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Scienza delle finanze

Lezione 18/10/2021
Sistemi tributari e imposte
I tributi sono delle prestazioni patrimoniali che lo Stato e gli enti territoriali impongono ai
cittadini.

Quali sono le caratteristiche che le imposte prese singolarmente e i sistemi


tributari dovrebbero avere? In generale il tributo è un prelievo quindi il benessere dei
cittadini diminuisce. Viene prelevata una somma di denaro che non possono utilizzare per
acquistare beni e quindi aumentare la loro utilità.

Un primo aspetto è la chiarezza e trasparenza del sistema tributario. Inoltre i tributi hanno
degli effetti sul sistema economico, quello che si vorrebbe è che i tributi fossero flessibili,
in modo da adattarsi al sistema economico.

I due aspetti su cui ci concentreremo sono quelli anche collegati alla prima parte del corso,
cioè l’efficienza e l’equità dell’imposizione.

Per quanto riguarda l’efficienza, che abbiamo già visto nel primo teorema, quello che
vorremmo è che le imposte non distorcano l’efficienza del mercato se questo può
raggiungerla. Per quanto riguarda il secondo teorema dell’economia del benessere, posso
redistribuire le risorse se riesco a farlo senza distorcere il funzionamento del mercato,
quindi riesco ad ottenere una distribuzione delle risorse più equa pur raggiungendo
l’ottimo.

L’imposta dovrebbe essere il più possibile neutrale rispetto l’efficienza del mercato.

Principio dell’equità orizzontale → gli individui che sono nella medesima situazione
dovrebbero subire lo stesso onere fiscale.
Principio dell’equità verticale → individui che sono in situazioni diverse dovrebbero
subire oneri fiscali diversi.

Per rendere applicabili questi principi si fa riferimento alla motivazione per cui si fanno
pagare le imposte. Da un lato il principio per suddividere l’onere fiscale in modo eguale o
in modo diverso è il c.d. principio del beneficio (o della controprestazione). Il tributo
è molto simile al prezzo che si paga nel mercato privato per consumare dei beni e servizi.
Il tributo è la controprestazione per i benefici che ottengo dalla spesa pubblica. Il tributo
che viene prelevato sulla base di questo principio si dice TASSA.

L’altro principio è quello della capacità contributiva. Quanto gli individui sono in grado
di concorrere alla spesa pubblica. Non c’è più un legame tra quanto ricevo e quanto pago,
in questo caso il tributo prende il nome di IMPOSTA (es. l’imposta sul reddito).

Quindi, i tributi si dividono in due categorie:

→ IMPOSTE: commisurate a un indice di capacità contributiva (es. l’imposta sul reddito)

Le imposte che vengono commisurate direttamente a un indice di capacità contributiva


prendono il nome di IMPOSTE DIRETTE, quelle invece che vengono commisurate in
modo indiretto sulla capacità contributiva, prendono il nome di IMPOSTE
INDIRETTE (es. le imposte sul consumo).

→ TASSE: commisurate in modo indiretto alla capacità contributiva (es. l’imposta sul
consumo)

Andremo ad analizzare gli aspetti di efficienza dell’imposizione, e di neutralità dell’imposta


rispetto al funzionamento dei meccanismi di mercato, che si raggiunge quando l’imposta
non altera i prezzi relativi dei beni.

Se i prezzi relativi vengono alterati dall’imposta allora non si realizzano più le condizioni
di ottimo. C’è un collegamento tra imposta neutrale (o non distorsiva) e il fatto che
l’imposta alteri i prezzi relativi. Per evitare che ci sia un trade-off fra efficienza ed equità
dobbiamo evitare di distorcere i prezzi relativi.
In condizioni di ottimo abbiamo che:

𝑇𝑀𝑆 = 𝑇𝑀𝑇

𝑝𝑥 𝐶𝑚𝑔𝑥
=
𝑝𝑦 𝐶𝑚𝑔𝑦

Cosa succede se viene introdotta un’imposta? L’imposta altera il prezzo di x, quindi:

𝑝𝑥 → 𝑝𝑥′

𝑝𝑥′ 𝐶𝑚𝑔𝑋

𝑝𝑦 𝐶𝑚𝑔𝑦

Viene introdotta un’imposta che è formalmente pagata dal produttore. In un mercato di


concorrenza perfetta, i produttori aumentano il prezzo del bene di un ammontare pari
all’imposta.

Abbiamo due tipi di imposte sul consumo:

→ IMPOSTA SPECIFICA: consiste in un ammontare dato su una singola quantità di


prodotto (t), il gettito complessivo è dato da t·q.
→ IMPOSTA AD VALOREM: commisurata al valore della singola quantità venduta
(t·p), il gettito complessivo è dato da t·p·q.

In caso di imposta ad valorem il prezzo a cui sono disposto a vendere il bene aumenta in
base all’imposta (che è t*p), ma questa dipende dall’ammontare di q (se il prezzo è 10 euro
e l’imposta 10%, devo pagare 1 euro, se
il prezzo è 100 euro, devo pagare 10
euro).

C’è un caso in cui anche con l’imposta ad


valorem, la traslazione è parallela, e
questo è il caso dell’offerta orizzontale.
Se l’offerta è orizzontale, il prezzo non
cambia all’aumentare della quantità
prodotta, e quindi t*p è sempre uguale.

Consideriamo quindi una situazione in cui ho un’offerta a costi costanti (non aumenta
all’aumentare della quantità prodotta).
Ho un effetto per cui il prezzo di mercato è uguale al prezzo iniziale + l’imposta

𝑝1 = 𝑝0 + 𝑡 ⋅ 𝑝0

I produttori stanno come prima, è vero che il prezzo aumenta, ma l’aumento di prezzo
loro lo versano allo Stato.

Cosa succede ai consumatori? Prima dell’imposta, il surplus del consumatore era tutta
l’area del triangolo Ap0E0, dopo l’imposta diventa Ap1E1.

La perdita secca è una perdita di surplus che non diventa né gettito per lo stato, né viene
intascata dal produttore. Si chiama anche ECCESSO DI PRESSIONE, cioè l’onere in
più che faccio subire alla collettività rispetto a quello che è il singolo trasferimento di
risorse allo stato. Da un altro punto di vista, possiamo dire che nel punto E1, quello che il
produttore riceve, è inferiore a quello che il consumatore è disposto a pagare. Quindi alla
fine il produttore si intasca solo p0, ma il consumatore paga p1. Si crea un divario tra quello
che paga il consumatore e quello che intasca il consumatore, possiamo dire quindi
l’imposta introduce un cuneo, collegato alla distorsione. La produzione si ferma a q 1, ma
a q1 quello che i consumatori sono disposti a pagare è maggiore rispetto a quello che viene
prodotto, quindi sarebbe efficiente produrre di più.

Da che cosa dipende l’entità dell’eccesso di pressione? Abbiamo detto che è l’area del
triangolo BE0E1, che è data da:

1
𝐸𝑃 = ⋅ 𝑑𝑞 𝑑𝑝
2

Base → q0 – q1, cioè variazione di q (dq)

Altezza → tp, cioè variazione di p (dp)

La relazione tra variazione della quantità e variazione del prezzo, in economia, viene
misurata con l’elasticità della domanda.

𝑑𝑞
𝑞 𝑑𝑞 𝑝
𝜀= = ∙
𝑑𝑝 𝑞 𝑑𝑝
𝑝

𝜀 ∙ 𝑞 ∙ 𝑑𝑝
𝑑𝑞 =
𝑝

1 𝜀 ∙ 𝑞 ∙ (𝑑𝑝)2
𝐸𝑃 = ∙
2 𝑝

Nel caso di un’imposta ad valorem, 𝑑𝑝 = 𝑡𝑝, quindi:

1 𝜀 ∙ 𝑞 ∙ (𝑡𝑝)2 1
𝐸𝑃 = ∙ = ∙ 𝜀 ∙ 𝑞 ∙ 𝑡2 ∙ 𝑝
2 𝑝 2

Quindi:

1
𝐸𝑃 = (𝜀𝑞𝑡 2 𝑝)
2
L’eccesso di pressione aumenta all’aumentare dell’elasticità della domanda. E aumenta
geometricamente con l’aliquota (t2).

Nel caso di un’imposta specifica:

1 𝜀 ⋅ 𝑞 ⋅ 𝑡2 1 𝜀 ⋅ 𝑞 ⋅ 𝑡2
𝐸𝑃 = ⋅ = ⋅( )
2 𝑝 2 𝑝
Lezione 27/10/2021
Analisi degli effetti distorsivi delle imposte
Confronto imposte dirette e indirette → TEOREMA DI BARONE.

Il risultato è che nel contesto della scelta del consumatore tra due beni di consumo, quando
questi ha a disposizione un reddito dato, l’imposta sul reddito non è distorsiva, mentre
quella sul consumo di un bene è distorsiva. Questo perché l’imposta sul reddito dato non
distorce i prezzi relativi, mentre l’imposta sul consumo di un bene sì.

Avevamo anche visto che un’imposta che colpisce uniformemente i due beni, quindi
un’imposta che colpisce i due beni con la stessa aliquota, ha gli stessi effetti di un’imposta
sul reddito.

Questo risultato (che l’imposta sul reddito non è distorsiva) vale anche in contesti diversi? Vale anche
nella scelta del consumatore tra quanto tempo dedicare a lavoro e quanto tempo riposare.
Il reddito da lavoro non è un più un dato ma oggetto della scelta del consumatore.

In Barone abbiamo trovato che l’imposta sul reddito non è distorsiva, qui troveremo che
l’imposta sul reddito da lavoro lo è.

IMPOSTA SUL REDDITO DA LAVORO


Abbiamo i due beni:

Z → riposo (o tempo libero)

R → reddito da lavoro

Funzione di utilità: 𝑈 = 𝑈(𝑍, 𝑅)

Come andiamo a derivare il vincolo di bilancio?

̅ → numero di ore totali che l’individuo ha a disposizione


𝐻

̅ =𝑍+𝐿
𝐻

Dove:
̅−𝐿e𝐿 =𝐻
𝑍=𝐻 ̅−𝑍

La scelta dell’individuo è quanto reddito ottenere lavorando e quanto tempo riposare.

𝑅 =𝑤∙𝐿

Dove w rappresenta il salario orario.

L’individuo oltre a riposare vuole anche ottenere reddito. Utilizziamo il reddito che
l’individuo usa per acquistare beni. Possiamo dire quindi che il reddito è un paniere di beni
di consumo, o un unico bene di consumo composito, il cui prezzo è uguale a 1. Lo esprimo
in termini monetari e mi corrisponde anche alle unità di questo bene di consumo
composito il cui prezzo equivale a 1. Per semplicità consideriamo che tutto il reddito è
reddito da lavoro.
L’individuo sceglierà il punto di tangenza tra il vincolo di bilancio e la curva d’indifferenza
più alta possibile.

Cosa succede se viene introdotta un’imposta sul reddito?

𝑅 =𝑤⋅𝐿

Dopo l’imposta:

𝑅 = 𝑤𝐿 − 𝑡𝑤𝐿 → 𝑅 = 𝑤(1 − 𝑡)𝐿

Effetto dell’imposta quindi è diminuire la remunerazione del lavoro.

w → è anche il costo-opportunità del riposo.

Dopo l’introduzione dell’imposta il costo-opportunità del riposo diminuisce.

1 1

𝑤 𝑤(1 − 𝑡)
All’individuo non importa quanto reddito lordo ha a disposizione, gli importa quanto è il
reddito disponibile (netto) dopo l’imposta.

Il reddito che devo andare a considerare per vedere quali sono le scelte del consumatore
è il reddito netto.

Tassare il lavoro è un po’ la stessa cosa di sussidiare il riposo → il riposo mi costa di meno.
Il costo opportunità del riposo diminuisce. Se w cambia, cambiano anche i prezzi relativi.

Se ho una distorsione sui prezzi relativi ho anche un effetto di sostituzione tra i due beni.

Se viene introdotta l’imposta come cambia questo vincolo?


Per ogni ora di lavoro, avrò un salario sempre più basso rispetto a prima della tassazione.

Lo spostamento da E a E’ dipende da due effetti: l’effetto reddito (deriva dal fatto che
l’individuo è più povero, il vincolo di bilancio è più in basso, se il riposo è un bene normale,
in base all’effetto reddito, l’individuo lavora di più. Se uno dei due è un bene inferiore, al
diminuire di uno, l’altro aumenta) e l’effetto sostituzione (deriva dal fatto che w è
diminuito, cioè il costo opportunità del riposo è diminuito e l’e.s. gioca in un senso, il bene
il cui prezzo diminuisce aumenta in termini di quantità domandata).

Quindi, in base all’effetto reddito tendo a lavorare di più, in base all’effetto sostituzione
tendo a lavorare di meno.

Questo tipo di imposta in questo contesto è DISTORSIVA: provoca un effetto


sostituzione, provoca un’alterazione dei prezzi relativi e così via.

Imposta che non era distorsiva nell’ambito della scelta nel consumo è distorsiva
nell’ambito della scelta delle ore da dedicare al lavoro.

La reazione dell’individuo all’imposta sul reddito da ore di lavoro ha un nome specifico:


RIMOZIONE DELL’IMPOSTA (effetti generali dell’imposizione), quando viene
colpito da questo tipo di imposta cosa fa l’individuo? Se non modifica le proprie scelte
significa che continuerebbe a lavorare lo stesso numero di ore di prima, quindi rimarrebbe
in un punto in cui il reddito è inferiore. Invece l’individuo modificando l’ammontare di
ore in cui lavora, riesce in parte a sentir meno gli effetti dell’imposizione.

La rimozione dell’imposta si ha in genere quando l’imposta colpisce il reddito che


deriva da un’attività produttiva.

Quali sono i modi in cui posso reagire a quest’imposta? Nel nostro contesto l’unico modo
disponibile è quello di aumentare l’ammontare di L. Se L aumenta, ho una rimozione
positiva è l’individuo che vuole comunque mantenere un certo livello di reddito e quindi
lavora di più (E.R. prevale su E.S.), se le ore di lavoro diminuiscono ho una rimozione
negativa, rispetto all’offerta di lavoro l’imposta è disincentivante.
L’imposta sul reddito da lavoro è un’imposta distorsiva, quale potrebbe essere un’imposta
non distorsiva? Analizzando Barone avevamo già trovato un risultato, e cioè che
un’imposta equivalente sui beni è come un’imposta sul reddito.

Il reddito dell’individuo in teoria è composto non solo dal reddito da lavoro ma è


composto anche da un reddito da capitale che è dato. In questo contesto tassare il reddito
da capitale non comporta una distorsione.

𝑅 = 𝑤𝐿 + 𝐼 ̅

𝑤𝐿 + 𝐼(1 − 𝑡)

Nel contesto della scelta lavoro-riposo, un’imposta lump-sum (non distorsiva) sarebbe
un’imposta che colpisce solo il reddito da capitale.

L’imposta che colpisce il reddito da capitale è distorsiva nel contesto della scelta tra quanto
consumare oggi e quanto risparmiare per consumare domani.

2 beni (in realtà lo stesso bene in due periodi di tempo):

𝐶1 → consumo presente
𝐶2 → consumo futuro

Per semplicità ipotizziamo che l’individuo abbia un reddito da lavoro soltanto nel periodo
presente.

̅ → reddito da lavoro (presente) che è dato


𝑊

Ho un reddito W e ho dei gusti tra quanto consumare oggi e quanto domani, come faccio
la scelta? Il consumo è rappresentato dal solito paniere di beni il cui prezzo consideriamo
=1. Sto considerando due periodi di tempo diversi, presente e futuro. Perché è un
problema? Perché in genere ipotizziamo che la psicologia di un individuo sia tale che la
stessa quantità di bene consumato oggi non dia la stessa utilità della stessa quantità
consumata domani.

𝑈 = 𝑈(𝐶1 , 𝐶2 )

Per portare una somma dal presente al futuro la devo moltiplicare per il tasso d’interesse.

1(1 + 𝑖)

Per portarla dal futuro ad oggi la devo dividere per il tasso d’interesse.

1
1+𝑖
1
Oggi abbiamo 𝑝1 = 1, domani 𝑝2 = (prezzo di domani attualizzato).
1+𝑖

1
̅ = 𝑝1 𝐶1 + 𝑝2 𝐶2 = 1𝐶1 +
𝑊 𝐶
1+𝑖 2

Il vincolo di bilancio è quindi:

1
̅ = 𝐶1 +
𝑊 ∙𝐶
1+𝑖 2
L’individuo è disposto a rinunciare a C1 oggi soltanto se domani avrà

𝑤(1 + 𝑖)

Quando andiamo a definire il consumo presente, andiamo a definire anche quanto


l’individuo risparmia, che non è uguale al consumo futuro.

Che succede se introduco un’imposta che colpisce il reddito da capitale? Il reddito da


capitale in questo contesto sono i frutti del mio risparmio

𝐼̅ = 𝑖 ∙ 𝑆

Il tasso di interesse era un elemento che determinava il prezzo del consumo futuro.

𝐼 = 𝑖 ∙ 𝑆 − 𝑡 ∙ 𝑖 ∙ 𝑆 = 𝑖(1 − 𝑡) ∙ 𝑆

𝑖(1 − 𝑡) ∙ 𝑆 è il reddito da capitale netto.

L’imposta sul reddito da capitale modifica i prezzi del consumo futuro. In seguito
all’imposta, per avere più consumo futuro è necessario risparmiare di più.
1 1
𝑝2 = → 𝑝2 =
1+𝑖 1 + 𝑖(1 − 𝑡)

Imposta sul reddito da capitale ha come effetto un aumento del prezzo del consumo
futuro. Questo altera anche i prezzi relativi.

−(1 + 𝑖) → −[1 + 𝑖(1 − 𝑡)]

Essendoci una variazione dei prezzi relativi, per l’effetto reddito il consumo presente e il
consumo futuro diminuiscono e mi spinge a risparmiare di più, per l’effetto sostituzione
il consumo presente aumenta e quello futuro diminuisce e mi spinge a risparmiare di meno.

Gli aspetti negativi dell’imposizione, se l’imposta non è lump-sum, possono essere


collegati al fatto che questi effetti distorsivi possono spingere a lavorare di meno e
risparmiare di meno e che non posso più produrre quello che producevo prima e non
posso più raggiungere quell’ottima combinazione di produzione.

La conclusione è che un’imposta che prima sembrava non distorsiva lo è se viene


trasportata in questo contesto di scelta tra consumo presente e consumo futuro. In questa
scelta quale sarebbe un’imposta non distorsiva? Quella che colpisce il reddito da lavoro.
Lezione 2/11/2021
Regola di Ramsey e reazioni all’imposizione.
Avevamo visto gli effetti distorsivi dell’imposizione (imposta sul consumo di un bene, sul
reddito da lavoro e sul reddito da capitale). Un modo in cui possiamo riepilogare il risultato
ottenuto, è il seguente:

Contesto in cui abbiamo 3 beni → [x, y, z]

Possiamo rappresentare il nostro vincolo di bilancio:

𝑤 ⋅ 𝐿 = 𝑝𝑦 ⋅ 𝑦 + 𝑝𝑥 ⋅ 𝑥

L è collegato a Z, perché:

̅−𝐿
𝑍=𝐻

In questo contesto ho 3 beni, E so che il prezzo del bene x è px, il prezzo del bene y è py,
e il costo opportunità del riposo è w.

Per avere un’imposta non distorsiva, non devo alterare i prezzi relativi.

𝑝𝑥 𝑝𝑥 𝑝𝑦
; ;
𝑝𝑦 𝑤 𝑤

Devo tassare questi bene in modo tale da non alterare questi rapporti tra i prezzi.

IN TEORIA, ho un modo di tassarli tutti allo stesso modo senza distorcere i prezzi
relativi. Perché potrei tassare con la stessa aliquota non soltanto x e y, ma anche z.

Tasso con un’aliquota proporzionale t sia x, che y, che z.

px → px(1+t);

py → py(1+t);

w → w(1+t);

Tutti aumentano in maniera uniforme, quindi il rapporto non cambia:


𝑝𝑥 (1 + 𝑡) 𝑝𝑥 (1 + 𝑡) 𝑝𝑦 (1 + 𝑡)
; ;
𝑝𝑦 (1 + 𝑡) 𝑤(1 + 𝑡) 𝑤(1 + 𝑡)

È un po’ trasportato in questo mondo con 3 beni (non più 2) il risultato di Barone, secondo
il quale non è distorsiva un’imposta uniforme sui due beni (in questo caso 3).

Che significa tassare il riposo? Se tasso il riposo, il salario che era w, diventa w(1+t), quindi
il salario aumenta. Significa che il lavoro viene sussidiato.

Questo comporta che le risorse che servono per sussidiare il lavoro (è una spesa per lo
Stato), sono proprio uguali al gettito che ottengo tassando i beni di consumo.

𝑤(1 + 𝑡) ⋅ 𝐿 = 𝑝𝑦 (1 + 𝑡) ⋅ 𝑦 + 𝑝𝑥 (1 + 𝑡) ⋅ 𝑥

La proporzione non cambia.

𝑤𝐿 + 𝑡𝑤𝐿 = 𝑝𝑥 ∙ 𝑥 + 𝑡𝑝𝑥 𝑥 + 𝑝𝑦 ∙ 𝑦 + 𝑡𝑝𝑦 𝑦

Che diventa, semplificando:

𝑡𝑤𝐿 = 𝑡𝑝𝑥 𝑥 + 𝑡𝑝𝑦 𝑦

Dove twL rappresenta il sussidio al lavoro (esborso per lo Stato), e tpxx+tpyy rappresenta
il gettito. È sì un’imposta non distorsiva, ma non ho gettito.

Tassare il riposo significa che anche se non si lavora bisogna pagare qualcosa allo Stato,
quindi si viene costretti a trovare per pagare le imposte.

Entro in un mondo in cui non posso tassare tutti i beni, un mondo cioè di SECOND
BEST. Sono nel mondo in cui ho:

[x, y, z] → posso tassare solo x e y, ma non z.

Qual è la cosa migliore da fare in questo contesto? Se non posso tassare tutti i beni, la cosa
migliore è non tassare in modo analogo i beni che possono essere tassati (analisi
dell’imposta ottima di Ramsey).
Il bene con la domanda più elastica ha una PS maggiore e un gettito minore, il bene con
domanda più rigida, ha una PS minore e gettito maggiore. Per mettere insieme queste due
informazioni posso considerare per ciascun bene il rapporto tra PS e G, che mi dice
quant’è la distorsione (la perdita secca) per ogni euro che ottengo tassando quel bene
(eccesso di pressione per ogni euro di gettito).

𝑃𝑆 𝑃𝑆
( ) >( )
𝐺 𝑥 𝐺 𝑦

L’eccesso di pressione marginale è maggiore per il bene x. Questo è il risultato che ho


tassando i beni con la stessa aliquota.

In termini di distorsione, tassare il bene y costa di più che tassare il bene x. Conviene
ottenere gettito tassando di più il bene in cui l’eccesso di pressione marginale è minore.
Conviene alimentare l’aliquota di imposta sul bene y e diminuire quella sul bene x, finché
i rapporti non sono uguali.

L’eccesso di pressione è dato da:


1
𝐸𝑃 = ∙ 𝑑𝑞 ∙ 𝑑𝑝
2

Il gettito è dato da:

𝐺 = 𝑑𝑝 ∙ 𝑞

Il rapporto tra EP e G è dato da:

𝐸𝑃 1 𝑑𝑞
= ∙
𝐺 2 𝑞

Se ho due beni (x e y), per minimizzare l’eccesso di pressione (dato il gettito che voglio
ottenere) è rendere uguali i rapporti:

𝐸𝑃 𝐸𝑃
( ) =( )
𝐺 𝑥 𝐺 𝑦

Voglio che le variazioni relative di quantità dei due beni siano uguali:

𝑑𝑞𝑥 𝑑𝑞𝑦
=
𝑞𝑥 𝑞𝑦

Per rendere uguale il rapporto EP/G per entrambi i beni, devo scegliere le aliquote di
imposte, in modo tale che le variazioni di quantità dei due beni siano le stesse.

Questo è un primo risultato, ed è la cosiddetta Regola di Ramsey. Devo scegliere le due


aliquote tx e ty in modo tale che le conseguenti variazioni relative nelle quantità domandate
dei due beni siano uguali tra loro.

Questa regola è una regola che vale per le domande compensate, ovvero se io tengo conto
soltanto dell’effetto di sostituzione indotto dalla variazione di prezzo (non tengo conto
dell’effetto reddito). Se tengo conto dell’effetto reddito ho delle variazioni di quantità di
entrambi i beni che mi rendono più complicata l’analisi.

Questa regola posso vederla anche sotto un altro profilo, in relazione all’elasticità della
domanda. Sono variazioni di quantità che derivano dall’aumenta del prezzo, quindi la loro
entità dipende dall’elasticità della domanda.
Devo introdurre un’altra ipotesi: sto contemporaneamente variando il prezzo di entrambi
i beni, quindi in generale le variazioni di quantità dipendono non solo dalla variazione del
prezzo del bene che si sta analizzando, ma anche dalla variazione del prezzo dell’altro
bene. Ci sono cioè effetti incrociati. Per eliminare questo aspetto e per interpretare le
variazioni di quantità solo in relazione all’elasticità, devo introdurre l’ipotesi che non ci
siano effetti incrociati.

(𝜀 ∙ 𝑞 ∙ 𝑑𝑝) 𝑑𝑞 𝜀 ∙ 𝑑𝑝
𝑑𝑞 = =
𝑝 𝑞 𝑝
𝑑𝑞 𝑝
𝜀= ∙
𝑞 𝑑𝑝

A cosa corrisponde la variazione di


𝜀𝑥 ∙ 𝑑𝑝𝑥 𝜀𝑦 ∙ 𝑑𝑝𝑦
= prezzo?
𝑝𝑥 𝑝𝑦
dp → ad valorem: tp | specifica: t
𝜀𝑥 𝑡𝑦
𝜀𝑥 ∙ 𝑡𝑥 = 𝜀𝑦 ∙ 𝑡𝑦 =
𝜀𝑦 𝑡𝑥

Regola dell’elasticità inversa → il rapporto tra le elasticità dei due beni deve essere
uguale al rapporto inverso delle aliquote dei due beni.

𝜀𝑥 𝑡𝑦
=
𝜀𝑦 𝑡𝑥

Ramsey mi dice che devo tassare di più i beni con elasticità minore.

𝜀𝑦 < 𝜀𝑥 → 𝑡𝑥 < 𝑡𝑦

Regola di Corlett e Hague: possiamo tassare solo x e y, ma non z, il problema della


nostra distorsione deriva dal fatto che non posso tassare z.

Quando tasso un bene aumenta il prezzo e diminuisce la quantità domandata. Ho un


problema perché non riesco a tassare il riposo, diminuisce la quantità degli altri beni ma
non del riposo.
C’è un modo per tassare indirettamente il riposo → tassare di più il bene che gli è più
strettamente complementare.

È collegata alla regola dell’elasticità inversa, perché per Ramsey l’elasticità al prezzo è
collegata alla complementarità al riposo.

Quando deriviamo la regola di Ramsey escludiamo gli effetti incrociati nei prezzi.

Supponiamo di avere una domanda rigida per il bene y:

𝑡𝑦 quindi: 𝑝𝑦 ↑, 𝑞𝑦 ↓, 𝑞𝑥 −

𝑆𝑦 ↑ (spesa complessiva di y aumenta)

Tasso il bene y, il prezzo aumenta e la quantità diminuisce, ma essendo il bene y un bene


a domanda rigida; quindi, la variazione relativa di quantità è minore di 1, la spesa
complessiva di y aumenta.

Per x spendo quello che spendevo prima, per y spendo di più. Quindi devo aumentare il
lavoro e diminuire il riposo. Perciò un bene a domanda rigida è anche un bene
complementare al riposo in questo senso.

REAZIONI ALL’IMPOSTA

L’analisi normativa è un’analisi che si estende anche agli aspetti di equità. Dobbiamo
analizzare il comportamento dell’individuo quando è colpito dall’imposta.

Abbiamo già visto nel caso dell’imposta sul reddito da lavoro, che l’individuo per subire
di meno l’onere dell’imposizione, può modificare l’offerta di lavoro. In particolare può
modificare il numero di ore che dedica al lavoro. Se c’è un aumento dell’offerta si parla di
rimozione positiva, altrimenti di rimozione negativa.

Uno dei modi in cui l’individuo può reagire all’imposta è la rimozione dell’imposta
(fenomeno collegato alle imposte che colpiscono i redditi da attività produttive).

Ci sono altri quattro effetti generali dell’imposta:

• Traslazione dell’imposta
• Ammortamento dell’imposta
• Evasione
• Elusione

Nel caso dell’evasione e dell’elusione, pur essendo due comportamenti diversi, hanno in
comune il fatto che l’imposta non viene pagata. L’evasione è un comportamento per cui
l’individuo semplicemente non paga l’imposta che dovrebbe pagare. Deve tenere conto
del fatto che se viene scoperto, oltre a dover pagare le imposte che non ha pagato, molto
spesso il sistema tributario associa a questi comportamenti una sanzione. L’individuo sa,
da un lato, se paga l’imposta, avrà un certo reddito netto (reddito lordo – imposta), se non
la paga, ha tutto il reddito lordo, ma se gli va male e viene scoperto ha meno di quello che
avrebbe avuto pagando l’imposta. L’individuo razionale dovrà ragionare in termini di
valore atteso.

L’elusione, invece, è sempre un comportamento in cui il risultato finale è non pagare


l’imposta, ma non si va direttamente contro la legge tributaria, bensì si trovano delle
scappatoie per evitare di pagare l’imposta.

La traslazione e l’ammortamento sono caratterizzati dal fatto che in questi casi, l’imposta
viene pagata, ma il soggetto che formalmente è colpito dall’imposta riesce a trasferirne
l’onere ad altri soggetti, attraverso meccanismi di mercato (es. un’imposta che colpisce il
produttore, questi riesce ad alzare il prezzo e quindi l’onere dell’imposta ricade sul
consumatore).
Lezione 3/11/2021
Traslazione e introduzione del fenomeno dell’ammortamento.
La TRASLAZIONE, come dice anche il termine, è il processo attraverso cui l’onere
dell’imposta viene traslato su qualcun altro. Il risultato finale, chi in effetti paga l’imposta,
si definisce incidenza dell’imposta. Quindi l’analisi della traslazione e l’analisi dell’incidenza
sono la stessa cosa.

Il segnale che si sta verificando il processo di traslazione è il cambiamento del prezzo di


mercato.

Vediamo un esempio di traslazione:

L’introduzione dell’imposta fa divergere il prezzo pagato dai consumatori e quello che, alla
fine, ottengono i produttori. Quindi l’imposta crea un cuneo tra prezzo pagato dai
consumatori e prezzo ricevuto dai produttori.

L’altro aspetto è: se il prezzo fosse rimasto lo stesso di prima, l’onere dell’imposta sarebbe
rimasto tutto sui produttori, invece il nuovo punto di equilibrio corrisponde a un prezzo
maggiore. Entrambi sopportano l’onere dell’imposta, questo è un caso in cui i produttori
riescono a trasferire ai consumatori soltanto una parte dell’imposta.

È un caso di TRASLAZIONE PARZIALE.

La divergenza tra i due prezzi indica che c’è una distorsione creata dall’imposizione.

L’elemento che determina se c’è traslazione e l’entità della traslazione è l’elasticità della
domanda e dell’offerta. In particolare, il lato del mercato più elastico riesce di più ad evitare
l’onere dell’imposta.

Possiamo vedere dei casi limite:


Traslazione totale

Offerta infinitamente elastica Curva di domanda rigida


Traslazione nulla

Domanda infinitamente elastica Curva di offerta rigida


Se l’imposta grava sul produttore, c’è traslazione se il prezzo di mercato aumenta.

Se l’incidenza dell’imposta dipende dall’elasticità della domanda e dall’offerta, questo


significa che non dipende dal lato del mercato ad essere formalmente colpito
dall’imposizione.

Cambierebbe qualcosa se ad essere colpito formalmente dall’imposta fosse il


consumatore? No.

Il lato del mercato che viene colpito dall’imposizione non ha rilevanza dal punto
di vista della traslazione.

L’imposta specifica provoca una traslazione parallela della curva d’offerta se colpisce il
produttore, della curva di domanda se colpisce il consumatore.
Se io avessi un’imposta ad valorem, la traslazione non sarebbe più parallela (tranne nel
caso di offerta a prezzo costante).

L’altro effetto generale dell’imposizione è l’AMMORTAMENTO dell’imposta. È un


fenomeno simile, ma non del tutto uguale, a quello della traslazione. L’ammortamento
riguarda l’imposta che colpisce un reddito da capitale, e non riguarda una singola imposta,
ma tutta una serie di imposte. E queste imposte verranno pagate in futuro, non al
momento.

L’ammortamento si ha quando il valore di un bene capitale diminuisce a seguito


dell’introduzione di un’imposta che colpisce il reddito che questo produce.

Esempio: ho un titolo che mi produce 5.000€ all’anno per sempre.

Il valore attualizzato è calcolabile con questa formula:

5.000 5.000
𝑉 = 5.000 + + +⋯
(1 + 𝑖22 ) (1 + 𝑖22 )(1 + 𝑖23 )

Se il reddito è costante, e anche il tasso di interessi è costante, il valore attualizzato è:


𝑅
𝑉=
𝑖

Il valore di questo bene dipende dal reddito che questo bene produce (se il tasso di interessi
è costante).

Che cosa succede se questo reddito viene colpito da un’imposta?

Esempio: introduco un’imposta del 20%

5.000 − 0,2(5.000) = 4.000

Quindi se introduco un’imposta di aliquota t, il valore di questo bene cambia:

𝑅(1 − 𝑡)
𝑉′ =
𝑖

Nel momento in cui viene introdotta l’imposta il valore patrimoniale diminuisce.

Per vedere di quanto diminuisce:

𝑅(1 − 𝑡) 𝑅 𝑡𝑅
𝑉′ = = −
𝑖 𝑖 𝑖
𝑡𝑅
Quindi la diminuzione è pari a che è il valore attualizzato di tutte le imposte che pagherò
𝑖

in futuro.

Il bene diminuisce di un ammontare che è pari al valore attuale di tutte le imposte che il
proprietario del bene pagherà in futuro. Quindi è come se il proprietario attuale pagasse
già tutte le imposte future per effetto della diminuzione del prezzo di mercato. Quindi
anche se l’imposta futura verrà formalmente pagata dagli acquirenti futuri, questi l’hanno
già scontata, perché hanno acquistato a un prezzo di mercato pari al valore attualizzato del
bene al netto delle imposte attualizzate. Chi ha subito l’onere dell’imposta è chi era
proprietario del bene nel momento in cui l’imposta è stata introdotta.

Secondo alcuni, c’è una tesi secondo la quale il fenomeno dell’ammortamento si verifica
solo con le imposte speciali, cioè che colpiscono solo particolari tipi di beni e redditi.
E non, quindi, se l’imposta è generale, cioè che colpisce tutti i redditi da capitale → crea
una diminuzione generalizzata della redditività degli investimenti, che corrisponde a una
diminuzione dei tassi d’interesse.

Secondo i sostenitori di questa tesi, se l’imposta è generale il fenomeno


dell’ammortamento non si verifica → 𝑉 ′ = 𝑉

𝑅(1 − 𝑡) 𝑅
𝑉′ = = =𝑉
𝑖(1 − 𝑡) 𝑖
Lezione 8/11/2021
Ammortamento
Chi subisce l’onere dell’imposta futura è chi possiede il bene nel momento in cui viene
introdotta.

𝑅
𝑉=
𝑖

Viene introdotta un’imposta sul reddito prodotto da questo bene:

𝑅(1 − 𝑡) 𝑅 𝑡𝑅
𝑉′ = = −
𝑖 𝑖 𝑖
𝑅 𝑡𝑅
Dove è il valore iniziale del bene, e la riduzione di valore del bene (che equivale al
𝑖 𝑖

valore attualizzato di tutte le imposte future.

Ne consegue quindi che il valore del bene diminuisce: 𝑉 ′ < 𝑉

Non si verifica se l’imposta è generale:

𝑅(1 − 𝑡) 𝑅
𝑉′ = = =𝑉
𝑖(1 − 𝑡) 𝑖

Ne consegue che il valore del bene non cambia: 𝑉 ′ = 𝑉

La diminuzione di valore che si ha con l’imposta speciale, si ha perché i potenziali


acquirenti del bene non lo acquistano più al valore precedente, perché possono investire i
loro soldi in altri beni, il cui reddito da capitale non è tassato.

La tesi secondo la quale l’imposta generale non si trasferisce è stata criticata per due motivi:

1. Applicazione di quello che abbiamo studiato quando abbiamo studiato la


traslazione dell’imposta. Perché in fondo il tasso di interesse è il prezzo che
determina l’equilibrio nel mercato, dove da un lato c’è la domanda di risparmio che
viene da imprenditori che vogliono avere fondi e dall’altra l’offerta del risparmio
che viene dagli individui che sono consumatori e risparmiatori e che dividono il
proprio reddito tra consumo presente e consumo futuro.
2. E abbiamo detto che lo stesso risultato che si ha nel mercato dei beni (relativamente
alla traslazione) lo si ha anche nel mercato dei fattori produttivi.

La domanda proviene dagli imprenditori che chiedono fondi per poter investire. Fino a
quando gli imprenditori sono disposti a domandare risparmio? Quanto è disposto a pagare
per prendere a prestito denaro? Deve essere in grado di ripagare, con quello che guadagna
dall’investimento, il capitale ottenuto in prestito.

L’altro aspetto è l’offerta di risparmio. Supponiamo di avere un’offerta di capitale


completamente rigida.

Il tasso di interesse di mercato non cambia, ma questo tasso di interesse è lordo, il tasso
di interesse lordo infatti è 𝑖0 (1 − 𝑡).

Il tasso d’interesse diminuisce nella stessa proporzione del reddito, quindi è vero che
l’imposta non produce ammortamento.

Cosa succederebbe se l’offerta di risparmio non fosse rigida?


In questo caso, che succede se viene introdotta un’imposta che colpisce i redditi da
capitale?

L’imposta, anche se generale, provoca un ammortamento pur parziale, se l’offerta non è


rigida. Il risparmiatore è riuscito a trasferire l’onere dell’imposta su chi domanda risparmio.

L’altro motivo per cui un’imposta generale può provocare ammortamento è che l’imposta,
anche se formalmente fosse generale e la curva di offerta di risparmio fosse rigida, colpisce
in modo diverso investimenti che hanno caratteristiche diverse, in particolare il diverso
grado di rischio.

Esempio: ipotizziamo di dover investire 100 euro, e di avere tra cui scegliere diverse ipotesi
di rischio.

• Un investimento sicuro che rende 10, quindi avremo alla fine 100+10=110.
• Altra forma di investimento meno sicura, con un rendimento maggiore, di 15 (10,
rendimento vero e proprio che ci si aspetta dall’investimento e 5, premio per il
rischio).

Poiché il premio di rischio non si capitalizza, l’investimento rischioso vale 100 + il


rendimento sicuro atteso (quindi 110 in entrambi i casi).
Quando viene introdotta un’imposta, l’imposta non fa questa distinzione. Se da un
investimento abbiamo ottenuto 10 euro (aliquota d’imposta 10%), al netto delle imposte
𝑅(1 − 𝑡) = 9, per l’altro investimento l’imposta colpisce anche il premio di rischio, quindi
l’aliquota del 10% si applica a 15. A 13,5 bisogna togliere il premio di rischio, quindi
𝑅(1 − 𝑡) = 8,5.

Quest’imposta che colpisce apparentemente tutte le forme di investimento allo stesso


modo ha colpito di più l’investimento rischioso. C’è un ammortamento per questo
secondo tipo di investimento. È come se l’imposta, rispetto all’investimento rischioso,
fosse speciale.

In generale quindi, anche un’imposta generale può provocare ammortamento, o perché


l’offerta di risparmio non è rigida, o perché colpisce in maniera differente diversi gradi di
rischio.
Lezione 9/11/2021
Equità dell’imposizione
Nell’ambito dell’imposizione il problema dell’equità assume anche un altro aspetto, cioè il
modo giusto di ripartire il carico tributario tra i diversi membri della collettività.

Due principi che sono generalmente accettati sono:

• Il principio dell’equità orizzontale, individui che sono nella stessa situazione


dovrebbero subire uno stesso onere fiscale.
• Il principio dell’equità verticale, individui che sono in una situazione diversa
dovrebbero subire oneri fiscali diversi.

Per poter essere utilizzati necessitano di una serie di precisazioni, innanzitutto qual è il
parametro che scelgo per dire che due individui sono in una situazione diversa? Come
faccio a dire che l’onere del tributo è lo stesso o è diverso tra più individui? È necessario
anche scegliere dei principi operativi, per rendere questo discorso generale applicabile
all’interno dei sistemi tributari concreti.

Che significa che due individui sono nella stessa situazione? Un primo approccio è un
approccio teorico: economicamente due individui sono nella stessa situazione se hanno lo
stesso livello di utilità. Risulta di difficile applicazione perché non c’è modo di misurare
l’utilità.

Una misura oggettiva potrebbe essere il livello di reddito dell’individuo, parametro


misurabile in termini monetari.

Anche per quanto riguarda l’onere si può fare lo stesso ragionamento. Da un punto di
vista teorico, due individui subiscono lo stesso onere se hanno la stessa perdita di utilità.

Poiché non posso misurare l’utilità e il sacrificio, utilizzo un parametro monetario, cioè
l’ammontare versato allo Stato a titolo di imposta.

Il terzo punto era quello di vedere poi, quale che sia l’impostazione che scelgo, il principio
operativo da attuare. I principi sono due:
• Principio del beneficio (o controprestazione) → il tributo è una sorta di
controprestazione che l’individuo effettua in cambio dei servizi che lo Stato gli
rende attraverso la spesa pubblica. Il pagamento dell’imposta è come il prezzo che
si paga per acquistare un bene privato. In questa impostazione il tributo che viene
applicato si chiama TASSA. Se il tributo è soltanto il prezzo che pago, l’onere netto
dell’imposizione risulta essere pari a 0 (pago qualcosa, quindi subisco un sacrificio,
ma ottengo anche utilità).
• Principio della capacità contributiva → Non concorro a finanziare la spesa
pubblica in ragione dei benefici che ne traggo, ma in ragione della capacità di
partecipare al finanziamento della spesa pubblica (capacità contributiva). In questo
caso non è più detto che l’onere netto dell’imposizione risulti pari a 0. Devo
prendere qualcosa che misuri la capacità contributiva (ad es. il reddito). il tributo
che viene applicato secondo questo principio si chiama IMPOSTA.

Entrambi i principi sono compatibili con il concetto dell’equità orizzontale e dell’equità


verticale.

Generalmente, quando applico delle imposte sul reddito, secondo il principio della
capacità contributiva, applico delle imposte PROGRESSIVE. Dire che l’indice della
capacità contributiva è il reddito è anche alla base della differenziazione tra imposte
dirette e imposte indirette. L’imposta diretta ha alla base un indice della capacità
contributiva.

Che significa imposta progressiva? Un’imposta è progressiva quando l’ammontare da


versare aumenta più che proporzionalmente all’aumentare del reddito dell’individuo.
Contrariamente a ciò che avviene nel caso dell’imposta proporzionale.

Supponiamo di avere un’imposta proporzionale:

𝑻
Individuo: reddito (R) Aliquota (t) Paga (T) Aliquota media 𝒕𝒎𝒆 =
𝑹
10
A: 100€ 10% 10€ = 0,1
100
20
B: 200€ 10% 20€ = 0,1
200
Concetto di aliquota media (tme) è il rapporto tra l’imposta da pagare e il reddito:

𝑇
𝑡𝑚𝑒 =
𝑅

L’imposta aumenta in proporzione al reddito, se il reddito raddoppia anche l’imposta


raddoppia.

Supponiamo di avere un terzo individuo con lo stesso reddito di B, ma che paga 30€

30
C: 200€ 15% 30€ = 0,15
200

Questa è un’imposta progressiva, all’aumentare della base imponibile, il gettito aumenta


più che proporzionalmente. L’aliquota media dell’imposizione aumenta all’aumentare del
reddito.

Rapporto tra aliquota media e aliquota marginale → l’aliquota marginale mi dice come
varia l’aliquota media all’aumentare del reddito (rapporto tra variazione d’imposta e
variazione del reddito):

𝑑𝑇
𝑡𝑚𝑔 =
𝑑𝑅

Se il reddito cambia, ad esempio, da 100 a 200, la variazione di R è 100, la variazione di T


è 10, quindi l’aliquota marginale sarà pari a 0,1. Nel caso di un’imposta progressiva, la
variazione di T è di 20, quindi l’aliquota marginale è 0,2.

𝒅𝑻
𝒕𝒎𝒈 = Aliquota marginale
𝒅𝑹
10
Imposta proporzionale = 0,1 10%
100
20
Imposta progressiva = 0,2 20%
100

Con l’imposta proporzionale l’aliquota media è costante e uguale all’aliquota marginale.

L’equazione dell’imposta proporzionale sarà quindi:


𝑇 =𝑡∙𝑅

Con l’imposta progressiva invece, in percentuale, l’onere che grava sugli incrementi di
reddito è maggiore di quello che gravava sulle precedenti unità di reddito. L’aliquota media
è crescente ed è inferiore all’aliquota marginale.

Posso anche definire la progressività dell’imposta in termini di elasticità dell’imposta.

𝑑𝑇 𝑑𝑇
𝑡𝑚𝑔 𝑑𝑅
𝜀= = = 𝑇
𝑡𝑚𝑒 𝑇 𝑑𝑅
𝑅 𝑅

Se l’imposta è proporzionale, poiché tmg e tme sono uguali, l’elasticità è uguale a 1.


Invece, per l’imposta progressiva, poiché tme è maggiore di tmg, anche l’elasticità è
maggiore di 1.

Facendo riferimento all’idea di equità come redistribuzione, uno può focalizzare


l’attenzione non tanto su come deve essere ripartito l’onere tributario, ma su quelli che
sono gli effetti dell’imposizione sulla distribuzione del reddito all’interno della collettività.
Dopo l’imposta, se l’indice che prendo come punto di riferimento è il reddito, i redditi
sono distribuiti in modo più equo? Quindi c’è un modo per guardare all’equità
dell’imposizione prendendo come riferimento gli effetti redistributivi.
Questo approccio, più concreto, si basa sulla necessità di avere delle misurazioni di questo
grado di distribuzione delle risorse. Un indice è l’indice di Gini, che mi serve a vedere
come sono distribuiti i redditi all’interno della collettività.

Come si costruisce?

L’area B è possibile definirla come l’area compresa tra la curva della distribuzione effettiva
e la curva di Lorenz che avrei nel caso di concentrazione massima dei redditi (tutto il
reddito è concentrato nelle mani di una sola persona).

L’indice di Gini è calcolato come:

𝐴
𝐺=
𝐵+𝐴

È uguale a 0 quando tutti gli individui hanno lo stesso reddito; quindi, la curva di Lorenz
coincide con la bisettrice, perfetta uguaglianza → 𝐴 = 0

0
𝐺= =0
𝐵
La massima concentrazione la ho invece quando tutto il reddito nazionale è nelle mani di
una sola persona → 𝐵 = 0

𝐴
𝐺= =1
𝐴+0

Nella realtà avrò ovviamente dei valori intermedi, ma quanto più basso è il valore
dell’indice di Gini, tanto minore sarà la concentrazione dei redditi.

In alcuni casi, curve diverse possono dare lo stesso indice


di Gini. Anche se il messaggio che mi dà l’indice di Gini è
che la distribuzione dei redditi nei due casi è uguale, in
realtà vedo che ora i redditi bassi sono distribuiti in modo
più equo nella curva di Lorenz nera, mentre la parte
relativa ai redditi alti è meno equa.

Questi indici mi possono servire per vedere l’effetto che le imposte hanno sulla
distribuzione dei redditi. E per fare questo uso degli indici:

RS (Reynolds-Smolensky) → confronta la distribuzione dei redditi prima


dell’applicazione dell’imposta e la distribuzione dei redditi una volta pagata l’imposta.

Chiamo:

G → l’indice di Gini

Cpt → l’indice di concentrazione dei redditi dopo l’imposta

Possiamo confrontare questi due indici per vedere cosa è successo dopo l’imposizione.

𝑅𝑆 = 𝐺 − 𝐶𝑝𝑡

La differenza tra questi due indici può essere:

• >0 → positiva, se l’indice di Gini è maggiore dell’indice di concentrazione dei


redditi dopo l’imposta. Vuol dire che dopo l’imposta, i redditi sono meno
concentrati, ma se la differenza tra prima e dopo è soltanto quello che io ho tolto
attraverso l’imposizione, vuol dire che i redditi più alti sono stati tassati
proporzionalmente di più rispetto ai redditi bassi. L’imposizione ha avuto un
effetto PROGRESSIVO.
• =0 → la concentrazione non è cambiata. Tutti hanno pagato ma nella stessa
proporzione al proprio reddito. Effetto PROPORZIONALE.
• <0 → negativa, la concentrazione dei redditi dopo l’imposta è maggiore. Significa
che l’imposta è stata REGRESSIVA. Il gettito aumenta meno che
proporzionalmente (più hai meno paghi).

L’altro indice che mi misura l’impatto dell’imposizione è l’indice di Kakwani:

𝐾 = 𝐶𝑡 − 𝐺

È basato sulla differenza tra l’indice di concentrazione delle imposte e l’indice di Gini.
Anche qui:

• >0 → le imposte sono più concentrate dei redditi, chi ha redditi più alti paga
progressivamente di più. Effetto PROGRESSIVO.
• =0 → la concentrazione è la stessa, quindi l’imposta è PROPORZIONALE.
• <0 → se è negativo, significa che la concentrazione delle imposte è minore di quella
dei redditi, quindi l’imposta è REGRESSIVA.
Torniamo un attimo su quello che abbiamo detto all’inizio con riferimento ad individui
che sono nella stessa situazione. Che significa situazione uguale o diversa? Sia che
guardiamo al problema dal punto di vista teorico che di utilità.

Se li guardiamo in termini più concreti dal punto di vista del livello di reddito, noi siamo
in una certa situazione e dobbiamo scegliere quanto far pagare ciascuno e vediamo in quel
momento qual è l’utilità o il reddito di queste persone. Supponiamo di non poter conoscere
l’utilità e guardiamo al reddito in quel momento degli individui.

A → ha un reddito di 100

B → ha un reddito di 200, ha di più quindi deve pagare di più

È il modo tradizionale di guardare alla distribuzione delle risorse, che viene detto “modo
di guardare al livello del reddito nello stato finale”. Un’alternativa totale rispetto a
questo è invece avere un’idea dell’equità nella distribuzione delle risorse che fa riferimento
allo stato iniziale, e al meccanismo con cui si è giunti alla situazione attuale. Teoria
proposta da uno dei sostenitori dello Stato minimo Nozick. Ed è la cosiddetta
“entitlement/endowement theory of justice”. Se tutti hanno lo stesso accesso al
meccanismo di redistribuzione delle risorse che è il mercato, e ritengo il mercato giusto,
allora devo accettare anche lo stato finale delle risorse.

L’esempio estremo che si fa in questo caso è il seguente:

Due gemelli identici in tutto e per tutto, uno decide di laurearsi in giurisprudenza, diventa un grande
avvocato e finisce nel 2021 con un reddito annuo di 2.000.000€. L’altro decide di avere una vita diversa
(un beach-comber come dicono gli americani). Perché dovrei aiutare il secondo? Sono persone che avevano
le stesse capacità di contribuire alla collettività, se uno ha tanto e uno poco non è perché avevano possibilità
diverse, ma perché hanno fatto scelte diverse e quindi sono felici così.

Quindi non bisogna guardare l’end-state, ma partire dalla situazione iniziale: se avevano le
stesse risorse iniziali e hanno avuto le stesse possibilità, lo stato finale non mi deve
interessare.
Lezione 10/11/2021
Schemi di tax transfer
Quali possono essere in concreto i modi per redistribuire le risorse? Andiamo a vedere
una modalità che utilizza un unico strumento: l’imposta sul reddito per tassare chi ha di
più e con il gettito redistribuire le risorse a chi ha di meno.

Schemi tax-transfer

Si prelevano risorse a chi ha redditi più elevati e, attraverso lo stesso schema, si distribuisce
a chi ha redditi più bassi.

In genere questi schemi hanno come punto di riferimento un livello di reddito al di sotto
del quale si ritiene che gli individui sono poveri.

Rp → reddito di povertà

In generale la povertà può essere definita in termini assoluti (qual è il reddito minimo che
dovrei avere) o in termini relativi (facendo riferimento al reddito medio).

Il punto di partenza è quello in cui non c’è alcun intervento dal punto di vista
dell’imposizione.

𝑇=0

Reddito disponibile (Rd) → reddito al netto delle imposte

𝑅𝑑 = 𝑅 − 𝑇

Se T=0, è chiaro che:

𝑅𝑑 = 𝑅

Un altro schema è quello dell’imposta proporzionale.

𝑇 =𝑡∙𝑅

𝑅𝑑 = 𝑅 − 𝑇 = 𝑅 − 𝑡𝑅 = 𝑅(1 − 𝑡)

Se voglio rappresentarlo graficamente:


Relazione tra reddito e reddito disponibile:

Cosa succede quando comincio ad introdurre degli schemi che vogliono aiutare chi ha dei
redditi bassi?

Schema del reddito esente (o dell’esenzione). Il nostro punto di riferimento è il reddito


di povertà. In questo schema esento dall’imposizione i redditi che sono inferiori al reddito
di povertà.

𝑅 ≤ 𝑅𝑝 → 𝑇 = 0

Chi ha un reddito inferiore al reddito di povertà non paga imposte, quindi il reddito
disponibile sarà uguale al reddito lordo.
𝑅𝑑 = 𝑅

Questo vale soltanto per coloro il cui reddito è uguale o inferiore al reddito di povertà. Per
chi ha un reddito maggiore, l’imposta viene pagata.

𝑅𝑝 > 0

𝑇 = 𝑡(𝑅 − 𝑅𝑝 ) = 𝑡𝑅 − 𝑡𝑅𝑝

Riduco la base imponibile, sottraendo dal reddito lordo il reddito di povertà anche per
coloro che lo superano. Che succede al mio reddito disponibile?

𝑅𝑑 = 𝑅 − 𝑡𝑅 + 𝑡𝑅𝑝 = 𝑅(1 − 𝑡) + 𝑡𝑅𝑝

Chi ha un reddito al di sotto di Rp non paga l’imposta, chi ha un reddito superiore la paga,
ma soltanto per quella parte che eccede Rp.
Schema dell’imposta negativa → si differenzia da quello precedente, perché nello
schema del reddito esente chi è povero non ottiene un trasferimento, semplicemente non
paga l’imposta. In questo schema invece, chi è più povero ottiene un trasferimento.

𝑇 = 𝑡(𝑅 − 𝑅𝑝 ) = 𝑡𝑅 − 𝑡𝑅𝑝

𝑅𝑑 = 𝑅 − 𝑡𝑅 + 𝑡𝑅𝑝 = 𝑅(1 − 𝑡) + 𝑡𝑅𝑝


Se ho un reddito di 0, l’imposta che pago è negativa, quindi ricevo un sussidio pari a 𝑡 ∙ 𝑅𝑝

Schema del reddito minimo garantito → se Rp è il mio livello di reddito di povertà,


voglio che nessuno sia al di sotto di questo livello e quindi garantisco a tutti un livello di
reddito che sia almeno Rp.

Se il reddito è inferiore o uguale al reddito di povertà:

𝑅 ≤ 𝑅𝑝 → 𝑇 = 𝑅 − 𝑅𝑝

𝑅𝑑 = 𝑅𝑝

Se invece è superiore:

𝑅 > 𝑅𝑝 → 𝑇 = 𝑡(𝑅 − 𝑅𝑝 )

𝑅𝑑 = 𝑅(1 − 𝑡) + 𝑡𝑅𝑝
Schema del dividendo sociale → l’idea è che tutti in quanto membri di una collettività,
hanno il diritto di ricevere qualcosa. Allo stesso tempo è un metodo per essere più generosi
rispetto agli altri schemi verso tutta la collettività.

𝑇 = 𝑡𝑅 − 𝑅𝑝

Tasso tutto il reddito, ma faccio a tutti un trasferimento pari al reddito di povertà.

𝑅𝑑 = 𝑅 − 𝑡𝑅 + 𝑅𝑝 = 𝑅(1 − 𝑡) + 𝑅𝑝
Questo schema fu proposto per la prima volta da Rhys-Williams. Questi schemi pur
essendo molto generosi sono anche molto costosi. D’altra parte se a tutti do questo credito
d’imposta, li metto anche nelle condizioni di potersi finanziare da soli.
Nella proposta di Rhys-Williams, da un lato si sarebbe dovuto rinunciare a tutta la spesa
sociale eccetto quella sanitaria. L’altro problema con tutti questi schemi è che possono
dare un disincentivo al lavoro.

Questo schema era uno schema volontario, gli individui se aderivano si impegnavano
anche ad accettare il lavoro che gli sarebbe stato trovato.

L’altro schema a cui in genere si fa riferimento è uno schema che grossomodo rientra
nell’imposta negativa è lo schema dell’imposta negativa di Friedman. Il sussidio che veniva
dato era il 50% delle deduzioni di imposta a cui i contribuenti avevano diritto.

Gli economisti classici dicevano che si sarebbero dovuti tassare tutti in modo tale da
indurre a tutti la stessa pressione dell’imposta. Questo concetto venne unito al concetto
dell’utilità marginale decrescente applicata al reddito.

Accettando quest’idea si cercò di giustificare la progressività adottando il cosiddetto


principio del sacrificio. Dove il sacrificio è l’utilità che sottraggo con l’imposizione. Con
l’imposizione devo far subire ai diversi contribuenti un sacrificio uguale per trattarli allo
stesso modo. Anche quest’idea del sacrificio uguale può assumere diverse declinazioni. In
questa teoria ne assunse tre:

• Sacrificio assoluto uguale


• Sacrificio proporzionale uguale
• Sacrificio minimo (o del sacrificio marginale uguale)
Prima applicazione è il sacrificio assoluto uguale, l’idea è che attraverso l’imposizione io
devo far subire a tutti gli individui lo stesso sacrificio, ovvero la stessa perdita di utilità.

Supponiamo di avere due individui: 1e 2 → l’individuo 2 ha un reddito che è il doppio


dell’individuo 1.

𝑅2 = 2𝑅1

Se voglio scegliere l’imposta in modo tale da far subire a questi due individui la stessa
perdita di utilità. Cominciamo dal primo e supponiamo di applicare un’imposta che gli
toglie una quantità di reddito AR1 e gli resta il reddito OA. L’area del trapezio S1 è l’utilità
che tolgo all’individuo 1.

𝑅1 = ⏞
𝑂𝑅1 𝐵𝐷 − ⏞
𝐴𝑅1 𝐵𝐶

Io voglio scegliere l’imposta da far pagare all’individuo 2, in modo tale che il suo sacrificio
sia uguale al sacrificio dell’individuo 1.

𝑆1 = 𝑆2
Se applico all’individuo 2 un’imposta di pari ammontare, l’utilità ridotta sarà minore.
Quindi devo tassarlo più del primo individuo. Devo trovare il punto E che corrisponde a
un’imposta tale che 𝑆1 = 𝑆2 .

Secondo questa teoria, il fatto che l’utilità marginale fosse decrescente, avrebbe anche
garantito non solo che l’imposta pagata dal secondo individuo sarebbe stata maggiore di
quella pagata dal primo ma anche che 𝑇2 > 2𝑇1 e quindi mi viene fuori un’imposta
progressiva. In realtà non è necessariamente così, tutto dipende da quanto velocemente
decresce l’utilità marginale (cioè dall’elasticità della curva di utilità marginale). Se l’utilità
marginale decresce velocemente, molto probabilmente viene fuori un’imposta progressiva.
Ma se la curva decresce lentamente non è detto sia così.

L’altro grande problema di questa impostazione è che non è detto che le curve di utilità
marginali di individui diversi siano uguali tra loro. Le utilità non sono misurabili e non
sono confrontabili inoltre.

Un altro problema di questo principio è che uguagliare i sacrifici assoluti siamo sicuri che
sia una cosa equa? L’alternativa è di uguagliare non i sacrifici assoluti ma i sacrifici
proporzionale (relativi).

𝑆1 𝑆2
=
𝑈1 𝑈2

Devo scegliere le aliquote di imposta in modo tale che sia uguale il rapporto tra la perdita
di utilità e l’utilità di ciascun individuo.

𝐴𝑅1 𝐵𝐶 ⏞𝐹𝑅2 𝐺𝐻
=
⏞ 1 𝐵𝐷 ⏞
𝑂𝑅 𝑂𝑅2 𝐺𝐷

Questo principio comporta che 𝑈2 > 𝑈1 quindi anche 𝑆2 > 𝑆1 , l’individuo con un reddito
maggiore è tassato di più. Anche in questo caso la progressività dipende dall’elasticità della
curva di utilità marginale.

Molto più drastico e difficile da accertare, ma più coerente, è la terza applicazione del
sacrificio minimo. È un’applicazione che fa riferimento a una collettività che adotta una
funzione del benessere sociale di tipo utilitarista. Quello che mi interessa è massimizzare
la somma delle utilità degli individui che compongono la collettività.

Si chiama principio del sacrificio minimo perché non mi interessa più qual è il modo giusto
di ripartire l’imposta tra i due individui, qui l’obiettivo è che il benessere collettivo rimanga
il più alto possibile anche dopo l’imposizione. quello che faccio è andare a far pagare le
imposte a quelli che hanno un’utilità marginale del reddito più bassa, perché in questo
modo sottraggo a livello di collettività un ammontare di utilità minore e impongo un
sacrificio minore. Supponiamo di avere tre individui: A, B e C e supponiamo che abbiano
la stessa utilità marginale di reddito.
Livelli
di A B C
utilità
4 1
3 2 2
2 3 3 3
1 4 4 4

Dobbiamo ottenere gettito tassando i tre individui ottenendo la più alta utilità sociale.
𝐴 𝐵 𝐶
𝑊 = (𝑈 ) + (𝑈 ) + (𝑈 ) = 26
10 9 7

Supponiamo di voler ottenere 3 euro di gettito dall’imposta. Posso togliere 1 euro


ciascuno.
Livelli
di A B C
utilità
4 1
3 2 2
2 3 3 3
1 4 4 4

𝐺 =1+2+3=6

𝑊 = 26 − 6 = 20

Il benessere collettivo da 26 è sceso a 20. C’era un modo per ridurlo di meno?


Livelli
di A B C
utilità
4 1
3 2 2
2 3 3 3
1 4 4 4

La perdita di utilità è 1+2+2, quello che faccio è introdurre delle imposte livellatrici. Inizio
a tassare l’individuo C solo quando ho tolto a A e B le unità di reddito che hanno in più
rispetto a lui.

𝐺 =1+2+2=4

𝑊 = 26 − 4 = 22

Un sinonimo della progressività è discriminazione quantitativa dei redditi. Tassarli in


modo diverso a seconda del loro ammontare.
Lezione 15/11/2021
Vediamo come il principio del sacrificio è stato utilizzato per giustificare un diverso
trattamento dei redditi in base alla loro fonte. Cioè l’idea per cui i redditi da capitale
dovessero subire un trattamento fiscale diverso dai redditi da lavoro. In particolare, i
redditi da capitale dovessero subire una tassazione maggiore.

L’altro modo per chiamare questo tema è DISCRIMINAZIONE QUALITATIVA.

Questa idea è presente già dal 1700 negli studi di Wagner, sosteneva che i due redditi
dovessero essere trattati in modo diverso perché chi ottiene un reddito da capitale lo
ottiene in fondo senza fare niente (in quel periodo erano soprattutto le rendite), chi ottiene
un reddito da lavoro sfrutta la sua capacità produttiva.

Idea ripresa dai teorici del principio del sacrificio, in particolare nell’accezione del sacrificio
proporzionale uguale. Per far sì che il sacrificio proporzionale del lavoratore sia uguale al
sacrificio proporzionale di chi ottiene un reddito da capitale senza sforzo. Quindi l’utilità
del lavoratore va considerata al netto della penosità di questo sforzo.
Individuo L (lavoratore) ha un’utilità che gli deriva dal reddito R


𝑈 𝐿 = 𝑂𝑅𝐸𝐴 ⏞ = 𝑂𝐸𝐴
− 𝑂𝑅𝐸 ⏞

L’area OEA è l’utilità netta di questo individuo. Consideriamo un individuo che ottiene lo
stesso ammontare di reddito ma da capitale


𝑈 𝐾 = 𝑂𝑅𝐸𝐴

Abbiamo che 𝑈 𝐿 < 𝑈 𝐾

Supponiamo che il nostro criterio di equità è far subire a tutti gli individui, a seguito
dell’imposizione, un sacrificio proporzionale uguale

𝑆𝐿 𝑆𝐾
=
𝑈𝐿 𝑈𝐾

𝑈𝐿 < 𝑈𝐾 → 𝑆 𝐿 < 𝑆 𝐾

Supponiamo di tassare il primo individuo togliendogli un ammontare di reddito T L, se gli


togliamo quest’ammontare di reddito, il sacrificio che gli facciamo subire è tutta l’area

𝑇 𝐿 𝑅𝐸𝐵, se il sacrificio dell’individuo che ottiene un reddito da capitale deve essere
maggiore, dato che i due hanno la stessa curva di utilità, all’individuo K devo togliere di

più, cioè l’area ⏞


𝑇 𝐾 𝑅𝐸𝐶, in modo tale che


𝑇 𝐿 𝑅𝐸𝐵 ⏞𝑇 𝐾 𝑅𝐸𝐶
=

𝑂𝐸𝐴 ⏞
𝑂𝑅𝐸𝐴

Quindi conseguentemente l’imposta sul reddito da capitale deve essere maggiore


dell’imposta sul reddito da lavoro.

𝑇𝐾 𝑅 > 𝑇𝐿 𝑅

Questa questione della differente tassazione del reddito da capitale e del reddito da lavoro
è stata affrontato anche sotto il profilo della durata temporale del reddito. Ricordiamo che
il reddito da capitale è generato ad esempio da un somma in banca che dà degli interessi.
L’individuo che ha una somma di denaro in banca gode di questo reddito per sempre, se
non intacca il capitale, anche quando passa a miglior vita può passare questo reddito ai
suoi eredi. Il reddito da capitale sotto questo punto di vista può essere considerato un
reddito perpetuo. Il reddito da lavoro per sua natura è un reddito temporaneo.

Basandosi su questa osservazione si aprì un dibattito tra due studiosi, James Mill e John
Stuart Mill (padre e figlio). Il padre diceva che considerando il diverso profilo temporale,
il reddito da lavoro dovesse essere tassato meno del reddito da capitale. Questo perché:

Consideriamo due individui che hanno lo stesso reddito, entrambi di 100, uno però da
capitale, l’altro da lavoro.

Per far diventare perpetuo il reddito da lavoro bisogna risparmiarne una parte.

Per trattare allo stesso modo il reddito da lavoro e il reddito da capitale, devo tassare di
meno il reddito da lavoro, cioè non devo tassare quella parte che l’individuo mette da parte
per riuscire a perpetuare nel tempo anche il reddito da lavoro.

Il figlio però sostenne una tesi diversa. Se tassi i redditi da capitale, rendi le cose più difficile
al lavoratore, che sta cercando di mettere da parte una parte del suo reddito da lavoro,
perché quella parte di interessi gliela sottrai di volta in volta con la tassazione.
La sua idea era basata sull’idea che gli interessi che ottengo dai risparmi, non sono una
nuova ricchezza, sono solo il premio per aver posticipato il consumo.

In questo senso, gli interessi non sono un vero reddito, ma sono il prezzo che io voglio
per posticipare il consumo. Per questo lui diceva non solo che i redditi da lavoro devono
essere tassati di più dei redditi da capitale, ma addirittura che i redditi da capitale non
dovrebbero essere tassati affatto. Perché in fondo tutti i redditi sono redditi da lavoro.

Questo esempio fu ripreso nella tesi della doppia imposizione del risparmio. Se tasso i
redditi da capitale, in fondo tasso il reddito risparmiato due volte. Vista da un altro punto
di vista, tratto in modo diverso gli individui a seconda che scelgano di consumare tutto
subito o di risparmiarne una parte.

Individuo A Individuo B
periodo R T(10%) Rnetto C S R T(10%) Rnetto C S

1 1000 -100 900 900 0 1000 -100 900 0 900


Non tasso i redditi da capitale
2 Non ha nuovi redditi 45 - 945 945 0

Il primo individuo ha consumato 900 euro e ha pagato 100 euro di imposta, il secondo ha
pagato anche lui 100 euro di imposta nel primo periodo, quindi è nella stessa situazione
del primo. Per quanto riguarda il consumo, ha consumato di più ma l’ha fatto nel secondo
periodo. I valori futuri li dobbiamo attualizzare, quindi se vogliamo confrontare i 945 di
domani con i 900 di oggi:

945
= 900
1,05

Quindi il valore attuale dei 945 euro è pari a 900. Quindi secondo i sostenitori di questa
tesi, loro hanno in valore attuale ottenuto la stessa utilità. Sono stati trattati allo stesso
modo.
Tasso i redditi da capitale
2 Non ha redditi da capitale 45 -4,5 940,5 940,5 0

In termini di utilità

940,5
< 900
1,05

Quindi, in valore attuale, il secondo individuo consuma meno del primo. Per quanto
riguarda le imposte, ha pagato 100 nel primo periodo, ora paga 4,5 (per attualizzarlo al
4,5
primo periodo ). Quindi paga più imposte del primo individuo in questo secondo caso
1,05

e consuma di meno.

4,5
= 90€
0,05

I 90€ sono il valore attualizzato del flusso di imposte, è molto vicino ai 100€ che ho pagato
inizialmente sul reddito. Per questo si dice che se tasso i redditi da capitale ho una doppia
imposizione del reddito percepito.

Secondo questa tesi, non dovrei tassare i redditi da capitale.

ANALISI DEI SISTEMI TRIBUTARI

Un punto di partenza può essere quale principio equitativo viene applicato. A seconda del
tipo di tributo viene applicato una volta l’una, una volta l’altro.

La capacità contributiva è il principio principale nei paesi più sviluppati. La capacità


contributiva va misurata in relazione ad un indice, che può essere il reddito, il patrimonio
o il consumo. Il reddito viene inteso come l’accrescimento della ricchezza del soggetto
che si ha in un determinato periodo (l’anno solare), questo accrescimento di ricchezza può
essere visto come il nuovo flusso di potere d’acquisto che il soggetto ottiene. Il
patrimonio è l’intero stock di ricchezza accumulata da un soggetto, quindi lo stock
accumulato di questo potere d’acquisto. L’altra grandezza è il consumo, che il soggetto fa
di beni privati, perché questo viene visto come un indice della propensione del soggetto a
consumare i servizi pubblici.

Cominciamo la nostra analisi dall’imposta sul reddito. C’è una prima grande distinzione:

→ imposta sul reddito di natura cedolare (o reale), è un’imposta che viene applicata
alle singole categorie di reddito.

→ imposta sul reddito sintetica (o personale), è un’imposta su tutti i redditi di un


soggetto, a prescindere dalla loro fonte.

L’imposta cedolare è un’imposta di natura reale, cioè è commisurata all’ammontare di


quella specifica categoria di reddito. Mentre l’imposta sintetica è un’imposta personale,
sono tutti i redditi che fanno capo a quel determinato soggetto. Quest’ultima permette di
tenere conto di situazioni particolari del soggetto, permette di applicare la progressività
dell’imposta. Di fatto le imposte sintetiche sono più costose da amministrare, però nei
paesi più sviluppati le imposte sul reddito sono di carattere sintetico.

Se applico un’imposta sintetica, la seconda decisione da prendere è quella su come


definisco il reddito come base imponibile. Scelta della base imponibile sul reddito.

Pensiamo a che cos’è il reddito, in particolare vediamo il reddito come un flusso di potere
d’acquisto. Ci sono due modi di guardare a questo flusso:

→ dal lato delle fonti, quali sono le origini di questo flusso.

→ dal lato degli usi, come utilizzo questo potere d’acquisto.

Fonti Usi
→ 𝑅𝐿
→ 𝑅𝐾
→𝐶
→ CG (capital gates),
→𝑆
plusvalenze patrimoniali
→ ES (entrate straordinarie)
A partire da questa tabella posso ricavare le diverse definizioni di reddito che posso
prendere come base imponibile dell’imposta. Le tra basi imponibili principali sono:

→ Reddito prodotto: modo di guardare al reddito dal punto di vista delle fonti,
considerando solo il reddito che è remunerazione dei fattori produttivi → 𝑅𝐿 + 𝑅𝐾

→ Reddito entrata: prende in considerazione non soltanto le remunerazioni, ma tutte le


fonti di reddito → 𝑅𝐿 + 𝑅𝐾 + 𝐶𝐺 + 𝐸𝑆

→ Reddito spesa: è una definizione di reddito che considera il lato degli usi del reddito,
e limita l’imposizione a quella parte di reddito che viene consumato (C)

REDDITO SPESA

Cosa succede se tasso solo il reddito che consumo?

Individuo A Individuo B
periodo R C T(10%) Cnetto S R C T(10%) Cnetto S

1 1000 1000 -100 900 0 1000 0 - - 1000


2 Non ha nuovi redditi 1000+50 1050 -105 945 0

Il valore attuale di 945 è 900, 105 in valore attuale è 100 e quindi in questo modo tutti e
due sono partiti con un reddito da lavoro di 1000, hanno consumato in valore attuale 900
e hanno pagato imposte in valore attuale di 100.

Tassare il reddito spesa, significa non tassare il risparmio e ho lo stesso risultato che se
non tassassi il reddito da capitale.

REDITTO PRODOTTO

Può essere visto in due modi:

→ Reddito effettivamente prodotto, è il reddito che l’individuo ha effettivamente


guadagnato nel corso dell’anno come remunerazione dei fattori produttivi

→ Reddito normale, fa riferimento sempre alla tassazione del reddito prodotto, ma una
tassazione che non fa riferimento quanto di fatto il soggetto ha percepito nel corso
dell’anno, ma a un reddito medio, in due sensi: o il reddito che può essere ottenuto in base
a capacità e un impegno medio, o il reddito che ottengo in un periodo di tempo più lungo
dell’anno.

REDDITO ENTRATA

Ho una definizione di reddito che mi rende omogeneo quello che guardo dal punto di
vista delle fonti e quello che guardo dal punto di vista degli usi. Da un lato, dal punto di
vista delle fonti, è la somma del reddito prodotto, delle entrate straordinarie, degli
incrementi di valore patrimoniale, ma se lo guardo dal punto di vista degli usi mi coincide
con la somma del consumo e del risparmio.

𝑅𝐾 + 𝑅𝐿 + 𝐶𝐺 + 𝐸𝑆 = 𝑅𝐸 = 𝐶 + 𝑊1 − 𝑊0

𝑊1 − 𝑊0 è la differenza tra la ricchezza alla fine dell’anno e la ricchezza all’inizio dell’anno


(accrescimento di ricchezza = risparmio).

𝐶 = 𝑅𝐸 + (𝑊0 − 𝑊1 )
Lezione 16/11/2021
La stragrande maggioranza dei redditi da capitale non sono tassati all’interno dell’imposta
ma con un’imposizione autonoma di natura cedolare che ha carattere proporzionale. Viene
concessa, quando si fa la dichiarazione dei redditi, una deduzione per i contributi
previdenziali obbligatori (che sono una forma di risparmio) e quindi, questo elemento va
un po’ nella direzione della tassazione del reddito spesa.

Quali sono le tecniche per attuare la progressività? Ci sono diverse tecniche, ma uno di
questi lo abbiamo già visto quando abbiamo parlato degli schemi tax-transfer.

Le tecniche per attuare la progressività a seconda che l’aliquota marginale dell’imposta sia
costante o che vengano applicate aliquote marginali crescenti al crescere del reddito.

Nel primo caso l’imposta, che pur essendo progressiva, ha un’aliquota marginale costante,
è il caso dell’imposta in cui la progressività viene attuata concedendo o una deduzione
dall’imponibile o una detrazione dell’imposta. Questo tipo di imposta corrisponde al modo
in cui si introduce uno schema di trasferimento dell’imposta che corrisponde all’imposta
negativa.

R → il reddito (base imponibile)

t → aliquota marginale d’imposta

D → deduzione dall’imponibile

d → detrazione dall’imposta

Deduzione si riferisce a un ammontare di reddito che viene sottratto dalla base imponibile
prima di applicare l’aliquota (progressività per deduzione)

𝑇 = 𝑡(𝑅 − 𝐷) = 𝑡𝑅 − 𝑡𝐷

Nel caso di progressività per detrazione

𝑇 = 𝑡𝑅 − 𝑑

𝑇 = 𝑡(𝑅 − 𝐷) può essere scritto come 𝑡𝑅 − 𝑡𝐷


Se 𝑡𝐷 = 𝑑, i due metodi si equivalgono, nel senso che l’imposta che l’individuo paga è la
stessa.

Questo schema è lo stesso dell’imposta negativa, basta sostituire a D, l’ammontare della


deduzione, Rp in quel caso la deduzione che io concedo corrisponde al livello di reddito
di povertà e quindi mi sta a rappresentare quel livello di reddito che voglio esentare
all’imposizione.

Come mai un’imposta che viene applicata con un’aliquota costante è un’imposta
progressiva? L’imposta diventa progressiva proprio perché sto applicando questa
deduzione e questa detrazione che hanno un ammontare fisso. Ho un’agevolazione per il
contribuente, ma dato che la deduzione e la detrazione sono fisse, relativamente al reddito,
l’entità di questa agevolazione si sente sempre meno.

Come faccio a vedere l’aliquota marginale e l’aliquota media? Abbiamo detto che l’aliquota
marginale mi dice come varia il gettito al variare della base imponibile, cioè la pendenza
della retta. Vedo che è costante perché la pendenza della retta è sempre la stessa.

𝑑𝑇
𝑡𝑚𝑔 =
𝑑𝑅
Come faccio a vedere l’aliquota media? In particolare come faccio a vedere che l’aliquota
media è crescente e inferiore all’aliquota marginale

𝑇
𝑡𝑚𝑒 =
𝑅

Questa è la cosiddetta FLAT TAX. Il fatto che sia flat lo possiamo rappresentare
graficamente:
L’aliquota marginale è t che non cambia, quindi tmg è costante ed è una linea retta parallela
all’asse delle ascisse. L’aliquota media cresce all’aumentare del reddito, però se il reddito è
più basso di D, l’imposta è negativa (si riceve un sussidio). L’aliquota media si avvicina
sempre di più all’aliquota marginale, quindi per livelli elevati di reddito la progressività
viene meno.

Potrei in teoria avere un modello di progressività, per cui se viene fuori un’imposta
negativa, il sussidio non lo concedo, quindi viene meno il tratto dell’imposta nel quadrante
negativo.

Fino a D non si paga imposta e non si riceve alcun sussidio, quindi sia l’aliquota marginale,
che l’aliquota media, sono pari a 0.
Gli altri modi di applicare la progressività sono caratterizzati dal fatto che l’aliquota
marginale cresce al crescere del reddito, quindi non ho più la progressività lineare. Quali
sono questi metodi? I due ai quali più spesso si fa riferimento sono la progressività per
classi e la progressività per scaglioni.

PROGRESSIVITÀ PER CLASSI

A seconda del livello di reddito cambia l’aliquota marginale con cui lo tasso. Esiste
un’aliquota diversa per le diverse classi di reddito.

R t
0 - 100 10% 𝛼
101 - 200 15% 𝛽
201 - 300 20% 𝛾
… …

L’aliquota marginale cresce, passando dalla classe inferiore alla classe superiore. In fondo
è come un sistema in cui ho diverse imposte proporzionali con un’aliquota marginale
diversa applicata ai diversi livelli di reddito.

Qual è un inconveniente di questo tipo di imposta? Quando passo da una classe all’altra
c’è un “salto”. Consideriamo due redditi: uno di 100 e uno di 101, il reddito di 100 è
soggetto ad un’imposta del 10% (paga in tutto 10€), il reddito di 101 è soggetto ad
un’imposta del 15% (paga in tutto 15,5€). Chi ha un reddito di 100, dopo aver pagato ha
un reddito netto di 90, chi invece ha un reddito di 101, si ritrova con un reddito netto di
85. Non è un risultato equo.

Il metodo di progressività più utilizzato è quello per SCAGLIONI DI REDDITO.

Nel sistema per scaglioni, supponendo sempre che:

R t
0 - 100 10% 𝛼
101 - 200 15% 𝛽
201 - 300 20% 𝛾
… …

Il reddito non viene tassato con l’aliquota di tutto lo scaglione a cui corrisponde, ma viene
diviso.

Un reddito di 101 viene tassato: al 10% per i primi 100 euro e al 15% per 1 euro che rientra
nel secondo scaglione.
R = 101 t
(I scaglione): 100 10%
(II scaglione): 1 15%

Se ho un reddito di 250:

R = 250 t
(I scaglione): 100 10%
(II scaglione): 100 15%
(III scaglione): 50 20%
È simile a una progressività per deduzione o detrazione, quindi l’andamento dell’aliquota
media è lo stesso.

Come calcoliamo l’aliquota media e l’aliquota marginale con il sistema della progressività
per scaglioni?

𝑅 = 250

La scala di progressività è la stessa di prima. Supponiamo di voler concedere una


deduzione e una detrazione.

𝐷 = 30

𝑑 = 4

La prima cosa da fare è sottrarre la deduzione dal reddito.

𝑅 − 𝐷 → 250 − 30 = 220

Dopodiché vado a suddividere il reddito in scaglioni


R = 220 t T
(I scaglione): 100 10% 10
(II scaglione): 100 15% 15
(III scaglione): 20 20% 4

𝑇 = 10 + 15 + 4 = 29

Sottraggo la detrazione:

𝑇 − 𝑑 → 29 − 4 = 25
𝑇
A questo punto posso calcolare l’aliquota media
𝑅

𝑇 25
=
𝑅 220

C’è anche un’altra definizione di aliquota media, che è l’aliquota media effettiva, in cui
faccio il rapporto tra quanto pago d’imposta e il reddito effettivo che avevo guadagnato
(prima delle deduzioni).

Come vedo l’aliquota marginale? L’aliquota marginale è l’aliquota dell’ultimo scaglione in


cui ricade il mio reddito. In questo caso il 20%.
L’altra cosa da vedere è come la deduzione e la progressività incidono sulla progressività.
Immaginiamo una situazione in cui il reddito è 250 e la deduzione è 60. Il reddito
imponibile diventa 190, che non ricade più nel terzo scaglione, ma nel secondo. L’aliquota
marginale non è più il 20% ma il 15%. La deduzione può modificare l’aliquota marginale
che viene applicata al reddito.

La detrazione, invece, che viene applicata dopo aver calcolato l’imposta da pagare, non
modifica l’aliquota marginale.

Il passo ulteriore sarebbe quello della progressività continua. Significherebbe che:

In Italia il metodo che si applica è quello per scaglioni, viene applicato concedendo delle
deduzioni e delle detrazioni (es. a seconda della tipologia di reddito da lavoro vengono
applicate delle detrazioni, a seconda che si tratti di lavoro dipendente, autonomo o reddito
da pensione).
Lezione 17/11/2021
Problemi di struttura dell’imposta progressiva
Problemi di struttura dell’imposta progressiva, che derivano dal fatto che l’imposta sia
progressiva invece che proporzionale.

I principali problemi di struttura sono tre, il primo riguarda la scelta dell’unità


impositiva. Ovvero se tassare il singolo oppure la famiglia. Da non confondere con il
problema della scelta della base imponibile.

Perché questo problema è collegato al fatto che l’imposta sia progressiva? Se l’imposta è
progressiva, tassare insieme i redditi della famiglia, può portare ad un aumento
dell’imposta.

𝑡 = 𝑡̅ → aliquota dell’imposta proporzionale, è costante

𝑡(𝑅) → aliquota dell’imposta progressiva, varia al variare del reddito

Immaginiamo una famiglia formata dai soli due coniugi, A e B.

Se l’imposta è proporzionale

𝑡𝑅𝐴 + 𝑡𝑅𝐵 = 𝑡(𝑅𝐴 + 𝑅𝐵 )

Tassare separatamente i due redditi o tassarli insieme non varia l’ammontare dell’imposta
che si dovrà pagare.

Se invece l’imposta è progressiva

𝑡𝑅𝐴 + 𝑡𝑅𝐵 < 𝑡(𝑅𝐴 + 𝑅𝐵 )

La somma dei due redditi farebbe finire il reddito della famiglia in una classe di reddito
più alta, quindi l’aliquota sarà maggiore.

Solitamente prendiamo come agente economico il singolo, ma nella realtà (forse) le


decisioni non vengono prese a livello individuale, ma a livello familiare. Facendo questo
sicuramente le risorse dei coniugi vengono messe tutte insieme in qualche modo, quindi,
secondo alcuni l’unità impositiva non dovrebbe essere il reddito individuale, ma il reddito
familiare. L’idea è raggiungere un’equità a livello di tassazione della famiglia. Naturalmente
però c’è anche l’inconveniente che rispetto alla tassazione separata, unire i redditi implica
che si pagano più imposte. Questo comporta dei disincentivi, può spingere gli individui a
non sposarsi ad esempio. L’altro aspetto negativo si ha se all’interno della famiglia i redditi
sono di livello diverso. Se un coniuge ha un reddito più basso ed è un reddito da lavoro,
su questo reddito più basso viene applicata l’aliquota del reddito più alto e questo è un
disincentivo al lavoro.

Per quanto riguarda il primo problema della tassazione separata, due famiglie con lo stesso
reddito complessivo verrebbero a pagare un’imposta diversa.

AeB CeD
Reddito 50 + 50 = 100 100 + 0 = 100
Tassazione separata Paga di più
Tassazione congiunta Pagano la stessa imposta

Non è equo dal punto di vista dell’equità orizzontale applicata alla famiglia.

L’altro problema che posso avere con la tassazione separata è che non riesco a tenere
conto del numero dei componenti del nucleo familiare.

E CeD
Reddito 100 100 + 0 = 100
Tassazione separata C ed E pagano la stessa imposta, D non paga niente

Con la tassazione separata, E paga la stessa imposta del nucleo familiare C e D, senza
tenere conto del fatto che con il reddito di C, nella famiglia dove vi sono due persone,
devono vivere in due.

L’altro aspetto di cui non posso tenere conto sono le economie di scala. Quando il numero
dei componenti aumenta, i costi della vita non aumentano proporzionalmente.
AeB F
Reddito 50 + 50 = 100 50

Con la tassazione separata F paga la metà di A e B, ma ha delle spese che sono minori del
doppio delle spese di A e B. perché non riesce ad usufruire di economie di scala. Con la
tassazione separata non posso tenere conto di tutti questi aspetti.

Se opto, come in Italia, per un regime di tassazione separata, una cosa che posso fare è
concedere delle detrazioni per i familiari a carico. Se invece voglio calcolare la tassazione
prendendo come riferimento il nucleo familiare, posso introdurre degli accorgimenti che
diminuiscano gli effetti negativi del cumulo.

Partendo dal cosiddetto cumulo puro (sommare i redditi dei coniugi e applicare la scala
delle aliquote come fosse un singolo reddito), la prima cosa che posso fare è cumulare i
redditi tranne il reddito da lavoro del coniuge col reddito più basso → cumulo con
esclusione 𝑅𝐿 più basso.

Il passo successivo è avere un metodo di imposizione che, pur cumulando i redditi, tiene
conto del numero dei componenti. Questo è il metodo dello splitting, che consiste nel
cumulare il reddito dei due coniugi ma poi dividiamo l’ammontare per due, quindi
calcoliamo il reddito medio familiare.

𝑅𝐴 + 𝑅𝐵
= 𝑅𝑚𝑒 → 𝑡𝑚𝑒(𝑅𝐴 ) 𝑒 𝑡𝑚𝑒(𝑅𝐵 )
2

L’aliquota che applico è quella del reddito medio, e la applico separatamente sia ad A che
a B.

Qui si innesta il problema del numero dei componenti la famiglia e delle economie di scala.
Forse in questa famiglia non ci sono solo i coniugi, ma oltre al marito e alla moglie ci sono
anche dei figli. Come faccio a tenere conto di questo? Una soluzione è il metodo del
quoziente familiare (alla francese, perché applicato in Francia), dove sommo i redditi di
tutti i componenti la famiglia e li divido per il numero dei componenti, ma non tutti hanno
lo stesso peso (1|0,8|0,6|0,4). Trovo il reddito medio e applico l’aliquota che viene fuori
considerando tutti i redditi familiari, non c’è più la tassazione separata.

Sia lo splitting, sia il quoziente familiare, sono più favorevoli sia del cumulo che della
tassazione separata.

L’altro problema è quello dei REDDITI FLUTTUANTI.

Nasce dal fatto che la progressività si unisce a un determinato periodo d’imposta,


tipicamente l’anno solare. Non costituisce un problema per individui che hanno un reddito
costante negli anni. È un problema se gli individui hanno dei redditi fluttuanti negli anni.

1° anno 2° anno 3° anno Totale


A 100 100 100 300
B 250 0 50 300

Se applico la tassazione prendendo come periodo d’imposta il triennio i due individui


pagherebbero la stessa imposta. Prendendo l’anno, se applico l’imposta progressiva, alla
fine dei tre anni, i due individui possono trovarsi con l’aver versato un ammontare
d’imposta molto diverso.

Come si può risolvere questo problema? A livello teorico si può risolvere commisurando
l’imposta ad un periodo più lungo di un anno. Ci sono vari modi, la media aritmetica e la
media mobile.

Con la media aritmetica, supponiamo di prendere un periodo di 3 anni.

𝑹𝟏 𝑹𝟐 𝑹𝟑
𝑇1 𝑇2 𝑅1 + 𝑅2 + 𝑅3
3
3 ∙ 𝑇𝑚𝑒 − 𝑇1 − 𝑇2 = 𝑇3

Se T3 è negativa avrò un credito d’imposta. Quando arrivo al terzo anno, devo fare dei
conguagli e rimborsi, un modo per evitare questo è quello di fare ricorso alla tecnica della
media mobile. La media non ha più un periodo fisso, ma viene fatta per ogni anno
rispetto ai redditi percepiti negli anni precedenti.

𝑅−2 + 𝑅−1 + 𝑅0
= 𝑅𝑚𝑒 → 𝑇0
3

Anche questo metodo ha dei problemi. Se nell’anno 0 abbiamo guadagnato molto meno
che negli anni precedenti, l’imposta di quell’anno quindi è gravosa perché risente degli anni
positivi che l’hanno preceduta. Questo può avere delle conseguenze sugli effetti di
stabilizzazione che ha l’imposta sul reddito. A livello macroeconomico se c’è un periodo
recessivo, un supporto ai consumi viene offerto dal fatto che quando i redditi
diminuiscono anche l’imposta diminuisce. Con questo metodo questo viene meno.

Queste tecniche della media fanno riferimento al concetto di reddito normale (reddito che
è normale in un certo lasso di tempo).

In Italia un sistema di medie si applica per calcolare le aliquote sugli emolumenti arretrati
e sul TFR. Può capitare che per qualche motivo si riceva il salario/stipendio non nel mese
in cui è stato guadagnato, ma in ritardo. Supponiamo che in un anno si ricevono sei mesi
di stipendio dell’anno prima, si pagherebbero imposte maggiori. Quindi gli emolumenti
arretrati subiscono una tassazione diversa.

Altro problema legato alla progressività si ha legato all’inflazione. Problema del cosiddetto
DRENAGGIO FISCALE (fiscal drag). L’inflazione è un aumento generale dei livelli dei
prezzi. Es. inflazione del 100%, i prezzi raddoppiano, supponiamo che il salario sia
collegato al tasso d’inflazione (anche il reddito raddoppia quindi), che succede se viene
applicata un’imposta progressiva?

𝑹 𝒕 𝑻 𝑹𝒅
1000 10% 100 900
2000 Imp. proporzionale 1800
10% 200
Imp. progressiva 1700
15% 300
Con l’imposta progressiva, al raddoppiare del reddito, il reddito disponibile non è il doppio
del reddito disponibile precedente all’inflazione. Quindi ho subito un’imposizione
maggiore pur essendo di fatto nella stessa situazione. Il metodo più semplice è quello di
modificare il limite degli scaglioni (o delle classi) in base al tasso d’inflazione. Se ho
un’inflazione del 100%, raddoppio i limiti degli scaglioni.

In Italia, quando c’erano problemi d’inflazione, si era seguito un metodo che aiutava i
contribuenti a recuperare il drenaggio fiscale attraverso delle deduzioni o delle detrazioni.
La deduzione e la detrazione fanno abbassare l’aliquota media dell’imposizione. Ma
incidono anche sull’aliquota marginale, nel caso della deduzione l’aliquota marginale
diminuisce. Cosa succede all’elasticità dell’imposta?

𝑡𝑚𝑔
𝜀=
𝑡𝑚𝑒

Con la detrazione tmg resta costante e tme diminuisce, quindi l’elasticità aumenta. Questo
metodo rischia di aumentare il drenaggio fiscale nel lungo periodo, perché aumenta
l’elasticità dell’imposta.

IMPOSTA SUL PATRIMONIO

Il patrimonio è lo stock di ricchezza di un soggetto. Le imposte sul patrimonio possono


essere di due tipi:

• Imposte cedolari (reali), che colpiscono i singoli beni patrimoniali.


• Imposte sintetiche (personali), colpiscono tutto il patrimonio complessivamente
(al netto delle passività).

Altra distinzione è tra:

• Imposta ordinaria, vengono prelevate ogni anno, in maniera continuativa.


L’aliquota in genere è abbastanza bassa da permettere di pagare l’imposta con i
redditi che il patrimonio ha prodotto in quell’anno, quindi per pagare l’imposta non
devo intaccare il patrimonio (in questo senso è analoga a un’imposta sul reddito da
capitale).
• Imposta straordinaria, sono saltuarie, che in genere vengono applicate in periodi
di particolare necessità. Può avere delle aliquote abbastanza elevate che non
permettono di pagarla con il reddito prodotto in quell’anno.

La prima cosa da dire è come si giustifica un’imposta sul patrimonio. Le prime che
vengono in mente sono quelle che fanno riferimento ai principi equitativi di base (della
controprestazione e della capacità contributiva). La giustificazione nel primo caso fa
riferimento al fatto che in fondo possedere un patrimonio significa essere titolari di diritti
di proprietà su beni patrimoniali, e i diritti di proprietà vengono tutelati dallo Stato
attraverso le forze di pubblica sicurezza a garanzia della giustizia e dell’ordine pubblico. Se
un soggetto ha un patrimonio elevato usufruisce molto delle tutele messe a disposizione
dallo Stato. Ci sono poi delle giustificazioni di un’imposta sul patrimonio a carattere reale,
ad esempio a favore della tassazione degli immobili (su base locale soprattutto). L’idea qui
è che a volte il valore di un’immobile può dipendere da servizi resi dalle istituzioni locali.

L’altra giustificazione generale può essere ricondotta al principio della capacità


contributiva. Commisurare l’imposizione al patrimonio, era qualcosa di una volta, quando
era difficile valutare i redditi, in forma monetaria, rispetto al patrimonio. Se tasso i redditi
da capitale, se adotto un concetto di reddito come reddito entrata, uno potrebbe dire che
in fondo il patrimonio l’ho già tassato. Questo deriva dal legame che c’è tra reddito e valore
patrimoniale. Se il valore patrimoniale e il reddito sono due facce della stessa medaglia, se
tasso il reddito perché dovrei tassare anche il patrimonio che l’ha prodotto.

Effetti dell’imposta sul patrimonio, in realtà, sono gli stessi di un’imposta sul reddito da
capitale. C’è un’equivalenza dell’imposta sul patrimonio con l’imposta sui redditi da
capitale.

𝑅
𝑉=
𝑖

Supponiamo che tasso il reddito da capitale con un’aliquota 𝑡𝑅 , il gettito è dato da 𝑡𝑅 ∙ 𝑅


𝑅
Se tasso il patrimonio con un’imposta 𝑡𝑉 ∙ , lo stesso effetto lo ottengo se l’aliquota
𝑖

dell’imposta sul reddito è uguale all’aliquota dell’imposta sul patrimonio fratto il tasso
d’interesse.

𝑡𝑃
𝑡𝑅 =
𝑖

Uno dei motivi per cui anche l’imposta generale provoca ammortamento è che gli
investimenti differiscono in base al loro grado di rischio. Una differenza quindi è che
un’imposta sul patrimonio spinge gli investitori a preferire forme di investimento che
diano reddito rispetto a quelle che non ne danno ma che comunque con l’imposta sul
patrimonio verrebbero tassate.
Lezione 22/11/2021
Imposta sul consumo e imposta sui redditi delle persone giuridiche
IMPOSTA SUL CONSUMO

Come si giustifica l’imposta sul consumo? Per quanto riguarda il principio della capacità
contributiva, il consumo esprime la disponibilità che un individuo ha a spendere per beni
privati, questa può essere presa come un’approssimazione della disponibilità a consumare
anche i servizi pubblico.

C’è una critica all’imposizione del consumo che è quella per cui l’imposta basata sul
consumo è regressiva, colpisce proporzionalmente di più chi ha redditi più bassi. Perché
in genere all’aumentare del reddito, aumenta la quota dello stesso che viene risparmiata.

La modalità più adeguata potrebbe essere quella di un’imposta personale sul reddito speso.

Le forme di imposte sul consumo sono tre:

• Imposta personale sulla spesa


• Imposta generale sulle vendite
• Imposte che colpiscono dei beni di consumo specifici (accise in Italia)

L’altra giustificazione è in base al beneficio, in base a questo si giustifica di più un’imposta


che grava sui venditori dei beni.

Un’altra giustificazione, più particolare, è che (soprattutto nei paesi in via di sviluppo) le
fasce più benestanti tendono ad acquistare beni di lusso, anche le fasce più basse poi le
imitano, allora un’imposta che colpisce questi beni di lusso spinge gli individui a comprare
beni essenziali.

Caratteristiche delle diverse modalità di imposizione del consumo

→ Imposte di natura speciale

Una delle prime di queste modalità sono le imposte che hanno una natura speciale,
colpiscono solo determinati beni. Possono essere anche imposte che si aggiungono a
un’imposta generale. In Italia queste imposte prendono il nome di accise, in generale
colpiscono dei beni che provocano esternalità (benzina, alcolici) o beni di demerito
(sigarette). Un altro motivo può essere semplicemente quello di ricavare gettito, in questo
caso vado a colpire un bene a domanda rigida. Queste caratteristiche possono coincidere
(ad esempio le sigarette, sono beni di demerito a domanda rigida). Un terzo motivo, di
natura redistributiva, per cui vado a colpire di più beni di lusso, in questo modo colpisco
relativamente di più chi ha dei redditi elevati.

Le altre due modalità di imposizione, di tipo generale, sono una un’imposta generale,
mentre l’altra l’imposta sulle vendite, ha carattere reale e colpisce i singoli atti di
compravendita.

→ Imposta generale sul consumo

Per quanto riguarda l’imposta generale sul consumo, questa è l’imposta sul reddito speso.
Dovrei vedere quanto, in un anno, l’individuo consuma e commisurare a questo
l’imposizione. Come faccio a definire il consumo (base imponibile)?

𝑅𝐸(𝑟𝑒𝑑𝑑𝑖𝑡𝑜 𝑒𝑛𝑡𝑟𝑎𝑡𝑎) = 𝐶 + (𝑊1 − 𝑊0 )

𝑊1 − 𝑊0 è l’incremento di patrimonio. In base a questo posso definire il consumo:

𝐶 = 𝑅𝐸 − (𝑊1 − 𝑊0 )

Dal punto di vista pratico è un’imposta difficile da amministrare. Se confrontata con


l’imposta sul reddito, per calcolare il consumo di un individuo ho bisogno di più dati.
Devo conoscere sia il reddito, sia il cambiamento del suo patrimonio. L’altro problema
deriva dal fatto che è un’imposta che viene applicata secondo il metodo della progressività,
perché non è detto che tutte le spese per beni di consumo siano indice di capacità
contributiva. Ci possono essere delle spese necessarie, per esempio le spese mediche. La
soluzione a questo è escludere le spese necessarie dalla base imponibile.

L’altro problema è quello delle spese straordinarie. Se l’imposta è applicata su base


progressiva, l’anno in cui la spesa straordinaria si verifica, l’aliquota si alza notevolmente.
Un altro elemento che può far aumentare troppo l’imposizione si ha se acquisto un bene
durevole, per evitare questo dovrei dividere in quote il valore del bene per ogni anno di
vita del bene.

→ Imposta generale sulle vendite

La terza modalità invece, attraverso l’imposizione sulle vendite, si divide in due tipologie:

• Imposta monofase, è un’imposta applicata sul bene in una sola fase produttiva.
Sono in genere imposte ad valorem, applicate al valore del bene in quella fase.
L’imposta monofase che viene applicata nell’ultima fase (passaggio al consumatore)
viene chiamata monofase pura.
• Imposta plurifase, sono anch’esse commisurate al valore aggiunto, ma colpisce il
bene in tutte le fasi del processo produttivo. A sua volta è di due tipi:
o Imposta plurifase sul valore pieno, colpisco il valore del bene al momento
finale di ogni fase.
o Imposta plurifase sul valore aggiunto, colpisco solo il valore aggiunto del
bene in ogni fase (IVA).

Il valore aggiunto si può calcolare in due modi: per addizione (sommo le remunerazioni
dei fattori produttivi in ciascuna fase) o per sottrazione (differenza tra valore del bene alla
fine della fase e valore iniziale).

Il valore aggiunto per sottrazione ha anch’esso una duplice modalità di calcolo:

• Su base effettiva, valore produzione – valore beni e prodotti intermedi che ho


acquistato
• Su base finanziaria, fatturato delle vendite – fatturato degli acquisti

Se lo calcolo su base finanziaria, non considero nel calcolo della base imponibile le
rimanenze.

Come considero i beni strumentali? Ci sono diversi metodi, uno è quello (IVA tipo
prodotto) che esclude dal calcolo degli acquisti i beni strumentali. L’altra soluzione (IVA
tipo reddito) è quella di imputare, tra quello che deduco, una quota di ammortamento del
valore del bene a ciascun anno. Con il terzo modo (IVA tipo consumo), detraggo tutto il
valore del bene dalla base imponibile.

Come calcolo l’imposta da pagare? Ho due metodi: il metodo base da base, faccio la
differenza tra il valore delle vendite e il valore degli acquisti e a questa differenza applico
l’aliquota.

𝑡(𝐴 − 𝑉) → 𝑒𝑠. 𝑡(40 − 30)

Metodo del credito, consiste nell’applicare l’aliquota all’intero valore del bene e sottrarre
da questa l’IVA che si è pagata per gli acquisti.

𝑡𝑉 − 𝑡𝐴 → 𝑒𝑠. 𝑡40 − 𝑡30

IMPOSTA SUL REDDITO DELLE PERSONE GIURIDICHE

Una prima giustificazione è stata che le società (di capitali) sono caratterizzate da una
distinzione tra quella che è la proprietà e il controllo della stessa. Per cui non posso
identificare le imprese con i loro proprietari. Così facendo, prima tasso i redditi d’impresa
(il reddito netto), quando poi i redditi vengono distribuiti sotto forma di utili o dividendi,
li tasso nuovamente in capo ai soci.

Il problema che rimaneva era cosa fare con gli utili che la società non ridistribuiva. La
soluzione per molti anni adottata era una soluzione che permetteva di integrare l’imposta
sulle società con l’imposta sui redditi delle persone fisiche. La società pagava imposte su
tutti gli utili, però per gli utili distribuiti ai soci l’imposta pagata dalla società era come
un’anticipazione, il socio poteva portarsela come detrazione alla sua imposta personale sul
reddito (sistema del credito d’imposta). Non è stata più una soluzione praticabile a causa
della globalizzazione, perché del credito d’imposta potevano usufruire soltanto i soci che
facevano la dichiarazione dei redditi in Italia. Questo metodo è stato sostituito da una
doppia imposizione, con la differenza che i redditi da capitale sono tassati sulla persona
ma con una tassazione separata.

Qual è la base imponibile? Dovrebbe corrispondere ai profitti (differenza tra ricavi e costi)

𝜋 =𝑅−𝐶
Come tratto i beni strumentali? Una soluzione è quella del cash flow, inserisco i costi dei
beni strumentali nell’anno in cui sono stati acquistati. L’altra soluzione è quella di imputare,
anno per anno per tutta la durata di vita del bene strumentale, una quota del suo valore
complessivo (sistema degli ammortamenti).

𝜋 = 𝑅 − 𝐶 − 𝐴𝑀

Come calcolo il valore del bene? Sulla base del costo storico, diviso per gli anni di vita del
bene. O per quote costanti, o per quote decrescenti o crescenti.

Gli interessi passivi pagati dall’impresa per l’acquisto dei fondi necessari all’acquisto dei
beni strumentali sono detratti generalmente dall’imposta.

𝜋 = 𝑅 − 𝐶 − 𝐴𝑀 − 𝐼𝑃

Se l’impresa si autofinanzia, c’è un costo opportunità del capitale autofinanziato.

𝜋 = 𝑅 − 𝑤𝐿 − 𝑖𝐾

Il costo per il fattore capitale c’è anche se il capitale non è preso in prestito.

Se oltre a tassare il valore della produzione, permetto di detrarre il costo del capitale
proprio, non distorco le scelte degli imprenditori.

Che succede se non deduco la remunerazione del capitale proprio?


Permettere quindi la deduzione degli interessi passivi e non della remunerazione del
capitale proprio, rende più vantaggioso per le imprese chiedere prestiti che autofinanziarsi.

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