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STORIA DELLA CARTOGRAFIA IN ITALIA DALL’UNITÀ A OGGI

Tra scienza, società e progetti di potere

1. L’Italia, unificata sulle carte prima che nella realtà  Già dai tempi di Dante era diffusa una
visione geografica d’insieme della penisola, un’idea unitaria che poteva far conto anche di una
ricca tradizione cartografica. Ma sarà solo con il Risorgimento che l’ideale dello stivale italiano
acquisirà sempre più rilevanza e spessore nell’immaginario collettivo. Durante questo periodo, gli
ideali risorgimentali fecero propria l’unione italiana intesa anche a partire dai suoi confini naturali
e geografici, che per natura e origine avevano delimitato lo spazio della penisola e che si accingeva
ad essere considerato lo Stato italiano.
La rappresentazione cartografica esaltava, quindi, la convergenza tra natura e politica mostrandola
visivamente e raggiungendo anche la larghissima schiera di analfabeti che non avevano accesso
alle descrizioni scritte. Essa contribuiva, inoltre, a diffondere efficacemente informazioni su luoghi
e risorse di altre regioni che a molti abitanti della penisola rimanevano prevalentemente locali.
Questo processo di acculturazione geografica prese avvio negli anni preunitari con una grande
produzione sull’intera penisola nella forma di carte sciolte inserite in compendi di geografia o in
atlantini a uso delle scuole (affiancate da pregevoli carte geografiche come la monumentale
Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia e delle sue isole (1835-45) di Attilio Zuccagni
Orlandini, corredata di un atlante di mappe geografiche e topografiche, sebbene le differenti scale
adottate da ciascuno Stato non consentivano di ottenere un disegno unico a scala dettagliata).
A quel tempo, l’inclinazione centralista imponeva un’assoluta supremazia del livello nazionale e
ammetteva quello locale solo per rispetto verso una lontana tradizione municipale. Dei livelli
intermedi, quello provinciale prevaleva su quello regionale, allora detto compartimentale. Un
chiaro esempio è il Panorama italiano (1861), dove sono chiare le gerarchie della visione spaziale
risorgimentale: al centro, vi è il livello nazionale, ovvero la penisola, successivamente vi sono 15
immagini laterali di monumenti cittadini e infine, all’estremità il livello intermedio con gli stemmi
delle aspiranti province (tra le quali le irredente Trento e Trieste e altre che rimarranno solo su
carta, come Ajaccio, Malta e Nizza); il livello regionale è assente. Solo più tardi, quando si è
consolidata l’unificazione, le divisioni interne verranno definitivamente segnate con campi di
colore diversi (Atlante geografico Diamante, 1889) ideati nel 1864 da Pietro Maestri (direttore
della Divisione di Statistica Generale) che in realtà aveva lo scopo di classificare i fenomeni socio-
economici a fini comparativi, ma questo intento si spinse oltre fino alla riproduzione della
ripartizione amministrativa fondamentale del territorio italiano. Le carte a piccola scala, usate
nelle scuole, furono dunque un mezzo importante per far scoprire agli italiani la nuova divisione, e
verso gli anni ’80 dell’800 diedero la percezione della norma cartografica incontrastata.
1.2 Il modello geodetico-topografico e i primi anni della cartografia di Stato  Con l’unificazione
nazionale, si apre a tutti gli effetti una fase nuova della cartografia italiana. Una fase che si era
avviata con la mutuazione del Corpo della Topografia Reale dello Stato Maggiore sardo in Ufficio
del Corpo di Stato Maggiore del Regio Esercito, da cui deriverà il massimo organo cartografico
dello Stato italiano che oggi prende il nome di Istituto Geografico Militare, ente importantissimo
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di grande rilevanza dato che la storia della cartografia nell’800 vede il dominio della cartografia
topografica. E la cartografia topografica ottocentesca vede il dominio degli organismi militari quali
questo istituto. Da sempre la cartografia militare si è interessata dell’accuratezza topografica per il
semplice fatto che, in ambito bellico, vi è bisogno di avere alla mano i dati concreti del territorio
per sfruttare al meglio, per esempio le operazioni di tiro. Per queste esigenze di movimento, la
scala ideale è quella topografica, per riconoscere le peculiarità morfologiche dello Stato. In Italia,
tutti gli Stati preunitari si dotarono di uffici cartografici inquadrati all’interno dei corpi militari.
Delle varie tecniche e particolarità che avevano caratterizzato la produzione di carte topografiche
in età preunitaria, risultò predominante soprattutto quella sabauda, la quale potenza
amministrativa e politica non incluse nel suo modello cartografico gli elementi organizzativi e
tecnici degli altri stati, bensì li soppresse. È significativo della concezione militare della cartografia
che per le aree di confine si giungesse a livelli di dettaglio molto superiori (1:25.000). L’attività
dell’Istituto Geografico Militare dimostra inequivocabilmente che la sua linea di condotta negli
anni postunitari ha risposto a imperativi prettamente militari e non civili. Per esempio, i cartografi
di Stato vengono mandati in avanscoperta, segno che le loro ricognizioni circa le potenzialità di un
territorio sono funzionali alle decisioni politiche da prendere. Nonostante i risultati modesti, è
comunque significativo delle priorità che lo Stato attribuiva all’attività in campo cartografico. La
vocazione militare a cui lo Stato italiano aveva ispirato la propria struttura, deputata alla
produzione cartografica, era andata quindi in continuità con la tradizione sabauda. Le finalità
militari prevalevano, dunque, su quelle conoscitive e sociali (non è un caso che la prima sede
risiedesse a Torino). Si può infine dire che nella storia della cartografia moderna è stata decisiva
l’affermazione di uno specifico soggetto: lo Stato centralizzato.
Alla base della distinzione tra la cartografia dei militari e le “altre cartografie”, c’è quella tra la
carta “rilevata” e quella “derivata” o di “compilazione”: le carte rilevate sono prodotte in base a
rilievi diretti sul terreno e la posizione dei punti della superficie terrestre viene ottenuta attraverso
calcoli geodetici e metodi trigonometrici (acquisita, dunque, attraverso processi matematici) e
hanno sempre goduto di una legittimità indiscussa; le carte derivate sono compilate “a tavolino”
attingendo informazioni da carte già esistenti a scala maggiore. Nel caso italiano, la cartografia
rilevata si identifica con l’Istituto Geografico Militare. Ma da dove deriva l’egemonia della
cartografia geodetico-topografica dei militari? Innanzitutto, c’è da comprendere come in età
rinascimentale lo spazio stesse subendo una vera e propria rivoluzione, a partire dalle grandi
traversate transoceaniche fino all’esigenza di un maggior controllo politico e fiscale dei territori
nelle colonie e nei nascenti Stati nazionali. Un’epoca in cui è forte il bisogno di uno strumento
finalizzato a localizzare e consentire l’orientamento, ma anche quello di conferire un possesso
(una proprietà nel caso di un privato cittadino, o una sovranità nel caso di uno Stato). La carta,
dunque, come strumento per reclamare una conquista (e pretesto per la sottomissione dei popoli
non cartografi).
È per le esigenze di controllo e sfruttamento del territorio, da parte dello Stato moderno, che
inducono a elaborare l’idea di uno spazio geometrico, già esistente intorno al ‘500 e approfondita
nel ‘700 da Cartesio con il metodo scientifico moderno. Il primato della carta geometrico-euclidea
su tutte le altre forme di rappresentazione dello spazio diviene un vero e proprio dominio nell’800,
quando si assiste alla completa adesione delle scienze geografiche al razionalismo scientifico. Padri
indiscussi della cartografia geometrica sono Euclide e Cartesio: dal primo derivano le proprietà di
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continuità, omogeneità e isotropismo, criteri fondamentali per ciascuna estensione dello spazio;
dal secondo, l’idea di uno spazio basato su regole indipendenti dalla natura, basato su un insieme
di relazioni metriche conoscibili solo mediante un’accurata classificazione, numerazione,
misurazione e valutazione.
Nei primi dell’800, a poco a poco verrà sempre più sostituita la figura del singolo cartografo,
incaricato di triangolare il territorio su basi geometriche, da una folta squadra di professionisti e
ausiliari, segno non solo di un interesse maggiore nell’ambito cartografico, ma anche di migliore
qualità nella produzione e nell’accuratezza dei rilevamenti sul campo. L’estensione del gruppo, per
contro, comporta però una sorta di “spersonalizzazione”: non si avrà più il lavoro di un singolo
autore, come “la carta del Rizzi Zannoni”, ma la “carta del Dépot de la Guerre”. Il modello
cartografico, dunque, ha svolto la funzione di legittimare lo Stato territoriale come soggetto
politico.
Se nel rapporto tra lo Stato e gli studiosi la cartografia topografica aveva segnato un distacco in
quanto era divenuta di pertinenza esclusiva dei corpi militari, la cartografia tematica rappresentò
invece un motivo di dialogo e intesa. Infatti, attivò collaborazioni regolari che, sul finire del secolo,
potranno contare sulle numerose occasioni di confronto offerte dai Congressi Geografici nazionali
e dalle attività di associazioni scientifiche, come la Società Geografica italiana. Uno degli ambiti di
più intensa collaborazione tra Stato e studiosi fu quello della cartografia statistica, che aveva fatto
la propria comparsa intorno al 1820 in Francia con l’invenzione di Charles Dupin della coropleta, o
cartogramma a mosaico: per la prima volta nella storia della cartografia, troviamo una
differenziazione tra aree sulla base dell’intensità di un fenomeno (detto “tema” della carta) come
nell’immagine raffigurante il tasso di scolarizzazione della popolazione francese maschile (1826).
Questo metodo fu considerato molto più semplice e idoneo per sintetizzare situazioni, evidenziare
connessioni, avanzare ipotesi. Prima della coropleta, le carte tematiche avevano privilegiato
nettamente il dato naturale a quello sociale (nel ‘700, vi erano carte dedicate a fenomeni specifici
come i venti, le correnti, le temperature). Con l’avvento della cartografia statistica, la carta scopre
invece di possedere una nuova funzione: mostrare la distribuzione spaziale di fenomeni sociali ed
economici.
Con la cartografia statistica, si entra in una fase in cui fare una carta non significa più rispondere
solo alla domanda “dove sono i luoghi?” ma “cosa c’è nei luoghi?”, il tutto nella convinzione
positivista che la localizzazione e la distribuzione dei fenomeni non siano casuali ma espressivi
della natura del fenomeno stesso. Grandi trasformazioni in ambito cartografico avvengono in
Italia, come per esempio l’istituzione della prima cattedra universitaria di Geografia italiana
affidata a Celestino Peroglio nel 1857, che prese il nome di “Geografia e Statistica”. Ma sul piano
ella produzione cartografica, l’avvento della cartografia statistica fu un fenomeno molto lento e
meno prolifico rispetto al resto d’Europa, sia dal punto di vista nazionale che sul fronte estero.
L’Istituto Geografico Militare si impegnò a lungo nel Corno d’Africa, per esempio, nel tentativo di
espandersi (tardivamente) nella propria politica di conquista coloniale. Eppure, dovuto
all’inefficienza espansionistica italiana e alla sua poca conoscenza del territorio estero, l’Italia non
apportò un significativo contributo cartografico all’Europa dell’800. Le carte coloniali, seppur
discutibili dal punto di vista dell’analogia con la realtà, tuttavia funzionavano: tornavano utili agli
scopi prefissati del colonizzatore, che riguardavano specialmente condurre campagne di

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conquista, valutare e sfruttare le risorse naturali del territorio in base a criteri commerciali
europei, difenderne militarmente il possesso.
I paradossi della carta coloniale, imprecisa ma utile, ricordano che ogni rappresentazione va
giudicata in base alla funzione cui essa deve assolvere. È riduttivo identificare, con l’accuratezza
geometrica, l’affidabilità di una carta, ma va giudicata rispetto agli obiettivi che ci si è proposti.
Quindi ci si pone le seguenti domande: a chi e a cosa serve? Quali bisogni soddisfa?
In relazione alla cartografia coloniale italiana, possiamo distinguere un criterio “istituzionale”, che
mostra come i lavori dell’Istituto Geografico Militare furono avviati immediatamente dopo
l’occupazione di Massaua, da un criterio “funzionale” che ci dice che la stampa d’informazione
accompagnò anche con documentazione cartografica la politica d’espansionismo africano fin dagli
esordi (1869), quando Giovanni Sapeto acquistò la baia di Assab appoggiato dall’interesse del
governo. Geografi e cartografi da una parte ed esploratori e imprenditori, in questo modo,
collaborarono attivamente scambiandosi informazioni complementari al lavoro di mappatura.
Carte delle comunicazioni  nella seconda metà dell’Ottocento, la bicicletta, l’automobile, il tram
e il dirigibile rivoluzionarono gli spostamenti delle persone, dagli strati sociali più bassi a quelli più
alti. Divenne un fedele compagno di viaggio la carta itineraria, che preferisce compiere una scelta
selettiva più funzionale all’obiettivo riportando solo i luoghi in prossimità delle vie di
comunicazione o, addirittura, solo i nodi della rete. Le carte delle comunicazioni prospettano una
realtà spaziale alternativa di natura topologica invece che topografica, interessate, cioè, più alle
arterie piuttosto che ai territori, alle reti piuttosto che alle aree. La scelta personale del cartografo
sale così di livello: poiché egli non è interessato al fenomeno che si sta rappresentando, lo si
ritiene del tutto inutile per le finalità della carta e dunque non deve comparire. Un’altra violazione
che queste carte presentano risiede nel fatto che gli oggetti raffiguranti infrastrutture di
comunicazione sono tendenzialmente sovradimensionati, cioè più grandi di quanto sarebbero se
rispettassero il principio di scala. Altra grande caratteristica è la loro forte distorsione: le necessità
di visualizzazione comportano a volte delle stilizzazioni dei percorsi che abbandonano la naturale
forma di curve per assumere quelle di linee. Questa tendenza della seconda metà dell’800 si
estremizzerà, a poco a poco, fino alla pianta della metropolitana, che in Italia arriverà solo molti
anni dopo con l’entrata in funzione delle prime linee ferroviarie sotterranee. In un primo
momento, i cartografi tentarono di rappresentare sia il piano topografico del luogo sia il percorso
metropolitano, cercando di non interrompere la corrispondenza fra i due livelli che poteva
sembrare, agli occhi dei lettori dell’epoca, abbastanza strana, eccentrica. Poco a poco, la
rappresentazione perse interesse verso la dimensione superficiale e si concentrò su quella
sotterranea, adottando l’ortogonalità e lo schematismo delle carte di comunicazione di superficie
a quelle delle metropolitane, cominciando dunque a deformare i percorsi rispetto all’ubicazione
geografica reale. Torna utile ricordare la dimensione pragmatica della carta, in questo caso della
pianta metropolitana: l’informazione utile al viaggiatore è il tempo di percorrenza e non la
distanza; il percorso più veloce e non quello più breve; le intersezioni delle linee le direzioni da
prendere, etc.
La seconda metà dell’800 segna, dunque, un momento decisivo sia dal punto di vista delle
innovazioni tecnologiche e sia dei cambiamenti in ambito cartografico: se a Londra la prima linea
sotterranea entrò in funzione nel 1863, sarà solo 60 anni dopo che venne proposta una sua
rappresentazione grafica veramente innovativa che diverrà, in seguito, canonica nel suo genere. Se
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spostarsi sottoterra comporta un cambio di vita quotidiana da parte dei cittadini, la loro
consapevolezza orientativa cambia non avendo punti di riferimento apprezzabili (che sì sono
riscontrabili in superficie). Ecco, dunque, che la nuova piantina metropolitana ha bisogno di più
tempo per diffondersi e per essere compresa dai suoi cittadini. Da un punto di vista politico e
sociale, in Italia la presenza di carte di comunicazione rappresenta un’ulteriore raffigurazione
dell’unione territoriale in grado di collegare le varie zone da nord a sud della penisola,
cementando la consapevolezza di appartenere allo Stato italiano sia nei passeggeri che negli
studenti, i protagonisti dell’unità nazionale secondo Braudel.
La geografia a “colpo d’occhio”  lo sviluppo dei mezzi di trasporto rese più urgente per la
cartografia affrontare con decisione il tema della misurazione e della resa delle altimetrie. Circa la
rappresentazione, si consideri che prese piede il metodo delle curve di livello, che tutti i cartografi
di professione cominciarono ad adottare sistematicamente. Meno tecnica ma non meno
importante fu un’altra novità che riguardava l’altimetria: la diffusione delle vedute panoramiche.
L’attenzione per l’altimetria non aveva avuto un gran interesse se non dalla seconda metà
dell’800, quando, oltre gli istituti militari e scientifici, divenne un requisito implementato anche ad
uso pubblico, per esempio nelle guide per escursionisti.
Si impose anche una nuova forma “verticale” della città, che andò incontro a trasformazioni
significative a seguito dell’edificazione di grattacieli, opere immense come la Statua della Libertà o
la torre Eiffel, ma anche i semplici palazzi residenziali e gli uffici pubblici che si elevarono in altezza.
Anche la produzione a “vista d’uccello” si intensificò: una visione dall’alto di una porzione di
territorio generalmente vasta, impiegata adesso su larga scala rispetto alla tradizione
Cinquecentesca, e che coniugava da una parte l’arte e dall’altra la tecnica. Questa carta era molto
affascinante e di grande effetto suggestivo per il pubblico, poiché si prospettava come una ripresa
più realistica, simulando il punto di osservazione unico che è proprio dello sguardo umano.
È questa un’epoca di grandi cambiamenti, dettati da trasformazioni tecnologiche quali il telefono,
le prime sperimentazioni in ambito aeronautico, le ultime scoperte territoriali, una mentalità un
po’ più aperta: tutto ciò cominciò a dare l’idea che il mondo potesse essere visto anche da una
dimensione “globale”, come se l’evoluzione abbracciasse all’unisono tutti i paesi del mondo. Da
qui che la produzione di atlanti e planisferi aumentò sensibilmente. In Italia, la visione dall’alto non
tardò a condizionare la cartografia di questo momento: la carta “Torino porto di mare”
rappresenta dall’alto lo Stivale rovesciato, come da tradizione rinascimentale, con il nord ben
definito, la pianura padana estesa per la maggior parte dello spazio e solo da lontano, verso l’alto,
si intravede un ristretto Sud che potrebbe quasi mischiarsi con l’Africa.
Un’altra rappresentazione che introduce la terza dimensione per rendere l’ortografia del territorio,
a volte anche esagerando le proporzioni per esigenze visive, è il plastico, costituito da elevate
competenze scientifiche e speciali elementi artigianali (materiali diversi come plastilina, carta
pesta, legno, cartone, gesso). Quella dei plastici è una produzione che rispecchia bene la fase di
fine ‘800 della cartografia italiana che si prepara a uscire dal dominio dei militari per far posto a
nuovi generi. Oltre alle applicazioni all’urbanistica e alla pianificazione territoriale a beneficio di
uffici tecnici e professionisti, nacque la versione industriale e commerciale del plastico, ovvero la
carta in rilievo, dalle dimensioni più ridotte rispetto al plastico per consentirne il trasporto e
l’affissione. Poco adatta a fini scientifici, possedeva tuttavia il pregio di sollecitare la tattilità,
specialmente tra i bambini delle scuole a scopo ludico e didattico.
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Cartografia per tutti  un momento decisivo per il riconoscimento istituzionale dell’importanza
della cartografia si ha nel 1867 con la riforma Coppino, che faceva specifico riferimento alle carte
murali invitando, dunque, al loro uso. Si trattava di un avvicinamento della geografia alle scienze
fisiche e naturali in un contesto prettamente pedagogico. Le carte murali non presentavano
contenuti nuovi, come invece nel caso delle carte statistiche e quelle stradali. Erano adatte ad
essere osservate da lontano, con colori vivaci e nomenclature in neretto, segni forti. Il loro impiego
fu rivoluzionario: sebbene l’uso di appendere carte geografiche risalisse già all’epoca
rinascimentale, la differenza dell’800 risiede nei destinatari di queste nuove carte murali. Tutti,
cittadini umili e benestanti, possono usufruire della carta geografica, in luoghi pubblici quali
scuole, strade, palazzi, e familiarizzare con lo spazio italiano, con i suoi confini e le sue forme, non
rimanendo preclusa nella sua dimensione puramente elitaria ed estetica come avveniva nel
Rinascimento e nel ‘600. E, da non dimenticare, commissionata dallo Stato e non dalla Chiesa o dai
prìncipi. La massima espressione di questa tendenza alla popolarizzazione troverà riscontro nelle
tavole della romana via dell’Impero.
Nelle scuole si fece un importante lavoro pedagogico e didattico circa la cartografia, ricorrendo ad
esercizi con le cartine mute per permettere agli studenti di memorizzare i vari territori e le regioni
dello Stato, incentivati dai docenti grazie anche a giochi e a gare ludiche. Carl Ritter, tra i padri
fondatori della geografia moderna, proponeva l’utilizzo di cartine geografiche ridotte nella loro
conformazione continentale e nazionale a forme geometriche, pur mantenendo un’analogia e un
rapporto di grandezza tra i vari paesi, il tutto per uno scopo didattico e mnemonico. Il puzzle,
firmato Vallardi, e il gioco dell’oca contribuirono ulteriormente ad unire l’aspetto ludico e
culturale per cementare la consapevolezza territoriale degli italiani.
Anche i grandi romanzi d’avventura di metà ‘800 contribuirono a un avvicinamento del popolo
verso la cartografia. Jules Verne è tra gli autori più emblematici a livello europeo, ma anche
l’italiano Salgari ambienta le sue vicende nelle lontane terre orientali. In un momento storico in cui
continuavano ad esistere zone del globo totalmente sconosciute o di cui si sapeva poco, la fantasia
permise di colmare quel vuoto spaziale che venne poi messo da parte dalla cartografia stessa. I
lettori e i cittadini cominciarono a cercare nelle carte i luoghi delle avventure che leggevano, il che
permise un’ulteriore sensibilizzazione verso la dimensione spaziale. Di carattere pienamente
scientifico, invece, ma rientrando sempre nella divulgazione del sapere geografico, saranno le
enciclopedie geografiche: un’enciclopedia interamente dedicata alla geografia e dotata di un ricco
apparato di carte, opera di qualità scientifica ma accessibile a tutte le persone di buona cultura. Si
intitolava La Terra ed era curata da Giovanni Marinelli, uscita verso il 1880. Grazie a nuove
tecnologie, quali la litografia e la stampa fotomeccanica, divenne più rapida ed economica la
stampa a colori.
Soprattutto grazie agli eventi bellici e diplomatici proposti sui giornali attraverso la stampa
d’informazione, quali la guerra di Crimea (1853-56), il conflitto franco-prussiano (1870-71) e la
guerra russo-turca (1877-78), crebbe la domanda di carte sciolte che permettessero ai lettori di
aggiornarsi sugli eventi, muniti di appositi riferimenti geografici. La qualità di queste carte era
mediamente buona, nulla da ridire contro la qualità di molti atlanti, specialmente se si considera il
fatto che spesso si trattava di copie prese dall’Istituto Geografico Militare e probabilmente
richieste da qualche ufficio ministeriale. E che, seppur perseguibili per plagio, circolavano
pubblicamente tra i quotidiani, veicolando a basso costo un sapere geografico di notevole qualità
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(vedi la Gazzetta di Venezia, relativa alla carta delle regioni del Corno d’Africa). Che le carte in
questione fossero comprese nel prezzo del quotidiano o fossero inserti a parte, ciò non cambia
che in un modo o nell’altro sempre più lettori si interfacciarono con un nuovo linguaggio e con un
medium che permetteva loro di comprendere più efficacemente il perché di certi fatti politici, a
prescindere dalla qualità della cartina in sé (che poteva essere scarsa o, come menzionato prima,
anche molto notevole).
Rinnovamento della cultura visuale  “La Geografia per tutti” era una rivista diretta da
Arcangelo Ghisleri a partire dal 1891. All’interno di essa vi erano carte sciolte, seppur in quantità
ridotta, e soprattutto fotografie di vedute di paesi italiani quali Asolo, Possagno e Salò. La
cartografia beneficerà della nuova valorizzazione delle illustrazioni fotografiche trovando impiego
in ambiti inediti, in una fase storica caratterizzata ancora dal dominio della cartografia dei militari
ma che vedeva emergere orizzonti nuovi nel campo della visualità. Il modello topografico derivato
dalla geometria euclidea doveva ora competere con la fotografia, che di quegli stessi oggetti
geografici dava una riproduzione molto più realistica e credibile: la foto di una montagna contro
un puntino in corrispondenza della sua vetta, l’istantanea di una città dall’alto contro un insieme di
segni geometrici che ne vorrebbero raffigurare i palazzi e le strade.
L’aspetto pittorico e artistico era stato messo da parte dalla topografia dei militari, e infatti
rappresentazioni cartografiche in ambito pittorico sono abbastanza rare per tutto il secolo. Solo a
fine ‘800 si tenta di coniugare l’arte con la fotografia, assemblando carte geografiche a fotografie
nello stesso spazio e complementando la riproduzione di un soggetto. Questo perché la cartografia
temeva di essere soppiantata dall’emergente tecnologia fotografica. Ecco perché alcune carte
presentano la sovrimpressione di un elemento fotografico, dando una sensazione più realistica a
ogni immagine: la sua astrattezza genera una distanza con l’osservatore che il realismo della foto
aiuta invece a rimuovere. Da illustrazione da contemplare diventa illustrazione da vivere: liberata
dal vincolo di riprodurre la realtà geografica per come essa è, ci si lanciava ora alla scoperta delle
emozioni e delle suggestioni che quella realtà evoca. Un campo di applicazione fu quello della
cartografia satirica, che riprendeva lontane tradizioni antropomorfe e zoomorfe vivendo un
ritorno di fiamma a fine ‘800 prima di esplodere letteralmente negli anni della Prima guerra
mondiale. Questo tipo di cartografia sfidava, ovviamente, la cartografia razionalista recuperando,
invece, lezioni della cartografia premoderna dove l’immaginazione come atto mentale veniva
premiata (come nella Carta umoristica d’Europa nel 1870 di Paul Hadol, dove, per esempio, viene
raffigurata la Spagna fumare sopra le spalle del Portogallo, o l’Inghilterra raffigurata come
un’anziana signora portare al guinzaglio l’Irlanda, sotto sembianze canine). Queste raffigurazioni
erano frutto della critica sia da parte di cartografi isolati che di un sentire collettivo nei confronti
della situazione europea di quel tempo: è interessante, perciò, considerare questo tipo di
cartografia satirica come un prodotto non meramente artistico, bensì come il frutto di un sentire
sociale e politico che si andava delineando sempre più tra i paesi d’Europa, spesso marcando degli
stereotipi iperbolici che caratterizzeranno quelle differenze nazionali esacerbate soprattutto da
politiche d’odio condotte da varie maggioranze per ottenerne il consenso cittadino (ne La piovra
russa di Grossi, 1878, la Russia è raffigurata come una piovra che stritola le sue prede, come la
Turchia e la Germania.

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Personaggio-simbolo: Guido Cora  nato in una famiglia benestante, darwinista di formazione e
ispirato a una concezione progressista della scienza che la intende funzionale all’elevazione sociale
degli individui: Guido Cora è una figura caratteristica del periodo postunitario per molti motivi. La
formazione di Cora non si deve agli ambienti militari, bensì al viaggio-studio presso gli stabilimenti
cartografici del mondo di lingua tedesca, come Gotha, che dopo di lui compiranno anche il suo
allievo Giovanni De Agostini e Giuseppe Della Vedova. Fu un personaggio che diede il via alla figura
istituzionalizzata del ricercatore sovvenzionato, il quale non ricorre più alle proprie finanze per
gestire gli studi, il materiale e i viaggi che necessita un cartografo (nonostante l’agiatezza della
famiglia di Cora), bensì la sua vita si sdoppia tra il mondo accademico universitario, come
professore, che gli darà la possibilità economica di proseguire le sue ricerche in ambito geografico.
Si esprimerà in francese, la lingua franca di metà ‘800, per raggiungere un pubblico scientifico più
ampio; intraprenderà vari viaggi, da Tripoli di Barberia al Queensland. Si dedicherà molto alla sua
rivista “Cosmos” (1873), nella quale figureranno sempre carte geografiche in continuo
aggiornamento. Viene considerato come un pioniere tra i geografi italiani riguardo alla cartografia
tematica e statistica, a cui dedicò l’innovativa Carta della mortalità per infezione malarica nel
Regno d’Italia negli anni 1890-92. In sintesi, la sua competenza geografica e la sua perizia
cartografica non erano emerse da un regolare percorso accademico o da un apprendistato tecnico,
e questo il conformismo perbenista dell’ambiente universitario non glielo perdonò mai. Fu,
senz’altro, uno studioso di formazione ibrida e non canonico.

CAPITOLO 2: A CAVALLO DEL SECOLO

Il decollo del mercato editoriale  a inizio ‘900 il mercato dell’editoria in Italia vedrà un netto
aumento della propria produzione e diffusione nel Paese, seppur presentando alcuni elementi che
devono far riflettere. Aumenta il numero di lettori e di editori, ma specialmente per quel che
riguarda le classi più agiate e soprattutto al Nord, in particolare a Milano e Torino. L’evoluzione
dell’editoria mostra dei segni sì di miglioramento dello sviluppo culturale nazionale ma anche la
sua divisione interna, dove nel Meridione si fatica a riprodurre gli stessi risultati del Nord.
Ciononostante, è pur vero che il libro in sé continua ad impersonificare lo strumento pedagogico di
emancipazione e gli editori sostengono fortemente quest’idea con l’allargarsi delle case editrici nel
Paese. L’asse Milano-Torino riflette abbastanza anche il panorama editoriale della cartografia, e
non deve sorprendere questo dato poiché si trattava di una regione dello Stato ad accogliere fra i
primi in Italia il paradigma positivista, che predisponeva un contesto culturale nel quale la
geografia poteva felicemente delinearsi come disciplina di sintesi tra le scienze della natura e le
scienze umane. Tra i protagonisti di questa fase occorre ricordare Giovanni De Agostini, fratello di
Alberto Maria, uno dei primi esploratori della Patagonia. De Agostini sposta la sede del suo Istituto
Geografico De Agostini da Roma a Novara, strategia che gli permette non solo di avere pochissima
concorrenza ma anche molti contatti più facili con il nord e con la Germania, che aveva sviluppato
tecnologie all’avanguardia nell’ambito cartografico.
L’influenza della geografia tedesca  Non solo il fascino e le atmosfere positiviste della cultura
tedesca e le nuove tecniche cartografiche fecero della geografia tedesca un modello da imitare per
l’Italia. I molteplici rimandi all’interventismo e all’espansionismo di Stato riflettevano
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perfettamente i fermenti nazionalistici delle classi dirigenti del giovane Stato italiano. Quella che si
cercava era una “geografia utilitaria”, che potesse servire gli interessi della nazione. E questi
erano: aspirazioni coloniali africane, rivendicazioni sulle regioni alpino-orientali e istriano dalmate,
consolidamento dello Stato centralizzato. Vengono presi come riferimento molti atlanti e manuali
di stampo tedesco, come il Trattato di Geografia Generale di Hermann Wagner, e molti librai di
lingua tedesca si stabilirono in Italia per avviare attività nel settore (per citarne alcuni, Hoepli a
Milano, Napoli e Pisa, e Clausen a Torino e Palermo).
Questa presenza massiccia di editori stranieri in Italia spiega anche i ritardi della cartografia
italiana privata: basti pensare che l’Istituto Topografico (poi Geografico) Militare operava a Firenze
solo dal 1872. Troppo poco tempo, dunque, per poter mettere ordine nella disomogenea
produzione cartografica degli Stati preunitari e provvedere a un rilevamento minuzioso del
territorio nazionale. L’editoria privata, pur esentata da requisiti di precisione geometrica nella
rappresentazione, era chiamata a produrre quadri di sintesi utili a soddisfare esigenze scientifiche,
didattiche e divulgative. Per esempio, l’Istituto Geografico Militare non aveva mai pubblicato un
atlante di consultazione, cioè un atlante che raffigurasse tutte le parti del mondo. Questo era,
però, ciò che veniva richiesto agli editori privati: essi potevano contare sugli enti cartografici del
suo paese per ottenere quella cartografia di base da cui derivare, poi, i propri prodotti. Ma in Italia
questo non poteva accadere, dato che l’Istituto Geografico Militare si concentrava soprattutto sul
nostro paese e su pochi altri territori, specie di interesse coloniale o irredentista. Un editore
italiano doveva, dunque, ricorrere a basi cartografiche straniere sobbarcandosi anche il compito
difficile di tradurre in italiano. C’è anche da menzionare le carenze di personale specializzato nella
tecnica cartografica, ed è per questo che si guardò molto all’estero, specialmente alla Germania.
Wilhelm Heinrich Fritzsche è senza dubbio tra i cartografi tedeschi più importanti e presenti in
Italia che collabora con Guido Cora, ma anche Bernard Rossing presso la De Agostini.
Il primo grande atlante di consultazione in lingua italiana fu L’Atlante Stieler, pubblicato per la
prima volta a Gotha nel 1908: 100 tavole che raccolgono un totale di 262 carte, nitidissime e
dettagliatissime, un ricco indice finale dei nomi con cui poter facilmente individuare le migliaia di
località riportate nelle carte. Un atlante, in più, offerto ad un prezzo accessibile che raccolse un
successo ampio e immediato, ma pur sempre non veramente italiano e comunque difficile da
interpretare per un pubblico che poco conosceva la lingua germanica. In Italia si prestava
attenzione agli atlanti Paravia e Vallardi: Paravia era una storica casa editrice specializzata nella
letteratura per i ragazzi, e in campo geografico aveva stampato il Nuovo atlante geografico ad
uso delle scuole primarie e secondarie (1886) che venne definito come il primo atlante scolastico
italiano a reggere il paragone con gli stranieri (stampato presso la De Agostini e con una notevole
copertina e formato oblungo). Le primissime versioni di questo atlante erano prive del dato
politico, rispetto a quello fisico. Si dovrà aspettare il primo dopoguerra per avere un maggior
interesse del pubblico per le questioni politiche che si rifletterà direttamente sulla presenza di
carte politiche negli atlanti. Un esempio a favore di questo cambiamento è la tavola intitolata
“Mar Mediterraneo”: rispetto alla edizione del 1901, quella del 1925 rimane identica dal punto di
vista della rappresentazione in scala, ma a cambiare sono i colori rappresentanti i vari stati
presenti sul territorio in questione. Un’opera di aggiornamento che deve la sua importanza a
Roberto Almagià. Gli atlanti Paravia si distinguono per una visione smaccatamente eurocentrica:
nell’edizione del 1918, sono del tutto assenti carte di paesi extraeuropei, con la sola eccezione di
riferimenti ai possedimenti coloniali delle potenze europee.
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L’altro editore era il milanese Vallardi, che proponeva il tradizionale Atlante scolastico di geografia
moderna di Olinto Marinelli, che venne proposto anche in versione tascabile grazie al Piccolo
atlante Marinelli. Vallardi e Paravia rappresentavano gli ambienti laici della cultura italiana,
mentre in ambito cattolico ci sarà l’Editrice Studium che produsse alcune brevi monografie di
interesse politico-geografico, ma non atlanti. Arcangelo Ghisleri, geografo e professore di un liceo
cittadino, darà invece l’avvio ad un progetto ambizioso che lo renderà celebre: la pubblicazione di
un Piccolo manuale di geografia storica con annesso un supplemento di carte. Da questo libretto
senza pretese, ha inizio nel 1889, quattro anni prima di assumere la definitiva denominazione di
Istituto Italiano d’Arti Grafiche di Bergamo, l’uscita di una fortunatissima serie di atlanti storici
concepiti “per la prima classe liceale, per gl’istituti tecnici e per ogni colta persona” che
soppianterà le versioni italiane degli atlanti tedeschi del Kiepert e del Von Spruner.
I temi dominanti che possono essere individuati tanto nell’atlante storico Ghisleri come in altri
atlanti storici rispecchiano perfettamente le aspirazioni della classe dirigente italiana di inizio
Novecento: la ricerca di confini naturali per l’Italia, evidenziata dalla abbondanza di carte sulle Alpi
orientali, e il consolidamento della centralizzazione statale, testimoniato dall’insistenza sul dato
amministrativo. Anche il Calendario Atlante De Agostini era infarcito, a inizio ‘900, di biografie di
italiani illustri (tra cui molti militari), approfondimenti sulle colonie italiane, insistenti notizie sulle
terre “straniere” (finché lo sono state) Venezia Giulia e Venezia Tridentina. Quello di confine
naturale è un concetto che si riproporrà anche nel secondo dopoguerra, legittimandone il tema del
confine naturale a confine politico.
Personaggio-simbolo: Giuseppe Dalla Vedova  Altra grande figura del mondo della geografia
italiana, Dalla Vedova venne chiamato nel 1867 come libero docente presso l’università di Padova
e poi nel 1872 fu nominato professore straordinario. Ma fu anche professore ordinario
nell’Università di Roma, dove divenne Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia e poi Rettore. A
queste prestigiose cariche accademiche se ne aggiungono altre come socio corrispondente
dell’Accademia dei Lincei, dell’Accademia delle Scienze di Torino, etc, fino all’elezione a senatore
del Regno (1909). È grazie al suo contributo e alla sua opera di sensibilizzazione che notevole
valore documentale registrarono in particolare le carte relative ai viaggi d’esplorazione in Africa.
Anche altri studiosi avevano certamente mostrato la medesima attrazione verso il tema delle
esplorazioni, come Guido Cora. Tuttavia, Cora era uno studioso che operava isolatamente ed entro
lo steccato delle pure conoscenze geografiche. Si può sostenere, infatti, che sfruttando le alte
cariche rivestite e la lunghissima permanenza ai vertici della geografia italiana, Dalla Vedova abbia
avuto un ruolo attivo nel facilitare quell’inclinazione della geografia e della cartografia a
politicizzarsi.

CAPITOLO 3: LA PRIMA GUERRA MONDIALE

La geografia di questo periodo partecipa attivamente all’acceso dibattito politico che precede e
accompagna il Conflitto Mondiale contribuendo all’esasperazione dei suoi toni. Basti citare il
geografo francese Paul Vidal de la Blache che nel 1917, dopo la morte del figlio in guerra, pubblica
La France de l’Est (Alsace-Lorraine) che già dal titolo lascia a intendere un esplicito programma di
riconquista militare fino al confine renano motivato come giusta frontiera sulla base dei presunti
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sentimenti di adesione ala nazione francese da parte degli abitanti di quelle regioni. È un periodo,
quindi, in cui prevale la concezione di un’idea della scienza in cui l’intellettuale è tenuto a
impegnarsi nella vita pubblica per fornire il proprio servizio alla comunità.
Fino alla guerra, il rapporto fra geografi e ceti dirigenti della politica era stata modesta, ma ora si
trovano a dover comunicare in maniera inedita, in particolare se si pensa all’attenzione al
territorio e a quelle regioni rivendicate o da conquistare nel conflitto in corso. Il Piave, per
esempio, non è più solo un fiume così come il Vittorio non è più una semplice località prealpina,
bensì diventano due simboli patriottici fortemente evocativi. Ecco come la geografia di questi anni
veicola la consapevolezza che il territorio non è importante solo in ragione delle sue risorse
materiali ma anche di quelle simboliche. La geografia ora accentua la propria politicizzazione
interiorizzando il concetto di interesse nazionale, che da questo momento verrà posto dai geografi
sbilanciando il rapporto tra scienza e autorità a favore di quest’ultima.
La geografia, inoltre, si diffuse sempre più su larga scala da vari punti di vista: venne presa in
considerazione non più da un’esclusiva élite intellettuale ma anche da persone appartenenti a
strati sociali più umili. Inoltre, il teatro di guerra accelerò la domanda di carte da parte di privati;
quindi, oltre a produrre di più la carta subì una politicizzazione in merito ai fatti che la
coinvolgevano. Prodotto scientifico e artistico, come suggerito dallo storico George Mosse, si
“volgarizzarono” nell’accezione positiva del termine. Dalla carta topografica che aveva dominato la
scena nell’800 si affianca ora la cartografia turistica oppure la cartografica scolastica, o come
terminiamo di dire una cartografia utilizzata massicciamente come strumento di propaganda
politica per rafforzare l’identità nazionale e lo spirito patriottico degli italiani.
Come ulteriore conseguenza di questo clima bellico, vi è anche utile menzionare il progressivo
distacco della cartografia italiana dal modello germanico, che aveva influenzato non poco
l’evoluzione della cartografia in Italia. Ciò si deve ad un generale miglioramento delle tecniche e
dell’editoria italiana in questo ambito che permette di emancipare la cartografia dallo stampo
germanico o straniero da cui dipendeva. Alcuni editori, infatti, faranno la loro fortuna proprio in
questo periodo bellico, spinti dalla produzione e dalla richiesta di carte geografiche per uso
militare o scolastico nei manuali dei giovani militari.
Anche sul fronte dell’opinione pubblica, le carte in questo periodo vengono prodotte in grande
quantità sui giornali per tenere aggiornati i cittadini da casa sugli scenari della guerra in corso. Le
carte avevano il grande pregio non solo di rappresentare graficamente, e quindi visivamente, il
territorio interessato, ma anche di veicolare la retorica di propaganda con la sua mistica della
guerra, del “Sacro suolo”, sposando così una specifica causa politica: quella del nazionalismo. Gli
espedienti per esaltare il patriottismo attraverso le carte furono i più vari: dalla scelta del tema,
quale ad esempio le rivendicazioni territoriali per motivi etnici (De Agostini, La Regione Veneta e le
Alpi nostrane dalle fonti dell’Adige al Quarnaro), a soluzioni grafiche quale l’evidenza del confine
naturale alpino che si chiedeva divenisse il nuovo confine politico del Regno (I confini nord-
orientali dell’Italia, Paravia), accompagnate anche da elementi esterni alla carta che contribuivano
a rafforzare il messaggio patriottico, come i titoli bellicosi (Carta della guerra italo-austriaca: gli
alleati contro i barbari) o rivendicativi (De Agostini, 1915, Le tre Venezie sino alla Vetta d’Italia).
Ma altri elementi ultra-patriottici come le citazioni di padri della patria o i ritratti del re o di altri
leader, etc.

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I due protagonisti  Senza dubbio, Giovanni De Agostini non si limitò a produrre solo materiale
cartografico ma tentò lodevolmente di promuovere la cartografia nazionale attraverso la propria
rivista “La Geografia”. Verso il 1922 cambia la direzione della De Agostini e viene pubblicata
un’opera straordinaria di consultazione basata su criteri scientifici e procedimenti tecnici avanzati:
il Grande Atlante Geografico De Agostini. Ma un altro grande protagonista sarà senza dubbio il
Touring Club italiano, nato nel 1894 come associazione di appassionati cicloamatori della buona
società milanese che richiamava a sé una raccolta di informazioni non solo geografiche, ma anche
di convenzioni con alberghi e officine meccaniche, percorsi, cartine itinerarie, guide, etc. Da queste
necessità si giungerà a quella che viene considerata la massima realizzazione cartografica italiana
del Novecento: l’Atlante Internazionale del Touring Club Italiano, sponsorizzato da Luigi Vittorio
Bertarelli il 7 settembre 1917, solo poche settimane prima della disfatta di Caporetto (24 ottobre).
A dimostrazione della perfetta convergenza di intenti di certa parte della cultura italiana del
periodo, la consonanza di idee tra Bertarelli e Almagià si traduceva in collaborazione operativa in
quanto gli esperti dell’Enciclopedia Treccani decidevano di affidarsi per l’apparato cartografico
proprio al Touring Club italiano, tanto lodato da Almagià che arriverà a consigliare agli acquirenti
dell’Enciclopedia di affiancarvi come complemento indispensabile l’Atlante del Touring.
I due principali protagonisti dell’editoria cartografica italiana del Novecento (Istituto Geografico De
Agostini/Touring Club italiano) si apprestavano ad affilare le armi per quella che sarebbe divenuta
la più accesa rivalità del settore. Il Touring Club era animato dal fervore patriottico del momento
ed ostentava, nell’immediato dopoguerra, manifestazioni di italianità in ogni sfera della sua attività
(basti pensare che subito dopo i trattati di pace, si affretta a pubblicare la Carta d’Italia con i nuovi
confini), i testi a stampa (pubblica un volumetto dall’entusiastico titolo Terra promessa intento ad
elogiare le bonifiche realizzate dall’Opera Nazionale Combattenti) ma anche attraverso le
escursioni finalizzate a diffondere la conoscenza delle terre redente, affiancato anche da un
sempre più attivo processo di valorizzazione del turismo italiano.
Colonialismo e irredentismo sono temi cari alla geografia di questi anni impregnata di senso della
patria, e la De Agostini è sempre stata perfetta interprete della sensibilità geografico-politica del
paese: a questi due temi vengono addirittura dedicati alcuni atlanti tematici, come l’Atlante delle
colonie italiane del 1913 redatto da Achille Dardano e L’Italia e le sue colonie (Eritrea-Somalia-
Tripolitania) a opera di Guido Assereto pubblicato nel 1912. Ma anche L’Atlante della Dalmazia
che rivelava apertamente le posizioni nazionalistiche su cui si schierava la geografia italiana, o
almeno una parte autorevole di essa. I confini orientali, la Venezia Giulia, il Trentino e l’Alto Adige
sono tutti temi molto cari alla De Agostini.
L’interesse per la conoscenza dei luoghi degli scontri tra gli eserciti belligeranti non si spense con la
fine delle ostilità. Se oggi il turismo legato ai teatri di guerra è abbastanza inconsueto, nell’Italia
devastata ma fiera del primo dopoguerra riscuoteva molto interesse. Guida ai campi di battaglia –
Fronte italiana con cartografia De Agostini; l’altro del Touring Club Italiano, Sui campi di battaglia.
Ma sarà il Grande Atlante Geografico (1922) il primo vero atlante di spessore internazionale
attribuibile per intero alla cartografia privata italiana, edito De Agostini: si distinguerà dai
precedenti atlanti italiani non solo per la vastità dell’opera (102 tavole con 250 carte) ma anche e
soprattutto per l’adozione di scale più grandi rispetto a quelle degli altri atlanti che consente una
rappresentazione più ricca e dettagliata e l’attenzione alla distribuzione geografica dei fattori
economici (carte dei luoghi di produzione, dei centri industriali, delle direttrici dei traffici
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commerciali, etc.). Per la cartografia italiana di età contemporanea, era finalmente arrivato il
momento dell’emancipazione. Questo momento frutterà per 40 anni un periodo di attenzione
peculiare nei confronti della cartografia da parte dello Stato che si vanterà di un prodotto
concepito da italiani per gli italiani.
L’influenza delle associazioni  Nel corso della guerra, le autorità politiche italiane cominciarono
gradualmente a prendere coscienza della necessità di dotarsi di strutture appositamente dedicate
alla mobilitazione del consenso a favore di un conflitto che richiedeva immensi sacrifici e
impegnava non solo i soldati al fronte ma anche la popolazione civile. Figura chiave potrebbe
essere Vittorio Scialoja, Ministro per la Propaganda di Guerra mentre presiedeva la potente
Unione Generale degli Insegnanti (“cittadini e soldati, siate un esercito solo”). In linea con questa
visione, l’associazione da lui presieduta amplia e perfeziona tutta una serie di attività (le escursioni
sul territorio, le lezioni pubbliche, le pubblicazioni scritte e quelle per immagini, etc.)
sperimentando anche forme nuove di comunicazione, come le immagini fotografiche. Ma per la
politica del tempo, era impensabile il coinvolgimento del popolo sulle scelte di governo. Nel
settore della cartografia, le associazioni si aggiungono agli editori privati, spinti dalle opportunità
di guadagno fornite dal mercato e alle aziende private, motivate dall’intento di sfruttare a fini
commerciali il discorso nazionalista. Questo momento tolse definitivamente ai geografi accademici
il monopolio sul rapporto tra classe politica e cultura geografica, e questo fenomeno si rivelerà
decisivo quando il fascismo tenterà di assoggettare la cultura piegandola al proprio servizio
creando vari istituti culturali a fianco della produzione scientifica universitaria (come l’Istituto
Coloniale Fascista).
Il mito del confine naturale  molti intellettuali già dai tempi di Dante e Petrarca si erano
cimentati nell’individuazione di confini naturali come confini politici. Cicerone, prima di tutti, per
esempio esaltava le Alpi come barriera naturale contro i barbari. Nella seconda metà dell’800,
Adriano Balbi individuava tra i confini naturali quelli dell’Italia nello spartiacque alpino includendo
Nizza, l’intero Tirolo a sud del Brennero, il Canton Ticino e l’Istria con Fiume. Ma se in questa fase
storica si usavano i confini naturali come espediente mitico per rivendicare la sovranità territoriale
dell’emergente stato nazionale, a fine secolo i geografi non sono più concordi sul tema naturale.
Infatti, principio grafico-fisico e principio culturale entravano chiaramente in collisione in quanto
ampie comunità non italiane (di lingua tedesca, slava e provenzale) si trovavano a sud delle Alpi
impedendo la coincidenza dei rispettivi confini. Ma nonostante la sua infondatezza logica e la sua
palese strumentalizzazione politica, prevalse il criterio del confine naturale: basti pensare agli anni
di guerra, che con la propaganda di massa venne promossa l’idea di far coincidere confini naturali
e confini di Stato. La De Agostini, in termini di propaganda, fu decisiva in questo: la carta del 1915,
I due confini d’Italia, raffigurava la “Venezia Trentina”, la “Venezia Giulia” e addirittura il Ticino
svizzero in un colore diverso da quello degli Stati di cui facevano parte. Il perché di questo
altalenare di visioni territoriali fino alla loro concretizzazione nel ‘900 si deve alla maggiore
istruzione di massa e ad un maggiore interesse per la geografia e la cartografia richiesto dal ceto
borghese, che poco a poco influenzò l’opinione pubblica sul tema della guerra.
La carta costituisce una prova visuale della legittimità di condurre quella guerra, una conferma
delle giuste ragioni dell’Italia e dei suoi diritti al possesso di territori al momento sotto sovranità
altrui. Tant’è che il modello del duplice confine vedrà il suo boom negli anni della Prima guerra
mondiale con una vasta produzione di carte riferite all’area nord-orientale del paese. Nella carta
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Italia settentrionale (1911) di Ghisleri e Roggero e Ricchieri, si nota in marrone il tratto che
delimita lo spartiacque alpino. Anche le catene montuose possono cambiare nome: nell’ Atlante
Geogragico Metodico (De Agostini), si osserva che nel giro di pochi anni le “Alpi Tirolesi” diventano
“Alpi Venoste”, “Alpi Trentine” e “Alpi Tridentine” (1911-1917-1918-1925).
Lo stivale italiano  L’allegoria non era nuova, anzi, risale più o meno al XIV secolo e aveva
trovato un suo primo momento di notorietà in un giornale letterario del 1763 di Giuseppe Baretti
che, riferendosi a goti e vandali, se la prendeva con coloro che “se la prendevano con il glorioso
Stivale”. Solo nel ‘900 questa allegoria prende forma in maniera più inclusiva, radicandosi
nell’immaginario collettivo che si prestava perfettamente sia a promuovere le vendite di un
prodotto commerciale, sia a sollecitare la fedeltà del cittadino alla patria o a mobilitarlo a favore di
uno specifico progetto politico. La carta-logo si configura pienamente come un dispositivo
adattabile ai gusti estetici del tempo grazie alla capacità di interagire con altri linguaggi di
comunicazione sia grafici che testuali; parliamo di carte che mirano a valorizzare l’associazione tra
il luogo fisico e i sentimenti, le emozioni e i valori che esso trasmette.
Carte etnolinguistiche  il valore politico di queste carte risiede nella capacità di infondere la
sensazione di appartenere a una specifica comunità nazionale unita da elementi culturali e
biologici comuni che la distinguono nettamente dalle altre comunità e le danno il diritto di
rivendicare un territorio tutto per sé. Vennero, infatti, usate specialmente per fomentare l’odio
verso gli altri popoli, con l’invenzione strumentale di un nemico interno al quale attribuire le colpe
dei problemi economici e sociali del paese e la sua appartenenza etnica. Furono diffusissime
quando c’era da rivendicare territori e scomparvero a rivendicazioni soddisfatte. Si trattava,
comunque, di carte popolari che miravano a far familiarizzare il cittadino con la tematica etnica e,
anzi, risultavano ottimali per propagandare le ragioni dell’irredentismo e procacciare consensi ai
movimenti nazionalisti. Si prestavano bene al tipo di propaganda rivendicativa poiché erano
ammantate di legittimità scientifica e, dunque, altamente credibile; ma, allo stesso tempo, lasciava
all’autore un alto tasso di libertà che permetteva di veicolare, così, messaggi faziosi ( rivedi poco
poco pag.154-155)
Personaggio-simbolo: Luigi Vittorio Bertarelli  Visto che il discorso di Bertarelli il 7 settembre
1917, in occasione di una seduta del consiglio di Amministrazione del Touring Club Italiano a
Milano, riscosse immediata approvazione da parte dei membri del Consiglio, poiché si esaltava
l’emancipazione in ambito cartografico dell’Italia dalle influenze straniere (tedesche) con
l’edizione imponente dell’Atlante Internazionale del Touring Club italiano (1917), appare chiaro
come quest’ultimo, nel primo dopoguerra, avesse ormai definitivamente abbandonato l’atmosfera
da circolo di cicloamatori dei primi tempi e non si fosse ancora tramutato in impresa commerciale
quale è oggi. La figura di Luigi Vittorio Bertarelli è emblematica di una stagione di grande ripresa
della cartografia italiana motivato da principi risorgimentali quali: spiccato senso dello Stato e
della patria; attivismo produttivo; fiducia nel progresso e nella tecnica. Quest’azione non solo darà
lustro alla cartografia italiana in ambito internazionale, ma darà un decisivo colpo all’egemonia
cartografica dei militari dando voce, per la prima volta, alla cultura geografica popolare.

CAP.4: DALL’AVVENTO DEL FASCISMO ALLA GUERRA D’ETIOPIA

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A partire dagli anni ’20 del ‘900, l’Italia si apprestava ad una radicale trasformazione verso la
strada della modernizzazione. Nuove tecnologie e modalità di comunicazione di massa, come la
radio, cinema, rotocalchi e riviste, si innestarono nella società con un impatto decisivo nel suo
sviluppo, tanto che il fascismo ne intuì subito la grandezza e l’efficacia e si avvicinò a questo
importante cambiamento verso un sempre maggiore consolidamento e costruzione del consenso.
Basti pensare che nel 1923 Mussolini collocò e potenziò un ufficio stampa che nel 1934 prenderà il
nome di Sottosegretariato e poi Ministero per la Stampa e la Propaganda; anche il Partito
nazionale Fascista disponeva, per esempio, di un proprio Ufficio Propaganda. Ma anche il controllo
sulla cultura, a partire dalla funzione che i libri svolsero sotto l’impronta fascista, condizionò molto
l’educazione in ambito fascista: basti pensare che il ciclo educativo si componeva di tre fasi che
cadenzavano le tappe fondamentali di formazione dell’”uomo fascista”, da balilla ad avanguardista
fino a giovane fascista.
Come conseguenza diretta, anche l’editoria crebbe notevolmente dal punto di vista della
produzione e dei guadagni aiutata anche dai sovvenzionamenti del Regime. Grazie alla presenza
degli organi del potere politico e di nuove istituzioni culturali, Roma trovò una nuova centralità nel
panorama editoriale nazionale mai avuta nel passato. Sarà, invece, a partire dalla metà degli anni
’30 che in Italia la categoria degli editori verrà mortificata dall’azione repressiva del governo,
inaugurando una stagione di censura pressoché totale. Una prima avvisaglia, per esempio, si
registra nel biennio 1925-26, quando venne imposto a tutte le pubblicazioni a stampa l’obbligo
dell’indicazione dell’anno espressa in numeri romani secondo il conteggio dell’era fascista (a
partire, cioè, dal 28 ottobre 1922, ricorrenza della marcia su Roma). Solo Laterza fece in modo di
opporsi celatamente a quest’imposizione. Fra l’altro, la possibilità di condizionare la produzione
editoriale permise al regime di perfezionare l’arte della propaganda a un livello più occulto e,
dunque, più pervasivo.
La propaganda fascista si interessa molto, nel corso degli anni Venti, di condizionare le nuove
generazioni di italiani per la loro causa. Per esempio, nel 1928 vi sono espliciti interventi sui libri di
testo che da questo momento in poi devono conformarsi “alle esigenze storiche, politiche,
giuridiche, economiche affermatesi dal 28 ottobre 1922 in poi”. Le materie da tenere sotto
controllo, per tanto, erano le sopracitate più la geografia, sempre per ragioni esclusivamente
politiche. Sul fronte delle case editrici, è chiaro che un mercato protetto del libro scolastico nel
quale lo Stato assegna i compiti a una ristretta cerchia di imprese accuratamente selezionate che si
limitano alla stampa e distribuzione non solo toglie ogni autonomia agli autori e agli editori, ma
ridisegna anche le fette di mercato, ora decise a tavolino. Ciò produrrà benefici, come per la
Paravia in Piemonte, oppure perdite e crisi, come la Bemporad, esclusa da commesse sostanziose.
Nelle scuole, con la riforma Gentile la geografia veniva insegnata solo in quarta e quinta
elementare con un suo proprio orario: era un tipo di insegnamento prettamente nozionistico,
informativo. Un orientamento che svalutava la geografia nel suo complesso ma che proprio per
effetto di questi scopi si rivelava attenta verso il suo strumento per eccellenza: la carta geografica.
Geografia e regime  La Reale Accademia d’Italia, l’Istituto di Cultura Fascista, il Consiglio
Nazionale delle Ricerche, l’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, l’Istituto Coloniale Fascista:
attraverso questi veri e propri centri di potere e di finanziamento, il regime si garantiva l’esercizio
di un condizionamento decisivo sull’intera produzione geografica. Ma va anche detto che questo
condizionamento esercitato dal fascismo sulla geografia accademica non incontrava significative
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resistenze. Non perché il mondo geografico dell’epoca si piegò ai nuovi potenti senza opporre
resistenza, ma perché la geografia italiana aveva come inclinazioni di fondo una tendenza verso il
nazionalismo e il colonialismo che condivideva con la naturale essenza del fascismo.
Durante l’Esposizione Internazionale della Stampa di Colonia del 1928, tre furono le principali case
editrici geografiche italiane: l’Istituto Geografico Militare, ovviamente essendo ente di Stato fu
subito subordinato al clima politico, l’Istituto Geografico De Agostini e il Touring Club Italiano.
Vediamo come si comportarono gli ultimi due enti privati durante il regime fascista:
 Istituto Geografico De Agostini: la De Agostini manterrà ottimi rapporti sia con la casa
reale (dalla quale ebbe l’onore di inserire lo stemma reale sui frontespizi delle opere) che
con il governo (il fratello del duce, Arnaldo, fu Presidente Onorario dell’Istituto e la sua
gigantografia regnò nella sede fino alla fine del regime). Il personale e la produzione si
amplia notevolmente soprattutto durante gli anni ’30: la Banca Popolare di Novara, sotto
richiesta del duce, sovvenzionerà notevolmente l’azione di produzione e adozione di atlanti
nelle scuole da parte della De Agostini. Importante è anche l’attenzione verso
l’esportazione delle carte all’estero, come in Brasile: paese sul quale convergevano
interessi commerciali dell’editore e governativi legati alla presenza delle comunità italiane.
In quegli anni, dunque, la De Agostini può contare su una vasta e potente rete di relazioni.
 Touring Club Italiano: diretto rivale della De Agostini, il Touring Club poteva vantare un
grande sostegno da parte di migliaia di soci che, iscrivendosi, tendevano a confermare la
propria adesione (e il proprio finanziamento) per anni. L’azione di controllo fascista verso la
sua attività all’inizio non darà i frutti sperati: resiste, per esempio, all’invito di spostare la
propria sede da Milano a Roma e rifiuta di accogliere l’adesione degli iscritti fascisti dei
Gruppi Universitari Fascisti e dei Fasci Giovanili di Combattimento. Ciononostante, è anche
vero che sia il Touring che la De Agostini, a prescindere dalle loro posizioni politiche,
aduleranno in parte il regime fascista specialmente per una questione di rivalità: nel 1927,
l’anno d’oro della cartografia italiana del ‘900, escono la terza edizione del Grande atlante
Geografico De Agostini e la prima dell’Atlante internazionale del Touring, entrambe opere
di valenza nazionale importantissima (oltre all’Atlante universale dell’Istituto Italiano d’Arti
Grafiche di Bergamo).
Entrambi domineranno la scena editoriale in ambito cartografico, mentre editori-satelliti come
Sperling e Kupfer e altri pochi editori autonomi come Vallardi faranno da cornice alla grande
rivalità e competenza del Touring Club Italiano e della De Agostini.
I temi prediletti  amore per la patria e smanie coloniali sono tematiche sensibili al governo di
quegli anni, così come testimoniano l’abbondanza di carte sulla romanità e il Mare Nostrum, le
bonifiche attuate dal governo, gli italiani all’estero e le colonie con i nuovi territori acquisiti con la
guerra. Per esempio, il Touring pubblica nel 1923 una Guida della Libia in due volumi: Tripolitania
e Cirenaica. La De Agostini non è da meno e pubblica nel 1928 la versione rinnovata dell’Atlante
delle colonie italiane, che in questo caso sarà presa in considerazione non solo dalle scuole ma
anche dalla media borghesia colta interessata agli estesi interessi economici implicati nella
questione coloniale.
L’interesse degli italiani all’estero da parte del governo si spense a poco a poco, fino alla fine degli
anni ’20, poiché se all’inizio mantenere i contatti con gli italiani emigrati costituiva materia di
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orgoglio patriottico, adesso diventava un po’ scomodo per ragioni prettamente relative alla
volontà di accentrare sempre più la potenza nazionalistica italiana. Perdono d’interesse, dunque,
le guide e gli atlanti per gli emigranti italiani, mentre l’attenzione propagandistica adesso è rivolta
verso produzioni come il Piccolo atlante dell’Impero Romano, che desiderava sfruttare un retaggio
storico come quello della Roma antica per rivendicare un parallelismo facile con il presente: il
dominio romano sul Mediterraneo.
1927: l’anno d’oro della cartografia italiana  il desiderio di emanciparsi dalla cartografia
straniera, la domanda crescente di prodotti di qualità, l’ottimo stato di salute dell’editoria
geografica e i meccanismi di mercato che stimolano la competizione sono fattori che spingono
notevolmente alla creazione dei celebri Atlante internazionale del Touring Club Italiano, l’Atlante
universale dell’Istituto d’Arti Grafiche di Bergamo e il Grane atlante geografico De Agostini.
 Contenuti generali e visione degli spazi mondiali: l’opera del Touring spicca per il carattere
autenticamente internazionale, dato che ricorre all’uso della medesima scala per tutti i paesi
europei, Italia inclusa, negando quel trattamento di privilegio che aveva caratterizzato altri atlanti
italiani a livello informativo. Oltre ad un ricchissimo indice dei nomi geografici, viene rispettata la
nomenclatura locale nella toponomastica straniera (“Losanna” rimane “Lausanne”). Si cerca di
equiripartire il numero delle carte tra gli Stati più grandi senza privilegiare neanche l’Italia, scelta
molto coraggiosa. Nel caso della De Agostini e nell’Atlante Universale, l’Italia ha un trattamento
nettamente preferenziale con una sezione a essa interamente dedicata e un consistente numero
di tavole.
Complessivamente, l’atlante delle Arti Grafiche esprime una visione prettamente locale
degli spazi mondiali, cioè italiana; la De Agostini, con il suo ricco apparato di carte sui
commerci e le comunicazioni mondiali, propone una visione maggiormente aperta alla
conoscenza dell’intero pianeta seppur privilegiando il territorio nazionale e assumendo un
punto di vista “italiano”; l’atlante del Touring si ispira, nonostante la scarsità di planisferi, a
una visione autenticamente internazionale e riesce a sottrarsi alla tradizionale
impostazione italocentrica.
Il Touring sembra assumere una visione diversa dagli altri due (non specifica l’aggettivo
“britannica”, parlando dell’India; per la Germania dà lo stesso numero di tavole degli altri
paesi, mentre l’Atlante delle arti Grafiche la enfatizza con ammirazione. I continenti favoriti
dal Touring partono dall’America, mentre gli altri pongono Africa prima di Asia). Queste
scelte spiegano comunque che tipo di approccio hanno deciso di assumere i vari editori per
rappresentare il mondo.
Nel complesso, gli atlanti De Agostini e dell’Istituto di Arti Grafiche sembrano mossi da un
intento di tipo pedagogico tendendo a guidare il lettore nell’interpretazione delle
dinamiche geografiche mondiali (ciò si nota dal ricco apparato testuale e statistico, che
dietro il pretesto di fornire documentazione neutrale all’utente, nasconde una lettura già
pronta del mondo che seleziona fenomeni e aree del pianeta, le ordina e raggruppa
secondo criteri inevitabilmente soggettivi. Il Touring invece risulta scientificamente più
rigoroso, accurato e dettagliato; rappresenta uno strumento di consultazione che non
tende a orientare in maniera sfacciata l’interpretazione della geografia del mondo ma la
lascia per lo più al lettore
 Scelte tecniche di rappresentazione ed effetti sulla lettura delle carte : i tre atlanti si
differenziano anche per il tipo di spiegazione metodologica assunta per far comprendere meglio ai
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lettori la carta presentata. Il Touring è il più esaustivo, dove ogni tavola ha un’accurata nota
metodologica, con tanto di fonti, grafia, terminologia, abbreviazioni usate, i segni convenzionali;
meno curato è quello dell’Istituto di Arti Grafiche e ancor meno, del tutto sprovvisto, è quello della
De Agostini (il quale, per esempio, non spiega la differenza tra linee tratteggiate e continue, spesse
e più sottili, etc). Comune a De Agostini e Touring è in tutte le carte la doppia indicazione della
scala sia nella versione grafica che in quella numerica, mentre nel terzo atlante le misure
sembrano indicate approssimativamente.
Sul piano estetico, l’atlante delle Arti Grafiche presenta una veste esteriore molto elegante,
con carta pesante e legatura in pelle ma, dal punto di vista della resa grafica delle carte, il
suo tratto è decisamente antiquato, con colori troppo accesi, rilievi approssimativi, limitata
varietà dei segni grafici. Le carte del Touring, invece, rimangono sempre ben nitide e
fresche nonostante l’elevata quantità di toponimi. La De Agostini si differenzia per la scelta
all’avanguardia di usare tinte di colore ben distinguibili non solo per le superfici terrestri
ma anche per i fondi marini (gradazioni di blu): infatti prevale il dato geografico-fisico
(morfologia del territorio) nelle carte del De Agostini.
In generale, le scelte sulla grafia presentano accentuate differenze fra i tre atlanti: la De
Agostini mostra alcune gravi approssimazioni (come l’”America Meridionale” e tre tavole
dopo l’”America del Sud”?). L’atlante delle Arti Grafiche si mostra ancora all’antica sulla
scelta dei toponimi in disuso, come Canadà con l’accento finale oppure “Stati Uniti
Messicani” invece di “Messico”; infine, il Touring compie una scelta modernissima ma
anche che gli costa alcune polemiche: lascia le forme linguistiche originarie per intendere
tanto i nomi di nazioni quanto le realtà fisiche, come laghi e monti (lake, ozero, sebkha,
etc), il che effettivamente lo rende un vero e proprio Atlante internazionale.
 Manifestazioni di allineamento al regime e alla cultura geografica dominante: Tutti e tre gli
atlanti presentano segni espliciti di riverenza nei confronti delle autorità. A differenza della
cartografia di Stato, assoggettata direttamente dalle nuove direttive politiche, la cartografia
privata non ne subiva il condizionamento diretto e poteva, in linea di massima, regolarsi a proprio
piacimento. È certo che atlanti come quello dell’Istituto d’Arti Grafiche si interessò molto nella
rappresentazione di territori colonizzati dall’Italia, in linea con l’interesse dei lettori medio-
borghesi, se non fosse che vi rientra anche l’Etiopia che nel 1927 non era affatto colonia italiana. Il
Touring è meno incline rispetto agli altri due a criteri di rappresentazione che tengano conto delle
aree di interesse della politica estera italiana.
L’Atlante internazionale del Touring Club Italiano venne accolto in maniera molto positiva
dal Congresso Geografico Italiano e al Congresso Internazionale di Geografia a Cambridge.
Ben presto, però, questo atlante venne preso di mira specialmente per la presunta scarsa
“italianità” del prodotto in relazione alla toponomastica multilingue. Ciò accadde perché
venne nominato come regio commissario della Società Geografica Italiana Nicola Vacchelli,
ultra fascista, che aborriva all’idea di un atlante che non rispettasse la rappresentazione del
sentimento praticamente nazionalistico. Sebbene anche altri atlanti come l’Atlante
universale dell’Istituto d’Arti Grafiche, diretto da De Magistris, presentasse città nella
toponomastica originale (London invece di Londra), la Società Geografica Italiana non si
scagliò mai così ferocemente come fece per il Touring: c’è da pensare, forse, che De
Magistris, in quanto collaboratore del regime, fosse un bersaglio scomodo rispetto al
Touring che faceva invidia sia per le sue scelte anticonformiste e sia per i suoi

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numerosissimi iscritti sui quali poteva farsi forza, oltre che ad un ampio consenso presso la
critica.
Questa polemica, insieme all’aggiornamento della toponomastica verso i costumi e le
visioni della gente che aveva richiesto l’Istituto Geografico Militare ad Luigi Vittorio
Bertarelli (la “mente” del Touring Club) rivelano un fattore importante: la cartografia
ufficiale (quella dell’Istituto Geografico Militare) e le società geografiche da sempre vicine
alle istituzioni (come la Società Geografica Italiana) avevano ormai perso il controllo della
produzione cartografica e favore dei nuovi soggetti privati che si erano, invece, ricavati
propri spazi di autonomia.
Altri atlanti del periodo  del Touring, l’unico vero e proprio atlante è quello che è stato
menzionato. Altre carte sciolte che verranno prodotte dal medesimo ufficio cartografico
riguarderanno specifici aspetti: le zone turistiche d’Italia, la carta d’Italia in scala 1:500.000, la
carta automobilistica d’Italia e la produzione incessante di periodici, guide, monografie, annuari.
Ma stiamo parlando delle prime edizioni dell’Atlante internazionale Touring, percHé dal 1933 (4*
edizione) si notano interventi non più coerenti con i principi ispiratori dell’opera (si sceglie ora di
rappresentare ogni paese nella scala che gli spetta secondo la sua importanza complessiva dal lato
geografico, storico, economico, etc oltre all’inserimento di piantine politicamente sensibili, come
Trento e Bolzano nella Venezia Tridentina e una tavola specifica per la Sardegna e la irredenta
Corsica). Si perde, dunque, il respiro internazionale che aveva dominato nell’opera per un assetto
molto più didascalico e gradito dal regime.
Un cambiamento che si riflette anche nelle carte che il Touring preparava per l’Enciclopedia
Italiana, la Treccani, nelle quali la trascrizione dei toponimi non avveniva più secondo l’endonimo
(toponimo della lingua locale) ma nella versione in italiano. La collaborazione tra Touring e la
Treccani nel 1929 coincide, non casualmente, con la collaborazione fra la casa editrice torinese
UTET e De Agostini, il che testimonia ulteriormente la doppia rivalità fra De Agostini e Touring, in
ambito cartografico, e in ambito enciclopedico quello fra Treccani e UTET.
De Agostini fra il 1922 e il 1935 si prodigò molto nella pubblicazione di atlanti. L’ Atlante geografico
moderno del 1921, l’Atlante della produzione e dei commerci che segue la tradizionale predilezione
della De Agostini per la cartografia economica, destinato agli istituti tecnici commerciali. Fra le
novità presenti senza dubbio vale la pena citare quelle relative all’Africa: le tavole “Libia” e
“Etiopia, Eritrea e Somalia” mostrano ora anche alcune aree circostanti precedentemente non
comprese nella carta. La carta dell’Etiopia perde le linee rosse che ne tracciano i confini sia con
l’Eritrea che con la Somalia italiana, preludio all’abbattimento concreto di quei confini. La carta
“Eritrea, Somalia e paesi limitrofi” nel 1933 lascia il titolo per un più moderno “Africa Orientale
italiana”.
L’Atlante geografico metodico elimina i riferimenti allo scomodo fenomeno dell’emigrazione
italiana; introduce sotto il planisfero politico le bandiere degli Stati del mondo e, riguardo ai
confini della Libia, tratti interamente tracciati. Nell’edizione del 1940, presenta una grande
innovazione come l’apparato fotografico e un indice dei nomi, mentre nelle edizioni postbelliche le
foto di mezzi di guerra, di territori bonificati e delle colonie prendono il posto di quelle dei
paesaggi extraeuropei.

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I confini dell’Africa orientale  fino al 1936, l’Etiopia è un paese sovrano che confina, tra gli altri,
anche con i territori già italiani dell’Eritrea e della Somalia. Questi confini spariranno a seguito
della conquista italiana nel maggio 1936, che unirà l’Etiopia alle altre colonie italiane per dar vita
all’Africa Orientale Italiana. Ma per gli atlanti della De Agostini, questi confini erano già spariti
completamente 3 anni prima e da molti anni venivano indicati come incerti! È la geografia che
anticipa la storia, per una volta, e non più la geografia che illustra i cambiamenti territoriali fissati
dalla storia. È la conferma che la geografia non ha il potere di erigere o abbattere confini nella
realtà, ma può farlo nella percezione degli individui. Fondamentali distinzioni di significato politico
in queste tavole sono i segni di confine tra l’Etiopia e la Somalia, che passano da ben marcati
(1917) a parzialmente tratteggiati (1930), interamente tratteggiati (1931) fino a eliminati
definitivamente (1933-1936).
C’è da chiedersi se l’editoria cartografica subisse il potere politico o lo assecondava
volontariamente, e la risposta è semplice: le carte non erano né commissionate direttamente dal
potere politico né erano frutto di pressioni politiche dirette, bensì erano prodotte da libere
decisioni delle case editrici che si muovevano in sostanziale autonomia dal potere statale. La
stragrande maggioranza degli operatori del settore fu spinta dall’atmosfera politica del momento,
che fu il vero canale di allineamento al discorso di potere del regime, a intervenire sulle carte pur
in assenza di accordi ufficiali sulla definizione o revisione dei confini. È l’ennesima prova che la
carta, prodotto sociale, non è solo il frutto di un procedimento tecnico-scientifico formalizzato, ma
è anche pesantemente influenzata da fattori di contesto che la rendono, più che il risultato
consapevole della volontà manipolatoria dell’autore, l’esito di un riflesso condizionato. È dunque
significativo che l’abbattimento dei confini dell’Etiopia sia avvenuto prima sulle carte e solo
successivamente nella realtà. D’altronde, l’omologazione degli operatori del mondo cartografico
nella scelta di omettere i confini di quel paese registrava una diffusa percezione collettiva e la
radicava ulteriormente, contribuendo a persuadere la popolazione della ragionevolezza di
scatenare quella guerra.
I personaggi-simbolo: Giovanni Mira e Carlo Bonardi  Nel 1926 il Touring Club Italiano può
contare sul fedele sostegno di quasi 400.000 soci. Dopo la morte del carismatico Bertarelli, fu
costretto a provvedere a un cambiamento dei suoi vertici. Entra nel Consiglio Direttivo il fascista
Carlo Bonardi ed esce l’antifascista Giovanni Mira, ritrovandosi costretto a dare le sue dimissioni.
Bonardi, già Sottosegretario al Ministero della Guerra nel primo governo Mussolini diverrà
presidente del Touring dal 1935 al 1945. Mira continuerà a pubblicare saggi e svolgerà un
importante ruolo nell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), ma verso la metà degli
anni ’30 molti intellettuali come lui rimasero senza voce fino alla fine del fascismo.

CAP.5: DALLA GUERRA D’ETIOPIA ALLA CADUTA DEL FASCISMO

Il momento che segna il punto di non ritorno nella repressione della produzione editoriale è
l’impresa etiopica. Il 6 settembre 1934 viene promosso l’Ufficio Stampa del Capo del governo al
rango di sottosegretariato, poi promosso a Ministero per la Stampa e la Propaganda sotto la guida
del potentissimo Galeazzo Ciano, e il 6 maggio 1936 l’ingresso ad Addis Abeba delle truppe italiane
e la conseguente proclamazione dell’Impero: il primo evento predisponeva il quadro burocratico-
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amministrativo per il controllo del sistema editoriale nazionale, accompagnato da appropriate
circolari tendenti a trasferire il potere di censura dalla struttura amministrativa (Prefetture) a
quella politica. Il secondo evento corrisponde alla conquista dell’Etiopia e quindi all’apice del
consenso verso il regime, cancellando la presenza di quel piccolo gruppo di lettori dissenzienti che
aveva fino a quel momento, giustificato l’esistenza di editori controcorrente.
La propaganda e la cartografia collaborarono strettamente: basti pensare che l’Istituto Geografico
Militare propone al sottosegretario al Ministero della Guerra una cartolina il cui verso è per metà
occupato da una cartina a colori dell’Africa Orientale, per permettere agli italiani di familiarizzare
più facilmente con quella regione (verranno stampate 46 milioni di cartoline). Nel 1937, a seguito
delle sanzioni economiche imposte all’Italia per iniziativa della Gran Bretagna, Mussolini è
costretto ad abbandonare la Società delle Nazioni: mossa che avvicinerà irreparabilmente l’Italia
alla Germania hitleriana.
In questo clima mutano, ovviamente, i destini delle singole case editrici e agli editori privati. Il
Ministero per la Stampa e la Propaganda pretende di visionare preventivamente le bozze di ogni
numero della rivista “Le vie d’Italia”, redatta dal Touring Club. Parte il controllo e la sottomissione
che culmina con il cambio di nome del Touring Club Italiano in Consociazione Turistica Italiana
(1937) che tornerà ad avere il suo nome originario solo a guerra finita, il 27 giugno 1945. Il
controllo sul Touring Club non riguarda solo le pubblicazioni e i nomi, ma anche le attività di
escursioni tipiche dell’associazione: dal 1931 fino al 1939 si effettueranno escursioni mirate verso
luoghi interessati al regime, come in Tripolitania in occasione del ventennale dello sbarco italiano
a tripoli o verso l’Istria per il decennale dell’annessione di Fiume (1924-34).
De Agostini rimarrà molto fedele al regime, tanto da pubblicare nel 1936 una sontuosa opera
intitolata L’impero coloniale fascista, raccolta di monografie scritte dai massimi specialisti dei loro
settori. Nello stesso anno l’edizione del Calendario Atlante riporta le rivendicazioni italiane in
Abissinia, e nel 1937 esce La nazione operante: Albo d’oro del Fascismo, pubblicazione di chiaro
stampo elogiativo.
Con le leggi razziali, molte case editrici subiranno una crisi sostanziale. L’editore Treves è costretto
a passare di mano a favore di un ariano e deve abbandonare la propria storica denominazione per
assumere quella del nuovo proprietario, Garzanti. Zanichelli, per esempio, elimina dal proprio
catalogo ben 48 titoli del settore scientifico e scolastico. Il nome di Roberto Almagià, autore ebreo
e noto geografo, fu sostituito con quello di un personaggio molto probabilmente di fantasia. In
quegli anni di forzato isolamento, Almagià lavorerà alla sua opera massima nel campo della
cartografia storica: i Monumenta Cartographica Vaticana, che raccolgono lo straordinario
patrimonio cartografico di quelle biblioteche e di quegli archivi. Nell’ultimo periodo del fascismo il
potere della censura si farà asfissiante: ne sono esempio due operazioni come la “bonifica libraria”
(dal 1938) e la censura alla letteratura popolare americana (dal 1941). Basti pensare che il film
curato dalla Walt Disney su Pinocchio, la celebre favola italiana di Collodi, esce in America nel
1939, ma in Italia verrà distribuito solo a partire dal 1949, in un clima politico totalmente opposto
alla censura della cultura americana.
Con la riforma bottai del 1939 che prevedeva, per la geografia, di incentrarla sugli sviluppi e il
cammino percorso dall’Italia, l’editoria scolastica del settore geografico precede l’intensificazione
di toni patriottici e demagogici a cui andranno incontro i testi di tutte le altre discipline perché è
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chiamata a celebrare tempestivamente la nascita dell’Impero seguita alla conquista dell’Etiopia.
Verso gli anni ’40, la guerra volge verso il termine, ma a danno non solo di migliaia di vittime ma
anche delle celebri case editrici: il Touring Club viene colpito dai bombardamenti a Milano nel
1943, interrompendo la produzione. Anche la Vallardi viene danneggiata pesantemente e
riabilitata solo nel 1948.
Dal 1936 al 1944 si attestano numerosissime produzioni cartografiche. Ma c’è da chiedersi: in un
contesto di rigido controllo sulla produzione editoriale, che tipo di cartografia proponevano al
pubblico e agli studenti le case editrici? Alcuni si adeguarono al regime, altri provarono ad
emergere come piccoli editori quali la Visceglia, nata nel 1929 da Vincenzo Visceglia, che si
specializzerà in guide e stradari cittadini. Ma nei duri anni di guerra produrrà anche
rappresentazioni geografiche di propaganda in forma di carte ripiegate (come Impero italiano). È
di questi anni anche il Bollettino Visceglia, che consiste in grandi carte accompagnate da testo
propagandistico sugli eventi bellici. Giovanni De Agostini, invece, rimase attivo nell’editoria
cartografica anche dopo aver lasciato l’istituto che portava il suo nome. Pe molti anni, dunque,
l’originario e prestigioso Istituto Geografico De Agostini convisse con altre realtà aziendali minori
dalla denominazione simile, come la S.A. Prof. G. De Agostini o, quando l’azienda passerà nelle
mani filo-fasciste del figlio Federico, Italgeo.
L’Atlante d’Africa viene pubblicato da Hoepli ma è ideata ed eseguita dall’Istituto Italiano d’Arti
Grafiche di Bergamo curato da Arcangelo Ghisleri, con carte a colori di Achille Dardano e in bianco
e nero con testo di Riccardo Riccardi. Si tratta di un’opera notevole per la sua capacità di far
conoscere il territorio africano, ma rimane estremamente legato a intenti propagandistici. La
Sperling e Kupfer, associata nel capitale della De Agostini, permetteva di sfornare ulteriori atlanti
che, spesso, altro non erano se non riproposizioni delle stesse identiche tavole precedenti.
Dopotutto, si trattava sempre di vendere diversificando i marchi a scopo commerciale, e la De
Agostini su questo fu geniale. Nel 1938 viene pubblicata una nuova edizione dell’opera massima
della De Agostini, il Grande atlante De Agostini del 1927. A cambiare è la valorizzazione della
Germania, evidenziata da molti indizi quali il raddoppio delle tavole ad essa dedicata rispetto alle
altre potenze, ma per il resto non ci sono grandissime novità in termini cartografici. Anzi, l’atlante
viene stampato su carta povera: perché allora insistere con una riedizione di un’opera storica e
colossale? Per ragioni prettamente politiche-propagandistiche, molto lontane dalla naturale
commerciale. Dopo 11 anni di pausa dalla prima edizione, non è un caso se la De Agostini riedita
quest’opera nel 1938, in concomitanza con la visita a Roma del Fuhrer per suggellare l’alleanza con
Mussolini e il re Vittorio Emanuele III.
Si stava, però, per aprire l’invasione tedesca della Cecoslovacchia: questo evento mostra
platealmente il totale allineamento politico e l’opportunismo commerciale degli editori geografici.
La De Agostini, che tanto aveva aiutato l’Italia nel processo di acculturazione, dal 1939 ha sempre
meno spazio di manovra e dovrà per forza accompagnare la rapida invasione tedesca a est con la
pubblicazione di una inusuale quantità di carte di tipo politico che attestavano le conquiste
territoriali della Germania. In questo clima di grande fermento, altri editori come la Paravia
presenta nel 1939 un atlante geografico che riporta le recenti annessioni tedesche di Boemia,
Moravia e Memel; la Vallardi riedita il suo cavallo di battaglia, l’atlante scolastico di Olinto
Marinelli con i nuovi possedimenti italiani, l’Albania e l’Africa Orientale Italiana. Queste grandi
produzioni e spinte cartografiche confermano un fenomeno che si era verificato anche durante la
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Prima guerra mondiale: il clima di guerra stimola la produzione di carte sia per soddisfare il
pubblico, desideroso di rimanere aggiornato sugli scenari di guerra, sia per essere usate dalla
classe dirigente a scopi propagandistici e mettere in luce favorevole la propria linea di condotta.
Altra novità del momento è la pubblicazione nel 1940 di un atlante nazionale italiano di grande
valore scientifico: l’Atlante fisico-economico d’Italia, firmato da Giotto Dainelli e stimato
dall’America e dalla Germania al punto che venne paragonato a un atlante tedesco del tempo che,
per natura diversa tra fascismo e nazismo, si può definire un paragone improprio (il fascismo non
arrivò mai né a sancire per legge l’autorità ministeriale sugli editori privati di cartografia, né
imporre regole di rappresentazione cartografica, come, per esempio, l’uso del colore rosso per
identificare la Germania negli atlanti tedeschi. Tutto ciò non accadeva nel fascismo italiano).
Cartografia geopolitica (anni ’30)  quando la rappresentazione cartografica non si limita a
raffigurare la distribuzione di oggetti geografici ma mira dichiaratamente a illustrare gli assetti di
potere cui è soggetto un territorio, allora quella rappresentazione assume un chiaro significato
geopolitico: un’interpretazione del tutto soggettiva, è chiaro, ma volta ad illustrare sia le cause
storiche di quel preciso assetto territoriale, sia le possibili configurazioni future. Una carta
geopolitica è, dunque, un insieme di considerazioni riguardo fenomeni (politici, economici,
culturali, sociali etc.) e fattori (spazio, distanza, tempo, posizione relativa, ecc). Si differenziano
dalle carte politiche tradizionali per l’evidenza data alle proprietà geometriche dei fattori che
determinano l’organizzazione dello spazio politico: frecce per indicare direttrici di conquista
territoriale o linee discontinue per indicare indeterminatezza, stelle o rombi per evidenziare i
centri propulsivi delle forze politiche in azione.
Una carta geopolitica deve presentare un messaggio, un’opinione un punto di vista della dinamica
realtà politico-geografica in forma chiara e inequivocabile, obiettivo che pretende pochi e semplici
segni grafici per evitare di confondere le idee al lettore; ma allo stesso tempo deve attrarlo,
sedurlo, e ciò richiede una particolare attenzione all’estetica della raffigurazione. La Italgeo
inaugurerà non pochi atlanti storici di taglio geopolitico italiano, così come Le Monnier. È
specialmente sul piano sostanziale che una cartina geopolitica deve essere giudicata, sulla sua
capacità di comunicare in modo inequivocabile attraverso un limitato numero di segni grafici e
persuadere circa il messaggio che intende fornire. Per fare ciò, la cartografia geopolitica ha dovuto
sviluppare un apparato di segni del tutto originale che in Italia ha avuto il suo più grande
interprete in Mario Morandi.
Quest’ultimo e Federico De Agostini (Italgeo) hanno optato per una vera innovazione di metodo:
stilizzazione e semplificazione estrema del disegno cartografico, finalizzata a veicolare qualche
idea-forte circa il fenomeno rappresentato.
Il personaggio-simbolo: Federico De Agostini  La Giovanni De Agostini e figli e la Italgeo erano
società di Federico De Agostini, figlio del celebre Giovanni, impegnate in cartografia dal contenuto
prettamente propagandistico quando non lavoravano su committenza dello Stato. Con la Italgeo
viene pubblicato Per non dimenticare in piena guerra d’Etiopia e sotto le sanzioni imposte dalla
Società delle Nazioni che costringe anche a una stampa su carta corrente per superare l’assedio
economico. Affianco alle carte viene inserito un faziosissimo testo che riporta citazioni del Duce e
dichiarazioni di guerra all’Etiopia, per evitare che le carte geografiche non diano luogo ad
interpretazioni alternative rispetto a quelle ufficiali del regime.
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Ma sarebbe riduttivo bollare l’esperienza editoriale della Italgeo come un mero esempio di
allineamento al potere politico, isolato e sganciato dal resto della produzione del periodo. Diciamo
che si specializza nella cartografia di propaganda ed è, quindi, un tipico prodotto dei tempi. Dopo
la guerra, Federico De Agostini prova una causa per riportare l’istituto in famiglia dopo 25 anni. La
giustizia non gli darà ragione e la vicenda si concluderà con il passaggio della società alla famiglia
dell’altro proprietario coinvolto, Adolfo Boroli. Durante il passaggio dal fascismo alla repubblica,
Federico De Agostini ne esce nel 1946 con l’Atlante geografico Italgeo, ricavato da un’opera
apparsa per la prima volta nel 1937 e curato dallo stesso staff anteguerra.
Nonostante sia ormai nota la faziosità della cartografia di Federico De Agostini è anche vero che
nel 1951 pubblica l’Atlante delle regioni d’Italia nella veste inaspettata di partner dei nuovi alleati
americani, dedicato alla “missione americana dell’E.R.P. in Italia”, dove la sigla sta ad intendere
l’European Recovery Program, ovvero il Piano Marshall. Coincidenze? Semplicemente, l’Italia
voleva voltare pagina in ogni suo aspetto. Su ognuna delle tavole dell’atlante vengono riportate le
cifre stanziate dal piano Marshall a favore di ogni regione italiana, come 35 miliardi di lire prestate
alle industrie piemontesi. A parte questo, Federico De Agostini continuerà a pubblicare studi
cartografici a carattere geografico-enciclopedico e moderando i suoi slanci patriottici negli atlantini
da lui pubblicati, come l’Atlantino del risorgimento italiano (il cui titolo originale era Dal
Risorgimento all’Impero, ma con i tempi cambiati non ci si poteva più esporre così).

CAP.6: IL SECONDO DOPOGUERRA

Gli alleati entrano a Roma il 4 giugno 1944, il resto del paese si associò a partire dal 25 aprile 1945
quando i tedeschi abbandoneranno Milano: la guerra era finita. Il passaggio di transizione per
l’editoria italiana non venne stravolto dalla caduta del fascismo, e la Mondadori in questo è un
esempio lampante di transizione: dal primato editoriale delle opere del fascista D’Annunzio,
passerà a promuovere le opere del socialista Hemingway. Inoltre la Mondadori ricevette aiuti
finanziari cospicui dal Piano Marshall, come macchinari e stampe americane. Tanto la De Agostini
come il Touring Club Italiano decisero di voltare pagina, e infatti Bonardi del Touring Club fu
costretto a dimettersi per il suo appoggio durante gli anni di guerra al fascismo. Riguadagnata
l’autonomia rispetto alle avversità politiche, il Touring si preparava a vivere una seconda
giovinezza. Cesare Rossi per la De Agostini fu accusato di collaborazionismo dal Comitato di
Liberazione di Novara e alla fine fu costretto a cedere la propria quota azionaria. Molte case
editrici si riappropriarono, quindi, delle fette di mercato acquisite o consolidate durante il periodo
fascista.
L’editoria scolastica crebbe notevolmente in questo clima molto più aperto ideologicamente e il
mercato era estremamente proficuo. Roberto Almagià, colpito dalle leggi razziali, viene nominato
commissario della Società Geografica Italiana e continua a pubblicare molti testi per le scuole, tra
cui l’emblematico La nuova geografia. Si affacciano nuovi editori tra i quali Giangiacomo Feltrinelli
che a Pisa, nel 1957, apriva la prima libreria basata sul sistema self-service, che rivoluziona il modo
di concepire il rapporto tra libro e lettore. De Agostini propone nel 1959 l’uscita dell’enciclopedia
“Il Milione”, opera a fascicoli settimanali: in questo modo, la geografia andava in edicola e nasceva
l’era del prodotto geografico collezionabile di larghissima tiratura.
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L’ottava edizione dell’Atlante internazionale del Touring Club del 1968 mostra, però, che l’enfasi
della cartografia italiana degli anni ’20 e ’30, capace di emanciparsi dalle influenze straniere, ormai
aveva perso il suo spirito d’avanguardia: la produzione era rimasta incessante ma in termini di
novità e qualità, il prodotto era carente. Anzi, l’Italia pareva ritornare a guardare agli atlanti
stranieri, con la sola eccezione di accogliere le terminologie non più tedesche o francesi, bensì
anglosassoni. Il Grande Atlante De Agostini subì maggiori modifiche e rinnovamenti rispetto a
quello del Touring: venne eliminata, infatti, la ricca sezione di carte storiche che finiva con lo
scadere in una lettura faziosa del passato; sparì l’ampio apparato di testo a descrizione dei singoli
paesi; la sezione “Italia” perse la propria autonomia e confluì, giustamente, nella sezione
“Europa”. Si riconobbe la dimensione politica dell’URSS fino a quel momento subordinata a quella
geografica che la voleva divisa tra la sezione “Europa” e “Asia”; le tavole dedicate alla Libia e
all’Africa Orientale Italiana sparirono per un’unica tavola più generale intitolata “Africa del
Nordest”.
Gli altri atlanti minori, per ragioni economiche e di tempistica nella pubblicazione di strumenti
didattici aggiornati, ebbero non poche difficoltà a promuovere nuove versioni delle loro opere.
Senza dubbio vengono aggiornati i confini politici e le carte d’Italia diminuirono a vantaggio di
quelle del resto del mondo per sfumare, in questa fase, il carattere nazionale e patriottico degli
atlanti italiani; le tavole della Germania vennero ridotte a favore di un aumento di carte dedicate,
per esempio, alla Francia. Ma altre innovazioni non ci furono.
Eppure gli eventi continuarono a condizionare la Storia: nacque la Repubblica Popolare Cinese e
l’Alleanza Atlantica intorno al 1949-50. Nel 1959 le Hawaii divennero il 50° Stato degli USA e nel
1961 iniziò l’erezione del muro di Berlino, ma gli atlanti italiani del periodo non sembrano
accorgersi di questi cambiamenti tanto da inserirli nelle nuove e costanti edizioni. Perché? Un po’
per mancanza di strumenti e disposizioni economiche che permettevano agli editori cartografici di
stare al passo con i costanti mutamenti, un po’ perché si era ancora legati ad una visione del
mondo tradizionale o comunque che doveva ancora metabolizzare la Storia. Basti pensare che
alcuni atlanti dedicavano ancora tavole al Corno d’Africa, all’Albania e al Mediterraneo, il vecchio
retaggio di velleità colonialistica ed espansionistica italiana ormai totalmente desueto e fuori
tempo.
Gli atlanti storici italiani del dopoguerra apparivano, dunque, in disarmante ritardo e non
presentavano originalità di rilievo sia dal punto di vista della tecnica sia da quella del progetto. Ciò
deve far riflettere, perché se gli atlanti riflettono la lettura del mondo da parte di una società allora
la loro difficoltà a cogliere il mutato corso della storia rivela le incertezze e riluttanze dell’intera
società e le alimenta. L’atlante agisce come specchio ma anche come fattore culturale competitivo
di una società: basti pensare che gli atlanti italiani degli anni ’60 insistevano sulle colonie, non
facendo altro che perpetuare un’immagine antiquata del mondo e una visione eurocentrica
smentita dalla seconda guerra mondiale e formalmente cancellata a Yalta (conferenza del 1945
per decidere le sorti della seconda guerra mondiale) e Potsdam.
I nuovi arrivati  La Zanichelli divenne un altro editore molto influente specialmente nel settore
degli atlanti scolastici e nell’editoria universitaria, specializzandosi nelle discipline scientifiche
come la matematica, la fisica, la chimica e la biologia e abbracciando le teorie del positivismo. Ecco
che nuovi elementi cominciano a corredare gli atlanti per le scuole con suggestive illustrazioni
fotografiche, schemi sull’astronomia e la lettura delle carte che la Zanichelli implementò nei suoi
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atlanti geografici ad uso delle scuole. Tra le novità più importanti nella cartografia del dopoguerra,
si segnalano quelle relative alla decolonizzazione di cui gli atlanti Zanichelli registrarono le prime
avvisaglie già nelle edizioni del 1957, passando (nella legenda) dai possedimenti già francesi prima
indicati come “Francia” a un più egualitario “Unione francese”.
La torinese Lattes poté contare sull’appoggio della Svizzera per i suoi atlanti scolastici, mentre la
Società Editrice Internazionale (SEI), di matrice cattolica, fu un’editrice che occupò un posto di
rilievo nella produzione di atlanti. Ma il fenomeno che va sottolineato di più è quello
dell’internazionalizzazione dell’editoria cartografica, che porta in questi anni a un’intensificazione
delle collaborazioni tra editoria geografica italiana e straniera. La De Agostini, per esempio, oltre al
mondo hispanico e lusitano collabora molto con il mondo germanico e anglosassone, dai quali
escono collaborazioni rilevanti come il World Atlas of Agriculture commissionato dall’International
Association of Agricultural Economists. Dal punto di vista generale, questi atlanti si proponevano
come opere di larga divulgazione abbellite da orpelli scenografici come foto da satellite e vivaci
figure. Vi erano quelli che continuavano a mantenere un uso del colore funzionale per indicare
l’altimetria (con gradazioni dal verde al marrone per i crescenti livelli) e quelli come l’Atlante del
Reader’s Digest che erano pacchiani e con usi dei colori sgargianti e poco funzionali alla vista di
lettori italiani.
Forse conviene citare la traduzione dell’atlante britannico Atlas of world Affairs di Andrew Boyd,
apparso in Italia nel 1965 con il titolo Atlante del mondo d’oggi che venne acquistato con i suoi
diritti da Feltrinelli, il quale ne individuò subito le scelte ideologiche e il taglio geopolitico (si
rappresentavano i rapporti di forza tra le superpotenze, l’estensione della scacchiera geopolitica
all’intero pianeta, il peso decisivo dell’economia e della finanza a fini egemonici, proliferazione
atomica, etc). Un tipo di atlante che riavvia l’esperienza breve degli atlanti geopolitici interrotta dal
clima fascista.
I personaggi-simbolo: Giovanni Mira e Carlo Bonardi, 20 anni dopo  Mira abbandona il Touring
Club a pochi giorni dall’esposizione del corpo di Mussolini a Piazzale Loreto; Bonardi rivendica le
sue difese nei confronti del Touring nel tentativo di evitare che esso venisse spostato a Roma per
essere sorvegliato dai fascisti. Diciamo che anche dopo la guerra, il loro carattere filogovernativo
non cesserà completamente di farsi intravvedere nelle loro lettere e dichiarazioni, ma ormai sono
altri anni e ci sono nuovi personaggi storici.

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