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Dibattiti

Si può accettare il male?


di Amedeo Vigorelli
Da sempre l’umanità affronta il problema del male. Esso può assumere una tripli-
ce forma: quella del male fisico o dolore (causato da malattie, calamità naturali,
morte), quella del male morale (ingiustizia e punizione), quella del male metafisi-
co (la natura è in sé buona e perfetta, oppure ha in sé un principio di limitazione
e di male?). A tale difficile problema la filosofia antica ha dato risposte che con-
servano ancora una validità e un’intatta forza di suggestione. Dall’accettazione o
dal rifiuto del problema del male emergono infatti tre tipi di soluzione, che corri-
spondono in un certo senso a tre tipi di umanità: l’uomo tragico, l’uomo etico, l’uo-
mo religioso.

> si può amare e giustificare la vita, nonostante la morte?


> si può accettare la sofferenza degli innocenti?

esposizione del problema


La soluzione dialettica comune, dalla tragedia discende anche la visione che la
La prima risposta è quella offerta da Eraclito, con la sua vita vada accettata non perché sia priva di mali, ma per-
teoria della necessaria coesistenza e finale conciliazione ché in essa bene e male sono strettamente confusi e come
degli opposti. Senza il male non vi sarebbe il bene, poi- avvolti da un velo di ignoranza.
ché la realtà è non solo eterna lotta degli opposti (salute e La soluzione etica
malattia, sazietà e fame, bene e male), ma anche mirabile La risposta etica al problema del male si affaccia inve-
e celata armonia del tutto che li contiene ed esprime. Que- ce in Democrito, che la pone in relazione alla condotta
sto argomento dialettico verrà ripreso in varie forme e con umana e la fa derivare dall’ignoranza. Tale soluzione è ri-
diversa finalità, anche all’interno delle successive risposte presa da Epicuro, che la pone alla base di un’etica natura-
al problema del male, sia di tipo etico sia religioso. listica. Nell’ordine naturale non ha senso parlare di beni e
■ Ma la forma più caratteristica che esso assume è data di mali, ma di semplici accadimenti, che possono favori-
dalla consapevolezza del carattere tragico e insieme su- re od ostacolare la spontanea tendenza dell’uomo alla fe-
blime della vita umana, di cui si fanno interpreti i poeti licità, intesa come benessere animale. Né il male fisico è
tragici: Eschilo e Sofocle in particolare. Il conflitto che na- un male vero e assoluto (talvolta si può rivelare anzi un
sce dal contrasto tra il destino e la responsabilità umana è bene: come quando la morte ci libera da dolori insoppor-
insolubile: vi sono in effetti dei mali imputabili a un de- tabili), né il male metafisico esiste (gli dèi sono del tutto
stino anonimo (Moira), di cui né gli uomini né gli dèi so- separati da noi e non giudicano le nostre azioni). Il male
no responsabili. Ma gli uomini accrescono tali mali con la esiste solo a livello morale, e scaturisce dall’ignoranza.
loro colpa e ignoranza, subendo giustamente le punizio- ■ Pur da una diversa prospettiva, incentrata sulla virtù an-
ni inviate dagli dèi. Nel corso della vita, tuttavia, gli uo- ziché sul piacere, gli stoici condividono questa imposta-
mini non sono in grado di chiarirsi fino in fondo tale di- zione, rendendola classica. La risposta al problema del ma-
versa provenienza, e debbono perciò agire come se il mon- le può consistere solo in una risposta etica: nella consape-
do fosse retto dalla giustizia divina, accettando il male co- volezza cioè che l’uomo deve indirizzare la propria con-
me espiazione di una colpa, ma insieme protestandosene dotta razionale a ciò che giudica come bene. Non esi-
innocenti. L’eroe tragico afferma la propria libertà e il stono cose che in assoluto siano beni o mali in sé: ma so-
proprio valore opponendosi a un destino, che pure ha la lo beni e mali relativi, che dipende dalla virtù dell’uomo
consapevolezza di non potere modificare. Da ciò la sua saper mettere a frutto. Tra due beni, infatti, la ragione sce-
grandezza. Ma, secondo un metro di comportamento più glierà sempre quello maggiore, e tra due mali, eviterà
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quello più grande, individuando nel male minore un ef- cida con la virtù, ossia con l’abito razionale della condot-
fettivo bene, in relazione al primo. Presupposto condiviso ta, egli nega che tale bene possa essere disgiunto dalla fe-
di tale visione è quello comune a tutto l’intellettualismo licità, dal conseguimento cioè della piena realizzazione di
etico dei greci: la consapevolezza, cioè, che nessuno sce- sé, cui concorrono anche una dimensione fisica (salute, in-
glie il male sapendo che è male, ma solo per ignoranza. telligenza, ricchezza) e una metafisica (il “buon demone”,
Un presupposto condiviso da Socrate e dalla tradizione vale a dire l’assistenza o la benevolenza degli dèi). La ri-
platonico-aristotelica che da lui discende, in cui tuttavia si sposta di Aristotele al problema del male è in ogni caso vi-
tinge di una diversa tonalità metafisico-religiosa. cina a quella degli stoici, in quanto ne vede la prevalente
dimensione etica, e si tiene lontana dal dualismo metafi-
La soluzione religiosa sico di Platone.
Se la risposta etica al problema del male lo oppone es- ■ Dal platonismo discende viceversa la più problematica
senzialmente al bene, quella religiosa lo considera in rap- risposta religiosa al problema. In Platone coesistono due
porto alla più ampia felicità. L’uomo tragico accettava la risposte alla domanda circa l’origine e la natura del male.
vita nonostante il male (e in un certo senso a causa di es- Una lo fa derivare dalla minore perfezione della mate-
so: poiché dalla lotta contro il male vittorioso traeva la pro- ria corporea rispetto alle idee. Ne discende una visione
pria grandezza). L’uomo etico si può dire che accetti la vi- della vita umana come dramma psicologico della nascita
ta perché non accetta il male: non ammette cioè che il giu- (caduta dell’anima nel corpo) e della vita morale come pu-
dizio su ciò che è per lui bene o male sia per principio sot- rificazione ed espiazione religiosa di una colpa d’origine.
tratto alla sua ragione e al metro personale della virtù. L’altra (che si farà strada nel posteriore platonismo) lo fa
L’uomo religioso pensa come l’uomo etico, ma vede più derivare da un dualismo di principi cosmici, da una crea-
drammaticamente o più in profondità il nesso tra le di- zione del mondo cui cooperano un principio spirituale
verse dimensioni (fisica, metafisica, etica) di tale pro- buono e uno malvagio. Tale visione accomuna tanta par-
blema. te della religiosità tardo antica, e solo lentamente (attra-
■ Aristotele identifica il bene etico nella virtù, ma pensa verso Plotino e la sua ripresa nella patristica di Agostino)
che esso non possa rimanere disgiunto dalla felicità (eu- il cristianesimo si affrancherà da questo difficile dualismo,
daimonìa). Riprendendo l’esempio tragico di Priamo, egli recuperando e riguadagnando, dal proprio diverso punto
afferma che non si può giudicare nessun uomo felice ed di vista (quello della rivelazione e della fede), le più sobrie
eticamente realizzato, prima di vederne la fine. Pur am- e razionali soluzioni del pensiero classico.
mettendo infatti che dal punto di vista etico il bene coin-

discussione
QUESTIONE 1
Si può amare e giustificare la vita, nonostante la morte?

Per discutere alcuni aspetti del complesso tema del male, della vita, c’è qualcosa dell’uomo tragico, dell’uomo etico
possiamo partire da certe domande, che tutti ci poniamo, e di quello religioso.
e dalla consapevolezza che nessuna delle possibili risposte Affrontiamo in questa prospettiva due classici quesiti. Ve-
filosofiche al problema è in grado di esaurirlo. Ciascuna diamo ora il primo.
contiene però un aspetto di verità psicologica, tanto da far- Per l’impostazione di questa eterna domanda, prendiamo
ci sostenere che ancora noi ci dibattiamo fra tre tipi di uo- spunto da un brano di Seneca, filosofo stoico, che lo im-
mo e di risposte: in ciascuno, e nelle diverse circostanze posta in termini squisitamente morali.
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“ La morte è liberazione da tutte le sofferenze, e termine oltre il quale i nostri mali non transi-
tano, che ci riconduce alla quiete in cui dimoravamo prima di nascere. Se si compiangono i morti,
si compiangono anche i non nati. La morte non è né un bene né un male. Può essere un bene o
male soltanto ciò che è qualcosa. Ma ciò che per se stesso non è nulla e che tutto riduce al nulla,
non ha nessun effetto su di noi: mali e beni non possono sussistere senza una materia in cui espli-
carsi. La fortuna non può esercitare dominazione su ciò che la natura ha lasciato andare, e non può
essere infelice chi non esiste. Tuo figlio ha varcato il termine entro il quale c’è la schiavitù, lo ha ac-
colto una grande, eterna, pace. Non è perseguitato dalla paura dell’indigenza, dall’ansia del patri-
monio, dal pungolo del desiderio che corrompe lo spirito attraverso il piacere; non è toccato dal-
l’invidia per l’altrui felicità, né la sua felicità è oggetto d’invidia; nessuna insolenza può ferire le sue

orecchie pure. Non assiste a nessun disastro pubblico o privato. Non è schiavo inquieto di un fu-
turo le cui promesse sono sempre più incerte. Finalmente si è insediato là donde nulla lo può ban-
dire, là dove nulla può fargli paura.
Seneca, Consolazione a Marcia

■ Quali concetti della filosofia stoica è agevole riconoscere nell’argomentazione di tipo consolatorio
qui sviluppata da Seneca?
■ Soffermiamoci sul paragone tra la condizione dei morti e quella dei non nati e sulla identificazio-
ne della morte con il nulla: che tipo di credenza religiosa essa suppone? Tale punto di vista può es-
sere accettato anche da chi ha una diversa convinzione religiosa? Entro quali limiti?
■ Mettiamo a confronto la visione dello stoico, secondo cui la morte è indifferente e non suscita al-
cuno scandalo morale, e quella dell’uomo tragico: più incerto tra senso di colpa, fede religiosa e ac-
cettazione sofferta del proprio fato personale. Quale delle due vi sembra più vicina alla vostra sensi-
bilità psicologica?
■ L’uomo tragico vive e ama la vita avvolgendola in un velo d’ignoranza sulla sua sorte finale. La mor-
te è in ogni caso un male. L’uomo etico (lo stoico) ha escluso che la morte sia in sé un male e ap-
prezza i beni della vita misurandoli sul metro della propria virtù morale. Provate ad argomentare, da
entrambi i punti di vista, la questione che vi abbiamo proposto: “Si può amare e giustificare la vita,
nonostante la morte?”

QUESTIONE 2
Si può accettare la sofferenza degli innocenti?

Rispetto alla più serena visione razionale degli antichi, il sonaggi del romanzo di Dostoevskji, I fratelli Karamazov.
cristianesimo introduce nella concezione etica dell’uomo Discutendo con il fratello Alëša, Ivan Karamazov dà voce
moderno una più drammatica consapevolezza del male e all’inquietudine etica dell’incredulo. Come si può am-
della sua inestirpabilità. Gli estremi di crudeltà, cui ci po- mettere l’esistenza di un Dio giusto e misericordioso, di
ne di fronte la storia, sembrano talvolta incrinare la fidu- fronte alla sofferenza inutile degli innocenti? Dopo aver
cia nella misura etica ordinaria del bene e del male. Dio narrato l’episodio del generale, che fa sbranare dalla mu-
stesso si è dovuto incarnare nell’uomo Gesù, per assume- ta dei suoi cani un bambino della servitù, che aveva az-
re su di sé la colpa originale dell’uomo e per redimerne la zoppato la sua cagna preferita, si interroga: chi potrà mai
natura peccatrice. A questa visione dà voce uno dei per- perdonare o redimere questo male?
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“ Insomma io non voglio che la madre perdoni l’aguzzino che ha fatto sbranare suo figlio dai
cani! Non lo deve perdonare! Se lo vuole, lo può perdonare per sua parte, gli può perdonare il suo
immenso dolore di madre, ma le sofferenze del suo bambino sbranato non ha il diritto di perdo-

nargliele, lei non gliele deve perdonare neanche se il bambino stesso lo perdonasse! E se è così,
se non si può perdonare, dove finisce l’armonia? Esiste al mondo un essere che possa perdonare
e abbia il diritto di farlo?
F. Dostoevskji, I fratelli Karamazov

■ Gli antichi ammettevano una teodicea, vale a dire l’idea che Dio non ha alcuna responsabilità per
il male commesso dagli uomini. I cristiani aggiungono all’idea di un Dio buono e provvidente, quel-
la di una liberazione radicale dal male, per effetto del sacrificio espiatorio di Cristo. Ma se le idee di
peccato e di perdono si commisurano alla gravità della colpa commessa, come giustificare la soffe-
renza inutile e gratuita dei bambini, ossia degli innocenti? Essa non incrina definitivamente l’idea di
una armonia metafisica dell’essere?
■ Perché la madre può perdonare la sofferenza personale che le viene inflitta, ma non ha il diritto di
perdonare il male commesso ai danni del suo bambino? Se lo facesse, che fine farebbero i valori mo-
rali di bene e di giustizia? Il perdono cristiano è forse capace di far sì che il male commesso non sia
più tale, di annullarlo come male?
■ Ora discutiamo sull’argomento: vi è mai capitato di ribellarvi di fronte a qualcosa che giudicavate
un male o un’ingiustizia inaccettabile, e che non potevate far nulla per evitare o per modificare? In
tali situazioni la risposta etica vi sembra sufficiente, o pensate si debba invocare una risposta religio-
sa, di fede?
■ Anche ammettendo la fede (per esempio l’idea di un giudizio per i buoni e per i malvagi dopo la
morte), ritenete che sia moralmente accettabile la sofferenza degli innocenti (non solo i bambini, ma
anche, per esempio, gli animali, che vengono sterminati in quantità per effetto delle guerre, o del-
l’inquinamento ambientale, di cui pochi sono disposti ad assumersi la responsabilità)?

■ Quali forme di male è possibile distinguere? Di fronte ai diversi tipi di male quale argomento rite-
nete risulti il più vero o il più efficace? Quello dialettico (il male esiste in funzione del bene, e non
Sintesi è da esso separabile in modo assoluto), quello morale (il male deriva dall’ignoranza, ed è bilanciato
personale dal bene, perseguito dall’azione virtuosa), oppure quello religioso (Dio è buono, e non può lasciarci
indefinitamente in balia del male, ma ci libera da esso)?
■ In definitiva, ritenete che il problema del male sia un autentico problema, che ammette una rispo-
sta razionale, oppure rappresenti un mistero insolubile, di fronte al quale si può assumere solo un at-
teggiamento pratico (di accettazione o di rifiuto, di fede o di incredulità)?
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