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Giulio Tarro

(in collaborazione con Francesco Santoianni)

EMERGENZA COVID
Dal lockdown alla vaccinazione di massa:
cosa, invece, si sarebbe potuto - e si può - fare
*
È più facile ingannare la gente
che convincerla di essere stata ingannata.
Mark Twain, 1899
Improponibili per un libro come questo, strettamente legato all’attualità e
indirizzato ad un pubblico non specialistico, una esaustiva bibliografia e note
bibliografiche.
Pertanto, per un approfondimento di quanto qui pubblicato, rimandiamo al sito:
www.Covid19-bastapaura.it

Avvertenze
Nel libro, per indicare la fascia di età più vulnerabile al Covid è utilizzato il termine
“anziani” che varia notevolmente a seconda del contesto culturale e geografico. Si
precisa a tal riguardo che, per l’Istituto superiore di Sanità, l’età media dei pazienti
“deceduti e positivi a SARS-CoV-2” è 80 anni (mediana 82), quasi tutti già affetti
da gravi patologie.

Per i vostri commenti su questo libro:


www.lad-gruppoeditoriale.it
e sui bookstore che lo distribuiscono
Copertina di Gianluca Staderini
@gianlu.graficax
PRESENTAZIONE
Da qualunque punto di vista la si guardi, la gestione
dell’emergenza Covid in Italia è un fallimento che, tra l’altro, ha già
comportato, ufficialmente, 90.000 “morti per Covid” e un aumento
della mortalità per patologie (prime tra tutte quelle cardiovascolari e
tumorali) che, considerato il collasso del sistema sanitario, non sono
state adeguatamente curate e prevenute. Nonostante ciò, si
pretende di perseverare con questa gestione dell’emergenza
paventando nuovi lockdown e continuando ad additare come
“negazionisti” tutti coloro che osano proporre misure alternative a
quelle imposte dal governo e dai governatori regionali o che
dubitano dell’efficacia dell’attuale campagna vaccinale.
Su come si è arrivati a questo e sulle proposte per uscirne
cercherò di spiegarlo nel corso del libro, ma una cosa qui ritengo
importante subito dire. Se in Italia l’emergenza Covid si è
trasformata in una ecatombe, grande è la responsabilità di una casta
medica che non ha avuto remore a validare direttive insensate
(come quelle che, hanno impedito di curare a domicilio pazienti
Covid, o che hanno evitato autopsie) o che hanno osteggiato terapie
già rivelatesi efficaci.
Anche per questo motivo, nella speranza di un qualche
ravvedimento, ho scritto questo libro. Che dedico ai non molti medici
che invece di starsene a casa – come prescriveva una circolare del
ministero della Salute – a fare “consulti telefonici” ai loro pazienti, si
sono recati al loro domicilio curandoli e, spesso, strappandoli da una
morte certa in ospedale.
E ora due parole sull’articolazione di questo libro, scritto mentre è
ancora in corso l’emergenza Covid. Per questo motivo, mettendo da
parte la pretesa di scrivere una sorta di “storia dell’emergenza Covid
in Italia” ho preferito soffermarmi, nella prima parte, su alcuni
elementi della gestione dell’emergenza che, ancora oggi continuano
a caratterizzarla negativamente, e che spero vengano al più presto
rimossi, dedicando la seconda parte ad alcune questioni scientifiche
quali, ad esempio, quelle connesse alle vaccinazioni. Nella terza
parte, infine, espongo alcune proposte – fatte proprie anche da
numerosi altri ricercatori italiani e stranieri che potrebbero farci
uscire da una fallimentare emergenza che dura da ormai un anno e
che rischia di protrarsi per chissà quanto altro tempo.
Last but not least, ringrazio l’amico Francesco Santoianni che ha
saputo tradurre le mie considerazioni e complesse questioni
scientifiche in un libro che, certamente, non vi annoierà
Giulio Tarro, febbraio 2021
*

PARTE PRIMA: L’emergenza Covid


Attualmente, molti Paesi, nonostante sia passato oltre un anno
dall’insorgere dei primi casi, sono in piena “emergenza Covid”;
soprattutto l’Italia, ufficialmente ai primi posti per “morti Covid” per
abitanti. Una tragedia prodotta non certo da “complotti” orditi da un
imperscrutabile “Nuovo Ordine Mondiale” o dalla particolare letalità
del virus Sars-Cov-2 (che, anzi, è molto più bassa di tanti altri
microorganismi manifestatisi negli ultimi decenni) ma da una
gestione dell’emergenza che si continua ad imporre (e non solo in
Italia) per esigenze sostanzialmente politiche. Questa gestione
dell’emergenza, è dettagliatamente analizzata in un libro che ho
pubblicato qualche mese fa, “Covid: il virus della paura”, qui, una
sintesi.

Come è nata l’emergenza Covid in Italia


Nei primi mesi del 2020, mentre le immagini di quello stava
succedendo in Cina troneggiavano su tutte le TV del mondo, in Italia
il Governo – verosimilmente, per le assicurazioni di un “esperto” che
attestava essere “zero il rischio Covid per l’Italia” – non faceva
praticamente nulla per prepararsi all’emergenza. Non solo – tanto
per dirne una - non si procurava, come facevano molti altri governi,
efficaci dispositivi di bio-protezione almeno per il personale sanitario,
ma permetteva che ci si baloccasse con iniziative quali
#milanononsiferma (che invitavano i cittadini ad affollarsi in negozi e
locali) o celebrando il rientro in classe (senza nessun controllo
sanitario) di bambini appena rientrati dalle vacanze in Cina.
Il tutto condito da irresponsabili dichiarazioni sulla efficienza del
nostro Sistema sanitario che avrebbe certamente retto ad un
eventuale impatto del virus e, cosa altrettanto grave, rassicurando
che tutto era stato predisposto per affrontare quella che, comunque,
veniva considerata una improbabile emergenza sanitaria. Nulla
veniva detto sui tagli che avevano ridotto al lumicino la Sanità in
Italia e che – anche per lo scioglimento del Centro nazionale di
epidemiologia e sorveglianza dell’Istituto superiore di sanità– non
esisteva nessun Piano per affrontare una epidemia.
Ben altro veniva fatto in altri paesi. In Germania, ad esempio,
Angela Merkel annunciava che il virus Sars-Cov-2 avrebbe
contagiato in poche settimane il 70 per cento della popolazione
tedesca. E, attivando le misure previste dal Piano di emergenza
(l’uso della mascherina e la sospensione di affollati eventi, per
rallentare l’avanzata del contagio ed evitare così un picco epidemico
che avrebbe potuto far collassare le strutture ospedaliere),
rassicurava, giustamente, i suoi concittadini spiegando che il Sars-
Cov-2, nel 90-95% dei casi, era asintomatico e che era pericoloso
soprattutto per gli anziani.
In Italia, alla fine di febbraio, i primi tamponi positivi e i primi “morti
per Covid” facevano crollare come un castello di carte l’ottimismo del
governo. Già c’era stata una raffazzonata “misura profilattica”
(realizzata senza nessun coordinamento con altre nazioni):
sospendere l’arrivo di voli provenienti direttamente dalla Cina
(facendo così arrivare dalla Cina migliaia di passeggeri che,
effettuando in aeroporti prevalentemente europei, entravano in Italia
senza nessun controllo sanitario) ma, con notizie sempre più
allarmanti che cominciavano a diffondere i media, il governo si rese
conto che “qualcosa” di più convincente si doveva pur fare. Si passò,
quindi, alla istituzione di “zone rosse” dove, accertata la presenza di
“positivi” i cittadini venivano chiusi a casa; zone rosse che divennero
oggetto di mercanteggiamento tra Governo, regioni e Confindustria
che non si mettevano d’accordo su quale fosse la percentuale di
“positivi” oltre la quale doveva scattare la quarantena.
Ma qual era la logica che sovrintendeva alla istituzione delle “zone
rosse”? Sostanzialmente, la pretesa di evitare la diffusione del
contagio nel resto del paese che ci si illudeva fosse senza contagiati.
Ma era verosimile questa ipotesi? Già verso la fine del 2019 nel
nostro paese si era manifestato un insolitamente alto numero di
gravi forme di influenza e di polmoniti che, a leggere i giornali, già
stavano provocando il sovraffollamento dei reparti pronto soccorso e
di terapia intensiva. Certo, non era una novità considerando che è
quello che avviene, quasi ogni anno, da decenni. Ma questa volta
sembrava trattarsi di qualcosa di più grave, così come mi veniva
segnalato da alcuni colleghi. Essendo stato, per decenni, Primario
Virologo all’ospedale Cotugno per le malattie infettive, conservavo
molte conoscenze alle quali chiesi se ci fosse un qualche stato di
allerta o, almeno, una, pur sommaria, indagine epidemiologica.
Assolutamente nulla, fu la risposta.
A questo punto è il caso di fare un inciso.
Fino al 2016 era operante il Centro nazionale di epidemiologia e
sorveglianza dell’Iss (Cnesps). Nato nel 2003 (ma il primo nucleo
risale alla fine degli anni “70) il Cnesps oltre ad intercettare
allarmanti quadri clinici di ricoverati e anomali casi registrati nei posti
di pronto soccorso, individuandone potenziali rischi di contagio, si
avvaleva di una rete di oltre duemila operatori sanitari. Il Cnesps, tra
l’altro, era la cerniera tra Stato e Regioni (alle quali, nel 2015, con la
modifica del Titolo quinto della Costituzione, veniva affidata la
Sanità) partecipando alla Conferenza Stato Regioni per stabilire, tra
l’altro, protocolli di emergenza. Nel 2016 il Cnesps, nell’ambito di
una ristrutturazione dell’Istituto Superiore della Sanità, fu sciolto e a
nulla servì l’appello di duemila operatori sanitari contro questa
misura che privava la sanità italiana di uno strumento di
coordinamento indispensabile, soprattutto, in caso di epidemia.
Con questa situazione e con una Sanità gestita in maniera
autarchica dalle Regioni, non c’è da meravigliarsi che, fino a febbraio
2020, in Italia, nessuno si rese conto di quello che stava per
accadere.

L’asservimento della “Scienza”


Nel marzo 2020, quando l’emergenza Covid si era conquistata la
prima pagina dei giornali, basandomi sulla interpolazione di dati
riferentisi a contagiati in epidemie virali respiratorie verificatesi negli
ultimi decenni in Italia e sulle caratteristiche del virus Sars-Cov-2 (il
suo elevato tasso di contagio e il suo essere asintomatico nel 90-
95% degli infettati, che fa sì che la persona infettata si muova senza
problemi) dichiaravo in una intervista che i contagiati Sars-Cov-2 in
Italia, già alla fine di febbraio, verosimilmente, erano più di dieci
milioni. E non ero il solo a supporre che questo virus avesse già
contagiato gran parte degli italiani. C’era, ad esempio, uno studio
basato su un modello epidemiologico determinato da dati raccolti
sulla nave da crociera Diamond Princess, uno studio di ricercatori
dell’Università di Oxford, un altro dell’Imperial College…
Ovviamente, erano solo stime. Ma l’unica possibilità per
confermarle o smentirle era – così come chiedevo insieme ad altri
ricercatori – una immediata indagine epidemiologica su un campione
rappresentativo della popolazione italiana. Indagine che non ci fu.
Il numero dei contagiati venne, quindi, valutato basandosi soltanto
sui “positivi” attestati dai pochi tamponi disseminati, su “sintomatici”
e senza altro criterio dalle Regioni. Così uscì fuori l’incredibile cifra di
poche decine di migliaia di contagiati da Sars-Cov-2. Oggi, l’iniziale
sottostima dei contagiati in Italia è ammessa un po’ da tutti. Eppure a
marzo era tutto un coro di “esperti da talk show” che additavano
come “irresponsabile” chiunque mettesse in dubbio il dogma dei
pochi infettati. E lo facevano solo per giustificare la strategia
governativa delle “zone rosse”: una pasticciata copia di quello che si
attuava in Cina. Nasce da qui l’asservimento, pressoché totale, della
cosiddetta “Scienza” alla politica del Governo che caratterizzerà (e
continua a caratterizzare) l’emergenza Covid in Italia.
Ancora peggio veniva fatto per i “morti per Covid”. A marzo, dopo
la proclamazione di un lockdown nazionale, per costringere la gente
a restare chiusa in casa, il governo italiano si affidò ad una
terroristica informazione e soprattutto ad una fraudolenta stima dei
“morti per Covid” contando come contagiati SOLO coloro risultati
positivi ai pochi tamponi e come “morti per Covid” TUTTI coloro che
prima o dopo il decesso erano risultati “positivi”. Si arrivò così a
contare circa 35.000 morti per Covid e assegnare al Sars-Cov-2 uno
spaventoso tasso di letalità (morti su contagiati); per capirci, 28 volte
più alto di quello che veniva registrato in Germania.
Il tutto nel pressoché totale silenzio della “Scienza”, anzi, per
meglio dire dei tanti “esperti“ che, verosimilmente, pur di restare a
troneggiare in TV ad elogiare il governo, attestavano qualsiasi cosa.
Valga per tutti il davvero penoso caso di un “esperto” che,
intervistato sulla clamorosa difformità del tasso di letalità del virus in
Italia e in Germania (e la conseguente differenza nel numero di
“morti per Covid”) rispondeva che questo dipendeva dalla
“particolare resistenza dei tedeschi” e dalla “estrema solitudine degli
anziani in Germania”. “Spiegazione” il giorno dopo sbandierata da
molti giornali. “Esperti” aiutati nel loro ruolo da legioni di servili
“giornalisti” che – tanto per dirne una – mai domandavano
all’”esperto” perché mai dichiarava il contrario di quello che aveva
detto la settimana prima.

La scomparsa della medicina territoriale


Questa sovrastima della letalità del virus, oltre a far stare gli italiani
chiusi a casa, determinò il collasso del sistema sanitario. E furono
sempre di più i medici di base che per la comprensibile paura (anche
quella di contagiare i propri familiari) decisero di chiudere gli
ambulatori e non effettuare più visite a domicilio. Venne in loro
soccorso una circolare del ministero della Salute (dotata di un
surreale “formulario” con domande da fare telefonicamente al
paziente o ai suoi familiari) che ha suggellato la fine della medicina
territoriale in Italia. E così pazienti anziani con polmonite e/o
influenza che fino ad un anno prima venivano visitati e curati (e
spesso, anche guariti) dal loro medico vedevano, nel 2020,
peggiorare i loro sintomi fin quando non venivano spediti in ospedali
talmente affollati da risultare dei lazzaretti dove, se non di “Covid”
venivano falcidiati da infezioni ospedaliere (che, ogni anno,
“normalmente”, già si portano via circa diecimila persone in Italia).
Questo scandalo dei malati Covid lasciati senza assistenza medica
ha raggiunto l’apice nel novembre 2020 quando il Tribunale
Amministrativo Regionale del Lazio sentenziò che i medici di base
non potevano essere destinati a potenziare le Usca; Unità speciali
per la gestione domiciliare dei pazienti Covid istituite nel marzo 2020
dal Governo con la proclamazione delle “Linee guida regionali per
l’istituzione delle Unità speciali di continuità assistenziale; Linee
guida che, in molti territori, sono rimaste lettera morta proprio per la
mancanza di personale medico. I medici di base (la cui principale
associazione aveva vinto il ricorso al Tar) hanno creduto di riabilitarsi
agli occhi dell’opinione pubblica ricordando le mai abrogate
disposizioni del governo, che i loro ambulatori restavano chiusi per le
proteste dei condomini degli edifici nei quali erano ubicati e che non
potevano curare a domicilio i malati Covid in quanto il Comitato
tecnico scientifico non aveva ancora redatto le linee guida per
l’assistenza domiciliare (lo farà soltanto il 30 novembre 2020). Su
queste “Linee guida” ci si soffernerà più avanti.
Tra i pochi medici che hanno sfidato questo umiliante ruolo imposto
dal governo, mi piace qui segnalare Riccardo Munda. medico di
base in Val Seriana. Invece di starsene a casa a ricevere telefonate,
con dispositivi di bio-protezione e attrezzature di sanificazione pagati
di tasca propria, ha continuato a visitare non solo i suoi pazienti ma
anche quelli di altri colleghi. Il risultato è stato: zero ricoveri
ospedalieri e zero morti fra tutti i suoi mutuati (700 persone) di
Selvino un paesino della provincia di Bergamo, “epicentro
dell’epidemia”. Di lui voglio qui riportare la risposta ad un
intervistatore che gli domandava come avesse fatto a curare,
considerato che, a marzo-aprile non si conosceva ancora una cura
per il Covid: <<Proprio perché non c’era una cura, era fondamentale
intervenire subito. E quindi non solo visitare il paziente, ma visitarlo
spesso per aiutare il fisico a reagire, calibrando e ricalibrando i
farmaci a ogni suo minimo segnale. E cioè l’esatto contrario di
quanto veniva ufficialmente consigliato: lasciarlo solo fin quando non
riusciva più a respirare e poi farlo ricoverare in terapia intensiva. (…)
Se avevo paura di contagiarmi con un virus presentato in TV come
l’anticamera dell’obitorio? Di certo, non la manifestavo, anche
perché non si può trasmettere forza e coraggio ad un paziente se il
medico manifesta la paura. >>
Ovviamente, Riccardo Munda, forse per il suo impegno, “scomodo”
per il governo e per tanti suoi colleghi, non è stato premiato con
nessuna delle innumerevoli onorificenze assegnate agli “eroi del
Covid”.

I “morti per Covid “in Italia


Già nel marzo 2020, pur nello sgomento generale determinato da
una terroristica “informazione” (che arrivava a paragonare il Covid
alla peste del 1347) ci fu chi, esponendosi alla già diffusa ingiuria di
“negazionismo”, si domandò pubblicamente se l’elevato numero dei
“morti per Covid” non fosse determinato, oltre che dal virus Sars-
Cov-2, principalmente dalla scomparsa della medicina territoriale, da
una impennata delle infezioni ospedaliere (conseguente al collasso
delle strutture sanitarie) e dall’influenza che, come ogni anno,
colpiva anche l’Italia.
Oggi, il termine influenza è generalmente ritenuto sinonimo di una
banale infezione da affrontare con qualche giornata a letto. E chi osa
accomunarla al Covid rischia, come già detto, l’accusa di
“negazionismo”. Ma quante sono le persone che, ogni anno in Italia,
uccide questa “banale infezione”? Prima di rispondere è necessaria
una precisazione. Mediamente, in Italia muoiono ogni anno 650 mila
persone. Le cause della mortalità sono indicate dall’Istat che segnala
per “polmonite e influenza”: mediamente 9.000 morti all’anno.
Ovviamente, non tutte le polmoniti dipendono dall’influenza, anche
se generalmente le influenze a esito infausto sono caratterizzate
proprio da polmoniti. Ci soccorre a tal riguardo l’Istituto superiore di
Sanità che così afferma: «…Per questo motivo gli studi pubblicati
utilizzano differenti metodi statistici per la stima della mortalità per
influenza e per le sue complicanze. È grazie a queste metodologie
che si arriva ad attribuire mediamente 8000 decessi per influenza e
le sue complicanze ogni anno in Italia.»
Giustamente, l’Istituto superiore di Sanità parla di “influenza e sue
complicanze”, non già di sola influenza. Se, infatti, si volessero
conteggiare solo le morti in soggetti infettati dal virus dell’influenza
ma non stremati da patologie pregresse o dalle ingiurie della
vecchiaia, si avrebbero cifre molto più contenute. Questa della morte
“per” o della morte “con” una determinata infezione non è una
questione di lana caprina in quanto proprio la pretesa di presentare il
virus Sars-Cov-2 come anticamera dell’obitorio è stata una delle
cause che ha trasformato in una ecatombe l’emergenza Covid in
Italia.
Ora poniamoci una domanda: quanti sono i “morti per Covid” in
Italia? A leggere le cifre ufficiali sarebbero stati circa 35.000 nella
“prima ondata” (febbraio-aprile) mentre per la “seconda ondata”,
(cominciata a ottobre) sarebbero cinquantacinquemila e già si
annuncia una terza e poi una quarta “ondata”. Ma sono attendibili
queste cifre?
Già il 17 marzo 2020 l’Istituto superiore della sanità, annunciava
che dalla lettura di 355 cartelle cliniche di deceduti risultati positivi al
tampone e, quindi, sbrigativamente classificati come “morti per
Covid” si evidenziava che solo 12 decessi riguardavano persone che
non erano affette da gravi patologie pregresse (che avrebbero,
comunque, determinato in breve tempo il decesso) e/o persone
talmente avanti negli anni da rendere certa la loro imminente morte.
Una percentuale, quindi, del 3,4% che se proiettata sul numero
complessivo dei “morti per Covid” (2503) comunicato qualche giorno
prima, avrebbe permesso di identificare (3,4% di 2.503) in soli 85 di
questi i reali morti per Covid.
Veniva, quindi, chiesto di rettificare i terrificanti dati comunicati ogni
giorno in TV dal Dipartimento della Protezione civile. Così non fu
fatto limitandosi, per molti mesi la Protezione civile a far seguire al
numero dei “morti per Covid” la farisaica dicitura “in attesa di
conferma dell’Istituto superiore di sanità”. Oggi neanche questo
escamotage viene posto in essere e cifre come “90.000 morti per
Covid” vengono considerate una inoppugnabile verità.
La cosa più irritante è che alcuni “studi” che trovano spazio sui
media e che attestano 90.000 “morti per Covid” nel 2020 sono
costretti poi, quando analizzano le fasce di età dei deceduti, a
registrare un incremento della mortalità “per Covid” anche nella
classe 15-64 anni, nella quale la mortalità per Covid, attestabile
tramite autopsie, è irrilevante; “studi”, tra l’altro che non segnalano
mai il collasso della medicina territoriale e delle strutture sanitarie
che hanno trasformato in una condanna a morte patologie che fino
all’anno prima venivano affrontare con successo.

L’”enigma Lombardia”
Quasi i due terzi dei “morti per Covid” in Italia sono stati registrati in
Lombardia. Perché? Sono state fatte molte ipotesi: elevata
concentrazione nell’aria di polveri sottili, particolare strutturazione del
suo sistema sanitario, inquinamento dei terreni, intensi scambi
commerciali con la Cina, una campagna vaccinale contro la
meningite (che, nel dicembre 2019, si è svolta proprio nelle province
di Brescia e di Bergamo epicentro dell’epidemia), il non avere chiuso
in tempo le “zone rosse”…
Non è possibile qui esaminarle tutte; soffermiamoci, quindi,
sull’ipotesi più probabile: la particolare strutturazione del sistema
sanitario della Lombardia, considerato, fino a qualche tempo fa, il
migliore d’Italia.
Primato che, comunque, deve essere rapportato al peggioramento
del Servizio sanitario nazionale che, tra il 2010 e il 2019, ha perso 37
miliardi di euro e circa 50.000 unità, tra medici, infermieri; i posti letto
ogni centomila abitanti sono passati da 575 a 275; il numero degli
ospedali è diminuito del 14,6%. A questi tagli, soprattutto in
Lombardia, si è creduto opportuno rispondere concentrandosi sui
day hospital, smantellando la medicina territoriale (ormai famosa è la
frase pronunciata da un assessore lombardo alla Sanità che,
pubblicamente, si domandava a cosa mai potessero servire i medici
di famiglia considerato che oggi tutte le risposte si trovano su
internet) e, soprattutto, istituendo RSA: residenze sanitarie per
anziani, quasi tutte gestite da privati e finanziate con denaro
pubblico. E sono state proprio queste RSA (spesso dotate di ricchi
servizi di intrattenimento per renderle concorrenziali sul mercato ma
scarsamente dotate di un servizio di sorveglianza sanitaria) a
costituire l’epicentro dell’epidemia.
Paradossalmente, a provocare la tragedia della Lombardia è stato,
oltre alle errate direttive nazionali , il suo sistema sanitario, molto più
“efficiente” di quello di altre regioni italiane. E così, mentre nelle
regioni italiane (soprattutto quelle meridionali) i tamponi erano ben
pochi, in Lombardia (al primo posto nei test, seguita a lunga distanza
dal Veneto) erano numerosissimi intercettando una infinità di
“positivi” che non si sapeva dove sistemare soprattutto se il
contagiato era un anziano ospite di qualche RSA. Nasce da qui il
caos (aggravato dal considerare un contagiato da Sars-Cov-2 come
un appestato) che ha trasformato la Lombardia nel lazzaretto d’Italia.

Gli “esperti” e l’”informazione”


Tra i motivi che hanno peggiorato in Italia l’emergenza Covid, un
posto di primo piano spetta all’indeterminatezza su chi debba
decidere. Parliamo, intanto, degli “esperti”.
All’estero, per affrontare il Covid, quasi tutti i governi si sono
avvalsi di un solo direttore sanitario dell’emergenza il quale, dopo
essersi consultato con esperti da lui scelti, si assumeva la
responsabilità delle indicazioni che dava al Capo del governo, ai
ministri e ai direttori dei vari dicasteri. In Italia, invece,
l’identificazione di chi decide cosa fare è, a dir poco, confusa. Sulle
diatribe tra governo, ministri e governatori regioni accenneremo più
avanti; qui poche parole su comitati e consulenti che continuano a
gravare sull’emergenza Covid. Oltre al Comitato tecnico scientifico (i
cui membri, da 5, sono diventati 20) praticamente ogni ministro e
ogni governatore ha il proprio “consulente Covid” (termine con il
quale viene presentato in TV) o addirittura il proprio “comitato di
esperti”. Poi restano le macerie di ben 19 “Task force” che hanno
prodotto report pieni di ovvietà e di “auspici” su quello che qualche
altra struttura dovrebbe fare.
Ma contano qualcosa questi comitati? Una risposta può essere
data dal comportamento del Presidente del Consiglio dei ministri che
nonostante il parere del Comitato tecnico scientifico del 7 marzo, che
propendeva per la creazione di altre zone rosse, decise, in assoluta
autarchia, di imporre il lockdow nazionale. Ma, allora, a cosa
servono oggi questi comitati? Sorge il sospetto che siano serviti
finora a far ergere i governanti al ruolo di “super-partes” tra sempre
più screditati “esperti” e una popolazione che implora un ritorno alla
normalità. Si è trasformato così ogni allentamento del lockdown
indispensabile a far partire l’economia, in una benevola concessione
di governanti commossi per le condizioni dei propri sudditi. Ruolo
che, tra l’altro non ha comportato nessuna assunzione di
responsabilità visto il gran numero di “esperti” (anche quelli incaricati
di fornire consulenza al Governo, a ministeri, alle regioni.., ma
sempre in TV ad esprimere liberamente la loro personale opinione )
tra i quali si può sempre trovare qualcuno che, pur confusamente,
era una voce fuori dal coro.
Ad alimentare questo sospetto concorre l’insufficiente trasparenza
sulle motivazioni scientifiche che regolano la gestione
dell’emergenza in Italia. Solo nell’agosto 2020, grazie ad una
sentenza del Consiglio di Stato, è stato possibile conoscere,
parzialmente, i verbali del Comitato tecnico scientifico e,
parzialmente, gli studi che gli erano stati sottoposti. Fino ad allora –
così come documentato nel mio precedente libro; - alcuni di questi
studi (come il famigerato “Valutazione di politiche di riapertura”,
commissionato dal Comitato tecnico scientifico che paventava,
qualora il lockdown fosse stato meramente rimosso su tutto il
territorio nazionale, 150mila pazienti in terapia intensiva in estate)
che non furono resi pubblici “per non provocare il panico”, erano
stati, comunque, fatti trapelare sui media quasi fossero dei ballon
d’essai per testare le reazioni dell’opinione pubblica e delle forze
politiche. Indubbiamente, la sentenza del Consiglio di Stato
rappresenta un importante passo verso la trasparenza, ma restano
ancora oggi molte zone d’ombra. L’Associazione Italiana di
Epidemiologia, ad esempio, nell’ottobre 2020 ha chiesto che
vengano resi disponibili, in aggiunta ai dati sintetici diffusi dal
Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità, almeno
anche i dati elaborati a livello regionale, secondo uno schema
condiviso di indicatori che permettano di seguire le variazioni di
incidenza di Covid-19 per gruppi di età, per aree geografiche
dettagliate, per severità clinica. Dati che dovrebbero essere forniti
non aggregati (e, quindi, impossibili da elaborare) ma grezzi. In
aggiunta, venivano chiesti modalità condivise tra le diverse aree del
Paese per quanto riguarda il responso dei test e per i cosiddetti
“focolai di Covid” che dovrebbero essere identificati e circoscrivibili
rapportandoli a precisi indici di diffusione del contagio nella
popolazione generale. E questo “per evitare di distorcere in modo
drammatico il quadro epidemiologico e la capacità di controllo della
diffusione del contagio”.
Se l’informazione ufficiale sul Covid è spesso caratterizzata da dati
raccolti a casaccio (si vedano, ad esempio, le periodiche diatribe sul
“colore” da assegnare alle regioni) ancora peggiore è l’informazione
erogata dai media che, al di là della segnalazione di qualche
disservizio, si è limitata ad avallare la gestione governativa
dell’emergenza, a terrorizzare la gente e soprattutto a
colpevolizzarla per l’“irresponsabile comportamento”, fosse pure lo
stare disciplinatamente in fila per entrare in qualche negozio o centro
commerciale. Il tutto scandito da una feroce campagna contro
chiunque osasse criticare la gestione dell’emergenza Covid
inevitabilmente additato come “negazionista” e/o “No-vax” fosse pure
un virologo – come chi scrive – che aveva annunciato sui social la
sua intenzione di vaccinarsi.
Ma perché l’emergenza Covid è stata contrassegnata da una
terroristica informazione? Su questa questione mi sono soffermato a
lungo nel mio precedente libro, qui solo poche parole. Non è certo la
prima volta che i media enfatizzano una minaccia biologica. Basti
pensare ai tenebrosi scenari paventati dai media ai tempi della
psicosi della “Mucca pazza”, che dilagò in Europa nel 2005, o
all’allarme vaiolo negli USA nel 2012 che, tra l’altro, legittimò guerre
contro “stati canaglia” colpevoli di “bioterrorismo”. Perché queste
campagne terroristiche? È stato ipotizzato che dietro queste ci
sarebbero precisi interessi politici (soprattutto perché la paura del
contagio finisce per irreggimentare la popolazione) o economici
(sarebbe questo il caso della famigerata epidemia influenzale H1N1
del 2004 per la quale il nostro paese spese 184 milioni di euro in
inutili vaccini).
Preferisco, comunque, qui accennare ad un aspetto di questa
terroristica informazione spesso supportata da disinvolte
“interpretazioni” delle dichiarazioni di onesti ricercatori. Com’è noto,
in Italia i fondi pubblici per la ricerca scientifica vengono dati con il
contagocce e già questo può far nascere la tentazione in molti
impegnati nella ricerca biomedica di “approfittare” di un “allarme”
nella speranza che questo possa far arrivare un qualche
finanziamento. A ciò è da aggiungere la intrinseca difficoltà di
rispondere alla classica domanda che viene posta dal giornalista alla
ricerca di qualche autorevole supporto al suo articolo: “Ma allora lei
esclude una maligna trasformazione di questo virus?” E così
nascono titoli come: “L’esperto Tal dei Tali: niente panico ma
potrebbe essere una catastrofe.”
Critiche ancora più severe meriterebbe l’informazione scientifica
che, oltre all’opinione pubblica, orienta i guadagni di aziende
farmaceutiche e potentati economici. Basti pensare allo scandalo
della pubblicazione, il 22 maggio 2020, su The Lancet, una delle più
autorevoli riviste di Medicina, di uno studio (che, in teoria, avrebbe
dovuto essere valutato dal comitato di referee della rivista) di
Mandeep Mehra e altri che “dimostrava” l’inefficacia
dell’idrossiclorochina nel prevenire e curare il Covid. Subito dopo la
pubblicazione di quell’articolo, l’Oms (il 25 maggio) e la nostrana Aifa
(26 maggio) sospendevano l’uso dell’idrossiclorochina. La cosa
sarebbe finita lì se non ci fosse stato un appello firmato da centinaia
di medici che, dati alla mano, dimostravano invece, l’innegabile
efficacia dell’idrossiclorochina. Il clamore suscitato fece scoperchiare
uno scandalo di proporzioni mondiali: non solo i dati clinici che
supportavano lo “studio” di Mandeep Mehra erano falsi, ma
avrebbero potuto essere facilmente smascherati se solo il comitato
di referee di The Lancet si fosse degnato di controllarli. Venne fuori,
inoltre, che numerosi erano altri “studi scientifici”
sull’idrossiclorochichina pubblicati su riviste scientifiche più o meno
autorevoli che, come quello di Mandeep Mehra attestavano il falso.
Perché? È stato ipotizzato che ci fossero state pressioni da parte di
aziende impegnate a realizzare vaccini contro il Covid e che se si
fosse impiegata per debellarlo l’idrossiclorochichina (un farmaco, tra
l’altro, molto economico essendo scaduto da decenni il suo brevetto)
avrebbero visto svanire gran parte dei loro guadagni. Una accusa
certamente infamante ma non inverosimile considerato che negli
anni “60 il Talidomide, nonostante i suoi ormai evidenti effetti sui
nascituri (focomelia) continuava ad essere presentato positivamente
su non poche riviste scientifiche e, quindi, consigliato dai medici alle
gestanti.

Gli aspetti politici dell’emergenza Covid


Sbaglia chi pretende di spiegare la fallimentare gestione
dell’emergenza nel nostro Paese addebitandola principalmente ad
una spiccata faciloneria e incompetenza che caratterizzerebbe i
governanti italiani; anche perché la gestione dell’emergenza Covid in
Italia, come già detto, oggi non è molto diversa da quella che
caratterizza altri paesi.
Ma, a questo punto, è opportuno un inciso. Non sono, certo, un
analista politico né, tantomeno, un “complottista” ma, avendo avuto
un ruolo (essendo stato Primario nell’ospedale per malattie infettive
Cotugno) nella gestione dell’epidemia di colera a Napoli nel 1973 e
del “Male oscuro” nel 1978 e avendone analizzato davvero tante
epidemie in consulenze e ricerche svolte all’estero, ho maturato la
convinzione che anche l’epidemia Covid, in Italia e in altri paesi,
avrebbe potuto conoscere un ben diverso esito se non fossero
intervenuti pesanti condizionamenti politici.
Intanto va detto che, agli inizi dell’emergenza, la percezione del
pericolo costituito dal virus Sars-Cov-2 è stata pesantemente
enfatizzata dalla spettacolare imposizione di una quarantena per
cinquanta milioni di persone nello Wuhan-Hubei. Iniziativa dettata, a
parere di non pochi studiosi, da mere esigenze politiche e che non
spiega il, davvero inverosimile, bilancio in Cina dell’epidemia Covid,
oggi ufficialmente scomparsa dopo appena 4.634 decessi in un
paese affollato da 1,4 miliardi di persone. Comunque sia, quella
quarantena – ripresa dalle TV di tutto il mondo – certamente
trasmise la percezione che incombeva, non una delle tante epidemie
che, nell’indifferenza pressoché generale, colpiscono
periodicamente il nostro pianeta ma una catastrofe.
Nonostante ciò, le misure per fronteggiare la paventata epidemia di
Covid furono, all’inizio, in molti paesi, assolutamente condivisibili
consistendo, principalmente, nella protezione delle categorie a
rischio (anziani e immunodepressi). Ben presto, comunque questa
strategia è stata messa da parte per lasciar posto a lockdown più o
meno generalizzati. Perché questa escalation? Forse, perché si era
constatata l’inadeguatezza profilattica della iniziale strategia? O per
la regia di un tenebroso complotto mirante ad imporre una non
meglio specificata dittatura planetaria? Assolutamente no.
Già a marzo, era noto che il virus Sars-Cov-2 era molto contagioso
e pericoloso per i soli anziani. Ne conseguiva che l’infezione, già
dilagata, non avrebbe potuto essere fermata con cordoni sanitari o
lockdown ma doveva essere affrontata rallentando il contagio – ad
esempio con il rispetto delle misure di biosicurezza - e proteggendo,
prioritariamente, categorie a rischio come gli anziani.
Non certo con quello che si faceva in Italia. Eppure, come già
detto, la strategia del lockdown generalizzato, adottata dal governo
italiano il 9 marzo e dileggiata per settimane su tutti i giornali del
mondo è diventata la norma per molti paesi. Perché?
Verosimilmente, perché molti governi, constatando quello che
avveniva in Italia, si sono resi conto che l’allarme Covid era una
formidabile occasione per irregimentare la popolazione e sbaragliare
le opposizioni. È stata così riproposta, in molti paesi, la stessa
gestione dell’emergenza già imposta in Italia (basata sulla
sovrastima dei “morti per Covid” e sulla sottostima dei contagiati): il
lockdown. E se qualcuno osava protestare per l’illogicità di questa
misura veniva zittito con l’argomentazione che così si faceva in
molte altre nazioni.
Rischia di incamminarsi su questa strada anche la Svezia, da
tempo punto di riferimento per coloro che propongono una gestione
dell’emergenza diversa da quella italiana e, per questo, diventata
oggetto di una campagna stampa talmente diffamatoria da
costringere l’ambasciata svedese in Italia a diramare un comunicato
ufficiale di protesta. “Colpa” della Svezia, si direbbe essere stata, sin
dagli inizi dell’epidemia, il rifiuto dei lockdown e di altre inutili misure
vessatorie che ha garantito l’integrità del suo sistema sanitario ed
economico. Questa metodologia si direbbe essere stata messa da
parte a novembre-dicembre 2020 quando esponenti
dell’establishment svedese hanno cominciato dapprima a mettere in
dubbio la gestione dell’emergenza, fino ad allora unicamente diretta
dal valente epidemiologo Anders Tegnell. Il principale risultato di
questa campagna è stato la Pandemilag: la legge sulla pandemia
che, tra l’altro, prevede restrizioni per coloro che non si
vaccineranno.
Perché questo cambio di rotta? È stato ipotizzato che dietro possa
esserci stata la decisione dell’Ema di affidare al Läkemedelsverket
(l’autorità del farmaco svedese) un rilevante ruolo nella valutazione
di quali vaccini scegliere per l’Europa; decisione che avrebbe
rafforzato una lobby ostile ad alcuni vertici di Astrazeneca, che è una
società farmaceutica a prevalente capitale svedese. Una congettura,
certo, ma rafforzata dall’attuale linciaggio mediatico che sta subendo
il vaccino Astrazeneca (ideato da ricercatori dell’università di Oxford,
dei quali, conoscendoli personalmente, posso attestare oltre alla loro
elevata competenza scientifica, l’assoluta integrità morale)
presentato come un intruglio; ostracismo che ha già fatto,
sostanzialmente, escludere questo vaccino in Germania e nella
Repubblica del Sudafrica.
Una intromissione di lobbies politiche-economiche per orientare
valutazioni scientifiche? Del resto, è quello che è capitato in
Germania, altro paese partito con una encomiabile gestione
dell’emergenza - come abbiamo già accennato - e ora patria di ferrei
lockdown. Lì – come documentato da Die Welt, uno dei maggiori
quotidiani tedeschi che ha pubblicato uno scambio di e-mail
desecretate dopo mesi di contenzioso legale – il ministero
dell’Interno ha “spinto” ricercatori di prestigiose istituzioni scientifiche
ad utilizzare un modello di calcolo che faceva stimare in un milione
di morti le vittime di un mancato ferreo lockdown.
Va da sé che questa lettura, prettamente politica, della gestione
dell’emergenza Covid si presta a, certamente comprensibili,
obiezioni. Tra le più diffuse: “Ma è verosimile che i governanti,
tramite inutili lockdown, avrebbero, tra l’altro, imposto immensi
sacrifici ai loro connazionali solo per rafforzare il dominio?” Si
potrebbe sbrigativamente rispondere a questa obiezione ricordando
che, da sempre, i governi, per lo stesso motivo, non hanno avuto
remore a proclamare guerre. Ma sarebbe una riposta che
presupporrebbe una accurata regia dietro la gestione
dell’emergenza Covid. In realtà questa, più che da una ferrea
strategia, è stata dettata (come in tutte le crisi) dal caotico
sovrapporsi di molti interessi, non ultimo quello di conglomerati
finanziari (tra l’altro, proprietari di media capaci di condizionare
l’opinione pubblica) che, verosimilmente, hanno visto nella
emergenza Covid l’occasione per arricchirsi ulteriormente o,
addirittura, stravolgere aspetti importanti del vivere sociale per
consolidare il loro potere.
Come già detto, non essendo un “complottista” non credo che
questa emergenza Covid sia stata dettata da una sorta di “Spectre”
di bondiana memoria; ma credere che dietro ogni folle disposizione
di questa gestione dell’emergenza ci sia stata solo incompetenza mi
sembra una ingenuità.

La “Fase Due”
“Errare è umano, perseverare è diabolico” recita un noto proverbio.
Ma quando una errata gestione dell’emergenza Covid ha già
comportato, tra l’altro, migliaia di morti e innumerevoli persone
ridotte in miseria, perseverare, per coloro che hanno finora gestito
l’emergenza, è politicamente inevitabile considerando che se
ammettessero pubblicamente di avere sbagliato nella conduzione
dell’emergenza sarebbero travolti, prima ancora che dalle critiche,
da una folla inferocita. Nasce da qui l’esigenza di procrastinare sine
die una emergenza paventando, ad esempio, un futuro costellato da
sempre più catastrofiche epidemie (si veda, ad esempio, lo spazio
mediatico dedicato alle sempre più numerose “varianti” del virus
Sars-Cov-2).
Nasce da qui l’esigenza manifestatasi nel maggio 2020 di
enfatizzare l’arrivo per l’autunno, di una terribile “seconda ondata”
dell’epidemia Covid. A dare corpo a questa minaccia contribuì,
intanto, la trasformazione in un dogma del tasso di letalità del virus
Sars-Cov-2 e, quindi, del bilancio della “prima ondata” conclusasi a
fine aprile. Come già detto, a marzo le prime indagini dell’Istituto
superiore della sanità determinavano un netto pronunciamento del
direttore di questo Istituto contro l’enfatizzazione del numero ufficiale
dei “morti per Covid”; e i media, (ad esempio il quotidiano La
Stampa) non esitarono a pubblicare articoli intitolati: “Coronavirus,
l’Istituto Superiore di Sanità: <<Solo 12 le persone decedute senza
patologie pregresse>>.
A maggio, invece, quando lo stesso Istituto, insieme all’ISTAT
pubblicò un’altra indagine che dall’analisi di 3032 cartelle cliniche di
persone classificate come “decedute per Covid”, documentava che
solo 124 di esse non evidenziavano gravi patologie pregresse
(appena il 4,1% del totale dei “morti con coronavirus”) i titoli furono:
“Studio Istat-Iss: <<Covid-19 causa diretta di morte per l’89% di
positivi>>”; “Coronavirus, il rapporto Iss-Istat: <<È causa diretta di
morte nell’89% dei pazienti deceduti. Può rivelarsi fatale anche
senza concause>>”; “Indagine Iss-Istat: nove decessi su 10 per
Covid causati direttamente dal virus”… Ancora peggiori
conseguenze quelle determinate da una disposizione del ministero
della Salute che, come vedremo meglio in seguito, stravolse la già
dubbia affidabilità dei tamponi a metodica molecolare RT-PCR
attestando la “positività” e, quindi l’infezione da virus Sars-Cov-2
nell’organismo sulla presenza, non già di tre, ma di una sola catena
genetica.
Tutto era pronto, quindi, per potere attestare una nuova “ondata
epidemica Covid”. Ma per questa bisognava aspettare l’arrivo
dell’influenza che come ogni autunno si sarebbe abbattuta sul nostro
Paese. A tal proposito è da segnalare una davvero sconcertante
iniziativa che fu presa dal governatore della Regione Lazio
(riproposta dal Consiglio regionale della Lombardia): obbligare tutti
gli operatori sanitari (pena il loro verosimile licenziamento) e le
persone over 65 (pena il divieto di accedere a “luoghi di
aggregazione che non consentano di garantire il distanziamento
sociale”) a sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale e anti-
pneumococcica. E questo al fine dichiarato di “ridurre i fattori
confondenti per il Covid in presenza di sintomi analoghi”. Decisione
pienamente validata dal Comitato tecnico scientifico.
In realtà questa storia della vaccinazione antiinfluenzale che
avrebbe garantito di distinguere il virus Sars-Cov-2 da quello
influenzale era una assurdità considerando che già esistevano test
capaci di identificare contemporaneamente sia la presenza del virus
Sars-Cov-2 sia di quello influenzale (in Gran Bretagna, ad esempio,
il governo ne aveva già ordinato 5,8 milioni). Un’altra assurdità di
questa misura era che la vaccinazione antiinfluenzale, in molti casi,
non impedisce il verificarsi dell’influenza che, anzi, si manifesta con
una sintomatologia solitamente più grave della “normale” influenza.
Tra l’altro, la vaccinazione antiinfluenzale abbassa
momentaneamente le difese immunitarie rendendo così l’organismo
più vulnerabile ad altri virus. E con il Sars-Cov-2 in autunno ancora
in giro ci sarebbe stato il rischio che la vaccinazione antiinfluenzale
avrebbe potuto provocare, addirittura, un aumento dei casi di Covid.
Come è finita questa storia dell’obbligo della vaccinazione
antinfluenzale per scongiurare il Covid è noto: il 2 ottobre, il
Tribunale amministrativo regionale del Lazio annullava l’ordinanza
della Regione Lazio. Misura contro la quale né la Regione Lazio né, i
tanti esperti da talk show trovarono qualcosa da dire. Era venuto
fuori, infatti, che con le aziende farmaceutiche tutte intente a
realizzare il vaccino anti-Covid, le scorte di vaccino antiinfluenzale
erano così poche da rendere impensabile una vaccinazione
antiinfluenzale obbligatoria. Insomma, si era fatta di necessità virtù.
Più o meno come nel marzo 2020, quando, considerando che in
Italia le uniche mascherine disponibili erano solo quelle che si
potevano realizzare in casa, il governo italiano (seguito dal Comitato
tecnico scientifico) si guardò bene dal consigliare l’uso delle
mascherine.

Mascherine
Ma soffermiamoci su un elemento caratterizzante l’emergenza in
Italia, le onnipresenti mascherine. Servono davvero queste
mascherine? Intanto una precisazione. Virus come il Sars-Cov-2
vengono veicolati attraverso le cosiddette “goccioline di Flügge”,
studiate nel 1897 dal batteriologo tedesco Carl Flügge, ristudiate
(per venti anni!) dal batteriologo statunitense William F. Wells e oggi
da innumerevoli ricercatori. Da questi studi l’Organizzazione
mondiale della sanità calcola in un metro la distanza oltre la quale,
pur non portando la mascherina, risulta quasi impossibile essere
contagiati da un infettato da Covid-19, ovviamente, se questo non
starnutisce verso la vostra faccia o se si è in un ambiente chiuso
saturo di virus, come, ad esempio, un reparto ospedaliero Covid
(dove bisogna ricorrere a ben più efficaci Dispositivi di Protezione
Individuale).
Nonostante ciò, hanno trovato lustro sui media insensate ricerche
che attesterebbero la possibilità di infettarsi con il Sars-Cov-2 anche
in ambienti come i parchi o distanze di bio-sicurezza davvero
sbalorditive (addirittura, 30 metri) mentre le stesse ordinanze che
avrebbero dovuto regolare l’emergenza Covid-19 in Italia si
direbbero abbiano bellamente ignorato ogni considerazione
scientifica passando dall’OK alla presenza in classe, senza
mascherina, di studenti distanziati di un metro (Disposizione del
ministero dell’Istruzione dell’ottobre 2020, quando, cioè, era in vigore
l’obbligo di mascherine all’aperto in molte regioni) alla imposizione,
(Linee indirizzo della Conferenza Stato-regioni del maggio 2020) per
ombrelloni aperti in una spiaggia rovente per il sole d’estate, di una
distanza di ben quattro metri e mezzo. Per non parlare poi dell’OK ai
voli di linea con tutti i posti occupati (parere del Comitato tecnico
scientifico del 15 giugno 2020) come se la mascherina (che poi
viene necessariamente tolta quando arriva il carrello con le bibite o
con i pasti) possa evitare di essere infettati da uno che sta (per ore!)
a trenta centimetri di distanza.
Ma torniamo alla nostra domanda. L’uso di mascherine (fossero
anche quelle chirurgiche che non filtrano certo microgoccioline del
diametro di qualche micron), come già detto, viene, giustamente,
consigliato agli inizi di una epidemia in quanto, fermando una parte
delle goccioline, possono rallentare l’avanzata del contagio ed
evitare così il contemporaneo riversarsi nelle strutture ospedaliere di
molti contagiati (il cosiddetto “picco epidemico”). Come già detto,
non è stato così in Italia dove, agli inizi dell’epidemia - considerata
l’assenza di mascherine “certificate con marchio CEE” (che non è
chiaro cosa garantiscano più un foulard o di una sciarpa sulla faccia)
- l’uso di mascherine non veniva né imposto né consigliato; anzi,
venivano dileggiati in TV coloro che osavano fabbricarsele in casa.
Arrivate, finalmente le “mascherine certificate”, in Italia – quando già
il contagio interessava, come già detto, decine di milioni di persone -
queste sono state imposte dovunque diventando, secondo molti
critici dell’emergenza Covid, mera certificazione di un asservimento
generale alle direttive del Governo. Mascherine oggi, considerando
che il virus è ormai endemico nella popolazione, assolutamente
inutili come profilassi e quindi da sconsigliare in quanto dannose, per
la carica di anidride carbonica e di microorganismi che riescono a
concentrare.
Si, ma cosa fare davanti ai tanti ipocondriaci che la gestione
dell’emergenza Covid, supportata da una terroristica informazione, è
riuscita a creare e che, continuando a rimanere sbarrati dietro la loro
mascherina, si sono ridotti a vedere come un “untore” qualsiasi
persona ad essi vicina? Quasi nulla, finora è stato fatto finora fatto
per sradicare la, purtroppo diffusa, convinzione che essere infettati
dal Sars-Cov-2 porti inevitabilmente al Covid e, quindi alla morte.
Sarebbe opportuno, quindi – anche considerando che l’ipocondria, in
alcune sue forme, può portare ad un abbassamento delle difese
immunitarie – strutturare una campagna educativa e di assistenza
psicologica che presenti correttamente la questione Covid e che
possa supportare la, speriamo prossima, fine dell’uso della
mascherina. Se questo non viene fatto, potrebbero nascere seri
problemi di convivenza e/o condannare tante persone a continuare a
restare confinate in casa per il terrore del virus.
Ma ritorniamo alla ricostruzione dell’emergenza Covid in Italia.

Caccia all’untore
Il 17 maggio 2020 la promulgazione della Fase Due, con la
riapertura di alcune attività economiche e la fine del lockdown,
susseguente alla drastica riduzione del numero di “morti per Covid”,
nelle speranze di molti avrebbe dovuto segnare un progressivo
ritorno alla normalità. Sarebbe stato opportuno, quindi, approfittare
della fine del caos, che fino a quel momento aveva avvinto le
strutture sanitarie, per effettuare una capillare indagine sierologica
nazionale per valutare quante persone nel nostro Paese avessero
sviluppato gli anticorpi al nuovo coronavirus, anche in assenza di
sintomi.
In teoria, questa, indagine sarebbe ufficialmente partita il 25
maggio ma ben presto si rivelava un fallimento venendo disertata
dalle persone invitate telefonicamente a parteciparvi. Perché?
Perché secondo le direttive del Ministero della salute e del Comitato
tecnico scientifico, la presenza di anticorpi al virus Sars-Cov-2
attestava non già una guarigione ma un mero stato di positività che
richiedeva la messa in quarantena del soggetto. Quarantena di
almeno quindici giorni e che avrebbe avuto fine solo davanti ad uno
stato di “negatività” attestato da un tampone che sarebbe arrivato
non si sa quando.
Su questa fallimentare indagine ci soffermeremo più avanti; qui
limitiamoci ad osservare che l’impossibilità di valutare quante
fossero le persone già colpite e “guarite” dal virus fu surrogata dalla
presunta conta dei “positivi”, affidata ad inaffidabili tamponi, gestita
dalle Regioni. In Campania, come già detto, i tamponi disseminati
durante la Fase Uno erano stati pochissimi alimentando la credenza
di una Campania miracolosamente risparmiata dall’epidemia. Da
maggio in poi, furono, invece, numerosissimi i tamponi disseminati
che fecero credere che dietro ogni “negativo” ci fosse non già un
“guarito”, e cioè una persona che aveva neutralizzato il virus senza
manifestare alcun sintomo, (come è nel 90-95% dei casi) bensì una
persona che il governatore aveva “salvato” da un contagio che
aveva colpito il resto d’Italia. Non a caso, è cominciata proprio in
Campania la caccia ai “focolai di Covid” (come quelli di Mondragone,
Portici, Valle dell’Irno, Atripalda…) nei quali l’imposizione di una
ferrea quarantena fu salutata entusiasticamente dalla popolazione
campana che rieleggerà plebiscitariamente il suo Governatore.
Questa storia dei “focolai di Covid” da circoscrivere caratterizzerà
tutta l’estate trovando il culmine in un villaggio turistico sull’isola di
Santo Stefano, in Sardegna, dove ben 470 turisti trovati “positivi” al
tampone furono messi in quarantena.
Ma come era possibile che i tamponi dessero un risultato
“negativo” o “positivo” a seconda delle, verosimili, esigenze di chi li
faceva disseminare?
Il monitoraggio del contagio e l’affidabilità dei
tamponi
Come già detto, in Italia, l’emergenza Covid è stata affrontata, sin
dall’inizio, all’insegna della più assoluta improvvisazione, con
inconcludenti dirette TV, inni patriottici cantati dai balconi, convogli di
bare salutate sull’attenti dai militari, malati abbandonati al loro
destino, terrorismo mediatico… senza che nessuno sapesse cosa
fare. A determinare questo caos, la scomparsa del Centro
epidemiologico nazionale e del Piano di emergenza.
Il Piano pandemico (Piano nazionale di preparazione e risposta a
una pandemia influenzale) del 2006 prevedeva, in caso di grave
epidemia, l’immediata attivazione di una rete nazionale di
monitoraggio del contagio basata su precisi standard tecnici e su
precise procedure. Come oggi è noto, questo Piano sarebbe stato,
fraudolentemente, “sbianchettato” per farlo apparire aggiornato al
2016; accusa che, giustamente, ha indignato l’opinione pubblica.
Peccato che quasi nessuno si sia indignato perché, pur essendo
prevista dal Piano del 2006, nessuna rete di monitoraggio, degna di
questo nome, sia stata attivata tuttora, ad un anno dall’inizio
dell’epidemia.
Di certo non lo è stata l’Indagine Sierologica Nazionale che, nel
maggio 2020, invece di strutturare un campione rappresentativo
della popolazione nel quale effettuare periodiche analisi, è partita
con la pretesa di raggiungere 150.000 persone, scelte non si sa con
quale criterio, che sarebbero state sottoposte ad una sola analisi
sierologica. Persone poi, ridottesi – per i motivi prima esposti - a
60.000. Nonostante ciò si è preteso di dare un valore epidemiologico
a questa Indagine che, evidentemente, non considerando che gli
anticorpi al Sars-Cov-2 scompaiono dopo qualche settimana o mese
si è conclusa dichiarando che “solo il 2,5% degli italiani è entrato in
contatto con il virus”. Certamente, ben altre percentuali ci sarebbero
state se il Servizio sanitario nazionale si fosse degnato, ad esempio,
di chiedere ai laboratori diagnostici privati (ai quali, si sono rivolti a
pagamento milioni di Italiani) il numero di persone trovate con
anticorpi.
Come già detto, per stabilire il da farsi, in caso di emergenza
epidemica, dovrebbe essere attivata una efficiente rete di
monitoraggio che monitora stabili campioni di popolazione
sottoposta a periodici ed attendibili test diagnostici. Nulla di tutto
questo è stato fatto in Italia dove la dissennata disseminazione di
tamponi (fino a 250.000 al giorno, in Italia) nei soggetti più svariati
(operatori sanitari, gente arrivata in aeroporto, ipocondriaci che si
sottopongono a tampone anche una volta a settimana…) è servita
solo ad autorizzare i governatori regionali a scovare terrorizzanti
“focolai di Covid”.
Per rilevare l’infezione da SARS-CoV-2 sono al momento
disponibili diversi tipi di test, ad esempio i test rapidi antigenici
(ricercano le proteine superficiali del virus dette antigeni e non il
genoma virale, come accade invece con il test molecolare) o i test
sierologici (permettono di scoprire se il soggetto è entrato in contatto
con il virus e il suo sistema immunitario ha pertanto prodotto
anticorpi di risposta). Quasi nulla viene fatto, invece, (anche per il
suo elevato costo e per le tempistiche delle analisi richieste) per
cercare la ben più duratura immunità mediata dalle cellule T che –
come attestato da una ricerca condotta dal Karolinska Institutet –
.può aversi anche a fronte dell’assenza di anticorpi specifici
Il test, comunque, oggi considerato più “importante” è il test
molecolare eseguito su un campione delle vie respiratorie dove il
cosiddetto tampone naso/oro-faringeo preleva del muco poi
esaminato in laboratorio dove si procede all’estrazione, alla
purificazione e alla ricerca dell’RNA virale (il genoma del virus
SARS-CoV-2) attraverso la metodica molecolare di real-time RT-
PCR (Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction).
Il codice genetico del virus SARS-Cov-2 risulta essere uno dei più
lunghi tra quelli a RNA. Fino ad aprile, i geni che venivano ricercati
per identificarlo erano 3: il gene E (Envelope), il gene N (proteina
nucleocapside) ed il gene RdRp (RNA polimerasi virale). Si badi
bene che il gene E del SARS-Cov 2 è identico al 100% a quello del
SARS-Cov-1 (e probabilmente a quello di molti altri coronavirus); il
gene N ha una sola variazione (di appena 1/64esimo, ovvero di
appena l’1.5%,); il gene RdRP ha 5 variazioni su 64. Con questa
situazione e l’elevata possibilità di identificare SARS-Cov2 con un
virus diverso, già agli albori dell’epidemia, erano non pochi gli studi
che mettevano in discussione l’affidabilità di questi tamponi.
Il 3 aprile 2020, colpo di scena. Il ministero della Salute con una
confusa Circolare, in nome dell’esigenza di accelerare i tempi della
diagnosi (“…assicurare un uso ottimale delle risorse e alleviare la
pressione sui laboratori designati dalle Regioni/Province autonome”)
dà il via alla possibilità di valutare la presenza del SARS-Cov2 sulla
base di un solo tampone e la presenza di uno solo dei tre suddetti
geni. Da quel momento in poi precipita la già traballante affidabilità
dei tamponi tanto da far dire al professor Giorgio Palù, già
presidente della Società italiana ed europea di Virologia ed
attualmente a capo dell’AIFA “se si usa un kit di tamponi che
amplifica un solo gene come si fa oggi per velocizzare, si amplifica la
sensibilità con il rischio di falsi positivi”
L’altro aspetto che abbatte ulteriormente l’affidabilità dei tamponi è
l’assoluta arbitrarietà nel numero dei cicli di amplificazione al quale
sono sottoposti i tamponi. Il campione prelevato con il tampone
viene analizzato con il metodo RT-PCR (Reverse Transcription –
Polymerase Chain Reaction o trascrittasi inversa). Con questo
metodo i singoli filamenti di RNA vengono trasformati in DNA
complementari (cDNA), i quali, con il metodo della Real-Time PCR,
vengono amplificati mediante un certo numero di cicli.
L’amplificazione ha una crescita esponenziale e più si aumenta il
numero di cicli, meno affidabile è l’esito. Secondo il Premio Nobel
Kary Mullis, (l’inventore della tecnica di biologia molecolare PCR -
Polymerase Chain Reaction che sovrintende a questi tamponi), ad
esempio, per evitare di attestare falsi positivi il numero di cicli termici
non dovrebbe essere superiore a 20-25 ma questo limite oggi, quasi
mai viene rispettato.
E, in assenza di precise disposizioni, ognuno si regola come gli
pare. Ad esempio Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese,
secondo un comunicato ufficiale del suo ministero dell’11 dicembre
“non è mai stata positiva al coronavirus. Il test molecolare per SARS-
CoV-2 eseguito lunedì scorso, relativo ad un normale controllo
periodico, comunicato come positivo, si è rivelato errato”; di riflesso
un pensionato, trovato “positivo” al tampone, il 28 dicembre 2020, si
è sparato alla testa. Può apparire incredibile, ma proprio su tamponi
così inaffidabili si sono basati lockdown, zone rosse, chiusure di
scuole e tutte le privazioni e sacrifici connessi.
Già nel giugno 2020 l’OMS aveva dato un primo colpo
all’attendibilità di questi indicando che per dichiarare guarita una
persona non erano necessari (come avveniva in Italia) due tamponi
di seguito negativi ma bastavano tre giorni senza sintomi per liberare
i pazienti dall’isolamento indipendentemente dalla severità
dell’infezione. Una indicazione questa decisa in base alle evidenze
che dimostravano che il virus attivo, in grado di replicarsi e di
infettare, non risultava presente, se non eccezionalmente, nei
campioni respiratori del paziente dopo nove giorni dall’insorgenza
dei sintomi, e in particolare nei casi di infezione lieve,
contestualmente alla formazione di anticorpi neutralizzanti. Appariva
quindi sicuro liberare il paziente dall’isolamento sulla base di criteri
clinici, piuttosto che sulla ripetizione dell’esame del tampone, che
poteva continuare a rilevare tracce non vitali di RNA per molte
settimane.
Ovviamente, il governo italiano (e, quindi il Comitato tecnico
scientifico) ad ottobre tradusse questa indicazione limitando a uno
solo il tampone negativo necessario per porre fine alla quarantena.
Nel dicembre 2020, nuovo pronunciamento sui tamponi dell’OMS
che, finalmente, denunciò come l’elevato numero dei cicli di
amplificazione finisse per attestare la presenza di un virus
inesistente. Meglio tardi che mai? Certo, ma c’è chi ha fatto notare
che appare davvero sospetta questa indicazione emanata a ridosso
dell’inizio della campagna vaccinale; quasi servisse a ridurre
drasticamente il numero dei positivi al virus per poi far ricadere il
merito al vaccino.
Surreale è poi il destino delle persone sottoposte a tampone. Fino
a qualche tempo fa, la persona, pur asintomatica, trovata positiva a
tampone doveva sottoporsi, intanto, ad un confino domiciliare di
quindici giorni; dopo di che doveva essere sottoposta a ben due
tamponi: entrambi dovevano risultare negativi per porre fine alla
quarantena. Ma questo poneva il problema dei familiari del “positivo”
che rischiavano di contrarre anch’essi l’infezione. La prima
“soluzione” fu ricoverare gli asintomatici positivi in ospedali (con le
conseguenze che è facile immaginare) poi si è passati ad alberghi
riadattati a “Covid Center”. Ma, considerato che uno stato di
positività in un asintomatico può durare anche mesi, che non c’è
certezza alcuna che questo non possa trasmettere l’infezione e,
soprattutto, che il dove mettere gli asintomatici stava diventando un
problema mondiale, l’OMS diede vita ad una delle tante
contraddittorie direttive che hanno costellato l’emergenza Covid.
Come già detto, il 9 giugno 2020, Maria Van Kerkhove, capo del
team tecnico anti-Covid dell’OMS dichiarava in conferenza stampa
che era estremamente improbabile che gli asintomatici positivi
potessero trasmettere il virus Sars-Cov-2; il 10 giugno L’OMS
“rettificava” le dichiarazioni della Van Kerkhove dichiarando che era
stata fraintesa; il 21 giugno, terzo colpo di scena: l’OMS dichiara che
non servono più due tamponi negativi a distanza di 24 ore ma
appena tre giorni senza che si manifestino sintomi per far cessare la
quarantena.
In Italia questa decisione spinse il governo a chiedere il da farsi al
Comitato tecnico scientifico il quale sentenziò che, per far cessare la
quarantena bastava, un solo tampone negativo dopo quindici giorni
(passati poi a dieci). Ma visto che questo tampone non arrivava mai,
essendo i sanitari delle Regioni intenti a scovare altri positivi, oggi la
sorte dei positivi - considerando anche la confusa circolare emanata
dal ministero della Salute del 12 ottobre 2020 e quelle per i
dipendenti infetti da Sars-Cov-2 enanate dall’Inail – è affidata ad
arbitrare deroghe e “interpretazione delle norme” che cambiano a
seconda della regione. Ultima delle quali l’11 febbraio 2021 in
Lombardia, dove per tutto il territorio regionale (ad eccezione della
provincia di Pavia), in nome dell’esigenza di combattere le “varianti”
del Sars-Cov-2 viene decretato che non bastano più 21 giorni di
asintomaticità per confermare la guarigione dall’infezione, ma servirà
anche il tampone negativo.
C’è ancora chi si illude che il problema degli asintomatici possa
essere risolto identificando una “carica virale” (per meglio dire
Titolazione virale e cioè il conteggio, fatto in laboratorio, del numero
di particelle virali di un dato virus in esame presenti in un campione
biologico) superata la quale il soggetto deve essere posto in
isolamento per evitare di contagiare gli altri. Una soluzione
improponibile sia perché molti asintomatici hanno la stessa carica
virale di chi ha sintomi lievi (o, addirittura, un Covid da richiedere
terapie di urgenza) sia perché nello stesso soggetto asintomatico
differenti misurazioni della carica virale, a distanza di pochi giorni,
evidenziano, in alcuni casi, dati molti diversi. D’altra parte la
percentuale di asintomatici infettati da Sars-Cov-2 (come già detto
del 90-95%) che, non essendo anziani o immunodepressi,
verosimilmente non si ammaleranno di Covid impone di rivedere la
strategia sulla quale si basa l’attuale gestione dell’emergenza.
A partire dal dogma del lockdown.

Lockdown e Scuola
Ma davvero servono i lockdown per fermare il Covid? Si direbbe di
no, considerando, ad esempio, che i paesi in America latina e in
Europa che hanno attuato ferrei lockdown continuano a registrare la
più alta percentuale di “morti per Covid”. Ci sono, inoltre, sono molti
studi epidemiologici, abbastanza complessi, che attestano l’inutilità
di questa “soluzione” (li trovate nella linkografia); qui cerchiamo di
esporre la questione in poche parole.
Abbandonata da secoli, la soluzione del lockdown per affrontare le
epidemie ha ritrovato una improvvisa popolarità quando le autorità
cinesi, dopo aver annunciato il 1 gennaio il dilagare dell’epidemia,
decisero, il 23 febbraio 2020, di chiudere a casa, fino all’8 aprile, 50
milioni di persone nel distretto di Whuan-Hubei imponendo, nel
contempo, blande misure profilattiche nel resto della Cina. Secondo i
media, e quindi l’opinione pubblica, queste misure si sarebbero
tradotte in un successo “attestato” dagli appena 4.636 “morti per
Covid” (in un paese popolato da 1,4 miliardi di persone e costellato
da gigantesche metropoli) e dalla fine dell’emergenza Covid
(festeggiata a Capodanno da oceaniche folle in piazza proprio a
Whuan). È verosimile questa lettura dell’emergenza Covid in Cina?
A mio parere, no, come ho documentato nel mio precedente libro sul
Covid.
Fatto sta che il “modello cinese” - scimmiottato il 9 marzo dal
governo italiano e, poi, da tanti altri governi - ha finito per imporsi nel
mondo. Ma con una motivazione, oggi, diversa da quella cinese: i
continui lockdown dovrebbero servire, infatti, non già ad isolare
un’area “infetta” dal resto del paese (considerato immune dal
contagio), bensì a rallentare la velocità del contagio (facendo
scendere l’ormai famoso “Indice RT” sotto il valore 1). Un sistema
che, forse, avrebbe potuto funzionare per fronteggiare alcuni virus i
quali, una volta prodotta l’infezione si estinguono, stimolando una
immunità definitiva; non certo per il Sars-Cov-2 che, come già detto,
al pari degli altri quattro coronavirus da decenni presenti stabilmente
nella specie umana (229E, NL63, OC43, HKU1) è già endemico.
Un lampante esempio del fallimento in Italia della strategia del
lockdown - e, più in generale della “caccia al contagiato - è dato
dalla perdurante chiusura delle scuole, nonostante i quattro miliardi
di euro stanziati per renderle “sicure”.
Com’è noto mentre in molti paesi europei le scuole sono restate
ininterrottamente aperte, in Italia dal marzo 2020, sono state
sostanzialmente chiuse. Perché questa situazione? È stato detto che
ciò dipenderebbe dalla particolarità della scuola in Italia
caratterizzata da un alto numero di studenti per classe e dalla
ristrettezza delle aule che impedirebbe il rispetto della distanza di
biosicurezza. Ma questo è vero solo per particolari territori e
situazioni, non certo per la totalità del paese. Ma per capire come si
è arrivati ad una chiusura delle scuole, che tra l’altro, ha già fatto
registrare numerosi danni psichici a bambini e adolescenti, che non
possono certo essere leniti con una “didattica a distanza”, è
opportuno soffermarsi su una questione.
I bambini e gli adolescenti sono certamente suscettibili di
“infettarsi” con il virus Sars-Cov-2. che possono anche trasmettere.
Ma i bambini e gli adolescenti cosa rischiano per questa “infezione”?
La mortalità per Covid, se resta statisticamente trascurabile per
fasce di popolazione under-80, risulta praticamente nulla per
bambini e adolescenti. L’Istituto superiore della Sanità, ad esempio,
segnalava nel luglio 2020 cinque casi, complessivi, di morte in
bambini risultati positivi al virus, specificando, comunque che erano
già affetti da patologie talmente gravi da rendere davvero arduo la
loro classificazione in “morte per Covid”, Di riflesso, nello stesso
periodo, ricercatori dell’Istituto Gaslini di Genova pubblicavano uno
studio che attestava come fosse irrilevante il rischio di morte per
Covid persino in bambini resi immunodepressi a seguito di trapianto
risultati positivi al tampone. Una tale situazione avrebbe dovuto
permettere alle scuole italiane di operare normalmente, al pari di
quello che succedeva in altri paesi europei. Così non è stato.
Il Comitato tecnico scientifico, alla fine di agosto, sorprendendo i
più, decretava il rientro in classe senza mascherina in classe se
veniva rispettata la distanza di un metro. Una direttiva clamorosa
considerando l’obbligo di mascherina in ambienti chiusi, allora come
oggi vigente dovunque. Intanto i giornali cominciavano ad essere
pieni di “notizie” di bambini “colpiti dal Covid” (una per tutte quella
pubblicata il 16 agosto dal Corriere della Sera, con il titolo: “Covid:
bimba di cinque anni intubata a Padova. Grave sindrome a sangue e
reni”; articolo che poi, nel testo, illustrava un quadro clinico che col
Covid non c’entrava assolutamente nulla), ma tanto bastò per fare
insorgere i governatori regionali, - supportati da genitori di ragazzi
resi isterici e ipocondriaci dai media - per estendere i loro poteri sulla
Sanità (così come da successiva sentenza del Consiglio di stato del
10 novembre 2020) anche al funzionamento delle scuole fino ad
allora di esclusiva competenza ministeriale. Con questa situazione
l’apertura delle scuole italiane per il 14 settembre 2020,
solennemente annunciata dal Governo, fu immediatamente seguita
da chiusure decretate dai governatori regionali. Situazione identica
per l’altra “data ufficiale” di riapertura, l’11 gennaio 2021, seguita dal
NO di ben14 governatori regionali, portati a ciò, verosimilmente,
anche da 166 mila firme, raccolte in pochi giorni, da una petizione
che chiedeva di non far riaprire le scuole fin quando non fosse
ristabilita la necessaria “Serenità e sicurezza” attestata da “test
periodici rapidi e gratuiti per il personale scolastico, studenti e
familiari”. Test che, certamente, confermerebbero anche nella Scuola
la presenza di qualche “positivo al virus” e, quindi la messa in
quarantena di tutta la classe o di tutto il plesso scolastico.
Nasce da qui, dal dogma per cui l’emergenza Covid si debba
affrontare – non concentrando le attenzioni sulle categorie a rischio
e facendo ripartire la medicina territoriale – bensì “fermando il
contagio”, isolando l’”infetto”, l’impossibilità di far ripartire la Scuola
in Italia. Una strategia fallimentare considerando che il virus Sars-
Cov-2, da mesi, è ormai endemico nella popolazione e che non lo si
schioda da questa chiudendo le scuole.

La “seconda ondata”
Da maggio in poi il numero giornaliero di “morti per Covid”,
attestato da pur fallaci tamponi si era ridotto a poche unità; c’era,
quindi, bisogno di più tamponi per “tenere alta la guardia”. Tamponi
che, considerando solo quelli utilizzati dal Servizio sanitario,
arrivarono ad essere circa 250.000 al giorno. Il risultato di questo
“screening”? Centinaia di migliaia di asintomatici (e cioè persone che
in altre circostanze si sarebbero dette “sane”) scovate come
“positive” alle quali, ovviamente, bisognava provvedere. Un
governatore regionale, ad esempio, chiese alla Protezione civile
“medici per seguire gli asintomatici destinati all’isolamento
domiciliare”, non avendoli ottenuti, dapprima, fece inviare gli
asintomatici negli ospedali (congestionandoli) poi stipulò –
ovviamente, con procedure d’urgenza - convenzioni con alberghi
trasformandoli in “Covid Hospital” dove bisognava che due tamponi
successivamente certificassero il termine alla quarantena, (che, in
non pochi casi, durava mesi.
Ovviamente, questo impegno (anche finanziario: i soli tamponi,
acquistati per scovare gli “asintomatici” costano circa 10 milioni di
euro al giorno) del Servizio sanitario determinò il peggioramento (in
molti casi la sospensione) dell’assistenza ospedaliera ai malati per
pur gravi patologie. Già da marzo, come segnalato dall’Istituto
Nazionale Tumori, la paura del contagio e il caos nei servizi sanitari
aveva allontanato dagli ospedali circa il 20% di pazienti oncologici
che avrebbero dovuto essere sottoposti a urgenti trattamenti;
analoga situazione per gli scompensi cardiaci che vedevano una
riduzione del 50% dei ricoveri. A tal riguardo è da segnalare che le
malattie cardiovascolari (37% di tutti i decessi: ogni anno 220.000
morti) rappresentano la prima causa di morte, seguite dalle
neoplasie (29%: 179.000 morti). Numeri che si riflettono anche nei
“decessi per Covid”: il 17% in pazienti oncologici, il 70% tra gli
ipertesi, il 27% tra i sofferenti di cardiopatia ischemica, il 22% di
fibrillazione atriale, il 16% di scompenso cardiaco, l’11% colpiti da
ictus. Va da sé che con questa situazione e con un virus presente
nella stragrande maggioranza della popolazione (e che poteva,
comunque, sempre essere “identificato” utilizzando le nuove
procedure per i tamponi, indicate nella circolare del Ministero della
salute del 3 aprile 2020) la “seconda ondata” ha registrato un
bilancio di “morti per Covid” peggiore di quello registrato a marzo-
aprile. Anche per il sopraggiungere dei morti per influenza
(curiosamente, scomparsi nelle statistiche mediche di molte nazioni)
presentati come vittime del Covid.
Come già detto, ogni comparazione tra Covid e influenza fa,
generalmente, scattare l’accusa di “negazionismo”; questo
sostanzialmente perché l’influenza l’abbiamo avuta, più o meno tutti,
senza che questo suscitasse un particolare allarme. In realtà la
comparazione tra influenza e Covid veniva già fatta da Anthony
Fauci, blasonato esponente del mondo scientifico: <<Ciò suggerisce
che le conseguenze cliniche complessive del Covid-19 potrebbero in
definitiva essere più simili a quelle di una grave influenza stagionale
(che ha un tasso di letalità di circa lo 0,1%)>> Certo, questa
dichiarazione risale al 28 febbraio 2020 ma lo stesso concetto lo
troviamo espresso, sul Bollettino dell’OMS del 14 ottobre 2020 da
John Ioannidis, professore di Epidemiologia e Salute della
popolazione all’università di Stanford, uno dei massimi esperti
mondiali di analisi dei dati in medicina.
Comunemente si usa il termine “influenza” per indicare una serie di
sintomatologie simil-influenzali che possono essere provocate da
una moltitudine di microrganismi che solo nel dieci per cento dei casi
sono “virus influenzali”. In Italia, come in altri paesi, l’andamento
della mortalità per influenza non è per nulla regolare, segue picchi
periodici – mai chiariti peraltro – a distanza di circa 2-4 anni. Ad
esempio nell’inverno del 2015, da gennaio a marzo, si verificarono
217.000 morti premature in Europa tra gli ultra65enni e soltanto
9.000 distribuite nelle altre fasce di età, solo parzialmente attribuite
all’influenza. In quel periodo in Italia i morti correlati all’influenza
sarebbero stati circa 40.000. In più va detto che, in Italia, l’influenza
ha determinato, in quasi tutti i recenti inverni, un sovraffollamento dei
reparti ospedalieri, soprattutto quelli di terapia intensiva
(incrementando così il rischio di infezioni ospedaliere che come già
detto, si portano via, “normalmente”, ogni anno diecimila persone)
che si verifica, generalmente, nei primi mesi dell’anno. Perché,
invece, il picco di morti e ricoveri ospedalieri nel novembre-dicembre
2020? Verosimilmente per la scomparsa della medicina territoriale
(per intenderci, il medico che andava a visitare e curare a domicilio il
paziente, solitamente anziano, con la polmonite) che negli anni
precedenti aveva permesso di arginare o procrastinare i ricoveri
ospedalieri e le morti per influenza.
Comunque sia la “seconda ondata” ha riproposto l’identico
controproducente allarmismo della prima che, unito alla rabbia di chi
non più voleva subire un altro lockdown, facendo dimenticare che,
ora, contro il Covid esistono efficaci cure, ha spianato la strada al
messianico arrivo del “vaccino”.

L’attesa messianica del vaccino


Se l’emergenza Covid si è trasformata in una tragedia (sia dal
punto di vista sanitario, sia da quello economico) è perché è stata
vista come un breve periodo da affrontare stringendo i denti in attesa
del salvifico vaccino. In realtà nulla autorizzava a sperare che questo
periodo dovesse essere breve; basti considerare che il tempo medio
per la realizzazione di un vaccino si aggirava intorno ai 10 anni.
Forse l’OMS avrebbe potuto ridurre un po’ questo periodo se solo
avesse imposto alle aziende farmaceutiche di coalizzarsi per la
realizzazione di un unico vaccino. Così non è stato e almeno 71
aziende farmaceutiche, pregustando il colossale business, si sono
lanciate nella realizzazione del proprio vaccino.
Sulla specificità di alcuni di questi vaccini ci si soffermerà nella
seconda parte, qui alcune considerazioni su una campagna
vaccinale che dovendo proteggere da un virus letale per gli anziani
(come già detto, l’età media dei morti per Covid è di 80 anni)
avrebbe dovuto vedere questi, - forse, gli unici - destinatari delle
vaccinazioni. E io stesso - ahimè, rientrando in questa categoria -
dichiaravo in un video su Internet che, valutando i rischi correlati alla
mia età, mi sarei vaccinato contro il Covid. Le stesse considerazioni
della Pfizer/BionTech (produttrice del Comirnaty, il primo vaccino
inoculato in Italia) si direbbe suggerissero gli anziani quali principali
beneficiari del vaccino considerando che – essendo stato brevissimo
il periodo di sperimentazione – evidenziavano che nulla poteva
escludere danni genetici per i futuri figli dei vaccinati. Suggerimento,
ovviamente, ignorato dal governo italiano che il 27 dicembre 2020 -
verosimilmente per necessità meramente coreografiche – ha aperto
la campagna vaccinale inoculando il Comirnaty ad una donna di 29
anni.
Intanto, mentre in Italia la campagna vaccinale affidata al vaccino
Pfizer/BionTech e gestita dalle Regioni si svolgeva all’insegna della
più assoluta casualità - ad esempio, senza nessuna analisi
sierologica che avrebbe potuto attestare una già presente immunità
al virus ed estendendosi a ben 400.000 “furbetti” che non erano né
operatori sanitari né anziani – quello che si verificava nel resto del
mondo gelava l’entusiasmo suscitato dall’arrivo dei vaccini.
Ad esempio, la repentina decisione delle aziende farmaceutiche di
ridurre le forniture con motivazioni davvero inverosimili (l’improvvisa
ristrutturazione di impianto in Belgio per “potenziare la produzione”),
poi la decisione delle autorità tedesche di escludere gli anziani dal
vaccino Astrazeneca (decisione, sostanzialmente, fatta propria, dalla
nostrana Aifa), poi l’indicazione dell’Oms di limitare le vaccinazioni ai
soli anziani e agli operatori sanitari (che annullava quella “immunità
di gregge” che, secondo l’OMS di due mesi prima, sarebbe stata
garantita vaccinando tutta la popolazione). E tutto questo dopo che
la prima dose di vaccini Pfizer faceva registrare quasi dovunque una
impennata dei contagi e mentre, anche in Italia, numerosi vaccinati
si ritrovavano positivi dieci giorni dopo la seconda dose.
Ma, a questo punto è opportuno passare, dall’analisi
dell’emergenza Covid. all’approfondimento di alcune questioni
scientifiche.
*

PARTE SECONDA: Virus, cure e vaccini


Il virus Sars-Cov-2
I virus non sono, come molti oggi credono, un nemico giurato da
distruggere a tutti i costi. I virus, anzi, grazie alla capacità di
mescolare i loro geni con quelli della cellula ospite hanno contribuito
all’evoluzione. Il DNA dell’uomo, ad esempio, è fatto per un terzo da
geni “catturati” da antichi virus. Così, ad esempio, una infezione
virale ci ha regalato il gene che regola il sincizio-trofoblasto, lo strato
di cellule della placenta che impedisce il passaggio di sostanze
pericolose dalla madre al feto.
I virus sono la forma biologica più abbondante sulla Terra e ogni
volta che inspiriamo - fosse pure “protetti dalla mascherina” o in un
posto “salubre”, come in alta montagna o al mare - sono
innumerevoli i virus che entrano nel nostro organismo. Così, o
attraverso il circuito oro-fecale, circa 1,7 milioni i tipi di virus sono
riusciti ad infettare mammiferi, uccelli, insetti…). Molto spesso i virus
(soprattutto quelli a RNA come i Coronavirus) una volta entrati
nell’organismo di un animale conoscono modificazioni genetiche per
meglio adattarsi al nuovo ambiente e una volta riespulsi attraverso il
respiro o le deiezioni possono infettare l’uomo; il cosiddetto “salto di
specie”, o Spillover, che avrebbe caratterizzato il virus Sars-Cov-2,
nato, probabilmente, dalla mutazione di un virus comunemente
ospitato dai pipistrelli (mammiferi già serbatori di altri virus che
hanno attaccato la specie umana, come quelli della MERS, Ebola,
Febbre di Marburg…) e, sviluppatosi successivamente in un altro
animale (probabilmente un pangolino o un serpente) si sarebbe poi
trasmesso all’uomo.
Il Sars-Cov-2 sale alla ribalta il 31 dicembre 2019 quando le
autorità cinesi riferirono che nella città di Wuhan (provincia di Hubei,
Cina centro-orientale) si era sviluppato un focolaio epidemico di
polmoniti atipiche a eziologia non nota ma probabilmente ascrivibili
alla frequentazione del mercato all’ingrosso del pesce di Wuhan,
dove erano in vendita anche animali selvatici destinati a scopo
alimentare. Il 9 gennaio 2020 le autorità cinesi comunicavano di aver
identificato l’agente dell’infezione: un coronavirus, fino ad allora non
studiato, denominato in via provvisoria 2019-nCoV, poi, l’11 febbraio
2020, chiamato Sars-CoV-2 dall’International Committee on
Taxonomy of Viruses (Ictv) dell’Organizzazione mondiale della
Sanità.
Il termine Sars (acronimo di Severe acute respiratory syndrome) fu
scelto per sottolineare la parentela con il coronavirus responsabile
dell’epidemia del 2002-2004, detta Sars, con cui condivide all’incirca
l’80% del genoma) e l’affinità delle manifestazioni cliniche delle due
infezioni. Il Sars-Cov-2, appartiene all’ampia sotto-famiglia dei
Coronavirus (così detti per le punte, a mò di corona, presenti sulla
loro superficie) che fino a qualche anno fa causavano banali
infezioni come il raffreddore; oltre alla Sars, nel 2010 un
coronavisrus - denominato Mers-Cov - è stato responsabile
dell’epidemia detta MERS (Middle East respiratory syndrome -
sindrome respiratoria mediorientale) attualmente confinata in ristrette
aree del Medio oriente.
Quello che oggi chiamiamo Sars-CoV-2, in realtà, circolava già da
tempo nella specie umana, così come attestato, ad esempio, dalla
sua presenza in acque di scarico del 2018 in Spagna e in campioni
di sangue di 959 individui asintomatici, impegnati in uno studio
prospettico di screening per il tumore del polmone del 2019 in
Lombardia. Tra l’altro, come già detto, è probabile che questo virus
sia stato responsabile delle numerose e gravi forme di polmoniti
registrate in Italia nell’autunno 2019.
Comunque sia, il Sars-CoV- 2, già nel gennaio 2020 si rivelava
essere caratterizzato una elevata capacità di contagio e da un tasso
di letalità (ovvero quante persone uccide su quelle che infetta) molto
basso. Quest’ultimo punto diventava ben presto oggetto di accese
polemiche in quanto il tasso di letalità dipende, oltre che dalla
efficacia delle terapie, dipende dalla stima dei contagiati, dato non
facile da valutare. Chi scrive, ad esempio, al pari di altri virologi,
basandosi su già numerosi studi (come quello condotto dal National
Institute of Allergy and Infectious Diseases statunitense, sulla base
di un rapporto incentrato su 1099 pazienti con Covid-19 (così si
chiamava allora la malattia) provenienti da 552 ospedali cinesi)
riteneva, ai primi di marzo, il tasso di letalità notevolmente inferiore
all’1%. Uno scandalo considerando che, come già detto, i dati
ufficiali, emessi dalla Protezione civile assegnavano a questo virus
un tasso di letalità del 13%.
Ma vediamo come il virus si impatta sull’organismo umano.
Le modalità di trasmissione interumana del Sars-Cov-2 sono,
sostanzialmente, le secrezioni delle vie aeree superiori e le mani
contaminate che toccano poi le mucose di bocca, naso e occhi. Una
volta nell’organismo, raramente, il virus, riesce ad entrare nel
citoplasma delle cellule umane, utilizzando la proteina spike che
scompagina i recettori ACE2 presenti su queste; se questo avviene,
le cellule cominciano a produrre l’RNA del virus che così si diffonde
scatenando la produzione di Interleuchina-1 beta e Interleuchina-18,
due citochine prodotte dal sistema immunitario fortemente
infiammatorie. A questo punto, possono determinarsi due diverse
situazioni. Nella prima, l’infiammazione porta al reclutamento delle
cellule T CD4 e CD8, alla produzione di anticorpi neutralizzanti e,
quindi, ad una risposta protettiva che porta verso la guarigione. Nella
seconda, soprattutto se il paziente è anziano, i linfociti CD4
cominciano a produrre citochine le quali, anziché sostenere la
risposta immunitaria, amplificano l’infiammazione.
Durante il processo di replicazione all’interno delle cellule umane,
verificandosi errori casuali nel processo di trascrizione del genoma
virale, il virus può mutare alcuni elementi del suo RNA. Solo alcune
di queste mutazioni possono determinare un vantaggio evolutivo; ad
esempio rendere il virus più contagioso o più capace di neutralizzare
la risposta immunitaria dell’organismo che sta infettando.
Il virus Sars-Cov2 non provoca alcun sintomo nel 90% degli
infettati (casi asintomatici) mentre nel 5% (casi paucisintomatici) si
percepiscono sintomi lievi quali: febbre, tosse, alterazione del gusto,
malessere, cefalea, dolori muscolari… che – se il sistema
immunitario del soggetto colpito dall’infezione è ben funzionante -
scompaiono in alcuni giorni. In altri casi, soprattutto quando la
persona infettata è anziana o immunodepressa, il virus può legarsi
all’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2), un enzima
coinvolto nella regolazione della pressione sanguigna e che si trova
sulle cellule dell’epitelio polmonare dove difende i polmoni dai danni
causati da infezioni e infiammazioni. Il virus, legandosi ad ACE2,
entra nella cellula e impedisce all’enzima di compiere il proprio ruolo
protettivo. Può quindi insorgere la cosiddetta “tempesta citochinica”
(ovvero un’azione continua e incontrollata delle citochine, proteine
deputate di norma ad avvisare le cellule del sistema immunitario ad
attivarsi in difesa dell’organismo, ma che in alcuni casi possono
andare fuori controllo) che porta a uno stato di eccessiva
infiammazione, con complicanze quali iper/ipotensione arteriosa,
diabete mellito, compromissione neurologica, insufficienza renale,
ischemia del miocardio e Ards (Sindrome da distress respiratorio
acuto) una grave forma di polmonite interstiziale che porta alla morte
se non si interviene subito.
Per molto tempo si è creduto (anche a seguito dell’impossibilità di
effettuare ai morti per Covid autopsie, sconsigliate nella ormai
famigerata Circolare n. 15280 del 2 maggio 2020 del ministero della
Salute) che la principale causa di morte da SARS-CoV-2 potesse
essere la polmonite interstiziale che, attaccando i polmoni nella loro
parte più profonda, impedisce la respirazione. Si “curavano” pertanto
i pazienti Covid attaccandoli ad un ventilatore polmonare, spesso
condannandoli alla morte. Oggi - grazie anche al coraggio di medici
che, sfidando quella circolare, hanno effettuato autopsie – sappiamo
che a determinare la morte non è la compromissione dei polmoni,
bensì la formazione di coaguli nel sangue. Pertanto la primigenia
terapia di urgenza, basata sul ventilatore polmonare, ha lasciato il
posto ad altre; tra queste, la più efficace a mio parere, la trasfusione
di plasma contenente anticorpi al virus. Questo ha determinato una
netta diminuzione del tasso di letalità del SARS-CoV-2, oggi inferiore
a quello che caratterizza molti altri agenti patogeni.
Ma ritorniamo alle mutazioni del virus. Una delle prime registrate
(la cosiddetta mutazione 614G) risale al marzo 2020, quando si
scoprì che una modifica nella sequenza di un acido aspartico, al
residuo 614 della proteina virale spike, aumentava la capacità di
contagio del virus. Da allora sono state registrate numerose
mutazioni, tutte enfatizzate dai media e percepite, quindi, dalla
popolazione come l’inizio di un’ecatombe. Valga per tutti la
cosiddetta “variante inglese” del virus (già studiata nel settembre
2020 ma diventata famigerata a dicembre) che ha comportato
l’interruzione dei voli aerei Italia-Gran Bretagna, nonostante i primi
focolai di questo virus fossero stati registrati nei Paesi Bassi. Da
allora i media hanno dedicato un enorme spazio ad altre varianti del
virus Sars-Cov-2 (“la variante brasiliana”, “sud-africana”,
“giapponese” …) paventando l’arrivo di chissà quali catastrofiche
epidemie.
In realtà questo virus, come tutti i virus, cerca di adattarsi per
meglio perpetuarsi nell’organismo umano. Ed è probabile che il suo
destino possa essere quello del virus della varicella (Varicella zoster
Vzv) che vivacchia nei gangli delle radici nervose spinali (poco
irrorate dal sangue e, quindi, difficilmente raggiungibili da anticorpi)
di innumerevoli persone senza provocare alcunché salvo poi
“ridestarsi”, solo in alcune persone, qualche rara volta, provocando
un fastidioso “fuoco di Sant’Antonio”o del virus Herpes simplex che
provoca un antiestetico herpes labiale.
Lo stesso essere un Coronavirus autorizza ad un certo ottimismo
sull’impatto che conoscerà il Sars-Cov-2 nella comunità umana.
Infatti, degli altri sei coronavirus in grado di trasmettersi da uomo a
uomo, uno – il SARS CoV-1 – dopo un exploit che sembrava
terribile, è scomparso provocando in tutto il pianeta, in due anni
(2002-2003) 734 morti; un altro, il MERS (Middle East respiratory
syndrome) dal 2012 resta confinato in piccoli focolai nel Medio
oriente che non destano particolare allarme. Gli altri quattro invece,
(229E, NL63, OC43, HKU1) sono diventati endemici e causano, al
più, banali raffreddori o lievi manifestazioni para-influenzali. Virus, lo
ripeto, endemici. E cioè che “infettano” tutti noi, generando a volte
una risposta immunitaria che, comunque, non blocca le successive
“infezioni”.
Nulla di drammatico, come si vede. Eppure, oggi, in nome della
“guerra ai coronavirus” o della mutabilità di questi c’è chi (guarda
caso, manager di aziende farmaceutiche e loro sodali nel mondo
scientifico) propone di imporre per tutta la vita, a tutti, continue
vaccinazioni.
Chi scrive, così come tanti altri ricercatori, invece, fa notare che
anche il Sars-Cov-2 è da tempo endemico nella popolazione (al
punto di avere già soppiantato i virus della classica “influenza”, che
non a caso, quest’anno non c’è stata) e, aumentando e diminuendo
periodicamente la propria carica virale, si perpetua senza far
manifestare sintomi, finché il sistema immunitario dell’organismo che
li ospita rimane efficiente. Questo significa che non sarà possibile
“schiodare” il virus dalla popolazione con mascherine,
distanziamento sociale, lockdown e, probabilmente, neanche con le
attuali vaccinazioni che promettono una immunità di qualche mese.
Ma, a questo punto, è il caso di spendere qualche parola sul nostro
sistema immunitario

Il sistema immunitario e le cure


Per chi come me esercita la Medicina da ormai sessant’anni, un
aspetto davvero irritante dell’emergenza Covid è stato il presentare
le persone come assolutamente inermi davanti all’”attacco del virus”
indicando come unica salvezza il rifugiarsi nel ferreo rispetto delle
“misure profilattiche”. Nulla, assolutamente nulla, è stato detto sulla
capacità del nostro organismo di reagire al continuo attacco dei
microorganismi e che ha sviluppato nel corso dei millenni il sistema
immunitario. Peggio ancora, sono state snobbate da sedicenti
“esperti” tutte le proposte volte a fortificarlo; il caso della vitamina D
(universalmente nota per sollecitare i linfociti T, ovvero le cellule del
sistema immunitario incaricate di neutralizzare l’ingresso di
microorganismi) fa testo.
Già agli inizi dell’emergenza alcuni ricercatori documentavano in
molti pazienti Covid una ipovitaminosi D che, verosimilmente, aveva
contribuito all’insorgere della malattia. Constatazione seppellita dai
soliti “esperti” che quasi la ridicolizzavano. E non a caso,
considerando che la questione vitamina D, (prodotta nel nostro
organismo principalmente - nel 80-90% - dall’assorbimento dei raggi
solari) mal si prestava all’ordine di stare chiusi a casa per due mesi e
al divieto di fare una passeggiata al sole, persino in parchi pubblici
dove la probabilità di contagio è praticamente zero.
Ancora una volta, quindi, il “mondo scientifico” diede prova del suo
asservimento alle direttive politiche del governo e oggi, e solo oggi,
l’indubbia efficacia del trattamento con vitamina D (con
colecalciferolo, vitamina D nativa) all’insorgere di sintomi ascrivibili
come Covid, trova finalmente posto anche in autorevoli “riviste
scientifiche” che fino a ieri l’avevano bistrattata considerando,
verosimilmente, una “superstizione delle nonne” il consiglio di
esporsi al sole. Stesso destino, del resto, toccato a molte altre
efficaci cure per il Covid che condividevano con la vitamina D il torto
di essere economiche e di togliere lustro ai vaccini. Ad esempio
l’idrossiclorochina.
L’idea di impiegare idrossiclorochina, comunemente usata per
curare l’artrite reumatoide e il Lupus Eritematoso Sistemico, contro i
coronavirus fu lanciata, quasi venti anni fa, dal ricercatore italiano
Andrea Savarino per debellare il virus SARS-CoV-1 che, nel 2003,
alimentava una epidemia in Cina. I primi risultati furono incoraggianti
ma la repentina scomparsa dell’epidemia di Sars fece quasi
dimenticare le capacità di questo farmaco di inibire il contatto tra i
virus e l’epitelio delle vie respiratorie che, concentrandosi a livello dei
lisosomi, interferisce con il rilascio del genoma virale nel citoplasma
grazie all’inibizione di specifici enzimi e che convoglia lo zinco a
livello intracellulare bloccando RNA polimerasi RNA che è l’enzima
centrale della replicazione del virus.
Già nel marzo 2020 alcuni studi suggerivano l’uso
dell’idrossiclorochina all’insorgere di sintomi ascrivibili come Covid,
ma a rendere popolare questo farmaco è stato certamente Didier
Raoult, capo dell’istituto universitario ospedaliero IHU Méditerranée
Infection di Marsiglia, che dopo aver guarito innumerevoli pazienti
con l’idrossiclorochina e constatato il boicottaggio da parte del
mondo accademico nei riguardi di questo economico farmaco
(verosimilmente, per questo inviso a “Big Pharma”) fu costretto a
mettere su Youtube un suo video che denunciava questa situazione.
La successiva campagna di diffamazione subita dal Didier Raoult -
definito addirittura sui media un “ciarlatano”, nonostante il suo
prestigioso curriculum scientifico – sembrava aver raggiunto il suo
scopo con l’articolo di The Lancet, sul quale ci siamo già soffermati,
e la successiva messa al bando del farmaco da parte dell’OMS,
dell’Ema e la nostrana Aifa.
Campagna, invece, miseramente fallita grazie all’inedita
sollevazione – ed è un precedente che lascia ben sperare - di
centinaia di medici e della stessa opinione pubblica che si è tradotto
anche in una ordinanza del Consiglio di Stato che ha obbligato l’Aifa
a rimuovere il divieto di prescrivere l’idrossiclorochina per la cura
domiciliare dei pazienti Covid. Idrossiclorochina che, nel gennaio
2021, ha trovato anche la sua “consacrazione accademica” da parte
dell’American Journal of Medicine.
Ma in nome di quali argomentazioni era stata boicottata
l’idrossiclorochina? Essendo impossibile confutare la sua efficacia
contro il Covid, “riviste scientifiche” e associazioni mediche (sulla cui
autonomia dalle aziende farmaceutiche è meglio stendere un pietoso
velo) si concentrarono sui rischi connessi all’assunzione di questo
farmaco; rischi incredibilmente amplificati dai media. E si arrivò a
riciclare una segnalazione pervenuta alla Agenzia spagnola dei
medicinali (Aemps), risalente al 20 maggio 2020, di non meglio
precisati “sei casi di disturbi psichiatrici in pazienti Covid a cui erano
state somministrate dosi di idrossiclorochina superiori a quelle
autorizzate” (si badi bene: “superiori a quelle autorizzate”) per
pubblicare, nel novembre 2020, su numerosi giornali italiani articoli
con titoli quali “Rischio di suicidio per chi prende idrossiclorochina”,
“Idrossiclorochina aumenta rischio suicidio..” “Idrossiclorochina
aumenta rischio suicidio..”
Lo stesso rischio di scompensi cardiaci legati all’assunzione di
idrossiclorochina veniva enfatizzato e sbandierato in ogni dove.
Certo, come per tutti i farmaci anche l’idrossiclorochina comporta,
oltre a benefici, dei rischi. Ma sarebbe bastato analizzare lo stato
clinico dei 65mila italiani affetti da artrite reumatoide e lupus (tutti
inseriti in un Registro nazionale con codice Icd9 714) che ogni giorno
assumono idrossiclorochina per accertarsi del bassissimo rischio di
questo farmaco.
Ben altra campagna mediatica è stata sviluppata contro un altro
efficace rimedio al Covid: la sieroterapia, ovvero la trasfusione di
siero proveniente da una persona iperimmune (tipicamente un
soggetto guarito dalla infezione). La sieroterapia è di antica data
risalendo al 1891 quando Emil Von Behring (che per questo ricevette
il Premio Nobel per la Medicina) salvò una bambina morente per
difterite iniettandole un siero proveniente da una persona guarita da
questa malattia.
Da allora l’uso del plasma iperimmune (e cioè sangue - privato di
globuli rossi, bianchi e piastrine - contenente un alto titolo di
anticorpi, cioè elevate quantità di immunoglobuline neutralizzanti) è
stato esteso per la cura di molte altre infezioni quali tetano, rabbia,
epatite A, epatite B… e, già nel febbraio 2020, contro il Covid veniva
utilizzato in Cina. A tal riguardo mi piace ricordare che, il 12 marzo
2020 la delegazione cinese giunta in Italia aveva consegnato buste
di plasma iperimmune alle autorità italiane le quali, si direbbe, non
sapevano cosa farsene.
E così, nonostante alcuni articoli che evidenziavano la sua
efficacia, la sieroterapia sarebbe rimasta sconosciuta se non fosse
stata adottata, - immaginiamo senza aspettare nessuna
autorizzazione da Roma – dai medici degli ospedali di Pavia e
Mantova. Medici che, comunque, nonostante i loro innegabili
successi, non trovavano alla TV o sui giornali il lustro concesso a
tanti alfieri del ”Vaccino Unica Speranza”. La sieroterapia, infatti, pur
garantendo una immunità circoscritta a poche settimane
(“limitandosi” a guarire e non a proteggere il paziente nel tempo)
presenta un innegabile vantaggio rispetto ai vaccini: utilizzando un
composto prodotto da una persona che si è infettata qualche giorno
prima, bypassa il problema “storico” dei vaccini (che hanno, spesso
bisogno di anni per essere realizzati) e cioè il loro essere inefficaci
contro le “varianti” che, spesso, conoscono i virus. Un altro
vantaggio della sieroterapia anti-Covid è dato dal suo basso costo
necessitando, sostanzialmente, per la cura di un paziente di 600
millilitri di plasma che non costano nulla provenendo da un guarito,
spesso entusiasta di potere così aiutare una persona che rischia la
morte.
Comincia, quindi, una, davvero sospetta, campagna mediatica
“contro” l’economica sieroterapia. Dapprima, dichiarando che questa
terapia si è già dimostrata inutile contro il virus dell’AIDS, dell’epatite
C e dell’influenza; poi sbandierando la morte di qualche paziente
Covid curato con la sieroterapia; poi adombrando per questa terapia
chissà quali problemi sanitari che, in realtà, vengono
quotidianamente affrontati e risolti nei tanti reparti di ematologia e
centri trasfusionali. A questo è da aggiungere un balletto di
contraddittorie disposizioni che, passata la sperimentazione ad Aifa
e all’Istituto superiore della Sanità, hanno determinato ritardi.
Intanto, a ridimensionare ulteriormente l’utilizzo della economica ed
efficace sieroterapia, gli anticorpi monoclonali realizzati in laboratorio
e ottenuti da quelli naturali prodotti dai pazienti immunizzati.
Secondo alcuni studi (subito sbandierati da molti media che
parlavano già di “cura miracolosa”) questi anticorpi sintetici
sarebbero migliori di quelli naturali nel debellare il Covid. Di certo –
essendo, - come i più diffusi, prodotti sostanzialmente da tre
aziende: Regeneron, Eli Lilly e GlaxoSmithKline - coperti dal
brevetto, costano circa 2.000 euro a dose. Davvero tanto per un
farmaco che, a quanto emerge nel trial dell’Eli Lilly, si direbbe non
abbia effetto nei casi gravi di Covid e che, a differenza
dell’Idrossiclorochina, non è in grado di prevenire l’infezione grave.
Comunque sia, ai primi del febbraio 2021 la Commissione tecnico
scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha autorizzato
all’uso di due anticorpi monoclonali - prodotti dalle americane Eli Lilly
e Regeneron - per l’impiego in fase precoce in pazienti ad alto
rischio Covid.
L’elenco delle cure risultati efficaci contro il Covid potrebbe
continuare, ma quello che mi preme qui evidenziare è che, più che le
cure, quello che davvero avrebbe potuto salvare i tanti morti per
Covid era la Cura e cioè – come dimostrato dai risultati dei
pochissimi medici che hanno saputo sfidare assurde disposizioni e la
legittima paura andando a casa dei loro pazienti - la capacità di agire
sulla specificità, direi unicità, del malato che si ha davanti.
Da questo punto di vista anche lo sbalorditivo Protocollo
terapeutico per la cura domiciliare del paziente Covid, diramato a
novembre (dopo appena nove mesi dall’inizio dell’epidemia) dal
Comitato Tecnico Scientifico, può risultare di qualche utilità se serve
a riattivare quella medicina territoriale che è mancata durante
l’emergenza Covid.
Ma di considerazioni come queste, più in generale su come porre
rimedio ad una gestione dell’emergenza che ha comportato una
catastrofe sanitaria ed economica, a guardare i media, si direbbe
che in Italia non interessi nessuno. Considerato che sono tutti a
parlare di vaccini.

Vaccini
Intanto una precisazione. Ritengo che i vaccini siano una
fondamentale conquista della Medicina e che, quando ciò è
inevitabile, si debbano affrontare i rischi connessi ad una
vaccinazione di massa. Per capirci, una cosa sono state le epidemie
di poliomielite (debellate dal vaccino di Albert Sabin, che è stato il
mio Maestro) altra cosa è il morbillo la cui minaccia è stata
enfatizzata (ormai famose le dichiarazioni in TV della ministra
italiana della Salute che favoleggiava di centinaia di bambini morti di
morbillo in Gran Bretagna) per spianare la strada, nel 2017,
all’imposizione a tutti i bambini italiani di ben dieci vaccini, quasi tutti
assolutamente inutili.
Nel caso del Sars-Cov-2, - lo ripeto: una infezione asintomatica nel
90-95% dei casi, pericolosa soprattutto per gli anziani e per la quale
esistono efficaci cure - la vaccinazione di massa è stata presentata
come unica speranza per scampare da una morte certa e oggi
vengono presentati come “sicuri” ed “efficaci” vaccini realizzati in
pochi mesi, addirittura senza nemmeno aver completato il percorso
di sperimentazione (che per i vaccini, mediamente, dura otto anni).
Vaccini che garantirebbero un periodo di immunità stimato in mesi,
che non impedirebbero al vaccinato di trasmettere l’infezione e che,
quindi, non si comprende come possano garantire quella “immunità
di gregge” che è alla base delle vaccinazioni di massa.
Tutt’altro sarebbe se questi vaccini fossero stati destinati alle sole
categorie a rischio, in questo caso gli anziani. Così – verosimilmente
per esigenze di business - non è stato e oggi si arriva a proporre la
vaccinazione addirittura ai bambini dove la mortalità Covid è
praticamente zero. A peggiorare la situazione, le caratteristiche del
Sars-Cov-2 che, come tutti i coronavirus conosce continue “varianti”
per fronteggiare le quali si è arrivati a realizzare, non già vaccini, ma
una terapia genica, basata su RNA messaggero (noto con
l’abbreviazione di mRNA) sulla quale si basano i cosiddetti vaccini
prodotti dalla Pfizer-BioNTech e Moderna, sui quali è opportuno
soffermarsi.
Finora i vaccini si basavano su tecnologie quali: microorganismi
attenuati o inattivati, antigeni purificati, anatossine, capaci di attivare
le difese immunitarie dell’organismo e proteggere, in alcuni casi, per
tutta la vita, da una reinfezione. E da segnalare che i vaccini
realizzati con queste tecnologie non sono esenti da rischi com’è
stato, ad esempio, il “ridestarsi” del virus della poliomielite usato per
la vaccinazione in Siria che, nel 2018, ha reso paralitici almeno 17
bambini. Rischi, comunque, ben conosciuti essendo i vaccini creati
con le suddette tecnologie utilizzati da molto tempo. Non così per i
vaccini a terapia genica.
Per l’Istituto superiore della Sanità l’uso dei vaccini a terapia genica
non comporterebbe particolari rischi tanto da riportare nel suo sito,
dopo la domanda “Questa tecnologia è pericolosa? Rischio
modifiche al mio Dna?” la lapidaria risposta “Oltre a non avere le
‘istruzioni’ per modificare il Dna, l’Rna messaggero non entra mai nel
nucleo della cellula, che è la parte che contiene il genoma, e non
può quindi alterarlo in nessun modo. Inoltre l’Rna messaggero si
degrada dopo pochi giorni, una volta eseguito il suo ‘compito’.”
Rassicurazione che non si comprende su cosa si basi considerando
che la sperimentazione di questi vaccini è ancora in corso (si
concluderà nel novembre 2022) e che la stessa Ema (European
Medicines Agency) non ha “dato l’OK” al vaccino Comirnaty prodotto
dalla Pfizer-BioNTech (come riportato dai media e comunemente si
crede) ma ha concesso, il 21 dicembre 2020, una “Conditional
marketing authorisation”, dizione che viene utilizzata per indicare
una ipotesi di autorizzazione condizionata dai pochi studi effettuati.
Ma perché mai Pfizer-BioNTech e Moderna hanno scelto la strada
della terapia genica, mentre altre aziende farmaceutiche (produttrici
di vaccini quali AstraZeneca, Sputnik V, Janssen, CanSino… per
citare i più “famosi”) insistono con tecnologie collaudate da molto
tempo? Secondo i media perché la scelta della terapia genica
eviterebbe quello che viene presentato come un “elevato rischio”: il
“ridestarsi” del virus attenuato o inattivato utilizzato per la
vaccinazione. Come accennato a proposito della poliomielite,
l’attenuazione o l’inattivazione dei virus per i vaccini, può,
effettivamente, determinare un rischio, che, comunque, visti i tanti
vaccini realizzati con questa tecnologia, non si direbbe elevato. E
quello che è avvenuto in Siria nel 2018, è da addebitarsi,
sostanzialmente, al contesto nel quale è stata eseguita la
vaccinazione, caratterizzato dalla distruzione (conseguente alla
guerra) dei sistemi idrici e fognari che ha permesso al virus del
vaccino orale contro la poliomielite (Opv) di sopravvivere, per più di
dodici mesi, modificandosi e trasmettere così la malattia.
Il vero “vantaggio”, invece, dei vaccini a terapia generica rispetto a
quelli “classici” non è sanitario, bensì di business. Non manipolando
virus o microrganismi, ma solo mRNA da inserire in un “contenitore”
standard, gli impianti per la produzione di questi vaccini, non
necessitando di costose misure di bio-contenimento e bio-protezione
sono molto più economici di quelli finora usati per i “classici” vaccini
ma, soprattutto, ben si prestano a riconvertirsi per produrre
rapidamente qualsiasi tipo di vaccino. Ad esempio per fronteggiare
le “varianti” del virus Sars-Cov-2, basta cambiare la sequenza
contenuta nel mRNA e il nuovo vaccino è pronto. Certo, questo,
rischia di sottoporci a vaccinazioni contro il Sars-Cov-2 per sempre.
Ma cosa volete che conti la nostra vita davanti ai 15 miliardi di dollari
già ricavati dalla Pfizer/BioNTech dalla vendita del suo vaccino (che,
sia detto en passant, è stato realizzato grazie a contributi pubblici)?
Tra l’altro, va detto che la tecnologia mRNA sta spianando la
strada a vaccini che si direbbero essere finalizzati rattoppare i buchi
prodotti dai continui tagli ai servizi sanitari pubblici e alla crescente
miseria che sta investendo anche i paesi occidentali. E così, ad
esempio, prende corpo la proposta di un vaccino a mRNA che
dovrebbe sconfiggere la carie che affligge gran parte dei milioni di
homeless presenti negli Stati Uniti; o, nuovi vaccini contro la
tubercolosi o, addirittura, atti a bloccare il passaggio di cocaina e
nicotina a livello della barriera ematoencefalica (i già famosi “vaccini
antidroga”). Una prospettiva che si direbbe non osteggiata dall’OMS
(che pure ha come finalità nel suo statuto, non la scomparsa delle
malattie, ma il “completo raggiungimento del benessere fisico,
mentale e sociale”) forse perché il secondo finanziatore di questa
organizzazione è attualmente la Gavi (Global Alliance for Vaccines
and Immunization): un consorzio di aziende farmaceutiche, banche e
miliardari “filantropi” per promuovere i vaccini.
Ma torniamo ad occuparci del vaccino Pfizer/BioNTech, approvato
(sotto condizione) dall’EMA il 21 dicembre 2020 tra la meraviglia
generale, dal momento che le previsioni lo davano per disponibile
non prima dell’autunno 2021. Come mai questa sorprendente
accelerazione? Secondo i media (cito il titolo di un quotidiano) ciò
sarebbe dipeso dall’”enorme quantità di risorse scientifiche messe in
gioco contro la pandemia”. Ma siamo sicuri che dipenda da questo,
considerato le tante altre risorse scientifiche all’opera per produrre
altri 71 vaccini? A mio parere, invece, a decidere la scelta di questo
vaccino è stato, sostanzialmente, il solo annuncio, diramato dalla
Pfizer il 18 novembre, di un vaccino “efficace al 95% e con nessun
effetto collaterale grave” che ha suscitato un entusiasmo generale
soprattutto tra i tanti stremati da mesi di lockdown; annuncio che,
curiosamente, sui media non è stato seguito dalla spiegazione su
cosa significasse quell’“efficace al 95%”.
Sarebbe stato ovvio, infatti, che questa affermazione fosse stata
corroborata da documentazioni raccolte durante la sperimentazione;
ma, come già detto, la sperimentazione di questo vaccino terminerà
nel 2022 e, per affermazione della Pfizer, i dati completi saranno
disponibili alla comunità scientifica solo nel dicembre 2023.
Non resta, quindi che affidarsi al documento Ema che, sotto
condizione, autorizza l’uso del vaccino; documento che non si
direbbe confermi quel 95% considerato quanto dichiara: che (punto
4.4) non è nota la durata della protezione offerta dal vaccino; che
(4.5) nessuno studio sulla eventuale interazione con altri medicinali è
stato fatto; che (5.3) essendo stati fatti studi a riguardo solo su cavie
non umane, rimane ignoto il rischio di tare genetiche per i futuri figli
dei vaccinati e della cancerogenicità del prodotto.
Per quanto riguarda, poi, la supposta “efficacia al 95%” del
vaccino, già ora non pochi ricercatori, analizzando la scarsa
documentazione resa pubblica dalla Pfizer, sono arrivati a
conclusioni ben diverse. Intanto, sulla dubbia capacità del vaccino di
provocare quella che viene definita “immunità sterilizzante” e cioè
evitare che il vaccinato possa trasmettere l’infezione. I dati pre-clinici
di Pfizer e Moderna sui macachi vaccinati si limitano a documentare
che il virus non sarebbe più in grado di replicarsi nelle vie
respiratorie superiori ma questo non significa affatto immunità
sterilizzante e, l’impennata di contagi registrati in Israele a metà
gennaio dopo una vaccinazione di massa è certamente illuminante.
E se a questo si aggiunge che nulla si sa sul periodo di
immunizzazione che potrebbe garantire questo vaccino, ci sarebbe
da domandarsi su cosa si basi quel “95% di efficacia” che ha dato
via libera al vaccino Pfizer/BioNTech.
A monte della presunta efficacia del vaccino contro il Sars-Cov-2
(virus – sono costretto a ripetermi - asintomatico nel 90-95% dei
casi, oggi endemico e che può essere efficacemente affrontato,
anche quando colpisce gli anziani, con tempestive cure) vi sono
rischi. Oltre a quelli sopra elencati, e che non sono stati affrontati
nella sperimentazione, ve n’è un altro che oggi viene
sprezzantemente escluso (come si evidenzia dalla FAQ dell’Istituto
superiore della Sanità sopra riportata): la possibilità che il vaccino
possa compromettere il nostro patrimonio genetico.
La tecnologia mRna fu ideata nel 1989 quando due studiosi
dell’Università della Pennsylvania, Kataline Karikò e Drew Weissman
scoprirono che modificando, i nucleosidi dell’RNA, si poteva indurre
l’aumento di produzione di alcune proteine e sopprimere la reazione
del sistema immunitario verso le stesse molecole dell’RNA
messaggero. Si dovette comunque aspettare il 2012 per il primo
studio su animali di vaccini e il 2017 per quattro studi clinici di fase I
e II su vaccini umani a mRNA contro malattie virali. Vaccini,
comunque, che non sono mai stati realizzati, verosimilmente, per la
“concorrenza” rappresentata da vaccini ad antica e collaudata
tecnologia e, forse, per la preoccupazione che l’RNA potesse essere
accidentalmente copiato in una molecola di DNA e integrarsi così
nelle cellule del soggetto vaccinato.
A questo punto, è opportuna una spiegazione.
Il DNA (o acido desossiribonucleico) è la molecola che più di ogni
altra caratterizza gli esseri viventi e contiene l’informazione
necessaria perché la vita si sviluppi e si diffonda, custodendo nel
suo codice il risultato di miliardi di anni di evoluzione. L’RNA (o acido
ribonucleico) è, invece, una biomolecola che converte le informazioni
genetiche del DNA in proteine; in altre parole l’RNA partecipa alla
sintesi delle proteine e alla trasmissione delle informazioni contenute
nel DNA. Può il RNA o “pezzi” di questo integrarsi nel DNA? In
alcuni casi questo avviene, ad esempio nei “retrovirus” (il più famoso
è certamente il virus HIV, responsabile dell’AIDS) che contengono un
enzima, detto trascrittasi inversa (RT), capace di trasformare il RNA
in DNA nella cellula ospite e, quindi, nel suo genoma (l’insieme del
patrimonio genetico che caratterizza ogni organismo vivente).
Ma torniamo a noi. La possibilità che l’mRNA del vaccino Pfizer o
Moderna possa riproporre una modifica del DNA è scartata dai
fautori di questi vaccini i quali evidenziano come il mRna, dopo aver
svolto il suo compito (e cioè modificare la proteina ‘spike’
dell’organismo ospite che permette al SARS-CoV-2 di infettarlo)
viene rapidamente degradato senza che possa integrarsi nel suo
genoma, né tantomeno modificarlo. Questa lettura - a parere di chi
scrive, e non solo - è una visione semplicistica, come se il mRNA
fosse una scheda elettronica da inserire in una macchina difettosa
che deve essere riparata; e non esistesse nient’altro. In realtà, una
volta iniettato, buona parte del vaccino resta in loco grazie alla
risposta infiammatoria locale, mentre un po’, pur degradandosi, può
(al pari delle cellule immunocompetenti che hanno inglobato il
vaccino) entrare in circolo, raggiungendo ogni distretto del corpo
dove può capitare l’incontro con qualche retrovirus o con uno dei
quattro coronavirus (229E, NL63, OC43, HKU1) già presenti nel
nostro organismo.
Questo scenario è ritenuto «estremamente improbabile» dalla
maggior parte dei ricercatori; va da sé che aumentando il numero dei
vaccinati con tecnologia a mRNA, indubbiamente, aumenta la
probabilità. Di cosa? Le conseguenze di quanto sopra descritto, che
potrebbero manifestarsi non necessariamente in breve tempo,
spaziano dalla nascita di un nuovo virus, (magari più letale e
contagioso del Sars-Cov-2) allo scompaginamento del sistema
immunitario (che renderebbe pericolosi i tanti microorganismi con i
quali conviviamo da millenni) all’emergere di qualche nuova malattia.
Rischi certamente più contenuti sono quelli da vaccini a vettori,
virali come quello di AstraZeneca, Sputnik V, Janssen, CanSino... Il
vaccino Oxford-Astrazeneca contiene anch’esso le istruzioni
genetiche del virus per la costruzione della proteina Spike, ma a
differenza dei vaccini a mRNA, utilizza un frammento di DNA che
contiene l’informazione per la produzione della proteina Spike: tale
frammento è inserito nel DNA di un adenovirus, che funge da
trasportatore, una specie di “cavallo di Troia”. Gli adenovirus sono
virus comuni che in genere causano nell’uomo raffreddori o sintomi
simil-influenzali; nel caso di AstraZeneca viene utilizzato una
versione modificata di un adenovirus degli scimpanzé (Chadox), in
grado di entrare nelle cellule ma non di replicarsi.
Anche il vaccino Johnson & Johnson/Janssen), si basa su una
strategia simile utilizzando però un adenovirus umano (Ad26)
anch’esso privo della capacità di replicarsi nell’organismo umano.
Dopo che il vaccino viene iniettato nel braccio di una persona, gli
adenovirus incontrano le cellule, si agganciano alla loro superficie,
penetrano all’interno racchiusi in una vescicola e vengono veicolati e
all’interno del nucleo, dove normalmente si trova il DNA della cellula.
Gli adenovirus vettori sono progettati in modo da non poter fare
copie di sé stessi, ma il frammento di gene per la proteina Spike di
SARS-CoV-2 può essere letto dalla cellula e copiato nella molecola
di mRNA che, trasferitosi nel citoplasma, farà produrre ai ribosomi la
proteina del coronavirus. Può il DNA di adenovirus e il gene di
coronovirus in esso contenuto interagire con il DNA della cellula
ospite o, addirittura, inserirsi in esso? I ricercatori lo escludono.
Speriamo che sia vero.
Come già detto, essendo il Sars-Cov-2 sostanzialmente pericoloso
solo per gli anziani, ci si sarebbe aspettato che solo questa categoria
- come si fa per la vaccinazione antiinfluenzale - fosse la destinataria
della campagna vaccinale anti-Covid. Così non è stato e il target
della campagna vaccinale è diventato tutta la popolazione, nella
illusione che facendo sviluppare anticorpi specifici in una grande
percentuale di questa si realizzi la cosiddetta “immunità di gregge” e
quindi l’eradicazione della malattia.
Ma, quale dovrebbe essere la percentuale di vaccinati per
eradicare il Covid?
Le ipotesi degli epidemiologi, prima della campagna vaccinale,
oscillavano tra il 60 e l’98% ma, si badi bene queste percentuali
partivano dall’ipotesi che i vaccinati raggiungessero una definitiva
immunità. Ma una definitiva immunità non è stata finora garantita
nemmeno in persone che apparivano guarite dal virus risultando
negative al tampone e che avevano sviluppato anticorpi. Non poche
di queste persone, infatti, si sono reinfettate nel giro di qualche mese
o settimana. E, si badi bene, stiamo parlando di una immunità
naturale che, generalmente, ha una durata più lunga di quella
prodotta dai vaccini. E, a rendere ancora più inaffidabili le
percentuali sopra esposte: queste partivano dal presupposto che i
vaccini avrebbero garantito una “immunità sterile”; quelli oggi
proposti, invece, non impediscono all’infettato vaccinato di
trasmettere ad altri il Sars-Cov-2.
Con una situazione così, che speranza c’è di raggiungere una
immunità di gregge che faccia scomparire il Sars-Cov-2? A parere di
chi scrive – e non solo – nessuna. Neanche se, centuplicando gli
sforzi, si riuscisse a vaccinare tutta la popolazione in una settimana
(e non in un anno e mezzo come oggi si prevede per l’Italia).
Nonostante ciò, l’obbiettivo di una “vaccinazione di massa” è
diventato un dogma da far rispettare a tutti i costi imponendo
l’obbligo vaccinale o, surrettiziamente, una serie di vessazioni (quali:
divieto di frequentare luoghi pubblici come ambienti di lavoro,
cinema, palestre, trasporti…) per coloro che sono sprovvisti del
cosiddetto “patentino vaccinale”.
Campagna vaccinale attestata da “notizie” sorprendenti come le
subitanee affermazioni sui giornali che non ci sarebbe nessun nesso
tra la vaccinazione e la morte avvenuta qualche ora dopo,
considerando che la persona vaccinata “era già affetta da gravi
patologie”. E questo riportato dagli stessi media che hanno
continuato a presentare come “morti per covid” innumerevoli iper-
anziani affetti già da gravissime patologie ma che risultavano
positive al tampone prima o dopo il decesso. O media che già
chiedono la radiazione dall’Ordine per medici che osano esprimere i
loro dubbi sulla vaccinazione. O l’assoluta arbitrarietà nella scelta
delle categorie da vaccinare che, ad esempio, ha destinato alle
Forze dell’Ordine e al personale della Scuola il vaccino Astrazeneca
già sospeso in alcuni stati. O inspiegabili ritardi o tagli nella fornitura
dei vaccini che lasciano adito ai peggiori sospetti. O l’insensato
ordine di affrettare quanto più possibile la vaccinazione per evitare
che le “varianti” del virus possano renderla inutile.
*

PARTE TERZA: alcune proposte


Volgendo al termine questo libro, prevalentemente dedicato
all’analisi degli errori che hanno trasformato una emergenza in una
catastrofe sanitaria, è forse opportuno (anche considerando i limiti
già evidenziati dagli agognati vaccini) elencare alcune fattibili
proposte per uscire da questa situazione.
Come già detto, il virus Sars-Cov-2, in Italia come altrove, si avvia
a diventare (o è già diventato) endemico e, di certo non lo si
schioderà dalla popolazione con mascherine, lockdown, chiusure,
distanze di sicurezza… Nonostante ciò, c’è ancora chi, negando
l’evidenza, si ostina a proporre feroci lockdown, l’isolamento del
“contagiato”, la doppia mascherina, vaccinazioni obbligatorie… un
ferreo regime, assolutamente incompatibile con i valori della
Costituzione e del nostro vivere sociale.
È, purtroppo, probabile che queste errate proposte – supportate
dai milioni di ipocondriaci che un anno di emergenza Covid è riuscito
a creare – si realizzino e si consolidino nei prossimi tempi,
scontrandosi con i tanti già esasperati da una gestione
dell’emergenza che li ha ridotti in miseria o gettati nell’angoscia. Mi
auguro che questa situazione possa essere evitata, oltre che dal
buon senso, da una mobilitazione che, pacificamente e
democraticamente sappia avanzare proposte supportate, non dalla
rabbia, ma da evidenze scientifiche.
In tal senso, mi permetto di suggerirne alcune, così sintetizzate:
Istituzione di un’affidabile struttura nazionale di
monitoraggio del contagio
Ovviamente, l’attento controllo del contagio e la valutazione dei
suoi effetti dovrebbe essere la prima direttiva da mettere in pratica
durante una emergenza epidemica. Direttiva che è stata
assolutamente disattesa in Italia dove il contagio – dopo ad una
deludente “Indagine sierologica nazionale” – continua ad essere
“monitorato” utilizzando inaffidabili tamponi disseminati
caoticamente, sui primi che capitano, dalle Regioni per motivi che si
direbbero prevalentemente politici. Si propone quindi – invece
dell’attuale “caccia al contagiato” l’istituzione di un’affidabile struttura
nazionale di monitoraggio, gestita dallo Stato e non dalle Regioni,
basata su un campione rappresentativo della popolazione,
sottoposto periodicamente ad analisi, mirante ad individuare la
situazione del contagio e, soprattutto, dell’eventuale immunità
anticorpale e cellulare.
Unica direzione sanitaria dell’emergenza Covid
Fine del mercanteggiamento tra “esperti”, consulenti, Regioni,
Governo... Una deresponsabilizzante situazione che, ad esempio, ha
permesso al Governo di decretare il lockdown del 9 marzo
nonostante il parere del Comitato Tecnico Scientifico. Chiediamo,
quindi, un’unica direzione sanitaria dell’emergenza da affidare ad un
solo epidemiologo, il quale sarà responsabile delle sue indicazioni al
capo del Governo, ai ministri e ai direttori dei vari dicasteri.
Ripristino e potenziamento della medicina
territoriale.
Riapertura degli ambulatori dei medici di base e, quando questo
fosse problematico, identificazione di idonee strutture del Demanio
dismesse nelle quali far svolgere le attività ambulatoriali.
Cancellazione dalla convenzione con il Servizio sanitario per i medici
di base che rifiutano indispensabili visite a domicilio o che rifiutano il
loro eventuale inserimento nelle USCA (Unità speciali di continuità
assistenziale).
Efficaci misure di protezione per le categorie a
rischio.
Ad anziani e immunodepressi - senza pretendere che si chiudano
in casa e senza imposizioni - dovranno essere garantiti efficaci
dispositivi di bio-protezione, un servizio gratuito di consegna a casa
della spesa e della pensione, bonus taxi per evitare che si affollino
nei mezzi pubblici... e, soprattutto assistenza medica domiciliare.
Vaccinazioni non obbligatorie (e senza restrizioni
per coloro che le rifiuteranno).
Con vaccini che non devono limitarsi a quelli a RNA messaggero
(potenzialmente molto più pericolosi di altri) e preceduti da test per
accertare anche l’eventuale, pur provvisoria, immunità già acquisita.
Si chiede, inoltre, che coloro decideranno di sottoporsi a
vaccinazione siano pienamente informati sui rischi e i benefici
inerenti alla loro scelta.
Fine di TUTTE le misure di restrizione.
Basta con l’illusione di fermare - con lockdown, confinamenti
domiciliari, mascherine, chiusure, distanze di sicurezza… - una
infezione oggi endemica, asintomatica al 90-95% e che può essere
efficacemente affrontata, anche quando colpisce gli anziani, con
tempestive cure.
Completa informazione a disposizione di tutti.
Tutta la documentazione relativa all’emergenza (ad esempio: i dati
clinici dei “morti per Covid”, gli studi scientifici che supportano la
gestione dell’emergenza, i motivi dell’esclusione/inserimento di
farmaci o terapie, i contratti, non censurati, con aziende
farmaceutiche…) deve essere messa a disposizione del Parlamento,
dei ricercatori e del pubblico. Si chiede, inoltre che sull’emergenza
Covid venga garantita una pluralità dell’informazione superando
l’attuale situazione che vede i critici di questa esclusi dalla possibilità
di esporre le proprie opinioni. Si chiede che questa pluralità sia
garantita anche sui social dove oggi, invece, molte voci critiche sulla
gestione dell’emergenza vengono, senza alcuna spiegazione,
estromesse.
Giulio Tarro, febbraio 2021
*

APPENDICE: interviste al prof. Tarro


Qui di seguito, le interviste rilasciate dal Prof. Giulio Tarro al nostro
giornale on-line dove possono essere lette complete di ipertesti di
approfondimento. Le stesse interviste sono pubblicate nel sito
www.Covid-19-bastapaura.it
La Redazione de LAntidiplomatico.it
www.lantidiplomatico.it
*

“Prima cosa da fare è staccare la spina da un’informazione ansiogena e


ipocrita” (Intervista del 27 febbraio 2020)
In questi tempi di paura da Coronavirus, impazzano sui media le opinioni di esperti; pochi tra questi,
comunque, hanno affrontato emergenze epidemiche. Un motivo in più per intervistare il prof. Giulio
Tarro virologo di fama internazionale anche se inviso dalla baronia accademica italiana per le sue
posizioni sull’obbligatorietà dei vaccini.
Intanto, un suo parere sul rischio rappresentato dal Coronavirus del COVID-19
“Al netto di paroloni scientifici e riferimenti ad articoli pubblicati su riviste più o meno prestigiose,
possiamo dirla così: il rischio rappresentato da lCOVID-19 è sostanzialmente uguale a quello delle tante
epidemie influenzali che si registrano ogni anno senza per questo provocare scalpore. Ma invece di
risponderle all’inevitabile successiva domanda “Ma, allora come si spiega questo panico?”, mi permetta
una considerazione.”
Prego...
“Solitamente, in una situazione come l’attuale, l’esperto di turno intervistato, alla domanda “Ma lei se la
sentirebbe di escludere completamente l’eventualità di una catastrofica epidemia?” ci pensa due volte
prima di rispondere con un inequivocabile “sì”. Intanto, perché precludersi un qualche finanziamento alle
proprie ricerche che potrebbe scaturire dall’allarmismo? E poi, meglio tenerseli buoni i media che
proprio sulla paura raccattano audience. L’esperto, allora, si rifugerà nel vago, con dichiarazioni che non
escludono nulla e che, nei casi peggiori, sono tradotti in titoli quali “Il Prof Tal dei Tali: niente panico, ma
potrebbe essere una catastrofe””
Panico per una catastrofica epidemia che si direbbe non nuovo per l’Italia...
“Veramente, nel 1973, quando scoppiò il colera a Napoli, al di là di qualche folkloristica “barricata”,
notai soprattutto confusione; una situazione che si ripropose nel 2003 quando una folla inferocita di
parenti di familiari lì ricoverati per la SARS tentò una sorta di “assedio” all’Ospedale per malattie infettive
Cotugno, dove ero Primario. Episodi riportati da tutti i giornali del mondo ma che avvenivano in una città
certamente preoccupata ma che non vedeva l’attuale arrembaggio dei supermercati da parte di persone
che, evidentemente, temono di dover morir di fame in chissà quale lazzaretto.
Panico generalizzato e costellato anche da qualche episodio di violenza, invece, nel 1978 durante il
cosiddetto “Male Oscuro” provocato – mi permetta una vanità: lo scoprii io – da virus respiratorio
sinciziale, che colpisce quasi tutti i bambini entro i due anni di vita, e che in alcuni casi provoca la
morte.”
E perché quel panico?
“Intanto, perché erano bambini a morire. Poi perché un numero elevatissimo di bambini affetti da
bronchiolite erano stati dirottati, da tutti gli ospedali della Campania, nell’ospedale pediatrico Santobono
di Napoli. Lì, la morte (anche per sciagurate diagnosi e “terapie”) di alcuni di questi cominciò a
trasformarsi sui giornali in una “epidemia di Male Oscuro” che terrorizzò tutta la popolazione. Panico che
certamente sarebbe aumentato se si fosse imposto uno screening di massa per cercare il virus che,
certamente, avrebbe determinato un numero spropositato di ricoveri e il collasso dei sistemi sanitari.”
Eppure, oggi, c’è chi chiede una intensificazione dello screening per cercare il virus del COVID-
19
“Facciamo un esempio. Ogni anno muoiono in Italia circa diecimila persone (per lo più anziane o
affette da qualche patologia pregressa) per virus influenzale. La cosa non fa notizia, soprattutto perché
queste morti sono disseminate in tutto il territorio nazionale. Immaginiamo ora che tutte le persone a
rischio vengano ricoverate in paio di posti, magari circondati da giornalisti alla ricerca di qualche scoop.
Stia pur certo che la conseguente “epidemia di influenza che può causare la morte” spingerà
innumerevoli persone (ogni anno sono colpiti da sindrome influenzale circa sei milioni di Italiani) a
pretendere analisi e una assistenza impossibile ad ottenere.”
Quindi, che fare?
“Intanto staccare la spina ad una “informazione” – ad esempio, come quella che sta trasmettendo la
RAI – ansiogena e ipocritamente intrisa di appelli a “non farsi prendere dal panico”. E questo,
soprattutto, per permettere alle strutture sanitarie interventi mirati. Quali questi debbano essere non mi
permetto qui di suggerirli in quanto, nonostante lo sfascio del Sistema Sanitario Nazionale, abbiamo
ancora in Italia ottimi esperti. L’importante è che siano lasciati in grado di lavorare.”
“È possibile che il virus del Nord Italia non provenga da Wuhan”
(intervista del 1 marzo 2020)
Mentre tiene banco sui media l’annuncio di un, più o meno, imminente vaccino contro il famigerato
Coronavirus del COVID-19, (qui i profitti già realizzati grazie a questi annunci) si stenta a trovare notizia
della clamorosa dichiarazione rilasciata a Dagospia da Vincenzo D’Anna, Presidente dell’Odine
nazionale dei biologi, così sintetizzata dal sito:
(…) Ecco allora un nuovo colpo di scena destinato a rendere ridicoli sia il panico che il caos sociale ed
economico provocato dal nuovo Coronavirus: l’equipe del laboratorio dell’Ospedale Sacco di Milano ha
isolato un nuovo ceppo del Covid-19 detto “italiano”. Ebbene, sembra che tale virus sia domestico e non
abbia cioè alcunché da spartire con quello cinese proveniente dai pipistrelli. (…) Ecco spiegato perché
nelle altre regioni il virus latita. (…) Insomma i contagi sarebbero due: uno pandemico a diffusione lenta
attraverso i viaggi degli infettati, e l’altro locale. Quest’ultimo poco più che un virus para-influenzale, di
nessuna nocività mortale se non per la solita parte “a rischio” della popolazione. (…)
Dichiarazione meglio specificata in questo articolo dall’entourage del dott. D’Anna: ”E’ solo un’ipotesi.
Servono conferme. Se ne potrà parlare solo quando ci saranno risultati di laboratorio”. Si tratterebbe
“nient’altro che di un’ipotesi”, rettifica D’Anna, attraverso i suoi collaboratori.” Su questo “Covid-19
italiano”, non siamo riusciti a trovare in Rete comunicati dell’Ospedale Sacco di Milano che, contattato,
non ha fornito ancora dichiarazioni in merito. Sulla ipotesi prospettata dal Presidente dell’Odine
nazionale dei biologi abbiamo chiesto un parere al Prof. Giulio Tarro, virologo di fama mondiale, e che –
in quanto Italiano – in questi giorni, non ha potuto recarsi in Israele per partecipare ad un importante
convegno di Virologia.
Ma è verosimile l’ipotesi che questo Coronavirus identificato in Italia fosse già presente prima
che arrivasse “quello di Wuhan”?
“È un’ipotesi che spiegherebbe perché mai tante persone che dichiarano di non aver avuto alcun
contatto, anche indiretto, con persone provenienti dalla Cina o che, addirittura, sono rimaste confinate
nelle loro case, siano risultate positive ai tamponi. Una situazione questa che sta facendo scervellare gli
epidemiologi.”
Quindi, due virus diversi?
“Tenga presente che un virus può mutare in appena cinque giorni. Ma sulla sostanziale “differenza” del
virus presente qui da noi con quello di Wuhan (l’ormai famoso “coronavirus dei pipistrelli”) c’è già uno
studio, (Guizhen Wu et al. New coronavirus genome. The Lancet, 29 Jan 2020) riportato anche nella
dichiarazione del dal dott. D’Anna, che evidenzia come ben 5 nucleotidi siano differenti. Un po’ troppi
per i pochi mesi intercorsi tra la segnalazione dei primi casi in Cina e oggi.”
E perché il “virus italiano”, al momento, si direbbe confinato principalmente nel Nord Italia?
“Potrebbe dipendere da fattori ecologici come alcuni tipi di concime industriale (particolarmente costosi
e, quindi, utilizzati in aree particolarmente floride economicamente) ad avere alterato l’ecosistema
vegetale e, quindi, animale nel quale uno dei tanti coronavirus normalmente in circolazione può avere
avuto una inaspettata evoluzione. Sarebbe, quindi, opportuno analizzare se in passato nelle aree dove
oggi, in Italia, si localizza il Covid-19 si siano registrate in passato particolari forme di faringiti o sindromi
influenzali. Mi permetta, comunque, da medico una ultima considerazione.”
Prego….
“Oggi l’ansia di una intera popolazione si sta concentrando su come “uccidere” o tenersi alla larga da
questo maledetto virus. Nessuno o quasi riflette che noi, in ogni momento, siamo immersi in un
ambiente saturo di innumerevoli virus, germi e altri agenti potenzialmente patogeni. E in questi giorni,
quasi nessuno ci dice che se non ci ammaliamo è grazie al nostro sistema immunitario il quale può
essere compromesso, - oltre che da una inadeguata alimentazione e da uno sbagliato stile di vita - dallo
stress. Stress che può nascere anche dallo stare in spasmodica attenzione di ogni “notizia” sul
Coronavirus regalataci dalla TV. Non vorrei quindi che questa psicosi di massa faccia più danni
dell’ormai famigerato SARS-CoV-2.”
“Il tasso di letalità del COVID 19 è inferiore all’1% come conferma il
National Institute of Allergy and Infectious Diseases” (Intervista del 16
marzo 2020)
Coronavirus. Sta facendo scalpore la decisione delle autorità britanniche di “lasciar sfogare l’epidemia”
non ponendo quasi nessuna restrizione agli affollamenti (nella speranza che ciò determini negli infettati
una rapida immunizzazione) e, contemporaneamente, mettendo in quarantena persone ad elevato
rischio, come, ad esempio, gli anziani. Sulle strategie che sovrintendono (o che dovrebbero
sovrintendere) l’affrontamento delle emergenze epidemiche abbiamo reintervistato il prof. Giulio Tarro.
Intanto, quali sono le possibili strategie per far fronte ad una epidemia
“Nelle epidemie come quelle influenzali, generalmente, si tende a ridurre l’entità del picco epidemico
“spalmandolo” in un periodo più lungo possibile; questo per evitare il collasso del sistema sanitario
conseguente al numero elevato di ricoveri.”
Per ottenere questo scopo esistono varie strategie.
Va da sé che ognuna di queste strategie deve essere scelta analizzando precisi dati; tra questi,
fondamentale è la stima attendibile dei non contagiati, dei contagiati e delle persone che questi
potrebbero infettare. A tal riguardo, ad esempio, nella Corea del Sud, si sta procedendo non solo a
sottoporre a tampone anche persone che non manifestano particolari quadri clinici ma, addirittura,
tracciando tramite il loro cellulare lo spostamento di questi, determinando così (una volta saputa la loro
eventuale positività) la pericolosità rappresentata da questi.
In Italia, invece, il numero dei tamponi e le procedure per effettuarli è lasciato, sostanzialmente,
all’arbitrio delle Regioni; un caos che impedisce di determinare qualsiasi modello di riferimento. Con
questa situazione non si capisce perché tra le varie strategie che si sarebbero potute adottare, dopo
l’isolamento domiciliare della popolazione non impegnata in determinate attività lavorative, si prospetti
addirittura una quarantena per tutte le persone. Misura che non è chiaro quanto tempo possa durare.”
Lei ha dichiarato di ritenere il reale numero dei contagiati in Italia almeno 4 o cinque volte
superiore a quello dichiarato dal Governo
“Preciso che la mia è una stima che si basa sulla interpolazione dei dati riferentisi a contagiati in
epidemie virali respiratorie verificatesi negli ultimi decenni in Italia. Da ciò si deduce che il tasso di
letalità del SARS-CoV-2 è considerevolmente inferiore all’1%: una constatazione fatta propria anche in
uno studio del collega Anthony Fauci, del National Institute of Allergy and Infectious Diseases
statunitense, sulla base di un rapporto incentrato su 1099 pazienti con COVID-19 confermato in
laboratorio provenienti da 552 ospedali cinesi.
Ciò suggerisce che le conseguenze cliniche complessive del COVD-19 potrebbero, in definitiva,
essere simili a quelle di una grave influenza stagionale, che presenta un tasso di letalità dello 0,1%
circa, o di un’influenza pandemica come quella del 1957 o del 1968, piuttosto che a quelle della SARS o
della MERS, caratterizzate rispettivamente da una letalità del 10% e del 36% e che, incredibile a dirsi,
non hanno prodotto nessuna campagna allarmistica nel nostro Paese.”
E l’attuale intasamento dei reparti di terapia intensiva, soprattutto in Lombardia, che ci
mostrano ogni giorno in TV come lo spiega?
“Intanto, ricordo che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il nostro Paese ha dimezzato i
posti letto per i casi acuti e la terapia intensiva, passati da 575 ogni 100 mila abitanti ai 275 attuali. Un
taglio scandaloso del 51%, operato progressivamente dal 1997 al 2015, che ci porta in fondo alla
classifica europea. Tra l’altro va detto che, nonostante le immagini di quello che stava succedendo in
Cina fossero sotto gli occhi di tutti, si direbbe che - a differenza di altri paesi come la Francia - ben poco
abbia fatto l’Italia per prepararsi all’epidemia. In più è da segnalare che, a seguito della enfatizzazione
della minaccia rappresentata dal COVID 19, sono stati portati nei reparti di terapia intensiva pazienti che
avrebbero potuto essere trattati in altre strutture. Per quanto riguarda, poi, il picco di morti che si registra
in Lombardia è da notare che questa regione risulta essere al primo posto per la effettuazione di
tamponi; ciò, unito alla disinvolta pratica di presentare, anche in sedi istituzionali, come “morti per
coronavirus” pazienti che, invece, potrebbero essere “morti con Coronavirus” (e cioè affetti da patologie
pregresse che hanno causato la morte) potrebbe spiegare il “picco di mortalità per COVID-19” della
Lombardia. Per questo sarebbe opportuno prima di identificare nel SARS-CoV-2la causa primaria della
morte, svolgere le indispensabili indagini patologiche e, soprattutto, definire uno standard da applicare
su tutto il territorio nazionale. Una questione che – a mio parere - continua a non avere lo spazio che si
merita.”
“I dati della Protezione Civile sono surreali. Verosimile pensare che in
Italia siano milioni i contagiati” (Intervista del 1° aprile 2020)
Gli italiani contagiati dal virus SARS-CoV-2, al 27 marzo sarebbero almeno 11 milioni e 200 mila. Lo
pubblica il Corriere della Sera intervistando Luca Foresti e Claudio Cancelli autori dello studio; questi –
in mancanza di dati scientifici istituzionali sull’andamento del contagio in Italia - si sono serviti come
parametri per alimentare i modelli epidemiologici di dati raccolti sulla nave da crociera Diamond
Princess, (dove sono stati effettuati e riproposti test diagnostici su tutti i passeggeri e sull’equipaggio,) e
quelli, provenienti da accurate campagne di screening effettuate nella Corea del Sud. Sulla ipotesi di
milioni di Italiani già contagiati da SARS-CoV-2 abbiamo chiesto un parere al Prof. Giulio Tarro.
“Lo studio di Foresti e Cancelli non è stato ancora pubblicato, quindi l’unica cosa che mi sento di
affermare è che l’ipotesi di milioni di contagiati in Italia (la stragrande maggioranza dei quali con sintomi
lievi o inesistenti) era stata già avanzata da uno studio di ricercatori dell’Università di Oxford (che
stimava tra il 60% e il 64% la popolazione italiana già contagiata da SARS-CoV-2) e da un altro
dell’Imperial College (che stimava in 6 milioni le persone contagiate in Italia). Tra l’altro, l’andamento di
passate epidemie influenzali e la particolare viralità del SARS-CoV-2 mi fanno ritenere verosimili queste
ipotesi.”
Eppure, proprio stasera, in TV la Protezione civile dichiarava essere appena 77 mila i contagiati
in Italia
“Sono semplicemente surreali queste dichiarazioni basate non su una stima dei contagiati a livello
nazionale ma bensì sui risultati di tamponi eseguiti, praticamente senza nessun coordinamento
nazionale dalle Regioni, per lo più, su persone considerate a rischio. Ne esce fuori così una colossale
sottostima dei contagiati che rapportata con il numero di non meglio precisati “deceduti” (prima che
l’Istituto superiore di Sanità possa accertare su questi l’esatta causa della morte) finisce per dare al
Coronavirus in Italia un tasso di letalità 28 volte superiore a quello che si registra in Germania. E
sarebbe ridicolo, se non fosse tragico, che i media pretendano di rispondere a questo “mistero”
favoleggiando risibili “spiegazioni” quali la ”particolare resistenza dei tedeschi” o l’“estrema solitudine
degli anziani in Germania”. Quasi mai che i dati sull’epidemia Coronavirus in Germania sono raccolti, e
divulgati, con criteri molto più seri di quelli in uso qui da noi.”
Più o meno lo stesso stile utilizzato per tentare di rispondere ad un altro “enigma”: perché una
mortalità da Coronavirus così alta in Lombardia?
“Ormai si sono inventati di tutto: “Scambi con la Cina”, la partita Atalanta-Valencia, non aver isolato le
famigerate “zone rosse”, “è un puro caso”, “inquinamento a seguito della deforestazione”, “perché lì
sono più ligi al lavoro rispetto al Sud”… quasi nessuno che evidenzi come – soprattutto in Lombardia -
la sovrastima della letalità del Coronavirus unita alla indicazione governativa che impedisce al medico
curante di recarsi a casa del proprio paziente affetto da Covid-19 (dovendo egli limitarsi a “consultarlo”
telefonicamente prima di compilare un davvero scarno questionario da inoltrare al 118) ha fatto riversare
innumerevoli malati (che avrebbero potuto usufruire di assistenza medica domiciliare) negli ospedali
dove un peso di rilievo lo hanno certamente avuto le infezioni ospedaliere (che già si portano via 10.000
persone all’anno in Italia). Poi, per quanto riguarda la Lombardia - soprattutto le province di Brescia e di
Bergamo – ci sarebbe da segnalare la recente effettuazione di straordinarie campagne di vaccinazioni,
in particolare quella contro la meningite. Certo, è solo una mera ipotesi che, nell’attuale marasma dei
servizi sanitari non può essere compiutamente verificata. Ma sarà il caso di ritornarci.”
Finirà mai l’emergenza Covid-19? (Intervista del 16 aprile 2020)
Finirà mai l’emergenza Covid-19? Se lo chiedono milioni di italiani di fronte alle terroristiche
dichiarazioni di “esperti” idolatrati in TV e sui giornali mainstream. Noi lo abbiamo chiesto al Prof Giulio
Tarro.
“Ci sono due aspetti di questa domanda. Quello prettamente medico, permette risposte tranquillizzanti.
Tutt’altro, invece, per quello politico-sanitario dove una già fallimentare gestione dell’emergenza
sanitaria oggi rischia di essere procrastinata da una davvero sconsolante “informazione ufficiale””.
Ad esempio?
“Ad esempio, quella che, presenta il Covid-19 come un flagello che potrà essere sconfitto solo con la
vaccinazione. E che, dopo aver cercato di zittire, ad esempio, l’uso di idrossiclorochina e diffamato il suo
propugnatore Didier Raoult, ora si direbbe disinteressarsi di una davvero promettente sieroterapia.”
A tal riguardo, si direbbe illuminante il trattamento da lei subito durante la trasmissione “Porta
a Porta”
“Non è che mi illudessi che, partecipando ad un affollato talk show, avrei potuto compiutamente
illustrare una terapia; comunque, considerate le potenzialità di questa mi sarei aspettato un po’ più di
spazio.”
E, allora, spieghiamola qui questa terapia
“La documentazione più esaustiva sulla plasma-terapia in pazienti affetti da Covid la si può spiegare in
poche parole. La trasfusione di plasma (ovvero la parte più ‘liquida’ del nostro sangue, dove sono
presenti anticorpi formatisi dopo la battaglia vinta contro il virus) è stata utilizzata con successo nelle
altre due epidemie da coronavirus, la Sars del 2002 e la Mers del 2012, immettendo il plasma in uno
stadio preciso della malattia; e cioè quando già si evidenzia una scarsa ossigenazione e il paziente è
sottoposto a ventilazione assistita con casco C-pap, ma non è ancora intubato.
È una terapia che, come molte, presenta rischi ma, francamente, non si capisce proprio perché
l’Organizzazione mondiale della sanità - che ne aveva confinato l’utilizzo “solo nel caso di malattie gravi
per cui non ci sia un trattamento farmacologico efficace” – non ne abbia suggerito, almeno, la
.sperimentazione durante questa emergenza Covid-19
Nonostante ciò, dopo i positivi risultati registrati, timidamente, sfidando burocratiche disposizioni, non
pochi medici, anche in Italia, hanno cominciato le sperimentazioni; in alcuni casi – come l’equipe del
policlinico San Matteo di Pavia - elaborando in una settimana protocolli sanitari che avrebbero richiesto
mesi. Ma sa qual è l’aspetto più incredibile dell’impiego di questa terapia, che sta ottenendo ottimi
risultati?”
No, qual è?
“Che se non fosse stato per un messaggio audio veicolato su Whatsapp e diventato subito (mi si
perdoni il gioco di parole) “virale”, quasi nessun medico in Italia avrebbe saputo qualcosa di questa
terapia. Del resto, se il collega Didier Raoult - dopo aver constatato il boicottaggio e il linciaggio
mediatico al quale veniva sottoposta la terapia anti Covid-19 basata sull’idrossiclorochina (un farmaco
che non avendo più brevetti è visto come fumo negli occhi da Big Pharma) - non si fosse “sporcato le
mani” mettendo su Youtube un suo video che denunciava questo scandalo, per il trattamento
farmacologico del Covid-19 staremo ancora a brancolare nel buio.”
“Una follia aspettare il vaccino per tornare ad una vita normale”
(intervista del 19 aprile 2020)
Mentre dovunque, ad esempio, in Germania, si vanno allentando le pur blande misure profilattiche lì
attivate per fronteggiare il Covid-19, in Italia, per prepararci alla Fase 2, impazza la litania “convivere
con il virus”. Che, in attesa del messianico arrivo del vaccino, prospetta “soluzioni” quali spiagge
costellate da ombrelloni schermati da pannelli di plexiglass o cordoni sanitari per isolare la Lombardia.
Ne abbiamo parlato con il Prof Giulio Tarro.
“Chiariamo subito una questione. In Italia, i contagiati da Covid-19 non sono i 175.000 conteggiati oggi
dalla Protezione civile, basandosi solo sui pochi tamponi diagnostici effettuati dalle Regioni.
Assolutamente no. Le stime più attendibili prospettano, al pari delle periodiche epidemie influenzali, dai
sei a dieci milioni di contagiati da Covid-19 in Italia. Parlo di stime (basate sulla velocità di trasmissione
del contagio registrata in altre nazioni o di quanto registrato sulla nave Diamond Princess) poiché
soddisfacenti indagini epidemiologiche (basate su analisi sierologiche e su campioni statisticamente
validi di popolazione) in Italia, incredibilmente, non sono state ancora fatte. E a tal riguardo, non so
proprio su quali indagini il prof. Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore della sanità, abbia ricavato il
numero dei contagiati in Italia per arrivare a sconsigliare, addirittura, di prendere il sole sulle spiagge”.
Quindi? Che si dovrebbe fare oggi?
“Con la percentuale di contagiati evidenziata dalle stime, si può dedurre che, in Italia, tutto quello che
avrebbe potuto fare il Covid-19 - in termini di guariti, immuni, deceduti… - lo ha già fatto. Quindi, a mio
parere, l’attuale obiettivo non dovrebbe essere quello di arginare un indiscriminato contagio ma, ad
esempio, proteggere gli anziani, ripristinare la rete di terapia intensiva (compromessa dai tagli al nostro
Sistema sanitario) e, soprattutto, strutturare una indagine siero-epidemiologica nazionale (attualmente è
in cantiere solo quella della Regione Toscana) che ci permetta di tenere sotto controllo la situazione.”
E il vaccino?
“Guardi, il mio maestro, che addirittura mi considerava il suo “pupillo”, è stato Albert Sabin, l’inventore
del vaccino antipolio. Figuriamoci, quindi, se sottovaluto l’importanza dei vaccini. Ma per alcuni virus –
come credo sia per il Covid-19 - il vaccino potrebbe rivelarsi una chimera. Come è stato per il vaccino
contro l’AIDS, presentato come “imminente” da quasi quarant’anni. E fanno cascare le braccia
dichiarazioni come quelle del viceministro della salute secondo il quale “o continuiamo a stare fermi e
chiusi in casa o ci vacciniamo tutti e ci riprendiamo le nostre vite”. O la sconcertante iniziativa del
Governatore Zingaretti, visto che il vaccino per il Covid-19 non c’è, di obbligare tutti gli anziani del Lazio
(pena la loro esclusione da eventi pubblici) e tutto il personale sanitario (pena il loro licenziamento) a
vaccinarsi contro… l’influenza. Tra l’altro, va detto che questa del Covid-19 non è una condanna biblica
ma una delle tantissime epidemie che sono servite a fortificare il nostro sistema immunitario; il quale, sia
detto per inciso, va a pezzi se, come delle larve, stiamo rintanati a casa e, per di più a tremare di paura
per le apocalittiche sciocchezze che ci raccontano in TV.”
C’è poi chi teme una micidiale trasmutazione del Covid
“Ma, praticamente, tutti i virus mutano; e non, inevitabilmente, in peggio. Il Coronavirus responsabile
della famigerata epidemia SARS del 2002-2003, ad esempio, si direbbe scomparso dalla scena. Non
vedo perché la stessa cosa non potrebbe succedere per il SARS-CoV-2. Sarebbe, quindi, il caso di
affrettarci a ripristinare i ritmi della nostra vita con quelli antecedenti all’emergenza Covid-19; soprattutto
per evitare che la situazione economica conseguente a questa emergenza non ci condanni a morire di
fame. Questo non significa, certo, dimenticarsi le follie che hanno costellato, in Italia, questa
emergenza. Prima tra tutte una terroristica campagna informativa - che ha finito per istituzionalizzare
per il SARS-CoV-2 uno sbalorditivo indice di letalità (per capirci 28 volte quello della Germania) – che ha
costretto, sì, la popolazione a barricarsi in casa ma che, scatenando il panico, ha impedito ai medici di
base di recarsi a casa dei pazienti; pazienti i quali, perciò, spesso indiscriminatamente, sono stati
trasportati in sempre più affollati reparti a morire per infezioni ospedaliere. Che già, in Italia, si portano
via 10.000 persone all’anno.”
Un’ ultima questione: ha qualcosa da rispondere al virologo Roberto Burioni che proprio oggi
l’ha attaccata?
“Veramente avrei ben poco da dire ad un personaggio che - il 2 febbraio, mentre i governi, tranne
quello italiano, si preparavano ad affrontare i Covid-19 - affermava che in Italia il rischio era zero”.
Sui numeri nascosti del contagio e la pericolosa caccia all’untore da
evitare (intervista del 18 maggio 2020
Covid: dilaga la caccia all’untore. Sul lungomare di Salerno una ragazza, seduta in panchina
“colpevole” di essersi tolta la mascherina, è stata, prima multata, dalla polizia municipale e, poi, assalita
da una folla, verosimilmente, resa isterica dalla paura di subire un nuovo confinamento a casa, se non
fossero state rigidamente rispettate le disposizioni governative e regionali. Su queste disposizioni e su
altro, una breve intervista a prof. Giulio Tarro, che sul “Covid-19: Virus della paura” sta per pubblicare un
libro.
“Questa caccia all’untore nasce perché la gente crede di non essere mai stata contagiata dal virus;
una illusione dettata dalle fakenews del Governo, quali, ad esempio: “a oggi, 14 maggio, il totale delle
persone che hanno contratto il virus è 223.096”. Un numero ottenuto solo con la disseminazione di
pochi tamponi a soli pazienti gravi e in stridente contrasto con ricerche, prodotte da autorevoli istituti,
che partendo dalla elevata contagiosità del virus SARS-CoV-2 e dall’enorme numero di asintomatici che
produce, stimavano in molti milioni i contagiati in Italia già a marzo. Ma la cosa più irritante di queste
“indagini” basati su tamponi sa qual è?”
Veramente, non mi viene in mente…
“E che, oggi che il contagio è in fase calante, le indagini basate su tamponi si stanno moltiplicando,
perché evidenziando un numero sempre crescente di negativi, dovrebbero attestare che il lockdown ha
bloccato la diffusione del virus. E, quindi, spingerci ad osannare Governo e Governatori che ci hanno
imposto due mesi di arresti domiciliari e rastrellamenti. Ma è solo un Gioco delle Tre carte. Quei tamponi
negativi attestano, in realtà, il gran numero di persone che, pur asintomatiche, sono guarite, e nelle
quali, ovviamente, non si trova più traccia del virus.
Per sapere, invece, quale è stato l’andamento del contagio bisognerebbe fare indagini basate su test
sierologici; indagini mai realizzate, finora, dalle autorità pubbliche in Italia. Non resta, quindi, che basarsi
su quella realizzata, mesi fa, dalla società Meleam e diretto dal medico patologo Pasquale Mario Bacco,
che nell’area di Brescia, sottoponendo ad analisi sierologiche 7.038 persone asintomatiche, evidenziava
come il 49% di queste, infettate dal virus Sars-COV-2, aveva già sviluppato gli anticorpi (nell’80% dei
casi immunoglobuline G, che si sviluppano mesi dopo l’infezione).
Ora queste indagini sierologiche, condotte dalle autorità sanitarie, dopo essere state annunciate come
“imminenti” per mesi, pare stiano per cominciare. Ma è davvero irritante scoprire che queste indagini
saranno fatte, non nelle aree metropolitane, ma in sperdute aree dove la diffusione del virus è stata
certamente più contenuta. Una metodologia questa che si direbbe fatta per premiare i “successi del
lockdown”.”
E per quanto riguarda le misure profilattiche imposte per questa fase due?
“Guardi, con le disposizioni per i funerali - dove i partecipanti, che già devono distanziarsi di un metro
e indossare le mascherine e guanti, non possono essere più di 15 – credevo che l’Italia avesse toccato
il fondo. Sono costretto a ricredermi davanti alle disposizioni che prevedono ben quattro metri di
distanza tra ombrelloni aperti nelle pur roventi spiagge estive; dove non capisco proprio come il virus
riesca a sopravvivere.”
Giulio Tarro sulla querela a Repubblica-Espresso: «Con i soldi di chi mi
diffama un Fondo per ricercatori invisi all’establishment medico»
(Intervista del 20 maggio 2020)
Una gigantesca campagna diffamatoria contro l’illustre virologo Giulio Tarro “colpevole” di avere
espresso dubbi sulla sgangherata “emergenza Covid” (ad esempio, con le sue numerose interviste a
l’AntiDiplomatico). Una campagna diffamatoria che fa da pendant con quella scatenata, contro un altro
illustre virologo – Didier Raoult - “colpevole” di sostenere contro il Covid l’uso della economica
idrossiclorochina. Una campagna diffamatoria che si direbbe riproporre quella - costellata da innegabili
falsità, - che ha crocifisso il medico Andrew Wakefield “colpevole” di aver evidenziato il rischio correlato
ai vaccini esavalenti.
Per questa campagna stampa, il professor Tarro, in questi giorni, ha già presentato numerose querele
per diffamazione. Qui una sua intervista su alcune delle accuse che gli sono state lanciate da media
come Repubblica-l’Espresso.”
Intanto, l’accusano di essersi inventato il titolo di “Candidato al Premio Nobel per la Medicina”
“Come dovrebbe essere noto ai miei detrattori – ad esempio Repubblica che mi onorava di questo
titolo in un articolo di qualche tempo fa – il Premio Nobel per la Medicina viene assegnato tra le
nominations comunicate da accademie scientifiche (accreditate dalla Fondazione Premio Nobel) ed ex
Premi Nobel per la Medicina. Queste candidature, per statuto della Fondazione Nobel, devono restare
segretate per cinquant’anni anche se, in molti casi, trapelano anche su autorevoli giornali. Se la
Magistratura nell’ambito del processo per diffamazione che ho intentato costringesse la Fondazione
Premio Nobel ad anticipare la pubblicazione delle nominations si saprebbe chi tra gli ex Premi Nobel per
la Medicina e le accademie scientifiche mi ha candidato per il Premio.”
Un’altra accusa che le viene mossa è aver pubblicato i suoi articoli su riviste che non
garantiscono nessun valore scientifico.
“Chiunque consulti la voce “curriculum” del mio sito potrà sapere (oltre che della mia partecipazione -
come relatore o chairman - in numerosi congressi internazionali di Virologia) anche di numerosi miei
articoli pubblicati su quelle che sono considerate dal cosiddetto, “Mondo accademico”, prestigiose riviste
scientifiche. Per quanto riguarda, invece, riviste che vengono snobbate perché non garantiscono un
elevato Indice di Hirsch e quindi una carriera accademica, mi lasci dire che nella mia vita mi sono
sempre battuto contro le baronie della Medicina che occupano il loro tempo citandosi a vicenda, per
aumentarsi l’Impact Factor delle loro pubblicazioni.”
Tra l’altro, accusandola, anche, di non aver scoperto lei la causa del cosiddetto “Male oscuro”
a Napoli nel 1979.
“È la menzogna che più mi fa arrabbiare. Poi mi calmo pensando ai tanti bambini colpiti da virus
sinciziale che sono riuscito a strappare dalle mani dei cialtroni che li stavano condannando a morte.”
Se la magistratura darà ragione alle sue querele, si accontenterà delle scuse ufficiali dei suoi
detrattori?
“Neanche a parlarne. Con i soldi dei miei diffamatori voglio costituire un Fondo per sostenere tutti quei
ricercatori che hanno avuto la carriera stroncata per aver osato esporre tesi scientifiche invise
all’establishment medico e accademico.”
“L’epidemia COVID si è spenta per un motivo preciso” (intervista del 8
giugno 2020)
Deve essere una bella soddisfazione sentire tanti che - sulla scia di quanto dichiarato, qualche giorno
fa in TV dal prof. Zangrillo - stanno ora proclamando quello che lei sta dichiarando da mesi; e cioè la
scomparsa del Covid19 con l’approssimarsi dell’estate.
“Sarei molto più soddisfatto se i tanti che, implicitamente, ora mi danno ragione, ammettessero anche
che – mi si perdoni la vanità, come dicevo io a marzo - gli italiani contagiati da Sars-Cov-2 erano già
milioni e non le poche migliaia che annunciava il Governo. Se lo ammettessero, sconfessando quello
che essi supinamente accettavano, forse, potrebbero dare un’altra spiegazione dello spegnersi
dell’epidemia; e cioè che il virus non trova più persone da infettare, risultando queste immunizzate.”
Eppure l’Istituto superiore di Sanità sostiene che ci sarà una seconda ondata in autunno e che
non è un’ipotesi ma una certezza.
“Intanto vorrei chiedere ai dirigenti di questo Istituto in quale cassetto è scomparso lo studio
epidemiologico che essi avevano commissionato, e difeso, il 30 aprile, in conferenza stampa, che tra le
varie ipotesi, prospettava, per giugno, 151mila ricoveri in terapia intensiva. Poi sarebbe il caso di
chiarire cosa si intenda per “seconda ondata in autunno”. L’ipotesi che, in autunno, ci sarà qualche,
sporadico, nuovo caso di infezione da Sars-Cov-2 è certamente plausibile; ma, se pure ci sarà, e se
pure si evolvesse in COVID, potrebbe essere tranquillamente affrontato con le terapie che oggi, a
differenza di qualche mese fa, conosciamo.
Nonostante ciò, a differenza di quanto sta avvenendo in molti altri paesi dove si sta puntando ad un
rapido ripristino della piena normalità, in Italia si continua a farneticare di un “catastrofico ritorno
dell’epidemia”. E così, dopo gli ombrelloni aperti distanziati quattro metri e mezzo, hanno già deciso
nuove “misure profilattiche” - ovviamente, insensate dal punto di vista sanitario - come l’obbligo della
vaccinazione antiinfluenzale o della mascherina a scuola.”
E perché, secondo lei?
“I motivi per cui lo stato di emergenza, nonostante la fine dell’epidemia durerà ancora a lungo nel
nostro paese, li ho approfonditi nel mio libro “COVID: il virus della paura”; qui solo poche parole.
Intanto, la fallimentare gestione dell’emergenza COVID ha creato in Italia milioni di ipocondriaci
disposti a subire umilianti – nonché inutili da un punto di vista sanitario – vessazioni. Questo esercito
verrà usato per tenere a bada i tanti gettati sul lastrico dal lockdown e altre follie, che scenderebbero in
piazza se scoprissero quante menzogne ci sono state raccontate. Ad esempio, sul reale numero dei
contagiati in Italia che, considerando i tentativi per nasconderlo, si direbbe quasi un Segreto di Stato.
Basti pensare agli innumerevoli tamponi che, solo oggi, si stanno facendo, e che escono quasi tutti
negativi; tamponi sbandierati da governatori-sceriffi per ergersi come salvatori della popolazione,
avendo essi imposto vessatorie misure “profilattiche” che sarebbero riuscite a salvarla dal contagio. Non
è così. Quei tamponi, non rivelando tracce del virus, attestano, invece, la “guarigione” da una infezione
asintomatica per il 90% degli infettati. Per averne la controprova basterebbe effettuare test sierologici
che identificano gli anticorpi al virus. Ma, guarda caso, all’Indagine Sierologica Nazionale - affidata alla
Croce Rossa Italiana e che avrebbe dovuto interessare 150.000 persone - si direbbe non voglia aderire
nessuno (solo il 2% delle persone contattate telefonicamente dalla CRI si è prenotato per il prelievo).
Eppure sono moltissime, oggi, le persone che, pagando di tasca propria, stanno effettuando, presso
laboratori privati, le stesse analisi sierologiche. E perché mai nessuno vuole fare con la CRI un esame,
gratuito, che tanti stanno facendo a loro spese? Presto detto: le persone che, nello screening
governativo, sono trovate con anticorpi al virus SARS-Cov-2 sono da ritenersi ufficialmente “positive” e,
pertanto devono essere confinate in quarantena, finché non ci sarà un tampone negativo. Tampone per
il quale si potrà aspettare anche un mese.
È con questi mezzucci e con l’ormai logoro circo mediatico, popolato da sempre meno autorevoli
“esperti”, che si sta portando l’Italia alla rovina economica. Anche per questo, nella speranza di un
risveglio delle coscienze – e per chiedere una Commissione parlamentare di inchiesta, degna di questo
”.nome, sull’emergenza Covid - ho scritto questo libro
Amazon e altri bookstore stanno censurando il libro “Covid, il Virus della
paura”. (intervista del 6 giuno 2020)
Uno scandalo il blocco delle vendite del libro del prof. Giulio Tarro “COVID. Il virus della paura”? No, la
ovvia conseguenza della COVID-Policy: un patto liberticida siglato, già a febbraio - tra OMS, Amazon e
numerosi altri book-store - per “bloccare la vendita di libri che hanno il solo obiettivo di fomentare la
paura o, peggio, di diffondere teorie cospirazioniste sul COVID.
Ma prima di dare la parola al prof. Tarro, due parole su questa storia.
Sull’emergenza Covid, avevamo avuto il piacere di intervistarlo più volte; interviste che i nostri lettori,
evidentemente colpiti, come noi, dalla sua competenza, onestà intellettuale, capacità espositiva…
avevano premiato con un numero davvero sbalorditivo di visualizzazioni e condivisioni. Anche per
questo, a maggio, l’Antidiplomatico proponeva al prof. Tarro qualcosa di molto più impegnativo di una
intervista: scrivere un instant book sull’emergenza Covid offrendo collaborazione per rispettare i tempi di
una tale pubblicazione. Non avendo ancora l’Antidiplomatico una sua casa editrice (ma qualcosa bolle
in pentola!) c’era il problema di come pubblicare e, soprattutto, come distribuire il libro. In effetti, il prof.
Tarro aveva già avuto alcune offerte da quelle che sono considerate “prestigiose case editrici” ma la loro
pretesa di imporre una insindacabile revisione al testo e di non specificare quando il libro sarebbe stato
messo in vendita ci ha orientati su “Ilmiolibro”, una società di Self-publishing del Gruppo GEDI che già
conoscevamo per la buona resa tipografica dei suoi libri e per la celerità nella consegna di questi. La
scelta si è rivelata pagante e oggi “COVID. Il “Virus della paura”, nonostante sia uscito da una
settimana, è un bestseller su Ilmiolibro.
Una settimana fa, per venire incontro alle richieste di molti che ci segnalavano la loro indisponibilità ad
acquistare on line, stipulavamo con Ilmiolibro la “Distribuzione Premium”: il libro, cioè, poteva essere
acquistato anche nelle librerie Feltrinelli e on line su vari book-store internazionali (tra i quali Amazon).
Ebbene: NESSUNO DI QUESTI BOOK-STORE LO HA MESSO IN VENDITA, mentre Amazon segnala
che il libro non è disponibile; non così su Amazon per tanti altri libri sul COVID scritti da “esperti” che ora
farebbero bene a nascondersi. Su questa faccenda abbiamo intervistato il prof. Tarro.
“Invece di indossare i panni del martire, preferisco evidenziare come i condizionamenti imposti dalla
COVID-Policy stanno facendo perdere credibilità soprattutto alle riviste scientifiche. Mi riferisco alla
planetaria figuraccia della rivista «The Lancet» sulla idrossiclorochina.”
Eppure secondo i soliti “autorevoli opinionisti” il ritiro dell’articolo da parte di «The Lancet»
evidenzia, invece, la capacità della Scienza di autocorregersi...
“Ma quando mai? Se «The Lancet» lo ha dovuto ritirare è solo perché centinaia di medici, tra i quali
molti che avevano pazienti in cura con idrossiclorochina, si sono dovuti mobiliare contro quell’articolo
che aveva immediatamente fatto sospendere la vendita di un farmaco efficace. Una mobilitazione che
spero segni l’inizio di una presa di coscienza politica in una categoria, quale quella dei medici, che non
brilla, certo, per coraggio. Basti pensare, ad esempio, alle vaccinazioni alle quali, come è noto, la
stragrande maggioranza dei medici non si sottopone (e, molti addirittura, arrivano a redigere falsi
certificati di vaccinazione per i propri pazienti). Ma quando si trattò di prendere posizione contro la
radiazione del medico Roberto Gava, “colpevole” di esternare pubblicamente alcune sacrosante
considerazioni sui vaccini, tra i quattrocentomila medici italiani iscritti all’Ordine, solo pochissimi hanno
sottoscritto una lettera di protesta.”
Torniamo all’autorevolezza delle riviste scientifiche....
“Ma quale autorevolezza? Ma le sembra normale che «The Lancet, considerata la Bibbia della
Medicina, non sia degnata di verificare che gli strampalati dati sui quali si basava l’articolo erano falsi?
Ma cosa c’era davvero dietro la pubblicazione di quell’articolo destinato a togliere di mezzo un farmaco
che faceva svanire i guadagni legati al vaccino anti-COVID? Ma quali intrallazzi si nascondono dietro
tanti articoli che pubblicati su “autorevoli riviste scientifiche” spianano ai loro autori una carriera
accademica? Basta leggersi il libro di Marcia Angell , già direttrice del «New England Journal of
Medicine», “Farma&Co. Industria farmaceutica: storie straordinarie di ordinaria corruzione” (edizioni Il
Saggiatore, 2011). Ovviamente, non disponibile su Amazon.”
Su Mondragone e OMS: “Così la Scienza perde ogni credibilità”
(intervista del 30 giugno 2020)
Mondragone: caccia agli untori, in questo caso lavoratori bulgari chiamati in Italia per la raccolta della
frutta. Una storia cominciata non per qualche caso di COVID ma a seguito di un tampone rivelatosi
positivo effettuato su una donna bulgara recatasi a partorire nel vicino ospedale di Sessa Aurunca.
Viene così ordinata l’effettuazione di 582 tamponi (25 risultano positivi) nella comunità bulgara alloggiata
in quattro edifici (della cosiddetta area Cirio) che vengono dichiarati “Zona Rossa” con confinamento in
casa. Qualcuno, comprensibilmente, scappa dagli edifici (dove si alloggia fino a sei persone per stanza)
e questo scatena una xenofoba rivolta tra gli italiani di Mondragone resi ipocondriaci da due mesi di
lockdown. A peggiorare le cose, l’arrivo dell’Esercito (chiamato su sollecitazione del Governatore de
Luca, che, certamente, consoliderà così il suo trionfo alle prossime elezioni regionali) e l’imminente
comizio a Mondragone di Matteo Salvini.
Sugli aspetti sanitari di questa surreale gestione “dell’emergenza” abbiano intervistato il prof. Giulio
Tarro.
“Il caso Mondragone nasce sostanzialmente dalla pretesa di trascinare in isolamento qualche infettato
che, se restasse in libertà, farebbe ripartire il contagio. Una follia nata dalla scelta del Governo che per
convincere la popolazione a restarsene a casa, ha considerato come “contagiati” solo coloro risultati
positivi ai pochi tamponi che venivano somministrati qua e là dalle Regioni e non già le decine di milioni
di Italiani certamente già infettati, ma asintomatici, che venivano evidenziati da serie indagini
epidemiologiche e inoppugnabili ricerche. In Campania, poi, dove di tamponi ne venivano fatti
pochissimi, da marzo a oggi, sono stati conteggiati come infettati soltanto 4.662 persone.”
Però, di tamponi, oggi in Campania, se ne stanno facendo molti e risultano, quasi tutti, negativi.
“Ma questi tamponi non rivelando tracce del virus, attestano la “guarigione” da una infezione, come già
detto, asintomatica per la stragrande maggioranza dei casi. Per averne la controprova basterebbe
effettuare test sierologici. Intendo una seria Indagine Sierologica Nazionale, non come quella in corso
che non vuole fare nessuno perché se si trovano gli anticorpi si va in quarantena in quanto ufficialmente
“positivi”.”
Comunque, per l’OMS anche i “guariti da COVID” potrebbero trasmettere l’infezione.
“Queste tarantelle dell’OMS, che un giorno dice una cosa e il giorno dopo l’esatto contrario, rischiano
di far perdere ogni credibilità alla Scienza, Basti pensare alla contagiosità degli asintomatici che era
stata, praticamente, esclusa da Maria Van Kerkhove , capo del team tecnico anti-Covid-19 dell’OMS.
Due giorni dopo, rettifica dell’OMS che parlava di un “fraintendimento delle dichiarazioni della Van
Kerkhove”. Qualche giorno dopo, nuovo annuncio dell’OMS: niente doppio tampone negativo per
attestare la guarigione poiché bastano tre giorni senza sintomi per liberare i pazienti dall’isolamento.
Ma, allora, questi asintomatici positivi al tampone sono o non sono capaci di contagiare? E se no, come
appare evidente dal (per ora) ultimo annuncio dell’OMS, perché mai metterli in isolamento come si è
fatto a Mondragone?”
Il panico da Covid si basa su fake news. Il dato dei ricoveri in terapia
intensiva parla da solo” (intervista del 22 agosto 2020)
Con l’annunciata debacle del velleitario tentativo di trovare “nuovi spazi” per le scuole e, quindi, con
l’imposizione a tutti (anche ai bambini sopra i sei anni) di una mascherina che scatenerà un
inimmaginabile caos, nasce l’esigenza di gonfiare le cifre dell’epidemia per mobilitare, in sostegno del
governo, l’esercito di ipocondriaci che si è riusciti a creare. E così è tutto un dilagare, a reti unificate, di
“nuovi contagi che ora interessano i giovani”, “nuovi ricoveri” “nuovi morti per Covid”. Ne abbiamo
parlato con l’illustre virologo Prof. Giulio Tarro, proprio in questi giorni volgarmente attaccato da “Il Fatto
Quotidiano”
“Alle diffamazioni ci ho fatto il callo. E la valanga di critiche in calce a quell’articolo mi fa ben sperare in
un cambiamento di rotta nell’opinione pubblica. Ma occupiamoci della attuale situazione del contagio in
Italia che, mi si perdoni la vanità, conferma le previsioni che avevo espresso ad aprile. Intanto parliamo
del dato più importante: i ricoveri in terapia intensiva. Nonostante le fake news che spacciano i giornali –
in prima fila, ovviamente “Il Fatto Quotidiano” che si inventa addirittura i ricoveri – quelli per Covid si
contano sulle dita di una mano. Ed è gravissimo che nulla ci viene detto sulla età e su eventuali gravi
patologie pregresse dei ricoverati; stesso mistero per i pochi “morti per Covid” che si direbbe vengano
ancora catalogati con il sistema inaugurato a marzo: basta che il morto sia risultato positivo al tampone
e, pure se muore per cancro, “e morto per Covid”. Il tutto condito dalle dichiarazioni degli esperti da talk
show che continuano a raccomandare di “non abbassare la guardia”.
Sarebbe, invece, il caso di comunicare che essere positivi al tampone non significa essere “malati”
considerato che il virus nella stragrande dei casi non provoca nessun sintomo; in più, la capacità del
soggetto positivo a tampone di trasmettere l’infezione si limita ai primi giorni, dopo di che la prolungata
positività del tampone identifica solo tracce di materiale genetico virale, non virus integro, attivo, in
replicazione, capace cioè di trasmettere l’infezione. Nonostante ciò in Italia la persona positiva a
tampone, ancora oggi, resta ufficialmente “malata” e “contagiosa” finché per due volte consecutive
l’analisi del tampone nasofaringeo non da’ esito negativo; un criterio, inizialmente dettato
dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ma poi cambiato progressivamente in quasi tutti i
paesi. Il risultato è che oggi, in Italia, considerando che il doppio tampone negativo RT-PCR può arrivare
anche dopo 4 mesi (nei quali si è obbligati a stare in quarantena), quasi nessuno vuole sottoporsi a
tampone; una circostanza che determina rischi in quanto disincentiva la segnalazione di uno stato
clinico sospetto; qualunque esso sia.”
E invece, cosa si dovrebbe fare?
“Il rischio di trasmettere l’infezione inizia circa 48 ore prima della comparsa di sintomi. Per questo
sarebbe auspicabile strutturare un serio e stabile sistema di monitoraggio che permetta di tenere sotto
controllo la situazione. Sto parlando di uno screening valido dal punto di vista epidemiologico; non già i
tamponi che oggi vengono imposti ai vacanzieri che tornano dalla Grecia, Croazia, Spagna e Malta (una
disposizione che si direbbe una “furbata” per costringere gli italiani a frequentare le spiagge in patria) o
che vengono usati da qualche politicante locale come rappresaglia per spingere le comunità alla caccia
all’untore.”
Ma come si spiega che oggi in Italia risultano positive più persone che a maggio, quando si
facevano meno tamponi?
“Come già detto, il parametro per misurare la situazione è il numero dei malati ricoverati in terapia
intensiva. Secondo un blasonato studio epidemiologico a maggio, difeso in conferenza stampa
dall’Istituto superiore della Sanità, avrebbero potuto essere questa estate 151.000. Oggi, ufficialmente,
sono 68.
Ma vediamola da vicino questa faccenda dei nuovi positivi. Per quanto riguarda i tamponi è frequente
che la negatività sia seguita da nuova positività, per via della alta sensibilità della reazione PCR al
materiale genetico virale residuo presente nelle mucose del paziente e della disomogeneità di prelievo
del tampone. Ma in nessun caso di ripositivizzazione è stata trovata evidenza di infezione attiva, né di
contagiosità. Stessa situazione per quanto riguarda le immunoglobuline anticorpali a SARS-Cov-2 che
in alcuni casi non sono più riscontrabili. Questo significa che sta per arrivare una nuova catastrofica
ondata epidemica? Assolutamente no. Intanto, quasi tutti i beta-coronavirus danno luogo anche ad una
immunità di tipo cellulare che è perenne; e non a caso, nessuno tra i guariti dalla SARS del 2002 ha
contratto il Sars CoV2. Immunità di tipo cellulare, purtroppo, non rilevabile dai test diagnostici che si
stanno utilizzando. Poi, oggi, esistono efficaci cure (prima tra tutte la plasma terapia) che non avevamo
a marzo-aprile.
Nonostante questo, continua ad impazzare il terroristico circo mediatico.”
Si riferisce a quello che è stato deciso per la Scuola?
“Certo. L’obbligo delle mascherine per tutti, dai sei anni in su, non trova alcun sostegno nelle evidenze
scientifiche. Gli studi sono innumerevoli. Tra questi mi piace citare quello prodotto dall’equipe
nefrologica dell’Istituto Gaslini di Genova che documenta come sia irrilevante il rischio Covid persino in
bambini resi immunodepressi a seguito di trapianto e, per di più, con familiari con Covid.”
Sbatti il ‘contagiato’ in prima pagina! Intervista al prof. Giulio Tarro
(intervista del 2 settembre 2020)
300.000 tamponi al giorno! È questa l’ultima trovata del governo per mantenere alta la cifra dei
“contagiati” (leggi “asintomatici”e cioè sani) e preparare l’Italia all’imposizione della vaccinazione
antinfluenzale. Su questo e su altro abbiamo intervistato il prof. Giulio Tarro.
“Oramai lo scrive anche il New York Times. Il modo in cui vengono esaminati i tamponi amplifica
talmente tanto il materiale genetico raccolto da individuare anche solo piccolissimi frammenti rimasti che
non fanno male a nessuno. Ma, in Italia, tanto basta per scovare il “positivo”, il “contagiato” da sbattere
prima sui giornali e poi in quarantena. E tutto questo mentre molti paesi, seguendo i dettami dell’OMS
considerano incapaci di diffondere il virus coloro che, per tre giorni di seguito, non mostrano sintomi
ascrivibili al Covid. In Italia, invece si pretendono ben due tamponi negativi. E per avere questi due
tamponi di controllo bisogna aspettare anche settimane che fanno così dilatare la cifra complessiva dei
“contagiati. Una situazione surreale.”
Intanto incombe la vaccinazione antiinfluenzale che qualcuno, per imporla a tutti, vorrebbe
trasformarla in una sorta di “patentino” per permettere l’accesso a luoghi affollati come stadi,
cinema, discoteche.
“Questa storia della vaccinazione antiinfluenzale che garantirebbe di distinguere il virus SARS-Cov-2
da quello influenzale è una colossale sciocchezza. Intanto perché già esistono test che fanno questo. In
Gran Bretagna, ad esempio, il governo ha già ordinato 5,8 milioni di test che in meno di 90 minuti
identificano sia la presenza del coronavirus sia di quello influenzale. Un’altra assurdità di questa misura
è che la vaccinazione antiinfluenzale, in moltissimi casi, non impedisce il verificarsi di questa malattia
che, anzi, si manifesta con una sintomatologia solitamente più grave della “normale” influenza. Che si
fa, quindi, se arriva al pronto soccorso una persona con una grave influenza e vaccinata contro
l’influenza? La si chiude subito in quarantena e si dichiara un generale lockdown? Ma, poi, c’è una
questione ancora più grave: la vaccinazione abbassa momentaneamente le difese immunitarie
rendendo così l’organismo più vulnerabile ad altri virus. E con il SARS-Cov-2 che, pur spegnendosi
l’epidemia, è ancora in giro c’è il rischio che la vaccinazione antiinfluenzale possa provocare, addirittura,
una ripresa dei casi di Covid.”
Prof. Giulio Tarro all’AntiDiplomatico: “L’epidemia si è spenta a maggio.
E’ ora di farla finita con il terrorismo mediatico” (intervista del 14 ottobre
2020)
A sentire le TV si direbbe che le (insensate) misure decise con il DPCM del 13 ottobre siano l’ultima
trincea prima di arrendersi ad un nuovo lockdown; che, certamente, sarà “giustificato” dai prossimi
“morti per Covid” (e cioè i tanti anziani portati via annualmente dall’influenza, nei quali saranno trovate
pur labili tracce del virus SARS-Cov-2). Cosa fare di fronte ad una gestione dell’emergenza che,
spacciando i positivi (che per il 95% sono asintomatici) per malati, prospetta una flagrante violazione
della nostra Costituzione e dei nostri diritti? Intanto, definire proposte per far nascere, anche qui in Italia,
un movimento degno di questo nome. Su questo, e su altro, abbiamo intervistato il prof. Giulio Tarro.
Professore, qual è la reale situazione Covid in Italia?
“Anche volendo prendere per attendibili i dati ufficiali trasmessi dal Governo, ritengo che l’attuale
situazione confermi pienamente quello che avevo già detto. E cioè che l’epidemia Covid si è spenta a
maggio.”
E perché, ancora oggi, si scoprono dei contagiati?
“A monte della fallacia dei tamponi, per quanto riguarda l’Italia, il SARS-Cov-2 si direbbe segua la
stessa evoluzione del coronavirus che determinò l’epidemia SARS del 2002-2004 che, pur rimanendo in
moltissime persone, d’un tratto, non provocò più morti. E ritengo folle che oggi l’OMS e tanti “esperti non
abbiano preso in considerazione la reazione delle cellule T alle proteine strutturali (nucleocapside, NP)
e non strutturali (NSP-7 e NSP-13 di ORF1 accessorie) che hanno fatto finire quella epidemia,
preferendo concentrarsi sulla “caccia” ad un virus che, oggi, non può certo essere estirpato dal genere
umano. Inutili, quindi, “cordoni sanitari”, “zone rosse” o “alberghi per contagiati”: il SARS-Cov-2,
verosimilmente, rimarrà per secoli. Come, ad esempio, quello della varicella, che in passato ha prodotto
immani stragi ma che oggi, pericoloso solo in gravidanza, periodicamente affiora con qualche caso di
herpes zoster.”
Quindi, cosa si dovrebbe fare oggi?
“Oggi, per il Covid, conosciamo l’efficacia di cure quali, ad esempio, la trasfusione di plasma con
anticorpi. Per questo, invece di un perenne Stato di Emergenza, abbiamo bisogno di tenere sotto
osservazione l’evoluzione del contagio. C’è bisogno, quindi, di una capillare, perenne, campagna di
screening svolta dallo Stato; tolta, cioè, dalle mani di personaggi, come gli attuali governatori regionali
che l’hanno trasformata in una caccia all’untore solo per ottenere uno sciagurato consenso. E
l’attestazione nelle persone sottoposte a screening di uno stato di positività (che va e viene) non deve
assolutamente determinare una messa in quarantena.
Inoltre, c’è bisogno di proteggere le categorie a rischio. Il nostro paese, dopo il Giappone, è quello con
il più alto tasso di anzianità; e questo, ad esempio, si traduce, ogni anno, in decine di migliaia di morti
(forse evitabili) durante le epidemie influenzali. In Italia, a marzo, nacquero iniziative per evitare che
persone anziane, magari febbricitanti, dovessero recarsi in strada per fare la spesa o incassare la
pensione. Sarebbe il caso, invece di dilapidare miliardi di euro acquistando banchi per le scuole, che
queste iniziative diventassero stabili, soprattutto ora che l’epidemia influenzale è alle porte.
Poi, facciamola finita con questo circo degli innumerevoli comitati e consulenti dei ministeri. In Svezia,
ad esempio, c’è un solo consulente ufficiale - l’epidemiologo di Stato, Anders Tegnell - che ha fatto un
ottimo lavoro, tra l’altro, evitando inutili misure vessatorie. Qui siamo, invece, ad un Comitato Tecnico
Scientifico, che si tiene dentro ogni possibile “esperto” per potere così, informalmente, avallare le scelte
del governo.
Altrettanto importante è farla finita con la disinformazione e il terrorismo mediatico. Oggi, in Italia,
nonostante tutte le chiacchiere sulla “trasparenza” o sugli Open Data, sul Covid vengono diffusi solo dati
aggregati quali “decessi”, “contagiati”, “guariti”… senza che sia possibile conoscere la loro storia clinica.
Ancora peggio la censura e i provvedimenti disciplinari con i quali si tenta di silenziare i tanti dipendenti
ospedalieri che osano dichiarare qualcosa di difforme dalla Verità Ufficiale. È ora di farla finita con
questo metodo. Diffondere il panico, certamente, rafforza politicamente chi ci governa. Ma impedisce al
sistema sanitario di funzionare. Le 35.000 persone, morte ufficialmente per Covid, ne sono la
testimonianza.”
“Le ‘morti Covid’ di questi giorni non sono colpa della movida ma dei
drammatici fallimenti di questa gestione” (intervista del 18 novembre 2020)
Ma perché, oggi, gli ospedali sono strapieni e perché “per il Covid” sta morendo tanta gente? Ma
davvero – come raccontano gli “esperti” in TV e sui giornali - è tutta colpa nostra che non abbiamo
“rispettato le regole”? O è colpa della “movida”? Oppure sono i 2 mila euro in più che arriverebbero dalle
Regioni agli ospedali per ogni malato dichiarato Covid (dichiarazione espressa da Bertolaso che,
nonostante un goffo tentativo di “debunkeraggio” parrebbe essere vera)? Oppure è colpa del virus che,
dopo l’estate, si sarebbe “incattivito”?
Lo abbiamo domandato al Prof. Giulio Tarro.
“Intanto una precisazione. Ogni anno, in Italia muoiono mediamente 650.000 persone, per lo più
anziane. Secondo l’ISTAT, tra le patologie considerate come cause di morte (dopo quelle dell’apparato
circolatorio e i tumori) al terzo posto ci sono le cosiddette “polmoniti”, spesso inglobate nel termine
“influenza”. Polmoniti e influenza che ogni anno provocano il collasso di reparti di Terapia intensiva e
Pronto soccorso. Questi collassi si verificavano solitamente tra dicembre e marzo perché, fino ad un
anno fa, funzionava una pur inadeguata medicina territoriale che arginava o posticipava i ricoveri. Non
così oggi, con quarantamila medici di base che, per lo più, invece di visitare i pazienti a casa o negli
ambulatori, si limitano ad un “consulto telefonico”. I sintomi non curati adeguatamente, così, si
aggravano e così oggi molti arrivano in condizioni disperate negli ospedali; nei quali, oggi anno,
secondo varie stime, già si registrano 8-10.000 morti per infezioni ospedaliere. Ecco spiegate le “cifre
ufficiali” di questi giorni con le quali ci hanno imposto, dopo essere stati due mesi chiusi in casa, un altro
lockdown.”
Quindi, non c’è stato nessun “incattivimento” del virus?
“Assolutamente no. Già ad aprile prevedevo che il Sars-Cov-2 avrebbe conosciuto la stessa
evoluzione di altri Coronavirus e oggi sono moltissimi virologi che mi danno ragione. Il problema è che la
tragedia che oggi ci viene sbandierata per giustificare vessatori e inutili lockdown non è legata al virus
ma alla sbagliata gestione dell’emergenza messa in atto per affrontarla.
A marzo, quando il virus già contagiava milioni di italiani, per costringerci a restare chiusi a casa per
due mesi (conteggiando come “contagiati” solo coloro che risultavano positivi ai pochi tamponi che
allora si effettuavano e come “morti per Covid” tutti coloro che risultavano positivi al tampone effettuato
prima o dopo il decesso) hanno avuto la spudoratezza di affibbiare a questo virus un tasso di letalità
talmente spaventoso da far scomparire la medicina territoriale e scatenare il terrore e il caos nei servizi
sanitari. Oggi sta succedendo di peggio. Pur di perseguire la loro caccia all’untore e ai “focolai di Covid”
hanno centuplicato i tamponi (peraltro inaffidabili, considerando, ad esempio, gli innumerevoli cicli di
PCR) per presentare un “aumento del contagio” che sta producendo una corsa verso gli ospedali e la
stessa tragedia di marzo.”
Oggi, comunque, sono in molti a ribellarsi...
“C’è molta rabbia ma, purtroppo, non c’è consapevolezza sulle proposte. Da una parte c’è chi,
stravolgendo lo slogan delle proteste qui a Napoli “Voi chi chiudete, voi ci pagate”, si limita a chiedere
“sussidi” che rischiano di essere finanziati tagliando stipendi e pensioni. Poi c’è chi si limita ad
inneggiare esclusivamente ad una “libertà” che – in questi tempi caratterizzati da una isteria e
ipocondria dilagante - viene considerata dai più come la causa della “ripresa del contagio”. Ci vorrebbe
ben altro. Un consapevole movimento che, basandosi su dati scientifici, chieda un programma ben
diverso dalla folle gestione dell’emergenza finora attuata dal governo e dai governatori regionali. Alcuni
punti di quello che potrebbe essere questo programma li ho già illustrati in una mia precedente
intervista. Non è il caso qui di ripetermi.”
“Gli italiani rischiano di essere le vere cavie del vaccino Pfizer” (intervista
del 28 novembre 2020)
Davvero surreale che il ministro della Salute, Roberto Speranza, vada in Parlamento ad annunciare
che, da gennaio, saranno vaccinate, in Italia, contro il Covid 1.500.000 persone con vaccini non ancora
autorizzati dall’Ema e dall’AIFA e che vengono bocciati senza appello, (si veda, in particolare, questo e
quest’altro articolo) anche dall’autorevole British Medical Journal. Ancora più sconvolgente è che si stia
già chiedendo per coloro che oseranno rifiutare questi vaccini il divieto di frequentare scuole, palestre,
cinema e, addirittura, il proprio posto di lavoro. Sul perché si sia arrivati a questo, abbiamo già scritto;
qui approfondiamo alcuni aspetti scientifici di questi vaccini con il prof. Giulio Tarro che sta per dare alle
stampe proprio un libro su Covid e vaccini.
Professore il ministro Speranza il 3 dicembre annuncerà il cosiddetto “Piano vaccini” per
l’Italia con un numero sempre maggiore di esponenti della comunità medica e scientifica che
lanciano l’allarme sui rischi. Da ultimo la principale rivista medica inglese. Che idea si è fatto
della vicenda vaccini anti-Covid?
“Ovviamente, ritengo che i vaccini siano una importante conquista della Medicina e che, quando ciò è
inevitabile, si debbano affrontare i rischi connessi ad una vaccinazione di massa. Per capirci, una cosa
è stata la temibile Poliomielite (debellata nel 1962 dal vaccino di Albert Sabin, che considero il mio
Maestro) altra cosa è il Morbillo in nome del quale, nel 2017, sono stati imposti a tutti i bambini italiani
ben dieci vaccini, quasi tutti assolutamente inutili (così come riportavo in un mio libro). Per il Covid,
prima di inneggiare al vaccino, sarebbe, quindi, il caso di valutare attentamente il rapporto tra rischi e
benefici. Benefici che, per quanto riguarda i cosiddetti vaccini anti-Covid non si capisce quali siano,
considerando che, così come dichiarato, addirittura, dal capo del dipartimento medico di Moderna, il
dottor Tal Zaks, una persona vaccinata continuerebbe ad infettare gli altri. Tra l’altro - prendendo per
buone le stime di multinazionali come la Pfizer, Moderna, Astrazeneca… - questi vaccini garantirebbero,
forse, una immunità di due anni. Questo significa che non ci eviterebbero nemmeno il lockdown e che
dovrebbero essere somministrati per sempre a tutta la popolazione. Una follia considerando che il virus
Sars-Cov-2 rappresenta un rischio solo per meno del cinque per cento delle persone che oggi, a
differenza di quanto avveniva a marzo, possono essere curate con efficaci terapie.”
E per quanto concerne i rischi di questi vaccini?
“Considerando il panico mondiale che si è voluto creare intorno al Covid, ci si sarebbe aspettato una
sorta di consorzio internazionale delle principali aziende farmaceutiche per ottimizzare la ricerca di un
unico vaccino. Così non è stato e oggi i futuri, presunti, vaccini anti-Covid sono almeno 71; tutti
realizzati in pochi mesi, mentre per realizzare un vaccino ci vogliono mediamente 8-10 anni. Ma, ancora
più grave è che alcuni di questi vaccini, ad esempio, quello della Pfizer, sono basati su una tecnologia
mai usata prima e, tra l’altro, attualmente vietata dall’Unione europea. Per dirla in due parole,
considerato che il virus muta continuamente, si altera il nostro sistema genetico per far sì che il nostro
sistema immunitario possa riconoscerlo come una minaccia.
Il vaccino Pfizer, ad esempio, inietta frammenti di mRNA (il cosiddetto RNA messaggero) che
dovrebbe indurre la glicoproteina Spike (S), ovvero il principale antigene del SARS-CoV2, utilizzato dal
virus per prendere di mira i recettori ACE2 delle cellule bersaglio; in questo modo le nostre cellule,
leggendo questa informazione, produrranno gli antigeni. Questo, secondo le speranze della Pfizer,
dovrebbe stimolare la produzione dei soli anticorpi specifici, come le immunoglobuline G, la cui
permanenza dovrebbe garantire una - non si sa quanto durevole - immunità. Speranze, appunto. Ma chi
ci garantisce che questa alterazione genetica non possa, ad esempio, scompaginare il nostro sistema
immunitario trasformando qualcuno dei tanti virus, con i quali pacificamente conviviamo, in un killer? Tra
l’altro va detto che per scartare questo rischio ci sarebbe stato bisogno di un periodo molto lungo di trial
subìto da moltissimi anziani. È quello che verrà fatto, da gennaio, in Italia. E, ad essere malpensanti, si
potrebbe dire che gli Italiani saranno le vere cavie del vaccino Pfizer.”
Sul focolaio di Fasano: “Possibile che l’RNA messaggero attivi il Covid-
19 latente” (intervista del 13 febbraio 2021
Chissà a quale “variante del virus” addebiteranno gli “esperti da talk show” l’odierna positività a
tampone di 33 ospiti e 10 componenti dello staff sanitario, nella residenza socio sanitaria di Fasano che,
il 3 febbraio, avevano ricevuto la seconda dose di vaccino Pfizer. E chissà come pretenderanno di
spiegare la presenza del virus Sars-Cov-2 nella residenza socio sanitaria, considerando che questa era
sottoposta a ferree misure profilattiche e che, prima di allora, nessuno lì dentro risultava positivo.
In attesa delle loro immancabili fumisterie, alcune risposte dal prof. Giulio Tarro.
<<Quello verificatosi a Fasano potrebbe dipendere dall’attivazione da parte dell’RNA messaggero
introdotto con il vaccino del Covid-19 latente e/o appena contagiato prima della risposta anticorpale.
Una situazione che, verosimilmente si è manifestata anche in Israele.>>
In che senso Covid-19 latente?
<<Vede, quando nel marzo 2020 dichiaravo che il Sars-Cov-2 aveva già infettato decine di milioni di
italiani, nessuno ci voleva credere, anche perché le cifre ufficiali, pur di giustificare il lockdown, lo
davano presente solo nei pochi malati Covid sottoposti a tampone. In realtà, - detta in due parole - si
tratta di un virus estremamente contagioso, che, al pari di quello della Varicella - presente nei gangli
delle radici nervose spinali di noi tutti, o di quattro coronavirus (229E, NL63, OC43, HKU1) che oggi ci
infettano - non producendo una immunità stabile, periodicamente si “ridesta” permettendo così ad
eventuali test di intercettarli. Questo loro “ridestarsi” quasi mai produce sintomi. È quella che si chiama
una infezione endemica. Che non è possibile schiodare dalla popolazione con mascherine, lockdown o
chiusure. E, a quanto pare, nemmeno con vaccini realizzati in pochi mesi come il Pfizer-BioNTech che
ora, addirittura si pensa di “miscelare” con il vaccino Astrazeneca: una cosa mai vista nella storia della
Medicina>>
Quindi i vaccini…
<<Il problema non sono i vaccini che pure una qualche, temporanea, protezione dal Covid dovrebbero
garantirla. Il problema è stata una gestione dell’emergenza tutta finalizzata all’arrivo messianico dei
vaccini che oggi, fidandosi ciecamente degli annunci pubblicitari delle case farmaceutiche, si vorrebbe
imporre, addirittura a tutta la popolazione. Sono state così trascurate altre misure che avrebbero potuto
permetterci di convivere con il virus Sars-Cov-2 il quale - è opportuno ribadirlo - è asintomatico nel 90-
95% dei casi e, anche quando colpisce gli anziani, può essere affrontato con tempestive ed efficaci
cure.>>

Sommario
PRESENTAZIONE
PARTE PRIMA: L’emergenza Covid
Come è nata l’emergenza Covid in Italia
L’asservimento della “Scienza”
La scomparsa della medicina territoriale
I “morti per Covid “in Italia
L’”enigma Lombardia”
Gli “esperti” e l’”informazione”
Gli aspetti politici dell’emergenza Covid
La “Fase Due”
Mascherine
Caccia all’untore
Il monitoraggio del contagio e l’affidabilità dei tamponi
Lockdown e Scuola
La “seconda ondata”
L’attesa messianica del vaccino

PARTE SECONDA: Virus, cure e vaccini


Il virus Sars-Cov-2
Il sistema immunitario e le cure
Vaccini

PARTE TERZA: alcune proposte


APPENDICE: interviste al prof. Tarro

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