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David di Andrea del Verrocchio:

Il David è un soggetto molto ricorrente nell’arte rinascimentale (Michelangelo, Donatello, Bernini e Caravaggio) poiché in
quest’epoca divenne simbolo delle virtù civiche.
Il David è tradizionalmente raffigurato come un ragazzo malvestito o nudo, con la testa di Golia in mano o ai piedi.
L’opera fu commissionata da Piero de medici, padre di Lorenzo il Magnifico, probabilmente dopo una congiura che aveva
tentato di spodestarlo, nel 1466.
L’opera è una scultura bronzea alta poco più di un metro, realizzata tra il 1472 e 1475 per la famiglia Medici.
Si pensa che Verrocchio, maestro di Leonardo, chiese al suo allievo di fargli da modello.
David, appena adolescente, ha un corpo snello e scattante, si può notare le vene in rilievo a causa del grande sforzo
compiuto.
Non è nudo ma abbigliato come un paggio di corte con una tunica corta, aperta sul petto e retta da due spalline. Indossa
anche dei calzari che gli arrivano fino a metà gamba e lasciano scoperte le dita dei piedi.
Il corpo è ponderato, poggia sulla gamba destra, il braccio destro tiene la spada mentre il sinistro è sul fianco.
Il viso accenna un sorriso, ha un casco di capelli ricci, di cui il restauro del 2003 ha riportato alla luce la doratura.
Nel 1476 i figli di Piero, Lorenzo e Giuliano, vendettero il David alla Signoria che, in quanto eroe civico e simbolo della
città, lo collocò all’ingresso della Sala dei Priori in Palazzo Vecchio.
Per adattarlo alla nuova sistemazione, fu chiesto al Verrocchio di spostare nella posizione attuale la testa di Golia, che in
origine era posta accanto al piede destro di David.
Dal 1476 fino al XVII secolo, la statua rimase in quella collocazione in Palazzo Vecchio, sopra la colonna terminante con il
capitello marmoreo, scolpito con gli stemmi della città che tutt’ora conserva.

Sandro Botticelli:
È chiamato Botticelli perché da giovane aveva lavorato da un orafo chimato Botticello. Nasce a Firenze nel 1445, lavorò per
poco tempo nella bottega di Ghiberti e poi da Andrea del Verrocchio, dove fu compagno di da Vinci. Successivamente aprì
una sua bottega e lavorò per i Medici. Si recò Roma per affrescare la Cappella Sistina ma presto abbandonò l’incarico e
aderì al movimento di Savonarola. Morì nel 1510.

La primavera:
Botticelli fu il primo a proporre come temi artistici i protagonisti della mitologia classica.
La Primavera venne realizzata per la residenza in via Larga di Pier Francesco de’ Medici. Il dipinto venne poi portato a villa
di Castello dove venne apprezzata da Vasari che le dette il nome.
La scena è ambientata in una radura verdeggiante, dove sono presenti piante e fiori; delimitano la scena alberi d’arancio.
La lettura del dipinto si svolge da destra a sinistra. La scena è composta da nove personaggi: sei figure femminili al centro e
due figure maschili ai lati.
La figura al centro è Venere, dea dell’amore, che rappresenta la rinascita della cultura fra il 1400-1500; alcuni hanno visto il
lei Giunone incinta di Marte.
Sovrasta Venere Cupido, un putto alato il quale scaglia dardi infuocati che fanno innamorare gli uomini.
A destra è raffigurato Zefiro che rappresenta il vento primaverile, che abbraccia la ninfa Cloris, la quale emette fiori dalla
bocca. La ninfa si trasforma in primavera, cioè in Flora.
A sinistra ci sono le tre Grazie, dee della bellezza e della grazia nonché compagne di Venere, sono coperte di veli trasparenti
e indossano gioielli raffinati che richiamano la formazione da orafo di Botticelli.
All’estrema sinistra c’è Mercurio, che difende la magica perfezione del giardino allontanando le nubi con il caduceo.
Lo spazio alle spalle dei personaggi è dominato da un fitto bosco di aranci, dietro la figura di Venere si scorge una pianta di
mirto. In basso si estende un prato dove gli studiosi hanno contato 190 specie diverse di piante fiorite.
Lo spazio non ha profondità, sul prato non vi è rappresentata alcuna ombra dei personaggi; i chiaro-scuri sono ridotti e vi è
una totale assenza di prospettiva.
Secondo Agnolo Poliziano (che scrisse Stanze per la giostra) La Primavera è allegoria di giovinezza, dell’età dell’amore e
della riproduzione, la stagione della vita più felice, ma che passa più in fretta.
Le Tre Grazie o Le Ore che danzano sono allegoria del tempo che scorre.
Altri invece ritengono che La Primavera rappresenti la fioritura intellettuale e spirituale dove Venere sarebbe allegoria delle
attività intellettuali, che elevano l’uomo dai sensi, incarnati dai soggetti a destra, attraverso la ragione, incarnata dalle
Grazie, fino alla contemplazione incarnata da Mercurio.

La nascita di Venere:
Realizzato tra il 1484 e 1485 per Villa di Castello di Pier Francesco de’ Medici.
È stato ipotizzato che insieme alla Primavera, avendo grosso modo le medesime dimensioni, costituissero una sorta di
dittico e che fossero poste una accanto all’altra, anche se la Venere è dipinta su tela e la Primavera su tavola.
L’opera ha dei legami con la classicità in particolare con le Metamorfosi di Ovidio ma soprattutto con Stanze per la giostra
di Poliziano.
Il tema scelto mostra il significato che la filosofia neoplatonica attribuiva alla bellezza, cioè a Venere, prodotta dall’unione
tra natura e idea, materia e spirito.
La composizione accosta al tema profano un’iconografia sacra riconducibile al “Battesimo di Cristo”.
Il soggetto principale sta al centro, una seconda figura a destra che ha il braccio sollevato sulla testa, altre due o tre figure a
sinistra.
Inoltre c’è una corrispondenza tra il mito pagano della nascita della dea dall’acqua del mare e l’idea cristiana della rinascita
attraverso l’acqua del battesimo.
L’opera rappresenta Venere che approda sull’Isola di Cipro o forse di Citera.
Venere si trova al centro, in piedi, sopra una valva di conchiglia = simbolo di fecondità. È nuda, in parte coperta da i capelli
biondi, nell’atteggiamento di Venus Pudica, tipico delle sculture ellenistiche.
A sinistra ci sono abbracciati Zefiro, il vento primaverile, e la ninfa Cloris che la spingono verso terra con il loro soffio.
A destra, sulla riva, è rappresentata una fanciulla scalza che sta per coprire la dea con un mantello di seta rosa ricamato con
fiori primaverili. Alcuni studiosi hanno identificato questo personaggio con l’Ora della Primavera, altri ci hanno
riconosciuto Flora.
Sullo sfondo il paesaggio è delineato da insenature e promontori della costa, con un boschetto di melaranci in fiore (piante
mediche).
Dal cielo cadono rosa, che secondo il mito comparvero proprio per la nascita della dea.
Botticelli nell’opera elimina il volume per marcare i contorni delle figure e garantire un andamento ininterrotto; la luce non
ha sorgenti, non modella le figure e non esalta i colori.

Leonardo da Vinci:
Nasce a Vinci nel 1452; muore nel 1519 nel castello di Cloux, ad Amboise. Definisce sé stesso come “homo sanza lettere”
poiché non conosceva né il greco né il latino: lui lo vedeva come un problema poiché, non volendosi dedicare
esclusivamente alla pittura, sapeva che la scienza ufficiale veniva divulgata solo in latino.
Si fidò sempre poco delle verità accolte come tali, infatti egli fu tra i primi a riconoscere il valore dell’esperienza intesa
come sperimentazione e studio scientifico. Proprio per questo egli studiò l’anatomia umana direttamente sui cadaveri, li
dissezionò e tradusse questo studio in disegni di grande perfezione scientifica.
Si formò a Firenze nella bottega di Andrea del Verrocchio, divenne pittore e si trasferì a Milano perso la corte di Ludovico
Sforza.
Quando la città venne invasa dai francesi torno a Firenze, per poi trasferirsi a Roma negli anni successivi (qua non venne
mai consultato né per i lavori della Basilica del Vaticano né gli vennero offerti incarichi).
Nel 1517 lascia l’Italia per recarsi in Francia da Francesco I al castello di Cloux, dove morì. Oggi la sua tomba si trova nella
chiesa di Saint-Florentin ad Amboise.

Il disegno:
Vasari ci racconta che Leonardo “non smise mai di disegnare”. Ci sono infatti giunti numerosi dei suoi disegni e anche fogli
su cui l’artista ha lasciato schizzi e figure che si accompagnano agli scritti.
Disegno del Cavaliere sul Cavallo: 1480 circa, si caratterizza per un tratteggio fitto e parallelo. Il disegno è uno studio
relativo al Monumento Sforza, a cui Leonardo lavorò ma che non venne mai realizzato. Ancora poco evidente è la posizione
del nemico caduto ai piedi del cavallo. Il contorno è marcato da più tratti mostrando le varie opzioni di posizioni possibili
per il cavallo.
Il tratteggio definisce le ombre e le luci, interrompendosi dove le in cui le parti del corpo vengono illuminate. Il tipico di
tratteggio è tipico dei mancini, va da in alto a sinistra a in basso a destra.
Cartone con Sant’Anna, la Vergine, il Bambino e San Giovannino: conservato alla National Gallery di Londra, fu il punto di
partenza per l’analogo dipinto oggi conservato al Louvre. Venne eseguito probabilmente intorno al 1500.
L’episodio racconta il momento in cui il bambino incontra nel deserto San Giovannino Battista ancora fanciullo.
I personaggi raffigurati rappresentano tre generazioni Sant’Anna (la madre di Maria), la Vergine e Gesù, legati oltre che da
un vincolo affettivo, anche da una doppia catena di posture fisiche e sguardi. Sant’Anna infatti volge la testa e lo sguardo
verso la figlia che accoglie il bambino; questa a sua volta osserva amorevolmente il suo bambino in braccio; il bambino
benedicente fa sollevare la testa a San Giovannino che conclude la catena degli sguardi invertendo la direzione.
La tecnica che utilizza è quella del contrapposto e dello sfumato.
Per contrapposto si intende un bilanciamento delle masse corporee che hanno subito una torsione intorno ad un’asse
verticale. Ad esempio la Vergine ha le gambe volte a sinistra, ma il corpo ruotato a destra.
Lo sfumato invece consiste sia nel passaggio graduale dall’ombra alla luce, sia nella perdita graduale dei contorni che non
sono più netti e continui.
Disegno preparatorio per la Sant’Anna: si trova al Louvre e si può notare una notevole omogeneità del segno. Venne
eseguito intorno al 1507 e ritrae il panneggio del manto della Vergine. Qui alla pietra nera che conforma l’insieme si
aggiungono anche l’acquerellatura grigia e la biacca, che ha la funzione di illuminare e rilevare le forme. È un disegno dalle
caratteristiche pittoriche.
Annunciazione:
La tavola è databile intorno al 1472 ed è conservata agli Uffizi.
È divisa orizzontalmente in due parti da un basso moretto che delimita il giardino. Lo sfondo presenta un paesaggio fluviale
e marino, che rivela montagne perse nella foschia. La luminosità diffusa è stata riottenuta grazia al restauro del 2000.
L’angelo ha le ali ancora piegate (sono molto dettagliate infatti emergono gli studi di Leonardo sulle ali) ed è proteso verso
la Vergine, seduta appena fuori della porta della propria casa (un edificio di gusto tardo-quattrocentesco intonacato e con
bugne che rifiniscono gli spigoli e il portale) con davanti un leggio.
Il leggio marmoreo ha un profilo convesso-concavo ed è sostenuto da zampe di leone, ricorda molto modelli ornamentali
tipici della scultura fiorentina del Quattrocento.
La donna solleva il braccio sinistro mostrando il palmo della mano (in segno di accettazione del proprio destino), ha un
volto sereno ed imperturbabile, mentre la mano destra è poggiata sul libro aperto che stava leggendo.
Tra il giardino dell’Annunciazione e lo sfondo del paesaggio oltre al muretto si aggiungono una serie di olmi cipressi e
abeti. Questi restringono la veduta permettendo di inquadrare sullo sfondo un’alta montagna, il cui ultimo tratto è avvolto da
una nube, per mostrare l’altezza del monte stesso.
I cipressi scandiscono verticalmente il dipinto, mentre il punto di fuga centrale, all’altezza di circa due terzi della tavola, si
trova in corrispondenza della montagna.
Numerose sono le varietà di piante che si trovano nel prato in cui è inginocchiato l’angelo, mostra gli interessi botanici che
negli anni successivi avrebbe avuto Leonardo.
Il dipinto ha delle indecisioni o distorsioni: ad esempio il braccio della Vergine stranamente articolato per raggiungere il
leggio troppo lontano, o le sue gambe troppo corte dall’altezza del ginocchio.
Si pensa che Leonardo fece questo consapevolmente, poiché il dipinto sarebbe stato collocato in un luogo che imponeva una
visione laterizia (in tralìce), dunque le distorsioni appaiono solo come correzioni ottiche.

Adorazione dei Magi:


L’opera venne realizzata per i canonici regolari agostiniani di San Donato a Scopeto, presso Firenze, introno al 1481.
A differenza di molti altri artisti, Leonardo decide di collocare la scena all’aperto.
Al centro ci sono la Vergine e il Bambino, inginocchiati intorno a loro ci sono i Magi, in piedi a destra e a sinistra i pastori
giunti al loro seguito e angeli.
La capanna della Natività è decentrata, si vede solo una piccola porzione della copertura in alto a destra. A sinistra è
presente un edificio in parte in rovina e in parte in costruzione. Le rovine alludono alla distruzione del Tempio di
Gerusalemme o all’incompiutezza della Rivelazione nell’Antico Testamento; l’edificio si inizia a costruire poiché tale
Rivelazione sarà completata dalla sua venuta.
Sullo sfondo, nell’edificio, ci sono gruppi di fanciulle e cavalieri impegnati in un combattimento, che suggerisce l’agitarsi
del mondo pagano che ancora non ha ricevuto la Buona Novella.
Ci sono due alberi con un intenso colore delle fronde e hanno valore simbolico: l’alloro e la palma alludono al destino del
bambino, il primo riguardo al trionfo sulla morte, l’altro al martirio.
Si possono notare i precedenti disegni preparatori in quanto questa è un’opera incompiuta.
Leonardo in quest’opera inserisce per la prima volta anche il linguaggio dei gesti e dei volti: infatti tutte le figure che
circondano la Vergine e il Bambino sono meravigliati, stupiti  l’uomo a destra che osservando il cielo e avendo la mano
destra davanti al volto rivela il prodigio della non rivelata stella cometa.

La Vergine delle rocce:


Nel 1483 la Confraternita francescana dell’Immacolata Concezione di Maria commissionò a Leonardo lo scomparto
centrale di una ricca pala d’altare da collocare nella Chiesa di San Francesco Grande.
Le due pale laterali del trittico vennero dipinte con angeli musicanti realizzati dai fratelli evangelista e Giovanni Ambrogio
de’ Predis.
Il soggetto dell’opera doveva essere la madonna col Bambino e richiamare il tema dell’Immacolata Concezione di Maria, a
qual tempo ancora non codificato con un’iconografia.
L’artista quindi immaginò un incontro fra Gesù e Giovanni Battista bambini, alla presenza della Vergine e di un angelo.
La scena si svolge in un luogo ombroso e roccioso, che dà il nome all’opera. Il gruppo di figure presenta una composizione
piramidale, resa più complessa da un incrocio di linee convergenti ideali generate dai gesti dei quattro personaggi.
Realizza questa composizione perché così si sarebbe evidenziata la percezione di rilievo; perché desidera che la perfetta
esecuzione del paesaggio sia pari alla conoscenza della figura umana. In tale modo l’imitazione della natura sarebbe perfetta
e l’artista risulterebbe completo.
La scena presenta due fonti di luce differenti: una, esterna, proviene dalle spalle dell’osservatore ed illumina i protagonisti;
l’altra, interna, penetra dalle aperture della grotta.
Il paesaggio sullo sfondo è incorniciato dalla grotta, realizzata come un’architettura di rocce pericolanti. La natura quindi
viene modellata su un modello architettonico: la grotta è divisa da un pilastro centrale che crea una biforcazione verso due
uscite.
Il paesaggio è ricoperto di specie erbose, le cui foglie si avvinghiano alle aride rocce, sono dunque un richiamo alla vita.
Al centro dell’opera ci sono i quattro protagonisti. La Vergine è al centro, ma non in primo piano, il suo braccio è teso ad
abbracciare San Giovannino che ha le mani giunte in adorazione di Gesù. L’altro bambino di protende alzando la mano
verso il capo di San Giovannino in segno benedicente.
A destra, in ginocchio, c’è un angelo che sorregge Gesù e ha lo sguardo rivolto verso un ipotetico osservatore e gli indica il
piccolo San Giovannino.
Questa grande attenzione verso San Giovanni Battista, a cui i vangeli assegnano una parte fondamentale nella storia della
salvezza, fa pensare che Leonardo avesse iniziato l’opera a Firenze, poiché il Battista è patrono della città.

Il Cenacolo:
L’episodio dell’Ultima Cena è un episodio della Passione di Cristo, che si svolse di giovedì sera, prima del suo arresto e
viene narrato in tutti e quattro i Vangeli.
Cristo si era riunito con i suoi apostoli in un cenacolo, per consumare la cena e festeggiare la pasqua ebraica.
Il cenacolo era un ambiente separato dalla casa, dove durante alcune ricorrenze si dava ospitalità agli amici.
Molti artisti hanno rappresentato questo episodio:
- Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova
- Andrea del Castagno nel Convento di Sant’Apollonia a Firenze
- Domenico Ghirlandaio nel Convento di Ognissanti a Firenze
In questi dipinti Cristo è sempre rappresentato nell’atto di istituire il sacramento dell’Eucarestia. Gli apostoli lo affiancano,
tranne Giuda che è isolato collocato di fronte a Gesù dall’altra parte del tavolo. Per sottolineare il tradimento sulla sua spalla
c’è anche un diavolo, mentre la borsa con i trenta denari d’argento pende dalla sua cintura, ben evidente.
San Giovanni, invece, spesso appoggia il capo sul corpo del suo maestro.
Leonardo realizzò quest’opera tra il 1495 e il 1497, su commissione di Ludovico il Moro, su una parete del Refettorio del
Convento di Santa Maria delle Grazie.
Lo stato dell’opera è oggi precario: Leonardo infatti decise di dipingere a secco con tempera e olio su una preparazione a
pase di gesso. Presto però il colore iniziò a decadere, ma permise all’artista di lavorare con più lentezza. Vasari già nel 1568
afferma che il dipinto era “una macchia abbagliata”. Questo degrado va identificato con l’umidità della parete, confinante
con le cucine del convento quindi soggetta a sbalzi di temperatura e fenomeni di condensa.
Leonardo inserì la scena in una struttura architettonica, aperta sul fondo da grandi finestre, che si affacciano su un paesaggio
chiaro e sereno.
L’ambiente prospettico, che ha il punto di fuga nella tempia di Cristo a sinistra, è decorato con arazzi appesi e un soffitto a
cassettoni.
Sul tavolo Leonardo rappresenta con massima cura i piatti, i bicchieri colmi di vino e gli alimenti, facendo pensare ad uno
studio dell’arte fiamminga.
Al centro è raffigurato il Redentore, isolato, che china la testa in avanti mentre indica il pane e il vino e annuncia il
tradimento imminente di uno dei suoi.
Le sue braccia sono aperte e la sua mano è rivolta verso l’alto come per mostrare il punto in cui sarà trafitto dai chiodi;
l’altra mano invece poggia sul tavolo.
I suoi gesti calmi contrastano quelli degli apostoli, disposti a gruppi di tre, che lo osservano con sguardi angosciati e stupiti,
balzano in piedi e osservano il maestro con aria interrogativa. Giuda non è isolato, ma confuso tra gli altri.
Quest’opera rappresenta i “moti dell’anima”, tema molto caro a Leonardo: si può notare soprattutto dalla grande cura con
cui l’artista rappresenta i gesti delle mani e le espressioni dei volti; Pietro per esempio si protende subito verso Giovanni per
chiedere conferma di ciò che ha appena sentito; Giovanni ha il tipico atteggiamento dolente; Giuda invece sentendosi
scoperto afferra il sacchetto con i denari per scappare spaventato; Filippo porta le mani verso di sé per ammettere la sua
innocenza.

Battaglia d’Anghiari:
nel 1503 Leonardo ricevette l’incarico dalla repubblica fiorentina di dipingere una delle pareti della Sala del Gran Consiglio
a Palazzo Vecchio. Il tema doveva essere la Battaglia di Anghiari tra fiorentini, guidati da Giampaolo Orsini, e tra le truppe
Milanesi, guidate da Filippo Maria Visconti, nel 1440.
Lo stesso incarico venne affidato a Michelangelo per rappresentare la Battaglia di Cascina tra fiorentini e pisani nel 1364.
Entrambi gli episodi volevano esaltare le virtù della Firenze repubblicana e vennero commissionati da Pier Soderini.
Leonardo però non porterà mai a compimento l’opera: errori nella scelta dei materiali e della tecnica usata, fecero sì che
l’opera si sciogliesse; l’artista poi si trasferì a Milano e abbandonò l’incarico.
L’episodio a noi pervenuto (un anonimo artista italiano lo riprodusse e si trova adesso al Museo del Louvre) è quello della
Lotta per lo stendardo: vediamo Giampaolo Orsini e l’alleato Ludovico Scarampi che si scagliano contro Niccolò Piccinino
e il figlio Francesco.
Orsini si avventa su Piccinino per strappargli con forza lo stendardo; Francesco ne tiene con forza l’asta con entrambe le
mani, in una posa torsionale.
Leonardo inventa armature zoomorfe (l’elmo e lo spallaccio a forma di conchiglia, la testa di ariete sulla corazza di
Francesco). I cavalli che si avventano l’uno contro l’altro sembrano un tutt’uno con i cavalieri; i corpi sono inarcati, le
spade incrociate, le bocche dei combattenti sono spalancate per rendere l’idea del grande tumulto. Leonardo definisce
l’opera “pazzia bestialissima”.

Gioconda:
È sicuramente il quadro più famoso al mondo, rivisitato da molti artisti moderni e riprodotta in diversi gadgets.
Realizzato intorno al 1503 ed è il ritratto di Monna Lisa Gherardini, moglie di Francesco il Giocondo, donna fiorentina.
Leonardo continuò a lavorarci per quasi tutta la sua vita, portandola con sé in Francia dove venne acquistata dal re
Francesco I e dove oggi è legittimamente conservata al Museo del Louvre.
La Gioconda è seduta in una loggia e mostrata di tre quarti, ma il volto è quasi del tutto frontale. Ha un velo sul capo; le
mani sono appoggiate sul bracciolo di una sedia ed ha lo sguardo rivolto verso lo spettatore.
Al di là di un parapetto si apre un ampio paesaggio montano attraversato da corsi d’acqua  dovrebbe riprodurre la zona in
cui l’Arno supera le campagne di Arezzo e riceve le acque della Val di Chiana. Il ponte alla destra dovrebbe essere il ponte
Buriano, su cui passava la via Cassia. Le acque si confondono con i monti alle spalle.
Il ponte come unico elemento di fattura umana mostra il superamento degli ostacoli naturali e mostra la fiducia che aveva
Leonardo, e con lui i dotti rinascimentali, nella volontà dell’uomo e nella sua capacità di capire il mondo e modificarlo.
La signora ha un sorriso enigmatico, ironico e malinconico allo stesso tempo, più la si guarda e più sembra che cambi
espressione. Forse, anche grazie alla tecnica dello sfumato, Leonardo voleva lasciare allo spettatore la libertà di interpretare
e indovinare ciò che non era ben chiaro.

La dama con l’ermellino:


È importante notare come nei ritratti di Leonardo la donna è raffigurata allo stesso modo delle figure maschili; non
idealizzata, ma posta al centro della natura.
La dama con l’ermellino venne realizzata nel 1485 e raffigura Cecilia Gallerani, amante di Ludovico Sforza, con in braccio
un ermellino. L’ermellino era simbolo di castità per questo veniva spesso raffigurato con nobili fanciulle.
La donna ha il busto che si torce a spirale ed ha uno sguardo vivo che contrasta l’espressione ferina dell’animale.
Non porta gioielli vistosi e valorizza la bellezza della sua giovane età, aveva quindici anni. I capelli castani sono divisi da
una riga centrale raccolti in una coda infilata in una guaina e una ciocca che passa sotto il mento. I capelli sono tenuti fermi
da una cuffia trasparente con orlo ricamato, trattenuta da una striscia sulla fronte tenuta ferma da un gioiello. La collana
stretta al collo e che pende sul seno è composta da grani di ambra nera o agata.

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