Sei sulla pagina 1di 28

26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Le mura megalitiche di Tokyo,


Nikko e Kamakura.
di: Roberto Mortari 20 Dicembre 2014

1 - Introduzione.
Parlando del mio interesse per le mura megalitiche, e in particolare di quelle cosiddette
“poligonali”, con un amico che conosce molto bene il Giappone ho avuto la sorpresa di sentirmi
dire che il Giappone è pieno di opere del genere. Sono andato su internet per documentarmi e ho
trovato una quantità di muri che potevano corrispondere alla definizione di opere poligonali, ma in
molti casi era possibile che si trattasse di costruzioni moderne. E se fosse stato tutto moderno? So
che i Giapponesi sono appassionati delle imitazioni, ma non era possibile che fossero tutte
imitazioni: da qualche parte dovevano pur aver preso dei modelli. Così ho deciso di compiere un
breve viaggio nel Paese del Sol levante e visitare Tokyo e dintorni. Le tappe principali sarebbero
state i giardini imperiali orientali di Tokyo e i santuari di Nikko e Kamakura. Lo scopo che mi ero
prefisso era di verificare se la tecnica costruttiva per erigere questo tipo di muri a secco fosse la
stessa che avevo trovato in Italia, Grecia, Perù e Bolivia. Tale tecnica comporta che sia i lati delle
facce, che hanno una forma poligonale irregolare, sia gli angoli formati dai lati adiacenti abbiano
una ben precisa misura, in modo che ogni blocco messo in opera occupi uno spazio ben
determinato e il contatto tra i vari elementi sia perfettamente chiuso. Si poneva il problema se si
trattasse di una semplice coincidenza, e quindi se la tecnica fosse stata applicata da popolazioni
diverse, ciascuna indipendentemente dalle altre, o se al contrario i muri in questione fossero opera
di una stessa popolazione. Il modo di accertarlo c’era e consisteva nel confrontare l’unità di misura
utilizzata per misurare la lunghezza dei lati dei poligoni: nei Paesi sopra elencati avevo accertato
che era stata usata la stessa unità di misura, di 1,536 cm, che ho chiamato “dito pelasgico”
(Mortari, 2012a).

C’era infine un’altra verifica da compiere: se, oltre alla tecnica dell’opera poligonale, fossero state
applicate anche altre tecniche, in analogia con quanto è avvenuto nelle altre aree in cui sono stati
riconosciuti complessivamente i seguenti sei tipi principali di lavorazione.

Primo tipo o “tipo delle pietre grezze”: le pietre sono accatastate con la loro forma naturale in modo
da lasciare minimi spazi vuoti. Ne vediamo un esempio nella Figura 1, che ritrae un muro di
sostegno ad Amelia.

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 1/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Secondo tipo o “tipo delle pietre grezze selezionate”: vengono scelte pietre con una faccia piana,
che viene disposta verso l’esterno del muro, così che la parete finale non abbia sporgenze
importanti. Gli spazi vuoti vengono chiusi con pietre più piccole. Esempi sono le mura di Roselle
(Figura 2) e Borg in-Nadur a Malta (Figura 3).

Terzo tipo o “tipo delle pietre sgrezzate”: la tecnica è simile a quella precedente, ma per ogni
singola pietra i bordi della faccia esposta all’esterno vengono trattati con uno scalpello in modo da
ridurre molto gli spazi lasciati vuoti intorno. Dato che nella evoluzione dei materiali impiegati il
bronzo è quello che per primo ha consentito di lavorare intensamente le pietre anche le più dure, si
deve inferire che la tecnica del terzo tipo è frutto dell’invenzione di questa lega. A volte non risulta
facile porre un limite tra un terzo e un secondo tipo giacché non sempre si può essere sicuri che
sia avvenuto uno sgrezzamento dei bordi tramite percussione di un utensile metallico.
Appartengono a questa classe i muri che si trovano: presso il Templo do Sol a Machu Picchu in
Perù (Figura 4), nella parte nord-occidentale della stessa località (Figura 5), a Ferentino (Figura 6),
a Cori (Figure 7 e 8) e a Norba (Figura 9). Nell’ultimo caso si può notare un effetto della nuova
tecnica, che consiste in una riduzione, fino all’assenza, delle inzeppature.

Quarto tipo o “primo


tipo poligonale”: le
pietre vengono
ancora lavorate a
percussione per
mezzo di strumenti
metallici, ma la
lavorazione è molto
più accurata. Si
rendono piane non
solo la faccia a vista ma anche altre facce che partono dai bordi di quella
principale e che vanno a combaciare perfettamente con le facce delle pietre
adiacenti. I bordi della faccia a vista sono generalmente rettilinei, definiscono
un poligono irregolare e non hanno un orientamento preferenziale. Sono stati
scelti, come esempi, tratti delle mura di Amelia (Figura 10), Palestrina (Figura 11) e Pisac (Perù)
(Figura 12). Nella Figura 13, che si riferisce a Cori, si può fare un’osservazione abbastanza rara:
appaiono impronte lasciate sulle pietre da uno scalpello; la larghezza della lama risulta di poco più
di 3,0 cm. Questo valore è due volte quello di 1,536, che è stato trovato essere l’unità di misura
utilizzata per determinare lunghezze di lati dei poligoni (Mortari, 2012a).

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 2/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Quinto tipo o “tipo delle pietre tendenzialmente squadrate”, che rappresenta un “tardo poligonale” o
“poligonale evoluto”: le pietre sono ancora lavorate a percussione. Si tratta di una derivazione dal
tipo precedente, in cui col tempo si tende a ridurre il numero dei lati delle facce a vista e assumono
una frequenza via via maggiore i poligoni quadrilateri, gli angoli retti, o quasi, e allineamenti
orizzontali. Possiamo ascrivere a questa classe il muro di Pyrgi (Figura 14), in cui l’evoluzione è al
suo inizio, e, come casi più evoluti, una parte delle mura di Spoleto (Figura 15), il tempio di Hagar
Qim, a Malta nella Figura 16 e il muro di Micene adiacente alla famosa Porta dei Leoni (Figura 17);
negli ultimi due esempi gli angoli tendono ad essere tutti retti.

Sesto tipo o “tipo


delle pietre tagliate
a squadro”. Ho
evitato di chiamarlo
“tipo delle pietre
squadrate” per non
generare
confusione con i
casi più evoluti del
tipo precedente, in
cui gli elementi hanno uguale forma ma sono stati lavorati con martello e
scalpello; in questo tipo invece le pietre sono tagliate, molto probabilmente
con una sega. I tagli avvengono in maniera tale che l’angolo tra le varie facce
del singolo blocco sia retto. Ne risultano facce rettangolari, come si vede
nella Figura 18, in cui sono mostrati i primi corsi di un muro appartenente a un tempio a Cosa
(Mortari, 2014). Gli spigoli che si ottengono sono molto netti, senza slabbrature, come al contrario
avveniva generalmente nella fase più avanzata del quinto tipo.

2 - Tokyo
Mi sono subito reso conto che i Giapponesi amano costruire muri in opera poligonale: l’occasione
si è presentata quando mi hanno trasferito dall’aeroporto all’albergo: appena sceso dal pullman mi
sono trovato di fronte, a darmi il benvenuto, un muro contemporaneo di questo genere (Figura 19),
che ha un disegno caratteristico del quinto tipo. Quando in seguito mi sono recato nel parco di
Ueno, fuori da un antico tempio buddhista mi aspettava un muro simile a quelli del quarto tipo
(Figura 20). In entrambi i casi è evidente che l’analogia non è stretta ed è limitata al disegno dei
bordi delle facce in quanto che non si tratta di muri a secco.

2.1 – Giardini imperiali

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 3/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Il primo sito visitato è stato quello dei giardini imperiali di Tokyo, o meglio la parte, sorvegliata, che
è tenuta aperta tutti i giorni al pubblico ed occupa un’isola artificiale posta a nord-est della
residenza dell’imperatore (Figura 21). Una sua mappa dettagliata è in Figura 22; in senso est-ovest
l’isola misura una larghezza massima di quasi 700 m, mentre in senso nord-sud la lunghezza è di
quasi 800 m. Il luogo è sotto il controllo di poliziotti che per ragioni di sicurezza non ammettono che
si prendano misure di alcun genere o si cammini fuori dai percorsi consentiti; sono intervenuti due
volte: la prima volta perché cercavo di fotografare un muro da una posizione interdetta, la seconda
perché mi hanno visto con un metro in mano. Per questa ragione i dati che ho potuto mettere
insieme in questo parco non sono così numerosi come avrei voluto.

Sono entrato nei giardini imperiali dalla Otemon (Figura 23), la porta che si apre nella zona più
orientale, indicata con il n. 1 nella mappa di figura 22. Prima di entrare, sulla destra della porta si
possono osservare (Figura 24) due pareti che a prima vista appaiono come primo poligonale, ma
che a una più attenta osservazione risultano essere del poligonale tardo per la frequenza di
elementi quadrangolari; vi è anche una terza parete, di aspetto molto diverso, che indica un
rifacimento avvenuto probabilmente dopo i bombardamenti dell’ultima guerra.

Passata la porta, si entra in un cortile, in fondo al quale vi è una parete ancora del quinto tipo
(Figure 25 e 26). Sulla destra del cortile si apre una seconda porta (Figura 27), e a destra di essa
si trova un altro muro dello stesso genere (Figura 28). Qui sono state compiute misure su due
pietre. La prima (Figura 29) è risultata di 92,1 cm per il lato maggiore e 54,9 per quello minore, che
corrispondono a 59,96 e 35,74 volte l’unità di misura che ho chiamato “dito pelasgico”, (che
indicherò brevemente con dp) di 1,536 cm, riscontrata nell’area del Mediterraneo e in Sudamerica
(Mortari 2012b, 2013a, 2013b). La seconda pietra (Figura 30) ha i due lati inferiori di 53,0 e 11,9
cm, pari a 34,51 e 7,75 dp.

Superando la
seconda porta,
sulla sinistra segue
una breve parete
(ripresa da vicino
nella Figura 31),
sulla quale sono
riuscito a effettuare
misure su due
pietre. La prima
pietra è in Figura 32; il suo lato inferiore misura 80,6 ÷ 80,7 cm (52,47 ÷ 52,54 dp). La seconda
pietra è in Figura 33, e il suo lato inferiore è di 63,4 cm (41,28 dp). La stessa parete è ripresa
www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 4/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

anche da lontano
(Figura 34). Volevo
riprenderla di
fronte, ma
nell’avvicinarmi ero
entrato in una zona proibita e per questo sono stato richiamato.

150 m a ovest della Otemon si incontra una seconda doppia porta, di cui rimangono solo le pietre
di base; essa corrisponde al sito n. 4 della mappa di figura 22. Della prima apertura la Figura 35
illustra lo stipite di destra. A questa si allaccia la parete esterna di Figura 36; la Figura 37 ne è un
dettaglio e ne mostra il modo costruttivo, che è del quinto tipo. Nella Figura 38 è visibile lo stipite di
sinistra. Della seconda apertura, orientata ortogonalmente rispetto alla prima, la Figura 39
rappresenta lo stipite di destra (ripresa da est verso ovest), mentre nella Figura 40 c’è la parete
contigua rivolta verso sud, e nella Figura 41 la parete contigua a quest’ultima (rivolta a ovest). Lo
stipite sinistro compare nella parte destra della Figura 42. In Figura 43 è rappresentato un dettaglio
della figura 39, con una pietra, al centro, adatta ad una misura: il suo lato inferiore è di 55,3 cm,
pari a 36,00 dp. Nelle varie pietre possiamo osservare i colpi inferti per livellare la superficie: essi
sono spesso riuniti lungo brevi, precisi allineamenti e suggeriscono che siano stati prodotti da una
punta su cui veniva battuto un martello piuttosto che direttamente da un martello dotato di una
terminazione a punta.

Per l’ultima
fotografia del
dettaglio dello
stipite destro avevo
messo contro la
parete il mio metro,
e mentre facevo lo
scatto si è
avvicinata una
donna poliziotto per
sapere che cosa
stessi facendo. Si è
tranquillizzata
quando ho detto
che mi serviva quel riferimento per avere un’idea delle dimensioni delle pietre. Prima della
misurazione mi ero guardato attorno e non avevo visto nessuno. Mi è venuto da pensare che dopo

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 5/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

il primo richiamo forse li ho messi in allarme e mi hanno voluto tenere


d’occhio per un po’; questa esperienza mi ha consigliato di essere più
prudente. Dovevo tener in conto anche un frequente controllo, più insidioso,
operato in bicicletta.

Lo stipite destro è ripreso ancora nella Figura 44 per mostrare sullo sfondo una parete oltre il punto
6 della mappa e mettere in risalto la vicinanza di due stili alquanto diversi. Oltre la doppia porta da
poco descritta, lo spazio si allarga leggermente, e sulla destra si estende la parete di un muro che
appartiene ad un quinto tipo molto avanzato, interrotto da un varco (Figura 45). Il muro, che ha un
andamento nord-sud, è costituito da pietre il cui contorno si approssima molto al rettangolo, mentre
la parete che è contigua alla sua parte settentrionale è di un quinto tipo meno evoluto (Figura 46),
analogo a quello che abbiamo già visto nelle figure 34 e 41. Da nord a sud il muro principale è
illustrato nelle Figure 47 ÷ 50; a sud del punto 6 della mappa esso è riprodotto nella Figura 51.

Nel punto 6
possiamo
oltrepassare il
muro, che
costituisce una
seconda barriera
difensiva, più
interna, dell’isola,
attraverso la porta
Nakanomon, cui
segue un percorso in salita. Superata dunque la porta, che compare nelle Figure 52 e 53, di fronte
ad essa si presenta una parete che a un primo sguardo sembrerebbe appartenere alla seconda
classe (Figure 54 e 55), ma ad una osservazione più attenta appare costituita da blocchi che in
passato dovevano far parte di un muro molto probabilmente del quinto tipo. Infatti, la continuazione
di questa parete, dopo che ha piegato ad angolo retto, si mostra del quinto tipo (Figura 56) e
termina poi dove si apre il varco della seconda porta. Di fronte alla parete di figura 56 si trova una
parete dello stesso tipo (Figura 57), che in fondo alla salita piega per collegarsi alla seconda porta
e diventa di un quinto tipo molto evoluto (Figura 58). Già qui si intravede lo stipite sinistro della
porta, che appare meglio nella Figura 59, mentre lo stipite destro è rappresentato nella Figura 60.
Entrambi gli stipiti portano i segni di un pronunciato sfaldamento delle pietre, che non esito ad
attribuire ad un incendio localizzato e prolungato.

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 6/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Oltre la porta del


punto 9 la
superficie del
terreno è spianata.
Al n. 17 della
mappa c’è una
piccola costruzione,
detta “Ishimuro”
(Figura 61), che si
ritiene potesse
essere un deposito
di
approvvigionamenti
per il castello che si
ergeva a breve distanza da qui; essa è formata da pietre perfettamente squadrate e appartiene al
sesto tipo: basta osservare gli spigoli per accorgersi che sono perfetti, come solo un taglio può
produrre. La Figura 62 ci mostra che queste pietre hanno avuto diversi trattamenti nella faccia a
vista: dall’alto vediamo che una superficie è stata tagliata, due sono finemente martellate e altre
due martellate grossolanamente; inoltre possiamo notare che due delle pietre finemente martellate
presentano delle “maniglie”. Una terza pietra con maniglia è visibile sotto il cartello nella Figura 63,
ma qui la maniglia, anziché trovarsi nella parte inferiore del blocco, come è la norma, si trova nella
parte superiore. I dettagli mostrati, insieme al fatto che le tre pietre con maniglia sono state messe
come in disparte, suggeriscono che il muro sia stato eretto utilizzando pietre riciclate.

La parte meglio conservata dell’opera è la metà di sinistra; in essa si può notare che la seconda e
la quarta fila dal basso tendono ad avere la medesima altezza; in particolare, nella seconda fila la
prima pietra a sinistra ha un’altezza costante di 51,4 cm (corrispondenti a 33,46 dp) mentre la terza
pietra da sinistra della quarta fila ha un’altezza variabile tra 51,4 e 51,5 cm ( cioè 33,46 ÷ 33,53
dp). Nella terza fila, la seconda e la terza pietra misurano altezze di 54,6 cm (pari a 35.55 dp). Per
quanto riguarda le larghezze, la prima pietra della seconda fila misura 90,2 cm (58,72 dp), la terza
della terza fila 118,3 cm (77,02 dp), la terza della quarta fila 80,2 ÷ 80,3 cm ((52,21 ÷ 52,28 dp) e la
seconda della quinta fila 86,4 cm (56,25 dp). Si tratta dunque di pietre che all’origine erano state
tagliate con grande accuratezza.

Nella metà destra del deposito (Figura 64) le altezze sono abbastanza regolari, frequentemente di
51,45 cm (33,50 dp) e meno frequentemente di 51,1 cm (33,27 dp).

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 7/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Un centinaio di metri più a nord, al n. 20 della mappa, si eleva il basamento della torre principale
del Castello di Edo, costruito nel 1457. Nella Figura 65 se ne può osservare, sullo sfondo, l’aspetto
moderno, mentre in primo piano la rampa di accesso da sud ha un aspetto più antico. Data la
posizione troppo scoperta, non ho voluto rischiare prendendo misure.

Mi sono spostato quindi presso la porta situata al punto 29; all’inizio della breve discesa, chiamata
Bairinzaka, che porta al ripiano inferiore, sulla destra troviamo un muro apparentemente in opera
poligonale del quarto tipo, ma poi riconoscibile come quinto tipo molto poco evoluto (Figura 66), e
qui è stata fatta una misura del lato inferiore della pietra al centro della Figura 67, che è risultato
lungo 158,2 cm (102,99 dp).

Al n. 26 si trova un’altra porta, dalla quale scende il declivio Shiomizaka. Gli stipiti della porta,
come al n. 9, mostrano gli effetti di un incendio molto intenso. Lungo la discesa, sulla destra, si può
notare che le pietre della parete tendono ad essere disposte su filari pressoché orizzontali (Figura
68 e 69), e questo ci consente di attribuire facilmente la costruzione al quinto tipo. Dal secondo
filare dal basso sono state prese due misure: la prima, di 120,2 cm (78,25 dp), viene dalla pietra di
Figura 70; la seconda, di 81,6 cm (53,125 dp) viene dalla pietra di Figura 71.

Tra le basi delle


due discese
Bairinzaka e
Shiomizaka si
estende un muro di
8 m di altezza
(Figura 72), che fa
parte della cinta
difensiva interna.
Un cartello ci
informa che si tratta
del rifacimento,
eseguito tra il 2002
e il 2005, di un
muro la cui costruzione originale è attribuita al 1656. Possiamo solo dire che
il rifacimento, molto accurato, è stato fatto a imitazione del quinto tipo e che
quindi l’originale doveva essere proprio del quinto tipo, ma con l’aggiunta di
contatti talvolta imprecisi e qualche lato curvo, che ricorda l’opera lesbia.
L’originale molto probabilmente era simile alla parete che si trova subito a sud
del punto 31 (Figura 73) e, prossimo a questo, al muro della Figura 74.
www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 8/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Nella parte meridionale dell’isola è presente una doppia porta, la Kikyomon, che costituisce
l’accesso al quartiere generale della Guardia imperiale, situato tra questa porta e la Otemon. La
Figura 75 riporta una parete del cortile interno, chiaramente del quinto tipo.

Mi sono quindi trasferito nella parte sudoccidentale della terza isola che costituisce il complesso
intorno al palazzo imperiale (v. mappa della figura 21) e che è ora un parco libero, attraversato tra
l’altro da una strada di traffico quale la via Uchibori Dori. Qui si trova la porta Sakuradamon; nella
Figura 76 vediamo come si presenta dalla parte dell’interno dell’isola. Nella Figura 77 è ritratta più
in dettaglio la parte destra, di cui le Figure 78 e 79 mostrano due pietre che sono state misurate; la
base della prima è di 52,2 cm (33,98 dp); i due lati inferiori della seconda misurano 66,0 e 47,6 cm
(42,97 e 30,99 dp).

Nella parte
retrostante di
questa prima
apertura, sulla
parete di sinistra
(Figura 80) il lato inferiore della pietra
della Figura 81 misura 53,8 cm (35,03
dp); sulla parete di destra (Figura 82)
la pietra della Figura 83 ha i due lati
inferiori che misurano 54,15 e 16,9 cm
(35,25 e 11,00 dp).

2.2 – Giardini Hamarikyu.


Portiamoci ora in un sito che si trova 2 km a sud-sud-est del punto dove ci trovavamo (v. figura 21).
Si tratta dei giardini Hamarikyu, un’altra isola artificiale, circondata da canali che sono in contatto
con il tratto terminale del fiume Sumida e sicuramente sono stati un porto-canale.

Si arriva a quest’isola da nord-ovest attraversando un ponte (Figura 84), oltre il quale si apre una
porta tra due torrette. La sponda del canale sottostante è rivestita con un muro che appare di uno
stile leggermente diverso da quello della porta, con una discontinuità orizzontale abbastanza netta
tra i due.

Prima di varcare l’ingresso dei giardini, mi sono soffermato a osservare la breve parete di sinistra
(Figura 85), in cui spicca un blocco di granito bianco, la cui altezza è di 89,3 cm (58,14 dp). Un
particolare di questa parete è nella Figura 86. Nella seconda fila dal basso ho misurato i due lati
inferiori della pietra di Figura 87, che sono di 13,4 e 31,5 cm (8,72 e 20,51 dp).

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 9/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Nella parete di destra (Figura 88) sono state prese le misure del lato inferiore di due pietre: la
prima (Figura 89) è di 33,0 cm (21,48 dp), la seconda (Figura 90) è di 55,3 cm (36,00 dp).

Passando
all’interno,
possiamo vedere
che gli stipiti della
porta (Figure 91 e
92) sono stati danneggiati dal fuoco.
Sulla parete a sinistra (Figure 93 e 94)
ho misurato la base della pietra al
centro della Figura 95, sulla destra
della quarta fila; la misura è stata di
74,1 cm (48,24 dp), (c’è da dire che ho supposto che questo lato sia stato determinato prima della
posa in opera, anche se la pietra è stata collocata prima di quella alla sua destra). Per la pietra in
Figura 96 quasi al centro della terza fila il lato inferiore misura 38,0 cm (21,74 dp). La seconda
pietra a sinistra della terza fila è in Figura 97: i suoi lati misurano 29,4 e 35,5 cm (19,14 e 23,11
dp). Per compensare gli errori di due misure successive, che hanno un punto di mezzo in comune,
trovo utile considerare la somma, che è 64,9 cm cioè 42,25 dp. Un’altra pietra viene ancora dalla
terza fila e viene mostrata in dettaglio nella Figura 98. I due lati misurano 35,3 e 34,2 cm (22,98 e
22,26 dp), mentre la loro somma è 69,5 cm (45,25 dp).

3 - Nikko
Il santuario di Nikko
si trova un centinaio
di kilometri a nord-
ovest di Tokyo e ad
una quota di circa
600 m sul livello del
mare. La pianta di
Nikko è in Figura
99; la base è tratta dalla guida Lonely Planet. Gli edifici del santuario sono disposti su terrazzi,
delimitati da altrettanti muri, che sono stati distinti con tre diversi colori: verde quello inferiore, giallo
il secondo e rosa il terzo. Il primo e il secondo sono in quello stile di opera poligonale evoluta che è
il quinto tipo costruttivo, mentre il terzo muro è in opera tagliata a squadro.

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 10/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Il primo muro, alto 4 m, è esposto su due lati, uno occidentale e uno meridionale. Sul lato
occidentale (Figura 100) le pietre hanno dimensione media, solo in pochi casi superando 1 m
(Figura 101). L’elemento di Figura 102 ha misure di 17,7 e 82,9 cm (11,52 e 53,98 dp).

Del lato meridionale, diviso in due da una scala (Figura 103), la parte sinistra compare nelle Figure
104 ÷ 106, mentre la parte destra compare nelle Figure 107 ÷ 109. Possiamo notare che vi sono
due elementi particolarmente più grandi degli altri: quello di sinistra misura 5,32 m di larghezza,
mentre quello di destra è di 6,48 m.

Su questo primo
muro di
contenimento sono
state prese in
esame alcune
pietre. Nella parte
sinistra le prime
due sono
sovrapposte e
compaiono nella
figura 106. Più in dettaglio esse sono
nelle Figure 110 e 111 e misurano: la
prima cm 75,6 (49,22 dp) e la
seconda106,8 cm (69,53 dp). Nella
parte destra è stata misurata la pietra di Figura 112, la cui base è di 296,1 cm (192,77 dp);
all’estremità opposta c’è la pietra della Figura 113, il cui lato inferiore misura 29,9 cm (19,47 dp).

Passando al secondo muro, esso è alto 4,4 m ed è visibile nelle Figure 114 ÷ 120. Le pietre su cui
sono state eseguite le misure sono nelle Figure 121 ÷ 124 con i seguenti dati: 41,5 e 38,35 cm
(27,02 e 24,97 dp), 13,0 e 28,0 cm (8,46 e 57,29 dp), 72,8 e 29,7 cm (47,40 e 19,36 dp), 17,6 e
82,9 cm (11,46 e 53,97 dp).

Per quanto riguarda


il terzo muro,
illustrato nella
Figura 125, si è
verificato quanto
già riscontrato in Perù a Cusco, dove le pietre squadrate mostravano altezza troppo variabile per
ricavare dati sicuri. Qui l’altezza della pietra in figura è risultata variare da 56,4 a 57,6 cm.

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 11/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Sarà utile, per un


confronto,
osservare che ai
fianchi del viale di
accesso al
santuario lo stile del
muretto (Figura
126) è analogo a
quello dei due muri
più bassi incontrati
all’interno del
santuario.

4 - Kamakura
Scarne ma preziose osservazioni riguardano un terzo luogo, Kamakura,
situato circa 50 km a sud-sud-ovest di Tokyo. Qui c’è un famoso tempio, il
Kotoku-in, davanti al quale è esposto all’aperto il grande Buddha di bronzo
della Figura 127; nelle Figure 128 e 129 sono in evidenza i muretti che
fiancheggiano la rampa di accesso, e possiamo notare che essi sono stati
costruiti in uno stile più rozzo di quelli descritti finora e che può essere riferito al secondo tipo.

5 - Osaka
Vorrei spendere qualche parola sul
castello di Osaka, anche se non l’ho
visitato: l’ho visto soltanto attraverso
immagini disponibili sul web. L’ingresso
principale al parco che circonda il castello è visibile nella Figura 130, tratta da Google Earth: dietro
all’albero al centro si intravede un tratto di muro poligonale, con pietre nettamente più grandi di
quelle che compongono il resto del muro, sulla sinistra. Gli elementi squadrati che fiancheggiano
l‘accesso sono anch’essi di grandi dimensioni (Figura 131), e il muro che compare nella Figura 132
ci segnala che stiamo trattando opere del quinto tipo. Attraverso il vano della porta si intravedono
altri megaliti, meglio visibili nelle Figura 133 e 134; essi ricordano le due pietre giganti del primo
muro di Nikko. Una decina di blocchi all’interno hanno anch’essi grandi dimensioni; il maggiore ha
un’altezza di 5,5 m e una lunghezza di 11,7 m (Figura 135).

6 – Elaborazione dei dati raccolti

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 12/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Una certa
preoccupazione
riguardo ai risultati
poteva derivare dal
fatto che le misure
effettuate potevano venire riferite all’unità di misura usata
in Giappone dall’inizio dello shogunato e rimasta fino
all’adozione delle misure occidentali. Questa unità,
chiamata shaku, che è a dire il piede nipponico, era pari a
30,3 cm e veniva suddivisa in dieci sun. Lo shaku era
dunque abbastanza prossimo a venti volte l’unità pelasgica, essendo 1,536 x 20 = 30,72 cm.
Tuttavia i risultati dimostrano che le misure venivano fatte non in sun ma in dita pelasgiche.

Le 52 misure, espresse in dita pelasgiche fino alla seconda decimale, sono state riportate in un
istogramma (Figura 136). In ascisse sono i valori decimali, che sono stati espressi fino ai
centesimi, da 0 a 99; in ordinate le frequenze. Il picco che si riscontra intorno a 0,25 è del tutto
casuale e può essere giustificato con il modesto numero dei rilievi. Gli stessi dati sono stati
trasferiti in un altro istogramma (Fig. 137) dopo che sono stati ridotti al primo quarto di unità: così,
ad esempio, 0,53 è diventato 0,03. Si vede così che ci sono due concentrazioni: una in
corrispondenza di 0,25 e un’altra, più debole, in corrispondenza di 0,125. Ciò significa che le
misure venivano prese con l’approssimazione per lo più a un quarto e talvolta (6 volte/52) a un
ottavo. Ciò potrebbe significare che sui regoli o metri che venivano usati erano riportate quattro
tacche per ogni unità, o “dito” (all’incirca una tacca ogni 4 mm). Letture a un ottavo di unità erano
probabilmente fatte a stima. La stessa considerazione era stata fatta per le misure del muro
perfetto di Machu Picchu (Mortari 2013a).

7 - Considerazioni
7.1– Tipi costruttivi.
I giardini imperiali di Tokyo si sono rivelati una preziosa
miniera di informazioni sulla evoluzione della tecnica del
quinto tipo dei muri megalitici, consentendo di osservare
che i cambiamenti avvenuti possono essere raggruppati in poche fasi ben delineate.

1^ fase o “fase Bairinzaka”. Cominciano a presentarsi in modo sistematico allineamenti quasi


orizzontali, che nella tecnica poligonale sono assenti o casuali e non sistematici. Ne vediamo un
esempio nella Figura 138, che ritrae la parte sinistra della parete di fronte alla porta d’ingresso
Otemon. L’allineamento, anche se non perfetto, riguarda la base di almeno tre o quattro elementi.

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 13/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Inoltre si presentano, seppure con una modesta frequenza, angoli retti o quasi. Ho scelto come
luogo tipico la discesa che parte dal punto 29 della mappa (figure 66 e 67). Altri luoghi sono la
porta Otemon (figure 25, 26, 31 e 34) e la porta Sakuradamon (figure 66 e 69). Man mano che si
procede nel tempo gli allineamenti delle basi diventano più frequenti e seguono più precisamente
delle linee rette. Possiamo attribuire a questa fase le mura di Pyrgi (figura 14), di Cosa (Figure 139
e 140), di Alatri (Figure 141 e 142) in Italia e della fortezza di Ollantaytambo in Perù (Figure 143 e
144).

2^ fase o “fase
Shiomizaka”: i filari
disposti
orizzontalmente
diventano più
marcati, e sono più frequenti i
quadrilateri. Tipici di questa fase sono i
muri che si trovano lungo la discesa
Shiomizaka (figure 57 e 58); lo sono
anche quelli 200 m più a sud, cioè
presso il punto 31 della mappa (figure 73 e 74), e gli stipiti della porta ancora più a sud, come
quella della figura 39; lo è il muro presso il punto 5 della mappa (figura 46), come pure la zona
d’ingresso dei giardini Hamarikyu (figure 84, 86, 93, 94). In Italia si può attribuire a questa fase il
muro di Spoleto di figura 15. In Perù ci sono il muro di Cusco di Figura 145 e quello di
Sacsayuaman delle Figure 146 e 147.

3^ fase o “fase Nakanomon”: cominciano a presentarsi elementi a contorno rettangolare, che col
tempo tendono a prevalere nettamente. Esemplare della fine di questa fase è il muro in cui si trova
la porta Nakanomon (figure 47 ÷ 50) e la parete in cima alla salita verso il punto 9 della mappa
(figura 58). Nonostante che l’effetto della terza fase sia di ottenere pietre squadrate abbastanza
precisamente, questa fase non può essere confusa con lo stile del sesto tipo poiché tra la terza
fase del quinto tipo e il sesto tipo interviene un evento che dà una nuova impronta alla costruzione
muraria: l’introduzione del taglio. Ce ne accorgiamo se confrontiamo i bordi del sesto tipo di
Ishimuro (figure 62 ÷ 64) con quelli della base dello stipite della porta Nakanomon in figura 53.
Dobbiamo tenere presente che la parte superiore del muro di Nakonomon è stato radicalmente
ristrutturato nel 1704, in seguito a un terremoto che aveva colpito la città l’anno prima, con
sostituzione di diversi blocchi con blocchi moderni sagomati a taglio, anziché a percussione.
Un’altra ristrutturazione è avvenuta tra il 2005 e il 2007, ma con minima sostituzione di elementi.

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 14/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Appartengono alla
terza fase gli
ingressi sia del
santuario di Hagar
Qim a Malta (figura
16) sia della
roccaforte di
Micene (figura 17) e
il muro che
compare sulla
sinistra della Figura 148, addossato al Templo do sol a Machu Picchu. Ancora a Machu Picchu
possiamo osservare il sovrapporsi della terza fase alla seconda nel muro che delimita il Conjuncto
de los morteros dalla parte della Plaza sagrada (Figura 149) e il contatto, questa volta verticale, tra
la terza fase del quinto tipo (in primissimo piano) e il sesto tipo, rappresentato qui da quello che
localmente viene chiamato “muro perfetto” e delimita a ovest il Templo do sol (Figura 150), che ho
già descritto (Mortari, 2013a). All’inizio di questa terza fase possiamo attribuire un breve tratto di un
muro di Milo, Grecia (Figura 151), e il muro di sostegno sotto il tempio di Saturno a Sezze (Figura
152) per la presenza di qualche elemento a contorno perfettamente rettangolare.

7.2 – Sono coesistiti stili diversi?


La parte centrale del muro di Sezze della figura 152 può essere attribuita ancora alla seconda fase
del quinto tipo, mentre gli elementi inferiori, di forma rettangolare, fanno propendere per la terza
fase. È una situazione del tutto analoga a quella che ci si è presentata arrivando ai giardini
Hamarikyu: osservando la figura 84, si vede in basso una seconda fase più evoluta rispetto alla
parte più alta. Ciò è spiegabile con la rapida evoluzione che riguarda tutto il quarto tipo, che
rendeva possibile che una stessa maestranza avesse esperienza di stili già abbastanza
differenziati tra loro. Probabilmente si aggiungevano, in entrambi i casi, ragioni pratiche per
sovrapporre uno stile meno evoluto ad uno stile un po’ più evoluto.

Indubbiamente gli allineamenti orizzontali e le forme rettangolari delle facce a vista permettevano
una maggiore razionalizzazione delle operazioni sia nella fase di sagomatura che nella fase di
montaggio. Quando poi è stato introdotto il taglio delle pietre, questo ha reso molto più veloce
l’operazione di sagomatura in cava e quindi molto difficile un ritorno dal sesto al quarto tipo.
Insomma, il primo poligonale rappresenta il culmine della complessità, dato che ogni singolo
elemento deve essere trattato a sé, con proprie misure di lati e di angoli; in seguito, ciò che si è
cercato è stata la semplificazione.

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 15/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Al contrario alcuni autori, come Acocella (2004), sostengono che nella penisola italiana le
popolazioni italiche avrebbero importato la tecnica poligonale dal mondo ellenico, nonostante che
già da tempo fosse in uso la costruzione di muri in opera tagliata a squadro. Dopo la conquista
romana le stesse popolazioni avrebbero diffuso l’opera poligonale nei territori che i Romani
andavano occupando (Polito, 2011).

La coesistenza in Italia di stili così diversi come l’opera poligonale e l’opera


tagliata a squadro non può essere sostenuta, oltre che per le ragioni già
descritte di una improbabile involuzione, per altre tre ragioni: una è che
difficilmente i Romani avrebbero abbandonato la costruzione di muri in
opera squadrata, che era consona al loro modo di vedere il mondo (basti
pensare all’assetto urbanistico della centuriazione, fondato su un reticolo ad
assi ortogonali). Non è verosimile quindi che nel III secolo a.C. ad esempio venissero costruite a
Cosa e a Pyrgi delle mura poligonali, dopo che nel VI secolo a.C. erano state erette le mura
serviane a difesa di Roma (Figura 153).

La seconda ragione deriva dall’osservazione che, mentre possiamo trovare opere del sesto tipo al
disopra di quelle poligonali, non mi risulta che vi siano opere poligonali al disopra di opere del
sesto tipo, cosa che sarebbe possibile se le due tecniche avessero convissuto. Infine, la terza
ragione è che mura poligonali di tipiche città conquistate dai Romani si sono dimostrate molto più
antiche del momento della conquista (Mortari, 2012a).

Dopo questo chiarimento è possibile riprendere ora il problema della cronologia delle mura
poligonali dopo che le mie visite in Giappone e a Malta hanno aggiunto nuovi elementi di giudizio.

7.3 - Cronologia.
La stretta somiglianza dei sei stili osservabili in aree del globo anche molto lontane tra loro
suggerisce che ci sia una comune origine. In particolare, il legame tra opere poligonali (in senso
lato) è stato dimostrato dalle misure effettuate sui lati dei poligoni del quarto e del quinto tipo in
Italia, Grecia, Perù e Giappone. I dati indicano che una comune unità di misura era usata per
determinare le lunghezze e che una sola popolazione era in grado di erigere questi diversi tipi di
muri e di spostarsi con relativa facilità da una regione all’altra. Da qui il passo è breve a inferire che
il passaggio da uno stile ad un altro potesse avvenire pressoché contemporaneamente in più punti
del globo. Pertanto si può cercare di stabilire una cronologia attingendo informazioni da aree anche
molto lontane, con la certezza che ogni cambiamento poteva essere trasmesso in un tempo molto
breve.

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 16/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Utilizzerò anche un modo non molto usuale per ricavare riferimenti temporali: esso consiste nel
trovare manufatti che possano essere stati in relazione con la posizione del livello marino, le cui
variazioni nel tempo sono state descritte con sufficiente dettaglio in Mortari (2021a). Nelle Figure
154 e 155 è illustrato il modo in cui è variato tale livello rispettivamente negli ultimi 30 mila anni e,
più in dettaglio, negli ultimi 10 mila. Ci sono tre località dove questo criterio è stato adottato con
profitto: Pyrgi, Orbetello e Yonaguni.

7.3a - Pyrgi.
Il caso di Pyrgi è assai particolare e potrebbe essere unico nel suo genere. Si tratta di un muro del
quinto tipo che mostra frequenti orientamenti molto prossimi all’orizzontale dei lati dei poligoni e
una semplificazione del numero dei lati. Il muro è alto per una metà del suo perimetro tra 3 e 4 m
(Figura 156) e per l’altra metà all’incirca 1 m (Figura 157); la base si trova ad una quota di 1,6 m
slm. Ciò che rende particolare il muro in questione è il fatto che le superfici delle sue pietre
presentano in una grande percentuale fori prodotti da litodomi (Figure 158 ÷ 160), molluschi marini
che vivono in grande prossimità del livello marino, si fissano ad una roccia e vi scavano la loro
sede, senza abbandonarla mai, ampliandola man mano che crescono. Poiché l’area in questione
non è soggetta a movimenti bradisismici, occorre pensare che dopo l’inizio della costruzione del
muro il mare sia salito fino ad una quota di almeno 5 m. Dalla figura 155 possiamo ricavare le
condizioni in cui il muro si trovava rispetto al livello marino. Fino al 3050 a.C. circa il mare ha
stazionato a una quota intorno a 1,5 m. Poi improvvisamente il livello ha cominciato a salire, fino a
portarsi, nel giro di una trentina di anni, a 7 m sopra la sua quota attuale. Si è dovuto attendere fino
al III secolo a.C. perché il mare ritornasse ad una quota prossima a quella che aveva prima
dell’ingressione. Quando i Romani hanno addotto qui una colonia, nel 273 a.C., era possibile
riutilizzare la cinta di mura.

7.3b -
Orbetello.
Un sondaggio
effettuato a ridosso
del muro poligonale
che cinge la città di
Orbetello (Figura
161) (Pincherle,
1990) ha trovato
che la base di tale opera si trova a una profondità di 7 m dal piano campagna sul quale corre il
viale Mura di Levante, a 3 m slm. In base alla ricostruzione della figura 155, possiamo dire che tale

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 17/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

muro è stato eretto probabilmente durante l’intervallo tra circa 9500 e 7500 anni fa, quando il livello
del mare si trovava 4 m più in basso di oggi, e sicuramente non in un tempo successivo a 7500
anni fa.

7.3c - Yonaguni.
150 m al largo della costa sud-orientale di Yonaguni, l’isola all’estremo sud-ovest dell’arcipelago
giapponese, vi è uno scoglio sommerso da 5 m d’acqua, costituito da strati molto resistenti di
arenarie e calcari deposti circa 20 milioni di anni fa. Esso è stato descritto da alcuni come una
piramide o come un monumento, sagomato in gran parte dall’uomo. Meglio sarebbe chiamarlo
“complesso monumentale”. Altri contestano l’interpretazione di un’origine artificiale delle superfici
orizzontali e verticali che vi si trovano, sostenendo che esse hanno tutte caratteri naturali poiché
sono comuni alla parte subaerea dell’isola. A dire il vero però non è frequente trovare sull’isola
gradini di questo genere. Non riproduco le immagini, molto suggestive, che si possono trovare in
abbondanza nella Rete, anche con diverse angolature di ripresa, il che aiuta ad avere idee più
chiare. Mi limito a commentare alcuni aspetti particolari che offre il complesso monumentale.

Comincerò dalla depressione che viene chiamata “vasca triangolare”. Essa è a fondo piatto ed è
contornata da gradini o superfici molto inclinate; evidentemente non può essere stata prodotta da
normali fenomeni di erosione. Presso il bordo superiore della cavità si presentano due fori
perfettamente circolari, di circa 80 cm di diametro, distanziati tra loro meno di 60 cm. Se la loro
origine fosse naturale, ci si dovrebbe chiedere perché non ce ne sono altri, magari a distanza
maggiore e di dimensione diversa? Fori del tutto simili come forma, dimensioni e distanza
reciproca si trovano sull’isola di Pasqua; uno di essi è illustrato in uno dei libri di Thor Heyerdahl
(1989).

Piccoli fori, una decina, disposti secondo una linea retta lungo il bordo di un gradino sono anch’essi
non naturali perché limitati solo a questo caso e non replicati altrove. Essi sono del tutto analoghi
ai fori che nelle antiche cave venivano praticati per distaccare una lastra di pietra da una parete.

A breve distanza dal monumento principale ve ne sono due, minori, uno dei quali viene chiamato
“totem”: alto 7 m, vi è raffigurato un volto umano i cui occhi sono rappresentati da due cavità
profonde e ben definite. L’altro monumento, denominato Gosintai, è una piccola piattaforma sulla
quale è appoggiato semplicemente un grande sasso rotondo.

Infine attribuisco grande importanza al fatto che tutta la particolare morfologia a gradini e terrazzi è
limitata alla profondità di 28 ÷ 30 m sotto l’attuale livello marino; la profondità corrisponde ad uno
stazionamento del livello avvenuto in un breve intervallo di tempo, che possiamo valutare tra

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 18/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

10.500 e 10.300 anni a.C. (vedi figura 154). Si può pensare pertanto che la lavorazione dello
scoglio sia stata iniziata durante la permanenza del mare a -29 m, ovvero circa 12.500 anni fa.

Attribuisco grande importanza allo scoglio di Yonaguni, nonostante la polemica sviluppatasi intorno
all’origine della sua forma, perché mi sono convinto che non tutte le sue superfici possono essere
frutto di processi naturali. Se la mano dell’uomo avesse intaccato anche solo il 10 % delle rocce di
cui è formato, sarebbe una prova che per rimuovere i volumi relativi di arenarie e calcari si è fatto
comunque uso di strumenti di bronzo.

7.3d - Göbekli Tepe


Dove non si trattava di erigere muri, come a Pygi e Orbetello, ma di sagomare pietre per usi legati
a pratiche rituali, il tema si fa più complesso, e al caso di Yonaguni si affianca quello di Göbekli
Tepe, in cui non c’era un problema di economia di lavoro, ma si intendeva raggiungere un
determinato risultato. Lo possiamo vedere in questo sito turco (Figura 162, da Wikipedia), dove si
sono avviati i recuperi di venti strutture completamente sepolte, quattro delle quali sono descritte
ed illustrate da Klaus Schmidt (2011), lo scopritore. La costruzione di questi “templi” è avvenuta
all’incirca tra il 9000 anni e l’8000 a.C.. L’eccezionalità degli ornamenti in rilievo, che riproducono
sia figure di animali sia tratti umani, ci dice che siamo di fronte a opere sia di scalpellini sia di
scultori. Nella Figura 163 (da Wikipedia) è riprodotto uno dei pilastri che caratterizzano queste
costruzioni; la sua parte superiore è più ampia e funge da capitello. Ingrandendo tale espansione
(Figura 164), si possono notare due tipi di impronte: il primo tipo, molto sporadico, è di una punta,
che potremmo identificare con la estremità di un martello; l’altro tipo è di forma lineare con una
disposizione ben parallela, verticale, distinta dalla struttura della roccia, che è inclinata: non è
difficile riconoscere il segno lasciato dalla lama di uno scalpello. Sapendo che la larghezza del
pilastro nella sua parte alta, subito sotto l’espansione, è di 102 cm (da una segnalazione
gentilmente fornita da Nico Becker del Deutsches Archäologisches Institut di Berlino), si può
ricavare la larghezza che doveva avere lo scalpello: circa 3 cm, come nel caso di Cori nella figura
13. La scarsezza delle impronte della punta indica probabilmente che l’uso di essa serviva solo per
sgrossare il pilastro, cercando di rimanere a distanza dalla superficie definitiva. La rifinitura veniva
eseguita con più precisi colpi di martello e scalpello. Con le attuali conoscenze lo scalpello era
quasi sicuramente di bronzo.

Ne possiamo inferire che l’invenzione


del bronzo deve essere avvenuta più di
11.000 anni fa. La lavorazione della
cosiddetta piramide di Yonaguni ci
suggerisce una data poco più antica;

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 19/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

ho proposto che essa sia da fare risalire a un tempo di poco anteriore allo stazionamento del mare
di circa 12.500 anni fa. Si può supporre provvisoriamente che sia avvenuta intorno a 13.000 anni
fa. Poiché tra le prime applicazioni del bronzo vi è stata la sagomatura delle pietre per la
costruzione dei muri del terzo tipo, possiamo ipotizzare che l’inizio di tale tecnica abbia un’età di
13.000 anni. L’opera poligonale potrebbe essere iniziata poco più di recente, forse 12.000 anni fa.

Queste datazioni, insieme a quella della edificazione del muro di Orbetello, è in netto contrasto con
quanto è risaputo e cioè che il bronzo sia stato inventato quasi 6000 anni fa nella zona del
Caucaso. Occorre dunque spiegare questo enorme paradosso archeologico.

7.4 – Due età del bronzo. Il caso di Malta.


Gli archeologi chiamano “Età del bronzo” un periodo di tempo caratterizzato dall’uso di oggetti
prodotti con questa lega. Il termine deriva da una suddivisione cronologica relativa, valida di volta
in volta per le aree abitate da specifiche popolazioni. Si è osservato che generalmente si
succedono tre periodi fondamentali in cui i materiali utilizzati dominanti sono stati dapprima la
pietra, poi il bronzo e infine il ferro.

In seguito, l’età della pietra è stata suddivisa in tre parti: Paleo-, Meso- e Neo-litico, e nella parte
finale del Neolitico è stata inserita una “Età del rame”, di transizione fra l’Età della pietra e l’Età del
bronzo, chiamata anche “Calcolitico” o “Eneolitico”, a indicare che in quel periodo potevano essere
rinvenuti manufatti sia di rame che di pietra. Implicitamente si potrebbe essere indotti a pensare,
dato che il suffisso -litico non è stato più impiegato, che nell’Età del bronzo i manufatti di pietra non
venissero più prodotti. Al contrario, soprattutto all’inizio, tali manufatti hanno continuato ad essere
presenti, anche se in quantità minori, poiché la pietra era un materiale molto semplice da ottenere.
È stato un po’ come, in tempi moderni, ciò che è avvenuto con i prodotti industriali e quelli
artigianali.

A rigore ritengo che si sarebbe potuta prendere in considerazione anche una “Età dell’oro”, poiché
prima del rame sicuramente deve essere stato scoperto quest’altro metallo, il quale si presenta allo
stato nativo in depositi secondari di facile accesso, come accade nei letti fluviali, e, diversamente
dal rame, non si altera. L’oro non è adatto alla confezione di utensili, ma gli oggetti d’oro si
conservano bene negli orizzonti archeologici in determinate condizioni come nelle sepolture.

La fortuna che ha avuto il bronzo è dovuta alle sue caratteristiche tecniche: esso è rigido, il che lo
mette al disopra del rame e dell’oro, e non è fragile, il che costituisce la principale differenza con la
selce o l’ossidiana.

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 20/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

La definizione di “Età del bronzo” che ho citato poco sopra, all’inizio del capitolo, parla di uso di
oggetti di bronzo, ma nella realtà gli archeologi seguono un altro criterio, che è quello del
rinvenimento di oggetti di bronzo. Non si preoccupano se a un determinato livello sono correlabili
costruzioni o artefatti che indichino che per la loro costruzione è stato fatto uso di utensili di bronzo.
È il caso ad esempio della piramide di Yonaguni: essa ci ha messo di fronte a forme in parte
artificiali, ricavate in una roccia molto resistente con asportazione di grandi volumi; queste
modificazioni delle forme naturali si presentano improvvisamente nella storia dell’uomo, e non
possiamo pensare che siano state ottenute con strumenti litici, che sono sempre stati a
disposizione da quando il genere homo ha dimostrato di essere habilis.

Nella storia dell’uomo non era la prima volta che una roccia veniva intaccata: le incisioni rupestri
più antiche risalgono al paleolitico superiore e riguardano rocce anche molto resistenti; le tecniche
sono o con picchiettatura (percussione) o con raschiatura a graffio (Figure 165 e 166, da
Wikipedia). Generalmente però sono trattamenti molto superficiali; quando una roccia veniva
scavata per formare concavità, chiamate “coppelle” (Figura 167), adatte a raccogliere acqua
piovana, la profondità raggiunta era di pochissimi centimetri.

Una lavorazione più


approfondita è
testimoniata dalle
cosiddette “veneri”:
si tratta di statuine
di piccole dimensioni che generalmente sono figure di donne; in questi casi la lavorazione è
ottenuta probabilmente con incisori di selce, e il materiale usato è costituito da rocce tenere, come
marne e steatite, o mediamente resistenti, come calcari puri. La loro produzione inizia anch’essa
nel Paleolitico superiore. Nella Figura 168 è rappresentata la venere di Willendorf (da Wikipedia),
di 11 cm di altezza, ricavata da un calcare puro. In conclusione, i volumi rimossi sia con la
percussione che con l’incisione sono di entità molto piccola e richiedono tempi lunghi.

Oltre all’isola di Yonaguni, l’arcipelago maltese ci può aiutare a chiarire il problema che stiamo
affrontando. A Malta e Gozo il primo popolamento umano documentato risale a circa 7100 anni fa,
ma è possibile che le due isole fossero già abitate in precedenza, tenendo conto del fatto che
durante l’ultima puntata glaciale, e più precisamente tra 25 e 20 mila anni fa, il livello marino si era
abbassato fino a 115 m sotto quello attuale (v. figura 154). Una striscia continentale, presente tra
Malta e la Sicilia e profonda ora al massimo circa 90 m, permetteva a quel tempo una migrazione
dall’isola maggiore. Non possiamo escludere neppure che il popolamento sia avvenuto via mare,

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 21/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

cosa molto probabile se consideriamo che le mura difensive di Borg in Nadur (figura 3) si trovano
su un’altura che sovrasta un piccolo golfo. E tali mura, del secondo tipo, suggeriscono, per quanto
detto su Yonaguni, che siano più antiche di 12.500 anni fa.

I ritrovamenti di diverse ceramiche nell’arcipelago maltese hanno consentito di stabilire correlazioni


stratigrafiche, mentre un certo numero di datazioni col radiocarbonio effettuate su scheletri umani
ha portato ad una cronologia; sono state distinte quindi sei principali fasi, che si estendono dal
5100 al 2350 a.C..

Seguendo Ferruzzi (2009), viene distinto un Neolitico antico (5100 ÷ 4100) da un Neolitico recente
(4100 ÷ 2500), detto anche “Età templare” in quanto ad esso viene riferita la costruzione dei vari
templi disseminati sul territorio. Viene considerato poi un epilogo di questa età tra il 2500 e il 2350,
alla fine del quale a Skorba compaiono danneggiamenti intenzionali, mentre in almeno un caso (il
Brochtorff Circle) la struttura del tempio è stata riempita di terra; subito dopo l’arcipelago maltese si
è spopolato, e solo a partire dal 2200 a.C. circa viene abitato da una nuova popolazione, che ha
lasciato tra le tracce di sé oggetti di bronzo. Perciò gli archeologi fanno iniziare da quest’ultima
data la locale Età del bronzo.

L’Età templare è suddivisa in alcune fasi: Zebbug (4100 ÷ 3700), Mgarr (3800 ÷ 3600), Ggantija
(3600 ÷ 3200), Saflieni (3300 ÷ 3000) e Tarxien (3150 ÷ 2500). Le date sono state ricavate da
reperti ottenuti durante scavi fatti presso i luoghi di culto. Da qui si è inferita la diversa età dei vari
santuari. In effetti però la locale cronologia stratigrafica può rendere conto non tanto della
costruzione dei templi quanto, al massimo, della evoluzione della produzione ceramica e quindi
della frequentazione dei luoghi.

Proviamo ora invece ad esaminare i templi con un’altra visuale: quella derivante dagli stili
costruttivi che abbiamo trattato finora. I tre templi di Ta Hagrat (Figura 169, da Wikipedia), Skorba
(Figura 170, da Wikipedia) e Borg in Nadur (Figura 171, da voglioviverecosiworld.com) appaiono
appartenere al secondo tipo in quanto i blocchi di pietra non mostrano evidenti correzioni artificiali
di forma, ma sono stati scelti semplicemente per offrire alla vista superfici il più possibile uniformi.
È notevole anche il loro megalitismo.

Osserviamo ora i templi di Ggantija (Figura 172), Hagar Qim (Figura 173, da Sacred
destinations.com) e Mnajdra (Figura 174). Le immagini mostrano come essi si presentano
all’esterno, e ancora vediamo che è presente il secondo tipo (a Mnajdra, a destra e a sinistra
dell’immagine). Ma se gli stessi templi vengono osservati dalla parte interna, le cose cambiano:
nelle Figure 175 e 176 vediamo l’accesso, a sud-est, di Ggantija con coppie di ortostati del quinto
tipo. All’interno di questo santuario si aprono nove celle, di cui quella disposta più a sud-ovest è

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 22/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

riportata nella Figura 177. Qui un altare è stato appoggiato a una parete di pietre grezze, con
l’interposizione di una cortina di pietre tendenzialmente squadrate; altare e cortina sono del quinto
tipo. Il contrasto tra le pietre grezze e la parete del quinto tipo è pronunciato (Figura 178).

Abbiamo già visto


nella figura 16 parte
della facciata di
Hagar Him: in primo
piano è solo la
parte più recente;
nella Figura 179
vediamo pietre
lavorate e anche
finemente decorate.
È una avanzata terza fase del quinto tipo.

Infine, a Tarxien, tanto le pareti esterne (Figura 180)


quanto quelle interne (Figura 181) rispecchiano ancora la
terza fase del quinto tipo (occorre sapere che le parti più chiare sono state ricostruite in cemento).
Nello stesso sito si trovano pietre con scolpiti in bassorilievo: disegni geometrici (Figura 182) o
immagini di animali (Figura 183) o alcune rappresentazioni di corpi femminili, anche di grandi
dimensioni (Figura 184).

Pietre finemente
lavorate sono
anche nel tempio
occidentale del
santuario di
Mnajdra (Figura 185 ÷ 187); nell’ultima figura, che
riproduce un dettaglio della precedente, risalta
l’uguaglianza delle piccole cavità e la grande regolarità
della loro distribuzione. Un particolare di estremo
interesse è presente nella parte più interna del tempio
centrale: qui un altare è fiancheggiato da due ortostati (Figura 188), di cui quello di destra mostra
segni che ritengo si debbano interpretare come tracce dell’uso di uno scalpello (Figura 189). Lo
dimostrerebbero sia l’orientamento parallelo sia la lunghezza limite di tali tracce, che tende ad
essere la metà del valore dell’unità di misura pelasgica. Inoltre è da tenere presente che il calcare

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 23/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

della figura è un calcare compatto di origine corallina e dotato di una considerevole resistenza;
esso non poteva essere lavorato agilmente, nella misura in cui è stato lavorato, con semplici
strumenti litici.

Da questa
rassegna degli stili
adottati nella
costruzione dei
muri dei templi
emerge dunque un forte contrasto tra parti in cui spicca il secondo tipo e parti
in cui domina invece il quarto tipo. La compresenza dei due stili suggerisce
che la popolazione che ha adottato lo stile più evoluto abbia ristrutturato
templi che erano già stati eretti alcuni millenni prima. Pertanto dovremmo
distinguere una “Prima Età templare” da una “Seconda Età templare”.Mentre
la Prima Età templare può essere assegnata con certezza al Neolitico, la Seconda Età templare,
caratterizzata da una intensa lavorazione di pietre calcaree molto tenaci, deve essere più recente
poiché si è fatto uso di strumenti di bronzo, anche se tali strumenti non sono stati mai trovati.

L’età del bronzo a cui possiamo riferire la fase di Tarxien ha radici nel tempo più remote della
comune Età del bronzo che si è irradiata dall’area del Caucaso a partire dall’inizio del IV millennio
e che è iniziata a Malta intorno al 2200 a.C.. Infatti il quarto tipo che vi è rappresentato costituisce
una tappa evolutiva di un processo della lavorazione della pietra che è iniziato con le mura del
terzo tipo. Questo processo si è svolto a partire da più di 12.500 anni fa ed è nato molto
probabilmente in Perù, dove si trovano giacimenti importanti di arsenico, che insieme al rame
fornisce una lega molto resistente, anche più resistente della lega di rame e stagno. Dovremmo
dunque parlare di una “Prima Età del bronzo” e di una “Seconda Età del bronzo”.

Il divario di circa 7000 anni tra le due invenzioni del bronzo può essere spiegato ammettendo che
la prima sia stata custodita gelosamente. E chi custodiva l’invenzione probabilmente risiedeva
dove l’invenzione era stata fatta, cioè in Perù. Da lì gli arnesi di bronzo potevano uscire solo se
affidati a maestranze che si recavano nelle altre parti del pianeta dove vi erano insediamenti della
stessa popolazione. Terminata la costruzione, ad esempio, di un muro difensivo, i tecnici
ritornavano nella loro sede di partenza riportando indietro gli arnesi utilizzati. Una tale ipotesi da
una parte spiega la straordinaria somiglianza degli stili costruttivi e dall’altra giustifica la possibilità
di considerarli evoluti in modo sincrono.

7.5 – Quattro secoli molto intensi.

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 24/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

I muri del quinto tipo devono avere avuto una rapida evoluzione. La rapidità
in questione è documentata confrontando l’età del più giovane dei muri del
quarto tipo e l’età della più antica costruzione costituita da pietre tagliate a
squadro. Il primo caso è fornito dalle mura di Pyrgi, mentre per il secondo
caso abbiamo il complesso funerario del faraone Zoser a Saqqara. Le età
sono rispettivamente del 3050 e del 2650 a.C.. Il complesso di Saqqara
comprende la grande piramide a gradoni e un insieme di edifici; sono questi che vengono
considerati il primo monumento datato costruito in opera tagliata a squadro (Figura 190 da
Wikipedia). Possiamo ipotizzare che l’inizio dei muri tagliati a squadro sia da porre a metà
dell’intervallo tra queste due date.

Può sorprendere che il quinto tipo di muri possa avere avuto una evoluzione così rapida,
specialmente se la confrontiamo con la stabilità avuta dal quarto tipo, rimasto invariato per sei
millenni, secondo l’ipotesi fatta riguardante l’età del suo inizio. Ma un caso fortemente analogo è
avvenuto quando i Romani hanno cominciato ad usare sistematicamente un legante idraulico per
la costruzione dei muri: all’inizio del II secolo a.C. essi hanno messo a punto la tecnica del
cementizio (opus caementicium); tale tecnica è variata nell’arco di 500 anni, ma con la maggiore
evoluzione nei primi due secoli, con le opere incerta, reticolata, quasi reticolata, laterizia e mista,
tanto che in tale breve periodo si può datare un edificio con una buona approssimazione sulla base
della tecnica adottata.

Dopo l’invenzione del taglio delle pietre, nei due secoli che rimangono, tra il 2850 e il 2650 a.C., c’è
il tempo per l’affermazione del sesto tipo di muri a partire da un’area che dovrebbe essere la
stessa in cui è nato il primo bronzo; poi la nuova tecnica deve essere sfuggita al controllo e
passata a quelle nuove popolazioni entro le quali aveva già cominciato a diffondersi la nuova
metallurgia del bronzo. Gli Egizi si erano già appropriati di tale metallurgia nel 3150 a.C. e dopo
meno di 500 anni sono arrivati a impadronirsi in modo mirabile della tecnica del taglio delle pietre,
saltando le tecniche legate alla lavorazione per percussione. Non si può non rimanere sorpresi
dalla rapidità della evoluzione tecnologica nell’antico Egitto, soprattutto se si considera che le
costruzioni erano in precedenza erette utilizzando mattoni.

Essendo ragionevole pertanto collocare l’inizio dell’opera tagliata a squadro nel 2850 a.C. e
considerando che nel 3050 a Pyrgi il quarto tipo forse era già iniziato, possiamo assegnare
provvisoriamente alle tre fasi del quarto tipo gli intervalli 3100 ÷ 3000, 3000 ÷ 2950 e 2950 ÷ 2850
a.C..

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 25/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

L’intervallo proposto per la terza fase del quinto tipo si accorderebbe con l’età più probabile
elaborata da Ferruzzi per la parte iniziale della fase Tarxien, ben rappresentata nel cosiddetto
“cerchio di Xiaghra”; essa è identificabile con un picco corrispondente al 2900 a.C.. In tale
momento è possibile che si sia realizzata la ristrutturazione dei vari templi dell’arcipelago maltese.

Le precisazioni sulla cronologia delle opere megalitiche ci consentono di rivedere alcune date delle
costruzioni osservate in Giappone: per quanto riguarda le più antiche opere difensive di Tokyo, che
vengono riferite alla fine del XII secolo, in realtà sarebbero state erette a partire da 5100 anni fa
circa. I muri di Nikko avrebbero invece più di 5100 anni e quelli di Kamakura oltre 13 mila.

I giardini imperiali di Tokyo, con la loro concentrazione di varietà di stili costruttivi, ci aiuta ad avere
un’idea della rapidità con cui si è evoluto il quarto tipo. La prima fase è rappresentata in
corrispondenza di porte. Le due cinte murarie, esterna ed interna, dei giardini imperiali orientali
sono state erette dapprima durante le prime due fasi. La terza fase è circoscritta ad un’area intorno
al numero 6 della mappa cioè nei pressi della porta Nakanomon. Quest’area sembra essere una
espansione successiva della cinta interna, come una appendice nella sua parte sud-orientale.

7.6 – Chi furono i protagonisti della Prima età del bronzo?


La scala cronologica ricostruita finora ci permette di fare un altro genere di considerazioni.
Riprendiamo la figura 17, che riproduce la Porta dei Leoni di Micene. Ho già preso questo caso
come esempio della terza fase del quinto tipo costruttivo delle mura megalitiche, la cui età più
probabile, al momento, sembra essere tra il 2950 e il 2850 a.C.. Tale intervallo è nettamente
anteriore all’arrivo nel Peloponneso del popolo indoeuropeo degli Achei, che avvenne intorno al
1600 ÷ 1500 a.C. e portò alla sottomissione della popolazione locale. Erodoto affermava che prima
dell’arrivo di questa nuova popolazione, di lingua ellenica, la Grecia era abitata dai Pelasgi e
l’intera Grecia era denominata Pelasgia. Perciò la Porta dei Leoni non è opera degli Achei ma dei
Pelasgi.

Tucidide diceva che i Pelasgi erano l’unico popolo che costruiva le proprie città sulla spiaggia.
Questo corrisponde a quanto affermava Strabone, secondo il quale Cere, e quindi Pyrgi che ne era
il porto, era stata fondata dai Pelasgi: in effetti la base delle mura poligonali di Santa Severa si
trova molto prossima alla quota a cui si trovava il livello del mare a quel tempo. Anche il caso di
Orbetello confermerebbe l’osservazione di Tucidide.

Poiché le mura poligonali sono state tutte erette (almeno da quanto è stato misurato) adottando la
stessa unità di misura, se ne può inferire che le città cinte da mura poligonali sono state erette
esclusivamente da chi finora ho chiamato Pelasgi. A rigore questo nome dovrebbe essere utilizzato
per il solo territorio che Erodoto chiamava Pelasgia. Al di fuori di esso certamente la stessa

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 26/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

popolazione aveva nomi diversi e la penisola italiana non poteva fare eccezione. Se Strabone
parlava di una Pyrgi pelasgica dipende dal fatto che egli era di cultura greca. Ma, poiché c’è la
necessità di dare un nome complessivo alla popolazione che costruiva mura poligonali nel bacino
mediterraneo, in Sudamerica e in Giappone, ritengo che il nome dei Pelasgi possa essere esteso
dal suo nucleo iniziale greco a tutti coloro che erano accomunati da quella tecnica costruttiva e
quasi sicuramente parlavano una stessa lingua. Per questo si è chiamata “unità pelasgica” o “dito
pelasgico” (dp), l’unità di misura per le lunghezze che è stata ricavata dallo studio delle mura
poligonali.

8 - Conclusioni
Nelle tre località visitate in Giappone sono stati riconosciuti quattro tipi di opere murarie antiche. Il
secondo tipo è presente a Kamakura; a Tokyo e a Nikko sono presenti il quinto e il sesto tipo. Si è
appurato che le pietre dei muri del quarto, quinto e sesto tipo sono state sagomate determinando
le lunghezze dei lati delle facce a vista con la stessa unità di misura di 1,536 cm che è stata usata
per erigere opere analoghe nell’area del Mediterraneo e in Sudamerica. Tale unità è nettamente
diversa da quelle in uso presso altre popolazioni che abbiano costruito muri in pietra negli ultimi
cinque millenni, e possiamo dire che essa è stata l’invenzione di una popolazione che era diffusa
inizialmente intorno al bacino mediterraneo ed era nota in Grecia con il nome di Pelasgi, mentre in
altre regioni aveva quasi sicuramente altri nomi. Dato che in gran parte tali nomi non sono noti, si è
pensato di chiamare Pelasgi tutte le varie componenti di quella stessa popolazione.

Per le scarsissime notizie che ne abbiamo, i Pelasgi sono a volte considerati creature mitiche, e le
loro opere architettoniche vengono attribuite a tempi più recenti del reale. Così avviene che
comunemente le mura difensive di Tokyo che abbiamo esaminato vengono considerate erette a
partire dalla fine del XII secolo, mentre dobbiamo inferire, da quanto detto in questo lavoro, che
esse hanno un’origine pelasgica e risalgono a circa 5000 anni fa.

La stessa età è attribuibile al santuario di Nikko, che però, secondo la tradizione, sarebbe stato
costruito nel 1617 per contenere le spoglie di Tokugawa Ieyasu fondatore dello shogunato
Tokugawa.

a presenza più antica dei Pelasgi nell’arcipelago giapponese è testimoniata dai bassi muri sui
fianchi della scala di accesso al tempio Kōtoku-in di Kamakura: essi vengono qui fatti risalire a più
di 13.000 anni fa.

9 – Lavori citati
Acocella A. (2004) L’architettura di Pietra. Antichi e nuovi magisteri costruttivi. Lucense-Alinea.
Firenze.

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 27/28
26/11/2019 Le mure megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakamura

Fantuzzi T. (2009) Cronologia e culture dell’arcipelago maltese tra il VI e il IV millennio cala C. Tesi
di laurea online Università Ca Foscari Venezia.

Heyerdahl T. (1989) Easter Island: The Mystery Solved. Random House, New York.

Mortari R. (2012a) 2012 – Dalla profezia Maya alle previsioni della scienza. 85 pp.

Mortari R. (2012b) Confronto tra mura poligonali d’Italia e Grecia.

Mortari R. (2013a) Opere megalitiche dell’area mediterranea e del Sudamerica. Identità e


differenze.

Mortari R. (2013b) Civiltà megalitiche del Mediterraneo e del Sudamerica. Un confronto.

Pincherle M. (1990) La civiltà minoica in Italia. Le città saturnie. Pacini. Pisa.

Polito E. (a cura di) (2011) Guida alle mura poligonali della provincia di Frosinone. Provincia di
Frosinone. 96 pp.

Schmidt K. (2011) Costruirono i primi templi. 7000 anni prima delle piramidi. Oltre Edizioni. Sestri
Levante.

www.terradegliuomini.com/le-mura-megalitiche-di-tokyo-nikko-e-kamakura.html 28/28

Potrebbero piacerti anche