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Claudia Ravaldi -

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affrontare il lutto perinatale


Il sogno infranto
Affrontare il lutto perinatale
una guida da genitore a genitore
Ai bambini mai del tutto perduti,
al viaggio da compiere per ritrovarli nel cuore.
Claudia Ravaldi

© 2012 CiaoLapo Onlus


Salvo ove diversamente indicato, i diritti di autore di quest’opera appartengono alla dr.ssa Claudia Ravaldi
e all’Associazione CiaoLapo Onlus. I testi contenuti nel libro possono essere citati, riprodotti e distribuiti, a
patto che non vengano modificati e che ne sia sempre correttamente citata la fonte originale.
Grazie!, ai bambini di CiaoLapo, e ai loro genitori, che raccontandosi, hanno ispirato queste pagine
Lapo, AnnaLisa Marco Paola Luca Christian Paolo Olivia MariaVanina Serena Andrea Danny Luigi Noemi Giuseppe
Matteo Pamela Matej Simone Chiara Sara Amanda Silvia Davide Luca Alberto Luca Chiara André e Frédéric Marzia
Tamia Elisa Lorenzo Francesca Caterina Sofia Sasha Camilla Maria Luisa Martina Martina Alessia Mariagrazia
Cristina Giacomo Lorenzo Pietro Attilio Ludovica Emanuele Alice Lucia Gabriele Marta Chiara Federico Stefano Lea
Gianluca Andrea Sofia Elia Giulia Vittoria Greta Rebecca Animabella Luca Benedetta Mattia Matteo Michele Gaia
Alessia Lucio Marco Daniela Lara Pietro Emma Pietro Tommaso Sofia Alessandro Alessandro Matteo Simone Lapo
Alessio Giuseppe Aldo Luigi Angelica Mario Jacopo e Mattia Ilaria Chiara Matilde Federico Sara Michele Paolice
Mara Maria Chiara Silvia Stefano Andrea Angelo Michele Giacomo Greta Andrea Mattia Elena e Letizia Matteo
Paolo, Gabriele, Linda Mattia Alice Alessio Sara Alberto Sara Leonardo Allegra Manuela Leonardo Ettore Edoardo
Matteo Dario Marco Filippo Jacopo Stella Martina Diego Alessio Noemi Giacomo Tortellina Giorgia Alice
Lenticchietta Flavio Margherita Paolo Sara e Martina Viola Gioele Nicolò Lorenzo Matilde Pulce Christian Aurora
Matteo Michele Sara Marco Gioia Marco Mattia Liam Lorenzo Anna Walter Angioletto Beatrice Isabel Samuel
Carmine Carolina Chiara Mariasole Francesco Davide Gabriele Andrea Francesco Alessandro Arianna Alice Orazio
Matteo Giulia Anna Valentina Arianna Antonio Matteo Angelo Vittoria Mattia Daniele Edoardo Francesco Cristian
Sara Giulia Margherita Dylan Lorenzo Michele Fagiolino Caterina Joshua Luca Sebastiano Antonio Modestino
Giovanni Astrid Angelica Maria Matteo Giorgia Iris Melissa Raoul Alessia Angelo Marta Giulia Christian Angelo
Uma Sebastiano Stella Edoardo Alessandra Tommaso Tobia Samuel e Diego Stellina Ilaria Piccolino Angela Chiara e
Federica Marta Gaia Gabriele Nicole Chiara Angelo Angelo Dario Giorgia Valerio Ludovica Pulcina Mattia Matilde
Angelo Marcello Lucas Martina Soleika Angelo Anna Girasole Matilde Michelangelo Viola Bianca e Beatrice Asia
Alessio e Giulio Federico Iris Angelica Francesco Ania Ivan Sofia Giada Nuccio Gianni Gabriele Paola Erika Anna
Monetina La Pulce Damiano Alissia Sofia Pasquale Pio Benedetta Mattia Gabriel Samuel Giuseppe Gabriel Giulia
Stellina Stefania Chiara Alessandro Milena Stefano Davide Emanuele Giulia Emanuele Paola Filiberto Marco
Benedetta Marco Emma Lorenzo Filippo Marco e Ginevra Luka Federico Andrea Matteo Emma Ariel Gaia Ottavia
Federica Gemma Federico Matteo Leonardo e Matteo Annaviria Angelo Angelica Sebastiano Matteo Sofia, Elettra,
Cassandra Lorelay Irene e Semy Giulia Tommaso e Michele Cesare Leonardo Martina Gabriele Francesco Leonardo
Emiliano Riccardo Marco Diego Ginevra Anna Lucia Kristal Doryan Alberto Zelia Alice Riccardo Angelo Sofia
Anna Rebecca Lorenzo Celeste MatildaAndrea e Andrea Amedeo Alessio Greta Gemma Siria e Nicole Tato Aidan
Leonardo Nicholas Karol Niccolò Anita Flavia Fagottino Elisa Frugoletto Camilla Thomas Andrea Federico ed
Edoardo Noah Piccolo Principe Pietro Asia Mattia Greta Nora Giuseppe Manuel Pio TeresAntonio Greta Letizia
Angelo Marta Federica Vanessa Laura Alessandro Samara Alice Maria Tommaso Clara Angelo Benedetta
Leonardo Giulia Lorenzo Maria Gaia Diego Diletta Flavio Riccardo Angelo Noemi Marta Teresa Davide Nipotino
Alice Tommaso Valentina Amore Alessandro Alessia Samuele Alessandro Giulia Andrea Angioletta Alice e Davide
Alessio Angelo Matteo Thomas Sofia Fabio, Giacomo, Diego Anna Vanessa Tommaso Francesco Pulce Chiara
Nicole Jacopo Mathias Tommaso Lidia Maria Angelo Mathis Chiara Lorenzo Fabrizio Eros Eliana Gaia Dorotea
Gnocchetto Alessio Chiara Lucrezia Rossana Franca Viola Daniele Leonardo Irene Gabriel Angelo Alberto Angelo
Elena VittoriaNicole Jacopo Flavio Alessio Eva Alessio Margot Nicole CesareLucia Tommaso Viola Cristian Gabriel
Anita Diego Emma Angela Enrico Stella-Maria Gianmaria Pietro Creaturina Giuseppe Jacopo SeminoStellino
Isabella Hatie Simone Matilde Arianna Gemellini Ottavio Stella Daniele Gioele Nicolò Alessandro Samuel Giulia
Benedetta Filippo Ornella Samuele Laerte Sasha Vera Salvatore Pio Manuela Fagiolino Giorgia Karim Chiara
Angelo Leonardo Elia Fagiolino Emma Sofia Ginevra Francesco Manuel Gabriele Vittoria Mattia Bianca Pietro
Angelo Emanuele Emma Annamaria Lorenzo Fagiolino Anna Sofia Giordano Maria Gioia Virginia Angelo
Benedetta Ernesto Margherita Marta Giorgina Raffaele Angelo Angelo Elias Maria Regina Alessio Virgil Esther
Alessia Maria Francesca Gioele Laura Sofia MariaRosaria e MariaFrancesca Angelo Filippo Alessandro Federico
Cateno Azzurra Ambra Jacopo Marialucia Michele Anna Mostriciattolo Giorgia Francesco Sofia Giada Aurora
Viola EmmAlessandro Ayla Efisio Tayra LluviaChiara Stella Rebecca Davide Raffaele Nicolò Valentina Giordano
Matteo Pio Lorenzo Mariapaola Giovanni e Giuseppe Beatrice Rossella Nunziata Gabrielle Alessandra Graziano
Tindaro Sara Nina Antonino Eleonora Chiara Davide Angelica e Virginia Cristian Samuele Celeste Pepita Ale
Alessia Eleonora e Alice Riccardo e Federico Angelo Giada Davide Annachiara Benedetta Davide Rocco
Francesco Davide Sveva Giovanni Noemi Mattia Matteo Irene Luca Alesandra Serena Leonardo Diego e Gabriele
Giuseppe Antonio Michele Amalia Cristian Ylenia Sara Lorenzo Leonardo Irene Raffaella Brian Enrico Vittoria Maria
Vittoria Samuele Viviana Elisa Nicholas Gaia Ettore Alessandro Dario Giorgia Nicolò Agata Michele Angelo Aurora
Ale Anita Flaminia Fabrizio Marta Matisse Anna Antonio Angelo Matteo Samuel Maurizio Jacopo Alice Antonio
Fagiolino Rosmarino Niccolò Federico Camilla Antonia Eleonora Annamaria Andrea Leonardo Enea Lorenzo Greta
Gabriel Mauro Tommaso Emilia AlessandrooMicol Mattia MassimoMaria Alessandro Aurora Thea Caterina Vittoria
Angelica Giulia Emanuele AlexandraVittoria Monica Fratellino Leonardo Gabriele Irene Felice Jacopo Carlo
Ludovica Lavinia Andrea Saetta Antonio Anastasia Andrea Leonardo Stefano Demetrio Manuel Gregorio e Mattia
Emiliano Davide Leonardo Valerio Stella Francesco Bruno Andrea Christian Fagiolino Chiara Mattia Filippo Gaia
Daniele Benedetto Ivan Antonia Nicole Antonio Elena Matilde Lorenzo Annalia Angelica Francesco Orazio Fabiola
Alessandro Alissa Aurora Daniele Laura Francesco Viola Nicolò Gioele Diegoelia Clelia Irene Giovanni Sofia Bianca
Anastasia Stella Stellina Marta Luna Otto Benedetta Davide BiancaMaria Vittoria Riccardo Giacomo Gabriele Agata
Filippo e Samuele Lorenzo Giulia Niccolò Bimbo Martina Beatrice Christian Nicolò MattiaGiovanni Aurora Chiara
Filippo e Giulia Maddalena Edoardo Davide e Alessio Adelina Alessandro Matteo Pandino Joel NadineGiorgia
Nicoletta e Vittoria Samuele Ilaria Diego Noemi Anna e Pietro Irene Alessandro Matteo Fabio Giusy Angelo Sofia
Amelie Edoardo Vittoria Alessandro Angelo Aurora Riccardo Vittorio Sofia Angelina Giovanni Gioia Tommaso Viola
ElisaGemma Carol Angelica Chiara Martino Elisa e Lea Sofia Denis GiadaMaria Tommaso Alessandro Raffaele
Lucrezia Leonardo Ruben Matteo Cesare Niccolò Antonio Irene Lorenzo Alessandro Jacopo e Mattia Giada Matilde
Lorenzo Sofia Alexandra Vittoria Stefano Fagiolino Pesciolina Alessia Giorgia Irene Benedetta Raffaele Lorenzo Sara
Alberto Aurora Leonardo Giulia Davide Scricciolino Simona Melania Alessandra Virginia Ylenia Sesamino Ismaele
Benedetta Mattia IleniaMaria Joshua e Talitha, Benedetta, Paolo, Emily, Ginevra, MariaFrancesca e Simona e
GiuseppeAntonio Lara….
Nota dell’autrice

“Quando siamo usciti dall’ospedale a braccia vuote, il 14 Marzo del 2006, tutta la mia disperazione si
esprimeva nel sentirmi comunque genitore, anche se non c’era nessun bambino da portare a casa: quel
bambino, amato e desiderato, non era con me.
Continuavo (e avrei continuato) a sentirmi “sua” madre: mio figlio mancava dentro di me e mancava
accanto a me, lasciandomi in balia di un’assenza dolorosa. Mancava al mio corpo: nonostante gli inibitori
farmacologici, è comparsa una prima montata lattea due giorni dopo la sua nascita, e l’ho riavuta, nel
giorno del funerale, al solo sentire il pianto di un neonato.

E’ stato in quel momento che ho preso atto del mio essere “sdoppiata”: ero una madre, ero un genitore,
comunque, era per questa funzione che mi ero preparata per nove mesi, anche se adesso dovevo fare i conti
con la mancanza lancinante di mio figlio.
Ero diventata una “mamma speciale” (da “speciale: cioè appartenente a un genere specifico, diverso da
generale”), una madre “diversa dalla maggioranza”…pensarmi “speciale” in quei giorni era più semplice
per me che pensare “sono una madre in lutto” o “il mio bambino è morto”. Essere in lutto mi faceva paura,
come se il lutto si fosse mangiato non solo mio figlio ma anche una parte di me, e tutto il mio futuro.

Ho passato i primi giorni da “genitore orfano” scaraventata in una nuova vita, incapace di comunicare
agli altri il nuovo mondo che sperimentavo, parallelo al mio vecchio mondo, fatto di persone “normali”. Ero
diventata una madre senza figlio, eppure mi sentivo madre, anche se gli altri si affrettavano a “metterci una
pietra sopra” chiedendomi di tornare presto quella di prima, di guardare avanti, di non “fare così”. Sono
sopravvissuta a quei giorni, che poi sono diventate settimane, e poi mesi, leggendo, piangendo, pensando,
navigando su internet alla ricerca di qualche altro abitante del mio nuovo pianeta, quello dei genitori
speciali. La mancanza fisica è stata opprimente, tanto quanto la mancanza di un “futuro” possibile. Se quei
giorni settimane e poi mesi hanno lasciato posto a questi nuovi giorni, settimane e mesi (adesso che scrivo,
sono passati sei anni e mezzo dalla morte di Lapo), se oggi riesco a guardare quell’abisso da una sponda
più sicura lo devo solo al fatto che nemmeno per un secondo ho “nascosto” mio figlio, nemmeno per un
secondo ho provato a “dimenticare”, ma ho preso il mio tempo, dentro e fuori di me, e cercato un sostegno
che facesse davvero al caso mio. Nel profondo del mio cuore sapevo di non essere sola, e sapevo che c’era,
da qualche parte, un gruppo di madri e padri pronti a camminare con me, accomunati dallo stesso dolore.
Spero che queste pagine, e tutto ciò che CiaoLapo offre ai genitori italiani, possano essere d’aiuto nei vostri
giorni di dolore.”
Claudia, mamma di Lapo
A chi è rivolto questo libro
“Piccole vite, non piccole perdite”

Questo libro è per ogni genitore, ogni familiare, ogni amico, che si trovi a dover affrontare la morte
di un bambino in gravidanza o dopo la nascita.

Ogni perdita in gravidanza è un lutto?

La gravidanza è un momento di grande cambiamento nella vita di una donna e della coppia.
Aspettare un bambino rappresenta un periodo di grande crescita personale, durante il quale la mente
della donna e quella del partner iniziano fisiologicamente a fare spazio a un bambino e a una nuova
vita “a tre”.
Numerosi studi hanno messo in relazione la gestazione e la fase preconcezionale con l’attivazione
specifica di alcune aree cerebrali, che si rimodellano e si riadattano a questa nuova fase del ciclo di
vita.
Pensare a una gravidanza avvia dunque il percorso della “genitorialità”, durante il quale la coppia
sviluppa e prova emozioni e pensieri specifici sul nuovo bambino. Questo percorso chiamato
processo di attaccamento è intrinseco ad ogni gravidanza, transculturale, e si basa sia
sull’esperienza attuale (desidero un figlio / aspetto un figlio) sia sui progetti di vita insieme futura.
Quando la gravidanza si interrompe con la morte del bambino questo percorso viene bruscamente
meno, lasciando alla donna e spesso alla coppia il compito di riogranizzare la realtà e il futuro
diversamente da quanto atteso e sperato.
I genitori costretti a confrontarsi con questo evento sono molti, circa una coppia su sei, soprattutto
nella prima metà della gravidanza. Nella seconda metà della gravidanza, circa 1 su 273 bambini
muore in utero, o muore dopo la nascita per problemi legati a prematurità o patologie della mamma
e/o del bambino.
Ognuna di queste perdite ci lascia scossi, addolorati e turbati: il lutto è un lungo processo che si
dipana in una specie di “giungla” emotiva, e questo processo può incidere per mesi (almeno un
anno, fino a due) sull’equilibrio personale e sul benessere psicologico di genitori e familiari.

La perdita di un bambino atteso, per qualunque motivo avvenga, è un vero e proprio lutto. Il lutto è
un processo che riguarda chiunque abbia perso una persona cara, ha delle caratteristiche specifiche
e comporta un tempo più o meno lungo e più o meno intenso di cordoglio.

I genitori che perdono uno o più bimbi e i loro parenti e amici possono vivere questo evento in
molti modi: le reazioni al lutto sono molto personali, non c’è un solo modo per affrontare questa
esperienza. Anche le famiglie sono diverse tra loro, sia per i percorsi di vita che per le loro radici
culturali e dunque anche il modo di vivere la morte del bambino e affrontare il lutto potrà essere
diverso da caso a caso. Nonostante le differenze tra una storia di lutto perinatale e l’altra, nonostante
le varie sfumature e i tipi di reazioni manifestati dai familiari, l’impegno emotivo e psicologico
associato al lutto in gravidanza e dopo il parto è sempre considerevole, per la coppia, la famiglia, ed
il nucleo sociale circostante.
E’ molto importante che chi subisce un lutto possa disporre fin dall’inizio di tempo sufficiente e di
un luogo protetto, affinchè possa riconoscere i suoi bisogni più importanti, e, se lo desidera,
chiedere e ottenere un appropriato supporto su tutti i livelli assistenziali: medico, psicologico e
ostetrico/infermieristico.
Soprattutto, è importante non avere paura delle proprie reazioni, né vergognarsene: perdere un
bambino è un lutto ad altissimo impatto, e per sostenere questo dolore è importante essere liberi di
esprimere i propri pensieri, le proprie paure, e le proprie emozioni e discuterne con gli operatori
ed il partner.

Cosa accade quando si perde un bambino?


Dopo aver perso un bambino in gravidanza o dopo la nascita la prima emozione è spesso
l’incredulità, accompagnata da un sordo dolore ma anche da una sorta di distacco emotivo (“non sta
realmente succedendo a noi”). In questa fase molto spesso i genitori devono compiere delle scelte
molto importanti, per loro stessi e per il bambino, e sarebbe opportuno essere guidati con calma e
appropriatezza in tutto il percorso decisionale. In questi casi, la vicinanza degli operatori sanitari è
molto utile per aiutare i genitori a focalizzare una cosa per volta, e soprattutto, i loro reali desideri
rispetto a questo doloroso evento. Nessun genitore è mai preparato alla morte del proprio bambino,
neanche in caso di patologia diagnosticata in precedenza. La notizia della morte, o assistere alla
morte del bambino in terapia intensiva sono momenti di estrema intensità emotiva, e potresti avere
bisogno di sostegno e guida anche per prendere le decisioni apparentemente più semplici. Chiedi
sempre che ti sia dato il tempo necessario per riflettere su cosa è meglio per voi, e parlane
preferibilmente con il tuo partner, un familiare di fiducia e il personale. La degenza in ospedale è un
momento importante del tuo lutto: ciò che avverrà in quelle ore dopo la notizia, la possibilità di
usare il tempo a disposizione per decidere cosa è realmente meglio per la famiglia se incontrare e
salutare il bambino, come e quando farlo, decidere i rituali funebri e comunicare la notizia ad amici
parenti ed eventuali altri figli, sono aspetti molto importanti per elaborare il lutto nel migliore dei
modi possibili. Tutte queste situazioni possono necessitare di tempo, ed evocare molte perplessità
sul da farsi (quasi tutti noi genitori, di fronte a questo lutto, siamo spaventati, vorremmo fuggire, e
uscire dall’incubo il più velocemente possibile: questo stato d’animo non aiuta il processo
decisionale, così importante per il nostro lutto), per cui è indispensabile discutere in merito a ogni
aspetto con parenti fidati o con personale preparato. Anche il ritorno a casa a braccia vuote è un
momento difficile. Uscire dall’ospedale senza il proprio bimbo costituisce per molti genitori un
ricordo altamente traumatico, (“eravamo gli unici senza ovetto, quel giorno…avrei voluto morire”)
ed è importante programmare il ritorno a casa in modo da rendere questo passaggio il più protetto
possibile. I primi giorni a casa, inoltre richiedono qualche sforzo organizzativo, per cui chiedete ad
amici e parenti di aiutarvi e rispettare le vostre necessità.
Passata la prima fase di shock, si fa forte la necessità di parlare con qualcuno di quanto è accaduto, i
genitori iniziano a cercare informazioni sulla morte perinatale e vanno a caccia di risposte, o
semplicemente necessitano di potersi sfogare, anche ripetendo più e più volte le stesse cose, o
piangendo in silenzio accanto a qualcuno.
Spesso raccontare (e raccontarsi) permette di avere maggiore chiarezza su quanto avvenuto, e
spesso, dopo un trauma importante, la nostra mente ha bisogno di ripetersi più volte l’accaduto
(come quando si guarda un film a rallentatore per rilevare più particolari possibili), per integrarlo
nel magazzino della memoria senza traumi aggiuntivi e metterlo così “al posto giusto”. Lo scopo di
tutto questo lavoro, che avviene intensamente nel nostro cervello subito dopo un lutto, per molti
mesi a venire, è quello di recuperare un equilibrio tra il prima e il dopo l’evento, senza essere
all’infinito vittima di ricordi difficili o intollerabili. E’ molto importante prendersi il tempo, e
quando serve l’aiuto specialistico, per compiere questo “immagazzinamento” dell’esperienza, e
dunque i genitori e i familiari dovrebbero poter essere sempre sostenuti nel primo, non facile anno
di lutto (“ho usato ogni singolo giorno di questi sei mesi per ripercorrere con la mente tutti i
passaggi che hanno portato dall’attesa all’ultimo saluto, chiedendomi ogni volta se fosse stata
colpa mia”).
Non è così scontato trovare un interlocutore che sappia ascoltarci; la nostra società è timorosa della
morte e delle emozioni associate al lutto, è impreparata ad affrontare la perdita di un bambino,
soprattutto se avviene nei primi mesi di gravidanza o è collegata a patologie materno infantili, e
risponde in genere con un atteggiamento di rifiuto, indifferenza e mancata partecipazione.
E’ opinione purtroppo comune pensare che i genitori dovrebbero cercare di riprendersi pensando
che poteva andare peggio, farsene una ragione, risolvere il lutto in poche settimane, magari
cercando immediatamente un'altra gravidanza o un’adozione.
Ogni madre ed ogni padre, se hanno a disposizione le risorse adatte (libri, social network tematici,
gruppi di automutuoaiuto, molto di questo è presente sulla rete di CiaoLapo) possono invece
riuscire a prendersi il tempo necessario per cercare dentro di sè le risorse per affrontare il dolore,
comprendere le proprie reazioni al lutto, e decidere il da farsi, con la maggiore serenità possibile;
tutto questo è molto più facile se si è sostenuti da più punti di riferimento (medici, psicologici,
spirituali, familiari) e se alcune tappe del percorso sono condivise con chi ha già affrontato o sta
affrontando la stessa esperienza (secondo l’ormai consolidato principio dell’automutuoaiuto).

Questo libro è un primo passo per rompere la solitudine; puoi leggerlo tutto, leggere qualche
pagina soltanto, oppure portarlo a casa e aprirlo quando ti sentirai pronto, nella speranza che
possa esserti d’aiuto.
I lutti prenatali e postnatali: strade diverse per lo stesso dolore.

La perdita in gravidanza colpisce ogni tipo di famiglia, ogni tipo di gruppo etnico, ogni tipo di
classe socio-economica. Ogni anno circa tre milioni di bambini in tutto il mondo muoiono nella
seconda metà della gravidanza o subito dopo la nascita. Nel 70% dei casi, dopo approfondimenti
diagnostici ben effettuati è possibile individuare una causa precisa; in molti casi la morte del
bambino giunge a termine di gravidanze del tutto asintomatiche e prive di complicanze, in molti
casi avviene dopo una nascita prematura, o per patologie diagnosticate in gravidanza che non è stato
possibile curare. Nonostante la frequenza questo tipo di lutti hanno poco spazio a livello culturale, e
ancora oggi in tante situazioni prevale l’indifferenza mista alla consolazione (vedrai, ne farai presto
un altro! signora, è stato meglio così le sue condizioni erano gravissime!).

Anche quando la gravidanza presenta precocemente delle complicazioni o il bambino ha problemi


di salute già diagnosticati in precedenza, per i genitori si tratta comunque di un evento
estremamente doloroso e difficile da accettare; è normale quindi provare smarrimento, incredulità,
dolore e un profondo senso di ingiustizia (“perché a me? perché al mio bambino?”), sia al momento
della diagnosi (in caso di malformazioni o complicazioni) che al momento del distacco (in caso di
morte del bambino). La malattia del proprio bimbo, le decisioni da prendere quando le cose
sembrano volgere al peggio, le morti improvvise o attese che siano, sono esperienze luttuose di
notevole intensità, cui non si è mai del tutto preparati.
Qualunque esperienza di perdita in gravidanza si accompagna a reazioni tipiche del lutto,
indipendentemente dall’epoca di gravidanza, dall’aver scelto o meno di interromperla, dalla
presenza di patologie materne o fetali. Il lutto dopo la perdita è normale, perché una gravidanza che
si interrompe, e ovviamente un bambino che muore prima o dopo il parto, lasciano i genitori soli, in
una pesante sensazione di vuoto; viene a mancare una presenza, si interrompe una relazione appena
iniziata e così carica di aspettative, e cambiamenti, già nel suo divenire quotidiano, scompaiono
bruscamente tutte le fantasie legate a quella gravidanza e a quella storia di maternità.

I genitori che perdono i bambini per:

aborto spontaneo del primo trimestre, aborto spontaneo del secondo trimestre, diagnosi di grave
patologia fetale con la decisione di proseguire la gravidanza, diagnosi di grave patologia fetale
con la decisione di interrompere la gravidanza, morte intrauterina, morte dopo la nascita, perdita
di uno o più gemelli in corso di gravidanza multipla, parto prematuro, perdita dopo procreazione
assistita, interruzione volontaria di gravidanza
nei loro racconti riportano emozioni, vissuti esperienziali e pensieri molto simili.

Anche se provenienti da strade molto diverse (una singola perdita o perdite multiple, la presenza di
una malattia nota, o l’assenza di causa di morte, perdite precoci o a gravidanza avanzata, avere o
non avere vissuto l’esperienza della terapia intensiva neonatale etc) i genitori in lutto condividono
percorsi emotivi molto comuni. I genitori “de-filiati” (privati dei loro figli - non esiste un termine
italiano che indichi lo status di genitore che perde un figlio, alcuni di noi si definiscono
semplicemente “genitori orfani”) hanno spesso la sensazione di essere stati costretti a vivere realtà
diverse da quelle desiderate o immaginate, di essere stati impotenti rispetto al destino o alla
malattia, e si sentono “diversi” dalla maggior parte dei coetanei e del mondo.
Questo senso di incredulità, rabbia e impotenza accompagna un periodo della vita estremamente
delicato e difficile, e merita rispetto, ascolto e partecipazione non giudicante, da parte di tutti coloro
che si relazionano con la famiglia: parenti, amici, operatori sanitari.
La perdita di un bambino durante la gravidanza e dopo la nascita

Talvolta l’amore dura per un momento,


Talvolta l’amore dura una vita,
Talvolta un momento è una Vita.
autore sconosciuto

Quando comincia una gravidanza, i genitori costruiscono un legame nuovo e particolare (cioè
specifico di volta in volta) con il bambino che stanno aspettando e, fin dai primi momenti,
intraprendono il percorso della genitorialità. Come ormai è dimostrato da molti studi sulla vita
prenatale, mamma e bambino comunicano immediatamente fra di loro, e da parte di entrambi inizia
uno scambio attivo di stimoli, pensieri, emozioni. A questo dialogo si uniscono nel corso del tempo
anche il papà e gli eventuali fratellini; la famiglia si raccoglie intorno alla pancia, ed aspetta che
arrivi la data del parto, per poter conoscere dal vivo il piccolo bambino.
Quando questo dialogo si interrompe, precocemente, dopo qualche mese, prima del parto, o dopo la
nascita, i genitori e la famiglia attraversano momenti di smarrimento, sconforto, disperazione, che
sono del tutto simili a quando si perde un parente, o un caro amico; perdere un bambino, quale che
sia il motivo, è un lutto, e evoca sentimenti di intensa mancanza, solitudine, tristezza.

Quando ti comunicano che il tuo bambino ha smesso di vivere (o che ormai le sue condizioni sono
disperate e non è possibile fare nulla per salvarlo) è normale provare un profondo senso di
smarrimento e confusione. Talvolta la realtà è così dolorosa da provocare una reazione di rifiuto
(non è vero, non sta capitando a me), o di anestesia (guardare tutto come da dietro a un vetro, senza
provare alcuna emozione diretta, come storditi).
In alcuni casi si hanno delle strane reazioni fisiche (tremori, nausea, congelamento) , con un’errata
percezione degli stimoli (caldo, freddo, fame e sonno) ed una generica sensazione di rallentamento
sia fisico che mentale o, al contrario, profonda agitazione alle gambe, senso di smania, impossibilità
a stare fermi.
Alcune mamme percepiscono un forte senso di irrealtà, come se stessero assistendo ad una scena
che non le riguarda, pur avvertendo contemporaneamente una sensazione di dolore lancinante.

La nascita che coincide con la morte, soprattutto nei primi momenti, non può essere accettata
razionalmente: il fatto che il bambino, cresciuto fino a quel momento nella nostra pancia, abbia
cessato di vivere improvvisamente e senza che si sia potuto fare qualcosa per impedirlo è tra le più
difficili esperienze di vita che possano accadere, perché estremamente intensa e inaspettata.

“Quando mi hanno detto che per Marco non c’era più nulla da fare, mi sono sentita disperata e
fuori di me allo stesso tempo. Non aveva più senso tirare il latte per lui, avevo paura di tornare in
terapia intensiva, avevo paura di tutto. Solo oggi, a distanza di mesi, mi rendo conto che mi
mancano molte cose, che non ho fatto, ma che sarebbe stato opportuno fare. Se solo la mia paura
non fosse stata paura di tutti, se solo fossi stata accompagnata.”
Isabella, mamma di Marco e della gemella Alessia

E’ molto importante quando un bambino muore, che i genitori, la famiglia e gli operatori
collaborino al fine di affrontare la difficile situazione nel miglior modo possibile. CiaoLapo svolge
da anni corsi approfonditi a medici psicologi e ostetriche per aiutare il personale ad accompagnare i
genitori, e molte informazioni a riguardo sono pubblicate nel libro per operatori “La morte in-
attesa”, edito da CiaoLapo nel 2011 (Edizioni Ipertesto).
Il prossimo capitolo descrive brevemente passo dopo passo i momenti più importanti e cruciali per
i genitori che hanno perso un bambino.
Quello che ancora si può fare e quello che è importante sapere dalla diagnosi alla dimissione.

Questo paragrafo è pensato per chiunque abbia appena perso un figlio durante la gravidanza o dopo
la nascita: contiene alcune informazioni importanti sul lutto, e sulle cose da sapere in quei difficili,
confusi e dolorosi momenti passati in ospedale, dopo che ti è stata comunicata la morte del tuo
bambino (in utero, durante il parto o dopo la nascita). Questo paragrafo è frutto di centinaia di
esperienze di altri genitori come te, e di decine di studi che abbiamo svolto in questi anni, insieme a
genitori, medici, psicologi ed ostetriche.
Tutte le cose menzionate sono risultate utili, importanti e significative per la maggior parte dei
genitori della nostra associazione (quasi duemila famiglie) e sono del tutto sovrapponibili alle
esigenze dei genitori in lutto di tutto il mondo.
Ogni passo menzionato nell’elenco è perfettamente lecito e può essere fatto in ogni ospedale:
sarebbe opportuno che tu potessi chiedere chiarimenti e sostegno al personale che ti assiste.

La diagnosi di morte
La morte dei nostri bambini è un evento drammatico e difficile da affrontare: in pochi istanti tutto
cambia, e ci troviamo costretti a prendere tante decisioni impreviste e sofferte. Appena ti hanno
comunicato la notizia mille emozioni potrebbero esserti passate per la testa: incredulità, confusione,
paura, rabbia, dolore, sia fisico che psicologico (tante mamme raccontano di avere sentito come un
macigno schiacciare loro il petto, o come un coltello nel cuore). Molti genitori si sentono in colpa
nei confronti del bambino: potresti pensare di non essere riuscito a proteggerlo, di non esserti
accorto in tempo di cosa stava accadendo, e/o di avere commesso qualche errore che ha causato la
sua morte. Tutte queste emozioni, o anche la totale incapacità di provare qualcosa oltre ai mille
perchè senza risposta, sono una parte normale del trauma psicologico correlato al lutto perinatale.
E’ molto importante riconoscere queste emozioni come parte del percorso, perchè nonostante il
dolore sono ancora molte le cose importanti da sapere, da discutere, e da fare quando muore un
bambino, e ogni genitore dovrebbe poter prendere tutte le decisioni necessarie in questo difficile
momento.

Dopo la diagnosi
Se ti hanno diagnosticato la morte del tuo bambino, a qualsiasi epoca gestazionale, o dopo la
nascita, e sei sola/solo (talvolta le cattive notizie vengono date ai papà, in assenza della mamma),
chiedi subito di poter chiamare qualcuno che può darti conforto in un momento così difficile. Che
sia un parente o un amico, ha poca importanza, l’essenziale è che voi genitori non siate lasciati soli
a fronteggiare questo difficile momento.
Se siete andati all’ospedale per un controllo di routine ed avete portato con voi gli altri figli, è
possibile accordarsi con il personale per tornare a casa (in assenza di situazioni acute e gravi, come
ad esempio il distacco di placenta, un’infezione, o la preeclampsia), accompagnare i bambini in un
luogo sicuro, e magari prendere con voi la cartella della gravidanza e tutte le informazioni
necessarie.
In assenza di necessità imminenti, valutabili con un prelievo di sangue, un’ecografia e una visita,
voi genitori potete decidere di passare la notte a casa, se lo desiderate, e recarvi in ospedale il
mattino seguente. Così come potreste decidere di partorire in un altro ospedale rispetto a dove vi è
stata fatta diagnosi. Prendete tempo per valutare cosa è meglio per voi.

Il ricovero
Quando il bambino muore prima della nascita, e non per patologie acute che compromettono la
salute della mamma (come nel caso di distacco di placenta, gestosi), i genitori e lo staff possono
decidere il modo migliore per programmare la “nascita” del bambino.
La stanza di degenza
Per ragioni amministrative le madri sono quasi sempre ricoverate nel reparto di ostetricia, solo
talvolta in ginecologia, lontano dalle altre puerpere, a seconda della disponibilità dell’ospedale. La
presenza di altre mamme, con i loro bambini vivi può essere davvero penosa per le mamme in lutto,
e sarebbe opportuno trovare la soluzione migliore possibile per venire incontro a questo problema.
Se non è possibile uscire dal reparto di ostetricia è sempre consigliabile avere una camera con pochi
letti, ed è opportuno che il reparto si attivi per trovare il posto letto più riparato e protetto per la
famiglia in lutto. La degenza prevista è solitamente di un giorno e mezzo o due per i parti normali,
di tre quattro giorni dopo un parto cesareo, in assenza di complicazioni. Poter avere uno spazio
adeguato alle vostre esigenze è molto importante. Potete chiedere e ottenere di far restare qualcuno
con la mamma, se la mamma lo desidera, per tutta la durata della degenza. In alcuni ospedali
predispongono una camera in reparti attigui, dove disponibile. Parlate con l’ostetrica e il medico per
capire cosa è meglio per voi.

Quale parto?
Se il bambino è morto nel primo trimestre di gravidanza, i genitori e i medici possono decidere di
attendere qualche giorno e provare ad evitare la procedura di raschiamento: discuti col ginecologo
di cosa è meglio per te, sia fisicamente che psicologicamente, prima di prendere una decisione.
Se il bambino è morto dalla sedicesima settimana di gravidanza in poi, solitamente si procede
all’induzione del parto spontaneo. Il parto di un bambino morto sembra una crudele beffa, ed è
sempre una decisione molto critica da affrontare. Tuttavia, rispetto ad interventi di altro tipo, come
il cesareo, il parto naturale quando possibile (escluse le situazioni di emergenza dette in precedenza)
ha migliori garanzie per la salute della mamma, permette un miglior recupero psicofisico, e,
attraverso la produzione di specifici ormoni, permette una maggiore reazione di “distacco” dalla
gravidanza stessa (come se chiudesse idealmente il cerchio di quella gravidanza, in un modo il più
fisiologico possibile). Potete decidere i tempi e i modi del parto parlandone coi medici e con le
ostetriche, in modo da stabilire cosa è meglio per voi. Per la mamma, specialmente se alle prese con
la prima gravidanza, è molto importante trascorrere le ore di questo travaglio con una persona fidata
accanto (marito, mamma, sorella, amica), in modo da poter affrontare questa esperienza, struggente
e preziosa insieme, nel miglior modo possibile. La maggior parte delle mamme riferiscono che la
scelta del parto naturale si è rivelata vincente perché ha permesso loro di “fare qualcosa di
concreto”, “un gesto da mamma”, per i loro bambini, e riportano una grande soddisfazione
nell’essere state presenti e vigili durante tutte le fasi.

L’analgesia epidurale
Le linee guida italiane sulla morte in utero stabiliscono l’indicazione all’analgesia durante il
travaglio e il parto, per cui potete chiedere, se lo desiderate, l’analgesia epidurale. Tenete presente
che il dolore per la morte del bambino molto spesso si traduce in dolore fisico, ed alcune donne
hanno sentito un profondo e sordo dolore nonostante l’epidurale. In ogni caso, anche in base alla
vostra storia personale, di gravidanze e parti, potete scegliere cosa è meglio per voi.
Potreste sentirvi molto in ansia e molto spaventati per questa esperienza così lontana da quanto era
stato previsto e sognato: potrebbero proporvi dei farmaci tranquillanti, soprattutto dopo il parto.
Discutetene approfonditamente anche in relazione a come vi sentite: è normale sentirsi
confusi/disperati/impauriti/tristi, e vivere questi momenti in piena presenza mentale e con il
supporto dei vostri cari e dello staff può essere una grande opportunità per la vostra elaborazione
del lutto. La sedazione, lieve o profonda, è in genere sconsigliata, a meno che non ci siano precise
indicazioni cliniche (attacchi di panico, storia di precedente patologia psichiatrica etc). Potete
richiedere un colloquio con uno specialista e discutere con lui di cosa è meglio per voi.

Dove iniziare e portare a termine il travaglio


Potete accordarvi con l’ostetrica e il medico di fare il travaglio in camera (se siete in una camera
protetta o singola), per evitare la compresenza e la vicinanza con altre donne in travaglio. Se questo
non è possibile, potete chiedere di sistemarvi in una sala travaglio lontana dalla sala parto, in modo
da rimanere più tranquille possibile. Il travaglio indotto o spontaneo ha una durata variabile, è
dunque opportuno che l’ambiente in cui vi trovate sia adatto a questa fase così particolare.
Accordatevi con le ostetriche in caso di esigenze particolari o particolari desideri relativi al
travaglio, o al momento del parto. Il fatto che il vostro bambino non sia più in vita non significa che
meriti minori accortezze, così come non significa che il vostro parto sia un momento meno intenso
e ricco di significati del parto di un bambino vivo. Nell’esperienza di numerose mamme
dell’associazione, un buon supporto da parte dello staff, e una buona vicinanza di coppia, o tra la
madre e il suo accompagnatore, ha permesso un buon travaglio e un’esperienza di parto
sovrapponibile ai parti normali. E anche l’incontro col bambino, di conseguenza, è stato importante
e prezioso.

Il parto
Al parto è possibile e consigliabile che sia presente il papà, o un parente stretto della donna, o
un’amica, se la mamma lo desidera; solitamente c’è tutto il tempo per prendere accordi, trovare una
propria vicinanza con l’ostetrica e discutere con lei delle cose da fare dopo la nascita del bambino.
La nascita di un bambino che non piange è un momento carico di dolore, per i genitori, e spesso
anche per il personale ospedaliero. Queste piccole vite lasciano una grande impronta, e noi genitori
non dimenticheremo mai il loro passaggio. E’ per questo motivo che può essere di grande
importanza “celebrare” questo passaggio in modo opportuno, senza paure o falsi pregiudizi.

Dopo il parto… il bambino


E’ importante prendere il tempo per leggere queste poche righe e riflettere insieme su cosa è meglio
per la vostra coppia. Talvolta i genitori per proteggersi l’un l’altro, pur avendo idee completamente
opposte tra loro, tendono a decidere in automatico e tentano di imporre all’altro la propria
decisione, senza riflettere su cosa è veramente importante per loro.
Sarebbe opportuno parlare tra voi in coppia, o con altri parenti, o con altri genitori in lutto, per fare
chiarezza sulle vostre reali necessità. Il dopo parto è uno dei momenti più importanti e preziosi, e
molti genitori a distanza di anni hanno molti rimpianti per non aver potuto/voluto fare alcuni piccoli
gesti per conoscere e salutare il loro bambino. Nulla è obbligatorio per nessuno, quindi non abbiate
paura di prendere la vostra decisione, in un senso o nell’altro, ma discutetene prima insieme, a più
riprese e per qualche ora, per evitare altro dolore in un secondo momento. Nell’esperienza di altri
genitori che hanno affrontato come voi oggi, parti prematuri, morti in utero, interruzioni
terapeutiche di gravidanza, o morti intraparto, l’incontro col bambino è stato di assoluta importanza
per il benessere del papà, della mamma e di tutta la famiglia, e i pochi genitori che non hanno
voluto incontrare il bambino, spesso perchè non hanno trovato sostegno nello staff ospedaliero in
questa delicata fase, hanno poi durato più fatica a elaborare il lutto. Tuttavia ci sono ragioni
personali che potrebbero spingerti a rifiutare questo incontro, e vanno prese in considerazione e
accolte con rispetto.
Perché potresti voler dire NO all’incontro con il bambino: alcune mamme e alcuni papà provano
paura, rifiuto o fastidio, talvolta rabbia nei confronti del bambino che è andato via, e spesso
all’inizio rifiutano di vederlo. Queste emozioni sono legate ai primissimi momenti della diagnosi, e
quasi sempre nelle ore e nei giorni successivi cambiano, anche radicalmente, lasciando le mamme
con una brutta e desolante sensazione di vuoto e di nostalgia per il loro bambino. Molte mamme
hanno detto che si sentivano come “su un altro pianeta” e non pensavano “stesse accadendo
proprio a loro”: questa emozione mista di confusione e dolore non permette di essere pienamente
consapevoli sul da farsi, e può capitare di non capire cosa è meglio per noi, e in contemporanea di
avere una grande paura. Questo senso di paura è amplificato dall’imbarazzo o dal timore del
personale ospedaliero, non sempre preparato ad affrontare le situazioni come le nostre.
Perché potresti voler dire SI all’incontro con il bambino: perché è il vostro bambino! Per quanto sia
doloroso ammetterlo, per quanto sia emotivamente molto difficile, anche se non è fisicamente più
con voi, il vostro bambino è e resterà il vostro bambino, di quella gravidanza e di quella parte della
vostra vita, sia che lo conosciate, sia che decidiate di non vederlo. Ciò che potrebbe venire a
mancare, in un secondo momento, sono i ricordi di lui, della sua fisicità, del vostro condividere. Per
questo sarebbe importante che almeno qualcuno della famiglia incontrasse il bambino. Idealmente,
i genitori, i fratellini se presenti, i parenti stretti e gli amici più intimi dovrebbero poter incontrare e
rendere omaggio al piccolo bambino.

L’incontro con il bambino


Nonostante il dolore estremo, la perdita di tuo figlio non cancella i momenti che avete condiviso
insieme, che assumeranno nel tempo un grande valore per il tuo processo di lutto: potrebbe essere di
grande conforto per te, per il tuo partner e per gli altri familiari, incontrare e poter salutare
adeguatamente il tuo bambino, in modo da avere ricordi appropriati della sua presenza tra voi.
Se voi genitori lo desiderate, ci sono molte cose che si possono fare dopo la nascita del vostro
bambino, anche quando è molto piccolo, come nella prima metà della gravidanza, o gravemente
malato. Tenete inoltre presente che dopo il parto il bambino si presenta caldo e morbido per almeno
mezz'ora, quindi c’è tutto il tempo per conoscerlo con il massimo della naturalezza.
Chiedete al personale come potrebbe essere l’aspetto del bambino, anche a seconda dell’età
gestazionale: tenete presente che se il bambino è morto da qualche giorno, la sua pelle potrebbe
avere un colore diverso dal normale, o sembrare molto screpolata. Se il bambino è molto piccolo,
quindi nel primo trimestre di gravidanza, o la sua crescita si è fermata a molte settimane prima,
potrebbe non essere possibile vedere il suo piccolo corpo. In questo caso è possibile comunque
richiedere la sepoltura, con semplici moduli disponibili in ogni azienda ospedaliera, e svolgere
alcuni piccoli riti di passaggio, come ad esempio riempire una piccola scatola con dei ricordi
simbolo della sua presenza (vedi più avanti la sezione Memory Box).

Prendete tempo per pensare a tutto questo e per decidere cosa è meglio fare. Potete farvi aiutare dal
personale nell’“incontro” con vostro figlio; se non riuscite a guardarlo, o se avete paura di prenderlo
in braccio, non sentitevi obbligati, ma chiedete che vi venga dato un po’ di tempo per riflettere e
cercate di parlare con qualcuno che possa rassicurarvi su questo. In alternativa, chiedete al
personale di raccogliere per te alcuni ricordi del tuo bambino.
Chiedete all’ostetrica di guidarvi nella conoscenza del bambino, e di fare da tramite tra voi e lui.
Tra i ricordi che potrebbero farvi piacere ci sono: le impronte dei piedini e delle manine, alcune foto
del vostro bambino (che possono scattare anche le ostetriche, se i familiari non ce la fanno), il
braccialetto identificativo, una ciocca di capelli, il certificato di nascita, una cartellina con il suo
peso e l’altezza. Provate a comunicare cosa sentite e cosa pensate al personale curante, ricordando
che in un momento così difficile è normale essere confusi e avere molte cose da chiedere, cambiare
idea e sentire il bisogno di essere informati e rassicurati. In molti ospedali è disponibile un libretto
per raccogliere i ricordi che abbiamo chiamato “I ricordi di un Piccolo Principe-I ricordi di una
Piccola Principessa”, che permette di avere molte informazioni raccolte tutte insieme.
Fare una o più foto del vostro bambino è un modo per creare dei ricordi e imprimere nella mente
non solo la sua assenza, ma anche le sue caratteristiche principali. Molti genitori trovano un
grandissimo beneficio nell’avere scattato o fatto scattare foto al bambino, o insieme al bambino, con
il bambino in braccio o accanto alla sua culla. Avere un ricordo permette di rendere meno amaro e
più elaborabile questo lutto, e creare piccoli ricordi è un’occasione preziosa.
Solitamente in Italia il bambino può stare in camera coi genitori per qualche ora al massimo. E’
importante informarsi sulle usanze del reparto e concordare con il personale le vostre effettive
necessità.
Una volta effettuati alcuni prelievi diagnostici sul bambino dopo la nascita, non c’è alcuna fretta di
portare il bambino in anatomia patologica o all’obitorio. E’ importante che ne parliate insieme al
personale, anche considerando che potreste voler far vedere il bambino a parenti stretti che vengono
da fuori città.
Anche i fratellini dovrebbero poter salutare il bambino, soprattutto da una certa età gestazionale in
poi, e portare a lui disegni o doni se lo desiderano, in modo da prendere atto dell’evento e al tempo
stesso conoscere i lineamenti del bambino per poterselo poi rappresentare al meglio quando
necessario. I bambini hanno molto bisogno di conoscere le cose per come sono e di dare loro il
giusto nome e il giusto peso, e dunque non abbiate timore a chiedere aiuto allo staff nel facilitare
l’incontro tra i vostri bambini.
Potete lavare, vestire, avvolgere il vostro bambino con una coperta. Potete svolgere questi compiti
da soli, o farvi aiutare dall’ostetrica o dall’infermiera.
Prendersi cura del corpo del bambino è un modo per esercitare la propria funzione di genitori, per
alcuni è molto importante poter fare questo.
Se il vostro bambino è troppo piccolo per indossare un vestitino, l’associazione mette a disposizione
piccole coperte di lana o di pile, pensate per i bambini molto prematuri.
Una volta salutato il bambino, chiedete all’ostetrica o al medico come e quando potrete rivederlo
dopo gli esami autoptici, e riflettete se desiderate o meno organizzare una piccola cerimonia di
commiato.

Sull’autopsia
Quando muore un bambino in utero, durante il parto o dopo la nascita sarebbe necessario fare
approfondimenti diagnostici sulla madre, sulla placenta e sul corpo del bambino, per poter
identificare ciò che ha provocato la morte, la causa scatenante e eventuali altri fattori contribuenti.
Studiare questi meccanismi è fondamentale per definire esattamente gli eventi accaduti nella
gravidanza e anche per poterli prevenire nelle eventuali gravidanze successive.
Molte morti intrauterine e perinatali avvengono senza una causa apparente. Tuttavia un corretto
riscontro diagnostico permette di arrivare a identificare una causa almeno nel 70% dei casi. Questo
risultato è possibile solo quando il lavoro avviene in maniera multidisciplinare, e si svolgono
appropriati esami sulla madre, sul padre, sulla placenta e sul bambino. E’ opportuno che tutti i
genitori possano usufruire di questa possibilità diagnostica.
In genere gli esami sulla mamma vengono effettuati in tempi diversi: alcuni al momento del
ricovero, altri due mesi dopo il parto. Anche gli esami sul bambino e sulla placenta hanno
tempistiche diverse: alcuni esami vengono effettuati immediatamente dopo la nascita (ad esempio
prelievo di alcune cellule della cute, prelievo di sangue), altri nelle settimane successive.
Solitamente il riscontro diagnostico avviene dopo pochi giorni dalla morte del bambino, e mira a
esaminare tutto il corpo del bambino, al fine di individuare le possibili cause della morte, e ad
analizzare la placenta, spesso implicata in molte patologie.
Dopo l’autopsia i genitori possono riprendere il corpo del bambino, che viene sistemato con cura
dal personale tecnico dell’anatomia patologica e svolgere se lo desiderano la cerimonia religiosa o
laica per la sepoltura o per la cremazione.
A cosa serve l’autopsia perinatale:
• a confermare un precedente dubbio diagnostico
• a identificare situazioni non ancora diagnosticate
Può escludere fattori quali malformazioni, infezioni, ritardo di crescita non evidenziabili durante la
gravidanza
Se il bambino è morto prima della nascita, può dirci approssimativamente quanto tempo prima è
morto.
Può permettere di identificare una patologia genetica, e quindi essere utile anche per altri membri
della famiglia.
La normativa in Italia
Il decreto del 9 luglio 1999 (pubblicato in GU 170 del 22/7/1999) impone l’autopsia su tutti i
bambini morti in utero; il suo scopo è di ricercare la presenza di malformazioni o di alcune malattie
genetiche. È importante sapere che il corpo del bambino viene sempre rispettato e trattato con cura
da tutto il personale; ogni dubbio può essere discusso con il personale curante.
Le tempistiche
Solitamente occorrono circa otto settimane per completare tutti gli approfondimenti diagnostici.
Questo tempo può essere maggiore in caso di approfondimenti ulteriori; in ogni caso sarà cura del
personale rispettare i tempi e fissare un appuntamento con i genitori per discutere degli esiti, ed i
genitori possono comunque rimanere in contatto con i ginecologi e con gli anatomo patologi per
capire come stanno procedendo le cose.

Sulla sepoltura
La legge italiana regolamenta la sepoltura dei bambini nati morti entro le 27 settimane più sei giorni
e quelle dei bambini nati vivi e nati morti dalla 28 settimana in poi con precise istruzioni (vedi a
questo scopo l’approfondimento sul blog di ciaolapo: Leggi, regolamenti e normative in vigore in
Italia per la sepoltura dei feti e dei bambini nati morti).

E’ sempre possibile procedere alla sepoltura/cremazione del bambino a qualunque età gestazionale,
purchè i genitori ne facciano richiesta su apposito modulo fornito dalla direzione sanitaria entro le
24 ore dal parto; al di sotto delle 28 settimane, la legge italiana dice che l’azienda ospedaliera può
seppellire d’ufficio tutti i bambini nati morti o smaltirli come rifiuti ospedalieri, a seconda del
regolamento interno.
Informarsi della prassi vigente nella propria azienda ospedaliera e nelle varie regioni (esclusa la
Lombardia, dove tutti i bambini vengono seppelliti) permette di fare una scelta veramente
consapevole su cosa preferite come genitori. Molto spesso, a distanza di anni, i genitori di bambini
nati morti, sia per aborti spontanei, morti in utero o interruzioni terapeutiche di gravidanza, hanno
bisogno di recarsi in un luogo dove “portare un saluto” al bambino perduto.
E’ accaduto più volte che genitori di bimbi morti molti anni prima abbiano contattato CiaoLapo
chiedendo come fare per saperne di più su cosa è accaduto al corpo del bambino, ed è capitato più
volte che alcune mamme e papà abbiano “chiuso un cerchio” estremamente doloroso solo dopo aver
dato un luogo al loro bambino. Per questi motivi riteniamo che questo argomento difficile e triste
debba essere discusso finchè abbiamo il tempo per decidere (e cioè entro le 24 ore dal parto), in
modo da evitare dolori aggiuntivi ai genitori in lutto.

Sulla memory box - i ricordi che curano


La memory box è una scatola utilizzata per conservare ricordi importanti (scatola dei ricordi è la
traduzione letterale), un “luogo” utile a ricordare e a onorare la memoria delle vite piccole e
preziose dei nostri bimbi.
Ogni memory box appartiene alla sua famiglia e soprattutto al bambino che si vuole ricordare, e
ogni famiglia, quando arriva il momento che sembra più opportuno, la sceglie della misura e del
colore più appropriato.
Nella nostra associazione i genitori sviluppano nel corso del tempo la loro memory box: ci sono
memory box piccole ed essenziali, memory box piene di peluche, memory box di legno, di cartone
o di cercamica… In genere le memory box sono piene di ricordi di vita e d’amore, e ogni memory
box racconta una storia bellissima, piena di simboli, di fotografie, o di lettere.
A cosa serve la memory box?
Fare spazio ai ricordi, e mettere insieme quelli più significativi del periodo trascorso coi nostri figli
è un'operazione che può essere davvero terapeutica; arriva un momento, nel lutto, in cui i genitori si
sentono pronti a riaprire cassetti e valigie, e a creare uno spazio personale per quella gravidanza e
per quel bambino, in cui raccogliere oggetti, pensieri, e piccoli doni.
Un esempio di memory box
Racconta una mamma: "Io ho impiegato circa un anno e mezzo per fare la mia (fare la memory box
per me significava accettare definitivamente che le cose erano andate così, e cioè MALE), e quando
mi sono sentita pronta di aprire cassetti, scegliere oggetti, e riporre i numerosi regali ho capito che
avevo fatto un piccolo scatto in avanti nel mio lutto. Dunque, io ho scelto di fare la memory box,
l'ho pensata, ho cercato una scatola sufficientemente grande e ho riempito la scatola di Lapo, che
ora sta nell'armadio dei suoi fratelli, a portata di mano. Nella scatola ho scelto di mettere tre tutine
(le mie preferite, scelte apposta per lui), i suoi body, il ciuccio, il test, la cartella con gli esami,
l'album vuoto per le foto che non ho, il fiocco del babyloss e i regali delle altre mamme.
Quando la guardo, provo sollievo perchè è frutto del mio percorso, ed è arrivata in un momento in
cui io ero pronta a fare un buonuso dei ricordi.
Non ho bisogno di nasconderla, o di sfuggirne la vista, posso guardarla e spolverarla ed aprirla,
senza sentirmi morire dentro. La apro, penso ancora che avrei voluto vederlo sgambettare nelle
tute, sorrido pensando che ciccione come era, non gli sarebbero state per molto, e rimetto tutto a
posto. Mi piace pensare che questi pochi oggetti siano "suoi" e indichino cosa lui è stato per me e
la mia famiglia."

La memory box: un modo per riempire (una parte) del vuoto


Nell'esperienza dei genitori della nostra associazione, l'emozione che più spesso ci accompagna nei
primi lunghi mesi di lutto è l'opprimente senso di vuoto e la mancanza fisica di tracce tangibili del
passaggio dei nostri bambini.
Per alcuni genitori questo vuoto è persino più insopportabile della malattia e della morte, perchè,
come spesso accade, queste perdite sono qualcosa da scordare velocemente per il resto della società.
Nessuno ci chiede se desideriamo ricordare, nessuno ci fornisce un aiuto per ricostruire i ricordi in
modo adeguato, ancora in molti ospedali viene ritenuto bizzarro svolgere il rito funebre o scattare
fotografie (le uniche possibili) ai nostri bimbi ricoverati in TIN o nati già morti.
Così, molti di noi si trovano pieni di ricordi tragici e bruttissimi, legati alla morte, ma privi di
ricordi tangibili (e amorevoli) delle vite, sebbene piccole o “solo” in utero, dei loro figli.
E così, capita, che questo vuoto nel cuore e tra le mani, urli disperato e chieda di essere almeno in
parte riempito.
Collezionare, coi propri tempi, i ricordi di questo passaggio, ricostruendo il piccolo percorso
esistenziale dei nostri figli potrebbe servire in primo luogo a permettere a noi stessi di cominciare a
lavorare sulla morte e dunque sul lutto.
CiaoLapo dona agli ospedali una piccola memory box contenente questo libro, una copertina fatta a
mano dai nostri volontari, un piccolo peluche, alcuni volantini informativi e il libro dei ricordi del
tuo bimbo. Questa piccola scatola permette ai genitori di mantenere un legame tangibile col bimbo,
e avere a disposizione tutte le informazioni necessarie per affrontare i primi momenti di lutto.

Alle dimissioni
Il rientro a casa, alla “routine”, è molto difficile. Ognuno di noi, ricorda nitidamente la fatica
psicologica e fisica, di ritornare nel mondo normale, con la sensazione di avere perduto tutto.
I genitori spesso descrivono questo rientro a casa a braccia vuote, come il momento in cui si
affaccia nitido per la prima volta il dolore del lutto: è tutto vero, è tutto finito, il mio bambino è
morto.
I primi mesi dopo la perdita sono molto delicati, anche perché poche persone conoscono il lutto e le
sue manifestazioni e anche senza volervi ferire, potrebbero forzarvi a reagire e “a tornare come
prima”, senza mostrare alcuna comprensione per voi, e senza darvi il giusto tempo per orientarvi
dopo lo tsunami.
Sul sito dell’associazione, sono presenti numerose testimonianze che possono essere un aiuto in più
per non sentirsi soli e per riuscire a riflettere sugli aspetti più importanti del vostro dolore (nella
sezione del forum “A me è successo” e in “Ricordi e Riflessioni”). L’associazione CiaoLapo Onlus
ha pubblicato “La tua culla è il mio cuore”, un libro che racconta il primo anno di lutto di otto
famiglie, utile a chi ha bisogno di confronto e desidera conoscere le esperienze di altri genitori nel
tempo difficile del primo anno di lutto.
Il lutto

Il lutto è il processo che inizia dopo la perdita di una persona cara; è un processo in cui si
sperimentano alcune emozioni in modo molto intenso (tra queste, soprattutto rabbia, dolore,
nostalgia, incredulità, invidia, paura) e nel quale possono alternarsi tantissimi pensieri, che hanno a
che fare con il passato, la situazione presente, ed il futuro: durante il lutto il tempo cambia il suo
normale decorso, si dilata o si appiattisce, confondendo i normali piani di realtà: la mente si sposta
continuamente tra il momento della perdita, il passato e la sofferenza presente, molte persone non
riescono ad immaginare il futuro e vivono come in una dimensione parallela, andando avanti con
una sorta di “pilota automatico”.
In alcune fasi del lutto i sentimenti sembrano come congelati, e le persone non riescono a provare
nulla, a parte un dolore sordo e feroce. La sensazione di essere distaccati, di essere come travolti e
impotenti può essere molto penosa, e molti genitori si sentono in colpa perché non riescono a
provare emozioni positive o a volere bene come prima, e hanno paura che tutto resterà così per
sempre.
Fortunatamente questa prima gamma di emozioni lascia spazio nel tempo a sentimenti meno intensi
e più comuni, come la tristezza, lo sconforto, il senso di vuoto e di nostalgia, e lentamente anche le
emozioni positive riprendono il loro spazio.
Il lutto è un difficile percorso che fa parte della vita (vorremmo fare qualunque cosa per non
provarlo, ma è nell’ordine delle cose che possa invece capitare), anche se non siamo culturalmente
preparati ad affrontarlo, perché la nostra società ci insegna piuttosto a nasconderlo e isolarlo, a “non
pensarci”. Questo atteggiamento è molto pericoloso, perché accentua la vulnerabilità e il senso di
solitudine che le persone in lutto tendono a provare, contribuendo all’isolamento.
Molti genitori si chiudono nella coppia, talvolta si chiudono addirittura in sé stessi escludendosi
l’un l’altro, perdendo la capacità di condividere le loro emozioni. E’ frequente che dopo la perdita
di un bambino la coppia attraversi un momento di crisi, perché il modo di affrontare il lutto può
essere diverso nei due genitori ed ognuno avverte un pesante senso di incomprensione e solitudine.
Anche nella famiglia allargata possono crearsi incomprensioni, per il diverso modo ed i diversi
tempi di vivere il lutto, e questo peggiora le cose.

Se ti trovi a disagio di fronte alle diverse reazioni, prova a riflettere sul fatto che non c’è un modo
solo di reagire al dolore e che non tutte le persone riescono ad esprimere i loro sentimenti più
intimi agli altri e a volte anche a se stessi.

Per alcune persone (parenti e amici) il lutto è così spaventoso che finiscono per allontanarsi, anche
in modo brusco; questo può aggiungere un altro dolore al dolore della perdita, ma cerca sempre di
concentrarti su di te, e cerca attivamente altrove il giusto supporto. Se puoi, non dare troppo peso
a queste “fughe”, piuttosto valorizza chi rimane e, soprattutto, le persone che si avvicinano
spontaneamente per aiutare.
Alcune reazioni comuni che i genitori possono incontrare dopo la perdita:

• molti parenti/amici tendono a reagire con enfasi, chiedendo alla coppia di non pensarci più e
di avere altri figli, dimostrando spesso impazienza di fronte ai segnali di lutto (“è passato”,
“devi dimenticare”, “è andata così”, “pensa al futuro”, “ne avrai presto un altro”, oppure al
contrario “non puoi continuare a stare così”, “devi farti forza”, “sono passati tre mesi e
ancora piangi” e così via); molti genitori rischiano di farsi travolgere da questa enfasi,
sforzandosi di accelerare i tempi, oppure si chiudono in sé stessi, sentendosi non capiti e
provando intensi momenti di irritazione e di tristezza;
• molti altri, spesso soprattutto i nonni, possono affrontare questo dolore con difficoltà e
faticano a superarlo; molti di noi si irritano di fronte a questo sostegno mancato, oppure si
sentono responsabili della sofferenza altrui al punto da “dimenticarsi” del loro proprio lutto
per “fare forza” agli altri membri della famiglia; molti genitori potrebbero smettere di
esprimere le emozioni luttuose o di parlare del bambino perduto, cercando di apparire forti e
sereni.
• alcuni parenti, amici e anche alcuni genitori, si sentono talmente sopraffatti dal dolore che
pensano di non poterlo sopportare; cercano quindi di allontanare attivamente tutti i ricordi
legati a quel bambino e a quella gravidanza, nel tentativo di soffrire meno (molti si
impongono di non pensarci, non vogliono ad esempio parlarne né recarsi al cimitero).

Se questo accade a parenti ed amici molto intimi, per i genitori può essere fonte di enorme
sofferenza; molti genitori desiderano poter parlare dei loro figli e delle loro storie, desiderano
affermare attraverso il ricordo l’esistenza dei loro bambini, e restano profondamente feriti dal
silenzio degli altri.

L’enfasi a “stare meglio”, il mascherare le proprie emozioni, la negazione dell’evento sono modi
estremi di reagire al lutto; se all’inizio possono essere adottati come strategie, per evitare
complicazioni future è sempre bene chiederci se stanno funzionando davvero per noi, e se
veramente il dolore si sta modificando. Se non è così, può essere importante confrontarsi con altri
genitori in modo da cercare un’alternativa più utile . Ognuno di noi può trovare altri modi di reagire
al lutto, più salutari e più funzionali.

Non bisognerebbe mai ridimensionare o modificare il proprio lutto per fare forza agli altri, o per
dimostrare agli altri che siamo in gamba o che siamo in piena forma, perché solo se riusciamo a
viverlo bene, rispettando i nostri tempi e le nostre emozioni, possiamo risolverlo adeguatamente.

Ogni lutto è una ferita.


Le ferite, si sa, si richiudono.
Ma ad una condizione: che siano prima aperte.
Nulla termina nella psiche, che non sia prima cominciato
P.C. Racamier

Non abbiamo la possibilità di cancellare e scordare ciò che abbiamo vissuto, anche se molti genitori
vorrebbero inizialmente poterlo fare; la perdita di un figlio è un evento molto traumatico e come
tutti i traumi prende un posto nella nostra memoria, e lì resta, anche se proviamo a scacciarlo. E’
molto più utile imparare ad accettare quello che ci è successo, accettare il dolore feroce dei primi
momenti e impiegare i nostri sforzi non tanto per dimenticare, quanto per imparare a vivere
nonostante tutta questa sofferenza.
In sintesi, ognuno di noi dovrebbe sentirsi libero di vivere il lutto come ritiene più utile; prova a
rispettare le persone vicine a te che prendono percorsi diversi, e affronta queste differenze con il
dialogo e l’accettazione; se ti senti offeso da qualche comportamento o frase, e se temi che le
persone a te vicine non vogliano bene al tuo bambino, perché non ne parlano o non lo nominano,
ricorda che il bene non si esprime soltanto a parole, soprattutto quando è accompagnato da dolore,
imbarazzo o paura.

Se per te è importante ricordare, parlare e vivere il lutto in modo diverso, fallo liberamente, per te
e per il tuo bambino, senza sentirti giudicato o condizionato dagli altri.

Ognuno ha il suo modo ed il suo tempo di reagire: alcuni iniziano con la negazione e con la volontà
di scordare e poi cambiano nel corso del tempo, scoprendo in loro nuove risorse e nuove strategie.
Rispetta la difficoltà del tuo percorso, non pretendere troppo da te stesso e cerca di non minimizzare
mai le tue emozioni ed i tuoi vissuti, riconosci l’importanza di questo momento doloroso e non
scappare via: superare il lutto significa passarci attraverso, non fuggire.
Piangi, se ne hai voglia, tutte le volte che vuoi e ogni volta che senti salire le lacrime; le lacrime non
sono segno di debolezza bensì espressione di dolore e di nostalgia per chi non c’è più.

Attraversare il lutto

Una delle cose più difficili che deve affrontare una persona in lutto è accettare l'idea di essere in lutto.
Accettare che la morte ci ha colpito, che è successo proprio a noi, che non possiamo nè scappare, nè tornare indietro, nè
evitare che accada è una parte molto dolorosa e difficile del percorso. Così difficile, pensarsi "in lutto", che spesso
tendiamo a metterci in attesa che passi il tempo, sperando che, grazie al tempo, le cose passino, e il dolore diminuisca.
Altre volte, invece, pensiamo che re-agire, come se non fosse accaduto (quasi) nulla, buttandosi a capo fitto nel lavoro,
o nel volontariato, o nella cura di altri figli o parenti, sia la soluzione al dolore. Altre volte ancora, ci sentiamo come
sopravvissuti eterni, congelati dal dolore e impossibilitati a ricordare ciò che ci è accaduto, perchè ci sembra che il dolore
ci sopraffaccia ogni volta, come se fosse la prima volta.
Sappiamo bene che ognuna di queste reazioni è possibile, frequente e comune. Sappiamo anche che in assenza di una
cultura di supporto al lutto, dobbiamo camminare molto da soli, e camminare da soli è faticoso. Sappiamo anche che
nessuno può fare la nostra strada al nostro posto. Ma qui su CiaoLapo, sappiamo bene che fare "compagnia" durante un
viaggio, aiuta a ridimensionare la fatica, e ci permette di rialzarci.
Speriamo che tu possa trarre spunti preziosi ed opportunità per elaborare il tuo lutto, un pezzetto alla volta, insieme ai
genitori e ai volontari di CiaoLapo.
Buon cammino,
Claudia e Alfredo

Il lutto non è mai, di per sé, una malattia.


Le emozioni legate alla perdita di una persona cara, le sensazioni e i pensieri che caratterizzano la
persona in lutto sono ritenuti parte “fisiologica”, per quanto dolorosa e drammatica, della vita
umana. Affrontare questa esperienza richiede però un notevole impegno sia sul piano fisico, che sul
piano psicologico, che su quello sociale, ed è bene prendersi cura di sé, finchè non ci sentiamo
sufficientemente bene.
Cosa accade al fisico dopo un lutto? Il nostro corpo, quando subiamo una perdita è letteralmente
bombardato da ormoni e neurotrasmettitori coinvolti nel meccanismo dello stress. La perdita di un
figlio atteso è un lutto particolarmente drammatico perchè si accompagna per le madri alle
modificazioni neuroendocrine tipiche del post-gravidanza.
Cosa accade alla mente?
Molto spesso la nostra mente si “difende” dal lutto innescando un meccanismo di shock: viviamo la
perdita come se fossimo “al di fuori” di noi, come se non stesse accadendo proprio a noi, e come se
fosse tutto un terribile incubo. A molti genitori capita inoltre di non riuscire a formulare pensieri e
progetti a lungo termine, di sentirsi come distaccati o spaventati al di sopra di ogni misura, e di
essere vittima di pensieri soffocanti e ricorrenti (“cosa ne sarà di noi, la nostra vita non ha più
senso”). Riconoscere la realtà per quella che è è un passaggio centrale (e lento) del lutto, che porta
poi a una fase di profonda tristezza per la mancanza di chi amiamo. In questo lasso di tempo (mesi,
qualche volta anni, la nostra mente tenta di riparare la ferita del trauma, sia immagazzinando
correttamente i ricordi nel talamo, sia cercando di mantenere un livello minimo di benessere). Per
molti genitori, i primi mesi del lutto sono un continuo ottovolante emotivo: ci si sente sbattuti da
un’emozione all’altra, si è vulnerabili al pianto o al dolore, e possono esserci rapidi cambiamenti
d’umore innescati da un ricordo o dalla consapevolezza di ciò che non sarà più.
Tutte queste modificazioni fisiche e psicologiche possono promuvere anche cambiamenti
relazionali e sociali, come abbiamo precedentemente accennato. Occorrerebbe molta pazienza e
ascolto da parte di tutti, per affrontare il lutto dei genitori.

E’ molto importante poter disporre di tutte le informazioni sull’esperienza di lutto che stiamo
vivendo, e sarebbe ottimale attivare intorno a noi una rete di sostegno e di cura che coinvolga sia
operatori sanitari che familiari.
Puoi leggere numerosi articoli nel blog di CiaoLapo e puoi trovare libri specifici sul lutto perinatale
appositamente selezionati per la loro utilità in fondo a questo libro.
E’ importante tenere a mente che il processo di elaborazione del lutto è un percorso dinamico, non
si può non farlo: possiamo accantonarlo, bloccarlo, distrarci, evitare di pensarci, ed otteniamo il
solo effetto di rallentare il percorso.

I tempi del lutto fisiologico sono soggettivi e possono avere una durata variabile: in media la
sofferenza più acuta dura dai 6 mesi ad un anno, fino a due anni al massimo, indipendentemente
dalla presenza o dalla nascita di altri figli.
Molte ricerche, tra cui la nostra esperienza quinquennale indicano che i genitori per tornare a un
livello di serenità sovrapponibile a quello percepito prima del lutto impiegano fino a tre anni.

I “mille giorni di dolore” dei genitori in lutto sono un lungo percorso, costellato di momenti
difficili, e di periodi di recupero. Con la dovuta pazienza ed il giusto aiuto, anche questi lunghi
giorni porteranno a un progressivo miglioramento del proprio stato generale e le difficoltà (emotive,
personali, sociali e familiari) diverranno via via più piccole e più facili da gestire.
Il processo di lutto è dinamico: i giorni sono diversi l’uno dall’altro, e ogni periodo si caratterizza
per la presenza di particolari pensieri ed emozioni. Alcuni periodi sono riconosciuti da molti
genitori essere particolarmente difficili: le ricorrenze mensili della morte, i propri compleanni, le
feste in generale (ma anche la festa della mamma o del papà), la data presunta del parto e le date
relative alla vita in utero del bambino (prima ecografia, primi calcetti e via discorrendo).
La nostra cultura, spesso anche la cultura medica, ha poche conoscenze sul lutto, ed è frequente che
i sintomi naturali del lutto vengano scambiati per malattia psichiatrica, e di conseguenza trattati
come si affronterebbe una depressione. E’ molto importante sapere che il lutto ha di per sé alcuni
sintomi simili alla depressione, ma non condivide con la depressione alcune importanti
caratteristiche. E’ fondamentale valutare con attenzione il proprio stato di salute, anche in funzione
di precedenti problemi di ansia o depressione, e rivolgersi se necessario al proprio curante
valutando tutte le opzioni terapeutiche.
La nostra società e la cultura prevalente sono ancora scarsamente disposte a riconoscere uno spazio
in cui accogliere chi è in lutto: si tende a credere che ciò che non si vede (il bambino non-nato o mai
tornato a casa) non valga la pena di essere pianto; invece il dolore provocato dalla perdita di un
figlio durante la gravidanza o dopo il parto deve essere affrontato come quello dato dalla perdita di
una persona che ha vissuto, con l’unica terribile differenza che mancano i ricordi condivisi e
pacificanti perché non c’è stato tempo trascorso insieme “al di fuori” del corpo materno o
dell’ospedale.
Per questo motivo, le madri e i padri in lutto, dichiarano spesso che uno degli aspetti più duri
riguarda la perdita del futuro insieme a quel bambino, l’occasione mancata e i sogni che resteranno
irrealizzati.

Quando il lutto è complicato

Come abbiamo già detto il lutto non è una malattia, ma una parte molto difficile della vita.
Quando si subisce una perdita, percepiamo la sofferenza come insopportabile, interminabile,
totalizzante. Il dolore acuto non durerà per sempre, ed è invece destinato a modificarsi,
ridimensionarsi, trasformarsi in altro, se consentiamo a noi stessi, con i nostri tempi e i nostri modi,
di affrontare il lutto.
Per quanto si soffra, o si pensi di non farcela, è sempre consigliabile “stare nel lutto”, vivere dal di
dentro questa esperienza, chiedendo aiuto quando necessario.
Una trappola in cui molte persone cadono, spesso senza rendersene conto, è fuggire dai pensieri e
dalle emozioni del lutto, pensando in questo modo di superare tutto più velocemente.
Ci sono molti modi di fuggire dal lutto: licenziarsi, cambiare casa, separarsi dal proprio coniuge,
litigare con tutti i propri amici del passato, interrompere tutto quello che facevamo durante la
gravidanza e via discorrendo.
Oltre a questi atti impulsivi, (che i genitori più “anziani” di CiaoLapo descrivono come “le uniche
cose che in quei mesi mi sembravano utili per sopravvivere, per smettere di soffrire…poi ho capito
che non era così”) altri generi di fuga, spesso suggeriti da parenti, amici o sanitari, sono cercare
subito un’altra gravidanza, e ricorrere anche quando non c’è alcun motivo, perché non c’è nessuna
malattia, a psicofarmaci (tranquillanti, ansiolitici o antidepressivi), spesso prescritti
immediatamente nei primi giorni dopo l’evento.
Per elaborare il lutto non servono medicine che smorzano i toni emotivi e che aumentano il distacco
dai propri vissuti, perché questo può essere addirittura controproducente. Non serve neanche l’alcol,
e meno che mai qualunque altra sostanza d’abuso, che alterano il già precario equilibrio
neurochimico del nostro cervello esposto a traumatizzazione acuta.
In alcuni casi può essere indicata una terapia di sostegno, se:
• soffri o hai sofferto di disturbi psicologici o psichiatrici;
• il lutto, dopo molti mesi, resta inalterato, e si complica con sintomi psichiatrici (i più
frequenti sono depressione, insonnia, disturbi post traumatici da stress, talvolta l’uso/abuso
di sostanze, primariamente alcol e sedativi, e la vasta gamma di disturbi alimentari: puoi
consultare il sito www.psico-terapia.it per ulteriori informazioni sui più frequenti disturbi
psichici e sulle loro caratteristiche);
• compaiono e permangono pensieri di suicidio;
• questa perdita arriva dopo difficoltà procreative o dopo altre perdite e lutti.

In tutti questi casi è indispensabile il ricorso ad uno specialista, meglio con preparazione
psicoterapeutica e con formazione sulla psicologia genitoriale, che potrà ascoltarti e decidere con te
cosa è meglio fare.
Il ritorno a casa

I primi giorni dopo la perdita trascorrono in una sorta di dimensione “parallela”, in cui spesso si
fanno cose in automatico, si esprime il dolore (piangendo o chiudendosi nel silenzio, o cercando di
stare soli) e nonostante gli sforzi, non si riesce a pensare e a sentire le emozioni come siamo
normalmente abituati a fare.
Alcuni genitori descrivono questo, momento come un black-out, altri dicono “ero come fuori di
me”, altri ancora si sentono scollegati dal loro essere, come sospesi e incapaci di fare qualsiasi cosa
in modo autonomo.
In momenti come questo stiamo “assorbendo” l’impatto della notizia: viviamo un momento di
shock emotivo, tipico delle situazioni traumatiche.
Questo shock emotivo è descritto sia dai genitori che perdono i figli in utero durante la gravidanza,
sia dai genitori che ricevono diagnosi infauste o a cui è proposta l’interruzione di gravidanza, sia dai
genitori che affrontano un parto prematuro e il difficile percorso della terapia intensiva neonatale.
La stessa gamma di sensazioni è descritta ovviamente anche dai genitori che per diversi motivi,
perdono i loro figli a breve distanza dal parto.
Molte persone, spesso in modo inconsapevole, costruiscono una barriera protettiva contro il dolore
e cercano di tenersi a distanza dalle emozioni negative, perché non sanno bene come affrontarle.

Nella maggior parte dei casi potresti sentirti dire decine di frasi “di consolazione”, che potrebbero
sembrare disturbanti, ingiuste od offensive (“ne farai un altro”, “sarebbe stato peggio se…”, “non
ci pensare”, “l’ha voluto con sé il Signore” “siete giovani”, “non era neanche un bambino”);
ricorda che questo momento di dolore crea molto disagio, e non tutti riescono a fornirti il sostegno
che vorresti.
Molte persone si sentono in difficoltà anche solo al pensiero di quello che ci è capitato, non
riescono a parlare del nostro bambino che non c’è più, e dunque evitano l’argomento, non chiedono
nulla, come se quel bambino non fosse mai esistito: come genitore di quel bambino che non c’è più,
ma che è stato con te, potresti sentirti molto solo ed incompreso.
Riconoscere l’identità di quel bambino, di cui spessissimo non si parla e non si chiede, è invece
molto importante per te genitore e per gli altri fratellini; il tuo bambino, anche se è andato via
troppo presto, ha già un suo posto nella tua mente e nel tuo cuore, ed è importante, nonostante la
difficoltà dei primi momenti, tenere presente che la sua presenza/assenza sarà molto forte nei mesi
successivi del lutto.
Per molte persone, spesso anche per i tuoi parenti, non c’è spazio per il ricordo e la memoria, per il
suo nome, per i ricordi legati alla gravidanza o al parto, perché per loro ricordare è troppo doloroso,
e questo può capitare anche ad alcuni genitori, ancora troppo scioccati dall’evento.
In molti altri casi invece, potresti sentire la necessità di parlare con qualcuno di tutte queste cose,
ma vergognarti o sentirti imbarazzato a farlo; in queste circostanze può essere molto importante
condividere le proprie storie con altri genitori che hanno perso un figlio in gravidanza o in epoca
perinatale, per avere uno spazio di confronto e scambio.

Rifletti però sul fatto che ogni genitore ha i suoi tempi e le sue modalità.
• Alcuni genitori (soprattutto i padri) non riescono a parlare facilmente dell’accaduto o dei
ricordi della gravidanza, e tendono a chiudersi nel loro dolore.
• Altri genitori rifiutano qualunque forma di aiuto esterno, perché ancora troppo scossi o
arrabbiati.
• Altri iniziano a cercare attivamente (ad esempio su internet) qualche testimonianza di altri
genitori, leggono libri, nel tentativo di orientarsi meglio.
• In alcuni casi il dolore è così forte da paralizzare qualunque iniziativa; i genitori in questo
caso non vogliono sentir parlare dell’accaduto, non vogliono cercare aiuto, sentono solo
profonde emozioni di rabbia, incredulità e dolore.

Cerca di capire bene in quale fase sei, e rispetta il tuo momento: il percorso del lutto è formato
da tanti passi, non c’è un ordine prestabilito, non c’è una reazione giusta ed una sbagliata,
prenditi il tempo per decidere cosa è meglio per te e per il tuo partner e prova ad agire di
conseguenza.

Non so più chi sono, forse non sono più io…


le emozioni ed i pensieri nei giorni successivi alla perdita

La morte di un bambino in gravidanza o dopo la nascita interrompe bruscamente una relazione che
si è costruita nel tempo tra la mamma, il bambino ed il resto della famiglia, lasciando una brusca
frattura nel percorso immaginato e atteso. La rottura di questo legame già saldo e profondo, anche
se vissuto in gran parte o esclusivamente all’interno del corpo materno, è un evento innaturale
totalmente al di fuori di una realtà comprensibile e accettabile.
Questa esperienza di lacerazione tra il prima ed il dopo è comune a tutte le donne che perdono un
bambino in gravidanza, in qualunque epoca gestazionale.
La perdita di un figlio, soprattutto nel caso di una morte intrauterina o di una interruzione di
gravidanza per patologia fetale, sembra particolarmente crudele nei giorni successivi al parto,
quando “biologicamente” il corpo della madre è preparato e predisposto all’allattamento e
all’accudimento senza più nessuno da accudire.

Potrebbe ad esempio capitarti:

• che il pianto di altri neonati promuova la produzione di latte


• di non riuscire ad affrontare, incontrare e frequentare altre donne in gravidanza o con
bambini piccoli
• di accettare con difficoltà e rabbia il tuo corpo, preparato per l’allattamento, e le sue forme
da nutrice, non avendo purtroppo un bambino da nutrire.

E’ impossibile descrivere in modo esauriente TUTTE le emozioni e tutti i pensieri sperimentati


dalle madri e dai padri colpiti da lutto, tuttavia ci sono vissuti estremamente comuni.
Tra le emozioni ed i pensieri più frequenti troviamo una dolorosa sensazione (sia fisica che
mentale) di vuoto e di sbigottimento.
Alcune mamme avvertono una sensazione di irrealtà associata a tristezza, che può combinarsi ad
agitazione e tendenza a tenersi estremamente occupate, quasi per poter evitare di pensare
all’accaduto.
Nei giorni successivi alla morte del bambino sono spesso presenti emozioni della sfera negativa,
come

• tristezza,
• angoscia,
• senso di colpa,
• apatia,
• notevole rimuginio (“è colpa mia”, “avrei dovuto /non avrei dovuto fare”, “se solo avessi/ se
non avessi” e così via).
E’ importante ricordare che nel corso della stessa giornata possono avvicendarsi stati d’animo molto
diversi, e profondi sentimenti di dolore e disperazione possono fare il posto a pensieri intrusivi sulla
colpa, ai ricordi di quanto è accaduto, ai momenti di iperattività, e di estraneità, in cui l’umore può
sembrare fin troppo positivo.
In generale sensazioni e pensieri così violenti e talvolta discordanti ci allarmano molto; potresti
avere paura di impazzire e di non sopportare il dolore, e potresti ritenerti inadeguata e incapace di
affrontare questo evento. Soprattutto se hai alterazioni dei ritmi fisiologici soprattutto del sonno, e
dell’appetito, cerca di ritrovare un tuo ritmo, osserva in quale momento della giornata stai meglio e
cosa o chi contribuisce al tuo benessere, e prova a concentrarti su questi aspetti.
Le emozioni negative, che dobbiamo necessariamente provare perché fanno parte del lutto, non
sono fisse, ma variano in intensità e durata: approfittiamo dei momenti meno pesanti per “prendere
fiato”, e ricordiamoci che stiamo facendo un percorso difficile, al termine del quale riusciremo a
stare meglio.
In questi momenti il contributo sincero delle persone vicine a te può essere di grande aiuto per
formare una sorta di “rete protettiva”; per i genitori è importante essere liberi di poter esprimere i
propri pensieri e sentimenti, e di avere tempo a disposizione per iniziare il processo di elaborazione
del lutto. Anche se non sei abituato/a, chiedi aiuto agli altri perché si occupino di ciò che tu non
puoi o non riesci a fare (dalle faccende domestiche, alla preparazione dei pasti, alle varie attività
della famiglia, come l’intrattenimento degli altri bambini e così via …); prenditi il tempo per
recuperare le energie, sei in un momento difficile, è normale chiedere e ricevere aiuto.

Dal diario dei genitori di CiaoLapo:


Sono in lutto e….
"mi è crollato il mondo addosso"
"niente sarà più come prima"
"ho paura"
"penso che non supererò mai questo momento"
"non posso accettare che sia accaduto a me"
"devo sforzarmi di andare avanti, altrimenti non passerà mai il dolore"
"solo un altro figlio potrà rendermi un pò di serenità"
"non voglio essere in lutto"
"mi fa orrore l'idea che possa non passare mai"
"voglio tornare quello/a di prima"
"devo reagire per il bene di..."
"parlare del lutto mi fa soffrire"
"leggere le altre storie mi fa stare peggio"
"quando vengo su CiaoLapo piango"
"siccome aspetto un altro bambino non posso più soffrire così e devo sforzarmi di accettare"
"mi hanno detto che parlarne mi farà stare meglio".

potresti annotare su un taccuino (o sulla nostra pagina di facebook, o sul nostro social interno del sito
di CiaoLapo riservato agli utenti registrati) le emozioni ed i pensieri quotidiani più frequenti nel tuo
percorso di lutto: è un sollievo scoprire che dopo qualche mese di apnea solitamente il nostro “fisico”
trova un suo equilibrio, anche se dinamico e un po’ precario, e il profondo malessere iniziale si modifica
nel tempo, e arriviamo a scoprire nuove risorse personali per attraversare il lutto.
Per i padri

Senza mio figlio


Massimo Capozza

Uno spazio bianco dopo la parola Padre.


Vuoto lungo una vita.
Perduto prima di arrivare.
Le braccia serrano il niente, prima di tornare da Lei.
Niente occhi da guardare.
Ma la visione di te non c’entra nulla con la vista.
Così nessuno si accorge del bimbo accanto a me.
Nessuno ti sente ridere con me, e respirare.
E nessuno sa il posto dei giochi:
per sempre,
lontanissimo e segreto.
Però hai ricevuto un poco del mio respiro.

Sembra quasi una lacrima.

Il lutto viene percepito ed affrontato in modo molto diverso dagli uomini e dalle donne: è possibile
che i padri e le madri esprimano emozioni o abbiano pensieri contrastanti rispetto allo stesso evento
luttuoso, e al modo di affrontarlo.

Reagire in modo diverso non significa essere distanti come coppia o come famiglia, non soffrire
abbastanza, o al contrario “drammatizzare tutto”. Avere modi diversi di affrontare e vivere il lutto
non ci dice che “non andiamo più d’accordo”, ma semplicemente significa soltanto che utilizziamo
differenti meccanismi per affrontare l’evento di perdita e cercare di elaborare il lutto. Ognuno
reagisce nel modo che ritiene più adatto a se stesso, e l’obiettivo condiviso di una coppia salda e
affiatata non dovrebbe essere “reagire alla stessa maniera” (come ho pensato io, nei primi mesi
dopo il lutto di Lapo), ma “superare le difficoltà associate al lutto” (come poi fortunatamente io e
mio marito abbiamo cominciato a fare). Cerchiamo per quanto possibile di trovare l’uno nell’altro
punti di forza e di complicità, in modo da rendere meno pesante possibile il peso del lutto.

I padri, pur soffrendo della perdita dei loro figli, generalmente esprimono le emozioni in modo
diverso dalle madri; tendenzialmente gli uomini si negano l’espressione di molte emozioni negative
(il dolore, la disperazione, il pianto), e ciò può essere motivo di incomprensione nella coppia tale da
scatenare crisi importanti (si è valutato in un recente studio sociologico che almeno un terzo dei
divorzi nelle giovani coppie americane è imputabile a una perdita perinatale).
La differenza tra l’espressione del lutto nelle madri e nei padri è stata ignorata per molti anni. In
passato si è data priorità al lutto delle madri, pensando erroneamente che i padri soffrissero in
misura nettamente minore e per certi versi trascurabile; per molto tempo ai padri è stato attribuito il
ruolo di accudire le madri e sostenerle dopo la perdita, fungendo da punto di riferimento della
coppia. Fino a pochi anni fa i padri non avevano uno spazio riconosciuto nel dolore della perdita di
un figlio in gravidanza, non veniva loro chiesto di esprimere i pensieri e le emozioni del lutto, non
si pensava che ce ne fosse bisogno. Si credeva infatti che solo la madre soffrisse per la perdita e che
il padre si “attaccasse” al bambino solo dopo la sua nascita.
Molti padri reagivano in passato e reagiscono oggi chiudendosi in sé stessi, negando la loro
sofferenza.
Per mitigare il dolore molti uomini ricorrono a nuove attività (sport eccessivo, doppio lavoro,
esecuzione di nuovi hobby) oppure utilizzano metodi pericolosi per la salute (ricorso ad alcol, gioco
d’azzardo, spese eccessive, licenziamenti improvvisi etc).

“Ho deciso che avrei preso il brevetto per pilota d’aereo:


volare mi avrebbe avvicinato a mio figlio”

“Lavorare, lavorare, lavorare: sordo a tutto e tutti, preoccupato per mia moglie a casa per la
maternità obbligatoria, col cervello ottuso dal dolore. Solo lavorare mi permetteva di continuare a
sentirmi vivo, e di non annegare nel dolore”

La differenza nelle reazioni tra madri e padri dipende soprattutto dal ruolo delle tradizioni culturali
e sociali: siamo abituati a ritenere, in modo del tutto improprio ed ingiustificato, che gli uomini
debbano essere forti e stabili di fronte agli eventi e che non debbano manifestare la sofferenza, sia
fisica che emotiva. Per tradizione e per cultura sociale, l’uomo consola e sostiene, non “entra in
crisi”, non piange, non esprime dolore, e fornisce sempre un’immagine di sé sicura e salda.
Dall’uomo ci si aspetta che superi l’evento con agilità e in poco tempo, dedicando tutte le energie
alla cura della compagna.
Questa abitudine culturale a negare il lutto e le sue espressioni negli uomini oltre ad essere piuttosto
antica e basata su una divisione sessista della società e dei ruoli, è del tutto controproducente per il
benessere psicologico degli uomini. Fin da bambini si insegna ai maschietti che “non devono
piangere”, che piangere è vergogna o debolezza, che solo le femminucce piangono e hanno paura.
Come se un uomo non provasse le emozioni che biologicamente il cervello umano codifica e
recepisce.
L’essere umano prova 5 emozioni fondamentali, gioia, tristezza, rabbia, paura e disgusto; se è
naturale per l’essere umano sperimentare queste emozioni, dovrebbe essere altrettanto naturale
poterle esprimere e poter imparare un’espressione sociale condivisibile ed utile di queste emozioni.
Invece, ancora troppo spesso, capita che la società richieda di adeguarsi a certi stereotipi di
comportamento, insegnando ai bambini che non si manifestano le emozioni, che vanno tenute
nascoste e che è meglio riuscire a non provarle e a scacciarle via. Questi bambini, da adulti, si
troveranno in difficoltà di fronte ad eventi di perdita, che per essere elaborati necessitano un
profondo incontro con le proprie emozioni ed i propri pensieri.
Bisogna aggiungere che in molti casi, proprio a causa di questa cornice culturale, secondo la quale
l’uomo è distaccato, non soffre e comunque deve essere forte, ai papà vengono affidati compiti in
realtà molto difficili dal punto di vista emotivo, come ad esempio informare la moglie del decesso
del bambino, restare soli con i propri bambini defunti, dover prendere decisioni urgenti o sbrigare
pratiche burocratiche, vedere morire i propri figli in incubatrice. Dopo aver vissuto quei momenti
così difficili, molti padri, se non sono adeguatamente sostenuti da personale empatico e preparato,
vanno incontro ad un vero e proprio disturbo post traumatico da stress, con flashback, paura,
emozioni vivide e disturbanti, che può durare anni e rendere impensabile una nuova paternità piena
e consapevole. Anche per l’assistenza ai papà è necessaria cura e supporto, accompagnamento
delicato alle decisioni e al saluto del proprio bambino.

Quando è morto nell’incubatrice eravamo soli,


e io mi sentivo straziato e impotente.
Non dimenticherò mai quella manina,
e il rumore del monitor,
e il silenzio che mi circondava,
come se il mio dolore fosse solo mio,
e di nessun altro lì intorno.
Massimo
I papà sembrerebbero dunque “svantaggiati” nell’elaborazione del lutto, per questa lunga serie di
“errori culturali”. Il risultato può essere particolarmente doloroso: potrebbero durare fatica a
riconoscere emozioni per lungo tempo tenute nascoste e inespresse, oppure potrebbero riconoscerle
ma sentirsi obbligati a non esprimerle, per imbarazzo o paura di essere giudicati, oppure potrebbero
saltare questo passaggio e semplicemente cercare di impedirsi di soffrire, adottando vie di fuga di
ogni genere.
Un padre colpito da perdita perinatale, dopo un lungo progetto di genitorialità, ha invece bisogno di
elaborare il lutto, di comprendere cosa prova per il bambino perduto e di trovare la strada più giusta
ed equilibrata per affrontare questa esperienza.

Come padre, potresti provare molte emozioni di tristezza, infelicità e smarrimento:


• accoglile, cerca di non respingerle e non minimizzarle, saranno più facili da modificare nel
corso del tempo;
• talvolta potresti sentirti spinto a non esprimere i tuoi pensieri e le tue emozioni con gli altri,
temendo di essere giudicato: ricorda che il dolore fa parte delle emozioni dell’uomo e quindi
è giusto esprimerlo liberamente;
• potresti sentirti obbligato a limitare il tuo dolore per assistere la tua compagna nel migliore
dei modi: parla con lei dei tuoi pensieri, alle madri fa molto bene sapere che molte loro
emozioni sono condivise dal proprio compagno;
• potresti adottare una delle seguenti strategie per limitare il dolore: isolamento in te stesso,
silenzio ed evitamento dell’argomento, iperattività, rabbia, comportamenti compulsivi di
compenso (uso di alcol, farmaci etc); questi metodi in realtà rallentano il processo di lutto, ci
allontanano dal raggiungimento del nostro obiettivo, che è quello di recuperare il senso della
nostra vita e condividerlo con le persone che amiamo, nel ricordo dei nostri bambini che non
ci sono più.

Le testimonianze dei papà

“Credo che il dolore abbia molti aspetti, sono corde che suonano con timbri diversi. Il dolore di una
madre penso sia acuto e lacerante poichè una parte di sè si stacca affettivamente ma soprattutto
fisicamente dal suo corpo. Per un padre non può essere uguale perchè l'esperienza fisica dell'aver
portato dentro di sè un figlio è innimaginabile ma questo non significa che non ci sia dolore.
L'uomo poi ha un modo totalmente differente di manifestare il dolore, è educato a trattenere, magari
a smaltire la sofferenza per vie traverse non sempre comprensibili per una donna con il rischio di
sentirsi anche dire che non sta soffrendo. Credo che sia un dolore diverso e basta che solo tra
uomini riescono a spiegarsi. La loro diversità non è comunque un handicap nemmeno nella
sofferenza poichè spesso sono proprio loro con il loro atteggiamento che tirano fuori le loro donne
dal guscio del lutto riportando la speranza che il domani non ti restituisce quello che ti ha tolto
l'oggi ma che non ci è concesso rimanere per sempre nel lutto. E grazie a loro le mamme madri di
bambini invisibili seppur ferite e con una parte di loro strappata per sempre tornano in piedi per
camminare nella vita”

“Per esperienza personale, credo che il dolore di una mamma sia diverso, non so dire se più
profondo o peggiore, ma il fatto che abbia portato in grembo il proprio bimbo costituisce un legame
indissolubile, che forse noi padri, per quanto partecipi nell'attesa e pieni di premure per la mamma
ed il nascituro, possiamo solo cercare di immaginare; questo non toglie che il dolore che ho provato
per la perdita di Mariasole sia stato lacerante; spesso i padri si fanno questo, "fanno finta" di stare
"abbastanza bene" e assumono il ruolo di sostegno che è fondamentale affinché la propria
compagna possa cercare di stare un po' meglio (nel possibile, ovviamente). Personalmente ho
provato ad andare avanti in questo modo il più possibile, ma ad un certo punto non ce l'ho fatta e
sono crollato. Non c'è alcuna vergogna per un padre piangere, disperarsi e anche maledire qualsiasi
cosa se sente di farlo. Spesso siamo obnubilati dalle "apparenze" che ci fanno credere che
comportarsi in un "certo modo" sia la cosa migliore, ma in realtà le cose stanno diversamente; si è
uomini quando abbiamo il coraggio di ammettere che anche noi abbiamo le nostre "debolezze" ed
affrontiamo a viso aperto quella che è la dura realtà. Sappiamo tutti purtroppo che la perdita di un
figlio è la cosa peggiore che possa accadere e non c'è assolutamente nulla di male agire come ci si
sente. Sempre per esperienza personale, abbiamo viste chiuse molte porte in faccia quando
volevamo parlare di ciò che era accaduto e questo perché per qualche oscuro motivo di certe cose
non si deve parlarne...invece NO, SI DEVE PARLARNE, e anche a voce alta! e non aver paura di
agire come ci si sente. CiaoLapo mi ha dato l'opportunità di conoscere diversi papà speciali e da
quel che ho visto ti garantisco che nessuno di loro ha sofferto "meno", ma in maniera diversa
proprio perché non abbiamo la possibilità di vivere allo stesso modo l'attesa della gravidanza
(Roberto)”

“I padri hanno un’educazione diversa diciamo "maschile", non devono mostrare le loro emozioni,
devono rimanere saldi e reggere il mondo che crolla, finchè non vedono la loro compagna andare
avanti e elaborare il lutto restano fermi con il loro e lo covano dentro, solo quando vedono la loro
compagna stare meglio, iniziano il loro percorso. Non ce niente che possa ferire di più in quei
momenti che sentirsi dire dalla compagna, tu non piagi, non ti importa niente o l'hai dimenticato..
muori dentro ma stai zitto. Scommetto che ogni padre ha pianto in macchina da solo o nel letto
girato dal lato opposto e ha odiato il mondo; in un attimo a perso il figlio/a, la compagna che
conosceva e la speranza per il futuro. Ma che fai? sai che se piangi generi dolore nella tua
compagna, che stà già soffrendo abbastanza, allora ingoi e tiri avanti, aspettando che arrivi il tuo
turno per piangere, perchè ora tocca a lei e tu devi mandare avanti quel che resta della famiglia
raccogliendo i cocci e devi andare a lavorare perchè a te non danno i giorni per stare a casa per il
mondo tu sei un uomo mica stai soffrendo, hai solo avuto sfortuna, ti dicono sei giovane ne avrai
altri e tu anuisci e li maledici sorridendo...ti prego non dire o pensare che lui non soffre come te o se
ne frega tanto vale pugnalarlo al cuore, lui soffre per vostro figlio e anche per te. ne parla per 5
minuti perchè al sesto crollerebbe a piagere e non può farlo. Dagli tempo smetti di pensare come
una donna che deve per forza parlare dei propri sentimenti ma prova a pensare come un uomo che
non è stato educato a farlo, per lui è una tortura sulla tortura se viene forzato, lo farà ma con i sui
tempi e i suoi modi. Ci sono coppie scoppiate proprio perchè le mogli accusavano il marito di ciò e
che hanno iniziato ad odiarlo senza vedere la sua sofferenza ma egoisticamente solo la propria. La
prova è durissima ma da soli lo è molto di più. (Chicco).”

“Il giorno che gli ho detto che la sentivo muovere stranamente e poco, lui mi ha detto che si è
rivolto alla ecografia di Eleonora dicendogli "non mi fare brutti scherzi" mi è suonata così strana
questa sua frase, lui che è sempre stato positivo verso la gravidanza della Ele, poi lei è morta e lui
non era con noi mentre Eleonora nasceva, ho cercato di parlare con lui, ma lui non vuole parlare...
lui tiene tutto dentro..... non essendoci stato quando nasceva, non si è neppure reso conto che lo
partorita.... e come se lui avesse cancellato quel momento.... solo perchè lui affronta così il
dolore....so che anche a lui manca molto Ele... ma non si parta di lei perchè fa ancora male anche se
sono passati quasi due anni.....(mamma cristina)”

“Poco più di due anni a noi è morta Valentina, la nostra prima e unica figlia, nel giorno che doveva
in teoria nascere e per gravi complicazioni, per salvare Teresa, mia moglie, ci è stato tolto
definitivamente anche la possibilità di avere altri bambini naturali. Bè, come potete immaginare,
quel giorno ha stravolto totalmente la nostra vita; io sono sempre stato uno dalla lacrime facile,
anche per cose molto molto stupide ma non me ne sono mai vergognato, però nei successivi 6 mesi
alla morte di Valentina non ho versato la più piccola lacrima, non mi riconoscevo più. Sin dal primo
momento che abbiamo saputo di aspettare un figlio io mi sono sentito padre a tutti gli effetti e ho
cercato con tutte le mie forze di vivere i nove mesi della gravidanza da "padre". Dopo la morte di
Valentina il dolore è stato terrificante, disorientamento totale, anche se dovevo in un qualche modo
reagire rapidamente visto Teresa é rimasta in ospedale per un pò di tempo poi ha dovuto sopportare
una severa convalescenza. A me non è mai piaciuto fare confronti o graduatorie però credetemi per
un padre che matura negli anni la consapevolezza, come è successo a me, di "voler essere padre" e
vive intensamente il periodo della gravidanza, la perdita di un figlio in utero è un dolore atroce che
ti lacera e spesso diventa quasi insopportabile. Per fortuna io e Teresa abbiamo sempre cercato di
scambiarci il più possibile le nostre emozioni ed i nostri stati d'animo, questo è stato fondamentale e
ci ha aiutato tanto, però parallelamente ci siamo fatto aiutare, anche qui fortunatamente, da persone
giuste. Nei mesi successivi ho cercato di trasformare il dolore, diciamo in energia positiva, e di
trovare un modo di far rimanere vivo il ricordo di Valentina; bè il giorno sono riuscito
concretamente a farlo ho pianto a dirotto. Da lì però ho capito di essere di nuovo il Luciano che
conoscevo e che quello doveva essere il mio modo per sentirmi nuovamente padre (Luciano).”
La perdita e la famiglia: cosa dico ai fratellini?
A cura di Cecilia Ginanni

Mamma, dove è la pancia? E il fratellino?


Quando torna? Dove è andato? Uffa, io ci volevo tanto giocare…
Giulio, 2 anni e mezzo

Il lutto della perdita colpisce, sebbene con modalità e tempi diversi, tutti i membri della famiglia:
zii, nonni ed eventuali fratellini. E’ importante, se sono presenti fratellini o cugini piccoli, dare loro
spiegazioni semplici ed il più possibile reali sull’accaduto; sarebbe importante raccontare a loro la
stessa versione dei fatti e non negare l’accaduto ma condividere le proprie emozioni ( sono triste
perché, sono arrabbiata perché). Tutto ciò al fine di permettere ai bambini di poter comprendere
quelle che sta succedendo, e dare anche a loro l’opportunità di mostrare e vivere il proprio dolore.
Così, nei primi momenti, quando piangere sembrerà inevitabile, sarà dunque lecito piangere, anche
in presenza dei più piccoli, avendo cura di esprimere con parole chiare le emozioni che stiamo
provando.
Molti genitori ritengono non necessario esporre i propri figli a situazioni dolorose, evitano così di
condividere con loro i sentimenti della perdita e di mostrarsi tristi, pensando di preservarli da un
trauma e dalla morte. Ma la vita racchiude comunque in sé il concetto di morte: non si può vivere
senza morire. La scoperta della morte è un passaggio di crescita inevitabile e non è immaginabile
poter preservare i nostri figli dall’impatto di questo concetto, trasformandoci in scudo.
I bambini hanno bisogno di aiuto per comprendere ed elaborare il dolore di una perdita, nonostante
non ci sia un’indicazione standard per ogni famiglia, tuttavia ci sono alcune regole generali che vale
la pena di considerare. Nel nostro sito internet (www.ciaolapo.it), l’argomento è affrontato nel
forum grazie alla consulenza di una psicologa dell’età evolutiva, che aiuta i genitori a scegliere i
modi più opportuni per comunicare con gli altri bambini.
Bambini di età diversa percepiscono la morte in modo diverso. In linea di massima però, può essere
utile sapere, che quasi tutti i bambini dai 2-3 anni cominciano a capire la differenza tra “vivo” e
“morto”: le fiabe, i cartoni animati, ma anche la natura stessa, li aiutano a comprendere la morte
come cessazione delle funzioni vitali.
A seconda delle sue esperienze vissute ogni bambino avrà un modo personale di affrontare la morte,
e non esistono delle risposte adattabili a tutti, ma sarebbe meglio che i genitori fossero aperti ed
onesti con i loro figli. Quando i bambini sentono che è loro nascosto o non detto qualcosa, quel
qualcosa può diventare esagerato nelle loro menti e diventare di gran lunga peggiore di ciò che
realmente è. Ad esempio possono pensare che qualcosa di terribile potrà succedere a loro, o peggio
ancora alla mamma o al papà, oppure che sono responsabili della tristezza dei genitori e che non
meritano il loro affetto. Questi pensieri si possono concretizzare in comportamenti di attaccamento
smisurato nei confronti della madre oppure di regressione delle normali capacità del bambino.
I bambini non hanno bisogno di spiegazioni molto complicate; spesso sono sufficienti semplici frasi
come “il fratellino è morto perché non è cresciuto nel modo giusto”, “la mamma e il papà sono
molto tristi ma si sentiranno meno tristi col passare del tempo”.

Alcuni bambini non piangono davanti ai genitori per il timore di farli soffrire ancora, e perché
pensano che la sua mamma ed il suo papà non riescano ad accogliere anche il suo dolore. a volte è
realmente così, ma altre no. Potrebbe quindi essere importante che sia il genitore a parlare per
primo, mostrando che parlare del fratellino morto è possibile (anzi, “normale”) e lasciando il figlio
libero di chiedere.
Può capitare che il genitore non sia in grado di affrontare il proprio dolore, difficilmente allora sarà
in grado di prendersi cura anche del dolore del figlio: non è una colpa, ma è importante esserne
consapevole così da potersi fare aiutare, magari da un familiare, da un genitore che ha vissuto la
stessa esperienza oppure da un professionista.

Dopo un lutto perinatale, i genitori possono alternare sentimenti di iperprotezione nei confronti
degli altri figli, per paura che accada loro qualcosa di brutto, o sentimenti di irritazione o rabbia,
soprattutto quando sentono il bisogno di pensare al loro bimbo morto ma non ne hanno il tempo.
Queste reazioni di iperprotezione e irritazione possono rendere perplessi e sconvolti i bambini e gli
adolescenti per cui è importante, soprattutto nei primi tempi dopo il lutto, poter contare su un aiuto
esterno per avere il giusto tempo da dedicare ai figli che sono con noi, e al dolore per il bambino
che abbiamo perduto.

Come già ribadito non esistono delle formule valide ed utili per tutti, ogni genitore dovrebbe trovare
quelle più adatte per sé e per suo figlio, ma è possibile indicare alcune frasi che potrebbero rivelarsi
controproducenti. Le spiegazioni come “Gesù era da solo così ha preso il bambino per avere
compagnia”, “il bambino è in cura all'ospedale” potrebbero avere implicazioni inattese e di paura
nel bambino per cosa succederà la prossima volta che Gesù si sentirà solo o il bambino sarà malato.
Oppure dire “il fratellino è partito per un lungo viaggio”potrebbe instaurare un’attesa senza fine
nel piccolo, che si convincerà che prima o poi il fratellino/sorellina ritornerà.
Ancora, dire “L'abbiamo perduto”, “Sta dormendo”, “È volato in cielo” potrebbe generare
confusione e paura anche in/per cose normali (dormire, prendere un aereo).

Quando possibile, coinvolgeteli. Se desiderate che i vostri figli vedano il corpo del neonato morto, è
meglio discuterne con il personale dell’ospedale. Non c'è motivo per cui essi non debbano vedere e
persino tenere in braccio loro fratello o sorella morti a condizione che queste cose siano presentate
come normali dopo una morte, i bambini di solito prendono la cosa senza problemi, soprattutto se
sostenuti ed accompagnati dai genitori.
Potreste farvi aiutare, ed aiutare, i bambini a costruire la scatola dei ricordi del fratellino morto,
dove poter conservare alcuni ricordi legati al bambino che non c’è più, e dove riporre disegni o
letterine, o quant’altro che il bambino possa aver desiderio di regalare al fratellino. Così come per
gli adulti, anche per i piccoli è importante avere dei ricordi della presenza e del passaggio di una
persona cara.
Questo atteggiamento di condivisione, poco diffuso in Italia, è in realtà assai presente in molti altri
paesi del mondo, specialmente di cultura anglosassone, nei quali la condivisione della morte con i
bambini non è un tabù culturale.
I fratellini dovrebbero poter partecipare anche agli eventuali riti funebri e far visita al bambino al
cimitero o al giardino del ricordo. . Il funerale è un importante momento di commiato, precludere
questa esperienza al bambino equivale a privarlo di qualcosa, oltre ad escluderlo da un evento di
famiglia. Allontanare il bambino durante il funerale (a meno che non sia lui stesso a chiederlo),
equivale a un non-coinvolgimento, quasi ad un abbandono, il bambino dovrà gestire il suo dolore da
solo e non avrà la possibilità di condividerlo. Il bambino ha bisogno di piangere e poter condividere
le sue lacrime, vedere il comportamento delle altre persone presenti al funerale può aiutarlo a
normalizzare il suo dolore.
Le emozioni dei bambini di fronte al lutto
Le reazioni dei bambini alla perdita sono influenzate da diversi fattori, fra cui l’età, le competenze
emotive, il rapporto con il fratellino, presente anche da fuori a dentro la pancia della mamma; la
maggior parte dei bambini si sente in colpa dopo la morte del bimbo e si incolpano pensando che i
loro pensieri di gelosia o rabbia lo abbiano ucciso. Questo normale sentimento di colpa è presente
anche nei genitori. E' importante che i genitori sollevino la questione dicendo cose come “non è
stata colpa di nessuno” e sottolineando che sentirsi in colpa è normale, che anche loro si sentono
così, anche se non sono stati responsabili.
Il tempo del lutto è un momento molto intenso per i nostri bambini che dovranno riuscire ad usare
tutti gli strumenti emotivi che hanno a disposizione.
I bambini provano il dolore a modo loro, l’espressione del dolore può essere molto dilatata nel
tempo. Alcuni non mostrano dolore finché non sentono che i loro genitori stanno meglio.
Comunque, è più salutare se possono esprimere il loro dolore quasi subito dopo che il neonato è
morto. Se un bambino inizia a mostrare il suo dolore solo molti mesi dopo la morte, i genitori
possono essere confusi sulla causa. Spesso una chiacchierata su ciò che è successo, permettendo al
bambino di usare i giocattoli per rappresentare gli eventi, può far sentire tutto più sotto controllo. I
bambini usano spesso giocattoli per aiutarsi ad elaborare la sorpresa e il dolore. Il modo in cui lo
fanno può essere sconvolgente per gli adulti che di solito non sono così schietti riguardo alla morte,
come invece sanno essere i bambini.
I bambini, come gli adulti, possono usare cose divertenti come scherzi o risate per nascondere o
raggirare una preoccupazione o tristezza opprimente quando sentono parlare della morte del loro
fratellino o sorellina. Ciò può essere sconcertante per i genitori che non si aspettano questa
reazione.
Poiché il bambino può considerare come luogo comune avere un neonato morto in famiglia, i
bambini possono sconvolgere gli adulti chiedendo alle donne incinta o alle coppie con neonati
quando il piccolo morirà. Questo è il loro modo di comprendere la loro tristezza e confusione sul
perché i neonati muoiono. Potete aiutare vostro figlio con una discussione che gli permetta di capire
che non tutti i neonati muoiono.
I bambini in lutto possono provare, nello stesso momento, emozioni e sentimenti contrastanti, ciò
può spaventarli molto e provocare sconcerto anche nelle persone a loro vicine, ma è un processo
normale e utile per l’elaborazione del loro dolore.
Non è possibile elencare una serie di reazioni emotive e fisiche uguali per tutti, ma indicare quelle
che più comunemente si possono presentare:
• dolore per sé e per i propri cari;
• senso di impotenza
• rabbia, anche nei confronti del fratellino che se ne è andato;
• paura e ansia per la morte
• depressione
• senso di abbandono
• alternanza di sentimenti positivi e negativi

Anche a livello fisico si possono presentare alcuni sintomi, spesso in contrapposizione fra loro:
• insonnia oppure dormire per molto tempo oltre il necessario
• mancanza d’appetito oppure fame eccessiva
• stanchezza oppure energia in eccesso.

I genitori, o gli adulti dovrebbero osservare il comportamento e gli atteggiamenti dei piccoli,
cercando di cogliere le emozioni (in-) espresse e le nuove strategie adattive.
Se vostro figlio va a scuola, è importante che la scuola sappia della tragedia che è successa., le
insegnanti devono essere preparate ad accogliere il bambino dopo la perdita. Molto spesso ne sarà
influenzata la concentrazione che il bambino avrà a scuola. Essi potrebbero stare attenti solo per un
breve periodo di tempo e il loro lavoro ne potrebbe risentire. Solitamente si presume che i loro
amici siano comprensivi. Comunque, alcuni bambini si sono visti prendere in giro al campo giochi
per la morte del neonato. Questo si aggiunge al loro dolore ma è qualcosa di cui non si sentono in
grado di discuterne a casa perché potrebbe aumentare il vostro dolore. Potreste dar loro l'input
chiedendo come sta andando a scuola e scoprendo così chi dà loro appoggio e chi è sgradevole con
loro. Potete aiutarli a capire che spesso è per paura che qualcosa di così spaventoso possa succedere
anche a loro che porta alcuni bambini a comportarsi così male.
Come aiutare l’elaborazione del lutto nei bambini:

• L’associazione EMDR Italia (www.emdritalia.it), si occupa di sostegno psicologico ai


bambini in lutto, sia attraverso sedute terapeutiche, sia con l’autoaiuto: è disponibile “Tu
non ci sei più e io mi sento giù” curato dalla dott.ssa Anna Rita Verardo e dott.ssa Rita
Russo, rivolto a genitori, familiari e maestri, per aiutare gli adulti e i bambini a condividere
l’elaborazione del lutto.
• L’associazione CiaoLapo Onlus ha pubblicato “Nella scia di una stella cadente. Storia di
due gattini e di un fratellino speciale” pensata per accompagnare l’elaborazione del lutto nei
fratelli maggiori, con parole semplici e toni pacati ma sinceri.
• Pensato per i fratelli più grandi (7-10 anni), nel 2012 è uscito anche “La regina
Cuordighiaccio”. I testi sono disponibili previa donazione direttamente presso
l’associazione CiaoLapo, oppure possono essere ordinati presso l’editore (Ipertesto
Edizioni), o nelle principali librerie online.

Nel forum dell’associazione è presente dal 2007 una sezione di psicologia dell’età evolutiva
moderata dalla dottoressa Simona Agosti. Molti argomenti sono stati in questi anni affrontati dai
genitori e dalla dottoressa, e nel forum sono presenti molti spinti di riflessione utili per le famiglie
che devono affrontare il lutto insieme ai fratellini più grandi.
Il lutto in famiglia
i nonni e gli zii - testimonianze

Sono la nonna di Adelina, anzi lo sarei stata, una splendida bimba nata morta il 5 gennaio u.s..
E' stata ed è ancora l'esperienza più brutta, dolorosa e non esagero devastante della mia vita.
Il dolore per due persone, la figlia che sembrava aver raggiunto finalmente al terzo tentativo la sua e nostra
felicità, e la nipotina nata morta.
Un dolore lacerante che solo noi mamme possiamo capire.
Tutto senza capire perchè e per come.
Sono quasi passati 3 mesi, mi sembra proprio ieri quando realizzavo il suo corredino, orgogliosa le mie
miniature che immaginavo di vederle addosso, e le mie lacrime sono solo un pò meno cocenti di "quei
giorni".
Ho paura, ho tanta paura per mia figlia ma non vedo l'ora di ricominciare a sperare per una prossima vita,
anche se non dimenticherò ma, come dice mia figlia, l'uccellino che è volato via.

Cosa si puo' dire davanti ad un essere piccolo piccolo, un angelo. (anche il nome) ANGELO.
Scelto per caso o perchè lo era davvero. Un angelo sceso in terra solo per pochi giorni.
Ma abbastanza per essere entrato nei nostri cuori....
CIAO PICCOLO GRANDE ANGELO, SEI E SARAI UNO DI NOI.
zio Franco.

Essere nonna è l’esperienza della vita, lo sono diventata per la prima volta a 47 anni, ma quando la mattina
del 19 febbraio del 2009 mia figlia Cinzia passò a salutarmi con la valigia in mano ero ad un passo per
diventarlo per la mia quarta volta.
Virginia, la mia nipotina si chiama così, doveva essere la bambina più viziata di tutta la tribù, arrivava dal
suo viaggio dopo 15 anni dal mio primo nipote Federico, nonché fratello della Virgi, così l’avremmo
soprannominata.
Mia figlia Cinzia non voleva nessuno in sala d’aspetto in Ospedale ed io rimasi a casa ad aspettare la
notizia, poi una telefonata da parte di mio genero Maurizio, mi avvertì di andare in ospedale che era
successa una disgrazia e lì il mio sogno prese un’altra dimensione.
Ho cullato mia nipote Virginia priva della vita ed è stato tutto molto veloce, il medico venne da me per
chiedermi se volevo dire io alla sua mamma quando si sarebbe svegliata che la bambina era morta ma io gli
risposi che doveva essere lui a darne la notizia.
Il tempo di vestire Virginia, di fare una fotografia e di chiedere a mia figlia quando si svegliò dall’anestesia
del parto cesareo in emergenza, praticato per tentare di salvare la mia nipotina se voleva vederla e lei mi
rispose con un filo di voce di si.
Ho avvicinato la culletta di Virginia alla sua mamma e sono rimasta accanto a loro.
Sono passati tre anni, stare accanto alla disperazione di mia figlia non è facile, provo ad esserci come
nonna di Virginia ricordandola spesso con un piccolo pensiero (un fiore, un pupazzetto, un discorso su
Virginia) provo ad esserci come madre, stando accanto a mia figlia e sentendo la presenza/assenza di mia
nipote e anche dei suoi fratellini che dopo di lei prematuramente non hanno potuto venire al mondo.
Non è facile per nessuno
Anna la nonna di Virginia
Bene, da dove si comincia? dall'inizio o dalla fine?

Dalla fine della vita normale e inconsapevole o dall'inizio di quella nuova e strana?
Scrivo a distanza di tre anni dalla normalità.
Nel 2009 dei miei diciassette anni, a natale, mia sorella aveva annunciato la necessità di aggiungere un
posto a tavola per l'anno dopo... aiuto, divento zia!
Che nervoso sopratutto, con i nostri 10 anni di differenza mia sorella non è solo mia sorella. E' l'ancora di
salvezza per ogni dubbio, è il mio torcicollo quotidiano perchè, da che io mi ricordi, ho sempre fatto tutto
con la testa rivolta verso di lei, in alto, a cercare una qualsiasi approvazione che arrivava sempre.
Con l'arrivo di un piccolo marmocchio mi sentivo gelosa oltre ogni limite a pensare che non sarebbe più
stata mia, fatta scema.
Dopo il primo impatto l'euforia inizia a prendere piede in casa, in ogni discorso la parola 'bambino' e
'pancione' ci dovevano essere, si inizia a parlarne con tutte le amiche che adorando mia sorella non possono
far altro che essere contente per lei.
Si comincia con lo shopping per quella che abbiamo scoperto essere Matilde, la mia nipotina Fagiolina;
vado a Monaco ed estasiata compro due maglie identiche dell'hard rock cafe, una per la zia e l'altra per la
bambina più ganza del pianeta, e lo è tutt'ora!
Un giorno di giugno ci viene la bella idea di portarmi a guardarla in faccia questa Fagiolina, nell'ecografia
si muove ed è tutta uno zucchero, così piccolina mentre fa le sue capriole. Come l'ho vista, anche così in
bianco e nero mi sono innamorata follemente di lei e di quel cuoricino che batteva forte.
L'ecografia va bene a parte un puntino strano nella sua minuscola vescica, vai te a pensare che quel puntino
era solo l'inizio di un buco nero, che quel puntino voleva dire che era la prima e ultima volta che la avrei
vista muoversi come una ranocchietta.
Quello lo considero l'ultimo giorno della vita normale, l'ultimo giorno in cui nella mia vita ho ignorato che i
bambini se ne vanno senza farsi vedere e lasciano una voragine dentro, ma insieme ne lasciano due, la tua e
quella tra te e gli altri.
Matilde ci ha lasciati a metà giugno del 2009, c'era il sole quel giorno e io ero incazzata nera con Fabio
Concato che alla radio cantava 'tu che sei nata dove c'è sempre il sole'. Ancora adesso quella canzone mi da
sui nervi.
Da quel giorno sono iniziate le incomprensioni con tutto quello che mi circondava: piante, animali, persone,
sassi, qualsiasi cosa.
Le mie amiche non sapevano dirmi altro che le solite frasi sul fatto che mia sorella è giovane, che ne
avrebbe avuti altri.. ok, ma la mia bambina se n'è andata! Nessuno lo capiva e di conseguenza capiva me.
Forse la facevo troppo tragica ma il pensiero di quell'esserino scalciante fuori dalle nostre vite mi spezza il
cuore ancora adesso.
Sono passati due anni e ancora la penso fortissimo, le scrivo lettere e le mando una ninna nanna telepatica,
la ringrazio perchè mi ha fatto conoscere l'amore incondizionato, in quei sei mesi ho imparato a
comprenderla e a comprendere me.
Successivamente c'è stato poi da fare i conti con i cocci di una zia e di una famiglia, non sopportavo l'idea di
un dolore così grande tra di noi.
Quante volte avrei voluto chiamare mia sorella e dirle anche solo 'Nico, sto male anche io'. Niente, non
riuscivo a fare mezzo passo nei suoi confronti, mi spaventava lei e la sua casa vuota, senza la Mati, mi
faceva paura il pensiero di conoscerla da quasi vent'anni e non sapere come stava di preciso, certo me lo
potevo immaginare alla lontana.
Adesso come allora immagino le nostre vite con lei e come sarebbe stato diverso tutto.
Io senz'altro sarei stata diversa, questa Matilde speciale mi ha cambiato la vita in meglio, nonostante tutto il
peggio. Dopo di lei arriva Olmo, che purtroppo ci lascia dopo tre mesi, senza darci il tempo di conoscerlo.
Lei è una stellina che oggi mi fa dire con tranquillità il suo nome, che mi fa spiegare con orgoglio che io una
nipotina ce l'ho, che anzi ne ho due, solo che non sono con me.
Il loro vuoto ha dato forza alle mie gambe, non era giusto essere passivi come avrei voluto, ho raccolto il
coraggio a quattro mani e ho dato uno svoltone alla Ilaria del prima.
LEI, mi ha dato la spinta, LEI!
Tutti mi dicono sempre che dopo un po' il male passa, con il tempo.
Io dico solo che dopo un po' l'amore resta lo stesso e il ricordo cambia, anche se non è lei qui, la mia Mati a
farmelo cambiare. La luce che ancora adesso mi manda ad aiutarmi è la mia ancora di salvezza, insieme
alla sua mamma che adesso sfoggia il terzo pancione tondo tondo.
In ogni caso io sono una zia, speciale o normale, di bimbi speciali o normali, luminosi e perfetti che hanno
scelto di rimanere per sempre nei nostri cuori, ritenendoli belli comodi e caldi, chissà.
Ancora adesso mi fermo e penso solo: MA QUANTO SIETE BELLI, TOPINI DELLA ZIA! Pensarli cosi mi
piace!
Ora lo posso dire che amo mia sorella più di ogni altra al mondo, che sono orgogliosa di lei, caterpillar
dagli occhi azzurri, prima non lo sapevo!
Zia Ilaria

Sono una una zia che tra figli e nipoti, vedeva tanto sole attorno a se, poco tempo ancora e sarebbe nato
Valerio il mio secondo nipotino ,sembra tutto ancora cosi indefinibile, non si può descrivere il vuoto che
lascia un'angelo, i giorni e i mesi passano ed io lo sento sempre più vicino in ogni momento della mia vita,
vedo tutto in modo differente, penso che queste ferite vengano cicatrizzate dall'amore di tutti coloro che
hanno vissuto questa realtà, ognuno di noi è una piccola goccia, che colma questa arida spaccatura,siamo una
piccola lucciola nella penombra, un sorso di amore,"come si dovrebbe agire?.." il silenzio a volte parla da
solo.
Valerio adesso é un albero dai rami bianchi che fiocca verso il cielo, egli ha lasciato le radici nei nostri
cuori e il suo volto nelle nostre anime.
ti amo piccolo mio, tua zia Paola.

Aurora
Il 20 dicembre 2010 sono diventata zia per la seconda volta, zia di una bimba speciale di nome Aurora, nata
senza vita alla 28+5w. Ho vissuto insieme a mia sorella e suo marito i tre lunghissimi giorni in ospedale e
come ripeto spesso: “ in quei tre giorni sono cresciuta di 20 anni”.
Abbiamo saputo che Aurora aveva una grave patologia al cuore circa un mese e mezzo prima della sua
nascita-morte e di quelle giornate ricordo soltanto il cielo cupo, le nuvole e la pioggia. Ogni visita era sempre
peggio e ogni volta era un dolore aggiunto, dolore su dolore, dolore per non sapere come poter aiutare mia
sorella e mio cognato, dolore perché mi sentivo piccola di fronte a ciò che stava accadendo. Aurora è nata e
mia sorella e suo marito hanno scelto di vederla ma di mantenere stretto il ricordo della sua immagine e di
non condividerlo con altri, non importa se non l’ho vista, di lei ho una bellissima ecografia in 3d che
conservo gelosamente e che porto sempre con me.
Il percorso dopo la sua nascita è stato tortuoso e ho cercato più di ogni altra cosa di star vicino a mia
sorella Giusy e a mio cognato Luca.
Nei primi mesi avevo l’esigenza di parlare spesso di Aurora, la nominavo e la ricordavo sempre, mi
arrabbiavo molto con le persone che sembravano trattare con superficialità il lutto di mia sorella, che era
anche il mio, con il passare dei mesi ho capito che non dovevo dare troppa importanza alle parole degli altri e
che chi non ha vissuto un’esperienza simile non può capire cosa si prova e che forse anche io, in passato, ero
stata superficiale rispetto al lutto di altre persone.
Ho imparato ad accettare ed elaborare il lutto, ho smesso di parlarne troppo, non perché io abbia dimenticato
Aurora, semplicemente perché ho capito che il suo è un ricordo e una realtà troppo preziosa per essere
condivisa con chi non se lo merita. Ho imparato a dialogare con lei e a leggere i segni che lei ci manda e a
ringraziarla per il dono enorme che ci ha fatto, semplicemente perché esiste. Non è facile dare una
spiegazione a tutto ciò che è successo ma credo fermamente che questa meravigliosa creatura non sia nata
per caso, doveva insegnarci qualcosa e …. l’ha fatto.
Silvia – Zia di Aurora tra le stelle e di Simone e Alessandro in terra.

PER VITTORIA
La corsa in ospedale. La preoccupazione di un parto prematuro.La gioia , ormai soffocata, di vederti ed di
abbracciarti dopo mesi di attesa. Il viso atterrito , sconvolto di tua madre che , piegata su di te ancora in
grembo, cercava in atto disperato di proteggerti da un destino inaspettato. “ Non c’è battito ! “. “Non c’è
battito!”. Ripeteva queste parole con voce sommessa , quasi in una nenia , come per cullarti , per rianimarti .
“Assurdo, impossibile, pensavo, a noi non può capitare!”. Guardavo e non volevo vedere, ascoltavo e non
volevo sentire .Troppo serena e tranquilla, senza un minimo di preoccupazione eri cresciuta mese dopo mese
per tutto il tempo della gravidanza. “Impossibile, assurdo, a noi non può capitare!”. E invece sì. Te ne eri
andata così, senza un perché in un baleno , in silenzio , senza un’avvisaglia che potesse allertarci e darci la
possibilità di tentare , di intervenire . E poi, la sala operatoria, il parto cesareo, la fredda e per noi
incomprensibile spiegazione: distacco improvviso nella parte superiore della placenta, impossibile
intervenire, impossibile prevedere. In questi casi, ci fu detto, nessuno può fare niente. Tornasti anche tu,
come tua madre, in reparto, avvolta in quel fagotto verde appoggiato su un tavolo della sala infermieri. Non
avevo il coraggio di vederti, volevo rimanere lontana dalla verità.. Il coraggio sopravvenne solo dopo un po’.
Quasi furtiva mi avvicinai e il tuo viso minuto, preciso ,quasi una miniatura , la tua espressione serena come
una bambola dagli occhi chiusi mi placò in qualche maniera : esistevi, eri con noi. Mi desti il coraggio di
parlare di te a tua madre sempre più sconvolta, annientata dal dolore, confusa dalla anestesia. Ma non avevo
parole per consolarla, non ce n’erano .Il rammarico di non averti preso in braccio, quasi timorosa di
disturbare il tuo sonno, mi provoca ancora una tristezza infinita e incolmabile. Duro è stato il periodo del
ritorno a casa senza di te. Terribili i silenzi in cui temevo di perdere anche tua madre, la mia bambina! Ma tu
da non so dove , dal cielo infinito , hai voluto regalare al tuo papà e alla tua mamma, due piccoli gioielli ,
che, pur non cancellando il dolore immenso di non averti fisicamente tra noi , hanno rasserenato e
rassereneranno per sempre i cuori di tutti. A loro, a Flavia e Matilde, racconteremo la tua storia , la storia di
Vittoria, la loro sorellina maggiore , che da un angolo del cielo le aiuta e le protegge per sempre.Sarai tu il
loro Angelo custode. Questa è la tua storia piccola vittoria , una storia che non è breve ma lunga tanto quanto
la nostra perché la tua storia è ormai la nostra storia e la nostra storia è anche la tua storia.
Ti abbraccio forte forte, nonna .

Ayla
Ripensare al giorno in cui mi è stata data la notizia che sarei diventata nonna per la prima volta vuol
dire rivivere un’esperienza, iniziata con un pianto di grande gioia, che nei mesi successivi mi
avrebbe portata a piangere di dolore per la perdita della nipote, Ayla, che mi stavo preparando ad
accogliere.
Rimangono scritte le parole che le raccontavo: le scrivevo ciò che il mio cuore semplice mi
dettava...
Dal mio diario di nonna speciale: 6 giugno 2010, due giorni prima della sua partenza (8 giugno
2010, 32+4w):
“Cara amatissima nipote, in questi mesi che ci separano dalla tua venuta tra noi abbiamo cercato,
e cerchiamo, in diversi modi, di incominciare a conoscerti ed amarti. Che creatura stupenda sei,
dono infinito di Dio, il quale ti ha affidato un compito da svolgere su questa terra. Non sei più solo
nel suo pensiero: sei materia, forma, entità, porti già in te stessa la sua presenza. Ti sta
consegnando a questa nostra umile famiglia, ricca di valori, anche se non sempre espressi al
meglio. Insieme percorreremo la strada della vita, passo dopo passo, nelle piccole e grandi fatiche
di ogni giorno. Ti racconterò le esperienze vissute di chi non incontrerai perché vissuto prima di te,
ma che ti sostiene e ti è vicino. Nel buio silenzioso, raccolto e cullante della pancia di tua mamma
Giulia ti arrivino i miei piccoli baci pieni di affetto. Desidero toccarti e accarezzarti, ma devo
pazientare ancora. Il tempo è medico e preparatorio, per essere pronti al grande giorno della tua
nascita. Ciao, tua nonna Lella.”
Ci stavamo conoscendo per prepararci al grande evento, la sua nascita. Invece lei è rinata a vita
nuova, oltre il tempo e lo spazio terreno a me conosciuto.
Non nascondo il periodo lungo di sofferenza che ho vissuto, e la fatica costante che mi ha
accompagnato, prima di trovare in me quella serenità che oggi mi fa dire a lei: grazie mia piccola
Anima di Luce, mia compagna nel mio travagliato cercare le ragioni del vivere e morire
quotidianamente.
23 agosto 2010, due mesi dopo, incontro notturno:
“Questa notte la luce della luna in cielo ha illuminato la mia stanza, mi sono svegliata e
ammirandola ho pensato a te Ayla (il cui nome significa infatti “Luce della luna”).
Continua a illuminarmi da lassù, perché ne ho bisogno; nel mio petto sento ancora il dolore…
Ma la luce in questa notte mi ridona un po’ di speranza… saperti in un mondo brillante di luce
eterna insieme ai nostri cari che vegliano su noi... Che questo mio amore per te ti giunga anche
attraverso le fatiche di ogni giorno; stammi accanto nell’attenzione e cura ai piccoli bambini che
mi sono affidati quotidianamente. Ciao piccola.”
Ora è la Madre Terra che si cura di lei, la culla e la protegge, e nel suo giardino i fiori la coprono
del mio amore. Ma quando penso a lei, il mio cuore si riempie di gratitudine per i doni che con la
sua silenziosa presenza mi ha donato.
Il grande mistero nascosto in me è la sua presenza unica e speciale, che nessuno conosce, quel
legame che non si spezzerà mai perché è pura tenerezza.
E ora è arrivato Amos, suo fratello, il 13 gennaio 2012. Sono diventata nonna due volte… ma
questa è un’altra bella storia da vivere e raccontare. Nonna Lella
Le esperienze dei genitori

Riportiamo le esperienze di alcuni genitori che hanno perso i loro bambini in diverse circostanze
durante la gravidanza e in epoca perinatale. Confrontarsi può aiutare a non sentirsi soli e a
comprendere meglio emozioni e pensieri legati al lutto.

Virginia
Il 19 febbraio 2009 nasce Virginia, il regalo della mia vita, dopo una gravidanza tranquilla, a 44
anni partorisco una bella bambina di 3.200 Kg ma il travaglio si complica e subisco un taglio
cesareo in emergenza, Virginia viene rianimata ma oramai non c’è più nulla da fare, non mi era
stata diagnosticata una patologia rara del cordone (insererzione velamentosa), un cesareo
programmato forse l’avrebbe salvata. La mia bambina è bellissima, tutta rosa e dolcemente
addormentata per sempre. Sulla cartella clinica viene chiamata feto ma per la burocrazia posso
avere un certificato di nata/morta e il mio compagno può darle il cognome e possiamo salutarla
dignitosamente con un funerale.
I medici ci dicono che siamo stati sfortunati è un caso rarissimo, la bambina era sana e allora
decidiamo di proseguire cercando un’altra gravidanza. Rimango incinta e la gravidanza è normale,
l’ansia c’è poiché non è facile arrivare sino in fondo, questa volta. Ma alla ventesima settimana
l’ammiocentesi diagnostica la sindrome di Patau (incompatibilità alla vita) e precipitiamo in un
baratro nuovamente, perché il nostro bambino non può nascere? La decisione di sottopormi ad una
ITG non è facile ma non ho alternative e il dolore me lo carico sulle mie spalle per proteggere mio
figlio, perché lo amo. Quando lo partorisco chiedo di vederlo ma l’ostetrica lo prende e lo copre
subito con il telino e me lo porta via. Per il mondo e per la burocrazia non ho diritto ad un
certificato ma, per noi, sarà sempre il nostro Giordano, il fratello di Virginia.
I medici nuovamente dicono che siamo stati proprio sfortunati, una bambina sana, una sindrome
rara di incompatibilità alla vita, non può mica nuovamente capitare; così dopo sei mesi io rimango
nuovamente incinta, ho 45 anni e sono incinta e questa volta credo proprio che sarà il bambino
dell’amore. La gravidanza è seguita, io sto proprio bene, il cuore batte, prenoto la villocentesi alla
13° settimana, faccio tutti gli esami e ad un controllo dal gine, alla dodicesima settimana mi viene
detto che il battito si è interrotto. Il mondo mi crolla addosso, più devastante di prima arriva il
doloro con tutto il suo carico. Mi sottopongo all’intervento e ritorno a casa nuovamente a braccia
vuote. Il mio bambino era nuovamente affetto da sindrome di Patau. Era molto piccolo, era un
maschio, era incompatibile con la vita ma era mio figlio e si chiama Emiliano. Certo non hanno mai
visto la luce i miei figli, certo hanno avuto tre storie diverse, trattamenti diversi, diritti diversi ma
sono comunque i miei figli
Cinzia

Lettera ad Angelo dj
Angelo caro da un anno riempi le mie giornate di musica (hai anche un soprannome, Angelo dj) di
messaggi arcobalenati, sei totalmente presente.
Penso al giorno in cui ti ho perso, e questo è difficile… perché in quella giornata, la più importante
della mia vita, ti ho perso e non ho potuto accompagnarti come avrei voluto, non ti ho potuto
accogliere per quello che eri, non ho potuto vivere il mio lutto e dirti addio come una mamma vuole
fare. Non è dipeso dalla tua mamma, né dal tuo papà, lo sai quanto ti amano. Loro erano scioccati,
erano venuti in ospedale perché si pensava di avere una cistite emorragica…un attimo prima
eravamo genitori di un bimbo sano e vivo, un attimo dopo “signora mi dispiace non c’è battito” la
fatidica frase… tu eri morto, il tuo cuore non batteva più..
Ti ricordi l’urlo della mamma? E da lì “signora dobbiamo ricoverarla” è stato un istante che è
durato ore, o ore che sono durate un istante. Mentre ti scrivo sto accarezzando quelle 13 fotocopie
che oggi hanno dato alla tua mamma come testimonianza della tua morte. Sono riuscita a
richiedere la tua cartella clinica e l'addetto è stato carino, è riuscito a farla firmare e me l'ha data
a mano subito. Ho preso il coraggio di chiedergli allora un'altra cosa: "posso fare la fotografia
dell'ecografia? E' l'unico ricordo che avrei del mio Angelo di quel giorno". L'ho visto imbarazzato,
nessuno gli aveva mai fatto questa richiesta, per cui ha telefonato in direzione, dove non sapevano
cosa dirgli e alla fine hanno detto no. Farò domanda al direttore. E sì, perché forse ho più diritto io
ad avere la tua ecografia che non una cartella chiusa in un archivio di ospedale.
Mi hanno ricoverata. Le doglie sono arrivate da sole. Mi avevano detto che dovevo prendere dei
farmaci per stimolare il parto ma tu, come sei arrivato, nella tua delicatezza, hai voluto andartene
senza che la tua mamma si facesse del male. Sei stato anche in questo delicato. Ho aspettato in
ambulatorio, perché non avevano un letto per me. Poi quando le doglie sono diventate più frequenti
mi hanno portato in una stanza e mi hanno dato un letto. Solo che in quella stanza c'era una donna
che stava facendo un tracciato. Sentivo quel battito ritmato di vita mentre io avevo le doglie,
piegata in piedi appoggiata al letto, vita e morte vicino...gioia e dolore accanto.
Ed ecco che sento una doglia fortissima, chiamo l'ostetrica perchè ho sentito le acque rompersi e
qualcosa di caldo venirmi tra le gambe. Ho solo un’immagine che mi accompagna: l'ostetrica che
raggomitola il telino e dice che siamo pronte e dobbiamo andare in sala parto. Veniamo
accompagnati in sala parto, mi fa un'ulteriore visita il ginecologo e mi fa firmare il consenso
all'intervento. Ecco poi non mi ricordo niente. Finora non sapevamo l'orario di quando sono
entrata in sala operatoria, adesso leggo sulle carte 16.45 e fine 16.53, ma dalle 12.41.57 secondi
dalla tua ecografia... quanto dolore, anestetizzato perchè è come se dall'ecografia per noi fosse
passato un istante.
Forse il dolore era così lancinante che ci aveva bloccato il respiro, ed eravamo andati come in
coma.
Ecco mi ricordo solo che mi ritrovo nella mia stanza, e viene lo stesso ginecologo dicendomi che
dovevamo firmare un consenso per la sepoltura oppure il "nostro prodotto del concepimento
sarebbe stato trattato come un rifiuto ospedaliero". Prima di firmare volevamo sapere di più sulla
sepoltura, abbiamo chiesto alle ostetriche e infermiere e loro non ne sapevano niente. Dopo venti
minuti ritorna quel ginecologo un pò indispettito perchè ancora non avevamo firmato il consenso, e
lui doveva averlo perchè dipendeva da quello cosa fare del prodotto del concepimento, e lì la
mamma caro Angelo ha firmato.
Leggendo adesso il consenso, non serviva neanche la mia firma, perchè tu avevi 20 settimane e per
legge dovevi essere sepolto… e questo, il medico, si vede non lo sapeva!
Ed eccomi di sera, che saluto il tuo papy Franco, lo rassicuro che sto bene e gli dico di andare a
casa a riposarsi, e mi ritrovo nella stanza, sola. Quella solitudine è durata tutta la notte.
Ho pianto nel letto tutta la notte da sola.
Nessuno è venuto a vedere come stavo o a chiedermi se avevo bisogno di qualcosa, o anche solo a
incrociare il mio sguardo e donarmi un ricordo di condivisione. Mi ricordo solo la mattina, uno
sfiorare il mio piede da parte di una studentessa infermiera. E sai, adesso che leggo la cartella,
l'unica cosa che c'è scritta: “ore 18.30 mobilizzata, ha urinato”. Ecco da lì non c'è scritto niente,
un vuoto bianco, quel vuoto che ho vissuto nel mio cuore.
La mattina aspetto che arrivi Franco. Nell'attendere il tuo papà, ecco che entra un’infermiera e mi
avverte che i due letti verranno presi da due ragazze , mi accorgo nel sentirle parlare che sono lì
perchè è scaduto il termine e oggi le fanno partorire. Mi sento in imbarazzo... penso: e se loro mi
chiedono per cosa sono qui, e se scoprono che ho appena perso il mio bimbo? Non posso rovinare
la loro giornata di gioia, me ne esco dalla stanza e aspetto Franco sulla sedia in corridoio, ho
ancora nel cuore quell'immagine, io e Franco seduti sulle sedie ad aspettare la lettera di
dimissione.
Un'altra immagine: io e Franco seduti di fronte al medico, io che prendo il coraggio e chiedo come
ti avevano preso in sala parto, e lui e no signora lei l'ha espulso da sola e in sala abbiamo fatto
solo il raschiamento, e io come, e non me l'hanno fatto vedere, non me lo hanno fatto toccare, ci
hanno nascosto tutto, e poi un'altra frase "signori dai siete stati sfortunati adesso potete ritentare"
che tonfo al cuore, come sfortunati, tu sei morto, non ci sei più e questo mi dà una pacca sulla
spalla e mi dice di ritentare? Ho solo da allora quell'immagine tatuata nel cuore..l'ostetrica che
avvolge con il telino bianco...
Ecco ci dà la lettera di dimissione e dice che possiamo andare a casa, la morte è entrata nel mio
cuore e nessuno le ha dato la giusta dignità, come sono arrivata così me ne sono andata, una cosa
sola era cambiata: il 18.09.2009 ero entrata con te nel mio utero caro Angelo, adesso, il
19.09.2009 me ne tornavo senza te, non sapendo neanche dove eri!
Insieme al papy siamo andati in direzione sanitaria per parlare della tua sepoltura, dopo consiglio
del medico perché lui non ne sapeva tanto, e lì ci siamo resi conto che in reparto non sapevano
niente, l'ospedale per prassi seppelisce tutti, anche i bimbi dell'aborto volontario, e il modulo che il
medico ci aveva fatto firmare era una richiesta per provvedere noi a seppellire Angelo e non farlo
seppellire dall’azienda sanitaria nel campetto di tutti i bambini.
Arrivati a casa...
sono stata dimessa e l'unico mio pensiero era quello di dare dignità a questa mia creatura, quella
dignità che neanche alla sua morte era stata data. Perché un reparto ospedaliero deve dare dignità
alla vita e invece la morte non viene considerata??? Io sono infermiera, tante volte si dice che, nel
nostro mestiere, per proteggersi dal dolore si evitano le emozioni, ma penso che se una cosa ti fa
paura non devi allontanarti ma cercare di informarti, di saperne di più, così puoi essere d'aiuto a
chi vive questa situazione, e penso che un reparto non deve basarsi sulla sensibilità delle persone,
no, deve avere dei protocolli, delle disposizioni, e poi se c'è la sensibilità ben venga è una cosa in
più che non guasta!! Io sono stata sfortunata, non ho incontrato qualcuno che avesse almeno
sensibilità! Mi dovevano dare delle risposte, noi eravamo scioccati... sai, entrare in ospedale per
una cosa ed essere genitori e dopo poche ore, tutto finito!! Eravamo in un limbo, e lo siamo stati
per molti giorni perché nessuno ci sapeva dare delle risposte, un aiuto...
Allora io mi sono messa su internet. Per ore, dolce Angelo, la tua mamma si è attaccata al telefono
e al computer. Ho digitato "morte intrauterina" e lì ho conosciuto il sito di "Ciao Lapo". Sono stata
ore su internet... pensa, il 20 settembre 2009 ho firmato la petizione sulla sepoltura dei bambini
morti in utero... e tutto da sola... l'unica speranza in quelle ore di disperazione era di riuscire a
trovare tutto quello che potevo fare per te Angelo, per poterti dare una degna sepoltura. Ho cercato
una ditta di pompe funebri che potesse aiutarci a salutarti, e l'abbiamo trovata. Però non mi
sembrava giusto metterti in una baretta lunga un metro, dopo tante ricerche sono riuscita a trovare
una ditta che faceva barette per bimbi più piccoli e ne ho ordinata una, tutta bianca, lunga 32 cm,
me l'hanno spedita per posta, una ditta di Vicenza. Ecco, la baretta l'avevo trovata, ma cosa potevo
metterci, vicino a te? Ho chiesto ad una mia amica se mi faceva una copertina con ricamato un
angioletto e le scritte mamma e papà, ho chiamato anche l'anatomia patologica per chiedere
quanto eri lungo e se quella baretta bastava, sono riuscita a sapere che andava bene..
Adesso seppellirlo, ma riuscire a capire come sepperllirlo, dato che il mio bimbo per lo Stato non
esiste, perché non ha un nome, è una parte di me, come fosse un arto, un braccio. Quante porte
chiuse ho trovato, quanti pianti in quei giorni. Ed ero anche molto tempo sola perchè Franco, il tuo
papy è dovuto andare a lavorare, sai non siamo in lutto, non abbiamo perso un figlio.
E dove seppelirlo? C'erano due possibilità, o nel capoluogo dove c'è un campo bianco dove sono
seppelliti tutti i bambini, oppure nel paese dove abitiamo. E per fortuna ho lasciato che fosse il tuo
papy a decidere, ha deciso per il paese dove abitiamo, sei vicino a noi, ci fai amare anche questo
posto, abiti sulla stessa terra nostra.
Siamo arrivati al giorno della sepoltura, ho comprato una candela per tutti e ho dato a tutti un
foglio in cui era disegnato un angelo e scritto:
"sarò un angelo dalle piccoli ali e volerò leggero fino alle profondità del tuo cuore. Mi spingerò
ancora più giù.. fino a toccare il tuo amore. Dormirò! Sognerò, cullato dai battiti del tuo cuore
buono e morirò solo quando smetterai di amarmi. Sarà il sopirsi dei battiti, che mi toglierà il
respiro.Solo allora volerò in alto, volerò via con le mie piccole ali."
e alla fine c'era la richiesta di accendere quella candela il 15 ottobre per formare quella onda di
luce "babyloss" per ricordare tutti quei bambini che hanno sfiorato le nostre vite ma che hanno
ridato vita alle nostre vite.
Il giorno della tua sepoltura siamo andati alla camera mortuaria, eravamo io, il papy e la nonna,
abbiamo messo la copertina dentro la baretta, io ho appoggiato sulla copertina l'anello rosario che
portavo con me da quando ho saputo che ero incinta, e il papy ha messo un fogliettino che portava
con sé nel portafoglio da più di 12 anni, e ti abbiamo chiuso. Poi siamo venuti dietro la macchina
funebre, tu sei stato messo sul sedile davanti, sì sì hai voluto fare il viaggio in prima fila, eri troppo
piccolo per lasciarti dietro da solo! Arrivati in cimitero ho voluto portarti io fino al luogo dove
venivi sepolto, ti ho portato tra le braccia, ti ho donato alla madre terra, sei passato dal mio
grembo al grembo della madre terra. Quando quella terra ti copriva, lì ho tirato un sospiro, ti
avevo dato dignità.

Tra Terra e Cielo


Sono un albero che è legato alla terra con le radici ma protende verso l'alto..cerco di toccare il
cielo con i miei rami... ma sono legata alla terra perché il tuo corpo è accolto dalla terra,e sono
legata al cielo perché la tua anima è essenza del cielo...tu mi dai linfa vitale attraverso le
radici, per poter donare frutti, con i miei rami alla tua anima...ecco sono ancora la tua mamma!
Dopo quaranta giorni sono dovuta ritornare nel luogo dove ti ho perso, in quell’ospedale. Ero
“guarita”. Il mio corpo era guarito ma la mia anima quanta strada ha dovuto percorrere per
sentire che la tua vita è stata una grazia, un dono immenso. Lì, al mio ginecologo, una sola cosa ho
detto: ”non me l’avete fatto vedere”. Lui mi ha risposto che per prassi l’ospedale non fa vedere
questi bambini perché sarebbe uno shock ulteriore. Io gli ho risposto che “forse è uno shock vostro
perché non riuscireste a condividere ed aiutare il nostro dolore. Ma dovete far decidere alla
mamma e al papà. Non potete decidere voi una cosa che segnerà la loro vita per sempre.” Il
medico mi ha ringraziato.
Il 18 settembre 2010, per il tuo 1°compleanno, abbiamo potuto abbellire la tua casa.
Sei nel nostro cuore.
E' come se avessimo chiuso un cerchio.
La tua casetta è stata fatta, adesso papà e la mamma possono guardare avanti, tenendoti nel cuore,
quello che potevamo fare per il tuo corpo lo abbiamo fatto, adesso ci dedicheremo alla tua anima,
grande figlio nostro, Angelo dj.
Ti amiamo, mamma e papà.
I miei bambini se ne sono andati.
Prima Mostriciattolo, così piccolo,
poi esattamente 7 mesi esatti dopo, stesso giorno del mese, anche Angelo se n'è andato.
I nostri bambini se ne sono andati.
Possiamo versare lacrime perché se ne sono andati
oppure possiamo sorridere perché sono vissuti dentro di noi e con noi.
Possiamo chiudere gli occhi e pregare che tornino
oppure possiamo aprire gli occhi
e vedere che tutto ciò che ci hanno lasciato e regalato.
Il nostro cuore è desolato
perché non li possiamo vedere
ma possiamo anche essere pieni dell'Amore che abbiamo condiviso con loro.
Possiamo voltare la schiena al domani e vivere di ieri
oppure possiamo essere sereni per il domani e vivere di ieri
possiamo ricordare che se ne sono andati,
oppure possiamo tenere caro il loro ricordo
e farli rivivere nel nostro cuore.
Possiamo piangere
e chiudere la mente, svuotarci e tornare indietro,
oppure possiamo fare ciò che avrebbero voluto loro:
sorridiamo, apriamo gli occhi, amiamo e andiamo avanti
con i nostri bambini sempre nel cuore e nell'anima.

Il volo di Angelo
Si nasce, si vive e si muore, e' nella natura delle cose, la cosa innaturale e' che queste tre cose si
susseguono ad una velocita tale che vieni investito da un ciclone denso di angosce, paure, speranze,
incredulita e soprattutto da tanti perche' ...Alla 21+4 settimana alle due di notte vengo svegliato da
Katia, la casa illuminata a giorno, lei con gli occhi pieni di disperazione e tremolante di paura , si
sono rotte le acque e quelle frasi: PERCHE'!?!IL MIO BAMBINO NON C'E'PIU',IL MIO
BAMBINO SE NE'ANDATO!!! Di corsa in ospedale, ricovero immediato , ecografia e il nostro
bambino e' li, senza liquido ma vivo ,tre settimane inchiodata nel letto tre settimane di speranze e
disperazione non scordero' mai lo sguardo di Katia che fissava il mio, in silenzio come per dirmi
aiutami tu , ma io sono impotente posso solo essere li con lei e con mio figlio e la mano mia fissa
sul suo ventre per fargli sentire che papa' e li con lui. 24+5 Katia e' strana, piange e piange, si sente
strana ha un brutto presentimento,sente che c'e'qualcosa che non va al nostro piccino, gli fanno un'
eco, il bambino e' in sofferenza, ha i battiti molto lenti, il medico ci fa segno di no con la
testa,dicendo:mi dispiace ma il bambino ci sta lasciando...ed invece dopo un po' si riprende e anche
alla grande. 24+6 partono le contrazioni e non si possono fermare allora gli fanno la puntura di
bentalan per fare maturare i polmoncini ma dopo 7 ore di travaglio fisico e mentale e'nato il nostro
grande amore, Angelo Con due giri di cordone al collo, piccolo,tanto piccolo, 670 grammi di
dolcezza e di forza ce l hai fatta una gioia immensa io e mamma siamo beati e impauriti ma con
tanta speranza, ti portano subito via in TIN per intubarti . Dal 26\03\2010 parte una nuova vita,
fatta di suoni, rumori, desaturazione e crisi cardiache .Che gioia vederti, toccarti, sentirti piangere,
aprire gli occhi, cambiarti il pannolino,asciugarti il musino per i rigurgiti,vederti mangiare il latte
della tua mamma... tutto andava per il verso giusto, neanche un' infezione, eri forte, tanto forte pur
coscienti dei rischi che correvi noi ci credavamo sempre di piu fino al 19\04\ telefono alla tin per
avere notizie .dovevano rintubarti e invece hai avuto una emoragia addominale, corriamo subito in
ospedale, la situazione e' grave una giornata che non riesco a descrivere, io e mamma eravamo li e
abbiamo assistito a tutto quello che si poteva fare per te, ti abbiamo visto morire e rinascere tante di
quelle volte ma tante tante e noi morivamo con te per poi risalire. Alle 23 45 l'ultimo saluto non
c'e' piu ' niente da fare, niente da dire, non c'e' piu' niente di niente ci sei solo tu che con le tue
ultime forze rimaste,sei riuscito a stringere il dito di mamma e girare la tua piccola e bellissima
testolina e morire tra le nostre mani .Per la prima volta ti possiamo abbracciare, sei fuori dall'
incubatrice, sei bellissimo e ti coccoliamo un po',abbiamo paura anche a toccarti,paura di farti
male...ma adesso tu non senti piu'male,siamo noi a sentire un male atroce. Io e Katia andiamo via
stravolti, non parliamo per strada, stiamo zitti, siamo a pezzi, tutto e' finito, si sente il peso del
silenzio, si urla senza parlare c'e' come una bomba dentro di noi pronta a scoppiare. Io e Katia
eravamo soli in tutto questo, non c'era nessuno con noi, abbiamo voluto pensare a tutto noi, dalla
burograzia alla braretta bianca e alla cremazione.A distanza di tempo e con un po piu' di lucidita' ci
siamo resi conto che potevamo fare molte cose che non abbiamo fatto,soprattutto vestirlo,il nostro
cucciolo e'rimasto con il pannolino e un lenzuolino bianco(e questa cosa ha fatto andare fuori di
testa Katia,con continue immagini del suo bambino nudo e infreddolito)non abbiamo fatto una foto
al suo bellissimo viso senza fili e tubicini vari,questi sono rimpianti che ci porteremo per sempre,ma
che ora a distanza di un anno stiamo iniziando a capire che non dobbiamo farcene una
colpa,perche'non siamo stati seguiti,non c'e'stato nessuno in quei momenti di puro delirio a
consigliarci...ci hanno lasciati soli e abbandonati a noi stessi e al nostro infinito dolore.
Si nasce, si vive e si muore, ciao Angelo, ciao figlio mio.
Peppe

Diario dei miei 3 angeli : Lavinia, Ludovica ed Andrea

La mia avventura è iniziata al centro di procreazione V. il 6 ottobre quando mi diagnosticarono la


chiusura delle tube, da li incominciai il mio percorso di stimolazione per diventare mamma.
Finalmente il 13 dicembre un lunedì di sole mi fecero il transfer con tre dei miei ovetti prodotti
dopo un mese di percorso e piano terapeutico. Mi diedero appuntamento per il 27 dicembre per le
prime beta, ma non ero speranzosa perché vedevo le altre mamme che erano chi al secondo chi al
terzo tentativo.
Si raccomandarono i primi 2 giorni riposo assoluto a letto poi dal terzo giorno potevo incominciare
a fare brevi e riposanti passeggiate ma senza affaticarmi.... il venerdì nevicò ed io abitando in
campagna per tornare a casa feci la camminata di 500mt in salita, li pensai che i miei ovetti non
sarebbero andati avanti dopo quella faticata.
Qualche giorno prima di natale vidi delle macchioline di sangue scuro telefonai al centro ma mi
risposero “signora se non è rosso il sangue potrebbero anche essere perdite di impianto”
Riattaccai il telefono ed aspettai il 27 dicembre con ansia: da una parte ero curiosa di sapere il
risultato dall'altra ero angosciata perché avevo paura di non poter diventare mai mamma.
Arrivata al centro trovai una mia compagna di avventura che avendo visto delle macchioline era
andata subito in ospedale e li videro che i suoi ovetti non erano attaccati ed era al suo secondo
tentativo.... da li fino a quando non mi chiamarono dentro per vedere come erano andate le beta ho
passato un calvario, brutti pensieri e angoscia di aver fallito anche io.
Arrivò il mio turno ed entrai nello studio dal dottore per mano a mio marito mi fece sedere io subito
gli dissi “ è andata male vero?” e lui “chi te l'ha detto, hai le beta a 1170 dopo 15 giorni dal transfer
se la prossima volta continuano a crescere per curiosità voglio fare l'ecografia per vedere quanti ce
ne sono....”.
Il cuore l'avevo in gola, ero contentissima sarei diventata mamma si ero ufficialmente incinta!!!
Mi dettero appuntamento per il 2 gennaio per le seconde beta, arrivai la mattina e aspettai il mio
turno, entrai ed il dottore era serio, non mi disse niente e mi fece accomodare all'ecografo mi fece
l'ecografia e disse qui ce n'è uno ma è presto volevo solo vedere per curiosità, mi dette i risultati e le
beta erano a più di 7000. Non capivo cosa volesse dire e mi dette l'appuntamento per il 10 gennaio.
Il 10 arrivò ed io scalpitavo come un cavallo sapevo che c'era qualcuno dentro di me ma
incominciavo ad avere dubbi su quanti......
Entrai nello studio e invece del dottore c'era la dottoressa che mi diagnosticò le tube chiuse e che mi
ha seguito dall'inizio, mi disse subito che le beta erano altine e che ora si sarebbe visto con
chiarezza quanti dei miei piccoli ovetti erano andati avanti, ad un certo punto lei fece un bel sorriso
e disse “che bellezza!” ed io “sono 2?” dal dietro l'infermiera a mio marito gli disse “si appoggi al
lettino” e la dottoressa repentinamente “ no Simona la bellezza è che sono 3 guarda che bello si
vedono i cuoricini che battono!”.
Ci fu uno sguardo tra me e mio marito e ci fu un minuto di silenzio dall'incredulità che era successo
il miracolo.... i miei 3 bambini!!!
Tornai a casa e nel mentre tornavo feci il mio giro di telefonate ai miei genitori ed alle sorelle di
Alessandro. Le reazioni erano contentezza mista a stupore e preoccupazione perché 3 erano tanti
per una prima gravidanza, ma a me non importava sarei diventata mamma di tre piccoli, i miei, anzi
i nostri tre piccoli, i miei e di Alessandro.
Tornata a casa telefonai alla mia ginecologa che mi disse che bisognava però parlarne, era seria ed
io non capivo perché, io ero tanto felice.
Arrivai in ambulatorio e la mia ginecologa mi disse “allora complimenti è una tripletta”, io risi e
annuì, lei mi spiego che una gravidanza trigemina è a rischio dall'inizio e che preferiva mi seguisse
l'ospedale di Careggi, io apprezzai la sincerità comunque lei mi disse che per ogni cosa sarei potuta
andare da lei se avevo qualche dubbio e così ho sempre fatto.
Prima visita a Firenze: entrai nel corridoio e li mi si illuminò gli occhi tante tantissime pance ad
aspettare il loro turno per il tracciato, ed intanto fantasticavo su come sarebbe stato quando fosse
toccato a me.....
Mi chiamarono dentro l'ambulatorio mi visitarono e mi dissero che tutto procedeva come doveva io
a quell'epoca ero di 2 mesi e qualche giorno, mi dettero gli integratori e mi fecero prendere
l'appuntamento per l'ecografia del monotest e il secondo controllo con loro.
Per l'eco del monotest andai con una mia amica, Alessandro non mi potette accompagnare
purtroppo. Ero di 11 settimane e 5 giorni e li per la prima volta feci l'ecografia di II livello e vidi i
miei bimbi quanto erano belli erano sani e vivaci e mi fecero sentire per la prima volta il loro
cuoricino che batteva ma il sesso era troppo presto ma erano sani e miei, tutto il resto non
importava.
Tornata a casa feci vedere le ecografie ad Alessandro e gli spiegai il percorso da intraprendere e che
ogni 15 giorni mi avrebbero voluto vedere perché comunque come dicevano loro, una gravidanza
trigemina è a rischio, anche se io non ero mai stata meglio in vita mia, l'unico dubbio che avevo è
che non riuscivo a prendere peso e dimagrivo, ma poco importa loro crescevano e stavano bene.
Passa il tempo e 14 giorni dopo visita di controllo a 13settimane e 5 giorni guardano l'eco e tutto va
bene, sono felice soddisfatta loro crescono le mie analisi sono perfette ed io stò alla grande, ora
aspetto che passino altri 20 giorni per l'ecografia morfologica per rivederli per bene.
In quella settimana mi venne una specie di cistite ed andai dalla mia ginecologa vicino casa per
farmi vedere per non peggiorare la situazione e in quell'occasione mi fece un ecografia perché
voleva vedere come stavano, loro stavano bene e li scoprii che c'era Lavinia ed Andrea il o la terza
non si faceva vedere, ero contenta matta le lacrime mi scendevano ed emozionai anche la
ginecologa.
A 16+5 tornai a Firenze per la morfologica aspettai il mio turno, mi sdraiai sul lettino ed
attaccarono l'ecografo li c'era mio marito con me e quando li vide bellini formati e vispi fece un
sorriso a 120 denti dalla contentezza, loro crescevano bene erano 3 bei torelli e anche a questo giro
il terzo non ci fu verso di vedere se era un maschietto o una femminuccia alla 18+5 avrei avuto
l'ennesima ecografia di 2° livello per controllo.
Era il giorno dell'ecografia mi alzo da letto sveglio mio marito e gli dico “alzati si deve andare a
vedere i nostri bimbi”, e partiamo per Firenze. Arrivati là aspettiamo il nostro turno e poi entriamo,
tutto regolare crescono e stanno bene sono vivaci e la ecografista mi dice che la vivacità è segno di
salute, io ero al settimo cielo, e la settimana dopo sarei dovuta tornare a farmi misurare la cervice e
dare un occhiata all'utero se tutto procedeva come doveva.
Il lunedì seguente dovevo ritornare a Firenze per l'ennesima visita e controllo dell'utero, ma la
domenica mattina ebbi una sgradevole sorpresa, andai in bagno e mentre mi pulivo vidi che sulla
carta c'era del muco tanto muco, telefonai subito a Careggi e parlai con un dottore della sala parto
che mi disse di mettermi a letto immobile e venire al controllo il giorno seguente e che potevano
essere delle perdite normali visto che non c'era sangue.
La notte ero agitata incominciò a prendermi il panico e li è stata la prima volta che ho sentito
muoversi i bimbi.
La mattina dopo andammo al controllo era l'11 aprile non avevo più quelle perdite ma avevo una
sensazione strana e un angoscia che mi trafiggeva, mi visitarono e mi disse che mi si stava aprendo
l'utero che comunque dovevo stare tranquilla e che mi avrebbero ricoverato in modo ma
monitorarmi e tenermi sotto controllo.
Alle 14:00 mi mandarono in camera eravamo in 5 chi per una cosa chi per un altra tutte avevamo
qualche problema, la sera verso le 19:00 mi alzai per andare in bagno e sentii venir giù qualcosa, mi
guardai il pigiama era sangue. Non sapevo che fare entrai nel panico non urlavo non parlavo e la
ragazza davanti a me, chiamò subito le infermiere e l'ostetrica perché io non riuscivo a fare niente
tranne guardare il pigiama sporco di sangue. Mi misero a letto e per andare in bagno dovevo
chiamare loro che mi ci accompagnassero con la carrozzina non dovevo camminare, dovevo solo
stare a letto e sperare di non peggiorare.
La mattina seguente il 12 aprile chiamai l'infermiera per portarmi in bagno , lei arrivò subito con la
carrozzina e mi ci accompagnò mentre facevo pipì sentii fare blop e mi sentii qualcosa incastrato mi
toccai sotto e incominciai ad urlare e a suonare il campanello, stava uscendo un bimbo avevo il
sacchettino tra le mani, dolore ed il cuore andava a mille. Arrivarono subito il dottore e le
infermiere con la barella e mi portarono subito in sala parto, mentre mi portavano da un reparto
all'altro io chiedevo cosa stesse succedendo ma nessuno mi rispondeva, sentivo il bimbo muovere
metà fuori e metà dentro era sempre nel suo sacco ma voleva uscire, io volevo invece morire.
Arrivata in sala parto me lo rimisero dentro ma si ruppe la placenta ma era la meno, incominciarono
subito con terapie antibiotiche e mi tennero li tutto il giorno in una stanzetta della sala parto,poi la
sera mi riportarono in camera ma in un’altra, non in quella del giorno di ricovero.
Li eravamo in 3, una aveva partorito con il cesareo e l'avevano ripresa per i capelli e l'altra con
problemi di fegato dovuti alla gravidanza, io non mi potevo alzare dovevo chiamare le infermiere
per farmi portare la padella e mi avevano messo con le gambe alte e la testa bassa, da li incominciò
il vero e proprio percorso in salita.
Il mercoledì notte incominciarono le prime vere contrazioni, chiamai l'ostetrica e mi disse che
dovevo stare calma e che mi avrebbe dato delle compresse per farmele passare e cosi fu, dopo un po
fecero effetto e mi addormentai.
Dopo 2 ore mi svegliai e mi sentivo muovere l'utero erano strane vibrazioni, richiamai l'ostetrica mi
disse che sentiva la responsabile sul cosa dovesse fare e sarebbe tornata nel giro di qualche secondo.
Arrivo la responsabile con l'ostetrica e mi visitarono, prima 1 e poi l'altra e si guardarono negli
occhi poi mi dissero che sentivano qualcosa muoversi, che era probabile fosse un braccino e che era
meglio se mi riportavano in sala parto per un controllo più approfondito con l'ecografo. In me
ritornò un angoscia devastante volevo piangere ma non ce la facevo dovevo restare calma perché se
mi agitavo io, si sarebbero agitati tutti 3 bimbi e sarebbe stato peggio.
Passai tutta la fine della notte e la mattina dopo in sala parto e poi mi riportarono nella mia stanza,
era giovedì ed era già 2 volte che finivo in sala parto in neanche una settimana.
Continuavano con la terapia contro le contrazioni ma regolarmente mi prendevano e la notte
riuscivo a dormire poco e male e mi incominciavano gli attacchi di panico perché mi prendeva la
paura di dover tornare in sala parto e che non ce l'avrei mai fatta a portare avanti la gravidanza. La
mattina di solito passava il dottore con l'ecografo e mi faceva vedere i bimbi che stavano bene
(anche se quella con la placenta rotta stava incanalandosi per uscire) li allora mi tranquillizzavo, ma
la sera seguente ero punto a capo con la paura delle contrazioni. Mi ricordo una mattina, erano
passati i dottori per il giro delle visite ed il dottore di turno tornò indietro e mi disse “Signora lo sa
in che situazione è? Se ne rende conto vero che ha un 10% di probabilità che nascono vivi e che non
ci deve fare la bocca” io incredula pensavo a quanto fosse stronzo e che ad una mamma in un letto
non gli puoi dire una cosa del genere, se la poteva risparmiare li scoppiai a piangere.
Era passata una settimana ed ero stabile non peggioravo ma neanche miglioravo la bimba che era
incanalata stava facendo da tappo per gli altri ma veniva sempre più in fuori un giorno venne a
trovarmi in corsia il dottore che trovai l'ultima volta in sala parto e venne a chiedermi come stavo,
io gli risposi che ero stabile e che i bimbi li sentivo muovere, lui mi spiegò con infinita dolcezza che
all'epoca di gestazione in cui ero io era delicata ero di 20+4 settimane era una fase intermedia e che
stavano facendo tutto il possibile per portarmi più avanti possibile perché un minimo di speranza
per i bimbi di sopravvivere, era arrivare almeno alla 24 settimana. Tutte le sere Alessandro veniva a
trovarmi all'ospedale ed erano gli unici momenti un cui eravamo una famiglia unita con lo scopo di
lottare e farci forza per andare avanti più possibile. La domenica sarebbe stata Pasqua ma
onestamente non mi andava nè di festeggiare nè altro, avevo smesso di mangiare da quando ero in
ospedale e mi si incominciava ad abbassare la pressione, ma loro stavano bene, ed era l'unica cosa
che contasse. Il sabato notte mi riniziarono le contrazioni le pillole non facevano più tanto effetto ed
io ero preoccupata non volevo farli nascere dovevano aver ancora pazienza ero solamente di 21+2 ,
la mattina come per magia le contrazioni sparirono.
Era Pasqua, era il 24 aprile tutti erano felici, io no avevo un brutto presentimento che mi
rimbonbava in testa, ed era che non ce l'avrei fatta ma speravo e pregavo Dio e la Madonna di
sbagliarmi.
La sera arrivò e con la notte arrivarono anche le contrazioni stetti tutta la notte a distorcermi nel
letto, non funzionava neppure lo yoga che fin ora mi aveva aiutato a sopportare il dolore erano forti
e spesso non ce la facevo più a sopportare ero indebolita e scoraggiata, la mattina cambio il turno ed
arrivarono i nuovi dottori ed ostetrici ed io non ce la facevo davvero più, allorché mi riportarono in
sala parto e ci ritrovai il dottore che mi venne a trovare in corsia, intanto chiamai mio marito e gli
dissi che erano cominciate le contrazioni e che doveva venire subito da me, perché non sapevo
come potesse andare a finire. Arrivò mio marito e lo fecero stare con me tutto il giorno io mi
tranquillizzai ma dovevo restare immobile sennò sarebbero tornate le contrazioni. Ero combattuta,
non sapevo che fare e come poter fare a svegliarmi da quell'incubo, ma purtroppo non era un
incubo, restai li fino alle 19:00 la sera poi mi fecero l'ultima ecografia videro che i bimbi erano vivi
ed è stata anche per me l'ultima volta che li ho visti muovere ed essere vivi.
Mi riportarono in camera Alessandro era sempre con me non si spostava dal mio fianco, io pensavo
ai bimbi e lui era preoccupato per me, che a dire suo non mi aveva mai visto in questo modo, fredda
e lucida ed aveva paura di un crollo tutto insieme.
Riniziarono le contrazioni queste erano insopportabili e mi attaccarono un macchinario per vedere a
che livello fossero, Carolina l'ostetrica mi disse che erano da parto ed ero entrata in travaglio, ma
non sapevano da quanto, perché non urlavo ma stringevo i denti non volevo mi riportassero in sala
parto, non volevo farli uscire, volevo stessero con me.
Erano le 21:30 passate, c'era ancora mio fratello e mia cognata oltre ad Alessandro, che non mi
aveva mai lasciata un attimo, vennero dalla sala parto con l'ecografo, c'erano ancora i miei guerrieri
erano ancora vivi nonostante tutto. Mi visitarono sentivano il capino di Ludovica, mi riportarono in
sala parto ero stanca, non ce la facevo più le contrazioni continuavano ed io zitta poi incominciò a
farmi male anche la schiena ed a intormentirsi le gambe, erano le 22:20 mi cambiarono stanza ma
mio marito non lo fecero venire questa volta capii che ero al capolinea, speravo uscisse solo la
bimba incanalata, speravo anche se è brutto a dirsi che almeno 1 si sarebbe salvato anche se erano i
miei bimbi tutti e tre, ma niente da fare.
Mi sdraiarono sul lettino mi misero le gambe in posizione mi dissero prova a spingere un pochino,
detti una spinta e la prima uscii subito, Ludovica era morta. Mi ripoggiarono l'ecografo sulla pancia
e videro che anche il secondo stava scendendo mi dissero “via su il terzo è immobile bisogna fare
uscire anche questo coraggio” io spinsi con tutte le mie forze e con tutte le mie forze imploravo la
Madonna che mi aiutasse e che non me li portasse via tutti e 3.
Lavinia usci era morta durante l'uscita perché dall'ecografo avevano visto il battito, ma ora non
batteva più quel cuoricino che tanto avevo desiderato. Il terzo sembrava fermo ma nel mentre che
mi finivano di togliere la placenta incominciò a scendere anche lui, Andrea è nato e subito morto
non ce l'hanno fatta era troppo piccolo, poi mi addormentarono e mi fecero il raschiamento, mentre
mi spostavano dal letto alla barella vidi l'ora erano le 22:50 in mezz'ora era svanito il mio sogno, i
miei bimbi non erano più con me, ma erano rimasti per sempre dentro alla mia anima. A 21+4
settimane erano nati e morti i miei piccoli Angeli.
Mi svegliai in una stanzetta tetra c'era mio marito che mi guardava e la prima cosa che mi disse fu
che aveva avuto paura di perdere anche me!
Mio padre, mia madre e mio fratello erano fuori ma io non volevo vedere nessuno, volevo stare solo
con Alessandro e il nostro dolore. Arrivò il dottore con una cartellina in mano e mi chiese se li
volevo portar via, o se avrebbero dovuto pensare loro allo smaltimento, io dissi che li volevo io e
comunque di sentire anche i miei fuori. Alessandro usci per chiederglielo e quando rientrò mi disse
che anche loro erano d'accordo, ma la scelta comunque sarebbe stata mia. Io firmai per portarli a
casa. Alessandro li aveva visti, ha detto che erano bambolottini, a me non li fecero vedere e mi
dissero le ostetriche che era meglio che guardassi le ecografie, poi comunque era una scelta mia, li
per li gli detti retta e non li ho mai visti, mi posso solo immaginare che erano bellissimi ed ora in
paradiso c'è 3 nuovi angeli stupendi.
Mi riportarono in camera, al mio ritorno arrivò Carlotta e Gianluca gli ostetrici di turno e mi
abbracciarono sia me che mio marito, dissero che mio marito poteva restare con me la notte, lo feci
sdraiare accanto a me in quel minuscolo lettino ci addormentammo tutti e 2 stremati.
La mattina dopo arrivò mi tirarono su la testata del letto, non ero più a testa in giù, mi girava la testa
mi sentivo debole, era la prima mattina senza di loro, era tristissima spoglia senza colore e sapore.
Passarono i medici per il giro di visite, loro non lo sapevano e rimasero male c'era chi ci aveva
sperato di vederli nascere vivi visto che era 15 giorni che ero li e combattevo per loro e loro
avevano combattuto per me. Dopo entrò in stanza un’infermiera a fare il tracciato alla mia
compagna di avventura e mi chiese se li sentivo muovere, io le dissi che li avevo persi la sera prima,
a lei non erano state passate le consegne, si scusò e non la vidi più entrare in stanza.
Arrivò mia mamma a trovarmi e feci andare Alessandro a casa a riposarsi, anche lui era stanco e
stremato, ed era meglio se andava a dormire 2 ore poi comunque sarebbe tornato la sera.
La mattina dopo passarono i dottori, era il mercoledì mi dissero che potevo tornare a casa all'ora di
pranzo, io ero felice volevo venir via da quel posto pieno di pance e bimbi che urlano, volevo
tornare a casa nella mia silenziosa e tranquilla campagna. Non mangiai all'ora del pranzo, sapevo
che volevo tornare a casa al più presto, aspettavo solo la visita per le dimissioni e sarei fuggita da
quel posto per me tanto doloroso.
Alle 14:00 mi chiamarono per la visita, mio marito era fuori che aspettava di entrare, mi fecero
andare nello studio in fondo al corridoio, mi ci accompagnarono in carrozzina perché ero debole e
debilitata. Mi dette il foglio di dimissione, ed io li pregai di chiamarmi la carrozzina perché non ce
la facevo e volevo solo stendermi sul letto ed aspettare di andarmene. La dottoressa usci a chiamare
l'infermiera con la carrozzina e nel mentre usciva gli dissi con un filo di voce “ Laura spicciati non
mi sento bene “ poi buio ero svenuta in terra da seduta.
Arrivarono e quando mi svegliai avevo 3 o 4 infermiere intorno che mi domandavano come stavo,
come vuoi che stessi stesa in terra con i miei bimbi in anatomia patologica in un frigorifero.
La dottoressa non mi voleva più dimettere, mi voleva trattenere, a quel punto fecero entrare anche
mio marito ed io con gli occhi pieni di lacrime gli dissi di portarmi via, perché ero in camera con
quelle 2 belle pance e la mia non c'era più, e davanti camera c'era il nido ed i miei bambini non ce li
avrei mai sentiti.
Contro il parere medico firmai il foglio di dimissione e da li me ne andai senza i miei bimbi ed il
mio cuore che avevo lasciato accanto a loro.
Mentre mio marito spingeva la carrozzina per arrivare all'uscita incontrai il Dott. C. lo salutai e gli
dissi “ volevo arrivare da sola ed andare via in 4, ma non ce l'ho fatta” poi l'abbracciai e gli dissi
che era una persona speciale ed umana e lo ringraziai per come si era comportato con me. Lui si
commosse e mi disse “ dai la prossima volta andrà meglio te lo prometto”.
Ripartii con la carrozzina già quando uscii dall'ospedale e sentii un alito di vento sul viso mi sentii
più leggera anche se dentro la testa stavo pensando solo a loro, i miei 3 bimbi tanto desiderati e
voluti.
Arrivai a casa dopo 50 minuti di macchina, a casa mia c'era mia nonna e le mie cognate che mi
aspettavano, dopo arrivarono anche i miei genitori.
I giorni seguenti un via vai di gente a trovarmi, io non avevo voglia di sentire nessuno, ma mi
rendevo anche conto che non potevo e non dovevo chiudermi in me stessa, non volevo stare sola.
Dopo 15 giorni tornai al lavoro, fortunatamente con me c'era mio fratello e quando la gente cercava
di entrare nel discorso, li deviava e mi mandava nell'altra stanza con una scusa.
I miei bimbi erano sempre in ospedale erano passate quasi 3 settimane l'impresa continuava a dire
che secondo la prassi i bimbi me li avrebbero resi in 3 bare e con 3 bare avrei dovuto fare 3 buche.
Per me solo la notizia di doverli dividere mi faceva male, ma come erano stati insieme in pancia ed
ora non c’era verso di tenerli uniti?
Guardando su internet su vari siti dove c'erano le leggi sulla sepoltura dei feti e neonati morti
incappai in un gruppo, CiaoLapo e decisi di chiedere consiglio a loro. Ci dammo l'appuntamento
una domenica a Pistoia con la Claudia ed Alfredo 2 genitori anche loro che avevano vissuto la mia
esperienza sulla loro pelle e mi dissero di provare a telefonare in anatomia patologica direttamente
al responsabile del reparto, e che gli avrebbero telefonato anche loro e che si sarebbero informati sul
da farsi. Mi regalarono 3 copertine bianche con cui potevo avvolgere i miei piccoli prima di metterli
nella piccola bara bianca e sono grata a loro, perché mi dettero la dritta giusta per imboccare la
strada esatta che mi avrebbe permesso di avere i miei 3 bimbi insieme per sempre.
Il lunedì mattina telefonai in anatomia patologica e parlai col responsabile gli spiegai cosa era
successo e lui mi disse che si sarebbe informato sul da farsi e mi avrebbe richiamato entro 2 giorni.
Due giorni dopo mi richiamò e mi disse che la legge non è chiara ma che c'erano 3 certificati di
morte e mi dovevo informare tramite la direzione della maternità su come potevo fare.
Fortunatamente ho un amico che mi ha dato una mano che lavorando in degli uffici a Firenze riusci
ad arrivare a parlare col direttore dell'asl per fargli leggere la legge ed anche lui non trovò
controindicazioni per la sepoltura insieme.
Telefonai in maternità, loro mi dissero di chiamare la responsabile dell'RSS di C. per sapere come
dovevo fare. La chiamai e ci parlai mi disse come dovevo fare, cioè bastava un permesso dell'asl di
Firenze che certificava il trasporto dei 3 feti in una sola bara e che era una cosa possibile. Io ero
felice almeno questa storia la potevo chiudere per il verso giusto, ma quando telefonai all'impresa
funebre e gli detti il numero dell'ufficio, mi incomincio a dire che era contro legge e che a lui gli era
già capitato e che non sarebbe stata fattibile. Tra me e me incominciai a pensare se lui si fosse mai
veramente informato e non volesse solamente tirare a fare il suo. Ma come fa a speculare sulle
disgrazie altrui, poi ebbi la conferma quando mi dissero che nel suo ufficio videro 3 piccole bare
bianche, per me ora era una lotta tra me e lui.
La rabbia mi fece esplodere ed è stato il modo di sfogare il mio dolore, volendo fare giustizia a tutti
i costi per amore dei miei piccoli che dovevano restare insieme a questo punto per forza.
Telefonai personalmente all'asl e mi dissero di sentire la polizia mortuaria di Firenze e mi dettero il
numero.
Intanto il tempo passava erano 4 settimane che i miei piccoli erano volati in cielo e non trovavo il
verso per portarli via da là.
Telefonai alla polizia mortuaria (preciso che forse non sarebbe dovuto toccare a me, ma all'impresa,
ma se lui intendeva fare il suo con me aveva sbagliato mamma) il responsabile di lì fu molto
comprensivo e mi disse che a loro non interessava come li portavo via se insieme o divisi. Ero
arrivata al mio scopo, potevano restare uniti, poi mi chiese il numero dell'impresa per mettersi
d'accordo per i fogli che ci volevano. Fissammo anche per lunedì alle 17:00 la funzione e la
sepoltura. Avvertii il prete che mi ha sposato e che mi è stato accanto anche all'ospedale e mi disse
che sarebbe venuto sia lui, che il parroco del mio paese: apprezzai tantissimo il loro pensiero,
sarebbero stati in 2 a salutare i miei angeli.
Arrivò il lunedì erano passate 5 settimane da quando li avevo persi, quel giorno non aprii il negozio
non me la sentivo avevo paura di un crollo, fin ora avevo lottato per riaverli a casa ed ora avevo
paura della reazione alla visione della piccola bara bianca.
Arrivai alla chiesa padre Oscar e Don Andrea c'erano di già mi abbracciarono per farmi forza. In
chiesa arrivarono solamente parenti e amici strettissimi non volevo confusione volevo solo chi mi
voleva bene.
Alle 17:00 precise arrivò l'impresa gli avevo chiesto di venire in macchina non con il carro funebre,
volevo attirare meno gente possibile, volevo che l'ultimo saluto hai miei piccini glielo facessero
solo gli amici, non chi gode nello spettegolare.
Mi passò davanti la piccola bara bianca con sopra il copricassa di rose bianche ed al centro ce
n'erano 2 rosa ed una azzurra, con gli occhi pieni di lacrime che finalmente scendevano libere dai
miei occhi cercai mio marito, che arrivò accanto a me.
Ci mettemmo seduti in prima fila alla destra dei bimbi, non riuscivo a smettere di piangere, e non
riuscivo a staccare gli occhi di dosso a quella piccola scatola bianca che nel suo interno aveva un
tesoro tanto grande. Dall'altra parte c'erano mia mamma e mio nipote di 4 anni che ogni tanto mi
guardava ma non capiva perché piangessi e perché tutti fossero seri. A mia madre domandò cosa ci
fosse li dentro e mia mamma gli rispose “Tommaso ci sono 3 angeli” e lui “no zia mi ha detto che
sono volati in cielo, che c'è li dentro?” e mia madre “le ali e le copertine di quei piccoli angeli, gli
abbiamo fatto uno scherzo”.
Finita la cerimonia ci avviammo al cimitero che è li accanto, la bara la portarono i 4 zii i miei
fratelli e le sorelle di Alessandro.
Ci avvicinammo alla buca dove dopo l'ultima benedizione ci fu messo quello scrigno tanto prezioso
che conteneva Lavinia, Ludovica, Andrea ed il mio cuore, ci deposi sopra una rosa prima che
tappassero tutto ed aspettai che finissero.
Non passa giorno che non pensi e non passi da loro, la tomba deve essere sempre immacolata anche
perché per ora è un monte di terra, ma piena di fiori colorati, come volevo fosse la mia e la loro vita
piena di colori.
Ora sto iniziando a fare un ciclo di esami per capire cosa possa essere successo, per poi poter
provare e dare ad i miei angeli dei fratellini da proteggere.
Voi 3 piccoli angeli per sempre..... nella mia testa.....nel mio cuore....nella mia anima.
Cari genitori speciali di CiaoLapo,
sono la mamma di Samuele, nato il 16/3/2010 e del suo gemellino Angelo Lorenzo che ha messo le
ali la notte di Natale del 2009, quando li aspettavo entrambi a 24 settimane. La vita mi ha graziata
della vita di Samuele, del fatto che è un bimbo sano e sereno e illumina i miei giorni. Quando
Angelo è morto, ma soprattutto quando è “nato” il 16/3/2010 ho notato subito attorno a me una
specie di negazionismo, come se lui non fosse mai esistito e nessuno pensava che lì c’erano una
mamma e un papà che AVEVANO BISOGNO di elaborare il lutto, lutto che si portavano dietro già
da mesi. Prima del cesareo avevo chiesto un parere ai medici (“cosa devo fare?” “devo fargli il
funerale?”) e mi rispondevano chi no, chi sì, ma che era meglio di no, che era meglio non vederlo,
che restava comunque il ricordo e che “i primi mesi sarà un po’ dura, poi passerà col tempo”.
Niente di più falso. A parte che non sapevano bene nemmeno cosa fare a livello burocratico (tant’è
che hanno sbagliato a farmi i documenti per l’atto di nascita di Samuele),non sapevano neanche se
l’ospedale usava seppellire questi poveri bimbi o fare altro, alla fine io Angelo non l’ho mai visto,
forse io stessa sono andata dietro alla loro linea, sicuramente più facile, ma la più sbagliata.
Passato il primo periodo di sconvolgimento e incoscienza, ho cominciato ad avere dei fortissimi
sensi di colpa, per aver lasciato andare l’altro mio figlio, in mano di chi, e dove?
Grazie a CiaoLapo sono però riuscita a trovarlo, nel cimitero della città dov’è nato e il solo fatto di
sapere che era lì, che non era stato buttato via, mi ha aiutata e rincuorata. Ho trovato una
responsabile dei servizi cimiteriali a dir poco stupenda, che si è presa il caso a cuore e grazie a lei
ho ritrovato il mio piccolo. Non ha una tomba, ma sono riuscita comunque a mettergli una targhetta
e dei fiori, dei bambolotti, delle cose mie, della compagnia. L’importante è che lui giaccia lì, con la
stessa dignità degli altri defunti.
Nei mesi, ho girato parecchio in internet ed ho visto come in altri Paesi il lutto prenatale e perinatale
sia strutturato, accompagnato, organizzato, ponderato, razionalizzato. I genitori possono stare in
compagnia del loro angioletto quanto vogliono,possono fotografarlo, portarlo a casa, cremarlo, in
qualsiasi età gestazionale e non se ne sia andato. Negli ospedali in cui sono stata (non in tutti però)
durante la mia gravidanza si tendeva a negare,a nascondere, tant’è che i medici chiamavano il mio
piccolo “Il feto morto” o “MEF” (Morte endouterina fetale). Porto nel cuore quei medici
(neonatologi) che invece si stanno indirizzando verso un lutto consapevole e che hanno avuto
parole d’amore per il mio sfortunato gemellino e per me. Avrei tanto voluto cremare Angelo, ma
non sono stata accompagnata a questo. Ho trovato molta confusione e incompetenza. E’ facile dare
la colpa agli altri, ma una mamma speciale in quelle condizioni non è né lucida né razionale, per
questo le direttive dovrebbero essere più chiare. Alla mamma e al papà vanno spiegate chiaramente
le cose, deve esser data la possibilità di vedere il loro piccolino, seppur non più in vita, per poterne
avere dei ricordi, ma devono essere educati e indirizzati a ciò, non dire “meglio che non lo veda” e
poi una volta nato il piccolo: “cosa vuole fare del bambino morto?”.
Questo tipo di lutto, che è atroce e quasi sempre improvviso e inaspettato, deve essere compreso dai
genitori, cosa non facile, ma proprio per questo va accompagnato passo passo.
Un abbraccio
Sara
A casa a braccia vuote: una piccola guida per le prime settimane

Le prime settimane dopo il lutto sono un momento particolarmente difficile, perché lo shock è
ancora forte, la confusione è tanta, e ci si trova spesso immersi in un caleidoscopio di emozioni, di
pensieri e di sensazioni fisiche e psicologiche estremamente intense e spesso sgradevoli. In questi
momenti molti genitori si sentono smarriti, come divisi tra un prima ed un oggi così pesante da
sembrare inaccettabile.
Queste sensazioni sono del tutto fisiologiche e ti accompagneranno per un po’ di tempo; e alcuni
piccoli accorgimenti, come quelli elencati più sotto, possono esserti d’aiuto per lenire almeno in
parte lo smarrimento ed il dolore.

• Il Tempo nel lutto


Occorre molto tempo per passare attraverso il dolore; passare attraverso non significa
LIBERARSENE per sempre, significa accettare e lenire, trasformando le nostre sensazioni.
Semplicemente, prima o poi arrivano giorni in cui si è meno distrutti, in cui alcuni pensieri
sull’accaduto non ci fanno precipitare nel vuoto, e in cui si comincia a ricordare la storia anche
per le cose belle che ci sono state (i ricordi dell’ecografia, alcune fantasie sul piccolo, i suoi
movimenti…); il percorso può essere molto lungo e difficile, anche perché subito dopo la morte,
si perde il senso del tempo, si “inceppa” il nostro orologio interno, e le lancette rallentano o si
rincorrono, seguendo un ritmo diverso da quello abituale. Questa sensazione di blocco o di
“corsa” può essere molto disturbante, e può essere utile sapere che è transitoria.

• Quanto durerà? (Fretta di stare meglio)


E’ sempre meglio evitare di prendere scorciatoie: il percorso del lutto passa attraverso la
mancanza, il dolore, lo stupore, la voglia di ricordare e condividere, bisogna lasciar passare tutte
queste cose e accettare la memoria di quanto ci è capitato. Imporsi di non pensarci,
autocensurare la propria mente, spesso “congela” il lutto, che è poi destinato a riemergere nel
corso del tempo (in gravidanze successive, o in momenti significativi della vita).

• Razionalizzare le risorse: è un momento difficile!


E’ opportuno occuparsi sempre di un problema alla volta, le cose secondarie vanno delegate ad
altri, le cose importanti gestite con calma. Il dolore rende avventati e troppo indifferenti a tutto il
resto (non cambiare lavoro, non licenziarsi, non investire denaro, non iniziare immediatamente
un'altra gravidanza, non separarsi….).

• Tanti modi per esprimere il dolore ed elaborare il lutto


Ognuno ha un proprio modo per affrontare la perdita. Non esistono in assoluto un modo giusto o
sbagliato, esistono persone con diverse storie di vita e diverse risorse psicologiche che dunque
affronteranno questo triste evento a loro modo. Dal momento che può assumere sembianze
differenti, l’espressione del dolore proprio e altrui non si misura né in lacrime né in occhiaie. Al
contrario, molte persone cercano di darsi un tono e si curano moltissimo, soffrendo
immensamente dentro. L’ascolto non giudicante, soprattutto tra i membri della stessa famiglia è
essenziale. La stessa cosa vale a maggior ragione tra coniugi.

• I ricordi del bambino perduto


Parliamo del nostro bambino che non c’è più (anche se, è difficilissimo pronunciare le parole
bambino e morto nella stessa frase), con tutti quelli con cui ci va, e con quelli che ci chiedono
quanti figli abbiamo, se ci fa sentire meglio. Ricordare qualche episodio di vita comune (i
calcetti, l’ecografia, la scelta del nome, tutte cose che almeno all’inizio possono sembrare
talmente strazianti da non poterle nominare), soprattutto insieme al proprio partner, e quando
possibile con i fratelli, può fare davvero molto bene; prendersi il tempo sufficiente per riuscire a
ricordare anche gli episodi piacevoli e felici di quella gravidanza è molto importante, perché
conferma che, nonostante il dolore, prima c’è stato un bambino, anche se per poco o
pochissimo, e che noi abbiamo potuto essere felici con lui. Mantenere vivo un ricordo aiuta
tantissimo, e dà significato al dolore che stiamo provando. Incoraggiate gli altri a parlarne,
anche se spesso molti amici vivono nella falsa convinzione che per noi è importante NON
piangere e NON pensarci, quindi ci raccontano di tutto, ma non ci ascoltano. Sentiamoci liberi il
più possibile di esprimere i nostri ricordi e le nostre impressioni con le persone che sentiamo più
vicine.

• Il lutto ed i fratellini
Avere già altri figli può essere un’immensa opportunità per non lasciarsi sfinire dal lutto, ma è
anche un ostacolo ad un libero processo di elaborazione, per il semplice fatto che occuparsi di
un bambino ci costringe a rateizzare i “momenti no”, a limitare le scene di dolore, e comunque a
fornire spiegazioni e rassicurazioni (mai negare che siamo tristi, mai mentire, i bimbi si
disorientano e possono farsi strane idee). Tra i 2 ed i 5 anni i fratellini possono richiedere
spiegazioni sul fratellino che è andato via, e possono chiedere molte volte quando torna, perché
non torna e dov’è la pancia. Non dobbiamo fingere, spieghiamo con parole semplici adatte
all’età e manteniamo tutti la stessa versione dei fatti. Quando ce la sentiamo, parliamo col
piccolo del fratellino che è andato via, ricordarlo fa bene a tutti (oltre che fornire a vostro figlio
un’idea più equilibrata ed onesta della vita).
Presentazione dell’associazione CiaoLapo Onlus

Non è possibile curare la morte, ma è possibile prendersi cura del dolore che resta

CiaoLapo è la prima associazione fondata in Italia e dedicata ai genitori che hanno perso un
bambino durante la gravidanza o dopo la nascita. Si occupa prevalentemente di gravidanza a
rischio, sostegno psicologico e ricerca. CiaoLapo è come da statuto un’associazione apolitica,
apartitica e aconfessionale.
CiaoLapo promuove la salute dei genitori e della famiglia colpita da lutto attraverso il sostegno
psicologico diretto (sia tra pari, attraverso l’automutuoaiuto, sia grazie alla convenzione con
psicologi e psicoterapeuti formati specificamente su questo tema). Tra i principali scopi
dell’associazione ci sono anche la diffusione delle informazioni relative al lutto perinatale e la
promozione di una rete italiana di familiari e professionisti dell’area materno infantile coinvolti
nella prevenzione del lutto perinatale e nel sostegno alle famiglie colpite.
CiaoLapo è stata fondata l’11 Aprile del 2006 dai genitori di Lapo, morto/nato alla 38° settimana di
gravidanza a causa di una torsione dei vasi che scorrono nel cordone ombelicale, nel tentativo di
colmare una grave lacuna italiana in cui ancora troppi genitori precipitano dal momento stesso della
diagnosi di morte o grave patologia dei loro bambini, in utero o dopo la nascita.

Come genitori in lutto, e come medici, ostetriche e psicologi psicoterapeuti, siamo certi che per
aiutare i genitori colpiti da lutto perinatale sia importante disporre di una preparazione scientifica e
umana adeguate alla circostanza, e crediamo che il miglior percorso di elaborazione è quello che
vede al centro il genitore e le sue risorse individuali: svolgiamo per questi motivi corsi di
formazione del personale e sosteniamo gli operatori nel loro difficile compito di portare un valido
aiuto ai genitori.

Nell’anno della sua fondazione, solo tre punti nascita in Italia disponevano di un servizio di
psicologia interno al reparto in grado di accompagnare i genitori durante tutta la degenza e dopo le
dimissioni. Sei anni dopo, al momento della stesura di questo libro, grazie anche al nostro capillare
lavoro di formazione, informazione e consapevolezza, sempre più punti nascita si sono
sensibilizzati e dispongono personale specificamente formato su questo tipo di lutto e sulla
patologia in gravidanza. Nonostante i sensibili miglioramenti, e il crescente interesse per queste
tematiche, la maggior parte delle donne dimesse dopo un aborto, un parto prematuro, o una morte
intrauterina non possono usufruire ad oggi di una rete di sostegno dopo le dimissioni, qualora ne
sentano il bisogno. Per questo l’associazione ha intrecciato nel tempo collaborazioni e convenzioni
sia nazionali che internazionali allo scopo di creare una rete di formazione sostegno e prevenzione
con ginecologi, ostetriche, infermieri, psicologi e genitori.

CiaoLapo Onlus è affiliata alle principali organizzazioni internazionali che si occupano di morte
peinatale, è Full Member Organization della International Stillbirth Alliance (Baltimore, MD,
USA), Affinity Organization della Hygeia Foundation (New Haven, Connecticut, USA) e Member
Organization della Stillbirth And Neonatal Death Society (Sands, London, UK)
Nei suoi 6 anni di attività, CiaoLapo Onlus ha organizzato nove convegni nazionali, partecipando
anche come unica associazione rappresentante l’Italia ai convegni della International Stillbirth
Alliance a Birmingham, UK (Settembre 2007) ed a Oslo, NW (Novembre 2008) Sydney (Ottobre
2010).
A partire da Ottobre 2007, CiaoLapo Onlus ha promosso la celebrazione in Italia del Mese della
Consapevolezza sulla Perdita Infantile ed in Gravidanza (Pregnancy and Infant Loss Awareness
Month), e dal 2011 ha iniziato a lavorare per chiedere e ottenere l’istituzione del 15 Ottobre
giornata nazionale della consapevolezza del lutto perinatale.
Le attività di CiaoLapo sono possibili grazie alle donazioni e alle iscrizioni dei soci.
Queste le iniziative permanenti:

• Sito internet dell’associazione (www.ciaolapo.it), all’interno del quale è possibile utilizzare:


• il Social
• il Forum per i genitori: momento per momento, tappa per tappa, l’elaborazione del lutto
attraverso la scrittura e la condivisione della propria esperienza rende il percorso più lieve
• il Gruppo di autoaiuto on-line per genitori in lutto: si riunisce su internet in una chat privata
riservata al gruppo con frequenza quindicinale. E’ coordinato da personale formato nel lutto
perinatale.
• il Gruppo di autoaiuto per le mamme nuovamente in attesa, si riunisce in una stanza privata
della chat room.
• la Diffusione in rete dei temi inerenti il lutto perinatale attraverso un’informazione
attendibile, obiettiva e per quanto possibile priva delle contaminazioni provocate da
sovrastrutture culturali, religiose o politiche (le fonti sono rappresentate dalle molteplici
esperienze pratiche delle numerose associazioni internazionali)
• la Promozione dell’autoaiuto in caso di perdita durante la gravidanza e nel periodo
perinatale; aprire gruppi di autoaiuto in diverse città inserisce nel contesto della rete sociale
la realtà del lutto perinatale, conferendo dignità al dolore dei genitori e trasformando
l’evento di perdita in risorsa sociale, come già avviene per altri gruppi sul lutto presenti sul
territorio. Al momento della stesura di questo libro sono attivi gruppi AMA a Prato, Firenze,
Roma, Torino, Chiavari: consulta il sito www.ciaolapo.it per gli aggiornamenti.
• la Ricerca sugli effetti psicologici della perdita nella coppia genitoriale al fine di svolgere
un’adeguata prevenzione degli effetti secondari del lutto (lutto complicato).
• la Formazione del personale e strutturazione di una rete integrata per il sostegno psicologico
ai genitori e ai familiari.
• i Congressi scientifici per operatori e volontari sulla morte perinatale e sul lutto.
• la Promozione della formazione sul lutto di medici, psicologi e volontari associati, nel
campo dell’automutuoaiuto nel lutto perinatale.
• la Collaborazione attiva con medici, psicologi e docenti dei corsi di Laurea di ostetricia ed
infermieristica, allo scopo di migliorare l’assistenza ai genitori ed alle famiglie colpite dalla
perdita.
• l’Istituzione anche in Italia del mese della consapevolezza sulla morte perinatale: insieme ad
altri paesi del mondo, con l’aiuto dell’associazione Babyloss Awareness Campaign, anche
l’associazione CiaoLapo Onlus promuove in Italia il mese internazionale della
consapevolezza sui temi della morte durante la gravidanza o dopo il parto, che culmina ogni
anno nella wave of light (onda di luce) del 15 Ottobre, in tutto il mondo, alle 19 ora locale.
Per maggiori informazioni sulle iniziative visita il sito ufficiale www.babyloss.info.
• Gli incontri periodici con la comunità dei genitori di CiaoLapo e degli operatori, promossi
nelle città che ospitano i gruppi AMA di CiaoLapo Onlus.

Ci auguriamo che la lettura di questo libro possa esserti stata d’aiuto e ti ricordiamo di cercare sul
nostro sito internet i gruppi o i genitori più vicini a te.
Restiamo a disposizione per sostenere il tuo cammino di lutto e di amore.
Sostenuti ogni passo dall’amore che è stato, è e sarà per i nostri figli.
Con affetto,
Claudia, Alfredo, Barbara, Lucia, Antonella, Cristina, Veronica, Massimo, Irma, Mimmo, Katia,
Giuseppe, Leonardo, Cecilia….e tutti i genitori e gli operatori di CiaoLapo

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