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iltascabile.

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Goditi la tua apatia!


27-36 minuti

C irca cinquanta pensatori dai quattro angoli del globo chiamati a


scrivere un breve testo in cui espongono punti di vista e proposte
sulle lotte globali per l’emancipazione: è questa l’idea alla base di
Manifesto: A Struggle of Universalities, volume curato da Nicol
Barría-Asenjo e Slavoj Žižek che uscirà quest’anno. “Non abbiamo
visioni particolari, spesso in conflitto, che dovrebbero coagularsi in
una visione globale”, dichiara la presentazione: “Abbiamo un
conflitto di visioni globali.”

Non è un caso che una dei due curatori del volume sia cilena.
Collaboratrice dell’edizione cilena di Le Monde Diplomatique,
studiosa di psicologia lacaniana e saggista, Barría-Asenjo è stata
una figura importante del movimento di protesta che, nato da un
aumento di trenta pesos del costo del biglietto della metropolitana,
è culminato con l’elezione di un’assemblea che scriverà una nuova
costituzione per rimpiazzare quella di Augusto Pinochet. Dal Cile
vengono oggi le speranze di un modello diverso di convivenza per
tutta l’America latina e, forse, per il mondo intero. Ecco perché
Slavoj Žižek, l’altro curatore del libro, nonché uno dei più influenti
intellettuali di sinistra contemporanei, ha dato pubblicamente il suo
supporto all’attuale presidente eletto Gabriel Boric nelle ultime
elezioni. Abbiamo deciso di fare una chiacchierata con entrambi a
proposito del Cile, del Manifesto e del futuro della sinistra durante
e dopo la pandemia.

Una cosa che ha colpito molti osservatori internazionali è che


il Cile che è sceso in piazza non è forse il Paese più povero
dell’America latina. La parola chiave a cui si sono richiamati i
manifestanti dell’estallido cileno è stata “dignità”. L’uso di
questa parola esprime un disagio più profondo del semplice
malcontento economico. Di che tipo di disagio si tratta?

Nicol Barría-Asenjo: Credo che nella tua domanda chiami in


causa concetti che a prima vista rischiano di apparire molto
astratti, e di funzionare come fedeli alleati dell’ordine costituito.
Per quanto riguarda la povertà, ad esempio, e in particolare la
questione dei tassi di povertà, in realtà non riflettono nulla di
trascendentale. Sai, per quanto riguarda salute mentale,
economia, politica, ecc., si trova sempre un modo per adattare le
etichette alle esigenze preventive dei modelli. Come tu fai notare,
se confrontiamo i suoi indici con quelli di altri Paesi della regione, il
Cile non è in effetti uno dei paesi più poveri. Ma questo fatto
diventa rilevante solo quando ci si mette a confrontare in astratto,
mentre, considerata dal punto di vista di chi la vive
quotidianamente, la situazione del Paese è per molti versi
precaria.
Per quanto riguarda invece il significante “dignità”, bisogna dire
che si tratta di un concetto che sanno usare molto bene tanto la
destra come la sinistra. “Vogliamo un Cile degno” è stato uno
slogan fortunatissimo, usato in modo trasversale, dall’estrema
destra alla sinistra: quindi ci troviamo di fronte ancora una volta a
un antagonismo tra concetti. Tempo fa ho letto un’intervista a
David Harvey in cui affermava chiaramente che i nostri tempi
richiedono una riappropriazione dei concetti. Cosa significa? In
parole povere, che se ci riconosciamo nella sinistra politica, nella
sinistra intellettuale, nella sinistra militante o in un’altra delle tante
ramificazioni e dei tanti modi di sentirsi o di essere di sinistra,
condividiamo qualcosa: abbiamo perso molto terreno nelle lotte
discorsive della nostra epoca.

Slavoj, citando uno sceneggiatore di Hollywood, ti piace


ripetere che abbiamo bisogno di nuovi cliché. Scrivere una
costituzione significa in questo senso inventarsi delle nuove
convenzioni: un “ordine nuovo”, per riprendere Gramsci. Ci
vogliono doti artistiche per far funzionare il lavoro
dell’assemblea costituente in Cile? In generale, a quali
difficoltà credi che andranno incontro?

Slavoj Žižek: Innanzitutto penso che la parte difficile non sia tanto
prendere il potere. Il lavoro difficile inizia ora. E penso che non ci
sarà bisogno tanto di capacità artistiche, quanto di capacità
politiche. Il problema semmai è che si dovranno prendere delle
misure radicali, ma allo stesso tempo ci sarà probabilmente una
forte controffensiva: speriamo non dall’estero (come è stato con
Salvador Allende), ma almeno da parte del capitale nazionale. Sai,
è l’eterno dilemma che ci si presenta sempre: dovremmo fare
piccoli passi pragmatici, rischiando poi di essere inghiottiti
dall’establishment? O dovremmo compiere passi in avanti più
radicali, rischiando tuttavia nuove crisi economiche, di nuovo
orchestrate dall’establishment? Come sappiamo, quest’ultimo è
sempre pronto a innescare una nuova crisi economica, perché
l’idea che ogni due decenni si abbia un governo di sinistra un po’
più radicale si adatta perfettamente alle sue esigenze, se poi il
risultato è una crisi economica. Così possono dire: “vedete, ora
avete bisogno di una cura!” Ecco cosa significa se la sinistra
radicale sale al potere.
Perciò, certo che avranno bisogno di molte capacità, ma non è
impossibile che ci riescano. Sotto questo aspetto il mio modello è
la Bolivia: penso a Morales, che è stato al potere dieci anni, e alla
sua equipe, in particolare il ministro dell’Economia che ora è il
nuovo presidente, Lucho Arce. Lì hanno fatto un ottimo lavoro,
introducendo cambiamenti che non stravolgono gli standard della
gente comune, socializzando qualcosa, ma senza rovinare
l’economia.
Si tratta di rischi che non corre solo il Cile. Quello che dico ai miei
amici laggiù è che è molto facile vivere questo momento di
entusiasmo: è successo in Spagna, per esempio, o in Grecia,
sempre allo stesso modo. Riesci a mobilitare centinaia di migliaia
di persone, creando questa entusiastica unione di intenti. Chi non
è d’accordo con significanti padrone come “dignità”, “libertà”,
“giustizia” e così via? I problemi però emergono quando devi
rispondere alle aspettative. E penso che sia questa la parte
cruciale: non abbiamo bisogno un’altra volta di questa sinistra
pseudo-radicale e sognatrice, sempre prodiga di grandi progetti.
La sinistra oggi deve imparare a rispondere alle aspettative.
Quando l’estasi è finita, quando la vita torna alla normalità, la
gente comune dovrebbe sentire il cambiamento, notare nella vita
di tutti i giorni che le cose stanno migliorando. Si tratta di un
problema universale. Non che io sia pessimista: credo solo che
coloro che sono al potere ora in Cile non dovrebbero innamorarsi
di sé stessi, ripetersi “ora siamo noi il grande potere progressista”.
Ricordiamocelo, il lavoro vero inizia ora.
Nicol, nel tuo libro intitolato Construcción de una nueva
normalidad hai insistito sulla disuguaglianza nell’accesso alle
informazioni durante il Covid. In questo senso si potrebbe
dire che il trauma della pandemia risiede anche nell’essere
tante pandemie: per alcuni il Grand Hotel Abisso da cui
osservare lo spettacolo dell’apocalisse, per altri una drastica
restrizione del proprio Umwelt. Come forse un film come
Don’t Look Up sembra suggerire, l’umanità sta fronteggiando
una scissione cognitiva?

NB-A:Di nuovo, il titolo del mio libro sembra molto ottimista:


“Costruire una nuova normalità”. È ovviamente qualcosa di
impossibile da mettere in pratica, perché al momento non siamo in
grado di intravedere neanche minimamente che cosa significhi
“normalità”. In termini foucaultiani, potremmo dire che i criteri che
distinguono normalità e anormalità tessono le fila della ragnatela
dell’ideologia. In linea di principio il mio libro, come avrai visto, si
presenta come una raccolta di brevi commenti su quanto stava
accadendo durante la pandemia: il titolo l’ho scelto per rispondere
in modo provocatorio alla domanda su come si potesse tornare al
vecchio modo di vivere. Non si può negare che durante le prime
ondate di COVID-19 si percepisse questo fantasma del ritorno: di
un ritorno a che cosa, poi, non saprei. La pandemia ha fatto
emergere una certa idea del passato, che ha anche innescato
delle manifestazioni contro le misure sanitarie (perché le persone
volevano sentirsi di nuovo “libere”), ma che alla fin fine era frutto di
uno sguardo romantico e idealista. In pratica, non ha fatto che
aumentare le crisi economiche, politiche, sociali e sanitarie, così
come tutte le altre crisi che vengono vissute trans-storicamente
nelle varie sfere della vita. Poche cose persistono nella storia
dell’umanità come il caos, la crisi e l’essere costretti ad agire
nonostante la disperazione.
Ciò che ho voluto fare nel libro è stato non soltanto mettere
l’accento sulle barriere che esistono nell’accesso alle informazioni,
ma anche insistere sul fatto che sono le esigenze economiche di
pochi che mettono in moto il cambiamento, senza alcun riguardo
per chi è lasciato in mezzo a una strada senza scelte né speranze.
Nel mio Paese migliaia di persone di tutte le età vivono senza
servizi di base, senza acqua, senza servizi igienici, senza alloggio,
senza elettricità. Internet per molti semplicemente non è
accessibile. Questo perché ci sono intere località rurali che a
causa della sistematica inefficienza dei governi permangono in
condizioni primitive e disumanizzate.
Quello che mi colpisce nella gestione della pandemia (e si vede
bene nel film che tu citi) è che le società sembrano andare avanti
senza prestare la minima attenzione alle conseguenze gravi degli
eventi catastrofici sulla salute mentale delle persone. Sono una
studiosa di psicologia e il mio interesse principale è nel campo
delle malattie mentali. Ma tutta la nostra società è malata: è una
società che soffre proprio perché non le è permesso di soffrire;
tutto invita gli individui ad essere felici e a divertirsi.
L’invisibilizzazione a cui sono sottoposti gli attacchi di panico, i
sentimenti di disperazione, la malinconia, l’angoscia, ecc. Ecco
che cosa si vede nel film: una scienziata che urla, e che potrebbe
facilmente essere catalogata come isterica. Ma la sua angoscia è
assolutamente importantissima, così come sono importanti il
dolore, la preoccupazione, lo stress e la stanchezza nella vita di
tutti i giorni. Ciò che rimane di tutto questo invece è il meme:
l’evento in sé non conta affatto, ciò che conta è l’assurdità di
restare in competizione per i like, per vincere. La risata, la presa in
giro, lo scherzo. Bisogna continuare a esibire un atteggiamento
violento e trasgressivo, in barba a qualunque indizio di fragilità.

Nicol, nel libro dici anche che la pandemia, costringendoci a


casa e allontanandoci gli uni dagli altri, ci incoraggia a
diventare tutti un po’ filosofi. In questo senso siamo nella
condizione del barone rampante di Italo Calvino, un
intellettuale illuminista che non volle mai rinunciare a
scendere dagli alberi: c’è un aspetto secessionista
nell’esercizio della ragione, quello che Cesare Cases chiamò
il “pathos della distanza”. Se e quando la pandemia finirà,
dovremo sforzarci di mantenere aperto questo spazio?

NB-A: È una bella osservazione, senza dubbio. Per prima cosa


bisogna chiarire che io mi riferisco alla filosofia in un senso
generale: si tratta in sostanza di porsi domande. La filosofia non
fornisce risposte né tantomeno ricette. In secondo luogo, è
necessario saper guardare tra le pieghe. Le classi privilegiate,
compresi gli intellettuali, hanno trovato subito nella pandemia uno
spazio per allontanarsi dal mondo e, grazie alla maggiore libertà
nella gestione del tempo e alla possibilità di stare chiuse in casa,
hanno potuto riflettere, leggere e scrivere tanti libri e articoli e
produrre nuove idee. A essere sincera, ho cambiato la mia
prospettiva rispetto a quando scrivevo il libro: adesso mi sento di
condividere il punto di vista di Slavoj, che all’inizio della pandemia
scriveva che il Covid ha eliminato ogni sensazione di
disconnessione. Da quando persino il lavoro si è trasferito a casa,
abbiamo iniziato a sperimentare una forma di iperconnessione.
A preoccuparmi di più, però, sono quelli che non hanno mai avuto
nella possibilità dell’isolamento e della cura di sé un’opzione
percorribile. Non mi riferisco solo agli operatori sanitari che,
prendendosi cura dei contagiati da COVID-19, sono stati la prima
linea della pandemia, ma anche ai lavoratori comuni, ai venditori
ambulanti, alle persone semplici che vivono alla giornata e che
quindi, no, non hanno potuto permettersi di riposare.

Slavoj, se ho capito bene, A Struggle of Universalities nasce


come controcanto globale al tuo Manifesto europeo uscito su
Le Monde nel maggio del 2021. Lungi dallo smentirti, forse il
fatto che filosofi da tutto il mondo riflettano sul tema
dell’universalismo dimostra che il pensiero postcoloniale, per
essere veramente tale, non può non interrogarsi sulla parte
più vitale dell’eredità europea. È così?

SZ: Sì. Ironia della sorte, il mio Manifesto europeo ha suscitato,


soprattutto in America Latina, ma anche in alcuni Paesi asiatici, un
sacco di critiche: sono stato accusato di essere eurocentrico, di
mantenere atteggiamenti coloniali verso i Paesi non europei.
Quando però queste critiche sono arrivate dalla Spagna, la mia
prima risposta ironica è stata: “scusate, ma da quale pulpito!” Mi
state attaccando in spagnolo, ma lo spagnolo non è una lingua
indigena, è anche una lingua di colonizzazione. La seconda cosa
che avrei risposto se avessi avuto tempo è questa: per quale
motivo la parlata indigena, ad esempio il guaraní in Paraguay, non
è anche una lingua letteraria in cui si stampano i libri? Altro fatto
ironico: i gesuiti furono al potere in Paraguay per un paio di
decenni o quasi, credo all’inizio del XVII secolo, e promossero il
guaraní a lingua della cultura, stampando libri ecc. È un
meraviglioso paradosso che il potere colonizzatore europeo abbia
imposto di valorizzare così la lingua aborigena!
Molti piccoli dettagli come questo ci mostrano che l’Europa (anche
se non deve essere elevata a idolo universale) con il suo
universalismo, coi suoi diritti umani, col femminismo ecc. può
comunque stimolare la nascita di processi in altri Paesi. Ciò non
significa che questi ultimi debbano limitarsi a copiare l’Europa,
tutt’altro! Il grande esempio per me è sempre la rivoluzione di
Haiti. Quando i rivoluzionari neri di Haiti si sono impadroniti degli
slogan della Rivoluzione francese – e ci sono riusciti: Haiti è
diventata pochi anni dopo il 1800 una Repubblica nera
indipendente – non si sono semplicemente appropriati delle
nozioni universali europee, le hanno dislocate. Hanno dato una
nuova tonalità, un nuovo colore all’universalità europea. Non
dovremmo mai dimenticarci di questo: essere anti-eurocentrici
oggi va di moda. Quasi tutti sono anti-eurocentrici: i cinesi, i
russi… Anche Trump era fortemente anti-eurocentrico! Soprattutto
oggi dovremmo stare attenti a salvaguardare il nucleo
emancipatorio dell’eredità europea. Anzi, ora dirò una cosa che,
mi rendo conto, potrà apparire molto problematica, ma ci tengo
comunque a sottolinearla: chi vuole la tradizione indigena locale di
solito non viene percepito come una minaccia. A volte viene
semmai addirittura sostenuto, perché il potere coloniale o
neocoloniale non vuole l’unificazione delle culture, ma mantenere
le differenze culturali.
Ovviamente so benissimo, per esempio, che i diritti umani sono
sempre stati sotto sotto intrisi di valori europei come
l’individualismo ecc. Ma ricordo che, quando ero giovane, l’African
National Congress di Mandela, in Sudafrica, era per l’universalità, i
diritti umani e così via, mentre erano i gruppi subordinati
all’apartheid a volere una politica identitaria per i neri: “no, non
dobbiamo mescolarci con i bianchi, abbiamo bisogno della nostra
propria tradizione…” ecc. La mia conclusione è che queste
politiche dell’identità razziale, anche se suonano anticoloniali, si
adattano perfettamente all’ordine globale. Penso che il grande
compito di chi oggi è culturalmente, economicamente colonizzato
sia di appropriarsi di questa tradizione emancipatrice europea, ma,
allo stesso tempo, permettimi di usare questo termine, di
dislocarla, di inserirla in un nuovo contesto. Purtroppo, quello
europeo è l’unico linguaggio universale che abbiamo: più che
disfarcene, bisogna semmai piegarlo a nuove sfumature. Questo
è, ad esempio, ciò che sta accadendo negli Stati Uniti con Black
Lives Matter. Sono loro la vera universalità: l’universalità delle
libertà umane dovrebbe essere ridefinita, dovrebbe essere essa
stessa decolonizzata. E non dimentichiamoci che, a ben guardare,
la maggior parte dei critici dell’eurocentrismo parla comunque una
lingua europea: la cosa bella dell’Europa è che è proprio la sua
tradizione illuministica a fornirci il linguaggio adatto a criticarla.

Tanto le Identity Politics come le derive nazionalistiche


sembrano avere come obiettivo comune la polemica con
l’universalismo. Eppure, per quanto noi cerchiamo di fare a
meno di esso, attraverso la pandemia la natura sembra averci
dimostrato che l’universalismo non farà a meno di noi. Per
quanto cinico possa apparire ammetterlo, esiste una
maieutica del virus?

SZ: Sì. E penso che la pandemia abbia riportato in auge alcuni


obiettivi politici di base, o programmi, che non si possono
designare se non come comunisti. È chiaro che abbiamo bisogno
di una sorta di socializzazione dell’economia, in particolare in
questo caso dell’assistenza sanitaria, ma guardiamo anche a cosa
ci si prospetta col problema del riscaldamento globale. Si tratta,
comunque la si voglia mettere, di una nuova forma di comunismo:
l’idea che i compiti che ci attendono non possano essere svolti nel
quadro dell’economia di mercato globale odierna. Ma allo stesso
tempo, questo è quello che ripeto sempre, il capitalismo si è
riappropriato molto velocemente della pandemia, sfruttando le
reazioni al virus per la propria riproduzione. Su questo punto sono
d’accordo con chi, come il mio amico Yanis Varoufakis, sostiene
che il capitalismo stesso nell’ultimo anno stia cambiando in modo
radicale. Non è più il vecchio neoliberismo che molti di sinistra
ancora attaccano. Con la pandemia è successo qualcosa che un
altro dei miei amici, un uomo che sono molto orgoglioso di
conoscere, Alvaro Garcia Linera, il vicepresidente di Morales, ha
spiegato molto bene: essa ha attribuito allo Stato un ruolo
straordinariamente forte. Ricordi, più di un anno fa, la nostra prima
reazione alla pandemia? L’economia era al collasso. Nella vita di
tutti i giorni le persone erano in preda al panico. La cooperazione
internazionale purtroppo era entrata in crisi. Così ci aspettavamo
che fosse lo Stato ad aiutarci. Lo Stato avrebbe dovuto
organizzare l’assistenza sanitaria, lo Stato avrebbe dovuto
prendersi cura di coloro che erano disoccupati, lo Stato avrebbe
dovuto provvedere a chi era senza risorse finanziarie ecc. Ecco,
questo Stato noi non dovremmo semplicemente disprezzarlo. Il
punto di Linera è che si tratta di un organismo potente che
dovrebbe essere utilizzato anche da noi di sinistra, quando
arriviamo al potere, perché nei momenti di crisi, quando la società
va nel panico, quando anche la cooperazione internazionale sta
crollando, la risposta che dà lo Stato è importante. Non dovremmo
lasciare questo strumento in mano ai nostri nemici.
Nicol, nel 2022 uscirà anche un tuo libro intitolato Karl Marx y
Antonio Gramsci en el siglo XXI, insieme a numerosi altri
progetti, molti dei quali frutto del sodalizio con Slavoj. Quale
ruolo può ancora esercitare il concetto di egemonia nella
prassi politica del futuro che ci aspetta?

NB-A: Per me la lotta sui concetti è importante, ma non credo che


uno solo di essi possa guidare gli ingranaggi della storia verso
un’altra direzione. Per me l’egemonia è un’articolazione di
processi, livelli, strutture e sovrastrutture. L’egemonia non riguarda
solo la sfera economica dei rapporti di forza, ha un potere
deformante su tutte le categorie politiche, sociali, spirituali ecc. Nei
processi politici del nostro tempo è fondamentale saper costruire e
ricostruire dal basso, a partire dagli strati popolari. Bisogna
politicizzare le decisioni, i rivolgimenti della storia. E ripensare oggi
il tema dell’egemonia significa interrogarsi non soltanto sul mondo
materiale, quanto sugli affetti: è la sfera affettiva che può
determinare un cambiamento verso un’altra direzione.

Al contrario di quanto si potrebbe pensare, forse quelli che


stanno soffrendo meno per la pandemia sono gli
ipocondriaci. Per loro è cambiato poco o nulla: avevano il
terrore di ammalarsi prima, hanno il terrore di ammalarsi
adesso, con la differenza che sono più abituati degli altri e
possono anche dire che loro avevano ragione e il mondo (o il
Grande Altro) torto. Si potrebbe dire che il loro atteggiamento
risponda a quello che Dupuy ha chiamato un “catastrofismo
illuminato”. Tu, Slavoj, ti metti forse in una posizione analoga
quando sostieni che la pandemia è una prova generale della
fine del capitalismo. Dovremmo essere tutti un po’ più
ipocondriaci?

SZ: È una bella domanda e non solo accetto il paradosso, ma


sono anche disposto a fare un passo in più. Perché un po’ da tutte
le parti quello che ti viene ripetuto è: dobbiamo lasciarci alle spalle
l’apatia, trovare un modo per essere più attivi e ottimisti, fare le
cose, non comportarci come se fossimo in una specie di
apocalisse finale… Eppure, io non temo nemmeno l’apatia. Penso
che l’apatia non sia necessariamente una cosa negativa. È orribile
quello che sto per dire, ma ho imparato a godermi l’apatia: il non
sapere cosa fare, l’essere confusi… E, sì, naturalmente sono
d’accordo con la tua formulazione: il Grande Altro aveva torto.
A differenza dei no vax, non credo che il punto sia se e quanto
l’establishment cerchi di usare la pandemia per rafforzare il
controllo sociale. Certo, c’è anche questo aspetto, ma il grande
insegnamento di questa situazione è che persino la scienza, che
pure io rispetto molto, non ha le risposte definitive. Come ha detto
Jürgen Habermas già un anno fa, e su questo sono d’accordo con
lui, non stiamo solo imparando cose nuove sul virus, ma stiamo
anche imparando quante cose ancora non sappiamo. Ora con
Omicron siamo nell’incertezza più totale. Da un lato, i casi stanno
esplodendo. D’altra parte, sembra che siano meno gravi. Quindi
forse la COVID si sta trasformando lentamente in una malattia con
la quale sarà possibile convivere? Per cui, ecco, sì, puoi anche
chiamarla ipocondria, se vuoi, ma è questa la grande lezione di
questi mesi: dovremo imparare a convivere con delle incertezze di
base, perché questo è ciò che ci aspetta, non solo per via della
pandemia in corso e di altre che potrebbero aspettarci, ma anche
per il riscaldamento globale. Dovremo essere pronti a molte cose,
come milioni e milioni di profughi, carestie e così via. E non lo dico
per suscitare pessimismo, ma perché non possiamo
semplicemente fidarci del futuro. Bisogna prepararsi a grandi
cambiamenti. In questo senso, solo la sfiducia nel futuro, solo la
consapevolezza che non abbiamo una mappa cognitiva chiara di
quello che accadrà, potrà davvero esserci d’aiuto. Non per
arrenderci e abdicare una volta per tutte all’azione, ma per
metterci all’opera con la consapevolezza di tutti i possibili rischi, di
tutte le incertezze a cui potremmo andare incontro.

Nicol, nel dibattito politico odierno si tende a bollare come


“ideologica” qualunque posizione che non professi la cinica
accettazione del galateo neoliberale. In uscita in Spagna, un
altro dei tuoi lavori è un libro che intende inserirsi nel
dibattito sul transumanesimo, mettendo al centro
l’importanza del concetto di ideologia. Che cos’è per te
l’ideologia?

NB-A: Cercare di definire l’ideologia significa sempre avventurarsi


in un terreno paludoso. Nelle ricerche per questo libro, in cui
propongo un confronto tra il concetto di “Umanità” e quello di
“Ideologia”, ho tenuto in considerazione almeno due grandi pilastri:
la raccolta di saggi di vari autori Mapping Ideology e L’oggetto
sublime dell’ideologia di Žižek. Il libro ha un prologo di Slavoj e un
epilogo del marxista latinoamericano David Pavón-Cuéllar. Ciò che
propongo è di guardare al nostro tempo a partire dal problema
della disumanizzazione: è ancora possibile pensare il concetto di
“umanità”? Cosa significa essere umani oggi? Il Metaverso di
Zuckerberg ci dà un’idea di che cosa sia considerato umano in
questi tempi. Prima erano i sentimenti di malinconia e tristezza a
essere considerati nemici del sistema finalizzato all’accumulazione
di capitale: debolezze di questo tipo rappresentavano una
minaccia perché gli individui tendenti alla depressione non
producono quanto ci si aspetta. Così ci hanno venduto l’ideale
della felicità, del godimento illimitato. Ora a fare problema sembra
addirittura il corpo. Con la pandemia il corpo ha dimostrato tutta la
sua fragilità: si ammala e, ammalandosi, non produce e, non
producendo, paralizza i grandi ingranaggi mondiali; per
fronteggiare questo problema i tycoon hanno lanciato interi
progetti contro il corpo. Ora, nel corpo si manifestano, sì, i limiti
dell’essere umano, ma anche i suoi grandi misteri: come l’amore, il
sesso… Questo desiderio di sbarazzarsene mi sembra una deriva
preoccupante.

Slavoj, dato che quanto più consumiamo le risorse del


pianeta in cui viviamo, tanto più lo mettiamo in condizione di
consumare le nostre possibilità di vita su di esso, ci troviamo
nella posizione all’apparenza insostenibile di chi compie un
lavoro ed è al contempo il prodotto finale, pronto al consumo,
di quel medesimo lavoro. A pensarci, un percorso analogo è
quello che ha compiuto Cristo dalla culla all’ostia consacrata.
Per parafrasare le sue stesse parole, sappiamo quello che
facciamo, eppure lo facciamo. C’è una vocazione suicida nel
capitalismo?

SZ: Sì, ma aspetta un attimo. In questo caso non dobbiamo


avventurarci in forme di pseudo-psicoanalisi a buon mercato e
parlare di pulsione di morte o di qualche altra forma di tendenza
suicida. No, il capitalismo non è un agente segreto, non è un
soggetto dotato di una volontà. È un meccanismo cieco.
Dovremmo sempre ricordarlo. Non bisogna scambiare il nemico, il
principale pericolo dei nostri giorni, e cioè il capitalismo, per un
agente cosciente: è un meccanismo.
E tuttavia, allo stesso tempo, sì, lasciato a sé stesso, questo
meccanismo, come vediamo chiaramente con il riscaldamento
globale e alcuni fenomeni sociali, ha effetti distruttivi. Oggi
assistiamo al graduale smantellamento dei patti sociali di base. I
Paesi si stanno trasformando in campi di battaglia fra identità
quasi tribali. Perciò dovremmo smetterla di dire, come facevano i
marxisti di una volta, che la storia si sta muovendo verso un
progresso. No, lasciata a sé stessa, abbandonata al proprio
meccanismo, la storia si avvia verso un suicidio collettivo
dell’umanità. E non possiamo più dire che ci siano agenti
rivoluzionari che rovesceranno questa situazione, anche se c’è chi
li cerca disperatamente, come alcuni esponenti della sinistra
radicale in Europa che pensano che i proletari immigrati nomadi
saranno il nuovo soggetto rivoluzionario. No, siamo tutti presi nella
stessa situazione disperata e non credo ci sia un agente
privilegiato di emancipazione. Le cose sono molto più tragiche di
così: dovremo agire, ma non c’è una tendenza storica oggettiva su
cui poter fare affidamento. Siamo noi a dover decidere.
Ricordi il vecchio motto di Gandhi, “sii tu stesso il cambiamento
che vuoi vedere nel mondo”? Sia detto per inciso, ho controllato:
Gandhi non ha mai detto questa frase, ma va bene lo stesso, è un
bel detto attribuito a lui… Ecco, penso che questo detto acquisisca
oggi una rinnovata attualità. Se ognuno di noi vede la necessità di
un cambiamento (e la vediamo eccome), allora dovremmo
comportarci come se tutto dipendesse da noi. Non possiamo
pensare che una qualche sconfitta sociale oggettiva porti al
tracollo dell’attuale status quo, come facevano i vecchi stalinisti.
Dobbiamo fare affidamento solo su noi stessi.
E tuttavia, ancora una volta, penso che ci sia speranza. Magari
(ecco, ora dirò una cosa molto triste) è solo che non siamo ancora
abbastanza scossi. L’anno scorso abbiamo avuto delle orribili
catastrofi meteorologiche, come per esempio delle temperature
straordinariamente alte nella zona settentrionale. Forse abbiamo
bisogno di problemi ecologici persino più gravi perché finalmente
ci rendiamo conto che non si tratta solo di disturbi momentanei, di
pause dopo le quali faremo ritorno alla normalità. No, la nostra
normalità, la normalità nel senso del modo di vivere a cui eravamo
abituati fino a, diciamo, cinque anni fa, è una cosa che abbiamo
perso per sempre. Quando lo accetteremo, entreremo in una
situazione disperata, ma, allo stesso tempo, sai, con la
disperazione arriva anche la libertà: la libertà di fare ciò che
sappiamo che deve essere fatto, nella consapevolezza che non
potremo fare affidamento sull’aiuto di nessuno.

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