(relativamente) recenziore anche indipendentemente dall’anatolico : di ciò
tratterò altrove. Tuttavia quanto vediamo avanti può prescindere dalla que-
stione generale, anche se dovrà, con altro, entrare optimo iure nel dossier.

.
150 ALDO PROSDOCIMI

Come detto al § 3, i maschili in -a quali appa, atta, mama, etc. hanno con -(i)
jo- la stessa morfologia derivazionale dei nomi ‘maschili’ in -os, il che si può
spiegare solo con una morfonologia -e/o-s per cui -ā (poi > -a) è parallela
quale -e/o-H2 : la vocale ‘apofonica’ -e-/-o- ha -s come (agentivo →) nominati-
vo e -H2 come derivativo non (ancora) polarizzato a fornire morfologia per il
‘femminile’, ma un derivativo (a valore di collettivo?). In questa prospettiva
rientra anche il ‘femminile’ in -iă /-jā, -i di sscr. devı̄ e vrki, e latino nutrı̄- in
nutrı̄-re, entrambi derivativi in *-j(V)H2. ˙
Riprenderò il tema ora sparso in diverse sedi (A. L. Prosdocimi, Syllabi-
city as a genus, Sievers’ Law as a species, in Papers from the 7th International
Conference on Historical Linguistics, Amsterdam-Philadelphia 1987, p. 483-
505 su -Ce/o-i/ie/o- > -CØ(e/o)-; Latino (e) italico e indeuropeo : appunti sul fo-
netismo, parte I in Messana, 12, 1992 [1994], p. 93-160; parte II in Messana,
18, 1993, p. 117-184, cap. 1.3, 2 e aggiunte-appendici; entrambi ora in Scritti
inediti e sparsi. Lingua, Testi, Storia I-III, Padova 2004; Umbro furfa- vs. lat.
forfex : -eH2 > -a vs. -eH2s > -eks, in Arch.Glott.It., LXX, 1985, p. 51-61; L’iscri-
zione gallica del Larzac e la flessione dei temi in -a, -i, -ja. Con un ‘excursus’
sulla morfologia del lusitano : acc.crougin, dat.crougeai, in Idg. Forschungen,
1989, p. 190-206; Sulla flessione nominale messapica, parte I in Arch.Glot-
t.It., LXXIV, 1989, p. 137-174; parte II, in Arch.Glott.It., LXXV, 1990, p. 32-
66; Il genitivo messapico in -ihi, in Studi linguistici in onore di Roberto Gu-
smani, Alessandria, 2006, p. 1421-1434.

[5]

Preciso però che la possibilità, poi realizzata in lingue storiche e stori-


camente attestate, era fondata su potenzialità di langue : l’utilizzazione per
ipocoristico e/o cognominazioni è una funzionalizzazione delle predette po-
tenzialità che non sono esaurite bensì realizzate o manifestate in tale funzio-
ne, e questo è da ricordare per non restringere la funzionalità che è poten-
zialità nella langue di -ō(n) e -ā ad una o più funzionalizzazioni nelle lingue
(storiche : è tautologico), invertendo così la direzione di causa (langue) ed
(→) effetto (funzionalizzazioni nelle varie lingue). Di -ō(n) e -ā quali effetto
di V breve + laringale ha trattato più volte Françoise Bader, in più scritti;
non sono sempre d’accordo su alcuni punti, anche non secondari, ma sono
d’accordo sulla necessità di rivedere la tematica oltre quello a cui ci ha abi-
tuato una vulgata ‘filologica’ (su questo appresso [n. 6]). Comunque per i no-
stri fini è sufficiente la prospettiva ‘limitata’ seguita nel testo (sostanzial-
mente dei primi anni ’90).

[6]

Con ‘filologico’ non intendo un negativo, ma solo una prospettiva par-


ziale, per cui si mostra una fenomenologia che è effetto di una causalità che
non si tenta di riconoscere o, quanto meno, porre come desideratum : v. an-
che sopra [n. 5]. Con questo non si vuole colpevolizzare la ‘filologia’ (come si
intende ora e non come la intendeva un Boeck) ma solo evidenziare il suo li-

.
NOTE SULL’ONOMASTICA DI ROMA E DELL’ITALIA ANTICA 151

mite; più ancora : la ‘filologia’ come accertamento delle res e, poi, come di-
sposizione ordinata delle res, è una necessità, ma è un primo livello; un ulte-
riore livello è la spiegazione (causa) che può non essere individuata ma che
non va eliminata come esistenza per implicazione logica e materiale; soprat-
tutto, la causalità non va scambiata con la disposizione ordinata delle res
(effetto), da cui una possibile, anzi frequente, inversione della sequenza tra
causalità ed effetto.

[7]

Non è da ipotizzare un *-ĕlia > +ilia secondo il modello toscano, perché


qui non si ha la cosiddetta anafonesi toscana del tipo famiglia di contro al ti-
po veneto (e lombardo-emiliano) fameia/famegia. A riprova c’è la forma alto-
medievale Hostilia (834, 861) : v. Dizionario di Toponomastica, Torino, 1990,
p. 465 s.v. Ostiglia (MN).

[8]

Ho suggerito la dizione ‘relazioni sociali’ a P. Solinas in occasione del-


l’articolo cit. a nota 106. La ragione è molto semplice, banale forse, ma im-
portante; ‘terminologia della parentela’ è una dizione canonica ma impro-
pria o deformante perché limitativa e, soprattutto, perché non definibile en-
tro la semanticità istituzionale; cf. A. L. Prosdocimi, Sul lessico istituzionale
indeuropeo, in Scritti inediti e sparsi. Lingua, Testi, Storia I-III, Padova, 2004,
vol. III, p. 1247-1357, specialmente le pagine iniziali, riprese da Il lessico
istituzionale italico. Tra linguistica e storia, in La cultura italica, Atti del Con-
vegno della SIG (Pisa 19-20 dicembre 1977), Pisa, 1978, p. 29-74. Anche ‘re-
lazioni sociali’ è limitativo e senza confini netti nella generale semicità che
nella realizzazione (storica : è tautologico) è sociale, ma almeno amplia le
restrizioni poste da ‘lessico della parentela’ ed evita non poche conseguenze
negative delle restrizioni predette.

.
PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA


SULLA BASE DELL’ONOMASTICA ANTICA1

Premessa
Per identificare le varietà del celtico parlate in territori dell’Italia
antica è necessario dare innanzitutto una panoramica dell’onoma-
stica italiana di tale matrice 2 ; partendo dai nomi di luogo (cap. I) 3,
passeremo quindi agli etnonimi antichi (cap. II) 4, ai pochi teonimi
(cap. III) 5 e infine ai nomi di persona (cap. IV) 6, ai quali è dedicato
anche il contributo dell’amico Motta in questo stesso volume 7. Si
noterà che i quattro capitoli in questione, che impiegano tutti

1
Nel presentare il testo della conferenza tenuta il 14 novembre 2002 all’Insti-
tutum Romanum Finlandiae desidero innanzitutto ringraziare della generosa
ospitalità gli organizzatori di tanto piacevole e istruttivo congresso. Ringrazio
inoltre altrettanto cordialmente i colleghi J. A. Arenas (Lampeter), G. Borghi
(Genova), C. García Castillero (Vitoria), M. P. Marchese (Firenze) e J. Zeidler
(Treviri) di avermi gentilmente procurato alcuni lavori di difficile reperimento.
2
Ragioni di spazio impediscono di specificare ogni volta le fonti relative agli
esempi : i più cospicui si potranno facilmente verificare nella bibliografia basila-
re attinente alle lingue celtiche; si rimanda inoltre complessivamente a lavori
precedenti dell’autrice, quali Sonanten e NWÄI, nonché gli articoli 1994, 1995,
1995-96, 1999/2000, 2002.
3
Qualora non si specifichi diversamente, la documentazione storica dei no-
mi di luogo italiani citati (i) compare nel DT e (ii) è compatibile con le spiegazio-
ni proposte nel presente testo; i nomi in alfabeto greco sono tratti dalla ‘Guida
geografica’ di Tolomeo e sono stati per lo più già commentati estesamente in
DBSt 1999/2000 con le aggiunte 2002/2005.
4
Si rimanda per questi, oltre che alla ‘Guida geografica’ di Tolomeo, alle car-
te del GHW e del Barrington; cf. inoltre Grzega 2001, p. 6 e ora DBSt 2006/2008,
nonché nel LKA s.v. «Stammesnamen».
5
I dati vengono raccolti nell’ambito del progetto F(ontes) E(pigraphici)
R(eligionum) C(elticarum) AN(tiquarum) della Österreichische Akademie der
Wissenschaften, cf. per un primo bilancio Zaccaria 2000/2001-02, nonché prossi-
mamente in Sartori.
6
Molti di essi si trovano, anche se differentemente raggruppati, in Unter-
mann 1959-1961; altri sono stati estratti dall’OPEL o ancora da Mercando/Paci
1998.
7
Vedi il contributo di F. Motta in questo volume, p. 295ss.

.
154 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

materiale illustrativo proveniente esclusivamente da territori italia-


ni 8, sono organizzati in modo assolutamente simmetrico e divisi cia-
scuno a sua volta in quatttro paragrafi, di cui il primo (§ a, parame-
tri di celticità linguistica) dà un’idea, seppur sommaria, dei criteri
che si applicano quando si definisce un nome come celtico; il secon-
do (§ b, orizzonte geografico) esplora i confini del territorio in cui si
possono incontrare nomi linguisticamente celtici; il terzo (§ c, carat-
teri specifici del territorio italiano) descrive le isoglosse più tipiche
dell’onomastica celtica incontrata in Italia, siano esse caratteristiche
di tutto il corpus o anche solo di zone/ periodi particolari; il quarto
(§ d, stratificazione linguistica) mette in risalto eventuali isoglosse
che – riscontrabili all’interno dello stesso corpus – contrastino fra di
loro, allo scopo appunto di individuare i vari tipi, ovvero strati, di
celticità linguistica presenti sul territorio italiano, problema su cui
si ritorna complessivamente nel cap. V.

I. I NOMI DI LUOGO

A) Parametri di celticità linguistica

Per identificare un nome come celtico disponiamo basicamente


di quattro parametri 9, corrispondenti rispettivamente alla fonetica
(a), alla formazione della parola (b), al lessico (g) e al sistema ono-
mastico (d).
Il primo parametro (a) implica la presenza di mutamenti foneti-
ci caratteristici delle lingue celtiche in generale, quali ad esempio
– *#p > Ø, come p.es. in La¥rion, il Lago di Como (← ie. plōro – >
airl. lár, cimr. llawr ‘il fondo’), e possibilmente in Arno, Arnate, Arna-
sco, se dall’ie. *parn- ‘pietra’10 ;
– b < *bh, p.es. in rivo Comberanea nonché in Búrmia = Bormida
e Aquae Bormiae = Bormio, rispettivamente da ie. *bher-1e2, ‘portare’ e
‘ribollire, agitarsi’; si noti che la celticità del secondo etimo si rispec-
chia ora nel derivato celtiberico Bormeskom11.

8
Invece i materiali onomastici di altra provenienza – utilizzati per eventuali
raffronti – vengono sempre espressamente individuati come tali (i.a. per mezzo
di abbreviazioni indicanti la provincia romana : GES = Germania superior, HIS =
Hispania etc.).
9
Cf. anche DBSt 2000, p. 407s.
10
Cf. Blažek 2001 sulla connessione tra airl. airne ‘pietra’ e itt. per, parn-
‘casa’.
11
Legenda monetale A. 81 con il gen. plur. di un etnico. V. però anche più ol-
tre alla n. 179.

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 155

In Briga¥ntion e nel collettivo o femminile Brianza (< *bh.gh-;t-yā˘)


per indicare un territorio elevato si constaterà – in aggiunta al pas-
saggio celtico comune delle medie aspirate a medie – anche l’isoglos-
sa – an < *en < *;, tipica del celta continentale e gallico;
– i < *ē, come in briva ‘ponte’, plur. dell’ie. *bhrēw-o-m ‘asse’, da
cui poi toponimi quali Brivio e affini12 ;
– ē < *ei, come nell’idronimo emiliano Reno, il Rhenus di Plinio
III, 118 (< *rei-no-s, airl. rían ‘corso; mare’13).
Il secondo parametro (b) considera celtiche parole formate per
mezzo di una morfologia caratteristica, e in particolare
– i composti che hanno per determinatum dunum. montem ( airl.
dún), come Verdunum = Verduno, il cui determinante parrebbe risali-
re all’ie. *upero-;
– i composti che hanno per determinatum magos ‘campo’(:airl.
mag), quali Excingomagus ‘insediamento-in-pianura di guerrieri’ e
Bodincomagus per un insediamento nella pianura del Po14 ;
– i composti che hanno per determinatum mello- (: airl. mell
‘ball, round mass’) < *mel-no-s, orig. ‘ciò che sporge’ o ‘il rilievo’
(NWÄI, p. 253), come il saltus Leucumellus della TAV15.
In Dormello, Dormelletto il determinante risale con buona proba-
bilità formale e semantica al celt. durno- ‘pugno’ (: airl. dorn) nell’ac-
cezione ‘ciottolo’ («stone of the size of a fist»)16, attestato del resto an-
che come morfema indipendente nella stessa toponomastica cisalpi-
na (Dorno)17. Allo stesso gruppo di composti celtici apparterrà il iugo
Blustiemelo della SeM18 ;
– i prefissati con ari/e-, alcuni dei quali potrebbero aver svilup-
pato lo stesso significato ‘a oriente di’ del corrispondente airl. air
(GOI, p. 483). In Arelica > Arilica – oggi Peschiera del Garda – lica
: airl. lecc, cimr. llech ‘lastra di roccia o pietra’ (< *p/k(k)ā˘) non è al-
tro che il collettivo del (-)licon che si incontra in toponimi ed etnoni-

12
NWÄI, p. 26. Sulle continuazioni romanze Pellegrini 1990, p. 123, e Grzega
2001, p. 110 s.v.; per l’ispanico Brieva (Briviesca è solo moderno), cf. Nieto Balle-
ster 1997, p. 94. V. anche il LKA alla voce «Briva».
13
Diversamente da quanto si dice nel DT, p. 534.
14
Nome precedente all’antica Industria : Plinio N.H. 3, 122.
15
Il toponimo, etichettato come «ligure» solo in virtù del contesto in cui ap-
pare (Pellegrini 1981, p. 38; Petracco Sicardi 1981, p. 75), riflette in realtà un cel-
tico arcaico, pertanto con il significato di ‘lucente collina’.
16
Rivet/Smith, p. 345. Cf. anche Durnomagos ‘kiesfeld’ oggi DormagenD. Di-
versamente il DT, p. 253.
17
Cf. Pellegrini 1990, p. 120.
18
Cf. Petracco Sicardi 1981, p. 73, nonché ora Crawford 2003 e Pansardi
2004.

.
156 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

mi19. Ambiguo è invece Arlàte «à comprendre ‘devant le marais’», an-


che se non si può escludere completamente la possibilità che con-
tenga il gall. ratis < *p.H-ti-s ‘porta’ (: airl. ráith ‘earthen rampart’)
reso irriconoscibile dalla dissimilazione delle liquide (ror > rol) 20 ;
– i derivati da temi in nasale che mostrano un morfema -un-, va-
le a dire con generalizzazione della u celtica sviluppatasi nel nom.
sing. (che terminava originariamente in *ō#), come Beloỹnon, l’at-
tuale Belluno 21;
– i derivati per mezzo di suffissi in velare 22, come possono essere
Karraka o la base derivazionale contenuta in Birakellon «the place
of the Short-cape-wearing people», risuffissata a formare l’attributo
gall. Biracillus, utilizzato evidentemente sia come nome di persona
sia come etnico 23 ;
– i derivati con il suffisso di appartenenza -asko-/ā, classificabile
ora come celtico a pieno titolo grazie alla recente documentazione
di varie forme celtiberiche quali Belaiska, l’attributo della Contrebia
che, ricollegabile ai Beli(ci), risale a un derivativo *Bel-ask-yā 24, o an-
che il gruppo sociale dei viriaskum e nomi di famiglia come quello
dei Binniskum e dei Bolgondiskum 25. Nella SeM possiamo quindi ri-
tenere celtici gli idronimi liguri Veraglasca, derivato dal nome dei
Veragri 26, Tulelasca, derivato dall’oronimo Tuledu (la cui base andrà

Diversamente il DT, p. 484.


19

Cf. risp. Delamarre, p. 197, e DBSt 2000, p. 409, a cui si aggiungeranno i


20

toponimi citati da Watson 1909-1910, p. 240 : «Urray, in Ross-shire, Gaelic Ur-


rath, is for air+ràth, near the forth or earthwork, and in Gaul there is Are-dūnon
with similar meaning».
21
Come già rilevato studiando l’Italia di Tolomeo, le attestazioni antiche non
presentano nessuna traccia del celtema **dunon, che secondo la communis opi-
nio sarebbe concorso a formare il toponimo in questione, e la maggior parte dei
manoscritti presenta addirittura solo una l scempia (1999/2000, p. 93). Si tratterà
invece del neutro originato dal gen. plur. dell’etnonimo *Belunes ‘i Forti’, affini
quindi agli ispanici Beli.
22
Da correggere a questo proposito Rivet e Smith che definiscono -āko- «un-
common in N(orthern) Italy and Iberia» (p. 276). Superati sono anche i dubbi re-
gistrati da Bernardi 1975, p. 71.
23
Il nome di persona è riapparso recentemente in una iscrizione pubblicata
dal Lambert (2001, p. 68s.), da aggiungere quindi alla mia precedente trattazione
del toponimo (1999/2000, p. 92).
24
Maggiori particolari in DBSt 2002, p. 100.
25
Discendenti rispettivamente da una famiglia di magistrati (cib. bindis) e
da *Bolg-on(n)-o-s (cf. il Bolg-ed-o civis Sequanus attestato in Belgica, OPEL,
p. 308) : DBSt 2002, p. 103. – In più di un caso ai derivati in -sk- se ne affiancano
altri in velare semplice, cf. la serie derivazionale NL Virovia (legenda monetale
A. 71) → agg. cib. u.i.r.o.u.i.a.ka e NL ViroviacumBEL → NL Virovesca HIS in García
Alonso 1993/95, p. 403s., nonché gli es. in DBSt 2002, p. 100 n. 55 e p. 103 (I).
26
Con indubbia dissimilazione della liquide (ror > rol).

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 157

a sua volta confrontata con l’airl. taul ‘protuberanza, umbone’), e


Neviasca derivato dal toponimo Nevio, oggi Néi 27.

– i derivati in -Vdyo- come Klastı¥dion (Strabone Geogr. V, 1 §


11), il luogo della battaglia oggi detta di Casteggio, celtico anche in
virtù del 3o parametro, avendo infatti come base derivazionale un
corrispondente dell’airl. clas ‘fossa, trincea’ (< ie. *klH2d-tā);
– i derivati in -mo- come Be¥rgomon, l’attuale Bèrgamo, uno dei
pochi esempi rizotonici, ovvero con preservazione dell’accento celti-
co arcaico;
– i derivati con il formante -nk- che conosciamo dall’aco. youenc
‘giovane’, gall. Iovincus, o dall’idronimo *Aberinka > Abrı¥gkaG S. In E

Italia sembra essere questo il caso del nome più antico del fiume Po,
chiamato «Ligurum lingua» 28 Bodincus, se lo segmentiamo come
*bhodh-enko-s e vi ravvisiamo una base affine al gall. bedo- ‘fossa, ca-
nale’ ( cimr. bedd); potrebbe però trattarsi piuttosto di uno dei ‘deri-
vati limite’ da cui ebbe origine il suffisso stesso se risalisse a un anti-
co *bhudhmen-ko-s formato sulla base indoeuropea corrispondente
tra l’altro al gr. pyumh¥n 29 ;
– i derivati in *-ŏnā, tra cui Kremwna/ Kremwnia, vale a dire Cre-
mona (← kremu-, continuato anche nell’irl. crim ‘aglio selvatico’), e
probabilmente Cetona dalla base celtica kaito– / keton ‘bosco’ ( cimr.
coed), con importanti equivalenti toponomastici tanto sul continen-
te (CetobrigaHIS) quanto nelle isole britanniche 30.

Si noti invece che l’aggiunta del suffisso -yo-/-yā ai vari toponimi


non crea dei nuovi derivati veri e propri o iperderivati 31, ma li trasfor-
ma semplicemente in aggettivi; l’alternanza tra toponimi con e senza
il suffisso in questione, come p.es. Mediola¥nion vs. Mediolanon o
Kremwnia vs. Cremona, rivela quindi solo che le forme aggettivali ve-
nivano usate come varianti libere accanto a quelle del sostantivo 32.

27
Tutti discussi tra l’altro da Petracco Sicardi 1982, p. 111.
28
Plinio N.H. III, 121, che ne dà anche «Gallice» il nome Padus, l’unico atte-
stato invece da Tolomeo (< *kwā-do-s «the Bulging/Swelling (river)»? DBSt 1999/
2000, p. 96).
29
Cf. Pellegrini 1990, risp. p. 118 e 103; IEW, p. 174; EWA II, p. 228s. s.v.
bhudhná- ‘Boden, Grund, Tiefe’.
30
Watson 1909-1910, p. 237s.; diversamente il DT s.vv. Si noterà che l’etimo-
logia qui proposta è avallata da dati archeobotanici.
31
A differenza di quanto sembrano pensare alcuni studiosi, tra cui Petracco
Sicardi 1983, p. 1018s., e Pellegrini 1990, p. 109.
32
Si tratta dello stesso fenomeno osservato da Villar 1995, p. 101, a proposito
del nome dell’antica città di Lutia HIS, dove la forma toponimica che si affermerà
(Luzaga E) è proprio quella originaria dell’aggettivo (cib. *lutiaka).

.
158 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

Il terzo parametro di celticità (g) si fonda sulla coincidenza della


base derivazionale del nome in questione con un lessema di tipo cel-
tico e si può applicare a toponimi quali
– eventualmente Alesate = Alzate e Álice, nel caso che siano stati
formati dal lessema corrispondente all’airl. ail < *p/Hi-(k-)s ‘pietra,
scoglio’ 33 ;
– Artena, Artegna e Artogne, che si possono ritenere derivati dal
gall. artua ‘pietra’ ( airl. art) 34 ;
– Eborodoynon (= EmbrunF), il fundus/saltus Ebu/orelia della
TaAV, nonché Euruno (oggi Inveruno), tutti contenenti eburo- ‘tasso’
(cimr. efwr airl, ibar) 35 ;
– possibilmente Gandosso e sim. se contengono celt. gando-
‘container, vessel’ 36 ; si tratta di un lessema documentato, oltre che in
germanico 37 e nel raro airl. gand ‘a vessel, a can’, nel NL Gannodoy-
ronG S ‘vessels-market’ e nel gall. gandobe/u su un piatto da Lezoux
E

(RIG-L-66) 38. Una interpretazione celtica può risultare valida anche


per l’idronimo ligure Gandovera 39, soprattutto se teniamo conto del
fatto che lo stesso etimo si impiega in varie lingue germaniche con il
significato di ‘piccola barca o canoa’;
– le due Segeste attestate da Plinio (N.H. III risp. 131 e 48), la Se-
gesta ex Carnis che il Frau 1981 propone di ritrovare nell’attuale Sez-
za, frazione di Zùglio Càrnico (Iulium Carnicum), e la Segesta Tigul-
liorum che si continua nel nome di Sestri Levante, entrambe dalla
ben nota base celtica sego- ‘forte’ con l’arcaico suffisso di superlativo
-isto-/-ā 40 ;

Diversamente il DT s.vv.
33

In questo senso già Trumper e Vigolo 1997, p. 224 (analisi non ancora ac-
34

colta nella seconda edizione del DT s.vv.).


35
Cf. i.a. Petracco Sicardi 1981, p. 77, e 1983, p. 1017s.
36
Diversamente il DT p. 296 (sempre in provincia di Bergamo esistono an-
che Gandino e Gandellino).
37
Dove potrebbe evtl. essere un prestito, cf. IEW p. 351.
38
Dove è stato interpretato, oltre che a partire dal sostantivo in questione
(Fleuriot : «aux moyen des récipients»), anche dal corrispondente aggettivo anti-
co irlandese con il significato di ‘limitato, scarso’, cf. Lambert in RIG II/2, p. 176s.
con bibliografia. In entrambi i casi la forma continentale può rappresentare la re-
golare continuazione di un nomen agentis ie. *gh;-d-ó-s dalla radice *ghend- ‘fas-
sen, ergreifen’. Cf. anche DBSt 2002/2005a, p. 90s. con bibliografia.
39
*Gandobera, cf. Lejeune 1972, p. 264, e Pellegrini 1981, p. 38.
40
La tradizionale etimologia celtica si impone – a differenza di quella propo-
sta da Anreiter 2001, p. 124 – soprattutto per ragioni strutturali, cioè di formazio-
ne della parole, indipendentemente dal fatto che il toponimo in questione si rin-
contri in zone più o meno celtizzate come l’Hispania ulterior, la Germania infe-
rior e la Pannonia.

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 159

– Verubius = Verebbio e probabilmente anche Ubiale presso il


monte Ubione, per contenere il corrispondente dell’airl. ub ‘punta’ 41;
– Uxe(i)llo = Ussèglio, Uxellus/is = Usseaux e Utschelg (il Passo del
S. Bernardino), tutti dal celt. uxello- ‘alto’ (cimr. uchel, airl. úasal);
– Novara : oltre all’aggettivo *nowo- (forma celtica recenziore di
*newo-), il toponimo sembra – ad un esame morfologico più approfon-
dito – contenere anche il sostantivo celt. varia ‘recinto, difesa’ (< *w.-
yā), documentato in DurnovariaBRI («the ‘Pebbles-enclosure’», DBSt
2002/2005a, p. 78) e nella forma mista ArgentovariaG S ; si tratta della
E

stessa base contenuta nel derivativo *warı̄nā, al quale risalgono tanto


l’airl. foirenn quanto l’acimr. guerin. factio (EGOW, p. 67). La forma
più antica del toponimo italiano sarebbe pertanto la tolemaica Noya-
ria, riduzione aplologica del *Novovária sviluppatosi regolarmente
dall’originario composto celt. *newo-waryā; da tale /Novaria/ sarebbe
poi derivato l’attuale Novara per retroformazione ipercorretta 42. Può
darsi inoltre che anche il nome di Verona risalga a questa stessa fami-
glia di parole, vale a dire se corrisponde all’airl. feronn/ferann ‘territo-
rio delimitato’ 43 e non rappresenta invece un più antico **uper-onā 44 ;
– Oyßike¥tia ‘la combattiva’, oggi Vicenza, arcaico nomen agentis
in dentale semplice dal tema verbale vik- ‘combattere’ continuato
dall’airl. fichid ‘id.’
Il quarto parametro infine (d) tiene conto della presenza di for-
mazioni parallele nell’onomastica corrispondente di altri territori
notoriamente celtici; così p.es. l’italiana
– Arláte trova un confronto nelle galliche ArlesF e ArletF ;
– Bitoyrgı¥a (nella Toscana di Tolomeo e di alcune opere geografi-
che medioevali 45) è rispecchiata tanto da BourgesF quanto da BiturisE ;
– Bologna, ossia l’antica Bōnónia, trova un pendant innanzitutto
nel teonimo airl. Búanann, rappresentando quindi un derivato celti-
co *bhoun-on-yā ‘la (città) duratura’ 46 ;

41
Diversamente il DT s.v.
42
Essendo una forma in -ya associata di regola al tipo aggettivale (v. sopra al
§ I.a.b con le note 31 e 32).
43
Cf., sempre con il grado normale della radice verbale *wer- ‘difendere’, an-
che gli airl. ferenn ‘cinta’ e fertae ‘argine, tumulo’.
44
Questa seconda ipotesi etimologica, che io stessa proponevo nel 1999/
2000, p. 94, mi sembra ora meno probabile per ragioni strutturali, essendo i deri-
vati in *-ŏnā solitamente formati da basi nominali (NWÄI, p. 452s., Hamp 1990,
p. 193, e qui sopra al § I.a.b). In ogni caso, anche la particolare ricchezza di celti-
smi preservatisi nella zona (Grzega 2001, p. 289s.) sembra parlare a favore di una
etimologia celtica del toponimo.
45
Tol. III, 1, § 48; cf. Cuntz 1923, p. 160, e DBSt 1999/2000, p. 92.
46
L’etimologia, da me presentata nel 1995, p. 24, è stata ripresa – anche se
non del tutto correttamente – da Trumper e Vigolo 1996, p. 229, e si trova ora ac-
colta in Delamarre, p. 84, s.v. bouno > bounonia ‘durable, prospère’.

.
160 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

– Duno corrisponde tanto al Doỹnon della Irlanda antica quanto


ai Daun e Thun di paesi successivamente germanizzati;
– Eborodoynon si confronta con YverdonCH ;
– Mediola¥nion 47 ha vari paralleli tra cui MetelenCH e MedelingenCH ;
– Saquána e anche la Soána 48 rappresentano lo stesso tipo di
idronimo celtico Sequana che si continua nel nome della più famosa
SeineF.

B) Orizzonte geografico dei nomi di luogo


Il territorio geografico in cui nomi di luogo sicuramente celtici
sono rappresentati con una certa densità (a) abbraccia, oltre a Pie-
monte, Lombardia, Liguria, Veneto nell’accezione più ampia 49, Emi-
lia e Romagna 50, anche Umbria e Marche (cf. Sentinon – Tol. III, 1, §
53 – «the place on the way», oggi Sentíno, e Sena Gallica, oggi Seni-
gallia), nonché la Toscana, dove incontriamo la Bitoyrgı¥a Toy¥skwn
di cui sopra (< *Biturı̄gya ‘la reggia del mondo’ o – più probabilmen-
te – ‘la città dei *gwitu-rēg-es, i.e. dei Bituriges’), Birakellon e Sena.
Ci si può poi chiedere se nomi di luogo formalmente classificabili
come celtici, però attestati al di fuori dell’area suddetta e nella fattispe-
cie in territori leggermente più a sud, non possano indicare la presen-
za di piccoli insediamenti più o meno isolati (di commercianti o come
resti di una fase più antica?) al di fuori della Keltikh¥ vera e propria.
Come osserva Frey 1996 [1997] a proposito i.a. della distribuzio-
ne di armi lateniche in Italia «it is remarkable that the spread of the-
se characteristic weapons reaches beyond the settlement area of the
Celts as described by the ancient historians» (p. 60). «Should we
then conclude from these finds that in the countryside [...] there we-
re Celtic warriors, be they mercenaries or marauding hordes, who
had a loose association with the towns? If these conclusions are cor-
rect, we have to assume that the Celtic invasions in Italy were not a
short process, but that probably before the massive invasion of who-

47
Che presenta inoltre indizi di celticità del tipo (a) nel determinatum del
composto : -lānom < ie. *p/H-no-m ‘piano’.
48
Cf. la bibliografia in DBSt 1995-96, p. 135 n. 236, e per la Soana in partico-
lare Pellegrini 1981, p. 57.
49
Cf. Trumper e Vigolo 1997, p. 223 : «sembra essenzialmente provato il
quadro di un Friuli a forte base toponomastica celtica, man mano che si procede
dalla pianura verso la Carnia»; cf. anche ibid. p. 226, dove si arriva a calcolare un
15% di toponimi celtici per il Friuli, mentre per il Veneto (p. 231) si raggiunge un
35%.
50
Bologna e altri toponimi celtici riscontrabili per queste due zone nel cor-
pus tolemaico (DBSt 1999/2000 e 2002/2005) già permettono di correggere Grze-
ga 2001, p. 285.

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 161

le tribal groups there were different movements of smaller groups


who then settled in the vicinity of still flourishing older towns»
(p. 78). Cf. anche Vitali e Kaenel 2000, che parlano, p. 119s., de «l’in-
stallation d’individus ou de petits groupes celtes au sein des différen-
tes populations italiques dès le Ve s. av. J-C.». Come faceva notare
ancora nel 1927 Fraser – anche se in altro contesto – «we have no
ground for assuming that during the prehistoric period immigra-
tions were less numerous, or resulted in anything more serious than
the gradual absorption of newcomers, on each occasion, by the al-
ready mixed population» (p. 175).
Si propone pertanto come possibile (b) la celticità dell’antica Ebu-
rum a sud di Salerno 51 e soprattutto di un gruppo coerente di toponimi
antichi della Corsica, isola in cui pure si è trovato materiale latenico 52
e del resto facilmente raggiungibile dalle località celtiche sia della Li-
guria sia della Toscana. Si tratta in primo luogo di Alista, Matis(s)a,
Oyßenikion, Mantinon, Rotanoy potamoỹ eßkb(olaı¥), tutti perfettamente
analizzabili come appartenenti al sistema linguistico del celta 53.
Assai meno probabile, anche se forse non completamente im-
possibile (g), soprattutto se si ricorda il grande uso che già i Leponti
facevano del corallo 54, è l’origine celtica del nome di alcune poche
località costiere nelle altre isole, come p.es. Portus Luguaidonis in
Sardegna 55 o l’Empo¥rion Segestanw̃n in Sicilia 56.

C) Caratteri specifici dei nomi di luogo attestati in territorio italiano


Distinguibili in arcaismi (a) e innovazioni (b), annovereremo tra
i primi (a)
– la conservazione di eu quale si osserva in Liguria (saltus Leu-
cumellus, Neviasca);
– la conservazione di ent pretonico come in Sentinon, oggi Sentì-

51
Barrington, carta 44 : H.4.
52
Cf. la carta di Kruta-Poppi in Frey l.c.
53
Si constata inoltre la presenza di toponimi – anch’essi antichi – conosciuti
da altre zone del mondo celta quali Albiana e Kloynion, Palanta.
54
Cf. Schmid-Sikimic¥ 2001, p. 60 : «Bemerkenswert an südschweizerischen
Bestattungsplätzen der älteren Eisenzeit ist [...] auch das Vorkommen von Bern-
stein und vor allem Edelkorallen, die reichlich Eingang in die Schmuckproduk-
tion gefunden haben, selbst aber nur im Fernhandel zu bekommen waren.» E a
p. 125 : «[Die Kelten] verwendeten die Koralle weit mehr als die vorangehenden
Kulturen».
55
Semplici coincidenze parrebbero invece Oyßsel(l)iv, oggi Usèllus (prov. Ori-
stano), e *litana (nei moderni Lìdana e Rio Lìdana; v. però al § IV.a), normalmente
classificati come «paleosardi» (cf. Wolf 1998, p. 38 e 64, 58, 93, 263, 267, 299).
56
«Die Münzlegenden, vor allem die Bilinguen, zeigen eindeutig, daß die
epichorische Form das S- erhalten hatte» (Schmoll 1958, p. 8); sul tipo onomasti-
co v. sopra al § I.a.g con la nota 40.

.
162 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

no (dal celt. sentu- ‘sentiero’, cf. airl. sét), cf. Sentı¥khE, mentre il
gruppo è passato a int nel Sintoion galata 57 ;
– la sopravvivenza di resti del nome-radice *bh.gh-s ‘rocca’ (i.e. di
contro alla forma modernizzata briga- del gallico e del britannico)
cf. Arebrigium, Seprio e forse Vaprio, Cadore 58 ;
– l’utilizzazione di cotto- nel significato originario di «bucklig»
(così nel nome delle Alpes Cottiae), laddove in britannico assumerà
poi il significato di ‘curvo’ e quindi ‘vecchio’ riferito a persone (come
nel cimr. cot bret. coz, DBSt 1999/2000, p. 93).

Altri toponimi mostrano invece isoglosse di innovazione (b), quali


– la labializzazione u+Lab < o+Lab, come nel dativo plurale cel-
tiberico, che termina regolarmente in -ubos 59 ; si incontra in Liguria
in saltus Leucumellus e in rivo Vindupale 60 ;
– l’assimilazione n(n) < nd come nel nome del rivom Vinelascam
in Liguria, da un originario *vind-el-askā (cf. anche cimr. gwynn e
airl. find, Finn < vindo- ‘bianco’), e in quello del Lago di Garda, Ben-
nakon lı¥mnhn, da una base celt. benda ‘punta’ 61 «applied to a variety
of things, including lochs» 62 ;
– la sporadica assibilazione del nesso -dy- come quella riscontra-
ta nella Penisola Iberica, cf. lep. meśiolano su un miliario rinvenuto
a Milano 63 ;
– l’anticipazione della palatalità, in toponimi quali Airuno, Aira-

57
Falileyev 2002, p. 87, nel mettere in dubbio l’arcaicità delle forme con -ent-
non tiene conto né dei vari tipi di mutamenti fonetici documentati in gallico in
sillaba pretonica (cf. gli studi di DBSt 1994 e 1995), né del fatto che i fautori da lui
citati di una alternanza libera ent / int (postura normale prima del ’94) provengo-
no da una corrente che rifiuta a priori la parossitonia del gallico in quanto iso-
glossa di innovazione propria di una fase gallo-britannica.
58
Rispettivamente con are- (nell’Itin.provinc.Ant.Aug. 345.4 e 347.7), sego-,
u(p)o- e catu- in funzione di determinante. – Nello stesso contesto ricorderemo
anche il briś di Montmorot (Verger 1998/2001), casomai non si trattasse di una
abbreviatura.
59
Cf. Eska [1989 e 1995] citato in DBSt 2002, p. 98, dove tale labializzazione
si annovera tra le innovazioni del celtiberico.
60
V. sopra al § I.a.b e – risp. – in basso al § I.d; il fenomeno di labializzazione
ligure appare già tra le isoglosse elencate da Lejeune 1972, p. 266, che al no 3 ne
risalta l’assenza nell’idronimo Porcobera, peraltro così arcaico da conservare ad-
dirittura la #p- (v. al § I.d).
61
Documentata nell’iscrizione di Fuentes de Ropel (cf. la bibliografia citata
in DBSt 1999/2000, p. 95 n. 22) e nell’airl. benn (ibid. n. 23).
62
«Loch Beannach, horned loch, is a common name, usually mistranslated»
(Watson 1908-09, p. 339s.).
63
Tibiletti Bruno 1986, p. 99s.; sulla affricazione celtiberica DBSt 1999/2001,
p. 328s., nonché 1998/2007.

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 163

sca; Airolo, Airole. Incontrandosi tale isoglossa, oltre che nelle lingue
celtiche cosiddette insulari, anche nel corpus paleoispanico prove-
niente dalla Celtiberia e dalla zona occidentale 64, mi pare lecito pen-
sare che rappresenti nelle parlate romanze un influsso del sostrato;
– la palatalizzazione ye < yo, che si osserva in area cosiddetta li-
gure 65 e si confronterà con quanto avviene regolarmente in goidelico
in sillaba atona 66 : cf. montem Berigiemam, che non è un composto 67,
bensì un derivato, probabilmente elativo, in -mā da una base *bhergh-
yo- formata a partire dalla ben nota radice *bherĝh ; iugo Blustiemelo
e, sempre nella SeM, fontem Lebriemelum, ai quali fa eco nella TaAV
Nitielium ← celt. nitio- ‘interno > del luogo’ 68 ;
– l’epentesi nel contesto #(C)VRVCV, documentata nel succitato
oronimo Berigiema, da un originario *Bhérĝh-yo-mā e di cui si cono-
scono paralleli nella Penisola Iberica 69 ;
– la fissazione dell’accento sulla penultima sillaba nella fase gal-
lica la rivelano p.es. *Berg-ál(l)-is > Bergalli, Bargali = Bargagli e Bar-
rolius = Barolo, nonché Arlate, Blenio, Bologna, Briona, Cadore, Cre-
mona, Issiglio, Ivrea, Milano, Soana, Susa, Vendoglio, Vicetia = Vi-
cenza 70 ;
– lo sviluppo di suffissi del tipo VCxCxV < VCxV, vale a dire
con geminazione consonantica riconducibile all’allungamento fone-
tico della sillaba tonica aperta. Si tratta dello stesso fenomeno 6 VCV
> 6 VCCV che in tedesco ha condotto a Wetter dall’aated. wetar. Esem-
pi italiani ne sono l’-éllo- di Birakellon e Brijellon e l’-énno-/ā di
Ardenno, Val Brevenna, che non rappresentano quindi suffissi del
tutto nuovi, bensì varianti dei morfemi ie. e celt. -lo- e -no- (cf. anche
DBSt 2005a, p. 91).

64
DBSt 2002, p. 98s., 116, 121. Cf. ora anche ead. 2005/2007.
65
Come rileva Lejeune 1972, p. 266, sulla scia del Devoto. Cf. ora DBSt 2006.
66
In Spagna il tipo Nemaiecanum è latinizzato rispetto al gen. plur. indigeno
Nemaioq( ) (sul r. e v. della tessera di Herrera de Pisuerga, cf. Marco Simón 2002,
p. 169s.).
67
Si noti che l’etimologia che si suole citare in proposito – riferita tra l’altro
dalla stessa Petracco Sicardi (1981, p. 73, e 1982, p. 111), che pur propone alterna-
tivamente una analisi, benché rudimentale, come derivato – va contro la struttu-
ra di tutti gli altri nomi del nostro corpus, regolarmente del tipo SOV.
68
La sicura attestazione del lessema in più di un composto celtico continen-
tale (cf. ora Delamarre, p. 235 s.v. gall. nitio ‘d’ici, propre’) fa apparire superata la
vecchia interpretazione (riferita i.a. da Petracco Sicardi 1981, p. 76).
69
V. oltre al § IV.a.d e IV.c.b con la nota 160. Cf. ora DBSt 2005/2007.
70
Come risulta dai lavori del 1994, 1995 e 1995/6. Si aggiungerà ora che non
tutte le peraltro assai poche eccezioni (Bèrgamo, Polcèvera, Vendévolo) saranno
necessariamente dovute ad interferenze con l’accentuazione latina, potendo per-
fettamente riflettere il sistema celtico anteriore (2002, p. 118s.), che traspare an-
che dagli sporadici fenomei di epentesi e di restrizione di -yo- in -ye-. Cf. ora an-
che DBSt 2005/2007 e 2066.

.
164 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

D) La stratificazione linguistica del territorio italiano come appare dai


nomi di luogo
– È tuttora visibile l’inclusione di elementi preindoeuropei o co-
munque pre – ovvero non celtici in toponimi celtici. Si tratta eviden-
temente dello stesso fenomeno constatabile fuori d’Italia nello strato
onomastico a cui appartengono l’aggettivo cib. PERKUN-et-aka- e il
teonimo celtico continentale APAdeva che designano rispettivamente
un recinto consacrato i.a. a una divinità arborea e una dea acquati-
ca 71. È questo il caso del PALA delle stele lepontiche, che ritroviamo
con un determinante specificamente celtico nell’idronimo *vindo-
pal-i-s ‘dalle bianche pietre’, regolare tema in -i – di bahuvrı̄hi secon-
do il modello indoeuropeo arma ∼ inermis, presente in celtico p.es.
nell’airl. suthain ‘eternal; long-lived’ (tema in i) vs. la base tan ‘time’
(tema in ā) 72. È interessante notare che, oltre che nella Liguria anti-
ca (in rivo Vindupale SeM) e nel Veneto (oronimo Vendevolo 73), lo
stesso nome si incontra anche nella Penisola Iberica (idronimi Ven-
doval, presso Badajoz 74). Parallelamente, troviamo l’arcaico PORCO-
‘trota’ con la *#p- preservata (vs. il regolare airl. orc ‘salmone’
< ie. *pork-ó-s ‘variegato’) come determinante di un composto ver-
bale in cui la radice (*bher-) ha invece già assunto la forma fonetica
regolare del celtico : nel flovio Porcobera della SeM. Da annoverare
in questo stesso gruppo sono il lessema COTTO- (di cui al § I.c.a) e
possibilmente ALBUM per indicare un tipo di insediamento 75, come
nel toponimo Album Ingaunum (oggi Albenga), che a un esame ap-
profondito risulta significare ‘Urbs Pictorum’ 76.
– A nomi di luogo con la labiovelare sorda preservata, come Sa-
quána in Piemonte (< Sequana < sékw-onā), ed eventualmente poi
semplificata, come nel caso di Tikinov / Ticinus «the running (ri-

71
Come discusso più ampiamente in DBSt 1993/96, p. 227s. n. 72, e in Are-
nas/DBSt 2005.
72
NWÄI, p. 539. Cf. anche l’airl. sochrait ‘having good or many friends’
< *su-karant-i-s (Uhlich 2002, p. 415).
73
Da un precedente < *vindu-pal-o-s : Marchese 1979, p. 175s.
74
Come sottolinea la Prósper 1998, p. 148s., anche se, vincolando l’etichetta
linguistica ‘ligure’ specificamente all’attuale regione ligure, rifiuta curiosamente
l’etimologia tradizionale; metodologicamente corretta è piuttosto la posizione
della Marchese 1979, p. 177, che sottolinea come «un *vindupala era, come strut-
tura di langue, di tutto il leponzio [recte : di tutto il celtico arcaico] e che solo per
un fortunato fatto, cioè la fissazione in un toponimo, ce ne è conservata l’attesta-
zione unicamente in Liguria [e altri pochi territori]».
75
Si noti che Breeze 2002, p. 263s., preferisce il significato di «middle part»
alla classica interpretazione del tipo ‘rocca’.
76
Con Ingauni < *ping-a-mn-o-i, participio presente mediopassivo del verbo
corrispondente al lat. pingō, v. oltre al § II.a.b.

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 165

ver)» < * tjkw-ino-s (cf. airl. techid ‘corre’) 77, si affiancano quelli di
epoca posteriore con labializzazione della labiovelare in questione,
come Eporedia = Ivrea 78, nonché il montem Prenicum ‘coperto di al-
beri’ nella stessa Liguria 79.
– Alla base Taur-, non ancora metatizzata in Augusta Taurino-
rum = Torino 80, si affianca la forma con la metatesi caratteristica del
celta seriore come in Tarvisium = Treviso e in Tarvisio.
– I vari tipi di continuazione della base vindo- riflettono diffe-
renti strati onomastici, cf. Vindupalis (il più arcaico e specificamen-
te ligure 81) vs. Vinelasca (con l’assimilazione consonantica regolare
in lepontico) vs. villa Vendoni (con il gruppo nd preservato e l’assi-
milazione vocalica in sillaba pretonica tipicamente gallici), oggi Vin-
done, tutti attestati in Liguria.

II. GLI ETNONIMI

A) Parametri di celticità linguistica


In virtù della fonetica (parametro a) si possono classificare
come coniati da popolazioni celtoparlanti – per citare solo alcuni
esempi – il nome, probabilmente sorto come denominazione eso-
gena, dei Carni < ‘provvisti di corni’ (isoglossa arn < *.n come nel
nome dei Galli Carnutes, dalla base derivazionale corrispondente
al galat. ka¥rnon e al britannico comune carn) e quello degli stessi
Lēpontioi, di cui tanto la labiovelare già labializzata (isoglossa p <
*kw, gen.plLhpontı¥wn ← *leikw-ont-yo-) quanto la ricaratterizzazione
per mezzo del suffisso -yo- 82 che si trattava di una designazione
già gallica e quindi esogena indicante gli «Emigranti», ovvero i

77
Che pare rappresentare un caso di semplice dissimilazione della compo-
nente labiale w davanti alla i iniziale del suffisso.
78
Da *ekwo-reid(a)-yā, con il significato originario di ‘the (town) of the hor-
se-carts’, cf. la bibliografia in DBSt 1999/2000, p. 93 (il toponimo e la discussione
relativa vanno aggiunti a Uhlich 2002, p. 417 e 423s.).
79
Attestato nella SeM : dalla base prenne gl. arborem grandem (: cimr.
prenn), laddove il goidelico ha crann come in airl. ‘albero, legna’ < *kw.snó-. Im-
motivata e poco economica la ricostruzione della Petracco Sicardi 1981, p. 75.
80
Dall’etnonimo Taurini ‘(forti) come tori’, di cui si conosce un parallelo
onomastico – fuori d’Italia – nel nome dei Celti Taurisci NOR, nonché in quello, leg-
germente modernizzato, dei Teurísci vicini alla Dacia (cf. Falileyev 2007,
p. 25 s.).
81
Per via della labializzazione della -o- in -u- (sconosciuta p. es. al lepontico,
che forma dat. plur. in -iobos, -ebos).
82
Tipica delle formazioni participiali modernizzate del celtico continentale
(DBSt 1995a, p. 433), si osserva anche nell’etnonimo gen.plOyßediantı¥wn (Vediantio-
rum in Plinio) «either ‘the Leaders’ or ‘the Sages’» (DBSt 1999/2000, p. 91).

.
166 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

«Departing ones» 83 piuttosto che i «Left behind» o loro discen-


denti 84.
Quanto poi alle caratteristiche morfologiche degli etnonimi che
si possono ritenere coniati da popolazioni celtoparlanti (parametro
b), incontriamo frequentemente nomi
– composti con -riges; in particolare l’etnico Caturiges (/gen.plKa-
toyrigw̃n) ‘i re della battaglia’, riunisce in sé anche i rimanenti para-
metri di celticità linguistica, presentando cioè concordanze di tipo
fonetico (i < *ē), lessicale (catu-), onomastico (Katu/origes in territori
transalpini, da cui tra l’altro il toponimo ChorgesF);
– composti in -sami, come Venisami, ‘gli amichevoli’, dalla base
*weni- che si ritrova nel gall. oyenikoi «ceux du clan» (RIG-*G-279)
e nel nome dei Oyßenı¥knioi nell’antica Irlanda 85 ;
– derivati da altri composti notoriamente celtici, come nel caso
dei Catubrini, plur. di katubri-no-s, formato sulla base del nuovo te-
ma in -i- 86 *katu-bri(k)s ‘rocca della battaglia’ (cf. il NL Cadore 87). È
peraltro probabile che l’etnico in questione ci sia giunto in quella
che era una variante con morfema derivazionale latinizzato 88 ;
– derivati con suffissi in velare, quali i Marici (← gall. maros
< *mōro-s ‘grande’) e i Medoakoi /Medwakoi/ di Strabone, Geogr. V, 1
§ 9 89, che, affini ai *Medu-an-yō-s ispanici (nella legenda cib. A.84
gen.pl
MeTuainum), risultano pertanto confrontabili con airl. medb
«‘enivrant’ et ‘enivré’» 90 ;

83
Cf. Prosdocimi 1984/87, p. 75; inoltre DBSt 1995-96, p. 135f., e 1999/2000,
p. 91. Si ricorderà con Lejeune 1972, p. 263, che «à l’exception de Strabon, qui
donne Como comme leur limite méridionale, les Anciens s’accordent à localiser
les Lepontii nettement plus au nord, vers les sources du Rhin (César) ou du Rhô-
ne (Pline); leur nom survit dans celui de Val Leventina (haute vallée du Ticino en
amont de Biasca)».
84
Tratti così moderni contrasterebbero infatti con un eventuale residuo di
impiego passivo dell’aggettivo verbale in -nt- a meno che non si tratti della mo-
dernizzazione di una designazione più antica.
85
Per l’analisi come composto si rimanda a NWÄI, p. 429s., per la forma ir-
landese a DBSt 1999/2000, p. 100s. con ulteriore bibliografia; cf. ora anche ead.
2004/2007, p. 149.
86
V. anche quanto si dice più avanti al § II.c.a sul passaggio fonetico di -iks a
-is e la conseguente reinterpretazione morfologica che si incontra in vari tipi ono-
mastici.
87
Discusso in DBSt 1995-96, p. 116.
88
Vale a dire come il tipo con -enses rispetto a -ates, la cui alternanza è ana-
loga a quella osservabile tra il classico tipo in -i/e tani e i vari -ites, -uli etc.
89
Il nome è evidentemente contenuto anche nell’idronimo Meduacos della
Cisalpina citato da Lambert, LG p. 60, mentre più complessa è la connessione
con Malamocco nella laguna di Venezia proposta da Trumper e Vigolo 1997,
p. 228s.
90
LEIA-M-27 : «aussi nom propre».

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 167

– derivati con suffissi in dentale, come i Genuates, che nella


SeM alternano con la forma latina Genuenses, sulla base del topo-
nimo Ge¥noya o i Gaisa¥tai (Strabone, Geogr. V, 1 § 10) ← gall. gai-
so- ‘giavellotto’;
– derivati in -auni 91, ovvero originari participi presenti medio-
passivi indœuropei nell’assetto fonetico caratteristico di gran parte
delle lingue celtiche, in cui il passaggio mn > un è dovuto alla pri-
ma lenizione comune 92. È questo il caso degli Anauni (da cui il to-
ponimo Anayn-ion = Nanno «the town of the Staying ones» 93), in
origine *ane-mn-o-i, participio di diatesi media del verbo corri-
spondente all’airl. anaid ‘si ferma’; il loro nome forma una coppia
antitetica con quello degli Alauni in territorio germanico, che il
Delamarre spiega ora 94 come participio della radice verbale ie.
*h2 elh2- «ziellos gehen» (LIV, p. 235), arrivando quindi a una più
che plausibile interpretazione dei due etnici come «Errants vs. Sé-
dentaires». Allo stesso tipo di participio apparterrà anche il nome
degli Ingauni, che rappresenta evidentemente un originario *(p)in-
gamnoi, ossia un participio mediopassivo dello stesso presente
*pingō che si documenta anche in latino 95 ; l’etnico, geograficamen-
te ligure e finora ritenuto oscuro, si rivela quindi non solo come
linguisticamente celtico – ossia coniato da una popolazione celto-
parlante –, ma anche come semanticamente corrispondente alla
denominazione, probabilmente esogena, dei Britanni/ Prettanoi
ovvero dei Picti 96.
Tra gli etnonimi che consideriamo linguisticamente celtici per
contenere un elemento sicuramente appartenente al lessico celtico
(parametro g) sono da annoverare
– il nome dei gen.plBadiennw̃n (/ v.l. Bagienni) ‘gli abbronzati’ o ‘i
biondi’, il cui nom. sing. *Badyénnos ha come base l’aggettivo ie.
*bhe-dyó-s continuato dall’airl. buide gl. flavus e dal prestito lat. ba-
dius ‘baio’ 97 ; gli sviluppi fonetici verificatisi ci confermano le varie

91
Per uno studio sistematico cf. DBSt 1994a.
92
Ovvero quella per cui in contesto sonoro le occlusive sonore passano a fri-
cative sonore e la nasale labiale m passa alla fricativa bilabiale sonora [m].
93
DBSt 1999/2000, p. 91 con bibliografia. Si aggiungerà che Anaunia è il
«Nome di tradizione dotta della Val di Non» (DT, p. 27).
94
In una gentile lettera del 26-2-2002. Cf. ora id. 2004.
95
LIV, p. 418.
96
L’ultimo, entrato in uso solo molto tardi, potrebbe essere stato in origine
semplicemente una resa latina dell’etichetta celtica ‘Britanni’, cf. N.K. Chadwick
1958.
97
Sulla ricostruzione in dettaglio NWÄI, p. 358; sulla varia lectio DBSt 1999/
2000, p. 90.

.
168 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

fasi accentuali ricostruibili 98 i. *Bádyo-no-s (celta comune 99) > ii.


*Bádyenos (celta ligure) > iii. *Badyénos (gallico) > iv. *Badiénnos
(gallico cisalpino). Non è sicuro però che la denominazione dei Ba
(d)io-casses in Francia (da cui il NL Bayeux) sia analoga e quindi
comparabile con l’airl. buide-chass «aux boucles blondes»100 ;
– il nome dei Nerusii tra Nizza e Antibes, sulla base di un’antica
denominazione del ‘maschio’, di cui l’airl. ner ‘cinghiale’ rappresenta
una specializzazione;
– il nome dei Segusi, da cui il NL Segoy¥sion (oggi Susa) sul quale
si formerà poi il nuovo etnonimo (nelle varianti gen.plSegoysianw̃n e
Segusini della tradizione latina), in quanto derivato direttamente
dalla base sego- ‘forza’, contenuta anche nel nome dei Segovii delle
Alpi Cozie101.

Etnonimi considerati celtici in virtù di etnici esattamente corri-


spondenti nel mondo celta (parametro d) sono poi su territorio ita-
liano quello

– dei Boii (plur. di Boios < *bhow-yo-s «the Oxen-raiser» o da


*b oy-ó-s «der Schläger»102), documentati i.a. nell’Europa centro-
h

orientale;
– dei Cēnomani (/ gen.plKenomanw̃n) ‘quelli che vanno lontano’ ←
{*keino- ‘lontano’ (airl. cían) + m;H-o-s (radice contenuta nel gall.
mantalon ‘cammino’, nel verbo cimr. myned etc.)}, attestati anche in
Francia, risp. iuxta Massiliam ...in Volcis e nella Lugdunense (NL Le
Mans)103 ;
– dei Lingones «the Springers» < *lengwh-on-es (cf. il verbo airl.

98
Per la palatalizzazione vocalica in sillaba atona e l’allungamento fonetico
della consonante in sillaba tonica v. anche quanto detto ai § I.c.a, II.c.a, III.c.a e
IV.c.a.
99
Resti di questa arcaica accentuazione sull’antepenultima affiorano ora in
parte del materiale ispanico, cf. DBSt 2002, p. 118s. al no 19, e 2005/2007, p. 156-
159.
100
LEIA-B-113; cf. l’interpretazione di questi ultimi data da DBSt 2008,
§ 5.1.2, avallata anche dalla più moderna variante Bodiocasses, con assimilazione
della -a- iniziale che si trovava in posizione pretonica.
101
Barrington, carta 17 : H4.
102
Cf. rispettivamente DBSt 2008, § 2.2 con bibliografia alla nota 42, e
KGPN, p. 153.
103
Plinio NH III, 130 e – con nn – IV, 107. – Si noteranno le reinterpretazioni
ipercorrette quali Genoma¥noi per il gruppo italiano (Strabone, Geogr. V, 1 § 9) e
Cenimanni, diventato addirittura Cenimagni, per il gruppo britannico (Cesare pa-
ce Rivet e Smith, p. 374s.). L’etimologia, presentata con più dettagli in DBSt
1999/2000, p. 91, si aggiungerà a Uhlich 2002, p. 423s.

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 169

lingid ‘balza’), insediati anche tra Belgica e Germania Superior, co-


me documenta il NL LangresF.

B) Orizzonte geografico degli etnonimi


Etnonimi sicuramente coniati in ambito celtoparlante appaiono
diffusi (a) lungo tutto l’arco alpino dall’estremo est all’estremo ovest,
fino alla costa marchigiana. Il territorio, strettamente corrisponden-
te all’Italia settentrionale, appare leggermente più limitato con ri-
spetto a quello definito dai nomi di luogo, cosa che non sorprende se
consideriamo che le fonti antiche avranno parlato di Celti solo dove
la presenza di questi era massiccia.
Nel caso di etnonimi documentati unicamente da toponimi, è
prudente, qualora il territorio di attestazione del toponimo non
coincida con il territorio di attestazione del gruppo etnico corri-
spondente, supporre che il toponimo in questione derivi da un co-
gnomen tardio, anche se di matrice celtica, piuttosto che dall’etnico
celtico vero e proprio. Un esempio di questo tipo è il NL Mezzomeri-
co (in provincia di Novara, attestato come Mestomadrigo nel 918
A.D.104), laddove la presenza dei Mediomatrici è documentata nel no-
me e nella zona di Metz F.
Si danno poi i nomi di altri gruppi etnici che sarebbero interpre-
tati come celtici (b) se fossero documentati in altri territori. Così
p.es. in Corsica i nomi dei Likninoi, dei Tarabenoi e dei Titianoi e in
Sardegna quello dei Beronicenses ricordano assai da vicino l’onoma-
stica paleoispanica105.
Teoricamente celtico (g) potrebbe essere infine il nome degli
¶Elymoi nella Sicilia occidentale (con #h- nel PN Helymus 106), una
delle cui città era appunto Segesta; intendo dire che, se ci limi-
tassimo all’analisi linguistica prescindendo dai dati storico-ar-
cheologici, un etnonimo derivato per mezzo del suffisso aggettiva-
le -mo- (di impiego abbastanza frequente nell’onomastica celtica)
dalla base *pelu- ‘numeroso, viel’ (contenuta peraltro anche nel-
l’etnonimo celt. Helvetioi > Elvetioi) sarebbe non solo fonetica-
mente, bensì anche morfologicamente e semanticamente plau-
sibile.

104
Ricollegato invece direttamente con l’etnonimo dalla Tibiletti Bruno 1986,
p. 108.
105
E in particolare il personale cib. Likinos, documentato sul continente co-
me Licnos Contextos (RIG-L-10; il cognomen credo sia di tipo etnico e corri-
sponda all’etnonimo Contestani, sicuramente esogeno; cf. 2002, p. 117 al no 13);
l’etnonimo Tarbelli in Aquitania (un derivato analogo anche nel NL Tarbonia
della TaAV, Petracco Sicardi 1983); gli etnici dei Tittoi e dei Bhrwnev nella Cel-
tiberia.
106
Schmoll 1958, p. 57.

.
170 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

C) Caratteri specifici degli etnonimi attestati in territorio italiano


Tra le isoglosse di conservazione (a) sono da annoverare
– l’utilizzazione del significante seno- ‘vecchio’ nel nome dei Se-
nones nelle Marche, semanticamente corrispondenti all’airl. Túath
Sencheneóil ‘tribù della razza antica’ o Túath Senérand ‘tribù della
Irlanda antica’107, mentre in altri territori vi si sostituirà il tipo Ate-
cotti108 ;
– probabilmente i derivati in -us- come Nerusioi, Segusioi;
– Un arcaismo però modernizzato è contenuto nel nome degli
*Issubrēs < *issubreys ‘quelli di sotto alle alture’, attestato come
Isymbroi109 nonché, più frequentemente, nella forma ipercorretta
Insubres; si tratta del plurale di tema in -i- formato su *issu-bris, esi-
to fonetico del composto celt. *issu-briks formato con l’arcaico no-
me-radice *bh.ĝh-s ‘altura rocca’. L’isoglossa fonetica che qui si pre-
suppone (ks > s) è realmente documentata per lepontico e celtiberi-
co, nonché per il galatico110, e avrà indubbiamente favorito la
rinterpretazione come temi in -i- di nom. sing. in -is appartenuti in
origine alla declinazione consonantica.

Da quanto detto al § II.a.a a proposito dei Lēpontioi risulta inve-


ce meno probabile il carattere passivo dell’aggettivo verbale in -nt-.

Anche tra gli etnonimi ritroviamo poi le isoglosse di innovazione (b)


– *yo > ye in area ligure; l’isoglossa, che – torniamo a sottolinea-
re111 – risulta affine a quanto avviene in goidelico, rende conto del
passaggio di *Badyo-no-s a *Badyenos nel nome dei Badiennoi;
– la diffusa geminazione consonantica suffissale dovuta all’al-
lungamento f o n e t i c o della sillaba tonica aperta, visibile, oltre che
nel suffisso -enno- dello stesso etnico Badiennoi, nella variante Ceno-
manni del composto Cenomani.

107
Hogan, p. 653.
108
Si noti però che il popolo così designato viene ritenuto irlandese da alcuni
autori (Freeman 2002), fino al punto di essere considerato «a Latin rendering of
the Old Irish aithechthúatha» (Rance 2001, qui p. 249).
109
Strabone Geogr. V, 1 § 9 (2x) e 12. – Tra i nomi derivati da *ı̄s/ı̄ssu- (1995-
96, p. 119) potrebbe essere da annoverare anche la città britannica di Isoy¥rion,
ovvero Isu(r(i)um)-Brigantum BRI (diversamente Rivet e Smith, p. 379s.).
110
Cf., a parte il graffito Priś < *briks( ) a Montmorot nella seconda metà del VI
s. a.C. (Verger 1998/2001), la moneta insubre Natoris ‘re delle battaglie’ (< *n;to-rēg
s); il nome di zecche come N.e.r.to.bi.s e SEGOBRIS nella Penisola Iberica (sull’iso-
glossa e le sue conseguenze DBSt 2002, p. 102, 106s., 117); dativi come Bedorei e so-
prattutto Bwdorei formato sul personale galatico Bwdoriv (Falileyev 2001).
111
V. sopra ai § I.c.a e II.a.g.

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 171

D) La stratificazione linguistica del territorio italiano come appare da-


gli etnonimi

– Gli etnonimi – e non solo quelli derivati da toponimi – soglio-


no essere linguisticamente più moderni di questi ultimi, e in partico-
lare meno opachi dal punto di vista semantico. Non sorprende dun-
que incontrare un unico caso in cui un etnonimo dell’Italia celtica
parrebbe essere stato derivato da un elemento preceltico o eventual-
mente preindœuropeo112. Si tratta di Langates, che alterna nella stes-
sa SeM con l’equivalente latino Langenses, anche se la base deriva-
zionale LANGA in esso contenuta, prevalentemente documentata in
toponimi ricorrenti in aree celtizzate e in qualche termine romanzo
indicante formazioni di terreno, viene da alcuni autori interpretata
come lessema celtico vero e proprio113.
– La presenza di per lo meno due livelli di celticità è docu-
mentata anche dalla coesistenza di entrambe le designazioni etni-
che, ovvero del tipo arcaico e probabilmente esogeno Keltoı¥, ap-
parso nelle forme etruschizzate di personale Celuestra (tardo VI
sec. a.C., Caere) e Keltie (prima metà del III sec. a.C., Spina)114, di
fronte al più moderno Galli, che si estenderà poi anche alle Isole
Britanniche115.
– Due strati si possono distinguere anche fra gli etnonimi deri-
vati per mezzo del suffisso *-ō(n) dei nomina personalia : il primo
preserva il regolare morfema -on-, come nel nome dei Lingones e Se-
nones, mentre il secondo ha esteso la terminazione -u# del nom.
sing. a tutti gli altri casi e numeri, per cui i più settentrionali Bexu-
nes ‘[dagli elmi] provvisti di becco (← gall. *bekko-)’ risultano al
tempo stesso più moderni116.

112
Vale a dire analogo agli esempi illustrati sopra al § I.d.
113
Ossia ereditario di matrice indoeuropea. Sulla voce romanza «*lanka
(gall.?) ‘Vertiefung im Gelände; Flußbett; lange, steile Wiese’ cf. la recente discus-
sione di Grzega 2001, p. 192, che però non parla delle varianti con velare sonora
(DT, p. 343 s.v. Langhe; su quelle spagnole cf. Nieto Ballester 1997, p. 208 s.v. Lan-
ga de DueroE), né tantomeno dell’apparente esistenza di un aggettivo *langā ‘lunga
(?)’ nel cib. l.a.Ka.z (Sonanten, p. 165, e MLH V/1, p. 215s.), attributo della Segontia
non Paramica nella legenda monetale A.77 (si noterà che l’avvenuta sonorizzazio-
ne a -z# della -s# del genitivo sing. celtiberico comprova la sonorità della conso-
nante, velare, con cui inizia la sillaba finale : DBSt 1999/2001 : p. 328s. con alcune
correzioni in ead. 2004/2005).
114
Cf. risp. Solinas 1993-94, p. 927, e Vitali e Kaenel 2000, p. 119.
115
La cronologia relativa dei due tipi di designazione fu individuata corretta-
mente dal Tovar 1977; da correggere è invece DBSt 1998 : § 1, a cui si rimanda so-
lo per le attestazioni del tipo seriore (Galli) in Britannia e in Irlanda.
116
Degno di nota è anche lo sviluppo fonetico kk > x di tipo gallo-britannico,
cf. DBSt 1999/2000, p. 90.

.
172 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

III. I TEONIMI

A) Parametri di celticità linguistica

Pochi sono i teonimi classificabili come linguisticamente celtici


che si documentano su territorio italiano.
Il criterio fonetico – o parametro a – è applicabile a Belenos
< *gwelen-o-s ‘sorgivo’ (– isoglossa b < ie. *gw ), la cui base derivazio-
nale *gwelen – ‘fonte’ è estratta dalla radice verbale ie. *gwelH- ‘goc-
ciolare, sgorgare’ e trova un confronto nel ted. quellen, Quelle e nel
gr. balaney¥v, balaneı̃on117.
Per quanto poi riguarda la formazione della parola – o parame-
tro b –, ritroviamo fra i teonimi
– dei derivati, come si è detto, originariamente participiali in
-auno-/ā; così le matrone Concanaunae ‘inclite’ o evtl. ‘sonore’, se da
un femm. sing. *kon+kan-a-mnā (che si confronterà con il personale
Adcanaunos ‘inclito’ della legenda monetale arverna RIG-4-12), a
meno che non siano derivate dall’etnico dei Concauni118 ;
– dei derivati in -ŏno-/ā (anche in Italia è documentato il culto a
Epona ‘la equina divina’ < *ekwŏnā);
– dei derivati in -mo- come nel nome del Genius Coloniae Bri-
xiae Bergimos, ‘elevato’.

Al criterio di celticità lessicale – o parametro g – rispondono


– le divinità delle querce nelle dediche – rispettivamente da Mi-
lano e da Brescia – Matronis Dervonnis e Fatis Dervonibus, dalla ba-
se dervos, cimr. derw, co. derow, bret. daeru ‘quercia’119, nonché
– il dio Bras(s)ennos, riconducibile all’etimo di cimr. e aco. bras,
bret. braz, airl. bras ‘grande’ (< ie. *gw.H-sto- ‘pesante’).

Infine con rispetto al criterio dell’esistenza di nomi corrispondenti


nel mondo celta – o parametro g –, troviamo per
– Abinios120 un confronto nei teonimi AbilosGAL e AbionaNOR&HIS 121,

117
Per maggiori dettagli sulla nuova etimologia – recepita da Šašel Kos 2001,
p. 13 – cf. DBSt 2000/2003, p. 56s.
118
DBSt 1995, p. 292s. con bibliografia, e ora 2008, § 8.1 con la nota 93.
119
DBSt 1995-96, p. 120, con bibliografia; per le continuazioni in territorio
romanzo cf. Wolf 1997, p. 102s. (con una carta della distribuzione lessicale in
Francia).
120
Rémy 2000, p. 918.
121
A DBSt 2002/2005b si aggiunga ora Garcia Quintela e DBSt 2008.

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 173

e per la già ben nota


– Epona un confronto nei vari personali gallici con Epo-.

B) Orizzonte geografico dei teonimi


Ancora una volta, l’orizzonte geografico sicuro (a) è quello del-
l’Italia settentrionale. Vediamo infatti che il nome di Belenos, vene-
rato soprattutto ad Aquileia e documentato già per il V sec. dal per-
sonale teoforico datBellenei del corpus venetico122, appare conservato
nei NLL Blénio, Belegnano, Bellino, Beligna – attestati rispettivamen-
te in Veneto, Piemonte e Lombardia.
Toponimi come Arconate documentano invece solo la presenza
di un personale teoforico123, che nel caso in questione è evidente-
mente lo stesso tema in nasale Arcō, Arcon- documentato come teo-
nimo nella Penisola Iberica ed estratto dalla base ie. *p.ksko- ‘invo-
cazione’124, contenuta anche nel NL Arcobriga HIS.
Ci si può poi chiedere (b) se la Reitia venerata – anche da vari
Celti125 – in territorio venetico possa avere un’origine celtica126. L’in-
terpretazione più plausibile riconduce infatti tale divinità ad una
protoforma *reg-t-yā, il cui sviluppo fonetico VKt > Vit, contrario a
tutto quanto si conosce della lingua venetica127, è invece ben docu-
mentato – come risulta tra l’altro proprio dal nome ReitugenosPAN –
in varie zone del celtico, continentale oltreché insulare128.
Di forse non impossibile celticità (g) è anche il santuario della
dea Marica «in Küstennähe» a Minturno (provincia di Latina), del
VII secolo a.C.129 ; l’elemento onomastico coincide infatti con il per-

122
*Padova 25 : l’appositivo della «formula onomastica bimembre» viene in-
terpretato come derivato del gall. Bello- dal Prosdocimi, che però non ne spiega la
peculiare formazione di parola (i.a. 1985, p. 575s.).
123
Se però non si trovasse nessuna traccia del culto di GRANNOS, sarà da cor-
reggere quanto da me detto 1995-1996, p. 112, sul NL Grana in Piemonte.
124
DBSt 2000/2003, p. 62; il passaggio semantico a ‘dio’ trova confronti tanto
nel celtico stesso (Ucuetis) quanto nel germanico (got. guþ : ingl. god e affini).
125
Oltre ai Boi Lemetor Boios e Moldo Boiknos (Este 28 [con Boios come in-
dividuale con datLemetorei vhraterei secondo Lejeune 1974, p. 202] e 66) ricordere-
mo Voltiomnos Iuvants Ariuns e Vants Moldonkeo Karanmns (Este 25 e 24), non-
ché donne come Verkondarna e Katakna (Este 43 e 52).
126
Si confronterà quanto diceva lo stesso Prosdocimi nel 1967 (p. 157-161),
dato soprattutto che le «ragioni cronologiche» che lo inducevano allora a scarta-
re l’ipotesi di celticità – vale a dire il fatto che il culto di REITIA sia attestato già
per il V sec. – non costituiscono più un argomento a sfavore.
127
Ossia ven. hvagsto, vhagsto, segtio, ktulistoi etc., cf. Lejeune 1974 § 142s.
128
OPEL s.v. Si aggiungerà in margine che una parte del celta ispano cono-
sce una semplificazione *VKt > V:t (in Ambatos e nel cib. R.e.tu.Ke.n.o.s : DBSt
2002, p. 102 e 117) paragonabile a quella dei dialetti veneti, emiliano orientali e
romagnoli (Grzega 2001, p. 287).
129
DNP s.v.

.
174 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

sonale del boio Mariccus «adsertor Galliarum et deus»130 (dalla base


gall. maros < *mōro-s ‘grande’) e con il nome dei Marici, documenta-
ti nella zona di Pavia.

C) Caratteri specifici dei teonimi attestati in territorio italiano

Anche nel corpus teonimico si riscontra assai chiaramente l’iso-


glossa di innovazione (b) costituita dalla
– geminazione nei suffissi del tipo -ŏnno- (< ie. & celt. *-ŏno-),
dovuta come si è detto all’allungamento f o n e t i c o della sillaba to-
nica aperta cf. i già citati Bras(s)ennos, Dervonnae, Mertronnos, non-
ché il nome delle matronis Saluennis nelle Alpi Marittime131.

Non sappiamo invece se


– la forma con #m- del verbo *s-mer- ‘dispensare’ attestata pres-
so Milano in Herculi Mertronno 132, vs. i transalpini SMERTRIOS ← *s-
mer-tr- ‘dispensatore’ e RO-SMERTA, e
– l’italiano Bergimos rispetto al tipo BRIGANTIA
rappresentino anch’essi delle innovazioni o non piuttosto degli
arcaismi (a).

D) La stratificazione linguistica del territorio italiano come appare dai


teonimi

– L’arcaismo del corpus italiano traspare anche dalla frequenza


della forma originaria Belenos del nome del dio delle fonti; rara ne è
invece in Italia la variante Belinos con indebolimento *e > i in sillaba
atona per via dell’accento arcaico sulla sillaba radicale, variante che
si inserisce poi nel gruppo dei derivati con suffisso -íno- e il cui vo-
calismo derivazionale potrebbe essere stato anche influenzato dal ti-
po teonimico Belisama/BelisamarusF, originaria formazione di su-
perlativo da una radice etimologica differente133.
– La presenza di due diversi livelli di celticità potrebbe manife-
starsi anche nella coppia Marica vs. Bras(s)ennos, qualora semanti-
camente equivalenti134.

Tacito, Hist. II, 61, con riferimento al 69 d.C.; cf. DNP s.v.
130

Rémy 2000, p. 914. Sui Salues > Salui > Salluvii cf. ora DBSt 2006, p. 46.
131

132
CIL V, 5534 : cf. Duval 1953-54, p. 224.
133
< *bhel-isamā ‘la più forte’, translatio Celtica dell’epiteto di Minerva Victrix.
134
Trattati sopra risp. ai § III.b.g e III.a.g; si noti che in Bras(s)ennos anche
la semplificazione di *st è indice di modernità.

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 175

IV. I NOMI DI PERSONA

A) Parametri di celticità linguistica


Per il loro aspetto fonetico è possibile classificare come celtici
(parametro a), tra gli altri, nomi di persona quali Litania ← Lita-
nus NAR&AQ, corrispondente ad airl. lethan, cimr. lydan etc. ‘ampio’ < ie.
*p/t-ano- (– isoglossa *#p- > Ø e – isoglossa liC < */C); Mantia con il
grado Ø della radice *men- ‘sporgere’ come nel cimr. mant ‘bocca,
labbra’ (– isoglossa an < *en < *;); ARGANTOCOMATERECVS/ArKato-
ko{k}materekos a Vercelli, in *-iko-s apparentemente derivato da un
composto trimembre *arg-;t-o- (– isoglossa an < *en < *;) + {ko(m)-
+mh1-ter-]; gli ultimi due elementi costituiscono un pendant celtico
del nomen agentis *{pro-+meh1-ter-}, anch’esso formato sulla radice
verbale ie. *mē- ‘misurare’ e contenuto nell’apers. framātar- ‘giver of
judicial decisions’135.
Di possibile provenienza italiana è anche il genSamorigos in alfa-
beto di Novara su una perla di vetro, formato sul già noto nomSamo-
rix ‘re della pace’ (– isoglossa i < *ē)136.
Caratteristica dei personali celtici è poi una formazione della
parola (parametro b) in cui spiccano i derivati
– in -uso- cf. Attusa, Attuso, Atusius;
– in -eto- cf. genAśkoneti e Aśkonetio, formati con sviluppo foneti-
co lepontico a partire dal celt. Adgonetvs 137, la cui base derivazionale,
documentata anche nel NP gall. Adgonna NAR, rappresenta uno dei
composti verbali con ie. *gwhon-o-s ‘Slayer’ come secondo mem-
bro138 ; lep. Kiketu (formato su Cingeto- ‘guerriero’), mentre il geniti-
vo di origine139 Segeuu su legenda monetale rappresenterà più pro-
babilmente il nome Segedu. Un iperderivato con il suffisso -eto- è an-
che il gall. Mogetius, nome teoforico basato sull’epiteto divino
MOGETIOS NOR&FR ‘potente’;
– con suffissi in velare cf. Bnake < *Bennákos a Vàdena nel IV /
III secolo a.C.140 e Silucius ← silo- ‘seme > discendenza’ (airl. síl ‘id.’)
in Piemonte e Lombardia.

135
Da cui il persiano med. e mod. framādār ‘visir’.
136
OPEL, p. 47. A sfavore della lettura **-ritos proposta dal Gambari 2001,
p. 35, parlano invece i seguenti argomenti linguistici : 1) la maggiore opacità; 2)
l’assenza di paralleli; 3) il tema in -o- invece che in **-u- come ci si aspetterebbe
tanto a partire dal lessema celt. ‘córso’ quanto dal celt. ‘guado’ (risp. < ie. *.tu- e <
ie. *p.tu-: NWÄI, p. 95 e 290).
137
Attestato nel Norico nonché, in qualità di Adgónnetus, nella Narbonense
(OPEL s.vv.).
138
Da aggiungere a Uhlich 2002, p. 417.
139
V. oltre al § V con le note 190s.
140
Markey 2000.

.
176 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

Esempi del lessico specificamente celtico che può essere contenuto


in nomi di persona (parametro g), sono
– il lessema nemeto- ‘luogo sacro; lucus’ nel personale monote-
matico141 *Nemet-yo-s, attestato come Nemetie in contesto etrusco a
Genova nel V sec. a.C.;
– l’elemento -bogios ‘che rompe (le schiere)’, cf. il verbo airl.
.
con boing ‘rompe’; si tratta, tra l’altro, dell’elemento che individua
come fratelli secondo l’uso indœuropeo arcaico, le due (e solo due!)
persone commemorate a Briona, vale a dire Anokombogios, che si
chiamò o aggiunse il nome Kuintos quando fu ambasciatore a Ro-
ma, e Sentubogios ‘colui che apre il cammino’. La rinterpretazione
della stele di S. Bernardino di Briona142 in cui al nome dei due fratel-
li defunti appartenenti alla famiglia dei discendenti di Dannotalo
(Dannotaliknoi), fa seguito l’indicazione dell’esecutore della stele un
Dannotalos identificato come Anarevišeos, è resa necessaria tanto
dalle nuove conoscenze riguardanti la morfosintassi gallica143 quan-
to dallo studio delle usanze onomastiche indœuropee e dalla tipolo-
gia del genere testuale;
– il tema verbale gall. lubie/o- ‘desiderare, amare’, come in Lu-
bius, Lubicius, Lubiamus, Lubama.

Infine, un pendant onomastico sicuramente celtico (parame-


tro d) si può incontrare i.a. per i personali
– Ategnatos ‘riconosciuto, illustre’ dell’iscrizione di Todi; si tratta
del NP airl. Aithghnath;
– Banona < *gw;H-onā ‘la donna divina’ : la cimr. Banon144 ;
– [Belatu]kadriakos ad Altino145 nel teonimo britannico Belatuka-
dros ‘forte in battaglia’;
– Cunopennos ‘cinocefalo’ nel NP airl. Conchenn, attestato più
anticamente in ogam come genCUNACENNI ;
– SeKezos, ‘potente’, su quattro ciotole da Como il NL SeKeiza
corrispondente alla legenda monetale celtiberica A.78146.
Esiste poi tutta una serie di testimonianze relativamente arcai-

141
Cf. i.a. airl. nemed gl. sacellum : NWÄI, p. 150, e De Simone 1980, p. 199s.
L’evidenza del lepontico e del celtiberico (v. oltre al § IV.c.b) fa apparire superata
l’interpretazione come «Kurzform» di De Simone, ibid. p. 200.
142
Presentata nel 1999 a Bonn come lezione inaugurale.
143
de Hoz 1995.
144
La stesssa base derivazionale è presente anche nel teonimo airl. Banba (<
*gw;(H)-w-yā, cf. DBSt [1997] in 2000/03, p. 42).
145
Zaccaria 2001-2002, p. 132.
146
La forma soggiacente *Segedya sarà sorta come forma aggettivale in -yā
da Ségeda HIS.

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 177

che di nomi di persona basati su etnonimi celtici : nel III s. a.C. in-
contriamo in ambito etrusco Keltie (< *Kelt-yo-s ‘Il celta’) a Spina,
Eluveitie (< *(H)eluet-yo-s ‘L’elvetico’) a Mantova e il gentilizio Ruta-
nie (< *Rúten-yo-s ‘Il rutenico’) su un cippo a Bolsena, nonché Boios,
Boiknos e *Boialos in ambito venetico147.

B) Orizzonte geografico dei nomi di persona


Data la facilità con cui viaggiano i nomi di persona, non è prati-
camente possibile trarre nessuna conclusione dall’area di dispersio-
ne degli stessi. Desidero comunque far notare ancora una volta che
la lingua e l’onomastica personale celtica incontrate a Todi nel II s.
a.C. devono aver corrisposto a un gruppo sociale celtoparlante in si-
tu (a), essendo praticamente impossibile che una lapide di
125 × 60 × 20 cm. venisse trasportata casualmente.
Per il resto, la mobilità personale nell’Italia antica – studiata co-
me ricorderemo dal Campanile – rende possibile, anche se di scarsa
importanza, l’interpretazione celtica di nomi sparsi in territori tradi-
zionalmente non celtici (b), come nel caso del gostiqo attestato a
Ragusa (Hybla Heraea)148, nel quale è facile vedere un derivato in ve-
lare /gostiko/ o /gostiko[s/ dalla stessa base *ghosti-s ‘ospite’ conti-
nuata nel /-gozis/ di Prestino.

C) Caratteri specifici dei nomi di persona attestati in territorio italiano

Tra gli arcaismi (a) ricordiamo


– Cot(t)ius/a, che in gran parte dei personali italiani indica tutta-
via provenienza geografica, cf. la dinastia dei COZII. Non sappiamo
invece se l’<Esanekoti> della stele di Briona corrisponda realmente
all’indicazione di paternità dei due fratelli, vale a dire al gen. sing. di
un *Eks-ande-kottos, né se, in caso affermativo, l’aggettivo -cottos si-
gnifichi qui semplicemente ‘ricurvo’ o già ‘vecchio’ (Sembra infatti
più probabile che si tratti di un verbo plurale in posizione finale di
frase, riferito quindi ai due fratelli);

147
Tutti discussi da Vitali e Kaenel 2000; v. anche sopra al § II.d per Celuestra
e alla nota 125 per il secondo gruppo.
148
Schmoll 1958, p. 36, no 29 in alfabeto greco : «Steinfragment [...] Ein-
heimischer P(ersonen)N(ame)?». – Si ricordino i.a. la ricerca di mercenari tra le
tribù celtiche da parte di Dionisio di Siracusa all’inizio del IV sec. a.C. (cf. la bi-
bliografia citata da Maier 1996 [1997], p. 87) e i nuovi ritrovamenti archeologici
del V sec. a.C. (Rapin 2001). Cf. ora anche Cordano 2003, p. 43 e fig. 6 : «genitivo
[...] di un nome personale non greco, che è stato giustamente avvicinato al lat.
hostis».

.
178 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

– la preservazione del nome-radice *bh.ĝh-s ‘rocca’ nel cognomen


Brigovix ‘Burgkämpfer’;
– alcuni resti di suffissazione elativa in -(a)mo- : lep. Ufamo-149 ;
Vindamulate a Vàdena, che si interpreterà meglio come composto
attributivo del tipo mahadeva, ossia come ‘brillantissimo guerrie-
ro’150 ; Vesumus.

Numerose sono invece le isoglosse di innovazione (b), varie delle


quali sono state già osservate in concomitanza con le altre categorie
onomastiche
– la labializzazione o+Lab > u+Lab di tipo ligure (e celtiberico),
come nella base del Vultiauiobos di Prestino151;
– nd > nn, come nel Rinnius attestato in Piemonte (← *rindi- :
airl. 1rind ‘punta, apice’152) nonché nell’<Anarevišeos> di Briona
< *Andarewisseyos, genitivo di tema in -i- composizionale *ande-are-
wid-t-i-s ‘che ha in sé dei segni’ (la base derivazionale si confronterà
con il termine giuridico cimr. cyf-ar-wys ‘segno > pegno > ricompen-
sa, dono’153);
– l’assibilazione del nesso dyV – che si osserva in area circoscrit-
ta154 cf. i personali Uveza e Mezu sulle stele di Filetto e Zignago155, per
l’ultimo dei quali sono attestate più tardi anche varianti del tipo
gen
Medsilli, Messilla, Messilus, Messius, nonché il SeKezos < *Segedyos
del corpus lepontico visto sopra;
– una assibilazione del corrispondente nesso sordo tyV che sem-
bra accompagnarsi alla precedente quale variante seriore e probabil-
mente diatopica, cf. eventualmente Vols(s)o vs. il dat.pl{Vu}ltiauiobos
di Prestino e il nome di Medussa Cariassi 156, i.e. *Medutya figlia di
Karyatyos (cf. Medutius, Medutio e Meduti-ca in Hispania e risp. Ca-
riatus in Belgica). In questa stessa ottica si può poi arrivare a chie-
dersi se il lep. Reśu a Giubiasco rappresenti il gen. ablativale di un
*Retios e se ci sia una relazione tra il frequente Celsus e CeltiusHIS ;

V. in basso alla nota 151 e al § IV.d con la nota 171.


149

Diversamente Markey 2000, p. 39.


150

151
La fotografia del gradino inclusa nel recente studio di Markey e Mees
2003, in cui si legge chiaramente dat.plUvltiauioPos, con inversione grafica da cor-
reggere in {Vu}ltiauiobos, mi obbliga a ritrattare quanto detto nel 1990, dove mi
rifacevo a una lettura della Tibiletti Bruno.
152
Cf. anche Grzega 2001, p. 220, su un pendant continuato nella Cisalpina.
153
Cf. la bibliografia in Bromwich/Evans, 1992, p. 52s.
154
Ancora una volta si tratta di una isoglossa, lo sviluppo dyV > dz > z, già ri-
scontrata per il celtiberico (DBSt 1999/2001, p. 328-331).
155
Suffissati risp. in *-dya e *-dyō(n), cf. Prosdocimi 1984/87 p. 77s. Una in-
terpretazione leggermente differente ora in DBSt 2006, p. 47.
156
Dai materiali di Zaccaria al workshop F.E.R.C.AN. di Osnabrück (2002).

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 179

– l’anticipazione della palatalità, anch’essa osservabile solo in


area circoscritta, cf. il <Kosioiso> del VI s. a.C. a Castelletto Ticino,
analizzato dal Prosdocimi come /Gostioiso/ piuttosto che come
/Kossioiso/157. Uno sviluppo leggermente differente è quello che tra-
spare dal Koisis di Todi (dove la -i- che palatalizza è vocalica, anche
se l’esistenza del personale Coisa158 potrebbe far supporre che si trat-
ti di un *Kosyos italicizzato) nonché da Eluveitie (dove a palataliz-
zarsi è stata una vocale già palatale159);
– l’epentesi – in un contesto del tipo #VRVC/RV, parallela cioè a
quanto si osserva nel cib. gen.plTu.r.u.m.o.Ku.m riferito ai Turmogi160,
cf. lo stesso Eluveitie, NPP come il ligure Alebinna 161 e Argantocoma-
te Recus;
– la geminazione consonantica in seguito all’allungamento fone-
6 6
tico della sillaba tonica aperta VCxCxV < VCxV come in Nitiogenna162,
parallelo alla forma ogam INIGENA = filia; in Congonnus con il
gen
Congonni a Susa e il femCongonna, da un originario *kom+gwhon-o-s
‘absolute slayer’163 ; in Vassilla, sulla base derivazionale Vassa, il fem-
minile di vassos164. Lo stesso fenomeno si osserva poi a Brescia nel
personale di stock latino Quintallos;
– la specializzazione del suffisso ie. *-(a)lo-/ā con funzione pa-
tronimica in area lepontica, cf. la stele di Davesco, dedicata a TI-
TIOS figlio-di-BIVONTIOS (datPivotialui) e a SLANIA figlia-di-VERGOS
(datVerkalai). Il suffisso -alo- con funzione patronimica è presente
anche ad Oderzo, nel corpus venetico, dove una grammatica celtica
e con il genitivo di possesso pronominale in *-osyo conosciuto dal
corpus lepontico165 ingloba una onomastica chiaramente italica
Kaialoiso Pazros Pompetexuaios ‘[opera] del-figlio-di-Gaios’; Pa-

157
Cf. la discussione in Solinas 1993-94, p. 914s. – Si noti che in entrambi i
casi la regola del celtiberico, e di altre zone del celta ispano, con *VCyV > ViCV
vs. VCCyV preservato per via della consonante doppia (DBSt 1999/2001, p. 324-
328, e 2002, p. 98-102 e 116s.) spiega perfettamente l’apparente asimmetria della
forma lepontica.
158
Cf. Motta 2000, p. 211.
159
A differenza di quanto succede nella Penisola Iberica. Noterò comunque
che prima della convincente analisi di Vitali e Kaenel 2000 (v. sopra al § IV.a.d)
pensavo che l’idionimo continuasse un originario *pelu-weid-yo-s ‘*multi-sciente’
corrispondente all’idionimo cimr. Elwydd.
160
Cf. la discussione della bibliografia relativa al fenomeno in DBSt 1999/
2001, p. 321s.
161
Mercando/Paci 1998, no 90 con bibliografia.
162
Citato da Rémy 2000, p. 923. Sul determinante Nitio – v. sopra al § I.c.b;
obsoleto ora Maier 1997 [1998] su gall. *genā ‘ragazza’, cf. DBSt 2007 [2008].
163
Rémy 2000, p. 911, e OPEL s.v.; v. inoltre quanto detto sopra al § IV.a.b
con la nota 138.
164
Esatto corrispondente di cimr. gwas : airl. foss ‘servitore’ < *upo-sth2-o-s.
165
Della anticipazione di palatalità si è detto sopra.

.
180 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

tros166 il-Cinquelingue [qui giace]’. Si tratta cioè nel corpus venetico


di un caso perfettamente equivalente, anche se simmetricamente
speculare, a quello delle iscrizioni lusitane nell’ambito del corpus
in alfabeto latino della Penisola Iberica, nelle quali come sappiamo
una onomastica di matrice celtica si incontra inserita in una gram-
matica possibilmente di tipo italico e comunque sicuramente non
celtica167 ;
– la specializzazione del suffisso di appartenenza -iknā con fun-
zione gamonimica osservabile in area lepontica, come dimostra il
fatto che in tutto il corpus non si hanno esempi della corrisponden-
te forma maschile; cf. a Carcegna la lapide Metelvi Maešilalvi Ve-
nia Metelikna Ašmina Krasanikna ‘per Metelos, figlio-di-Messillos;
Venia, moglie-di-Metelos, [&] Asmina, moglie-di-Krasanos168, [la
posero]’;
– la monotematicità che prevale tra i personali lepontici, proba-
bilmente per effetto della moda etrusca169, cf. Viku a Sesto Calende e
a Chiusi, già nel VI sec. a.C., o l’arcaico datKailui del corpus venetico
friulano170 ;

D) La stratificazione linguistica del territorio italiano come appare dai


nomi di persona
– Lo strato più arcaico della celticità italiana presenta tuttora re-
sti dell’occlusiva labiale sorda in posizione intervocalica cf. l’Ufamo-
gozis di Prestino nel V sec. a.C.171 e il gen.plHelvonum della TaAV, men-
tre la *#p – è ormai completamente scomparsa nel più moderno Elu-
veitie di Mantova (vs. l’etnico Helvetii nella forma trádita da Cesare).
– Si osservano poi diversi livelli di continuazione del nesso ps,
conservato in Upsidius, Upsidia172 vs. il tipo ‘classico’ Uxesina e quin-
di – con ulteriori semplificazioni – Ussius e infine Usonius.

166
Non è necessario vedervi un più antico *Quadros; si noti comunque l’assi-
bilazione – di tipo celtico – della dentale davanti a r.
167
Non c’è quindi nessuna ragione di ricostruire ad hoc allomorfi supposta-
mente celtici di *d;ghwāt- con grado pieno e senza dentale, riduzioni di *kwet-
wores e labiovelari labializzate già per il celta del VII/ VI secolo a.C. come hanno
fatto di recente vari studiosi solo e unicamente per spiegare il testo di Oderzo.
168
Resta implicito il patronimico **Metelala ‘figlia-di-Metelo’. Si noti che
un’interpretazione in questo senso apporta al tempo stesso un ordine più logico
dei nomi delle due dedicanti.
169
Innovazione affermatasi anche tra i personali specificamente celtiberici :
DBSt 2000, p. 112s. con bibliografia.
170
Risp. Morandi 2000, p. 10, e Crevatin 1996, p. 23.
171
V. quanto detto sopra alla nota 151 e cf. Prosdocimi, i.a. 1985 p. 564s., ed
Eska 1998.
172
Che si incontra risuffissato in nasale nel cib. Usizu ‘Massimo’.

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 181

– Abbiamo anche la conservazione della labiovelare sorda in


Atekua (DBSt 1990, p. 30s.)173, mentre la p da *{kw, kw} appare già nei
corrispondenti Atepa e *Atepos (documentato questo come genitivo
ablativale Atepu) del corpus lepontico; inoltre nel personale Vequa-
sius/a preservatosi in iscrizioni piemontesi174, mentre la sua base de-
rivazionale *wekwos ‘voce, parola; volto’ si realizza come vepos in
gallico. La labiovelare appare poi delabializzata nel ‘veggente’ Aki-
sios della stele di Vercelli (< *ad-kwis-yó-s).
– Esempi di conservazione si hanno anche per il nesso st, che
appare preservato nei Vilagostis e Vilagostius piemontesi175, mentre è
già semplificato nel pur antico -gozis di Prestino e finirà poi per dare
la -ss- di Segessa e genEluissonis.
– A differenza invece di quanto constatato sopra per gli etnici,
nel caso dei NPP la generalizzazione della nuovo morfema -un- può
essere più arcaica (Vlatunus) del tipo con tema in -on- (Vennonius/
a), laddove quest’ultimo sia dovuto a latinizzazione, come nel caso
di Vlato ‘Il sovrano’, nome probabilmente teoforico (cf. ora DBST
2007/c.s.). Una soluzione intermedia sembra essere quella di lep.
dat.pl
ariuonebos ‘ai Signori’, evidente determinatum dell’iscrizione –
sintatticamente SOV – di Prestino176 ;
– Con rispetto all’accento, l’epentesi in Eluveitie e sim. sembra
essere originata in un arcaico derivato proparossitono vs. la normale
parossitonia gallica, che, documentata già tra il IV e il III sec. a.C.
dal Bnáke sincopato di Vádena, traspare anche dal Matobógios assi-
milato di Cureggio177.

V. CONCLUSIONI

Si noterà innanzitutto che i tratti linguistici di innovazione finora


attribuiti al ligure onomastico risultano oggigiorno coincidere con
normali isoglosse presenti per lo meno in uno dei corpora linguistica-
mente celtici; è questo in particolare il caso della labializzazione di
o+Lab in u+Lab178, della anticipazione palatale, della palatalizzazione
del nesso yo in posizione atona, dei suffissi -asko-/ā e -inko-/ā179.

173
Il Tokua del IV / III sec. a Verona (Morandi 2000, p. 19) parrebbe invece
rappresentare /Tongwa/, vale a dire il femminile del NP Tongus che si documenta
fuori d’Italia (Delamarre, p. 298 con bibliografia).
174
Una volta anche nella variante ipercorretta Veiquasius.
175
Mercando/Paci 1998, p. 113.
176
Cf. la bibliografia citata in NWÄI, p. 349.
177
Per l’iscrizione cf. Motta 1995.
178
Che servirà anche a spiegare la u di Blustiemelo (no 3 e no 1 nel catalogo di
Lejeune 1972, p. 266).
179
Privi di fondamento sono i no 6 e 7 del catalogo di Lejeune 1972, p. 266; la
vecchia connessione di bormo- e derivati con l’ie. *gwher- ‘caldo’ (ibid. al no 9 e in

.
182 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

Anche il gruppo dei nomi riconoscibili come celtici tra quelli del-
la zona considerata ligure appare più numeroso, cf. pago Ambitrebio,
Bagienno, Medutio; saltum Canianum, Catucianum, Helvonum; fund
(um) Bivelium, Cumallianum, Maticianum, Nitielium, Roudelium
etc. nella TaAV180. In particolare, uno dei gruppi stanziatisi sulla co-
sta ligure risponde al nome celtico di ‘Picti’; si tratta degli Ingauni, il
cui etnonimo sussiste nel nome dell’odierna Albenga e – come abbia-
mo mostrato al § II.a.b – vuol dire proprio ‘Picti’ in celtico.
Si può poi constatare che dal complesso dei materiali onomasti-
ci a disposizione traspare una facies linguistica particolarmente ar-
caica, caratterizzata dalle isoglosse di conservazione presentate nei
rispettivi § (C) e (D) dei cap. I-IV. Si tratta di una facies che non solo
non comparte le innovazioni caratteristiche dell’area ligure, ma che
– come rivela il confronto con Hercynia o con Equos ed evtl. Qu-
tios 181 a Coligny – non è neppure specificamente italiana. Propongo
pertanto di distinguerla con il nome di ‘hercyno-sequano-ticinese’ o
più semplicemente di ‘sequano-ticinese’. Ricorderemo infatti che di
«Sequanian» – utilizzando un termine geografico motivato allo stes-
so tempo linguisticamente e archeologicamente – parlava già nel
1898 il Nicholson per indicare una fase assai arcaica del celta conti-
nentale182 ; e ugualmente duplice è la motivazione dell’aggiunta ‘tici-
nese’, dato che l’alta valle del Ticino corrisponde al territorio degli
insediamenti più antichi e che l’idronimo Ticinos – come abbiamo
visto al § I.D – rappresenta proprio una delle forme in cui una labio-
velare sorda si sottrasse per tempo a quella che in seguito sarebbe
stata una labializzazione generale183.
Chiameremo poi ‘liguri’ tanto il dialetto celtico con innovazioni

Pellegrini 1981, p. 38) invece che con l’ie. *bher- ‘ribollire’ (Prosdocimi 1985,
p. 568; v. anche sopra al § 1.a.a con la nota 11) ritorna a essere un’alternativa pos-
sibile per via del nuovo ciottolo di Briona (Rubat Borel 2005/2006).
180
Dalle note basi derivazionali celtiche ambi+treb-, badyo-, medu-t-, kanyo-,
katu-k- (cf. anche la base celt. katak- nel gentilizio etrusco Katacina a Orvieto,
agli inizi del VI s. a.C. [De Simone : i.a. 1982, p. 201]), (p)elu-, bivo- (< ie.
*gwiwo-), kámulo-, mati-k-, nityo-, roudo-.
181
La proposta di Nicholson 1898 (p. 12 : «is doubtless connected with Lat.
quatio and -cutio, Irish cáith ‘chaff’ [LEIA-C-23 ‘balle (des grains)’] and means
‘Threshing-month’») è tuttora più che valida : la aggiungeremo pertanto a Dela-
marre, p. 133s. nonché a RIG-III, p. 267 e 423, ricostruendo dalla radice verbale
*(s)kweh2t ‘durchschütteln’ (LIV, p. 510) un nom. sing. con grado zero *kūt-yo-s >
qutios/cutios; si noterà inoltre l’arcaismo costituito dal gen. sing. in *-yo di tipo
ablativale preservato nel qutio/cutio e in altri nomi di mesi dello stesso calenda-
rio.
182
Quella appunto che conosceva tanto la *p che le *kw e *kw indoeuropee e
che il Nicholson intuiva presente nel calendario di Coligny, di cui fu primo e bril-
lante commentatore.
183
Propria del celta continentale di tipo gallico.

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 183

proprie che traspare dal corpus onomastico della zona ligure, quanto
quegli elementi che, incapsulati non solo nelle stele della Lunigiana
del 500 a.C. ca., ma anche in altri documenti celtici arcaici, non con-
dividono però il fascio di isoglosse caratteristiche del lepontico vero e
proprio – né tantomeno del gallico –, mostrando invece assibilazione
del nesso dy+Voc, anticipazione della palatalità o/aCyV > o/aiCV o an-
che – come nel nome di Latumaros a Ornavasso – la labializzazione
vocalica di cui sopra. Si può così circoscrivere un dialetto sviluppato-
si in un secondo momento – e soprattutto in un territorio delimitato,
anche se più ampio della Liguria attuale – dalla primissima fase lin-
guistica celtica, qui battezzata ‘sequano-ticinese’, il quale intrattiene
con quella più o meno la stessa relazione che passa tra il dialetto della
regione celtiberica e il celta ispanico184. In vari casi abbiamo potuto
addirittura constatare che le isoglosse fonetiche che si conoscono dal
celtiberico (epentesi, labializzazione di o+Lab in u+Lab, assibilazio-
ne del nesso dy+Voc, anticipazione della palatalità o/aCyV > o/aiCV) si
trovano in nuce già in questo celta ligure185 di più ampia definizione;
ciò concorda con l’evidenza archeologica, dato che le ricerche più re-
centi indicano che proprio gli stimoli procedenti dai territori setten-
trionali dell’Italia antica furono tra i catalizzatori più importanti im-
plicati nella configurazione della cultura celtiberica186 ; nello stesso
senso si può inoltre interpretare la ripetizione, oltre che del suffisso
-asko-/ā, di alcuni elementi onomastici nei due territori187.
A differenza delle due prime fasi linguistiche riscontrate nella
celticità italiana, che ci appaiono pressoché esclusivamente fossiliz-
zate nell’onomastica, il lepontico delle iscrizioni, che Lejeune 1972,
p. 269, proponeva di chiamare «luganien», ci si rivela con un profilo
di innovazioni non tanto fonetiche (nd > n(n) e -ks > -s¥ , anch’esse pro-
prie in parte del celtiberico se non del celta ispano; dg > śg, st > z)
quanto soprattutto morfologiche. Sono queste ultime (l’acc. plur.
consonantico in -eś188 ; il nom. plur. tematico in -oi; il gen. sing. tema-
tico di origine pronominale e valore possessivo in -oiso189, che già dal

184
Sul celtiberico come dialetto centrale rispetto alle rimanenti varietà celti-
che individuabili nella Penisola Iberica cf. DBSt 2002.
185
Si potrà anche parlare di ‘celtoligure’, a condizione però di intenderlo co-
me semplice etichetta geografica, mentre la vecchia etichetta presuppone l’esi-
stenza di lingue ‘geneticamente pure’, laddove tutte le lingue che conosciamo si
sono invece innestate su uno strato linguistico differente.
186
Arenas-Esteban & DBSt 2003/c.s.
187
Alcune di tali ripetizioni sono evidenziate nel contributo di Motta a que-
sto stesso volume. Cf. ora anche DBSt 2005/2006, p. 50.
188
Rifatto cioè dal regolare *-aś (< celt. *-ans < ie. *-;-s) sul nom. plur. -es per
ragioni di economia linguistica, come spiegato da J. Eska nel 1998.
189
Normalmente in scritte che indicano la proprietà dell’oggetto (Solinas
1993-94, p. 916).

.
184 PATRIZIA DE BERNARDO STEMPEL

Fig. 1 – Origine e graduale sviluppo delle lingue celtiche (DBst 1999).

periodo paleolepontico affianca il genitivo/ablativo in *-ōd dell’in-


doeuropeo comune190, progressivamente confinato alle funzioni di
provenienza191 e avverbiale; il preterito in -ite; la specializzazione dei
suffissi -alo- e -ikna) a farlo apparire più moderno del celtiberico.

190
Riconosciuto nel corpus lepontico da J. de Hoz, viene spiegato da DBSt
2001/03 come isoglossa di conservazione dell’ie. più arcaico.
191
Parallelamente a quanto accade con airl. maccu e corcu, utilizzati nell’e-
spressione del propatronimico (DBSt 1991).

.
LA RICOSTRUZIONE DEL CELTICO D’ITALIA 185

Il quarto ed ultimo tipo di celticità presente su territorio italia-


no è poi costituito dal cosiddetto gallico che, inizialmente più con-
servatore del lepontico dal punto di vista fonetico (non partecipa in
linea di principio alla semplificazione dei nessi dg, nd192 e ks#), pre-
senta innovazioni morfologiche da quello non compartite (v. ora la
tabella contrastiva in DBSt 2005/2006, p. 41); è inoltre probabil-
mente solo con il gallico che si afferma l’accento sulla penultima
che sarà anche del britannico comune. Si tratta però di una lingua
di ampia estensione geografica193 e temporale, e pertanto con nume-
rose varianti diatopiche (tra cui p. es. quelle suffissali del tipo -él-
lo-/-íllo-, -énno-/-ónno- ripetutamente osservate in Italia), nonché
evidentemente diacroniche e probabilmente anche diastratiche, il
che dà ragione di quelli che a prima vista potrebbero sembrare af-
fioramenti discordanti nell’ambito dell’onomastica gallica – e non
solo di quella italiana.
Si può pertanto offrire a mo’ di riassunto la seguente versione
aggiornata del modello ‘evoluzionista’ da me presentato all’XI ICCS
(fig. 1).

Patrizia DE BERNARDO STEMPEL

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192
Forme galliche con assimilazione come Anokombogios a Briona (v.sopra
al § IV.a.g) e il genVini a Lamboglia (sec. II a.C., Morandi 2000, p. 13) saranno do-
vute al sostrato lepontico della zona, v. anche quanto si dice alla nota seguente.
193
In particolare, il fatto che «The large territorial extension can only be ex-
plained [...] by the fact that the indigenous peoples adapted themselves or were
absorbed» (Frey 1996 [1997], p. 65) dava evidentemente adito a svariati fenomeni
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JEAN HADAS-LEBEL

ANTHROPONYMES TOPONYMIQUES
ET TOPONYMES ANTHROPONYMIQUES
LIENS ENTRE LIEUX ET PERSONNES
DANS L’ONOMASTIQUE ÉTRUSQUE

W. Schulze, dans son ouvrage intitulé Zur Geschichte der latei-


nischen Eigennamen publié il y a tout juste un siècle1, fut l’un des
premiers à se pencher sur la question du lien entre anthroponymes
et toponymes. Il fut plus tard suivi par M. Pallottino 2, H. Rix 3,
A. J. Pfiffig 4, C. De Simone 5 et G. Colonna 6. Mais force est de
constater que cette question n’a toujours pas dévoilé tous ses secrets
et que sa complexité demeure aujourd’hui encore très grande.
L’onomastique étrusque comporte deux grands groupes d’an-
throponymes présentant des rapports avec des toponymes. Le plus
vaste des deux est celui qu’on pourrait appeler le groupe des «an-
throponymes toponymiques»; il comprend une quantité importante
de gentilices dérivés de toponymes majoritairement étrusques ou
italiques. L’autre groupe est certes plus restreint que le précédent,
mais il ne nous pose pas moins de problèmes; il se compose de gen-
tilices de type patronymique pour la plupart en -na, formellement
identiques ou quasi-identiques à des toponymes. La difficile ques-
tion est alors de savoir (1) si les toponymes viennent des gentilices
(auquel cas on serait en droit de parler à leur propos de «toponymes
anthroponymiques»), (2) si au contraire ce sont les gentilices qui
viennent des toponymes ou bien encore (3) s’il ne s’agit pas là plus
simplement d’une homonymie fortuite.
L’étude des liens entre lieux et personnes dans l’onomastique

1
Cf. Schulze 1904, p. 564 s.
2
Pallottino 1937, p. 341-358; cf. aussi, plus récemment, Pallottino 1984,
p. 401-405.
3
Rix 1963, surtout p. 230-236 et 306-312; et plus récemment Rix 1972,
p. 733-736.
4
Pfiffig 1969, p. 189-190.
5
De Simone 1975, surtout p. 145-149.
6
Colonna 1977, surtout p. 181-183.

.
196 JEAN HADAS-LEBEL

étrusque peut donner lieu à différentes analyses en fonction du


point de vue que l’on adopte. Ainsi, M. Pallottino et G. Colonna ont
choisi une approche de la question fondamentalement sociologique
et historique. Même s’il est bien évident que de telles considérations
ne sauraient être absentes de notre communication, l’approche qui
sera la nôtre ici sera avant tout linguistique. Notre but ici sera d’ana-
lyser chacun des deux groupes présentés plus haut, et de voir ce que
ces anthroponymes toponymiques ou toponymes anthropony-
miques ont à nous apprendre sur la langue étrusque elle-même, et
notamment sur ses suffixes ethniques.

I. La question des «anthroponymes toponymiques» en étrusque


Les anthroponymes étrusques susceptibles d’être dits «topony-
miques» peuvent être classés en deux grands groupes : les noms en
-te / -ue (cf. tableau 1) et ceux en -ane / -ine (cf. tableau 2). Dans les
deux cas, il s’agit de gentilices clairement bâtis sur des toponymes
étrusques ou italiques, à l’aide de terminaisons bien reconnaissables
que nous étudierons plus loin. En donnant à l’adjectif «topony-
mique» une acception un peu plus large, nous serions également
tenté d’inclure ici un troisième groupe de gentilices (cf. tableau 3). À
dire vrai, il serait plus juste de qualifier ces derniers d’anthropo-
nymes «ethniques» dans la mesure où ils rattachent l’individu non
pas tant à un lieu qu’à un peuple (grec, ombrien, gaulois etc.). Tou-
tefois, leur place dans l’onomastique étrusque est si étroitement as-
sociée à celles des deux autres familles de noms définies plus haut,
que nous avons finalement choisi de les intégrer dans notre étude.
Et c’est du reste par eux que nous commencerons.

Au nombre de onze (voire douze si l’on admet l’hypothèse de


P. Poccetti voyant dans feluskes une adaptation de l’ethnique Falis-
cus), ces anthroponymes ethniques possèdent des équivalents si
transparents dans les langues italiques que la thèse de l’emprunt est,
à nos yeux, la seule qui soit acceptable. Car aucun de ces anthropo-
nymes n’est à proprement parler étrusque : il ne s’agit que d’eth-
niques étrangers utilisés comme noms propres. La question est de
savoir si ces onze ou douze formes n’étaient en étrusque que des an-
throponymes ou s’ils servaient également d’ethniques. Dans l’état ac-
tuel de nos connaissances, la question est malheureusement sans ré-
ponse. Par exemple, y avait-il un nom proprement étrusque pour dé-
signer les Ombriens, ou bien faut-il croire que umre et sa variante
umrce, qui tous deux sont manifestement de souche italique, étaient
les noms officiels par lesquels les Étrusques désignaient leurs plus
proches voisins sabelliques? Pour notre part, nous pensons que cha-
cun de ces douze anthroponymes constitue un cas en soi. Il est ainsi

.
ANTHROPONYMES TOPONYMIQUES ET TOPONYMES ANTHROPONYMIQUES 197

probable que certains de ces noms faisaient office de véritables ad-


jectifs ethniques étrusques. C’est peut-être vrai pour afrce, *kalapre,
cale, s¥icle, sapice, umre ou encore venete, mais ça l’est sûrement pour
creice. En effet, ce mot apparaît dans l’une des plus célèbres épi-
taphes étrusques, celle de Laris Pulenas (ET Ta 1.17 7), où le défunt
est présenté comme étant l’arrière-petit-fils d’un certain laris pule
creice, c’est-à-dire à n’en pas douter Laris Pule le Grec 8. Le cas de
lecusti/lecusta est triplement problématique : d’une part l’ethnonyme
italique dont ces deux noms viendraient (*Ligust(i)us) n’est pas at-
testé; d’autre part la forme féminine lecusta avec sa désinence ita-
lique -a n’a rien d’étrusque; enfin les deux individus désignés par ces
noms n’étaient pas de naissance libre mais des lautni, c’est-à-dire
des affranchis. Tout porte donc à croire que ces deux personnages
n’étaient pas d’origine étrusque, et l’on en viendrait presque à douter
que ce nom ait jamais été arboré par des Étrusques de souche, si il
n’existait un gentilice dérivé, lecstini, nous permettant de penser que
le mot appartenait à l’onomastique étrusque. Mais servait-il aussi
d’ethnique? Rien ne le prouve. Mérite enfin une mention parti-
culière la forme *turs¥ike, qui telle quelle n’est pas attestée, mais que
l’on peut déduire du gentilice dérivé turs¥ikina. Il va sans dire que
cette forme n’est pas l’autonyme des Étrusques, c’est-à-dire que ce
n’est pas le nom que les Étrusques se donnaient à eux-mêmes, lequel
était plutôt Rasenna (cf. étr. rasna) si l’on en croit l’historien grec
Denys d’Halicarnasse 9. En fait, il ne s’agit là que d’un hétéronyme,
c’est-à-dire du nom que leur donnaient leurs voisins italiques (et en
l’occurrence sans doute ombriens). Il est donc probable que
l’homme qui portait le gentilice turs¥ikina, ou du moins celui de ses
aïeux qui le premier le porta, avait longtemps vécu en Ombrie, où il
s’était fait appelé l’«Étrusque» (omb. tursco)10, avant de revenir dans
son pays; puis, de retour en Étrurie, il garda dans le radical de son
gentilice le nom qu’il avait reçu lors de son séjour à l’étranger.
En définitive, mis à part creice, il est impossible de savoir si les
douze anthroponymes cités plus haut servaient également d’eth-

7
Cette référence épigraphique et toutes celles qui suivront sont tirées du
corpus réalisé sous la direction de H. Rix, Etruskische Texte (titre abrégé en ET).
8
Cf. Heurgon 1961, p. 292.
9
Cf. Denys d’Halicarnasse, Antiquités I, 30, 3. D’après H. Rix, rasna a d’a-
bord signifié «peuple»; cf. Rix 1984. Néanmoins, rien ne permet de confirmer
avec certitude l’hypothèse d’H. Rix. Qui plus est, même si cette dernière était cor-
recte, on peut estimer que le mot rasna avait fini par désigner plus précisément le
peuple étrusque.
10
Cf. omb. turskum : T. Ig. I b 17; tuscom VI b 58; VII a 47; gén. sg. tuscer VI
b 54, 59; VII a 12; 48; dat. sg. tursce VII a 12. Cf. sur la question, l’article de De Si-
mone 1972, p. 153-181.

.
198 JEAN HADAS-LEBEL

niques en étrusque. Peut-être que de futures découvertes épigra-


phiques nous permettront de résoudre un jour ce problème.

Venons-en à présent aux deux principaux groupes d’anthropo-


nymes toponymiques de l’étrusque : les noms en -te / -ue et ceux en
-ane / -ine. En observant tous ces noms propres étrusques, on ne
peut qu’être frappé par leur ressemblance avec d’une part les eth-
niques, fréquents en latin et en ombrien en -ās, -ātis (cf. sentinate ∼
Sentinās), et d’autre part les dérivés toponymiques en -no-, si cou-
rants dans les langues italiques (cf. atrane ∼ Atrānus, osq. aadirans).
Il est bien évident que la ressemblance réelle entre les uns et les
autres n’est pas le résultat d’une communauté d’origine, l’étrusque
n’étant manifestement pas une langue i.-e., mais plutôt le fait d’em-
prunts réciproques. Une double question dès lors se pose : en pre-
mier lieu, à qui attribuer la paternité respective des suffixes -ās, -ātis
et -nus du latin? au groupe italique ou bien à l’étrusque? La seconde
question, qui se greffe à la première, est la suivante : s’il est clair que
les terminaisons -ās, -ātis et -nus fonctionnent en latin comme des
suffixes, peut-on dire la même chose des terminaisons -te / -ue et -ane
/ -ine de l’étrusque? La réponse à la seconde question apparaît, selon
nous, très nettement si l’on compare la liste des noms en -te / -ue (cf.
tableau 1) et celle des noms en -ane / -ine (cf. tableau 2). Car que
constate-t-on? Premièrement, que le tableau 2 est bien plus restreint
que le tableau 1; il ne compte que 29 noms contre 58 pour le tableau
1; les formes en -te / -ue sont donc beaucoup plus répandues dans l’o-
nomastique étrusque que les formes en -ane / -ine. Seconde re-
marque : 19 des 29 noms en -ane / -ine ne sont que les transpositions
étrusques d’ethniques latins ou sabelliques probables ou sûrs. Qui
plus est, 18 de ces 19 ethniques sont dérivés de toponymes non
étrusques (latins, campaniens, ombriens, sabins), ce qui ne fait que
confirmer pour eux la thèse de l’emprunt. Troisième remarque : sur
les 58 noms en -te / -ue, 14 sont tirés de toponymes étrusques, contre
un (voire deux) pour les gentilices en -ane / -ine : veiane (et peut-être
*aritine). La conclusion s’impose d’elle-même : le seul véritable suf-
fixe étrusque d’ethnique était -te / -ue11. Mieux encore – et nous ré-
pondrons ainsi partiellement à la question 1, posée plus haut, sur l’o-
rigine respective des deux suffixes latins – la grande diffusion du
suffixe -te / -ue en étrusque ainsi que le lien, fort justement souligné
par H. Rix, entre ce suffixe et le morphème de locatif -ti /-ui nous
permettent, sans grand risque d’erreur, d’aboutir à la conclusion que

11
H. Rix est parvenu à la même conclusion; voir Rix 1963, p. 310, et Rix
1972, p. 733 : «das dritte (s.e. Suffix) (= -te/ -ue) (s.e. dürfte) im Etruskischen zu-
hause sein»; cf. aussi Rix 1995, p. 85 s.

.
ANTHROPONYMES TOPONYMIQUES ET TOPONYMES ANTHROPONYMIQUES 199

ce suffixe est proprement étrusque; et donc, symétriquement, que le


suffixe latin -ās, -ātis est un emprunt à l’étrusque.

En revanche, pour ce qui est de la terminaison étrusque -ane /


-ine (et nous employons à dessein le terme vague de «terminaison»),
l’emprunt a très clairement eu lieu en sens inverse. De fait le carac-
tère i.-e. du suffixe italique d’ethnique -no- ne laisse aucune place au
doute; de plus, comme on l’a vu, la majorité des noms étrusques en
-ane / -ine ne sont que des ethniques italiques empruntés presque
tels quels et érigés au rang d’anthroponymes. Reste à savoir si ce que
nous avons prudemment appelé la terminaison -ane / -ine a pu à l’oc-
casion jouer le rôle de suffixe en étrusque.
Pour pouvoir qualifier une terminaison de suffixe, on doit d’a-
bord réussir à prouver qu’elle était productive. Or, s’agissant de -ane
/ -ine en étrusque, la chose n’est guère aisée. En effet, comme on l’a
vu, 19 des 29 noms en -ane / -ine ont des correspondants probables
ou sûrs dans les langues italiques; il s’agit donc d’emprunts globaux
(thème + suffixe). Quant aux neuf autres formes (arnzlane, astesine,
capatine, capine, carpiane, vaipane, munane, plaicane, tafane), elles
sont très obscures : rien ne dit qu’il s’agisse là de formations topony-
miques ni qu’on doive les tenir pour spécifiquement étrusques. La
capacité productive de la terminaison étrusque -ane / -ine – et par-
tant, sa nature suffixale – est donc très incertaine.
Mais peut-on au moins déterminer si ces anthroponymes
étrusques en -ane / -ine étaient aussi, comme leurs correspondants
italiques, des ethniques? La réponse malheureusement est encore
une fois négative, car nous ne connaissons aucune inscription où ces
mots figurent dans un contexte non onomastique. Toutefois, pour
notre part, nous doutons que ces noms propres aient également pu
servir d’ethniques en étrusque. L’existence à côté de formes pure-
ment étrusques comme cafate, latiue ou *veiaue (cf. tableau 1) de dou-
blets italiques manifestement empruntés (respectivement *capuane,
latine et veiane; cf. tableau 2) nous conforte dans cette opinion. En
effet, il nous paraît clair que les trois premières formes étaient les
noms que les Étrusques donnaient aux habitants de Capoue, du La-
tium ou de Véies, alors que les trois autres formes, même si elles
viennent d’ethniques italiques, n’étaient pas des ethniques en
étrusque. Elles avaient seulement valeur de noms propres. À titre de
comparaison, il y a en France un certain nombre de familles dont les
noms, d’origine allemande, se terminent par le suffixe d’ethnique -er
(Berliner, Frankfurter, Wiener etc.). Il ne faut pas pour autant en
conclure que le suffixe -er est productif en français, ni que les formes
Berliner, Frankfurter ou Wiener sont les ethniques français officiels
se rapportant aux villes de Berlin, Francfort ou Vienne.
S’il est donc impossible de se prononcer avec certitude sur le

.
200 JEAN HADAS-LEBEL

sort véritable que connut le suffixe italique -no- en étrusque, il est


clair en revanche que le morphème étrusque -te / -ue obtint un succès
important dans les langues italiques. En latin, ce morphème
étrusque prend la double forme -ās, -ātis et -es, -itis, mais c’est sur-
tout sous la première forme que le suffixe s’est montré productif. On
peut en effet parler de productivité à propos de ce suffixe, car il ap-
paraît non seulement dans des dérivés de toponymes étrusques
(comme Capenās ou Caeres), qui semblent n’être rien d’autre que les
calques d’ethniques étrusques correspondants (capenate,*xerite),
mais aussi dans toute une série d’ethniques spécifiquement italiques
bâtis sur des toponymes latins ou sabelliques (Arpinās, Mēvānās,
Sentinās), et même sur des thèmes adjectivaux (magnās, optimās,
summās) et pronominaux (nostrās, cuiās)12.
Arrivé à ce point, nous souhaiterions faire une remarque à pro-
pos des ethniques en -ās, -ātis, remarque dont les implications psy-
cholinguistiques ne sont pas dénuées d’intérêt. C’est un fait bien
connu que la grande majorité des ethniques latins, mais aussi om-
briens, pourvus du suffixe -ās, -ātis sont bâtis sur des noms de ville
dont le thème est en nasale (Arpinum, Mēvānia, Sentinum, Pitinum).
Or, nous nous demandons si cette prédilection pour les thèmes à na-
sale ne vient pas du sentiment qu’avaient les Latins et les Ombriens
qu’en étrusque, langue dont ils savaient peut-être plus ou moins
confusément que ce morphème était issu, les toponymes en -na, et
par conséquent les ethniques finissant en -nate, étaient nombreux.
Et s’ils accolaient le suffixe -ās, -ātis de préférence à des thèmes to-
ponymiques à nasale, c’est qu’ils voulaient de la sorte, plus ou moins
consciemment, recréer la terminaison si caractéristique des eth-
niques étrusques, -nate. Mieux encore, on peut se demander si le ā
généralisé du morphème -ās, -ātis n’a pas été, lui aussi, tiré des nom-
breux thèmes étrusques en -nate.
Il est encore un détail assez troublant que nous voudrions relever
avant de clore ce chapitre sur les anthroponymes toponymiques
étrusques en -te / -ue. Comme on vient de le voir, tout porte à croire
que c’est le suffixe étrusque -te / -ue qui est à l’origine du suffixe ita-
lique -ās, -ātis. Que des ethniques proprement étrusques en -te / -ue
puissent posséder des correspondants parfaits dans les langues ita-
liques n’a donc rien de surprenant. On parlera alors pour ces derniers
d’emprunts globaux à l’étrusque. Ainsi, le nom par lesquels les Ro-
mains désignaient leurs alliés étrusques les plus proches, les Cérites,
n’était selon toute vraisemblance qu’un calque de l’ethnique étrusque

12
Cf. Ernout 1953, p. 99, note 2; cf. aussi Leumann 1977, p. 98, § 106 et sur-
tout p. 345s, § 309.

.
ANTHROPONYMES TOPONYMIQUES ET TOPONYMES ANTHROPONYMIQUES 201

supposé, mais très probable, *xerite. Mais que dire lorsque la forme
étrusque est dérivée, cette fois, d’un toponyme italique et qu’elle pos-
sède un remarquable équivalent dans les langues italiques? Or c’est le
cas d’au moins six de nos ethniques en -te / -ue : atinate, mefanate, peti-
nate, sentinate, *sasnate et *felcinate, qui semblent procéder respec-
tivement de Atinās, Mevānās, Pitinās, Sentinās, Sassinās et Fulginās.
Ici, la priorité des formes italiques sur les formes étrusques nous pa-
raît indubitable, du fait de la présence du a devant le suffixe -te. Nor-
malement, en effet, l’étrusque, dans ses dérivés ethniques en -te / -ue,
se contente de coller directement le suffixe au thème du toponyme,
sans ajouter aucun morphème tampon (cf. velurite du toponyme veluri
‘Volterra’, manuva-te de manuva ‘Mantoue’ etc.). Si ce a peut se justi-
fier dans la formation de atinate, mefanate, *sasnate et *felcinate, le
¯
toponyme de départ (Atina, Mevānia, ¯
Sassina ¯
et Fulginia) ¯
reposant à
chaque fois sur un thème en -a, l’argument n’est pas valable pour les
deux autres noms, car le toponyme dont chacun est dérivé ne
comporte pas de -a, si du moins l’on en croit la forme latine. Peut-être
les formes ombriennes correspondant à lat. Sentinum et Pitinum
avaient-elle un thème en -a? La chose n’est du reste pas invraisem-
blable car, comme on le reverra, il n’est pas impossible que les six
villes, pour la plupart ombriennes, d’où ces ethniques ont été tirés,
aient été à l’origine des formations étrusques en -na. Néanmoins, et
jusqu’à preuve du contraire, mieux vaut considérer les noms petinate
et sentinate, mais aussi les quatre autres, comme des emprunts à
l’ombrien. On admirera, à cette occasion, l’étrange cheminement du
suffixe -te / -ue : parti d’Étrurie, il est allé à la conquête de l’Ombrie et
du Latium, avant de revenir en pays étrusque dans un petit nombre
d’anthroponymes ethniques, désormais augmenté de la voyelle a qu’il
avait acquise au cours de ses pérégrinations italiques.

II. La question des «toponymes anthroponymiques» de l’étrusque


L’étrusque, on le sait, possédait toute une série de gentilices for-
més au moyen du suffixe -na. Or il s’avère que ce suffixe, qui servait
surtout à fabriquer des dérivés d’appartenance, était aussi couram-
ment employé dans la formation de toponymes.
Dans le tableau 4, nous avons recensé pas moins de 33 topo-
nymes étrusques possibles en -na. Il faut toutefois admettre que la
plupart de ces formes sont purement conjecturales. Le seul topo-
nyme en -na qui soit effectivement attesté en étrusque est pupluna,
c’est-à-dire le nom étrusque de Populonia. Tous les autres peuvent se
déduire soit de locatifs (velznalui, tarxnalui), soit d’ethniques en -te /
-ue (atinate, *capenate etc.), soit d’ethniques en -x (velznax), soit de
transpositions latines fidèles dans lesquelles le suffixe -na était
conservé (Capena, Cortōna, Saena etc.), soit même de toponymes ac-

.
202 JEAN HADAS-LEBEL

tuels (Alfina, Cécina, Carpegna). Ont été inclus dans la liste dix-neuf
noms se rapportant à des sites situés en dehors de l’Étrurie propre.
Sept de ces sites sont campaniens (Atina, Celemna, Volturnum, Mar-
cina, Mefānus pagus, Urina et Flāvina), neuf appartiennent à la zone
ombro-picénienne (*Carpina < cf. mod. Carpegna, Cutina, *Helvi-
num, Mēvānia, Pitinum, Ricina, Sassina, Sentinum et Fulginia) et
trois sont en Padane (Mutina, Caesēna et Felsina). Étant donné les
liens très étroits que les Étrusques ont entretenus avec ces trois ré-
gions et les nombreuses colonies qu’ils y ont fondées, l’idée qu’au
moins certains de ces toponymes puissent être de souche étrusque
nous semble très tentante. Néanmoins, comme la question reste très
controversée, nous avons préféré mettre à l’écart de notre étude tous
ces toponymes allogènes, exceptés Felsina et Marcina dont l’étrus-
quité est hors de doute. Nous laisserons également de côté trois to-
ponymes hypothétiques dont on ignore jusqu’à l’emplacement et qui
ne disposent d’aucun équivalent latin connu (pelna, sauxna, felzum-
na). Au bout du compte restent quatorze toponymes – nous tenons à
le souligner – supposés car, encore une fois, aucun (mis à part pu-
pluna) n’est attesté en étrusque. Or ces quatorze noms de villes sup-
posés en -na, auxquels on rajoutera le nom étrusque de Volterra, vel-
uri, se trouvent avoir des sosies quasi parfaits dans la catégorie des
gentilices. Cette similitude est telle que certains savants ont été ten-
tés d’établir des passerelles entre les uns et les autres. La question
est de savoir s’il existe un lien entre ces toponymes et ces anthropo-
nymes, et si oui, lesquels sont issus des autres.
Une idée couramment admise veut que les deux formes soient
liées, et que ce soient les toponymes en -na qui découlent des anthro-
ponymes en -na13 ; d’où l’appellation de «toponymes anthropony-
miques» par laquelle nous avons choisi de les désigner. L’origine de la
coïncidence entre les deux formes serait à chercher dans la nature
grammaticale des gentilices en -na. Comme les gentilices latins, les
gentilices étrusques étaient d’abord des adjectifs patronymiques indi-
quant l’appartenance d’un fils à son père; plus tard, ils se figèrent et
devinrent héréditaires. Qui plus est, nul n’ignore que les gentilices la-
tins pouvaient au départ avoir un usage adjectival (comme dans les
groupes Curia Hostilia, via Flaminia...). Forts de ces exemples latins,
certains savants ont émis l’hypothèse selon laquelle les gentilices
étrusques auraient connu un destin similaire. Ainsi, d’après eux, le to-
ponyme Cécina proviendrait d’un groupe supposé du type *spur ceic-
na (c’est-à-dire grosso modo «urbs caecinia»); puis, par simplification
et abréviation, seul l’élément gentilice ceicna serait resté. En résumé,
les toponymes étrusques en -na seraient d’anciens adjectifs gentilices

13
Cf. notamment De Simone 1975, p. 147 s.

.
ANTHROPONYMES TOPONYMIQUES ET TOPONYMES ANTHROPONYMIQUES 203

exprimant à l’origine la dépendance, ou mieux, la subordination d’un


centre habité à une gens14.
La thèse que nous venons de présenter est séduisante; elle est
même acceptable, mais jusqu’à un certain point. Comme l’a très bien
fait remarquer G. Colonna15, le transfert d’un gentilice à un topo-
nyme ne se conçoit bien que dans certains contextes très particuliers,
à savoir dans le cas de petits habitats domaniaux ou de lieux-dits (op-
pida ou castella). Ainsi, il est fort possible que les noms Cécina ou Alfi-
na aient été donnés à des petites agglomérations rurales apparues sur
les domaines de riches gentes comme celui que la grande famille des
ceicna∼Caecinae devaient posséder à Volterra ou les alfna∼Alfinae,
dans la région de Volsinies. Il en va peut-être de même des autres sites
étrusques mineurs qu’étaient Artena, Capena et Surrina, qui ont – qui
sait? – été aménagés sur le territoire ou à l’instigation des familles ar-
tina, capina et s¥urna. À la limite, la thèse de la primauté des gentilices
sur les toponymes pourrait également s’appliquer aux colonies,
comme Felsina en Padane ou Marcina en Campanie, qui pourraient
bien tirer leurs noms des familles responsables de ces nouvelles fon-
dations. En revanche, nous partageons la même réticence que G. Co-
lonna à étendre cette explication aux grandes cités étrusques comme
Volsinies, Vetulonia, Volterra, Cortone, Populonia, Sienne et Tarqui-
nies. En effet, comment ces cités – crées pour la plupart à très haute
date, au début de l’âge de fer – ont-elles pu recevoir comme nom un
gentilice, alors que tout porte à croire que l’invention du gentilice
n’est pas antérieure au VIIIe siècle16 ? Et quand bien même les genti-
lices auraient déjà existé à cette époque reculée, il est difficile d’ad-
mettre qu’une famille ait pu être assez influente et puissante pour im-
poser son nom à une cité. Enfin, cette explication n’étant valable que
pour les noms en -na, elle ne saurait concerner veluri.
Faut-il alors au contraire faire venir les gentilices tarxna, s¥eina,
velzna etc. des noms de villes correspondants? Théoriquement, une
telle hypothèse n’est pas impossible. En France, par exemple, de
nombreuses personnes portent des noms de villes (Marseille, Besan-
çon...)17. Il est donc fort possible qu’au moins une partie des genti-
lices présentés dans le tableau 4 – et notamment veluri, le seul d’entre
eux qui ne contienne pas le suffixe -na – soient tirés des toponymes
correspondants. Néanmoins, il existe une interprétation, à nos yeux,
plus satisfaisante. Selon nous, la ressemblance entre ces toponymes-
ci et les gentilices correspondants doit être imputée à une homony-
mie ou à une paronymie. Il est un cas où la paronymie est évidente :

14
Cf. De Simone 1975, p. 147 s.
15
Cf. Colonna 1977, p. 182.
16
Cf. Colonna 1977, p. 182.
17
Cf. Dauzat 1945, p. 135 s.

.
204 JEAN HADAS-LEBEL

il s’agit du rapprochement qu’on pourrait être tenté de faire entre le


gentilice puplina et le nom de ville pupluna (= lat. Populōnia). On
notera, en effet, que les thèmes sur lesquels reposent les deux formes
ne sont pas tout à fait identiques : alors que le gentilice est dérivé du
prénom pupli(e)18, le toponyme vient selon toute vraisemblance du
nom puplu(n), qui est peut-être une variante du théonyme fufluns19.
Ainsi, le gentilice est un ancien patronyme en -na (litt. «le (fils) de
Publius») et le toponyme, un dérivé théophore en -na (litt. «la (ville)
de Puplu»).
De la même façon, est peut-être fortuite la ressemblance exis-
tant entre le gentilice tarxna et l’un des noms étrusques de Tarqui-
nies, *tarxna, toponyme supposé certes, mais que l’on peut aisément
reconstruire à partir du locatif tarxnalui, ainsi que de l’ethnique pro-
bable 20 tarxnte. En effet, le toponyme est à mettre en relation avec
*tarxu(n) 21, nom étrusque supposé du héros Tarchon (cf. lat. Tarchō
et grec Ta¥rxwn), figure mythique et fondateur éponyme de la ville de
Tarquinies 22. Quant au gentilice, il pourrait être un ancien patro-

18
La forme archaïque du prénom (puplie) n’est attestée qu’une fois, à Volsi-
nies (Vs 1.29 : VIe s.). La forme récente pupli connaît trois occurrences à Clusium
(Cl 1.2079, 2080 et 2344) – dont deux renvoient à la même personne, un lautni (Cl
1.2079 s) – et une dans une inscription bilingue de Pérouse (Pe 1.313). À noter
également à Clusium, à côté du prénom pupli(e), le Vornamengentilicium iden-
tique pupli (Cl 1.750, 2177-79 et peut-être 2296, avec i d’anaptyxe); cf. Watmough
1997, p. 92).
19
Sur les liens probables existant entre le toponyme et le théonyme, cf.
Walde-Hoffmann, LEW, II, p 340, M. Cristofani, LIMC III, 1, p. 531 et Grant
1986, p. 518. Sur l’origine controversée (mais sûrement ombrienne) du théo-
nyme, voir Meiser 1986, p. 215 s.; cf. aussi Rix 1998, p. 215; à noter que, pour
H. Rix, le toponyme pupluna n’est pas issu du théonyme fufluns mais d’un théo-
nyme italique *Poplōno-. Voir sur la question la bonne mise au point de Wat-
mough 1997, p. 95 s.
20
Le lien entre l’ethnique tarxnte et le toponyme *tarxna est problématique. En
effet, on attendrait comme ethnique tiré de *tarxna la forme *tarxnate. La dispari-
tion du a à l’intérieur de l’ethnique ne laisse pas de surprendre car, dans tous les
autres ethniques dérivés de toponymes en -na, le a du suffixe se conserve (cf. *cape-
nate, carpnate, venate, mefanate, petinate, s¥entinate etc.). Le seul autre exemple
d’ethnique dans lequel s’observe pareil phénomène est seiante, à condition qu’il s’a-
gisse bien d’un ethnique formé sur le nom étrusque supposé de Sienne, *sei(a)na.
21
Le nom étrusque de Tarchon, *tarxu(n), figure peut-être sur un miroir de
Tuscania (AT S.11) sous la forme tarxunus. Cette forme est d’ailleurs probléma-
tique. S’agit-il d’un génitif? d’un nominatif en -us comme fuflunus à côté de fu-
fluns? auquel cas il faudrait considérer que le nom étrusque de Tarchon était plu-
tôt *tarxun(u)s que *tarxu. Cf. sur la question Pallottino 1930, p. 49 s.; id., 1936,
p. 462.
22
Cf. Sur la tradition faisant de Tarchon le fondateur de Tarquinies, cf. Bri-
quel 1984, p. 225 s. Selon G. Colonna, le gentilice tarxna pourrait lui aussi venir
du nom étrusque de Tarchon, *tarxu : «Abbiamo motivo di ritenere che Tar-
chonte (tarxu) sia stato il capostipite e della città e della gente dei tarxna∼Tarqui-
tii.» (cf. Colonna 1977, p. 183).

.
ANTHROPONYMES TOPONYMIQUES ET TOPONYMES ANTHROPONYMIQUES 205

nyme en -na, tiré du vieux prénom étrusque *tarxe, non attesté mais
que l’on peut reconstruire à partir de son féminin tarxa, dont on pos-
sède une unique occurrence à Vulci 23. Si cette hypothèse est cor-
recte, le gentilice devait donc être à l’origine *tarxe-na 24 et le topo-
nyme, *tarxu(n)-na 25. Puis, quand au Ve siècle est intervenue en
étrusque la syncope des voyelles en syllabe intérieure, les deux noms
se seraient trouvés confondus sous la forme tarxna. Ici, l’homonymie
entre le toponyme et l’anthroponyme (*tarxna ∼ tarxna) serait donc
le résultat d’une plus ancienne paronymie (*tarxuna ∼ *tarxena).
Pour Volsinies, la même explication semble pouvoir être avan-
cée : au gentilice velzina – dont le thème était en -i comme le prouve
une forme peut-être archaïsante de Pérouse (Pe 1.1017) – faisait pen-
dant un toponyme *velzuna, avec voyelle médiane u comme le sug-
gère la légende velzu qu’on peut lire sur une pièce retrouvée à Orvie-
to (NU N.7) 26. Puis, sous l’effet de la syncope, les deux noms auraient
fini par se confondre, donnant l’un et l’autre velzna.
À supposer que les noms étrusques de Vetulonia, Cortone et
Sienne aient aussi été des dérivés déterminatifs en -na – ce qui est
probable –, on ne peut exclure que la similitude qu’ils présentent
avec certains gentilices soit fortuite. Ainsi, pour Cortone, la ressem-
blance entre le gentilice kurtina et le toponyme supposé *curtuna est
paronymique; pour Vetulonia, on pourrait également parler de pa-

23
Cf. Vc 1.10 : eca suui tarxas levial... Notons qu’il existait également en
étrusque un prénom masc. tarxi attesté seulement à Pérouse, que ce soit sous sa
forme pleine (Pe 1.305sq, 1206sq) ou sous la forme abrégée tx : Pe 1.461 et 789.
Toutes les autres occurrences du nom – notamment les occurrences clusiniennes
– semblent indiquer que le prénom était aussi utilisé comme gentilice (Vor-
namengentilicium selon la théorie de H. Rix). Le prénom tarxi représente selon
toute vraisemblance la forme récente du nom tarxie gravé (au génitif, tarxies) sur
le miroir de Tuscania AT S.11. Il n’est d’ailleurs pas impossible que tarxie et *tarxe
ne soient que deux variantes graphiques du même prénom (voir note suivante).
24
Comme nous l’a très justement fait remarquer H. Rix, que nous remer-
cions, le prénom dont le gentilice patronymique tarxna est dérivé ne saurait être
tarxi(e). De fait, un gentilice tiré de tarxi(e) aurait donné étr. arc. *tarxiena > étr.
réc. *tarxina, avec un i long intérieur qui ne peut tomber (cf. étr. réc. puplina <
étr. arc. pupliana < puplie + -na). Mais le i de tarxie n’est peut-être qu’un artifice
graphique destiné à exprimer le caractère palatal du x étrusque. Auquel cas, tarxie
(> étr. réc. tarxi) ne serait qu’une variante du prénom *tarxe (fém. tarxa).
25
Si le gentilice cérite tarxna est très vraisemblablement une formation pa-
tronymique tirée du prénom supposé *tarxe, il n’en va pas de même du gentilice
étrusque des Tarquins tel qu’il apparaît du moins dans la tombe François de Vul-
ci, à savoir tarxunies (Vc 7.33). Cette forme a des chances d’être un dérivé en -ie
du nom étrusque de Tarquinies : *tarxuna-ie >tarxunie(s); auquel cas on serait en
droit de parler ici d’anthroponyme toponymique. Toutefois, la forme vulcienne
tarxunies n’est peut-être rien d’autre qu’une transcription étrusque du nom latin
Tarquinius.
26
Le toponyme velzu serait donc à *velz(u)na ce que *tarxu était à *tarx(u)na.

.
206 JEAN HADAS-LEBEL

ronymie ou d’homonymie à condition de poser d’une part un genti-


lice archaïque *vetlina (aboutissant en étrusque récent à vetlna) et
d’autre part un toponyme *vetluna ou *vatluna 27 ; pour Sienne enfin,
une explication semblable est envisageable à condition de poser un
gentilice archaïque du type *seiena 28 (> étr. réc. s¥eina) face à un to-
ponyme *seiana (> étr. réc. *sei(a)na), avec un a médian qu’il est
permis de déduire du gentilice ethnique s¥eiante. Mais nous sommes
là dans le monde de l’hypothèse.

Au terme de cette étude, plusieurs conclusions s’imposent. Pour


commencer, s’agissant des anthroponymes toponymiques étrusques,
nous pensons avoir démontré que si leur existence est indéniable,
leur nombre doit – au moins provisoirement – être revu à la baisse.
Au bout du compte, les seuls anthroponymes toponymiques sûrs et
véritables de l’étrusque sont les gentilices en -te / -u e. En effet, ils
sont les seuls à reposer sur des formations ethniques proprement
étrusques. Les noms en -ane / -ine, en revanche, ne peuvent guère re-
vendiquer une telle dénomination, dans la mesure où, s’il est vrai
qu’ils servaient d’anthroponymes en étrusque, il est impossible de
prouver qu’ils avaient aussi une valeur toponymique dans cette
même langue. Certes, les formes italiques dont la plupart de ces
noms étaient issus étaient des adjectifs ethniques dans leur langue
d’origine, mais force est de constater que le statut exact de leurs cor-
respondants étrusques demeure encore obscur. Il est probable que
ces anthroponymes n’étaient pas plus toponymiques en étrusque
que les noms de famille Berliner ou Wiener ne le sont en français.
On remarquera néanmoins que ces noms en -ane / -ine ont tous été
parfaitement intégrés dans le système morphologique et onomas-
tique étrusque, comme le prouvent à la fois la désinence masculine
-e et les désinences féminines -i, -ia ou -ei.
À côté des formes en -te / -u e, le seul nom étrusque qui pourrait à
la rigueur mériter l’appellation d’«anthroponyme toponymique» est
le gentilice creice, lequel cumulait en même temps une valeur d’eth-
nique (= «grec») et un emploi anthroponymique.
Qu’ils soient de vrais ou de faux anthroponymes toponymiques,
qu’ils soient en -te / -u e ou en -ane / -ine, tous ces noms illustrent en
tout cas à merveille la remarquable capacité intégrative des anciens
Toscans. Les étrangers arrivant dans une cité, qu’ils fussent

27
La forme *vatluna serait une variante en -na du toponyme vatlu(i) attesté
sur des pièces de monnaie (NU N.2 et 3). On notera au passage le parallélisme
saisissant entre les trois doublets toponymiques vatlu ∼ *vetluna, velzu ∼ *velz(u)
na et *tarxu ∼ *tarx(u)na.
28
Le thème s¥eie de *seiena est du reste attesté isolément en fonction de gen-
tilice à Volterra (cf. Vt 1.140).

.
ANTHROPONYMES TOPONYMIQUES ET TOPONYMES ANTHROPONYMIQUES 207

étrusques ou non, avaient toujours la possibilité de se forger un nou-


veau nom. Les Étrusques se contentaient de transformer en gentilice
l’ethnique exprimant leur cité d’origine (curuute, tarxnte etc.), les
autres reprenaient, moyennant quelque modification morpholo-
gique, l’autonyme italique de leur nation (cf. lat. Latı̄nus > étr. la-
tine), soit même adoptaient l’hétéronyme étrusque correspondant
(cf. étr. latiue) 29.
En ce qui concerne les «toponymes anthroponymiques»
étrusques, il ne semble pas que leur existence doive être remise en
cause; toutefois seuls certains patelins comme Cécina ou certaines
colonies comme Felsina peuvent revendiquer ce nom, et non les
grandes cités comme Tarquinies ou Volsinies, car il est probable que
les noms étrusques de ces dernières aient préexisté aux gentilices
formellement identiques tarxna et velzna. Pour ces noms, l’hypothèse
d’une homonymie entre toponymes et gentilices mérite peut-être
d’être envisagée.

TABLEAU 1 Anthroponymes toponymiques sûrs ou possibles en -te /-ue

Gentilices Correspondants Origine


masc. féminins Diffusion Variantes Dérivés géographique

amriue(s¥a) amriui Cl amriti Ameria (Um)


(Cl 1.316)

as¥ate Ar, Pe *Assa?


atinate atinati (AT, Cl) ∼ C l , P e , Atina (Luc, Vol,
atinatia? (Pe) AT, AS Ven)∼Atinas

*aunate a u n a t i ( A S ) ∼ Cl, AS ?
aunt(a)nal (Cl) 30

*axrate axrati Pe Acerrae (Cm, Um)


kaviate(s) Vs 1.90 Gabii (La)

(à suivre)

29
Il semble cependant que les plus anciens anthroponymes toponymiques
(VIe siècle) aient été systématiquement pourvus du suffixe d’appartenance -na.
C’est le cas de silqetena, tarxvetena (tableau 1), ahvricina, kalaprena, tursikina (ta-
bleau 3). Nous tenons à remercier Enrico Benelli pour cette très judicieuse re-
marque dont il nous a fait part oralement. En étrusque plus récent, la nécessité
de recaractériser l’ethnique au moyen du suffixe -na (ou -ni) s’estompe mais ne
disparaît pas pour autant (cf. velxatini, xeritna, lecstini, umrana).
30
Pour aunati, cf. AS 1.98; pour aunt(a)nal, cf. Cl 1.844-45.

.
208 JEAN HADAS-LEBEL

Gentilices Correspondants Diffusion Variantes Dérivés Origine


masc. féminins géographique

*calite caliti Cl Cales (Cm, Um)


1.1441

caliaue(si) Ta 5.2 Cales (Cm, Um)?


Gallia?

*capenate capenati Pe 1.102 Capena (Etr) ∼


Capenas

carpnate carpnati Cl, Vs *Carpinia (Um)?


cf.Carpegna

cafate cafati (Pe, Vs, Pe, Cl, Vs cafateś Capua (Cm)?


Cl) ∼ cafatia (Pe) (Cl 1.614)

cisvite(sa) 31 gén. cisvitnal 32 Ta, Cl cisuita 33 ?


(Cl) (Pe 1.999)

cleuste cleusti (Vs) Vs, Po, Cl Clusium (Etr)

cluate(sa) 34
Ar 1.85 ?
cus¥iue(ś) cus¥iui Pe Cosa (Etr)
curuute(ś) Cl Cortona (Etr)
1.1976

*vatate gén. vatatial ?


*veiaue gén. veiauial Pe 1.77 Veii (Etr)
*velurite veluriti Vs, Cl Volterrae (Etr)
velxite velxiti Cl velcitial velxatini Vulci (Etr)
(Cl (Ar)
1.1651)
venate gén. venatnal Cl venau nal[ Oı̃na? (cf. Steph.
(Co 1.10) Byz.)

*verate verati Vc 1.21 ?

harpite harpiti Cl ?

*helvinate helvinati Pe *Helvinum? cf.


Helvillum (Um)

hurtate(s) Ta 6.16 Horta (Etr)

(à suivre)

Ta 1.221.
31

Cl 1.1656.
32

33
Peut-être s’agit-il d’une erreur pour cisuitia, féminin attendu de cisuite à
Pérouse.
34
Peut-être s’agit-il d’une faute d’orthographe pour clautesa.

.
ANTHROPONYMES TOPONYMIQUES ET TOPONYMES ANTHROPONYMIQUES 209

Gentilices Correspondants Diffusion Variantes Dérivés Origine


masc. féminins géographique

uupite(s) Cl ?
1.1851
latiue latiui (Cl, Pe) ∼ Cl, Pe, Ta lauite (Cl, Latium
latiuia (Cl) Vs, Pe)
latiteś (Cl)
lemnite(ś) Fe 7.2 Lemnos
macute(ś) macutia Cl Mago
(Hispania)??
manuvate manuvatnei (Cl) Cl, Pe Mantua (Etr)
masate(ś) Cl 1.1309 ?
mehnate(ś) mehnati Pe mef(a)na- cf. infra
te?

mefanate mefanatei (Co) Co, Cl mefnate- Mefanus pagus


(Vs 1.318) (Sam)?
mehna- Mevania (Um)? ∼
teś? Mevanas
nulaue nulaui Cr Nola (Cm)
paniaue paniaui Pe paniates *Pania? cf. mod.
(Vs 7.24) Pagna
*pelnate pelnati Cl 1.546 ?
perpraue perpraui Pe perprate ?
(Pe)
petinate petinati (Cl) Cl, Vs Pitinum (Um) ∼
Pitinas
*sasnate sasnati Pe1.954 Sassina (Um) ∼
Sassinas

seiate 35 Cl 1.29 ?
seiante seianti Cl Saena (Etr)?
senate senatia (Pe) Pe, Cl Sena (Um)?
sentinate sentinati Cl, Pe, AS Sentinum (Um) ∼
Sentinas

siate Pe 1.782 ?
rumate Cl, Co r u m au e s Roma (La)
(Cl 1.723)

(à suivre)

35
Peut-être s’agit-il d’une faute d’orthographe pour seiante.

.
210 JEAN HADAS-LEBEL

Gentilices Correspondants Diffusion Variantes Dérivés Origine


masc. féminins géographique

sauxnate Pe 1.126 Sauconna


sq (Gallia)?

*seitiue seitiui Ta, Cl, Vc seiuiti (Cl Setia (Cm)? 36


1.801)

*silqete La silqetenas Sulci (Sard) 37 ?


(La 2.3)

*starniue starniui Pe ?

*tarxvete Vs tarx vete- Tarquinii (Etr)


na (Vs
1.3)
tarxnte(ś) tarxntia (Cl, Pe) Vt, Cl, Pe tarcntias Tarquinii (Etr)
(Cl 1.467)

*treplate treplati Pe1.860 Trebula


(Cm, Sab, Sam)

*uriue uriunei Cl 1.2634 Uria (Cm)


sq

urinate urinati Cl,AS,Vt, Uria (Cm)?


Ta, Pe *Urina?

*xerite Cl xeritna Caere (Etr) ∼


Caerites

*felzumnate felzumnati Cl 1.1230 ?


*felcinate felcinatial (Pe) ∼ Pe, Cl felqunates Fulginia (Um) ∼
felcinatnal (Cl) (AH 2.2) Felignates

frentinate frentinati (Vs) Cl, Ar, Vs Ferentinum (Vol,


Etr) ∼ Ferentinas

N.B. 1 : Sont soulignés tous les anthroponymes qui ne sont attestés que sous forme de
Patronusgentilicia.
N.B. 2 : N’ont pas été pris en compte dans cette liste :
– les gentilices minate et ecnate, issus très probablement non d’un toponyme,
mais d’un prénom sabellique (respectivement osq. Minaz et *Ecnaz)
– les mots esati (Vc 0.55), canzate (Ta 3.9) et herati (Vs 0.34) dont la nature (nom
propre? autre?) est incertaine
N.B. 3 : Sont en grisé les anthroponymes dont l’origine est très incertaine ou in-
connue.

36
Cf. Rix 1995, p. 85.
37
Cf. Colonna, dans Gli Etruschi e Roma, Rome, 1981, p. 202 s.

.
ANTHROPONYMES TOPONYMIQUES ET TOPONYMES ANTHROPONYMIQUES 211

TABLEAU 2 – Anthroponymes toponymiques possibles ou sûrs en -ane / -ine

Gentilices Correspondants
masc. féminins Diffusion Variantes Dériv. Origine géographique

*aritine aritinial? 38 Arretium (Etr) ∼


Arretinus?

arnzlane(ś) Cl 1.1486 ?

astes¥ine Pe 1.929 ?

atrane atrani (Pe) / Pe, Cl, Vc, Cr *Atra ∼ Atranus 39/


atrania (Pe) osq. aadirans

camarine camarinei Cl Camarina (Si)?/


Cameria (La) ∼
Camerinus

campane campania (Pe) Cr, Pe Campanus

capatine Cl 1.1845 ?

cap(e)vane capevani Pe Capua (Cm) ∼


capvanial Capuanus

capine AS 1.5 ?

carpiane Cl 1.583 ?

curane curanei / curania Pe Cora (La) ∼ Coranus

vaipane(s) Ta 1.120 ?

veiane veiani (Vs, Cl, Pe, Cl, Vs, Fa Veii (Etr) ∼


Pe) / veiania (Cl) *Veianus 40 ?

velane velani / velanei Vt Velia (Luc) ∼


Velianus

lapicane(s) Cr 2.131 Labicum (La) ∼


Labicanus

(à suivre)

38
À vrai dire, le codex de la bibliothèque vaticane dans lequel l’inscription a
été recopiée présente la forme bien problématique aritin.ai et c’est A. Maggiani
qui corrige la lecture en aritinial; cf. Maggiani 1989, III, p. 1627. D. Steinbauer ré-
sout le problème différemment en lisant aritim.{ai} aritim étant selon lui le nom
étrusque de la cité d’Arretium; cf. Steinbauer 1998, p. 264.
39
Cf. Atrani (peuple d’Apulie), Pline NH III,52; cf. aussi l’actuel Atrano (situé
dans l’antique territoire des Marses) et Atrani (Amalfi).
40
Sur l’existence probable en latin d’une forme *Veiānus, parallèle aux
formes officielles comme Veiens et Veientanus, cf. Rix 1963, p. 308, note 14. Mais
il n’est pas non plus impossible que veiane soit la transposition d’une forme sa-
bellique (ombrienne? osque?) *veiano-.

.
212 JEAN HADAS-LEBEL

Gentilices Correspondants Diffusion Variantes Dériv. Origine géographique


masc. féminins

latine(s) Cm, Ve Latinus

laucane laucanei (AS) / Cl, Pe, AS lacane Lucanus


laucania (Cl) (Pe 1.19)

luncane Vs 6.19 *Longanus?

maricane maricani (Cl) Cl, Pe Maricae palus?


(La) ∼ *Maricanus

munane(ś) AS 1.50 ?

nurtine(s) Vs 1.281 Nursia (Sab)? /


*Nurtia? ∼
*Nurtinus?

patislane patislani Cl patizlane *Paticulum (Um)? ∼


(AH 1.76) omb. *patiçlanu?

plaicane Cl 1.1043 ?

*s¥apine sapini Cl 1.2498 Sabinus

s¥auturine sauturini Pe *Sauturia? 41

statlane statlani AT Statellae (Lig) ∼


*Statellanus

tafane Cl 1.2387 ? 42

ucrislane Cl Ocriculum (Um) ∼


omb. *ucriçlanu

uvilane uvilana Pe *Ovillae? ∼


*Ovillanus? 43

N.B. 1 : Sont soulignés tous les anthroponymes qui ne sont attestés que sous forme de
Patronusgentilicia.
N.B. 2 : N’ont pas été pris en compte dans ce tableau :
– le GE herine issu très vraisemblablement du prénom sabellique heírens.
– les formes de nature très obscure, à savoir avines (AV 2.6), meine (AT 1.101), pe-
tineś (Sp 2.80), piianes (Cm 2.52), renine (AS 1.320) et tenine (Pe 3.3).
N.B. 3 : Sont en grisé les anthroponymes dont on ne peut dire si ce sont de véritables
dérivés toponymiques en -ane/-ine.

Cf. Rix 1963, p. 309, note 21.


41

Certains ont cherché à rapprocher tafane de lat. vulg. *tafanus (> italien
42

tafano «taon»). Il s’agirait, dans ce cas, d’un sobriquet cognominal employé


comme gentilice; cf. Schulze 1904, p. 277 et Rix 1963, p. 309.
43
Cf. Rix 1963, p. 309.

.
ANTHROPONYMES TOPONYMIQUES ET TOPONYMES ANTHROPONYMIQUES 213

TABLEAU 3 – Autres anthroponymes toponymiques/ethniques

Gentilices Correspondants Diffusion Variantes Dérives Équivalents


masc. féminins latins
afrce gén. afrcnal Cl ahvricina(si) 44 Africus
*kalapre kalaprena(s) 45 Calaber
cale calia Cl, AT, Ta, Vt, fém. callia Gallus 46
creice craica (Vc) / Cl, Ta, Cr, Vc Graecus
creici(a)
(Cl,Cr,Vc)
venete veneti (Pe) Pe, AH Venetus
lecusti 47 lecusta 48 Pe lecs(u)tini *Ligust(i)us =
Ligustinus
s¥icle(ś) Pe Siculus
sapice gén. sapicnal Cl, Ta fém. safici *Sab/ficus
(Cl 1.554) (Ta 1.113)
*tursike tursikina Tu(r)scus
(Cl 2.3)
umrce(s) gén. umrcial AS Umbricus
umre(s) 49 umria (Cl) / Cl, AH umrana (Cl) Umber
umprea (Pe)
feluske(s) Vn 1.1 Faliscus?

TABLEAU 4 – Gentilices étrusques et toponymes étrusques,


attestés ou non, susceptibles de leur correspondre

Toponymes Équivalents
Gentilices Variantes du
masc. Féminins Diffusion étr. en -na toponyme latins
correspondants ou modernes

alf(i)na/i alfnei Cl, AS, Pe *alfna? mod. Alfina 50


artina artinai Cl, Cr *artina? Artena 51

(à suivre)

AT 3.2.
44

Vs 1.59.
45

46
Selon H. Rix, la forme cale, à Clusium, pourrait également procéder de lat.
calvus. Cf. Rix 1962, p. 29-45.
47
Pe 1.573 : lecusti . caspres . latni. Sur l’ethnique supposé *Ligustius, cf. Rix
1963, p. 312; Rix 1994, p. 100.
48
Pe 1.1094 : uana : lecusta : lautni(ua).
49
AH 1.74.
50
Cette ville est située dans la région de l’ancienne Volsinies. Voir ce que dit
à ce sujet De Simone 1970, p. 87, et De Simone 1975, p. 146.
51
Ville située entre Véies et Caeré; cf. Tite Live IV, 61 et Schulze 1904, p. 568.

.
214 JEAN HADAS-LEBEL

Gentilices Toponymes Variantes du Équivalents


Féminins Diffusion étr. en -na latins
masc. correspondants
toponyme ou modernes

atina atinei Cl, AS, Pe *atina? Atina (Cm)


(cf. ethn. atinate)

ceicna caecnei Vt, AS, Cl, Ta *ceicna? mod.


Cécina

ceis(i)na(ś) Fe, AT *ceisna? Caesena


(Pa) 52

capna capnei Cl, Pe, AT *cap(e)na? Capena


(cf. ethn. capenate)

*celmna celmnei Cl *celmna? Celemna


(Cm)

*carpna? mod.
(cf. ethn. carpnate) Carpegna
(Um)

kurtina(ś) Cl 2.4 *curtuna? curt(u) (NU N.1) Cortona


cf ethn. curuute

cutna(s) cutnei Cl, Ta, Vc *cutna? Cutina


(Vest)

velzina/ velznal/ Cl, Pe, Ta *velzna ? (cf. velznax velsu (NU N.6) / Volsinii
veltsna veltsnei et loc. velznalui) velzu (NU N.7)

veluri Vs 1.186 *veluri? Volterrae


(cf. ethn. velurite)

veluurna Pe, AV, Ar *veluurna? Volturnum


(Cm) 53

*vetlna vetlnei Pe, Cl *vetlna? vatl (NU N.2) / Vetulonii/


vatlui (NU N.3) Vetulonia

helvna(s) AV 2.11 *helvna? *Helvinum?


(cf. éthn. helvnate) (Um)

marcna/i marcnei AS, Cl, Pe, Vs *marcna? Marcina


(Cm) 54

*mehna? Mevania
(cf. ethn. mehnate) (Um)?

*mefana? Mefanus
(cf. ethn. mefanate) pagus?

(à suivre)

52
Cf. Colonna 1974, p. 19.
53
Cf. De Simone 1975, p. 144 s.
54
Cf. Strabon V, 251, Schulze 1904, p. 568 et De Simone 1975, p. 146.

.
ANTHROPONYMES TOPONYMIQUES ET TOPONYMES ANTHROPONYMIQUES 215

Gentilices Toponymes Variantes du


Équivalents
masc. Féminins Diffusion étr. en -na toponyme
latins
correspondants ou modernes

*mutaina mutainei AS 1.448 *mutaina? Mutina


*mutina? (Pa) 55
* pelna? –
(cf. ethn. pelnate)
petna petnei Cl, Fe *petina? Pitinum
(cf. ethn. petinate) (Um)
puplina puplinei Pe, Cl, AT pup/fluna Populonia
(NU N.15-30)
reicna? reicnei Cl / Cr *reicna? / *ricna? Ricina
riquna? (Pic)
*s¥asna? Sassina
(cf. ethn. s¥asnati) (Um)
s¥eina(ś) s¥einei Cl, AS *s¥ei(a)na? Saena
(cf. ethn. s¥eiante?)
s¥/sentina s¥/sentinei Cl, Ta, AT *s¥entina? Sentinum
(cf. ethn. s¥entinate) (Um)
s¥urna s¥urnei Pe *s¥urna (cf. ethn. Surrina
lat. Surinas)
*sauxna? –
(cf. ethn. sauxnate)
tarxna tarxnai Cr *tarxna? *tarxu? (cf. GE Tarquinii
(cf. loc. tarxnalu(i)) tarxvetena)
*urina? Urina (Cm)
(cf. ethn. urinate)
*felcina? Fulginia
(cf. ethn. felcinate) (Um)
*felzumna? (cf. –
ethn. felzumnate)
flaviena(s) Vs 1.55 *flavina? Flavina
(Cm) 56
felzna felznei Vs, AS, Cl *felzna? Felsina
(Pa)

N.B. : Sont en grisé les toponymes dont on n’a conservé aucune trace en étrusque, en
latin ou en italien, et ceux dont l’origine étrusque est controversée.

Jean HADAS-LEBEL

55
Sur l’origine très vraisemblablement étrusque de Mutina (Modène), cf.
Tite Live XXXIX, 55, et Schulze 1904, p. 569.
56
Cf. Silius Italicus, VIII, 490 et Schulze 1904, p. 568.

.
216 JEAN HADAS-LEBEL

ABRÉVIATIONS BIBLIOGRAPHIQUES

Briquel 1984 = D. Briquel, Les Pélasges en Italie, Recherches sur l’histoire de


la légende, Paris-Rome, 1984 (BEFAR, 252).
Colonna 1974 = G. Colonna, Ricerche sugli Etruschi e sugli Umbri a nord de-
gli Appennini, dans Studi Etruschi, 42, 1974, p. 3-24.
Colonna 1977 = G. Colonna, Nome gentilizio e società, dans Studi Etruschi,
45, 1977, p. 175-192.
Dauzat 1945 = A. Dauzat, Les noms de famille de France, Paris, 1945.
De Simone 1970 = C. De Simone, Die griechischen Entlehnungen im Etruskis-
chen, II, Wiesbaden, 1970.
De Simone 1972 = C. De Simone, Etrusco tursikina, dans Studi Etruschi 40,
1972, p. 153-181.
De Simone 1975 = C. De Simone, Il nome del Tevere, dans Studi Etruschi, 43,
1975, p. 121-157.
Ernout 1953 = A. Ernout, Morphologie historique du latin, Paris, 1953.
Grant 1986 = M. Grant, A Dictionary of Classical Places, New York, 1986.
Heurgon 1961 = J. Heurgon, La vie quotidienne des Étrusques, Paris, 1961.
Leumann 1977 = M. Leumann, Lateinische Laut- und Formenlehre, Munich,
1977.
Maggiani 1989 = A. Maggiani, Commento all’iscrizione, dans Atti del Secondo
Congresso internazionale etrusco, Rome, 1989, III, p. 1627-1631.
Meiser 1986 = G. Meiser, Lautgeschichte der umbrischen Sprache, Innsbruck,
1986.
Pallottino 1930 = M. Pallottino, Uno specchio di Tuscania e la leggenda etru-
sca di Tarchon, dans Rendiconti della Classe di Scienze morali, storiche e
filologiche della Reale Accademia Nazionale dei Lincei, ser. VI, vol. VI,
fasc. 3-4, 1930, p. 49-87; repris dans Saggi di antichità, II, Rome, 1979,
p. 679-707.
Pallottino 1936 = M. Pallottino, Sullo specchio tuscanese con la leggenda di
Tarchon, dans Studi Etruschi 10, 1936, p. 462-463; repris dans Saggi di
antichità, II, Rome, 1979, p. 708-709.
Pallottino 1937 = M. Pallottino, Nomi etruschi di città, Scritti in onore di Bar-
tolomeo Nogara raccolti in occasione del suo LXX anno, Città del Vatica-
no, 1937, p. 341-358; repris dans Saggi di antichità, II, Rome, 1979,
p. 710-726.
Pallottino 1984 = M. Pallottino, Oriundi forestieri nella onomastica e nella so-
cietà etrusca, dans Studi di antichità in onore di Guglielmo Maetzke, II,
Rome, 1984, p. 401-405.
Pfiffig 1969 = A. J. Pfiffig, Die etruskische Sprache, Graz, 1969.
Rix 1962 = H. Rix, Ein lokal begrenzter Lautwandel im Etruskischen, dans Die
Sprache, 8, 1962, p. 29-45.
Rix 1963 = H. Rix, Das etruskische Cognomen, Wiesbaden, 1963
Rix 1972 = H. Rix, Zur Ursprung des römisch-mittelitalischen Gentilnamen-
systems, dans ANRW I, 2, 1972, p. 700-758.
Rix 1984 = H. Rix, Etr. mex rasnal = lat. res publica, dans Studi di antichità
in onore di Guglielmo Maetzke, II, Rome, 1984, p. 455-468.
Rix 1991 = H. Rix (dir.), Etruskische Texte. Editio minor, Tübingen, 1991.

.
ANTHROPONYMES TOPONYMIQUES ET TOPONYMES ANTHROPONYMIQUES 217

Rix 1994 = H. Rix, Die Termini der Unfreiheit in den Sprachen Alt-Italiens,
Stuttgart, 1994.
Rix 1995 = H. Rix, Il latino e l’etrusco, dans Atti del convegno internazionale
Nomen Latinum, Latini e Romani prima di Annibale, Eutopia 4, 1, 1995,
p. 73-88.
Rix 1998 = H. Rix, Teonimi etruschi e teonimi italici, dans Annali della Fonda-
zione per il Museo ‘Claudio Faina’, 8, 1998, p. 207-229.
Schulze 1904 = W. Schulze, Zur Geschichte der lateinischen Eigennamen,
Göttingen, 1904 [1991].
Steinbauer 1998 = D. Steinbauer, Zur Grabinschrift der Larthi Cilnei aus Ari-
tim / Arretium / Arezzo, Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 121,
1998, p. 263-281.
Walde-Hofmann = A. Walde – J. B. Hofmann, Lateinisches etymologisches
Wörterbuch, Heidelberg, 1930-1955.
Watmough 1997 = M. Watmough, Studies in the Etruscan Loanwords in La-
tin, Florence, 1997 (Biblioteca di «Studi Etruschi», 33).

.
PAOLO POCCETTI

PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI :


COINCIDENZE DI TEONIMI E DI ANTROPONIMI
NELL’ITALIA ANTICA
UNA RIFLESSIONE SULLA CLASSE DEI ‘TEOFORICI’
A PARTIRE DA DUE ELEMENTI SPECIFICI

La teonimia costituisce uno degli ambiti più interessanti del-


l’onomastica delle diverse lingue dell’Italia antica sia per gli aspetti
strettamente linguistici sia sul versante dell’ideologia religiosa. I teo-
nimi delle culture indoeuropee della Penisola (ma – si può ora ag-
giungere – in parte, anche di quelle non indoeuropee) in ragione del-
la loro spiccata trasparenza linguistica, tanto in rapporto al lessico
quanto per analizzabilità della struttura morfologica, in misura as-
sai più forte rispetto al repertorio teonimico di altre culture (per
esempio quella greca), sono stati oggetto di attenzione già nel XIX
secolo nella cornice del metodo comparativo sia della linguistica sia
della storia delle religioni sia della mitologia. In particolare due figu-
re del calibro di Grassmann e Usener, che hanno largamente in-
fluenzato le generazioni successive, hanno manifestato specifico in-
teresse per i teonimi dell’Italia antica, da prospettive diverse, per l’u-
no la ricostruzione linguistico-culturale in seno alle lingue
indoeuropee, per l’altro la storia delle religioni.
Il primo, infatti, operando una distinzione tra innovazione e
conservazione nelle denominazioni divine, mirava alla ricostruzione
di un pantheon e di una mitologia indoeuropea, il secondo, proprio
sul repertorio dei nomi di divinità ‘minori’ del mondo italico aveva
costruito l’impalcatura della religione romana sorretta dal duplice
ordine classificatorio degli ‘Augenblicksgötter’ e dei ‘Sondergötter’.
La teoria useneriana trovava un punto di incontro con la prospettiva
indoeuropeistica di Grassmann nel fatto che sotto l’etichetta di ‘Au-
genblicksgötter’ e ‘Sondergötter’ ricadevano quei nomi di divinità
che si sottraevano tanto ad una dinamica interlinguistica (in termini
di prestito, come, per esempio, teonimi greci quali Apollo e Ercole
diffusi in quasi tutte le tradizioni linguistiche dell’Italia antica)
quanto ad un orizzonte comparativo-ricostruttivo per quanto ri-
guarda sia la forma sia le funzioni.
La lingua risulta, dunque, criterio fondamentale sia per la rico-

.
220 PAOLO POCCETTI

struzione di un sistema religioso sia per la mitologia comparata, in


quanto ciò che dà sostanza ad una divinità dell’‘atto’ (‘Augenblick-
sgott’) e ad una divinità speciale (‘Sondergott’) è proprio il relazio-
narsi del suo nome con la concretezza della realtà, della prassi e
della situazione specifica, manifestata dalla trasparenza lessicale in
termini sincronici1.
D’altra parte, anche coloro che hanno preso immediatamente le
distanze dalla teoria useneriana dei ‘Sondergötter’ si sono trovati
concordi sul fatto che essi proprio per tali caratteristiche rappresen-
tano un fenomeno saliente della religione romana, condivisa anche
dal mondo italico. È noto, infatti, che la critica di Wissowa alla teo-
ria dei ‘Sondergötter’ riguarda la loro condizione primitiva e il loro
statuto, cioè in che misura essi si collocassero ai margini del sistema
(come voleva Usener) oppure come elementi costitutivi del sistema
stesso (come obiettava Wissowa). Invece, tra i due grandi studiosi
della religione romana di fine XIX secolo si registra sostanziale con-
vergenza sul fatto che questi nomi di divinità rappresentano una
«hervorstechende Eigentümlichkeit der römischen Religion» (Use-
ner) 2 e un «eigentliche Kern und Mittelpunkt der altrömischen Reli-
gion» (Wissowa) 3.
L’alternativa nella considerazione dei cosiddetti ‘Sondergötter’
come categoria divina à sé stante oppure come sistema autonomo
poteva approdare a scarsi risultati se ristretta al solo ambito della
religione romana, tenuto conto del fatto che la conoscenza di molti
di questi teonimi è notoriamente legata al filtro operato dagli autori
cristiani che li citano in chiave polemica e spesso slegata dal loro
contesto originario. Non solo sono andati perduti i testi degli indigi-
tamenta pontificali che dovevano fornire l’indicazione primaria del-
la loro fruizione e della loro organizzazione sistemica 4, ma ci è perfi-
no preclusa la possibilità di avvalerci di prima mano di opere anti-
quarie quali le Antiquitates Rerum Divinarum di Varrone, i cui
frammenti, attraverso i quali molti di questi teonimi ci sono noti, so-
no stati trasmessi grazie alle citazioni degli stessi autori cristiani. Il
trattato varroniano avrebbe forse dato un contributo decisivo a scio-
gliere un altro dilemma che si è posto ai moderni relativamente al-
l’arcaicità o non arcaicità di queste figure divine. La valutazione di
questi nomi nella prospettiva, ora di fenomeni innovativi, ora di fe-
nomeni conservativi, si è inevitabilmente inserita nella questione
delle trasformazioni subite dalla religione romana, per quanto ri-

1
Su ciò cfr. Sassi 1982, p. 70 ss.
2
Cfr. Usener 1929, p. 76.
3
Cfr. Wissowa 1904, p. 304.
4
Sugli indigitamenta e sulla prospettiva useneriana dei ‘Sondergötter’ cfr.
ora Pierfigli 2004, p. 201 ss.

.
PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 221

guarda sia la loro effettiva incidenza nel sistema sia la cronologia


del loro svolgimento, dando luogo a due conclusioni opposte : l’una
che vi intravede relitti di entità antecedenti l’organizzazione dei culti
delle divinità maggiori (Usener, Wissowa, Latte), l’altra che tende a
considerarli come manifestazioni tipiche di qualsiasi religione poli-
teista (Otto, Brelich). D’altra parte, la maggior parte dei teonimi in
questione alimenta quella classe degli dei indigetes nei quali l’impal-
catura del manuale di Wissowa aveva identificato i caratteri origina-
li e più antichi della religiosità romana, contrapponendola alla defi-
nizione degli dei novensides, nei quali venivano individuati i culti di
nuova introduzione 5.
L’allargamento di prospettiva al mondo sabellico ed etrusco, svi-
luppatosi soprattutto nei decenni centrali del XX secolo, ha permes-
so di rintracciare fenomeni in larga parte fortemente convergenti –
almeno per quanto riguarda i riflessi indiretti dell’onomastica divina
– con le strutture più antiche della religione romana. Ha permesso,
cioè, di verificare una generale propensione per quella che è stata
chiamata «Atomisierung des Göttlichen» 6 come denominatore co-
mune ai diversi ambienti religiosi dell’Italia antica. Tale circostanza
ha dato luogo alla coesistenza di divinità maggiori, che hanno diffu-
sione più ampia, insieme con divinità minori a circolazione circo-
scritta ora a due o più regioni ora ad una sola regione ora perfino ad
un territorio molto ristretto, se non, talvolta, ad una singola località.
Inoltre, proprio l’analisi di testi epigrafici in osco e in umbro ha
consentito l’osservazione che molti di questi nomi si manifestano
come specificità locali, se non forse peculiarità di un solo santuario
o, perfino talvolta, di un solo testo. Ciò ha consentito di accertare
che essi non si collocano ai margini del sistema religioso (almeno
preso in determinati stadi sincronici), bensì si inseriscono in un
quadro cultuale più ampio collegato ad una o più divinità ‘maggiori’
a diffusione sovraregionale (come Giove, Cerere, Marte, Mefite). E
soprattutto – cosa ben più importante sul piano del sistema – ha
messo in evidenza il loro incardinamento e la loro organizzazione in
strutture gerarchiche, manifestato dalle strutture sintattiche in cui il
teonimo viene accompagnato da un determinante aggettivale o geni-
tivale del tipo Hercolo Iovio (Ercole ‘Giovio’), Fluusaí Kerríaí (Flora
‘Cereria’), Mamertei Mefitanoi (Marte ‘Mefitano’), Cerfo Martio, ecc.
Su tale aspetto peculiare, convergono le testimonianze di testi diver-
si per natura, contesti e vicende redazionali (quali le Tavole umbre
di Gubbio, il Bronzo di Agnone, il corpus documentario di Rossano

5
Cfr. Wissowa 1912, p. 18 ss.
6
La definizione è di Latte 1927, p. 257.

.
222 PAOLO POCCETTI

di Vaglio, dediche votive di altri santuari). Proprio l’uso sistematico


di tali sintagmi ci assicurano il carattere strutturale di questa ‘Vor-
stellung’ religiosa.
Ai dati forniti dalla documentazione sabellica, su cui avevano da
tempo richiamato l’attenzione Kerenyi, Altheim, Devoto, Latte 7, si
sono man mano aggiunti anche quelli offerti da altre tradizioni lin-
guistiche dell’Italia, come l’etrusco e il messapico (su cui ci soffer-
meremo più avanti), dati che ci inducono a pensare ad un sistema di
ampia convergenza culturale anche nell’ambito religioso con le rela-
tive ricadute linguistiche.
Entro questa cornice più generale si inserisce uno degli aspetti
più interessanti della teonimia dell’Italia antica, su cui si intende
qui soffermarsi, cioè le coincidenze formali e strutturali tra teonimi
e antroponimi. Tale caratteristica è condivisa non solo da quella ca-
tegoria che, solo per ragioni di comodità, continueremo a chiamare
qui ‘Sondergötter’, ma anche – ed è questo il fatto nuovo e saliente –
da divinità maggiori o da divinità che avevano un ruolo non secon-
dario.
L’intersezione e i mutui passaggi tra settori diversi dell’onoma-
stica (soprattutto i tre grandi ambiti, l’antroponimia, la teonimia e
la toponomastica) costituiscono fenomeni universali che, in quanto
tali, non necessitano di soverchia attenzione. Più in specifico i rap-
porti tra nomi divini e nomi personali sono un fenomeno diffuso
che procede in genere nella direzione dai primi verso i secondi, dan-
do luogo a quella categoria che viene chiamata ‘teoforici’. In tal sen-
so viene impiegato il termine teoforico nel trattato di Usener 8. L’an-
troponimia greca si avvale largamente di questa facoltà derivando
parecchi nomi personali da teonimi, che figurano o come elemento
di un composto (tipo Zhno¥dotov) o come base onomastica, marcata
da un morfo derivazionale (tipo Apollw ¥ niov). Ma anche i nomi
personali di area celtica e germanica offrono analoghi tipi di forma-
zione.
Ben difficile, tuttavia, è, nell’antroponimia greca, trovare il con-
trario, cioè un teonimo che coincide per forma o struttura con un
antroponimo. Un’eccezione (d’altra parte, non casuale se si riflette
alla sua figura semidivina nel mito greco) è rappresentata dal nome
di Ercole, che condivide lo stesso tipo di formazione dei nomi perso-
nali in -klh̃v (tipo Periklh̃v, Agauoklh̃v, Dioklh̃v). È bene ricorda-
re, tuttavia, che Hraklh̃v ‘colui che ha la fama di Era’ appare solo
come denominazione dell’eroe e mai come nome di persone, confer-

7
Cfr. Latte 1927, Altheim 1932, Kerenyi 1933, Devoto 1967.
8
Cfr. Usener 1929, p. 349 ss.

.
PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 223

mando, dunque, la generale tendenza del mondo greco a non so-


vrapporre nella stessa struttura formale la designazione di esseri
umani e quella di entità sovrumane.
Le culture dell’Italia antica offrono un quadro ben più comples-
so per quanto riguarda il rapporto tra antroponimi e teonimi. Pro-
prio la complessità di questo quadro sollecita una riconsiderazione
generale della nozione di (nome) ‘teoforo’ o ‘teoforico’. Se, infatti, si
consulta la sezione del vecchio repertorio di Schulze dedicata ai
Theophore Namen 9 si riceve immediatamente l’impressione che sotto
questa categoria sono ricuciti ed incrociati dati diversi sia di natura
linguistica sia di carattere fattuale, oltre che di diversa scansione
cronologica. È indubbio che nella classe dei ‘teofori’ rientrano i no-
mi personali che esprimono un rapporto formale di derivazione se-
condario rispetto ad un teonimo. Il carattere secondario di tali for-
mazioni ha nella lingua la sua prova più evidente consistente soprat-
tutto nella marca di derivazione morfologica. Spesso il dato
linguistico converge con la seriorità cronologica delle rispettive atte-
stazioni e con le contingenze storiche, talvolta ben individuabili, che
l’hanno motivato. È questo il caso, per esempio, dei cognomina deri-
vati da teonimi come Martialis, Apollinaris, Saturninus, la cui fre-
quenza aumenta in età imperiale soprattutto tra classi di rango di
più basso. Nomi di questo tipo permangono nell’onomastica cristia-
na ovviamente demotivandosi rispetto al teonimo pagano a seguito
del cambio di religione. Inoltre, il loro rango di uso nell’ambito dei
cognomina non ha alcuna relazione con la primitiva importanza o
diffusione nel culto religioso10. Sempre ad ambienti sociali bassi si
relazionano gentilizi tratti da teonimi quali Venerius, Minervius,
Dianius che fioriscono soprattutto nell’onomastica di schiavi affran-
cati.
A tal proposito non è poi inopportuno mettere in guardia dall’u-
so che disinvoltamente si è fatto in passato della categoria di ‘teofo-
ro’ per ricostruire la diffusione di un culto a partire dall’arealità di
un nome personale o, viceversa, della provenienza regionale di un
antroponimo collegato ad un teonimo. Per esempio, la distribuzione
areale di un gentilizio come Fer(r)onius e dei suoi riflessi toponoma-
stici moderni (Ferrogno, Ferrognano, ecc.) corrisponde assai poco al-
la diffusione del culto della divinità sabina Feronia 11.
Più complessa e accattivante è, invece, la valutazione di nomi
che affondano le loro radici in età ben più remote in cui la denomi-
nazione divina e quella umana sembrano fondersi. Il caso più inda-

9
Cfr. Schulze 1904, p. 467 ss.
10
Cfr. Kajanto 1965, p. 53.
11
Cfr. Aebischer 1934.

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224 PAOLO POCCETTI

gato – e anche, oggettivamente, più importante tanto per la diffusio-


ne del culto della divinità italica quanto per la fortuna dell’antropo-
nimo nell’onomastica latina e sabellica – è quello del rapporto tra il
nome di Marte e il prenome Marcus a cui risponde parallelamente la
relazione tra il corrispettivo teonimo osco Mamert- e il prenome Ma-
marc- > Mamerc-.
Ma oltre a questo nome, che deve la sua fortuna interlinguistica
forse anche alle ragioni ideologiche e religiose connesse alle radici
antichissime del culto di Marte nell’Italia antica, altre testimonianze
riannodano in un nesso spesso inestricabile la denominazione divi-
na con quella umana. È sufficiente accennare qui al fatto che alcuni
elementi onomastici che si presentano nel repertorio dell’antroponi-
mia osco-umbra e che si motivano spiccatamente in rapporto al les-
sico delle lingue sabelliche compaiono – pur attraverso filtri docu-
mentari diversi – nella denominazione di entità divine. Si tratta, per
esempio, dei tre radicali treb-, her-, ner- che ricorrono con diversa
arealità come nomi individuali (prenomi e/o gentilizi) e che si ripre-
sentano in teonimi, talvolta anche senza sensibili differenziazioni
morfologiche. Questo è il caso per esempio del teonimo delle Tavole
Iguvine Trebo- che ha un corrispettivo antroponimico nell’osco Tre-
bis (prenome) e Trebiis (gentilizio), del teonimo Her(i)e attestato da
fonti antiquarie nelle formule Here Martia e Herie Iunonis difficil-
mente dissociabile dal rapporto con il prenome e gentilizio osco
Her(e)i(i)s, ma anche di Nerio che figura nella designazione binomia
Nerio Martis, il cui primo membro ha riscontro nell’antroponimo
Ner di ambito umbro12.
Di fronte a casi di questo genere lo Schulze, seguendo le orme di
Usener, non esita ad incasellare gli antroponimi nella classe dei ‘teo-
fori’ in senso stretto, considerandoli, cioè, formazioni secondarie,
anche da un punto di vista morfologico che presuppongono come
antecedente la designazione teonimica. In concreto, egli analizza
prenomi oschi come Heris e Trebis alla stregua di nomi individuali
greci quali Apollw¥niov e Artemı¥siov rispetto ai nomi di Apollo e di
Artemide13. Lo stesso modello di analisi viene massicciamente esteso
dallo Schulze ad una folta serie di nomi personali, alcuni dei quali
hanno una diffusione più o meno spiccata in ambiente latino-italico,
come osco Mais (lat. Maius) connesso con il teonimo Maia, osco Sta-
tis (lat. Statius) connesso con il teonimo Stata, e perfino Manius col-
legato con Cerus Manus e Genita Mana 14. In pratica, dunque, lo
Schulze non fa altro che estendere a tutte le pieghe dell’onomastica

12
Cfr. Ve 236 = Rocca 1996, Ass.1.
13
Cfr. Schulze 1904, p. 469.
14
Cfr. Schulze 1904, p. 474.

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PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 225

divina del mondo italico quel rapporto rigido ed inderogabile che as-
sume sempre il teonimo come prioritario rispetto all’antroponimo.
È il procedimento soggiacente alla formazione di antroponimi ‘teo-
forici’ greci (tipo Apollw¥niov) e alla derivazione di gentilizi e di co-
gnomina plebei di età imperiale da nomi di divinità (tipo Venerius,
Martialis, ecc.).
Tale modello esplicativo lascia, tuttavia, insolute almeno due
questioni nodali. La prima riguarda il rapporto morfologico, che
non rende sempre evidente la derivazione di un antroponimo da un
teonimo attraverso una marca suffissale che esprime l’appartenenza
o la pertinenza; la seconda concerne, invece, la struttura sintattica
che compone la denominazione divina rappresentata da un sintag-
ma costituito da «determinato + determinante» consistente nel nu-
cleo nome+aggettivo o nome+genitivo.
Nel primo rango si iscrivono nomi divini che presentano una
piena coincidenza morfologica con designazioni personali inseren-
dosi perfettamente nelle due classi in cui si incardina il sistema desi-
gnativo personale comune alle diverse tradizioni linguistiche del-
l’Italia antica, cioè la classe dei prenomi e quella dei gentilizi. Ed è
appunto attraverso queste stesse tradizioni linguistiche che presen-
tano la formula binomia dell’onomastica personale che si possono
rintracciare designazioni divine che coincidono, ora nella struttura
morfologica, ora nella base onomastica, ora in entrambe, tanto con
prenomi quanto con gentilizi dei rispettivi repertori onomastici. Ac-
cenneremo ad alcuni dati già noti da tempo per entrare più nello
specifico di alcune acquisizioni più recenti.
In etrusco coincidenza formale tra teonimo e gentilizio è rap-
presentato dal caso ben noto di *Veluim(e)na /Veluum(e)na, forma in-
digena presupposta dal teonimo attestato in fonti latine ora Voltum-
na ora Vertumnus (quest’ultimo consacrato da Properzio alla cele-
brità letteraria). La totale coincidenza formale del teonimo di filtro
latino con i gentilizi etruschi, già da tempo segnalata15, viene messa
in evidenza non solo dall’elemento morfologico -m(e)na, noto for-
mante di gentilizi tipo Tetumina, Ritumena, Malamena, Taruumena
(arcaici) Restumnei, Felzumna (recenti)16, ma anche dalla condivi-
sione della stessa base individuabile nel gentilizio Veluina, Velunei e
nel soggiacente prenome *Velua/Velue restituito da Volta in un’iscri-
zione falisca17. A tale condizione di *Veluim(e)na/Veluum(e)na è stata
attribuita la possibile origine da un culto gentilizio come designa-

15
Cfr. Schulze 1904, p. 252.
16
Cfr. De Simone 1975, p. 139 ss.; Cristofani 1985, p. 77 ss.
17
CIL I2 364 : cfr. De Simone 1975; Cristofani 1985.

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226 PAOLO POCCETTI

zione ellittica a partire da una designazione bimembre del tipo


*Tinia Velu um(e)na18.
Tale spiegazione è in linea di principio possibile nel caso specifi-
co, anche se si impone qualche cautela nella sua generalizzazione. È
vero, infatti, che il secondo componente di numerose denominazio-
ni binomie di divinità etrusche condivide spesso la struttura morfo-
logica e/o la base onomastica di gentilizi, come si verifica, per esem-
pio, in determinanti marcati dalla terminazione -u, tipo Vecu (in La-
sa Vecuia, alla base del nome di Vegoia) o dalla ancor più comune
uscita -na (tipo Tina U variena; Lasa Axunana, ecc.)19.
Occorre tener presente, tuttavia, che anche una designazione
monomia o il primo elemento di una designazione bimembre, come
Zipna, Ualna, Tina 20, possono condividere la stessa struttura dei gen-
tilizi, senza necessariamente implicare l’origine da un culto gentili-
zio 21. Talvolta, inoltre, l’appositivo marcato dall’elemento morfologi-
co - na è riferibile non tanto ad un gentilizio quanto, invece, ad un
aggettivo ‘teonimico’ che definisce l’appartenenza del culto alla sfera
cultuale di altra divinità, come nel caso Tina Calusna, (cioè Tin ap-
partenente alla sfera di Calus) secondo una tipologia che trova altri
riscontri nella religione etrusca 22 in corrispondenza al ben noto mo-
dello della religione italica.
Appare comunque incontestabile l’esistenza in etrusco di culti
pertinentizzati in riferimento all’ambito di una gens. Così come si
verifica in area latina e sabellica in base ai dati che verranno esposti
più avanti.
Anche per quanto riguarda le coincidenze tra teonimi e preno-
mi l’etrusco offre alcuni interessanti esempi che permettono di indi-
viduare la comune afferenza al lessico. È questo il caso di Usel >
Usil da cui è derivato il gentilizio Uselna. Il prenome, che presenta
la veste formale di altri prenomi etruschi (tipo Venel > Vel), è legato
all’appellativo per ‘sole’, a cui si congiunge la tradizione circa il cul-
to solare della gens Aurelia 23. Un altro caso è quello di U esanu e (fem-
minile del maschile U esanu e), attestato a Chiusi nella formula arcai-
ca mi U esanu eia Tarx umenaia 24 e probabilmente anche a Caere (mi
U esa(n)u ei) 25. Tale prenome appare difficilmente dissociabile dal
nome etrusco dell’ ‘aurora’ alla base anche del teonimo U esan, che

18
Tale spiegazione è stata formulata da Cristofani 1985.
19
Per le attestazioni cfr. Cristofani 1985, p. 79 e De Simone 1997.
20
Cfr. Cristofani 1997, p. 211.
21
Cfr. Cristofani 1993, p. 11 ss.
22
Se ne vedano altri esempi in Maras 2001, p. 186 ss.
23
Su ciò, più diffusamente, cfr. De Simone 1965.
24
Rix ET Cl 2.8 : cfr. De Simone 1975, p. 138 ss.
25
Rix ET Cr 7.1.

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PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 227

compare in designazioni binomie (es. Uesan Tinś) 26. Non è certo ca-
suale la circostanza che le attestazioni del nome appaiono come de-
signazioni muliebri al cospetto del fatto che come designazione di
divinità corrisponde ad un’ipostasi femminile 27. Analogo fenomeno
compare – come si vedrà tra poco – anche per denominazioni in
ambiente italico.
L’impiego di un elemento del lessico sia come nome individuale
sia come nome divino non appartiene solo all’etrusco. Altre tradizio-
ni dell’Italia antica ci offrono altri esempi in tal senso, anche se il di-
fetto di attestazioni rende non sempre possibile verificare la con-
gruenza delle attestazioni all’interno di uno stesso ambiente lingui-
stico.
L’ambito italico ci offre l’esempio di Cupra che ha una sua speci-
fica arealità (Umbria e Piceno) come denominazione divina (con e
senza appellativo per ‘madre’ : Cubrar Matrer), intrattenendo un rap-
porto sincronico con l’aggettivo cupro- ‘buono’ attestato nel lessico
paleo-italico 28. Tuttavia, lo stesso nome (nelle diverse varianti anap-
tittiche Kypara, Kypyra) 29 compare in ambiente siculo sia in funzio-
ne di teonimo, in quanto appellazione locale della fonte Arethusa
(ipostatizzata in una ninfa) 30 sia come nome individuale femminile.
Di quest’ultimo impiego ci dà certezza – messe a parte le occorrenze
ove è meno certa l’identificazione del designatum 31 – la sua menzio-
ne in una laminetta di piombo in riferimento ad un gruppo di perso-
ne che hanno accumulato debiti, ove è fuori di ogni dubbio che si
tratti della designazione di una donna 32.
Nel caso di Cupra è da sottolineare la coincidenza nell’impiego
al femminile del nome sia come teonimo sia come antroponimo : è
sconosciuto, infatti, l’uso del corrispettivo al maschile sia tra i nomi
di persone sia tra quelli di divinità. Un ulteriore esempio si trova, co-
me si è già accennato prima, nel teonimo etrusco Uesan usato anche
come antroponimo femminile. La circostanza che risultano scono-

26
Cfr. De Simone 1997, p. 195.
27
Cfr. Cristofani 1997, p. 211.
28
Sulla questione e sul dossier documentario relativo alla divinità Cupra, cfr.
Calderini 2001.
29
Per altro compatibili entrambe con l’anaptissi di quota paleoitalica, essen-
do i due tipi registrati entrambi nelle iscrizioni sud-picene.
30
Per il dossier e la sua analisi cfr. Durante 1960 : Cfr., inoltre, Agostiniani
1985, p. 212 e Calderini 2001, p. 60 ss.
31
Come nell’iscrizione su peso da telaio da Terravecchia di Cuti (Dubois
1989, no 175b) e nel graffito su cratere da Morgantina (Antonaccio-Neils 1995), at-
testazioni nelle quali è possibile l’interpretazione tanto come antroponimo quan-
to come teonimo.
32
Cfr. Dubois 1989, no 177.

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228 PAOLO POCCETTI

sciuti prenomi maschili derivati dallo stesso elemento lessicale che


diviene teonimo non è certo frutto del caso, ma si iscrive nel noto fe-
nomeno di antropomorfizzazione, accertato in ambito italico 33 ed
etrusco 34, che si estrinseca, inevitabilmente, nella sessualizzazione
di un’entità divina (cioè l’incardinamento nell’opposizione uomo-
donna).
Pertanto, almeno nei casi specifici appena citati, appare più pro-
babile che il passaggio da unità lessicale ad elemento onomastico sia
avvenuto attraverso il teonimo, che ha fissato il suo impiego nella
‘femminilizzazione’ dell’ipostasi divina e che, di qui, sia, poi, passato
a designazioni di donne, ma non il contrario.
Invece, tale casistica non sembra estensibile ad un gruppo di
teonimi che presenta affinità formale con una base onomastica dif-
fusa in ambito italico. Un’iscrizione latina ci attesta la denominazio-
ne divina Numisius Martius. Il nome Numisius mostra piena coinci-
denza formale con il gentilizio Numisius, che condivide una base
onomastica e una struttura morfologica, (cioè Num( )sio-) diffuse
nell’antroponimia di area latina e sabellica (es. lat. Numasios, osco
Niumsis, ecc.). La diffusione interlinguistica tra latino e lingue sa-
belliche di tale elemento onomastico tra gli antroponimi e l’esempio
isolato come teonimo lascia pensare ad un percorso inverso al pre-
cedente, cioè dall’antroponimia verso la teonimia. In questa stessa
direzione intervengono altri fattori che complicano ulteriormente il
quadro testimoniale. Infatti, altre designazioni divine, che si inseri-
scono sempre nella sfera cultuale di Marte, come Numisius Martius,
non sono altro che variazioni morfologiche della stessa base onoma-
stica di Numisius e ne condividono l’impiego come antroponimi.
Da tempo ha attirato l’attenzione la forma Numiternus, che si at-
testa in una iscrizione latina da Atina nel sintagma Mars sive Numi-
ternus che esprime una singolare equivalenza designativa con il no-
me stesso di Marte 35. La considerazione degli ampi riflessi che Nu-
misius e Numiternus hanno nel repertorio antroponimico aveva
indotto lo Schulze ad identificarvi una sorta di ‘culti gentilizi’ (Fami-
liengötter) 36. Tuttavia, le due denominazioni (cioè Numisius Martius
e Mars sive Numiternus) non presentano la struttura costitutiva che
connota un culto gentilizio, cioè la presenza del gentilizio stesso o di
un suo derivato che sono impiegati come determinanti di un teoni-
mo, cioè in funzione di aggettivi che definiscono la sfera cultuale di
una divinità maggiore. Ulteriori esempi in tal senso sono quelli di
Lares Hostilii (in latino), di Mamertei Pettiannúı́ (in osco), di Uni

33
Cfr. Prosdocimi 1989, p. 497.
34
Cfr. Cristofani 1993; 1997; per l’ambito etrusco, cfr. anche Maras 2001.
35
CIL X 5046.
36
CIL XI 5740. Cfr. Schulze 1904, p. 200.

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PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 229

Ursmnei (in etrusco), di Totor Dazinnes (in messapico), nei quali l’e-
piclesi è rappresentata da un gentilizio (Hostilii, Ursmnei, Dazinnes)
o da un suo derivato (Pettiano- < Pettio- + -āno-). A duplice interpre-
tazione si presta, invece, la designazione etrusca binomia Selvans
Sanxuneta, nel cui secondo membro è stato identificato ora un deri-
vato da un gentilizio non attestato (Sanxuna+ta) 37, da omologarsi,
pertanto, al tipo osco Mamertei Pettiannúı́, latino Lares Hostilii, ecc.,
ora il derivato (sia pure non esente da qualche difficoltà morfologi-
ca) da un altro teonimo (equivalente all’umbro Sankio-) 38.
Le denominazioni Numisius Martius e Mars sive Numiternus ci
pongono, invece, di fronte a condizioni strutturali ben diverse. Nella
formula Numisius Martius si inverte il rapporto tra determinante e
determinato (l’antroponimo Numisius viene determinato dal teoni-
mo Mars), mentre nel caso di Mars sive Numiternus la struttura,
ispirandosi al principio di equivalenza, riproduce un modello
espressivo usato per indicare i soprannomi in ambito personale, do-
ve sive/seu viene impiegato in concorrenza con il più comune qui/
quae (et) 39. In termini più generali, la prima designazione risponde
al principio di una struttura sintagmatica, mentre la seconda è di
natura paradigmatica. Entrambe rispecchiano strutture formali del-
l’onomastica personale.
Il rapporto con la base onomastica a cui si rapportano tanto
Numisius quanto Numiternus chiama in causa un fenomeno analo-
go riscontrabile nella struttura di un teonimo attestato in un’iscri-
zione votiva osca da Rossano di Vaglio. La lettura del nome ne è
controversa : Nymyloi (Lejeune), Nymydo-, Nymcdo- (Del Tutto Pal-
ma) 40. Certo è che il teonimo, ripetuto due volte nella stessa dedica,
è accompagnato, in un caso, dall’epiclesi che lo collega al culto della
divinità del santuario, cioè Mefitis (Mefitanoi) e nell’altro, dall’epi-
clesi che lo collega al culto di Marte (Mamertioi). Non è forse casua-
le che un teonimo, così specifico e isolato nell’epigrafia religiosa
osca, si riferisca al culto di Marte a cui si raccordano le attestazioni
latine dei nomi tratti dalla stessa base onomastica di Numisius e di
Numiternus.
Merita rilevare che le tre alternative di lettura proposte (Numu-
lo-, Numudo-, Numpsdo-) convergono sulla condivisione sincronica
della stessa base onomastica di un antroponimo osco (Niumsis).
Inoltre, almeno due alternative di lettura consentono una sovrappo-
sizione con nomi individuali sporadicamente attestati. Si tratta di
Numulo- (lettura Lejeune), perfettamente sovrapponibile al nome

37
Cfr. De Simone 1997.
38
Cfr. Maras 2001, p. 197.
39
Cfr. Kajanto 1966, p. 6.
40
Rix ST Lu 28.

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230 PAOLO POCCETTI

individuale Nummelos attestato nell’iscrizione in greco sulle mura di


Serra di Vaglio (eßpıù th̃v Nymme¥loy aßrxh̃v) 41, con cui potrebbe conver-
gere anche l’ipotesi di lettura Numudo- dietro il presupposto di una
allofonia d/l (del tipo Diumpa- ∼ Lympha-). Il nome Nummelos a Ser-
ra di Vaglio si riferisce ad un magistrato locale nella cui aßrxh¥ va ri-
conosciuta la carica del meddix come mostra il parallelismo con
l’iscrizione su contesto omologo da Muro Lucano in osco (Maiv Ar-
riev soyPen meddiken) 42. Ma anche la lettura Numpsdo- non sarebbe
troppo lontana dalla serie onomastica di Niumsis < Num-sio- (Nym-
civ in grafia greca), qualora si riconducesse il prenome mamertino
Niymsdihiv a Nums(-)dio-, anziché a Num(-)sio- (in quest’ultimo ca-
so attribuendo al digrafo <sd> il valore di <z>).
La seconda questione, che è lasciata insoluta dalla prospettiva
praticata da Schulze della modellizzazione degli antroponimi sui
teonimi, riguarda, invece, la struttura sintattica che concorre alla
denominazione divina. A ben vedere, infatti, la specificità della ‘Got-
tesvorstellung’ del mondo italico e di quello etrusco è l’organizzazio-
ne in strutture gerarchiche che sono linguisticamente manifestate
mediante un oppositivo aggettivale o genitivale (tipo Herie Martia,
Nerio Martis). Sintagmi di questo tipo danno luogo a strutture bino-
mie che costituiscono di fatto la ‘formula onomastica’ dell’entità di-
vina. Questo dato strutturale – nel senso che trova nella struttura
sintattica la sua concretezza e completezza designativa – costituisce
un punto comune tra denominazioni di persone e di divinità. Del re-
sto, derivazioni aggettivali come Martius o Iovius condividono lo
stesso procedimento morfologico della formazione dei gentilizi, per
cui designazioni divine come Herie Martia, Numisius Martius, Trebo-
Iovio- sono strutturalmente analoghe alla canonica struttura bi-
membre dei nomi personali tipo Heris Dekkiis, Trebius Arruntius o
Publius Cornelius.
Analogamente, anche figure divine, collegate a tradizioni eziolo-
giche della storia o delle antichità romane, che avevano stimolato la
concezione useneriana degli ‘Augenblicksgötter’ come Aius Locu-
tius, Mamurius Veturius, Anna Perenna riproducono la canonica de-
signazione bimembre a base gentilizia, non solo per la condivisione
della stessa struttura morfologica, ma anche per coincidenze di basi
onomastiche. Procedimento simile si riscontra anche in denomina-
zioni divine etrusche tipo Kavu as Axuias, Lasa Axuna, Lasa Vecuia,
ove il secondo membro coincide di fatto con un gentilizio o ne è un
chiaro derivato 43.

41
Landi 1979, no 160; Lejeune 1968 p. 210 ss.
42
Rix ST Lu 4.
43
Cfr. De Simone 1997.

.
PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 231

Non si può, d’altra parte, esonerarsi dal ricordare che anche il


primo elemento dei teonimi latini bimembri appena citati trova pre-
cisi corrispettivi formali in antroponimi italici. Così, per esempio,
(nella designazione binomia Aius Locutius) l’elemento Aius, indi-
pendentemente dal suo rapporto sincronico con il verbo aio, ait
(< *h2eg-), evocato dalla relazione sintagmatica con Locutius e dalla
tradizione eziologica relativa al nome, risulta di fatto omofono al
gentilizio osco Ahies (latinizzato in Ahius). Analogamente per il teo-
nimo Veturius, il quale, quand’anche se ne presuma un’origine diver-
sa 44, è sincronicamente coincidente con il gentilizio Veturius / Vetu-
sius (da cui è, invece, difficilmente dissociabile, indipendentemente
dalla sua pertinenza linguistica al latino o all’etrusco, Vetusia della
coppa argentea di VII secolo a.C. da Praeneste) 45. Non di meno Ma-
murius, per quanto più problematico, condivide la base onomastica
con un prenome ben noto in ambito italico Mama, Mamos, dando
luogo a un perfetto parallelismo morfologico con il già citato caso di
Numisius, cioè Mama : Mam(-)sio- = Numa : Num(-)sio-. In pratica,
le due forme Mam(-)sio- e Num(-)sio-, chiamate a designare, con
strutture sintattiche diverse, entità divine risultano legate sia da
omogeneità morfologica sia dalla presenza di due distinte basi ono-
mastiche che sono ampiamente ricorrenti nelle denominazioni per-
sonali.
Allo stesso modo Anna (primo elemento della designazione bi-
nomia Anna Perenna) si inserisce nella serie antroponimica diffusa
soprattutto in area peligna (Anies, Anaes, ecc.) con esiti ben noti in
latino (Annius, Annaeus). Lo stesso può dirsi per Acca, primo ele-
mento di Acca Larentia, che trova riferimenti in nomi personali dif-
fusi sempre in area peligna (Acaes > Accaeus). Questo stesso nome
compare come tale (Akka) 46 anche in pesi fittili dello stesso ambien-
te siculo, dove si attesta, sullo stesso tipo di supporti, anche il nome
di Cupra. Tali stringenti omologie accentuano il parallelismo della
sorte dei nomi di Cupra e di Acca in ambiente siculo e delle rispetti-
ve relazioni con le culture italiche della Penisola. L’attestarsi dei due
nomi a marca zero (che ne opacizza la funzione sintattica) e la tipo-
logia del supporto rendono equipollenti le possibilità di una desi-
gnazione personale quanto di un nome divino 47, considerato che il
riferimento tanto ad una donna quanto ad una divinità femminile ri-
sulta perfettamente coerente con l’ambiente muliebre a cui si circo-
scrive l’uso dei pesi da telaio.

44
Su ciò cfr. De Simone 1999, p. 400.
45
Sulla quetione della pertinenza dell’iscrizione al latino o all’etrusco cfr.
Prosdocimi 1983, p. LIX e De Simone 1999, p. 390.
46
Cfr. Dubois 1989, no 175c.
47
Cfr, Agostiniani 1985, p. 212.

.
232 PAOLO POCCETTI

Non c’è, invece, bisogno di spendere troppe parole su Herie, Ne-


rio, Numisius che hanno precisi ed inequivocabili corrispettivi in
diffusi prenomi italici (osco Heris, Niumsis, umbro Ner).
L’assimilazione della struttura della designazione divina a quella
umana offre anche altre tipologie, di interpretazione più problemati-
ca, quali, per esempio, Titoi Mercui, in una dedica falisca 48, o Minerva
Matusia, in un’iscrizione latina da Sentinum 49. La prima formula rea-
lizza di fatto la piena coincidenza del primo elemento con un noto pre-
nome (Titus), circostanza che determina una condizione omologa a
Numisius Martius o a Numulo-/Numpsdo- Mamertio-. La seconda pre-
senta nel secondo elemento la sovrapposizione con un gentilizio (Ma-
tisius/ Matusius), circostanza che ha dato adito all’ipotesi di un culto
gentilizio 50. Non sono mancate, tuttavia, proposte alternative in dire-
zione del lessico. Per Tito- della dedica falisca è stata avanzata l’ipotesi
di un appellativo con valore di ‘genius’ con allusione fallica 51, mentre
in Matusia è stato identificato un derivato aggettivale da mātu-
< *mh2-tu- (cfr. osco Maatúís) 52. Comunque, nessuna delle due spiega-
zioni scalfisce i dati di fatto della coincidenza sincronica, in un caso,
con il prenome Titus (che peraltro potrebbe avere la stessa origine –
come è stato peraltro già suggerito 53 – dell’appellativo) e, nell’altro ca-
so, con il gentilizio Matisius, oltre che di una piena rispondenza di en-
trambe le formule con le strutture binomie delle designazioni umane.
Un ulteriore punto di contatto tra nomi divini bimembri e le de-
signazioni personali è il ricorso intenzionale alla produzione di ef-
fetti fonici tra i due membri della formula. Infatti, coppie di tradi-
zione romana come Mamurius Veturius, Anna Perenna, Mutunus
Tutunus sembrano essersi costituite in obbedienza a evidenti feno-
meni fonetici (assonanza interna, poliptoti). Fenomeni analoghi so-
no frequentemente riscontrabili anche nell’antroponimia nelle scelte
che regolano il rapporto tra nome individuale e il gentilizio, come,
per esempio, in osco Trebav Trebatiev; Venilei Viniciiu; Veneleis Vu-
lieis. Analogo fenomeno si ritrova anche in etrusco : un teonimo bi-
membre del tipo Lurs Lrtla 54 sembra rispecchiare gli stessi principi
di assonanza interna che si ritrovano anche nell’ambito dei nomi
personali del tipo Arau ia Arau enas 55, Laru Larcna 56.

48
Cfr. Giacomelli 1963, no 15.
49
CIL XI 5740.
50
Schulze 1904, p. 200.
51
La proposta, già formulata da Altheim, è stata ripresa in Prosdocimi 1989,
p. 530.
52
Cfr. De Simone 1999, p. 397.
53
Cfr. Peruzzi 1995, p. 84.
54
Cfr. De Simone 1997, p. 197.
55
Cfr. Rix ET Vs 1.88 (Volsinii : arcaico).
56
Cfr. Rix ET Cl 1 103; 1106 (Chiusi : recente).

.
PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 233

In realtà si riproduce qui un fenomeno più generale ben noto


nell’antroponimia, ove, oltre a continuare nel prenome individuale il
prenome paterno o dell’avo o il nome della famiglia, si tende, non di
rado, ad armonizzare fonicamente i due elementi della denomina-
zione binomia. Questa propensione verso la ricorsività di lessemi o
di segmenti fonici nelle designazioni personali si verifica sia in am-
bienti ove vige l’uso del solo idionimo, ove tale criterio determina la
scelta del nome individuale rispetto al prenome paterno (es. gr. Ly-
ko¥frwn Lykoỹrgov germ. Herimot : Herirat) 57, sia in ambienti ove è
istituito il nome di famiglia (es. Castruccio Castracani, Castruccio
Castrucci, Benozzo Gozzoli, ecc.).
Infine, anche le strutture binomie, ove il secondo elemento è
rappresentato da un genitivo in funzione di ‘determinante’ (tipo He-
rie Iunonis, Nerio Martis), realizzano un perfetto parallelismo con la
formula pressoché universale della designazione personale median-
te patronimico : «X (figlio) di Y». Lasceremo qui da parte la vecchia
questione – in questa sede secondaria – se la nozione di filiazione
che viene talvolta esplicitata nelle designazioni divine (tipo Fortuna
Diovos filea dell’iscrizione prenestina) appartenga alla cultura reli-
giosa indigena oppure sia frutto dell’influenza delle genealogie divi-
ne del mondo greco. È appena il caso di ricordare che anche questa
struttura (determinato + determinante in genitivo) si presenta fre-
quentemente in designazioni divine etrusche, tipo U esan Tinś, Mariś
Hercles, Mariś Turns, Turmś Aitaś 58, circostanza che dimostra la pie-
na partecipazione della religione etrusca al sistema delle «sfere cul-
tuali divine» messe da tempo in evidenza come una delle peculiarità
salienti della «italische Gottesvorstellung» (Altheim, Latte, Keré-
nyi).
La casistica finora esaminata ci permette di cogliere significati-
ve e profonde omologie strutturali tra designazioni divine e onoma-
stica personale che coinvolgono trasversalmente diverse tradizioni
linguistiche e culturali della Penisola italiana in età antica. Queste
omologie riguardano, ora separatamente ora congiuntamente, mar-
che morfologiche, strutture sintattiche, motivazione rispetto al lessi-
co, effetti fonostilistici. Tutto ciò fa sì che non di rado sono solo i
contesti documentari, le tradizioni antiquarie e la conoscenza dei
contorni extralinguistici che ci permettono di distinguere il nome di
un’entità divina (es. Numisus Martius, Mamurius Veturius, Herie Iu-
nonis, ecc.) da una designazione personale.
Questo dato di fatto obbliga quanto meno ad una estrema caute-

57
Cfr. Lazzeroni 1985.
58
Cfr. De Simone 1997, p. 206; Maras 2001, p. 192 ss.

.
234 PAOLO POCCETTI

la nell’applicazione univoca ed unidirezionale della linea di spiega-


zione per cui le denominazioni umane sono sempre modellate su
quelle divine. Obbliga, conseguentemente, alla prudenza nella clas-
sificazione dei nomi nella casella dei ‘teoforici’ (in cui il ‘prius’ è
sempre il teonimo). Non si può, invece, mancare di sottolineare che
i fenomeni sopra illustrati accomunano, nelle loro linee generali e
strutturali, diversi ambiti religiosi dell’Italia antica e sono, pertanto,
imputabili ad un fattore di profonda convergenza culturale tra le di-
verse tradizioni linguistiche della Penisola (indoeuropee e non in-
doeuropee), che si aggiunge alla serie di convergenze linguistiche e
culturali già note. Di questo non può ovviamente non tener conto la
questione dei ‘Sondergötter’ – se si vuole continuare a chiamarli così
– della religione romana.

Lucetius
Tra le più recenti acquisizioni dell’epigrafia osca dal santuario
lucano di Rossano di Vaglio c’è un nome personale, LwPktihiv, geni-
tivo singolare in funzione di patronimico inserito in una formula
onomastica 59. Questa attestazione, oltre ad accrescere di un ulterio-
re elemento il repertorio antroponimico osco, assume un particolare
interesse per le questioni linguistiche e filologiche connesse al latino
Lucetius con cui il dato osco è perfettamente sovrapponibile. Infatti,
l’attestazione osca presuppone la caduta per sincope di una vocale
breve Louk(vŏc.)tio-, circostanza congruente con la quantità accer-
tata metricamente dall’attestazione virgiliana di Lucĕtius. Inoltre, la
probabilità che tale vocale sincopata fosse di timbro palatale e che,
pertanto, alla base del nome osco possa postularsi una forma equi-
valente a quella latina è resa elevata dal raffronto morfologico con
un altro nome di probabile ascendenza italica formato con lo stesso
procedimento derivativo da un’altra base verbale, quello di Ducetius
(< *Douketio-) capo della rivolta dei Siculi. Il parallelismo morfolo-
gico con Lucetius ha sostenuto l’analisi di Ducetius come nome ‘par-
lante’ nel senso, appunto di ‘condottiero’ (dalla radice *deuk-) 60. Del
valore di Lucetius come ‘portatore di luce’ per la trasparenza del rap-
porto sincronico con i derivati della radice *leuk- (lux, luceo, ecc.)
era ben consapevole la tradizione antica confluita nelle glosse che
accompagnano le occorrenze letterarie di questo nome in latino. Ta-
le valore ben si adatta come appellativo di Giove in quanto ribadisce
lo stretto rapporto con la luce implicato dalla radice indoeuropea
del nome stesso della divinità 61.

59
Cfr. Nava-Poccetti 2001. Rix ST Lu 64.
60
Cfr. Agostiniani 1988-1989, p. 192.
61
Si tratta della nota radice i.e. *dyeu- «luce celeste» su cui cfr. Seebold 1991.

.
PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 235

In realtà, le note dei glossatori a margine delle attestazioni lette-


rarie fanno concordemente riferimento all’impiego del nome come
attributo di Giove, alludendo anche al fatto che per ellissi l’epiteto
ne funga anche da designazione. Su questo concorda la tradizione
glossografica rappresentata da Festo, Gellio e Servio. Tuttavia tale
tradizione non presenta uniformità nelle informazioni sull’impiego
di Lucetius. Gellio, per esempio, ricorda la presenza del nome in un
frammento del Bellum Poenicum di Nevio [frg. 55 Mariotti], ma sen-
za fare alcun esplicito riferimento all’osco, a cui, invece, Servio asse-
gna il nome :
Gell., N.A. V 5,12 6 = Naev., Bell.Poen., frg. 55 Mariotti : idcirco
simili nomine Iovis Diovis dictus est et Lucetius, quod nos die et luce
quasi vita ipsa efficeret et iuvaret. Lucetium autem Iovem Cn. Naevius
in libris belli Poenici appellat.

Serv., Ad Aen. IX 567 : Lucetium solum hoc nomen est, quod dic-
tum a Virgilio in nullo alio reperitur auctore. Sane lingua Osca Luce-
tius est Iuppiter dictus a luce, quam praestare hominibus dicitur. Ipse
est nostra lingua Diespiter, id est diei pater : Horatius namque Diespiter
plerumque per purum.

Scarsamente significativa in tal senso è, invece, la glossa di Fe-


sto per la sua misera riduzione nell’epitome di Paolo :
Lucetium Iovem appellabant, quod eum lucis esse causam crede-
bant (P. Fest. 102 L.)

Il commento di Servio è doppiamente interessante sia in rappor-


to al testo di riferimento, giacché Lucetius nell’Eneide è impiegato
come antroponimo e non come teonimo designando un guerriero
rutulo ucciso da Ilioneo, sia per l’attribuzione all’osco del nome
glossato. Tale attribuzione è conseguenza dell’osservazione che que-
sto sarebbe l’unico nome virgiliano non attestato altrove (solum hoc
nomen est, quod dictum a Virgilio in nullo alio reperitur auctor). È
probabile che con tale precisazione Servio intendesse solo significa-
re che unicamente in Virgilio il nome si trova impiegato come antro-
ponimo : diversamente occorrerebbe presumere che egli ignorasse
quanto meno l’occorrenza presso Nevio citata da Gellio.
È dopo questa premessa che Servio introduce la notizia che sane
lingua Osca Lucetius est Iuppiter dictus a luce. Si riceve l’impressione
che il commentatore di Virgilio, non trovando conforto – come lui
stesso dichiara – per l’impiego di questo nome presso nessun altro
autore, non sia riuscito che ad esibirne la pertinenza all’osco, ma non
come nome personale, bensì in funzione di appellativo di Iuppiter.
Ma anche l’attribuzione di Lucetius all’osco fornisce qualche
motivo di sorpresa. Innanzitutto, questa è l’unica glossa serviana

.
236 PAOLO POCCETTI

esplicitamente attribuita alla «lingua osca». Servio fa riferimento al-


l’osco non per addurre l’uso del nome come antroponimo, in rispon-
denza all’impiego fatto nell’Eneide, bensì come teonimo. Il docu-
mento epigrafico da Rossano di Vaglio conferma l’attendibilità della
fonte di Servio, per quanto riguarda la presenza di tale nome in
osco. In questo modo consolida il quadro generale dell’alta conser-
vatività del repertorio dei prenomi dell’osco fino ad epoca avanzata,
considerato che l’attestazione epigrafica da Rossano di Vaglio si da-
ta al II secolo a.C. Tuttavia l’iscrizione osca ci mostra che tale ele-
mento onomastico era impiegato almeno fino al II secolo a.C. come
nome personale, mentre non se ne ha finora testimonianza come ap-
pellativo divino.
Comunque ciò che maggiormente sorprende è la circostanza
che Servio per addurre la funzione teonimica di Lucetius faccia rife-
rimento all’osco omettendo l’analogo impiego che nella letteratura
latina ne fa già Nevio. In altre parole colpisce il fatto che Servio ab-
bia attribuito all’osco la pertinenza linguistica del nome che poteva
giustificarsi agevolmente, per trasparenza lessicale, anche all’inter-
no della lingua latina, dove, peraltro, la prima attestazione letteraria
risale a Nevio. Inoltre l’antica lingua religiosa sembra offrire esempi
dell’uso di Lucetius come appellativo teonimico probabilmente per
la designazione della massima divinità, proprio quella il cui nome si
ispirava alla designazione della ‘luce celeste’. Depongono in tal senso
le menzioni relative alle sue occorrenze nell’antichissimo carmen Sa-
liare, dove il nome sembra assumere un impiego specifico e caratte-
rizzante per invocare Giove, sia attraverso l’allusione indiretta di
Macrobio sia riflessa dal celebre frammento, che contiene la forma
Leucesie non dissociabile da Lucetius :
Carmen Saliare frg.2 Morel : quome tonas, Leucesie, prae tet tre-
monti

Macr., Sat. I 15, 14 : cum Iovem accipiamus lucis auctorem, unde


et Lucetium Salii in carminibus canunt.
Rispetto a Lucetius la forma Leucesie, a parte la singolare con-
servazione del dittongo eu confluito in ou in epoca molto antica,
se non predocumentaria 62, presenta l’assibilazione (di tipo analogo
a Claudius > Clausus), che ha già da tempo indotto a pensare alla

62
Secondo la dottrina corrente, il dittongo eu originario sarebbe confluito in
ou condividendone le sorti «frühzeitig» secondo Pfister-Sommer 1977, p. 69;
«uritalisch» secondo Meiser 1998, 59. Diversamente, Campanile 1968, p. 128 ri-
tiene che il passaggio eu > ou sia «fenomeno assai tardo», ritrovandosi ancora in
iscrizioni latine di III sec. a.C. da Lavinio. In realtà, le forme che attestano eu so-
no accomunate dal fatto di appartenere a teonimi o comunque a testi di ambito
religioso che si caratterizzano per la conservazione di tratti arcaici o arcaizzanti.

.
PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 237

ricezione di una forma sabina o di tramite sabino 63. Il tratto mar-


catamente sabino di questa forma deve probabilmente la sua so-
pravvivenza al carattere conservativo del carmen del sacerdozio
dei Salii, la cui istituzione si fa risalire appunto al re sabino
Numa.
Lo stesso nome con analoga assibilazione del nesso -ti- si ritro-
va nell’etrusco arcaico, dove, però, è usato come nome personale e
non come teonimo. Infatti, iscrizioni etrusche arcaiche attestano
come nome individuale Lauxusies 64, che si spiega benissimo come
restituzione di Loucesios, a partire da una forma con dittongo ou e
dietro assibilazione di -ti- > -si-. Inoltre la forma etrusca mostra il
consueto indebolimento della vocale della sillaba mediana che pre-
lude alla sincope successivamente attestata dall’osco (LwPktihiv –
Louk(e)tio-).
Le testimonianze etrusche, dunque, garantiscono non solo l’esi-
stenza arcaica della forma assibilata, che sembra essere pervenuta
all’etrusco sempre da ambiente sabino 65, ma anche dell’uso di Louce-
tios > Loucesios come antroponimo, implicandone così una conti-
nuità di impiego come prenome individuale dalle fasi documentarie
alla fine dell’età repubblicana. Ma in età arcaica lo stesso nome è
impiegato come appellativo divino secondo quanto ci rivela la forma
Leucesie documentata nel Carmen Saliare. L’anomala presenza del
dittongo eu in Leucesie è probabilmente un iperarcaismo del lin-
guaggio religioso, dove, peraltro, si concentrano le rarissime soprav-
vivenze di eu in latino fino ad età avanzata (tipo Neuna). L’attestarsi
di Lauxusies in etrusco arcaico e (più tardi) di LwPktihiv in osco
convergono, invece, nell’esito di eu > ou almeno per quanto riguarda
l’impiego antroponimico di questo elemento onomastico. La forma
latina Lūcetius corrisponde alla norma del latino ‘urbano’ che ha
sancito la monottongazione in ū, ripristinando, altresì, il nesso ori-
ginario -tio-. Analoga reazione ‘urbana’ nei confronti di un tratto
sentito come marcato in senso di rusticitas si verifica nel nome del
sabino Clausus che diventa capostipite di quella che a Roma è la
gens Claudia o tutt’al più Clodia, secondo una nota tradizione raccol-
ta dallo stesso Servio :

63
Cfr. Pisani 1971, 37 : «Leucesie è, come vide il Cocchia in RIGI I, 2, p. 15,
forma sabina assibilata di Lucetius». Cfr. anche Bruno 1969, 71.
64
Cfr., per esempio, le attestazioni arcaiche da Volsinii mi Lauxusies Lati-
nies (Rix ET Vs 1.81) e da Volterra mi Lauxusies¥ kurtes¥ ma (Rix, ET Vt 1.71).
65
È, pertanto, da escludere che esistessero due forme con diverso suffisso
(rispettivamente -tio- e -sio-), l’una, Lucetius, pertinente all’osco, e, l’altra, Luce-
sius, pertinente al latino, come aveva postulato Von Grienberger 1910, p. 230. Se
così fosse, infatti, suscita stupore che di quest’ultima con l’esito del rotacismo
(> Lucerius) non vi sia alcuna traccia.

.
238 PAOLO POCCETTI

Serv., ad Aen. VII 706 : nam Clausus, Sabinorum dux, post exac-
tos reges, ut quidam dicunt, cum quinque milibus clientum et amico-
rum Romam venit, et susceptus habitandam partem urbis accepit : ex
quo Claudia et tribus est et familia nominata.

In definitiva, il quadro documentario finora noto su questo ele-


mento onomastico fa intravedere la sua diffusione interlinguistica
tra latino, lingue sabelliche e etrusco fin da epoca arcaica. La traspa-
renza etimologica del nome in chiave indoeuropea e la sua struttura
morfologica assicurano la natura di prestito in etrusco, dove è giun-
to per tramite sabino, di cui è indizio la tipica assibilazione -ti- > -si-.
Ci troviamo, dunque, di fronte ad una denominazione che, sia pure
entro un quadro etimologico e morfologico più latamente italico,
sembra riflettere nelle sue più antiche attestazioni una più mirata ir-
radiazione da ambiente sabino. Inoltre, la pertinenza sabellica del
nome si palesa anche per il parallelismo morfologico – già ricordato
– con un altro nome personale di probabile ascendenza italica, for-
mato con lo stesso procedimento derivativo da una base verbale,
quello di Ducetius, capo della rivolta dei Siculi 66. Anche nelle sue
pertinenze designative Ducetius è in parallelo a Lucetius per il suo
impiego nell’onomastica personale.
Il quadro documentario, sia pur ristretto, delle testimonianze
relative a Lucetius permette di scalare una cospicua serie di varianti
dialinguistiche e interlinguistiche, di cui sfuggono i precisi contorni
diasistemici (diacronia, diatopia, diafasia) :

Assibilazione Dittongo Dittongo Monottongazione Conservazione


-ti > -si- -ou- -eu- > -ū- della vocale in
sillaba mediana

Etr. Lauxusies + + – – –
Lat.arc. Leucesie + – + + +
Lat. Lūcetius – – – + +
Osco LwPktihiv – + – – –

Per l’intero arco diacronico della sua documentazione, il nome


si presenta in funzione sia di antroponimo, testimoniato epigrafica-
mente prima dall’etrusco e poi dall’osco, oltre che nell’impiego virgi-
liano, sia di teonimo, accertato dal Leucesie del Carmen Saliare e
dalle testimonianze letterarie ed antiquarie di Lucetius (Nevio, Fe-

66
Tale parallelismo è già stato rilevato da Sapienza 1918 e da Agostiniani
1989, p. 192.

.
PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 239

sto, Gellio). La presenza del tratto ‘sabino’, rappresentato dall’assibi-


lazione di -ti > -si-, tanto nella forma etrusca del prenome quanto in
quella teonimica del Carmen Saliare, invita alla conclusione che pro-
prio in ambiente sabino le due valenze designative coesistessero.
Inoltre, la duplice pertinenza del nome, cioè quella teonimica e
quella antroponimica, doveva appartenere alla cultura sabellica in
senso più lato e perpetuarsi fino ad epoca più recente in considera-
zione dell’attestazione letteraria (in Nevio) per l’una e del documen-
to epigrafico osco per l’altra. Pertanto la notizia di Servio che attri-
buisce all’osco l’uso di Lucetius come teonimo non si trova in con-
trasto con l’attestazione epigrafica come nome individuale a
Rossano di Vaglio poiché questa duplice valenza appartiene già alla
cultura sabina arcaica. Occorre, pertanto, desumere che la fonte di
Servio aveva contezza della pertinenza italica del nome, ma ne co-
nosceva solo l’uso come teonimo (forse influenzata dall’uso roma-
no?). Quello che appare certo è che, se Servio avesse trovato nelle
sue fonti il riferimento al nome come antroponimo, quale è attesta-
to epigraficamente in osco, non avrebbe mancato di darne notizia
tanto più in considerazione che nell’Eneide il nome figura proprio
in funzione di nome personale.
D’altro canto, la testimonianza osca, concordando con la docu-
mentazione etrusca nell’attestare il nome come antroponimo, con-
verge con l’uso che fa Virgilio di Lucetius come prenome individua-
le. L’impiego virgiliano di questo nome come antroponimo si iscrive,
dunque, in una consuetudine che il mondo italico, dalla Sabina alla
Lucania, ha conosciuto fin da epoca arcaica, indirettamente docu-
mentato dall’etrusco Lauxusies e dall’osco LwPktihiv. Ciò giunge a
ulteriore conferma dell’impiego tutt’altro che arbitrario che Virgilio
fa nell’Eneide del patrimonio onomastico dell’Italia antica. Le appa-
renti discrasie nell’impiego di nomi in riferimento ad ambiti desi-
gnativi o a pertinenze areali diversi da quelli noti attraverso altre
fonti o altre tradizioni possono essere talvolta effetto delle nostre ca-
renze di documentazione. In questo caso, infatti, se non disponessi-
mo delle testimonianze epigrafiche dell’etrusco e dell’osco, sulla
scorta delle fonti letterarie romane saremmo stati indotti a postulare
un adattamento del nome ad altra funzione designativa come Virgi-
lio ha fatto per altri casi analoghi nell’Eneide.
Inoltre, il commento di Servio al passo dell’Eneide che ricorda
Lucetius, (IX 567) ci appare come risultato dell’incrocio di fonti di-
verse : una che attribuiva su basi ben fondate la pertinenza linguisti-
ca all’osco, individuando, almeno sincronicamente, l’area sabellica
dove il nome era in uso in epoca tardo-repubblicana, e un’altra che,
invece, nel solco della tradizione romana, ne riconosceva l’esclusiva
valenza teonimica, ignorando o tacendo la funzione antroponimica
ancora vitale nel repertorio prenominale sabellico.

.
240 PAOLO POCCETTI

Messapico U aotor
Il corpus epigrafico messapico della Grotta della Poesia ha fatto
definitivamente acquisire il teonimo Taotor (e varianti), il cui ruolo
precipuo nel culto della grotta è messo in evidenza dalla sua ricorsi-
vità sia nelle iscrizioni messapiche sia in quelle latine presenti nello
stesso contesto. Il nome, sempre in funzione di designazione divina,
era già noto nell’epigrafia messapica. E la sua posizione di rilievo in
altri documenti religiosi di ambiente messapico mostra che la divi-
nità non era ristretta ad un culto particolare della Grotta della Poe-
sia, che ci riserva più grande dovizia di documentazione, ma appar-
teneva al pantheon comune dei Messapi.
Il teonimo, infatti, ha una posizione di rilievo su un’ara da Vale-
sio, dove compare insieme ad altre due divinità encoriche 67. Oltre
che da solo, il nome della divinità si trova accompagnato da due epi-
clesi, Caol(n)e, in un’epigrafe da Vaste 68, e andi/orah(h)a-, che è ri-
corrente nel culto della Grotta della Poesia 69. Quest’ultima epiclesi
viene trasposta in Andraios, Andreus, Andreios nelle dediche in lati-
no dalla stessa grotta, mentre il teonimo appare latinizzato nella for-
ma Tutor 70. Inoltre, il confronto con il formulario della stessa Grotta
ha permesso di accertare la sua presenza come destinatario di una
dedica nella lunga iscrizione da Carovigno 71 che si apre con l’invoca-
zione alle due massime divinità Zis Venas.
L’epigrafia della Grotta della Poesia accresce il numero della va-
rianti attraverso le quali il teonimo era già noto, varianti che rispon-
dono in parte a variazioni scrittorie, in parte a variazioni linguisti-
che. Per esempio, la Grotta di S. Maria di Agnano presso Ostuni mo-
stra l’incrocio di varie tradizioni grafiche e linguistiche nella
registrazione di un altro nome divino che era evidentemente la divi-
nità precipua del culto della grotta 72. Tale condizione documentaria,
apparentemente sorprendente nella registrazione di un teonimo, che
di solito tende ad essere conservativo almeno nella grafia, trova altri
confronti in ambiente messapico. Ciò mette in evidenza una specifi-
cità della cultura messapica relativamente all’epigrafia dei santuari,
nei quali sembra che l’offerta votiva fosse registrata non in ossequio

67
MLM 9 Bal.
68
MLM 22 Bas.
69
Su tale epiclesi, oltre all’interpretazioni proposte in De Simone 1988,
p. 360 ss., si veda anche la possibile spiegazione di Poetto 1997.
70
Cfr. Pagliara 1991.
71
MLM 3 Car.; De Simone 1991.
72
Sul corpus epigrafico proveniente da questa grotta ci siamo soffermati nel-
la comunicazione al convegno ‘Saturnia Tellus’ (Roma novembre 2004), i cui atti
sono in corso di stampa.

.
PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 241

ad una tradizione scrittoria locale, ma secondo la consuetudine di


ciascun offerente.
In ogni modo, riassumiamo qui le varianti con cui il teonimo si
presenta nell’epigrafia messapica.
Taotori (Valesio)
Cotori (Rugge)
Caotori (Vaste)
L’epigrafia della Grotta della Poesia aggiunge altre varianti oltre
a Taotori, già attestata a Valesio :
U aotora, U eotori, U otori, U autour, U oturi
Le grafie con il segno <u> sono imputabili alla varietà alfabetica
detta ‘apula’, segno evidente delle frequentazioni della grotta da par-
te di appartenenti a diverse aree alfabetiche dell’Apulia antica 73. Le
varianti nell’impiego del segno consonantico iniziale si iscrivono nel
fenomeno ben noto e più generale della concorrenza tra i segni <t>,
<u>, <c>, concorrenza che sottende la questione del loro valore fone-
tico e del loro statuto fonologico all’interno del diasistema messapi-
co 74.
Infine le varianti con dittongo <ao>, <au>, <eo>, a fianco delle
forme monottongate rappresentate dalla vocale <o>, ripropongono
la questione del trattamento dei dittonghi nel messapico, di cui, al-
meno per quanto riguarda <ou> ed <eu> questo nome porta il più al-
to carico testimoniale 75. La concentrazione delle forme monottonga-
te nella fase più tarda della documentazione messapica si lascia im-
putare ad una evoluzione diacronica del dittongo, ereditata dalle
restituzioni greche e latine del corrispondente gentilizio (Tutorius,
Toytw¥riov) 76.
Di particolare interesse sono le forme attestanti la grafia <eo>
che si caricano del più alto peso documentario in ordine alla presun-
ta conservazione del dittongo /eu/ in messapico (e, più in generale,
nelle diverse tradizioni indoeuropee d’Italia). La loro assenza nella
fase più arcaica giustifica l’opinione che non si tratti di un fatto di
conservazione, ma piuttosto o di un ripristino o di un influsso grafi-
co esterno 77. L’ipotesi, da tempo formulata 78, che il termine greco
ueo¥v possa aver condizionato le grafie con <eo> del nome messapico

73
Cfr. De Simone 1988.
74
In specifico proprio dalla registrazione del nome nell’epigrafia messapica
ha fornito un interessante dossier per la distribuzione e l’uso di questi segni : cfr.
De Simone 1971, p. 173 e Lejeune 1991, p. 213 ss.
75
Cfr. De Simone 1965, p. 21 ss.
76
Per le attestazioni cfr. De Simone 1965 p. 27 ss.
77
Così De Simone 1964, p. 32; De Simone 1972, p. 150 ss.
78
De Simone 1964, p. 32; De Simone 1972, p. 150 ss.

.
242 PAOLO POCCETTI

acquista più forza nell’impiego teonimico del nome, forse per ren-
derne immediatamente trasparente in un contesto bilingue la valen-
za designativa. Come si vedrà appresso, questo stesso artificio grafi-
co è applicato anche alla funzione antroponimica dello stesso nome,
perfino all’interno dello stesso contesto, come quello del luogo di
culto della Grotta della Poesia, circostanza che ne rivela – a livello di
coscienza linguistica – la consapevolezza dell’identità formale dei
due nomi.
Del teonimo è attestato un derivato aggettivale (Taotorres <
*Taotor-ya-s) nel sintagma tabaras Taotorres su una lastra sepolcrale
da Mesagne 79, che si riferisce alla designazione di una carica sacer-
dotale definita dal culto divino di pertinenza (come Tabara Dama-
tria, latino sacerdos cereria, peligno sacracrix Herentatia, ecc.) 80. In
questo caso, il parallelo testuale con le altre formule relative a sacer-
dotesse nell’Italia antica invita ad interpretare il derivato da Taotor
come aggettivo riferibile al teonimo (e non, invece, all’antroponi-
mo), in quanto indica il culto di pertinenza del sacerdozio 81, mentre
l’assenza del nome personale si giustifica nella cornice dell’anoni-
mato a cui si collega questo tipo di istituzione religiosa 82.
In funzione antroponimica lo stesso elemento onomastico, ac-
certato anche come teonimo, è ampiamente documentato in quasi
tutto il territorio messapico. È largamente diffuso come nome indi-
viduale, dal quale si sono generati i gentilizi U eotorras (Ceglie), gen.
Caotorrihi (Otranto) < *U eotor-ya-s < U eotor-yo-s e U eotoridda <
*U eotor-idyā- (Ceglie).
Nella funzione di nome personale la documentazione messapica
presenta un numero di varianti pressoché equivalente a quello del
teonimo che investono sia il grafo consonantico sia il vocalismo del-
la sillaba iniziale :
U eotor, U aotor (Grotta della Poesia), U otor (Ceglie), Caotor (Ale-
zio), Cotor (Lecce).
Anche nella distribuzione delle varianti scrittorie dell’antropo-
nimo vale quanto osservato a proposito di quelle del teonimo, an-
che nella combinazione tra grafo consonantico e grafi vocalici 83. In-
tervengono sicuramente fattori diacronici, per quanto riguarda l’e-

79
MLM 25 Me.
80
Su ciò cfr. De Simone 1984; per le formule corrispondenti e le relative isti-
tuzioni sacerdotali in altre culture dell’Italia antica, cfr. Poccetti 2000.
81
Cfr. Santoro 1989, p. 32. Diversamente De Simone 1984, p. 189.
82
De Simone 1984; Poccetti 2000, p. 105.
83
Per esempio nel particolare, rilevato da Lejeune 1991, p. 218, che l’ortogra-
fia con il segno ‘a tridente’, che appare quasi sempre distribuito davanti alla voca-
le /a/, si conserva per tradizione anche dopo che la mottongazione ao > o aveva
posto fine a ogni contatto tra la consonante medesima e la vocale /a/.

.
PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 243

voluzione del dittongo, ma anche variazioni di ordine diatopico,


segnalate dal fatto che alcune grafie hanno una distribuzione areale
circoscritta a siti specifici 84. L’epigrafia della Grotta della Poesia ci
assicura l’assoggettamento alle stesse varianti grafiche tanto del
teonimo quanto dell’antroponimo, rivelando, dunque, che, almeno
sul piano ‘sintopico’ e nei vari livelli sincronici, il teonimo veniva
omologato all’antroponimo condividendone anche il trattamento
grafico.
Come si è già accennato, dal nome individuale deriva il gentili-
zio messapico U eotorras che viene restituito da Tutorius in fonti lati-
ne e da Toytw¥riov in quelle greche 85. Di meno sicura attinenza con la
serie onomastica messapica sono, invece, Tutor e Tutoria, attestati
in funzione di cognomina 86. Tuttavia, la loro presenza in aree non
lontane dal territorio messapico (es. Canosa, Benevento) induce a
non escluderne una possibile relazione con la serie onomastica in
questione. Se così è, appare, invece, difficile decidere in che misura
nella loro utilizzazione come cognomina abbia esercitato peso mag-
giore la funzione originaria di antroponimo o quella di teonimo. In-
fatti, in iscrizioni latine Tutor non è mai attestato come prenome in-
dividuale, mentre appare nelle dediche latine della Grotta della Poe-
sia come trasposizione del nome della divinità oggetto del culto.
Di conseguenza, diventa probabile che i cognomina latini Tutor
e Tutoria, se hanno attinenza con l’onomastica messapica, siano
piuttosto teoforici, ispirati cioè al nome della divinità, e non tra-
sformazione del nome individuale, giacché nella latinizzazione del-
la formula onomastica l’uso del nome come prenome sembra esser-
si del tutto obliterato, mentre in fase di romanizzazione il culto in-
digeno sembra aver persistito per un certo periodo di tempo come
testimoniano le dediche latine e la trasposizione del nome divino in
Tutor.
D’altro canto, nella resa del teonimo messapico con Tutor nella
Grotta della Poesia, sarà facilmente scattata una reinterpretazione
semantica per associazione paronomastica al nomen actionis da
tueor, che ben si attaglia alla funzione ‘protettrice’ di una divinità.
In sostanza, dunque, per un latinofono la forma Tutor diventava un
‘nome parlante’, prestandosi, come tale, alla designazione di una di-
vinità (come appunto ‘colui che protegge’). È possibile, dunque, che
per questa via il nome sia riuscito ad inserirsi nel paradigma dei co-
gnomina derivati da nomina agentis (tipo Victor, Cunctator, Cursor,
ecc.) 87.

84
Si veda la classificazione fatta da Parlangeli 1960, p. 370 ss.
85
Per le attestazioni cfr. De Simone 1964, p. 28.
86
Per i riferimento cfr. De Simone 1964, p. 28.
87
Cfr. Kajanto 1965, p. 96.

.
244 PAOLO POCCETTI

D’altra parte, non si può neppure escludere del tutto che il nome
messapico abbia alla sua origine proprio una formazione di nomen
agentis dal corradicale di lat. tueor < *teuH-, sebbene questa radice
non sembri rappresentata in altre lingue fuori del latino 88. In tal ca-
so, la restituzione del teonimo U eotor (e varianti) con Tutor nelle de-
diche latine non sarebbe altro che la traduzione letterale del nome.
Su questo punto, però, si apre la questione della morfostruttura
del nome messapico che ha ovviamente ricadute dirette sulla sua eti-
mologia. Da tempo, infatti, per U eotor (e varianti) è stata proposta
una connessione della base onomastica con il termine indoeuropeo
teutā-, ricorrente in antroponimi di tradizioni diverse, come, per es.
in area balcanica antica, Teytı¥aplov, Teutimeitis, in ambiente galli-
co, Teutobuduus, Teutodivicus, ecc. 89.
Sotto tale profilo, U eotor (e varianti) non è isolato neppure al-
l’interno del repertorio antroponimico messapico, il quale alberga
altri nomi riconducibili alla stessa base onomastica teutā- 90, come
Teotinihi, Taotinahiaihi, Taoteuues, che sono, però, formati mediante
i più comuni suffissi derivazionali -ı̄no- e -yo-, rispettivamente da
*Teot-in-yas < *Teot-in-yo-s e da *Taotet-ya-s < *Taotet-yo-s. Ma an-
che la veste morfologica di U eotor non è isolata nell’onomastica
messapica, poiché si affianca a quella di altri nomi personali uscenti
in -or, attestati come prenomi o ricostruiti come idionimi soggiacen-
ti a gentilizi, tipo Otor, Artor, Idor. Queste formazioni, a loro volta,
condividono la stessa base onomastica di altri nomi marcati da altri
suffissi, mettendo, per esempio, in evidenza un rapporto morfologi-
co tra nomi personali come Otu es < *Ot-ya-s e Otor, Artas e Artor,
Idor e Iddes 91 (quest’ultimo attestato come teonimo) 92.
Pertanto anche la morfologia di U eotor può benissimo inserirsi
in questa serie e mettersi in relazione ad un nome a base teutā- spie-
gandosi – come è stato plausibilmente proposto – come Kurzname
oppure nel quadro di una diffusa allomorfia tra l’uscita -or e altre
marche morfologiche. Comunque, quanto preme qui rilevare è il fat-
to che il nome messapico, sia in funzione di antroponimo quanto in
quella di teonimo, condivide totalmente il trattamento dei nomi per-
sonali messapici lasciando intravedere, anche su questo versante,
quanto sia difficilmente dipanabile la matassa del prius designativo
tra uomini e divinità.
Inoltre, questa serie di dati relativi al nome messapico mette in
evidenza un singolare parallelismo con la condizione segnalata per

88
Cfr. LIV p. 581 s.v. *teuH-
89
Cfr. De Simone 1988, p. 379.
90
Cfr. De Simone 1964, p. 30.
91
Cfr. De Simone 1988, p. 357 e 378.
92
Cfr. Santoro 1989, p. 15.

.
PROBLEMI ANTICHI E DATI NUOVI 245

Lucetius (e sue varianti) in ambito sabellico. Ci pone, infatti, di


fronte ad un elemento onomastico che funge al tempo stesso da de-
signazione individuale (prenome) e da designazione divina in sin-
cronia e all’interno di una stessa comunità linguistica. Infine, come
nel caso di Lucetius, il nome messapico ha una trasparenza rispetto
al lessico, ovviamente divaricandosi per quanto attiene la veste
morfologica.

Paolo POCCETTI

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HEIKKI SOLIN

SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA *

Il cognome è la più recente delle componenti del nome romano.


La sua nascita costituisce un difficile e ancora poco chiaro proble-
ma, il che giustifica un esame dettagliato. Qui di seguito metterò
brevemente insieme quello che si sa in base alla documentazione
pervenuta fino a noi.
Non si può dire con sicurezza quando i cognomi siano entrati in
uso; fin dall’inizio del periodo repubblicano erano stati, secondo la
tradizione, durante secoli una caratteristica dell’aristocrazia roma-
na. La nostra fonte principale per i primi secoli della Repubblica
sono i nomi dei magistrati romani tramandati nei Fasti consolari e
trionfali epigrafici, negli storici romani e altre fonti letterarie1. Le

* Ringrazio sentitamente Paolo Poccetti e Gianluca Gregori che hanno rivi-


sto il mio italiano, e Olli Salomies che ha letto il dattiloscritto e fatto delle osser-
vazioni preziose.
1
Sono in sostanza i Fasti Capitolini, sui quali cf. la magistrale edizione di
A. Degrassi, Inscr. It. XIII 1, Roma 1947 (una editio minor dello stesso nel Corpus
Paravianum, Aug. Taurinorum 1954, con nuove importanti osservazioni); tra gli
storici antichi, in primo luogo Livio, Dionigi di Alicarnasso e Diodoro; si aggiun-
gano cronache tardoantiche e bizantine, il Cronografo dell’anno 354, i Fasti Ida-
ziani del V secolo (che attingono da un esemplare diverso riguardo al Cronogra-
fo), Cassiodoro (che attinge da Livio) e il Chronicon Paschale (che traduce in gre-
co da Idazio). L’interrelazione di questi testi non è del tutto chiara. Per quanto
riguarda le opere cronografiche, il Cronografo del 354 e Idazio non sembrano at-
tingere dalla stessa fonte. Tra gli storici, Livio e Dionigi attingono dalla stessa
fonte, mentre Diodoro sembra stare a parte. Il primo a studiare in modo appro-
fondito e analitico la questione delle fonti è stato C. Cichorius, De fastis consula-
ribus antiquissimis, Leipziger Studien zur classischen Philologie 9, 1887 (= Diss. Li-
psia 1886), p. 171-262, il quale divise le fonti esistenti in due recensioni, l’una rap-
presentante Idazio e il Chronicon Paschale nonché da certe parti di Livio e
Dionigi (l’autore originario di questa recensione sarebbe Licinio Macro), l’altra
Diodoro; da ambedue le recensioni un uomo dotto dell’età ciceroniana, che deve
essere stato Attico, compose una terza recensione, che fungeva da fonte ai Fasti
Capitolini e al Cronografo del 354. Questo quadro regge più o meno tuttora (cf. le
estese analisi del Mommsen, CIL I2 p. 81 sgg. o Degrassi, Inscr. It. XIII 1, p. 346
sg. e Fasti Capitolini, cit., p. 16 sg.), solo che il posto occupato da Attico come fon-
te diretta dei Fasti Capitolini non è del tutto chiaro. In generale sappiamo che, fin
dai primi tempi della repubblica, i nomi dei magistrati eponimi furono registrati
in un modo o nell’altro e che il pontefice massimo fino all’anno 125 a.C. circa
(quando il pontefice P. Mucio Scevola pubblicò gli annales maximi in 80

.
252 HEIKKI SOLIN

liste dei magistrati eponimi nei Fasti Capitolini registrano i cognomi


fin dall’inizio. Il primo caso, in cui è conservato nei Fasti consolari
Capitolini il cognome, spetta al console del 483 a.C., che si conserva
integralmente : [L. Valerius M. f. Volusi n.] Potitus. Ma senza dubbio
i cognomi stavano anche nella parte iniziale dei Fasti Capitolini con-
solari andata perduta; il nome del primo console suonava nei Fasti
indubbiamente L. Iunius M. f. – n. Brutus. Nei Fasti Trionfali i co-
gnomi sono conservati già per il console del 504 (la prima volta già
nel 509, la seconda nel 508, la terza nel 507) nella lista trionfale, sot-
to quell’anno, nella forma P. Valeriu[s Volusi f. – n.] Poplicol[a]; e
addirittura nel nome dei re venivano aggiunti i cognomi : tra 598 e
585 si legge nei Fasti Trionfali il nome di Tarquinio Prisco nella for-
ma L. Tarquinius Damarati f. Priscus; allo stesso modo il nome di
Tarquinio Superbo venne reso nella forma L. Tarquinius Prisci f. Da-
marati n. Superbus.
Non è il caso qui di discutere l’attendibilità delle fonti della sto-
ria romana arcaica in generale, e dell’annalistica in particolare. Ma
alla lista dei magistrati eponimi, vale a dire ai fasti consolari, si può
dare in linea di principio una certa plausibilità, anche per la parte
più antica; certo la credibilità della lista, soprattutto nelle sue parti
più antiche, è controversa e infestata da interpolazioni. Ma io credo
che debba essere accettata, nelle sue grandi linee, l’autenticità della
lista dei Fasti anche per il periodo più antico, eccettuati forse i primi
collegi 2. Certo non mancano tentativi, anche recentissimi, di negare,
con uno scetticismo radicale, ogni valore storico alla parte più anti-
ca dei fasti consolari 3 ; ma tali tentativi non tengono conto del-

libri, ma non continuò più l’opera) scriveva i nomi dei consoli sulle tavole dealba-
te. Per altri dettagli, cf. infra nel testo.
2
Cf., tra l’altro, Cichorius, De fastis, cit.; A. Degrassi, Fasti Capitolini, cit.,
p. 18-20, con altra bibliografia; vale la pena di ricordare in particolare le idee
molto originali di K. J. Beloch, Römische Geschichte, Lipsia, 1926 (anche se le
sue asserzioni sono spesso assai discutibili). Per i più recenti cf. per es. H. Bengt-
son, Römische Geschichte, Monaco, 1967, p. 42-46; A. Drummond, CAH VII 2,
1989, p. 173-177; J. Bleicken, Geschichte der römischen Republik, Monaco, 19883,
p. 109 (tutti e tre attribuiscono ai fasti nelle grandi linee un alto grado di attendi-
bilità, il primo più chiaramente dell’ultimo). Così anche E. Gabba, Considerazio-
ni sulla tradizione letteraria, citato nella nota 4. Ma non tutti si esprimono esplici-
tamente nei riguardi dei cognomi. Una storia degli studi offre R. T. Ridley, Fas-
tenkritik : A Stocktaking, in Athenaeum 58, 1980, p. 264-298.
3
Prescindendo da alcuni studi della prima metà del secolo scorso (per es.
E. Kornemann, Der Priestercodex in der Regia und die Entstehung der altrömis-
chen Pseudogeschichte, Tubinga, 1912 o A. Rosenberg, Einleitung und Quellen-
kunde zur römischen Geschichte, Berlino, 1921), o da tentativi, in sé e per sé note-
voli, di posticipare l’inizio della repubblica proposti da K. Hanell, Das altrö-
mische eponyme Amt, Lund, 1946, e R. Werner, Der Beginn der römischen
Republik. Historisch-chronologische Untersuchungen über die Anfangszeit der libe-
ra res publica, Monaco, 1963 (secondo il quale si dovrebbe porre l’inizio della re-

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 253

l’attendibilità principale della tradizione letteraria per quanto ri-


guarda la storia del periodo protorepubblicano 4, dei fatti che sono
avvenuti e che sono stati vissuti, e delle persone che hanno agito in
un quadro sociale e politico ristretto, dove la comune memoria sto-
rica, la reciproca conoscenza, lo stesso agire insieme rappresentava-
no un controllo, che doveva concedere poco spazio a immaginazioni
fantastiche.
Se i fasti sono comunemente ritenuti in linea di massima atten-
dibili, particolari difficoltà sono invece legate con i cognomi ascritti
ai consoli del V e IV secolo. In effetti, la maggioranza degli studiosi
afferma che i cognomi nella nomenclatura dei consoli e degli altri
magistrati dei primi due secoli siano aggiunte posteriori 5. Il numero
di coloro che hanno cercato di difendere l’autenticità dei cognomi
nella parte più antica dei fasti è ormai molto esiguo 6.

pubblica all’anno 472/470 circa), recentemente F. Mora, Fasti e schemi cronologi-


ci. La riorganizzazione annalistica del passato remoto romano, Stoccarda, 1999
(Historia Einzelschriften 125), è andato in questa direzione ad absurdum; egli at-
tribuisce ai due primi scrittori romani di storia (Fabio Pittore e Cincio Alimento)
due differenti sistemi cronologici per l’età protorepubblicana (che egli fa iniziare
dopo il 474 a.C.); tale raggruppamento comporta la conseguenza di postulare ri-
maneggiamenti, ricostruzioni, invenzioni della tradizione, e così l’esame dei fasti
conduce l’autore a immaginare una completa rielaborazione dei fasti stessi, il cui
valore documentario sarebbe quindi pressoché nullo almeno per il periodo ante-
riore al 367. Con tale imposizione dogmatica e meccanica il lavoro dell’autore è
costruito sulla sabbia, e quindi tanto più discutibile è il tentativo di agganciare al
suo progetto schematico lo svolgersi della storiografia romana. Cf., delle recen-
sioni, per es. A. Drummond, CR 53, 2003, p. 154-156; E. Gabba, Athenaeum 88,
2000, p. 664; inoltre Chr. Settpani, Continuité gentilice et continuité familiale dans
les familles sénatoriales romaines à l’époque impériale. Mythe et réalité, Oxford,
2000, p. 53-56.
4
Su ciò cf. l’importante contributo di E. Gabba, Considerazioni sulla tradi-
zione letteraria sulle origini della repubblica, in Les origines de la République ro-
maine (Entretiens sur l’Antiquité classique 13), Ginevra, 1967, p. 135-174.
5
Il primo a esprimere, in base ad un esame particolareggiato, chiaramente
questa opinione, sulle orme del suo maestro Mommsen, fu C. Cichorius, De fastis
consularibus antiquissimis, cit. nt. 1. Nella stessa direzione, tra molti altri, G. De
Sanctis, Storia dei Romani, I2, Firenze 1956, p. 6 (in modo attenuato; e a p. 239 sem-
brerebbe attribuire i cognomi a un’età più alta); A. Degrassi, Fasti Capitolini, cit.,
p. 18 sg., con letteratura anteriore; J. Reichmuth, Die lateinischen Gentilicia und ih-
re Beziehungen zu den römischen Individualnamen, Diss. Zurigo, 1956, p. 3 sg. Del-
l’età più recente per es. R. M. Ogilvie, in CAH VII 2, 1989, p. 14. 18; A. Drummond,
in CAH VII 2, 1989, p. 628. Ma ambedue si esprimono in maniera un po’ ambigua, e
non sembrano negare tutta l’esistenza dei cognomi nella nomenclatura dei magi-
strati del V e IV secolo. H. Bengtson, Römische Geschichte, Monaco, 1967, 44, il
quale altrimenti ritiene attendibile l’informazione offerta sia dai Fasti in generale
che dai nomi gentilizi dei magistrati, giudica tout court i cognomi dei magistrati
del V secolo come non storici. Cf. inoltre Wikander, Senator and Equites..., p. 84;
J. Rüpke, Fasti..., (vedi nota 25), p. 191 (senza prendere chiaramente posizione).
6
Così Beloch, Römische Geschichte, cit. p. 46-52, ma solo dal 486 in poi, pri-

.
254 HEIKKI SOLIN

Se questa fondamentale cognizione fosse corretta, quali conse-


guenze avrebbe per la storia dell’introduzione del cognome romano?
Se i fasti scritti o un simile indice dei nomi dei magistrati eponimi,
che senza dubbio fu tenuto fin dal periodo protorepubblicano, non
avessero compreso i cognomi dei magistrati, da dove i redattori o
eruditi posteriori li avrebbero presi, così come stanno nei Fasti Capi-
tolini? Se i cognomi dell’antica aristocrazia del V e del IV secolo so-
no stati aggiunti ai Fasti posticipatamente tramite interpolazione, il
problema scompare. Ma se questi cognomi – o almeno una parte di
essi – sono da ritenersi autentici, come si può spiegare la loro pre-
senza nei fasti a noi pervenuti se in origine mancavano negli indici
più antichi? È un problema a cui dobbiamo cercare di dare una ri-
sposta.
Ma prima dobbiamo rivolgere la nostra attenzione alla reale
comparsa del cognome. I primi documenti autentici ci portano alla
seconda parte del IV secolo a.C. L’iscrizione più antica finora venuta
in luce, che ricorda un cognome, è sul sarcofago del pontefice mas-
simo P. Cornelius Scapula, ritrovato circa un mezzo secolo fa a Ro-
ma : CIL I2 2835 P. Cornelio(s) P. f. Scapola pont(i)fex max 7. Non
possiamo datare il suo pontificato con più precisione, poiché il per-
sonaggio non può essere identificato con certezza 8, ma considera-
zioni artistiche da una parte e prosopografiche dall’altra ci portano

ma la lista sarebbe interpolata (p. 12). Beloch si mostra quindi un po’ ambiguo.
Un altro sostenitore dell’età alta dei cognomi è I. Kajanto, On the chronology of
the cognomen in the Republican period, in L’onomastique latine, Paris 1977, p. 64
sg. (ricalca il ragionamento del Beloch). Ho toccato il problema molto breve-
mente e in modo preliminare in Ancient Onomastics : Perspectives and problems,
in A. Rizakis (a cura di), Roman Onomastics in the Greek East. Social and Politi-
cal Aspects. Proceedings of the International Colloquium organized by the Finnish
Institute and the Centre for Greek and Roman Antiquity, Athens 7-9 September
1993, Atene, 1996 (Meleth¥mata, 21), p. 6 sg.. Così sembra pensare anche
L. R. Ménager, Systèmes onomastiques, structures familiales et classes sociales
dans le monde gréco-romain, in SDHI 46, 1980, p. 182, ma il suo ragionamento
non mi è chiaro. Ora anche H. Etcheto, Cognomen et appartenance familiale dans
l’aristocratie médio-républicaine : à propos de l’identité du consul patricien de 328
av. J.-C., in Athenaeum 91, 2003, p. 445-468 (ho preso conoscenza di questo im-
portante articolo soltanto dopo aver finito la stesura del presente contributo; vi
riferisco di seguito per alcune questioni, soprattutto quando non si può essere
d’accordo con l’autore).
7
Ma in un coperchio di sarcofago ritrovato nello stesso posto si legge l’iscri-
zione, che sembra essere alquanto più antica, L. Cornelio(s) Cn. f. senza cognome
(CIL I2 2834). Ora : su Scapola Rieger, Tribus und Stadt, p. 516, 559-561.
8
Potrebbe trattarsi del console del 328, riportato da Livio con questo co-
gnome (gli studiosi ritengono il console di quell’anno di solito un Barbatus), o un
di un suo parente. Cf. H. Solin, Arctos 6, 1970, p. 110-112 = Analecta epigraphica,
Roma 1998, p. 8-10.

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 255

alla seconda metà del IV secolo. Alquanto più recente è il sarcofago


più antico del sepolcro degli Scipioni : CIL I2 6. 7 : l’iscrizione prin-
cipale, scritta nel coperchio del sarcofago a lettere dipinte con color
rosso, suona [L. Corneli]o(s) Cn. f. Scipio, l’elogio in saturnio, scritto
a lettere incise sulla fronte del sarcofago, comincia [– – –] Cornelius
Lucius Scipio Barbatus Gnaivod patre prognatus. Il defunto era con-
sole nel 298, per cui sarà nato nel 340 circa. Senza dubbio Scipio era
già diventato un cognome ereditario nel ramo degli Scipioni, porta-
to dal console del 298, con tutta evidenza, fin dalla nascita. L’origine
di questo cognome è un po’ oscura (una storia raccontata da Macr.
Sat. 1, 6, 26 illustra l’origine di questo cognome). Secondo un’antica
tradizione, riportata appunto da Macrobio, il primo a portarlo sa-
rebbe stato il tribuno consolare nel 395, cosa che non è esclusa (an-
che i fasti lo registrano come il primo Scipione). Pare che Scipio fos-
se diventato ereditario al più tardi nel nome del dittatore 306, e cioè
per due motivi : porta nei Fasti Capitolini due cognomi, Scipio e
Barbatus, e viene riportato da Liv. 9, 44 con il primo cognome, men-
tre molti altri figurano nello stesso passo con il solo gentilizio. Pro-
babilmente Scipio è stato imposto la prima volta a un suo antenato,
o al tribuno consolare 395 o a un suo discendente, di cui conoscia-
mo il console e il capo della cavalleria, magister equitum dello stesso
anno 350. Quanto al console del 298, nella sua generazione dunque
Scipio ebbe già il posto di cognome ereditario, cosa che risulta an-
che dal fatto che portava il secondo cognome individuale, Barbatus,
ricordato nell’elogio inciso sul sarcofago un poco, o anche notevol-
mente, più tardi dell’iscrizione principale – ma la cosa non è molto
chiara 9. Barbatus era con grande probabilità il cognome individuale
già del dittatore del 306, ma il suo uso non si protrae oltre al console
del 298, in altre parole non diventa ereditario come alcuni altri nuo-
vi cognomi degli Scipioni. Avrà rispecchiato una peculiarità fisica
del primo membro del ramo provvisto di esso o una moda della fa-
miglia di portare la barba.
Dobbiamo fare a questo punto una digressione sullo Scapula del
sarcofago10. Nel suo articolo, poc’anzi ricordato11, l’Etcheto ha voluto
vedere in lui e nel console del 328, nel dittatore del 306 e nel pontefi-

9
Cf. per es. R. Wachter, Altlateinische Inschriften, Berna, 1987, p. 301 sgg., il
quale opta per la possibilità che tutte e due le iscrizioni siano state scritte
contemporaneamente; ma cf. H. Solin, Gnomon 67, 1995, p. 613.
10
Questo capoverso è stato aggiunto al presente contributo solo in una fase
secondaria, dopo la lettura dell’articolo di H. Etcheto (vedi la nota successiva).
Prego il lettore di notare che non ho modificato i dettagli del paragrafo prece-
dente.
11
H. Etcheto, Cognomen et appartenance familiale, cit. nt. 6, p. 447-454.

.
256 HEIKKI SOLIN

ce massimo tradito nel 304 un solo personaggio. Secondo l’Etcheto


il personaggio avrebbe portato, o successivamente o simultanea-
mente, i cognomi Scapula, Scipio e Barbatus; nelle fonti sarebbe sta-
to chiamato ora con il primo, ora con gli altri due (Scapula non
compare mai con gli altri due insieme)12. Ma il giudizio non è facile.
D’accordo, si capisce ancora che nelle fonti non contemporanee uno
stesso magistrato possa ricevere varie forme onomastiche, derivate
dalle confusioni evidenti nelle fonti stesse e notate alle volte anche
da scrittori come Livio. Ma mi sembra difficile ammettere che que-
sto personaggio abbia potuto portare i tre cognomi di Scapula, Sci-
pio e Barbatus, giacché il sarcofago del pontefice avrebbe dovuto ri-
cordarne i primi due (o almeno Scipio, se era già diventato eredita-
rio come sembra), così come si fa nell’elogio dell’epitafio del console
del 298. Etcheto pensa che in quel periodo Scipio avesse ancora un
carattere individuale e non fosse diventato cognome ereditario del
ramo degli Scipioni13. Ma se possiamo dare fede alla tradizione, Sci-
pio era già il cognome del tribuno militare nel 395, ed è attestato al-
tre due volte nelle generazioni anteriori al nostro personaggio : per
L. Cornelius Scipio, console nel 350, e P. Cornelius Scipio, capo del-
la cavalleria nello stesso anno (era stato edile curule già nel 366).
Anche se le nostre conoscenze di questo ramo fino alla metà del IV
secolo sono ancora lacunose, a mio vedere le tre attestazioni del co-
gnome Scipio permettono di concludere che esso fosse davvero di-
ventato ereditario fino alla seconda metà circa del IV secolo. Io pen-
serei quindi che P. Cornelius Scapula del sarcofago non avesse mai
portato il cognome Scipio, il quale se fosse già diventato ereditario,
avrebbe dovuto figurare sul sarcofago di Scapula. Per me la man-
canza di Scipio sul sarcofago rappresenta un difficoltà insormonta-
bile; conseguentemente Scapula deve aver appartenuto a un altro
ramo, probabilmente ancora privo di un cognome ereditario14 ; è del
resto possibile che egli sia il primo della sua famiglia a portare un

12
Già prima G. J. Szemler, The Priests of the Roman Republic. A Study of In-
teractions Between Priesthoods and Magistracies Bruxelles 1972 (Coll. Latomus
127), p. 205 e RE Suppl. XV, col. 372 aveva parlato di un P. Cornelius Scipio Sca-
pula, senza spiegarsi meglio e riferendosi a C. Bardt Die Priester der vier grossen
Collegien aus römisch-republikanischer Zeit, in Jahresbericht, K. Wilhelms-Gymna-
sium in Berlin XI, Berlino, 1871, il quale tuttavia non ha creato uno Scipio Scapu-
la. Szemler si rivela assai confuso; a p. 62 nt. 1, riferendosi a Bardt, dubita del-
l’identità del pontefice massimo del 304 con il console del 328, il quale invece sa-
rebbe un P. Cornelius Scipio Scapula!
13
Ma il ragionamento dell’Etcheto (p. 459) non è molto felice.
14
Etcheto ha senza dubbio ragione quando afferma che Scapula dovette es-
sere cognome individuale. Male H. I. Flower, Ancestor Masks and Aristocratic Po-
wer in Roman Culture, Oxford, 1996, p. 166, 176 lo ritiene il cognome ereditario.
(Anch’io ho parlato dei Cornelii Scapulae, per una mera svista, di cui mi ver-
gogno, in OCD p. 1024).

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 257

cognome, se quel L. Cornelio(s) Cn. f., il cui sarcofago venne ritro-


vato insieme con quello di Scapula15, era un suo parente, ad esempio
zio (cosa che beninteso resta incerta)16. – Un altro discorso è se è le-
cito identificare lo Scapula del sarcofago con qualcuno degli altri tre
chiamati in causa dall’Etcheto. Potrebbe in linea di massima essere
lo stesso personaggio del console del 328, dove la tradizione liviana
ricorda uno Scapula. Più problematici sono i casi del dittatore nel
306, ricordato da Livio come un P. Cornelius Scipio Barbatus, e del
pontefice massimo nel 304, tradito come un Cornelius Barbatus; es-
si non possono essere liquidati come confusione delle fonti – per for-
za devono appartenere al ramo degli Scipioni, anche se non va del
tutto respinta la possibilità che i potenti Scipioni avrebbero manipo-
lato i fasti facendo entrare furtivamente il cognome del proprio ra-
mo; ma ben due casi di tale manipolazione son troppi. Rimane tut-
tavia la difficoltà cui accenna l’Etcheto : per il dittatore del 306 e i
due pontefici massimi non si presentano altri consolari se non quel-
lo del 328, e di un consolare ci sarebbe bisogno, perché queste cari-
che di grande prestigio potevano essere rivestite soltanto da magi-
strati riguardevoli e prestigiosi, vale a dire ex-consoli. Ma la difficol-
tà non è insormontabile. D’accordo, tutti i pontefici massimi del III
e del II secolo a noi noti sono stati anche consoli (di solito ex-
consoli)17, ma la situazione sembra essere stata diversa nel IV secolo,
quando il ruolo di questo sacerdozio era ancora insignificante, ac-
crescendosi la sua importanza soltanto a partire dall’inizio del
III secolo18. Livio 25, 5, 4, parlando dell’elezione del pontefice massi-
mo nel 212, dice che «nel corso di 120 anni, non era stato eletto pon-
tefice massimo nessuno che non avesse rivestito una magistratura
curule, ad eccezione di P. Cornelius Calussa (circa 332(?))», ma ciò

15
Sulle circostanze del ritrovamento cf. G. Pisani Sartorio e S. Quilici Gigli,
Bull. com. 92, 1987-1988, p. 247 sgg.
16
Secondo Etcheto (p. 456) questo avrebbe posseduto un cognome sì, ma
che non sarebbe stato inciso nell’iscrizione, a causa della posizione ancora de-
bole del cognome nel nome romano. Anche così si potrebbe spiegare la mancan-
za del cognome, ma io m’inclinerei alla prima alternativa, espressa nel testo.
17
Cf. gli elenchi in C. Bardt, Die Priester der vier grossen Collegien, cit. nt. 12,
p. 3-8 e in Fr. Münzer, Römische Adelsparteien und Adelsfamilien, Stoccarda,
1920, p. 414; in generale G. J. Szemler, The Priests of the Roman Republic, cit. nt.
12, p. 64 sgg.; Id., RE Suppl. XV col. 342-392.
18
Nonostante un’opinione comune ancora all’inizio del ’900 secondo cui i
pontefici avessero a Roma nell’età proto- e medio repubblicana un potere molto
centrale. Cf. tuttavia, per es. G. De Sanctis, Storia dei Romani IV 2, 1, Firenze,
1957, p. 354 sgg.; J. Bleicken, Oberpontifex und Pontifikalkollegium. Eine Studie
zur römischen Sakralverfassung, in Hermes 85, 1957, p. 345-366 (contributo im-
portante in cui si demolisce l’opinione diffusa risalente al Mommsen sul grande
peso politico dei pontefici); G. Szemler, The Priests, cit. nt. 12, p. 62 sg.

.
258 HEIKKI SOLIN

non implica che i pontefici massimi della parte finale del IV secolo
dovessero essere necessariamente consolari. Potrebbe destare mera-
viglia avere due Cornelii pontefici massimi eletti più o meno conse-
cutivamente alla carica (e inoltre un poco prima, un terzo Cornelio,
il misterioso Calussa). Ma i Cornelii erano una prestigiosa gens pa-
trizia (e in quel periodo i pontefici dovevano essere patrizii), per cui
non sarebbe strano se fossero stati eletti entro c. 30 anni tre Cornelii
a questa carica priva di grande potere politico, ma tanto più riguar-
devole. Per quanto riguarda il dittatore, la maggior parte dei dittato-
ri conosciuti dal periodo medio repubblicano sono consolari (e se-
condo Livio 2, 18,5 uno dei requisiti per poter essere nominati ditta-
tori era la consolarità)19. Tirando le somme, se siamo autorizzati a
dare fede alla tradizione, e non dobbiamo ritenere confuse le forme
offerte dalle fonti, vedrei nello Scapula del sarcofago un pontefice
massimo diverso da quello del 304; quest’ultimo sarebbe invece
identico al console del 328 (anche se piacerebbe seguire la tradizio-
ne liviana) e al dittatore del 306 e avrebbe portato due cognomi,
quello ereditario Scipio e quello individuale Barbatus. Così avremmo
superato la difficoltà di trovare per la carica di dittatore un consola-
re. – Colpisce ancora la mancanza, nell’iscrizione di Scapula, di
qualsiasi altra menzione delle sue cariche, il che potrebbe dipendere
dal fatto che non avesse rivestito una magistratura così importante
che si fosse sentito il bisogno di scolpirne il ricordo nell’iscrizione.
Ma la sola menzione, sul sarcofago, del pontificato massimo può
spiegarsi con il suo alto prestigio e con la generale brevità e sobrietà
del testo epigrafico 20 ; si noti anche che il defunto poteva essere iden-
tificato come patrizio con il ricordo di questa sola carica. – Il risulta-
to di questa digressione si può sintetizzare come segue : non si trat-
ta, come pensa l’Etcheto, di confusioni nell’uso dei cognomi variabi-
li di un solo personaggio, bensì di qualche lieve errore nella
trasmissione nelle diverse fonti dei cognomi di un personaggio di
rango elevato da parte delle diverse fonti.

19
Cf. per es. Etcheto p. 449, con qualche riferimento bibliografico. Si può
aggiungere B. Bruno, Diz. epigr. II, p. 1759-1778 con buone osservazioni e l’elen-
co dei dittatori conosciuti.
20
Così pensano G. Pisani Sartorio e S. Quilici Gigli, Bull.com. 92, 1987-1988,
p. 260, e Etcheto p. 451. – Va qui notato ancora che un ulteriore argomento per
l’identità dello Scapula del sarcofago con gli altri tre di cui si serve l’Etcheto
(p. 452 sg.), e cioè la vicinanza del luogo di ritrovamento del sarcofago di Scapu-
la con il sepolcro degli Scipioni, non conta molto. Con 500 metri di distanza non
si tratta ancora di una vicinanza ’immediata’. Non dovrebbe destare alcuna mera-
viglia di trovare sepolcri di due rami corneliani in questa prediletta zona per se-
polture dell’aristocrazia romana. I due complessi di sepolture dimostrano solo
che c’erano nella zona possedimenti terrieri della gens Cornelia in generale, non
solo del ramo degli Scipioni.

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 259

Ma torniamo all’ordine del giorno. I cognomi erano dunque co-


munemente in uso nelle famiglie patrizie almeno fin dalla seconda
metà del IV secolo 21. Ma essi rimasero per lungo tempo un elemento
meno ufficiale, usato piuttosto in ambito familiare e per questo an-
che conservato nella tradizione, ma poco in circolazione in docu-
menti ufficiali contemporanei come leggi e senatoconsulti, nei quali
sono omessi ancora nel II secolo a.C. I consoli dell’anno 186 sono ri-
cordati, nel senatoconsulto de Bacchanalibus, con i nomi Q. Marcius
L. f. e S. Postumius L. f., ma sappiamo da altre fonti che i loro nomi
completi erano Q. Marcius L. f. Philippus e Sp. Postumius L. f. Albi-
nus. Così pure i nomi dei testimoni : M. Claudi(us) M. f.,
L. Valeri(us) P. f., Q. Minuci(us) Q. f., per quanto abbiano portato il
cognome (Marcellus, Flaccus, Rufus). In queste categorie di docu-
menti il cognome cominciò ad apparire nell’età sillana e divenne re-
golare nell’età ciceroniana. In altri documenti ufficiali il cognome
veniva usato già prima. La legge Acilia de repetundis del 122 a.C. or-
dina al pretore di segnalare il cognome dei cavalieri eletti al tribuna-
le (beninteso ammesso che lo portassero) : quos legerit, eos patrem
tribus cognomenque indicet (CIL I2 583, 14). Ma la mancanza del co-
gnome per esempio nelle datazioni del II secolo a.C. non risulta solo
dal suo ancora fragile e inufficiale posto nel nome del console, ma
anche da una certa premura verso l’uniformità : poiché molti magi-
strati plebei non avevano il cognome, esso venne omesso anche nel
nome di coloro che lo possedevano, per dare uniformità alle liste
magistratuali. Lo si vede chiaramente più tardi : se il cognome man-
ca senza eccezione in un latercolo di legionari come CIL III 6627 =
ILS 2483 (Copto nella Tebaide in Egitto) dell’età augustea, ciò non
significa che fosse stato vietato ai legionari di portarlo, come si è
spesso supposto 22, bensì dipende dalla prassi epigrafica : poiché
molti dei soldati non avevano il cognome, lo si omise anche quando
il soldato lo aveva, per rendere uniforme le liste.
Ma ora siamo avanzati troppo cronologicamente parlando; tor-
niamo, dunque, alla Roma proto- e medio repubblicana. La prima
questione che dobbiamo afferrare riguarda l’interrelazione dell’uso
effettivo dei cognomi nelle famiglie patrizie del V e IV secolo e del
loro inserimento nei fasti relativi a quei secoli. L’uso del cognome è
dunque confermato almeno per la seconda metà del IV secolo dai

21
Cf. tuttavia il suddetto L. Cornelio(s) Cn. f., ricordato senza cognome nel
suo epitaffio CIL I2 2834, ritrovato insieme con il sarcofago di Scapula e alcuni
decenni più antico (di solito viene datato alla metà circa del IV secolo).
22
Mommsen ad CIL III 6627; B. Galsterer-Kröll, Die Graffiti auf der römis-
chen Gefässkeramik aus Haltern (Bodenaltertümer Westfalens 20), Münster, 1983,
p. 21.

.
260 HEIKKI SOLIN

sarcofagi della gens Cornelia, e non è escluso che con futuri ritrova-
menti si possa ancora retrodatare la documentazione contempora-
nea. Ma nei Fasti Capitolini il cognome compare fin dall’inizio, e
quasi senza eccezione.
Per molte ragioni sembra poco probabile che tutti i cognomi as-
segnati ai magistrati dei primi tempi della repubblica possano esse-
re autentici. Senz’altro parecchi – o almeno alcuni – di essi sono ag-
giunte posteriori, invenzioni degli annalisti o della tradizione fami-
liare; si consideri che qualsiasi cittadino romano poteva avere
accesso alle tabulae dealbatae dei pontefici esposte al pubblico e così
raccogliere notizie riguardanti la propria gens. Ma non tutti i cogno-
mi atttestati per il V e IV secolo possono essere liquidati in questo
modo. Su ciò torneremo più avanti. Del resto, anche la presenza dei
patronimici nei fasti più antichi può ritenersi qualche volta interpo-
lazione del redattore, perché gli intervalli cronologici tra le cariche
del padre e del figlio sono qualche volta o più lunghi o più brevi ri-
spetto all’intervallo medio tra due generazioni dell’età tardorepub-
blicana. 23 Invece l’inserimento degli avonimici nelle parti antiche dei
fasti è certamente opera dei redattori posteriori 24.
L’idea che le originali liste dei magistrati non avrebbero conte-
nuto dei cognomi deriva da molti fattori. Si è fatto ricorso alle con-
dizioni semplici del V secolo, il che non permetterebbe l’introduzio-
ne, almeno non in maniera rilevante, dei cognomi; ma questo non è
argomento convincente. Convince di più l’accenno al fatto che in al-
tri documenti quali leggi e senatoconsulti i nomi dei consoli e di al-
tri magistrati vengono resi ancora nel II secolo senza cognomi e avo-
nimici che invece appaiono sempre nei Fasti Capitolini; negli indici
più antichi sarebbero stati ammessi solo il prenome, gentilizio e pa-
tronimico (ma la presenza nei fasti dei patronimici pone, come ab-
biamo visto, qualche problema). Ma ciò è una sbagliata proiezione
di un usus a documenti di tutt’altro genere. Nelle leggi e nei senato-
consulti bastava mettere solo il patronimico, perché i consoli e i te-
stimoni erano di solito facilmente riconoscibili ai fini della prova
dell’autenticazione del documento, mentre i fasti non sono solo liste
di magistrati eponimi fatti per scopi pratici, ma hanno piuttosto as-
sunto il carattere di cronache; nelle categorie storiografiche i fasti
costituiscono la forma della memoria collettiva, non un mezzo prati-
co per datazioni, bensì tavola onoraria 25. Questo carattere dei fasti

23
Cf. Cichorius, De fastis consularibus, cit. p. 237-240, il quale tuttavia esa-
gera quando vuole attribuire tutti i patronimici ai redattori posteriori. Cf. invece
Beloch, Römische Geschichte, cit., p. 52-61.
24
Questo per molte ragioni. Cf. per es. Beloch, Römische Geschichte, cit.,
p. 60.
25
Questa categoria storiografica è stata bene elaborata da J. Rüpke, Ges-

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 261

deve risalire al periodo repubblicano; emerge dalle constatazioni di


Cicerone (Sest. 33; Pis. 30); anche nei fasti aggiunti al calendario di
M. Fulvio Nobiliore (Macr. Sat. 1, 12, 16) sembra essere stato eviden-
te questo processo verso il genere cronacale. Ammesso questo, non
dovrebbe essere difficile postulare per i fasti a cavallo del IV e III se-
colo (cioè quando ha operato Cn. Flavio) una forma più completa
per i nomi dei grandi Romani del passato rispetto alla prassi nelle
leggi e altri editti. Non pesa neanche molto se gli annalisti hanno
omesso di solito i cognomi 26 : dipende dalle fonti utilizzate e da scel-
te personali di vario genere, tanto più che si trovano intessuti in con-
testi di altri scrittori. Anche Livio varia senza scrupoli nell’uso dei
cognomi. Naturalmente non sapremo mai quando esattamente i co-
gnomi siano entrati a far parte dei nomi dei magistrati nei fasti e
quali cognomi possano essere ritenuti autentici e non interpolati,
ma come vedremo tra poco deve trattarsi di una prassi abbastanza
antica; se sia stato Gneo Flavio ad aggiungerli, al quale ho già accen-
nato e come si è qualche volta pensato 27, rimane questione aperta.
Importante è anche notare una tendenza verso l’uniformità (di cui
supra) : se alcuni dei magistrati ricordati in una legge o senatocon-
sulto o simili non avevano un cognome, per l’uniformità lo si omise
anche nel nome degli altri. Ora si potrebbe obiettare che proprio nei
Fasti Capitolini regna l’uniformità, ma in senso opposto : i cognomi
sono praticamente sempre presenti nei nomi dei magistrati durante
tutto il periodo protorepubblicano, cioè in un tempo in cui non ci si
aspetterebbe ancora di trovare tale omogeneità nell’uso del cogno-
me 28. Si potrebbe quindi pensare che i cognomi siano stati introdotti

chichtsschreibung in Listenform : Beamtenlisten unter römischen Kalendern, in


Philologus 141, 1997, p. 65-85; cf. Id., Fasti. Quellen oder Produkte römischer Ges-
chichtsschreibung?, in Klio 77, 1995, p. 184-202.
26
Questo argomento è tuttavia decisivo per Cichorius, De fastis consularibus,
cit., p. 182-187.
27
A questa possibilità accenna A. Alföldi, Les cognomina des magistrats de la
République romaine, in Mélanges d’archéologie et d’histoire offerts à A. Piganiol,
Parigi, 1966, p. 721 (ma la sua affermazione, che questa idea sia già stata espressa
da Fr. Cornelius e A. Degrassi, non è corretta). Beloch, Römische Geschichte, cit.,
p. 48 pensa invece alla fine del III secolo.
28
Dal periodo anteriore al 300 si conoscono solo tre casi della mancanza del
cognome nei Fasti Capitolini : Sex. Quinctilius Sex. f. P. n. nel 453, C. Maenius
P. f. P. n. nel 338 e K. Duilius nel 336 (questo non conservato). Il caso successivo
ammonta al 260 con C. Duilius M. f. M. n. (la gens Duilia resta, come da aspettar-
si, priva del cognome fino alla sua estinzione dopo il III secolo). Se al nome del
tribuno militare nel 399 C. Duilius viene associato, nei Fasti Capitolini, il cogno-
me Longus, ciò sembra certamente un’interpolazione. Meno sicura l’integrazione,
nei Fasti Capitolini, dello stesso cognome per il decemviro nel 450, proposta dal
Borghesi in base a quello del tribuno militare.

.
262 HEIKKI SOLIN

dai redattori di quegli indici dei magistrati che fungevano da fonte


dei Fasti Capitolini, per rendere uniformi le liste, in base alla tradi-
zione familiare, annalistica e di altro genere. E in effetti questo reg-
ge in molti casi (certamente c’erano famiglie nel primo periodo re-
pubblicano, in particolare plebee, che non potevano portare cogno-
mi, in analogia con parecchie famiglie plebee del periodo
repubblicano più tardo come Antonii, Duilii, Flaminii, Marii, Mem-
mii, Mummii e altri), ma non in tutti. Tuttavia con l’ipotesi del-
l’impegno per ottenere l’uniformità delle liste non si spiega la pre-
senza nei Fasti Capitolini di quei cognomi dell’aristocrazia che non
appaiono più dopo il V secolo (su ciò torneremo tra poco). D’accor-
do, cognomi attestati con certezza nel nome dei magistrati diciamo
della seconda metà del IV e del III secolo, potevano essere trasferiti
dai redattori dei fasti al nome dei membri più antichi della stessa
gens (o tali remoti antenati si potevano addirittura inventare). Al no-
me del console nel 496 A. Postumius Albus quest’ultimo elemento
può essere stato aggiunto più tardi in base ai Postumii Albi(ni) cer-
tamente storici (anche se non è di per sé necessario ammetterlo). E
non mancano altri esempi. Tuttavia si tratta di una prassi cui ricor-
rere con una certa cautela. I cognomi nel V secolo possono in princi-
pio essere aggiunti sulla base dei nomi di omonimi dell’età repubbli-
cana più recente, ma non devono necessariamente esserlo; sappia-
mo da tempi posteriori che il nome completo di un grande romano
poteva apparire più tardi nell’onomastica dell’età imperiale, senza
che ci fosse un legame diretto tra i due omonimi 29. Tirando le som-
me, si può concludere che l’uso dei cognomi in una famiglia, all’in-
terno della famiglia, e la loro presenza nei Fasti Capitolini sono due
cose diverse che non si escludono a vicenda. Purtroppo non sappia-
mo praticamente niente dell’uso familiare dei cognomi nel periodo
repubblicano fino alla metà del IV secolo circa. Ma se si può dimo-
strare che alcuni dei cognomi dell’aristocrazia del V e IV secolo tra-
diti nei Fasti Capitolini sono autentici, allora devono esere stati nel-
l’uso quotidiano della comunicazione orale nella famiglia e anche –
in parte forse soprattutto – al di fuori della famiglia ristretta. Su ciò
torniamo ancora più tardi. D’altra parte i sarcofagi della gens Corne-

29
Su ciò cf., in via preliminare, H. Solin, Un aspetto dell’onomastica plebea e
municipale. La ripresa di nomi illustri da parte di comuni cittadini, in G. Angeli
Bertinelli e A. Donati (a cura di), Varia epigraphica. Atti del colloquio inter-
nazionale di epigrafia, Bertinoro, 8-10 giugno 2000, Faenza, 2001 (Epigrafia e Anti-
chità 17), 411-427. Un bell’esempio nell’onomastica aristocratica della ripresa di
vecchi cognomi orgogliosi, dopo un lungo iato, nell’età imperiale costituisce la fi-
danzata di Claudio Medullina Camilli f. (CIL X 6561), su cui cf. M. Kajava, Arctos
20, 1986, p. 59-71.

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 263

lia dimostrano che il cognome poteva essere in uso effettivo nelle fa-
miglie aristocratiche già nella seconda metà del IV secolo, e quello
di P. Cornelius Scapula fa vedere l’importanza di questi casi, in
quanto sembra confermare la tradizione annalistica relativa al co-
gnome del console corneliano del 328 (nei Fasti Capitolini quest’an-
no non è conservato).
Al lettore sarà diventato chiaro che personalmente non posso
condividere completamente il giudizio negativo riguardo all’autenti-
cità dei cognomi traditi per i magistrati del V e IV secolo 30. Si può
falsificare per vanità aristocratica qualche albero genealogico, ma
non si falsificano decine se non centinaia di nomi, gentilizi e cogno-
mi, di magistrati. Come ho già sottolineato, una parte dei cognomi
traditi per il V e IV secolo rappresenta aggiunte posteriori (e quelli
dei primi anni della repubblica saranno per lo più interpolazioni).
Visto il carattere facoltativo del cognome nella nomenclatura il suo
affermarsi nell’uso romano deve essere stato un processo piuttosto
lungo, e non si creda che in tutte le famiglie patrizie dell’età protore-
pubblicana il cognome sia diventato un elemento per così dire stabi-

30
Argomenti per l’autenticità di una buona parte dei cognomi della media
repubblica e anche di alcuni della parte più antica dei fasti sono molti. È mia in-
tenzione di trattare la questione nel libro dedicato all’onomastica senatoria, da
tempo in preparazione. Qui solo un paio di osservazioni oltre a quelle che figura-
no altrove in questo saggio : 1) L’inclusione di cognomi nei fasti si spiega con il
bisogno di escludere il sospetto sull’identità delle persone portanti lo stesso genti-
lizio, e questo bisogno non nacque soltanto verso la fine del IV secolo con la pre-
sunta redazione dei Fasti di Gneo Flavio, bensì molto prima; già il patriziato più
antico ha posseduto dei cognomi e li ha anche fatti mettere nei fasti più antichi
(bene su questo punto Beloch, Römische Geschichte, cit., p. 46 contro Momm-
sen). Del resto il giudizio del Mommsen è stato spesso frainteso su questo punto :
per es. in RF I, p. 48 non dice affatto che i cognomi del patriziato sarebbero delle
falsificazioni (così hanno capito le parole del Mommsen molti studiosi, per es.
A. Alföldi, Early Rome and the Latins, Ann Arbor, 1964, p. 82 sg.), egli parla solo
della «Schriftmässigkeit der Cognomina, die wenigstens bis in das fünfte Jh.
Roms zurückreicht». – 2) Il fatto che in Diodoro manchino spesso i cognomi dei
magistrati, non può essere usato come argomento per la supposizione che egli
avrebbe utilizzato una buona fonte antica, in cui i cognomi non erano segnalati,
come spesso affermato. G. Perl, Kritische Untersuchungen zu Diodors römischer
Jahreszählung, Berlino, 1957, ha dimostrato che i cognomi dei magistrati sono
sempre da postulare nella fonte di Diodoro (che era una lista di eponimi, la quale
dunque registrava i cognomi ed era scritta in latino); ma nella lunga serie dei tri-
buni consolari i cognomi furono omessi a causa dell’alto numero dei nomi e in
conseguenza anche i collegi consolari precedenti e successivi venivano da Diodo-
ro offerti senza cognomi. Perciò non si può tirare con A. Alföldi, Römische Früh-
geschichte, Heidelberg, 1976, p. 109 sg. la conclusione che Diodoro avrebbe chia-
mato in causa, per i tribuni consolari, un’altra, antica fonte. In ogni caso, l’usus
diodoriano non dice niente della mancanza del cognome nella nomenclatura dei
magistrati della prima età repubblicana.

.
264 HEIKKI SOLIN

le, né nell’uso interno della famiglia, né nella comunicazione orale,


né nell’uso pubblico scritto. I primi tipi di cognomi, come vedremo,
erano derivati da indicazioni di domicilio oppure nomignoli, so-
prannomi imposti in base a qualche peculiarità fisica o mentale.
Questi non furono all’inizio percepiti come un’autentica parte della
nomenclatura; solo gradualmente hanno attraversato una specie di
codificazione, hanno assunto il carattere di un nome vero e proprio,
e così gli annalisti o membri posteriori della stessa gens potevano in-
trodurli nei fasti anteriori. Ma accanto a tali casi, in cui il carattere
di un cognome vero e proprio si cristallizza solo più tardi, ce n’erano
altri che sembrano rappresentare cognomi per così dire autentici.
C’era anche, nelle grandi gentes, un bisogno di distinguere i membri
della stessa gens l’uno dall’altro, e siccome il numero dei prenomi in
uso nella nobiltà repubblicana divenne sempre minore 31, si fece ri-
corso a un nuovo elemento, utilizzando le indicazioni di domicilio o
i soprannomi e trasformandoli nomi veri e propri, vale a dire una
terza componente del nome romano, chiamato poi cognomen.
Cominciamo con casi che rappresentano cognomi non autenti-
ci, entrati nelle liste consolari furtivamente mediante interpolazio-
ne. Così si possono spiegare parecchi casi di cognomi doppi, giacché
il moltiplicarsi dei cognomi è estraneo alle condizioni semplici del V
secolo e comincia ad essere frequente soltanto nel periodo tardore-
pubblicano. In questo senso vanno intesi molti casi, in cui i cognomi
supplementari in realtà non sono altro se non tentativi di designare
il domicilio, come per esempio quelli di Inregillensis (?) e Inregillen-
sis Sabinus (la forma del primo cognome varia nei Fasti Capitolini e
nelle fonti letterarie) 32, cognomi aggiunti di vari consoli nella fami-
glia dei Claudii Crassi nella prima metà del V secolo, con due ritar-
datari nelle liste consolari intorno alla metà del IV secolo; dopo il
dittatore nel 337 non è più attestato, probabilmente suo figlio era il
grande Ap. Claudius Caecus 33. Ma Inregillensis non è soltanto inter-

31
O. Salomies, Die römischen Vornamen. Studien zur römischen Namenge-
bung, Helsinki, 1987, 19-60 ha raccolto in tutto 31 nomi attestati con certezza
come prenomi della nobiltà repubblicana. E anche di questi, alcuni sono attestati
solo raramente, cadendo con l’andar del tempo più e più in disuso.
32
In enciclopedie e manuali prosopografici si sceglie di solito la forma Inre-
gillensis, mentre Degrassi nella sua edizione in Inscr. It. XIII tende a scrivere Inri-
gillensis, quando il cognome (o almeno non la vocale della sua seconda sillaba)
non è conservato nella lapide; e in effetti nell’unico passo in cui questo cognome
è conservato, sotto 450 nell’elenco dei decemviri consulari imperio legibus scri-
bundis, è scritto Inrigill(ensis).
33
Sono il console del 495, il cui nome si crede suonasse nei Fasti Capitolini
(dove non è conservato) nella forma Ap. Claudius M. f. – n. Crassus(?) Inregillen-
sis (o Inrigillensis) Sabinus (il secondo cognome è tramandato solo nel Cronogra-

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 265

polazione, ma probabilmente anche una forma falsa : il cognome


dovrebbe derivare dall’origine – reale o fittizia – dei Claudii dal pae-
se nei Sabini 34, il cui vero nome era Regillum (Dion. Hal. 5, 40, 3.
Ap. Reg. 12; ex Regillis Suet. Tib. 1, 1), e non Inregillum come si legge
in Liv. 2, 16, 4 35 Il terzo cognome Sabinus sarà senz’altro un’interpo-
lazione dovuta al desiderio di mettere ancora più chiaramente in ri-
lievo l’origine della famiglia. Interessante – e anche unico nell’età re-
pubblicana – è il caso di Augurinus : i primi cinque auguri plebei
eletti per la prima volta secondo il regolamento della lex Ogulnia nel
300 a.C. erano P. Aelius Paetus, C. Genucius, C. Marcius Rutilus,
M. Minucius Faesus e T. Publilius (Liv. 10, 9, 2). Ora, il cognome
Augurinus è tramandato solo nella gens Genucia e nella gens Minu-
cia, per cui si può pensare che i due auguri C. Genucius (RE 3) e

fo dell’anno 354 come l’unico nome nella forma Inregiliensis; e il terzo cognome
Sabinus nei Fasti Idaziani e nel Chronicon Paschale come nome unico, nonché in
Dion. Hal. 6, 23 come unico cognome dopo ¶Appiov Klay¥diov); suo omonimo,
console nel 471 e 451, i cui nomi sono stati tramandati grosso modo in maniera
uguale (solo che il suo nome intero è conservato sotto 451 nei Fasti Capitolini, i
cognomi nella forma Crass. Inr[-]gill. Sabin. e che sotto 451 mancano le testimo-
nianze delle fonti letterarie); nello stesso modo viene trattato anche il nome del
console nel 460, solo che ha il prenome Gaius. Del IV secolo il console del 349
porta nei Fasti Capitolini due cognomi nella forma [Crass. I]nrigil[lens.], nel Cro-
nografo del 354, nei Fasti Idaziani, nel Chronicon Paschale e in Livio solo Cras-
sus, mentre in Cassiodoro compare solo con prenome e gentilizio; lo stesso viene
ricordato come dittatore nel 362 nei Fasti Capitolini con i due cognomi nella for-
ma [Cr]assus Inregillensis. E infine il cognome del dittatore nella guerra contro i
Sidicini nel 337 appare nella tradizione manoscritta di Liv. 8, 15, 5 in varie
forme : Inregillensis (adottata dagli editori), Regillensis, Regiliensis).
34
L’antenato dei Claudii, il sabino Att(i)us Clausus, migrò secondo la tradi-
zione a Roma nel 504. Sulla sua persona e sui suoi nomi da ultimo cf. B. J. Kava-
nagh, AHB 4, 1990, p. 129-132; su Clausus, che indubbiamente rappresenta un
elemento sabino, A. M. Keaney, Three Sabine nomina : Clausus, Consus, *Fisus,
Glotta 69, 1991, p. 202-214. – A. W. J. Holleman, The first Claudian at Rome, in
Historia 35, 1986, p. 377 sg. ritiene i Claudii una gens etrusca, ma il suo ragiona-
mento è debole.
35
La tradizione manoscritta è confusa (i codici dei Simmachi hanno avuto
cnregillo o simili), Inregillo è emendazione del Weissenborn, e così stava probabil-
mente nel testo di Livio. Ma il toponimo Inregillum potrebbe essere nato da una
sbagliata identificazione dei due cognomi di un Claudius da parte di uno studio-
so, dovuta forse a un malinteso di sciogliere CRASSIN zREGILL con Crass. Inre-
gill. nei fasti del 451 e 450 (Livio ha quindi usato questa fonte non molto antica).
Questa idea risale al Mommsen, CIL I2 p. 32 su 392 a.u.c., idea geniale, anche se il
cognome Crassinus è altrimenti ignoto nell’onomastica senatoria (e anche per il
resto rarissimo), ma cf., dell’età protorepubblicana, per es. Mamercus > Mamerci-
nus. E poi cognomi molto brevi non venivano abbreviati. In ogni caso un toponi-
mo Inregillum e un etnico Inregillensis sarebbero quanto mai sorprendenti e mol-
to poco plausibili. Troppo fiducioso H. Gähwiler, Das lateinische Suffix -ensis,
Diss. Zurigo 1962, p. 27.

.
266 HEIKKI SOLIN

M. Minucius Faesus (RE 42) abbiano trasmesso Augurinus ai loro


posteri (nel nome di loro non è attestato), e infatti compare come
cognome di due monetali che forse erano fratelli 36, C. Minucius Au-
gurinus (135 a.C. : Crawford, RRC p. 273 n. 242) e Ti. Minucius Au-
gurinus (134 a.C. : Crawford, RRC p. 275 n. 243); nelle loro monete
è rappresentato l’augure del 300, per cui è chiaro che loro hanno
avuto il cognome in ricordo dell’augurato di Faesus 37. Ma Augurinus
compare anche nell’onomastica di altri Genucii e Minucii più anti-
chi, addirittura patrizii, ricordati nei fasti tra 451-396 e 497-305 ri-
spettivamente 38. Ora è impossibile che un Genucio o un Minucio
avrebbe potuto portare Augurinus prima del 300, per cui tutte le at-
testazioni di questo cognome tramandate nei Fasti per il V e IV seco-
lo devono per forza essere interpolazioni 39. In altri casi la presenza
di cognomi doppi nei Fasti Capitolini può spiegarsi ipotizzando che
il compilatore dei Fasti combinasse due cognomi che aveva trovato
in due fonti divergenti di liste consolari; così la sequenza P. Volum-
nius M. f. M. n. Amintin(us) Gallus nel nome del console del 461, fu
combinata da Amentinus nella versione seguita da Diodoro (e il Cro-
nografo del 354) e Gallus nella versione di Idazio e del Chronicon Pa-
schale (Livio ricorda il console senza cognomi) 40. Di questi, Aminti-
nus potrebbe essere autentico (era nato dall’indicazione del domici-
lio) 41, ma certo non Gallus : è escluso che in quel periodo i Romani
potessero aver avuto con i Galli rapporti tali da causare l’adozione del

36
Anche C. Minucius Augurinus, tribuno della plebe nel 184, forse loro
padre o nonno, portava lo stesso cognome.
37
Per i discendenti dell’augure C. Genucius il cognome non è attestato, forse
perché la famiglia si è estinta presto.
38
Cn. Genucius Augurinus, tribuno militare nel 399 (Augurinus compare nei
Fasti Capitolini e nel Cronografo del 354); M. Genucius Augurinus, console nel
445 (l’anno manca nei Fasti Capitolini; Augurinus compare solo nel Cronografo
del 354); T. Genucius Augurinus, console nel 451 (Augurinus compare nei Fasti
Capitolini e nel Cronografo del 354); M. Minucius Augurinus, console nel 497 e
491 (i due anni mancano nei Fasti Capitolini; Augurinus compare nel Cronografo
del 354, nei Fasti Idaziani e nel Chronicon Paschale); P. Minucius Augurinus,
console nel 492 (parimenti); Ti. Minucius Augurinus, console nel 305 (Augurinus
integrato nei Fasti Capitolini; compare nel Cronografo del 354). Per quanto ri-
guarda gli storiografi romani, Augurinus manca sempre per es. in Livio.
39
Per primo notato da Th. Mommsen nel suo classico saggio Die römischen
Eigennamen der republikanischen und augusteischen Zeit, in Römische Forschun-
gen, I, Berlino, 1864, p. 65-68 (d’ora in poi abbreviato come RF).
40
Questa possibilità è stata considerata da C. Cichorius, De fastis consulari-
bus, cit. p. 229-232, e Fr. Cornelius, Untersuchungen zur frühen römischen Ges-
chichte, Monaco, 1940, p. 9-11.
41
Ma W. Schulze, Zur Geschichte lateinischer Eigennamen, Berlino, 1904
(d’ora in poi abbreviato ZGLE), p. 259 ritiene Amintinus etrusco. Cf. anche
H. Rix, Das etruskische Cognomen, Wiesbaden 1963, p. 176.

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 267

cognome Gallus nell’onomastica romana (inoltre i Volumnii erano


una gens etrusca), e neanche la derivazione da gallus sembra molto
plausibile, benché nomi di animali non siano ignoti nell’onomastica
senatoria dell’età repubblicana, come dimostra per esempio Lupus.
Anche molti cognomi unici sono aggiunte posteriori, entrate
nelle liste da parte dell’annalistica o della tradizione familiare. Già il
cognome del fondatore della repubblica ne offre un esempio chiaro.
Prescindendo dalla storicità della sua persona molto discussa, non
sappiamo neppure con certezza come e quando Brutus sia stato as-
sociato al nome del primo console. Ci sono due strade opposte per
spiegare lo stato delle cose. Il cognome potrebbe essere invenzione
della tradizione annalistica soltanto in un momento successivo, in
base alla leggenda che egli, per salvare la pelle, aveva fatto finta di
essere brutus. Ma anche se così fosse, non sapremmo con certezza
quando fosse introdotto questo cognome che compare più tardi, dal-
la fine del III secolo in poi 42, come cognome ereditario del ramo dei
Iunii Bruti che, diversamente dal primo console, erano plebei 43. In
tal caso essi avrebbero adottato Brutus dalla tradizione annalistica,
anche se i dettagli del momento e del modo della ripresa di questo
cognome, praticamente non usato al di fuori della gens Iunia, reste-
rebbero oscuri. Ma di solito l’introduzione del cognome viene spie-
gata in maniera opposta : era il cognome Brutus a dare la spinta alla
leggenda della pazzia di Bruto 44. Ma chi avrebbe in tal caso il prima-
to sul cognome, il fondatore della repubblica o i Iunii Bruti plebei?
Si potrebbe cercare il punto di partenza nei Iunii plebei che avevano
adottato, entro la seconda parte del IV secolo, Brutus come cogno-
me, presto diventato ereditario. Questo cognome è formato dall’ag-
gettivo dialettale brutus che di origine aveva il significato di ‘pesante’
(Paul. Fest. p. 31 brutum antiqui gravem dicebant; cf. anche il preno-
me osco Brutulus : Liv. 8, 39, 12 Brutulus Papius), e sarebbe origina-

42
A parte sta un peculiare sosia plebeo del primo console L. Iunius Brutus,
tribuno della plebe nel 493 (RE 47), introdotto ed elaborato da Dion. Hal. 6, 70, 1.
43
L’origine dei Iunii Bruti dal fondatore della repubblica, propagata soprat-
tutto dagli assassini di Cesare Marco e Decimo Bruto (Cic. Att. 13, 40, 1), era mol-
to discussa già nell’antichità, come emerge da Plut. Brut. 1, 6-8. Marco divenne
del resto tramite adozione patrizio prendendo il nome Q. Caepio Brutus (su ciò
da ultimo R. Syme, JRS 34, 1944, p. 101 sg. = Roman Papers I 167 sg. e Historia 7,
1958, p. 176 = Roman Papers I p. 365).
44
In effetti, questa è la spiegazione corrente a partire da B. G. Niebuhr, Rö-
mische Geschichte I, Berlino, 1811, p. 541; così, tra gli altri, Th. Mommsen, Rö-
mische Geschichte, I, Berlino, 1854, p. 246; De Sanctis, Storia dei Romani, cit. I2,
p. 402; W. Schur, RE Suppl. V, 1931, col. 369; Alföldi, Early Rome, cit., p. 83; Id.,
Les cognomina, cit. p. 721; K.-W. Welwei, Lucius Iunius Brutus – ein fiktiver Re-
volutionsheld, in J. Hölkeskamp und E. Stein-Hölkeskamp (a cura di), Von Ro-
mulus zu Augustus. Grosse Gestalten der römischen Republik, Monaco, 2000,
p. 50 sg.

.
268 HEIKKI SOLIN

riamente stato un soprannome, caratteristico dei cognomi dell’età


repubblicana. I Iunii Bruti plebei che erano una gens influente alla
fine del IV secolo – penso per esempio al potente C. Iunius Brutus
Bubulcus, console nel 317, 313 e 311 e dittatore nel 312 – avrebbero
fatto costruire un albero genealogico, mettendo alla sua testa Lucio
Bruto come fittizio capostipite patrizio; e nel II secolo Lucio Accio,
il cui protettore era D. Iunius Brutus Callaicus, esaltava nella trage-
dia Brutus (p. 236-239 Dangel) con elementi della storia di Bruto e
Lucrezia la tradizione familiare dei Iunii Bruti; e un poco più tardi
Posidonio sottolineava allo stesso modo la discendenza dei Iunii
Bruti plebei dal primo console (F 256 Edelstein – Kidd = 129 Theiler
da Plut. Brut. 1, 7). Brutus, diventato in un ramo plebeo della gens
Iunia un cognome ereditario, forse senza connotazione peggiorati-
va, avrebbe dunque dato la spinta a legare i Bruti contemporanei
con la gloriosa storia dell’inizio della repubblica. Questa spiegazione
si presta bene, indipendentemente dal giudizio sulla storicità della
persona di Lucio Bruto, se vi si vede anche un briciolo di verità o se
si ritiene l’intera storia di Lucio Bruto costruzione realizzata ad ope-
ra dei Bruti plebei 45. – Un caso analogo, in cui dunque il cognome dà
l’avvio a una leggenda, potrebbe scorgersi nel cognome Caecus del
censore Appio Claudio, anche se secondo gli antichi egli avrebbe
avuto il cognome per la sua cecità (Plut. Pyrrh. 19; Liv. 9, 29,11,
ecc.) 46. La decisione non è facile. In favore dell’opinione corrente po-
trebbe militare il fatto che Frontino aq. 5,1 lo chiama «censore Ap-
pio Claudio Crasso poi soprannominato Cieco»; egli avrebbe dun-
que in origine portato il cognome tradizionale di un ramo dei Clau-
dii, cioè Crassus, che sarebbe stato sostituito con Caecus in base alla

In ogni caso mi sembra che Brutus sia fin dalle sue prime attestazioni
45

(console nel 325) cognome autentico, imposto originariamente a un gentile dei


Iunii che forse era più grasso del solito. Alföldi, Early Rome, cit. p. 83 spiega l’in-
troduzione di Brutus in un modo inutilmente complicato : questo cognome sa-
rebbe stato inserito nei Fasti furtivamente verso la fine del IV secolo, e i Iunii
Bruti avrebbero cercato di diminuire il suo carattere derisorio inventando la sto-
ria di Lucio Bruto.
46
Cf. ThlL Onom. II, col. 18, 17-33. Il parere degli antichi è condiviso dalla
maggioranza degli studiosi moderni, da ultimo, a mo’ d’esempio uno storico :
B. Linke, Appius Claudius Caecus – ein Leben in Zeiten des Umbruchs, in Von Ro-
mulus zu Augustus. Grosse Gestalten der römischen Republik, Monaco, 2000,
p. 69; un linguista : H. Rix, Das etruskische Cognomen, Wiesbaden, 1963, p. 227
(e l’etr. ceice sarebbe prestito dal latino). Anche I. Kajanto, The Latin Cognomina,
Helsinki, 1965, p. 238, deriva Caecus dall’aggettivo caecus citando un paio di altre
attestazioni, che restano tuttavia molto incerte. Ed Etcheto, Cognomen et apparte-
nanca familiale, cit. nt. 6, p. 460 sg. difende energicamente questa asserzione. –
Un elenco di varie forme del nome del censore in R. A. Bauman, ZSS 108, 1991,
p. 3 sg., ma senza prendere posizione (in genere si tratta di un contributo assai
deludente).

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 269

sua infermità della vecchiaia; ciò troverebbe ulteriore conferma nel


fatto che Caecus non compare più tardi nella famiglia (ma neanche
Crassus compare più!) 47. Ma è possibile che Frontino si sia confuso
in qualche modo, trasmettendo il cognome del padre del censore al
figlio, giacché sarebbe peculiare che solo Frontino avrebbe conser-
vato il ricordo del cambiamento del cognome nel nome del censore.
L’imposizione di Caecus sarebbe avvenuta nel quadro generale del-
l’evoluzione del cognome nel IV secolo, quando in luogo di vecchi
cognomi tradizionali entrano nuovi cognomi personali 48 ; di questo
appunto il cambiamento da Crassus a Caecus sarebbe un esempio. E
poi non si capisce come mai il censore avrebbe deposto il cognome
tradizionale Crassus in favore di uno che aveva una chiara connota-
zione peggiorativa (sarebbe quindi, secondo il ragionamento rappre-
sentato dall’Alföldi, stato imposto dalla plebe?). Io penso che Caecus
era il suo cognome originario che avrebbe dato l’origine alla storia
della sua cecità 49. Sul cognome cf. Caecina, Caecius, ecc.; Caecus sa-
rebbe dunque di origine etrusca. Un fatto tuttavia potrebbe far pen-
sare che Caecus era, dopo tutto, stato imposto al censore per la in-
fermità, e quindi non compare più nell’onomastica della sua discen-
denza. Ma si può confrontare un altro caso : il cognome di suo figlio
Ap. Claudius Russus, console nel 268, non compare più dopo di lui.
Ora Russus possiede una connotazione negativa (cf. infra p. 35), e
per questo motivo forse non fu imposto più nella sua famiglia; era
dunque un cognome strettamente individuale. Per quanto riguarda
Caecus, esso poteva facilmente essere interpretato già dai parenti
contemporanei del censore in senso negativo e perciò si evitava di
darlo ai suoi discendenti.
Si è quindi visto che una parte dei cognomi attestati per i magi-
strati del periodo protorepubblicano può rappresentare tradizione
sana. Prescindo qui dalla discussione del difficile problema in meri-
to al rapporto tra patrizi e plebei, ma che il sommo magistrato re-
pubblicano, il consolato (come si suole chiamarlo), fosse stato per
lungo tempo monopolio del patriziato, come afferma la tradizione
letteraria, è tuttora controverso 50 ; non è neanche qui il caso di discu-
tere il problema se i cognomi delle più antiche famiglie plebee siano
tutti da considerare interpolazioni 51. Concentriamoci sulla questione

47
Questo viene sottolineato da Etcheto.
48
Questo aspetto è stato bene elaborato da Etcheto, solo che lui arriva, in
questo particolare caso, a un risultato opposto.
49
Così anche Beloch, Römische Geschichte, cit., p. 49.
50
Sui plebei in generale da ultimo J. von Ungern-Sternberg, KlP 9, 2000,
col. 1124-1127 (nella sua bibliografia aggiungi R. E. Mitchell, Patricians and Ple-
beians. The origin of the Roman State, Ithaca-London, 1990, un libro peraltro as-
sai discusso).
51
Beloch, Römische Geschichte, cit., p. 50 voleva impugnare i cognomi delle

.
270 HEIKKI SOLIN

dell’attendibilità dei cognomi nel patriziato nel V e IV secolo. Ci so-


no alcuni argomenti che militano in favore dell’età abbastanza re-
mota dell’introduzione dei cognomi in famiglie patrizie. La redazio-
ne originale dei Fasti consolari potrebbe risalire alla fine del III se-
colo a.C., se la si connette con l’inizio dell’annalistica romana 52, o
anche alla fine del IV secolo se è stato Gneo Flavio ad introdurli nel
calendario – ma sappiamo troppo poco della sua opera sotto questo
aspetto 53. Ma non sappiamo quando i cognomi siano apparsi la pri-
ma volta nella lista dei magistrati, e quando abbiano cominciato ad
essere inclusi in maniera più sistematica, se nell’eventuale redazione
dei Fasti ad opera di Gneo Flavio o, in alternativa, dei più antichi
annalisti, o ancora più tardi 54. Ma quale che sia la verità, sembra
escluso che ci sia stato, verso la fine del IV o nel III secolo, a Roma
un erudito che avrebbe potuto inventare tutti questi cognomi, molti
dei quali erano o sconosciuti o molto rari in tempi posteriori, per es.
Ahala con Axilla dei Servilii, Ambustus dei Fabii, Caeliomontanus,
Cicurinus, Fusus, Lanatus, Pulvillus, Rocus, Structus, Tricipitinus,
Tricostus, Tubertus, Vibulanus, Vicellinus 55, tutti attestati per il pe-

famiglie con gentilizi plebei che sarebbero senza eccezione interpolati. Ma egli
stesso deve ammettere (p. 51) che i cognomi traditi per i tribuni militari plebei
degli anni 400, 399 e 396 possono essere autentici. – Un caso sicuro di un co-
gnome interpolato in una gens plebea è Longus, aggiunto nei Fasti Capitolini al
nome di C. Duilius K. f. K. n., tribuno militare nel 399 (Longus viene inoltre inte-
grato negli stessi Fasti Capitolini nel nome del decemviro 450 K. Duilius, ma cf.
supra nt. 28). Che Longus sia interpolato, risulta già dal fatto che i Duilii erano
una gens priva dei cognomi.
52
Questa datazione è propugnata da Beloch, Römische Geschichte, cit., p. 48
(ma a p. 46 si esprime in modo un po’ ambiguo).
53
Quel poco che si sa della produzione di Gneo Flavio è stato ultimamente
analizzato da J. G. Wolf, Die literarische Überlieferung der Publikation der Fasten
und Legisaktionen durch Gnaeus Flavius, in Nachrichten Akad. Göttingen, Philol.-
hist. Klasse 1980, 2, p. 9-29, il quale tuttavia non tocca la questione del carattere
dei suoi fasti, che non risulta dalle testimonianze pervenute fino a noi, ma non è
escluso che egli abbia elencato, accanto al calendario, anche nomi dei consoli.
Mommsen, Römische Chronologie, Berlino, 18592, p. 208-211 mette la prima reda-
zione dei fasti alla fine, se non alla metà del IV secolo. A Gneo Flavio come il pri-
mo redattore dei Fasti consolari pensano anche per es. De Sanctis, Storia dei Ro-
mani I2, cit. p. 3 sg.; Alföldi, Early Rome and the Latins, cit., p. 167, 217; Id., Les
cognomina, cit., p. 721; Id., Römische Frühgeschichte. Kritik und Forschung seit
1964, Heidelberg, 1976, p. 101; K. Hanell, Probleme der römischen Fasti, in Les ori-
gines de la République romaine, 1967, cit., p. 188; L. Loreto, La censura di Appio
Claudio, l’edilità di Cn. Flavio e la razionalizzazione delle strutture interne dello sta-
to romano, in A & R n.s. 36, 1991, p. 199.
54
Ai Fasti di Gneo Flavio pensa, come abbiamo visto, Alföldi, Les cognomi-
na, cit., p. 721 sg; alla fine del III secolo Beloch, Römische Geschichte, cit., p. 48 e
Kajanto, On the Chronology of the Cognomen, cit., p. 65. Una datazione tardore-
pubblicana viene propugnata da Cichorius, De fastis consularibus, cit., p. 258 e
passim.
55
Ma la forma di questo nome, attestato solo come cognome del console del

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 271

riodo prima del 460. Diversamente va giudicato il tipo Vulso 56, atte-
stato sì solo nella gens Manlia a partire dal 474, ma poiché l’uso del
cognome si protrae fino al console del 178, è possibile che i redattori
dei fasti l’abbiano aggiunto al nome dei Manlii del V secolo in base
al cognome del console del 178, naturalmente autentico. Ma questi
cognomi come vanno giudicati nel quadro generale dell’onomastica
aristocratica del V e IV secolo? Come si sa, la storia della prima me-
tà del V secolo contiene materiale leggendario, comprese le interpo-
lazioni dei fasti. Già per questo ci si potrebbe chiedere come stia la
situazione riguardo all’attendibilità dei nomi, in questo specifico ca-
so dei cognomi dei magistrati, se la critica tende a ritenere le notizie
tramandate sulla loro vita una mescolanza di tratti leggendari e sto-
rici. Prendiamo come esempio P. Valerius Poplicola e M. Horatius
Pulvillus, tramandati come consoli negli stessi anni 509 e 508. An-
che se la cronologia tradizionale della repubblica è, a mio parere, in
sostanza sana, gli ultimi anni del VI secolo e i primi del V sono tutta-

502, del 493 e del 485 Sp. Cassius, non è certa; Degrassi integra nell’edizione dei
fasti, in cui non è conservato in alcun luogo, sempre Vicellinus, mentre per es.
Münzer, RE III, col. 1749, n. 9 esita fra Vecellinus e Vicellinus (così anche Degras-
si, Inscr. It. XIII 1, p. 536 nel commento dei Fasti trionfali su 502; ma nell’edi-
zione scrive constantemente Vic-); Broughton, MRR I, p. 8 e W. Eder, KlP 2, col.
1011 da parte loro preferiscono la forma Vecellinus (ma in KlP 12, 2, col. 182 si
scrive Vicellinus!). Ma negli autori antichi il cognome riceve tutt’altre forme, Ve-
cellinus o Vicellinus non essendo tradite da nessuna parte. Non ho fatto ricerche
per chiarire da dove provengano queste due forme preferite (ma il primo a vedere
che le forme tradite nelle fonti letterarie sono corrotte, sembra essere stato
Mommsen, RF I p. 107, 82. II p. 153, 2). A mio parere la forma originaria del co-
gnome non può essere stabilita con definitiva certezza, anche perché la sua deri-
vazione non è certa. Kajanto, The Latin Cognomina, cit., p. 163 lo fa derivare dal
gentilizio Vicellius. Ma se la forma del suo nome rappresenta una tradizione anti-
ca (come sembra essere il caso della sua persona), non lo deriverei in prima is-
tanza da un gentilizio, poiché cognomi derivati da gentilizi vengono in uso note-
volmente più tardi (fatta eccezione di Aquilinus, cognome di T. Herminius o Her-
menius, console nel 506, un caso problematico [a causa dell’origine etrusca
potrebbe avere qualche rapporto con gli Aquillii etruschi, sui quali vedi nt. 99], i
primi cognomi derivati da gentilizi con il suffisso -inus sono Caesoninus e Spuri-
nus nel II secolo). Perché non potrebbe celarsi dietro questo cognome un toponi-
mo non attestato? Questo è anche il parere di J. Reichmuth, Die lateinischen Gen-
tilicia, cit., p. 51. Ma quale toponimo? L’unico punto di riferimento anche un po’
plausibile sarebbe il monte Vecilius, attestato solo in Liv. 3, 50, 1, che dovrebbe
essere, giudicando dal contesto di Livio, una sommità del monte Algidus, odierno
Artemisio a nord di Velletri (cf. R. M. Ogilvie, A Commentary on Livy. Books 1-5,
Oxford, 1965, p. 489 il quale tuttavia dubita dell’attribuzione alla zona di Algidus,
perché il gentilizio Vecilius sarebbe etrusco!). Se questo accostamento coglie nel
segno, allora la forma giusta suonerebbe più o meno Vecellinus o Vecil(l)inus.
56
Non importa per il nostro argomento se di origine etrusca o no (manca in
Latin Cognomina del Kajanto). Un Volso in Sil. It. 10, 142, ma si tratta di una per-
sona fittizia. Cf. inoltre de Volsonibus nei Fasti trionfali del 294 invece di de Vulsi-
niensibus nei Fasti trionfali del 280 e del 264.

.
272 HEIKKI SOLIN

via suscettibili di interpolazioni. E infatti i due consolati comuni di


Poplicola e Pulvillus ricordano in modo sospetto il famoso consolato
valerio-oraziano del 449, e ne costituiranno un doppione 57. Ma que-
sto non toglie il problema della nascita di Pulvillus, non attestato
più, dopo il tribuno militare del 386. Diverso il caso di Poplicola :
poiché il nome si conosce in altre genti dell’età repubblicana in cir-
costanze certamente autentiche, non sappiamo se era mai stato in
uso nella gens Valeria durante il periodo protorepubblicano. Il co-
gnome venne attaccato al nome del grande condottiere dalla tradi-
zione storiografica non so quando, ed è ben possibile che tutti i Va-
lerii Poplicolae repubblicani abbiano avuto il loro cognome pià tardi
attaccato al loro nome in base al modello del console del 509; ma è
altrettanto possibile che un Valerio del V o IV secolo abbia avuto il
suo cognome già durante la sua vita 58. Molto dipende dall’interpreta-
zione di Poplicola, di cui ci occuperemo più avanti.
Ma torniamo su questi nomi che scompaiono presto dall’ono-
mastica romana. Come già detto, non sembra possibile che un eru-
dito o redattore di fasti del IV o III secolo avesse potuto inventarli
tutti. Per forza devono essere sia genuini che originari, conservati
negli archivi delle case nobili, negli elogi delle famiglie, nelle memo-
rie di vario genere e anche per mezzo di tradizione orale 59. E ora esa-
miniamo, con alcuni esempi, se taluni di questi nomi possano dav-
vero rivelarsi campioni genuini del V o IV secolo. Cominciamo con
Ahala / Axilla, attestati per parecchi membri della gens Servilia. Aha-
la compare nella tradizione la prima volta nel nome del console del
478 C. Servilius Structus Ahala (RE 87) 60, come tradito nei Fasti Ca-
pitolini 61, per poi apparire altre cinque volte nel V e IV secolo; l’ulti-
mo a portarlo era Q. Servilius Ahala, console negli anni 365, 362 e
nel 342, dittatore nel 360 e capo della cavalleria nel 351. Axilla da
parte sua è nei Fasti Capitolini cognome del tribuno militare (419-

57
Ma Münzer, RE VIII, 1913, col. 2404 n. 15 sembra ritenere attendibili i loro
consolati.
58
Secondo F. Cornelius, Untersuchungen zur frühen römischen Geschichte,
cit. nt. 40, p. 123 sarebbe stato dato per la prima volta al console del 460 come co-
gnomen ex virtute, e posticipatamente al console del 509.
59
Su quest’ultimo aspetto J. von Ungern-Sternberg, Überlegungen zur frühen
römischen Überlieferung im Lichte der Oral-Tradition-Forschung, in J. von Un-
gern-Sternberg e H. Reinau (a cura di), Vergangenheit in mündlicher Überliefe-
rung, Stoccarda, 1988 (Colloquium Rauricum 1), p. 237-265; U. W. Scholz, WJA
24, 2000, p. 145.
60
Invece il console nel 476 porta nei Fasti Capitolini il solo cognome Struc-
tus (la fine della riga è conservata).
61
Degrassi, Inscr. It. XIII 1, p. 356 omette per mera svista Ahala, che sta nella
lapide; Münzer in RE da parte sua, oltre a omettere anch’egli Ahala, scambia i
prenomi C. e Sp. tra i consoli del 478 e 476; anche qui si tratterà di una mera
svista.

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 273

417) e del capo della cavalleria nel 418 62, ma probabilmente lo stesso,
una persona energica del tempo, è il console del 427, il cui nome,
Livio (4, 30, 12) rende nella forma C. Servilius Ahala (il suo anno
manca nei Fasti Capitolini; ma poiché è chiamato dal Cronografo
del 354 Structus, Degrassi lo ritiene un Servilius Structus Ahala) 63.
Ora io vorrei spiegare lo stato delle cose in modo diverso da quanto
è accaduto finora. Prendo le mosse dall’osservazione che Axilla sia
una forma secondaria e invenzione dell’annalistica, mentre Ahala
rappresenterebbe una tradizione sana (questa grafia si trova, oltre
che nei Fasti Capitolini, nelle monete di Marco Bruto del 54 a.C.,
sotto la testa di C. Servilius Ahala, capo della cavalleria nel 439 :
Crawford, RRC p. 455 n. 433) 64 ; così potrebbe essere chiamato uno
dei Servilii Ahalae del IV secolo. Ahala è un nome che non si conosce
nell’onomastica romana dopo il suddetto Q. Servilius Ahala, console
la prima volta nel 365. Queste due forme vengono di solito ritenute
varianti dello stesso nome 65. Ahala, viene considerato in base a Cic.
or. 153 (quo enim vester 66 Axilla Ala factus est nisi fuga litterae vastio-
ris?) più recente 67 ; ma dal punto di vista della storia della lingua l’os-
servazione è senza valore. Sembra che si tratti di due nomi diversi e
che quindi Ahala e Axilla vadano tenuti distinti. Quest’ultimo è for-
mato da axilla ‘ascella’. È vero che in Ahala è stata vista una grafia
con h intervocalica di ala 68, di cui axilla è diminutivo. Ciò non è
escluso, ma può trattarsi anche di un vecchio nome forse con una
grafia di apparenza dialettale (cf. il prenome umbro Ahal Vetter 230
= Rix Um 16). Si potrebbe vedere la storia del cognome serviliano in
questo modo : Ahala era un antico cognome della gens Servilia, men-

62
Il cronografo del 354 ha invece Structus. Cf. ancora Liv. 4, 45, 5 C. Servi-
lium Prisci filium nella lista dei tribuni militari; e 4, 46, 10-12 Q. Servilius Priscus
... magistro equitum creato, a quo ipse tribuno militum dictator erat dictus, filio –
ut tradidere quidam; nam alii Ahalam Servilium magistrum equitum eo anno
fuisse scribunt –. Münzer (vedi la nota seguente) ha cercato di chiarire le varie
forme del nome del tribuno e del console del 427 che lui – a ragione – ritiene una
stessa persona pensando che la giusta forma del suo nome nella tradizione fosse
C. Servilius Axilla (naturalmente ritiene tutti i cognomi interpolazioni).
63
Cf. Fr. Münzer, RE II A, col. 1773-1775 n. 37 il quale ha visto che console e
tribuno sono lo stesso personaggio influente. D’accordo Broughton, MRR I, p. 66,
71-73.
64
Sulle monete M. Gutgesell, Die Münzpropaganda des Brutus im Jahre 54
v.Chr., in Numismatisches Nachrichtenblatt 46, 1997, p. 223-228.
65
Con la lodevole eccezione dei commentatori dell’Orator ciceroniano quali
Sandys e Kroll.
66
Vester perché la madre di Bruto, Servilia contava nei suoi antenati il capo
della cavalleria del 439 C. Servilius Ahala.
67
Così Fr. Münzer, RE II A, 1923, col. 1768.
68
Leumann, Lateinische Laut- und Formenlehre, Monaco, 19772, p. 174.

.
274 HEIKKI SOLIN

tre Axilla sarebbe invenzione dell’annalistica nella storia tramandata


da Cincio Alimento (F 6 P = 8 Chassignet) e Calpurnio Pisone (F 24
P = 26 Chassignet), conservata in Dion. Hal. 12, 4, 2-5, secondo cui
C. Servilius avrebbe ucciso Sp. Maelius con un pugnale che portava
sotto l’ascella e sarebbe perciò stato soprannominato Ahala : eßk toy¥-
toy thùn eßpwnymı¥an toùn ¶Alan ayßt√ teuh̃nai le¥goysin, o™ti toù jı¥fov e¶xwn
yßpoù ma¥lhv h®luen eßpıù toùn a¶ndra. a¶lav gaùr kaloỹsi Rwmaı̃oi taùv ma¥-
lav 69 ; d’altra parte si è voluto interpretare questo racconto come un
mito eziologico destinato a spiegare il cognome 70, ma in tal caso gli
annalisti avrebbero dovuto intendere questo senso del cognome. Ti-
rando le somme, mi sembra difficile credere che l’annalistica abbia
potuto inventare Ahala, se è lecito vedervi un nome diverso da Axilla.
E poi Pulvillus, caso complicatissimo. Prescindendo dalla stori-
cità di M. Horatius Pulvillus, console nel 509 e nel 507, di cui supra,
anche gli altri due Pulvilli ricordati dalla tradizione pongono proble-
mi. I nomi del console nel 477 e nel 457 (probabilmente lo stesso at-
testato come augure nel 453), a cominciare dal prenome, sono dati
nelle fonti con grande confusione (vedi RE 13). Il tribuno militare
del 386 L. Horatius Pulvillus, ricordato soltanto da Liv. 6, 6, 3 (ma
mancante in Diodoro) 71, da parte sua è personaggio sospetto (cf. RE
14). Il cognome Pulvillus, ricordato la prima volta da Cic. dom. 139
(la tradizione manoscritta non pone problemi), è enigmatico. Il so-
stantivo pulvillus, diminutivo di pulvinus, significa ‘cuscino, guan-
cialetto’, ma è oscuro come da esso sarebbe derivato il cognome 72.
Un nomignolo o soprannome, imposto a un Horatius per un motivo
che ci sfugge? Dunque un soprannome caratteristico dell’onomasti-
ca aristocratica? O deformazione di un altro cognome di origine
oscura? In ogni caso mi sembra difficile ammettere che la tradizio-
ne annalistica lo abbia inventato in base al significato di pulvillus.
Diversamente va giudicato Ambustus, attestato nella gens Fabia
dal 406 al 315 (RE 39-48). Questo cognome attribuito ai Fabii più re-
centi deve essere autentico, imposto in base a un’ustione o qualcosa
di simile 73 ; può essere aggiunto più tardi al nome del tribuno milita-
re del 406, ma in linea di massima potrebbe essere autentico anche
in questo caso.

69
Si suole scrivere nelle edizioni, enciclopedie e dizionari ¶Alan, ma non sa-
rebbe preferibile accentuare ¶Alan, o piuttosto lasciar perdere l’accento?
70
Così G. De Sanctis, Storia dei Romani, II2, Firenze, 1960, p. 14 sg.
71
Senza cognome ancora 6, 6, 14. 9, 6.
72
Alföldi, Les cognomina, cit., p. 718 lo spiega come «oreiller, qualification
pour efféminé», ma nei racconti traditi degli Horatii Pulvilli non c’è niente di ef-
feminato.
73
Cf. Fr. Münzer, RE VI, 1909, col. 1750.

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 275

Ancora un tipo diverso è rappresentato da Rocus, noto soltanto


dal nome del console del 455 T. Romilius Rocus Vaticanus. Sembre-
rebbe essere un antico nome individuale di etimologia ignota (di ori-
gine etrusca, per la sua provenienza dall’agro Vaticano?) e la base del
gentilizio Rocius, attestato fin dal II secolo a.C. (CIL I2 257 da Prae-
neste, 1147 da Roma; dell’anno 47 a.C. CIL I2 777 da Pompei 74). Se
così è, la storicità di Rocus (questa forma è conservata solo nei Fasti
Capitolini; le fonti letterarie hanno Rog-) aumenta di plausibilità.
Ora vorrei passare a fare qualche osservazione sull’insieme del
repertorio dei cognomi dell’aristocrazia repubblicana. Sono in pri-
mo luogo due i filoni che vorrei seguire : cercare eventuali modelli
per l’uso romano ed i primi tipi di cognomi romani dal punto di vi-
sta semasiologico.
Per quanto riguarda eventuali modelli per l’introduzione del co-
gnome a Roma, l’unica lingua che qui verrebbe in questione, sareb-
be l’etrusco; nelle altre lingue italiche o il cognome non viene affatto
usato (l’umbro), o occupa un posto molto marginale (il falisco, il pe-
ligno, l’osco). Anche l’etrusco conosce il cognome che per di più ha
la stessa funzione doppia che nel latino, quella di cognome di fami-
glia e di cognome individuale. Ma il cognome romano può essere
stato introdotto sulla base dell’etrusco o no? Questa è una difficile
domanda a cui non è facile dare risposta definitiva. I primi cognomi
etruschi si trovano nelle iscrizioni orvietane del VI/V secolo, ma la
penuria di epigrafi tra la metà del V e la fine del IV secolo ci impedi-
sce di avere un quadro dettagliato dello sviluppo di questo usus. Poi
all’inizio del III secolo il sistema classico con il cognome si affermò
in tutta la sua molteplicità e abbondanza 75. Questa evoluzione sem-
bra essersi svolta più o meno contemporaneamente a Roma e nell’E-
truria, senza un primato dell’una o dell’altra 76. Se gli Etruschi hanno
attinto dagli Italici il sistema del nome gentilizio, d’altra parte gli
Etruschi hanno sviluppato fortemente questo sistema che ben si ad-
diceva ai loro ordinamenti aristocratici 77. Ma il cognome sarà entra-

74
Di lettura non del tutto certa; è tramandato RO.IVS che può essere inte-
grato in vari modi : Rogius, Ronius, anche Roius.
75
Cf. H. Rix, Etruskische Personennamen, in Namenforschung. Ein interna-
tionales Handbuch zur Onomastik, 1, Berlino-New York, 1995, p. 722. Rix non
prende chiaramente posizione sull’interrelazione del cognome etrusco e romano.
Invece ne tratta nella sua monografia Das etruskische Cognomen, Wiesbaden,
1963, p. 379-383.
76
Questo è il risultato delle analisi condotte da H. Rix nella sua monografia
ricordata nella nota precedente.
77
Il primato degli Italici sugli Etruschi nell’introduzione del sistema gentili-
zio dovrebbe essere ormai, passati i tempi schulzeiani, opinio communis; cf. da
ultimo H. Rix, Römische Personennamen, in Namenforschung. Ein internationales
Handbuch zur Onomastik, 1, Berlino-New York 1995, p. 728.

.
276 HEIKKI SOLIN

to in uso indipendentemente in tutte e due le aree linguistiche. Per


tirare le somme, l’introduzione del cognome a Roma sembra essere
un’evoluzione interna dell’onomastica romana.
Ma quali erano i primi tipi di cognome romano? Io prenderei le
mosse dalle designazioni del domicilio. Guardiamo prima i più anti-
chi esempi come L. Tarquinius Collatinus 78, console nel 509 e ricor-
dato nel suo consolato da Livio proprio con il nome completo, Me-
dullinus dei numerosi Furii, la serie dei quali comincia con il conso-
le nel 474 L. Furius Medullinus (il cognome è nel Cronografo del
354) e finisce con L. Furius Sp. f. L. nepos Medullinus (così nei Fa-
sti Capitolini), censore nel 363, Camerinus degli altrettanto numero-
si Sulpicii (tramadato a partire dal console nel 500 Ser. Sulpicius
Camerinus Cornutus fino al console nel 345 Ser. Sulpicius Cameri-
nus Rufus, con il tardo Q. Sulpicius Camerinus, console nel 9 d.C. e
suo figlio omonimo, suffetto nel 46 d.C.), o ancora Capitolinus di
due genti patrizie e addirittura una plebea (su cui rimandiamo più
avanti). Questi tre cognomi sono stati derivati da nomi di quartieri
di Roma o di località situate immediatamente nei dintorni. Prescin-
dendo dalla storicità della persona di Tarquinius Collatinus, almeno
la tradizione annalistica sembra avergli attribuito il cognome come
indizio della sua origine da Collatia, una colonia latina di Alba Lon-
ga identificata con Lunghezza sulla sponda sinistra dell’Aniene, do-
ve Lucrezia, moglie di Collatino, fu stuprata da Tarquinio Superbo.
Più importanti gli altri due casi, derivati dal nome di Medullia, una
città dei Prisci Latini, a nord dell’Aniene, e di Cameria, città latina di
ubicazione ignota, distrutta secondo la tradizione nel 502 dal conso-
le Opiter Verginius Tricostus. Sembra che i primi Furii o Sulpicii
provvisti di questi cognomi siano stati originari di queste città; poi,
più tardi i due cognomi divennero ereditari nelle famiglie e così per-
sero la funzione d’indicare l’origine, per diventare una specie di no-
me supplementare, vale a dire un cognome ai suoi esordi.
Non è sempre facile dedurre dalla tradizione se un nome geo-
grafico riportato nei fasti dopo le altre componenti del nome sia
davvero un cognome o se si tratti ancora di un’autentica designazio-
ne di domicilio, più tardi interpretata come cognome, o addirittura
di un’interpolazione annalistica. Questo vale soprattutto per i co-
gnomi doppi. Un nome come Regillensis per i Postumii Albi(ni), di
cui gli esempi più antichi sembrano tuttavia interpolazioni, potreb-
be accennare all’origine da un distretto del territorio romano, anche
se secondo la tradizione e il parere comune Regillensis sarebbe stato

78
Secondo la tradizione, era figlio o nipote di Egerius figlio di Arruns, per cui
nell’edizione dei Fasti Capitolini si suole integrare sotto 509 [L. Tarquinius Egerii
f. Collatinus].

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 277

dato al primo Postumio provvisto di questo cognome, il console del


496 A. Postumius Albus, per la sua vittoria nella battaglia al lacus
Regillus 79. Ma Regillensis come cognomen ex virtute potrebbe deriva-
re dall’attività dei potenti Postumii dell’età posteriore alla fine del IV
secolo per rendere gloriosa la loro storia più antica (l’ultimo esem-
pio di Regillensis tradito nei fasti è per il censore del 366), reinter-
pretando l’indicazione di domicilio come cognomen ex virtute. Di In-
regillensis abbiamo già detto. Un chiaro esempio dell’aggiunta della
designazione di domicilio sembra costituire Vaticanus, il secondo
cognome di T. Romilius Rocus, console nel 455. Poiché Rocus sem-
bra rappresentare, per il suo carattere unico, tradizione sana, Vati-
canus originariamente altro non è che l’indicazione dell’origine 80,
più tardi poi interpretata come secondo cognome (i Fasti Capitolini
non ricordano mai il domicilio dei magistrati, per cui il loro redatto-
re deve aver preso Vaticanus come un secondo cognome).
Torniamo a casi più sicuri. Mugillanus della gens Papiria (atte-
stato tra il 444 e il 385) divenne, dopo la distruzione di Mugilla, con
il trasferimento a Roma di un ramo dei Papirii ereditario in questo
ramo. Forse nella stessa direzione si potrebbe spiegare il caso di M’.
Tullius Tolerinus (se si tratta di una persona storica), console nel
500, cui forse è stato attaccato il cognome in base all’eventuale origi-
ne da Tolerium che non compare più nella tradizione dopo la sua
presa da parte di Coriolano (Plut. Cor. 28, 5) e di cui non conoscia-
mo l’ubicazione (ma deve essere una volta esistita, cf. l’etnico Tole-
rienses). Probabile è anche l’interpretazione di Vibulanus dei Fabii
(tra il 485 e il 421), indipendentemente dalla storicità della tragica fi-
ne dei Fabii Vibulani, come tratto dal nome di una località altrimen-
ti del tutto sconosciuta 81. Così ancora Tricipitinus dei Lucretii (atte-

79
Così per es. RE XXII, col. 892; KlP 10, p. 830; I. Kajanto, The Latin Cogno-
mina, cit., p. 183. Ma A. Postumius Albus, che come dittatore comandò i Romani
al Regillo e che quindi avrebbe avuto Regillensis in memoria della vittoria, può
essere inventato, come pure la leggendaria battaglia. Anche la formazione sa-
rebbe, dal punto di vista morfologico, unica tra i cognomina ex virtute, che del
resto venivano in uso molto più tardi (vedi le brevi osservazioni di H. Solin, Epi-
grafia e ordine senatorio, I, Roma 1982 (ma 1984) p. 426 sg.). Perciò vedrei con
Mommsen, RF II p. 291 in Regillensis piuttosto un cognome indicante l’origine
(ma non da confondere con quello dei Claudii, su cui vedi supra). I Postumii
Albi(ni) erano più tardi, una famiglia potente e si sono dati la pena – lo sappiamo
– di ricostruzioni posteriori per aumentare la gloria della famiglia, per cui hanno
potuto favorire l’inclusione di un loro antenato tra grandi generali del passato,
secondo un procedimento riferito sopra nel testo.
80
Certamente il carattere cognominale di Vaticanus deve essere posteriore,
anche perché non c’era alcun bisogno di imporre a Romilius due cognomi per
distiguerlo da altri omonimi che non esistono.
81
Cf. anche Vicellinus o simili, ricordato sopra nt. 55.

.
278 HEIKKI SOLIN

stato tra 509 e 393) come cognome tratto dall’indicazione del domi-
cilio; il nome sarebbe derivato da un toponimo *Tricipitium, non
attestato, ma formato come Septimontium 82. Cn. Marcius Coriola-
nus va ricordato solo di passaggio 83. I cognomi derivati dai nomi di
quartieri di Roma sono molto comuni; uno dei molti è il popolare
Capitolinus, spesso attestato durante il V e IV secolo nella gens Man-
lia e nella gens Quinctia 84, addirittura come cognome del tribuno
militare plebeo nel 400 e nel 396 P. Maelius Sp. f. Capitolinus, che
avrà avuto il suo cognome in base alla casa della famiglia alle pendi-
ci del Campidoglio 85. Interessante è il caso dei Manlii Capitolini. Si è
pensato che secondo Livio 6, 17, 5 (seguito da Plut. Cam. 36, 2) 86 il
console del 392 avrebbe avuto il cognome Capitolinus a causa del
suo ruolo nella difesa del Campidoglio 87. Tuttavia non è certo che Li-
vio abbia inteso così 88. Inoltre Capitolinus è attestato nella gens
Manlia fin dal 434, per cui sarà preferibile derivare il cognome dalla
residenza della famiglia o sul Campidoglio o alle sue pendici. Quel
che colpisce nelle abitudini onomastiche dei discendenti del console
del 392 è che, come conseguenza della condanna del console, un ac-

82
Cf. J. Reichmuth, Die lateinischen Gentilicia, cit., p. 51. Ivi anche ulteriori
esempi di questo usus.
83
La persona sembra leggendaria. Se dietro la figura ci fosse anche un bri-
ciolo di verità, allora Coriolanus dovrebbe essere un cognome geografico indi-
cante l’origine dalla parte meridionale del Lazio antico; non cercherei la città di
Corioli nell’area volsca come si fa spesso, perché i Marcii erano certamente una
famiglia latina, non volsca.
84
Capitolinus è stato cognome popolare in tutti i tempi. Ma una parte delle
attestazioni nell’età imperiale è stata associata con Capito (a causa delle mancate
attestazioni di un derivato regolare *Capitoninus); cf. M. Niedermann, Notes sur
le cognomen latin, in Mélanges de philologie, de littérature et d’histoire anciennes
offerts à A. Ernout, Parigi, 1940, p. 267-276. Il suddetto Capitoninus non sembra
attestato da nessuna parte, ma si trova la forma feminina Kapitwnı̃na CIL XIII
10024, 555 e il derivato Capitonianus (vedi Kajanto, Latin Cognomina, cit., p. 235,
dove aggiungi I.Ephesos 929 e I. Pisid. Cen. [IK 57] 34-41) con il femminile Ka-
pitwnianh¥ : Anat.Stud. 12, 1962, p. 206 n. 208 da Corycus.
85
Così Fr. Münzer, RE XIV, col. 244 n. 4.
86
Vir. ill. 24, 8 va spiegato diversamente; cf. nt. 89.
87
Cf. Etcheto p. 459, nt. 44.
88
Il passo liviano suona quem (cioè Manlio) prope caelestem, cognomine certe
Capitolino Iovi parem fecerint, «E colui che avevano reso quasi divino, pari a
Giove almeno nel cognome di Capitolino». Ora è importante tener presente che
Livio conosceva benissimo il cognome Capitolinus già molto prima del console
del 392 (dice 4, 42, 2 del tribuno militare del 422 creati sunt L. Manlius Capitoli-
nus), per cui si deve intendere cognomine – parem quale apposizione di quem cae-
lestem : avevano reso Manlio quasi divino, Manlio che era pari a Giove nel co-
gnome di Capitolino. Del resto la congettura Capitolini per Capitolino della tradi-
zione manoscritta, introdotta dal Madvig e accolta recentemente da Oakley, non è
necessaria, anzi meglio dimenticare, in quanto offusca il vero senso di Capitolino.

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 279

cordo della gens Manlia stabilì, nel 385 che nessun Manlio doveva
più assumere il prenome Marcus (un accordo che rimase valido per
tutta l’antichità) 89, e il cognome Capitolinus cadde gradualmente in
disuso; l’ultimo Manlio a portarlo era Cn. Manlius Capitolinus Im-
periossus, console nel 359 e nel 357, censore nel 351 e capo della ca-
valleria nel 345. Ma non si deve vedere niente di drammatico nell’ab-
bandono di Capitolinus e connetterlo con la condanna del console
del 392 e con la rinuncia dei Manlii alla residenza sul Campidoglio 90.
Piuttosto si tratta di un usuale fenomeno dei cambiamenti di cogno-
mi in una gens – anche la gens Quinctia ha abbandonato presto Ca-
pitolinus; il primo a portarlo era, secondo la tradizione, il console
nel 471, e l’ultimo il dittatore nel 331. A causa delle nostre esigue co-
noscenze delle famiglie aristocratiche nel V e IV secolo è molto diffi-
cile afferrare gli ultimi movimenti della scomparsa di certi cognomi
e della loro sostituzione con altri (ma è notevole che il fratello mino-
re del console del 359 e del 357 non portava più il cognome Capitoli-
nus, si chiamava Imperiossus Torquatus, avendo avuto quest’ultimo
dal monile strappato al nemico (chi sa se Capitolinus fu deposto per
evitare una seguenza di ben tre cognomi). Tuttavia si può notare che
sono proprio i cognomi geografici che possono cadere in disuso (ma
ciò non avviene sempre!), quando non viene più percepito il rappor-
to diretto con la località in questione. Un altro esempio della scom-
parsa di un cognome geografico è il suddetto Mugillanus dei Papirii,
che non compare più con certezza dopo il tribuno militare nel 380 91.
– Invece nel caso di Sp. Tarpeius Montanus Capitolinus, console nel
454, si tratta chiaramente di un’interpolazione, da ricondurre al
monte Tarpeio.

89
Cic. Phil. 1, 32; Liv. 6, 20, 14; Dio 7 frg. 26, 1 (probabilmente da Livio);
Paul. Fest. p. 112, 135 Lindsay; anche Quint. inst. 3, 7, 20; Plut. Aet. Rom. 91;
inoltre Vir. ill. 24, 8 contiene un accenno allo stesso decreto (nel testo è entrata
una confusione, quando l’autore dice gentilitas eius Manli cognomen eiuravit, ne-
quis postea Capitolinus vocaretur). Cf. H. Solin, Namensgebung und Politik. Zur
Namenswechslung und besonderen Vornamen römischer Senatoren, in Tyche 10,
1995, p. 186-188.
90
A questa possibilità accenna Etcheto, Cognomen et appartenance familiale,
cit., p. 459.
91
A mio parere, non c’à alcuna necessità di pensare che il famoso L. Papirius
Cursor, console ben cinque volte tra 326 e 313, sarebbe stato in origine un Mugil-
lanus e avrebbe avuto il nuovo cognome Cursor in base alle sue eccezionali quali-
tà fisiche, come affermano Münzer, RE XVIII, col. 1040 sg. n. 52; col. 1069 n. 67
ed Etcheto p. 461 sg. Cursor può benissimo essere stato suo cognome originario,
perché è attestato già per L. Papirius Cursor, tribuno militare nel 387 e 385 e cen-
sore nel 393 e che inoltre non poteva essere padre del famoso console, il che di-
mostra che Cursor si era imposto in questo ramo. Secondo Etcheto, Cursor sa-
rebbe stato attribuito al censore del 390 furtivamente dai suoi posteriori, ma non
vedo perché i Papirii avrebbero, proprio in questo caso, inventato un precursore
come titolare di questo cognome; meglio ritenere anche questo Cursor autentico.

.
280 HEIKKI SOLIN

Un altro esempio è Esquilinus, cognome dei Minucii (due con-


soli nel V secolo), dei Sergii (un Xvir legibus scribendis nel 450) e
dei Verginii (due magistrati nel V secolo) 92 patrizii, elemento che
compare anche nel nome del tribuno militare del 400 e del 396 P. Li-
cinius Calvus Esquilinus il quale era plebeo (quindi un esatto pen-
dant al caso di P. Maelius Capitolinus).
Finisco con un caso intricato. Fidenas è attestato nella gens
Sergia (console nel 437 [di nuovo nel 429; tribuno militare nel
433, nel 424, nel 418], tribuni militari nel 404 [di nuovo nel 402],
nel 397, nel 387 [di nuovo nel 380]) e Servilia (dittatore nel 435,
tribuni militari nel 402 [ripetutamente parecchie volte], nel 382 [di
nuovo nel 378, nel 369]). Ma come spiegare l’adozione del cogno-
me? O le due gentes erano davvero originarie di Fidenae 93, o ave-
vano qualche rapporto speciale con la città latina 94. Q. Servilius
Priscus prese, secondo Livio, Fidenae durante la sua prima ditta-
tura nel 435 e avrebbe per questo avuto Fidenas come cognomen
ex virtute (Liv. 4, 17, 8 a bello credo quod deinde gessit appella-
tum) 95, una cosa di cui dubiterei, perché non si può mettere in
questione una presa vera e propria di Fidenae da parte del dittato-
re, e perché i cognomina ex virtute vennero in uso molto più tardi.
Probabilmente la sua famiglia era originaria di Fidenae, ed era la
tradizione annalistica ad attribuirgli Fidenas in base alla sua pre-
sunta presa della città.
Ma come comportarsi davanti a cognomi formati da nomi di
popoli che abitavano nelle vicinanze di Roma e anche più lonta-
no? Intendo nomi del tipo Auruncus, Sabinus, Siculus, Tuscus,
Volscus. Alcune attestazioni di essi sono certamente interpolazio-
ni, specialmente se appaiono in cognomi doppi. Così Sabinus nel
nome dei Claudii Crassi (Inregillenses) fu aggiunto più tardi in ba-
se all’origine dalla Sabina dei Claudii (anche Inregillensis è sospet-
to; vedi supra). Più attendibili sembrano i casi di Auruncus, co-
gnome di Post. Cominius, console nel 501 e nel 493 96, e Siculus,

92
Anche Caeliomontanus, cognome di parecchi Verginii nel V e uno nel IV
secolo, si spiega come cognome derivato dal domicilio. Nella gens Verginia vige-
va dunque un’abitudine di imporre cognomi di questo genere per distinguere i
membri della gens gli uni dagli altri.
93
Così Ogilvie, A commentary on Livy, Books 1-5, cit., p. 560.
94
Così Fr. Münzer, RE II A, col. 1789 sg.
95
Cf. inoltre 4, 21, 9. – D’accordo con Livio Mommsen, RF II, p. 239; Reich-
muth, Die lateinischen Gentilicia, cit., p. 55; Kajanto, Latin Cognomina, cit.,
p. 181.
96
Se Post. Cominius Auruncus è un personaggio storico, il suo cognome può
essere spiegato nel quadro generale di quello che possiamo supporre dell’ono-
mastica senatoria della prima età repubblicana. Prima dobbiamo tener presente
che Cominio era un patrizio e non plebeo come spesso supposto (così per es. Be-

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 281

cognome dei Cloelii, attestato tra il console del 498 e il rex sacro-
rum entrato in carica nel 180 (Liv. 40, 42, 8-10; Val. Max. 1, 1, 4 lo
ricorda come flamen), anche se non del tutto privi di problemi.
Per quanto riguarda Siculus, si è pensato che potrebbe essere sta-
to assunto da un ramo dei Cloelii che esercitava nel III secolo il
commercio con la Sicilia e che sarebbe stato posticipatamente ag-
giunto nei fasti al nome di Cloelii più antichi, un’asserzione di per
sé possibile, anche se non molto plausibile 97. Forse – anche se ciò
rimane ipotetico – il cognome Siculus dei Cloelii si potrebbe spie-
gare con il fatto che una volta avrebbero vissuto dei Siculi nel La-
zio, per cui i Cloelii avrebbero assunto il cognome prima che i Ro-
mani fossero entrati in rapporti con la Sicilia 98. Interessante e si-
gnificativo è Tuscus, che può essere attribuito, come sembra, al

loch, Römische Geschichte, cit. p. 50), ma cf. per es. Münzer, RE 10, e le buone
osservazioni di P.- Ch. Ranouil, Recherches sur le patriciat (509-366 avant J.-C.),
Parigi, 1975, p. 83 sg. sulla presenza nella gens Cominia sia di patrizii che di ple-
bei. Poi va osservato che l’origine dei Cominii romani potrebbe essere cercata nel
Lazio meridionale o nella Campania. Pontius (prenome del noto protagonista
Pontius Cominius degli avvenimenti nel 387 a.C.) è di origine osca (nonostante il
fatto che la storia di Pontius Cominius è leggendaria, un uomo così denominato
deve essere una volta esistito), e anche Cominius è ben diffuso nell’area osca, at-
testato addirittura in testi osci (Vetter 195c). Così si può pensare che i Cominii ro-
mani davvero provenissero dal Lazio meridionale, ed il cognome Auruncus sa-
rebbe un ricordo di questa origine (nella stessa direzione R. M. Ogilvie, A Com-
mentary on Livy, cit., p. 732 e Ranouil, o. c., p. 83). L’area aurunca, benché poi
occupata dai Volsci, conserva molti ricordi romani, come un’iscrizione recente-
mente ritrovata nell’ambito del santuario della dea Marica alle foci del Garigliano
(sito della futura colonia di Minturnae), una scodella d’impasto della fine del VI o
dell’inizio del V secolo, con due scritte, una in osco, l’altra in latino (AE 1998,
348).
97
Prima si dovrebbe dimostrare l’interesse di un membro ignoto della fami-
glia sul commercio siciliano nel III secolo. Poi i Cloelii non erano verso la fine del
del III secolo una famiglia così importante e potente da poter convincere il redat-
tore dei fasti ad aggiungere Siculus nelle liste magistratuali. E non si capisce per-
ché la famiglia dei Cloelii che sembra essere stimata già nel V secolo, avrebbe
cercato di aumentare la fama della propria gens con un accenno a rapporti mer-
cantili con la Sicilia nel III secolo. Cichorius, De fastis consularibus, cit., p. 221 fa
risalire la fortuna di Siculus da quel Cloelius eletto rex sacrorum nel 180, pensan-
do quindi che fosse aggiunto al nome di tutti i Cloelii Siculi anteriori a quello del
rex sacrorum.
98
A questo ha accennato Beloch, Römische Geschichte, cit. p. 50. Questa ipo-
tesi è completamente ignorata (forse perché il personaggio manca negli indici?).
In favore dell’ipotesi del Beloch potrebbe militare che i Cloelii erano originari
della parte meridionale del Lazio antico (erano sempre annoverati tra le famiglie
albane). Ora fra i 30 populi Albenses vengono ricordati i Sicani (Plin. nat. 3, 69),
ma Siculus è forma più antica di Sicanus. Se davvero nel Lazio abitava una volta
una comunità di nome Sicani, l’accostamento del cognome dei Cloelii ad esso
non incontra difficoltà insormontabili.

.
282 HEIKKI SOLIN

console del 487 C. Aquillius 99, ritenuto spesso dalla critica interpo-
lato100. Ora Aquil(l)ius sembra di origine etrusca, da ricondurre ad
Acvilnas, attestato tre volte in vasi databili alla prima metà del VI
secolo, ritrovati a Veio e nel territorio di Vulci101. Se è lecito ipotiz-
zare un influente personaggio chiamato Avile Acvilnas, il quale eb-
be legami con Veio e Vulci, è quanto mai seducente connetterlo
con il console del 487; Tuscus sarebbe quindi un chiaro segno del-
l’origine etrusca della famiglia romanizzata. Il cognome di per sé
sarà un’aggiunta della tradizione annalista, ma in ogni caso il ri-
cordo dell’origine etrusca è dovuto restare vivo nella famiglia. Pur-
troppo conosciamo la storia repubblicana degli Aquillii assai male,
per cui non è possibile fare delle ipotesi circa la sopravvivenza di
Tuscus nella gens Aquillia. Ma è impossibile supporre che Tuscus
possa essere rimasto vivo nel ricordo della famiglia? Da dove
gli annalisti avrebbero potuto tirare fuori il cognome del console
del 487 che, alla luce della documentazione epigrafica etrusca,
può benissimo essere sia un magistrato autentico che oriundo
dell’Etruria?
È ovvio che, fintantoché il cognome era un elemento ancora ra-
ro del nome romano, l’indicazione dell’origine della persona poteva
assumere solo gradualmente una funzione di cognome, nel quadro
della fondamentale regola della funzione di nome proprio, quella
identificatoria; ciò era attuale soprattutto in grandi genti, in cui i
prenomi non erano sufficienti a soddisfare le richieste di distinguere
tra i vari membri della stessa famiglia e anche dello stesso ramo di
una gens. Credo che qui, nelle indicazioni dell’origine, sia da vedere
una importante premessa all’evoluzione dell’uso del cognome a Ro-
ma. E dal fatto che molte di queste vecchie indicazioni dell’origine si
usano in più generazioni, si vede che hanno assunto la funzione di
un vero nome proprio diventando cognomi ereditari; così un Papi-
rius Mugillanus del IV secolo non si sentì più oriundo di Mugilla,
ma Mugillanus era diventato una parte del suo nome, vale a dire suo
cognome. Ma per quanto riguarda le prime attestazioni in una fami-
glia di tali cognomi, un rapporto con l’origine da tale località di chi

99
I cognomi dei consoli del 487 sono noti soltanto dai tardi cronografi (so-
no Sabinus e Tuscus), per cui non si sa quale spetta a C. Aquillius, ma proprio la
probabile origine etrusca degli Aquillii fa pensare che Tuscus appartenesse a
C. Aquillius, e Sabinus all’altro console T. Sicinius. Cf. su ciò Broughton, MRR I
p. 19 sg. e l’importante studio di C. Ampolo, Gli Aquilii del V secolo a.C. e il proble-
ma dei fasti consolari più antichi, in PP 39, 1975, p. 410-416.
100
Così Mommsen, RF I 107-111. E non mancano altri (enumerati in Ampolo,
PP p. 410).
101
Veio : ET Ve 3.7; Vulci : ET Vc. 3.4; 3.5.

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 283

lo porta è chiaro. Poi più tardi, nel periodo tardorepubblicano e nel-


l’età imperiale, i cognomi derivati dai toponimi, hanno per la mag-
gior parte perduto, nell’onomastica senatoria, un qualsiasi rapporto
con la località dal cui nome è derivato il cognome102, con poche ecce-
zioni : se per esempio un homo novus oriundo di una città italiana o
provinciale veniva eletto al senato e non aveva un cognome, poteva
semplicemente assumere un cognome in base al suo domicilio, o gli
fu imposto tale cognome da parte di altri. Q. Valerius Soranus, tribu-
no della plebe nel 82 a.C.(?), è senza dubbio oriundo di Sora103.
Se quello che ho detto sopra coglie nel segno, allora il nome ro-
mano ha avuto già nel V secolo un elemento che può essere chiama-
to cognome. Non tutti i cognomi tramandati nelle varie fonti sono
autentici, e nei fasti Capitolini è contenuto senza dubbio un certo
numero di interpolazioni, ma restano tuttavia numerosi casi di co-
gnomi tramandati e spiegabili in maniera attendibile. I primi cogno-
mi autentici, nel senso che appaiono in documenti contemporanei,
risalgono alla seconda metà del IV secolo, Scapula di un Cornelio,
quasi certamente cognome individuale (è l’unico Cornelio attestato
con questo cognome)104, Scipio e Barbatus, i due cognomi del conso-
le del 298, dei quali almeno il primo deve risalire a un momento no-
tevolmente anteriore al consolato, probabilmente alla sua nascita
circa nel 330. Poiché forse egli era il capostipite del ramo degli Sci-
pioni – cosa non da escludersi – è notevole la presenza di due cogno-
mi, il che dovrebbe significare che Scipio gli era stato imposto già al-
la nascita.
Ma quali altre categorie di cognomi accanto a quelli geografici
possono essere ritenuti autentici nei primi, diciamo, 150 anni del-
l’età repubblicana? In gran parte, a partire dallo stesso Brutus, sem-
brano essere dei nomignoli o soprannomi105, tratti da peculiarità fisi-
che o mentali. Ma non possono competere con i nomi geografici per
quanto riguarda l’età e l’attendibilità. I primi cognomi di questo ti-

102
Su ciò cf. H. Solin, Zur Tragfähigkeit der Onomastik in der Prosopographie,
in Prosopographie und Sozialgeschichte. Studien zur Methodik und Erkenntnismö-
glichkeit der kaiserzeitlichen Prosopographie, Kolloquium Köln 24.- 26. November
1991, Colonia-Vienna-Weimar, 1993, p. 1-33.
103
Cf. per es. L. R. Taylor, Voting Districts of the Roman Republic, Rome
1960, p. 261; Solin, Zur Tragfähigkeit, cit. p. 5.
104
Non è certo se il console del 328 sia un Cornelius Scapula; se lo è, può es-
sere identico al pontefice massimo del sarcofago. Il capo della cavalleria del 362
non può essere un Cornelius Scapula, come spesso supposto (così ancora, dopo
Degrassi, Broughton, MRR III 70), giacché il cognome va letto Scaevola, cf.
R. T. Ridley, ZPE 116, 1997, p. 157-160. Era quindi un Mucius.
105
Nell’italiano non c’è un termine preciso per questo genere di nomi, ted.
Spitznamen, ingl. nicknames, fr. sobriquets.

.
284 HEIKKI SOLIN

po, Brutus e Poplicola, sono aggiunte posteriori. Del primo abbiamo


già detto. Per quanto riguarda Poplicola, anch’esso già trattato so-
pra, va ancora tenuto presente che 1) il console negli anni 509-507 e
nel 504 sembra una persona storica (lo dimostra il Lapis Satricanus
CIL I2 2832a, se di lui si tratta), anche se la persona nella tradizione
annalistica ha dei tratti leggendari; 2) il cognome Poplicola deve es-
sere molto più recente, attribuito al grande condottiero non sappia-
mo quando (si noti che manca nel Lapis Satricanus); forse il primo
Valerio, che può essere certamente autenticato come un Poplicola, è
L. Gellius Poplicola, console nel 36 a.C., un Valerio di nascita, fratel-
lo di M. Valerius Messalla Corvinus (console nel 31 a.C.) e figlio
adottivo di L. Gellius, console nel 73; se questa ipotesi proposta dal
Badian è giusta106, ciò offrirebbe un argomento in favore dell’alta
età, nella gens Valeria, del cognome Poplicola, il quale non compare
nei fasti dopo il console del 352; allo stesso tempo offre un caso inte-
ressante della rinascita, dopo una lunga pausa, di un cognome ari-
stocratico una volta caratteristico a una gens. E nell’età imperiale
Poplicola rimase in uso nella gens Valeria, come dimostrano alcuni
senatori dell’età imperiale che hanno ripreso questa sequenza (PIR
V 121. RE VIII A, col. 41 n. 197), che poi compare ancora nel Basso
Impero (un consularis Campaniae nella seconda metà del IV secolo :
CIL IX 1591); notevole pure la presenza di Valerii Poplicolae in una
importante famiglia municipale a Brescia nel II secolo d.C. (CIL V
4484-4486 = Inscr. It. X 5, 275-277)107. Ma Poplicola quando è stato
la prima volta usato nella gens Valeria? L’incertezza dell’etimologia
del nome certo non contribuisce a stabilire il tempo della sua intro-
duzione nell’onomastica dei Valerii108. Ma se ha qualcosa a che fare

E. Badian, The Clever and the Wise. Two Roman Cognomina in Context, in
106

Vir bonus, discendi peritus. Studies in celebration of O. Skutsch’s Eightieth birth-


day, Londra, 1988 (BICS Suppl., 51), p. 8 nt. 11.
107
Cf. G. L. Gregori, Brescia romana, I, Roma, 1990, p. 189, 191; II, Roma
1999, p. 99 sgg. e passim.
108
Poplicola è stato spiegato in modi diversi, ma una definitiva spiegazione
si fa ancora aspettare (l’antica etimologia popolare, relativa al primo Poplicola,
in Liv. 3, 18, 6 populi colendi non può essere corretta). Cf. Ogilvie, A Com-
mentary on Livy, cit., p. 253; H. Volkmann, RE VIII A, col. 180. Da ultimo
A. Mastrocinque, ParPass. 39, 1984, p. 219 spiega il nome come «abitatore del
suolo pubblico». Di altri tentativi di spiegare il nome vale la pena di ricordare :
Fr. Skutsch, Kleine Schriften, Lipsia, 1914, p. 173 sg. (verrebbe da pōpulus, piop-
po); F. Cornelius, Untersuchungen, cit. p. 123 (sarebbe ‘Volksbauer’, agricoltore
popolare); A. Grenier, Étude sur la formation et l’emploi des composés nominaux
du latin, Parigi, 1962, p. 116 (‘Pubbliuccio’, o altra simile deformazione del pre-
nome Publius); A. Alföldi, Les cognomina, cit., p. 721 (‘ginocchietto’, diminutivo
di poples; impossibile dal punto di vista grammaticale, perché popli- non può es-
sere derivato da poples -itis). Va da sé che nessuna di queste spiegazioni soddis-
fa troppo.

.
SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 285

con populus, allora potrebbe essere indizio di tendenze liberali della


famiglia (e si potrebbero confrontare precedenti greci come Dhmo¥fi-
lov), tuttavia neppure questo ci dà una data più esatta per l’introdu-
zione del nome.
Cognomi formati da aggettivi provvisti di peculiarità fisiche si
trovano fin dai primi tempi dell’età repubblicana. Così nomi tratti
dalle designazioni di colori. Rufus è tramandato già per i Larcii
(consoli nel 506, nel 501 e nel 490), ma solo in fonti tarde e con la
variante Flavus. Il primo caso, che sembra più attendibile, spetta
al console del 489 P. Pinarius Mamercinus Rufus (la stessa seguen-
za si ripete nel nome del console del 472), ma trattandosi di un se-
condo cognome potrebbe essere anche un’aggiunta posteriore (an-
che il derivato Rufinus è di remota età, la tradizione conosce un
dittatore P. Cornelius Rufinus nel 333). Rutilus è attestato durante
il V e IV secolo parecchie volte nelle gentes dei Cornelii, Marcii,
Nautii e Verginii; in buona parte la tradizione sembra sana. Inte-
ressante è Russus, cognome di Ap. Claudius, console nel 268, cer-
tamente autentico109, e non solo perché ci troviamo già nel III se-
colo, ma anche per il fatto che non compare nell’onomastica roma-
na, dopo il console, da nessuna parte, finché ne è stata trovata,
pochi anni fa, a Messene in Grecia una nuova attestazione (la
mancanza di ulteriori attestazioni può derivare dalla connotazione
negativa insita in russus)110. Altri nomi tratti da colori sono il sud-
detto Flavus del console nel 393 e tribuno militare quattro volte
tra il 391 e il 381 (RE 20; sembra trattarsi dello stesso), il cui nome
completo sarà stato o L. Lucretius Tricipitinus Flavus o L. Lucre-
tius Flavus Tricipitinus. L’attestazione successiva, C. Decimius Fla-
vus, pretore urbano nel 184, sarà senza dubbio autentica (invece
l’omonimo tribuno militare, ricordato nel 209 da Liv. 27, 14, 8, è
inventato)111. Albus e Albinus sono attestati nella gens Postumia a
partire dal console 496, A. Postumius Albus Regillensis, durante
tutto il periodo repubblicano. Helva era in uso come cognome nel-
la gens Aebutia, attestata a partire dal 499 (T. Aebutius Helva con-
sole) alcune volte nel V secolo, con un ritardatario nel II secolo.
L’etimologia di Helva non è del tutto certa, ma sembra trattarsi di
un nome latino (con buona pace di Schulze), nato da un’ellissi hel-
va sc. coma112. – Altri cognomi tratti da peculiarità fisiche sono per

109
Münzer, RE III, col. 2862 n. 317 lo chiama ancora Rufus, ma Russus è
confermato dal frammento dei Fasti Capitolini ignoto al Münzer.
110
Sul cognome e sui motivi della sua rarità H. Solin, Arctos 35, 2001,
p. 217 sg.
111
Cf. Münzer, RE IV col. 2274 n. 8.
112
Così Reichmuth, Die lat. Gentilicia, cit., p. 67 e H. Rix, Das etruskische Co-

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286 HEIKKI SOLIN

esempio Calvus per i Licinii (il primo cognome del tribuno milita-
re del 400 P. Licinius Calvus Esquilinus potrebbe in linea di massi-
ma essere autentico) o Crassus dei Claudii, Papirii e Veturii; non
vedo una ragione di ritenerli tutti interpolati. Invece Longus per i
Duilii è certamente aggiunta posteriore (sul console del 500 M’.
Tullius Longus non oserei esprimermi). Un tipico soprannome è
Barbatus per i Quinctii (consoli 471, 421), Horatii (console 449, tri-
buno militare 425) e Cornelii Scipiones (dittatore nel 306, console
nel 298; invece il console nel 328 non sembra sia stato un Bar-
batus).
Cognomi formati da qualità mentali non erano molto comuni, e,
come Brutus, molti sono da ritenere interpolazioni. Difficile giudica-
re l’autenticità di un nome come Imperiossus della gens Manlia, at-
testato tre volte nel IV secolo. Su Cicurinus dei Veturii (attestato tra
494 e 368) cf. Varro ne ling. 7, 91 cicur ingenium optineo mansue-
tum : a quo Veturii quoque nobiles cognominati Cicurini; vista la
mancanza del cognome al di fuori dei Veturii e la testimonianza di
Varrone, sembrerebbe trattarsi di un cognome autentico. Diventano
un po più comuni nel III e II secolo113.
Alcuni cognomi attestati durante i primi due secoli della repub-
blica sembrano rappresentare vecchi nomi individuali, spesso privi
di un «significato» trasparente per i contemporanei, alcuni dei qua-
li prenomi in uso nelle famiglie aristocratiche fin dall’inizio della
repubblica114. Dei prenomi romani usati come cognomi è interes-
sante Mamercus115, vecchio prenome nella gens Aemilia (così si
chiamava il capostipite leggendario degli Aemilii, il figlio di Numa),
attestato come cognome di L. Aemilius Mam. f. (console tre volte
tra il 484 e il 473) e di Ti. Aimilius L. f. Mam. n. (console nel 470 e
nel 467)116 ; da notare che il prenome del padre del primo ha assun-
to funzione cognominale nella nomenclatura del figlio e nipote. Si
aggiunga il derivato Mamercinus, attestato più volte nella gens Ae-

gnomen, Wiesbaden, 1963, p. 250. Schulze, ZGLE p. 357. 417. 421 ritiene il nome
etrusco.
113
Oscuro rimane un tribuno militare nel 394, riportato da Diod. 14, 97, 1
nella forma Ka¥tlov Oyßh̃rov.
114
Cf. le liste di cognomi tratti da prenomi in Kajanto, Latin Cognomina, cit.,
p. 172-178 (da espungere l’apocrifo Paulus Sextus, che Kajanto cita a p. 174 : un
tale tribuno militare non è mai esistito). Ma non tutti sono attestati come preno-
mi; tuttavia in ogni caso sono vecchi nomi individuali, non sempre latini, bensì
osci.
115
Cf. O. Salomies, Die römischen Vornamen. Studien zur römischen Namen-
gebung, Helsinki, 1987, p. 34 sg. Mamercus in sé e per sé è di origine osca, ma è
diventato presto romano.
116
Meno sicuro un dikta¥twr Ga¥iov Ma¥merkov nel 463 (Lyd. de mag. 1, 38).

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SULLA NASCITA DEL COGNOME A ROMA 287

milia tra il 438 ed il 339 e inoltre tre volte nella gens Pinaria, che
anch’essa riconduceva la sua origine a Numa, nel V secolo. I Pinarii
erano una antica gens che sembra abbia avuto qualche importanza
già nella più antica storia repubblicana117, per poi decadere e spari-
re118 ; non è questo un segno dell’autenticità anche del loro cogno-
me? Altro vecchio prenome romano che appare come cognome ari-
stocratico, è Proculus119, attestato come cognome di due Plautii, pa-
dre e figlio120, consoli nel 358 e nel 328. Autentici prenomi oschi
sono rappresentati da Papus121, attestato come cognome nella gens
Aemilia a partire dal 321, e Pacilus, da accostare ai prenomi osci
quali Paccius e Paculus122, attestato come cognome nella gens Furia
due volte nel V secolo (inoltre per il console del 251). Altri casi di
vecchi nomi individuali : Cossus, Fusus, Iulus, Rocus (vedi supra),
Volusus123. Sembrano cognomi autentici; da dove per esempio i
Cornelii o i redattori dei fasti avrebbero introdotto Cossus, più tar-
di usato come prenome di Cossus Cornelius Lentulus, console nel-
l’anno 1 a.C.? Fusus, cognome dei Furii nel V e IV secolo, è altri-
menti sconosciuto, ma non è molto plausibile che i Furii o gli eru-
diti del IV/III secolo l’abbiano inventato in base al gentilizio (nota
pure la mancata effettuazione del rotacismo).
Un gruppo a sé formano i cognomi grecanici attestati nella no-
biltà plebea a partire dall’anno 400 con il tribuno militare L. Publi-
lius L. f. Voler. n. Volscus Philo, nel cui nome Philo deve essere
un’interpolazione. Lo stesso dicasi per il nome del tribuno militare
del 399, Volero Publilius P. f. Voler. n. Philo : ritengo escluso che
egli abbia potuto portare questo cognome. Ma dell’autenticità dello
stesso cognome di Q. Publilius, console nel 339, 327, 320 e 315 non
si può dubitare (più tardi Philo non è più attestato nella famiglia).

117
Sulla storia di questa gens cf. R. E. A. Palmer, Historia 14, 1965, p. 293-
308; Gabba, Considerazioni sulla tradizione letteraria, cit., p. 159 sg.
118
L’ultimo Pinario patrizio del periodo repubblicano è L. Pinarius Natta, ca-
po della cavalleria nel 363; probabilmente lo stesso era pretore nel 349. I Pinarii
Nattae più recenti non sembrano suoi discendenti (sono due monetali verso la
metà del II secolo [Crawford, RRC I 246 n. 200 e 252 n. 208] e un pontefice verso
la metà del I secolo). Ancor meno legati da una parentela sono un cliente di Seia-
no (PIR P2 410) e alcuni cavalieri (PME P 32-35).
119
Cf. Salomies, Vornamen, cit., p. 44 sg.
120
Il nome del figlio è attestato variamente, e piuttosto è preferibile risalire
alle fonti dipendenti dai Fasti Capitolini (in cui manca questo consolato) che
danno qui C. Plautius Decianus. Cf. Broughton, MRR I p. 145.
121
Cf. Salomies, Vornamen, cit., p. 85.
122
Ibid., cit., p. 83 sg.
123
Enumerati da Kajanto, Latin Cognomina, cit., p. 178 nel novero dei cogno-
mi derivati da prenomi (anche se questi non sono attestati nel latino come preno-
mi).

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288 HEIKKI SOLIN

Non dubiterei neanche del nome di P. Sempronius Sophus, console


nel 304, e di suo figlio omonimo, console nel 268. Nel III secolo al-
tri cognomi grecanici sono attestati, ma non è il caso di trattarli in
questa sede124.
Ometto qui altri casi interessanti. Per concludere possiamo de-
durre dall’analisi della documentazione venuta fino a noi che il co-
gnome ha occupato un posto nella nomenclatura dell’aristocrazia
fin dai primi tempi del periodo repubblicano. Molto resta incerto,
ma c’erano nel periodo protorepubblicano certamente famiglie di
indubbia storicità che si sono servite dei cognomi. L’introduzione
del cognome sembra un’evoluzione romana interna. I primi tipi
sembrano essere designazioni del domicilio o di origine, nonché
nomi tratti da peculiarità fisiche, senza dimenticare antichi nomi
individuali la cui etimologia resta spesso oscura. Sono entrati in
uso come designazioni complementari della persona, anche per di-
stinguerla da altri che portavano lo stesso prenome e gentilizio.
Sono tutti stati all’inizio denominazioni individuali, ma molti di
essi sono diventati presto ereditari