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L'inutilità politica dell'autentico


7-9 minuti

01.01.2022

La pandemia definisce un passaggio e, come ogni passaggio,


determina atteggiamenti contrapposti. Fa sorgere, istintivo, uno
sguardo rivolto all'indietro, che reclama il ritorno a una normalità in
procinto di perdersi, e lascia apparire inquietudini che cercano di
interrogarsi sugli orizzonti possibili che l'incertezza ancora
nasconde.

Nel dramma del suo accadere il Covid ha aperto distanze e creato


posizioni contrapposte. Ha distinto inesorabilmente un ieri dall'oggi
e ha posto sotto nuova luce problemi che continuano a sembrarci
irrisolvibili, come l'organizzazione delle nostre vite e il ritmo
produttivo in cui abbiamo accettato che queste venissero
assorbite, fino a coincidere integralmente con la funzione
economica che il caso, il destino, la raccomandazione hanno
concesso di ricoprire alla nostra qualsivoglia formazione “utile allo
scopo”.

Lo sguardo di chi guarda indietro non se ne rassegna. Alza contro


le disposizioni di prevenzione sanitaria gli emblemi di quei principi
di libertà individuale che hanno accompagnato fino qui la
condizione di quello stesso liberismo di mercato in cui siamo
intrappolati nelle sue diverse variabili all'Ovest come all'Est, e il cui
corollario è lo sfruttamento e l'usura permanente delle nostre vite e
di quella del pianeta.

Ma protestare per la mancanza di libertà senza alcuna riflessione


sui modi di vita economico-sociali che hanno prodotto e diffuso il
Covid, vuol dire rassegnarsi semplicemente a reclamare tutto ciò
che il Covid ha drammaticamente sospeso, e dal cui interno è
sorto esso stesso.

Che una certa filosofia dell'“autentico” dovesse seguire questa


deriva rappresenta soltanto la riprova tardiva della sua
inadeguatezza a misurarsi con l'ordine di quelli che chiamiamo i
“problemi reali”.

È dunque evidente che la rivendicazione giuridico-formale della


libertà, così come oggi viene avanzata da alcuni settori della
società e da diversi intellettuali, deve contenere anche un suo
tacito appiattimento all'esistente, ora che l'esistente appare
minacciato da eventi imprevisti dall'ordine abituale delle cose.

Ma perché possa esprimersi, quella rivendicazione di libertà così


esercitata deve fondarsi su un doppio atteggiamento di rimozione
e di riduzione: negare l'effettiva portata dell'emergenza e mettere
in discussione i dati della pandemia.

Col paradosso che il fine di quella posizione deve idealmente


coincidere con gli interessi di ciò che anche i governi stanno
tentando di proteggere (la difesa a oltranza dell'ordine esistente e
della sua dinamica produttiva). Con l'unica differenza che ai
governi è richiesto un esercizio di responsabilità che un certo
pensiero dell'autentico ritiene evidentemente superfluo.

In ogni caso, vale per entrambi il principio che la pandemia, al di là


del tentativo della sua rimozione, o dello strenuo adattamento del
sistema ai suoi drammatici effetti, non debba diventare l'occasione
per alcun ripensamento della forma economico-politica in cui il
Covid ha preso vita e spazio.

Eppure, se la crisi ecologica è stata abilmente rimossa dai governi


subito dopo le solenni promesse, e contestata in ogni sede sotto
l'urgenza della crisi energetica (che, va detto, ha la sua origine
proprio in quella rimozione perpetrata ormai da decenni a uso e
profitto delle fonti fossili nonostante il loro impatto ecologico e
sociale), la pandemia avrebbe reso la rimozione del tema dai
telegiornali e dai discorsi comuni più difficile. Ma al pensiero
dell'autentico il tema ecologia evidentemente non interessa, così
come non interessa quello della pandemia.

Risultato: si può continuare a dire che non esistono fatti ma solo


interpretazioni e che quindi il Covid è solo un'interpretazione,
anche se la morte restringe di fatto le possibilità
dell'interpretazione, e il gioco postmoderno del rinvio all'infinito dei
significanti diventa più complicato. A quel punto, la negazione
deve appellarsi al piano giuridico come ultima spiaggia.

Ma assunta quest'ultima posizione alla filosofia dell'autentico non


rimane altro che reclamare il pieno ripristino della norma su cui si
fonda il modo di vita “inautentico”.

La sua astratta rivendicazione di libertà contro le misure di


contenimento della pandemia è semplicemente l'arretramento
verso un'astratta (e di per sé sempre ambigua) forma di
individualismo.

Non la libera espressione del pensiero, ma la libera circolazione di


merci e consumatori è ciò che qui è in gioco e che questa
rivendicazione di libertà sta difendendo. La libertà di andare per
negozi e ristoranti e in vacanza a prescindere da qualunque
condizione. Difendere la norma per rivendicare la “normalità
perduta” è così l'ultimo atto di un pensiero che rivela in ciò la sua
più illuminante inutilità politica.

Se invece quella rivendicazione di autenticità implica un voler


lasciare l'inautentico al proprio destino sentendosene
ideologicamente distinti, magari in virtù di qualche classicismo
accademico e, dunque, per qualche proprietà transitiva fin qui
ignota alla scienza, anche incolumi, questo (oltre che errato e
politicamente inaccettabile) richiederebbe almeno il coraggio di
rendere una tale soluzione esplicita.

Dal momento che ciò non è avvenuto dobbiamo accontentarci di


credere che quel disprezzo per il modo di vita inautentico non
esprima evidentemente altro se non un modo un po' più originale
di abitare (e dunque accettare) un mondo altrimenti insopportabile
ma, di per sé, indiscutibile – al limite soltanto disprezzabile.

Eppure, è vero che al di là del rimpianto e del lamento televisivo


per le libertà perdute, per le feste di capodanno in piazza a onore
degli ubriachi di quartiere assurte ora a emblema della concordia
civile, dei “sei ti va bene così o quella è la porta” delle ultime
riforme del lavoro dei governi che difendono civilmente lo “stato
attuale delle cose”, la crisi sembra avere aperto anche nuove
inattese consapevolezze.

Le abbiamo viste organizzarsi nello sciopero generale di Cgil e Uil;


le vediamo manifestarsi nel fenomeno, del tutto sottaciuto e
ignorato dalle trasmissioni televisive, di chi ha deciso in questi
mesi che era giunto forse il momento di cambiare vita, di
abbandonare lavori non soddisfacenti, sottopagati o che privavano
della libertà concreta di aspirare a un rapporto più gratificante con
la propria esistenza; e lo vediamo nella consapevolezza sempre
più diffusa che il modello di vita che abbiamo eletto a “normalità” ci
ha in realtà condotto alla distruzione climatica e ambientale.

Ancora incerta e limitata, osteggiata dai governi della pandemia


come dai loro oppositori della libera circolazione del consumo, la
consapevolezza che occorre immaginare una diversa condizione
(politica, economica, sociale) comincia a farsi strada in molti di noi.

Buon Anno!

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