Sei sulla pagina 1di 3

Walter Gropius, Per un’architettura totale

Creare – e amare – la bellezza è essenziale a esperire la felicità. Un’epoca che non accetti questa
verità primaria non è in grado di articolare un proprio discorso intelligibile; la sua immagine resta
sfocata, le sue manifestazioni non giungono ad arrecar diletto.
Ho acutamente avvertito, sin dalla prima giovinezza, la caotica bruttezza dell’ambiente umano che
l’età moderna, dominata dall’industrializzazione, ha modellato, in confronto all’armonia, alla
bellezza delle città antiche. Nel corso della mia vita mi sono sempre più profondamente convinto
che il palliativo tipico degli architetti, ossia di attenuare, con un edificio elegante e isolato, il
disarticolato schema oggi dominante, è del tutto inadeguato, e che si debba invece creare un ordine
nuovo di valori, fondato su fattori in grado di generare un’espressione integrata del modo di pensare
e di sentire del nostro tempo.
In quale modo una tale unità possa esser conseguita, divenendo il modello visibile di un’autentica
democrazia, costituisce l’argomento di questo libro (…).

[dalla Prefazione]

Nostra attuale responsabilità sembra essere quella di determinare quali valori della nostra complessa
civiltà industriale siano più alti e più duraturi, e che dunque meritino di esser coltivati così da
formare il nucleo di una traduzione nuova. Una corretta valutazione dei valori culturali può
evidentemente svilupparsi solo per mezzo di una educazione progredita. Uno dei più elevati compiti
di noi architetti nel campo della cultura e dell’educazione è dunque quello di puntualizzare, di
precisare i valori nuovi e di sceverarli dalla congerie di mode effimere e di processi di produzione
di massa che dimostrano come il mutamento, in quanto tale, non implichi necessariamente
progresso. La scelta praticamente illimitata di beni e oggetti di cui disponiamo non deve farci
dimenticare che gli standard medi culturali risultano da un processo selettivo che ricerca quanto è
tipico ed essenziale. Questa selezione volontaria, lungi dal produrre uniformità, dovrebbe consentire
a molte individualità di apportare il loro personale contributo a un tema comune, concorrendo così
a far rinascere il modello integrato di vita che, con l’avvento dell’era della macchina, abbiamo
perduto. Questi due opposti – la varietà individuale e un denominatore comune – verranno così a
conciliarsi ancora una volta in un’unità armonica.

[dall’Introduzione]

Dipende oggi da noi architetti, più di quanto sia mai accaduto in passato, aiutare i nostri
contemporanei a condurre una vita naturale e armonica, anziché pagare un gravoso tributo agli dèi
falsi del pregiudizio. Possiamo soddisfare tale esigenza solo se sapremo impostare il nostro lavoro
mantenendo la più vasta prospettiva possibile. L’autentica architettura dovrebbe essere la
proiezione della vita stessa, e questo implica una conoscenza intima dei problemi biologici, sociali,
tecnici e artistici. E tuttavia questo non basta. Per rendere unitari tutti i diversi rami dell’attività
umana è indispensabile una forza di carattere che i mezzi educativi possono solo rafforzare, non
creare. La nostra meta più alta deve comunque essere quella di formare uomini in grado di tendere
alla totalità, anziché chiudersi entro gli angusti limiti della specializzazione. Il nostro secolo ha
prodotto il tipo dell’esperto in un’infinità di esemplari: facciamo ora in modo che nascano uomini
dall’ampia visione.

[da Parte prima – Formazione degli architetti e dei progettisti – Impostazione]

Obiettivo del Bauhaus non era propagandare un qualunque “stile”, o sistema, o dogma, ma
semplicemente esercitare un’influenza rinnovatrice, infondere nuova vita nel comporre. Ci
sforzammo così di trovare un’impostazione nuova, tale da favorire in chi l’accogliesse una
disposizione creativa, e tale da condurre a un atteggiamento nuovo verso la vita. Il Bauhaus fu, a
quanto mi risulta la prima istituzione al mondo che osò concretizzare questo principio in un preciso
programma di studi. La sua elaborazione fu preceduta da un’analisi delle condizioni della nostra era
industriale e delle sue direttrici di sviluppo.

[da Parte prima – Formazione degli architetti e dei progettisti – Come concepii il Bauhaus]

La mia tesi è che la creazione artistica trae vita dalla mutua tensione tra le facoltà subconsce e
quelle consce della nostra esistenza, e che essa fluttua tra realtà e illusione.

[da Parte prima – Formazione degli architetti e dei progettisti – Esiste una scienza della
composizione?]

Sembriamo aver dimenticato che da tempo immemorabile il tirocinio creativo nelle arti è stato
sempre fecondo anche sul piano etico. Siamo troppo fiduciosi nei benefici della preparazione
intellettuale. L’arte, nascendo dai desideri e dall’ispirazione umana, trascende i principi della
logica e della ragione. È un campo di interesse universale e, come la bellezza, è un’esigenza
fondamentale della vita civile.
L’autentico fine dell’educazione – troppo spesso dimenticato – consiste nello stimolare il fervore a
un più intenso operare. L’idea della sicurezza personale, meramente materialistica e in sé illusoria, è
indegna per un giovane e genera in lui irresponsabilità ed egoismo. È una concezione meramente
materialistica.
Non possiamo attenderci nessun risultato durevole in nessuna prassi educativa se non le
conferiamo un ideale dominante la cui componente umana o sociale diriga quella professionale, e
non viceversa.

[da Parte prima – Formazione degli architetti e dei progettisti – Schema educativo per la formazione
degli architetti]
Non esiste un punto terminale in architettura; c’è solo un mutamento incessante.

[da Parte seconda – L’architetto contemporaneo – Archeologia o architettura per gli edifici
contemporanei]

L’appagamento che la bellezza procura alla psiche umana è altrettanto e forse più importante, per
una vita piena e civile, del soddisfacimento delle nostre esigenze di benessere materiale. (…)
Sentiamo che la nostra epoca l’ha perduta, che la morbosità del nostro caotico ambiente attuale, la
sua penosa bruttezza e il suo disordine sono nati dalla nostra incapacità a porre le fondamentali
esigenze umane al di sopra di quelle industriali ed economiche. (…) La chiave per ricostruire con
successo il nostro ambiente – è questo il grande compito dell’architetto – sarà la nostra
determinazione a rendere l’elemento umano il fattore preminente.

[da Parte seconda – L’architetto contemporaneo – L’architetto nella società industriale]

Le forti e terribili realtà del nostro mondo non saranno attenuate rivestendole di “nuove vedute”, e
tentare di umanizzare la nostra civiltà aggiungendo alle nostre case fronzoli sentimentali sarà
ugualmente futile. Ma se il fattore umano diverrà sempre più dominante nel nostro lavoro,
l’architettura rivelerà le qualità emotive del suo autore proprio nelle ossature degli edifici, e non
solo nei loro rivestimenti: sarà il risultato di un giusto servire e di un giusto guidare.

[da Parte seconda – L’architetto contemporaneo – Il compito dell’architetto: servire o guidare?]

Abbiamo cominciato a intendere che modellare il nostro ambiente fisico non significa applicarvi
uno schema formale fisso, ma richiede piuttosto un incessante sviluppo interiore, una convinzione
che va continuamente ricreando la verità al servizio dell’uomo.

[da Parte quarta – Per un’architettura totale]

Potrebbero piacerti anche