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Siamo una società malata di


autofiction?
9-12 minuti

Gli effetti, in larga parte deleteri, del dilagare della cultura del
sé derivata dai social network, incontrano il bisogno di
espressione di comunità generalmente escluse dalle
rappresentazioni mainstream: ma qual è il bilancio del potere
ambiguo dell’autonarrazione?

In copertina e nel testo, Anish Kapoor, Sky Mirror in Kensington Gardens

di Irene Doda

Alle presentazioni dei libri, una delle domande che più


frequentemente mi capita di sentir rivolgere all’autore o autrice è
“quanto c’è di autobiografico in quest’opera?” Siamo interessati a
comprendere l’arte filtrandola attraverso le lenti dell’esperienza
personale. I critici della letteratura autobiografica legano
l’attenzione dei lettori e dell’editoria libraria per l’autofiction a
un’ossessione narcisista di una società malata di social network e
di rappresentazione del sé. Una realtà in cui ci troviamo a
considerare che anche “la più piccola micronarrazione soggettiva
meriti non solo un’annotazione privata, come in un diario, ma una
condivisione con altra gente”, per usare le parole di Jonathan
Franzen.

Del romanzo autobiografico come genere che ha definito gli anni


Dieci del Ventunesimo secolo si è parlato ampiamente. La non-
fiction biografica ha dominato l’esperienza di lettura dell’ultimo
decennio. Il confine tra realtà e finzione è sempre più sfumato.
“Negli ultimi anni è stata forte la sensazione di una realtà
cannibale che avrebbe mangiato la letteratura, laddove il
passaggio dall’uno all’altra è diventato sempre più sottile, ai limiti
dell’impercettibilità. Un profluvio di cronache dalla depressione,
dalla paternità, dalla malattia. Storie spesso definite urgenti che
hanno piuttosto fatto diventare urgente la domanda: ma allora
cosa trasforma l’esperienza in arte?” si chiede Cristiano de Majo
su Rivista Studio. Non solo autofiction, ma anche autotheory,
saggistica costruita a partire dal vissuto personale. Che
l’autonarrazione sia o meno una malattia della letteratura
contemporanea è una domanda che lascio volentieri ai critici. È
innegabile però che il panorama del mercato culturale abbia
trasformato gli artisti in brand, proiettandoli in una giostra infinita di
rappresentazioni di se stessi, una spirale di presentazioni,
autopromozione, networking e luci di palcoscenico, in cui non è
solo la loro opera ma sono loro stessi, il loro corpo e la loro
esistenza a divenire parte del prodotto venduto. Anche chi non si
racconta in un’opera è esposto alla brandizzazione, ai colpi di
frusta delle agenzie e degli uffici stampa; la cultura si configura
mestiere alimentato dall’angoscia dell’assenza (o potremmo dire
dalla FOMO). L’ambiguità della narrazione di sé come strumento
comunicativo non riguarda solo il mercato letterario, né si riduce
esclusivamente a una questione di narratologia. L’auto narrazione
è inserita in un meccanismo di mercato, che interessa una pluralità
di industrie e di comportamenti di consumo.

Una tecnica particolarmente in voga tra i venditori di prodotti di


bellezza è quella di non mostrare mai, in nessun caso, il prodotto.
Il focus del possibile consumatore deve essere sulla persona che
lo utilizza. Vendere un prodotto è vendere uno stile di vita, un
modello di crescita personale, un pacchetto di valori. Se questa
frase l’avete già sentita in Mad Men, è diventata ancora più vera al
tempo dell’influencer marketing.

Produzione di soggettività

Non credo di dover affrontare in modo dettagliato come


l’infrastruttura dei social network ci spinga a raccontarci
continuamente. D’altronde ci alziamo la mattina e mentre beviamo
il caffè un’app ci chiede “a cosa stiamo pensando”. I dati personali,
i big data, la traslazione informatica di elementi personali come
preferenze, legami sociali ed emozioni, non sono altro che una
forma di auto narrazione inserita all’interno di un sistema globale.
L’infrastruttura di social network si nutre delle informazioni fornite
volontariamente. Nonostante i proclami sulla disconnessione
radicale, vivere nell’oggi significa vivere in connessione profonda
con i nostri dati, con cui intratteniamo uno scambio continuo, un
legame umano-macchina molto profondo. Noi siamo anche le
nostre rappresentazioni online, siamo quello che fluisce nelle
profondità del web, cyborg fisici ed emotivi. Ci costruiamo e ci
rappresentiamo all’interno di un’infrastruttura privata in cui la
soggettività è un fattore di produzione di enorme valore. «La
messa a valore di emozioni e sentimenti nella razionalità umana
non è evidentemente sfuggita alla “razionalità economica” (e forse
dovremmo dire all’emotività economica”) neoliberista, e sta
diventando centrale nel processo di valorizzazione» scrive Giorgio
Griziotti nel suo saggio Big Emotional Data. Ci raccontiamo in uno
spazio privato, in uno spazio non libero, ma anzi, dove la
predazione dell’industria e del marketing è più feroce che mai.
Autobiografia come sovversione

Le nostre autobiografie, i racconti della nostra intimità vivono in


spazi ambigui: spazi di espressione del sé cannibalizzati da
infrastrutture di rete che emanano un potere diffuso. Un potere
reticolare che arriva molto vicino alle nostre emozioni, che non
solo accompagna, ma addirittura spinge, la nostra narrazione
personale. Ci soggettiviamo e ci definiamo anche in base a quello
che raccontiamo di noi stessi online. Questa continua
autorappresentazione è la cifra di un potere infrastrutturale che ci
spinge a farlo e che si nutre dei nostri dati e delle nostre storie per
rafforzarsi. Una trappola focaultiana perfetta.

Eppure, nelle filosofie radicali, nel pensiero femminista materialista


e per l’affermazione di diverse soggettività oppresse, raccontarsi è
un’arma di resistenza. La stessa Donna Haraway parla di saperi
situati: conoscenze che si radicano nei corpi e dai corpi prendono
la loro potenza. Il corpo, il sé, è il punto di partenza per la
costruzione di un immaginario, e di un mondo, alternativi.

«Il corpo emerge, nell’autobiografia femminile, come luogo


privilegiato per l’espressione della soggettività, nella misura in cui
esso rappresenta, proprio come la donna, lo spazio occultato,
invisibile e represso sul quale si è costruita e mantenuta l’identità
egemonica dell’Autore autobiografico: il Soggetto universale
prodotto dalla tradizione umanistica e illuminista della filosofia
occidentale» scrive Celeste Iannicello su Roots Routes.

Artiste come Audre Lorde hanno incoronato l’esperienza


quotidiana come punto di partenza del proprio pensiero. Usando la
metafora materica della scultura, Lorde scrive che «i più lontani
orizzonti delle nostre speranze e paure sono lastricati dalle nostre
poesie, scolpite nella roccia delle nostre esperienze quotidiane».

La questione dell’autorappresentazione e dell’autobiografia sono,


credo, tra le più interessanti del nostro tempo: vezzi narcisisti di
una generazione nativa digitale, dispositivi di potere di grandi
multinazionali, strumenti di resistenza.

Noi, che viviamo in continua relazione con la macchina – sempre


per citare Haraway, viviamo da cyborg – dobbiamo abitare e
raccontarci in questo spazio liminale: consapevoli del potere
reticolare, diffuso, microfisico, ma contemporaneamente cercando
un’autoaffermazione in un’infrastruttura totalizzante, sfruttandone
le crepe. Possiamo usare lo strumento della rete come mezzo
(impuro e controverso) per una contro-produzione delle nostre
soggettività, una narrazione e un immaginario resistente.

Per tornare alla questione con cui ho aperto l’analisi: siamo una
società malata di autofiction? Forse sì. Da una parte non riesco a
non vedere nel disprezzo di una parte del mondo culturale verso il
genere del memoir un rifiuto verso le esperienze di soggettività
marginalizzate e una celebrazione del punto di vista universale e
universalizzante. Partire da sé è il modo di fare uscire dall’ombra
storie nascoste o cancellate. Forse in questo internet ci ha dato
una mano, è vero: la continua pressione a raccontarci ha dato la
spinta a una resistenza attiva da parte di soggetti cancellati dalle
grandi narrazioni universali, che hanno trovato nella rete un mezzo
espressivo utile e uno spazio per contro-soggettivarsi in modo
sicuro. Gli effetti, in larga parte deleteri, del dilagare della cultura
del sé derivata dai social network, incontrano il bisogno di
espressione di comunità generalmente escluse dalle
rappresentazioni mainstream: l’effetto finale è un corollario
positivo, la possibilità degli spazi online di ospitare narrazioni
autentiche.

Per contro, non dobbiamo dimenticare in che modo il potere


reticolare opera: inglobando e normalizzando anche anche le
istanze più radicali. Diviene essenziale quindi andare a caccia di
alternative: dobbiamo immaginare infrastrutture diverse da quelle
delle piattaforme private, che mettano realmente in crisi il modello
di produzione della soggettività e di autorappresentazione, non
solo a livello simbolico ma anche materiale. Dai margini, possiamo
fare nostra tutta la potenza dell’autonarrazione: una potenza che
vive nello spazio ambiguo del capitalismo delle piattaforme, ma
che può costituire un punto di partenza per la costruzione di nuove
opportunità.

Irene Doda ha 27 anni e vive in Romagna. Scrive su varie testate, tra cui Il
Tascabile, Jacobin Italia e la rivista letteraria inutile. A tempo perso fa la
lavoratrice precaria nell’industria tech. Scrive e parla anche per il progetto
Anticurriculum, che è un blog e un podcast sul mondo del lavoro
contemporaneo.

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