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DIPARTIMENTO DI SCIENZE LINGUISTICHE E LETTERARIE

FACOLTA’ MAGISTRALE DI LINGUISTICA

CORSO DI ANTROPOLOGIA CULTURALE


ANNO ACCADEMICO 2020/2021

DOSSIER ANTROPOLOGICO

PROFESSORE: Paolo Grassi STUDENTESSA: Martina Pegorin


MATRICOLA: 2028994
1. PRESENTAZIONE
Mi chiamo Martina Pegorin, sono nata il 19 marzo 1993 a Castelfranco Veneto, in provincia di
Treviso, e studio Linguistica all’università di Padova.
Dopo questa frase, professore, ho avuto molta difficoltà a continuare con la mia presentazione.
Vede, le presentazioni richiedono di definirsi in qualche modo, cosa che per me è stata difficile per
molto tempo (e talvolta, come in questo caso, lo è ancora). Martina è…una zia, una figlia, un’amica,
una studentessa, una futura insegnante. Questa descrizione per ‘etichette’ sarebbe la più concisa e
sarebbe assolutamente veritiera. Sarebbe il modo più semplice di presentarsi, ma anche il più
asettico. Ho deciso allora, allo scopo di farle capire perché questo corso sia stato interessante per
me, di andare un po’ più sul personale.
Ho vissuto la mia infanzia e buona parte della mia adolescenza in un piccolo paesino di 800
abitanti. Era quel tipo di paesino in cui tutti si conoscono tra di loro, dove gli anziani ti approcciano
con “ah, ma tu sei la figlia di…”, dove una faccia sconosciuta difficilmente passa inosservata.
Finché la mia famiglia non si è trasferita, dopo gli anni delle mie scuole medie, non ho avuto
amicizie fuori dall’ambiente scolastico, visto che nel mio paesino ero l’unica bambina del ‘93. Non
è stata un’infanzia esattamente infelice, questo no, solo molto isolata.
La mia famiglia, d’altro canto, è sempre stata molto religiosa. Si tratta di quel tipo di religiosità per
la quale saltare messa la domenica è assolutamente impensabile, così come iniziare a mangiare il
piatto di pasta senza prima rendere grazie. La mia famiglia mi ha sempre tenuta molto distante dal
“mondo moderno”, con regole molto rigide sul quando o con chi frequentare. Trovo importante che
lei sappia questo di me, perché penso sia indicativo di come buona parte della mia vita (almeno fino
ai 15-16 anni) sia stata vissuta senza veri e propri approcci all’altro, al diverso. Gli anni delle
superiori, per questo ed altri motivi, sono stati molto difficili. Il passaggio ad una scuola pubblica è
stato per me un trauma (ho frequentato le medie presso una scuola privata cristiana) e ha creato
parecchie difficoltà a livello di salute mentale. È molto difficile avere un’indole tollerante e
tendente all’accettazione nel contesto in cui sono cresciuta e, per molto tempo, ho vissuto i contatti
con persone non cristiane, omosessuali e/o che andassero fuori dai canoni stabiliti dalla mia
“comunità” di allora, come contatti peccaminosi, inquinanti, senza mai essere in grado di capire
perché quelle persone meravigliose, per come mi era stato insegnato, non meritassero di far parte
della mia vita. Nell’ultimo decennio le cose sono molto cambiate, grazie all’aiuto di uno psicologo,
all’allontanamento dalla religione, alla condivisione e riappacificazione con la mia famiglia,
all’accesso all’università. È all’università che ho capito chi volevo essere e cosa volevo fare della
mia vita.
Ho sempre avuto una grossa passione per la lingua e la cultura inglese e voglio trasmettere questa
passione a degli studenti, in particolare vorrei insegnare alle medie. È per inseguire questo mio
desiderio che ho cominciato la facoltà di linguistica e che mi sono iscritta al suo corso, essendo
obbligatorio per i 24 CFU. In tutta onestà non credo avrei mai seguito il suo corso se non fosse stato
per questo motivo, ma per pura ignoranza. La verità è che non avevo mai sentito parlare di
antropologia culturale prima.
Penso che queste informazioni siano sufficienti per capire quanto il suo corso e gli argomenti in
esso affrontati siano rilevanti per il mio percorso accademico ma anche (e, forse, soprattutto)
personale. Non che non avessi mai riflettuto sul tema dell’alterità prima d’ora, anzi. Tuttavia, le sue
spiegazioni in termini metodologici e i suoi aneddoti riguardo al suo lavoro sul campo sono stati per
me estremamente affascinanti e illuminanti.

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Del suo corso mi rimarranno sicuramente impressi alcuni spunti importanti. In primo luogo, non si è
mai abbastanza imparziali nei propri giudizi, ma non necessariamente in senso negativo. Penso che
questo sia importante per due motivi: se trattati nel modo corretto, penso i nostri giudizi interiori
possono aiutarci sia ad accrescere la tolleranza verso il diverso, sia a conoscere di più noi stessi e i
nostri limiti. In secondo luogo, il mio concetto di “diverso e altro” si è fortemente ampliato e
sensibilizzato. Penso che questo, come futura insegnante, sia qualcosa di estremamente utile, se non
fondamentale.

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2. RIASSUNTO E COMMENTO AI TESTI OBBLIGATORI
ELEMENTI DI ANTROPOLOGIA CULTURALE, UGO FABIETTI
Parte prima: Ciò che risulta interessante è il fatto che la disciplina, in qualche modo, prende avvio
con la scoperta-conquista dell’America. È interessante il pensiero che l’essere umano abbia dovuto
incontrare popolazioni che vivono letteralmente dall’altra parte del mondo per cominciare a pensare
in modo importante alle differenze (culturali) che intercorrono all’interno del genere umano;
oggigiorno, infatti, il fatto che esistono persone con culture e modi di pensare diversi dal nostro è
pressoché dato per scontato. Ciò che colpisce ancora più a fondo è il fatto che inizialmente la
disciplina era uno studio “a distanza”, in cui gli “antropologi” cercavano di studiare e capire una
cultura senza mai aver avuto un incontro diretto con questa. Un fatto, questo, che ha sicuramente
avuto grosse ripercussioni nel periodo delle colonizzazioni, con la rappresentazione “europeizzata”
dei nativi americani. L’idea che per conoscere bisogna incontrare, partecipare, osservare in prima
persona, infatti, arriva solo tra l’Ottocento e il Novecento, con la cosiddetta ricerca di campo.
Altro punto focale di questa prima parte è il concetto di cultura. Riassumendo brevemente, i punti
più interessanti sono: il rapporto tra natura e cultura, quindi il rapporto tra la genetica e
l’apprendimento di determinati modelli culturali; Boerdieu e il suo concetto di habitus definito
come "un sistema di schemi percettivi, di pensiero e di azione acquisiti in maniera duratura e
generati da condizioni oggettive, ma che tendono a persistere anche dopo il mutamento di queste
condizioni"; la capacità della cultura di introdurre o rifiutare nuovi modelli che va
conseguentemente a definire anche la sua dinamicità: ogni cultura è fluida, mai identica a sé stessa;
non è sempre coerente con il modello di riferimento; non ha confini netti rispetto alle altre culture;
l’interconnessione tra comunicazione e cultura.
Tutti questi punti non solo vanno a sostenere l’importanza del contatto, come sostenuto sopra, ma si
collegano anche alla metodologia dell’osservazione partecipante, per cui l’antropologo azzera, per
quanto umanamente possibile, il bias dato dal suo contesto culturale e cerca di vedere e percepire il
mondo come lo vede la popolazione o il gruppo in esame condividendo tempi, spazi, situazioni,
usanze e, soprattutto, dando grande importanza all’ascolto.
Parte seconda: La seconda parte si apre con il concetto di razza, definendola una “costruzione
culturale”. Il fatto che l’antropologia culturale non “pensi” per “razze umane” si ricollega allo
sguardo imparziale che l’antropologo cerca di assumere nelle sue ricerche sul campo. Le teorie dei
genetisti sulla distribuzione dei generi umani sembrano trovare sostegno negli studi sulla
classificazione delle famiglie linguistiche. Ad oggi la (dibattuta) teoria unitarista parla di
superfamiglie a loro volta discendenti da un’unica lingua madre sviluppatasi presso il nucleo
originario dell’umanità, le lingue si sarebbero poi differenziate, così come i corredi genetici, grazie
all’allontanamento dei gruppi umani, tenendo conto anche di fattori collaterali come: l’occupazione
di una regione disabitata, la divergenza, la convergenza e la sostituzione di una lingua. Le
differenziazioni linguistiche e culturali sembrano arrivare con lo svilupparsi dell’agricoltura, che
porta ad un incremento demografico e anche a migrazioni. Lo sviluppo dell’agricoltura ha portato
alla quasi totale estinzione delle società cosiddette acquisitive, che sfruttano le risorse della natura
senza tuttavia modificarla e il lavoro dell’uomo si presenta quindi come a rendimento immediato.
Queste società sono (o erano) caratterizzate da forte mobilità e dalla necessità di accumulare risorse
in modo continuo; ciò significa che in queste società vige un sostanziale egualitarismo e sentimento
di cooperazione. L’introduzione dell’agricoltura ha dato quindi vita a nuove forme di adattamento e,
quindi, a nuove strutture sociali. Da una parte abbiamo le società contadine in cui il rendimento del
lavoro è differito e in cui l’egualitarismo e la cooperazione vengono meno, per via dei rapporti con
gli insediamenti urbani. Esistono anche i popoli pastori, che sono spesso nomadi e, per questo
motivo, spesso (ma non senza eccezioni) esclude per definizione l’agricoltura stanziale.
Parte terza: in questa sezione Fabietti delinea alcuni concetti nell’ambito della comunicazione e
della conoscenza. La prima distinzione che propone è quella tra culture dette a “oralità ristretta” ad
“oralità diffusa” dove lo stile comunicativo è principalmente orale. Nelle culture orali spesso la
parola è equivalente ad un’azione. Il concetto forse più interessante del capitolo è quello che lega lo

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stile comunicativo della cultura allo sviluppo del pensiero; infatti, la logica che sviluppano società
ad oralità diffusa sembra diversa dalla logica formale a cui società come la nostra sono abituate.
Quest’ultima non è altro che il prodotto dell’alfabetizzazione. Nella parte finale di questo capitolo
Fabietti affronta anche il tema della percezione spazio-temporale nelle diverse culture.
Ho trovato interessante questo capitolo perché ho potuto collegarlo alla lettura de “La conquista
dell’America” di Todorov. Nel libro viene dipinto un quadro del mondo azteco come di una cultura
priva di scrittura (usavano solo pittogrammi) e in cui la parola ha un’importanza fondamentale. Per
gli aztechi la parola equivale ad un’azione e non si capacitano delle molteplici bugie degli spagnoli.
La parola privilegiata dagli aztechi è la parola rituale, la parola memorizzata e quindi sempre citata.
La forma più sorprendente della parola rituale è rappresentata dagli huehuetlatolli, discorsi imparati
a memoria, che coprono un vasto arco di temi e corrispondono a tutta una serie di situazioni sociali.
La funzione degli huehuetlatolli è quella propria di ogni parola in una società priva di scrittura: essi
materializzano la memoria sociale, cioè l’insieme delle leggi, delle norme e dei valori che debbono
essere trasmessi per garantire l’identità collettiva. La caratteristica essenziale di questi discorsi è,
dunque, la loro provenienza dal passato. Questo si ricollega alla concezione del tempo degli aztechi,
che non ha carattere di linearità (come ci si aspetta), ma di circolarità. Non c’è dubbio che il
principio dell’eterno ritorno fosse uno dei motivi cardine del pensiero azteco. Una simile
prospettiva “circolare” consente di trovare una collocazione certa e dunque rassicurante, per ogni
evento futuro. E non è forse questo ciò che succede quando Cortés sbarca sul suolo messicano?
Dinanzi al fatto totalmente nuovo e straordinario della comparsa di esseri dall’aspetto e dai poteri
radicalmente diversi dai loro, gli aztechi mettono in campo i propri strumenti concettuali ed
affrontano l’imprevisto in chiave mitologica, leggendo gli avvenimenti (soprattutto attraverso gli
indovini) come il riproporsi di un passato già in parte noto: l’anno dell’arrivo degli Spagnoli
portava il nome Ce Acatl “1 canna” e coincideva quindi con quello natale del mitico dio-sovrano
dei Toltechi, da qui arriva l’identificazione di Cortés (e degli spagnoli in generale) come un dio.
Per quanto riguarda lo spazio, nel libro si trova questo passaggio interessante: “Nelle case dei re e
nei templi c’erano sale e stanze nelle quali venivano ospitate o ricevute persone di qualità diversa,
di guisa che le une non si mescolassero alle altre e chi era di sangue nobile non fosse trattato alla
stregua degli appartenenti alle classi inferiori.”.
Parte quarta: il tema principale di questa sezione è sicuramente quella dei “sistemi di pensiero”.
Come ha dimostrato lo studio sui sistemi di pensiero africani condotto da Horton, tutti sistemi
condividono uno specifico obiettivo, una funzione, quella esplicativa. Hanno il compito di spiegare,
di ricercare cause e connessioni fra i fenomeni. Un’ importante distinzione che viene
problematizzata all’interno del testo è quella tra sistemi di pensiero “aperti” (sistemi tradizionali) e
“chiusi” (fanno capo a concetti di natura scientifica); questa distinzione, nonostante vada applicata
in maniera relativa ai contesti, è utile per cogliere e comprendere come le trasformazioni del
pensiero possano avere rilevanza anche nel sistema di comunicazione di un’intera società.
Ricollegandomi nuovamente a Todorov, è facile intuire come il sistema di pensiero azteco fosse un
sistema chiuso, perché, come gli indovini africani dell’esempio in Fabietti, anche gli aztechi e i loro
indovini non sono consapevoli del fatto che esistono delle alternative esplicative. Questo fatto va a
condizionare totalmente il sistema di comunicazione del mondo azteco. Come sostenuto da
Todorov, infatti, “esistono due grandi forme di comunicazione, quella fra uomo e uomo e quella fra
uomo e mondo” e gli indiani (aztechi) sembrano coltivare più la seconda che la prima. Tutto questo
fa sì che gli scambi tra spagnoli e aztechi siano di per sé “inutili”, perché sia gli spagnoli che gli
aztechi cercano risposte e spiegazioni nel loro sapere, nel loro passato, nella loro verità, senza
essere realmente disposti a concepire un pensiero diverso.
Parte quinta: Fabietti continua il suo percorso affrontando un altro tema, quello della relazione che
intercorre fra Sé e l’Altro. La relazione tra identità e alterità umana è un problema ricorrente che ha
destato molta curiosità fra gli studiosi. Il concetto che subito viene messo in luce e indagato dal
testo è quello di Identità. L’idea di identità, fragile, rinvia all’appartenenza a un sé collettivo e
all’esistenza individuale, essa è tanto più forte quanto più l’ambiente è concorrenziale e conflittuale.
La cultura occidentale più di tutte ha enfatizzato la dimensione identitaria in contrapposizione
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violenta alle altre, plasmandosi in questa relazione. La dimensione identitaria si lega fortemente il
corpo noi percepiamo e anticipiamo le regolarità del mondo attraverso il corpo.
Ho trovato questa parte interessante perché, mentre la leggevo, non ho potuto non fare un parallelo
con le tematiche affrontate nel libro “I viaggi di Gulliver”. In questo libro il tema principale è
l’alterità, che si inserisce in un’altra tematica, quella del colonialismo. Si tratta di tematiche cha
hanno a che fare con il “diverso”, in questo caso l’indigeno, come essere inferiore. Gli aborigeni
erano spesso paragonati ai primati, sia nel loro aspetto che nel linguaggio. Si pensava non avessero
cultura e perciò non fossero nemmeno in grado di pensare. Sono cannibali e questo giustifica la
violenza contro di loro come qualcosa di “moralmente giusto”. Le differenze sono sia morali che
fisiche. C’è un interesse in questi tipi di corpi diversi dal canone occidentale e il disgusto che queste
provocano; soprattutto il corpo delle donne è qualcosa di disgustoso e nauseante. Tutti questi temi
riflettono la deumanizzazione dell’altro, che assume il termine generico di “loro”, al quale si
contrappongono i tratti più umani riservati al “noi”. Tutto questo è interessante perché l’immagine
dell’indiano è data dai colonizzatori, come ne “La conquista dell’America”, dove viene specificato
che non abbiamo documenti direttamente scritti dagli aztechi, ma solo dagli spagnoli; l’idea della
singola narrativa è molto forte e crea suolo fertile per l’alterità come qualcosa di negativo.
Nell’ultima parte di questa sezione, Fabietti si concentra sull’identità collettiva prendendo in esame
tre costituzioni identitarie: le caste, le classi e le etnie. A mio parere la più problematica, anche
eticamente e politicamente parlando è quella di etnia. Il concetto di etnia non è facile da definire,
tuttavia è caratterizzata da un forte sentimento identitario al suo interno dato appunto dalla cultura,
dalla lingua che si è creata nel tempo ma che non è sempre stata statica o immutabile, frutto di
incontri e scontri fra culture e popoli appunto. Del concetto di etnia si è fatto un uso politico che
ancora oggi non è risolto. L’enfatizzare le differenze etniche, che, talvolta, coesistono pacificamente
all’interno di uno stesso territorio compenetrandosi da parte della politica o dei media, porta a
scontri violentissimi volti alla distruzione completa dell’etnia rivale.
Parte ottava: La penultima sezione del Fabietti si occupa della creatività culturale. Fabietti afferma
che una delle caratteristiche della cultura è che la sua creatività, la sua capacità di rinnovarsi usando
gli stessi moduli, è pressoché infinita. È una proprietà che ha anche il linguaggio, perché esso, come
la cultura, non è immutabile. Gli esseri umani producono sempre nuovi significati a partire da
modelli già noti. Le trasformazioni che la cultura subisce sono spesso determinate dalla mescolanza
e dal cambiamento di modelli culturali preesistenti. Alcuni momenti sono più comuni di altri per dar
luogo a trasformazioni, come ad esempio nel contesto della festa. In questo contesto proprio per la
maggior libertà, la straordinarietà dell’evento, l’atmosfera rilassata e per la sua dimensione
collettiva, comunitaria e paritaria, la creatività ha maggior possibilità di espressione; nella festa c’è
lo spazio per creare accostamenti e simboli attraverso i quali veicolare concetti, emozioni e stati
d’animo particolari. Un altro ambito in cui risalta la creatività è quella l’espressione estetica.
Fabietti afferma che c’è un fortissimo legame tra cultura ed espressione estetica e che quest’ultima
non è altro che un prodotto del contesto e del gusto peculiare di quella cultura. Non è, dunque,
possibile separare l’arte dal suo contesto sociale, culturale ed economico.
Parte nona: Il testo si conclude con un argomento alquanto complesso, quello delle risorse e del
potere a cui fanno capo l’antropologia economica e l’antropologia politica. Inizialmente, l’autore
introduce la distinzione tra risorse materiali e risorse simboliche che sono intimamente collegate al
potere, per poi andare a mostrare come in tutte le culture vi sono modi di produrre e far circolare le
risorse. Fabietti riporta uno studio condotto da Malinowski sugli abitanti delle Trobriand su un
sistema di scambio in cui le sfere coinvolte erano quella economica, sacrale e del potere. Passa poi
alla definizione del potere citando due importanti sociologi Foucault che ritiene che il potere sia in
qualche modo inscritto nell’uomo e Max Weber che invece crede nella possibilità di un uomo di
diventare potente se il contesto e la situazione lo consentono. Quella di Weber è la visione
maggiormente condivisa e, siccome il potere non risulta connaturato ma sviluppato, sono necessarie
alcune qualità per esercitarlo ad esempio il carisma, l’esercitazione della coercizione e l’autorità.
Quello che emerge in Weber per quanto riguarda il potere è l’intenzione del soggetto
nell’esercitarlo a differenza di ciò che emerge in Foucault. Fabietti passa alle forme di vita
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economica individuando tre modelli: reciprocità/simmetria; ridistribuzione/centralità;
scambio/mercato. Il manuale si conclude approfondendo le forme di vita politica. Viene definita
un’organizzazione politica un sistema che condivide “regole, istituzioni e pratiche che
contribuiscono a definire il quadro entro il quale si svolge l’attività politica”.

COMUNICARE, RUTH FINNEGAN


I primi due capitoli del libro si soffermano sul senso del termine comunicazione e le varie teorie
che hanno tentato di dare una definizione di “comunicazione” e sui mezzi che l’essere umano
utilizza per comunicare. I capitoli che mi sono interessati di più, tuttavia, sono stati i successivi.
Inizialmente ho dato per scontato l’importanza dell’udito per la comunicazione, ma alcuni
passaggi, come ad esempio “le arti orali possono essere tra le più creative”, “la canzone, il canto, il
lamento, il ritmo e il parlare melodico sono modalità comuni dell’interconnessione umana” e “la
comunicazione attraverso i suoni [...] è inevitabilmente collegata a situazioni particolari e a
specifici contesti sociali […]”, mi hanno fatta riflettere in modo più ampio su questa nostra
capacità. Questi due capitoli sono stati per me particolarmente interessanti perché ho potuto
tracciare un costante parallelo con un’esperienza reale come quella del concerto e, in generale,
della figura del mio cantante preferito, Harry Styles.
Nel libro viene affermato che l’esperienza condivisa può creare una communitas che raggiunge il
suo picco di intensità quando dimensione spaziale e temporale coincidono, ma che può rimanere
efficace anche a distanza e nel corso del tempo. Mi ritrovo particolarmente in questa tesi, poiché al
concerto ho vissuto in prima persona questo senso di appartenenza, di legame a centinaia di
persone a me sconosciute, ma con le quali stavo condividendo qualcosa di forte. Questa sensazione
di appartenenza, di vera e propria comunità, rimane sempre attivo attraverso internet, nelle varie
fanpages dedicate al cantante. L’affermazione per cui “gli esseri umani ne hanno fatto uso [del
suono musicale], […] allo scopo di perpetuare forme, stili di vita e assetto sociale” risuona
particolarmente vera in Styles, il quale, dall’inizio della sua carriera, ha utilizzato un misto di arti
vocali e visive per trasmettere il suo messaggio: uno stile di vita aperto all’accettazione dell’altro,
al “non-giudizio”.
Tuttavia il fatto che “i generi di performance musicale venuti alla luce negli ultimi decenni […]
hanno attenuato il predominio della dimensione visiva nel campo della musica” non sembra valere
per Harry Styles, il quale fa un uso quasi predominante del canale visivo nei suoi shows e nella sua
musica in generale. Styles è conosciuto per i suoi prolungati contatti visivi con i fan durante alcune
canzoni e per la sua capacità di comunicare attraverso l’uso delle espressioni visive. Questi
elementi, talvolta, fanno da “aggiunto” al contenuto musicale e alla dimensione unicamente
“performative” dell’esperienza musicale, creando, invece, quella che molti fan definiscono
un’esperienza di contatto umano (con la persona più che con il cantante).
Le sue performance, però, non sono arricchite solo dalla sua ampia gamma di espressioni, ma
anche dalla sua gestualità, che non serve solo a mimare il contenuto letterale delle sue canzoni, ma
anche a suscitare un certo tipo di reazione nella folla. Tutti i fan del cantante, ad esempio,
aspettano con trepidazione il momento in cui alle parole “she goes home in a black dress” Harry
“mima” con le mani contro il suo corpo il black dress.
Parlando di vestiti, Styles fa profondamente uso del suo aspetto fisico, in particolare il vestiario,
per estendere il suo messaggio di accettazione dell’altro e del diverso. Se è vero che “ovunque nel
mondo, possiamo esserne sicuri, le persone ‘vestono per impressionare’ e per ‘impersonare un
ruolo’”, quello di Harry Styles è sicuramente quello del paladino dei diritti della LGBTQ+.
Spesso, ad esempio, i suoi vestiti, nella forma e nel colore, non sono gender-specific, ma al
contrario tendono ad andare contro agli stereotipi del maschile vs. femminile. Sempre sulla stessa
linea, si Styles fa utilizzo di un tipo di artefatto, quello è sicuramente la bandiera arcobaleno, che
sventola sul palco ad ogni suo concerto.

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3. NOTA DI LETTURA SUL MATERIALE INTEGRATIVO

Il fenomeno dell’immigrazione è un tema di attualità molto pressante e delicato nell’Italia odierna.


Il contatto con lo straniero porta con sé degli interrogativi che sono in grado di mettere in
discussione la nostra identità, conducendo spesso a reazioni di diffidenza e, talvolta, anche ad
atteggiamenti razzisti. In questa cornice, i media agiscono contemporaneamente come strumenti di
separazione e di unificazione. Infatti, se da una parte essi agiscono come amplificatori del fenomeno
di deterritorializzazione e come dispensatori di sogni e speranze, specialmente nei paesi più poveri,
dall’altro lato l’interconnessione tra immigrazione e razzismo è alimentata dalla versione
tendenziosa che i media danno di questi fenomeni.
In Cavalli-Sforza, il razzismo viene definito come “la convinzione che una razza sia biologicamente
superiore alle altre” e sarebbe “solo una manifestazione particolare di una sindrome più vasta, la
xenofobia: la paura o l’odio per gli stranieri e più in generale per chi è diverso”. Come dimostrato in
varie sedi e occasioni, tuttavia, il concetto di razza (e di conseguenza quello di “purezza della razza”
così importante per gli eventi storici dello scorso secolo) è puramente infondato quando applicato
agli esseri umani. Oggi le persone sono generalmente consapevoli dell’inconsistenza di questo
concetto, eppure esiste ancora una fortissima narrativa del noi e del loro, che sviluppa sentimenti di
appartenenza legati ai concetti di ingroup e outgroup. Questa narrativa, tuttavia, appare a sua volta
non avere basi solide, poiché la definizione stessa del noi e i confini di questo concetto sono
variabili. Far parte del «noi» può significare di volta in volta varie cose: padroneggiare una certa
lingua, rispettare certe tradizioni, condividere uno stesso patrimonio culturale, possedere un
determinato livello di sviluppo scientifico o tecnologico, credere in certi valori o difendere certi
principi morali. Nonostante questa vaghezza, la narrativa del “noi” contribuisce oggi allo sviluppo
di sentimenti fortemente razzisti e può essere individuata quotidianamente nelle discussioni
sull’immigrazione. Come si può leggere in Living Language, infatti, il razzismo entra in varie forme
nei discorsi degli italiani. In una ricerca di Valentina Pagliai, si sottolinea come talvolta la nostra
affiliazione a pensieri razzisti possa scaturire anche dalla mancanza di disapprovazione a commenti
razzisti. In questa dinamica, i partecipanti alla conversazione cadono in una sorta di “effetto a
spirale”, creando un discorso via via sempre più esplicito e più negativo. Questi commenti, poi,
spesso non sono conditi da termini esplicitamente razzisti, che potrebbero alienare l’interlocutore,
ma piuttosto da usi indiretti e, talvolta, non intenzionali di stereotipi razzisti. Il linguaggio razzista e
la narrativa del “noi, tuttavia, questo concetto non sono sufficienti a spiegare il razzismo. Come
affermato da Sforza-Cavalli, un ruolo importante è giocato anche dai pregiudizi.
Secondo la definizione del vocabolario Treccani, il pregiudizio è “l’idea, l’opinione concepita sulla
base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle
persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore”.
Nel sito dell’O.C.I.S. (Osservatorio internazionale per la Coesione e l’Inclusione Sociale) si può
leggere che “Il sondaggio Ipsos Perils of Perceptions nel 2015 ci informa che gli italiani in media
ritengono che gli immigrati rappresentino il 26 per cento della popolazione, ovvero più di 15
milioni. I numeri reali invece si fermano a poco più di 5 milioni”. Questa stima errata sulla presenza
degli immigrati deriva anche da pregiudizi che condizionano la valutazione dei cittadini. Questa
impressione errata, in molte occasioni, è anche frutto dell’azione dei media, che spesso
drammatizzano ed esasperano la percezione la percezione sull’immigrazione, contribuendo a
moltiplicare l’uso di metafore come quella dell’invasione. Il modo in cui i mezzi di informazione
descrivono gli stranieri, infatti, può incidere sulla percezione che gli italiani hanno degli immigrati;
spesso si parla di stranieri principalmente per fatti di cronaca, dibattiti politici e sbarchi, mentre
tematiche riguardanti l’integrazione, il lavoro e la società sono trattate in maniera marginale.

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Telegiornali e stampa, inoltre, tendono a sottolineare la nazionalità dei migranti nei fatti di cronaca,
mentre nel caso dei nativi viene solitamente espresso solo il sesso e l’età. Questa categorizzare degli
stranieri in base alla cittadinanza, favorisce la creazione di quella narrativa del “noi” di cui sopra. I
mass media descrivono in maniera frammentaria e parziale la situazione degli stranieri in Italia,
dandone così un’immagine non reale a causa della poca varietà di informazioni che vengono
diffuse, generando percezioni distorte dalla realtà. La diffusione di false percezioni può portare a
forti sentimenti di invidia, a un senso di ingiustizia che può, in casi estremi, sfociare in un
sentimento di infelicità che può “determinare il desiderio di rivalersi su un capro espiatorio, che è
sempre una persona più debole” (Cavalli-Sforza), in questo caso, appunto, l’immigrato.
Il fenomeno dell’immigrazione e il peso dei mass media, tuttavia, sono connessi anche per altri
aspetti. Uno di questi è la deterritorializzazione. In un mondo sempre più globalizzato, le distanze e
i confini non sono più quelli di un tempo, sia a livello fisico che a livello di comunicazione;
“Objects and groups are no longer tightly territorialized, spatially bounded, historically
unselfconscious, or culturally homogeneous” (Hannerz). I mass media amplificano l’abbattimento
di queste barriere con forti conseguenze sulla nostra immaginazione, come affermato da Appadurai.
La forza dell’immaginazione colpisce sempre più persone nel mondo, permettendo loro di
visualizzare le possibilità, le grandi opportunità che arrivano dall’ “altrove”. L’immagine che ne
deriva, però, può essere fuorviante: il senso di interconnessione, solidarietà e reciprocità che ne
risulta, infatti, non rispecchia la situazione reale. Questo è potenzialmente pericoloso per vari aspetti
e per varie tipologie di persone. Nei paesi più poveri, infatti, l’immaginazione permette di
sopravvivere al presente, nella speranza di un futuro migliore; questi sogni sono sostenuti
dall’immagine che i mass media danno dell’Europa, la quale, però, non è affatto veritiera, tanto che
spesso si sente parlare di “miraggio europeo”. Questo (e altri motivi) provocano un forte flusso
migratorio che l’Italia non è pronta a gestire. Allo stesso tempo, però, l’immaginazione pervade
anche la fascia di popolazione più benestante, la quale è bombardata di messaggi e slogan sulla
linea del follow your dreams. La verità è che spesso la vita che ci immaginiamo non è quella che
vogliamo. Lo scontrarsi di queste illusioni e disillusioni può portare, in entrambi i gruppi, a quei
sentimenti di infelicità di cui si parlava nello scorso paragrafo, i quali aumentano il sentimento
razzista che, a sua volta, porta ad atti di violenza da parte di entrambe le “fazioni”: da una parte gli
immigrati si trovano a dover vivere un incubo al posto del sogno a loro promesso, costringendoli
spesso ad una vita di criminalità; dall’altra parte molti cittadini si trovano in situazioni lavorative ed
economiche ben distanti dall’ideale e, a causa della falsa percezione causata dai media, ritengono
che gli immigrati conducano una vita più agiata e facile della loro.
La soluzione proposta da Cavalli-Sforza tocca il tema dell’educazione. A mio parere, questa
educazione non dovrebbe riguardare, però, solo i giovani e il razzismo. Se i giovani hanno bisogno
di maggiore educazione riguardo i fenomeni di immigrazione e razzismo, è anche vero che la
generazione cosiddetta dei boomer guadagnerebbe molto da un’educazione mirata al corretto
utilizzo dei social media, specialmente per quanto riguarda la diffusione delle fake news. Più in
generale, sarebbe utile sviluppare un programma educativo a livello nazionale che focalizzi la sua
attenzione sull’interconnessione di tutti gli argomenti affrontati.

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4. SCHEDA DI UN’OSSERVAZIONE

Ora iniziale 15.35

Mi trovo nel centro commerciale I giardini del Sole a Castelfranco


Veneto. Precisamente, sono nell’ampio openspace, su cui si affacciano
13 dei 37 negozi, e nel quale sono disposti i tavolini di alcuni bar e
Descrizione del
catene di fast-food, pieni solo per metà.
luogo
Il luogo è affollato di famiglie e di persone singole, alcune con animali
al seguito, che camminano tra i vari negozi. Il luogo rimbomba di una
cacofonia di voci e musiche natalizie provenienti dalla radio.

Osservo un nucleo famigliare di quattro persone. I due genitori, intorno


ai quarant’anni, sono seduti su un lato del tavolino, mentre i figli, un
Descrizione
figlio maschio adolescente e una figlia femmina più piccola, sono
delle persone
seduti sull’altro lato. Stanno tutti mangiando degli hamburger. Sono
abbastanza vicina da poter sentire almeno piccoli pezzi di dialogo.

La figlia sta parlando con la madre e gesticola in modo frenetico. La


mamma la ascolta mentre mangia il suo panino. Il papà è silenzioso, ma
scatena l’ilarità della figlia rubando di nascosto una patatina fritta dal
piatto della moglie. Il figlio, invece, rimane impassibile.
Mangiano in silenzio per qualche minuto, finché marito e moglie
cominciano a parlarsi sottovoce, talvolta avvicinandosi l’uno
all’orecchio dell’altro. La figlia chiede di che cosa stanno parlando, ma
i genitori non rispondono, allora il fratello dice qualcosa che fa ridere i
genitori, mentre la bambina fa la linguaccia al fratello.
A questo punto i due bambini e la madre cominciano a conversare tra
loro, mentre il padre prende il telefono e comincia a digitare sullo
Le interazioni
schermo, senza interagire con il resto della famiglia per qualche minuto.
osservate
La figlia, nel frattempo, ha cominciato a dondolare la testa a ritmo della
canzone natalizia che sta passando in radio, continuando a parlare con il
fratello e la madre. I loro visi sono sereni e la conversazione mantiene
toni pacati.
Il padre mette via il telefono e comincia a radunare i rifiuti lasciati dal
pranzo, mentre la figlia chiede di prendere un dolce e assume
un’espressione arrabbiata al ‘no’ della madre. Vedo il fratello alzare gli
occhi al cielo e dire qualcosa che fa arrabbiare la sorella, la quale tira
uno schiaffo al braccio del fratello. La madre interviene battendo le
mani un paio di volte per richiamare l’attenzione dei figli e, con poche
parole, li esorta a prendere le loro cose e ad alzarsi.

Sono seduta sul tavolino adiacente a quello della famiglia. La famiglia


Il
che osservo, a me sconosciuta, è seduta alla mia destra. Dalla mia
posizionamento
posizione riesco ad osservare molto bene il volto dei figli, mentre per
dell’osservatore
vedere le espressioni dei genitori ho bisogno di voltare il capo.

Ora finale 15.52

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5. INTERVISTA

«[...] per l’antropologia “appartenere” ad un determinato gruppo etnico, o etnia, è


qualcosa che pertiene prima di tutto all’ordine simbolico. Non solo non basta avere
un certo colore della pelle per far parte di una “etnia”; ma non basta nemmeno
parlare una certa lingua, o condividere determinati valori o comportamenti.»
«Le nozioni di etnia e quelle ad essa correlate sono […] costrutti culturali
mediante i quali un gruppo produce una definizione del sé e/o dell’altro collettivi.
Si tratta di definizioni mediante cui questo gruppo si attribuisce una omogeneità
interna e – contemporaneamente – una diversità nei confronti di altri.»
Ugo Fabietti, L’identità etnica

M: «Ok, so, can you briefly introduce yourself? »

A: «Yeah, sure. So, my name is A***. I am 31 years old, and I’m based in R***, which is a small
little town in the UK, like south-east. As you know, I am a social worker, and…yeah. »

M: «And did you grow up in R*** or…? »

A: «Yes, so I grew up here. Lived here my whole life. I did…When I went to university I moved to,
like, a costal town called P***. So, uhm, yeah…I just went down south and lived there for a few
years and now I’m back. I don’t really think I want to stay here, but, you know, that’s life right
now. »

M: «And what about your parents? Are they from the UK as well? »

A: «Oh, right. No. My mom is from Italy, as you know, and my dad is from Uganda. They met in
Italy and got married there and then moved to R*** because of work. I was born here. »

M: «So, could you please give me your definition of mixed race? »

A: «Ok, so. This is, like, kind of tricky, but my personal definition for mixed race would be “from
one” …no. “From two or more races”. But, as well, I only say that to help people understand,
because, for me, I can’t define “mixed race”. »

M: «Why is that? »

A: «Because defining it would exclude other people when it’s an inclusive term. So, like, there’s a
lot of contradiction in the definition, I would say. But I just say: “two or more races”, so people can
try and understand what I’m actually talking about. »

M: «Ok. And how do you identify? »

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A: «I identify as mixed raced, purely because, to me, my heritage isn’t separate: it’s one.
Uhm…obviously my mom and my dad…they came together to make me, so I kind of have
combined my identity from both cultures and heritages into this (points at herself). »

M: «And when people ask you how you identify, and you answer “mixed race”, do you experience
backlash of any kind? »

A: «Yeah, I have had a few side comments, but I don’t really pay attention to them, so…I had stuff
like: ‘you’re just black though’. And this was from my own family. They’re like…and I’m just
thinking “but I’m not”. And it’s not saying that I don’t want to be black. I’m just saying, genetically
and biologically I’m not just black. For me, the rejection of one side is equivalent to rejecting the
other side. So, I identify as mixed because that, to me, is how I can embrace both equally and not
just one, let’s say. »

M: «And did you ever doubt that? I mean, did you ever go through an identity crisis or something
like that? »

A: «You know, honestly, I hate this term: identity crisis. And that’s because I think that everyone
struggles with who they are and with navigating their being, so themselves, their essence, them as a
person. To label that as ‘a crisis’ just because I’m mixed race makes complete and utter…I mean, it
just doesn’t make sense to me, because, say I was just one race and I was going through the same
stuff as me, you wouldn’t label them as an ‘identity crisis’ so why do you label me as having one?
Am I making sense? »

M: «Totally, you’re right. »

A: «So, yeah, I have struggled trying to navigate who I am, how I identify, just as loads of other
people would struggle and do struggle. But is it a crisis? To me personally no…but for others
maybe. We’re just talking about my personal experience and…yeah. That’s my answer. »

M: «Speaking of others: what do you think people assume of mixed-race women? »

A: «That’s a good question actually. Uhm…I think it has developed quite a lot over the past few
years, because…let’s say, the stereotypes that I’ve been given, or that people have labelled me as is
stush* so like, stuck up and stuff, when lowkey…I just don’t like them (giggles). But, yeah, other
stereotypes are, obviously, the physical ones: on hour-glass figure, curly hair…and lighter skin tone
as well. Uhm…but for me, the most stereotypes people have given me it’s about the attitude, which
sometimes there is a bit, I must admit, just like everyone else. But, uhm, I don’t think it’s fair to
ascribe me a personality trait based on my race. »

M: «Yeah. And do you think sometimes we tend to idolize mixed race women and to oversexualize
them? »

*stush: linguaggio gregale che indica una persona che agisce in modo presuntuoso e che si sente superiore agli altri,
specialmente per quanto riguarda l’aspetto esteriore.

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A: «Definitely! I feel like mixed race women especially are oversexualized, probably because we
are a whiter, more assimilative, version of a minority counterpart, which in my case is the black
women. Uhm…so, yeah, just because we look a bit more white and because we do look exotic, in
the sense that they don’t know where we are from, which interests them. Yeah… »

M: «And, in general, what do you think are the struggles of mixed-race women? »

A: «I think, in my experience, that mostly…uhm…identity and personality. Because, like, we are


very well represented physically, in that a lot of people want to look like us and we’re
oversexualized, fetishized, exoticized…is that a word? Well, it is now. But, yeah, personality-wise
there really isn’t much fair representation. It’s just like “you mixed race people are purely there
because you look nice”. Yeah…I think that answered your question. »

M: «Yes, absolutely, thank you. »

A: «You’re very welcome! »

M: «So, now I’d like to read a statement to you, which is “people mostly perceive me as being of a
different nationality that I really am based on my physical appearance”. Do you think that applies to
you? »

A: «Yes, definitely. »

M: «Yes? And why? Can you exemplify? »

A: «Yes, so…yeah. For example, today I’ve had my braids done a couple of days ago, because we
went back into lockdown again in the UK, so I thought “I’m not dealing with my hair this time”.
So, at the moment I know that people will assume a black identity for me. So, based on the way my
hair is done, the clothes that I’m wearing, the way I present myself, people assume a certain
ethnicity and identity. For example, a couple of years ago, when we met, you remember I used to be
blond? »

M: «Yes, of course. »

A: «Yeah, when I was blond everyone thought I was not black at all! Well, not half-black anyway.
So, I got a lot of “where are you from? Are you Palestinian? You look like you’re from my
country”, which is amazing compliments to have, but this is all based on the way I looked that day.
So, like I said earlier, depending on my hair, my outfit, the way I present myself, people will
automatically assume a certain identity for me…of you get what I mean. »

M: «Yeah…can I read some other statements? »

A: «Yes, go on! »

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M: «So…another one is “people are surprised when I can speak their language”. Does that apply to
you? »

A: «Well, actually, I can’t speak another language unfortunately. I know a little bit of Italian and I
have been trying to learn some more, but for me, I can’t fully…what’s the word? Embody
something unless I’m one hundred percent in it. So, for me, learning Italian isn’t my priority right
now, so I can’t really comment on that currently. But generally, people do seem quite surprised
when they hear the way I talk. »

M: «In what way? »

A: «Like, I’ve been in a car one time, and I’ve just sat in the back, because my friends picked me
up, and their dad was driving and…well, he said “oh, I thought it was a white girl in the back of the
car” and he was talking of my accent and the way I talk. It was honestly so funny in a way…I didn’t
take it negatively, because I could tell he didn’t mean it that way, but I’m just like…I don’t really
understand how you are expecting me to sound, to be honest, at all. »

M: «Ok, and…what about this: “people often tell my that I can’t be from a specific ethnicity”. So,
for example, when you tell people about your ethnicity, have you ever had people mistrusting your
words or something similar to that? »

A: «Oh, most definitely! When I say that I’m half Italian people are like “really?”. I’m like
“yeah…”. I mean, why would I make that up? Like, what have I got to gain from making up
ethnicity? Nothing. And, by the way, it’s weird if people do that. So, yeah…people give me funny
looks when I say I’m half Italian. And their like “well, speak it then” and when I say I don’t speak
the language their just…I mean, why do I have to prove myself to you? »

M: «Exactly. »

A: “Yeah.”

M: «And, what are other things that, in your opinion, people shouldn’t say to mixed race people? »

A: «Mmhhh…that’s another really good question! Uhm…I think, number one…no, I’m not going
to do numbers, because they are all equally important. But, uhm, I think you shouldn’t assume their
identity or identification choices. Uhm, so, for example, if one of us wants to identify monoracially,
black or white, you shouldn’t tell us the way you think we should be identified as based on the way
we look. »

M: «Mhm, yeah. »

A: «Yeah, that’s a big one actually, because I think that causes a lot of ambiguity. So, like, a bit of
confusion. And not just for the individual receiving the comment but for the person directing the
comment as well. It’s not your place. Stay in your lane. Uhm…and I would also say not to question
someone’s identity, like “oh, you can’t be blablabla”, like you asked me earlier. Uhm…yeah, I’m
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sure there are loads and loads more, but I’d probably be talking for like ten days and ten nights, so
I’m not going to get into it too much (laughs). But, as well, for example, do you know when we had
lockdown…So, at one point, if you wanted to go into a shop, you could in groups of two max, and
they had to be from the same household. »

M: «Yes, we had that too at some point. »

A: «Yeah, so I used to go shopping with my mom, who is white, and people used to give us looks,
because they didn’t think we are related. »

M: (shaking my head)

A: «Yeah, it’s really weird because, yes me and my mom don’t look really similar, but we behave
very similar. So, don’t question someone’s family ties as well. ‘Is that really your mom?’ or ‘You
don’t look like your mom’. It’s none of your business or your place to say…but, yes, I’m going to
live it there or I’ll be talking for ages (laughs). »

M: «Ok (laughs). And there is anything else you want to say before we end our chat? »

A: «Uhm…I actually wasn’t prepared for this one! But, uhm…generally I just want to say that
people’s identities, whether it’s racial identity or other, is fluid, interchangeable, and adaptable. So,
at different points in your life you are going to change, and you could identify differently. And with
that, to be honest, you should never be expected, or feel pressured from other people to behave or
act or to identify a certain way based off of their own presumptions. »

M: «Well I’m going to stop recording now but thank you so much for your time and for answering
all my questions, you’ve been amazing! »

A: «No, thank you for asking them. It’s very comforting knowing that there’s people who cares
about this stuff. »

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6. RIFLESSIONE RAGIONATA SUL CORSO RISPETTO AL PROPRIO PERCORSO
FORMATIVO E ALLE PROPRIE DOMANDE DI RICERCA

In queste ultime pagine di riflessione vorrei soffermarmi, in modo più personalizzato, su alcuni
punti riguardanti l’immigrazione e la presenza dello straniero come “invasore che ruba”, perché
considero questa tematica come rilevante nella storia dell’Italia contemporanea e, di conseguenza,
della vita quotidiana di questa generazione. In secondo luogo, vorrei riflettere su come i contenuti
del corso mi abbiano portata non solo ad approfondire queste tematiche anche fuori dalle lezioni,
ma anche ad attuare una riflessione sul mio futuro ruolo di insegnante. Il mio desiderio è quello di
insegnare alla scuola secondaria di primo grado, un’età che ritengo cruciale e fondante per l’io
futuro di ogni cittadino italiano. In questo senso, ripenso il mio ruolo di insegnante nei termini non
solo di “enciclopedia vagante”, non solo di educatrice, ma anche (e forse prima di tutto) come
osservatrice partecipante del microcosmo rappresentato dall’ambiente “classe”.
Appartengo alla classe 1993, ovvero la generazione di millennials, nota anche come “Generazione
Y”; è una generazione caratterizzata e segnata da una maggiore familiarità con le nuove tecnologie
di comunicazione, con i media, con la rete in generale. Si tratta di una generazione attraversata da
cambi repentini e radicali; tutto ciò a cui siamo abituati può cambiare in un attimo e, dal mio punto
di vista, così è stato anche per il tema dell’immigrazione.
Tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del Duemila, ovvero quando frequentavo le elementari, il
problema degli stranieri non era particolarmente sentito, almeno nella mia fetta di mondo. Il numero
di stranieri era basso e non era sentito come una minaccia. Successivamente, però, l’aumento
repentino e sempre più crescente di stranieri sul nostro territorio ha portato, erroneamente e in modo
fuorviante, a considerare lo straniero come un problema sociale, politico ed economico, “piaga della
società”. La crisi economica che ci ha colpiti a partire dal 2008 ha rinforzato questo accomodante
“problema dello straniero” fuggendo dalla responsabilità di porci un'autocritica su dove abbiamo
effettivamente sbagliato e fallito. Sicuramente non giocano un ruolo di minor rilevanza, semmai il
contrario, i dati ufficiali forniti da mass media e politici influenzati da vari fattori che ci consegnano
un'immagine distorta dello straniero.
Siamo tutti consapevoli del fatto che esistono differenze fisiche, culturali, politiche e religiose a
seconda del posto in cui si nasce, ma spesso si tende a dimenticare che apparteniamo tutti alla stessa
“razza”, quella del genere umano. I fantasmi del razzismo e delle credenze di superiorità di alcuni
popoli su altri purtroppo non sembrano essere svaniti nel secolo scorso. Gli errori del passato
continuano a ripetersi all'infinito a causa della nostra sordità e presunzione, soprattutto in tema di
immigrazione. L'integrazione e l'accoglienza sembrano non appartenerci più, mentre emerge con
prepotenza la logica del pregiudizio nei confronti dello straniero giustificando l'accusare “chi è
diverso da noi” per la situazione di malessere che si sta vivendo.
Viviamo quotidianamente queste situazioni, dal condannare gli sbarchi nel Sud del nostro Paese
all'esprimere repulsione appena si incrocia per strada qualcuno appartenente a qualche particolare
etnia. Un esempio molto attuale è dato dal coronavirus, che, al suo sorgere, ha spinto italiani e non
solo a esprimere pregiudizi e maledizioni nei confronti del popolo cinese. Successivamente il virus,
come un uragano, ha colpito l'Italia in maniera frastornante e paradossalmente siamo diventati noi il
popolo da guardare male, evitare e insultare. Noi eravamo il “diverso” dal mondo almeno finché
non è diventato una pandemia. Proprio come una volta eravamo noi gli immigrati; proprio come gli
immigrati che giungono da noi, la maggioranza degli emigrati italiani partivano per migliori

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opportunità e una volta giunti a destinazione iniziava la sfida per l'integrazione, ostacolata
quest'ultima dai pregiudizi degli abitanti, come quello di essere portatori del tracoma.
A chi chiude un occhio rispetto al passato emigratorio degli italiani, perché “erano altri tempi”, è
forse il caso di ricordare che gli italiani che emigrano al giorno d’oggi sono ancora molto numerosi.
Nel corso degli ultimi anni l'aumento della disoccupazione porta la popolazione italiana, soprattutto
quella giovanile, ad emigrare verso Paesi in cui vigono migliori condizioni di lavoro e maggiori
remunerazioni. Coloro che si spostano dal Paese d'origine non sono solo persone provenienti dal
Sud, ma anche da Piemonte, Lombardia e Veneto, a prova che ad attrarre non è solo la possibilità di
una condizione lavorativa ottimale, ma anche per opportunità diverse.
Quando si parla di lavoro sorge spontanea la domanda “É vero che l'immigrato ci porta via il
lavoro?”. Se dovessi rivolgere questa domanda a molte persone che conosco, purtroppo, molto
probabilmente mi risponderebbero affermativamente e non sarebbe semplice loro che tale
supposizione è falsa. Lo stereotipo per cui lo straniero “ci ruba” il lavoro è dovuto al fatto che il
numero di occupati stranieri sia simile ai disoccupati italiani e questo rafforza l'idea, molto diffusa
nell'opinione pubblica, che la disoccupazione italiana sia causata dall'occupazione degli stranieri.
Ma è forse anche il caso di ricordare che in linea di massima i disoccupati italiani possiedono un
titolo di studio medio-alto e non sono disposti per motivi d'orgoglio a svolgere lavori poco
qualificanti (badanti, addetti alle pulizie...), cosa che invece si verifica per gli stranieri. Spesso gli
stranieri sono vittime di lavoro illegale, basti pensare ai famosi lavori delle “cinque P”: pesanti,
precari, pericolosi, poco pagati e penalizzanti socialmente. Molto spesso titoli e competenze non
vengono riconosciuti in Italia e pur di guadagnare qualcosa lavorano come manodopera senza
qualifica perché non assunti con contratto di lavoro regolare.
Buona parte della politica spalleggiata dalle comunicazioni mediatiche trova il problema
dell'immigrazione, specie se di matrice islamica, come il capro espiatorio di tutti i mali della società
(criminalità, devianza, disoccupazione...) ottenendo come risultato un inasprimento del problema
per cercare consenso delle persone anziché proporre e trovare reali soluzioni.
In Italia purtroppo, contrariamente ad altri stati (Regno Unito, Francia, Olanda), vi è ancora una
certa difficoltà nell'affrontare l'immigrazione e i vari temi che ne derivano (matrimonio misto come
alto livello di integrazione tra gruppi, nuovo modo di vivere il pluralismo, gestione di un
allargamento verso diversi “confini” culturali e sociali). In conclusione, ritengo che la risposta alla
paura dello straniero, sentimento presente in una società postmoderna, quale la nostra, realtà
complessa in continua transizione, sempre più accelerata negli anni, segnata da profonde
trasformazioni culturali e religiose pragmatiche, sia il dialogo.
La conoscenza reciproca e la fusione di orizzonti rimangono, a mio avviso, la via maestra per una
convivenza pacifica e vantaggiosa per tutti. Fondamentale, secondo la mia opinione, è iniziare a
lavorare per questo percorso fin dai primi gradi di istruzione.
Principalmente per questo motivo, mi trovo a valutare la mia posizione di futura insegnante. Fino a
soltanto un anno fa, infatti, pensavo a questo lavoro semplicemente come al miglior modo possibile
per condividere e cercare di trasmettere la mia passione per il mondo anglosassone. Questa
passione, a sua volta, mi è stata tramandata dalla mia professoressa di inglese delle scuole medie, e
questo mi aveva portata a pensare che la passione sia sufficiente per riuscire a trasmettere. Durante i
miei studi magistrali, invece, quest’idea è stata sradicata, portandomi a rivalutare profondamente
chi è l’insegnante e, aggiungerei, a guardare da una nuova prospettiva il ruolo nella mia vita di

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quella professoressa delle medie, la quale, in retrospettiva, non si è mai limitata a trasmetterci
nozioni.
Uno dei primi corsi che ho frequentato alla magistrale è stato il corso di Glottodidattica del
professor Santipolo. Già dalle prime ore di lezione ho cominciato a comprendere quanto il ruolo
d’insegnante fosse molto più complicato e importante, bello e faticoso, del semplice “trasmettitore
di informazioni”.
Per molti aspetti, il docente si avvicina ad un ruolo di educatore (sebbene la figura dell’educatore
rimanga una cosa a parte), che cerca di estrapolare le potenzialità di ogni studente. Il lavoro
dell’insegnante si è modificato sempre più negli ultimi decenni e oggi può essere pensato come
un’attività di guida, di tutor, di facilitatore. Gli alunni, in questa prospettiva, non sono più delle
pagine bianche, ma sono già libri con interi capitoli all’interno e, proprio in questa sede, è forse
utile tenere presente che ogni libro ha un suo messaggio e non dev’essere mai giudicato dalla
copertina.
Questo corso, tuttavia, mi ha portata ad aggiungere un nuovo layer a questo tipo di riflessione.
Arrivata alle pagine finali di questo dossier, infatti, mi sono resa conto di aver approfondito
tematiche per me interessanti e che comunque mi stanno a cuore – la storia dell’Europa come forza
coloniale e le conseguenze sulle popolazioni indigene (davvero poco approfondita nelle scuole
italiane), l’immigrazione e gli immigrati di seconda generazione, il razzismo – ma di non aver
rapportato i contenuti a quelli che sono i miei obiettivi, ovvero il motivo primario per cui ho seguito
il suo corso, ovvero il conseguimento dei miei 24 CFU per l’insegnamento.
Mi sono quindi ritrovata a chiedermi: perché serve studiare l’antropologia culturale per insegnare?
Il libro “Cultura, scuola, educazione: la prospettiva antropologica” di Fabio Dei mi ha aiutata a dare
un’etichetta più precisa a quelle che, fino a questo momento, erano state soltanto intuizioni e
pensieri sfuggevoli durante le ore di lezione.
Partiamo dal presupposto che l’antropologia si concentra molto sul concetto di cultura e che questo
concetto ha innanzitutto sfaccettature soggettive, nel senso che ogni persona ha una propria cultura,
ma non è limitato alla mente della singola persona. La cultura sta anche nei rapporti interpersonali
che stringiamo in particolari ambienti e contesti, come può essere l’ambiente scolastico.
L’antropologia, inoltre, si sofferma sullo studio delle differenze culturali e questo è fondamentale in
una scuola multiculturale come quella di oggi.
Nell’affrontare il tema delle differenze culturali, soprattutto in ambito scolastico, è bene ricordare
che spesso uguaglianza equivale a disuguaglianza. Si tratta di una disuguaglianza soprattutto, ma
non solo, socioeconomica. Questo significa che spesso le famiglie di bambini immigrati sono quelle
più povere e che, solitamente, vivono nei quartieri più marginali, dove possono crearsi delle sorte di
“ghetti”. Da qui possono crearsi dei pregiudizi, come ad esempio associare il colore della pelle ad
un determinato status socioeconomico, che possono sfociare a loro volta in razzismo.
In questo quadro, Fabio Dei suggerisce (e io sottoscrivo) che “l’approccio etnografico sia
fondamentale per far emergere una struttura di valori e presupposti culturali impliciti e non detti che
influenzano a fondo il lavoro dell’insegnante.”
In questa prospettiva: “l’attenzione si concentra sulle forme di comunicazione non verbale, sulla
cultura incorporata nella organizzazione degli spazi e negli oggetti materiali, sulle posture dei corpi,
sui comportamenti routinari e ritualizzati e su altri aspetti che stanno di solito sotto la soglia della
consapevolezza dei vari soggetti che interagiscono nel contesto scolastico. Ecco, un’etnografia
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intesa in questo senso è una ulteriore dimensione del contributo che l’antropologia può portare alle
scienze dell’educazione: anzi, forse il contributo più importante e di più immediata utilità nella
formazione degli insegnanti e come supporto al loro lavoro.”
Questo non significa che l’insegnante deve diventare etnografo, ma semplicemente che potrebbe
trarre beneficio dall’utilizzo delle metodologie etnografiche, prima tra tutte l’osservazione.
All’interno dell’ambiente scolastico, infatti, i processi di socializzazione e apprendimento, cui la
scuola è finalizzata, sono determinati anche da dinamiche comunicative e modelli culturali non
sempre palesi agli insegnanti; si tratta di dinamiche e modelli che sfuggono al linguaggio cognitivo
o psicologico della programmazione didattica, che non possono essere rilevati da test cognitivi.
Soprattutto di fronte ad un problema come quello dell’integrazione, inoltre, altri di queste
dinamiche possono passare inosservate. Alla luce di queste problematiche, diversi paesi hanno
creato modelli di integrazione (modello francese, che propone l’eliminazione delle differenze dalla
sfera pubblica, vs modello inglese, che prevede l’esaltazione delle differenze culturali) tutti, in un
modo o nell’altro, fallaci.
L’Italia, dal canto suo, sembra non aver adottato nessun modello. Questa può essere vista come una
mancanza da parte del governo, ma la verità, secondo la mia opinione, è che non può esistere un
modello valido a livello nazionale e nemmeno a livello locale. Il significato, a livello sociale, delle
differenze non può essere compreso in modo preventivo, come affermato da Fabio Dei, ma “in base
alle interazioni concrete che di volta in volta si dispiegano”. In questo senso, buona parte della
responsabilità ricade sulle spalle degli insegnanti.
Per tutti questi motivi, penso che gli strumenti dell’etnografia siano utili se applicati all’interno
della classe. L’etnografo, tra le altre cose, deve:
- Vivere nel contesto per un lungo periodo di tempo;
- Imparare e usare le lingue e i dialetti locali;
- Partecipare attivamente.
Consideriamo quindi la classe come il contesto, le lingue e i dialetti lo slang adolescenziale, la
partecipazione attiva come inserimento, non forzato e non eccessivo, nella vita degli alunni (come
ad esempio nel momento della ricreazione). Ma, in maniera più importante, l’insegnante dovrebbe
quanto meno osservare. L’atto dell’osservazione è qualcosa di attivo, che implica una volizionalità
dell’atto: osservare non è vedere. Questa differenza, a mio avviso, permette di umanizzare gli
alunni, capirne le singolarità, le inclinazioni, le motivazioni…la cultura. Allo stesso tempo,
l’osservazione presuppone un distacco oggettivo.
È questo equilibrio tra sguardo oggettivo e sguardo empatico che potrebbe portare grossi vantaggi
all’interno di una classe multiculturale, permettendo di evitare quegli errori tipici dell’ambiente
scolastico per i quali, nel tentativo di integrare, si finisce solo per sottolineare le differenze e,
conseguentemente, di aumentare la marginalizzazione di alcuni studenti.

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