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Invertire il discorso pubblico sulla


scuola
di minima&moralia pubblicato giovedì, 9 Dicembre 2021 · Aggiungi un
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12-15 minuti

di Pietro Savastio

Da quando tutte le scuole di ogni ordine e grado sono finite nella


tempesta delle chiusure e delle riaperture continue, il dibattito sulla
scuola e sui giovani è tornato ad accendersi ed è stato
decisamente più vivo che d’altri tempi. In questo contesto di desta
discussione, balzano all’occhio, ed è interessante rilevarle, alcune
formule e certi automatismi che costellano i nostri discorsi intorno
al sistema scuola, ai suoi obiettivi e finalità, alle sue risorse. Nel
dibattito pubblico esistono infatti talune deformazioni che può forse
risultare utile sottolineare per provare a ragionare dei luoghi
comuni che ci accompagnano e tentare così di fare luce sui
rimossi e sulle false certezze che troppo spesso ci seducono. Di
fronte ad una fase di cospicui investimenti in ricerca e istruzione,
risulta importante capire in che direzione si muove il dibattito
pubblico sulla scuola.

Inizio col dire che uno dei temi cari alla nostra stampa e che in
generale trova ampio spazio nel discorso pubblico è quello della
scuola digitale. In particolare, in questi tempi di didattica a distanza
è stato inevitabile che si parlasse molto di tecnologie digitali e di
infrastrutturazione della scuola 2.0, che è peraltro un argomento di
grande grido anche in tempi ordinari. A questo proposito occorre
subito dire che la questione dell’introduzione del digitale a scuola è
spesso approcciata con grande superficialità da fazioni
frontalmente opposte. Da un canto si tende a vedere nel digitale
un grande nemico, l’ultimo colpo di grazia per destrutturare una
scuola sempre più assediata da un mondo esterno fatto di rapidità,
approssimazione, intrattenimento e consumo. D’altro canto, si
considera il digitale una panacea per tutti i mali, capace di portare
la nostra scuola vecchia e stantia in un futuro radioso e
competitivo, moderno e fulgido. È evidente come di fronte a simili
banalizzazioni e polarizzazioni il grande assente sia la modalità
d’impiego, il discorso pedagogico e formativo, la quantità di tempo
da destinare a tali strumenti in un ventaglio ampio di tecniche
didattiche. “Quale uso della tecnologia?” è la domanda mancante.

Un secondo tema che gode di grandissima attenzione e dà molto


da discutere ad esperti, appassionati e pan-opinionisti sono i
finanziamenti pubblici. È cosa nota a chi abbia contezza dei dati e
dei bilanci quanto l’Italia difetti di investimenti economici adeguati
ad un sistema di istruzione oneroso quale è quello di un paese
demograficamente pesante. Una riflessione seria, dunque, sulle
condizioni minime (economiche) di agibilità di una scuola decente
va senza dubbio fatto e il bisogno di risorse coglie senz’altro un
punto importante. Cionondimeno è evidente come esista un
appiattimento in questo senso, che elude una dimensione
altrettanto importante se non prioritaria sulle modalità, le forme, i
tempi della didattica, in un ripensamento globale della forma
scolastica che possa produrre un cambiamento di direzione che
lasci un segno – una riforma nel senso letterale, ossia un vero e
proprio cambio di forma. Il richiamo ad un maggior investimento
(non solo economico ma anche culturale) è dunque doveroso, ma
merita di essere accompagnato da una più seria richiesta di
ripensamento del sistema-scuola e del sistema educativo nel suo
complesso. Altrimenti si cade in una tendenza purtroppo assai
diffusa di ragionare in termini tutti quantitativi. Non di rado si finisce
così a giustificare gli investimenti nella scuola in quanto produttivi,
in un’ottica cioè di R&D, di welfare a rendere, logica buona solo
per chi creda che tutto ruoti intorno al produrre e al formare
“risorse umane” a più alto capitale e rendimento. Sono purtroppo
le parole d’ordine in capo al nostro Ministero oramai da anni, non
ultimo il neo-ministro Bianchi.

Nel discorso pubblico, infatti, l’obiettivo è sempre quello di un


generico “rilancio dell’educazione”. Ma per garantire cosa? Per
fare che? Quando si scava oltre la superficie si trovano pericolosi
richiami ad una scuola macchina di competenze-per-il-lavoro, tutta
attenta al potenziamento del capitale umano, per migliorare
l’occupabilità e la produttività delle imprese, per modernizzare e
innovare le nostre economie in un senso più competitivo. Si
dispiega qui un’ottica neo-funzionalista dell’istruzione il cui compito
sarebbe quello di garantire una migliore integrazione tra il sistema
formativo e quello produttivo. In questo orizzonte assai povero di
idee lo studente è un ingranaggio da modellare affinché si attagli
alla macchina in cui è destinato ad inserirsi.

Tutte queste retoriche, e se ne potrebbero aggiungere molte altre,


mancano l’unico punto veramente degno d’attenzione: i rapporti di
emancipazione che la scuola è chiamata a realizzare e che invece
non realizza. Non capiamo niente di cosa serve veramente alla
scuola oggi se non partiamo dalle finalità che essa deve porsi. Il
punto, allora, non è solo e soltanto combattere l’abbandono
scolastico, innalzare il numero di laureati, migliorare la formazione
e le competenze; il punto è, piuttosto, fare della scuola un luogo in
cui si diventi persone libere e pensanti, soggetti capaci di
autocondotta. Di questi aspetti la scuola si (pre)occupa troppo
poco. E non è un caso: come sosteneva già Pierre Bourdieu in
diversi suoi scritti degli anni ’70, i sistemi educativi corrispondono
a precisi sistemi di organizzazione sociale: ogni società ha la sua
scuola e ogni scuola ha la sua società, così la nostra è la scuola di
una società in cui il potere è ancora distribuito in modo gerarchico
e nella quale la libertà e l’autogoverno sono tenute in poco,
pochissimo conto. Così il modello verticistico che vediamo nel
mondo del lavoro e della politica si riproduce all’interno della
scuola. Per la segmentazione dei compiti vigente nel nostro
sistema produttivo c’è scarso bisogno di cittadini che pensino con
la propria testa, che si regolino secondo principi autonomi, che
pongano sotto critica i modelli cultural-organizzativi esistenti.
Servono, come ha recentemente affermato il ministro Cingolani,
“competenze tecniche”. In questo senso, sembra essere cambiato
poco da quando Mario Lodi scriveva che «ai bambini comandano
tutti e quindi lui si sente a posto: i genitori a casa, il prete in chiesa,
il maestro a scuola; poi comanderà il dirigente al partito o al
sindacato, il sergente al sodato e infine il padrone in fabbrica».

Insomma, la nostra società ha bisogno di esperti e tecnici, di


persone capaci di fare più che di pensare. Quand’è che la società
si sforza di creare dei soggetti in senso proprio? La scuola non
sembra mettere tra le proprie priorità l’impegno a creare cittadini
liberi. Realizza piuttosto pratiche quotidiane di imbalsamazione dei
corpi, istruendo studenti performanti su compiti dati. Nessuno
sembra interessato a creare cittadini liberi e interi, ma piuttosto
ingranaggi di un sistema di potere. Tutto il contrario, insomma, di
una scuola capace di educare all’autonomia – come scriveva
Lamberto Borghi prefigurando una scuola degna di questo nome –
ossia una scuola capace di «creare attitudini all’autogoverno,
chiamare alla responsabilità nella vita individuale e sociale,
sottrarre alle suggestioni autoritarie».

Allora il vero dibattito sulla scuola dovrebbe ruotare su questo:


quale uso creativo possiamo fare della scuola affinché essa diventi
un laboratorio per una società veramente democratica? Un
abbozzo di risposta parte da qui: la prima impresa è rendere gli
studenti dei soggetti, farli uscire da quello stato di minorità in cui li
costringiamo a essere sudditi anziché cittadini, governati anziché
(auto)governanti. E per fare questo, lo studente non può più
essere un consumatore di saperi ma deve diventare un produttore
di cultura e di domande. In questo sta la grande sfida
dell’antipedagogia che libera i corpi e le menti dal giogo del potere,
dalla vessazione di un sapere dall’alto da ingurgitare controvoglia.
Se abbandoniamo per un momento le ossessioni sulle
conoscenze, possiamo concepire l’educazione come una pratica
interrogativa sul sé, sul mondo, sulle arti, sulle scienze. Una
pratica che lascia spazio alla curiosità, all’interesse, alla gioia e al
gusto di imparare, perché riconosce un ruolo attivo agli studenti,
offrendo occasioni e metodi di ricerca. Non nel disprezzo dei
saperi ma nel rispetto degli allievi e della loro natura. Altrimenti,
finché le ragioni di quello che si fa in classe resteranno estranee,
finché tutto sarà deciso da qualcun altro, lo studente si sentirà un
congegno passivo di una macchina che non ha in nulla conto la
sua soggettività. E non potrà così né creare, né decidere, ma solo
accettare passivamente.

A questo proposito tornano utili le illuminanti parole di Gianni


Rodari contenute ne “La grammatica della fantasia”:

Il maestro – secondo i membri del Movimento di Cooperazione


Educativa – si trasforma in un “animatore”. In un promotore di
creatività. Non è più colui che trasmette un sapere bell’e
confezionato, un boccone al giorno; un domatore di puledri; un
ammaestratore di foche. È un adulto che sta con i ragazzi per
esprimere il meglio di se stesso, per sviluppare anche in se stesso
gli abiti della creazione, dell’immaginazione, dell’impegno
costruttivo in una serie di attività che vanno ormai considerate alla
pari: quelle di produzione pittorica, plastica, drammatica, musicale,
affettiva, morale (valori, norme di convivenza), conoscitiva
(scientifica, linguistica, sociologica), tecnico-costruttiva, ludica,
«nessuna delle quali sia intesa come trattenimento o svago al
confronto di altre ritenute più dignitose».

Nessuna gerarchia di materie. E, al fondo, una materia unica: la


realtà, affrontata da tutti i punti di vista, a cominciare dalla realtà
prima, la comunità scolastica, lo stare insieme, il modo di stare e
di lavorare insieme. In una scuola del genere il ragazzo non sta
più come un «consumatore» di cultura e di valori, ma come un
creatore e produttore, di valori e di cultura.

Non sono parole: sono riflessioni che nascono da una pratica di


vita scolastica, da una lotta politico-culturale, da un impegno e da
una sperimentazione di anni. Non sono ricette: sono la conquista
di una posizione nuova, di un ruolo diverso. E si capisce che, a
questo punto, infiniti problemi cascano addosso a questi
insegnanti, chiedendo di essere risolti da capo. Ma tra una scuola
morta e una scuola viva la discriminante più autentica è proprio
questa: la scuola per «consumatori» è morta, e fingere che sia
viva non ne allontana la putrefazione (che è sotto gli occhi di tutti);
una scuola viva e nuova può essere solo una scuola per
«creatori». È come dire che non vi si può stare da «scolari» o da
«insegnanti», ma da uomini interi. «La tendenza verso uno
sviluppo onnilaterale dell’individuo – direbbe Marx (Miseria della
filosofia) – comincia a farsi sentire…»

È vero che lui diceva «comincia» tanti mai anni fa… A vedere per
primi le cose, si può passare per sognatori, perché il tempo della
storia non è quello dell’individuo e le cose non maturano a stagioni
fisse, come le pesche. Marx non era un fantasticatore, ma aveva
una fortissima immaginazione. E non nego che ce ne voglia una
buona dose anche oggi, di immaginazione, per vedere oltre la
scuola com’è, per figurarsi il crollo delle sue mura di “riformatorio a
ore”.

Come insegnanti, educatori, attivisti, costruttori di comunità, siamo


chiamati a lavorare sull’autonomia di bambini e bambine, ragazzi e
ragazze per renderli dei soggetti a tutti gli effetti, portatori di
pensiero e di prassi proprie, al crocevia tra libertà individuali e
corresponsabilità collettive. Anziché perpetuare modelli antichi e
inservibili occorre mirare a una rivitalizzazione delle pratiche
educative e smetterla con l’educazione morta e autoritaria che
produce sistematiche oppressioni. Ricominciamo, invece, a
lavorare dentro e fuori la scuola, nell’animazione territoriale e nelle
classi, per produrre consapevolezza ed emancipazione, nel solco
della migliore pedagogia attiva.

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