Sei sulla pagina 1di 7

Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer nacque a Danzica nel 1788 da una famiglia ricca, si laurea nel 1813 in filosofia. La
madre, una scrittrice di una certa fama, era solita organizzare dei salotti letterari, a cui Schopenhauer prese
più volte parte. Qui il filosofo tedesco conobbe Goethe e l’orientalista Friedrich Mayer, il quale lo avvicinò
all’interesse per l’Oriente e allo studio dell’induismo. La filosofia orientale avrà molta influenza sul pensiero
di Schopenhauer.
La sua filosofia si fonda in modo essenziale sulle idee di Kant, e si caratterizza per un netto e drastico
contrasto con le tesi idealiste ed in particolare con la filosofia Hegel. Il contrasto con quest’ultimo fu molto
acceso per tutta la durata della vita di Schopenhauer, contrasto sia di natura personale che teoretica.
Secondo Schopenhauer l’idealismo costituiva un sostanziale fraintendimento del pensiero di Kant, una
mistificazione dei nonsensi.
Nel 1819 pubblicò il suo maggior capolavoro, “Il mondo come volontà e rappresentazione”, che al tempo si
rivelò come un clamoroso insuccesso editoriale, venendo apprezzato solo da metà secolo in poi. Nel 1836
pubblicò invece “Sulla volontà della natura”, mentre nel 1851 egli pubblicò quello che fu il suo più grande
successo editoriale mentre era ancora in vita, l’opera divulgativa “ Parerga e Paralipomena”, un forte
richiamo a Leopardi sia nei temi, che soprattutto nella forma: l’opera non è costruita in modo sistematico e
con un lineare filo conduttore, ma si presenta come una raccolta di brevi saggi, di pensieri sparsi e varie
considerazioni, il tutto espresso con un tono colloquiale. Rimanda chiaramente allo Zibaldone Leopardiano.
Morì nel 1860
La filosofia di Schopenhauer è fondata sulla teoria di derivazione Kantiana secondo cui il mondo ci appare
solo come una rappresentazione della realtà. Il mondo esiste per il soggetto conoscente solo all’interno
della sua coscienza, cioè come fenomeno di cui non è possibile accertare la corrispondenza con l’oggettività
della realtà. Noi applichiamo al noumeno le nostre categorie arrivando di fatto alla percezione del solo
fenomeno. La nostra conoscenza non ha mai accesso alla cosa in sé, ma solo la realtà fenomenica per come
questa appare ai nostri sensi, una parziale visione della realtà. ( impossibilità di determinazione della
realtà nella sua totalità, collegamento con principio di Heisenberg)
Le strutture a priori che ci danno l’immagine, la rappresentazione deformata della realtà, proprio come
affermava Kant, sono il tempo e lo spazio.
Schopenhauer per ben descrivere tale condizione richiama gli studi della cultura induista che egli fece a
causa dell’influenza di Mayer. L’immagine principale è quella del “Velo di Maya”, un velo che avvolge gli
occhi di tutti gli uomini, un velo ingannatore che si frappone tra noi e la realtà, concedendoci solo la falsa
percezione di una “proiezione” di quella che è la realtà in sé. Tale velo fa vedere agli uomini un mondo del
quale non può dirsi né che esista, né che non esista, perché assomiglia ad un sogno o al riflesso del sole
sulla sabbia che il pellegrino scambia per acqua.
Tuttavia, Schopenhauer non si limitò solamente a riprendere e rielaborare la teoria Kantiana, ma ne
propose fondamentalmente una “soluzione”. Kant con la “critica della ragion pura” evidenziò quelli che
erano i limiti dell’intelletto umano, in grado solamente di “rappresentarsi il mondo” ed incapace quindi di
lacerare il Velo di Maya. Di fatto la “cosa in sé” restava quindi del tutto inconoscibile. Secondo
Schopenhauer l’errore di Kant stava nell’attribuire solo ed unicamente all’intelletto una funzione
conoscitiva, stessa critica che venne mossa degli Idealisti. Schelling indicò come modalità di conoscenza
alternativa l’arte mentre Hegel utilizzò la ragione. Schopenhauer cercò una soluzione in modo totalmente
diverso, senza cercare “semplicemente” di superare i limiti dell’intelletto per mezzo di altre figure
conoscitive. La teoria di Schopenhauer per arrivare alla conoscenza della cosa in sé parte dal corpo, l’unica
cosa in cui fenomeno e noumeno coincidono. Dà un lato il corpo è una rappresentazione al pari di tutte le
altre cose, ma d’altra parte esso ci comunica un qualcosa a monte di qualsiasi processo conoscitivo, di
qualsiasi rappresentazione, ovvero una volontà. L’uomo non è solo intelletto e razionalità, ma è parte della
realtà noumenica in quanto corpo, in quanto è un fascio di passioni, istinti e volontà. Attraverso il corpo,
l’uomo può quindi conoscere la cosa in sé, il noumeno, che è appunto volontà.
Chiaramente è una volontà generale, una Volontà con la V maiuscola che si pone come principio universale
ed assoluto di tutta la realtà e di tutta la natura e che è quindi indipendente da ogni determinazione spazio-
temporale. Le singole e specifiche volontà non sono altro che particolarizzazioni di questa Volontà. Il
mondo diviene quindi un’oggettivazione della Volontà, in forme differenti in ogni oggetto ed in modo
particolarmente ricco nell’essere uomo.
La Volontà però, essendo di fatto “a monte di ogni processo conoscitivo”, si trova a monte anche di ogni
principio di causalità, divenendo conseguentemente una volontà irrazionale, cieca, priva di ogni causa, di
ogni finalità, di un obiettivo o di uno scopo.
La Volontà non vuole qualcosa di particolare, ma vuole e basta, ed è da qui che si sviluppa la concezione
fortemente pessimistica di Arthur Schopenhauer.
L’irrazionalità di questa Volontà viene descritta da Schopenhauer dall’immagine della fioritura nel deserto a
seguito di un temporale o ancora, parlando di un caso in cui dei semi ritrovati all’interno di una piramide
egiziana, dopo essere stati piantati, sono riusciti a germogliare. Come si spiega tutto ciò? Con una
irreprimibile forza vitale e di “conservazione della specie” , espressione della Volontà e per la quale quindi,
il tempo non esiste. Allo stesso modo anche l’uomo è sottoposto a questa forza vitale, a questa insensata,
ma inarrestabile volontà di vita e di perpetuazione della specie che si oggettiva in atteggiamenti di
autoconservazione o in manifestazioni comportamentali come ad esempio “l’istinto materno”. In natura, la
contrapposizione delle differenti forze vitali, delle singole volontà, genera un’inevitabile conflittualità.
Ogni individuo diviene quindi lo strumento per l’oggettivazione della Volontà. Ogni uomo, mosso dalla
volontà, si orienta solo verso il tentativo di realizzazione di sé stesso, verso un desiderare e un volere
totalmente fini a se stessi. Il volere diviene la causa di un’intrinseca infelicità, poiché esso deriva dal
bisogno, quindi da una mancanza, quindi da una sofferenza. Tuttavia, ogni appagamento è del tutto
ingannevole e provvisorio. Esso lascia subito spazio alla noia e subito dopo subentra nuovamente un
desiderio, il volere, generando quindi altra sofferenza. “ La vita è un pendolo che oscilla tra il dolore la noia”
“vivere è navigare cercando di evitare gli scogli dell’esistenza, con la certezza del naufragio”
Il tentativo di autoaffermazione della volontà di ogni singolo individuo si traduce in un evidente Egoismo.
(MARX) Un egoismo che rende ancora più tragica l’esistenza umana, poiché ogni uomo, pur vivendo
ponendo l’autoconservazione come suo fine primario, ha la piena consapevolezza di essere destinato a
morire. L’uomo è la creatura più infelice.
Il piacere assume un’accezione del tutto negativa. Il piacere deriva unicamente da un desiderio, da un
appagamento passeggero, da una temporanea cessazione dello stato di sofferenza. Noi possiamo quindi
sperimentare in modo diretto solo il dolore, mentre il piacere non può che essere provato solo
conseguentemente ad un precedente dolore (DANTE PARADISO)
Schopenhauer smonta anche il concetto di Amore, demistificandolo e definendolo solo come “un’astuzia”
della Volontà, che maschera l’unione sessuale, la procreazione e la conservazione della specie, unici veri fini
della Volontà, in una forma socialmente accettabile.
Schopenhauer, proponendo come soluzione a tutto ciò la liberazione dell’uomo da questa Volontà, esclude
in modo assoluto la via del suicidio, che rappresenterebbe infatti solo la morte dell’individuo, ovvero del
fenomeno, mentre la Volontà rimarrebbe immutata. Le vie che invece Schopenhauer propone per liberarsi
dalla volontà neutralizzandola e sradicandola da sé stessi, sono 3.
1) L’arte: L’arte concede all’uomo di distaccarsi dalla manifestazione fenomenica. Contemplando
un’opera d’arte in maniera “disinteressata”, l’uomo si distacca totalmente da sé stesso, dai propri
bisogni, dalla propria volontà e quindi dal proprio dolore. Il soggetto riesce a contemplare l’oggetto
in modo da osservarne l’essenzialità, l’idea che si cela dietro. Inoltre, il soggetto non contempla in
relazione al proprio utile o alle proprie inclinazioni. Tuttavia, l’arte non può che essere una
soluzione provvisoria, poiché permette solamente di distaccarsi per un breve tempo dalla volontà,
senza superarla. È di fatto una consolazione provvisoria
2) La compassione: la compassione permette di superare l’identità individuale, con l’identificazione
del singolo con tutti gli individui. Si intende un superamento della propria individualità per divenire
parte della sofferenza universale. Agendo in modo etico e compassionevole tengo a freno la mia
volontà. La compassione mi permette di vedere che il prossimo è simile a me, e che quindi la sua
vita, proprio come la mia, è fatta di dolore. Provo pietà per ciò, provo compassione e ciò mi porta
ad aiutarlo, ponendo in secondo piano la mia volontà. Anche questa risposta è chiaramente solo
temporanea
3) Ascesi: La liberazione dalla volontà si completa con l’ascesi, la totale non-volontà, il consapevole e
volontario distacco da ogni volontà e da ogni desiderio. L’ascesi è mortificazione della Volontà, è il
suo deliberato infrangimento. Ciò si traduce in una rinuncia a tutto ciò che la volontà ci propone,
con digiuno, astinenza, povertà volontaria, castità perfetta e non violenza. L’assenza di volontà
diviene assenza di dolore, ed è quindi il massimo stato di beatitudine a cui l’uomo può ambire. La
conclusione dell’ascesi è chiaramente una delle tante derivazioni del mondo Induista e Buddista
che Schopenhauer utilizza nelle proprie teorizzazioni.
Il Nirvana della filosofia buddista, la completa rimozione di ogni dolore e la purificazione da ogni
desiderio, diviene in parallelo, nella filosofia di Schopenhauer, il NULLA più totale.

Nietzsche
La filosofia di Nietzsche è importante soprattutto per la radicale disamina delle certezze, sia morali sia
scientifiche. In particolare, il filosofo tedesco critica da un lato il Positivismo, dall'altro la morale cristiana. La
fine delle certezze che per millenni l'uomo non ha messo in discussione viene espressa da Nietzsche
mediante la metafora della «morte di Dio», ucciso dagli uomini. La morte di Dio significa il venir meno di
qualsiasi punto di riferimento; l'uomo è solo nell'universo e per essere all'altezza di ciò che ha compiuto e
delle sue conseguenze, deve farsi egli stesso Dio, deve diventare egli stesso creatore di valori, dato che
ormai non può più riceverli dall'esterno. L'uomo deve andare oltre sé stesso, diventare «oltreuomo». È
«oltreuomo» chi non trova più il senso del mondo nel mondo stesso o in Dio, ma dà egli stesso significato al
mondo. Il concetto di oltreuomo è strettamente legato alla teoria dell'«eterno ritorno dell'uguale»: se
viviamo nella convinzione che ogni nostro atto tornerà infinite volte, sempre uguale, per l'eternità, per
poter accettare questa prospettiva, dobbiamo dare a ogni istante della nostra vita il nostro significato,
riconoscerlo come nostro, come voluto. La critica alla morale cristiana porta al rifiuto della morale in
quanto tale (nichilismo). É necessario dunque un rovesciamento, una «trasvalutazione» di tutti i valori,
condannando ciò che è stato considerato «buono» come debole, fiacco, inibitore dell'azione, e affermando
invece il «malvagio» come ciò che è forte, attivo, creatore. In sostituzione di tutti i moventi etici Nietzsche
introduce il concetto di «volontà di potenza»: tutti gli organismi viventi agiscono per accrescere la propria
potenza, intesa come vitalità fisica. Anche l'uomo, al di là dei motivi che può addurre, agisce per soddisfare
questa tendenza naturale: non per la morale, non per i valori, ma unicamente per accrescere la propria
potenza vitale. Chi è capace di liberarsi dei condizionamenti della morale e di agire secondo la sua volontà
di potenza è «oltreuomo».

Nasce nel 1844 a Rocken , un villaggio vicino a Lipsia. Compì inizialmente studi di teologia e filologia a Bonn
e a Lipsia, per poi avvicinarsi definitivamente allo studio della filosofia grazie alla lettura di alcuni testi di
Schopenhauer. Ebbe una produzione molto vasta, tra cui figurano “La nascita della tragedia dallo spirito
della musica” 1872“Umano, troppo umano” del 1878, “La Gaia scienza” del 1882. Nel 1873 iniziò a
manifestarsi la malattia che lo accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni. A causa di questa egli lasciò
definitivamente, nel 1879, l’insegnamento universitario. Negli anni successivi egli scrisse la sua opera più
nota , “Così parlò Zarathustra”. Vi sono anche alcuni scritti posteriori, come “Al di là del bene e del male”
del 1886 e “La Genealogia della morale” del 1887, ove si evidenzia particolarmente la demistificazione dei
valori tradizionali da parte di Nietzsche e in cui fu anche più consistente l’intervento e la rielaborazione
compiuti dalla sorella Elisabeth Nietzsche, rielaborazioni che contribuirono in parte ad avvicinare gli scritti e
le idee di Nietzsche a formulazioni Naziste. Negli ultimi anni di stabilità mentale Nietzsche compose saggi
fortemente critici verso i valori tradizionali, come “L’anticristo” e “Il crepuscolo degli Idoli”, che vennero
pubblicati postumi. Tra il 1888 e il 1889, mentre risiedeva a Torino, la sua sanità mentale crollo totalmente,
venendo colto da una crisi di follia da cui non si riuscì mai a riprendere. Sono di questi anni “I biglietti della
follia”. Morì a Weimar nel 1880.
La sua filosofia presenta un fondamentale problema di tipo interpretativo. Nietzsche era infatti un filosofo
molto aforismatico, le cui opere non si presentano mai come un discorso razionale e lineare, ma più come
un insieme di idee e metafore sparse. La malattia che afflisse Nietzsche negli ultimi anni della sua vita pone
un’ulteriore questione interpretativa; è difficile, infatti, capire se le sue affermazione siano semplicemente
espressione di una mente deviata, o se è proprio la genialità di tali affermazioni ad aver condotto il filosofo
alla follia.
Nietzsche, nonostante l’irrazionalità delle sue formulazioni e la pluralità dei temi da lui affrontati, può a
grandi linee essere definito come un filosofo facente parte della reazione al Positivismo. Ciò si manifesta in
parte con un’esaltazione dell’arte, ripresa in parte anche dai testi di Schopenhauer.
Egli rifiutò la cieca fiducia nella scienza e la sua esaltazione, sottolineando come l’esistenza non sia tutta
matematizzabile.
In generale la sua filosofia può essere suddivisa in: Filosofia del mattino, Filosofia del pomeriggio e Filosofia
del tramonto.

Gli studi di filologia classica permisero a Nietzsche di costruirsi una conoscenza approfondita del mondo e
della tradizione greca. Egli comprese che “il mondo greco” era fondamentalmente composto da due aspetti
fondamentali: un aspetto “Apollineo”, razionale, armonico, basato sulla misura e sulla proporzione, ed un
aspetto “dionisiaco”, legato all’ebbrezza, alla passione e all’irrazionalità. Questi due aspetti erano tenuti
insieme e armonizzati dalle tragedie classiche, almeno fino alla sopraggiunta di Euripide, il cui approccio
consistette in un’esaltazione dell’aspetto razionale, relegando conseguentemente in secondo piano
l’aspetto emotivo, sentimentale. Stesso approccio che venne poi fatto proprio da Socrate, il quale esaltò in
ogni modo l’aspetto intellettivo, la conoscenza, trascurando totalmente il lato dionisiaco. Secondo
Nietzsche questo è il fondamentale problema dell’Occidente, il motivo che si cela dietro alla profonda crisi
e alla decadenza della cultura occidentale. Partendo da Socrate, dai Sofisti e conseguentemente passando
per la filosofia di Platone e di Aristotele, il mondo occidentale ha costruito un modello fondato unicamente
sulla razionalità, sull’equilibrio e sul controllo delle passioni, perdendo l’aspetto orfo-dionisiaco e non
avendo più un rapporto equilibrato con la vita. Esaltando la visione del mondo fondata sulla ragione, si è
conseguentemente esaltata anche la repressione del piacere, degli istinti, della naturale vitalità.
Socrate è quindi il responsabile della rottura dell’equilibrio tra apollineo e dionisiaco nella tragedia greca,
colui che inaugurò una filosofia di repressione degli istinti vitali, in favore di una morale dell’autocontrollo e
di un morale di rinuncia. Una rinuncia alla naturalità e alla affermazione di sé in favore di una morale da noi
stessi costruita.
Tra 1873 e 1876 Nietzsche pubblicò le quattro “Concezioni Inattuali”, opera con cui il filosofo si pose in
netto contrasto con la cultura e le idee prevalenti dell’epoca in cui viveva, le cui argomentazioni vennero da
Nietzsche stesso definite “bellicose”. La prima delle quattro, rivolta contro un esponente della Sinistra
Hegeliana, David Strauss, si pone come invettiva contro la cultura tedesca in generale. Nelle ultime due
invece, Nietzsche esalta le figure di Schopenhauer e Wagner, massimi sovrani del disprezzo della
contemporaneità.
La più importante delle quattro considerazioni riguarda invece la storia e si intitola “Sull’utilità e il danno
della storia per la vita”. Nietzsche denuncia un eccesso di storicismo. In particolare, egli descrive tre
differenti tipologia di storiografia:
1) Critica: la filosofia critica può risultare utile, in quanto permette, attraverso un’osservazione critica,
di riconoscere gli errori, ma non può che essere dannosa se non si comprendono i legami che
intercorrono tra il passato “osservato” e il presente
2) Antiquaria: l’amore per il passato, la conservazione delle tradizioni, il ricordo delle proprie radici.
Tutto però può degenerare in una venerazione del passato e in un atteggiamento dannosamente
conservativo
3) Monumentale: essa consiste nell’esaltazione delle grandi imprese del passato, degli eroi, fornendo
di fatto dei modelli agli uomini del presente, degli esempi di grandezza. Tutto ciò però può favorire
ancora una volta una mitizzazione del passato, e può inoltre portare a disprezzare il presente o a
paralizzare gli uomini del presente, incapaci di sentirsi all’altezza degli eroi venerati.
La storia è quindi dannosa, paralizzante. L’uomo, a causa anche delle teorie Hegeliane, si sente ormai
come uno spettatore del processo storico, visto come un inevitabile susseguirsi di eventi razionali
impossibili da evitare o da modificare. Si preclude ogni azione umana, e si ha un’esaltazione della realtà
così com’è. Allo storicismo hegeliano, Nietzsche risponde dicendo che la vita ha bisogno di un totale
oblio del passato per potersi proiettare in avanti verso il futuro.

Nelle opere del periodo più illuministico di Nietzsche, “Umano Troppo Umano”, “La Gaia Scienza”,
“Genealogia della morale”, il filosofo ripercorse l’origine e la storia dei valori morali umani per
individuarne, la solo apparente, sacralità e il carattere “umano, troppo umano”. In esse Nietzsche
sottopose le certezze dell’Occidente alla cosiddetta “scuola del sospetto”, arrivando ad una drastica
demistificazione della morale e una sua destrutturazione. Nietzsche ricostruisce la genealogia della
morale, affermando che questa ha assunto valore storicamente, è un prodotto umano. È una morale
fondata però sul socratismo, sulla repressione della vita. È dunque necessario recuperare l’impulso
vitale, conciliandolo in modo equilibrato con la razionalità. Da qui ha inizio la filosofia del mattino, il
nuovo inizio della morale. Colui che riesce a lasciarsi alle spalle i vecchi valori della tradizione è uno
spirito libero, che guarda il mondo con occhi nuovi e che si muove come un viandante, senza meta, con
un mondo da esplorare e da vivere. La filosofia del mattino segna il crollo delle certezze storiche, della
morale, di ogni criterio di oggettività.

LA MORTE DI DIO (La gaia scienza)


Nietzsche metto in dubbio quindi l’esistenza di un qualsiasi fondamento della morale stessa, così come
della scienza, e lo fa alla perfezione, in modo molto metaforico, con il racconto di nuovo che va alla
ricerca di Dio con la propria lanterna e che viene deriso da chiunque lo osservi. La morte di Dio non
assume un senso orientato puramente verso l’ateismo, ma diviene l’emblema della fine di ogni
fondamento morale. Dio è infatti la personificazione di ogni metafisica, di ogni certezza che ha
costituito in passato la morale, il punto di riferimento per definire ciò che è bene e ciò che è male. LA
sua morte non può che segnare una perdita di ogni punto di riferimento e di tutti i valori. Ma se Dio è
morto, bisogna operare una “trasvalutazione dei valori”, eliminando i valori tradizionali della morale.
Sono gli uomini stessi che devono divenire misura di tutte le cose, devono “diventare dei”, fondando su
se stessi un nuovo senso morale, senza porsi valori assoluti.
L’uomo che nega ogni senso tradizionale del mondo e che si orienta verso un nichilismo di tipo attivo,
accettando di compiere una trasvalutazione dei valori, costruendosi i propri valori, è un “superuomo”,
un “ubermensch”.

Così parlò Zarathustra (filosofia del mezzogiorno) 1883/1885


È l’opera più famosa di Nietzsche, ed è un trattato di filosofia e morale costruito con forma fortemente
metaforica e poetica attraverso parabole e discorsi. Attraverso la figura di Zarathustra, filosofo persiano
fondatore della religione Zoroastrismo, vissuto nel VII secolo a.C. Tema centrale dell’opera è la nascita
dell’Oltreuomo conseguente alla morte di Dio, dell’uomo capace di fare un senso alla vita e di formare
nuovi valori strettamente legati agli istinti vitali e non più del tutto trascendenti. La figura del
Superuomo è stata erroneamente interpretata nella Germania nazista, anche grazie agli interventi e
alle correzioni della sorella del filosofo, come l’uomo ariano, superiore, dotato di capacità superiori e
pertanto avente il diritto di sottomettere i più deboli. Il termine oltre uomo vuole descrivere il
superamento della condizione in cui l’uomo riceve dall’esterno il proprio destino in modo passivo,
dovendo necessariamente conformarsi a delle norme prestabilite. Il superuomo, o oltreuomo, è quindi
l’uomo che diviene creatore di valori. Per poter andare oltre sé stesso e divenire oltre uomo, l’individuo
deve abbandonare le proprie certezze, anche se non è ancora in grado di costruirsene di nuove.
La metamorfosi da uomo a superuomo viene rappresentata metaforicamente da Nietzsche con 3 stadi
fondamentali: il cammello, il leone ed il fanciullo. Il cammello rappresenta l’uomo sottomesso al peso
della tradizione e delle metafisiche precedenti, conformandosi passivamente alla tradizione. Il leone è
l’immagine per eccellenza della lotta, colui che dice il sacro no e che sceglie di liberarsi delle metafisiche
precedenti e di rompere con la morale tradizionale. Il fanciullo infine non è altro che l’uomo nuovo, il
super uomo che non risponde più ad alcun “tu devi”, a nessun dovere morale preimposto, ma che
abbandona dietro di sé il passato costruendo i suoi nuovi valori, divenendo unica misura del suo
mondo. L’uomo deve essere quindi un passaggio un tramonto. Deve trovare il coraggio di negarsi come
uomo della morale, formato dalla tradizione cristiana e di Socrate e trasformarsi. L’uomo che non trova
il coraggio di far ciò, dopo la morte di Dio, non può sopravvivere. Egli accetta una vita determinata dagli
altri, rinunciando alla propria libertà e alla propria vitalità. Solo un netto gesto di rottura con il passato
può liberarci e farci rinascere (storia pastore, serpente, Zaratustra).
L’eterno ritorno
Affinché possa avvenire questo passaggio da uomo ad oltreuomo è necessario che l’individuo non neghi
solo i vecchi valori, ma neghi sé stesso e diventi un uomo nuovo. Egli deve stravolgere il suo
atteggiamento verso la vita, la quale non deve più essere vista come una successione di eventi,
momenti e azioni aventi senso solo nel loro insieme. Ogni attimo, ogni istante deve invece assumere un
valore ed un senso. Nietzsche affermava infatti che ogni evento della nostra esistenza sia destinato a
tornare infinite volte, per l’eternità. Ciò pone l’uomo davanti alla necessità di porre grande attenzione
ad ogni momento della sua vita. Ogni suo gesto è destinato a ripetersi infinite volte. Ogni uomo si pone
quindi all’inizio di questo processo e deve vivere in modo di dare significato ad ogni istante della sua
esistenza, affinché egli possa accettare con gioia l’idea che tutto si ripresenterà uguale a sé stesso per
l’eternità. Chi invece vive per morale, o per il paradiso nell’ottica religiosa, vive per il futuro, utilizza i
singoli momenti ed i singoli istanti solo come un mezzo per arrivare ad un obiettivo finale proiettato nel
futuro. Ciò comporta chiaramente, che rivivere per l’eternità ogni istante della propria vita non può che
essere percepito con una certa angoscia.
Colui il quale riesce ad accettare la vita in ogni suo istante e a ripeterla per l’eternità è un superuomo.
Sentendo ogni propria azione come eterna e vivendo conseguentemente a ciò, dando ad ogni istante il
proprio significato, è la condizione che fa nascere il superuomo. La morale non potrebbe sostenere
l’idea di dare peso e significato, continuamente, ad ogni istante della vita, quanto questa si pome
sempre e solo come un fine da raggiungere.

Il nichilismo attivo: La negazione di qualsiasi valore del mondo in sé conduce ad un nichilismo attivo, in
quanto consente di considerare sé stessi come fondamento di ogni valore: il mondo non ha senso, ed è
il singolo individuo, il superuomo che glielo deve dare. Il nichilismo diventa un “sacro dire sì alla vita”,
una volontà di potenza.

La base di questo nichilismo attivo è sicuramente la trasvalutazione di tutti i valori.


Nietzsche non propone nuovi valori, ma propone un nuovo modo di concepire questi valori; egli non
solo nega la morale cristiana e socratica, ma abbatte il concetto di morale stesso.
Nietzsche individua due tipi di morale fondamentali, presenti in ogni epoca, in ogni civiltà ed in ogni
uomo: la morale dei signori e la morale degli schiavi. I primi sono di “specie nobile” e vivono nella
pienezza, nella potenza, mentre i secondi sono gli oppressi, i sofferenti, che vivono nell’insicurezza e
nella rassegnazione. La morale di quest’ultimi non può che essere una morale di passività, di rinuncia,
mentre nella prima predomina la gioia, la forza. La morale degli schiavi obbedisce a norme date
dall’esterno, la morale dei signori crea valori e pone l’individuo stesso al centro della morale. Nella
“Genealogia della morale”, in cui Nietzsche ricostruisce l’origine della morale, vengono criticati i
concetti di bene e male, e la legittimità stessa di questi concetti. L’opera si muove alla ricerca della
genesi dei valori moderni con il solo fine di destrutturarli. Con questa ricostruzione della morale,
Nietzsche ha voluto spiegare l’origine delle nozioni di “buono” e “malvagio” partendo dalla morale dei
signori e degli schiavi. Per i primi “buono” è semplicemente vitalità, potenza, mentre con “cattivo” si
identifica la debolezza e soprattutto la rinuncia. Gli schiavi invece, in maniera opposta, identificano
come “buone” l’umiltà, la sottomissione, indicando le azioni legate a valori vitali e positivi come
“cattive”. Secondo Nietzsche, la filosofia socratica e quella cristiana, hanno fatto sì che a dominare
fosse la morale degli schiavi, la cui debolezza ha fatto sì che venissero repressi tutti gli istinti vitali in
ogni uomo. Questo segna l’affermazione della cosiddetta “morale del risentimento”; la morale ha
origine quindi dalla repressione di ogni vitalità. Affinché si possa superare tutto ciò è per Nietzsche
necessario recuperare gli istinti vitali repressi.
Nella morale dei signori, il mondo non ha più alcun valore ed è l’uomo che deve conferirglielo,
costruendo una nuova morale fondata sull’uomo.

La volontà di potenza
La volontà di potenza è l’espressione dell’oltreuomo. La formulazione della tesi della volontà di potenza
è solamente parziale. Nietzsche scrisse solo alcuni frammenti dell’opera che però non concluse mai,
frammenti che vennero pubblicati postumi nel 1906 dalla sorella Elisabeth, la quale modificò
significativamente il significato complessivo dell’opera e orientandosi verso interpretazioni di matrice
nazista.
Il concetto di volontà di potenza non è ben specificato e risente anche dell’evoluzionismo Darwiniano.
Essa, infatti, è una forza naturale presente in tutti gli esseri viventi, è un istintivo e irrazionale impulso
volto ad imporre il proprio essere. Tuttavia, la volontà di potenza non si limita solo a ciò, ma essa si
sostituisce totalmente alla morale, un’ingannevole costruzione umana. Il comportamento di qualsiasi
essere può essere spiegato con la volontà di potenza, con la volontà di affermazione di sé stesso. Una
pulsione che viene soffocata nell’uomo, poiché si scontra con le regole della morale. Queste regole
identificano i naturali impulsi della volontà di potenza come disvalori. La vitalità, la forza e gli istinti
vengono condannati, mentre tutto ciò che è contrario alla volontà di potenza, umiltà, sottomissione,
sofferenza, viene trasformato in un valore. Attraverso la trasvalutazione si devono invertire tali valori,
riaffermando la volontà di potenza contro la morale. La volontà di potenza è recupero degli istinti vitali;
l’uomo non agisce per realizzare fini, ma per accrescere il proprio essere, rifiutandosi di accettare un
senso del mondo impostogli dall’esterno.

Potrebbero piacerti anche