Sei sulla pagina 1di 5

LEGGE BONCOMPAGNI

Il 7 giugno il nuovo ministro della Pubblica istruzione, Carlo Boncompagni, presentò alla Camera dei
Deputati il progetto di legge Ordinamento dell’Amministrazione dell’Istruzione Pubblica. Il progetto non
poté essere discusso in Parlamento a causa dello scoppio della guerra contro l’Austria e divenne legge dello
Stato il 4 ottobre 1848, senza passare attraverso il voto parlamentare.
La legge si preoccupò di definire la nuova amministrazione dell’istruzione abolendo ogni autonomia. Le
stesse scuole dipendenti dalle congregazioni religiose dovevano utilizzare unicamente insegnanti
riconosciuti idonei dalle autorità preposte alla pubblica istruzione, in caso contrario la scuola veniva chiusa.
(anche le scuole della chiesa erano sottomesse allo stato).
Mentre al sistema amministrativo la legge dedicò quasi tutti gli articoli, a quello ordinamentale ne dedicò
uno solo, il quarto, limitandosi a riaffermare, con parziali modifiche, lo status quo.
La legge riprendeva la divisione dell’istruzione elementare in due distinti gradi di scuole, inferiore e
superiore, la cui frequenza continuava a non essere obbligatoria.
Boncompagni aveva precisato che nelle scuole elementari si sarebbero date l’istruzione e l’educazione
necessaria a tutti i cittadini indistintamente.
Le scuole elementari servano di preparazione a tutti gli altri gradi di istruzione. La frequenza della scuola
elementare superiore rimaneva nei fatti destinata solo ai fanciulli indirizzati verso gli studi secondari.
L’insegnamento elementare fu portato a quattro anni (scuole elementari inferiore e superiore entrambe di
due anni), prevedendo che lo stesso maestro avrebbe dovuto seguire i propri alunni per tutto il corso
quadriennale.
Le materie di insegnamento erano: lettura, scrittura, grammatica latina ed esercizi di composizione,
aritmetica.
L’istruzione secondaria era impartita nelle scuole secondarie classiche e nelle scuole speciali che
preparavano all’esercizio delle professioni per le quali non è destinato alcuno speciale insegnamento nelle
Università.
Gli studi secondari classici si articolavano nel corso principale di grammatica latina e di composizione
italiana, triennale, in quello biennale di retorica latina e italiana e infine nel corso, sempre biennale, di
filosofia.
Rimanevano fuori dall’ordinamento previsto dalla legge, gli asili infantili, considerati istituzioni assistenziali
e caritative, quindi non erano considerate vere e proprie scuole per la formazione culturale e pedagogica
dei futuri insegnanti di scuola elementare.
La legge Boncompagni suscitò ben presto notevoli perplessità per le implicazioni di ordine politico
ideologico, ma anche per i limiti riscontrati nella parte ordinamentale.
Nonostante questi limiti la legge rappresentò uno dei momenti più significativi del trapasso dal regime
assolutistico a quello costituzionale.
(La legge Boncompagni costituì così il moderno normativo per la successiva legislazione scolastica,
rappresentando uno dei momenti più significativi del trapasso dal regime assolutistico a quello
costituzionale.)
Boncompagni diede avvio a una politica tendente alla graduale riduzione dei privilegi ecclesiastici, introdotti
dal Regolamento del 1822, senza arrivare a forme di laicizzazione dell’insegnamento.
La legge, infatti, prevedeva l’obbligo dell’insegnamento della religione cattolica in tutte le scuole elementari
e secondarie, mentre nell’università la facoltà di Teologia era equiparata a tutti gli effetti, culturali e
giuridici, alle altre facoltà.
Fino agli anni 50, la politica scolastica piemontese fu caratterizzata da un lato dal rallentamento della
progettualità riformatrice a causa della grave situazione finanziaria determinata dalle disastrose vicende
belliche e dall’altro da una quasi esclusiva attenzione dedicata all’istruzione secondaria e a quella
universitaria. Queste ultime erano considerate strategiche per la formazione della futura classe dirigente.
Rilanciò anche l’istruzione popolare, soprattutto con l’avvento di Cavour (il quale prima di essere presidente
era stato ministro del regno di Sardegna).
Con il nuovo ministro della Pubblica istruzione, Luigi Cibrario, riordinò l’istruzione elementare, cercando di
venire incontro ai bisogni dei ceti popolari.
Il nuovo regolamento per l’istruzione elementare del 21 agosto 1853, oltre a costituire per la preparazione
dei maestri i corsi di metodo con le scuole magistrali, confermò in 4 anni la durata delle scuole elementari e
alleggerì il programma scolastico.
Il regolamento autorizzava l’amministrazione comunale ad anticipare la fine dell’anno scolastico.
Infine il ministro della pubblica istruzione si occupò degli asili infantili tra i due anni e mezzo e i sei anni.
Il modello organizzativo e didattico proposto era quello messo a punto da Ferrante Aporti.

LEGGE LANZA
Giovanni Lanza: ministro della pubblica istruzione piemontese.
È la legge sul riordinamento dell’amministrazione superiore dell’istruzione pubblica del 1857.
La legge pur ribadendo la supremazia normativa e gestionale dello Stato e la centralità della scuola statale
riconosceva l’iniziativa privata ponendola sempre sotto il controllo e la vigilanza del governo.
Affrontando la questione del rapporto tra stato e privati nel settore dell’insegnamento Cavour si pose il
problema su quale fosse il modello di libertà scolastica più consono alla realtà del tempo. Cavour sostenne
la scelta di una soluzione intermedia, da applicare gradualmente.
Apparve in nuce la concezione di una superiorità delle istituzioni statali rispetto a quelle private o
addirittura considerare il sistema statale modello di riferimento pedagogico, culturale ed organizzativo per
le istituzioni formative nate e sviluppatesi al di fuori dell’iniziativa e del controllo governativo.
La libertà di insegnamento fu per tutto il XIX un tema che coinvolse quasi esclusivamente l’istruzione
universitaria, istruzione di élite culturale, ma anche sociale.
Nel 1851 Cavour aveva affermato in Parlamento che la libertà d’insegnamento andava applicata con molta
prudenza e molta moderazione e di procedere onde avvezzare il paese a questo nuovo sistema.
Il parlamento accolse e sancì il principio della libertà d’insegnamento, nell’intesa che tale principio sarebbe
stato applicato nelle future leggi relative all’istruzione.
L’art 1 della legge 22 giugno 1857 LEGGE LANZA <<l’insegnamento o è pubblico o privato>>
L’art 7 <<Le leggi speciali che provvederanno all’istruzione superiore, secondaria ed elementare,
stabiliranno le condizioni per l’insegnamento privato, e le norme secondo le quali avrà ad esercitarsi
sovr’esso la vigilanza del Governo.
L’art 8 stabiliva che in attesa delle leggi speciali sull’istruzione privata, tutte le scuole autonome, laiche o
confessionali, avrebbero dovuto <<conformarsi alle leggi in vigore>> che praticamente sancivano un vero e
proprio monopolio scolastico statale.
Le leggi speciali non furono mai emanate, sottomettendo così la libertà scolastica al monopolio e
burocratico dello stato.
La necessità di formare una cultura e un senso nazionale all’interno e attraverso della società non poteva
permettere il libero confronto su di un piano di parità fra modelli politici, ideologici e culturali diversi.
Spaventa non metteva in dubbio il fondamentale principio della libertà in ogni settore della vita sociale e
civile, ma tale libertà era comunque condizionata e subordinata al progresso della civiltà e dell’umanità
secondo una prospettiva di tipo razionalista e illuminista.
Le successive leggi Siccardi del 1850 e la soppressione delle corporazioni religiose nel 1855 inflissero un
duro colpo alla Chiesa subalpina e alla sua egemonia socio culturale soprattutto fra i ceti popolari.
Domenico Berti, cattolico liberale, confutò e denunciò le palesi contraddizioni innate alle posizioni di
Speranza e dei progressisti intervenendo sul giornale moderato << La Croca di Savoia>>. Per lui la libertà
d’insegnamento era collegata con il sistema liberale, inteso come sistema posto a tutela della libertà
individuali e civili del cittadino.
Berti riteneva non essere un motivo valido per rifiutare o limitare l’applicazione del principio della libertà
scolastica, il presunto pericolo di un ritorno dell’egemonia scolastica del clero e delle forze più antiquate,
approfittando ed abusando della libertà d’insegnamento, così come sostenevano i fautori del laicismo e
dello statalismo scolastico.
Il confronto fra l’iniziativa statale e quella privata era giudicato positivamente in quanto stimolava tutte le
istituzioni a dare il meglio e a potenziare la qualità dell’insegnamento per vincere la sfida della concorrenza.
Si era arrivata alla conclusione che solo la libera concorrenza regolata e vigilata dallo Stato, era in grado di
migliorare la qualità dell’insegnamento.
La libertà di insegnamento fu difesa sul piano teorico, da Antonio Rosmini
La Legge Casati

La legge Casati, nata come legge piemontese, venne estesa, dopo l’Unità, a tutta l’Italia. Nel Veneto entrò
in vigore dal 1866, anno dell’annessione della regione al Regno d’Italia. Si può considerare come l’atto di
nascita della scuola pubblica perché prevede che lo Stato debba farsi carico dell’educazione del popolo e
perché sancisce il principio dell’obbligatorietà e gratuità dell’istruzione, almeno elementare.
E’ stata concepita da Gabrio Casati. E’ la prima legge organica in materia di istruzione laica. La legge è un
vero e proprio codice dell’istruzione che regola tutta la materia, dall’amministrazione all’organizzazione
della scuola (struttura, materie di insegnamento, personale), per ordini e gradi. La legge in questione
prevede un sistema organizzativo con a capo il Ministro dell’Istruzione, aiutato da un Consiglio superiore
della Pubblica Istruzione, alcuni Ispettori e un Provveditore agli Studi.
Obiettivi della Legge Casati
La legge istituiva:
 scuola elementare articolata in due bienni, con il primo biennio obbligatorio e gratuito;
 istruzione secondaria, suddivisa in classica, tecnica e normale;
 istruzione superiore, impartita dalle Università
La legge Casati aveva riformato in maniera organica l’ordinamento scolastico del Piemonte e poi del Regno
di Italia, mirando essenzialmente alla formazione della classe dirigente. Inoltre, aveva sancito il principio
della gratuità e dell’obbligatorietà dell’istruzione primaria dai sei agli otto anni e l’obbligo per i Comuni di
impartirla a proprie spese, ma non aveva previsto sanzioni per i genitori e per i Comuni che avessero
disatteso all’obbligo, né il rilascio di un diploma che attestasse le competenze di base acquisite durante il
biennio. Pertanto, i comuni più piccoli, privi di risorse finanziarie adeguate, spesso non furono in grado di
aprire e di mantenere le scuole. L’evasione scolastica restò altissima, soprattutto nelle zone rurali e
montane, dove i bambini aiutavano le famiglie nei lavori dei campi.

LA LEGGE CASATI E LA LIBERTA’ D’INSEGNAMENTO


A condizionare il modello politico scolastico adottato dalla Legge Casati contribuì la mentalità e la tradizione
assolutistica e giurisdizionalistica che caratterizzarono fin dal secolo XVIII la politica sociale, culturale,
religiosa e scolastica dello Stato sabaudo.
Presentando al sovrano il testo della nuova legge organica sull’istruzione, Casati chiarì come avesse risolto il
problema forse più importante e controverso: il ruolo dello Stato all’interno del sistema formativo
nazionale e il rapporto con le altre istituzioni sociali, in primo luogo la famiglia e la Chiesa.
Al governo si presentava il compito di scegliere un sistema che, tenendo fermo il principio della libertà
d’insegnamento, ponesse lo Stato liberale quale principale protagonista dello sviluppo culturale della
nazione e garante dei diritti educativi di tutti i cittadini.
Emergeva poi il problema di definire il rapporto tra Stato e Chiesa e non ultimo un’implicita riserva nei
confronti della maturità civile e del grado di sensibilità culturale della società del tempo, in particolare dei
ceti popolari, contadini, scarsamente, quando non del tutto, alfabetizzati e civilmente sensibilizzati.
Per quanto riguardava il problema della libertà d’insegnamento, Casati differenziò la normativa a seconda
del grado scolastico. Le università riconosciute erano solo quelle statali: la libertà d’insegnamento era
garantita ai professori ufficiali e ai liberi insegnanti privati.
I programmi d’insegnamento dovevano essere resi pubblici e infine la scuola doveva essere sottoposta alle
ispezioni ministeriali.
Era previsto che gli stessi genitori potessero provvedere in famiglia a dare l’istruzione secondaria ai propri
figli o in associazione tra più genitori l’avrebbero fatta dare sotto l’effettiva loro vigilanza e sotto la loro
responsabilità in comune ai loro figli.
A livello di scuola elementare la legge dava ai genitori ampia libertà di scegliere il modo e l’istituzione in cui
farla impartire. Potevano essere aperte scuole elementari private da tutti coloro che erano in possesso di
idoneità all’insegnamento nella scuola elementare.
La legge si limitò a delegare alla società civile alcune funzioni o a concedere alcuni diritti educativi, ma solo
sotto tutela e sorveglianza statale. Ai comuni fu affidata la gestione dell’istruzione elementare e alle opere
pie l’istruzione infantile e l’istruzione professionale popolare. Alle famiglie era assicurata ampia libertà
educativa per i propri figli, ma a proprio spese e senza alcun riconoscimento giuridico.
La legge CASATI rappresentò nel piano della libertà scolastica un significativo progresso di fronte alla
precedente legislazione.
Nonostante ciò lo Stato aveva lasciato alle famiglie, ai cittadini spazi di libertà e di gestione dei loro diritti
educativi sempre sorvegliati dal potere esecutivo.
Ai privati era riconosciuto il diritto di aprire e gestire scuole elementari e secondarie, ma a loro totale carico
finanziario, dietro prove legali di idoneità.

La legge Coppino 1877


La legge Coppino dal nome del ministro proponente, fu una legge del Regno di Italia. Collaborò al testo
della legge anche Aristide Gabelli, seguace del Positivismo, che si occupò di redigere i programmi scolastici.
La legge Coppino introdusse alcune novità rispetto alla legge Casati. Elevò da due a tre gli anni di obbligo
scolastico per fanciulli e fanciulle, imponendo alla fine del biennio un anno di corso serale o festivo, e
introdusse delle sanzioni per le famiglie che disattendevano all’obbligo. I programmi prevedevano
l’insegnamento dell’italiano e della matematica, nozioni in merito ai “doveri dell’uomo e del cittadino”,
una maggiore attenzione per le materie scientifiche e non prevedevano l’insegnamento della religione, il
che provocò il disappunto dei cattolici benestanti, che preferirono alle scuole statali quelle private, rette da
religiosi. Le spese di gestione restarono tuttavia a carico dei Comuni, il che rese problematica la piena
attuazione della legge.

La legge Orlando 1904


La legge Orlando estende l’obbligo scolastico dal 9º al 12º anno di età, impone ai Comuni di istituire scuole
almeno fino alla quarta classe, nonché di assistere gli alunni più poveri ed elargisce fondi ai Comuni con
modesti bilanci.

La legge Credaro 1911


Con la legge Credaro comincia a trovare una prima timida concretizzazione l’idea di affidare allo Stato il
compito della gestione dell’istruzione e della formazione dei futuri cittadini. Pertanto si avvia, sia pur con
estrema gradualità, il passaggio allo Stato delle competenze e delle funzioni dei Comuni in materia di
gestione delle scuole: in particolare, le scuole dei capoluoghi di Provincia restano affidate alla gestione dei
Comuni; le scuole degli altri Comuni passano alle dipendenze dei Provveditorati agli studi.
 
Riforma Gentile 1923
Prende il nome dal filosofo idealista Gentile che l’ha ideata. Si tratta della seconda grande riforma della
scuola italiana, durante il primo governo Mussolini. La riforma consisteva in una serie di regi decreti che
ridefinivano l’intero assetto dell’istruzione in tutti i suoi aspetti, secondo una visione fortemente
centralistica, gerarchica e autoritaria.
Il nuovo ordinamento portava l’obbligo scolastico a 14 anni, misura che trovò però scarsa applicazione,
prevedeva una scuola elementare di cinque anni e istituiva anche un grado preparatorio (scuola materna),
non obbligatorio, di tre anni con carattere ricreativo e teso a «disciplinare le prime manifestazioni
dell’intelligenza e del carattere del bambino».
Dopo aver terminato le scuole elementari, l’allievo aveva la possibilità di scegliere tra 4 possibilità:
 Il ginnasio dava l’accesso al liceo classico, allo scientifico o al femminile;
 L’istituto tecnico era articolato in un corso inferiore (triennale) e in uno superiore (quadriennale); il
corso inferiore dava accesso anche al liceo scientifico;
 L’istituto magistrale era articolato anche questo in due corsi; il corso inferiore dava accesso anche al
liceo femminile;
 La scuola complementare di avviamento professionale, di 3 anni, al termine dei quali non era
possibile iscriversi ad alcun’altra scuola.
Quindi si ha al termine degli studi l’allievo veniva sottoposto a varie scelte, le quali avrebbero
determinato le sue specializzazioni future.

I punti salienti
 Obbligo scolastico fino a 14 anni
 Scuole speciali per alunni di portatori di handicap
 Creazione dell’istituto magistrale per la formazione dei futuri insegnanti elementari
 Studi superiori per pochi, per i migliori
 Solo i diplomati di liceo classico potevano accedere a tutte le università, in quanto perlopiù
considerata una scuola di élite
 I diplomati di liceo scientifico potevano accedere solo a facoltà tecnico-scientifiche, mentre agli altri
diplomati era impedito iscriversi all’università.
Veniva dunque dato maggiore spazio a materie umanistiche filosofiche, a discapito di quelle scientifiche.

Le caratteristiche della riforma Gentile:


 l’educazione doveva essere intesa come un divenire dello spirito, il quale realizzava la propria
autonomia
 La scuola Gentile, severa ed elitaria, che dal punto di vista strutturale riprendeva molti aspetti della
vecchia legge Casati.
 Si sviluppa una concezione aristocratica della cultura e dell’educazione; la scuola era organizzata
secondo un ordinamento gerarchico e centralistico.
Al termine della scuola elementare si poteva scegliere (previo uno specifico esame di ammissione) il
ginnasio (inferiore di tre anni e superiore di due) che dava poi accesso ai licei classico (questa
denominazione fu assunta in seguito, nella riforma era semplicemente il liceo), scientifico e femminile
(quest’ultimo si rivelerà un fallimento) o l’istituto tecnico o, infine, l’istituto magistrale.
La scuola complementare, di durata triennale e senza esame di ammissione, era invece lo sbocco per tutti
coloro che non potevano proseguire gli studi (unico canale ulteriore, dopo il superamento di un esame, era
il neo- costituito liceo artistico a numero chiuso). Anche per le scuole d’arte, a cui ci si poteva sempre
iscrivere dopo le elementari e che davano accesso al liceo artistico, non era previsto l’esame di ammissione.
La riforma prevedeva inoltre scuole di metodo per la formazione degli insegnanti del grado preparatorio.
Il liceo scientifico e l’istituto magistrale rappresentavano, insieme alla scuola complementare e al riordino
dell’istruzione artistica, le novità più significative della stessa riforma.
L’università non subiva grandi cambiamenti rispetto alla legge Casati: l’accesso era riservato agli studenti
provenienti dal liceo classico e per le facoltà di Scienze e di Medicina e chirurgia anche a quelli in possesso
di maturità scientifica.
La riforma, nel ridisegnare l’assetto scolastico, si poneva, per molti versi, in una linea di continuità con la
precedente legge Casati, nell’assegnare il primato all’istruzione classica e alle discipline filosofico-
umanistiche, nel porre in posizione subalterna la cultura scientifica e nel relegare a un gradino ancora
inferiore l’istruzione tecnica e professionale (l’istruzione industriale rimaneva affidata al ministero
dell’Agricoltura, industria e commercio, poi dell’Economia nazionale).
La riforma veniva, inoltre, incontro a esigenze molto sentite della Chiesa cattolica: prevedeva infatti
l’insegnamento obbligatorio della religione cattolica nelle scuole elementari (definita come «fondamento
e coronamento dell’istruzione elementare») e introduceva l’esame di Stato, altra novità particolarmente
significativa e duratura, al termine di ogni ciclo scolastico, una misura che consentiva di mettere sullo
stesso piano scuole pubbliche e private.
Pur nel mantenimento della sua fisionomia complessiva, l’assetto definito dal nuovo ordinamento fu
sottoposto ad una serie di aggiustamenti che ne compromisero sostanzialmente l’organicità. La politica dei
continui «ritocchi», favorita dalle dimissioni dello stesso Gentile (giugno 1924), fu considerata necessaria,
inizialmente, per ridurre il profilo estremamente selettivo della scuola e, in seguito, per rispondere alle
esigenze poste dal processo di fascistizzazione integrale promosso dal regime a partire dalla fine degli anni
Venti.

Potrebbero piacerti anche