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LEZIONI 2-3

Giovan Battista Basile Giuliano (1566-1632)


Vita:
Giambattista Basile nasce a Giugliano, in provincia di Napoli nel 1575, ma le informazioni dei primi anni
della sua vita sono poche e incerte. La sua famiglia è sicuramente abbastanza agiata da permettere a lui e alla
sorella gli studi.
La sorella Adriana è stata una apprezzata cantante e grazie a lei deve molti incarichi come amministratore e
la possibilità di viaggiare nelle migliori corti italiane.
Agli inizi del seicento si arruola come militare per la Serenissima Venezia ancora potente repubblica
marinara. Si distinse come condottiere a Candia (l’isola di Creta), combattendo i turchi. Nel periodo
veneziano fu anche apprezzato per le sue doti poetiche frequentando l’accademia degli Stravaganti.
Nel 1612 ritornò a Napoli con la fama di letterato e iniziò una più proficua attività come poeta e scrittore.
Grazie alla sorella ebbe anche un prestigioso incarico a Mantova e grazie alle sue doti fu nominato dal duca
Ferdinando eques auratuse conte dell’Impero.
Di ritorno nel napoletano avrà prestigiosi incarichi politici come governatore ed amministratore nei vari
feudi del regno. Il suo lavoro lo porterà ad avere un intenso contatto con il popolo, le tradizioni e i numerosi
racconti e fiabe che formeranno un bagaglio culturale che confluirà ne “Il cunto de li cunti”.
Muore a Giuliano nel 1632.
Alla sorella si deve la diffusione postuma delle sue opere ed in particolare de “Il cunto de li cunti”,
pubblicato nel 1637.

Opere:
La sua prima produzione in lingua è il poemetto Il pianto della Vergine del 1608. Seguì un volumetto di
Madriali et ode e Le avventurose disavventure una favola marittima,e le Egloghe amorose e lugubri e la
Venere addolorata, dramma per musica. Oltre a questi suoi primi testi, il Basile ha scritto numerosi testi in
lingua, ma la sua vera grandezza sta nella produzione in dialetto napoletano. Animate da moralismo satirico,
Le muse napolitane sono un quadro di nove dialoghi in dialetto a cui il Basile diede il nome di egloghe, ma
che sono, in realtà, “vivacissimi quadri di costume popolano, disegnati con la guida di uno schietto
sentimento morale” (Croce).
Fu inoltre, poeta di corte, ma la sua opera più riuscita con successo e in dialetto napoletano sono le fiabe di
tradizione popolare: Lo cunto de li cunti, definito dallo stesso Croce "il più bel libro italiano barocco", dove
tra l'altro compare per la prima volta il personaggio di Cenerentola; pochi sanno che la storia di quella
fanciulla, prima di essere portata al successo dallo scrittore francese Charles Perrault, è raccontata in una
delle sue favole, La gatta Cenerentola.
Lo cunto de li cunti è una raccolta di cinquanta fiabe di origine popolare, raccontate nel corso di cinque
giornate (da cui il titolo postumo de Il Pentamerone); le favole riportano spunti noti nella tradizione popolare
orale soprattutto, come il caso di Cagliuso, la storia di un gatto sapiente che aiuta un poveruomo a fare
fortuna, poi famosa attraverso Il gatto con gli stivali di Johann Ludwig Tieck.  
Basile attinge al vasto repertorio della tradizione napoletana orale, con  gioiosa e allegra originalità. Egli
ebbe l’idea di inserire  la realtà popolare  locale entro le coordinate spazio-temporali del mondo fiabesco. Fu
tradotto in italiano nel 1925 dal Croce, che lo definì “il più bel libro italiano barocco” specificando che
“L'Italia possiede nel Cunto de li Cunti del Basile, il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di
fiabe popolari.”
Sia Le muse napolitane che Lo cunto de’ li cunti furono pubblicati postumi, dopo la morte di Basile,
avvenuta a Giugliano il 23 febbraio del 1632.
Lo cunto de li cunti (1634-1636)
Il Cunto de li cunti è una raccolta di 49 fiabe barocche più una fiaba cornice.
“Lo cunto de li Cunti” può essere considerata un’opera incompleta. Quando muori, infatti, l’opera viene
pubblicata dalla sorella di Basile nonostante non fosse stata rivisionata. Inizialmente viene pubblicata in 5
volumetti, nonostante la prima versione fosse molto scorretta, questa verrà risistemata nel 1674 da Pompeo
Sernelli. Sernelli, inoltre, chiamerà l’opera Pentamerone, termine usato da Basile in una delle edizioni.
La traduzione in italiano più importante è quella di Benedetto Croce per Laterza (1924), con il titolo
Pentamerone ossia la fiaba delle fiabe. Nel 1986 esce la traduzione più diffusa, quella di Michele Rak per
Garzanti, con il titolo originale e il testo napoletano a fronte.
Il testo, in lingua napoletana, è diviso in cinque giornate: le prime quattro hanno dieci fiabe, l’ultima ne ha
nove. Le prime quattro giornate sono chiuse da un dialogo in versi (egloga), ispirato alle canzoni che
chiudevano le giornate del Decameron. Molte fiabe ispireranno i raccoglitori di racconti seicenteschi
(Perrault) e ottocenteschi (i Grimm), come la vicenda di Cenerentola.
I destinatari originali non erano i bambini, ma gli adulti della corte. I racconti infatti venivano letti nel
dopopranzo quando le tavole venivano sparecchiate. È facile quindi trovare riferimenti a personaggi della
corte, doppi sensi, turpiloquio e satira di costume.
La conversazione prevedeva vari tipi di spettacoli minimi, come l lettura di testi narrativi, la recitazione di
micro-azioni teatrali, musiche, balli, etc. Giambattista Basile lavorava abitualmente per questo tipo di
pubblico, stendendo magridali, canzoni celebrative, commedie e altri testi per balli, nei quali utilizzava un
linguaggio arguto. Diversamente avviene ne “Il cunto de li cunti”, dove viene usata la “lingua napoletana”,
per massimizzare la trasposizione della civiltà campana. Nonostante cikò, proprio come il resto delle opere di
Basile, “Il cunto de li cunti” è stato scritto per intrattenere il pubblico cortgiano.
I vari racconti de “Il cunto de li cunti” erano per tal motivo segmenti di un continuum spettacolare che
prevedeva canzoni, balli, azioni teatrali. “Il cunto” può essre considerato un testo di letteratura orale, per tal
motivo. Dopo il quarto decenio del secolo, e dopo la morte di Basile ed altri importanti autori simili, questa
tipologia di letteratura perde l’autore-attore capace di integrarla con il gesto, di variare il motto di spirito a
seconda della circosynza.
Essi avevano anche un carattere di perfettibilità: all’interno di ogni segmento di questi racconti è possibile
leggere la loro flessibilit rispetto ad un pubblivo sollecitato ad intervenire, anche soltanto ridendo.
Il riso: Nel cunto il riso era quasi soltanto nelle mani dei potenti (re, orchi, fate) e poteva essere
provocato dalla goffaggine o dalle disavventure degli impotenti. Ma fuori dal racconto, poteva essere tentato
con i generi della cultura popolare: con il teatro da strada convocato per far ridere Zoza – acrobati, opranti
dei pupi e burattini, cantanti, giocolieri, etc –; oppure potevano far ridere i racconti generati dal riso dei reali,
come l’ultimo racconto, narrato da un principe e la sua principessa nera alla piccola corte.
La comicità dell’opera: La risata era un mezzo per poter ottenere tutto e per tal motivo “Il cunto de li
cunti” si dispone di moltisismi mezzi comunicativi per poter far ridere, il prinicipale è la lingua: un codice
adottato per ampliare l’ascolto del narrato, abbassando la soglia dell’accesso alll’universo ritualizzato e
convenzioanle, spesso poco divertente, della coversazone colta. L’abuso della lingua popolare, specialmente
contro il villano o le donne, poteva portare ad un’elevata forma di satira.
La notorietà dell’opera: “Il cunto” è uno dei tresti della tradizione letteraria italiana più conosciuti
nei paesi europei e nelle aree vicine, grazie specialmente al grande numerol di rifacimenti dell’opera, ma
anche grazie a molti modi di dire, segmenti di intrecci, costumi e usi trascritti nel testo che sono rintracciaili
anche in molto tradizioni del racconti e a livello culturale. Per tal motivo ci si può riferire a “Il cunto” come
il primo grande lavoro di ascolto del livello più basso del narrato popolare e marginale.

DA FINIRE: 01 RAK (pag 4)

Costanti fiabesche nel Cunto:


Annullamento o rimozione del trauma. Nonostante tutte le violenze subite la o il protagonista alla
fine non conservano traccia dei loro traumi. La formula «vissero felici e contenti» riassume questo elemento,
presente anche nella novella finale del Decameron, dove Gualtieri, dopo aver sottoposto Griselda a ogni sorta
di violenze psicologiche «con Griselda, onorandola sempre quanto più sempre quanto più si potea,
lungamente e consolato visse». Il dragone (IV,5): «il gruppetto di sposi prese gioia a volontà» La pulce (I,5):
«dopo pochi giorni le trovò un bel marito». Quello descritto è un universo di violenze familiari.
Il motivo della fanciulla perseguitata . Proveniente dall’agiografia (vite dei santi, per esempio
Sant’Uliva) il motivo tratta di una fanciulla di grande bellezza che viene desiderata dal padre o dal fratello e
fugge per evitare l’incesto. Tipicamente le vengono mozzate le mani, che poi ricrescono alla fine della
vicenda, per lo più in presenza di acqua. È stato studiato anche come mito cosmogonico. L’Orsa (II,6)
incesto rischiato La Penta mano-mozza (III,2) elementi ribaltati incesto rischiato e moglie morente che affida
la fanciulla perseguitata al marito.
Motivo del legno rigeneratore. Chi viene condannato a morte e abbandonato in una botte o una bara
di legno in acqua, oppure, gravemente malato, viene rivestito di legno benefica delle proprietà rigeneranti del
legno stesso e si salva Peruonto (I,3) La Penta mano mozza (III,2)
Motivo dello sciocco premiato. In Basile non c’è una ragione morale che determina premi e
punizioni: spesso grandi fortune vengono assegnate a persone che non le meritano sia per la loro stupidità
che per il loro comportamento. Racconto dell’orco (I,1) Vardiello (I,4) Cagliuso (II,4) L’ignorante (III,8)
Adattamenti artistici:
Col tempo, l’opera di Basile, riconosciuta come una delle colonne dell’immaginario fantastico
europeo, cominciò ad avere grande fortuna, anche nell’arte e in teatro. Già nel 1967, Francesco Rosi
(Salvatore Giuliano, Il caso Mattei) aveva diretto, ispirandosi alla fortuna di Boccaccio al cinema, C’era una
volta…, con Sophia Loren e Omar Sharif. In questo caso la trama prendeva spunto da I tre cedri e dalla
cornice e nel 1976, Roberto De Simone trae dalla Gatta Cenerentola una commedia musicale innovativa: la
musica popolare napoletana aveva un ruolo importante, come maschere popolari quali il munaciello e il
femmeniello.
Adattamento cinematografi – Il racconto dei racconti (Garrone, 2015): Il principale adattamento
cinematografico è stato realizzato dal regista romano Matteo Garrone, famoso per il film Gomorra (tratto
dall’inchiesta di Saviano), il regista è sempre stato interessato alle tematiche del fantastico e al cinema di
genere, nei quali vengono inserite anche scene horror e forti. Ma il suo grande successo è “Tales of Tales”
(“Il racconto dei racconti): una produzione internazionali dove sono stati scelti attori americani, francesi e
inglesi come protagonisti (Salma Hayek e Vincent Cassel ad esempio), affiancati da noti caratteristi italiani
(come Franco Pistoni) al fine di rendere più semplice la distriuzione, sono stati eliminati i doppi sensi nei
toponimi e semplificati i nomi di alcuni personaggio come Porziella.
Il film è stato prodotto da Rai cinema e Archimede (la casa di produzione di Garrone) ed è un film ad
episodi tratto da alcune fiabe della prima giornata del Pentamorone di Basile: La pulce (fiaba 5, giornata 1);
la cerva fatata (fiaba 9, giornata 1); la vecchia scorticata (fiaba 10, giornata 1). Le fiabe però sono state
radicalmente modificate, senza però togliere il trauma.
La scelta dei luoghi non è casuale: sono stati scelti ambienti del centro e del meridione d’Italia (che,
oltre ad essere scenografici, permettono alla produzione di ottenere una sovvenzione ministeriale). I luoghi
sono spesso legati a leggende: il castello di Roccascalegna (Chieti), dove si svolge la notte d’amore della
Vecchia scorticata, si dice infestato dal fantasma del suo antico abitatore; Castel del Monte (Andria,
Barletta), fatto costruire da Federico II, contiene numerosi simboli astrologici ed esoterici. Ci sono inoltre il
labirinto del castello di Donnafugata (Ragusa) e i Cavoni di Grosseto. Il tutto, presentato tramite una
fotografia curata (Peter Suschitzky), costruisce il mondo fiabesco del film.
La ragazza finale: la ragazza alla fine del film rappresneta Viola (o Porziella) diventata regina. E’
una donna diversa rispetto alla fanciulla conoscita, inizialmente e anche rispetto alla Porziella di Basile che,
invece, si sposa e ha sette figli da un principe. E’ un personaggio moderno.

La cornice:
Trama:
La cornice narrativa costituisce il primo di essi, da cui scaturiscono gli altri quarantanove, narrati da dieci
personaggi per cinque giornate; alla fine, con l'ultima fiaba, si ritorna alla vicenda principale, che ritrova la
sua conclusione. Il racconto della cornice, infatti, narra la vicenda della principessa Lucrezia, detta Zoza, che
si trova nella condizione di non riuscire più a ridere. Invano il padre si sforza di strapparle un sorriso,
facendo venire a corte una gran quantità di saltimbanchi, buffoni e uomini di spettacolo: Zoza non riesce ad
uscire dal suo perenne stato di malinconia. Un giorno, però, mentre si trova affacciata alla finestra della sua
stanza, scoppia a ridere allorquando vede una vecchia cadere, e poi compiere un gesto osceno di rivalsa e di
protesta. La vecchia, però, si vendica della risata della giovane principessa con una maledizione: Zoza potrà
sposarsi solo con Tadeo, un principe che a causa di un incantesimo giace in un sepolcro in uno stato di morte
apparente, e che riuscirà a svegliarsi solo se una fanciulla riuscirà a riempire in tre giorni un'anfora con le sue
lacrime. Zoza inizia l'impresa; l'anfora è quasi colma quando ella, stremata dalla fatica, si addormenta. È
allora che una schiava moresca si sostituisce a lei, versando le ultime lacrime in modo da svegliare il
principe, e si fa sposare. Zoza, però, riesce a infondere nella schiava il desiderio di ascoltare fiabe, e dà
l'incarico a dieci orribili vecchie di narrare una novella ciascuna al giorno, per cinque giorni. Alla fine, però,
Zoza si sostituisce all'ultima novellatrice, raccontando la propria storia come ultima novella. Così il principe
viene a conoscenza dell'inganno che le è stato teso, condanna a morte la schiava moresca e sposa Zoza.
Alla fine di ognuna delle prime quattro giornate compare un dialogo in versi, o egloga, a carattere satirico e
morale, in cui si colpiscono, rappresentandoli in stile iperbolico e grottesco, i vari vizi umani, dall'ipocrisia
alla cupidigia.
I personaggi:
- Tadeo: il principe “stolto, sciocco” e dormiente

Rapporti con il Decameron:

- Dieci novellatori di elevato livello sociale


- Dieci novellatrici popolane contraddistinte da vistosi difetti fisici che rimandano quasi tutti
all’impossibilità di tener nascosto un segreto: Zeza sciancata, Cecca storta, Meneca gozzuta, Tolla
nasuta, Popa gobba, Antonella bavosa, Ciulla musuta, Paola strabica, Ciommetella tignosa e Iacova
squacquarata.
- Nomi parlanti nella cornice Tadeo/Zoza/Lucia tutti afflitti da grave malinconia
- La novella X,10 del Decameron ha forti punti di contatto con le due fiabe raccontate da Ciommetella
nelle ultime due giornate Il Corvo, I tre Cedri
- Tra una giornata e l’altra ci sono quattro egloghe:
o La coppella: è una tazzina in cui orafi facevano fondere l’oro in cui capivano di che lega
fosse. La coppella è quindi un modo per capire la vera realtà delle persone;
o La tintura: è il reciproco della coppella. Abbiamo l’impressione di essere davanti a individui
nobili, importanti ma se andiamo a grattare la tintura ci rendiamo conto che le cose non sono
assolutamente come ci sembrano;
o La stufa: la versione dialettale per “la noia”, un apologo sull’idea che non c’è nulla che alla
lunga possa stufare, far venir noia;
o L’uncino: serve per tirare su il secchio dal pozzo. Vuol dire che non tutti sono corruttibili
con denaro ma ognuno di noi ha un punto debole e quindi tutti abbiano un prezzo e che
possa quindi essere tirato su con un uncino.
La differenza importante è che le egloghe (ossia i componimenti poetici) sono tutti componimenti
realistici. Cessa l’ambito fiabesco ma si passa a una realtà estremamente simile alla realtà del tempo.
Questi quattro nuclei non hanno a che fare con il resto dell’opera ma dialogano fortemente uno con
l’altro.
Ciommetella è figura centrale e racconta cinque fiabe fondamentali: La cerva fatata, Lo catenaccio, Rosella,
Il corvo, I tre cedri. La cerva fatata uno dei perni attorno a cui ruota il Cunto, «Fiaba prena che figlia fiabe»
Il catenaccio, variante popolare della fiaba di Amore e Psiche ha il suo corrispettivo nel Tronco d’oro (V,4)
Schiavo nero-marito bianco
stravolgimento delle figure della fiaba popolare,
conservando le caratteristiche principali:
Motivo dell’orco “civile”: Se nelle fiabe popolari gli orchi sono figure cattive che mangiano i
bambini, in Basile l’orco non sempre è un bruto, infatti è dotato di vita sociale, famiglia, ha preoccupazioni
di tipo borghese e spesso gli uomini con cui si confronta (es. Corvetto) sono peggiori di lui. In “Racconto
dell’Orco”, ad esempio, un orco educa un ragazzo con evidenti problemi a rapportarsi con il mondo e
insegna a difebdersi da un mondo che lo travolgerebbe. L’orco riesce così a fare quello che gli stessi genitori
del giovane non erano stati capaci di fare: educarlo.
{Racconto dell’Orco (I,1); Viola (II,3); Verdeprato (II,2); Corvetto (III,7); La pulce (I,5)}
Motivo delle fate sull’orlo del buio: La fata dovrebbe essere un personaggio totalmente positivo, ma
in Basile le fate sono spesso streghe. Le fate barocche hanno un’incapaccità di tarsformarsi ma arrivano a
travestirsi. Le fate in Badile hanno una forte contiguità sia tra il mondo vegetale e il mondo animale (a volte
il loro aspetto incarna anche queste caratteristiche com in “Faccia di Capra” I,8) sia tra il mondo dei vivi e il
mondo dei morti, tramite le offerte di cibo.
{Faccia di capra (I,8)}

La pulce (Giornata 1, fiaba 5)

Trama: Il re di Altomonte si affeziona a una pulce e la alleva nutrendola col proprio sangue. Diventata
grande come un bue il re la fa scuoiare e indice un bando: chi indovinerà a quale animale appartiene la pelle,
potrà sposare sua figlia Porziella. Sfortunatamente un orco arriva a corte e indovina che la pelle è di pulce, e
così Porziella è costretta a sposare l'orco.
Porziella va a vivere con il marito nella foresta, in un luogo spaventoso dove la principessa non può neanche
mangiare, dato che il marito pensando di portarle una prelibatezza è andato a caccia di umani. Visto il
disgusto della ragazza l'orco se ne va a caccia di cinghiali, e durante la sua assenza una vecchia passa vicino
alla sua casa. Porziella le chiede aiuto e la donna promette di tornare con i suoi figli per salvarla.
Il mattino dopo la donna torna con i figli: Mase, Nardo, Cola, Micco, Petrullo, Ascadeo e Ceccone, tutti in
possesso di poteri magici. Durante la fuga Mase, grazie al suo udito, avverte tutti che l'orco è tornato e si è
accorto dell'assenza di Porziella. L’orco non demorde e cerca in tutti i modi di catturare la principessa
Proziella, mentre i ragazzi, con le loro abilità, cercano di ucciderlo. Mentre l'orco usa una scala per
raggiungerli, Ceccone lo colpisce con la balestra facendolo cadere, e infine gli taglia la testa.
Morto l'orco Porziella e i suoi aiutanti portano la sua testa al re, che si è pentito di quelle nozze terribili e
trova a Porziella un buon marito, mentre rende ricchi la donna e i suoi sette figli.

Analisi: “La polece” è la quinta fiaba della prima giornata del “Pentamerone”\”Cunto de li cunti” di
Gianbattista Basile.
Come qualsiasi fiaba ha una propria struttura, con al situazione iniziale (il re di Altomonte che viene
pizzicato dalla pulce, la nutre, la scuoia ed emette il bando), la rottura dell’equilibro: Porziella, l’eorina della
fiaba è costretta ad un allontanamento, che è causa anche di un danneggiamento (L’antagonista, ossia l’orco,
portando via Proziella, crea un grande strazio nel cuore del re, sebbene egli abbia ordinato alla figlia di
andare via per mantenere fede alla sua aprola), si ha quindi il trasferimento dell’eroe, e l’impresa di Porziella
da quel momento in poi consisente nel fuggire dal futuro marito, rimediando al danneggiamento.
La parte finale vede la lotta tra l’eroe e l’antagonista, con la morte dell’antagonista. Il ritorno dell’eroe alla
casa e le nozze.

Analizzando i personaggi in funzione del loro ruolo:


Nome personaggio Ruolo
Porziella Protagonista ed eroina
Il re Il mandante, colui che affida in modo implicito alla protagonista la sua missione
L’orco L’antagonista, poiché porta via da casa la protagonista contro il suo volere
La donna anziana Il donatore: chi dona alla protagonista il mezzo per riuscire nella sua impresa (ossia le
virtù dei suoi sette figli
I sette figli Gli aiutanti
Il ritorno a casa Il premio

Come in molte fiabe, ci troviamo di fronte al padre che cerca un marito per la figlia tra pretendenti che deon
mostrare le loro capacità, a volte l loro forza isica, altre volte la lor astuzia. Dare la figlia al migliore è una
garanzia per la figlia e, soprattuto, per le proprietà e il sangue del re.
Basile si sofferma molto nel dibattito che hanno padre e figlia dopo al decisione di amndare Proziella con
l’roco, e, dalla risposta decisiva e offensiva verso la figlia che cerca di dissentire questa disposizione, emerge
la stolta posizione di un re che oper non venire meno al bando emanato è disposto a rinunciare al sangue del
suo sangue.
Il sangue ricorre fin dalle prime righe della fiaba: la pulce si nutre del sangue del re, quello stesso sangue che
scorre nelle vene della figlia Proziella. Ma, mentre il re alleva la pulce con amore (nutrendola con il sangue
del suo braccio), non maltrattando sembra fare il vero sangue del suo sangue. Al settimo mese il re uccide la
pulce e, scuoiata, usa la sua pelle come bando per dare in sposa la propria figlia. Il padre, quindi, si dimostra
degenere, anche nei confronti della pulce. Siamo di fronte ad un padre che nega il proprio sangue e che
sembra trovare un complice e un suo proseguimento nell’orco che si nutre di sangue e carne umana.
Confronti con “Tales of Tales” (2015, Garrone): Nel film Garrone si sofferma di più sulla situazione
iniziale, ponendo l’enfasi sul rapporto tra il re e la figlia: l’immagine trasmessa è quella di un re annoiato che
trova nella sua bambina un lieto intrattenimento. Ad un certo punto, Viola (il nome dato da Garrone alla
principessa) inizia a chiedere al padre di volersi sposare e finalmente vivere la sua vita. A queste richieste il
padre inizia a deviare e a rimandare il discorso. E’ evidente che non vorrebbe rimanre solo. Ad un certo
punto, però, viene morso da una pulce e inizia a nutrire per questa maggiore interesse di quanto ne mostri
verso la sua unica figlia. La nutre col suo stesso sangue finchè non arriva alle dimensioni di una maiale la
pulce muore. Quindi nel film non è il re a far uccidere la pulce, am è lei che lo abbandona. Nella fiaba
Porziella non è presente alla prova ella pelle, mentre nel film di Garrone la fa presenzaire. Nella fiaba parte
poi una lunghissima invettiva della figlia contro il padre, con offese molto forti, con un altrettanto pesante
risposta del re. Però, se nel racconto questa parte ha un peso eccessivo, nel film la cosa viene attenuta e viene
ambientata sul tetto dl catello, con lei che vuole uccidersi, ma non è presente il linguaggio sorco e offensivo
che utlizza Basile nella fiaba, inoltre il padre dimostra dalle sue parole di essere rammaricato, sebbene non
può più ritirare la parola data in pubblico. Differente nel racconto della fiaba e del film è anche la dimora
dell’orco: nella fiaba si parla di una dimora nel mosco, nel film la dimora è una grotta su un precipizio
difficile da raggiungere. Nella fiaba si parla di “ossa d’uommene”, dando più valore alla parola orco, mentre
nel film, non essendoci queste sfumature, può tranquillaente essere preso solo per un grosso uomo brutto
aimalesco. Paradossalmente, però, l’orco letterario parla motlo di più e dialoga con la principessa, nel film
emette solo grugniti.
La differenz apià evidente: nella fiaba la principessa vede una vecchierella, non la fiovane madre circense. In
entrambi i racconti, comuqnue, questa donna torna con i suoi figli pr salvare la fanciulla, ma nel film di
Garrone i ragazzi non hanno superpoteri, bensì usano trucchi da circo per liberarla dalla grotta e per
sbarazzarsi dell’orco che comincia ad insegurli. Nel film però i giovani non hanno la meglio, l’orco infatti li
raggiungere e uccide tuttala famiglia circense. Resta solo la ragazza, che capisce di dover ritornare neella
grotta dell’orco, ma salita in groppa a questo, lo sgozza con un coltello preso dalla carrozza della famiglia
circense e fa ritorno tutta insanguinata davabti al adre con la testa dell’orco in mano. Anche nel film, il re è
felice di rivedere la figlia ed è pntito della scelta stupida ed egoista.
Anche le dinamiche familiari sono differenti: il padre non fa crescere la pulce con il fine di trovare un marito
per la figlia, ma come se fosse un perfetto sostituto di Viola (figlio maschio?). L’orco è decisamente più
brutale e in linea con l’immaginario contemporaneo: si potrebbe anche pensare alla scelta di portare sulla
scena la violenza domestica assente nel rapporto tra i due personaggi della fiaba.
Il discorso dello Stregone nel film richiama un’altra fiaba, Lo cuorvo (IV, 9): «Iennariello, per fare piacere a
Milluccio, re di Frattombrosa suo fratello, fa un lungo viaggio e, portatogli quello che desiderava per
liberarlo dalla morte, è condannato a morte; ma per dimostrare la sua innocenza, diventa una statua di marmo
e per uno strano fatto ritorna al suo stato di prima e se la gode contento». Rinunciare ai figli per liberare il
fratello (o alla vita per avere un figlio) richiama anche la novella boccaccesca di Griselda. C’è inoltre anche
un discorso sulla rinuncia della ricchezza a favore dell’amore familiare (vedi finale). Garrone sicuramente
conosce l’opera di Bruno Bettelheim e rilegge il discorso della violenza familiare propria di Basile in modo
psicanalitico: qui non abbiamo un orco che si trasforma in una cerva, ma la madre stessa che alla fine, resa
furiosa dall’ossessione per il figlio, si trasforma in un orco.

Gatta cenerentola (giornata 1, fiaba 6)

Trama: Zezolla era la figlia di un principe vedovo, il quale decise di sposarsi con una donna che maltrattava
la ragazza, la quale si lamentava con la sua maestra di cucito. Carmosina, la maestra di Zezolla, consigliò
alla ragazza come liberarsi della donna, dopo che la bambina aveva annunciato che avrebbe preferito avere
lei come matrigna.
Uccisa la prima matrigna, dopo il periodo di lutto, Zezolla riuscì a convincere il padre a sposarsi con la
maestra di cucito. In principio, il rapporto tra Carmosina e Zezolla era dei migliori: la ragazza si sedeva a
capotavola, indossava ottimi vestiti e riceveva le porizioni di cibo più grandi. Ma dopo neanche una
settimana, la situazione degenerò: Carmosina fece arrivare a casa sua le sue sei figlie finora segrete, subito
amate dal re, le sei ragazze sostituirono il ruolo della figlia biologica del re, riducendo Zezolla, chiamata ora
la Gatta cenerentola, tra la sua camera da letto e i servizi in casa.
Un giorno il re dovette partire per la Sardegna e chiese a tutte le figlie cosa volessero. Quando fu il turno di
Zezolla, la ragazza si ricordò del consiglio dato dalla farfalla incontrata alle nozze del padre con Carmosina e
chiese, quindi, di essere raccomandata alla farfalla delle fate, chiedendole di mandarle qualcosa e, se il padre
si sarebbe scordato, non sarebbe stato capace di andare né avanti né indietro.
Il re, prima di partire per tornare a casa, prese qualcosa a tutte le figlie tranne che alla sua, impossibilitando
così la barca a partire. Fortunatamente il padrone del vascello si addormentò e ricevette in sogno una fata,
portando l’uomo a racconatare al principe della richiesta della Gatta Cenerentola. Il dono che le fate diedero
al re per la figlia fu una bella giovane che diede al re per Zezolla un dattero, una zappa, un secchiello d’oro e
un ascoiugamano di seta, utili per coltivare la pianta.
Quando Zezolla ricevette il regalo, piantò subito il dattero, prendendosene cura. In quattro giorni la pianta
divenne grande, fino a farne uscire fuori una fata, la quale realizzò il desiderio di Gatta Cenerentola: uscire di
casa senza che le sorellastre lo sapessero. La ragazza usò il desiderio proprio quando le sorelle uscirono per
una festa, dove andò anche Zezolla: la più bella di tutte, così tanto bella che anche il re se ne invaghì,
costringendo la ragazza a scappare e tornare a casa, dove le sorelle le raccontarono della bella festa per farla
ingelosireò.
Alla terrza festa consecuitva, però, Zezolla non riuscì più ad allontanare il servitore del re, quindi cercò di
scappare velocemenete, perdendo, però un sovrascarpa, che il re decise di provare su ogni donna del paese,
ma non trovando nessun piede giusto. Il giorno dopo ci riprovò, obbligando tutte le donne a venire a corte,
tra di loro ci fu anche Zezolla, che venne incoronata regina.

Analisi: La Gatta Cenerentola è il sesto passatempo della prima giornata del cunto di Basile. È una favola
molto nota e ne esistono diverse versioni asiatiche ed europee. La più antica versione scritta europea è
proprio quella di Basile, ripresa in seguito da Charles Perrault e dai fratelli Grimm. Una antichissima
versione della favola è raccontata dal greco Strabone nell’opera Geografica. La favola ha avuto innumerevoli
trasposizioni teatrali, musicali e cinematografiche.
L’elemento interessante della Gatta Cenerentola, aldilà della vicenda narrata, è la figura della protagonista.
Essa differisce molto della Cenerentola che si è soliti conoscere. Infatti, Zezolla è una giovane consapevole
dei propri mezzi che conosce gli artefici migliori per metterli in atto. Insieme alla maestra programma
l’omicidio della propria matrigna e costringe poi il padre a sposare quest’ultima. Infine, non contenta
neanche della seconda condizione, obbliga il padre a portarle il dono, che si rivelerà fondamentale per la
vicenda, dalla Sardegna. Zezolla in questo modo si configura come causa ed effetto dei propri mali ma anche
dei propri beni.
Essa rappresenta una delle redazioni più note della fiaba di Cenerentola, un racconto popolare tramandato
sin dall'antichità in centinaia di versioni provenienti da diversi continenti. [1] La fiaba all'origine de La gatta
Cenerentola sarà successivamente inclusa anche nelle celebri raccolte di Charles Perrault e dei Fratelli
Grimm.
La versione di Basile presenta diverse varianti rispetto a Cendrillon di Perrault, su cui sono in gran parte
basati il lungometraggio animato Cinderella del 1950 e le successive produzioni Disney: in particolare,
l'eroina, di nome Zezolla, si macchia addirittura dell'omicidio della sua matrigna, che viene però poi
sostituita da una nuova matrigna anche peggiore.
- La protagonista è colpevole di omicidio: non è una vittima, anche se viene ingannata a sua volta
dalla seconda matrigna.
- Le fate le si presentano per la prima volta sotto forma di colomba: riferimento ai Tre cedri.
- Ha sei sorellastre: i nomi.
- Il padre rimane prigioniero in Sardegna: Bella e la bestia di Villeneuve e vicenda della rosa.
- Tematica delle colpe dei figli (e non dei padri) (Bettelheim: rosa=verginità; complesso di Elettra).
- Il principe innamorato: Il corvo e I tre cedri.
- Dopo avere scontato la propria pena, Zezolla può finalmente vivere felice. Rimozione del trauma
Film “La gatta Cenerentola”: Prodotto da Rai Cinema e Mad Entertainment, Gatta Cenerentola è il secondo
lungometraggio d’animazione diretto da Alessandro Rak (questa volta con Cappiello, Guarnieri e Sansone).
Esce nel 2017 e rappresenta l’Italia agli Oscar 2018 (vincerà Coco). Ha un importante cast: Massimiliano
Gallo, Maria Pia Calzone, Alessandro Gassman e Ciro Priello. Gli attori recitano e cantano in napoletano e in
italiano. È girato in stile cel-shading.
In Gatta Cenerentola tornano alcune tematiche e alcuni personaggi del precedente film di Rak. Oltre ai camei
di alcuni personaggi, c’è sempre Napoli sotto la pioggia di lapilli che alla fine verrà investita dalla colata del
Vesuvio. Il «racconto della città vera» per Roberto Saviano. Un ruolo importante rivestono i numeri
musicali, che permettono di conoscere meglio i personaggi.
Atmosfera fiabesca? Richiami alla fantascienza di Philip Dick. Omaggio, come in Tale of tales, alle final
girls e, in particolare, al rape and revenge. Omaggio all’opera musicale di De Simone.
Molte differenze RISPETTO ALLA fiaba: Il padre (Vittorio) muore, come nella vicenda raccontata dai
Grimm; Due principi: Primo Gemito (guardia del corpo) e Salvatore Lo Giusto (‘O Re). Tre scarpette: quella
persa da Mia bambina; quella formata da cristalli di metanfetamina; quella che dovrà calzare Mia alla fine.
La fata è sostituita dalla nave ferma al porto di Napoli. Rifiuto della rimozione. Sorellastre dotate di
personalità (come è deducibile da alcune interviste).

La cerva fatata (giornata 1, fiaba 9)

Trama: Iannone re di Lungapergola non riesce ad avere figli, e su consiglio di un saggio manda cento
pescatori a catturare un drago marino. Il cuore della creatura viene bollito da una giovane serva, e appena si
alzano i vapori la ragazza si ritrova incinta, e così anche tutti i mobili della stanza, dai quali qualche giorno
dopo nasce una loro copia più piccola. Appena il cuore è pronto viene mangiato dalla regina, alla quale
subito si gonfia la pancia. Quattro giorni dopo la regina e la serva partoriscono un maschio ciascuna. Il figlio
della regina viene chiamato Fonzo, mentre il figlio della serva viene chiamato Canneloro.
Fonzo e Canneloro crescono molto simili nell'aspetto, e sono tanto inseparabili che Fonzo mostra più
inclinazione per Canneloro che per sua madre. Con il passare degli anni la regina diventa tanto gelosa di
Canneloro da cercare di ucciderlo con un attizzatoio. Canneloro se la cava con una ferita al sopracciglio, ma
per non addolorare l'amico decide di andarsene dal regno senza raccontargli l'accaduto. Canneloro prende
delle armi che erano nate magicamente quando il cuore era stato cucinato, e colpendo il terreno con quelle fa
nascere una sorgente e una pianta di mortella, con le quali Fonzo potrà assicurarsi se Canneloro stia bene o
meno.
Canneloro viaggia a lungo e vive ogni tipo d'avventura, fino ad arrivare nel regno di Lungapergola dove c'è
una giostra per la mano della principessa Fenizia. Canneloro gareggia e sconfigge tutti i cavalieri, e infine
sposa Fenizia. Alcuni mesi dopo Canneloro desidera andare a caccia, e nonostante le raccomandazioni del
suocero parte al calare della notte. Un orco vede Canneloro, e assume la forma di una cerva per attirarlo nel
cuore della foresta e poi sommergerlo nella pioggia e nella neve. La trappola funziona, e Canneloro cerca
rifugio proprio nella grotta dell'orco. La cerva si avvicina fingendo di cercare riparo e convince Canneloro a
legare i cani e le armi, e a rinunciare a lei come preda almeno durante la tormenta. L'orco allora riassume il
suo aspetto, cattura Canneloro e lo chiude con una pietra in una fossa nella grotta.
Nel frattempo Fonzo si accorge che la sorgente è sporca e la pianta è avvizzita, e capisce che Canneloro è in
pericolo. Fonzo parte con due cani fatati e arriva a Lungapergola dove tutti lo scambiano per Canneloro, e
capisce che Canneloro è stato preso dall'orco nella foresta. Fonzo non rivela la sua identità ma la notte mette
una spada tra sé e Fenizia con la scusa di aver fatto un voto. Il giorno dopo va nella foresta e trova la grotta,
dove la cerva cerca di metterlo in trappola, ma lui non si lascia ingannare e i suoi cani la fanno a pezzi.
Fonzo trova la fossa con Canneloro e le altre persone intrappolate. Fonzo e Canneloro tornano da Fenizia che
riconosce Canneloro dalla cicatrice, e Fonzo resta un mese loro ospite prima di tornare a casa. Canneloro
invece abbandona la caccia, e scrive a sua madre perché vada a vivere con lui.

Analisi: Con la frase: Questi bambini crebbero insieme con tanto affetto che non si separavano mai, ed era
così totale l'amore che sentivano uno per l'altro che la regina cominciò a essere un po' gelosa... ricorda un
episodio della Bibbia:
Il bambino Ismaele crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato. Ma
Sara vide che il figlio di Agar l'Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio
Isacco. Disse allora ad Abramo: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non
deve essere erede con mio figlio Isacco». (Genesi 21, 8-10)

Quindi rileviamo alcune analogie tra la fiaba di Fonzo e Canneloro e la storia quella biblica di Isacco e
Ismaele:
1. il motivo iniziale della sterilità della regina e di Sara;
2. due bambini che crescono insieme presso il re e presso Abramo;
3. la gelosia della regina che implica l'allontanamento di Ismaele/Candeloro, figlio della sua serva/damigella;
4. l'esule Ismaele/Candeloro trova il suo popolo/regno.

Confronti con “La pulce” di “Tales of Tales” (2015), Garrone: Nel film Garrone elimina tutte le peripezie
presenti nella novella che i due amici devono affrontate tanto che la cervava fatata non compare affatto.
Inoltre nel film è il re che va a cercare il cuor del drago marino tanto da perire insieme all’animale.

Sole, Luna e Talia (quinta giornata, quinta fiaba)

Trama: Un re ha una figlia, la chiama Talia e chiama gli indovini per scoprire il suo destino. Viene predetto
che Talia morirà a causa di una lisca di lino, così il re vieta che nella sua casa entrino il lino e gli oggetti per
fare il filato. Talia diventa grande e vede una vecchia filare per strada: non sapendo niente del divieto fa
entrare la vecchia perché le insegni a filare, e subito cade come morta per colpa di una lisca sotto l'unghia. Il
re allora lascia la figlia seduta sotto un baldacchino in quel palazzo nella campagna e fa chiudere e
abbandonare il luogo.
Qualche tempo dopo un altro re è a caccia e trova il palazzo abbandonato con Talia che dorme, la porta su un
letto e la mette incinta. Nove mesi dopo le fate aiutano i due gemelli a nascere: i due bambini vogliono
mangiare, e succhiano tanto il dito di Talia che tolgono la lisca di lino e lei torna in vita. Talia chiama i figli
Sole e Luna, e qualche tempo dopo il re torna al palazzo. Scoperto che Talia è sveglia e che hanno dei
bambini, lui passa del tempo lì prima di tornare nel suo regno, promettendo di tornare a prenderli.
La regina sente continuamente il re nominare Sole, Luna e Talia, e insospettita manda il segretario a
indagare. Lui si finge servo del re e dice a Talia di essere venuto a prenderli per portarli da lui. La regina
ordina al cuoco di cucinare Sole e Luna e servirli al re, ma il cuoco li sostituisce con due capretti. La regina
poi fa chiamare Talia per metterla al rogo, ma il re arriva a fermare tutto. Saputo che la moglie gli ha fatto
mangiare i figli, il re la fa bruciare sul rogo che aveva preparato per Talia. Scoperto che i figli stanno bene, il
re ricompensa il cuoco e sposa Talia.
Analisi: Ne Lo Cunto de li Cunti, o Pentamerone, il sonno non è frutto di un incantesimo ma di una profezia:
C'era una volta un gran signore che, essendogli nata una figlia chiamata Talia, fece venire i sapienti e gli
indovini del regno suo a dirle la ventura, i quali, dopo vari consigli, conclusero che correva un gran pericolo
per una lisca di lino.

Gli indovini del regno, dunque, annunciano che su Talia grava una maledizione: il pericolo mortale è
simbolizzato da una lisca di lino. Il padre, allora, mette al bando ogni strumento suscettibile di ferire la
bambina (lino, canapa e altro). La piccola Talia, tuttavia, una volta cresciuta scorge una vecchia con un fuso
passare davanti al castello e incuriosita dall'oggetto la invita a salire, si punge il dito e muore. Il padre,
sconsolato, la adagia in una stanza del castello, serra tutte le porte e se ne va per sempre.

Il re, vedutala, credendo che dormisse, la chiamò; ma poiché quella, per quanto egli facesse e gridasse, non
rinveniva, riscaldatosi alla vista di quelle bellezze, portatala di peso a un letto, ne colse i frutti d'amore e,
lasciatola coricata, se ne tornò al regno suo, dove non si ricordò per un pezzo di quello che gli era successo.

Nella favola di Basile nessun principe azzurro salverà la principessa. Ci imbattiamo invece in un altro re (già
sposato) che molti anni dopo, trovando per caso Talia nel castello, ancora addormentata perché vittima del
sortilegio, la violenta nel sonno. Dallo stupro nascono due gemelli, Sole e Luna, e sarà uno di questi a
risvegliare la principessa dal suo sonno incantato, dopo che le avrà succhiato il dito facendo uscire la punta
del fuso incantatore.

Il finale della fiaba di Basile è ancora più violento. Tornato nel suo castello, il re non fa che parlare di Talia e
dei gemelli, a cui ha dato il nome di Sole e Luna, attirando su di sé le ire della regina sua moglie. La donna
chiede a un servo di portarle i bambini, e incarica il cuoco di ucciderli e darli in pasto al marito fedifrago. Il
cuoco, però, impietosito dai bambini, serve al re della selvaggina, facendo credere alla regina che si tratti dei
neonati. La regina incalza il marito a mangiare: «Magna, ca de lo tuo mange!» (Mangia, mangia, è tutta roba
tua!). Il re, indispettito dall'insistenza della moglie, e ignaro dei sottintesi, abbandona adirato il castello. La
regina, schiumante di rabbia, fa venire Talia al castello e ordina che sia gettata nel fuoco.

Cagliuso (trattamento 4, seconda giornata)

Trama: Un vecchio molto povero di Napoli muore, lasciando al figlio Oraziello un crivello per lavorare e al
figlio Pippo una gatta magica. Pippo, chiamato Cagliuso, non apprezza l'eredità, ma scopre presto che la
gatta sa parlare e lo aiuterà a uscire dalla sua miseria. La gatta va a caccia e porta le prede al re, da parte del
"signore" suo padrone. Il re resta colpito dai continui doni e dal fatto che il padrone della gatta gli sia tanto
devoto e leale, e chiede alla gatta quanto sia ricco questo signore. La gatta fa le lodi delle ricchezze smisurate
del suo padrone, e il re manda i suoi servitori a indagare. La gatta passa per i campi e i villaggi e avverte la
gente che dei banditi saccheggiano la zona, ma se diranno che tutto è proprietà del signor Cagliuso non verrà
fatto loro del male. Quando gli informatori del re chiedono in giro, la gente ha paura che siano banditi e
rispondono che tutto è proprietà di Cagliuso. Il re allora combina le nozze tra Cagliuso e la figlia, e con la
dote della principessa Cagliuso compra delle terre in Lombardia e diventa barone.
Cagliuso non smette di ringraziare la gatta per questa immensa fortuna, e le promette che quando morirà la
farà imbalsamare e la metterà su un piedistallo. La gatta però vuole metterlo alla prova, e un giorno finge di
essere morta. Cagliuso non mostra tutta la gratitudine che prometteva, e dice alla moglie di gettare la gatta
dalla finestra. La gatta allora rinfaccia a Cagliuso tutto quello che ha fatto per lui, e scappa via senza
ascoltare le preghiere e le scuse dell'ingrato.

L’Orsa (giorno 2, fiaba 6)

Testo: Nardella regina di Roccaspra cade da cavallo, e prima di morire fa giurare al marito che non sposerà
mai una donna meno bella di lei. Il re fa quella promessa, ma Nardella era troppo bella perché qualunque
donna possa reggere il confronto, e la sua ricerca di una nuova moglie va a vuoto. Alla fine il re si rende
conto che l'unica donna bella come Nardella è la loro figlia, Preziosa, e decide di sposare lei.
La principessa rifiuta ma il padre minaccia di farla uccidere se non accetterà quelle nozze. Preziosa allora si
confida con una vecchia serva, che le dà un bastoncino magico: arrivata la sera delle nozze Preziosa metterà
il bastoncino in bocca e si trasformerà in un'orsa.
La sera delle nozze Preziosa fa come le è stato detto, si trasforma in un'orsa terrorizzando il re e fugge dal
castello verso il bosco. Preziosa resta in compagnia degli altri animali finché non arriva a caccia il figlio del
re di Acquacorrente. Il principe in realtà si spaventa alla vista dell'orsa, ma Preziosa si comporta in maniera
tanto docile che lui la fa portare nel giardino del suo palazzo. Un giorno il principe si affaccia alla finestra,
ma invece dell'orsa vede Preziosa in forma umana che ha tolto il bastoncino per sistemarsi le trecce. Preziosa
si accorge di essere stata vista e torna ad essere un'orsa, ma il principe è rimasto folgorato e si è innamorato
di lei, tanto da cadere malato.
La regina di Acquacorrente teme che l'orsa abbia fatto del male al figlio e ordina di portarla nel bosco per
ucciderla, ma i servi non se la sentono di uccidere un animale così buono e la lasciano in libertà, dicendo alla
regina di averla uccisa. Il principe si infuria, ma poi scopre la verità dai servi; questo però non lo fa sentire
meglio per l'assenza della sua amata. I medici sono pessimisti sulla salute del principe, e la regina pur di fare
felice il figlio ordina che l'orsa sia portata a palazzo perché lo assista, come lui desidera. Con sorpresa della
regina l'orsa è davvero in grado di cucinare e prendersi cura del principe in maniera tanto amorevole che
anche la regina si affeziona a lei. Un giorno il principe desidera baciare l'orsa, e mentre la bacia il bastoncino
cade e Preziosa torna umana. La ragazza racconta la propria storia, e la regina acconsente con gioia alle
nozze tra lei e il figlio.

La vecchia scorticata

Trama: Due sorelle molto anziane vanno a vivere in un ambiente proprio sotto alle stanze del  re di
Roccaforte. Il re non può fare un solo movimento senza che le due si lamentino per ogni rumore o per ogni
particella di polvere caduta dalla finestra, tanto che il re si convince che sotto di lui abitino delle fanciulle
leggiadre ed estremamente delicate. Acceso dall'immaginazione il re si innamora, e le due vecchie decidono
di ingannarlo mostrandogli otto giorni dopo solo un dito ben levigato e "ringiovanito" per l'occasione. Alla
fine il re e una delle due vecchie si accordano per una notte insieme, a patto che sia completamente buio.
Dopo aver passato la notte insieme il re si accorge del vero aspetto della sua amante e la fa buttare dalla
finestra. La vecchia resta impigliata per i capelli a un albero, e poco dopo passano di lì alcune  fate che non
avevano mai riso in vita loro. Appena vedono la vecchia le fate ridono tantissimo, e per ricompensarla di ciò
la fanno ringiovanire rendendola bellissima. Il re si affaccia alla finestra e vede la ragazza, e si innamora a tal
punto da volerla subito sposare.
Al banchetto per le nozze viene invitata anche la sorella della sposa, che insiste per sapere come abbia fatto
l'altra a ringiovanire. La giovane le dice di aspettare ma la vecchia insiste tanto che l'altra, per levarsela di
torno, dice di essersi fatta scorticare. La vecchia la prende in parola e paga un barbiere per farsi scorticare
Analisi: “La vecchia scorticata” è la decima fiaba della prima giornata del Pentamerone di Basile. Nel
prologo, Basile inizia con un riassunto brevissimo del racconto, seguito poi dall’intento moralistico della
fiaba che sta per essere raccontata, ovvero fa subuto riferimento al vizio chee hanno le donne di voler
sembrare belle ad ogni costo, e che per riuscirci sono disposte a tutto. Ma se per questo motivo è da
biasimare una ragazzin, è invece degna di ouzione una vecchia che vuol sembrare nella e giovane, andando
incontro al riso amaro della gente e alla rovina del suo corpo. Dal punto di vista narratologico è importante
l’esordio del racconto, ovvero un re che si innamora della voce di una vecchia. Basile dunque parte
direttamente dal nocciolo della storia, che sar poi dispiegata in un lungo racconto ricco di descrizioni, che
non manca di sgradevoli particolari.
Funzioni di Propp Punto racconto

Equilibrio iniziale (coincide con il vero inizio del racconto) sia dato dall’immagine di due sorelle
molto anziane che vivono in una catapecchia proprio sotto le stanze del re di
Roccadorte, il quale, sentendolo lamentarsi giornalente, pensa che sia delle delicate
bellisisme giovani.
La rottura ha luogo quindi con un tranello: le due vecchie decidono di escogitare il tranello del
dell’equilibrio dito come unico contentini che potevano offrire in quel momento al re.
La connivenza la vittima (ossia il re) si lascia convincere e cade nel tranello.
Il consenso Il protagonista accetta l’incarico: la fanciulla accetta di passare una notte con il re.
dell’eroe
La partenza La più vecchia delle sorelle (la fanciulla) esce dalla casa.
dell’eroe
La lotta tra eroe e In questo momento l’eroe è il principe, il quale lotta contro la vecchia fanciulla che
antagonista l’ha ingannato.
Eroe marchiato All’eroe viene impresso un segno particolare seguita dalla vittoria sull’antagonista,
in quanto la vecchia, grazie alle virtù impressegli dalle fate, vince sul suo lato
vecchio, perché si è rimpossessata della sua giovinezza.
La rimozione del Il re vede la bellezza della ragazza e se ne innamora a tal punto da volerla subito
danno e il ritorno sposare.
dell’eroe
La pretesa del falso Alle nozze della vecchia-ormai-giovane viene invitata anche la vecchia, che insiste
eroe nel sapere come la sorella è diventata vecchia e assumendo il ruolo
dell’antagonista\falso eroe.
La punizione La vecchia viene scuoiata
dell’antagonista
Lieto fine dell’eroe La vecchia-ormai-giovane riceve il suo lieto fine

Il ruolo dei personaggi:


Ruolo Personaggio
Protagonista È al più grande delle due sorelle, poiché dopo varie peripezie ottiene ciò che vuole
Antagonista Nemico del protagonista è la vecchia stessa che ostacola l’eroe (le impedisce di mostrarsi
al re) e le reca danno viene umiliata e gettata dalla finestra)
Il donatore È incarnata dalle sette fate, che donano all’eroe il mezzo magico per superare l’ostacolo e
superare l’impresa.
Il mandante Colui che assegna la missione al protagonista, potrebbe essere lo stesso re, la vittima del
tranello, poiché è lui che inconsapevolmente e in maniera implicita conduce la vecchia a
superare l’ostacolo della propria vecchiaia per entrare nelle sue grazie.
Aiutante La sorella più piccola, all’inizio asseconda la sorella nell’ingannare il re.
Falso eroe Alla fine della storia, la sorella più piccola, si fa prendere dalla gelosia e dall’invidia e
vorrebbe ottenere quello che è riuscita ad avere la sorella.
Il premio La ricevuta giovinezza, mezzo utile per far sposare la più-ormai-non-vecchia con il re.
ricercato
Confronti “Tales of Tales” (2015), Garrone: Matteo Garrone nell’interepetrare la fiaba nel suo film vuole
attaccare la problematica sociale del bisogno delle donne di trasformare il loro corpo per diventare
presentabili (secondo me la costrinzione che impone alle donne di cambiare il loro corpo), ciò è visibile dalla
differenza tra la parte finale dell’opera di Basile e quella di Garrone: la vecchia a cui viene ridata la
giovinezza, nell’epilogo ritorna vecchia ed p costretta a fuggire per non far scoprire il trucco, Garrone quindi
le concede un ringiovanimento a scadenza. Ciò è anche rappresentato da una strega che da la giovinezza alla
donna, rappresnetanto la chirurgia pladtica attuale.
Alla fine, nessuna delle due sorelle riesce ad ottenere la giovinezza come nella fiaba: una viene scorticata,
l’altra comincia a invecchiare repentinamente negli ultimi minuti del film. Critica all’importanza della sola
estetica, tema molto presente nelle fiabe. Virata dal tema dell’invidia a quello della solitudine.

I tre cedri

Trama: Il re di Torrelunga aveva un solo figlio, Ciommetiello, un giovane bellissimo e molto intelligente,


che non aveva intenzione di sposarsi. Un giorno, a pranzo, uno dei servi gli stava portando una ricotta; il
giovane, che stava parlando, prese distrattamente il coltello e senza rendersene conto si fece un piccolo taglio
su un dito: vedere il contrasto tra il sangue e la ricotta gli fa desiderare una moglie dalla pelle bianca e le
guance rosse, e lascia la propria casa per andare a cercarla.
Il principe viaggia verso oriente e raggiunge l'isola delle orche, dove incontra una vecchia orrenda. La
vecchia lo avverte che se i suoi tre figli lo trovassero lo ucciderebbero e mangerebbero. Ciommetiello
prosegue e incontra un'altra vecchia, ma anche lei lo manda via perché i suoi figli sono orchi. Andato oltre il
principe incontra una terza vecchia che fa mangiare dolci agli asini: lei gli regala tre cedri e un coltello, e gli
spiega come usarli una volta tornato in Italia.
Ciommetiello va in un bosco vicino a una fontana e apre uno dei cedri: appare una fata bianca e rossa come
desidera lui che gli chiede da bere, ma lui non è abbastanza veloce e lei scompare. Questo accade anche la
seconda volta, ma alla terza Ciommetiello è veloce a farla bere e lei rimane. Per farla arrivare a palazzo con
tutti gli onori Ciommetiello le dice di aspettarla lì su un albero mentre lui va a prendere una carrozza.
Mentre Ciommetiello è via arriva una schiava di nome Lucia, che specchiandosi alla fontana vede il riflesso
della fata sull'albero e crede di essere lei. Dopo essersi accorta dell'equivoco e dopo aver saputo che la fata
aspetta un principe, Lucia finge di volerla pettinare e poi le infila uno spillone in testa per  ucciderla. La fata
però si trasforma in una colomba e vola via. Ciommetiello arriva e trova Lucia al posto della fata, e lei gli si
inventa che ogni anno il suo aspetto cambia, ma è sempre la stessa ragazza. Ciommetiello la porta a
Torrelunga per sposarla, ma durante i preparativi una colomba va dal cuoco e accusa le nozze, così Lucia
ordina al cuoco di cucinare la colomba.
Il cuoco cucina la colomba, ma dove getta l'acqua e le penne cresce in poco tempo un alberello di cedri.
L'albero attira l'attenzione di Ciommetiello che raccoglie i tre cedri dall'albero e si chiude nella sua stanza
con dell'acqua, e ripete da capo le azioni grazie alle quali aveva incontrato la fata la prima volta. La fata
quindi ritorna davanti a lui e gli racconta tutto. Il principe chiede a tutti cosa meriterebbe chi facesse del male
alla fata, e arrivato il turno di sua moglie, quella risponde che dovrebbe essere bruciato e le sue ceneri
sparpagliate al vento. Ciommetiello fa eseguire la sentenza e sposa la fata.

Pompeo Sarnelli (1649-1724)


Pompeo Sarnelli è stato un vescovo cattolico e storico italiano.
Famoso per aver curato un’altra prima edizione de “Lo cunto de li cunti” di Basile, Pompeo Sarnelli, inoltre,
pubblica con uno pseudonimo (Masillo Reppone da Gnanopoli) la Posilecheata, nel quale vengono raccolte
solo 5 fiabe.
Le fiabe sono racchiuse in una cornice: un resoconto di una giornata a Posillipo dove, ospite dell’amico
Pietruccio insieme all’eccentrico dottor Marchionno, ascolta cinque fiabe dalla viva voce di cinque narratrici.
La raccolta è stata offerta di edizione critica da Enrico Malato nella seconda metà del novecento.
Similitudini tra “Posilecheata” e “Pentamerone”:
- La fine delle fiabe: se le fiabe di Basile de “il cunto” terminano con un proverbio, Sarnelli costruisce
le fiabe in modo tale che fungano a commento ognuna di un proverbio.
- costanti riferimenti onomastici, talvolta esplicitamente forzati. Per fare un esempio si pensi ancora
alla Gallenella dove i protagonisti, presto ribattezzati con i nomi di Cecca e Menico, in realtà si
chiamano Sole e Luna, come i fratelli della fiaba basiliana Sole, Luna e Talia.
- Una “deflagrazione di motivi” (unione di motivi): di solito a un primo danno, subito dal protagonista
e presto apparentemente sanato, ne subentra un secondo che non è detto riguardi lo stesso
personaggio. Ad esempio ne “’ngannatrice ’ngannata” le nozze regali, strumento privilegiato per
«annienta[re] ogni forma di isolamento sociale», sono l’inizio di un lungo calvario, molto simile a
quello della fanciulla reclusa nel basiliano Lo dragone (iv, 5) che, non a caso non sposata ma
stuprata dal re, ne diventerà la moglie solo nel, si fa per dire, lieto fine. Inoltre nella ‘Ngannatrice si
assiste a un vero e proprio cambio di protagonista fra la prima e la seconda parte, con un
avvicendarsi fra Jannuzzo e Ninella e un sovraffollamento di aiutanti.
- Il dottor Marchionno, personaggio apparentemente afunzionale all’economia della vicenda narrata,
un orco fuggito dalle fiabe basiliane che non trova ricetto nelle sofisticate riscritture di Sarnelli in
cui, in effetti, gli orchi, sia pure senza tutte le contraddizioni di Basile messe in luce da Michele Rak,
non esistono. Il dottore di Sernelli è un uomo che mangia tantissimo, beve molto vino, ma non ha le
caratteristiche orripilanti di un orco.
- La figura dell’orco è importante anche perché nell’introduzione, Sennarelli si riferisce alla
“Posilecheata” come “cunte dell’uorco”, lo stesso titolo che Basile utilizza per la sua prima giornata
de “il cunto de li cunti”.
- Sarnelli attinge la materia dal popolo rielaborandola in chiave basileiana, elevando il discorso sul
piano formale e dei contenuti.
Differenze tra “Posilecheata” e “Pentamerone”:
- “La Posicheata” è scritta in maniera più “elegante”;
- a differenza di Basile, Sarnelli non riesce ad assecondare il gioco di metafore disposte nella
consueta, calviniana, «mappa»24 ispirata al Cunto;
- se la cornice di Basile inizia in maniera generica («Dice ch’era na vota»); Sarnelli è ben preciso,
indicando la data e il luogo esatto, realizzando, così, una cornice più realistica che parrebbe volersi
allontanare decisamente dal modello, sebbene con abbondanti concessioni alla tradizione comica;
- Non c’è, nelle pagine di Sarnelli, desiderio erotico da soddisfare o umor nero da curare con l’arte del
racconto, non vi sono verità da svelare e inganni da scoprire né, tantomeno, come nell’archetipo
boccacciano, il rischio di una morte reale e sociale da esorcizzare. L’impressione è che la materia di
Basile venga riorganizzata in cinque sontuose still lifes immerse in una cornice realistica che ha la
sola funzione di accentuarne la perfezione formale e l’immobilità.

Charles Perrault (1628-1703)


Charles Perrault visse nel cuore della vita letteraria e politica gfrancese al tepo di Luigi XIV. Figlio di un
avvocato al Parlamento, Perrault fu segretario di Colbert e personaggio influente nella vita di Corte e
nell’Accademie Française. Nei dibattiti dell’Accademia fu a capo della tendenza dei “Moderni”.
I racconti di mamma l’Oca di Charles Perrault.
Non è sicuro che “I racconti di mamma l’Oca” siano realmente di Charles Perrault, in quanto la prima
edizione (1969) uscì anonima, mentre la seconda, uscita l’anno seguente, portava il nome del figlio
diciannovenne di Perrault. Da sparse notizie si può credere che Charles Perrault, educatore appassionato e
innovatore, facesse fare al figlio, quand'era ancora ragazzo, degli esercizi di composizione letteraria, certo
insoliti a quell'epoca, quali il mettere per scritto le fiabe sentite raccontare nell'infanzia. Un po' esperimento
pedagogico, un po' gioco tra padre e figlio, questa sarebbe la collaborazione da cui è nato il libro. Un’altra
ipotesi riguarda un omicidio da parte del figlio di Perrault e per poter ottenere la protezione della Corte nel
processo, il padre avrebbe deciso di ripubblicare i racconti col nome del figlio e dedicandoli alla nipote di
Luigi XIV.
Dopo la morte di Perrault vennero inserite nella raccolta altre fiabe che egli aveva scritto in versi, i contes en
vers: La pazienza di Griselda (Grisédélis), I desideri inutili (Les souhaits ridicules)
Perrault e Basile: Alcune opere presenti in “I racconti di mamma l’Oca” di Perrault – come “Il gatto
con gli stivali e Pelle d’asino – assomigliano ad alcune fiabe del Pentamerone di Giambattista Basile – è
abbastanza difficile che Perrault conscese l’opera scritta in dialetto napoletano – e le “Piacevoli Notti” di
Francesco Straparola, un’opera presente già all’epoca in francese.
La tradizione orale: Perrault trae le sue fiabe dalla tradizione orale e visto che le sue opere ebbero
grande fortuna, contribuì a salvare quelle stesse opere che aveva usato dalla dimenticanza nella quale
sarebbero caduta se non fosero divenute scritte.
Problemi filologici ed eruditi: Nonostante il grande successo, alcuni elementi delle fiabe erano
considerati irrealistici e strani, come la scarpetta di cristallo di Cenerentolal, che, secondo Balzac si sarebbe
dovuta frantumare ballando, correndo e saltando, per tal motivo il critico pensa che in realtà sia stato un
errore di trascrizione e invece di verre (vetro) doveva essere scritto vair (pelliccia di vaio). Però vista
l’elevata presenza dell’errore, si pensa che in realtà sia fatto apposta per stimolarne la fantasia, essendo
anche l’elemento più famoso dell’opera.
I quadri: Molte volte la prosa di Perrault presenta quadri o descrizioni molto vivide (come la Bella
addormentata nel bosco o i vestiti delle sorellastre di Cenerentola) e a volte la descrizione è generica (come i
vestiti di Cenerentola).
La suspense e l’orrore: La suspense ha un ruolo molto importante nell’opera e rappresenta il culmine
dell’opera, come in “Barbablù”, rappresentato dall’attesa dei due fratelli mentre la protagonista e la sorella
parlano dalle due torri. L’orrore diventa così una componente centrale di quasi tutte le fiabe e funziona
perché Perrault v’applica la sua vena grottesca e di “black humor”.
Cabinet des Fées: Tra il 1785 e il 1789 l’opera fu unita ad altre importanti opere fiabesce di quei
tempi. La principale autrice oltre Perrault fu Madame Marie-Cathérine D’Aulnoy.

Barbalù

Barbablu è una fiaba trascritta da Charles Perrault nel XVII secolo che fece la sua prima apparizione nella
raccolta Histoires ou contes du temps passé, nella precedente versione manoscritta intitolata I racconti di
Mamma Oca, nel 1697.
Il mondo esteriore e materiale di Barbablù è costituito da oro, argento e ricami che danno l’impressione dello
sfarzo barocco; ma c’è un neo che fa sì che questo sfarzo non attiri gli altri, infatti: “per sua disgrazia, aveva
la barba blu e questa lo rendeva così brutto e spaventoso che non c’era donna, ragazza o maritata che,
soltanto a vederlo, non fuggisse a gambe levate dalla paura.” La barba, che nasconde la bocca dalla quale
esce una delle forme più alte del linguaggio, la parola,  è resa ancora più oscura e minacciosa dal colore blu;
il silenzio minaccioso sembra circondare la vita di Barbablù. Ed ecco, poche righe successive, si aggiunge il
mistero legato a quel silenzio: aveva sposato alcune donne ma erano scomparse senza lasciare alcuna
traccia. Donne che scompaiono senza lasciare traccia è una realtà di sempre, fa parte del passato, appartiene
alle fiabe e alla cronaca di oggi. Barbablù è un serial killer.
Possiamo associare l’uomo dalla barba blu, il fulcro di tutta la storiella, a un individuo che è in grado di
attirare, nonostante abbia non pochi difetti e zone d’ombra. Per lui si può chiudere un occhio, anche
due, appena siamo messi di fronte alle sue proprietà, al suo prestigio; possiamo persino fare uno strappo allo
strano caso che lo seguirà sempre, di tutte quelle mogli scomparse. La protagonista, questa dolce fanciulla,
dopotutto lo trova anche gradevole, sembra acconsentire inizialmente, a una unione fissa soprattutto per la
sicurezza materiale che ne ricaverebbe. Gente, luoghi, oggetti da amministrare, e le molte situazioni cosi
promettenti legate ad essi, sono sicuramente in grado di allettare l’esistenza di chi come lei, arriva da una
realtà più povera seppure genuina. Quindi all’inizio, si può dire che ingenuamente si è più propensi a non
ascoltare troppo quella vocina profonda fatta di dubbi che possono nascere, facendo uno più uno. Si vuole
passare direttamente a gustare la prima portata.
Tutta la fiaba è una negazione a guardare oltre ciò che appare, già dalla semplice frase “La sua barba non è
poi così blu” che pronuncerà la futura moglie e protagonista della storia.
E’ una fiaba anomala, in quanto inizia laddove le altre fiabe finiscono: con il matrimonio, ma è una fiaba per
adulti, una fiaba sadica. L’eroina deve combattere non per conquistare il principe azzurro ma per fuggire da
lui e salvarsi la vita. Un principe azzurro che diventa “blu” che diventa un serial killer, il nome, oltre ad
essere usato in seguito per diversi serial killer, in realtà è tratto anche da un assassino del tempo che usava tal
nome.
Significati:
- Chiave: apre le porte fisiche e quelle della conoscenza, del potere.
- Porta: è legata al cambiamento di stato, una rivelazione che avviene attraverso un varco, un apertura
al mondo del non essere che trasforma l’ordine in caos. Infatti, dopo che la moglie ha aperto la porta,
la felice vita che viva con il marito, ricca di lusso, si trasforma in terrore, tanto da essere quasi
uccisa. Nella fiaba, inoltre, la porta indica una barriera psichica che impedisce di ammettere ciò che
già sappiamo, per tal motivo molte volte ci si riferisce a questa storia come ampia rappresentazione
di tutte le donne vittime di maltrattamenti che cercano di nascondere la reale situazione che vivono.
- La chiave e il sangue: per lo psicoanalista Bettelheim la chiave e il sangue in realt indicano la
verginità e la sua perdita, per tal motivo, anche se la protagonista cerca di cancellare il sangue dalla
chiave, quello rimarrà, indicando che la perdita della verginità non è un segno che può essere
cancellato.
Trama: Barbablù è un uomo ricco, che ha avuto sei mogli, tutte improvvisamente e misteriosamente
scomparse. Nonostante il suo passato ombroso, riesce a sposarsi con la figlia più giovane di una dama sua
vicina, anche grazie all'ostentazione delle sue grandi ricchezze. Un giorno, Barbablù annuncia alla moglie di
doversi assentare per questioni di lavoro e, prima di partire, la guida attraverso l'intera villa, mettendole a
disposizione ogni cosa e consegnandole il mazzo con tutte le chiavi della casa. La giovane è libera di usare
tutto, di aprire tutto, di andare dappertutto tranne che nella stanza aperta da una particolare chiave che
Barbablù le mostra.
Dopo alcuni giorni dalla partenza del marito, la giovane, spinta dalla molta curiosità, entra nella stanza
proibita e scopre i corpi delle precedenti mogli appesi al soffitto con dei ganci da macellaio, con tutto il
pavimento coperto di sangue. Spaventata, lascia cadere la chiave che si sporca di sangue, e non riesce a
pulirla, in quanto essa è in realtà una chiave fatata, e ogni volta che le macchie scompaiono da un lato,
riappaiono dall'altro. Quella sera stessa Barbablù torna dal suo viaggio e, per prima cosa, si fa riconsegnare il
mazzo di chiavi: nota così la macchia e, accortosi subito della disobbedienza della moglie, decide di farla
fuori.
L'uomo le concede però qualche minuto di raccoglimento per raccomandare l'anima a Dio prima
dell'esecuzione. Approfittando del poco tempo, la giovane corre a chiamare la sorella Anna, anche lei ospite
nella villa, e la implora di correre in cima alla torre più alta. Siccome i loro due fratelli, abilissimi
combattenti, giungeranno in visita di lì a poco, sarà quindi necessario far loro cenno di sbrigarsi il prima
possibile. Proprio quando tutto sembra perduto, all'orizzonte compaiono i due cavalieri che, incitati dai gesti
di Anna nella torre, irrompono appena in tempo per salvare la sorella più giovane dalle mani di Barbablù.
Dopo un rapido combattimento il perfido signorotto ha la peggio e viene ucciso. La giovane diventa quindi la
legittima vedova e approfitta delle ricchezze ereditate per costruirsi una vita nuova, migliore della
precedente.

Il gatto con gli stivali


Analisi: La morte del vecchio mugnaio ed un’eredità apparentemente sfavorevole al giovane protagonista
ripropongono temi classici delle fiabe: l’orfanità, la povertà e la solitudine, condizioni che costringono a
crescere, a diventare grandi anzitempo ed a badare a se stessi con solo le proprie forze, il proprio coraggio e,
come spesso accade, con la proprio astuzia! Anche la presenza degli animali è molto frequente nelle fiabe, a
volte come protagonisti assoluti, come nel caso di un’altra fiaba famosa, I musicanti di Brema, a volte in
relazione all’uomo. Relazione che può essere nemica, ostile come è spesso la figura del lupo, oppure
amicale. Nel nostro caso chi è il gatto? L’immagine iniziale con cui appare in scena, mollemente adagiato
sulle braccia del suo giovane padroncino sconsolato, smuove tenerezza. Sembrano fragili e spauriti tutti e
due. Capiamo però da subito che il Gatto ascolta ed è in grado di capire le parole di Oliver, che si lamenta
perché non ha più niente, non sa dove dormire, come procurarsi da mangiare. A questo punto il Gatto si
rivela, parla e fa di più: decide di farsi carico della cattiva sorte del suo padroncino rassicurandolo che non è
vero che non ha ricevuto niente in eredità. Certo con il mulino e l’asino per trasportare la farina nei sacchi i
fratelli possono lavorare e vivere, ma lui non è rimasto a mani vuote, ha ricevuto un gatto! L’unica cosa che
deve fare è di fidarsi di lui Ecco quindi che entrano in gioco altri temi classici delle fiabe: amicizia,
solidarietà, la possibilità esperienziale di un affetto empatico, come sa bene chi possiede animali domestici.
Noi parliamo loro e ci sembra che ci capiscano! Con la loro presenza fedele e col loro affetto sanno
rassicurarci e consolarci. Nello spettacolo la relazione di intimità e fiducia profonda fra il protagonista e il
suo amico animale è rappresentata in modo vivido, tenero e gentile, perché davvero chi abbia la fortuna di
entrare in confidenza con un animale vive una condizione privilegiata che dona maggior sicurezza verso se
stessi e un atteggiamento più positivo verso il mondo circostante.
Bettelheim, sottolinea come nemmeno in questa fiaba che si differenzia un po’ dalle altre in quanto l’eroe si
garantisce il successo frodando, siano importanti i fatti in sé, in quanto ciò che conta è che in questo caso la
speranza che si offre è che anche i più umili possono farcela.
Trama: Un povero mugnaio muore e lascia al figlio maggiore il mulino, al secondo l'asino e al più giovane
solo il gatto. Il ragazzo non sa che farsene del gatto, ma il gatto gli chiede un paio di stivali e di avere
pazienza.
Il gatto va spesso a caccia e porta tutte le prede al re, dicendogli che sono omaggi da parte del suo padrone, il
marchese di Carabas. Tempo dopo il re sua figlia sono in carrozza per una passeggiata e il gatto dice al suo
padrone di spogliarsi ed entrare nel fiume, poi nasconde i suoi poveri vestiti e comincia a gridare aiuto. Il re
ferma la carrozza, e sentito dal gatto che il marchese di Carabas sta annegando ordina di salvarlo. Il gatto
racconta che il suo padrone è stato derubato, così il re gli dona nuovi vestiti e lo fa salire in carrozza per
unirsi alla loro passeggiata.
La principessa e il ragazzo si piacciono subito. Intanto il gatto precede la carrozza e minaccia le persone
lungo la strada perché dicano al re che tutte quelle terre appartengono al marchese di Carabas. In questo
modo il re si convince che il giovane marchese sia ricchissimo. Il gatto arriva a un castello magnifico dove
vive un nobile orco. Il gatto sfida l'orco a dimostrargli le due capacità: si dice infatti che possa trasformarsi in
qualunque cosa. L'orco si trasforma in un leone ma il gatto dice di non credere che lui possa diventare anche
molto più piccolo, così l'orco per smentirlo si trasforma in un topo. Il gatto mangia il topo, e quando la
carrozza del re raggiunge il castello, il gatto lo presenta come il castello del marchese di Carabas.
Meravigliato dalle presunte ricchezze del marchese, il re accetta di dargli la figlia in sposa. E anche il gatto
diventa un gran signore.

Cenerentola

Analisi: La Cenerentola di Perrault è una delle più conosciute – e anche la principale fiaba usata per la
realizzazione dei film.
 La cenere, dal canto suo, è pregna di significanti simbolici: dall’essere una mera fonte di calore,
diventa l’immagine di un fuoco nascosto, culla per la rinascita della Fenice; questa creatura leggendaria,
infatti, secondo il mito, sarebbe morta nel rogo ardente del proprio nido, per poi risorgere dalle sue stesse
ceneri: un’ascesa alla gloria dalla più bassa e infima della condizioni.
Il nome, tuttavia, ha la funzione di descrivere solo il lato più esterno della fanciulla, in quanto ciò che
più conta ai fini della morale è la sua interiorità. Cenerentola, nonostante tutte le disgrazie che le
occorreranno, dalla morte della madre alle continue mortificazioni ricevute fin dall’infanzia, è in grado di
mantenere la propria purezza e il senso della propria dignità. Cenerentola è paziente, tenace, non rinuncia al
desiderio di meritare qualcosa di migliore, nonostante il destino avverso e le resistenze opposte dalla sua
condizione. La fiaba esprime il contrasto fra una sublime vocazione interiore e un’umiliazione esteriore, che
temporaneamente va sopportata ma che, nel profondo del cuore, si rifiuta di accettare. Il nucleo della figura
Cenerentola è quello di un’incrollabile nobiltà interiore, che invita ognuno ad avere il coraggio di restare
fedele alle proprie aspettative e di continuare a credere fermamente nei sogni e nell’unicità della propria
esistenza.
L’elemento in assoluto più importante, presente indistintamente in tutte le varianti della fiaba, è che
Cenerentola non ascende al successo e alla ricchezza per una particolare azione da lei compiuta, per calcolo
o per fortuna, ma per l’erompere del proprio spirito in tutta la sua grandezza, bellezza e irripetibilità, che
viene scoperto e approvato dalle altre persone. ‘Cenerentola’ non esprime il sentimento narcisistico di essere
insuperabile o migliore di qualcun altro, ma, al contrario, la vera forza della protagonista sta nella pazienza e
nel coraggio di un amore capace di vedere in profondità, oltre le apparenze, e di comprendere così il vero
valore di una persona.
Trama: Un gentiluomo resta vedovo e gli rimane solo la figlia, dolce e gentile come la madre. Più avanti si
sposa di nuovo, ma con una donna cattiva e dispotica, che ha sua volta ha già due figlie che le somigliano.
Dopo le nozze il gentiluomo diventa succube della moglie, così che sua figlia non ha il coraggio di
lamentarsi con lui di come la matrigna la tratti male. La ragazza finisce a vivere in cucina vicino al camino,
per questo la sorellastra maggiore, Genoveffa, la chiama Culdicenere, mentre la minore è meno sgarbata e la
chiama Cenerentola.
Un giorno c'è un ballo al palazzo , e le sorellastre sperano di farsi notare dal principe o altri gentiluomini.
Anche Cenerentola desidera andare, e così la sua fata madrina trasforma una zucca in una carrozza, dei ratti
in cocchieri e cavalli, e i suoi stracci in un abito senza pari, poi le raccomanda di tornare a casa prima di
mezzanotte, perché poi l'effetto della magia finirà. Alla festa Cenerentola attira l'attenzione e l'ammirazione
di tutti, il principe la mette al posto d'onore e danza con lei. Cenerentola conversa amabilmente anche con le
sorellastre, ma loro non sono in grado di riconoscerla.
Tornata a casa Cenerentola chiede alla sua madrina di farla andare anche al ballo della sera successiva. Al
secondo ballo Cenerentola dimentica le raccomandazioni della fata, e al primo rintocco della mezzanotte è
costretta a scappare di corsa, così che perde una delle scarpette ed esce dal palazzo già ridotta in stracci. Il
principe trova solo la scarpetta, mentre l'altra resta a Cenerentola. Il principe annuncia che tutte le donne del
regno dovranno provare la scarpetta e lui sposerà la dama a cui calzerà. Quando tocca a Cenerentola la
scarpetta calza alla perfezione e lei tira fuori anche l'altra, indossandole entrambe. La fata madrina compare e
veste nuovamente Cenerentola in abiti sontuosi: le sorellastre la riconoscono e si inginocchiano chiedendole
perdono. Cenerentola le perdona le porta con sé al palazzo, facendole sposare a due gentiluomini.

Enrichetto dal ciuffo

Analisi: Enrichetto dal Ciuffo nasce brutto, talmente brutto che a stento si riesce a capire se si tratti di un
essere umano. Ma l’“umano” che interessa alle fiabe non si rispecchia nell’aspetto fisico ma nell’essere
interiore. La bellezza non può essere esclusivamente estetica ma anche, forse soprattutto, etica. In Enrichetto
l’etica è generosità: nasce brutto ma di raffinate doti morali le quali saranno trasmesse, incondizionatamente,
a colei che lo amerà, questo gli predice una fata presente il giorno della sua nascita. La fata, è legata al
destino, prevede e, come una delle Parche, trama i fili del nuovo essere umano venuto al mondo. Sarà la
stessa fata, che assisterà alla nascita della futura sposa di Enrichetto, una bambina bellissima ma alla quale la
Natura (o la Fata?) ha negato la grazia e l’intelligenza, a predire che s’innamorerà di un uomo che le
trasmetterà tutta l’intelligenza - “spirito” - di cui lei è al momento sprovvista.
E così, Enrichetto sarà amato da una fanciulla bellissima ma stupida; il loro incontro darà origine ad una lei
bella e raffinata ed un Enrichetto amato per la sua bellezza interiore, mentre la bruttezza fisica sparirà, ma
solo agli occhi della futura sposa
In Enrichetto dal Ciuffo, nella traduzione di Collodi, si parla di “spirito” per indicare tutte quelle doti di
bellezza interiore, intelligenza, gentilezza di cui Enrichetto è portatore.
Trama: Un giorno alla regina nasce un bambino veramente brutto. Una fata però dona al bambino
un'intelligenza tale che sarà sempre benvoluto da tutti, e avrà anche la facoltà di rendere altrettanto
intelligente la persona che lui amerà di più al mondo. Dal momento che il bambino è nato con un ciuffetto di
capelli in testa viene chiamato "Enrichetto dal ciuffo".
Sei o sette anni dopo un'altra regina mette al mondo due gemelle. La prima bambina è bellissima, ma al parto
è presente la stessa fata che ha assistito alla nascita di Enrichetto: per moderare la felicità della regina la fata
le annuncia che la bambina sarà di una stupidità pari solo alla sua bellezza. La seconda bambina invece è
bruttissima, ma avrà un'intelligenza così vivace che nessuno penserà al suo aspetto. Per compensare la
stupidità della maggiore, la fata le dona l'abilità di rendere bellissima la persona da lei amata.
Le due gemelle crescono, l'una sempre più bella e stupida, l'altra sempre più brutta e intelligente. La
maggiore delle due soffre molto perché si rende conto della sua stupidità: tutti la ammirano ma poi
preferiscono passare il tempo con l'altra. Un giorno la principessa vaga tristemente nel bosco e incontra
il principe Enrichetto, che ha visto un ritratto di lei ed è venuto fin lì per conoscerla. Dopo aver parlato lui le
rivela di avere il potere di rendere intelligente la sua amata, e se lei volesse sposarlo l'anno seguente quel
dono sarà suo. La principessa accetta, e subito la sua mente diventa brillante e vivace, tanto da oscurare
quella della sorella.
Un anno dopo la principessa passeggia nel bosco e davanti a lei si apre un'apertura nella terra, dove trova
moltissime persone affaccendate per le nozze del principe Enrichetto: la principessa però aveva promesso di
sposarlo quando era ancora stupida, per questo non ricordava nulla delle nozze. Lei ed Enrichetto parlano, e
lei scopre di avere il potere di renderlo bellissimo grazie al dono della fata. Enrichetto diventa
immediatamente bello, e i due si sposano. Tuttavia resta il dubbio: non è chiaro se Enrichetto e la principessa
siano cambiati davvero, o se sia stato l'amore reciproco ad aver fatto vedere loro le cose in un altro modo.

Pelle d’asino

Analisi: La salvezza della Principessina è, dunque, conseguente al suo mascheramento, all’ammantarsi della
pelle dell’asino. E dunque, che senso la scelta di Pelle d’asino, ovvero l’ assunzione d’identità diversa,
peggiorativa, annichilente? Il togliersi alla vista, il nascondimento agli altri, la perdita di identità, e della
propria identità femminile, come si può intendere: di quali chiavi interpretative potremmo avvalerci per
decodificarne il senso? Se ci si riferisce, ad esempio, al ruolo del mascheramento in molta parte della
letteratura, o della cultura popolare, esso è legato ad una forma di sdoppiamento del Sé, in cui la parte resa
visibile attraverso la maschera può essere ricondotta alla dimensione di un apparire fittizio (si pensi anche
solo alla tradizione carnevalesca) che dissimula aspetti segreti, altre “verità”: si tratta di un apparire, dunque,
dietro il quale si nasconde un’identità che si autoprotegge e si autocela. La nostra eroina utilizza una pelle
d’asino che restituisce, rende visibile, un’immagine repellente di sé. Tenendo conto dei profondi
condizionamenti propri di una radicata cultura maschilista, protrattasi fino ai nostri giorni, potrebbe essere
lecito ipotizzare che tale ripugnante mascheramento simboleggi una specie di senso di colpa della giovane
figlia per essere stata ispiratrice di un desiderio paterno tanto malsano; oppure, come la letteratura
psicanalitica ha, in altri casi, sottolineato, per essere stata, forse, lei stessa soggetto di fantasie malsane, tanto
da portarla a desiderare una forma di espiazione attraverso l’annullamento di sé e del proprio corpo. Potrebbe
diversamente, invece, simboleggiare la ricerca di protezione, del diritto a difendere la propria femminilità, ed
insieme anche la denuncia, attraverso quella «sozza pelle d’asino», dell’atto animalesco che avrebbe
rappresentato la violenza su di sé da parte del padre. Nascondimento – del corpo, cioè della bellezza fisica,
della propria capacità di seduzione, e del proprio Sé – può pertanto essere intesa, al contempo, come difesa
da e ribellione per l’umiliazione a cui la fanciulla sarebbe andata incontro. Si potrebbe anche individuare una
possibile legge del contrappasso, con l’assunzione “esterna” e palese di una lordura, attraverso lo sconcio
abito, che altrimenti sarebbe stata solo intima, privata e incomunicabile. La pelle dell’asino diviene allora
esplicitazione di un’accusa senza tregua, seppure indecodificabile, in quanto trasferita dal termine a quo al
termine ad quem, dalla causa alla destinataria dell’oscenità: costituisce la provocazione di una nausea e di
uno schifo che, diversamente, non avrebbero avuto voce, né visibilità, e che qui assumono forte valore
simbolico.
Trama: Un regno ricco e felice ha nelle stalle uno speciale asino che produce oro invece di sterco, e per
questo ha il posto d'onore nella stalla. Un giorno la regina si ammala, e prima di morire fa promettere al
marito che non sposerà mai una donna meno bella e virtuosa di lei. Quando il re ha intenzione di risposarsi si
rende conto che una donna così non esiste, e l'unica più bella e virtuosa della defunta regina è
la principessa loro figlia. Il re decide che sposerà lei, così la principessa chiede aiuto alla sua fata madrina.
Su consiglio della fata, la principessa chiede al padre un abito con tutte le sfumature del cielo, certa che sia
impossibile procurarsene uno. Il re minaccia tanto i suoi sarti che l'abito viene realizzato davvero. La
principessa allora chiede un abito che splenda come la luna, e poi un abito che splenda come il sole, ma
vengono realizzati entrambi. La principessa come ultima risorsa chiede al re di sacrificare l'asino magico,
certa che lui si rifiuterà. Il re invece non esita e dona la pelle dell'asino alla figlia come pegno d'amore. La
fata allora convince la principessa che l'unica soluzione sia la fuga.
La principessa lascia il regno il giorno delle nozze, coperta della pelle d'asino. Tutto ciò che possiede viene
messo in una scatola magica che la segue sotto terra, e la principessa può farne uso colpendo a terra con la
bacchetta della sua madrina. Arrivata in una fattoria viene accolta come guardiana dei maiali, e diventa lo
zimbello di tutti con il soprannome Pelle d'asino.
Alla fattoria si allevano gli uccelli per un re: spesso il principe suo figlio si ferma lì per riposarsi dopo la
caccia, e Pelle d'asino si innamora di lui. Un giorno il principe passeggia e vede da una fessura Pelle d'asino
che indossa uno dei suoi abiti, e si innamora irrimediabilmente di quella visione. Chiede in giro e scopre solo
che in quel tugurio vive Pelle d'asino, ma non rinuncia a credere a quello che ha visto: è tanto malinconico
che la regina accetta la sua stravagante richiesta di farsi fare una focaccia da Pelle d'asino. Lei si era accorta
dello sguardo del principe, e nell'impasto della focaccia gli mette un suo anellino d'oro.
Il principe è felice di quel pegno, e decide che la donna che potrà indossarlo sarà la sua sposa. L'anello non
entra al dito di nessuna donna di nessun ceto, e l'ultima a provarlo è Pelle d'Asino. Con sorpresa di tutti
l'anello le sta alla perfezione e i cortigiani chiedono che la ragazza sia convocata davanti al re, con la
speranza che lui non approvi le sue nozze con il principe. Pelle d'asino però si presenta a corte con il suo
abito splendente, e le nozze vengono approvate. Per i festeggiamenti vengono invitati tutti i sovrani del
mondo e arriva anche il padre della principessa, completamente pentito e rinsavito. La fata madrina appare e
racconta a tutti la storia di Pelle d'asino.

Marie-Cathèrine D’aulnoy (1650-1707)


Madame Marie-Cathèrine D’aulnoy, imparentata con la migliore nobiltà di Normandia, nacque nel 1650 e
morì nel 1707. Si sposò a quindici anni con un uomo molto più bvecchio di lei, col quale ebbe sei figli, e per
il quale passò una vita infelice. Nonostante ciò fu molto famosa sia per la sua bellezza e il suo spirito nella
conversazione, tanto che il suo salotto fu il centro della vita letteraria parigina, prima che si ritirasse nella
solitudine dle convendo. Prese parte alla moda del conte des fées, scrivendo venticinque fiabe, oltre a
pubblicare sotto il suo nome anche fiabe di altri autori.
Caratteristiche di scrittura: la narrazione è distesa e non trascura ne le descrizioni ne gli ornamenti ed effetti,
il meraviglioso vi omina con sfarzo, a base di diamanti e smeraldi.
I racconti delle fate
I racconti delle fate (Les Contes des Fées) è il titolo della prima raccolta di fiabe di Madame d'Aulnoy,
pubblicata nel 1697. Prima di questa raccolta Madame d'Aulnoy aveva pubblicato solo L'Isola della
felicità nel 1690. Ha ricevuto solo traduzioni parziali in italiano.
Questa raccolta contiene quindici fiabe. Spesso le traduzioni italiane sotto il titolo I racconti delle
fate includono anche alcune delle nove fiabe della raccolta successiva di Madame d'Aulnoy, Le fate alla
moda, creando confusione su quali siano le fiabe contenute nelle rispettive raccolte.
Al contrario di altre raccolte di fiabe, in questa esiste una mitologia unitaria: tutte le storie sono ambientate
nello stesso mondo e le vicende umane vengono influenzate dalle fate, la cui società e i cui poteri sono
scanditi da regole ben definite, valide per tutte le storie e non solo per quelle in cui vengono spiegate. Sullo
sfondo di tutte le fiabe si muovono anche le figure della mitologia classica, uniche figure divine di quel
mondo le cui storie sono accadute davvero nel passato. Le comparse delle divinità greche sono minori
almeno fino all'ultima fiaba, Il serpentino verde, che vede coinvolti Amore e Proserpina.
L'unico personaggio originale di Aulnoy citato in più fiabe di questa raccolta è la malvagia fata Carabossa,
antagonista in La principessa Primavera e citata in Il serpentino verde come sorella di un'altra fata malvagia.
La raccolta successiva di Aulnoy ha poi ampliato questa idea di universo unitario.

Il nano giallo

Trama: Una regina aveva una grande famiglia ma ora le resta solo una figlia e ha tanta paura di perderla che
la vizia e la tratta come una fantastica creatura angelica. La principessa Tuttabella diventa così superba da
disprezzare tutti e da essere certa che al mondo non esista niente degno di lei. Tuttabella ha una notevole
fama, i suoi ammiratori le concedono tutto e alcuni si ammalano per la disperazione di non poterla avere
perché tanto al di sopra di loro. Ogni giorno la principessa riceve doni, omaggi e dediche. All'età di quindici
anni Tuttabella ha tutti ai suoi piedi, ma è impossibile toccarle il cuore in qualche modo: preferisce restare
nella propria indifferenza nonostante la madre cerchi di mostrarle il valore dei pretendenti.
La regina si rende conto troppo tardi di aver viziato la figlia e va a fare visita alla Fata del Deserto. La fata è
sorvegliata da leoni che possono essere ammansiti solo dando loro una torta, ma la regina si addormenta
sotto un arancio e al risveglio la torta è scomparsa. I leoni si avvicinano e sull'albero c'è un nano giallo che si
gode la scena finché non scopre che la regina ha una figlia: lui allora le chiede la principessa in moglie e in
cambio la salverà dai leoni. La regina non accetta e dà la mano di Tuttabella al nano. Lui la salva facendola
entrare nell'arancio: da lì raggiungono la casetta del nano, ma quando la regina vede in che condizioni dovrà
vivere la figlia sviene e si risveglia misteriosamente nel proprio palazzo.
Le vicende vissute gettano la regina in malinconia a Tuttabella non riesce a farsi dire cosa la affligga. La
principessa allora decide di andare a chiedere consiglio alla Fata del Deserto, per quella faccenda e anche per
chiederle se sia il caso di sposarsi o meno, dato che tutti sembrano credere che sia importante. Tuttabella
arriva all'arancio e si ferma a raccogliere dei frutti, ma mentre è distratta il cesto con la torta che ha preparato
per i leoni scompare. Il nano si presenta a lei e le racconta che la madre l'ha promessa in sposa a lui, ma
Tuttabella non ha intenzione di starlo a sentire. Tuttavia i leoni si avvicinano e Tuttabella accetta il nano
come sposo e lo supplica di salvarla. Poi la principessa sviene e si risveglia nel proprio letto e con al dito una
anello impossibile da togliere fatto con un unico capello rosso.
Stavolta è Tuttabella a soccombere alla malinconia e a non dire alla madre cosa la affligga. Intanto i nobili
del regno richiedono che la principessa scelga marito, ma stavolta Tuttabella vede le nozze come il modo
migliore per sfuggire all'impegno preso con il nano giallo. La principessa quindi dichiara che sposerà il Re
delle Miniere d'Oro, un re bello e potente che la ama da anni. Tuttabella crede ancora che nessuno sia degno
di lei, ma almeno non dovrà sposare il nano. Si fanno grandi preparativi per le nozze e Tuttabella, vista la
situazione, si sforza di voler conoscere meglio il futuro marito, iniziando infine a ricambiare il suo affetto.
Il giorno delle nozze è tutto magnifico e Tuttabella è vestita di argento e diamanti, ma mentre va all'altare si
presenta la Fata del Deserto a interrompere le nozze, irata perché Tuttabella e sua madre stanno infrangendo
la parola data al nano suo amico. Il Re delle Minere d'oro minaccia la fata, ma da una scatola esce il nano
giallo in groppa a un gatto per difenderla: il re e il nano iniziano a duellare e vanno avanti fino al calar del
sole. I tacchini della fata si uniscono alla lotta contro il re, ma poi la fata mette fine alla cosa ferendo
Tuttabella: il nano ne approfitta per prendere la principessa e sparire portandosela via. La fata invece rapisce
il giovane re togliendogli la vista.
La fata incatena il re nella sua caverna, gli restituisce la vista ed è certa che prima o poi il re, temendo la
morte, dimenticherà Tuttabella e cederà ai suoi desideri. La fata si trasforma in una bellissima ninfa e fingere
di essere finita lì per caso. Il re le confida le sue disgrazie e la ninfa cerca di fargli credere che l'unico modo
di sopravvivere alla Fata del Deserto sia sposarla. Il re si accorge dei piedi da grifone della ninfa, che sono il
tratto distintivo dalla fata, ma finge di non averli notati e dice che non gli dispiacerebbe l'amore di una fata,
ritenendolo più nobilitante dell'amore di una semplice principessa. La ninfa allora lo fa salire su un carro
volante trainato da cigni. Mentre sono in volo il re vede Tuttabella rinchiusa in un castello di ferro. Anche lei
lo vede passare in volo insieme alla bellissima ninfa e soffre di gelosia a quella vista.
La fata porta il re in un bellissimo palazzo di smeraldo dove finalmente lui resta solo, ma finge di volersi fare
più bello per lei sapendo di essere osservato. Il re finge di apprezzare e ricambiare le attenzioni della fata. Un
giorno passeggiando da solo sulla spiaggia il re scrive una poesia per Tuttabella sulla sabbia e dal mare gli
appare una Sirena, stanca delle azioni del nano e della fata e loro nemica. La sirena aiuta il re a fuggire
lasciando una sua copia sulla spiaggia per ingannare la fata, poi lo porta al castello di ferro del nano e lo
informa che, a causa della ferita Tuttabella è ancora troppo debilitata e per questo in nano non l'ha ancora
sposata; inoltre Tuttabella crede che il re ami la fata. La sirena lascia il re donandogli una spada di
diamante che gli permetterà di affrontare ogni sfida.
La fata intanto va a cercare il re sulla spiaggia e vedendo la copia che ha fatto la sirena lo crede morto. Lei
disperata uccide cinquanta ninfe e poi chiama in suo aiuto altre undici fate per costruire un mausoleo per il
suo amato. Il vero re intanto esplora il castello di ferro e lungo la strada uccide quattro sfingi, sei draghi e,
spronato dalla voce della sirena, anche ventiquattro ninfe. Il re arriva infine da Tuttabella e chiarisce il
malinteso assicurandole che ama solo lei, ma per farlo lascia andare la spada, che gli viene rubata dal nano
giallo. Il nano evoca due giganti che incatenano il re: vuole usarlo per costringere la principessa a sposarlo in
quel momento stesso, ma il re non vuole che lei subisca quel destino per lui, mentre lei non vuole che il re
muoia. Il nano capisce che la principessa amerebbe di più il re anche se sposasse lui e che in ogni caso non
conviene tenere in vita il proprio rivale, perciò uccide il re. Tuttabella è disperata e muore per il dolore. La
fata viene a saperlo e distrugge il mausoleo che aveva fatto al re. La sirena può solo trasformare i due giovani
in palme che continuano ad amarsi restando vicine.

Il principe cinghiale (8)

Un re e una regina pregano gli dei e le fate che diano loro un figlio. Un giorno la regina si addormenta in
giardino e in sogno vede tre fate volare e fermarsi sopra di lei. La più anziana decide di darle un figlio, che il
bambino sarò bello, amabile, il più amato al mondo. La seconda garantisce che il principe riuscirà in ogni
impresa, sarà potente e giusto. La terza fata però si mette a ridere e mormora alcune parole che la regina non
sente. Diverso tempo dopo la regina è incinta, ma invece di partorire un bambino le nasce un cinghialetto.
Per non preoccuparla le dame le dicono che le è nato un bel maschietto e che è troppo delicato per
portarglielo. Il re pensa di farlo gettare in mare, ma poi lo fa nutrire e vestire come un bambino e lo mostra
alla regina.
La regina è afflitta ma non riesce a non amare il figlio, che al di là dell'aspetto mostra un'intelligenza umana.
Un giorno la regina passeggia nel giardino e si ricorda del sogno con le fate. Davanti a lei nasce un albero e
ne esce una delle tre fate: le dice di non affliggersi per il figlio e che arriverà il giorno in cui le apparirà
bellissimo, poi lei e l'albero scompaiono. Il re all'inizio non ci crede perché ritiene che le fate vogliano solo
prenderli in giro, ma il principe Cinghiale crescendo diventa alto e si muove su due zampe, impara a parlare
e a comportarsi come il più nobile tra gli umani. Il re inizia ad affezionarsi a lui e lo fa istruire dai maestri
migliori. Cinghiale fa cose da umano anche se caccia come una belva, e consapevole del proprio aspetto non
si mostra quando c'è molta gente.
Un giorno a corte arriva una donna di nobili origini per chiedere ospitalità a corte: lei e le tre figlie (Ismene,
Zelonide e Marthesia) sono state ridotte in povertà dalla morte del marito. La regina se le prende a cuore e
anche Cinghiale prega la madre che le nuove arrivate restino. La fama della bellezza di Ismene fa il giro del
regno attirando il famoso cavaliere Coridone. Ismene e Coridone sembrano fatti l'uno per l'altra e tutto fa
pensare che si sposeranno. Anche Cinghiale è innamorato di Ismene e quando le nozze vengono annunciate
va a parlarle. Ismene però non è tanto ambiziosa: ama troppo Coridone e non rinuncerebbe al suo amato per
nessun regno. Cinghiale si arrabbia perché pensa di essere rifiutato solo per il suo aspetto. Coridone non
vuole mettersi contro una corona e dice a Ismene che sarebbe meglio per lei accettare la proposta. Cinghiale
intanto va a parlarne con sua madre: lei all'inizio non vuole assecondarlo ma lui insiste che sposerà Ismene o
morirà per la pena di non stare con lei. La regina ne parla con la madre di Ismene, che essendo ambiziosa
non ci pensa un attimo prima di accettare la proposta. Coridone incontra Ismene di nascosto e cerca di
convincerla che vivere come regina è meglio che morire. Ismene comunque dichiara a Cinghiale tutto il suo
odio per lui e che non amerà mai nessuno al posto di Coridone.
Le nozze vengono preparate in fretta dalla regina, dato che il re non vuole averci niente a che fare. Alle
nozze Cinghiale è felicissimo ma Ismene è terrorizzata e malinconica. Dopo i festeggiamenti gli sposi vanno
nelle loro stanze e Ismene si chiude in una stanza per scrivere una lettera. Lì però trova Coridone, che è
disperato per non poter stare con lei e ha convinto una dama a farlo entrare da un passaggio nascosto.
Coridone si uccide con un pugnale e Ismene si uccide allo stesso modo. Cinghiale è disperato perché sa di
aver causato la morte di Ismene. La regina lo consola, poi torna nelle proprie stanze dove le appare la solita
fata a darle speranza: tutto il male che accade alla loro famiglia è opera della sua sorella malvagia, ma lei e
l'altra buona sorella faranno in modo che Chinghiale e la sua famiglia siano felici.
Cinghiale passa molto tempo in solitudine ma poi torna a frequentare la corte e si innamora di Zelonide, la
sorella di Ismene: non solo le somiglia, ma di carattere è più vivace. La regina lo avverte che le cose
potrebbero non andare meglio della volta precedente ma non può fare a meno di concedergli tutto, quindi
convince il re ad approvare le nozze. Cinghiale dichiara a Zelonide il suo amore e lei ne è davvero afflitta.
Non le dispiacerebbe allontanarsi dalla propria madre, ma preferirebbe vivere una vita tranquilla e ritirata
piuttosto che sposare Cinghiale. Lui allora va dalla madre di lei, alla quale non sembra vero di avere un'altra
occasione di imparentare le loro famiglie e accetta. Cingiale manda molti doni a Zelonide: lei è indifferente a
tutto tranne che a un ricco e bellissimo pugnale che sembra proprio quello con cui Ismene si è uccisa.
Marthesia teme che Zelonide voglia uccidersi ma non è quello il piano. Durante le nozze Zelonide è capace
di nascondere il proprio dispiacere. Il ballo però è in maschera e Cinghiale fa preparare delle maschere che
dovranno indossare solo alcune ragazze, tra cui la confidente di Zelonide. A lei Zelonide dà il pugnale
dicendole di nascondersi dietro un arazzo della stanza nuziale: uccideranno Cinghiale per vendicare Ismene.
Purtroppo Zelonide non sa che sotto la maschera non c'è la sua amica ma proprio Cinghiale. Quando gli
sposi vanno nella camera lui finge di addormentarsi e lei non trova la sua amica da nessuna parte: crede che
lei l'abbia abbandonata, quando invece non ha mai saputo niente del piano. Zelonide allora prende un
cordone per strangolare Cinghiale nel sonno, ma lui è sveglio e la azzanna uccidendola.
Cinghiale da un lato si rimprovera per aver causato la morte di Ismene e Zelonide, dall'altra lo deprime che le
donne preferiscano uccidersi o ucciderlo piuttosto che sposarlo, quindi abbandona la corte per vivere nella
natura. Il re ordina che nessuno dia più la caccia ai cinghiali per paura che venga ucciso il principe. La madre
di Ismene e Zelonide si rimprovera per aver forzato le nozze delle figlie e va a vivere in campagna con
Marthesia. Un giorno Marthesie passeggia nel bosco e incontra Cinghiale. Lui è più felice nei boschi che a
corte e ha imparato il valore dell'essere liberi di fare le proprie scelte. Non vuole tornare a corte perché lì non
è amato, ma la sua solitudine sarebbe più lieve se Marthesia gli stesse vicino. Marthesia avrebbe ancora le
sorelle se non fosse stato per lui, ma il modo in cui ora Cinghiale parla non le permette di odiarlo e vuole
ancora essergli amica. Nessun giovane che ha mai incontrato l'ha colpita positivamente come Cinghiale
anche se è difficile guardare oltre il suo aspetto.
Come promesso si incontrano alcuni giorni dopo. Marthesia non è disposta a lasciare la civiltà per lui, e
Cinghiale non vuole lasciare la foresta per lei. Alla fine lui la convince ad accettarlo come marito nella
foresta e le porta acqua e frutta, poi prepara un letto di fiori. Si addormentano, ma Marthesia si sveglia e
scopre di stare su un letto vero e che Cinghiale è umano. Questo accade due notti di fila ma Cinghiale non ne
sa niente e lei pensa di aver sognato. Passano sei mesi e Marthesia non lascia la caverna per non incontrare la
madre o i suoi servi. Una notte Marthesia sente Cinghiale parlare con qualcuno e chiedere il permesso di fare
qualcosa, ma l'altra persona continua a dirgli di no. Marthesia però trova la pelle di cinghiale e quando la
mattina dopo lui si sveglia è umano e Marthesia pretende spiegazioni
Lui le racconta cosa hanno fatto le tre fate prima della sua nascita: la terza fata aveva deciso che il principe
sarebbe stato un cinghiale finché non si fosse sposato tre volte e la terza moglie non avesse trovato la sua
pelle di cinghiale per caso. Nessuno sapeva cosa avesse detto la terza fata fino al giorno il cui Marthesia ha
accettato si sposarlo. Cinghiale non si sarebbe neanche presentato all'appuntamento con Marthesia se la fata
non glielo avesse raccontato e non gli avesse dato l'abilità di togliere la pelle ogni notte. La fata di notte
minacciava Cinghiale di non dire niente a Marthesia, perché doveva scoprire la pelle da sola. A quel punto il
soffitto della grotta si apre e dal cielo scendono sei conocchie, tre bianche e tre nere, e una voce dice che se
Cinghiale e Marthesia indovineranno cosa simboleggiano saranno felici. Loro indovinano che le bianche
simboleggiano le tre fate, mentre le nere simboleggiano Ismene, Zelonide e Coridone. A quel punto appaiono
le fate e anche i tre morti. Le fate rivelano che non erano morti affatto e le fate li avevano tenuti in un
castello incantato: un'illusione aveva fatto credere a tutti che le loro morti fossero accadute sul serio. Le fate
trasformano la grotta in una tenda dove tutti vengono preparati a tornare in corteo al palazzo reale. Il principe
torna dai genitori e somiglia tanto al padre che nessuno dubita la sua identità. Mesi dopo al principe nasce un
figlio del tutto umano.