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IL DECADENTISMO

Il termine “decadentismo” si rifà allo stato d’animo diffuso in quel tempo (fine
1800), un senso di disfacimento e di fine di tutta una civiltà, l’idea, assaporata con
un voluttuoso compiacimento autodistruttivo di un imminente cataclisma epocale.
Inizialmente, quindi, questo termine indicava un vero e proprio movimento
letterario; ma poiché in quel movimento erano sorte tendenze che poi sarebbero
state riprese in altri contesti più vasti, la critica ha assunto il termine come etichetta
di una grande corrente culturale di dimensioni europee.
La base della visione del mondo decadente è l’irrazionalismo misticheggiante, che
esaspera posizioni tra presenti nel romanticismo. Viene radicalmente rifiutata la
visione positivistica:
- La realtà è un complesso di fenomeni materiali, regolati da leggi ferree
- La scienza è in grado di garantire una conoscenza oggettiva e totale della
realtà e, attraverso essa, il dominio dell’uomo sul mondo
- Il progresso è un processo indefinito e senza interruzione che sancisce il
trionfo della civiltà sull’oscurantismo e la sconfitta di tutti i mali che affliggono
l’umanità.
Il decadente ritiene al contrario che la ragione e la scienza non possano dare la vera
conoscenza del reale; la sua anima, perciò, è sempre protesa verso il mistero che è
dietro la realtà visibile, verso l’inconoscibile. Se nella comune visione razionale le
cose possiedono una loro oggettiva individualità, per questa visione mistica tutti gli
aspetti dell’essere sono legati tra loro da analogie e corrispondenze, che sfuggono
alla ragione e possono essere colte solo in un abbandono di empatia irrazionale. La
rete di corrispondenze coinvolge anche l’uomo, poiché esiste una sostanziale
identità tra io e mondo, tra un soggetto e un oggetto, che si confondono in una
misteriosa unità. La scoperta dell’inconscio è il dato fondamentale della cultura
decadente.
Come strumenti privilegiati del conoscere vengono indicati tutti gli stati abnormi e
irrazionali dell’esistere: la malattia, la follia, il delirio. Questi dati di alterazione,
sottraendosi al controllo limitante e paralizzante della ragione, aprono al nostro
sguardo prospettive ignote, permettendo di vedere il mistero che è al di là delle
cose. Vi sono poi per i decadentisti altre forme di estasi che consentono questa
esperienza dell’ignoto e dall’assoluto. Altro tipo di grazia è costituito dalle epifanie:
un particolare qualunque della realtà apparentemente insignificante, che affascina
come un messaggio proveniente da un'altra dimensione.
L’ESTETISMO
Nel decadentismo il poeta, il pittore non sono solo abili artefici della parola, ma
sacerdoti di un vero e proprio culto, dei veggenti, capaci di spingere lo sguardo là
dove l’uomo comune non vede nulla. Questo culto religiosa dà origine all’estetismo.
L’esteta è colui che assume come principio regolatore della vita non i valori morali,
ma solo il bello. Egli si colloca così al di là della morale comune. Tutta la realtà è da
lui filtrata attraverso l’arte. Va costantemente alla ricerca delle sensazioni rare e
squisite, si circonda degli oggetti più preziosi e raffinati. Ne consegue così che il
poeta rifiuta di farsi banditore di idealità morali e civili.

CHARLES BAUDELAIRE
Nato a Parigi nel 1821, in una famiglia di condizione borghese, Charles, vive una vita
dissipata dalla Boheme letteraria. Un viaggio in Madagascar si risveglia in lui l’amore
per l’esotico. Tornato a Parigi sperpera l’eredità del padre, conducendo la vita del
dandy, ostentatore di gusti fuori dalla norma, eccentrici, in modo da provocare
sensazione e scandalo. La sua vita sregolata preoccupa però la famiglia, che lo fa
interdire. Per vivere comincia allora a dedicarsi alla critica d’arte. Durante il 1848
subisce il fascino della rivoluzione, su cui scrive articoli violenti. Nel 1857 esce la
raccolta I fiori del male; nel frattempo però il fisico del poeta è minato dall’oppio e
dall’hashish, nonché dalla sifilide che lo condurrà alla morte nel 1867.
La prima edizione del volume, uscita nel 1857, comprendeva cento poesie,
distribuite in cinque sezioni. L’opera suscitò enorme scandalo nella critica e nel
pubblico benpensanti, tanto che il tribunale ordinò il sequestro e condannò l’autore
ad una ammenda. Dopo la condanna Baudelaire preparò una seconda edizione,
arricchita da 35 nuovi testi; questa edizione uscì nel 1861.
I fiori del male non sono una raccolta occasionale in versi, ma un’opera unitaria, con
un disegno rigorosamente organico. Nella prima parte, il poeta, per sfuggire allo
stato di depressione, noia e disgusto, si protende verso l’ideale, la purezza e la
bellezza. Nella seconda parte, quadri parigini, si immerge nello spettacolo squallido
e alienante della città industriale. Le sezioni successive, invece, testimoniano la
ricerca di una via di evasione: la fuga verso l’esotico, i paradisi artificiali provocati
dall’alcool e dall’oppio. Esaurite tutte le possibilità si rivolge alla morte, vista come
possibilità di esplorare l’ignoto. Baudelaire associa i fiori all’idea del male, del vizio,
della corruzione, ad indicare l’impossibilità di attingere a quell’innocenza, nella
condizione degradata a cui la moderna civiltà ha condannato l’uomo.
Con questa raccolta il poeta porta alle estreme conseguenze quel conflitto tra
l’artista e la società che era già costitutivo del Romanticismo. Scegliendo di estrarre
la bellezza del male, trasforma la poesia nella negazione più violenta dei valori e
degli ideali correnti. La raccolta si apre con una poesia rivolta al lettore, dove la
novità è la provocazione rivolta proprio a questo. Il colpo finale poi è che il poeta
riconosce tutti i vizi, tra ci la noia, anche nel lettore benpensante, che invece
ipocritamente se ne sdegna. Il poeta smaschera così il vero volto del mondo
borghese moderno, denunciando il marciume occulto. Questa poesia proemiale
denuncia, quindi, una degradazione legata indissolubilmente alla vita moderna nelle
metropoli industriali. Ma la presa di coscienza più importante è che tale miseria non
risparmia neppure la figura del poeta.
Questa degradazione, quest’infelicità, questa disperazione sono il motivo
conduttore di tutta la raccolta. Non sono più possibili evasioni in seno alla natura: la
civiltà ha contaminato tutto.
Il poeta avverte in sé comunque, con una tormentata sensibilità religiosa, un
bisogno di purezza e spiritualità. Per questo si sente perpetuamente persuaso da un
conflitto tra Cielo e Inferno, da cui l’unica via d’uscita è la morte, intesa come viaggio
verso un mondo ignoto e oscuro; non è più possibile un riscatto attraverso l’amore.
La poesia baudelairiana è infatti percorsa spesso da una forte tensione conflittuale
interna. Si possono trovare temi sublimi, tragici, espressi attraverso immagini e
termini bassi e degradati, e viceversa.

I POETI SIMBOLISTI
A partire dagli anni Settanta vari poeti francesi fanno riferimento a Baudelaire,
opponendosi alla poetica naturalistica, fiduciosi che la parola possa riprodurre
l’oggettività del reale; questi poeti, invece, ritengono che la parola posso solo
alludere a una realtà più profonda, che non può essere colta dalla logica comune.

PAUL VERLAINE
Nasce in una famiglia piccolo borghese della provincia. Nel 1851 si trasferisce a
Parigi dove scrive le prime composizioni e conosce i primi poeti. Nel 1866 avviene
l’esordio con i Poemi Saturnini, una raccolta dove è in parte anticipato l’alternarsi di
tutta la sua produzione tra una vena mistica e un forte espressionismo sensuale.
Verlaine si rifugia nell’alcool, lasciando emergere l’incostanza di una personalità a
tratti brutale. A causa di un litigio viene incarcerato: questi sono gli anni della crisi
religiosa. Scrive le Romanze senza parole, in cui confluiscono il pentimento e i nuovi
propositi.

ARTHUR RIMBAUD
Nasce a Charleville nel 1854, da una famiglia borghese che gli impartisce
un’educazione piuttosto rigida. L’interesse per la poesia lo porta a fuggire di casa nel
1870, dirigendosi a Parigi, dove entra in contatto con Verlaine. Proprio durante
questo inquieto vagabondare giovanile nasce la maggior parte dei suoi scritti: i Primi
versi, lettera del veggente, in cui si parla del poeta come di uno scopritore
dell’ignoto, tramite lo sregolamento di tutti i sensi.

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