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Cicerone oratoria: De oratoria 55 – 54 a.C.

Cicerone compose i trattati di retorica durante la sua assenza dalla vita politica, che servirono ad avvicinare a quest’arte tutti
coloro che erano dotati di sufficiente cultura.
La pubblicazione dei trattati sull’oratoria fu un unicum per la cultura romana, in quanto molti ritenevano l’eloquenza uno
dei privilegi della nobilitas romana. Nel 92 a.C. Crasso aveva ordinato la chiusura delle scuole dei rethores Latini.
Questo perché la possibilità diventare abili oratori preoccupava la classe aristocratica perché alcuni uomini di altre classi
sociali avrebbero potuto persuadere la plebe e incitare la folla.
Scrisse sotto forma di trattato il De inventione, che poi ripudiò, poiché voleva allontanarsi dall’insegnamento manualistico;
mentre il Brutus e il De oratore, sono strutturati sotto forma di dialoghi e sembrano ispirarsi ai dialoghi di Platone.
Mentre i Dialoghi di Platone si svolgono nella piazza ateniesi, quelli di Cicerone in una villa in campagna.
La retorica appare come uno dei valori che concorre a formare il vir bonus, oltre all’humanitas e al decorum.
Già nell’antica Grecia intorno al V – VI secolo si dibatteva sulla superiorità della filosofia sulla retorica. Socrate afferma
che il rapporto fra retorica e filosofia fosse lo stesso che c’è fra cosmetica e ginnastica. Questa tesi era sostenuta da Platone,
il quale affermava che, al contrario dei sofisti, far prevalere il discorso ingiusto su quello giusto grazie all’uso della parola
non dovesse essere una qualità dell’uomo virtuoso.
Isocrate al contrario, come Cicerone più tardi, rimproverava ai filosofi la loro astrattezza e riteneva che il dono della parola
fosse un segno distintivo dell’uomo.
Nel De oratore Crasso (in un dialogo con Antonio) afferma che l’eloquenza segna la superiorità dell’uomo sugli animali; è
proprio grazia alla parola che gli uomini sono passati dal vivere in una società rozza alla creazione di uno Stato.
L’eloquenza è lo strumento per persuadere gli altri, per condizionare le scelte dei tribunali e del Senato ed è anche l’arma
per “portare in salvo” gli amici.
L’oratoria è strettamente legata alla filosofia: oltre ad utilizzare bene la parola bisogna conoscere i valori ideali, senza i
quali le orazioni non avrebbero un insegnamento.
Cicerone ripudia l’epicureismo, perché predicava l’astensione alla vita pubblica e lo stoicismo, perché il vivere sociale
richiede capacità di adattamento; mentre si interessa alla filosofia aristotelica ed accademica.
Ritiene indispensabile la conoscenza della storia e del diritto: la prima perché è il mezzo per difendere le radici culturali del
popolo; il secondo impedisce all’oratore di cadere nell’astrattezza.
L’oratoria richiede la conoscenza della letteratura e della poesia, in quanto l’orazione deve essere piacevole e convincente.
Con Cicerone la tecnica oratoria diventa un’arte, sintesi di dignità artistica e letteraria. Nelle sue orazione riesce a spaziare
dallo stile sublime, al pathos, dalle figure retoriche a una sintassi paratattica. I fini dell’oratoria sono movere, docere e
delectare.
Nella Roma in cui erano al governo uomini corrotti che pensavano solo al proprio interesse e non a quello della collettività,
Cicerone inserisce la figura ideale del buon oratore: un uomo colto ed eticamente corretto.
L’oratore non deve essere solo disertus, capace di comunicare grazie alle doti naturali, ma anche eloquens, sorretto dalle
conoscenze tecniche dell’ars, come la cultura e la morale.
“Un buon oratore deve abbracciare con la mente e con la memoria tutte le fonti di tutto ciò che concerne l’oratoria” (De
orat. I, 94).
L’oratore deve possedere una paideia en kuklos.
Il De oratore è ambientato lontano dai suoi tempi (91 a.C anno di abientazione).

Il valore dell’arte della parola (I)


Neque vero mihi quicquam praestabilius (sottinteso esse) videtur, (comparativa) quam posse dicendo (gerundio) tenere hominum
mentis, adlicere voluntates, (relativa avverbiale) impellere quo velit (cong.eventuale), unde autem velit (evenutale) (chiasmo)
deducere: (principale) haec una res in omni libero populo maximeque in pacatis tranquillisque civitatibus praecipue semper floruit
semperque dominata est.
(aut…tam…quam  anafora) Quid (pronome interrogativo) enim est aut tam admirabile, quam ex infinita multitudine hominum
exsistere unum (antitesi), qui (riferito ad unum) id, quod omnibus natura sit (attrazione modale) datum, vel solus (antitesi) vel cum
perpaucis facere possit (rel impr. Valore consecutivo, caratterizzante)? Aut tam (sott. Est) iucundum cognitu atque auditu (supino
passivo come complemento di limitazione), quam sapientibus sententiis gravibusque verbis ornata oratio et polita?
Aut tam potens tamque magnificum, quam populi motus, iudicum religiones, senatus gravitatem unius oratione converti?
Quid tam porro regium, tam liberale, tam munificum, quam opem ferre supplicibus, excitare adflictos, dare salutem, liberare
periculis, retinere homines in civitate?
Quid autem tam necessarium, quam tenere semper arma (metafora), quibus vel tectus ipse esse possis (cong. eventuale) vel
provocare integer vel te ulcisci lacessitus?

In realtà a me non sembra che qualcosa sia più eccellente, quanto poter attirare le menti degli uomini con la parola (con il parlare),
attrarre volontà/consensi, rovesciare ciò che si vuole, e anche condurre fuori da dove vuoi: questa sola cosa sempre fiorì in ogni
popolo libero e soprattutto in pacate e tranquille città e sempre dominò.
Che cosa infatti è o tanto ammirabile, quanto esistere tra un’infinita moltitudine uno solo, che può fare ciò, che dalla natura è dato
a tutti, o solo o con pochissimi?
(Che cosa infatti è) o tanto piacevole alla conoscenza e all’udito quanto un’orazione ornata ed elegante da (grazie a) sentenze
sagge e parole elevate?
(Che cosa è infatti) o tanto potente e tanto magnifico, quanto essere convertito da una sola orazione il sentimento del popolo, le
decisioni dei tribunali, l’austerità del Senato?
Continuando che cosa è tanto regale, tanto liberale, tanto generoso, quanto portare aiuto ai supplici, risollevare gli afflitti, portare
salvezza, liberare dai pericoli, trattenere gli uomini nella città?
Che cosa tuttavia è tanto più necessario, quanto possedere sempre le armi, con le quali tu possa (essere coperto tu stesso)
difenderti e sfidare incolume e vendicarti se provocato?

Videor, videris, visus sum, videri


Teneo, es, tenui, tentum, ere
Adlicio, is, adlexi, adlectum, ere
Impello, is, puli, pulsum, ere
Volo, vis, volui, velle
Deduco, id, duxi, ductum, ere
Floreo, es, florui, ere
Dominor, aris, atus sum, ari
Existo, is, exstiti, ere
Do, das, dedi, datum, are
Facio, is, feci, factum, ere
Converto, is, converti, conversum, ere
Excito, as, avi, atum, are
Retineo, es, ui, retentum, ere
Ulciscor, ulcisceris, ultus sum, ulcisci
(si ripete: tam…quam/tanto…quanto)
N.B. dal rigo 4 si ripete fino alla fine la stessa struttura sintattica che andrà ben analizzata al fine di evitare grossolani errori

Il valore dell’arte della parola (II)


Age vero, ne semper forum, subsellia, rostra curiamque (metonimia) meditere (cong. Con valore finale / sta per mediteris),
(principale) quid esse potest in otio aut iucundius aut magis proprium humanitatis, quam sermo facetus ac nulla in re rudis?
(Principale) Hoc enim uno praestamus (regge l’ablativo della cosa e della persona su cui si eccelle) vel maxime feris, quod
(ipotetica) conloquimur inter nos et (coordinata all’ipotetica) quod exprimere dicendo sensa possumus.
Quam ob rem quis hoc non iure miretur (indipendente con valore potenziale) summeque in eo elaborandum esse arbitretur, ut, quo
uno homines maxime bestiis praestent, in hoc hominibus ipsis antecellat (finale)?
Ut vero iam ad illa summa veniamus (finali), quae (pronome interrogativo, interrogativa indiretti) vis alia potuit aut dispersos
homines unum in locum congregare aut a fera agrestique vita ad hunc humanum cultum civilemque deducere aut iam constitutis
civitatibus leges, iudicia, iura describere?
Ac ne plura, quae sunt paene innumerabilia, consecter (finale), comprehendam brevi: sic enim statuo, perfecti oratoris
moderatione et sapientia non solum ipsius dignitatem, sed et privatorum plurimorum et universae rei publicae salutem maxime
contineri.

Suvvia, per non pensare sempre al foro, ai processi, alle tribune degli oratori e le assemblee del senato (si intende l’edificio), che
cosa può essere nel tempo libero o più piacevole o più proprio dell’umanità, quanto un discorso elegante e in nessuna cosa rude?
Per questa unica cosa infatti superiamo moltissimo le fiere, poiché parliamo tra di noi e possiamo esprimere i pensieri con la
parola.
E per ciò chi non si potrebbe ammirare giustamente questa e potrebbe giudicare che si debba applicare moltissimo in ciò, affinché
superi gli stessi uomini in ciò, nel quale solo gli uomini superano moltissimo le bestie?
Affinché veramente giungiamo a quella punto più alto (del discorso) / cose più importanti, quale altra forza poté o unire gli uomini
dispersi in un unico luogo o condurli da una vita rozza e selvaggia a questa vita umana e civile o per città fondate/dopo la
fondazione di città a stabilire leggi, processi, diritti?
E per non raccontare più cose, che sono quasi infinite, riassumerò in breve: così stabilisco che nella moderazione e nella sapienza
del perfetto oratore non si racchiuda solo il valore di questo stesso, ma soprattutto la salvezza sia dei molti privati cittadini sia
dell’intero Stato.

Meditor, aris, atus sum, ari


Praesto, as, avi, atum, are
Conloquor, eris, conlocutus sum, conloqui
Exprimo, is, expressi, expressum, ere
Miror, aris, miratus sum, ari
Elaboro, as, avi, atum, are
Arbitror, aris, atus sum, ari
Antecello, is, ere
Venio, is, veni, ventum, ire
Congrego, as, avi, atum, are
Constituo, is, ui, constitutum, ere
Describo, is, scripsi, scriptum, ere
Comprehendo, is, comprehendi, comprehensum, ere
Contineo, es, ui, contentum, ere

Quesiti per l’esatta comprensione del brano (risposta scritta):


- riconoscere la funzione di ciascuno dei congiuntivi sottolineati
- individuare a cosa si riferiscono le espressioni in grassetto (sapientibus sententiis ornata oratio / arma / forum, subsellia,
rostra curiamque)
sapientibus sententiis ornata oratio si riferisce al modo in cui deve essere scritta un’orazione.
Arma si riferisce allo strumento di difesa che è l’arte della retorica.
Forum, subsellia, rostra curiamque si riferiscono ai luoghi in cui nel tempo libero si era soliti praticare l’arte della parola.
-Indicare tutte le funzioni attribuite al dominio della parola e le sfere della vita umana interessate
Poter tenere le menti degli uomini con la parola, attrarre consensi, rovesciare ciò che si vuole. Si rivendica il fatto che la parola sia
stata data solo ad una creatura, ossia l’uomo. È piacevole all’udito un’orazione ben scritta. Riesce a convertire il sentimento del
popolo, la veridicità dei giudici, l’austerità del Senato. Permette di portare aiuto ai supplici, risollevare gli afflitti, portare salvezza,
liberare dai pericoli, trattenere gli uomini nella città. È un’arma che permette di difenderti e vendicarti.
Per questa unica cosa infatti l’uomo supera le fiere, poiché parla con i suoi simili e può esprimere i pensieri con la parola. Fu
proprio grazie all’oratoria che si poté o unire gli uomini dispersi in un unico luogo o condurli da una vita rozza e selvaggia a
questa vita umana e civile o dopo la fondazione di città a stabilire leggi, processi, diritti. L’oratoria viene vista non solo come
un’arte, ma come il mezzo per salvare sia i cittadini che l’intero Stato.
-individuare le figure retoriche impiegate nei due brani

Sul concetto di humanitas


"Humanitatem" non significare id (infinitiva), quod (riferito a id) volgus putat, sed eo vocabulo, qui sinceriter locuti sunt, magis proprie
esse usos (utor regge l’ablativo). Qui verba Latina fecerunt quique his probe usi sunt, "humanitatem" non id esse voluerunt, quod volgus
existimat quodque a Graecis philanthropia dicitur et significat dexteritatem quandam (da quidam: perché non conosco, quindi generico)
benivolentiamque erga omnis (arcaismo per omines) homines promiscam, (principale) sed "humanitatem" appellaverunt id propemodum,
(relativa alla principale) quod Graeci paideian vocant, (relativa coordinata a vocant) nos eruditionem institutionemque in bonas artis
dicimus. Quas (nesso relativo) qui sinceriter cupiunt adpetuntque, hi sunt vel maxime humanissimi. Huius enim scientiae (genitivo
oggettivo) cura et disciplina ex universis animantibus uni homini datast idcircoque "humanitas" appellata est. Sic igitur eo verbo veteres
esse usos et cumprimis M. Varronem Marcumque Tullium omnes ferme libri declarant. Quamobrem satis habui (in questo caso si traduce
con ritenere) unum interim exemplum promere. Itaque verba posui Varronis e libro rerum humanarum primo, cuius principium hoc est:
"Praxiteles, qui propter artificium egregium nemini est paulum modo humaniori ignotus". "Humaniori" (è al dativo perché è una
citazione) inquit non ita, ut vulgo dicitur, facili et tractabili et benivolo (dativo perché riferito a humaniori), tametsi rudis litterarum sit -
hoc enim cum sententia nequaquam convenit -, sed eruditiori doctiorique (comparativi assoluti), qui Praxitelem, quid (al neutro perché
sottolinea la vaghezza) fuerit, et ex libris et ex historia cognoverit.

Humanitas non significa ciò che il popolo ritiene, ma, coloro che hanno parlato chiaramente, hanno usato questa parola in modo
più appropriato.
E quelli che hanno coniato la lingua latina e coloro che la hanno usata con proprietà, non hanno voluto che (il significato) di
humanitas fosse quello che il popolo ritiene e che è chiamato dai Greci filantropia e significa qualche destrezza e benevolenza
verso tutti gli esseri umani senza distinzione, ma hanno chiamato humanitas qualcosa di simile a ciò che i Greci chiamano paideia,
noi diciamo erudizione e istruzione alle arti liberali.
E coloro che le desiderano e ricercano fortemente, questi sono umani di sommo grado.
Infatti lo studio di tale scienza e disciplina è dato al solo uomo fra tutti gli amanti, è chiamata per questa ragione humanitas.
Che gli antichi si sono serviti di questo termine lo dichiararono fermamente quasi tutti i libri da M. Varrone e Marco Tullio. Perciò
ho ritenuto sufficiente per ora citare un solo esempio.
Così presi la parola dal primo libro delle cose umane di Varrone, che così ha inizio: “Prassitele, che per l’egregio talento artistico
non è ignoto a nessuno che sia almeno un po' istruito”. “Più istruito” non si dice così, come è detto dal popolo, semplice,
amichevole e benevolo, benché sia rude di conoscenze letterarie, ciò tuttavia non conviene con la sentenza in nessun modo, ma
più erudito e più dotto, quello che abbia conosciuto Prassitele dai libri e dalla storia, che razza di persona sia stata.
(Aulo Gellio)

Elogio della parola p.401:


Si volumus huius rei, quae vocatur eloquentia, sive artis sive studii sive exercitationis cuiusdam sive
facultatis ab natura profectae considerare principium, reperiemus id ex honestissimis causis natum atque
optimis rationibus profectum. 
Nam fuit quoddam tempus, cum in agris homines passim bestiarum modo vagabantur et sibi victu fero
vitam propagabant nec ratione animi quicquam, sed pleraque viribus corporis administrabant, nondum
divinae religionis, non humani officii ratio colebatur, nemo nuptias viderat legitimas, non certos quisquam
aspexerat liberos, non, ius aequabile quid utilitatis haberet, acceperat. 
Ita propter errorem atque inscientiam caeca ac temeraria dominatrix animi cupiditas ad se explendam
viribus corporis abutebatur, perniciosissimis satellitibus.
Quo tempore quidem magnus videlicet vir et sapiens cognovit, quae materia esset et quanta ad maximas
res opportunitas in animis inesset hominum, si quis eam posset elicere et praecipiendo meliorem reddere;
qui dispersos homines in agros et in tectis silvestribus abditos ratione quadam compulit unum in locum et
congregavit et eos in unam quamque rem inducens utilem atque honestam primo propter insolentiam
reclamantes, deinde propter rationem atque orationem studiosius audientes ex feris et immanibus mites
reddidit et mansuetos.

E se vogliamo considerare il principio di questa cosa, che è chiamata eloquenza, o in quanto arte o studio o in qualche esercizio o
facoltà derivata dalla natura, troveremo che questo è nato da onorevolissime origini e progredito per ottime ragioni.
Infatti ci fu un tempo in cui gli uomini si muovevano nei campi qua e là/ senza ordine nel modo delle bestie e si sostentavano con
il vitto ferino e non amministravano nulla con la ragione, ma la maggior parte delle cose con le forze fisiche, non ancora era
praticato il rispetto del culto degli dei, né verso i doveri umani, né nessuno aveva visto nozze legittime, nessuno aveva visto figli
sicuramente propri, nessuno aveva inteso quale utilità avesse una giustizia imparziale.
Così per errore e per ignoranza, la cupidigia, cieca e sconsiderata dominatrice dell’anima, usava in modo improprio forze del
corpo, servitrici pericolosissime, per soddisfarsi.
A quel tempo evidentemente un uomo grande e saggio capì quale materia ci fosse e quanta occasione ci fosse per imprese
grandissime negli animi degli uomini, se qualcuno potesse suscitarla e renderlo migliore con l’istruzione; quello radunò in uno
stesso luogo e congregò gli uomini dispersi per i campi e nascosti nei rifugi boschivi con una qualche ragione e inducendo quelli a
quella sola cosa utile e onesta, anche quelli che prima si erano rifiutati per inesperienza, per riflessione e il discorso rese poi coloro
che ascoltavano in modo molto attento da bestiali e barbari a miti e mansueti.

La poesia non è fuga dall’impegno politico p. 396:


Quaeres (futuro di quaero, aliquid ex aliquo) a nobis (plurale maiestatis), Gratti, cur (regge il congiuntivo) tanto opere (tanto +
altra parola = valore avverbiale) hoc homine delectemur. Quia (causale = risposta alla domanda) suppeditat nobis ubi (letteratura)
et animus ex hoc forensi strepitu reficiatur (congiuntivo improprio = consecutiva), et aures convicio defessae conquiescant
(congiuntivo improprio = consecutiva). An (interrogativa diretta disgiuntiva = una scelta, dopo infatti c’è aut…aut che sono
oggettive) tu existimas aut suppetere (dipende una relativa con il congiuntivo) nobis posse quod (dipende poi una ipotetica)
cotidie dicamus in tanta varietate rerum, nisi animos nostros doctrina excolamus; aut ferre (dipende un’ipotetica) animos tantam
posse contentionem, nisi eos doctrina eadem relaxemus? Ego vero fateor me his studiis esse deditum: ceteros pudeat, si qui se ita
litteris abdiderunt ut nihil possint ex eis neque ad communem adferre fructum, neque in aspectum lucemque proferre 2; me autem
quid pudeat, qui tot annos ita vivo, iudices, ut a nullius umquam me tempore aut commodo aut otium meum abstraxerit, aut
voluptas avocarit, aut denique somnus retardarit? 
Qua re quis tandem me reprehendat, aut quis mihi iure suscenseat, si, quantum ceteris ad suas res obeundas 3, quantum ad festos
dies ludorum celebrandos, quantum ad alias voluptates et ad ipsam requiem animi et corporis conceditur temporum, quantum alii
tribuunt tempestivis conviviis, quantum denique alveolo, quantum pilae, tantum mihi egomet ad haec studia recolenda sumpsero?
Atque id eo mihi concedendum est magis, quod ex his studiis haec quoque crescit oratio et facultas; quae, quantacumque est in
me, numquam amicorum periculis defuit

Chiedi a noi, Grazio, perché siamo tanto dilettati da quest’uomo; poiché fornisce a noi il luogo in cui l’animo si rinvigorisca con
questo strepito del foro e le orecchie si riposino stanche per la confusione.
Oppure tu pensi, o che ci possa bastare quello che diciamo quotidianamente nella tanto grande varietà di argomenti, se non
coltiviamo con la cultura il nostro animo, oppure che tanta tensione possano sopportare gli animi, se non rilassiamo questi con
quella stessa cultura?
Io confesso realmente di essere dedito a questi studi. Si vergognino gli altri, se alcuni di dedicarono agli studi così da non poter
arrecarsi niente da questi né per l’uso comune, né portare niente alla vista e alla luce; tuttavia di che cosa dovrei vergognarmi, che
da tanti anni vivo così, che alcuna volta il mio tempo dalla difficoltà o dall’interesse di nessuno o la volontà mi ha allontanato o
infine il sonno mi ha rallentato?
Per questa ragione chi infine mi criticherebbe, o chi si adirerebbe con me a buon diritto, se quanto è concesso di tempo agli altri
per svolgere le loro faccende, per celebrare i giorni festivi dei giochi, quanto per altri piaceri e lo stesso riposo dell’animo e del
corpo, quanto altri dedicano a banchetti prolungati, e infine quanto al tavolo da gioco e quanto alla palla, altrettanto io avrò speso
per me per coltivare questi studi?
E ciò mi deve essere concesso soprattutto questo, poiché da questi studi cresce anche questa orazione e eloquenza, che, per quanto
grande è in me, mai mancò ai processi/nei pericoli degli amici.

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