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La concezione anarchica del vivente

17/09/2021
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Per Kupiec l’idea che un essere vivente sia solo l’esito di un
«programma genetico» non regge più. La vita non è scritta da
nessuna parte. È tempo che si affermi un nuovo paradigma
scientifico in grado di affrancarsi dal dogma deterministico e di
riconoscere la variabilità come proprietà primaria del vivente.
IN COPERTINA E NEL TESTO, GARDEN-JOURNEY#13, CHANG KYUM KIM (2012)

Questo testo è tratto da La concezione anarchica del vivente, di Jean-Jacques


Kupiec. Ringraziamo Eleuthera editore per la gentile concessione.

di Jean-Jacques Kupiec
L’idea di ordine, per non dire l’ossessione nei confronti dell’ordine, è di ostacolo alla comprensione
del vivente. Poggia infatti sulla convinzione che ogni cosa sia determinata dalle relazioni che
intrattiene con gli altri, che abbia un posto assegnato e che il mondo non possa esistere altrimenti.
Questa idea imperversa in ogni ambito, ma il suo campo privilegiato è quello della vita. L’essere
vivente sarebbe, secondo questa interpretazione, un esempio perfetto di organizzazione e ciascuna
delle sue parti esisterebbe esclusivamente per assicurarne il buon funzionamento. D’altronde, viene
definito «organismo»: il nome stesso evoca tutta una filosofia. È pur vero che ci sono coloro che
sostengono l’«ordine dall’ordine», secondo i quali l’ordine biologico deriva da un ordine
molecolare, a sua volta inscritto nei geni da loro chiamati «informazione genetica», e coloro che
invece predicano l’«ordine dal rumore», secondo i quali l’ordine biologico deriva da un ordine
molecolare perturbato da accidenti, in un processo che chiamano «auto-organizzazione». Tutti però
sono concordi nell’affermare l’esistenza di un ordine del quale pretendono di spiegare la genesi.

Tuttavia, una scoperta contraddice l’idea stessa di ordine: il funzionamento del genoma è
probabilistico. Basta dare un’occhiata alla storia della biologia per capirne l’importanza. Fin
dall’antichità si è ritenuto ovvio che il caso non potesse essere un agente causale della vita. Darwin
ha senz’altro iniziato a sfatare questo luogo comune spiegando come gli esseri viventi si
trasformino grazie a variazioni aleatorie sottoposte alla selezione naturale. Ma tale teoria riguarda
solamente l’evoluzione. L’ontogenesi, invece, continua a essere considerata un fenomeno
deterministico. L’idea che il caso possa giocarvi un ruolo chiave non è stata quasi mai presa in
considerazione. Così Erwin Schrödinger (1887-1961), quando nel 1944 getta le basi teoriche della
biologia molecolare, contrappone l’inerte al vivente e riafferma il dogma deterministico erigendo
l’ordine a principio fondamentale del vivente1. Quel che viene chiamato «ordine» nel mondo inerte
si produce a partire da ciò che viene definito «disordine». L’ordine fisico macroscopico, cioè quello
che si verifica al livello delle nostre percezioni, descritto dalle leggi deterministiche scaturisce dal
comportamento probabilistico di atomi e molecole. Per via dell’immenso numero di particelle
implicate in qualsiasi sistema fisico, le loro variazioni individuali si annullano rendendo trascurabile
la variazione del sistema complessivo2. Schrödinger scarta l’idea che un simile «principio
dell’ordine dal disordine» possa trovarsi all’opera nel vivente, sostenendo che l’ordine
macroscopico derivi dall’ordine molecolare perché le molecole biologiche non si comporterebbero
in modo probabilistico ma al contrario in maniera molto specifica3. Questo «principio dell’ordine
dall’ordine» evocato da Schrödinger corrisponde a quella che alcuni anni dopo è stata chiamata
«informazione genetica»4. Com’è noto, i biologi non pensano che il vivente funzioni secondo le
leggi della fisica statistica, ma che sia invece guidato da un’informazione genetica codificata
nel dna, la cui espressione corrisponderebbe a un programma. Inizialmente teorizzato da
Schrödinger, questo determinismo genetico è stato sostenuto in maniera ricorrente da tutti i nomi
principali della biologia molecolare. Dopo il chiarimento della struttura del dna nel 1953, il
concetto di informazione genetica è diventato la chiave universale per spiegare la vita. Per quanto
riguarda l’espressione dei geni5, si è pensato che alcune proteine regolatrici agissero come segnali
binari, avviando o inibendo la loro attività. Si diceva quindi che un gene era «acceso» o «spento».
Di conseguenza, si è creduto anche che in una data cellula una proteina o vi era espressa o non lo
era, e che tutte le cellule riceventi i medesimi segnali esprimevano i geni in maniera identica.
Questa visione deterministica ha tenuto banco all’incirca fino agli anni Duemila. Prima era
tecnicamente impossibile lo studio dell’espressione dei geni in singole cellule. I dati potevano
essere ottenuti solo su grandi popolazioni di cellule prese tutte insieme. Perciò era possibile
misurare solo la media dell’espressione genica in seno a grandi popolazioni cellulari. Questa
situazione si è evoluta quando nuove tecniche hanno consentito lo studio in singole cellule. È allora
diventata evidente l’esistenza di una grande variabilità intercellulare di espressione genica. Due
cellule non esprimono mai i geni in maniera identica, anche se possono essere dello stesso tipo,
possedere lo stesso genoma e vivere nello stesso ambiente, ricevendo quindi gli stessi segnali. Tale
variabilità intercellulare è spiegabile unicamente attraverso modelli stocastici (probabilistici,
aleatori) nei quali ai geni vengono assegnate probabilità di espressione6.
L’espressione stocastica (aleatoria) dei geni pone un problema: contraddice completamente il
principio dell’ordine dall’ordine di Schrödinger. Colloca la probabilità nel cuore stesso della
genetica e ne minaccia il fondamento. L’espressione genica è il passaggio fondamentale che
dovrebbe consentire ai geni di esercitare il loro potere. Se il loro funzionamento è aleatorio, come
spiegare il fatto che eseguano in maniera precisa le istruzioni di un programma codificato nel
genoma? La questione è a tal punto essenziale che a buon diritto ci domandiamo se non sia il caso
di rimettere in discussione l’attuale paradigma deterministico della biologia. Ed è appunto questo
l’argomento del libro. Nel quale si sostiene che fin dalla nascita la genetica ha incontrato una serie
di problemi derivanti dal suo determinismo, il cui punto culminante è stato toccato proprio con la
scoperta dell’espressione stocastica dei geni. Dal momento che questi problemi toccano le
fondamenta stesse della genetica, non è possibile riformarla. È quindi necessaria una teoria
anarchica7 che rifiuti l’ordine come principio primo e riconosca invece al suo posto la variazione
aleatoria.
1.1. Accettare la variazione aleatoria
Un celebre testo di Pierre-Simon Laplace (1749-1827) ben illustra ciò che abitualmente intendiamo
per «determinismo», descrivendo un mondo in cui la concatenazione di cause ed effetti certi
escluderebbe la variazione aleatoria:

Dobbiamo quindi considerare lo stato attuale dell’universo come effetto del suo stato anteriore e
come causa di quello che seguirà. Un’intelligenza che, in un istante dato, conoscesse tutte le forze
che animano la natura e le rispettive situazioni degli esseri che la compongono, se fosse
sufficientemente vasta per sottoporre questi dati all’analisi, abbraccerebbe nella medesima formula i
movimenti dei corpi più grandi dell’universo e quelli del più leggero fra gli atomi; per essa nulla
sarebbe incerto e ai suoi occhi sarebbero presenti l’avvenire così come il passato8.
L’intelligenza qui in questione è nota come il «demone di Laplace», figura a cui spesso
si fa riferimento nelle discussioni sul determinismo. Di fatto, già René Descartes (1596-
1650) aveva sviluppato a suo tempo la visione meccanicistica e l’aveva proiettata sul
vivente. Nonostante nella citazione che segue la problematica di Descartes sia distinta da
quella di Laplace, dal momento che non pretende di calcolare tutti gli stati del mondo ma
solo di render conto del vivente, ritroviamo però in lui un’idea analoga. A suo avviso, un
essere vivente, al pari dell’universo di Laplace, è interamente determinato dalle
concatenazioni di cause ed effetti certi. La conoscenza microscopica esaustiva della
«semenza» di un essere deve permettere la conoscenza dell’essere intero:
Se conoscessimo bene tutte le parti della semenza di una particolare specie animale, ad esempio
dell’uomo, da questo unico elemento potremmo dedurre, mediante ragionamenti completamente
matematici e certi, la figura completa e la conformazione di ciascuno dei suoi membri9.
Questa visione deterministica è perdurata e si è imposta nel xx secolo con il determinismo genetico.
La causa è diventata così l’informazione genetica contenuta nei cromosomi: un concentrato di
ordine (un codice) che irraggia il vivente con una sequenza di cause ed effetti certi di cui è
all’origine.
[…]
Laplace, Descartes e Schrödinger, ognuno a suo modo, escludono la variazione aleatoria11. Eppure
essa è onnipresente, ovunque all’opera nel vivente, dalla molecola all’intero essere. Il che disturba
gli adepti dell’ordine e sovverte la loro visione di un mondo organizzato come una macchina, in cui
l’inatteso non esiste. Proprio per questo hanno elaborato una strategia per renderla inoffensiva: la
riducono a essere solo un «rumore», o una «fluttuazione». Effettivamente, a ben guardare lo statuto
della variazione aleatoria in biologia è davvero paradossale. Da una parte è chiaro che tutti i
parametri biologici sono variabili, a qualsiasi scala, dalla molecola agli esseri completi. Ogni
biologo ne è perfettamente consapevole. Ma dall’altra, nonostante l’onnipresenza della variabilità
sia del tutto evidente, non si ritiene che essa giochi un ruolo importante nella biologia funzionale12.
Non viene percepita come il segnale di un fenomeno intrinsecamente stocastico, ma come un
margine di fluttuazione inevitabile nel quadro di un funzionamento vitale altrimenti
fondamentalmente deterministico. Sussistono solidi argomenti sperimentali che provano il ruolo
causale della variabilità, ma la maniera in cui viene concettualizzata impedisce di coglierlo. È un
problema teorico che dev’essere risolto. Innanzitutto bisogna differenziare i processi
intrinsecamente stocastici dai processi deterministici con rumore. Un fenomeno che segue una legge
deterministica dovrebbe dare risultati costanti, ma nella pratica, quando si reitera, ogni iterazione
risulta leggermente differente. Questa fluttuazione viene chiamata «rumore di fondo» ed è dovuta a
incertezze di misurazione e ad accidenti ambientali inevitabili che perturbano lo svolgimento del
fenomeno. Di norma si fa il possibile per ridurre il rumore, ma non si può mai eliminarlo
completamente. Tale fluttuazione varia in maniera aleatoria fra un’iterazione e l’altra, ma non per
questo il fenomeno studiato si trasforma in fenomeno stocastico. […]
Per illustrare meglio in che modo, consideriamo l’esempio di un treno che circola fra due città. Il
funzionamento della locomotiva è deterministico e il suo itinerario è rigidamente programmato. Il
macchinista del treno segue un programma che definisce preventivamente la velocità del treno per
ogni tratto di percorso; tuttavia, nonostante in linea teorica la durata di ciascun viaggio fra le due
città sia costante, in realtà essa è variabile. Questo «rumore» può essere molto piccolo, ma non è
mai nullo. In questo caso gli errori di misurazione e le perturbazioni ambientali non sono le uniche
cause. Una parte dipende infatti dal comportamento del macchinista, che non è completamente
riproducibile: per quanto segua un programma rigido, non lo esegue mai in maniera perfettamente
identica. Il funzionamento del treno può essere quindi definito come «deterministico con rumore».
Anche se lontano dalla biologia, questo esempio illustra il modo in cui si riduce la variabilità nelle
teorie biologiche: la vita viene considerata un fenomeno deterministico soggetto al rumore. Secondo
il paradigma attuale, gli esseri viventi sono legati a un programma genetico deterministico 13 sulla
cui realizzazione influisce del rumore, risultante dalle fluttuazioni nei meccanismi molecolari
interni e dall’interazione con l’ambiente. Nel corso della propria ontogenesi un essere vivente
attraverserebbe diversi stadi, dal concepimento allo stadio adulto, seguendo una sequenza dettata
dal programma genetico. Ma le transizioni da uno stadio all’altro sarebbero influenzate dal rumore,
come nell’esempio del treno. Secondo questa visione, il rumore viene considerato senz’altro come
una forma di variabilità, anche se si tratta solamente di una fluttuazione nel compimento del
programma genetico.
In un fenomeno intrinsecamente stocastico la variabilità non è una semplice fluttuazione. Gli eventi
che la producono non seguono una legge deterministica o un programma: sono essi stessi stocastici.
Quando viene reiterato un fenomeno di questo tipo, ogni iterazione è diversa, ma non si tratta di un
rumore accidentale. La variabilità di ogni iterazione è la risultante di eventi stocastici che
producono il fenomeno. Un esempio di evento stocastico è il lancio del dado. Non è possibile
predirne il risultato ma solamente assegnare una probabilità (in un dado classico, 1/6 di ottenere una
data faccia). Il gioco dei dadi non obbedisce a una legge deterministica, ma stocastica: dipende da
leggi matematiche probabilistiche. In fisica, un altro esempio è fornito dalla disintegrazione
radioattiva. Si tratta del processo attraverso il quale il nucleo di un atomo instabile perde energia
emettendo radiazioni. La disintegrazione radioattiva è un fenomeno intrinsecamente stocastico
a livello atomico. […]
Per illustrare questo tipo di fenomeno possiamo immaginare un treno che funzioni in maniera
intrinsecamente stocastica, ovvero senza una velocità programmata in anticipo. La locomotiva
funziona in maniera stocastica, cambiando velocità a caso. Questo treno viaggia tra due città in un
tempo evidentemente variabile, ma in questo caso la variabilità non è un rumore nell’esecuzione di
un programma. La variabilità è il risultato del funzionamento stocastico della locomotiva. Certo, un
treno del genere non sarebbe molto funzionale, ma è tecnicamente realizzabile. Nel motore della
locomotiva si potrebbe infatti collocare un dispositivo che cambia la velocità a intervalli di tempo
ridotti. Ogni nuova velocità verrebbe scelta a caso grazie a un generatore di numeri casuali14. Questo
treno intrinsecamente stocastico sarebbe certamente soggetto a deragliamenti se la
velocità scelta a caso fosse troppo elevata, ma tale problema si potrebbe risolvere
stabilendo una velocità massima senza per questo modificare il funzionamento
stocastico. Questo esempio mostra fino a che punto il ruolo della variazione aleatoria
differisca a seconda che si tratti di un fenomeno deterministico con rumore o di un
fenomeno intrinsecamente aleatorio: nel primo caso, la variazione aleatoria non
partecipa alla produzione del fenomeno, mentre è parte in causa nel secondo assumendo
un ruolo causale. In un fenomeno intrinsecamente stocastico la variazione aleatoria è necessaria
alla realizzazione del fenomeno15.
[…]
Il punto importante da cogliere è che quando si tratta di spiegare il funzionamento del vivente la
variazione aleatoria non viene riconosciuta come una proprietà primaria ma è ridotta a rumore.
Eppure ciò non accade quando si tratta di spiegare l’evoluzione. Nella teoria della selezione
naturale di Charles Darwin (1809-1882), la variazione aleatoria è una proprietà primaria necessaria
all’espletamento dell’evoluzione. Essa crea in continuazione la diversità degli esseri viventi sui
quali opera la selezione naturale. Come ha spiegato Darwin, «la selezione non fa nulla senza la
variabilità»18. Anche se al giorno d’oggi la genetica e la selezione naturale sono ritenute
complementari, saldate nel quadro di una teoria unificata, esse divergono nel modo di
concettualizzare la variazione aleatoria. Darwin ha rotto con l’idea di ordine. Nel suo pensiero, la
classificazione degli esseri è precaria e relativa; è rimessa in causa dalla variazione, che finisce
sempre per distruggere anche l’ordine meglio instaurato. Al contrario, per la genetica c’è un ordine
del vivente codificato nel dna. Questa divergenza fra genetica e darwinismo rende problematica, se
non incoerente, la loro unificazione. Ed è questa una delle tesi centrali del libro. Vedremo quindi
come l’espressione stocastica dei geni non possa essere ridotta a rumore e come la concezione
darwiniana di una variazione aleatoria causale si applichi anche al funzionamento degli esseri
viventi.
1.2. Il mutualismo cellulare
Molti esseri viventi vivono in gruppo. Si tratta dell’aspetto più visibile della propensione del
vivente alla socialità. Esiste anche una socialità interna. La comparsa della multicellularità è una
tappa fondamentale dell’evoluzione. Piante e animali sono costituiti da una miriade di cellule e
ciascuna di queste unità, potenzialmente in grado di vivere per conto suo, possiede tutte le proprietà
della vita. Ciò che abitualmente percepiamo come essere vivente individuale è una molteplicità di
unità individuali più piccole. Un corpo vivente è in altri termini una società di cellule che lavorano
per il mantenimento delle funzioni vitali. Come nella maggior parte delle società umane, anche qui
si verifica una divisione del lavoro. Le cellule si specializzano in diversi compiti: le cellule neurali,
muscolari, sanguigne, ossee e cutanee non fanno le stesse cose. Si differenziano biochimicamente,
morfologicamente e funzionalmente, nonostante siano tutte generate a partire da una stessa cellula-
uovo che si moltiplica durante l’embriogenesi. Comprendere il funzionamento degli esseri viventi
implica una caratterizzazione della natura delle società cellulari: che tipo di relazioni intrattengono
le cellule tra di loro e nei confronti dell’intero corpo? Come si differenziano le une dalle altre per
formare tessuti specializzati?

Dobbiamo a questo punto riconoscere che la biologia moderna concepisce le società cellulari in
maniera autoritaria. Già Schrödinger l’aveva espresso senza ambiguità parlando dei cromosomi
come di un «principio dirigente contenuto in ogni cellula», paragonandoli a «uffici centrali» che
dirigono le cellule in tutto il corpo:

Sapendo quanto potenti siano questi minuscoli uffici centrali nelle singole cellule, non sembrano
queste ultime le sedi di un governo locale disperse in tutto il corpo e in grado di comunicare con
grande facilità le une con le altre grazie al codice che è comune a tutte19?
In questa visione autoritaria del vivente, il concetto di induzione svolge un ruolo
centrale. Quando cambiano stato o realizzano una qualsiasi funzione, le cellule
agirebbero in maniera determinata, in risposta a segnali veicolati da molecole dette
induttrici20. In questo processo non ci sarebbe spazio per il caso, a meno che non venga
ridotto a rumore. E questa non era solo l’opinione personale di Schrödinger, ma una
visione profondamente radicata. Anche André Lwoff (1902-1994) ha espresso in
maniera assai netta la visione di questo ordine molecolare autoritario:

In questa prospettiva, dal momento che si suppone che le molecole induttrici (quelle che
inviano gli ordini) siano delle proteine (o altre molecole che dipendono dalle proteine) e
poiché la loro azione è programmata nel genoma, quest’ultimo è il potere centrale cui le
cellule obbediscono. Visto che la finalità del programma genetico è la costruzione e la
gestione dell’organismo che forma una totalità integrata, le cellule sono agenti alienati il
cui comportamento è predeterminato. Esse non lavorano e non vivono per sé stesse, ma
per l’organismo che devono costruire.
Questa concezione deterministica si scontra con una massa di fatti empirici che la contraddicono. I
biologi ne sono ben consapevoli. Sanno che il determinismo genetico dev’essere moderato da altri
fattori, quali l’ambiente, i processi metastabili o l’epigenetica. Da alcuni anni questa tendenza ha
riscosso un grande successo. […]Tutto ciò non rimette in causa la genetica dalle sue
fondamenta. Semplicemente, si considera che questi fattori la completino, sommandosi
all’azione dei geni. Fin dalle sue origini, il determinismo genetico è stato contraddetto da una
massa di dati e i genetisti hanno cercato di integrare l’azione dell’ambiente. […] In effetti, la
genetica presenta un problema cronico, mai risolto: il riconoscimento e lo studio empirico del ruolo
dei fattori ambientali o epigenetici non spiegano a livello teorico come questo possa conciliarsi in
maniera coerente con il suo postulato fondamentale, ovvero che la trasmissione dei caratteri
ereditari è dovuta alla trasmissione dei geni.
Il problema del determinismo genetico risiede nel suo ricorso a una causalità deterministica. Per cui
aggiungere il determinismo dell’ambiente a quello dei geni non è una soluzione. Non fa altro che
raddoppiare il problema! È allora necessaria una teoria che rompa con il determinismo, integrando
pienamente la variabilità come motore del vivente, e al contempo spieghi come si articolano le
azioni dell’ambiente e dei geni. Altrimenti ci si limita a un discorso doppiamente contraddittorio
che consiste nell’affermare, da un lato, che i caratteri biologici sono determinati dai geni, come
suppongono le leggi fondamentali della genetica24, e nel ricorrere, dall’altro, a ipotesi ad hoc per
compensare le falle di queste stesse leggi fondamentali25. Vedremo che in effetti i genetisti tengono
questo doppio discorso fin dagli albori della genetica.
Per uscirne, e così risolvere davvero i problemi che si sono posti alla genetica, bisogna riconoscere
che la variazione aleatoria è una proprietà primaria del vivente, anche in biologia funzionale, e non
un accidente del suo funzionamento deterministico. Il che procede di pari passo con una nuova
concezione della società cellulare, in cui le cellule si comportano come farebbero i membri di una
società anarchica autogestita: ogni individuo è libero, ma la sua libertà è limitata dalla presenza di
altri individui della comunità che godono della medesima libertà. Questo vincolo sociale sulle vite
individuali genera un comportamento collettivo basato sul mutuo interesse di tutti, senza bisogno di
uno Stato centralizzato che dia ordini. Allo stesso modo, le cellule individuali degli esseri viventi
non hanno alcun bisogno di segnali di induzione o di ordini dettati dal genoma per cambiare di
stato. Lo fanno grazie alla loro variazione aleatoria intrinseca. Ma al tempo stesso si trovano
continuamente in un ambiente interno differenziato che è il risultato, per ogni data cellula,
dell’attività delle altre cellule. Questo ambiente interno agisce come un vincolo che limita la libertà
cellulare. Cambiando di stato in maniera aleatoria ogni cellula vi si adatta e ottimizza l’utilizzo delle
risorse disponibili. In questo processo ogni cellula agisce per sé stessa, ma l’intreccio dei vincoli
(ambienti interni differenziati) che lega tutte le cellule in seno alla società cellulare fa in modo che
esse si comportino secondo l’interesse collettivo. Questa teoria, che spiega il principio generale
della messa in opera della società cellulare nel corso dell’ontogenesi, consente di effettuare
predizioni sperimentali e di sviluppare un nuovo programma di ricerca.

1.3. Cos’è che vive?


Quando effettuano una ricerca, i ricercatori riconoscono spontaneamente le entità
fondamentali del proprio ambito di studio e attribuiscono loro proprietà primarie. Esse
compongono un quadro concettuale che condiziona le teorie e le pratiche sperimentali
che possono essere sviluppate. Non sempre gli scienziati ne sono consapevoli, ma nelle
teorie che sviluppano e nei corrispondenti programmi di ricerca è sempre presente
un’ontologia, cioè un insieme di entità e di proprietà primarie 26. Ebbene, queste ontologie
sono relative e nella storia delle scienze è stato necessario cambiarle a più riprese.
Attualmente è il caso della biologia. La sua ontologia, che vede nell’organismo la
propria entità primaria, non può integrare pienamente la variazione aleatoria. […] è
quella presente nella genetica fin dalle origini e implica un quadro concettuale
deterministico in cui la variabilità viene ridotta a mero accidente nel funzionamento del
vivente, concedendo all’ambiente solo un ruolo secondario. Come afferma Monod nelle
pagine del suo stesso libro, un organismo è una «struttura che testimonia un
determinismo autonomo, preciso, rigoroso, che implica una ‘libertà’ quasi totale verso
agenti o condizioni esterne»29. Grazie a questo determinismo, l’essere vivente è in ordine
e questo ordine interno è il fondamento necessario dell’ordine esterno: la riproduzione
invariante assicura la conservazione delle specie, cioè la conservazione di gruppi di
esseri che condividono un’identica struttura e che si possono quindi classificare senza
ambiguità.
Com’è facile constatare, questa ontologia genetica sta agli antipodi dell’ontologia darwiniana. Per
Darwin, infatti, a essere primaria è la variazione, non la riproduzione invariante. Ne parla come
della «tendenza inerente a variare» degli esseri viventi30. A suo parere, a causa di questa inesorabile
variabilità, nessuna struttura invariante può essere trasmessa nel corso della riproduzione. Perciò
non può esistere alcun ordine corrispondente a specie oggettive definite da un’identica struttura
condivisa. È ciò che l’ha condotto ad adottare una concezione genealogica delle specie, definite
come gruppi di esseri che condividono lo stesso antenato, senza alcun riferimento a un’identità
condivisa.
L’argomento sostenuto nel corso di questo libro è che, al momento della fusione fra genetica e
darwinismo, l’ontologia della variazione di Darwin è stata espunta, nelle sue linee essenziali, dalla
teoria sintetica dell’evoluzione31. La biologia funzionale ha adottato l’ontologia dell’ordine della
genetica con il suo determinismo e il suo principio di invarianza.
[…] la variazione aleatoria non si può integrare in maniera coerente nella biologia funzionale
attuale. Per farlo è necessario operare una nuova sintesi, che anziché estendere l’ontologia genetica
alla teoria dell’evoluzione, estende l’ontologia darwiniana della variazione alla biologia funzionale.
Le conseguenze sono radicalmente diverse. L’organismo perde lo statuto di entità primaria a
vantaggio della linea genealogica. L’evoluzione e lo sviluppo embrionale non si
manifestano più come processi oggettivi ma come due modalità di attenersi alla linea
genealogica.
[…]
Un tale approccio […] avrebbe un’enorme influenza sulla maniera in cui la creatura concepirebbe
l’entità primaria del vivente: invece di concepire una linea genealogica come una serie discontinua
di organismi individuali che si succedono fra loro per riproduzione, la vedrebbe come un processo
continuo di propagazione del vivente e penserebbe che si tratti della sua entità primaria. La
percezione del cambiamento delle linee genealogiche nel corso del tempo avrebbe un’altra
conseguenza notevole sulla comprensione del vivente da parte della creatura: essa vedrebbe la
variazione come la sua proprietà primaria. Immaginerebbe quindi un’ontologia diametralmente
opposta a quella genetica, in cui la linea genealogica e la variazione prenderebbero il posto
dell’organismo e della riproduzione invariante in qualità di entità e proprietà primarie. In un
secondo tempo, focalizzando la propria attenzione su eventi che si verificano su periodi molto più
brevi e su una scala di grandezza molto più piccola, potrebbe analizzare il dettaglio della linea
genealogica e scoprire un fenomeno periodico che corrisponde a ciò che gli umani chiamano
«l’ontogenesi di un organismo». Tuttavia, essa considererebbe ogni occorrenza di questo fenomeno
periodico come un segmento ritagliato nella continuità della linea gene alogica e non come un
fenomeno indipendente esistente per conto suo, con un inizio oggettivo (la fecondazione dell’uovo)
e una fine altrettanto oggettiva (la morte dell’adulto) che marcano discontinuità reali fra ogni
segmento. Nella percezione della creatura, l’«ontogenesi» non sarebbe indirizzata a un obiettivo,
ovvero alla costruzione di un «organismo». Quest’ultimo apparirebbe solo come una fase molto
breve nel fenomeno continuativo. Un’«ontogenesi» sarebbe solamente la ripetizione di un
fenomeno periodico, come il periodo di un’onda che si propaga o la pulsazione di un cuore che
batte. Poi, abbracciando nuovamente tutte le linee genealogiche con un solo sguardo, la creatura
osserverebbe che sono tutte derivate da un’unica origine e che formano un’arborescenza,
divergendo le une dalle altre a causa delle loro variazioni aleatorie. Ma la cre atura
constaterebbe anche che questa divergenza fra linee non è omogenea. Visto che alcune linee
divergono molto più di altre, essa potrebbe procedere alla classificazione sulla base di questo scarto,
raggruppando sotto il termine «specie» quelle che si allontanano di meno, pur rimanendo
consapevole della natura arbitraria di questa classificazione, dal momento che è lei stessa a fissare
la soglia di divergenza che delimita queste specie. Si accorgerebbe allora che ciò che gli umani
chiamano «filogenesi» corrisponde ai cambiamenti che riguardano queste specie nel corso del
tempo e che non si tratta quindi, nemmeno in questo caso, di un fenomeno oggettivo, bensì, come
nel caso dell’ontogenesi, di una maniera di considerare la propagazione delle linee genealogiche.
Nel caso dell’ontogenesi l’osservatore si concentra su ciò che accade in un breve lasso di tempo in
una sola linea, mentre nel caso della filogenesi si concentra su quello che accade su tempi lunghi in
molte linee. In definitiva, dalla sua analisi la cre atura trarrebbe la conseguenza più
importante: se ciò che gli umani chiamano «ontogenesi» e «filogenesi» non corrisponde a due
fenomeni oggettivi ma a due maniere soggettive di osservare lo stesso fenomeno di propagazione
delle linee genealogiche, dal momento che si tratta dello stesso fenomeno in entrambi i casi, allora
deve esistere un solo meccanismo per produrlo e dev’essere sufficiente una sola teoria per
spiegarlo.

NOTE
1. SCHRÖDINGER È NOTO SOPRATTUTTO PER I SUOI LAVORI DI FISICA QUANTISTICA; TUTTAVIA,
AL PARI DI ALTRI FISICI CHE HANNO GIOCATO UN RUOLO IMPORTANTE NELLA DISCIPLINA, È
STATO COINVOLTO NELLE FASI INIZIALI DELLA BIOLOGIA MOLECOLARE. IL SUO  CHE COS’È LA
VITA? HA ESERCITATO UNA GRANDE INFLUENZA. IN QUESTO TESTO SCHRÖDINGER TEORIZZA LA
NASCENTE SCIENZA, SINTETIZZANDO LE POSIZIONI ASSUNTE DAI PIONIERI: ERWIN
SCHRÖDINGER, QU’EST-CE QUE LA VIE? (1944), SEUIL, COLL. «POINTS SCIENCES», PARIS, 1993
[TRAD. IT. CHE COS’È LA VITA? LA CELLULA DAL PUNTO DI VISTA FISICO , ADELPHI,
MILANO, 2008].
2. QUESTO FENOMENO DELL’ORDINE DAL DISORDINE È DOVUTO ALLA LEGGE DEI GRANDI
NUMERI. SI VEDA <HTTPS://FR.WIKIPEDIA.ORG/WIKI/LOI_DES_GRANDS_NOMBRES>
[<HTTP://WWW.TRECCANI.IT/ENCICLOPEDIA/GRANDI-NUMERI-LEGGE-DEI_
%28ENCICLOPEDIA-DELLA-MATEMATICA%29/ >].
3. SCHRÖDINGER, QU’EST-CE QUE LA VIE?, CIT., P. 188.
4. SCHRÖDINGER NON PARLAVA DI INFORMAZIONE GENETICA MA DI CODICE CONTENUTO NEI
CROMOSOMI. L’IDEA SI DIFFONDEVA GIÀ TRA I BIOLOGI MOLECOLARI PRIMA ANCORA CHE
IL DNA VENISSE IDENTIFICATO COME SUPPORTO DELL’EREDITARIETÀ E CHE NE VENISSE
CHIARITA LA STRUTTURA A DOPPIA ELICA.
5. L’ESPRESSIONE GENICA È IL PROCESSO ATTRAVERSO IL QUALE VENGONO SINTETIZZATE LE
PROTEINE CORRISPONDENTI AI GENI. SI DICE ALLORA CHE I GENI VENGONO ESPRESSI: SI TRATTA
DI UN PASSAGGIO INDISPENSABILE AFFINCHÉ POSSANO ESERCITARE I LORO EFFETTI.
6. STOCASTICO, PROBABILISTICO E ALEATORIO SONO SINONIMI. NEL CORSO DEL LIBRO LO
PRECISEREMO E RI-SPIEGHEREMO SPESSO PER FACILITARE LA LETTURA. UN PROCESSO
STOCASTICO, PROBABILISTICO O ALEATORIO È UN PROCESSO CHE DIPENDE DALLA
REALIZZAZIONE DI EVENTI CHE HANNO SOLO UNA CERTA PROBABILITÀ DI REALIZZARSI, E IN
QUESTO SENSO È L’OPPOSTO DI UN FENOMENO DETERMINISTICO, NELL’AMBITO DEL QUALE IL
RISULTATO È CERTO. IL TERMINE «STOCASTICO», POCO UTILIZZATO NEL LINGUAGGIO CORRENTE,
SI È INVECE LARGAMENTE IMPOSTO NELLA LETTERATURA SCIENTIFICA.
7. ETIMOLOGICAMENTE, «ANARCHIA» DERIVA DA ANARCHOS, ASSENZA DI CAPO,
COMPOSTO DI AN, CHE SIGNIFICA «SENZA», O «ASSENZA DI», E  ARCHOS, CHE
SIGNIFICA «GUIDA» O «CAPO» NEL SENSO GERARCHICO DI COLUI CHE VIENE PER
PRIMO. IL TERMINE RINVIA AD ARCHÉ, CHE SIGNIFICA «PRINCIPIO» O «ORIGINE», E
«POTERE» O «AUTORITÀ». VEDREMO COME IL RUOLO ASSEGNATO
ALL’INFORMAZIONE GENETICA NELLA BIOLOGIA MODERNA È PROPRIO QUELLO DI
UNA ARCHÉ IN ENTRAMBI I SENSI, CIOÈ DI UN PRINCIPIO DI ORDINE
GERARCHICAMENTE PRECEDENTE: ANTERIORE ALL’ESSERE VIVENTE, NE DIRIGE LA
GENESI E IL FUNZIONAMENTO.
8. PIERRE-SIMON LAPLACE, ESSAI PHILOSOPHIQUE SUR LES PROBABILITÉS, COURCIER,
PARIS, 1814, P. 2 [TRAD. IT SAGGIO FILOSOFICO SULLE PROBABILITÀ, THEORIA, ROMA, 1987].
9. RENÉ DESCARTES, L’HOMME (1664), GF-FLAMMARION, PARIS, 2018, P. 279 [TRAD. IT.  L’UOMO,
A CURA DI G. CANTELLI, BORINGHIERI, TORINO, 1960].
10. SCHRÖDINGER, QU’EST-CE QUE LA VIE?, CIT., P. 71. SAREBBE UN ERRORE
CREDERE CHE SI TRATTI DI UN’OPINIONE DESUETA. MALGRADO I DIBATTITI DI CUI È
OGGETTO IL DETERMINISMO GENETICO, ESSA RIMANE BEN SALDA FRA I BIOLOGI.
ANCORA DI RECENTE, SYDNEY BRENNER (1927-2019) DICHIARAVA SU «NATURE»: «I
MIGLIORI ESEMPI DI MACCHINE DI TURING O DI VON NEUMANN SI TROVANO SENZA
DUBBIO IN BIOLOGIA. NON ESISTE ALTRO LUOGO IN CUI VI SIANO SISTEMI TANTO
COMPLICATI NEI QUALI OGNI ORGANISMO CONTIENE UNA DESCRIZIONE INTERNA DI
SÉ STESSO. IL CONCETTO DI GENE COME RAPPRESENTAZIONE SIMBOLICA
DELL’ORGANISMO, COME CODICE SCRITTO, È LA CARATTERISTICA FONDAMENTALE
DEL MONDO VIVENTE E DEVE COSTITUIRE IL CUORE STESSO DI UNA TEORIA DELLA
BIOLOGIA». SYDNEY BRENNER, LIFE’S CODE SCRIPT, «NATURE», 2012, 482, P. 461.
11. COSA CHE POTREBBE SORPRENDERE VISTO CHE SCHRÖDINGER È UNO DEGLI ARTEFICI DELLA
FISICA QUANTISTICA.
12. LA BIOLOGIA FUNZIONALE CERCA DI CAPIRE LA GENESI E IL FUNZIONAMENTO DEGLI ESSERI
VIVENTI. LA BIOLOGIA EVOLUZIONISTA SI INTERESSA ALLA LORO STORIA E ALLA LORO
RELAZIONE CON L’AMBIENTE.
13. OVVERO UNA SEQUENZA STABILITA DI CAMBIAMENTI DELL’ESPRESSIONE GENICA, ESSA
STESSA CODIFICATA NEL GENOMA, CHE PROVOCA LA DIFFERENZIAZIONE DELLE CELLULE
DURANTE LO SVILUPPO EMBRIONALE, OSSIA IL LORO ADATTAMENTO ALL’AMBIENTE. OGGI SI
SENTE SPESSO PARLARE DI RETI DI GENI PIUTTOSTO CHE DI PROGRAMMA GENETICO. AL DI LÀ
DEL CAMBIAMENTO SEMANTICO, VEDREMO CHE LA DIFFERENZA È MINIMA.
14. PER SAPERE COS’È UN GENERATORE DI NUMERI CASUALI:
<HTTPS://FR.WIKIPEDIA.ORG/WIKI/GÉNÉRATEUR_DE_NOMBRES_ALÉATOIRES>
[<HTTPS://IT.WIKIPEDIA.ORG/WIKI/NUMERI_PSEUDO-CASUALI> E
<HTTPS://IT.WIKIPEDIA.ORG/WIKI/GENERATORE_HARDWARE_DI_NUMERI_CASUALI>].
15. A QUESTO PUNTO SI RENDE PROBABILMENTE NECESSARIA UNA PRECISAZIONE AL FINE DI
EVITARE MALINTESI. UN PROCESSO STOCASTICO NON È INDETERMINATO NEL SENSO DI UNA
RINUNCIA ALLA RAZIONALITÀ O ADDIRITTURA ALLA CAUSALITÀ. ESSO È SOTTOPOSTO A QUELLA
CHE POSSIAMO CHIAMARE «CAUSALITÀ STOCASTICA». È REGOLATO DA PROBABILITÀ CHE NON
CADONO DAL CIELO, MA CHE SONO VINCOLATE AGLI ELEMENTI MATERIALI CHE PARTECIPANO AL
PROCESSO STOCASTICO. FACCIAMO UN ESEMPIO SEMPLICE. NEL GIOCO DEI DADI, LA
PROBABILITÀ DI OTTENERE UNA DELLE SEI CIFRE È 1/6. QUESTA PROBABILITÀ DERIVA DALLA
STRUTTURA CUBICA DEL DADO. TALE STRUTTURA VINCOLA IL FENOMENO DEL LANCIO DEI DADI
IN MODO TALE CHE LA PROBABILITÀ DI CADERE SU CIASCUNA FACCIA È 1/6. ALLO STESSO MODO,
NEL GIOCO «TESTA O CROCE» LA PROBABILITÀ DI OTTENERE TESTA O CROCE È 1/2, VINCOLATA
DALLA STRUTTURA PIATTA A DUE FACCE DELLA MONETA. LO STESSO ACCADE PER FENOMENI PIÙ
COMPLESSI COME LA DISINTEGRAZIONE RADIOATTIVA, LA CUI PROBABILITÀ DIPENDE DALLA
STRUTTURA DEGLI ATOMI E DALLE LEGGI FISICHE CHE LI GOVERNANO. NELL’ESEMPIO DEL
TRENO STOCASTICO LE DIVERSE VELOCITÀ POSSIBILI DIPENDEREBBERO DAL DISPOSITIVO FISICO
MESSO IN CAMPO.
16. UN SISTEMA DI QUESTO TIPO È DETTO MULTISTABILE. È STATO ALAN TURING (1912-1954) A
INTRODURRE IL PRIMO MODELLO DI MULTISTABILITÀ: ALAN TURING,  THE CHEMICAL BASIS OF
MORPHOGENESIS, «PHILOSOPHICAL TRANSACTIONS OF THE ROYAL SOCIETY OF LONDON», 1952,
B327, PP. 37-72. IL SUO PRINCIPIO È STATO POI VARIAMENTE DECLINATO DAI SOSTENITORI
DELL’AUTO-ORGANIZZAZIONE. TRA GLI ALTRI: HENRI ATLAN,  ENTRE LE CRISTAL ET LA
FUMÉE, SEUIL, PARIS, 1979 [TRAD. IT. TRA IL CRISTALLO E IL FUMO: SAGGIO
SULL’ORGANIZZAZIONE DEL VIVENTE, HOPEFUL MONSTER, FIRENZE, 1986]; ILYA PRIGOGINE,
ISABELLE STENGERS, LA NOUVELLE ALLIANCE, GALLIMARD, PARIS, 1979 [TRAD. IT. LA NUOVA
ALLEANZA: METAMORFOSI DELLA SCIENZA, EINAUDI, TORINO, 2013]; STUART ALAN
KAUFFMAN, AT HOME IN THE UNIVERSE, OXFORD UNIVERSITY PRESS, NEW YORK, 1995 [TRAD.
IT. A CASA NELL’UNIVERSO: LE LEGGI DEL CAOS E DELLA COMPLESSITÀ , EDITORI
RIUNITI, ROMA, 2001].
17. DOPO IL SEQUENZIAMENTO DEL GENOMA UMANO, CONCLUSO NEL 2000, MOLTI BIOLOGI SI
SONO CONVERTITI ALLA COSIDDETTA BIOLOGIA POST-GENOMICA, E IN PRIMO LUOGO ALLA
BIOLOGIA DEI SISTEMI. DEFINIRLA È PIUTTOSTO DIFFICILE PERCHÉ NON SI TRATTA DI UN
AMBITO OMOGENEO BASATO SU UN CORPUS TEORICO O SU UNA METODOLOGIA PRECISA.
APPURATO CHE LA CONOSCENZA DEL «GRANDE LIBRO DELLA VITA» NON APPRODAVA NÉ ALLA
COMPRENSIONE DEL VIVENTE NÉ A UN SAPERE CHE CONSENTISSE DI SVILUPPARE TUTTE LE
TERAPIE SPERATE, SI È RITENUTO DI DOVERSI AVVICINARE ALL’ESSERE VIVENTE COME A UN
SISTEMA DEL QUALE IL GENOMA SAREBBE SOLAMENTE UNO DEGLI ELEMENTI. NELLA PRATICA,
LA BIOLOGIA DEI SISTEMI FA LARGO USO DELLA MODELLIZZAZIONE E DELLE TECNICHE DI
RACCOLTA DATI SU VASTA SCALA. SI VEDA AD ESEMPIO: URI ALON,  AN INTRODUCTION TO
SYSTEMS BIOLOGY: DESIGN PRINCIPLES OF BIOLOGICAL CIRCUITS , CHAPMAN AND
HALL/CRC, LONDON, 2006; DENIS NOBLE, CLAUDE BERNARD, THE FIRST SYSTEMS
BIOLOGIST, AND THE FUTURE OF PHYSIOLOGY , «EXPERIMENTAL PHYSIOLOGY», 2008, 93, PP.
16-26.
18. CHARLES DARWIN, THE VARIATION OF ANIMALS AND PLANTS UNDER
DOMESTICATION (1868), JOHNS HOPKINS UNIVERSITY PRESS, BALTIMORE ( MD), 1998, P. 7
[TRAD. IT. VARIAZIONE DEGLI ANIMALI E DELLE PIANTE ALLO STATO DOMESTICO ,
EINAUDI, TORINO, 2011].
19. SCHRÖDINGER, QU’EST-CE QUE LA VIE?, CIT., PP. 186-187.
20. QUESTO CONCETTO BIOLOGICO NON HA QUINDI NIENTE A CHE VEDERE CON IL CONCETTO
FILOSOFICO DI INDUZIONE, CHE INDICA UNA GENERALIZZAZIONE EFFETTUATA A PARTIRE DA
CASI PARTICOLARI.
21. ANDRÉ LWOFF, L’ORDRE BIOLOGIQUE, ROBERT LAFFONT, PARIS, 1969, PP. 18-20 [TRAD.
IT. L’ORDINE BIOLOGICO, BORINGHIERI, TORINO, 1964].
22. NESSA CAREY, THE EPIGENETICS REVOLUTION , COLUMBIA UNIVERSITY PRESS, NEW YORK,
2013.
23. RICHARD WOLTERECK, VARIATION UND ARTBILDUNG. ANALYTISCHE UND
EXPERIMENTELLE UNTERSUCHUNGEN AN PELAGISCHEN DAPHNIDEN UND ANDEREN
CLADOCERAN, I TEIL,  MORPHOLOGISCHE, ENTWICKLUNGSGESCHICHTLICHE UND
PHYSIOLOGIESCHE VARIATIONS-ANALYZE (VARIATION AND SPECIES FORMATION.
ANALYTICAL AND EXPERIMENTAL INVESTIGATIONS OF PELAGIC DAPHNIDS AND OTHER
CLADOCERANS, PART 1, ANALYSIS OF MORPHOLOGICAL AND PHYSIOLOGICAL VARIATION,
FROM AN EVOLUTIONARY POINT OF VIEW), A. FRANCKE, BERLIN, 1919.
24. CHIAMATE ANCHE LEGGI DI MENDEL, SONO IL FONDAMENTO DELLA GENETICA. SI TROVANO
IN TUTTI I MANUALI DI GENETICA. DESCRIVONO MATEMATICAMENTE IL MODO IN CUI LA
TRASMISSIONE INTERGENERAZIONALE DEI CARATTERI BIOLOGICI DOVREBBE ESPLICARSI PER VIA
DELLA TRASMISSIONE DEI GENI SOGGIACENTI. QUESTE LEGGI DI MENDEL SARANNO SPIEGATE
NEL CAPITOLO SECONDO.
25. UN’IPOTESI AD HOC È UN’IPOTESI AGGIUNTA A UNA TEORIA PER EVITARE CHE LA TEORIA
VENGA CONTRADDETTA QUANDO NON È IN GRADO DI SPIEGARE DETERMINATI FATTI EMPIRICI.
26. IN QUESTO LIBRO I DUE TERMINI «ONTOLOGIA» E «ONTOGENESI» SARANNO AMPIAMENTE
UTILIZZATI. I LORO SIGNIFICATI SONO ASSAI DIVERSI, ANCHE SE POTREBBERO DAR ADITO A
QUALCHE CONFUSIONE PER VIA DELLA LORO SOMIGLIANZA. LA DIFFERENZA FRA I DUE È FORSE
BANALE PER ALCUNI LETTORI, MA PROBABILMENTE NON LO È PER ALTRI. NON È QUINDI INUTILE
RIDEFINIRLI BREVEMENTE, PER FACILITARE LA LETTURA. NEL SUO SIGNIFICATO PIÙ GENERALE
L’ONTOLOGIA È LO STUDIO DELL’ESSERE; MA HA ANCHE UN SENSO PIÙ CONCRETO CHE
RIGUARDA LE SCIENZE. NELLA PRATICA SCIENTIFICA RICONOSCIAMO DELLE ENTITÀ DETTE
PRIMARIE – NON COMPOSTE A LORO VOLTA DA ALTRE ENTITÀ PIÙ FONDAMENTALI – ALLE QUALI
ATTRIBUIAMO PROPRIETÀ DEFINITE ANCH’ESSE PRIMARIE POICHÉ NON DEDUCIBILI DA ALTRE
PROPRIETÀ. AD ESEMPIO, NEL QUADRO DELL’ONTOLOGIA ATOMISTA, TUTTE LE COSE CHE
VEDIAMO, COME UN TAVOLO, UNA MONTAGNA, UN ANIMALE E COSÌ VIA, NON SONO ENTITÀ
PRIMARIE MA ENTITÀ DERIVATE DA ENTITÀ PRIMARIE DETTE ATOMI. SONO DEI «MUCCHI DI
ATOMI» LE CUI PROPRIETÀ DERIVANO DALLE PROPRIETÀ DEGLI ATOMI. QUANTO
ALL’ONTOGENESI, ESSA È LO SVILUPPO DELL’INDIVIDUO DALL’UOVO FECONDATO FINO ALLO
STADIO ADULTO. RICOPRE CIOÈ QUELLO STADIO DEFINITO «SVILUPPO EMBRIONALE».
27. JACQUES MONOD, LE HASARD ET LA NÉCESSITÉ, SEUIL, COLL. «POINTS SCIENCES», PARIS,
1970, PP. 15-34. [TRAD. IT. IL CASO E LA NECESSITÀ, MONDADORI, MILANO, 1997].
28. IBID., P. 156. SI VEDANO ANCHE LE PP. 146-147, IN CUI MONOD SPIEGA CHE
«NEANCHE IL MECCANISMO DI RIPRODUZIONE POTREBBE SFUGGIRE A QUALSIVOGLIA
PERTURBAZIONE O ACCIDENTE SENZA VIOLARE LE LEGGI DELLA FISICA».
29. IBID., P. 27.
30. DARWIN, THE VARIATION OF ANIMALS AND PLANTS UNDER DOMESTICATION , CIT., P. 2.
A PROPOSITO DELLO STATUTO DELLA VARIAZIONE IN DARWIN, SI VEDA: JÉRÔME
ROSANVALLON, PURE VARIATION AND ORGANIC STRATIFICATION, «PROGRESS IN BIOPHYSICS
AND MOLECULAR BIOLOGY», 2012, 110, PP. 137-149; THOMAS HEAMS,  VARIATION, IN THOMAS
HEAMS ET AL. (A CURA DI), LES MONDES DARWINIENS, ÉDITIONS MATÉRIOLOGIQUES, VOL. I,
PARIS, 2011, PP. 23-39.
31. SI CHIAMA «TEORIA SINTETICA DELL’EVOLUZIONE» LA TEORIA RISULTANTE DALLA FUSIONE,
NEL XX SECOLO, DEL DARWINISMO CON ALTRE DISCIPLINE BIOLOGICHE, PRINCIPALMENTE LA
GENETICA. COSTITUISCE IL QUADRO GENERALE DELLA BIOLOGIA CONTEMPORANEA.

JEAN-JACQUES KUPIEC È RICERCATORE IN BIOLOGIA ED EPISTEMOLOGIA AL


CENTRO CAVAILLÈS DELL’ECOLE NORMALE SUPÉRIEURE DI PARIGI.
SPECIALISTA DI BIOLOGIA MOLECOLARE E DI FILOSOFIA DELLA BIOLOGIA, HA
LAVORATO IN PARTICOLARE SULL’EMBRIOGENESI E SULLA
DIFFERENZIAZIONE CELLULARE.

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