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Elementi di antropologia

culturale
Antropologia Culturale
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
40 pag.

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ELEMENTI DI ANTROPOLOGIA CULTURALE - Ugo Fabietti

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PARTE PRIMA – GENESI E NATURA DELL'ANTROPOLOGIA CULTURALE

ORIGINI E SIGNIFICATO DELL'ANTROPOLOGIA

Antropologia significa

Antropologia, letteralmente, significa studio del genere umano, definizione vaga perché sono molti i saperi che si
occupano dello studio dell’uomo. Antropologia culturale è lo studio del genere umano dal punto di vista delle idee, dei
comportamenti espressi dagli esseri umani in tempi e luoghi distanti tra loro. L’antropologia è l’insieme delle riflessioni
condotte attorno a questi comportamenti ed idee, prendendo spunto dal fatto che gli essere umani si rivelano
estremamente differenti, sia sul piano storico, che in relazione all’ambiente in cui vivono.

Le condizioni della comparsa dell'antropologia

Le origini dell’antropologia come disciplina non sono facilmente databili, ma quelle più lontane risalgono ad Erodoto
(VI secolo a.C.), nonostante egli non parli mai di antropologia. Le radici più vicine a noi risalgono all'Umanesimo, ai
dibattiti aperti dopo la scoperta del Nuovo Mondo, sorti da quesiti prima poco considerati o inimmaginabili.

Durante il periodo dell'Umanesimo, l'essere umano ed in generale il genere umano ottennero un'attenzione senza alcun
precedente nel corso dei secoli precedenti. Gli intellettuali di tale periodo resero il genere umano oggetto della
riflessione filosofica, dell'arte, della letteratura e della scienza.

Con l’espansione coloniale crebbero a dismisura i contatti con i popoli indigeni ed anche le descrizioni dei loro costumi
e delle loro istituzioni sociali. La scoperta e la successiva conquista dell'America posero l'Europa di fronte a quesiti
inediti e complicati: i contatti con nuove popolazioni, nuovi costumi e nuove culture innescò una serie di vacillamenti
che colpirono alcuni degli ambiti più importanti come l'etica, la religione e la scienza. Le domande sulla provenienza,
l'origine la cultura di tali popolazioni si fecero sempre più frequenti all'interno del panorama intellettuale europeo.

Grazie all'allargamento dei confini degli Stati, allo sviluppo dei traffici commerciali e all'espansione coloniale, i contatti
con le nuove popolazioni divennero molto frequenti ed i missionari iniziarono a documentare costumi ed istituzioni.
Tale intento divenne scientifico solamente attorno alla fine del Settecento: i filosofi e gli scienziati naturali
cominciarono ad elaborare una teoria unitaria del genere umano.

Nel corso del XVIII, grazie alle influenze illuministe, si creò un vero e proprio progetto antropologico, basato su una
visione sul genere umano visto come soggetto universale. Verso la fine dell'Ottocento, l'antropologia divenne una
disciplina accademica: nel corso dell'Ottocento infatti, i popoli esotici avevano suscitato grande interesse nel panorama
intellettuale ed accademico statunitense ed europeo.

Cosa fanno gli antropologi?

All’inizio gli antropologi si sono occupati di popolazioni contemporanee, ma geograficamente lontane, diversi da quelle
europee o di origine europea, studiandone religione, riti, istituzioni sociali e politiche, tecniche di costruzione dei
manufatti, arte. Fino a pochi decenni fa, gli antropologi si sono occupati di popoli definiti “selvaggi” o “primitivi”,
perché considerati rappresentanti di fasi arcaiche della storia del genere umano.

Solamente a partire dalla seconda metà del Novecento, l'interesse degli antropologi fu catturato da popolazioni più
vicine all'Occidente, con sistemi religiosi, istituzioni e costumi più simili. Attualmente, gli antropologi prediligono ogni
tipo di scenario possibile: essi si interessano a contesti urbani, extraurbani, realtà di villaggio, fenomeni sociali ecc..

All'origine della disciplina antropologica, gli antropologi non studiavano i popoli direttamente, bensì a distanza,
avvalendosi delle descrizioni fornite loro da viaggiatori, esploratori, funzionari coloniali. Tra la fine dell’Ottocento e i
primi anni del XX secolo, gli antropologi cominciarono a recarsi di persona nei luoghi delle popolazioni oggetto dei
loro studi, dando inizio ad una nuova stagione della ricerca antropologica, una vera rivoluzione perché da qui non si è
più tornati indietro. Venne i fatti introdotta la ricerca, l'esperienza di campo, che non verrà più abbandonata.

Una antropologia o molte antropologie?

L’antropologia non è frutto esclusivo della cultura occidentale, ma spesso è proprio presso popolazioni semplici e
sprovviste di istituzioni che possiamo trovare le più affascinanti visioni dell’uomo e del cosmo. Alcuni antropologi,
pertanto, escludono l’idea che il discorso sul genere umano sia prodotto soltanto di una determinata cultura ed epoca.
Essi rifiutano categoricamente l'idea che solamente la civiltà europea sia stata in grado di sviluppare una più profonda
riflessione su se stessa. L’antropologia sviluppatasi nella tradizione di pensiero occidentale sarebbe, di conseguenza,
solo una delle tante antropologie elaborate in tempi e luoghi diversi. L’antropologia sarebbe solo un modo, tra molti, in

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cui gli esseri umani pensano a se stessi. L’antropologia culturale è un sapere che opera criticamente su se stesso, sulle
sue nozioni, categorie, metodi e su risvolti etico-politici che accompagnano le sue riflessioni.

OGGETTI E METODI DELL'ANTROPOLOGIA CULTURALE

È possibile definire la cultura?

Definire la cultura è un'operazione estremamente complessa ed insidiosa: essa è un oggetto variabile ed estremamente
soggettivo. Secondo una definizione generale, la cultura è un complesso di idee, di simboli, di comportamenti e di
disposizioni storicamente tramandati, acquisiti, selezionati e largamente condivisi da un certo numero di individui, con
cui questi ultimi si accostano al mondo, sia in senso pratico che intellettuale. Compito principale degli antropologi è
quello di cogliere i diversi approcci umani al mondo e compararli, sottolineando e catturando le sfumature che tanto li
differenziano ed allo stesso modo le caratteristiche che invece li accomunano. L'uomo, per sua natura, è un produttore
di cultura.

La cultura può essere definita come un processo di costruzione intersoggettiva attraverso cui poniamo in essere la realtà
e la nostra esperienza di essa, posizionandoci all'interno di dinamiche di potere. La cultura può essere anche letta come
il complesso dei codici comportamentali e ideazionali riconoscibili dal gruppo nel quale gli esseri umani vengono al
mondo e nel quale sono educati.

Le origini del concetto antropologico di cultura

Dal punto di vista antropologico, il termine cultura, nel corso della storia, ha assunto diversi significati che illustravano
i diversi approcci avuti nei confronti della disciplina. Si è ormai concordi nell'affermare che la prima definizione di
cultura dal punto di vista antropologico risale all'antropologo inglese Edward B. Taylor, che all'interno della sua opera
Primitive Culture (1871) descrive così la cultura: la cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più ampio, è
quell'insieme complesso che include le conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra
capacità e abitudine acquisita dall'uomo in quanto membro della società.

Punto interessante della definizione di Taylor è l'estensione della definizione di cultura a tutta l'umanità, a tutte le
pratiche e le consuetudini esistenti, comprese quelle che all'epoca potevano sembrare scandalose ed aberranti. Inoltre, la
cultura viene concepita come una manifestazione specifica di coloro che nascono in una determinata società ma allo
stesso tempo come una realizzazione di particolari inclinazioni umane, comuni a livello universale. Altra importante
definizione all'interno della disciplina antropologica è quella di Ulf Hannerz, risalente al 1997. Egli definisce la cultura
come una struttura di significato che viaggia su reti di comunicazione non localizzate in singoli territori.

La cultura e la sua natura

Gli esseri umani, al momento della nascita, non dispongono dei mezzi genetici necessari per far fronte al mondo
circostante. Nel processo di crescita ed adattamento, la cultura gioca un ruolo fondamentale: grazie infatti ai modelli che
il gruppo trasmette all'individuo, questo può acquisire capacità e schemi che a sua volta gli permetteranno di
relazionarsi con l'ambiente esterno e con il gruppo stesso.

Se da una parte l'uomo può quindi essere definito incompleto (incompletezza biologica) poiché non è in grado di
sopravvivere senza input provenienti dall'esterno, dall'altra egli può dirsi determinato poiché per vivere all'interno del
gruppo dei suoi simili egli deve adottare comportamenti e codici riconoscibili e condivisi sia dal punto di vista mentale
che dal punto di vista pratico. La caratteristica dell'essere umano di essere determinato dal punto di vista culturale non
esclude che questo, durante il corso della vita, possa elaborare visioni e preferenze differenti, sviluppando una propria
lettura dell'ambiente circostante.

La cultura come complesso di modelli

Gli esseri umani dispongono di modelli, utilizzati per leggere ed interpretare il mondo circostante. Essi rappresentano
forme di organizzazione condivise ed interne alla cultura, senza le quali l'uomo sarebbe perso. Come afferma Clifford
Geertz “l'estrema genericità, vaghezza e variabilità delle capacità di reazione innate dell'uomo, significa che, senza
l'aiuto di modelli culturali, egli sarebbe funzionalmente incompleto [..] una specie di mostro informe senza meta né
capacità di autocontrollo, un caos di impulsi spasmodici e di vaghe emozioni”. I modelli culturali sono perciò
indispensabili poiché orientano l'uomo e integrano ciò che gli manca dal punto di vista genetico, al fine di sopravvivere
all'ambiente circostante.

Grazie ai modelli culturali, l'uomo è in grado di agire ed accostarsi all'ambiente in maniera pratica ed intellettuale.
Secondo la visione di alcuni antropologi, primo tra tutti Bronislaw Malinowski, la cultura sarebbe un complesso
sistema con cui l'essere umano è in grado di fare fronte al confronto con l'ambiente esterno e con le sfide della vita

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associata.

La cultura è operativa

Qualunque azione, mentale o pratica, compiuta dagli esseri umani, viene improntata e guidata dalla cultura. La cultura è
definita operativa poiché permette all'uomo di perseguire i propri obbiettivi adattandosi all'ambiente naturale
circostante ed allo stesso tempo anche alle norme e restrizioni sociali e culturali.

I modelli che permettono all'uomo di adattarsi non costituiscono, nella maggior parte dei casi, oggetti di riflessione in
colui che compie determinate azioni. Ciò perché tali modelli di comportamento e di azione sono stati assimilati e
riemergono a livello inconscio per far si che il processo di adattamento all'ambiente esterno continui. A tale proposito, il
sociologo francese Pierre Bourdieu introdusse il concetto di habitus: esso rappresenta un sistema durevole di
disposizioni, sia fisiche che intellettuali, le quali sono il risultato del processo di interiorizzazione di modelli di
pensiero e comportamento elaborati dalla cultura nella quale viviamo in risposta all'ambiente fisico, sociale e
culturale che ci circonda.

Selettività della cultura

La cultura è un complesso di modelli tramandati, acquisiti ma anche selezionati. I modelli infatti non risultano
indipendenti ed immutabili: questi al contrario sono in un rapporto di continua tensione con altri modelli condivisi su
uno stesso oggetto. Ciò li rende estremamente mutevoli e per questa ragione, con il processo di trasmissione dei modelli
culturali, alcuni di questi scompariranno, preda di processi selettivi in atto.

La selettività della cultura determina un'importante caratteristica della società: essa non si presenta come un organismo
statico. Al contrario, la società è un sistema aperto e pronto ad assorbire modelli provenienti da culture differenti,
qualora questi dovessero risultare vantaggiosi. In caso contrario, la società si dimostra essere un sistema estremamente
serrato, qualora i modelli importati dall'esterno risultassero dannosi. Le società, in conclusione, sono sistemi allo stesso
tempo aperti e serrati e proprio tale caratteristica risulta fondamentale al fine di interpretare la selettività della
trasmissione dei modelli culturali.

Dinamicità della cultura

La selettività all'interno dei processi di trasmissione dei modelli culturali fa intendere che le culture non siano entità
fisse e statiche ma che, al contrario, siano in continuo mutamento e sviluppo. Le culture possono essere definite come
prodotti storici: sono in fatti il risultato di incontri, cessioni, scambi con l'ambiente esterno. Le culture quindi non solo
si modificano in relazione alle proprie logiche, ma vengono influenzate anche dai modelli e dalle realtà con cui queste
entrano in contatto.

Proprio la dinamicità della cultura impedisce di parlare utilizzando generalizzazioni e luoghi comuni: non esiste una
cultura statica ed immune ai contatti ed alle influenze del mondo esterno. L'evolversi di culture profondamente diverse
l'una dall'altra rispecchia l'esigenza di queste ultime di non rimanere uguali a se stesse.

La cultura è differenziata e stratificata

All'interno della società i modelli culturali non sono distribuiti in maniera uniforme. Spesso, in una stessa società,
convergono punti di vista e convinzioni del tutto differenti, dettate dal credo religioso, politico, dallo status sociale, dal
grado di istruzione e da una moltitudine di fattori che accentuano le differenze tra i diversi gruppi umani.

I modelli culturali di riferimento, all'interno di una società, sono spesso il risultato dell'influenza sociale di cui il gruppo
prevalente gode e che fa si che essi prevalgano. A questo proposito, l'intellettuale marxista Antonio Gramsci ha coniato
le espressioni cultura subalterna e cultura egemonica, dove la prima indica la classe subordinata e la seconda indica la
classe dominante che impone i propri modelli culturali.

Ancora, l'antropologo australiano Roger Keesing ha affermato che, studiando i comportamenti e le rappresentazioni
culturali di una cerca società, in realtà si focalizza l'attenzione sulle rappresentazioni e sui comportamenti di coloro che
sono socialmente prevalenti: Keesing individua tale aspetto con il termine di controllo culturale.

Comunicazione e creatività

All'interno della cultura, il concetto di comunicazione è fondamentale: ciò che rende l'essere umano un essere operativo
dal punto di vista culturale è la sua capacità di comunicare utilizzando modelli e segni largamente condivisi che gli
permettono di trasmettere messaggi e significati. Ogni azione culturale è strettamente legata con la comunicazione. I
segni utilizzati per comunicare culturalmente sono definiti e condivisi ma ciò non significa che siano un repertorio fisso

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e ripetibile all'infinito. Punto fondamentale della cultura è la creatività, che trova riscontro all'interno del linguaggio
umano in due caratteristiche: l'universalità semantica e la produttività infinita. Per universalità semantica si intende la
capacità dell'essere umano di produrre informazioni relative ad eventi del presente, del passato, del futuro, di cose
vicine o lontane, immaginarie o reali. Punto focale del linguaggio umano è la capacità di collocare gli eventi non solo
nel tempo, ma anche nello spazio. Per produttività infinita si intende invece la capacità dell'essere umano, data una
qualsiasi preposizione, di fornire svariate alternative e comunicare un numero infinito di messaggi. Grazie alla capacità
di orientare le azioni del tempo e nello spazio, l'essere umano è spesso in grado, dato il contesto, di predire come la
preposizione si evolverà.

Vi è poi un'altra forma di creatività culturale, ovvero l'introduzione di nuovi modelli e significati all'interno della
cultura. Affinché i nuovi modelli divengano operativi, essi devono modificare i modelli correnti e devono essere da
questi accettati. La creatività culturale viene frenata dalla cultura stessa, che attua processi si selezione ed eliminazione
dei modelli che risultano inefficaci e troppo distanti dalla direzione maggioritaria.

La cultura è olistica

L'interagire continuo dei vari modelli culturali l'uno con l'altro è la base stessa della cultura: l'interagire ed il coniugarsi
di modelli forma infatti un complesso integrato. Per questa ragione la cultura viene definita olistica. Essa è formata da
elementi che stanno in un rapporto di interdipendenza reciproca sia con i modelli appartenenti alla stessa cultura, sia con
quelli provenienti dall'ambiente estraneo ed esterno. L'idea della cultura come insieme complesso venne sviluppata a
partire dalla seconda metà dell'Ottocento, con lo stesso Taylor, che però non sviluppò il concetto in maniera
approfondita. Tale idea di affermò soprattutto a partire dagli anni a cavallo della prima Guerra Mondiale, con
l'intensificarsi della ricerca sul campo.

Secondo alcuni antropologi, alcune culture sarebbero predisposte per essere più olistiche di altre, ovvero i modelli
culturali sarebbero pensati per intraprendere un percorso di integrazione rispetto a quanto avviene in altre società.
Secondo l'antropologo francese Louis Dumont, la società induista, con il sistema delle caste, sarebbe più olistica
rispetto a quella occidentale poiché per essere rappresentata in maniera ottimale necessità di diversi elementi, tutti in
relazione l'uno con l'altro. La cultura è da intendersi in maniera olistica, ovvero come correlata nelle sue parti ed
approssimativamente integrata a livello di pratiche ed idee.

Esistono i confini di una cultura?

Le culture non hanno confini netti, precisi, identificabili. Esse posseggono un nucleo forte, composto da idee,
comportamenti, simboli, che le distingue le une dalle altre ma man mano che ci si allontana da tale nucleo, queste
divengono sempre più evanescenti ed inclini a identificarsi e mescolarsi con altre culture. Essendo entità aperte,
dinamiche, relazionate è impossibile stabilire confini sicuri per le culture.

La ricerca antropologica

L'olismo proprio di tutte le culture rende il lavoro degli antropologi estremamente difficoltoso. Essi non sono in grado
di cogliere l'interezza di una cultura, analizzare ogni singola sfumatura. Piuttosto, essendo consapevoli dello stretto
legame esistente tra i vari modelli culturali di quella società, essi devono prediligere un oggetto di studio per poi
analizzarlo in relazione ai fenomeni circostanti. Facendo tale operazione, essi sono in grado di comprendere appieno il
fenomeno osservato, senza leggerlo come isolato ed indipendente dall'ambiente esterno.

Etnografia e ricerca dei dati

La ricerca etnografica è la chiave dello studio antropologico. Essa è estremamente fondamentale poiché rappresenta
l'incontro tra la realtà propria dell'antropologo e la realtà che è altro da lui, estranea.

Compito principale dell'antropologo sul campo è quello di raccogliere dati, utili per analizzare e studiare la cultura alla
quale si è interessati. La provenienza dei dati è varia e multiforme: essi possono essere il risultato di una partecipazione
diretta, di un'osservazione, di un ascolto. L'analisi dei dati raccolti durante l'esperienza di campo è fondamentale per
interpretare ed osservare le dinamiche interne alla società.

L'esperienza di campo, ovvero la partecipazione attiva alla vita della società che si sta osservando, è importante e vitale
ai fini dello studio antropologico: oltre a validare e rendere specifico lo studio effettuato, la partecipazione alla vita
quotidiana dell'attore sociale è ciò che differenzia l'antropologia dalle altre scienze umane.

L'osservazione partecipante

Vivere a stretto contatto con i soggetti della ricerca, condividere il più possibile il loro stile di vita, comunicare nella

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loro lingua e prendere parte alle loro attività quotidiane: questa condivisione è stata chiamata dagli antropologi
osservazione partecipante.

L'osservazione partecipante ha un ruolo molto importante all'interno del processo di ricerca antropologica. Essa
permette infatti all'antropologo di immedesimarsi con il soggetto studiato, cogliere e capire il suo punto di vista, vedere
come egli vede se stesso nel mondo. Tale operazione non comporta assolutamente un'immedesimazione completa ed un
abbandono totale dei modelli di riferimento di provenienza: parte infatti cruciale del processo è la capacità dello
studioso di giostrarsi tra i due mondi, mettendo continuamente a confronto la sua cultura di provenienza e quella
studiata in quel momento, aprendo nuovi orizzonti di interpretazione e cogliendo a fondo analogie e differenze. Il
termine stesso osservazione partecipante racchiude questo paradosso: l'osservazione indica una condizione,
un'operazione di distacco, mentre la partecipazione rende il concetto di coinvolgimento nella vita dei soggetti osservati.

Centralità dell'etnografia per l'antropologia

La principale distinzione che bisogna operare tra etnografia ed antropologia riguarda la modalità di azione ne contesto
studiato. L'etnografia, all'interno del contesto del campo, osserva il soggetto studiato raccogliendo dati che saranno utili
nel momento in cui verranno elaborati; l'antropologia, pur compiendo un'importante operazione di raccolta dati, e
quindi servendosi dell'etnografia, compie un passo avanti: l'antropologia si impegna, si integra con il soggetto studiato,
cercando di coglierne il punto di vista.

L'etnografia all'interno della ricerca antropologica, come detto in precedenza, ha un ruolo centrale. I dati rappresentano
la forma di partenza dell'interpretazione che l'antropologia fornirà in un secondo momento. Come afferma Clifford
Geertz, raccogliere i dati significa dare un'interpretazione di un'interpretazione della realtà: come antropologi, essi
filtrano secondo le loro categorie l'interpretazione che il soggetto osservato da della sua realtà. L'etnografia è quindi una
parte integrante della ricerca antropologica.

LE CARATTERISTICHE FONDAMENTALI DEL RAGIONAMENTO ANTROPOLOGICO

La prospettiva olistica

Come detto in precedenza, la prospettiva olistica all'interno della ricerca antropologica è fondamentale. Un antropologo
infatti non può studiare un fenomeno di una data cultura senza metterlo in relazione con la moltitudine di fenomeni con
cui quello è connesso. Per questa ragione, nel passato gli antropologi hanno preferito studiare realtà di piccole
dimensioni, così da potere cogliere al meglio le diverse sfumature del fenomeno e le interrelazioni esistenti tra questo e
gli altri. La prospettiva olistica è strettamente collegata con il contesto.

La problematica del contesto

Attualmente è largamente condiviso il fatto che i dati raccolti attraverso la ricerca etnografica debbano essere
considerati all'interno del contesto di provenienza. Nel passato, tale aspetto venne fortemente tralasciato: infatti il primo
scopo dell'antropologia nascente era quello di mettere a confronto realtà distanti sia nel tempo che nello spazio,
decontestualizzando drasticamente i dati. Quando venne affermata l'importanza della prospettiva olistica, tale tendenza
si attenuò sempre più.

Definire il contesto della ricerca antropologica è di fondamentale importanza. Proprio poiché la cultura risulta
stratificata e differenziata, è molto importante descrivere e porre l'accento sul contesto dal quale i soggetti studiati
provengono.

Lo sguardo universalista e anti-etnocentrismo

L'antropologia nasce di per se come sapere universalista, poiché ritiene ogni gruppo umano degno di essere studiato ed
osservato in quanto produttore di cultura: ciò ha portato ad uno studio delle più disparate società, culture e comunità in
ogni angolo del mondo.

L'universalismo, con il suo carattere collettivo ed aperto, si pone in netta relazione con il fenomeno dell'etnocentrismo,
spesso sfociato in fenomeni irrazionali e razzisti. L'etnocentrismo consiste nel considerare i proprio valori, le proprie
istituzioni e le proprie convinzioni migliori rispetto ad altre. L'antropologia, pur mettendo in discussione come
disciplina stessa tali letture della cultura, non è totalmente esente da questo fenomeno. Gli antropologi infatti, in
maniera talvolta inconsapevole, interpretano la cultura ed il soggetto studiato attraverso le proprie categorie culturali.

Lo stile comparativo

Lo stile comparativo è sempre stato una costante all'interno della disciplina antropologica. Agli esordi della disciplina,

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gli antropologi adottarono il metodo comparativo in maniera sommaria, descrivendo e mettendo a confronto realtà non
solo lontane nello spazio ma anche nel tempo. La tesi che si voleva dimostrare era spesso già presa per valida in
partenza ed i dati ed i fatti erano raccolti e descritti per validarla in maniera arbitraria.

A partire dal XX secolo, lo stile comparativo venne mantenuto come parte fondamentale della ricerca ma i modi con cui
cominciò ad essere applicato cambiarono. Vennero distinti due stili comparativi. Il primo viene applicato a società
geograficamente e storicamente vicine, interconnesse le une con le altre al fine di osservare in maniera approfondita un
certo dato che corrisponde ad entrambi i soggetti. Uno studio così particolare permette di osservare in maniera diretta ed
analitica l'oggetto di interesse ma allo stesso tempo il risultato dello studio non può essere preso per valido su larga
scala. Il secondo stile comparativo viene applicato a società molto diverse sia nello spazio che dal punto di vista
culturale, prive di legami. Tale metodo consente di osservare il fenomeno e fornire varie interpretazioni, in modo da
offrire una visione più ampia e sfaccettata. Applicando tale metodo comparativo si rischia però di tralasciare la
descrizione analitica o fornire generalizzazioni errate.

Attualmente l'antropologia si è posta come scopo quello di fornire definizioni provvisorie su comportamenti,
inclinazioni ed ideali unitari, interessanti al fine della disciplina. Compito dell'antropologia è anche quello di svelare la
differenza in comportamenti che sembrano simili e svelare la similitudine in comportamenti che sembrano invece
esclusivi o lontani.

L'ispirazione dialogica e il compito della traduzione

Durante il suo lavoro di ricerca, l'antropologo si trova a contatto con individui produttori di significati, simboli e valori.
Nei confronti di tali individui lo studioso deve praticare una cultura dell'ascolto poiché il confronto e lo scambio tra due
mondi culturali completamente diversi, che avviene tramite il dialogo, è una parte fondamentale dell'osservazione,
dell'immedesimazione e dello studio stesso di un dato soggetto o fenomeno.

L'antropologo, attraverso un lungo ed insidioso percorso, deve ricercare modelli linguistici e concettuali con i quali
poter comunicare con l'interlocutore. Da qui emerge un altro importante aspetto della ricerca antropologica, ovvero
quello della traduzione. Tradurre in antropologia non indica solamente la mera trascrizione in lingua differente degli
eventi, ma bensì la traduzione dei modelli linguistici da una cultura ad un'altra, tenendo ben presenti i significati ed i
valori che vengono attribuiti alle singole espressioni.

Dal punto di vista etico, la cultura dell'ascolto è altrettanto importante. Attualmente, la differenziazione culturale sta
andando persa in favore di modelli culturali maggioritari. Per questa ragione popolazioni minoritarie contano su coloro
che soggiornano per lunghi periodi nei loro territori, come ad esempio gli antropologi, per farsi portavoce delle
problematiche e dell'opinione di tali minoranze.

L'inclinazione critica e l'approccio relativista

Nonostante l'antropologia si sia sviluppata in contesti di dominazione straniera, essa si è sempre posta in maniera aperta
e disponibile ad un rapporto e ad una relazione nei confronti delle popolazioni controllate dalle potenze coloniali.
L'atteggiamento dell'antropologia nei confronti dello sfruttamento, della sottomissione e del controllo di tali popolazioni
è sempre stato critico. L'atteggiamento critico dell'antropologia non si esprime soltanto in relazione ad ambienti esterni:
essa è infatti una disciplina autocritica poiché pone costantemente sotto esame e revisione i concetti fondamentali e le
convinzioni principali.

Punto fondamentale della disciplina antropologica è il relativismo culturale. Con tale espressione si indica
quell'atteggiamento che consiste nel ritenere che comportamenti e valori, per potere essere compresi, debbano essere
considerati all'interno del contesto complessivo entro cui prendono vita e forma. L'antropologia è relativista poiché
sostiene che i fenomeni che avvengono in contesti differenti da quello di provenienza dell'osservatore non possano
essere letti attraverso le sue categorie culturali. Piuttosto, tali fenomeni devono essere letti in prospettiva olistica, cioè in
relazione con tutti gli elementi contestuali che ne forniscono il significato profondo.

Il relativismo culturale è stato criticato poiché ritenuto un atteggiamento sbagliato da parte dell'antropologo, visto come
disposto a giustificare ed accettare qualsiasi comportamento all'interno del suo contesto, per quanto aberrante o
differente esso sia. Ciò non è del tutto vero, poiché lo scopo primario del relativismo culturale non è giustificare un
determinato comportamento ma bensì quello di comprendere il significato all'interno del proprio contesto, afferrandone
il significato profondo e sottolineando la differenza culturale.

L'impianto pluriparadigmatico

Inteso un paradigma come un'idea, un punto di rifermento che serve per effettuare confronti e per ragionare ed agire
secondo procedure stabilite, il modello culturale può facilmente essere inteso come paradigma. Nel corso degli studi

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antropologici si sono susseguiti diversi paradigmi e metodi di ricerca, che tuttora forniscono uno spunto non indifferente
all'interno del panorama della disciplina. A differenza delle discipline scientifiche infatti, in antropologia i modelli di
studio e di interpretazione precedenti non vengono mai del tutto superati: essi resistono e coesistono formando un
impianto pluriparadigmatico, utile per fornire punti di vista differenziati.

Il versante applicativo

Sin dagli inizi della disciplina, l'antropologia si presentò come un sapere con risvolti applicativi. Verso la fine del
Seicento l'antropologia era considerata una disciplina in grado di costruire una società migliore attraverso lo studio del
genere umano mentre nel corso dell'Ottocento essa non solo venne considerata come un metodo per eliminare
pregiudizio e razzismo all'interno della società, ma paradossalmente venne letta come uno strumento utile al fine di
conoscere al meglio i popoli delle colonie per poterli sottomettere più efficacemente.

Nel corso del Novecento, ed in particolare nei primi decenni, il mondo accademico dell'antropologia si domandò in
quale misura il loro contributo avesse favorito l'impresa coloniale, sprofondando in un periodo di accesi dibattiti. A
partire dalla seconda metà del Novecento l'antropologia ha trovato riscontro all'interno di servizi sociali, giuridici e
pubblici: la crescente globalizzazione ed il continuo giungere di nuovi individui ha fatto si che si rendesse necessaria
un'interpretazione dei diversi modelli culturali, affinché questi potessero convivere.

La condizione riflessiva e il decentramento dello sguardo

Negli ultimi anni è nata la convinzione secondo la quale l'antropologia sarebbe una disciplina riflessiva, poiché
attraverso l'incontro con soggetti appartenenti a culture differenti dalla propria è possibile esplorare la propria
soggettività e la propria cultura. L'incontro con l'alterità genera infatti, da sempre, un tentativo di comprensione che
induce il soggetto ad operare un processo di lettura della sua soggettività. La dimensione riflessiva della ricerca
antropologica e il processo di decentramento dello sguardo rappresentano due punti di partenza irrinunciabili al
tentativo di comprendere ciò che è altro rispetto alla soggettività di un individuo. Come afferma Clifford Geertz,
decentrare lo sguardo significa vedere se stesso attraverso gli altri o vedere noi stessi come gli altri ci vedono.

PARTE SECONDA – UNICITÀ E VARIETÀ DEL GENERE UMANO

RAZZE, GENI, LINGUE E CULTURE

Apparentemente diversi ma del tutto simili

Nonostante la crescente intensità dei contatti tra le varie popolazioni del pianeta, la varietà che caratterizza l'umanità
non può essere scalfita. Tale varietà si esprime a più livelli: quello fisico, quello linguistico ed infine quello culturale,
anche all'interno di una stessa società. A dispetto di tale varietà, è innegabile che gli esseri umani presentino elementi di
forte unità. Alla fine del XVIII secolo, il naturalista George Leclerc de Buffon stabilì che tutti i gruppi umani erano
parte integrante di una stessa specie. Ancora, alla fine dell'Ottocento gli antropologi racchiusero gli esseri umani in
un'unica categoria, in quanto produttori di cultura e nello stesso periodo i linguisti affermarono che le lingue più
disparate all'interno del mondo racchiudono elementi e strutture complesse che possono essere messe in relazione.

Per lungo tempo l'aspetto degli esseri umani ha rappresentato il fattore principale di riconoscimento della differenza. Il
razzismo infatti ha preteso di stabilire un nesso causale tra aspetto fisico e cultura: a determinati tratti fisici, considerati
superiori, corrisponde un ideale di dominazione, una legittimazione alla sottomissione di altri gruppi culturali,
considerati fisicamente diversi ed inferiori. Il germe del razzismo venne particolarmente enfatizzato agli inizi
dell'Ottocento, periodo nel quale molti paesi Occidentali intrapresero spedizioni coloniali. Queste ideologie vennero
incubate e sprigionate violentemente nel corso della prima metà del Novecento, dove vennero utilizzate per giustificare
dal punto di vista ideologico, culturale e sociale i massacri e le persecuzioni verso determinati gruppi sociali.

Il razzismo, visto sia come esaltazione della superiorità di un determinato gruppo che come disprezzo verso coloro che
ne sono esclusi, ha come base fondamentale il concetto di razza. Gli studiosi hanno tuttavia riconosciuto che non è
possibile parlare di razze umane poiché non esistono criteri scientifici in grado di giustificare ed esplicare la
suddivisione. Il concetto di razza può essere considerato una costruzione culturale poiché rappresenta un veicolo di
stereotipi preesistenti ai quali il senso comune affianca una serie di pregiudizi. L'unico tipo di analisi scientifica che può
essere compiuta all'interno dei gruppi umani è quella basata sull'esame del DNA: ricerche specifiche in questo campo
hanno però confermato che l'aspetto esteriore risulta essere una differenza solamente superficiale e che il corredo
genetico degli esseri umani è in realtà del tutto simile.

Popolazioni genetiche e famiglie linguistiche

L'idea di famiglia linguistica risale al XVIII secolo, quando il giurista inglese William Jones notò notevoli somiglianze

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tra latino, greco, sanscrito, celtico e gotico: tale gruppo linguistico divenne noto come famiglia indoeuropea. Per molto
tempo si pensò che tale somiglianza fosse relegata alle lingue studiate da Jones ma con l'approfondirsi della ricerca si
scoprirono nessi di somiglianza tra molte altre lingue. Si formarono nuove famiglie linguistiche tra cui quella semito-
camitica (arabo, ebraico, berbero) e quella uralica (finnico, ungherese). Alcuni studiosi arrivarono ad ipotizzare
l'esistenza di varie macrofamiglie linguistiche da cui tutte le altre si sarebbero successivamente evolute. Tra i primi a
sostenere tale ipotesi vi fu il glottologo bolognese Alfredo Trombetti il quale sosteneva che il genere umano sarebbe
comparso in un determinato punto della terra (monogenismo) e che lì si fosse sviluppata la prima forma di linguaggio.
Attualmente tali studi sono stati ripresi ed analizzati attraverso una nuova lente: essi sostengono le ipotesi avanzate da
Trombetti e aggiungono che l'evoluzione delle forme di linguaggio si sarebbe sviluppata contemporaneamente
all'evolversi di differenze somatiche e genetiche all'interno della specie umana.

La presenza di una lingua all'interno di un dato territorio può essere il risultato di quattro processi:

1. L'occupazione iniziale di una regione disabitata;


2. La divergenza, cioè la tendenza comune a tutte lingue di evolversi e cambiare nel tempo;
3. La convergenza, ovvero la mescolanza di termini e frasi provenienti dall'esterno;
4. La sostituzione di una lingua, in tempi brevi, con una proveniente dall'esterno, ad esempio in seguito alla
conquista di un popolo a cui viene imposta la lingua dei dominatori;

Geni, lingue e culture

Il processo di distanziazione genetica ha luogo grazie a diverse spinte e fattori. Le migrazioni ad esempio costituiscono
un importante fattore utile a tale processo e, attuati in archi di tempo più lunghi, anche deriva genetica e selezione
naturale giocano un ruolo fondamentale all'interno del fenomeno. La distanziazione genetica e linguistica presentano
corrispondenze e collegamenti all'interno dei processi di diffusione: ciò non vale però per la differenziazione e la
distanza culturale esistente tra le varie popolazioni del mondo. Infatti, mentre gli elementi genetici e linguistici
rappresentano modelli stabili e fissi, i modelli culturali sono in continuo mutamento, trasformazione e trasmissione.

Le aree culturali e la globalizzazione

Un'area culturale è una regione geografica al cui interno sembra plausibile comprendere una serie di elementi sociali,
culturali, linguistici relativamente simili. Attualmente, a causa della crescente connessione tra i vari paesi e tra le varie
culture e con il sempre più accentuato fenomeno della globalizzazione, parlare di aree culturali come statici modelli di
tratti culturali è estremamente erroneo: si rischia infatti di rendere statico e sterile un processo in realtà vivace e
contaminato. Considerare il modello delle aree culturali in maniera troppo rigida comporta il rischio di trattare modelli
culturali e società come statici, al di fuori della storia, del corso naturale e delle trasformazioni: privilegiare certi aspetti
di una cultura piuttosto che altri significa mettere in ombra una serie di eventi e fenomeni che risultano essere
fondamentali al fine di interpretare e comprendere il sistema culturale. La divisione in aree culturali nacque nel corso
del Novecento quando, in seguito al brusco sviluppo della ricerca etnografica, fu necessario mettere ordine nella
moltitudine di dati di cui si disponeva.

Le principali aree culturali sono:

1. Europa;
2. Australasia;
3. Unione Sovietica;
4. Nordamerica;
5. Giappone;
6. Centramerica;
7. Sudamerica;
8. Nordafrica e Medio Oriente;
9. Africa Subsahariana;
10. India;
11. Area Cinese;
12. Sud-est Asiatico;
13. Area del Pacifico;

FORME STORICHE DI ADATTAMENTO – LE SOCIETÀ ACQUISITIVE

Homo sapiens sapiens, il colonizzatore

Nel corso dei secoli l'uomo anatomicamente moderno, ovvero l'homo sapiens sapiens, si è diversificato non solo dal
punto di vista linguistico, genetico e culturale ma ha sviluppato diverse forme di adattamento all'ambiente. Siccome la

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colonizzazione umana del pianeta terra ha interessato un gran numero di ambienti, diversi per condizioni ed agenti, le
forme di adattamento dell'essere umano sono una moltitudine ben diversificata: esso ha dovuto costruire rifugi adatti ai
cambiamenti climatici, sviluppare sistemi di adattamento ai pericoli circostanti e produrre utensili in grado di procurare
sicurezza e nutrimento, al fine di sopravvivere.

Per la maggior parte della storia di adattamento, l'uomo ha potuto fare affidamento solamente su due opzioni, ovvero la
caccia-raccolta e la pesca. Le società di tale periodo prendono il nome di società acquisitive poiché esse realizzavano la
loro sopravvivenza prelevando risorse spontanee dall'ambiente. La rivoluzione agricola, posta in proporzione,
rappresenta una fase molto ridotta rispetto all'intero processo evolutivo: avvenuta circa 10.000 anni fa, essa ha portato
in alcune aree geografiche enormi cambiamenti come ad esempio la nascita di società stratificate e gerarchizzate, di
religioni, la comparsa di forme organizzate di lavoro, della scrittura, della politica e lo sviluppo di grandi centri urbani.
La rivoluzione agricola si impose rapidamente in ogni parte del globo e provocò un enorme aumento demografico.
Inoltre, essa permise la comparsa di un altro importante sistema di sussistenza, la pastorizia nomade.

Caccia, raccolta, pesca, agricoltura e pastorizia rimasero alla base della sopravvivenza della specie umana, in forme
sempre più evolute, fino alla Rivoluzione Industriale nel secolo XVIII: essa portò ad un enorme sviluppo sul piano
produttivo e tecnologico.

I cacciatori-raccoglitori: passato e presente

Parlare attualmente di gruppi di cacciatori-raccoglitori significa evocare scenari primordiali di vita sociale assai
semplice e di sfruttamento basilare delle risorse naturali. Anche se al giorno d'oggi i gruppi di cacciatori-raccoglitori
rappresentano una parte infinitesimale dell'intera popolazione umana, nel passato essi ne costituivano quasi la totalità.
Con il passare dei secoli, con le innovazioni e con lo sviluppo di nuove ed avanzate tecniche agricole, i gruppi di
cacciatori-raccoglitori videro il loro numero diminuire drasticamente.

I gruppi di cacciatori-raccoglitori del passato presentano svariate differenze se paragonati ai pochi gruppi ancora
esistenti attualmente. I primi praticavano una caccia di grossa taglia, che permetteva loro non solo di procurarsi una
abbondante riserva di nutrimento ma anche di utilizzare le parti delle prede per fabbricare utensili o indumenti per
proteggersi dalle condizioni ambientali avverse. Inoltre, i gruppi di cacciatori-raccoglitori del passato erano sedentari e
vivevano raccolti in grandi gruppi di varie centinaia di individui. Attualmente tali gruppi sono invece nomadi, formati
da un numero esiguo di membri praticanti una caccia di piccola taglia.

Caratteristiche delle società acquisitive

All'interno delle società acquisitive l'uomo si adegua alla natura circostante, sfruttandone le risorse senza attuare alcuna
modificazione sull'ambiente. Il rendimento del lavoro umano all'interno delle società acquisitive è immediato e secondo
alcuni antropologi tale aspetto determinerebbe alcune caratteristiche principali, proprie appunto di tali forme di
aggregazione umana.

• Nomadismo – siccome la natura e l'ambiente circostante hanno bisogno di periodi di tempo prolungati al fine di
rigenerarsi, i gruppi umani hanno adottato uno stile di vita mobile, nomade poiché spostandosi sono in grado di
procurarsi le risorse ed il nutrimento utili alla sopravvivenza;

• Piccoli gruppi umani (bande o orde) – le risorse ambientali risultano limitate e ciò spinge gli individui ad
aggregarsi in piccoli gruppi;

• Società egalitarie – non vi è la possibilità di accumulare risorse poiché non vi è alcuna situazione di
sovrabbondanza. In questo modo nessun individuo è in grado di affermarsi sul resto del gruppo, producendo
una situazione di equilibrio e collaborazione tra i vari membri. Inoltre, non è presente alcuna diversificazione
del lavoro e le donne vengono coinvolte nelle attività lavorative, senza essere relegate all'ambiente domestico.
Ciò non significa però che all'interno delle società acquisitive non vi sia alcuna forma di differenziazione
sociale. Esistono infatti individui che si distinguono dal resto del gruppo grazie a particolari abilità: maestria
nella caccia, nella pesca, nel confezionamento di manufatti, capacità di comunicare con gli spiriti e conoscenza
approfondita della natura;

Le condizioni generali di vita delle società acquisitive fanno si che i modelli culturali siano estremamente instabili e non
trasmissibili poiché variano in maniera continua. Le bande studiate nel corso del tempo dagli antropologi presentano
composizioni estremamente diversificate a causa della scarsa rigidità dei confini tra varie bande, dei continui
spostamenti di individui tra i diversi gruppi (fenomeno che in antropologia prende il nome di flusso) e della mancanza
di confini netti e regolamentazioni.

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Le società acquisitive oggi: residui del passato o moderni marginali?

Studiare le odierne società acquisitive può sicuramente illuminare gli antropologi su alcuni aspetti delle società
acquisitive del passato ma affermare che le società odierne siano relitti del passato sarebbe estremamente errato poiché
esse presentano notevoli differenze.

I cacciatori-raccoglitori odierni intrattengono vivaci rapporti con la realtà economica, politica, sociale ed
amministrativa, poiché inseriti in contesti di massiccia globalizzazione e interrelazione tra i diversi popoli umani.
Alcuni antropologi sono arrivati a sostenere che i contesti delle società acquisitive odierne non sopravviverebbero
affatto senza contatti con le società fondate su altre forme di adattamento.

FORME STORICHE DI ADATTAMENTO – COLTIVATORI E PASTORI

Orticoltori e contadini

Le società acquisitive costituirono la forma di adattamento dominante per un lungo periodo ma la domesticazione di
specie vegetali portò grandi innovazioni nelle condizioni di vita, nelle gerarchie sociali e politiche: la rivoluzione
agricola apportò miglioramenti e sviluppi in molti ambiti della vita quotidiana.

Sino alla metà del XX secolo, la maggior parte della popolazione mondiale era costituita da agricoltori ed orticoltori. A
causa delle differenti modalità di produzione e dei diversi effetti che tali fenomeni ebbero sulla diversificazione del
lavoro all'interno delle società, gli antropologi tendono a considerare ed analizzare i due fenomeni in maniera separata.
Agricoltura e orticultura si fondano sullo sullo sfruttamento di piante addomesticate e ciò implica un investimento
lavorativo nel processo di produzione. Contrariamente a ciò che accadeva all'interno delle società acquisitive, dove il
lavoro era un'attività a rendimento immediato, nelle società agricole il lavoro si presenta come un'attività a rendimento
differito.

Come accennato in precedenza, orticoltura e agricoltura richiedono procedimenti diversi ed hanno diversi effetti sulle
società all'interno delle quali vengono praticate. L'orticoltura non richiede preparazioni particolari del terreno ed i
prodotti coltivati utilizzando questa tecnica hanno tempi di maturazione relativamente brevi, perciò il rifornimento di
cibo è abbastanza rapido. Le società che basano la loro sussistenza su forme di orticultura presentano un'organizzazione
egalitaria ma estremamente differenziata rispetto a quella adottata all'interno delle società acquisitive. Per quanto
riguarda l'agricoltura invece, la situazione è più complessa: i prodotti agricoli hanno bisogno di una preparazione più
accurata del terreno, la loro maturazione avviene in tempi molto più lunghi e divisi in fasi differite perciò gli agricoltori
devono necessariamente procurarsi scorte di cibo per far fronte ai periodi in cui i campi sono inattivi. Secondo alcuni
antropologi, proprio tale necessità di accumulazione ha favorito la nascita di strutture politiche e sociali autoritarie,
gerarchizzate e lo sviluppo di centri urbani dove le forme di lavoro risultano fortemente diversificate.

Le società agricole inserite all'interno di società più ampie, comprendenti insediamenti urbani e politicamente
centralizzate, prendono il nome di società agricole. Nel corso dei secoli, il rapporto tra il mondo contadino, fonte di
produzione e sostentamento, e quello urbano, sede del potere politico, amministrativo e militare è stato teso e
conflittuale. La rivoluzione urbana e la nascita degli Stati moderni sono fenomeni che non avrebbero potuto verificarsi
senza il sostegno delle comunità agricole delle periferie: queste sin dai tempi più remoti hanno fornito risorse alimentari
e forza-lavoro, elementi estremamente importanti soprattutto nel corso dell'Ottocento, in seguito alla Rivoluzione
Industriale.

Popoli pastori e comunità peripatetiche

Così come l'agricoltura, anche la pastorizia rappresenta un elemento del fondamentale passaggio da un'economia di
caccia e raccolta ad un'economia di produzione vera e propria. Anche la pastorizia rappresenta un'attività il cui
rendimento è differito poiché essa necessita di tempi di svolgimento relativamente lunghi e del lavoro umano.

Secondo gli studiosi, l'addomesticamento di vegetali e di animali sarebbe avvenuto più o meno contemporaneamente.
La pastorizia, in particolare, nacque in Medio Oriente ma di diversificò in maniera molti disparata in ogni parte del
globo. Una particolare forma di pastorizia, ovvero la pastorizia nomade, può essere considerata una forma di lavoro
iperspecializzata poiché risulta essere incompatibile con altri modelli di adattamento, come ad esempio quelli che
richiedono e concepiscono attività che necessitano di uno stile di vita sedentario.

All'interno del panorama nomade si collocano anche le comunità peripatetiche, ovvero in movimento, senza fissa
dimora. Dentro tale categoria vengono inseriti gruppi presenti in Europa sin dal Medioevo, come ad esempio i Rom o i
Sinti. Con il tempo tali comunità sono state emarginate e costrette a vivere in situazioni precarie, spesso ai margini della
società. I pregiudizi della società nei confronti di tali gruppi hanno portato a discriminazioni e forme di razzismo,
espresse in azioni violente ed azioni di intolleranza sociale.

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PARTE TERZA – COMUNICAZIONE E CONOSCENZA

ORALITÀ E SCRITTURA

Comunicazione orale e comunicazione scritta

La scrittura fece la sua comparsa nell'area mesopotamica, attorno al III millennio a.C. Essa si sviluppò a partire da
sistemi di calcolo: con il passare del tempo gli oggetti utilizzati per contare vennero sostituiti con segni differenziati,
aventi l'uno un significato diverso e specifico rispetto all'altro.

Al giorno d'oggi non esiste società che ignori completamente la scrittura, anche se la maggior parte del processo
comunicativo avviene in forma orale. Proprio per questa ragione non è possibile rendersi conto di quanto la scrittura
influenzi la comunicazione orale: questa è infatti dettata da un pensiero che si fonda sulla interiorizzazione della
scrittura stessa. Le menti degli individui facenti parte di un sistema altamente scolarizzato hanno interiorizzato a tal
punto la scrittura che non possono pensare una parola senza immaginarla nella sua forma scritta. Le culture all'interno
delle quali la scrittura è largamente diffusa vengono soprannominate culture a oralità ristretta, mentre le culture dove
manca totalmente la conoscenza di una qualsiasi forma di scrittura, indipendentemente dal loro grado di complessità,
vengono dette culture ad oralità primaria: attualmente non esistono società ad oralità primaria.

Lo studio della comunicazione orale è estremamente importante poiché è un'importante espressione dei modi di
pensare, dei modelli di pensiero presenti in una determinata società. All'interno delle società dove la scrittura
rappresenta una forma di comunicazione marginale, la comunicazione orale avviene tramite modelli, formule statiche e
prestabilite, in modo che la trasmissione venga facilitata.

Regresso all'oralità nelle società ricche e postindustriali – un gruppo di sociologi ha dimostrato come il linguaggio
televisivo ed alcune forme di comunicazione per immagini (sms, fumetti, cinema..) abbiano causato un impoverimento
della ricchezza lessicale e delle conoscenze linguistiche in determinate fasce sociali e d'età.

Parola, corpo e percezione del mondo

Nelle culture dove la comunicazione avviene quasi esclusivamente in forma orale, l'efficacia delle parole è direttamente
legata al momento in cui queste vengono pronunciate. Per questo motivo, spesso per enfatizzare i discorsi vengono
utilizzati gesti o tonalità di voce particolare: talvolta, in questo tipo di società, alcuni discorsi richiedono una gestualità
ed una tonalità vocale ben precisi, affinché la comunicazione ed il messaggio passino più velocemente. Michel Jousse,
grande studioso di lingue e culture semitiche, definisce questo tipo di società come verbomotorie, per indicare il legame
molto forte vigente tra comunicazione orale, gestualità e respirazione.

Nelle culture orali le parole si caricano di un potere causativo molto forte: nel caso ad esempio di formule magiche,
racconti e miti le parole dette rappresentano quasi un'azione compiuta.

Scrittura, oralità, memoria

Una delle più importanti differenze tra culture orali e culture con la scrittura riguarda la conservazione della memoria, e
quindi la trasmissione del sapere. All'interno delle culture orali il sapere e la memoria vengono trasmessi attraverso
modelli mnemonici fissi, statici in modo che possano giungere alla memoria in maniera semplice e veloce. In tali
società vi è una forte selettività all'interno della memoria: le informazioni inutili al presente vengono eliminate e
solamente ciò che è considerato estremamente importante continua ad essere trasmesso (effetti omeostatici, eliminare
tutto ciò che non ha utilità diretta o collegamenti con il presente). Nelle culture provviste di complessi sistemi di
scrittura, pur essendo presente una forma di selettività, le informazioni e gli eventi vengono conservati in quantità
maggiori, poiché si dispone dei mezzi per compiere tale operazione.

Oralità ed esperienza

All'interno delle società a oralità diffusa la dimensione dell'esperienza acquisisce un ruolo fondamentale: il pensiero
fondato sulla comunicazione orale ha un carattere concreto e senza l'esperienza il significato stesso della parola
pronunciata verrebbe meno. L'esperienza è un dato cruciale per l'individuazione di un oggetto e per la sua comprensione
attraverso la riconduzione a categorie già note (psicologo Alexander R. Luria). Luria, attraverso i suoi esperimenti,
dimostrò che la mente non opera secondo schemi sillogistici: essi furono la dimostrazione del fatto che le culture orali
non pensano ad oggetti ed eventi su basi teoriche, poiché l'esperienza gioca un ruolo fondamentale all'interno del
processo di riconoscimento ed archiviazione.

I soggetti che hanno interiorizzato la scrittura, ovvero coloro facenti parte di culture a oralità ristretta, pensano in modo
tendenzialmente differente da coloro che basano la maggior parte della comunicazione su base orale. La scrittura,

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inoltre, consente l'acquisizione di un pensiero più ampio di quello legato all'oralità: la scrittura permette di entrare in
contatto con sfaccettature, differenti punti di vista e di elaborare nuove preposizioni a partire da quelle esistenti. Ciò non
succede all'interno della comunicazione prettamente orale poiché è più legata ad una dimensione quotidiana,
semplicistica.

Scrittura e identità del mondo globale

La diffusione della scolarizzazione e della cultura a livello globale ha avuto un impatto enorme. Attualmente le culture
ad oralità primaria sono praticamente inesistenti e, anche le culture in possesso di scrittura che non ne avevano fatto mai
uso, si sono ritrovate nella necessità di modificare tale atteggiamento. Ciò è stato reso necessario dalla volontà di
difendere le proprie radici, di evitare che queste venissero disperse, per promulgare e definire la propria identità in
contesti sempre più eterogenei e variegati.

I media, la cultura e la nuova immaginazione globale

A partire dagli anni Settanta, i media hanno conosciuto una rapida ed invasiva espansione mondiale: la televisione,
giunta in maniera repentina all'interno della realtà della maggior parte degli individui, rappresenta in particolare il
simbolo della presenza pervasiva dei media all'interno dell'esperienza umana quotidiana. La televisione, ed i fenomeni
ad essa collegati, sono interessanti agli occhi degli antropologi poiché costituiscono un mezzo culturalmente influente. I
media infatti, suggerendo valori morali, politici, religiosi, canoni, comportamenti, possono essere considerati a loro
volta produttori di cultura: essi sono fortemente attivi all'interno del processo di costruzione e modificazione della
cultura.

La diffusione della televisione e l'intenso e rapido spostamento di esseri umani spiegano la nascita, all'interno dell'epoca
contemporanea, di quella che viene definita immaginazione da spostamento. Appadurai ha evidenziato come questa
nuova forma di immaginazione non costituisca più una fuga dalla realtà ma che, al contrario, sia entrata
definitivamente all'interno del quotidiano stesso, orientandolo. L'immaginazione messa in modo dai mass media ha fatto
si che si creassero nuove comunità di sentimento, ovvero sodalizi virtuali ed immaginati che costituiscono le nuove
sfere pubbliche. Grazie ai mass media le sfere pubbliche hanno moltiplicato in maniera esponenziale in loro numero ma
ciò può essere visto come fattore di sconforto poiché all'interno di tali spazi non vi è alcuna forma di comunicazione
diretta, di esperienza comune.

La televisione, ed in generale le informazioni circolanti, forniscono un ritratto delle varie comunità del mondo.
L'antropologia ha sviluppato un interesse per tale fenomeno poiché i modi di relazionarsi tra e culture hanno assunto
una nuova forma: accedendo a internet o accendendo la televisione ogni individuo è in grado di reperire informazioni
riguardanti qualsiasi cultura e farsi un'idea di quest'ultima. I mass media hanno cambiato il modo in cui le varie culture
si rapportano l'una con l'altra, la visione fornita è costruita dai media.

PERCEZIONE E COGNIZIONE

Pensiero concreto e pensiero astratto

Il grande antropologo francese Claude Lévi-Strauss, in un'opera dedicata alle differenze tra il pensiero moderno e
quello delle società considerate primitive, mise in evidenza il fatto che il pensiero di queste ultime non era affatto privo
di speculazione teoretica e riflessiva. La differenza principale che venne identificata fu quella che il pensiero e le
capacità esercitate da tali popolazioni non si soffermavano su problematiche logico-formali ma si concentravano
piuttosto su contesti di esperienza – Scienza del concreto.

La percezione del mondo fisico e gli stili cognitivi

La percezione del mondo circostante coincide con i modelli attraverso i quali un individuo immagazzina le
informazioni di natura prevalentemente sensoriale. Nonostante gli individui avvertano la realtà attraverso i sensi, la
percezione del mondo fisico può risultare differente nei vari soggetti coinvolti: a questo proposito lo psicologo Lev
Vygotskij distinse i processi cognitivi elementari dai sistemi cognitivi funzionali.

I processi cognitivi elementari sono capacità universalmente presenti ed identiche in tutti gli esseri umani considerati
normali, ovvero non affetti da patologie o disturbi specifici. Tali processi sono:

• astrazione – capacità di fissarsi su un aspetto di un complesso di elementi;


• categorizzazione – capacità di raggruppare gli elementi in gruppi o classi;
• induzione – dallo specifico al generale;
• deduzione – dal generale allo specifico;

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I sistemi cognitivi funzionali sono il prodotto del contesto culturale entro cui il soggetto si muove, applicando i processi
cognitivi elementari. Essi possono essere definiti come strategie di organizzazione dei processi cognitivi in funzione
della risoluzione di particolari problemi che cambiano a seconda del contesto culturale nel quale l'individuo è immerso.
I sistemi cognitivi funzionali non solo variano da un contesto culturale all'altro, ma variano anche da soggetto a
soggetto all'interno della stessa cultura, a seconda di una moltitudine di fattori che incidono e condizionano in qualche
modo la vita dell'individuo.

Gli individui hanno diversi metodi attraverso i quali rapportarsi al mondo in maniera cognitiva. Gli antropologi hanno
coniato il termine stile cognitivo per delineare i diversi modi con cui gli esseri umani provenienti da contesti culturali
differenti su rapportano al mondo sul piano cognitivo. In linea di massima, esistono due estremi tra cui può oscillare
uno stile cognitivo: lo stile cognitivo globale e lo stile cognitivo articolato. Lo stile cognitivo globale è caratterizzato da
una disposizione cognitiva che parte dalla totalità del fenomeno considerato per giungere solo successivamente alla
particolarità degli elementi di cui si compone (dal generale allo specifico, metodo deduttivo). Lo stile cognitivo
articolato è caratterizzato invece dalla tendenza a considerare prima i singoli elementi per poi risalire alla totalità del
fenomeno (dallo specifico al generale, metodo induttivo). Ogni essere umano può agire attuando entrambi gli stili
cognitivi, a seconda della situazione cui si trova dover far fronte.

L'etnoscienza

L'etnoscienza è lo studio di come le differenti culture organizzano le loro conoscenze del mondo naturale. Tutte le
culture infatti possiedono una conoscenza, più o meno sviluppata, dell'ambiente naturale circostante basata
sull'esperienza e sull'osservazione. Sebbene tali conoscenze non siano paragonabili a quelle elaborate dalla scienza
moderna, esse non si presentano come casuali e frammentare ma possiedono gradi di sistematicità spesso complessi.

Le classificazioni del mondo naturale non sono il semplice riflesso sulla nostra mente di una realtà esterna che cogliamo
in maniera oggettiva, tali classificazioni sono in larga misura il prodotto dei principi d'organizzazione che stanno dalla
parte del soggetto che classifica. Le classificazione possiedono quindi un carattere culturale poiché sono fortemente
influenzate dalle categorie di classificazione dell'individuo.

Dai prototipi agli schemi

I prototipi sono un modo di organizzare la percezione del mondo circostante, essi individuano particolari aspetti della
realtà ma non sono in grado di porre concretamente in essere la realtà. Sono invece gli schemi che permettono di
individuare e ordinare la realtà. Nel definire il concetto di realtà, gli antropologi e gli psicologi cognitivi hanno ripreso il
termine schema dal filosofo Immanuel Kant che, all'interno dell'opera Critica della ragion pura (1871), definiva così
il concetto: lo schema rappresenta le regole concettuali grazie alle quali la nostra immaginazione, in relazione al
concetto di un oggetto, è messa in grado di delineare in generale la forma di un oggetto, senza chiudersi dentro una
rappresentazione particolare offerta dall'esperienza o in una qualsiasi immagine che l'individuo possa rappresentarsi
in concreto. Lo schema è la possibilità che un individuo possiede di pensare ad un determinato concetto.

L'attività schematica è una proprietà universale della mente umana, ma questa è anche culturalmente orientata. Essa è
infatti un modo di organizzare una serie di atti d'esperienza, perciò non può in nessun modo essere libera dal
condizionamento culturale esercitato da un determinato complesso.

La terminologia del colore. Universalismo percettivo e determinazione socio-culturale

Alla fine degli anni Sessanta due antropologi americani, Brent Berlin e Paul Kay, misero a confronto le terminologie
dei colori in ventisei lingue differenti, individuando che il numero di termini presente in esse variava da un minimo di
due ad un massimo di undici (bianco, nero, verde, giallo, blu, marrone, porpora, rosa, arancione, grigio), a seconda del
contesto culturale preso in considerazione. Tali termini di base costituiscono i fenomeni di percezione del colore così
come appare, senza bisogno di definizioni e determinazioni. Sulla base delle loro ricerche, i due antropologi sono giunti
a tre conclusioni:

1. Esistono, per tutti gli esseri umani, undici categorie percettive basilari del colore che servono come riferimenti
psicofisici dei termini di colore di base in tutte le lingue. Tutti gli esseri umani sono quindi in grado di
percepire le differenze tra i colori ma spesso tali vengono espresse con terminologia diversa oppure ricondotti
ad altre categorie cromatiche;

2. La terminologia cromatica di base si sviluppa secondo una linea precisa. I termini di partenza, all'interno dei
sistemi terminologici più semplici, risultano essere sempre gli stessi. Man mano che il sistema terminologico
diviene più complesso, i termini crescono in numero ma si sviluppano seguendo una linea comune ad ogni
contesto;

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3. Il numero dei termini di base impiegati da una lingua è in relazione alla complessità culturale e tecnologica
della cultura in questione. Più semplice sarà una società, più il suo vocabolario cromatico sarà povero mentre,
al contrario, più una cultura è complessa, più il numero dei termini cromatici di base aumenta (fino ad un
massimo di undici);

Berlin e Kay non presero in considerazione i fattori culturali che entrano a costruire la percezione del mondo fisico. Le
critiche mosse al lavoro dei due antropologi americani vennero infatti da coloro che ritengono che il sistema percettivo
di una determinata popolazione sia influenzato in maniera decisiva da fattori culturali. Infatti, i colori rivestono molto
spesso significati differenti all'interno di diversi sistemi culturali e, altrettanto spesso, essi sono caricati di significati
simbolici, da gusti personali e da influenze generali.

TEMPO E SPAZIO

Due categorie del pensiero umano

La trasformazione delle cose e di sé è sperimentata dagli umani sotto forma di ciò che viene chiamato tempo; in
riferimento al posizionamento del corpo e delle cose rispetto ad altri corpi ed altre cose, gli umani percepiscono ciò che
prende il nome di spazio. Spazio e tempo sono inestricabilmente connessi all'interno del pensiero umano. Come mise in
evidenza Immanuel Kant alla fine del XVIII secolo, tempo e spazio costituiscono due intuizioni a priori. La
percezione del tempo e dello spazio è la funzione primaria della mente umana: sarebbe impossibile pensare a qualcosa
fuori dal tempo e dallo spazio e l'intelletto, in mancanza di tali categorie, non sarebbe in grado di dare forma al
pensiero.

Tuttavia, nonostante le categorie di tempo e spazio siano universali, i modi attraverso i quali esse vengono percepite
variano da un contesto culturale all'altro. In un celebre studio, Marcel Mauss ed Émile Durkheim definirono le
categorie di spazio e tempo come istituzioni sociali: secondo i due antropologi infatti lo stile di pensiero prevalente
all'interno di una società sarebbe in grado di determinare le valenze simboliche, affettive, percettive che il tempo e le
spazio assumono in quel determinato contesto culturale.

Idee di tempo

Nel 1920, lo studioso svedese Martin P. Nilsson pubblicò un'opera che influenzò molto la ricerca antropologica.
Secondo Nilsson, nelle società primitive il tempo sarebbe concepito in maniera puntiforme. Ciò significa che i
riferimenti temporali all'interno di queste società non sono frazioni di un flusso temporale omogeneo ma piuttosto si
basano su riferimenti naturali, sociali oppure a stati fisiologici. L'idea che il tempo sia un'entità uniforme, misurabile e
frazionabile infatti non è condivisa universalmente: le rappresentazioni temporali variano a seconda del contesto
culturale che viene preso in esame.

L'idea di tempo è un concetto estremamente variabile ed all'interno delle società prive della visione strutturata del
tempo, ovvero nelle società prive di pensiero cronometrico, i sistemi di misurazione del tempo variano in maniera
significativa. Essi si basano infatti su ricorrenze, fenomeni atmosferici, festività, avvenimenti, ecc..

Rappresentazioni dello spazio

Lo spazio non indica necessariamente lo spazio astratto della geometria: esso riveste spesso valenze qualificative ed è
caricato di significati che lo rendono importante per gli esseri umani. Molto spesso esso viene visto come l'elemento
centrale per la memoria di un determinato gruppo. La disposizione degli oggetti e degli esseri umani all'interno dello
spazio assume valenze differenti a seconda del contesto culturale in cui si agisce infatti, tali elementi possono avere
un'ampia gamma di significati.

Per essere vissuto, lo spazio deve essere in qualche modo addomesticato: entrare in rapporto con l'ambiente significa
instaurare un rapporto con la dimensione circostante. Lo spazio, all'interno delle culture umane, rappresenta un
elemento fondamentale in quanto può fungere da luogo sicuro, da punto di riferimento.

La correlazione tra tempo e spazio

Le differenze culturali tra i modi di percepire, rappresentare e organizzare il tempo e lo spazio sono state motivo di
dibattiti e ricerche nel corso della storia: a tali temi si sono dedicati molti studiosi, provenienti da diverse discipline.
Partendo dalle conclusioni delle ricerche di Nilsson riguardanti la concezione del tempo puntiforme all'interno delle
società primitive, l'antropologo britannico Christopher Hallpike sviluppò la distinzione tra tempo operatorio e
concezione preparatoria del processo temporale. Egli ricondusse tali concezioni della temporalità alla distinzione
stabilita da Piaget tra pensiero operatorio e pensiero preoperatorio. Secondo Piaget il pensiero operatorio mette in
relazione spazio e tempo, considerandoli due variabili dipendenti. Il pensiero preoperatorio manca invece di tale

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coordinazione e non stabilisce alcun tipo di rapporto tra durata, successione e simultaneità. Secondo Hallpike, il
pensiero preoperatorio è tipico delle società dove manca una concezione lineare e misurabile del tempo: tale ipotesi è
stata però messa in discussione, in particolare dall'antropologo Gregory Forth.

PARTE QUARTA – SISTEMI DI PENSIERO

SISTEMI CHIUSI E SISTEMI APERTI

La ricerca della coerenza e lo studio delle cosmologie

Nel 1935, l'antropologo francese Marcel Griaule e la sua équipe, intrapresero lo studio della popolazione dei Dogon,
collocata nell'attuale Mali. Griaule si concentrò in particolare sulla cosmologia di tale popolazione, pubblicando l'opera
Dio d'acqua (1968). Dopo la pubblicazione di tale scritto, gli antropologi cominciarono ad interessarsi ai sistemi di
pensiero di varie popolazioni, fino a quel momento considerate poco inclini al ragionamento speculativo. Da tali
ricerche emerse che molte culture presentavano un sistema complesso e quanto più coerente che riguardava la visione
del mondo umano e naturale.

I sistemi di pensiero, nome attribuito alle cosmologie, trattano di elementi ed argomenti tra i più disparati: essi variano
dalle rappresentazioni di spazio e tempo, passando per le concezioni magiche, religiose, arrivando a toccare anche il
rapporto tra i sessi, la malattia e la causalità.

Differenze e somiglianze

A metà degli anni Sessanta, l'antropologo inglese Robin Horton mise a confronto quelli che gli stesso chiamò sistemi
di pensiero tradizionali africani con il pensiero scientifico moderno sviluppatosi in Europa. Secondo Horton, tali
sistemi di pensiero presentavano sicuramente molte differenze ma, dal suo punto di vista, erano presenti anche punti di
contatto che però rimanevano oscurati poiché era solito accostarsi ai sistemi di pensiero africani con un occhio
scientifico, tipicamente occidentale. Horton riteneva che i due sistemi di pensiero fossero correlabili poiché entrambi
erano basati sulla ricerca di una spiegazione attraverso la quale illustrare il mondo.

Secondo Horton, spiegare significa:

• Oltrepassare il senso comune (fermo alle apparenze), nonché la diversità dei fenomeni, per ricercare l'unità dei
principi e delle cause;

• Semplificare al di là della complessità dei fenomeni e superare l'apparente disordine per trovare un principio
d'ordine del mondo;

• Cogliere la dimensione della regolarità al di là dell'anomalia della causa dei fenomeni;

I sistemi di pensiero africano utilizzerebbero quindi i concetti di spirito, divinità e religiosità per far fronte a tali
fenomeni mentre il pensiero occidentale si concentrerebbe sulle forze fisiche e sulle spiegazioni razionali per perseguire
lo stesso scopo: quello di ordinare il reale e dare una spiegazione del modo in cui questo fluisce. Ciò che Horton vuole
dimostrare è che, nonostante le differenze con cui gli individui approcciano la realtà e la interpretano, lo scopo che vi è
dietro è lo stesso. Gli occidentali tendono a considerare i sistemi di pensiero differenti come errati, poiché basati su
concezioni e preposizioni sbagliati dal punto di vista logico-causale.

L'uso delle analogie esplicative: malattia e relazioni sociali

Il pensiero umano è incline, per natura, a sviluppare analogie esplicative: si tratta di correlazioni, collegamenti tra un
determinato fenomeno ed il mondo e gli oggetti circostanti, al fine di ricercare la causa scatenante. Nell'ambito della
malattia, le analogie esplicative sono utilizzate da molte culture, anche se in modo differente. Ad esempio, per molti
popoli è possibile stabilire una relazione causale tra tensioni e disagi nelle relazioni interpersonali e sociali e malattie e
sventure.

Agli occhi di un osservatore occidentale questo parrebbe totalmente estraneo ma in realtà anche la medicina occidentale
ha cominciato a prendere in considerazione il rapporto tra particolari stati psicologici e insorgenza di alcune malattie
fisiche. È stato osservato che il pensiero occidentale tende a rivolgersi alle cose, agli oggetti per costruire le proprie
analogie esplicative mentre altri sistemi privilegiano il mondo sociale: tale differenza è alla base delle incomprensioni
tra i vari sistemi poiché l'occidentale ritiene che non sia possibile abbandonare i riferimenti empirici per eccellenza,
ovvero le cose.

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Chiusura e apertura dei sistemi di pensiero

È possibile affermare che i sistemi di pensiero chiusi siano per la maggior parte tradizionali e presenti in culture ad
oralità primaria, mentre i sistemi basati su concetti di natura scientifica siano sistemi di pensiero aperti. L'apertura di
pensiero di un dato sistema è misurabile in base alla varietà di conoscenza delle possibilità e delle alternative possibili
per spiegare la realtà: in una cultura ad oralità primaria infatti è possibile che la varietà delle alternative conosciute sia
minore rispetto alla possibilità presente in una società ad oralità ridotta, dove la scrittura fornisce un elemento di
confronto molto valido ed ampio.

PENSIERO METAFORICO E PENSIERO MAGICO

Le credenze apparentemente irrazionali e il pensiero metaforico

Spesso, all'interno dei diversi contesti culturali, vengono utilizzate espressioni metaforiche volte ad enfatizzare alcuni
aspetti dell'immaginario comune. Secondo la visione prevalentemente occidentale però, i popoli considerati primitivi
che fanno uso del pensiero metaforico, sono considerati irrazionali: essi infatti sono considerati incapaci di distinguere
tra dimensione metaforica e visione reale ed oggettiva. Secondo gli osservatori essi utilizzano le espressioni metaforiche
in maniera inconsapevole, scambiandole per realtà e perciò le loro concezioni sarebbero di conseguenza
apparentemente irrazionali. L'antropologo Roger Keesing per primo riconobbe che tali popoli erano effettivamente
coscienti del fatto che stessero utilizzando una forma di pensiero metaforico, così come gli osservatori occidentali.

La magia e le sue interpretazioni

Per magia si intende un insieme di gesti, atti e formule (scritte o orali) mediante i quali si vuole influire in qualche
maniera sul corso degli eventi e sulla natura delle cose. Un atto magico è un'azione compita da un soggetto intenzionato
ad influire in modo positivo o negativo su qualcosa o qualcuno: in particolare, per magia nera si intende un intervento
negativo e volto a danneggiare il soggetto o l'oggetto a cui si rivolge mentre la magia bianca, o curativa, ha effetti
benefici e positivi.

I primi antropologi adottarono un atteggiamento inizialmente negativo nei confronti della magia: essi infatti la
considerarono sia come una clamorosa mancanza di senso logico, tipica delle società primitive e sottosviluppate che
come una maniera sbagliata con cui l'uomo selvaggio cercava di approcciarsi alla natura circostante. James Frazer,
nella sua importante opera Il ramo d'oro (1890), distinse due tipologie fondamentali di magia: la magia contagiosa e la
magia imitativa. La magia imitativa si fonderebbe sull'idea che imitando la natura la si sarebbe potuta controllare
mentre la magia contagiosa poggia sulla credenza che due oggetti, dopo essere stati in contatto, una volta allontanati
avrebbero potuto agire l'uno sull'altro.

Secondo Frazer, ed in generale secondo gli antropologi a lui contemporanei, vi è uno stretto legame tra magia, religione
e scienze: essi sarebbero uniti dall'eterna propensione dell'essere umano a cercare un'origine ed una spiegazione del
mondo circostante. Tra i tre elementi esisterebbe una gerarchia, sviluppatasi di pari passo con l'evoluzione intellettuale.
La magia rappresenta la forma più ingenua e primitiva di approcciarsi alla natura. Successivamente, vedendo che la
magia risultava inutile, l'essere umano si sarebbe affidato ad esseri sovrannaturali e divinità. Appurando che anche tale
ambito risultava inconcludente, finalmente l'uomo sarebbe approdato alla scienza, unico modo razionale ed efficace per
leggere la realtà.

Una visione completamente diversa del fenomeno magico venne elaborata attorno agli anni trenta da Bronislaw
Malinowski in seguito alla sua esperienza presso le isole Trobriand. Egli sostenne una radicale differenza tra magia,
religione e scienza. La religione infatti non era un mezzo per spiegare l'origine dei fenomeni, come sostenne Frazer, ma
era un mezzo con il quale procurarsi risposte e rassicurazioni ai grandi misteri che affliggono l'uomo. Per quanto
riguarda la scienza, secondo Malinowski, essa è presente in maniera molto ridotta presso le società primitive, in quanto
sprovviste di alcuna forma di tecnologia. La magia infine, avrebbe per Malinowski una finalità pratica: essa sarebbe
utile per alleviare gli stati di ansia, per propiziare la buona riuscita delle azioni quotidiane. La magia consisterebbe in
una serie di atti sostitutivi.

Magia e presenza

Ernesto De Martino, etnologo attivo a metà del Novecento, elaborò un'originale interpretazione del pensiero magico.
Secondo De Martino la magia può essere compresa solamente in relazione al concetto di presenza. La presenza a cui De
Martino fa riferimento è una condizione che l'essere umano non cessa di immaginare e costruire per sottrarsi all'idea,
estremamente angosciosa, di non esserci. La presenza può essere vista come la volontà di esserci di fronte al rischio di
non esserci. La crisi della presenza di cui parta De Martino è particolarmente angosciante poiché una volta conquistata
la consapevolezza di esserci, questa può in qualsiasi momento essere messa in discussione da una crisi collettiva o
individuale, facendo vacillare ogni certezza. Secondo tale ottica, la magia sarebbe il primo tentativo dell'uomo di

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affermare la propria presenza nel mondo. De Martino specifica che il concetto di crisi della presenza sarebbe
particolarmente applicabile al mondo subalterno, ovvero quella dimensione che non avendo ancora preso coscienza
della propria identità lega l'affermazione della propria presenza nel mondo ad atti primitivi, come può essere la magia.

IL PENSIERO MITICO

Caratteristiche e protagonisti del racconto mitico

I miti fanno spesso riferimento ad eventi che avrebbero dato origine al mondo e all'aspetto che quest'ultimo possiede
attualmente. In passato alcuni studiosi hanno considerato i miti come un modo inesatto e primitivo di spiegare e
ricostruire gli eventi storici e i fatti realmente accaduti. I miti possono differenziarsi, in base all'argomento di cui
trattano, in alcune categorie principali:

• Cosmogonie, ovvero miti sulla creazione del mondo, teorie sulla nascita dell'universo;
• Teogonie, ovvero racconti di lotte tra divinità o spiriti dal cui esito sarebbero dipese le sorti del mondo e
dell'umanità;
• Vicende accadute in un passato senza tempo che giustificherebbero lo stato delle relazioni tra gli uomini e le
divinità, tra gli esseri umani e gli umani, tra gli esseri umani stessi oppure tra i sessi;

Il racconto mitologico ignora il tempo e lo spazio: le azioni dei personaggi infatti ignorano la successione temporale ed
in genere gli eventi si susseguono senza alcuna causalità o cronologia. I protagonisti dei miti agiscono in luoghi
immaginari o totalmente inaccessibili alla maggior parte degli esseri umani. Il mito in generale produce
un'antropomorfizzazione della natura poiché ad animali, piante o oggetti sono attribuite caratteristiche prettamente
umane: linguaggio, sentimenti, emozioni. In alcuni casi il processo è inverso poiché agli esseri umani sono accostate
capacità tipiche degli animali come ad esempio la facoltà di volare o resistere per lungo tempo sott'acqua. In generale,
all'interno dei miti vi è un annullamento delle differenze tra regni, specie, mondo sensibile ed invisibile.

All'origini del mondo viene spesso descritta una situazione di equilibrio cosmico e di unità fra tutti gli esseri viventi:
dalla separazione degli elementi originari e dalla rottura dell'equilibrio originario prende forma il mondo, nelle
sembianze con cui si presenta attualmente. In tutte le aree del mondo tale equilibrio viene rotto dall'azione di un
personaggio particolare, chiamato trickster, ovvero imbroglione. Esso si presenta spesso sotto forma di animale con
sembianze umane: è furbo, ambiguo, bugiardo, incosciente, compie azioni contrarie all'etica ed alle disposizioni divine
e per questo motivo molto spesso viene punito. Il trickster, grazie alle sue azioni, plasma la realtà così da includere
contrapposizioni, ambiguità e negatività.

Le funzioni del mito

Il mito racchiude al suo interno diverse funzioni tra le quali quella pedagogica, sociologica, classificatoria, speculativa.
Le interpretazioni riguardo la funzione del mito sono state differenti, diverse a seconda degli antropologi che si sono
affiancati all'osservazione di tali fenomeni.

Secondo Malinowski, che deteneva una concezione pratico-operativa della cultura, la funzione primaria del mito è
quella di autorizzare determinate pratiche, giustificare l'ordine esistente delle cose. Il mito fungerebbe quindi da
modello morale e culturale, all'interno del quale la popolazione potrebbe leggere un codice di comportamento in grado
di regolare i rapporti tra gli individui.

L'antropologo inglese Alfred R. Redcliff-Brown, studiando e comparando i miti delle popolazioni dei nativi
nordamericani, giunse alla conclusione che tali racconti sono caratterizzati dall'opposizione di due concetti primari ed
originari: contrario ed opponente. Tale opposizione complementare esprimerebbe, secondo modalità sempre diverse,
l'opposizione dei gruppi che sono rivali ma strutturalmente uniti in una relazione funzionale. I miti dei nativi americani
cercherebbero quindi di interpretare la realtà e l'ordine attuale delle cose descrivendone gli aspetti contraddittori,
funzionali e complementari.

Il pensiero che pensa se stesso?

Claude Lévi-Strauss, nella seconda metà del Novecento, fornì un'interpretazione originale ed innovativa riguardante
l'interpretazione del mito. Secondo Lévi-Strauss il mito sarebbe un'attività speculativa, che egli tratta senza interessarsi
ai legami che esso intrattiene con l'ambiente sociale ed il contesto culturale.

Il mito va analizzato in termini di strutture, ovvero di mitemi (unità minime in cui può essere scomposto il racconto
mitologico). Tali strutture acquisiscono un significato rilevante solamente se accostate l'un l'altra: l'accostamento
determina quindi un elemento essenziale poiché definisce la logica complessiva del mito. I mitemi che ricorrono nei

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miti presentano notevoli somiglianze ma, a seconda del contesto culturale in cui questi vengono prodotti, assumono
significati e sono soggetti ad interpretazioni differenti.

Secondi Lévi-Strauss, il mito è un ambito speculativo in cui il pensiero umani non soffre delle costrizioni della realtà
sociale e materiale ed è libero di pensare ciò che nella realtà può esistere solamente all'interno della dimensione
immaginaria. Il mito appare quindi come un pensiero libero dai propri limiti, dalle proprie costrizioni.

Per quanto riguarda la funzione del mito, secondo Lévi-Strauss, il mito sarebbe chiamato a conciliare gli aspetti
contraddittori del mondo naturale e dell'esistenza umana che non possono essere mediati tramite alcuna esperienza
razionale: il mito risolverebbe quindi le contraddizioni e giustificherebbe, in parte, i fenomeni più inspiegabili.
All'interno del mito infatti, in maniera inconsapevole, si pone un problema intellettuale che nel corso della narrazione
cerca di essere risolto in maniera indiretta.

PARTE QUINTA – IL SÉ E L'ALTRO

IDENTITÀ, CORPI, PERSONE

I confini del sé e la rappresentazione dell'altro: identità/alterità

L'appartenenza ad un gruppo è resa possibile dalla condivisione, perlomeno parziale, di determinati modelli culturali
che permettono ad un individuo di sentirsi parte integrante di un gruppo, di un noi. L'idea di fare parte di un gruppo si
realizza inoltre attraverso comportamenti e rappresentazioni che portano alla chiusura dei confini con la realtà esterna,
ovvero con gli altri: appartenenza e distinzione rappresentano due concetti oppositori fondamentali del sentire umano.
Vivendo in contesti difficili e conflittuali, l'identità di un individuo e le certezze ad essa connesse vacillano: si sviluppa
così la retorica dell'identità, ovvero di acuisce il senso di distacco, di confine tra il sé e l'altro, tra noi e loro.

Corpi

Gli esseri umani hanno esperienza del mondo attraverso il corpo: esso è infatti una specie di mediatore con il quale
l'uomo entra in contatto con l'ambiente circostante. Il tipo di conoscenza effettuata attraverso il corpo può essere
definita conoscenza incorporata: secondo Bourdieu si tratta di un complesso di atteggiamenti psico-fisici attraverso il
quale gli esseri umani stanno al mondo.

Gli antropologi hanno definito la nozione di incorporazione come sinonimo di essere al mondo. Lo stare al mondo
attraverso il corpo è un comportamento culturalmente orientato ed oggetto di approfondimenti e ricerche sin dai tempi
più remoti. Secondo il filosofo francese Marcel Foucault, il corpo sarebbe culturalmente disciplinato poiché esso si
adegua in maniera indiscutibile ai modelli culturali in vigore. Le diverse società, in maniera variabile, cercano di
plasmare coloro che appartengono ad un determinato contesto, secondo il modello di umanità prevalente: tale processo
di costruzione dell'umano viene denominato da Francesco Remotti antropopoiesi.

• Corpo come veicolo privilegiato per manifestare la propria identità, sia dal punto di vista sociale che
individuale: è stato infatti affermato che il corpo è il luogo di messa in scena del sé;

• Corpo come concetto strettamente legato alla nozione di genere. Il corpo in determinate circostanze può essere
un mezzo di rivendicazione per sostenere discorsi identitari;

• Corpo come rappresentazione dei valori e delle disposizioni culturali;

Corpi sani e corpi malati

Il corpo, essendo spesso strumento di resistenza, è soggetto ad assorbire il disagio sociale, dando luogo a patologie di
vario tipo, dal carattere organico e psichico. In tale prospettiva, i concetti di salute e malattia assumono un significato
differente, a cui gli antropologi si sono avvicinati mantenendo un approccio relativista. Le concezioni malattia e di
salute infatti variano notevolmente a seconda di dove tali fenomeni vengono osservati: i significati attribuiti ed i metodi
di cura utilizzati variano da un contesto culturale all'altro. Le concezioni complesse del disagio psichico e fisico che
ogni cultura possiede prendono il nome di sistemi medici, ovvero sistemi fortemente orientati dalla cultura che cercano
di spiegare l'insorgenza dei disturbi patologici e curare le malattie che affliggono gli individui.

In molti contesti tribali la salute fisica e psichica sono strettamente legate all'armonia sociale del gruppo. In caso di
malattia di un membro è impensabile, per tali comunità, non compiere ricerche all'interno del gruppo stesso per scovare
tensioni che potrebbero potenzialmente essere la causa della patologia. La malattia viene letta come un segno di
tensione, disagio sociale che ha effetti potenziali sia sulla psiche che sul complesso fisico: il corpo rappresenta l'unità, la

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malattia non viene trattata come fenomeno a se stante ma viene continuamente posta in relazione all'ambiente sociale e
naturale circostanti. All'interno del contesto occidentale, tale visione è completamente estranea. Viene utilizzato al
contrario il paradigma biomedico: la malattia può avere solamente cause organiche e biologiche e l'unico modo per
trattarla e debellarla è attraverso la somministrazione di determinati farmaci e la conduzione di una terapia mirata alla
parte del corpo. In questo processo viene attuata la medicalizzazione del paziente: il corpo non è più il luogo della messa
in scena del se ma viene sradicato dalla dimensione personale, divenendo oggetto di esami, analisi razionali e
scientifiche e operazioni.

Persone e soggetti

Per bioetica si intende lo studio degli atteggiamenti e delle idee che sono implicite nei determinati modi di trattare il
corpo umano nella relazione con la sfera della persona, della dignità dell'individuo, della sua libertà, del suo diritto alla
vita: culture differenti possiedono infatti bioetiche differenti.

La nozione di individuo rimanda al singolo, in quanto unico esemplare diverso fa tutti gli altri mentre la nozione di
persona rinvia al modo in cui l'individuo entra il relazione con il mondo sociale di cui fa parte. Come riconobbe per
primo Marcel Griaule nel 1938, l'idea di un soggetto svincolato dal contesto culturale e sociale è astratta e tipicamente
occidentale: in altre culture, la dipendenza dell'individuo dalla società è esplicitamente riconosciuta. La nozione di
persona ha costituito un importante banco di ricerca per antropologi e studiosi delle varie discipline umanistiche: ciò
che è emerso è che la persona si presenta ovunque come un insieme di elementi costitutivi, di natura materiale quanto
spirituale, dotati di una certa capacità di integrazione. Il soggetto è pensato come un'entità fortemente coerente, in
relazione ai modelli culturali esistenti nel contesto di provenienza.

SESSO, GENERE, EMOZIONI

Il femminile e il maschile

Il confine identitario più netto presente in tutte le società umane è quello tra femminile e maschile. Anche nelle società
postindustriali e postmoderne infatti, tale confine permane insistentemente. Secondo l'antropologia francese Françoise
Héritier la riflessione umana si è concentrata, sin dalle origini, su ciò che si presentava più diretto ed immediato: il
corpo e l'ambiente in cui questo agisce. Il corpo sessuato, sia maschile che femminile, costituisce un'opposizione
irriducibile: l'antitesi maschile/femminile è infatti lampante. Secondo Héritier la coppia oppositiva maschile/femminile
contrappone l'identico al differente: ella riprende il mito dell'Androgino dal Simposio di Platone per riprendere tale
concetto poiché l'Androgino è allo stesso tempo identico a se stesso e differente poiché possiede entrambi i sessi,
maschile e femminile. Sempre secondo Héritier, la differenza tra maschile e femminile è presente in tutte le culture,
siano questo chiuse o aperte, tradizionali o basate su aspetti prevalentemente scientifici. L'universalità della
contrapposizione maschile/femminile si traduce in una moltitudine di interpretazioni e di metodi di relazione tra i sessi.

Sesso e genere

Per sesso gli antropologi intendono l'identità sessuale anatomica, mentre per genere essi sottintendono l'identità
sessuale socialmente costruita. Le differenze sessuali sarebbero quindi quelle legate all'ambito anatomico e fisiologico
mentre le differenze di genere costituirebbero il risultato dei diversi modi di concepire culturalmente la differenza
sessuale. È di fondamentale importanza diversificare i concetti si sesso e genere poiché essi non sono intercambiabili
nel loro uso. All'interno della maggior parte delle società contemporanee ai bambini viene impartita un'educazione di
genere: ai bambini ed alle bambine infatti vengono trasmessi modelli comportamentali differenti e ciò spinge a ritenere
che il comportamento di genere sia una diretta conseguenza dalla loro identità sessuale. In altre società ciò non accade.

Sesso, genere e relazioni sociali

Sulla base delle differenze sessuali e/o di genere vengono compiute classificazioni, generalizzazioni e attribuiti ruoli e
posizioni in maniera del tutto arbitraria. All'interno della società è largamente diffusa l'idea che le donne siano
naturalmente preposte alla riproduzione e successivamente all'accudimento della prole: ciò non è del tutto esatto poiché
queste considerazioni sono il risultato di modelli di cultura che hanno preso il sopravvento e, le azioni stesse come ad
esempio allattare, partorire o accudire i figli sono gesti carichi di un significato culturale. Sulla base delle differenze
sessuali e/o di genere sono basati alcuni rapporti di potere, di dipendenza e di sottomissione, dettati da una visione
stereotipata dei comportamenti che i componenti della coppia devono adottare. In alcune società sono stati insistititi veri
e propri spazi di genere.

L'antropologa americana Margaret Mead, durante uno studio compiuto presso alcune popolazioni del Pacifico attorno
agli anni Trenta, si soffermò sul problema dell'identità maschile e femminile e cercò di stabilire in che misura la cultura
operasse un'azione di influenza. Ella stabilì che i tratti del carattere femminile e maschile erano determinati in maggior
misura dall'educazione ricevuta e dai modelli culturali appresi che non da una predisposizione naturale. Le influenze

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culturali tendevano ad instillare nei soggetti un carattere medio, maschile o femminile.

Emozioni

Lo studio delle emozioni ed in generale dell'interiorità rappresentano soggetti relativamente nuovi della ricerca
antropologica. Tale interesse si è sviluppato come parte di un interesse più ampio verso la costruzione del sé in generale
e della relazione di quest'ultimo con l'ambiente esterno: i sentimenti e le emozioni rappresentano infatti elementi
costitutivi della persone e della sua maniera di stare al mondo.

I sentimenti sono in generale i concetti che una cultura possiede di un determinato stato d'animo. Gli stati d'animo non
sono universali, ovvero si manifestano in maniera differente a seconda del contesto di provenienza: la sfera emotiva è
caratterizzata da una variabilità culturale. Essi sono infatti espressi da soggetti culturali che agiscono in base a modelli
introiettati durante l'infanzia e in continuo mutamento in relazione all'ambiente in cui si relazionano.

La ricerca antropologica sulle emozioni e sugli stati d'animo incontra varie difficoltà non solo perché a seconda del
contesto culturale questi cambiano sensibilmente ma anche perché vi è il problema della trasmissione, della traduzioni
di determinati concetti. L'antropologia dell'interiorità si è in particolar modo concentrata sulla traduzione di quei
concetti e parole che in determinati contesti culturali vengono utilizzati per esprimere emozioni e stati d'animo. La
ricerca antropologica ha anche analizzato le espressioni e la gestualità connessi all'esternazione di un sentimento: anche
il questo caso, la varietà delle manifestazioni cambia a seconda del contesto culturale analizzato. Gli antropologi hanno
stabilito che le emozioni non sono qualcosa che cade al di fuori della sfera razionale. Tutte le culture possiedono infatti
un modo razionale di parlare delle emozioni, poiché possiedono concetti e nozioni necessarie per descriverle.

CASTA, CLASSE, ETNIA

Caste

Il termine casta attualmente viene utilizzato per indicare gruppi sociali ritenuti superiori o inferiori ad altri che, per
queste caratteristiche, conducono una esistenza separata. Il termine casta ha origini portoghesi e letteralmente può
essere tradotto con casata, stirpe. I navigatori portoghesi che giunsero in India nel XV secolo cominciarono ad
applicare tale termine per indicare la suddivisione interna alla società indù, ovvero la distinzione tra varna e jat. I varna,
letteralmente colori, sono le quattro classificazioni (sacerdoti, guerrieri, commercianti, contadini. Vi è un'ulteriore
gruppo, quello degli avarna, considerati indegni e quindi esclusi anche dal sistema castale) della società indù mentre i
jat, indipendenti dai varna, rappresentano lo specifico gruppo occupazionale.

Classi

La nozione di classe sociale è strettamente legata alla società ed al contesto europei. In particolare, le riflessioni di Karl
Marx sopra a questo tema, contenuto all'interno dell'opera Il Capitale (1867), delineano in maniera particolarmente
acuta le modalità di funzionamento della società industriale e i rapporti che legano, in maniera conflittuale, le classi
sociali. Secondo lo stesso Marx, la disparità tra le varie classi sociali non si risolverebbe sul piano economico ma in
particolare sulla disparità con cui i diversi strati della popolazione avevano accesso alle risorse e sull'immaginario che
ogni classe sociale possedeva di se stessa in relazione alle altre. Fondamentale era infatti, secondo il filosofo tedesco, il
concetto di coscienza di classe, ossia la consapevolezza che le classi sottomesse dovevano acquisire circa la propria
condizione di subordinazione e sfruttamento, al fine di ribaltarne le sorti.

Le differenze tra classi sociali si esprimono anche a livello culturale: all'interno delle stessa società coesistono infatti
modelli culturali differenziati, sviluppati a partire da esperienze fondamentalmente diverse a seconda dello strato sociale
a cui i soggetti appartengono. La cultura infatti, come detto in precedenza, è stratificata e suddivisa in modelli culturali
egemoni e subalterni. Spesso la subalternità culturale viene manifestata in maniera inconsapevole, tramite forme di
folklore di contestazione. A differenza del sistema castale, quello delle classi sociali presenta una notevole mobilità
sociale: i sistemi politici ed economici di tali società infatti assicurano ad ogni individuo, perlomeno teoricamente, di
ascendere socialmente, di accedere in maniera equa a diritti e doveri, distribuiti in maniera imparziale.

Etnie ed etnicità

Il termine etnia indica un gruppo umano identificabile mediante la condivisione della medesima cultura, di una
medesima lingua, di una stessa tradizione e di uno stesso territorio.

I significati del termine etnia

Nella seconda metà del secolo XX il concetto di etnia come equazione cultura-lingua-territorio è stato fortemente
contestato da alcuni antropologi poiché sembrava dare per scontato l'idea che dietro ogni etnia vi fosse un'origine

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comune: tale modo di concepire l'etnia da per scontato il carattere assoluto, statico, eterno dei gruppi di rifermento. Tale
tipo di società non esiste poiché ogni cultura è il risultato si un lento processo di interazione con l'ambiente circostante.

Per etnicità si intende il sentimento di appartenenza di un gruppo definito culturalmente, linguisticamente e


territorialmente in maniera rigida e definita. L'etnicità è una manifestazione facente parte di ciò che alcuni antropologi
definiscono sfera dei sentimenti primordiali: gli esseri umani hanno, per istinto, la necessità di autopercepirsi come
individui dotati di una stabile identità. La parentela, ad esempio, e l'appartenenza ad un determinato gruppo etnico,
fanno parte dei sentimenti primordiali.

L'uso politico dell'etnicità

Per pensare gli altri diversi come diversi da sé, alcuni gruppi etnici enfatizzano alcuni elementi differenziali. Lo scopo
dello scontro etnico è l’eliminazione dell’altro, il suo annullamento fisico e psicologico. Il fattore etnico può anche
essere utilizzato allo scopo di ottenere vantaggi economici per alcuni gruppi di interesse. Il sentimento di etnicità può
prevalere anche all’interno di società stratificate, divise in classi, e può risultare funzionale al mantenimento della
divisione della società in classe e inibisce la comparsa di una coscienza di classe. Il fenomeno etnico si presenta a noi in
una forma che ne nasconde il vero significato storico.

PARTE SESTA – FORME DI PARENTELA

LA PARENTELA COME RELAZIONE E RAPPRESENTAZIONE

Idee di parentela

La parentela potrebbe essere considerata come la relazione che lega degli individui o sulla base della consanguineità o
per via matrimoniale. Le relazioni di parentela sono presenti in tutte le società umane: esse sono alla base dei diritti e
dei doveri primari che legano le persone e rappresentano la concezione che ogni società ha dei rapporti tra gli esseri
umani.

Lo studio delle forme di parentela è particolarmente importante all'interno della disciplina antropologica poiché fornisce
delucidazioni su molti aspetti della vita quotidiana degli individui: esso si ricollega infatti alle concezioni della vita,
della morte, della religione, della morale. Le forme di parentela inoltre forniscono uno schema indicativo delle relazioni
di potere e del posto che gli individui occupano all'interno della società.

Le relazioni di parentela sono relazioni biologicamente, socialmente e culturalmente stabilite ed incidono con forza
sulla vita degli esseri umani.

Diagrammi di parentela

Per descrivere le relazioni di parentela vengono spesso utilizzati diagrammi, ovvero disegni costituiti da simboli
convenzionali che permettono di riassumere in poco spazio, breve tempo e maniera intuitiva legami e realtà talvolta
molto complesse.

Simboli

I fondamentali simboli ricorrenti nella lettura antropologica sono compresi nella tabella seguente. L'ultimo simbolo
della tabella, Ego, indica il soggetto attorno al quale viene costruito l'interno diagramma. Inoltre, Ego costituisce il
punto di partenza, il punto di vista da cui va letto l'intero diagramma.

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Consanguinei e alleati (o affini)

I consanguinei, o alleati ed affini, rappresentano i legami di sangue del soggetto Ego, attorno al quale viene costruito
l'intero diagramma: i parenti consanguinei vengono rappresentanti di colore nero, così come Ego, mentre i parenti
acquisiti attraverso il matrimonio sono contrassegnati dal colore bianco.

Spesso i diagrammi non rappresentano la realtà delle relazioni di parentela esistenti: gli antropologi, basandosi sulle
informazioni raccolte dagli attori sociali, tendono a riprodurre l'idea che questi ultimi hanno delle proprie interrelazioni.

Sigle

Le sigle assumono un particolare ruolo all'interno dei diagrammi di parentela poiché consentono di descrivere i parenti
di Ego. Le sigle sono fondamentali per produrre un diagramma completo e comprensibile: non tutti i popoli disegnano
allo stesso modo i parenti e di conseguenza le sigle permettono di superare le diverse tipologie di linguaggio e modalità
con le quali si usa rivolgersi agli individui facenti parte dello stesso gruppo parentale.

Inglese Italiano

M – mother Ma – madre
F – father Pa – padre
B – brother Fr – fratello
Z – sister So – sorella
W – wife Mo – moglie
H – husband Mr – marito
D – daughter Fa – figlia
S – son Fo – figlio
C – children Fi – figli

L'uso delle sigle corrisponde ad un modo transculturale di indicare i parenti di Ego poiché differisce dalle diverse
modalità vigenti all'interno delle culture. Nonostante questo, il diagramma non può essere considerato totalmente
estraneo a tutte le culture poiché vengono applicati al suo interno modelli che spesso non coincidono pienamente con le
rappresentazioni dei rapporti di parentela all'interno di un determinato contesto sociale e culturale.

L'uso dei simboli e delle sigle di parentela consente di rappresentare connessioni estremamente complicate in maniera
rapida ed efficace: questo metodo infatti consente di tralasciare tutti gli individui superflui rispetto allo scopo per il
quale in diagramma è stato creato.

Discendenza e consanguineità

Sin dagli arbori della natura umana, l'uomo è stato spinto dalla necessità irrefrenabile di riunirsi in gruppi, di collaborare
e convivere. I paleoantropologi hanno infatti dimostrato che l'evoluzione del genere homo ed i successi ottenuti
all'interno del processo di adattamento all'ambiente circostante sono da ricondursi alla vita sociale degli ominidi da cui
derivano. Il sistema più semplice su cui gli individui possono fare affidamento è la parentela: tutte le società si sono
applicate per organizzare sistemi per definire i gruppi in maniera distinta rispetto all'ambiente esterno. I gruppi formati
secondo in criterio di parentela prendono il nome di gruppi di discendenza (fondati in riferimento ai legami di
consanguineità e facendo riferimento ad antenati o individui deceduti in precedenza).

Tipi di discendenza

Nel corso della loro storia gli esseri umani hanno escogitato modi diversi per determinare la discendenza e quindi
stabilire l'appartenenza sociale dei nuovi nati. I tipi di discendenza sono essenzialmente tre:

a) patrilineare o agnatica, stabilita esclusivamente attraverso legami tra individui di sesso maschile;
b) matrilineare o uterina, fondata sui legami tra individui di sesso femminile;
c) cognatica, fondata sui legami stabiliti attraverso una linea di discendenza che comprende sia individui di sesso
maschile che di sesso femminile;

Le discendenze di tipo matrilineare e patrilineare vengono definite anche unilineari, per differenziarle dalla discendenza
di tipo cognatico che non segue alcuna linea prestabilita. Esistono società che presentano differenti tipi di discendenza,
come ad esempio società dove alcune prerogative sono trasmesse per via patrilineare mentre altre seguendo quella
matrilineare. La società euroamericana, ed altre ancora, possono essere definire bilineari poiché la discendenza non è
alla base della creazione di solidi gruppi sociali.

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Gruppo corporato

Con l'espressione gruppo corporato si indicano quei gruppi fondati sul principio della discendenza i quali condividono,
necessariamente e su basi collettive, diritti, privilegi e forme di cooperazione economica, politica e rituale.

Lignaggi e clan

Lignaggio e clan rappresentano due importanti nozioni legate al concetto di discendenza. Il lignaggio è costituito da
tutti coloro che possono tracciare una discendenza comune da un determinato individuo: se l'individuo citato è di sesso
maschile si parlerà di patrilignaggio mentre se è di sesso femminile si tratterà invece di matrilignaggio. Inoltre, sono
chiamati clan quei gruppi di discendenza i cui membri non possono ricostruire la successione degli individui che
connettono i rispettivi lignaggi all'antenato comune ma che hanno un sentimento di appartenenza verso una comune
discendenza: spesso, in questi casi, l'antenato è una figura mitica, individuata in un animale o in un elemento della
vegetazione.

Parentado

Il parentado indica la cerchia di individui con i quali Ego ha una qualche forma di interazione. Il parentado di un
individuo è sempre egocentrato: esso è infatti costituito da tutti gli individui patri – e matrilineari in relazione di
consanguineità con Ego. Alla morte dell'individuo il parentado si dissolve poiché esso esiste solamente in relazione ad
un individuo vivente. Il parentado ha un peso sociale notevole, presenzia infatti durante le fasi più importanti della vita
di Ego.

Residenza e vicinato

La residenza è un fattore importante poiché è spesso indice della coesione tra gli individui del gruppo: nei gruppi di
discendenza che occupano lo stesso territorio la prossimità diviene un elemento di ulteriore coesione mentre i gruppi
che occupano territori lontani possono perdere la loro unità, il senso comune di appartenenza. Tutte le società
presentano modelli ideali di residenza post-matrimoniale, che possono essere così elencati:

a) patrilocale, o virilocale: una coppia va a vivere con o vicino ai parenti del marito;
b) matrilocale, o uxorilocale: una coppia si stabilisce vicino o con i parenti della moglie;
c) ambilocale: una coppia può scegliere se vivere con o vicino ai parenti di uno o dell'altro coniuge;
d) neolocale: una coppia si stabilisce in un luogo diverso da quello dei parenti di entrambi i coniugi;
e) natolocale: marito e moglie continuano ciascuno a vivere con i propri parenti;
f) avuncolocale: una coppia va a stabilirsi vicino alla residenza del fratello della madre dello sposo;

I modelli di residenza non sono stabili e fissi, al contrario sono soggetti a modifiche e flessibilità. La residenza
avuncolocale è presente solamente all'interno di società dove la discendenza è matrilineare (totalmente assente
all'interno di società a discendenza patrilineare), mentre la residenza natolocale può essere connessa a forme di
discendenza diverse.

In relazione al concetto di residenza vi è la dimensione del vicinato. Il vicinato è un insieme di famiglie nucleari o
estese che si ritrovano nella necessità di cooperare per gestire spazi e risorse. Il vicinato è stato definito una forma
sociale effettivamente esistente poiché si tratta di rapporti stabili tra gruppi co-residenti interrelati tra loro.
Matrimonio e alleanza

Le forme matrimoniali ordinariamente riconosciute sono:

a) monogamico – tra due individui;


b) poligamico – tra un uomo e più donne;
c) poliandrico – tra una donna e più uomini;

Il tipo di unione matrimoniale più diffusa è quella monogamica, meno frequente quello poligamico ed estremamente
raro il matrimonio poliandrico. Il matrimonio è una forma socialmente riconosciuta di unione attraverso la quale un
individuo entra in relazione di alleanza con altri individui: il matrimonio infatti non riguarda solamente gli individui
interessati, ma condiziona tutti coloro legati da legami di parentela con i due soggetti coinvolti.

Scopo principale dell'unione matrimoniale, presso la stragrande maggioranza delle società umane, è quello di
legittimare l'identità sociale degli individui che nascono dalle relazioni sessuali. Nelle società ricche e postmoderne il
piano della riproduzione e quello del matrimonio non sono strettamente connessi ma all'interno della maggior parte
delle culture tali piani sono irrimediabilmente interconnessi tra loro. È infatti grazie al matrimonio che la riproduzione
umana viene disciplinata poiché solamente il matrimonio stabilisce i criteri di legittimità di un'unione che ha come

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scopo la riproduzione degli esseri umani e la loro destinazione ad un determinato gruppo. I figli nati all'interno
dell'unione matrimoniale sono considerati legittimi.

Matrimonio, famiglia e gruppo domestico

La famiglia composta dai coniugi e dalla prole costituisce l'unità minima di produzione e riproduzione: essa prende il
nome di famiglia nucleare. La famiglia nucleare è l'istituzione primaria di orientamento dell'individuo e l'ambito nel
quale avviene la trasmissione dei valori sociali. All'interno delle società la famiglia nucleare non presenta caratteristiche
di isolamento: nella maggioranza delle culture mondiali, la famiglia nucleare è ampliata e in continua relazione con
quella che viene definita famiglia estesa. La famiglia estesa è costituita da individui appartenenti a tre generazioni che
assieme formano un gruppo domestico.

Esogamia ed endogamia

a) endogamia – indica l'unione matrimoniale di un individuo all'interno del gruppo;


b) esogamia – indica l'unione matrimoniale di un individuo all'esterno del gruppo;

Le nozioni di endogamia ed esogamia vanno interpretate a seconda dell'ampiezza del gruppo di provenienza.

La proibizione dell'incesto

Le nozioni di endogamia ed esogamia presuppongono la presenza di individui consentiti o vietati dal punto di vista
matrimoniale. L'unione sessuale con soggetti vietati sul piano matrimoniale è vista, quasi universalmente, come
riprovevole, illecita e proibita. Con l'espressione proibizione dell'incesto si fa riferimento al divieto, di natura
prettamente culturale e universalmente diffuso all'interno delle società umane, relativo all'unione matrimoniale e
sessuale tra determinati individui. L'origine della proibizione dell'incesto risale alle origini stesse della cultura: secondo
alcuni antropologi, come ad esempio Lévi-Strauss, essa sarebbe addirittura un divieto fondativo della cultura stessa.

Cugini incrociati e cugini paralleli

Secondo gli antropologi, il modo migliore per individuare i soggetti consentiti o vietati sul piano matrimoniale è quello
di distinguere tra cugini incrociati e cugini paralleli. I cugini incrociati sono i figli e le figlie di fratelli germani (stessi
genitori) di sesso differente. I cugini paralleli sono invece i figlie le figlie di fratelli germani dello stesso sesso.

Il principio di reciprocità

L'esogamia può essere letta come un meccanismo per instaurare relazioni di cooperazione e di alleanza tra gruppi
diversi. Claude Lévi-Strauss ha individuato tale idea all'interno di quelli che lui stesso definisce sistemi elementari di
scambio matrimoniale. I sistemi elementari non solo vietano alcuni individui sul piano matrimoniale, ma ne
propongono allo stesso tempo altri, in modo da intrattenere e stringere un rapporto privilegiato con altri gruppi, dando
luogo ad uno scambio di donne basato sul principio di reciprocità.

Scambio allargato e scambio differito

Il principio di reciprocità può assumere forme allargate e differite. Lo scambio viene definito allargato quando
coinvolge più di due gruppi ed è inoltre differito poiché il gruppo che cede una donna ne riceve una in cambio nella
generazione successiva. Lo scambio allargato o differito viene attuato per mantenere costante la presenza di individui
fertili all'interno del gruppo.

Gruppi di discendenza endogamici

I matrimoni endogamici sono spesso realizzati in relazione al lignaggio o al gruppo di discendenza.

LE TERMINOLOGIE DI PARENTELA

Terminologie di parentela o terminologie di relazioni?

Una terminologia di parentela, o terminologia di relazione, è il complesso di termini di cui una società dispone per
designare gli individui in relazione di consanguineità e di alleanza (o affinità).

I tre assunti di Morgan

Verso la metà dell'Ottocento, l'antropologo Lewis Henry Morgan, compiendo studi presso gli Indiani Irochesi della

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regione dei Grandi Laghi, elaborò tre assunti principali riguardanti la terminologia di parentela:

• Legge di coerenza interna dei reciproci: le terminologie di parentela costituiscono dei sistemi dotati di
coerenza logica e razionalità assolute. Ad ogni termine che un individuo utilizza per designare un parente, ne
corrisponde un altro che a sua volta il parente utilizzerà per delineare l'individuo. Esempi: madre/figlio,
zia/nipote, marito/moglie. Oltre che di terminologie di parentela, per tale ragione è possibile parlare di sistemi
terminologici di parentela o, ancora più brevemente, sistemi di parentela;

• I sistemi terminologici di parentela rientrano in poche categorie fondamentali;

• Sistemi terminologici di parentela molto diversi possono trovarsi in regioni geograficamente vicine, mentre
sistemi tra loro simili possono essere rintracciati in località molto distanti;

Gli otto principi di Kroeber

Agli inizi del Novecento, l'antropologo americano Alfred L. Kroeber, mise in evidenza come nello studio delle
terminologie di parentela si debba tenere conto di un determinato numero di fattori, i quali costituiscono i principi che
regolano la costruzione dei sistemi terminologici di parentela: questi principi risultarono essere otto.

I principi vengono elencati in ordine di applicazione decrescente: quello più applicato all'interno delle società sarà il
principio 1 mentre quello riscontrato più raramente risulterà il principio 8.

1. La generazione – tutti i sistemi distinguono tra Ego e suo/a madre/padre;


2. Il sesso – tutti i sistemi distinguono il sesso del parente;
3. La distinzione tra consanguinei ed affini – i sistemi separano terminologicamente i parenti di sangue da quelli
acquisiti tramite il legame matrimoniale;
4. La distinzione terminologica tra consanguinei in linea diretta e consanguinei in linea indiretta;
5. La biforcazione – comporta che i parenti dal lato materno siano distinti ed indicati con nomi diversi rispetto ai
parenti del lato paterno. Tale caratteristica non è presente in tutti i sistemi;
6. L'età relativa – prevede la distinzione terminologica tra individui maggiori o minori d'età;
7. Il sesso del parente attraverso il quale passa la relazione con l'individuo a cui il termine si riferisce;
8. Condizione – defunto o vivente, del parente a cui si fa riferimento;

I sei sistemi terminologici di parentela

Gli antropologi hanno isolato sei tipi principali di sistemi terminologici di parentela e hanno assegnato loro i seguenti
nomi: hawaiano, eschimese, omaha, crow, irochese e sudanese. Tali sistemi non sono confinati ai popoli o alle regioni a
cui fanno riferimento, ma prendono semplicemente il nome dai luoghi in cui questi sono stati studiati per la prima volta.

I sei sistemi terminologici vengono raggruppati in tre categorie differenti:

a) sistemi non lineari o bilaterali;


b) sistemi lineari;
c) sistemi descrittivi;
Sistemi non lineari o bilaterali: hawaiano ed eschimese

I sistemi hawaiano ed eschimese presentano una caratteristica particolare: ego, sul piano terminologico, non fa alcuna
differenza tra i parenti del lato paterno e quelli del lato materno. In tali sistemi infatti non è applicato il principio della
biforcazione di Kroeber. I sistemi non lineari o bilaterali sono tipici di società dove discendenza matrilineare e
patrilineare acquistano tendenzialmente la stessa importanza.

Il sistema hawaiano fa uso dei principi della generazione e del sesso (1 e 2, Kroeber), distinguendo i maschi dalle
femmine e la loro generazione di appartenenza. Il sistema eschimese distingue i membri della propria famiglia nucleare
(madre, padre, figli) da tutti gli altri, e in particolare i consanguinei in linea diretta da quelli in linea collaterale (4,
Kroeber) e raggruppa tutti i discendenti dei fratelli e delle sorelle dei propri genitori sotto il termine cugini. La maggiore
differenza tra il sistema hawaiano ed il sistema eschimese è che l'ultimo utilizza, in più, il quarto principio di Kroeber.

Sistemi lineari

I sistemi lineari sono tipici delle società unilineari (patrilineari o matrilineari). In tali sistemi Ego distingue
terminologicamente i cugini incrociati dai cugini paralleli e i parenti consanguinei da parte del padre dai parenti
consanguinei da parte di madre. I sistemi lineari applicano il quinto principio di Kroeber, ovvero quello della

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biforcazione. Siccome i sistemi lineari fondono i parenti dello stesso sesso e della stessa linea di discendenza di Ego,
prendono il nome di terminologie a fusione biforcata.

I sistemi crow:

a) sono tipici delle società matrilineari;


b) distinguono tra parenti del matrilignaggio della madre di Ego (a cui questo appartiene) e i parenti del
matrilignaggio del padre di Ego;
c) usano lo stesso termine per indicare tutti gli individui maschi del matrilignaggio della madre di Ego e uno
stesso termine per indicare i figli di costoro, distinguendo solo tra maschi e femmine;

Il sistema omaha è speculare a quello crow e si riscontra nelle società patrilineari. I membri del patrilignaggio della
madre di Ego si distinguono terminologicamente solo in base al sesso, ma non alla generazione. Tutti i figli delle donne
del patrilignaggio del padre di Ego sono distinti solo in base al sesso, ma non alla generazione.

Sistemi descrittivi

Caratteristica dei sistemi descrittivi è l'uso di un termine differente per ogni parente di Ego appartenente alla propria
generazione, a quella dei genitori e a quella dei propri figli. Si tratta di sistemi a massima distinzione terminologica. Tali
sistemi vengono denominati sudanesi: essi adottano i principi 1, 2, 3, 4, 5 e 7 di Kroeber.

LA PARENTELA COME PRATICA SOCIALE

La parentela in azione

I diversi modi di intendere la parentela non si riducono alla diversità dei sistemi terminologici usati, ma consistono
anche, e soprattutto, nell'uso pratico che i vari popoli fanno di essa.

La parentela nelle società unilineari (patri e matrilineari)

Le società unilineari sono di due tipologie: patrilineari e matrilineari. Esse permettono di stabilire con facilità
l'appartenenza degli individui a determinati gruppi e consentono la creazione di gruppi corporati che, in quanto tali,
gestiscono le risorse in maniera collettiva e vi accedono in maniera equa.

Gruppi patrilineari

Tra le società tradizionalmente analizzate dagli antropologi, i gruppi patrilineari sono quelli che ricorrono più
frequentemente. Si è pensato che la residenza patrilocale sia nata a causa della tendenza a per far restare i maschi in un
luogo e allontanare le donne verso un altro gruppo, cedendole in moglie: le regole dell’esogamia (le donne si sposano
fuori) e della residenza patrilocale sarebbero quindi all’origine dei gruppi di discendenza patrilineare.

Affinché tali gruppi persistano è necessario che divengano gruppi corporati, cioè gruppi interessati allo sfruttamento
collettivo di risorse e alla trasmissione di queste risorse ai loro discendenti. Alcuni ritengono che il criterio della
patrilinearità potrebbe essere il prodotto di una forma di divisione del lavoro che vede gli uomini impegnati insieme in
attività di cooperazione intensa e continuativa.

Il controllo della primogenitura

La preoccupazione di avere figli maschi che assicurino la discendenza è centrale per ogni gruppo di discendenza
patrilineare. Molte culture enfatizzano l’elemento maschile: assegnazione di posizioni sociali più facoltose e la
convinzione di una superiorità intellettuale del sesso maschile su quello femminile sono, in misura variabile e sfumata,
tipiche delle società patrilineari. All'interno della società patrilineare vi è un modello di autorità patriarcale, all'interno
del quale la posizione autoritaria e di rilievo è occupata dalla figura maschile. Le società patrilineari hanno istituzioni,
come il levirato* e il sororato*, finalizzate all’acquisizione di prole maschile. Il levirato ha lo scopo di conservare
l'appartenenza della primogenitura di un uomo defunto al gruppo di discendenza di quest'ultimo, mentre il sororato ha lo
scopo di rimpiazzare la fertilità di una donna defunta mediante la cessione della sorella al gruppo di discendenza del
marito vedovo.

Con il termine levirato* si indica il costume in base al quale la moglie di un defunto andava in sposa al fratello di
quest'ultimo, in quale diventava in tal modo tutore della donna medesima e della sua prole. Sororato* è invece il
termine con cui si indica il costume di dare in moglie a un uomo rimasto vedovo la sorella della donna defunta,
soprattutto quando questa muore senza prole.

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La compensazione matrimoniale

Il controllo della primogenitura, e di conseguenza della fertilità della donna, ha portato alla formazione, presso i gruppi
a discendenza patrilineare, di veri e propri sistemi di scambio matrimoniale che vedono il coinvolgimento di più gruppi.
Per compensazione matrimoniale si intende, all'interno della dinamica di scambio matrimoniale, la quantità di beni che
il gruppo del futuro sposo cede al gruppo della futura sposa. Questi beni non costituiscono il prezzo pagato per
l'acquisto della sposa: infatti anche se il gruppo del marito acquisisce diritti sulla prole della donna, ella rimane
comunque indipendente ed in grado di intervenire qualora vi fossero maltrattamenti nei confronti dei figli o nei suoi
stessi confronti.

Gruppi matrilineari

I sistemi matrilineari non vanno interpretati come semplici copie speculari dei sistemi patrilineari. All'interno delle
società matrilineari infatti, il potere e l'autorità sono prerogative maschili: queste vengono trasmesse attraverso una
doppia linea che vede l'autorità ed il potere tramandati per via paterna mentre la discendenza per via femminile. Sovente
alla discendenza matrilineare è associata la residenza avuncolocale, usanza per cui una nuova coppia si stabilisce nella o
nei dintorni della dimora del fratello della madre dello sposo.

L'avuncolato

Avuncolato è il nome che gli antropologi hanno dato ad un complesso di elementi culturali che caratterizzano la
relazione tra un individuo (avuncolo, zio materno) e il figlio di sua sorella. Fu Bronislaw Malinowski che per primo
potrò tale fenomeno all'attenzione della ricerca antropologica. Nei primi anni del Novecento, presso le comunità delle
Isole Trobriand, egli scoprì che lo zio materno, oltre a provvedere al sostentamento della famiglia della sorella,
esercitava l’autorità sui suoi figli maschi, trasmettendo i beni, conoscenze sacre e profane ed eventuali cariche politiche
e religiose.

Residenza o discendenza? Il dilemma delle società matrilineari

Uno dei maggiori problemi che le società a discendenza matrilineare devono affrontare è come risolvere la tensione tra
il potere e la discendenza. Al centro di tale tensione traviamo i fratelli della donna e il marito di quest’ultima che si
contendono il controllo sulla prole della donna stessa. Tale tensione si manifesta soprattutto in relazione alla scelta del
modello di residenza.

L'atomo di parentela

In un celebre studio del 1945, Claude Lévi-Strauss chiamò atomo di parentela la configurazione costituita da quattro
individui: il figlio maschio, il marito, la moglie ed il fratello di quest'ultima. Secondo Lévi-Strauss, tale configurazione
costituisce l'elemento irriducibile senza il quale non esisterebbero ne la parentela come fatto culturale e sociale, ne tutti i
fenomeni ad essa connessi. L'importanza dell'atomo di parentela va osservata in relazione alle società matrilineari.

Il destino delle società matrilineari

All'inizio del Novecento, le società matrilineari rappresentavano circa il 15-20% del totale. Attualmente, tale numero è
in forte discesa per una serie di fattori contingenti. La progressiva riduzione delle società matrilineari sembra essere
l'effetto dell'espansione coloniale: essendo più fragili a causa del binomio autorità-discendenza, queste sono state
particolarmente colpite dalla colonizzazione, dalle migrazioni e dall'urbanizzazione.

La condizione delle donne nelle società matrilineari

All'interno delle società la donna non gode di grande libertà. Essa subisce infatti il controllo e l'autorità sia del marito
che del fratello: tale pressione aumenta in maniera significativa qualora fratello e marito appartenessero al medesimo
gruppo di discendenza.

Gruppi a discendenza doppi

I gruppi a discendenza doppia sono quelli dove Ego appartiene a due linee di discendenza: quella stabilita attraverso il
patrilignaggio e quella stabilita attraverso il matrilignaggio. Le linee di discendenza di un gruppo a discendenza doppia
formano due gruppi corporati.

a) I gruppi a discendenza doppia sono possibili solo perché ciascun gruppo ha funzioni diverse da quelle
dell'altro. Infatti, se tali funzioni fossero identiche, essi si ostacolerebbero a vicenda;

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b) All'interno delle società a discendenza doppia, gli individui coinvolti non percepiscono entrambe i lignaggi
come equivalenti;

Le società a discendenza doppia sono particolarmente rare: in ogni caso, il contesto culturale apporta modifiche
significative al modello generale.

Gruppi di discendenza cognatica

All'interno dei gruppi a discendenza cognatica, i membri tracciano la loro discendenza da un antenato comune sia
attraverso individui di sesso femminile che individui di sesso maschile. I gruppi a discendenza cognatica si fondano
inoltre su gruppi corporati. Una caratteristica di questi gruppi di discendenza è che un individuo può far parte di linee
differenti, le quali possono non avere, per Ego, la stessa importanza.

PARTE SETTIMA – DIMENSIONE RELIGIOSA, ESPERIENZA RITUALE

CONCETTI E CULTI

Cos'è la religione?

Definire in maniera specifica la nozione di religione è un'azione particolarmente ardua. Secondo la visione prettamente
occidentale, la religione invia ad un complesso di credenze che si fondano su dogmi e riti che hanno la funzione di
avvicinare i fedeli alle entità soprannaturali. Inoltre, secondo tale concezione, sono presenti specifici luoghi di culto e
specialisti incaricati di insegnare i dogmi e coordinare i riti. Osservando le molteplici tradizioni religiose presenti tra le
varie comunità umane, si osserva prontamente che tale definizione non può essere esaustiva: la visione occidentale della
religione avrebbe cominciato a diffondersi a partire dal secolo XVI, durante il quale i primi missionari, intimoriti dalla
complessità del contesto religioso del Nuovo Mondo, avrebbero cercato di ritrovarne all'interno qualcosa che fosse
riconducibile a ciò che essi conoscevano per esperienza diretta. Lo stesso Edward B. Taylor, nel lontano 1871, esortò a
non considerare la religione come qualcosa di troppo simile all'idea che ne avevano gli europei, poiché altrimenti la
maggior parte dell'umanità difficilmente avrebbe potuto essere considerata religiosa.

In linea generale, la religione potrebbe essere definita come un complesso più o meno coerente di pratiche (riti e
osservanza dei precetti) e di rappresentazioni (credenze) che riguardano i fini ultimi e le preoccupazioni estreme di una
società di cui si fa garante una forza superiore all'essere umano. A tale definizione sono strettamente legati i concetti di
significato e potere. La dimensione del significato sta nei valori esprimenti i fini ultimi e le preoccupazioni estreme di
una società. La dimensione del potere, invece, risiede nell'idea che vi sia qualcosa o qualcuno che ha l'autorità
incondizionata di sanzionare tali valori: in genere, esso è individuato in un ente sovrannaturale che può sia manifestarsi
direttamente che attraverso rappresentanti umani.

Le funzioni ed i ruoli che la religione assume all'interno della società sono molteplici. Alla religione possono essere
attribuite due funzioni principali: la funzione integrativa e la funzione protettiva. La funzione integrativa della religione
si esprime nello spiegare l'importanza indiscussa dei valori che essa trasmette, ribadendoli ed affermandoli. La funzione
protettiva invece si traduce nell'uso dei valori che la religione trasmette al fine di calmare e mettere al riparo gli esseri
umani dalle ansie e dalle insicurezze derivanti dalla vita collettiva e personale. La funzione protettiva della religione si
esprime attraverso simboli, riti e miti:

a) I simboli veicolano i concetti, i quali costituiscono il significato dei simboli;


b) I miti sono i racconti che organizzano i simboli in discorsi dotati di una propria coerenza;
c) I riti sono le azioni che mettono in scena i simboli, rappresentandoli a coloro che eseguono il rito e che lo
osservano;

Tipi di culto

Nel 1966, l'antropologo Antony Wallace propose una tipologia dei tipi di culto che danno forma alle credenze religiose.
Wallace distinse tra culti individuali, sciamanici, comunitari ed ecclesiastici.

I culti individuali

I culti individuali sono quelli praticati dal singolo individuo (preghiere, offerte, invocazioni) ma sempre all'interno di un
codice religioso di rappresentazioni, culturalmente e socialmente condiviso.

I culti sciamanici

I culti sciamanici sono quelli tipici di società nelle quali il contatto con le potenze invisibili è assicurato, oltre che dal

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culto individuale, dall'opera di una particolare figura, uomo o donna, definita sciamano. Il termine sciamano deriva da
shaman che, presso i Tungusi (popolazione della Siberia), indica in maniera generica quei personaggi che detengono un
posto particolare nella vita religiosa e rituale della comunità, dotati della particolare facoltà di avere visioni del mondo
sovrannaturale, sovente accompagnata dalla capacità di curare varie malattie. La particolarità degli sciamani è che essi
si presentano come individui comuni, che conducono un'esistenza pacata ed identica a coloro che li circondano: le loro
capacità vengono infatti dimostrate solamente in occasioni particolari.

Le pratiche sciamaniche sono spesso accompagnate da musica e dall'assunzione di sostanze psicotrope, in grado di
produrre un effetto allucinogeno che conduce ad uno stato di semincoscienza (trance), durante il quale è possibile
comunicare con i poteri sovrannaturali.

I culti comunitari

I culti comunitari sono tutte quelle pratiche religiose che prevedono la partecipazione di gruppi di individui organizzati
sulla base dell'età, del sesso, della funzione, del rango, oppure su base volontaria e che si riuniscono temporaneamente
per questo preciso scopo senza alcun aspetto di permanenza e continuità delle funzioni rituali. Esempi di culti
comunitari possono essere le società segrete, le confraternite e gli ordini di cavalieri nell'Europa Mediterranea.

Il culto totemico

Il totemismo rappresenta una speciale forma di culto comunitario. Il termine totem deriva dall'espressione ototeman che,
nelle lingue di alcune popolazioni di nativi del Nordamerica, significava qualcosa come egli che fa parte della mia
parentela. Il totemismo venne per molto tempo considerato la forma più primitiva di religione. Claude Lévi-Strauss, in
un celebre studio del 1962, dimostrò che il fenomeno del totemismo non era una primordiale forma di religione ma
bensì una classificazione di gruppi e individui basata sul repertorio delle specie animali e vegetali.

I culti ecclesiastici

I culti ecclesiastici sono caratterizzati dalla presenza di gruppi di individui specializzati nel culto. Essi sono peculiari
delle tradizioni religiose basate su testi scritti, tramandati in specifici luoghi di riunione e di celebrazione dei riti. Nel
caso dei culti ecclesiastici, vi è una stretta connessione tra potere spirituale degli specialisti del culto e i detentori del
potere politico: in comune vi è l'intento di mantenere l'ordine sociale e naturale.

SIMBOLI E RITI

I simboli sacri e la loro efficacia

Secondo Clifford Geertz, alla base di ogni rappresentazione religiosa vi sono i simboli sacri: essi hanno lo scopo di
sintetizzare la visione del mondo, il sentimento morale ed estetico, le idee generali di ordine, la qualità e lo stile di vita
del contesto dentro al quale vengono sviluppati. I simboli, in generale, incarnano e rinviano ai valori fondamentali ed
ultimi della società e per questa ragione spesso la religione coincide con la visione del mondo: tale visione è però
investita da un'aurea di sacralità.

Nel 1912, Émile Durkheim attuò la distinzione tra cose sacre e cose profane. Le cose profane sono accessibili a tutti
ma nettamente separate dalle cose sacre. Le cose sacre, vietate a coloro che non sono consacrati, rappresentano le cose
che suscitano negli esseri umani rispetto, timore reverenziale al punto da essere concepite come pericolose per chiunque
vi si avvicini senza essersi predisposto alla condizione appropriata per compiere tali azioni. I simboli sacri, di
conseguenza, agiscono su coloro che li percepiscono mettendoli nella condizione di predisporsi a un'azione e/o
suscitando in loro un particolare stato d'animo. Agendo in tale modo, i simboli sacri producono, nell'animo di chi ne
riconosce il significato, un'idea rappacificante, di ordine: nonostante il mondo si presenti come un insieme caotico di
avvenimenti, dolore e imprevedibilità, vi è sempre una vera, sicura realtà sulla quale è possibile fare affidamento.

Per far si che un simbolo sia riconoscibile come sacro, è necessario che la sua sacralità si imponga alla sensibilità e alla
mente umana. Perché questo avvenga, l'individuo deve essere a conoscenza del significato simbolico assunto da un
determinato oggetto ed addestrato a riconoscerlo: tale addestramento avviene tramite i riti.

I riti della religione

In generale, un rito può essere inteso come un complesso di azioni, parole, gesti la cui sequenza è prestabilita da una
formula fissa. Si tratta di sequenze di azioni e parole mediante cui vengono evocati dei simboli i quali, proprio perché
avocati all'interno di queste sequenze fisse, svelano il loro carattere sacro ai partecipanti. I riti, di solito, sono officiati da
personaggi speciali in qualche modo dotati d'autorità. I riti sembrano in effetti costituire delle attività entro le quali si
genera un principio di autorità. I riti hanno la caratteristica di rendere evidenti le verità della religione, i valori ed i fini

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ultimi. Essi hanno anche la funzione di rassicurare gli individui, renderli meno inquieti di fronte alle incertezze e alle
tensioni dell'esistenza.

Esistono riti, definiti profani, che non comportano un attaccamento alla sfera religiosa. Un esempio può essere
considerato quello della bandiera nazionale: essa incarna i valori ultimi della società, assume significati specifici ed è
soggetta ad azioni rituali (benedizione, saluto, ecc..). La bandiera è il simbolo principale dello Stato ed è al centro di
quella che è stata definita religione civile.

La varietà dei riti

Vi sono varie tipologie di rito, distinguibili per alcune caratteristiche principali. Gli antropologi hanno classificati i riti
di passaggio, i riti funerari ed i riti di iniziazione.

Riti di passaggio

I riti di passaggio furono definiti tali per la prima volta nel 1909, quando Arnold Van Geppen pubblicò l'opera
intitolata I riti di passaggio. I riti di passaggio sono quelli che sanzionano pubblicamente il passaggio di un individuo, o
di un gruppo di individui, da una condizione sociale o spirituale a un'altra. Secondo Van Geppen, siccome il mondo
sociale è ordinato in ambiti definiti di posizioni sociali ed attività, ogni passaggio sconvolge tale ordine e quindi deve
necessariamente essere giustificato e ricompensato.

Van Geppen distinse, all'interno di ciascun rito di passaggio, tre fasi:

a) separazione – riti preliminari;


b) margine – riti liminari;
c) aggregazione – riti postliminari;

Secondo la visione di Van Geppen, grande importanza viene attribuita alla fase intermedia, quella di margine. In questa
fase, l'individuo ha perso l'attaccamento con la condizione di provenienza ed allo stesso tempo non è ancora integrato
con la condizione futura: esso rappresenta un momento particolarmente delicato poiché l'individuo, non ancora dotato di
una personalità sociale definita, può involontariamente essere responsabile dello scatenamento di forze malvagie e
dannose capaci di mettere a repentaglio l'ordine sociale e naturale.

I riti funerari

In tutte le società la morte è evento dirompente e drammatico. Di fronte alla morte le società fanno riferimento ai valori
ultimi sui quali esse si fondano, rendendoli espliciti, pubblici e quindi rappresentandoli attraverso l’uso rituale di
simboli dotati di significato.

I riti funerari contengono gesti, azioni, parole che richiamano alla mente dei partecipanti i valori e i significati sui cui la
società fonda l'ordine del mondo e di sé medesima. Nelle società non stratificate, i riti funerari sono pressoché identici
per tutti. Nelle società ricche e gerarchizzate, i binomi amore-morte, sesso-morte, rinascita-morte, costituiscono termini
di scandalo proprio perché rendono impensabili le regole su cui si fondano le nostre istituzioni sociali. In altre culture,
queste relazioni vengono sottolineate in continuazione, dal momento che la morte e i riti che l’accompagnano
esplicitano gli elementi stessi dell’ordine ancestrale, cuore stesso del sistema normativo.
I rituali funerari non contengono, però, tutte le complicate dinamiche relative al lutto e alla perdita: tra rituale funebre e
lutto non c’è, infatti, un rapporto di necessaria reciproca inclusione.

I riti di iniziazione

Prendono il nome di riti di iniziazione i rituali che sanciscono il passaggio degli individui da una condizione sociale o
spirituale ad una condizione differente. Spesso, all'interno degli studi antropologici, i riti di iniziazione occupano una
posizione privilegiata: essi infatti destano grande interesse poiché sono la dichiarazione pubblica dell'assunzione di un
nuovo status, e delle responsabilità ad esso connesse, da parte di un individuo.

I riti di iniziazione hanno lo scopo di situare ufficialmente l'individuo in posizioni adeguate alla sua età sociale e quindi
sancire i diritti e i doveri che gli competono in epoche diverse della vita.

RELIGIONI E IDENTITÀ NEL MONDO GLOBALIZZATO

Secolarizzazione e nuove religioni

A partire dal XIX secolo, filosofi e sociologi cominciarono a introdurre il concetto di secolarizzazione, indicante la

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ritrazione progressiva del sacro dalla vita sociale e dalla sensibilità degli individui. Tale tendenza però sembra
scontrarsi con il grande fermento religioso che investe il mondo contemporaneo: la religione, più che scomparire, ha
assunto nuove forme e nuove caratteristiche ed è stata sottoposta a processi differenti, tra cui la privatizzazione e
l'essenzializzazione. Per privatizzazione della religione si intende una religione sempre più personale ed individuale,
formata da sintesi e condensazioni di credenze, riti e rappresentazioni provenienti da contesti differenti. Inoltre, con il
termine privatizzazione, viene indicato anche il progressivo distacco da quelle che nel passato erano considerate le
valide ed indiscutibili autorità nel campo della fede. Per quanto riguarda il processo di essenzializzazione della
religione, esso consiste in una riduzione della fede ad un discorso di pura contrapposizione politica, etnica e culturale.

Verso la fine dell'Ottocento, hanno cominciato a sorgere nuovi movimenti spirituali e religiosi in risposta ai mutamenti
sociali e culturali che si sono generati da quell'epoca sino a tutto il corso del Novecento. Per definire questa tipologia di
culti, gli antropologi hanno utilizzato il termine movimenti, distinti, a seconda dei casi, in movimenti di revitalizzazione,
millenaristici, nativistici e messianici:

a) I culti di revitalizzazione sono quelli in cui un gruppo o una comunità dichiarano di puntare ad un
miglioramento delle proprie condizioni di vita, e nei quale sia i riti che le rappresentazioni hanno come fine
quello di rivitalizzare il senso d'identità del gruppo o della comunità medesima;

b) I culti millenaristici sono quelli che accentuano le rappresentazioni relative all'avvento di un'epoca di pace e di
felicità, avvento che può essere favorito, incoraggiato e preparato mediante appropriate attività rituali e grazie
ad un particolare atteggiamento interiore da parte dei partecipanti. Culti di questo genere sono presenti
ovunque ma nei contesti extraeuropei, con il termine culti millenaristici, si indicano i movimenti religiosi nati
in risposta al dominio coloniale, considerato troppo opprimente;

c) I culti nativistici sono quelli che fanno propria la protesta contro le condizioni di svantaggio e
marginalizzazione delle popolazioni native e mirano a riaffermare e far rinascere aspetti culturali come
strumenti di rivendicazione della propria identità, in opposizione alla cultura del gruppo dominante;

d) I culti messianici sono quelli a sfondo carismatico, legati cioè alla presenza di una forte personalità (messia) e
che sorgono dall'incontro tra culti locali e Cristianesimo. I culti messianici si distinguono per l'attesa di un
rivolgimento socio-politico radicale. All'interno delle realtà a dominazione coloniale, i culti messianici hanno
rappresentato la base ideologica per i movimenti indipendentisti e nazionalistici;

In generale, è possibile affermare che ogni tipologia di culto racchiude al suo interno elementi caratteristici ed in
comune con altre forme spirituali. Un brillante esempio che mostra come i diversi tipi di culti possano convivere
all'interno di un unico contesto è sicuramente il culto del cargo, individuato già verso la fine dell'Ottocento nell'area
melanesiana. Il culto del cargo ruota attorno alla credenza nell'arrivo di grandi bastimenti (cargo), carichi dei beni
caratteristici della società occidentale. Il cargo, secondo coloro che aderiscono, sarebbe stati inviato dagli spiriti degli
antenati alle popolazioni di quest'area per risollevarle dallo stato di decadenza culturale e sociale in cui erano cadute a
causa del colonialismo (revitalizzazione). Tale culto ha come elemento principale quello di puntare alla rinascita
dell'elemento indigeno e al riscatto nei confronti della cultura dominante dei bianchi (culti nativistici). Inoltre, tali culti
erano promossi da profeti (culti messianici), i quali prevedevano l'intervento degli antenati nella lotta contro i bianchi.

Il culto del cargo venne profondamente studiato dagli antropologi, in particolare da Peter Worsley e Peter Lawrence.
Essi furono in grado di cogliere le profonde implicazioni di questi culti sul piano della resistenza alla colonizzazione e
alla ridefinizione dell'identità delle popolazioni dell'area melanesiana.

Le religioni e la globalizzazione

In seguito all'allargamento dei confini dello Stato e all'avanzare della globalizzazione, le forme spirituali e religiose
hanno cominciato ad assumere nuove forme e a diffondersi in maniere sempre diverse. Un ruolo importante in questo
processo è attribuito a Internet: grazie infatti a tale strumento, la religione viene deterritorializzata, si creano nuovi
gruppi di preghiera, si celebrano in maniera virtuale riti comunitari ed i messaggi passano ad una velocità nuova ed
inedita.

Accanto alla frammentazione della dimensione religiosa, vi è una tendenza contrapposta: la dimensione religiosa viene
infatti utilizzata per definire in maniera integrale ed esaustiva le identità culturali, i costumi, le strutture sociali e le
sensibilità estetiche, riunendole sotto un comune denominatore anche se fortemente diverse. Il politologo Samuel
Huntington ha ipotizzato un futuro ordine mondiale all'interno del quale ogni cultura, identificata in maniera totale con
la sfera religiosa, si contrapporrà l'un l'altra. Tale ipotesi, avanzata in senso fortemente critico, rappresenta una
pericolosa mossa ideologica e politica volta alla produzione di forme di contrapposizione irriducibile e di scontro,
un'eliminazione della reciproca comprensione e del dialogo tra culture.

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Religione, media e politica

A causa del veloce scambio di immagini, informazioni e ideali causati dai mass media, la religione rischia di divenire
una maniera per rappresentare ed inquadrare ciò che è estraneo e ciò che è familiare. Facendo tale uso della sfera
religiosa, essa può divenire facilmente uno strumento di manipolazione e di confronto politico.

PARTE OTTAVA – CREATIVITÀ CULTURALE ED ESPRESSIONE ESTETICA

LA CREATIVITÀ CULTURALE

La creatività come aspetto costitutivo della cultura

La creatività culturale consiste nella possibilità che gli esseri umani hanno di produrre sempre nuovi significati a partire
dai modelli culturali a loro disposizione. La creatività, intesa come capacità di produrre novità mediante la
combinazione e la trasformazione delle pratiche culturali esistenti, è presente in tutte le società ed è riscontrabile in una
vasta gamma di contesti.

La festa come dimensione creativa

L'accostamento di pratiche e significati allo scopo di produrre nuovi modi di vedere la realtà può risultare
particolarmente evidente nel caso della festa. La festa è un tratto universalmente diffuso all'interno delle società umane
e acquisisce un ruolo importante poiché segna una rottura nell'andamento ordinario degli eventi. La festa mette in moto
comportamenti improntati alla dimensione collettiva: durante la festa infatti i centri di aggregazione moltiplicano, si
creano gruppi e sottogruppi che sviluppano la festa in maniera autonoma.

Siccome la festa è un distaccamento dalla routine del quotidiano, questa si presenta come un terreno culturalmente
creativo. All'interno della dimensione festosa, gli individui si sentono partecipi di una dimensione collettiva in cui le
differenze tra gli individui si annullano per fare spazio, a seconda dei contesti, a forme di espressione personale ed
identitaria più o meno marcate.

• Festa come eventi collettivi che mirano a rinsaldare periodicamente il senso di appartenenza ad una comunità –
Émile Durkheim;
• Festa come modo per fronteggiare e neutralizzare la negatività dell'esistenza – Lanternari;
• Festa come modo per rappresentare la gerarchia e i valori sociali e riaffermarmi solennemente – Valeri;

La creatività della festa consiste nella possibilità che, durante tale momento, si compiano accostamenti simbolici inediti
o comunque insoliti mediante i quali sia possibile trasmettere concetti e stati d'animo difficilmente esprimibili in altri
contesti.

L'ESPRESSIONE ESTETICA

Arte ed espressione estetica

C’è una sfera dell’attività umana a cui ricolleghiamo immediatamente l’idea di creatività, ovvero ciò che chiamiamo
arte. Le arti si ripartiscono in arti visive e arti non visive. Quelle visive comprendono le arti plastiche e quelle grafiche.
Invece la poesia, il canto, l’oratoria, la musica sono arti non visive. Questa classificazione è strumentale e non coglie né
le intenzioni espressive né la motivazioni culturali che sono all’origine dei prodotti da noi chiamati artistici. L’arte è
prodotto di un tratto universale dell’umanità, ovvero l’espressione estetica.

In alcune culture vi sono modi di accostare colori, forme, parole, suoni e movimenti del corpo che producono su chi le
esegue, li ascolta, li osserva, particolari stati d'animo. Affinché l'espressione estetica venga percepita e riesca ad
esprimersi appieno, è necessario che i soggetti siano disposti a cogliere tali relazioni e stati d'animo.

La natura culturale dell'espressione estetica

Tutte le culture producono oggetti o performance capaci di generare nei destinatari qualche tipo di reazione estetica, a
dimostrazione del fatto che l'espressione estetica è un elemento presente in ogni società umana. Come avviene per gli
altri modelli culturali, anche i modelli estetici sono introiettati e condivisi da un certo numero di individui. Per questo
motivo, la produzione estetica di una cultura è collegata alla sua visione del mondo, ai suoi valori e al suo modo di
sentirsi comunità.

L’arte è un’attività congiunta con il contesto politico, culturale, sociale ed economico in cui viene prodotta.

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Arti, pratiche sociali e significati culturali

Non tutte le culture sviluppano allo stesso modo le arti: la loro espressione estetica può infatti infatti concentrarsi su
aspetti differenti, a seconda del contesto, ignorando completamente altri. Tale processo prende il nome di selezione
estetica ed è presente in tutte le società.

Negli esseri umani è universale la capacità di esprimersi esteticamente ma la forma di espressione estetica nelle diverse
culture dipende da una gran quantità di fattori: la funzione del prodotto, i valori e le rappresentazioni a cui esso rinvia,
l’uso che se ne fa, il destinatario, la motivazione e l’ispirazione dell’artista.

L'ARTE TRIBALE NEL CONTESTO OCCIDENTALE

Musei e arti primitive

Nel corso del XIX secolo, i musei di arte antropologici ed etnologici andarono moltiplicandosi specialmente negli Stati
Uniti e in Europa grazie all’enorme quantità di oggetti rilevati nei mondi primitivi da parte di commercianti, esploratori
ed etnologi. Gli oggetti rinvenuti venivano catalogati ed esposti mettendo l’accento sulle teorie antropologiche
dell’epoca: in accordo con i principi dell’evoluzionismo ottocentesco, questi oggetti venivano raggruppati in categorie
omogenee e in ordine di complessità crescente, ovvero seguendo una sorta di sviluppo tecnologico. A partire dagli anni
successivi alla Seconda Guerra Mondiale, i musei antropologici affinarono le tecniche di esposizione allestendo mostre
a tema, privilegiando talvolta il criterio documentaristico e talvolta il criterio estetico.

Arte moderna e oggetti selvaggi

I manufatti di origine primitiva suscitarono molta attenzione negli artisti dell’avanguardia francese, che li denominarono
objets sauvages, ovvero oggetti selvaggi. Il motivo che avvicinò questo gruppo di artisti all'arte primitiva fu il bisogno
di opporre alla frantumazione sociale dovuta all’avvento della modernità industriale, il recupero di modelli non
competitivi, armonici, sottratti al flusso della modernità stessa. Questa corrente venne chiamata primitivismo e il suo
maggior esponente fu Paul Gauguin. Successivamente, gli oggetti primitivi divennero il fulcro della corrente
modernista, decisa a prendere come modelli tali manufatti poiché considerati espressione di un'arte esotica, senza tempo
e priva di connessioni con la realtà.

Come un oggetto selvaggio diventa un'opera d'arte: il mercato dell'arte tribale

Negli ultimi decenni del Novecento, l’arte tribale cominciò ad avere un mercato proprio ed i prezzi degli oggetti
selvaggi, che prima rappresentavano valori irrisori, raggiunsero cifre ragguardevoli. L'entrata degli oggetti selvaggi
all'interno del mercato dell'arte occidentale ne decreta il progressivo inglobamento. Gli oggetti esotici cominciarono ad
essere richiesti dai musei etnografici, da collezionisti, artisti e riviste:l'aumento della domanda e il possibile tornaconto
economico derivante dalla vendita di tali oggetti, rappresentarono i motivi principali dello sviluppo del commercio di
tali manufatti.

Ciò che determina il valore economico di questi oggetti è che ora gli stessi possono essere legittimamente giudicati arte.
Nella determinazione di un certo oggetto come opera d’arte entrano, nella nostra tradizione, coppie di nozioni come
autentico/inautentico, capolavoro/artefatto, originale/seriale.

PARTE NONA – RISORSE E POTERE

POTERE DELLE RISORSE E RISORSE DEL POTERE

Risorse e potere: un'inscindibile relazione

Lo studio della produzione e della gestione delle risorse e lo studio della costituzione e dell'esercizio del potere
riguardano due branche distinte dell'antropologia: l'antropologia economica e l'antropologia politica. La fitta relazione
tra potere e risorse è una caratteristica propria di tutte le civiltà ed ha mostrato caratteri differenti a seconda del luogo e
dell'epoca storica.

Risorse materiali e risorse simboliche

Per risorsa si intende tanto un bene materiale, concreto e tangibile quanto un bene volatile, come una conoscenza,
un'ideologia ed un sapere: in generale, le risorse possono essere di natura materiale e simbolica. Una risorsa è anche
qualunque cosa il cui controllo permette a un individuo di perseguire uno scopo di ordine materiale o simbolico.
L’acquisizione e la disponibilità di una risorsa non sono mai completamente disgiunte da un potere, infatti l'acquisizione
di una certa risorsa da parte di un individuo o di un gruppo di individui ne decreta l'influenza e la superiorità.

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Economia e politica

Presso le società industriali e post-industriali, solo da poco tempo si riconosce esplicitamente che le risorse possono
essere sia di tipo materiale che simbolico. L'idea di risorsa come qualcosa esclusivamente materiale va necessariamente
abbandonata poiché solo interpretandola nel suo senso più volatile, è possibile comprendere del tutto la fitta relazione
tra il concetto di risorsa e la sfera politica.

Tutto ciò che riguarda la produzione, la gestione, lo scambio, la distribuzione e il controllo delle risorse materiale è
interesse dell’economia, mentre tutto ciò che riguarda le relazioni tra individui e gruppi sociali che perseguono progetti
o interessi diversi rientra nel campo della politica. Nel mondo occidentale, economia e politica risultano distinte grazie
all’esistenza del sistema di mercato da un lato e dalle istituzioni politiche dall'altro.

Oggetti di prestigio e beni di consumo

Con gli sviluppi dell’etnografia, divenne evidente che anche gli altri popoli avevano modi di produrre risorse e farle
circolare, metodi per fissare criteri di accesso ad esse e controllarne l'utilizzo, talvolta in maniera complessa. La
discussione sul metodo con cui la distribuzione sociale delle risorse era effettuata all'interno delle società chiamate
primitive, venne iniziata negli anni a cavallo della Prima Guerra Mondiale da Bronislaw Malinowski: egli, compiendo
studi sulle popolazioni delle Isole Trobriand, analizzò le loro economie, i loro sistemi di scambio ed in particolare
descrisse il sistema di scambio rituale kula.

La vita e la funzione degli oggetti

In alcune popolazioni, la relazione di scambio rituale ed economico di alcuni oggetti dona agli stessi una memoria che
vi viene incorporata, come fossero portatori di una fama imperitura per coloro che avevano partecipato agli scambi.
Cambiando circuito, beni con lunghe storie alle spalle possono vedere azzerata la propria memoria. La funzione di un
oggetto ed i significati attribuiti al suo utilizzo cambiano quindi da un contesto culturale all'altro, poiché vengono letti
con chiavi di lettura sempre differenti.

Le nature del potere

Le teorie sulla concezione e sulla visione del potere sono differenti e cambiano a seconda del contesto culturale che si
afferma. In occidente, soprattutto a partire dall'inizio del Novecento, si sono affermate teorie mirate a cogliere la
sostanza del potere.

Dal punto di vista socio-antropologico e filosofico, la teoria sul potere più interessante è quella di Michel Foucault,
intellettuale francese. Egli non interpreta il potere come sostanza, ma cerca piuttosto di studiarne e comprenderne i
dinamismi, i modi di articolazione, gli effetti che questo produce sugli individui. Foucault ritiene che il potere
rappresenti un'entità pervasiva, insinuata all'interno dei modelli culturali che la società proietta all'interno del singolo e
che determina, in maniera inconscia, il modo di agire, di pensare e di comportarsi: il singolo, secondo Foucault, non
potrebbe in nessun modo liberarsi da questa morsa opprimente. La concezione di Foucault, intesa come una visione del
potere onnipresente, mette l'accento sul fatto che ogni aspetto della vita è in qualche modo condizionato dai rapporti di
potere e dall'esercizio dell'autorità.

Interessante ed estremamente importante è anche la visione di Max Weber, elaborata agli inizi del XX secolo. Secondo
Weber il potere è la capacità di un individuo di imporre ad altri il proprio volere. Weber non specifica le caratteristiche
che rendono un individuo capace di esercitare il potere ma fa leva su alcune attitudini, come ad esempio il carisma,
l'autorità spirituale e religiosa, la superiorità fisica, morale o economica. A differenza di Foucault, che vede il potere
come entità invasiva, Weber considera il potere come l'affermazione della propria volontà: in generale, egli vede il
potere come una forma più o meno esplicita di coercizione.

Arena politica, attori politici e prospettiva processuale

Lo studio antropologico del potere a messo in evidenza le diverse modalità con cui, presso diversi contesti culturali, si
forma ciò che è stata chiamata arena politica. L'arena politica rappresenta uno spazio astratto occupato da tutti gli
elementi che determinano il confronto politico. All'interno dell'arena politica si confrontano gli attori politici, ovvero
individui o gruppi interessati ad avere un ruolo politico.

Considerando la politica come un'arena, la si svincola dall'immagine statica su cui la riflessione antropologica sul tema
del potere si era fermata. Attualmente, l'antropologia si concentra sugli aspetti dinamici del potere e, basandosi su tali
ragionamenti, ha adottato quella che viene denominata prospettiva processuale: tale prospettiva ritiene che motivazioni
e interessi trovino espressione nell'attuazione di determinate strategie. La prospettiva processuale mira a cogliere i
fenomeni politici nella loro pienezza, in tutte le evoluzioni e le fasi.

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FORME DI VITA ECONOMICA

La produzione e la circolazione delle risorse

Controllare le risorse non significa solamente stabilirne la ripartizione ma anche esercitare un'autorità sulla produzione
di esse.

La dimensione sociale dell'economia: il principio di reciprocità

La produzione, la distribuzione e la circolazione delle risorse sono i temi costitutivi dell' antropologia economica. Tale
disciplina ha un'origine abbastanza recente: essa infatti comparve verso la metà del Novecento per merito di Karl
Polanyi, economista ungherese emigrato in Gran Bretagna per sfuggire ai nazisti. Egli si interessò alle economie
comparate, analizzando e studiando le opere degli antropologi, come ad esempio Malinowski, Boas e Mauss, che
avevano fornito resoconti etnografici di forme di scambio rituali.

Influenzato dagli studi di Malinowski, Boas e Mauss, Polanyi sviluppò un concetto di economia controcorrente. Egli
sosteneva che l'economia fosse identificabile con un comportamento finalizzato alla massimizzazione dell'utile, un
tentativo di ridurre la vita sociale ad un insieme di comportamenti pratici e mentali caratteristici di un uomo economico.
Inoltre, Polanyi sostenne anche l'idea dell'economia come mezzo dell'uomo per confrontarsi da una parte con la natura e
dall'altra con i suoi simili: tale visione mette l'accento sulla natura tendenzialmente sociale del fenomeno economico.

Le forme di circolazione dei beni

Secondo Polanyi, le forme di distribuzione e di scambio dei beni sono essenzialmente di tre tipi:

a) La forma basata sul principio di reciprocità, supportata dalla simmetria: tale forma di scambio è propria delle
società basate sui gruppi di parentela, dove gli scambi avvengono in maniera paritaria e simmetrica tra i gruppi
di patenti;

b) La forma basata sulla ridistribuzione, supportata dalla centralità: tale forma di scambio è tipica delle società in
cui è presente un'autorità che concentra su di se i compiti della produzione e della ridistribuzione dei beni;

c) La forma basata sullo scambio, supportata dall'istituzione del mercato: tale forma di scambio è tipica delle
società che detengono un'economia basata sulla legge della domanda e dell'offerta;

La produzione sociale dei beni e il concetto di modo di produzione

La circolazione dei beni è un fenomeno sociale poiché lo scambio, la distribuzione, l'acquisto e la vendita dei beni
mette in relazione tra loro individui e gruppi. Anche la produzione è un fenomeno sociale, poiché oggetti e beni prodotti
incorporano anch'essi delle relazioni sociali. L'idea che gli oggetti fabbricati dall'uomo andassero analizzati come
prodotti di una relazione sociale storicamente determinata risale a Karl Marx che, all'interno dell'opera Il Capitale
(1867), introduce il concetto di modo di produzione. Secondo Marx, il modo di produzione è una forma storica di
esistenza sociale infatti, nel corso della storia umana, a diversi tipi di società e diversi momenti storici, vanno allegati
diversi modi di produzione. Secondo l'idea di Karl Marx, il modo di produzione di basa su tre elementi essenziali:

• I mezzi di produzione, ovvero la materia prima, il sapere e la tecnologia di una società dispone in un certo
momento della sua storia;

• La manodopera è l'energia umana impiegata nel processo produttivo, ossia il lavoro;

• I rapporti di produzione sono la relazione sociale tra i mezzi di produzione e la manodopera. I rapporti di
produzione rappresentano un fattore cruciale poiché se la relazione sociale tra manodopera e mezzi di
produzione varia, varierà di conseguenza anche il modo di produzione stesso;

Il ragionamento attorno al concetto di modo di produzione si impegna a mettere l'accento sulle condizioni sociali di
produzione dei beni.

L'analisi antropologica delle forme di vita economica

Basandosi sulle teorie di Polanyi e Marx, l'antropologia ha potuto avvicendarsi al fenomeno economico sfruttando una
prospettiva differente. Essa si è concentrata sull'analisi del processo produttivo inteso come fenomeno sociale, sulla
natura dei mezzi di produzione, sui loro possessori legittimi e sulla relazione che si instaura tra possessori e

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manodopera, sulla destinazione sociale dei prodotti e sui metodi di scambio e di relazione tra i diversi gruppi coinvolti.

La comunità domestica

L'antropologo francese Claude Meillassoux, durante uno studio presso le popolazioni della Costa d'Avorio, individuò
quelle che denominò le comunità domestiche. Esse sono gruppi di individui, per lo più consanguinei e coresidenti, i
quali contribuiscono allo svolgimento delle attività di sussistenza di interesse comune. In questo tipo di società l'accesso
al messo di produzione primario, ovvero la terra, è paritario ma vi è un principio di autorità individuato nella figura
degli anziani: uomini sposati con prole ed in grado di lavorare la terra detengono il controllo delle risorse. In questo
caso, secondo Meillassoux, per risorse vengono intese le donne, risorsa fondamentale grazie alle quali l'uomo è in grado
di divenire indipendente, sposandole e generando prole. In tale circostanza, viene a formarsi un rapporto basato sulla
contrapposizione giovane-anziano, che si protrarrà in un circolo domestico che vedrà l'invertirsi dei ruoli.

Economie dell'affezione e politiche dello sviluppo

L'articolazione dei modi di produzione comporta il progressivo coinvolgimento dei sistemi locali in sistemi più ampi.
Quando i sistemi locali entrano in un rapporto di articolazione coi sistemi dominanti del mercato, le trasformazioni
possono essere rapide e rilevanti. Tale rapidità e rilevanza dipendono da quanto il sistema locale è in grado di difendersi
dalla pressione esterna. Questi casi sono stati considerati esempi di una economia dell’affezione, tipica di comunità
tradizionali, contrapposta ad un economia del valore, promossa dagli stati attraverso progetti di sviluppo e iniziative
miranti a favorire l'inserimento di sistemi economici locali nella sfera del mercato.

I progetti di sviluppo ideati dalle comunità occidentali sono spesso causa di fallimento poiché modelli estranei vengono
calati dall'alto su realtà locali di cui non si conosce alcun aspetto istituzionale e culturale.

Le strutture della dipendenza

L'articolazione tra sistemi e modi di produzione locali con l'economia di mercato viene definita struttura della
dipendenza (economista André G. Frank - 1969). La dipendenza nei confronti delle economie più forti si instaura in
primo luogo poiché queste hanno la possibilità di estrarre, dalle comunità più deboli, risorse che non possono essere
impiegate localmente, provocando una sostanziale stagnazione delle attività economiche minori. Inoltre, esercitando la
loro pressione, le economie di mercato sfruttano le realtà locali, utilizzandole per la produzione di merci convenienti.

Razionalità e irrazionalità nell'economia

Nella tradizione del pensiero occidentale, dominata dall'idea di razionalità, anche l'economia viene sviluppata seguendo
un'attitudine logico-formale. Dal punto di vista degli osservatori occidentali, le economie locali che investono la
maggior parte delle loro risorse nella celebrazione di simboli spirituali, religiosi, cerimoniali e culturali, sono
considerate irrazionali. Alcuni antropologi ritengono che tali comportamenti non possono essere giudicati irrazionali,
perché rispondono al soddisfacimento in un bisogno considerato primario.

Entrambe le posizioni possono essere discutibili in quando dipendono dall'idea diffusa che si ha di razionalità ed
irrazionalità e dai modi ed i metodi che si perseguono durante l'esistenza.

FORME DI VITA POLITICA

Attività politica e organizzazione politica

Invece di rappresentare il potere in termini di istituzioni o ruoli politici, l'antropologia ha imboccato la via che consiste
nello studio degli aspetti dinamici del confronto politico, cercando di considerare quegli attori che, partecipando alla
contesa, si rivelano interessati al controllo delle risorse tanto materiali quanto simboliche. L'attività politica è l'aspetto
intenzionale del comportamento individuale e collettivo mediante cui i singoli o i gruppi manipolano, secondo interessi
e finalità specifici, le regole e le istituzioni vigenti nella loto società.

Un'organizzazione politica consiste nell'insieme delle regole, delle istituzioni e delle pratiche che contribuiscono a
definire il quadro entro il quale si svolge l'attività politica. Parlare di organizzazione politica significa evocare le
dimensione del potere e dell’autorità: tali aspetti possono essere incarnati da figure sociali particolari, che rivestono
delle cariche che è possibile ottenere per vie differenti.

La classificazione tipologica

Gli antropologi, per lungo tempo, hanno considerato i sistemi politici in relazione alla loro complessità, classificandoli
in varie tipologie. Attualmente, vi è un diffuso scetticismo nei confronti di tali classificazioni ma rimane ancora in

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vigore la distinzione tra sistemi politici centralizzati e sistemi politici non centralizzati. I sistemi centralizzati sono
suddivisi in potentati e stati, a loro volta divisi in stati nazionali e stati dinastici. I sistemi non centralizzati sono invece
divisi in bande e tribù: ai sistemi non centralizzati corrisponde anche il modello di autorità esercitato dai Big Men.

Sistemi non centralizzati

La banda

La banda è ritenuta dagli antropologi la forma di organizzazione politica più antica ed attualmente meno diffusa: essa
era infatti caratteristica delle società di cacciatori-raccoglitori nomadi. Le bande sono continuamente sottoposte ad un
flusso di individui, che costantemente lasciano il gruppo per aggregarsi ad altri: ciò, assieme alle condizioni generali di
vita economica e sociale, contribuisce a formare società prettamente egalitarie.

L'organizzazione sociale delle bande può essere definita come una struttura ristretta, informale e priva di una gerarchia
decisionale. Essa è definita ristretta a causa dell'esiguità numerica dei gruppi, informale poiché l'esercizio dell'autorità si
esaurisce nel prevalere di un'opinione individuale e nell'adesione a quest'ultima da parte dei membri della banda
secondo modalità contingenti, priva di gerarchia decisionale in quanto la banda manca di un'autorità stabile e
istituzionalizzata capace di esercitare un controllo permanente sugli individui che ne fanno parte.

Le società tribali

Gli antropologi utilizzano l'etichetta tribù per indicare un preciso tipo di organizzazione socio-politica, tipica
popolazioni agricole e/o pastorali. Vengono definite tribali quelle società in cui sono presenti più gruppi di discendenza
che si considerano l'un l'altro come a loro volta discendenti di un comune antenato. Le società tribali sono
necessariamente acefale, ovvero prive di un'autorità centrale permanente con capacità di decisione, controllo e coesione
nei confronti dei gruppi di discendenza. Le società tribali mettono l'accendono sulla parità e l'uguaglianza dei loro
membri: è però presente una figura pseudo-autoritaria individuata nel capo, eletto sulla base di caratteristiche personali.
Le società tribali sono instabili, poiché in continua trasformazione e mutamento.

Lignaggi segmentari

I lignaggi segmentari sono i gruppi di discendenza unilineari costitutivi di una tribù. Essi sono di fatto gruppi corporati
ma prendono il nome di segmentari poiché suscettibili di frazionarsi e formare gruppi di entità più o meno estesa. I
componenti dei lignaggi segmentari si riconoscono idealmente in un unico antenato: in tale società viene posta grande
enfasi sui rapporti di parentela e di consanguineità, considerati rappresentanti delle idee di solidarietà, comunanza di
intenti, egalitarismo e carattere paritario. Fu l'antropologo Evans-Pritchard, durante lo studio presso la popolazione dei
Nuer attorno al 1940, che individuò le società frammentarie e ne descrisse i tratti e le caratteristiche.

Stratificazione rituale

In molte società tribali, in particolare dell’Africa e del Medio Oriente, esiste una distinzione importante tra lignaggi:
alcuni di questi assumono, nella sfera politica-religiosa, cariche e ruoli di prestigio. Spesso i capi delle tribù e gli
specialisti del culto appartengono a lignaggi particolari, storici, eletti per tradizione. È possibile trovare, presso alcune
di queste società, alcuni individui che possono incarnare un’autorità largamente rispettata ed ascoltata per motivi extra-
politici.
Consigli di villaggio

Dove le popolazioni sono insediate in villaggi permanenti, ogni gruppo di discendenza ha propri rappresentanti. Essi si
riuniscono periodicamente dando vita ai consigli di villaggio, assemblee ristrette, fornite di potere decisionale e
consultivo, nonché amministrativo. I compiti di tale organo spaziano all'interno dei vari ambiti della vita quotidiana:
essi si occupano di regolare le dispute interne, di amministrare le relazioni con i gruppi delle tribù limitrofe, di gestire
gli scambi matrimoniali.

Sodalizi, classi d'età, società segrete

Nelle società tribali esistono anche forme associative basate sui criteri del sesso e dell’età. Membri di questi gruppi
possono entrare a far parte di sodalizi, forme associative che tagliano trasversalmente i gruppi di discendenza. In alcune
società, la popolazione è raggruppata in base a fasce di età, gruppi nei quali si entra mediante riti di iniziazione officiati
dai membri più anziani della società.

Il Big Man

All'interno di alcune società acefale della Melanesia e della Papua Nuova Guinea è presente la figura del Big Man,

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ovvero grande uomo: tale espressione viene utilizzata per indicare colui che si caratterizza per la costante opera di
ridistribuzione di beni e di benefici, oltre che di supporto e assistenza nei confronti del proprio seguito. Il Big Man gode
spesso di un grande seguito, guadagnato attraverso l'abilità personale o l'iniziativa, infatti questo spesso non ha alle
spalle un lignaggio forte ne appartiene ai gruppi dei capi. A causa della fama di cui egli gode, il Big Man è obbligato,
periodicamente, a compiere un'operazione di ridistribuzione dei beni per sancire pubblicamente la sua supremazia
sociale: tali beni vengono redistribuiti in occasioni di grandi cerimonia a cui presenzia tutta la popolazione ed i gruppi
provenienti dai villaggi limitrofi.

Coloro che vogliono ambire ad occupare una posizione di prestigio all'interno della società, possono sfidare in
generosità il Big Man: se i beni distribuiti saranno maggiori di quelli distribuiti dal Big Man, allora colui che è risultato
vincente occuperà il posto del Big Man, rimpiazzandolo.

Sistemi centralizzati

Attualmente, poche porzioni di terra non sono sottoposte al controllo, diretto o indiretto, di un Stato nazionale. Lo Stato
nazionale è una forma di organizzazione politica nata in Europa nel corso dell'età moderna, avendo nel corso dei
successivi secoli grande fortuna. Esso si diffuse infatti grazie all'espansione europea e si affermò in maniera definitiva
in seguito al processo di decolonizzazione. Ai giorni nostri, il modello dello Stato nazionale domina il panorama
politico del mondo attuale.

Un mondo di Stati

La maggior parte degli Stati pretende di legittimare la propria autorità facendo leva sul fatto che le popolazioni sotto la
loro giurisdizione siano omogenee: ciò non è del tutto vero poiché, all'interno del panorama locale, molteplici sono le
accezioni, le sfumature, i contrasti con i modelli culturali, spirituali, linguistici, religiosi o politici dominanti. Tale
visione è particolarmente veritiera per quanto riguarda gli Stati africani, creati in maniera del tutto arbitraria, tracciando
confini senza interessarsi minimamente dell'enorme vivacità e differenza culturale esistente tra le popolazioni locali.

Sino all'epoca della decolonizzazione, la maggior parte delle società umane erano organizzate in maniera non statuale.
Inoltre, spesso tali società erano del tutto indipendenti dal punto di vista dell'organizzazione politica, economica ed
amministrativa. Il modello dello Stato nazionale rappresenta il fattore di maggior rilievo dei processi di
modernizzazione, di globalizzazione e di transnazionalizzazione del capitale industriale e finanziario.

Prima degli Stati: i potentati

Il potentato costituisce una specie di condizione politica intermedia tra la tribù e lo Stato. All'interno del potentato,
l'esercizio del potere tende a rivestire un carattere formale, l'autorità del capo viene legalizzata attraverso forme più
stabili del consenso e le funzioni politiche acquisiscono maggiore validità, divenendo in molti casi ereditarie. Il
potentato presenta alcune caratteristiche affini alla tribù: centrali anche nel potentato sono i gruppi di parentela e
l'anzianità come elementi con cui approcciarsi alle relazioni sociali.

I potentati presentano anche alcune differenze se paragonati ai sistemi tribali, in particolare:

a) lo sviluppo di un netto accesso differenziale alle risorse;


b) la comparsa del principio di ridistribuzione delle risorse;
c) la figura del capo cessa di essere una finzione e diviene una vera e propria carica politica;

Accesso differenziale alle risorse e stratificazione sociale

Nelle società organizzate sulla base del potentato, si assiste ad un processo di differenziazione tra i gruppi di
discendenza: come ha sottolineato l'antropologo tedesco Paul Kirchoff, si tratta della nascita dei cosiddetti lignaggi
aristocratici. Secondo tale visione, i lignaggi tendono a disporsi in una gerarchia di rango a seconda della distanza che,
attraverso la linea di discendenza, li separa dall'antenato fondatore. Questa differenza di rango corrisponde ad una forma
di controllo sulle risorse, esercitata dai lignaggi di rango superiore.

Ridistribuzione

All'interno dei potentati vi è una prima forma di circolazione dei beni regolata da un'autorità centrale. Come ha messo in
evidenza l'economista ungherese Karl Polanyi, la ridistribuzione avviene in due fasi:

1. Una parte delle risorse e dei beni prodotti dai gruppi inclusi nel potentato vengono convogliati verso il capo;
2. Il capo ridistribuisce la maggior parte alla comunità attraverso feste, banchetti e cerimonie. La ridistribuzione,
come viene chiamata tale fase, avviene secondo modalità non differenti rispetto quelle delle società dove è

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presenta la figura del Big Man. La redistribuzione ha una funzione pratica, essa infatti regola il flusso dei beni
tra le comunità che, probabilmente, non avrebbero relazioni commerciali in maniera spontanea. La
ridistribuzione è considerata un dovere morale del capo, poiché rappresenta l'ideologia della solidarietà
all'interno di gruppi uniti da un legame di discendenza comune;

Gli Stati

Lo Stato è una forma di organizzazione politica specifica che presenta quattro caratteristiche fondamentali. Esse sono:

a) un'autorità altamente centralizzata;


b) un apparato burocratico-amministrativo sviluppato;
c) la prerogativa esclusiva di emanare le leggi;
d) il monopolio della forza come metto per fare rispettare le leggi sul piano interno e come mezzo di confronto
con entità ostili esterne;

Le società organizzate su base statuale presentano:

a) un accesso alle risorse ancora più differenziato;


b) una stratificazione sociale accentuata;
c) la sostituzione dei legami di parentela come criterio regolatore delle relazioni sociali con rapporti di tipo
impersonale, talvolta individuato in istituzioni religiose, territoriali o economiche;

Nel corso della storia vi sono state diverse interpretazioni del concetto di Stato. Una di queste si fonda sull'idea di
omogeneità linguistico-etnico-culturale della popolazione abitante entro i confini dello Stato medesimo: tale idea prende
il nome di idea nazionalistica. Un'altra concezione di Stato si fonda sull'idea che esso nasca da un patto tra diverse
componenti culturali e linguistiche ma che, ciononostante, promuove una propria identità politica ispirantesi a leggi
valide per tutti, indipendentemente dalle differenze linguistiche, religiose o culturali.

Lo Stato e le altre forme di organizzazione politica

È difficile parlare in maniera categorica di organizzazioni politiche poiché le società umane ed i gruppi evolvono in
maniera continua: assieme ad essi si trasformano le relazioni umane, le organizzazioni politiche e, grazie alle influenze
esterne e all'avvicendarsi di epoche storiche differenti, i modelli culturali fanno si che tutto muti.

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