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Illustrazione di copertina East african football players #1-8 di Valerio Taumann

Francobolli e mappe interne a cura di superitalianz.com


Foto dell'autore di Gianluca Simoni
Sito ufficiale dell'autore www.enricobrizzi.it
Enrico Brizzi aderisce alla campagna di Greenpeace «Scrittori per le foreste». Questo
libro è stato stampato su carta ecosostenibile HC75 20 certificata FSC prodotta dalla
cartiera svedese Holmen paper.

© 2008 Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A. Milano ISBN 978-88-6073-361-0


Enrico Brizzi
L'inattesa piega degli eventi
Alla memoria di Gabriele Grandi "Scheggia"
Non camminerai mai solo
Questo romanzo è opera di fantasia.
Il riferimento a personaggi realmente esistiti, movimenti e partiti politici, istituzioni e
marchi commerciali, va letto nella chiave della finzione narrativa e non vuole
rappresentare un giudizio sui medesimi. Resta ferma la condanna dell'autore per ogni
forma di autoritarismo e limitazione della libertà d'espressione personale.
Al tramonto si ammaina la bandiera e l'incanto dell'ora si aggiunge alla cerimonia che
conclude la nostra giornata laboriosa. Poi si accendono dappertutto i fuochi, le montagne
si riempiono di piccole fiamme; le canzoni e il fumo dei bivacchi salgono insieme verso il
cielo.
Verrà il giorno in cui il fragore di un veloce treno riempirà questa valle o un'ampia
strada asfaltata scenderà da Gondar, tra due file di lampioni, per permettere a belle berline
di recarsi sulle rive fiabesche del lago Tzana.
Alti tralicci d'acciaio traverseranno le valli e le montagne, concatenati dalla rete dei cavi
ad alta tensione. I castelli saranno ricostruiti, isolati, messi in luce; altri edifici sorgeranno:
uffici, negozi dalle splendenti vetrine, ristoranti e caffè che offriranno al turista quello che,
adesso, ci fa gola.
Ci sarà anche nei sobborghi il quartiere delle ville, e qualcuno sicuramente griderà: «Oh!
L'orrendo gusto delle ville di Gondar! Bisognerebbe fucilare l'architetto!»
Queste profezie sono facili, e il loro avverarsi sarà rapido come il ritmo di questa epoca
affannosa in cui viviamo.
Paolo Caccia Dominioni,
Amhara. Cronache della Pattuglia Astrale, 1937
Roma, 5 maggio 1960

L'uomo che aveva restituito all'Italia prestigio e prosperità chiuse gli occhi nel proprio letto all'alba
del 5 maggio 1960.
Un destino ingrato aveva deciso che quella data ritenuta doppiamente fausta, anniversario della
presa di Addis Abeba nel '36 e della capitolazione germanica nove anni più tardi, si tingesse di
presagi funesti per la Nazione.
Furono proclamati cinque giorni di lutto nazionale, nel corso dei quali il Tricolore venne
abbrunato dalle Dolomiti alle oasi del Fezzan, dalle isole dell'Egeo alle rive del Nilo Azzurro, e
ovunque il genio italico avesse portato il suo messaggio di pace, giustizia e civiltà.
I funerali di Benito Mussolini furono il degno commiato di un uomo che, in trentott'anni di
dittatura personale, aveva sfruttato appieno il gusto per il teatro dei suoi compatrioti: la bara,
trainata su un affusto di cannone della Nostra guerra da sedici pariglie di cavalli, traversò tutta
Roma accompagnata da contingenti di militari e camicie nere della Milizia.
C'erano i veterani di Diaz, i bersaglieri, le penne nere, i vecchi arditi e gli ex legionari di Fiume,
poi venivano gli eroi di trentacinque e quarant'anni che avevano liberato l'Italia dall'aggressione
franco-germanica: schiere di paracadutisti, fanti di Marina e piloti della «Disperata», la testa di
morto dipinta sul casco, precedevano le truppe coloniali con i fieri dubat somali, gli ascari d'Eritrea
e i meharisti di Libia che conducevano al passo i cammelli.
Dietro di loro, in una mescolanza fra passato e futuro della Nazione, marciavano i vigorosi
moschettieri della guardia del corpo, orfani di Mussolini più d'ogni altro, seguiti dagli
avanguardisti in lacrime del picchetto d'onore della GIL, e dagli ultimi garibaldini che avevano
combattuto in camicia rossa sotto i figli e i nipoti dell'Eroe.
Per le esequie del Duce degli Italiani erano stati organizzati treni speciali e corriere da ognuna
delle novantanove province, e voli a prezzo popolare dalle capitali delle Repubbliche associate.
Solo le immagini aeree di quella storica diretta dell'EIAR-TV, lunga un intero pomeriggio,
possono restituire il brulicare della folla sgomenta, partita da cordoni di agenti e volontari della
Milizia in due immense ali.
Da vicino, c'era chi si strappava i capelli e chi piangeva in silenzio, e ogni poche centinaia di
passi qualcuno tentava di saltare le transenne per gettarsi a toccare la bara.
Una famosa sequenza delle immagini irradiate in diciotto nazioni descrive il parossismo della
giornata meglio di tante parole: il corteo funebre sta risalendo via dell'Impero, quando un gruppo di
civili travolge il cordone di poliziotti e si fa attorno al feretro. Un agente in borghese grida
distintamente: «Vogliono il corpo del Duce!», esplode un colpo in aria quindi abbatte il calcio della
pistola fra le scapole di una donna che tenta di baciare la bara. Nel parapiglia che segue, i cavalli
imbizzarriti percorrono un centinaio di metri al galoppo, nel corso dei quali il convoglio calpesta e
ferisce seriamente tre giovanissimi, avanguardisti di Campo Alberto appena giunti in città per
l'estremo addio al padre della Patria.
Non fu la sola circostanza drammatica che accompagnò la scomparsa di Benito Mussolini e la
sua sepoltura all'interno dell'ex Vittoriano: nel solo giorno delle esequie, vennero segnalate decine
di suicidi in tutta Italia, specialmente di donne non più giovani, ma è un capitolo sul quale né
l'Agenzia Stefani né i programmi giornalistici della televisione hanno mai fatto piena chiarezza.
È altamente probabile che queste lugubri notizie non abbiano raggiunto i gerarchi e gli ospiti
stranieri, stipati nel palco delle autorità eretto sotto Palazzo Venezia.
Le immagini che incollarono gli Italiani ai teleschermi mostrano ai posti d'onore la regina
Elisabetta e il marito principe d'Edimburgo, fianco a fianco con il segretario del Partito e presidente
ad interim della Repubblica Alessandro Pavolini, il suo anziano rivale Italo Balbo e il terreo
ministro della Giustizia Grandi. Con loro ci sono il titolare degli Interni Ettore Muti e il
sottosegretario Sceiba, il ministro dei Lavori pubblici Adelchi Serena, quello dell'Industria Valletta,
Anfuso, De Marsanich, Tambroni, Fanfani e il resto del Governo.
Si riconoscono, in occhiali scuri e sull'attenti, il comandante generale dei Carabinieri De Giorgis
e quello della MVSN Idreno Utimperghe insieme alle massime gerarchie di Esercito, Marina e
Aviazione. Il decrepito generale Roatta del SIM, ultimo custode di segreti inconfessabili, sembrava
marcato a vista dal responsabile delle Forze speciali, ammiraglio Borghese.
Quindi venivano i Primi ministri delle Repubbliche associate di Libia, Albania, Corsica, Malta,
dell'Egeo e dell'Africa Orientale, alle quali il nuovo ordinamento, ispirato dalla dottrina del
«fascismo universale», aveva garantito una moderata autonomia. Impassibile al loro fianco, con la
fascia color notte trapunta di stelle, ancore ed aquile di segretario della Federazione italica, l'ex
genero del Duce Galeazzo Ciano; come estromesso dal corteo dei familiari, lontano dalla moglie e da
donna Rachele, che dopo la scandalosa separazione lo aveva in pubblico odio.
Le immagini girate quel giorno ci restituiscono in uno sgranato bianco e nero le sembianze dei
nostri alleati della Conferenza mediterranea, uomini dalla schiena abbastanza dritta da mantenere
l'equidistanza fra Washington e Mosca: Francisco Franco, il portoghese Salazar e David Ben
Gurion, Costantino Karamanlis, il maresciallo Tito e l'egiziano Nasser, re Hassan del Marocco,
l'uomo forte di Beirut Camille Chamoun e il leader cipriota Makarios, il presidente tunisino
Burghibà e quello algerino Abbas, perennemente grati all'Italia per avere sostenuto la lotta dei loro
popoli fino alla piena indipendenza da Parigi.
Alle loro spalle avevano preso posto i governanti dei Paesi che guardavano alla Conferenza come
a un punto di riferimento: oltre ai nostri fratelli messicani, argentini e del Brasile, si riconosceva il
Pandit Nehru con la bustina chiara in testa e l'indonesiano Sukarno che portava una sorta di fez,
l'haitiano Duvalier e gli africani Senghor e Nkrumah.
Non mancava il fior fiore della diplomazia mondiale, uomini che quindici anni prima avevano
provato invano a tessere trame di pace mentre nella valle del Po rombavano i pezzi d'artiglieria, e i
bombardamenti germanici radevano al suolo interi quartieri delle nostre città: faceva impressione
vedere sotto Palazzo Venezia gli ambasciatori di Stati Uniti e Unione Sovietica spalla a spalla con i
rappresentanti delle nazioni sconfitte nella Nostra guerra.
Fece scalpore la presenza del commissario per il dialogo italo-austriaco Kreisky, e ancor più quella
del suo omologo francese Pompidou: la sede diplomatica di piazza Farnese era chiusa dai tempi della
crisi di Nizza, ma quell'estremo omaggio al Duce degli Italiani fu il primo segno di una distensione
ormai inevitabile.
A salutare la fine di un'epoca, c'erano anche i soprabiti listati a lutto dei grandi industriali
protagonisti del miracolo economico, mescolati ai petrolieri, ai dirigenti delle imprese di Stato, ai
banchieri e ai nuovi magnati dell'editoria, del cinema e della moda, veri ambasciatori dello stile
italiano nel mondo. Le malelingue insinuavano che, mentre il corpo di Mussolini era ancora caldo,
già s'affannassero a stringere alleanze con entrambe le correnti del Partito in lotta per la
successione, e forse anche con gli emissari del Comitato di liberazione clandestino.
Furono molti anche i dirigenti ricercati che sfidarono la sorte e, travisati alla meno peggio, si
mescolarono alla folla più oceanica che mai per non mancare allo storico appuntamento.
Le immagini non ce li mostrano, la regia ha preferito indugiare sui primi piani dei soliti noti:
artisti, intellettuali, sportivi, cantanti, indossatrici e attori, più o meno celebri e desolati.
Si direbbe che a Roma, il 5 maggio 1960, non mancasse nessuno. Tuttavia, a far scorrere oggi
quelle immagini, salta agli occhi un'assenza clamorosa: non un vescovo o cardinale, e neppure un
cappellano militare, scortava il feretro.
Per la prima volta un capo dello Stato italiano veniva sepolto con funerali civili, in perfetta
conformità allo spirito della nuova costituzione laica, repubblicana e littoria del 1948.
L'estremo schiaffo dell'ex maestro di Predappio al detestato pontefice francese Pio XIII fu un
esempio temerario che nessuno dei suoi successori, nell'Italia dilaniata degli anni Sessanta e
Settanta, avrebbe osato seguire.
Repubblica d'Italia, 1960
PARTE PRIMA
Asmara
CAPITOLO I

C'è chi si rovina giocando a carte, altri a forza di bere, o a frequentare amici balordi.
Io no. Finché tutto andava bene, ho pianificato il mio destino perché il guaio fosse un
altro. Se è vero che ogni uomo ha almeno un vizio in grado di perderlo, il mio è stata la
troppa curiosità verso le donne. Da ragazzo le andavo proprio a cercare col lanternino.
Non tanto per correr loro dietro e riempirle di attenzioni, però, quanto per poterle illudere,
e trascurare appena possibile.
Dopo aver seminato tanto vento, nella primavera del 1960 raccolsi la tempesta che
meritavo.

Fino all'ultima settimana di marzo, le cose andavano alla grande. Come giornalista dello
Stadio d'Italia, potevo sentirmi addirittura felice: la Juventus capolista di Charles e Sivori
era caduta davanti ai sessantamila del Giovanni Berta di Firenze, e la corsa allo scudetto
era di nuovo apertissima. Ogni lunedì il giornale ritoccava il precedente primato di copie
vendute, e la mia rubrica dedicata agli assi stranieri della Serie A mieteva commenti
favorevoli.
Non a caso, fra il 25 agosto e il 9 settembre il Direttore mi aveva destinato alle cronache
del torneo di calcio della XVII Olimpiade.
Proprio così: dopo il meritato riposo estivo sulle bianche spiagge della provincia di Pola,
il sottoscritto era atteso con l'esperto collega Cedroni Oscarre nella Capitale. Roma, il cuore
dell'Italia laica, repubblicana e littoria, Amor allo specchio! Bianca di superbe rovine,
traboccante di spirito olimpico, voci sulla successione del Duce e donne meravigliose da
illudere e trascurare!
Nel quindicesimo anniversario della vittoria nella Nostra guerra, novantanovesimo
dell'unità nazionale, avrei fatto saltare quell'imbolsito di Oscarre come una cavalletta da
un terrazzo all'altro, in una sarabanda d'aperitivi, concertini dissoluti, scollature e languidi
tramonti sui colli fatali.
I peschi ormai erano in fiore, e io tenevo il conto alla rovescia dei giorni che mi
separavano dalle vacanze.
Poi la signora Margherita Tosetti di Sommariva decise di impazzire. Una catastrofe! Suo
marito Filiberto tentò di tagliarsi le vene dei polsi, e la mia agenda dovette registrare un
drammatico cambiamento di programma.
Per quanto sia deprecabile che una signora maritata frequenti un giornalista scapolo,
non va trascurato un particolare: Margherita mi amava, o diceva di farlo, da prima di
sposarsi.

La donna che mi avrebbe fatto relegare in esilio ed io ci eravamo conosciuti tre anni
addietro.
L'occasione era stata offerta da una cena nella villa in campagna dell'editore Auro
Tosetti, il padrone di Stadio e delle nostre esistenze di poveri cronisti a libro paga.
Nonostante fossimo una trentina di ospiti, solo con me la figlia dell'editore si era
intrattenuta a parlare. Margherita era una ragazza bionda e baciata da una bellezza
irrequieta; ignorando i grandi nomi che dal 1938 facevano prosperare il giornale di suo
padre, mi aveva raccontato della sua vita di laureanda in Lingue Straniere, della passione
per i cavalli, la musica jazz e i romanzi americani. Sui cavalli non avevo argomenti, ma
quanto a musica e libri potevo dire la mia. Anche per tutta la sera, se di fronte avevo una
bella ragazza ricca, colta e, conoscendo il padre, presumibilmente immorale.
Parlammo e parlammo, e io ero sempre più convinto che Margherita fosse una
frequentazione a dir poco ideale, per un giornalista scapolo come il sottoscritto.
Ci si metta per un istante nei miei panni: la mia vita era un rimbalzare inesausto fra una
casa che in realtà era una mansarda, la redazione, gli allenamenti del Bologna e le partite
al Littoriale.
Nei primi anni era stato peggio: c'erano anche le trasferte a Molinella, per documentare
le goffe evoluzioni della squadra paesana in Serie B.
Nessuna moglie avrebbe potuto reggere quel ritmo forsennato. Poiché non ero egoista,
prima o poi lo spiegavo a tutte le signorine che s'ostinavano a frequentarmi.
Con lei, cominciammo a incontrarci al pomeriggio.
Dalle passeggiate a San Michele in Bosco e i gelati alla Torinese, passammo in breve
all'oscurità accogliente delle ultime file in galleria al cinema Carducci.
Speravo davvero di diventare il genero del padrone, come sostenevano i colleghi con un
risolino malizioso?
Quando ruppi gli indugi e le proposi un finesettimana a Venezia, non rifiutò.
Il sabato andò come meglio non potevo sperare. Secondo natura.
La domenica, però, era salita una nebbia feroce, e il giardino del nostro albergo al Lido
ricordava una brughiera scozzese.
Solo in mezzo a quei densi vapori Margherita ritenne adatto rivelarmi che lei, in teoria,
era fidanzata da molti anni. Con un certo Filiberto Maria di Sommariva, un militare di
carriera al quale potevo pensare, fin da subito, come a un cornuto della peggior specie.
Perché non piangevo anch'io? Forse non l'amavo? Ma avevo sentito bene, diamine? Era
così fidanzata, con questo ex cadetto vanitoso e nostalgico dei Savoia, che stavano per
sposarsi. Spo-sar-si, capito?
Capito, capito. Era già accaduto a parecchie persone che conoscevo.
Ella, però, l'esangue ufficiale non l'amava affatto. Durante la notte me ne aveva dato la
prova, no? E presto, se solo la sorreggevo fino alla camera, me ne avrebbe fornito nuovi e
indimenticabili saggi. Io però dovevo promettere, anzi giurare sul mio onore, che l'avrei
aiutata a reggere il peso terribile del matrimonio.
Non fosse stata la figlia dell'uomo che mi erogava il salario mensile, ci sarebbe stato da
fuggire all'istante, dimenticare quella ragazza e non fare mai più ritorno a Venezia.
Pur di rientrare a casa sano e salvo, senza altri piagnistei da sopportare, diedi la mia
parola che avrei avuto cura dei suoi ventiquattro anni.
Oh sì. Ero un uomo di parola, io, e non l'avrei lasciata appassire a Villa Sommariva…

«Ho saputo che la figlia di Tosetti si sposa», mi annunciarono sornioni i colleghi nei
giorni del '57 che precedevano quelle nozze a cui non ero stato invitato.
«Con lei ti saresti messo a posto per sempre», ripeteva Cedroni, e io a riderci su, a
insistere che era meglio essere ancora liberi.
Libertà che in privato non conoscevo, assediato dalle lettere e le telefonate di
Margherita, sempre più esigente nonostante ormai fosse la moglie di un altro.
La incontravo quasi tutti i mesi per un periodo di due o tre giorni che passavamo negli
alberghi di città sempre diverse.
Per non dare nell'occhio lei usava una carta d'identità fasulla, e quando capitava di
incontrare qualcuno che conoscevo si presentava come Irma, Bettina o Stefania.
Erano segni che avrebbero dovuto mettermi in guardia sulla sua natura diffidente, ma io
non scappavo e non stavo in guardia. La accontentavo giurando che non vedevo altre
donne.
Cosa credeva, quella gelosona? Il buon Lorenzo Pellegrini amava solo lei e, se solo fosse
stata libera, l'avrebbe sposata di corsa.
Queste e altre, le sciocchezze che le sussurravo.
D'altronde, l'importante non era essere suo marito, ma godere del suo favore. Un padre
non vorrebbe mai deludere la sua unica figlia femmina, e se il padre è l'editore Tosetti e la
figlia gli segnala un cronista in gamba, in fondo che male c'è?
Ero quella che si diceva una «firma emergente». Trascuravo il Bologna, e avevo
abbandonato al proprio destino il Molinella, per dedicarmi a prestigiose interviste a
pagina intera: dal bombardiere mancino Francisco Lojacono al «Balilla» Timo Kostas,
passando per il signorile Liedholm, il «Selvaggio» Dionisio Arce, Vinicio, Firmani e un
Cucchiaroni ancora ricoverato per tifo nella clinica di Monza, non ci fu asso estero cui non
posi le mie fatidiche dodici domande.
Bei tempi.
A non frenare la provvidenza, potevo anche sognarmi caporedattore prima dei
quarant'anni, vicedirettore a quarantacinque, e poi chissà… Forse un giorno Stadio d'Italia
sarebbe stato mio. Vabbè: mio, di quella viziata di Margherita e dei suoi fratelli. Però solo
nostro, e in ogni caso i figli di Tosetti non erano giornalisti. A giocar bene le mie carte,
sarei potuto diventare direttore responsabile a vita. Era scritto nelle stelle, e se non
m'invecchiava troppo in fretta, quel bravo collega di Oscarre mi avrebbe fatto da vice e
braccio destro…
Nel frattempo passavo da un appuntamento al Negresco con la rivelazione del Nizza
José Franz Altamirano, a una cena con Angelillo dopo una trasferta della grande
Ambrosiana a Fiume; da un mare all'altro e da un albergo all'altro, senza sosta, come
conviene a chi fa questo mestiere nomade.
Badavo solo a non bere troppo, e a illudere altre donne che più avanti avrei potuto
trascurare. Qualcuna la invitavo anche a casa, a Bologna. Di nascosto dalla mia amante
sposata, guardinga e gelosa più di una moglie.

Andava avanti così da un pezzo quando, un mattino di marzo del '60, il telefono della
mia mansarda in via Broccaindosso mi ridestò da un sogno meraviglioso.
All'altro capo del filo c'era Margherita. Piangeva e mi chiamava «vigliacco».
Cosa mai turbava la mia sciocchina? Era forse da troppe settimane che non ci
vedevamo?
No, il punto era un altro. Margherita sosteneva che persone fidate le avevano parlato di
una certa signorina coi capelli rossi e un berretto da maschio.
Ah. E chi era?
Aspettasse a far domande, il vigliacco. Con lei c'era anche un'altra donna, neanche tanto
giovane, in pelliccia di volpe.
Curiosamente, corrispondevano alla descrizione di due ballerine del Teatro del Corso
che si erano trovate a varcare insieme la soglia della mia mansarda.
Ma cosa andava a pensare, la birichina? Erano solo due dame di carità! Volevano
un'offerta per gli orfani dell'Ungheria, e così l'ospitale Pellegrini le aveva fatte salire…
Bugiardo! Due dame di carità che passano la notte a casa di un uomo?
Merda zaniboni! Allora la sapeva tutta!
Era inutile che mentisse, il vigliacco. Si rendeva conto, che aveva spezzato il cuore di
quella povera donna, che per lui era pronta a separarsi dal marito?
Ma certo che sì. Mi ero comportato in maniera ignobile, e domandavo scusa in
ginocchio.
Non bastava: con la voce sconvolta dai singhiozzi, Margherita giurò che molto presto
avrebbe fatto piangere allo stesso modo anche me. Poi riattaccò.
All'inizio credevo mi avesse tradito la portinaia, poi misi a fuoco la situazione: la signora
Tosetti di Sommariva era abbastanza ricca e diffidente da assoldare tutti i ficcanaso privati
che voleva.
Qualche dannato impiccione pagato per spiarmi mi aveva scatenato addosso una
valanga di guai.
Adesso non mi attendeva l'ira pubblica di una moglie, ma la vendetta privata di
un'amante.

Sulle prime non successe nulla, e io credetti di averla scampata.


Poi l'ultimo martedì di marzo, a margine di una riunione di redazione apparentemente
innocua, il Direttore mi invitò a pranzo.
Noi due soli, in una trattoria affacciata sulla vecchia chiusa del Navile.
«C'è un problema, Loren20», sospirò mentre seppelliva di parmigiano i suoi tortellini.
«Scordati le vacanze e scordati le Olimpiadi.»
Indovinai troppo bene da dove arrivava quella mazzata. Sapevo che non poteva
ribellarsi a un ordine di Tosetti, così tacqui. Però lasciai il cucchiaio dov'era, e mi accesi
una Giubek.
«Mi stai dicendo che sono a spasso?» andai dritto al punto.
«Per favore. Se eri a spasso te lo dicevo subito.»
«E allora cosa succede?»
«Solo che per qualche mese ti toccherà abbassare la cresta. O cambiare giornale, ma non
è quello che spero. Ti ho difeso in tutti i modi, io.»
Andarsene era fuori discussione. Avevo cominciato a ventun anni, e non avevo mai
immaginato la vita lontano dalla redazione di Stadio.
«Stai tranquillo. Tosetti è incazzato come una iena, ma ti garantisco che tutto si
aggiusterà.»
«Purché noi due restiamo amici», sorrisi. «So stare al gioco: che penitenza mi tocca?»
«Così mi piaci. Non voglio mica perderti. Magari quello si rabbonisce, dopo, e alle
Olimpiadi ti ci lascia andare.»
«Non mi hai risposto, Cosa mi manda a fare, il principale? Un bel reportage sulla Serie
D in provincia di Siracusa?»
Il Direttore mi guardò dritto negli occhi e si schiarì la voce prima di rispondere.
«Molto più giù», disse.
«Come più giù?»
«Mi spiace, ragazzo», disse allungando una mano per stringermi il polso. «Tosetti ha
deciso che sarai tu, a spiegare ai nostri lettori cosa succede in Serie Africa.»
CAPITOLO II

Guidai fino alla redazione raso al suolo come Dresda. Finii l'articolo sul possibile
trasferimento del leggendario Nandor Hidegkuti su una panchina italiana, lo affidai a
Cedroni Oscarre e, sordo alle sue domande, abbandonai il giornale deciso a bere.
Cosa sapevo della Serie Africa? Niente di niente. E molto poco dell'Africa nel suo
insieme.
Dopo un decennio filato a scrivere di calcio, dovevo fare appello ai ricordi di scuola: i
primi incerti insediamenti a Massaua, l'espansione nell'interno eritreo, le batoste di Dogali
e Adua. Per recuperare, ci eravamo stabiliti in Somalia.
Molto più avanti, nello stesso anno in cui affrontavo la prima elementare, l'Italia in
camicia nera era partita a debellare l'Etiopia. Con la Guerra dei sette mesi avevamo
liquidato il Negus e creato un Impero.
Me ne ricordavo bene: mio cugino Luciano partendo mi aveva promesso come ricordo
della campagna un tarbusc, l'alto copricapo a tronco di cono delle truppe coloniali, ma non
era mai tornato. L'avevano sepolto fra le ambe pietrose di una provincia il cui solo nome,
Amhara, suonava di malaugurio. Così non aveva potuto assistere al trionfo dei suoi
camerati ad Addis Abeba, né mantenere in alcun modo la promessa che mi aveva fatto.
Ancora a nove o dieci anni ce l'avevo con lui per essersi fatto fregare dagli Abissini,
benché «preponderanti di forze e già ebbri di sangue», come recitava la motivazione della
medaglia.
Però crescere con un cugino martire della Guerra dei sette mesi, nell'Italia dei secondi
anni Trenta, era qualcosa che poteva guadagnarti rispetto. Alle Elementari si cantava
«Adua è vendicata, è ritornata a noi», ma non ce l'avevano tutti un cugino tenente caduto
alla testa dei suoi ascari, bravi indigeni che prima ci avevano aiutato ad affettare gli
eserciti feudali dei ras in giro per l'Abissinia, e poi a ridurre in poltiglia il mahal safari,
l'«armata del centro» di Hailè Selassiè, sul campo di sangue di Mai Ceu.
Come tanti bambini dell'epoca, mi ero appassionato alle raccolte di figurine dei corpi
coloniali, i diversi battaglioni di ascari distinti dalle sciarpe bicolori che portavano legate
intorno alla vita, gli zaptiè della polizia militare che invece le avevano rosse, e ancora le
bande indigene Beni Amer armate solo di lancia e scudo, e la fedele cavalleria Galla che ci
aiutava a snidare gli ultimi partigiani del Negus dai monti del Goggiam.
Pochi anni dopo, la guerra, la Nostra guerra, aveva bussato alle porte di casa, e di quei
luoghi esotici ci eravamo dimenticati tutti. Adesso che era passata una vita dalla promessa
di mio cugino e quelle figurine giacevano chissà dove, nera e ghignante l'Africa rispuntava
nel mio destino.

«Porca lercia!» gridai appena fui in strada. Un fattorino in bici si girò sorridendo, ma
non avevo nessuna intenzione di contenermi. «Porca di quella lercia impestata!» scandii
contro il cielo terso di fine marzo.
Sui colli di Bologna, infestati da banditi e simpatizzanti del Comitato di liberazione,
c'era ancora neve, mentre laggiù la gente girava nuda anche in gennaio. E non c'era da
stupirsene: anni prima avevo letto sul Vittorioso, e mai più dimenticato, che nel deserto dei
Dancali si raggiungevano quotidianamente temperature intorno ai sessanta gradi.
Bere. In fretta. Camminavo come un automa verso il bar più vicino.
«Forse è uno scherzo», mi dissi, e per qualche passo ne provai sollievo. Poi dovetti
convenire che, per essere uno scherzo, il Direttore l'aveva tirata troppo per le lunghe.
Per sincerarmi che non fosse un incubo, sfilai dal taschino la busta che mi aveva
consegnato. Purtroppo il promemoria su carta intestata dell'Ala Littoria sembrava
autentico. Dovevo arrendermi all'evidenza: un uomo che si chiamava come me aveva un
posto prenotato sul volo Milano-Asmara di giovedì 31 marzo.

Tre o quattro martini secchi più tardi, la faccenda aveva assunto un aspetto meno
drammatico.
Non ero ancora morto di dissenteria, o scannato dai briganti in qualche distretto fuori
mano dell'Africa Orientale.
Anzi, avevo guidato la 500 fino a casa, ero vivo nonostante il singhiozzo, e avevo la
disponibilità d'un telefono: la soluzione dei miei problemi era dannatamente vicina.
Se prima mi ero spaventato, era perché non avevo inquadrato la minaccia nella maniera
giusta.
Mi era sembrata una questione fra uomini.
«Che sciocchezze si pensano, da sobri», mi dissi accomodandomi sulla sedia a dondolo
che mi faceva da pensatoio e culla.
Ora invece era tutto chiaro: se il problema veniva da Margherita, andava risolto insieme
a lei.
Come tutte le altre volte.
Accesi una Giubek, ne soffiai fuori il primo fumo e decisi che non c'era neppure bisogno
di riassettare casa: avrei fatto una doccia, sarei saltato in macchina e avrei raggiunto
Margherita ovunque si trovasse. Anche nella casa in montagna del cornuto a Limone
Piemonte, se la domestica m'avesse detto che era lassù. In fondo, era molto più vicino
dell'Asmara.
Dovevo riuscire a parlarle subito, però. Prima che l'effetto dell'alcool se ne andasse sotto
l'acqua della doccia. Di questo ero certo. Chiusi gli occhi per concentrarmi. Dovevo
pensare a Margherita nuda, e tutto sarebbe stato facile. Quando ebbi visualizzato quel che
dovevo mi levai in piedi.
Mimando affondi e schivate con la sigaretta fra le labbra, mi avvicinai all'apparecchio
deciso a far svaporare l'incubo.

«Poi d'improvviso venivo dal vento rapito», cantavo felice mentre guidavo costeggiando
il portico di via Saragozza.
Margherita aveva risposto di persona, praticamente all'istante e, a riprova della mia
folgorante intuizione, mi aveva dato appuntamento per le cinque. E non in gelateria, o al
caffè dei Giardini. Direttamente all'albergo Pedretti, a Casalecchio di Reno, un posticino
tranquillo già teatro di certi nostri convegni fuoriporta.
Per non arrivare impreparato, avevo comprato fiori e bevuto un bicchiere di marsala
all'uovo. Sentivo che, se fossi riuscito a farla urlare di piacere come non capitava da un po',
quella sciocca mi avrebbe perdonato.
Sfilai sotto l'arco del Meloncello e guadagnai la lunga discesa sorvegliata dalle ultime
case della città. L'abitato del Ghisello sorgeva nei pressi della funivia per San Luca, dove la
vista si apriva sul fianco erboso dei colli e la strada ricominciava a salire. Scalai in terza per
guadagnare potenza.
Oh sì, prima Margherita avrebbe sussurrato la parolina giusta all'orecchio di suo padre,
meglio sarebbe stato. Così il buon Pellegrini si salvava le penne con largo anticipo. Per
meriti sul campo. Magari in Africa ci mandavano Cedroni, al posto mio. Sì, sì. Anche se
aveva cinque figli, il buon Oscarre era pur sempre un cronista. La famiglia doveva essere
pronta a tutto, anche a vederlo sparire in Abissinia quattro settimane. Alla guerra come
alla guerra. Mica glielo avevo ordinato io, di fare il giornalista.
Passata la frazione Croce, la strada curvava a gomito sulla destra, verso il ponte sul
Reno, e l'albergo Pedretti era appena di là dal fiume, fuori mano e intimo quanto bastava.
A ricevere gli ospiti c'era il vecchio albergatore in persona. Gli sorrisi, mi riconobbe e
s'informò come stavo. Non troppo convinto, per qualche motivo. Doveva avere pensieri
suoi.
«Alla grande, Pedretti. Alla grandissima», esagerai, sperando che il mio entusiasmo lo
tirasse un po' su. «La signora è già arrivata?»
«È lì fuori», disse imbarazzato, indicando la portafinestra sul fondo dell'atrio. «Vi
aspetta in cortile.»
«C'è già aria di primavera, vero?» domandai, poi mi avviai baldanzoso con i miei fiori in
mano.
Avevo appena toccato la maniglia della portafinestra quando notai il profilo da pesce
predatore di una Maserati color sciampagna. Poi vidi Margherita. Portava un paio di ampi
occhiali scuri, come fosse in lutto. Però fumava e parlava fitto con un piccoletto già calvo
che mi dava le spalle.
Quando lei mi vide, i suoi lineamenti non si distesero nella gioia. Mi parve sbuffasse, e
anziché correre ad abbracciarmi fece cenno al piccoletto di guardare nella mia direzione.
Come si permetteva di trattarmi così? Stavo per avere un accesso di gelosia in piena
regola, di quelli pazzi che prendono gli amanti, poi guardai meglio il piccoletto che mi
sbarrava la strada. Era Auro Tosetti, scuro in volto come non l'avevo mai visto.
«Ecco il coglione numero uno», disse per accogliermi.
La maledetta stronza era venuta accompagnata dal babbo.
«Buonasera», biascicai per puro riflesso pavloviano, mentre i miei fiori morivano tutti
insieme. Ecco di chi era la Maserati. «Cosa ci fate qui?»
Margherita rise cattiva. Non era la domanda giusta.
«Sei un coglione e una testa di cazzo, Lorenzo», disse grave il padrone di Stadio. «Un
giornale è come una grande famiglia. Te lo vorrei ficcare in testa a badilate, ma sarebbe
inutile: per la gente come te la famiglia non conta un fico secco.»
«Ma no», tentai un'esile difesa. «Ci tengo, invece.»
«Tieni alle mogli degli altri, te.» Lei guardava e non diceva niente. Stronza. «Sei mica il
primo, e neanche quella scriteriata di mia figlia.» Allora sapeva tutto. «Può andarmi
benissimo, giovanotto. A'n san megga un prit, me. Nessuno mi chiama "don". Sono un padre
che tiene alla felicità di sua figlia. E tu invece me la fai piangere, che a momenti non
mangia neanche più. Cosa le hai fatto, disgraziato?»
Questa invece andava presa come una domanda seria: Tosetti taceva interrogandomi
con gli occhi fuori dalla testa.
«Posso dire?» domandai. «Credo che fra adulti ognuno…»
«Sì, brèv», m'interruppe allungandomi un buffetto. «Adesso 'scoltate tutti me, però.»
Mi aveva lasciato quasi tre secondi per esporre le mie tesi, e non li avevo sfruttati al
meglio.
«Finché andavate d'accordo ho fatto finta di non vedere. I litigi da morosi, però, quelli
no. Non dovevate, per rispetto. E invece gli scandali. Mio genero è disperato.»
«Mi spiace.»
«Mo cosa "mi spiace"! Lo sai che ha tentato di tagliarsi le vene per causa tua?»
Raggelai.
«L'han preso per i capelli. E adesso rischia di perdere il posto nell'Esercito.»
Margherita teneva la testa bassa. La verginella che racconta tutto a babbo suo.
«Salutatevi per l'ultima volta», ringhiò Tosetti, «perché questa commedia è già andata
troppo avanti.»
«D'accordo», dissi levando le mani in segno di resa. «Ci siamo fatti prendere la mano.
Abbiamo giocato con i sentimenti di altre persone.»
Per tre anni filati, ma non lo sottolineai, casomai Margherita non ci avesse già pensato.
«Vi domando perdono, signor Tosetti, e sono desolato per vostro genero… Cioè, sono
contento che sia salvo, ma non mandatemi in Africa, vi prego!»
Mi era uscita dal cuore.
«Ci andrai, invece», disse lui feroce. «Racconterai ai nostri lettori di come giocano al
fotbal i negri.»
«Siate ragionevole. Io…»
«Sarà interessante, invece», disse Margherita sollevando gli occhiali sulla fronte. Aveva
le ciglia umide di pianto. Aprì la borsa e ne tirò fuori una mezza risma di fogli fermati con
un nastro. «Sono le brutte copie delle lettere che ti ho scritto. Non voglio tenere neppure
queste», disse velenosa mentre me le consegnava. «Bruciale tu.»
«Sipario, Dio bono!» decretò Tosetti aprendo lo sportello del passeggero per la figlia. La
fece salire controllando che i nostri sguardi non s'incrociassero, poi richiuse lo sportello
con cura.
«Sei proprio un minchione, Lorenzo», disse aggirando la macchina quell'uomo che mi
aveva assunto nove anni prima.
Ancora una volta aveva ragione: avevo in mano l'asso di briscola ed ero riuscito a
perdere.
Li guardai andare via rombando. Avevo la sensazione che, a bordo di quella Maserati, si
allontanasse anche la mia carriera per come la conoscevo fin lì.
Per un po' carezzai l'eventualità di gettarmi dal ponte poco distante, a capofitto fra i
ciottoli del Reno. Certo mi sarei fatto notare, però l'immagine di me stesso sfracellato mi
disgustava.
Allora entrai nel primo bar e mi feci preparare un altro martini secco, ché m'aiutasse a
gestire l'inattesa piega degli eventi.
Così andava un po' meglio. Recuperai la mia vettura, guidai come mi trovassi alla Mille
miglia fino alla libreria Cappelli, e laggiù mi procurai lo smilzo volume Almanacco della
Serie Africa.
CAPITOLO III

Il Piaggio Ercole che serviva la tratta Roma-Asmara toccò terra in perfetto orario.
Era l'ultimo giorno di marzo del 1960, e la mia seconda vita stava per cominciare:
qualunque cosa fosse accaduta, mi ripromisi di stare lontano dalle figlie dei pezzi grossi.
Mentre i miei compagni di viaggio applaudivano il pilota del quadrimotore, scrutai oltre
il finestrino: nonostante il candido corpo in cemento dell'aeroporto internazionale Rodolfo
Graziani, gli hangar e la torre di controllo, sembrava che laggiù ci fosse un sacco di spazio.
Dell'Africa Orientale continuavo a non sapere granché, ma ormai del suo strano
campionato conoscevo l'essenziale. In seguito alla riforma costituzionale del 1948 l'ex
colonia era stata elevata al rango di Repubblica associata, e da allora le sedici squadre
migliori si davano battaglia riunite in una lega che non conosceva retrocessioni,
pesantemente finanziata dalla Federcalcio di Roma e da aziende private attive nel Corno
d'Africa.
Le squadre, del cui livello tecnico era consentito dubitare, indossavano divise sgargianti
come quelle di fantini, e sorrisi nel leggere che il trofeo riservato ai vincitori di ogni
campionato era uno simbolico scettro intitolato al re Salomone.
Starace Gondar; Garibaldi Asmara; Fiamme Nere Gibuti.
Tutti nomi che in Patria nessuno conosceva.
Né sembravano fucine di campioni i club più titolati, l'Audax Addis Abeba e i
concittadini del San Giorgio, il Marittimo Mogadiscio e il Birra Venturi.
Da squadre così, con nomi da dopolavoro, in Italia non era mai arrivato nessuno.
Nemmeno l'eco. Al massimo ci era finito qualche calciatore di modesta fama a chiudere la
carriera.
Però agli occhi di un giornalista la Serie Africa aveva una caratteristica speciale: era
l'unico campionato affiliato alla Federcalcio dove bianchi e neri, ex regnicoli ed ex sudditi,
giocassero insieme.
In dieci giorni d'esilio in Eritrea e altri venti ad Addis Abeba, avrei avuto la possibilità di
conoscere tutti i protagonisti, scriverne e, soprattutto, volare a Roma con i vincitori dello
scettro appena chiuso il campionato.
Per il quindicesimo anniversario della vittoria nella Nostra Guerra, infatti, era stata
organizzata la prima edizione d'un nuovo torneo per club destinato a diventare un
gustoso appuntamento annuale.
Al Trofeo delle sette repubbliche edizione 1960 avrebbero partecipato la Juventus
campione in carica della Serie A, il sorprendente Nizza di Alberto Muro, Uljaki e
Altamirano, detentore della Coppa Italia, e le sei migliori squadre del nostro Oltremare.
Il Sette repubbliche, sarebbe stata una vetrina impareggiabile per il movimento calcistico
nelle Repubbliche associate, e soprattutto in Africa Orientale: fin da quando era stato
proclamato l'Impero e la gente aveva fatto festa in strada nonostante il lutto di mia zia, mai
una squadra eritrea, etiope o somala aveva avuto la possibilità di misurarsi con i club della
madrepatria.
Il torneo si sarebbe disputato nella metà di maggio al nuovo Stadio del PNF, per tutti il
Flaminio, l'impianto appena inaugurato sul sito del vecchio Stadio nazionale che aveva
visto l'Italia campione del mondo nel '34: se quelle compagini disperate si battevano fra
loro per uno scettro che probabilmente era di semplice alluminio, l'idea di contendersi un
posto per il torneo di Roma avrebbe dovuto galvanizzarli.
Perlomeno era quello che speravo al momento di scendere la scaletta dell'aereo.

«Saluto al Duce», bofonchiò l'uomo che mi venne incontro nella sala degli arrivi. Doveva
essere stato un ragazzo massiccio, che un giorno alla volta si era trasformato in un omone
panciuto di cinquant'anni, il mento adorno d'una barbetta alla Balbo già fitta di peli
bianchi.
Dopo lo svogliato saluto romano, mi offrì la destra alla vecchia maniera. «È un immenso
piacere», disse mentre stringevo la sua grande mano sudata. Sfoggiava quell'abbronzatura
permanente tipica dei nostri compatrioti d'oltremare, e aveva un paio d'occhi indolenti,
appena velati d'intelligenza. «Sono Federico Quaglia», si presentò. «Braccio operativo del
cavalier Venturi. Qui per servirvi, e per porgervi il benvenuto in Eritrea.»
Perlomeno il Direttore non mi aveva fatto paracadutare fra i selvaggi: secondo l'albo
d'oro della Serie Africa riportato sull'Almanacco, il Birra Venturi di Asmara risultava la
squadra campione in carica.
Dissi il mio nome, e lui scosse la testa divertito: «Vi conosco già, dottore. Siamo tutti
lettori di Stadio, cosa credete?»
Conosceva la mia firma, o era semplicemente felice che il giornalista d'un quotidiano
italiano si occupasse da vicino del loro campionato? Nel dubbio, mentre chiamava a gran
voce un paio di portantini per le mie valigie, cercai di scoprire quale fosse il suo ruolo nel
club.
«È molto semplice», sorrise Quaglia. «Tranne guidare la preparazione e occupare la
presidenza faccio tutto io.»
Modesto.
«Su, il signore ha fretta!» gridò in malo modo ai due ragazzi neri, infagottati in tute da
facchino troppo larghe, che avevano già preso in carico il mio bagaglio.
«Tempo ne ho», ironizzai con Quaglia mentre seguivamo i due ragazzi gobbi sotto il
peso delle valigie, e lui non parve capire. Allora spiegai: «Dieci giorni qui e tre settimane
ad Addis Abeba, più o meno».
Mi batté una mano sulla spalla e disse con aria confidenziale: «Allora abituatevi da
subito: 'sti mori vanno tenuti sulle spine, dottore. Se ne accorgerà in fretta. È meglio per
noi e meglio per loro».
Sul piazzale dell'aeroporto sventolavano appaiati il tricolore italiano e quello verde, oro
e celeste a bande orizzontali, con uno scudo complicato e i fasci littori al centro, della
Repubblica associata d'Africa Orientale.
«Lo vedrà domenica allo stadio, cosa significa lasciare loro la briglia sciolta», ribadì.
«In che senso?»
«La squadra che verrà a giocare contro di noi è una squadra mista», spiegò divertito. «Si
chiama Abissinia Dire Daua perché è piena di negri. Ragazzi veloci, magri come gazzelle.
Nella corsa campestre ci darebbero dei punti, ma il pallone non sanno trattarlo. E infatti
sono dietro di quindici punti, e domenica gli spaccheremo le corna un'altra volta.»
«Non ne dubito», dissi per non contrariarlo. «Siete decisi ad arrivare fino in fondo,
vero?»
«Usque ad finem!» esclamò inorgoglito. «Sono qui dal 1935, io. Ho combattuto nella
Colonna Celere, e quando ho smesso di essere un soldato, ho deciso di restare. Così,
insieme ad alcuni camerati dell'82°, ho trovato un impiego al birrificio che il cavalier
Venturi aveva messo su nel frattempo.»
Incontro a noi sciamavano uomini d'affari bianchi, donne eritree a capo coperto,
maestose come vestali nere avvolte nel peplo, e altre vestite all'europea che non
m'aspettavo. Neppure le più giovani, incrociando il mio sguardo, si sentivano in dovere
d'abbassare gli occhi. I maschi, addirittura, mi sorridevano come ci conoscessimo già.
«Il Cavaliere arriva da Udine, e non è nato ricco. Lui dice sempre che l'Eritrea è stata la
nostra California, e oggi il birrificio è una delle industrie più grandi di tutta l'Africa
Orientale.»
Incrociammo un plotone di ragazze che sfoggiavano la divisa delle ausiliarie
aeroportuali, senza perdere per questo la nobiltà nel portamento.
«Guardate», disse Quaglia, e mi indicò soddisfatto un grande cartellone pubblicitario
della ditta che regnava sul parcheggio dei taxi. «In molti avamposti dell'interno l'acqua
potabile non c'è ancora, ma la nostra birra arriva in ogni fattoria. Abbiamo più di duecento
camion a spasso ogni giorno per distribuirla e ritirare i vuoti.»
«Meglio del chinotto Neri», scherzai.
«Se bevi Neri, ne ribevi», disse Quaglia citando il surreale motto della bibita. «Ma la
Birra Venturi è benzina per cazzi duri.»
Scoppiò a ridere da solo, controllando che non mi fossi offeso.
«È una facezia, dottore. Una rima sciocca inventata dai nostri operai», aggiunse per
giustificarsi.
«Dev'essere un elisir dalle proprietà straordinarie. Ma ditemi della squadra.»
«Bene», esultò Quaglia, come un uomo sfidato nella sua disciplina preferita. «Da dove
volete che cominci?»
Avrei cominciato volentieri da una doccia in albergo, in santa pace. «Sono partito di
fretta», confessai. «So soltanto che siete i campioni in carica.»
«A cinque giornate dalla fine siamo in testa, e ci resteremo finché non ci consegneranno
lo scettro di Salomone», disse gonfiando il petto. Poi mi guardò, vide che non reagivo e
proseguì: «La nostra è una storia di successo. Anzi, due in una: il birrificio e la squadra».
Cominciava ad annoiarmi.
«Sembra ieri che abbiamo vinto un torneo ad Addis Abeba contro l'Audax, il Villa Italia
e una selezione militare chiamata Mogadiscio XI. E invece era il 1943. Diciassette anni fa,
per la miseria. Era il primo torneo con squadre di tutta l'Africa Orientale italiana, ma
prima di avere un campionato vero e proprio abbiamo dovuto aspettare ancora qualche
tempo.»
Il profilo immobile delle vetture di piazza mi apparve come un'ancora di salvezza.
«Scusate se vi interrompo, Quaglia. Vedo che i taxi sono dall'altra parte del piazzale.»
«Ma quali taxi, dottore?» domandò quasi indignato. «Vi porto io dove volete.»
«Davvero?» sospirai.
«Ho qui la macchina», specificò toccandosi il petto con tutti e dieci i polpastrelli.
«Gentilissimo, ma non dovete disturbarvi. Viaggio molto, e sono abituato a cavarmela
da solo.»
«Niente proteste! L'ospitalità è ancora sacra, qui in Eritrea!»
Per non essere scortese, mi rassegnai a seguirlo.
«La stagione inaugurale della Serie Africa, il Cavaliere ci dotò di maglie arancio e
calzoncini rossi, gli stessi colori delle etichette sulle nostre bottiglie», riprese a illustrare. «E
i colori sono sempre rimasti gli stessi, anche adesso che abbiamo abbandonato il glorioso
campo Cicero per il nuovo stadio.»
«Giusto», ammisi. Tanto valeva rilassarsi e lasciarsi condurre. «Si può anche cambiare
casa, ma porta malissimo cambiare i colori sociali.»
«Il Cavaliere, a modo suo, è un esteta e uno psicologo. Ogni anno fa venire dall'Italia
divise nuove da casa e da trasferta, palloni, e scarpe cucite da un calzolaio di Macerata per
chi non ce le ha più. Sette paia, l'anno scorso. Perché qui è importante quanti giocatori
scendono in campo con le scarpe, la qualità delle divise, se hai o no uno sponsor, e altri
particolari che fanno la differenza fra due squadre già prima del fischio d'inizio.»
Rabbrividii. «Dite che certe squadre non hanno scarpe per tutti?»
«Ascoltate, dottore», disse Quaglia levando l'indice verso i palazzoni moderni del
centro. «Questa è una città di mezzo milione di abitanti. La chiamano "la nuova Roma", e
le scarpe non mancherebbero. Ma nell'interno ci sono club che fanno giocare i negri, e
quelli se le rivendono. Succede in Etiopia», aggiunse col volto atteggiato al ribrezzo, e mi
guardò come se avesse rivelato un segreto terribile, in grado di compromettere in maniera
irreparabile la mia opinione sul torneo.
«Ma anche in Brasile preferiscono così», gli andai in soccorso. «Fino a pochi anni fa, le
scarpe non ce le aveva quasi nessuno. Eppure sono i campioni del mondo.»
Quell'uomo corpulento scoppiò a ridere in maniera leziosa.
«Campioni del mondo… A noi basterebbe arrivare a giocarci la nostra possibilità al Sette
repubbliche. È bellissimo che la Federcalcio ci abbia voluto fare un regalo del genere dopo
tutti questi anni dimenticati quaggiù.»
Il sogno di vedere il Birra Venturi Asmara giocare sul territorio metropolitano era il suo
punto debole.
«Prima però bisogna vincere qui in Africa», lo punzecchiai. «Lo scettro di Salomone, non
si chiama così?»
«Se c'è una squadra che ci impensierisce è l'Audax di Addis Abeba. Ma finché siamo
davanti, sarà meglio che si preoccupino loro.»
Per qualche motivo stavamo aggirando l'intero costruito dell'aeroporto. I ragazzi in tuta
da facchino ansimavano davanti a noi, e cominciavo a domandarmi dove diavolo fosse la
macchina di Quaglia.
«Non dovrei dirvelo», sorrise malizioso, «ma se arriveremo al Sette repubbliche ci sono
contatti molto seri per essere ospitati a Littoria. Il Cavaliere conosce bene il Podestà di
lassù.»
Una squadra eritrea di soli bianchi ospite di una città nuova fondata in mezzo al nulla
dell'agro. Bell'incubo.
«Senti senti», dissi simulando un moderato entusiasmo.
Non aggiunsi nulla sul fatto che probabilmente si sarebbero divertiti di più altrove.
«Però una paura ce l'ho: come "Birra Venturi Asmara" viene un nome troppo lungo per
le colonne di giornale», mi stupì Quaglia mentre ci faceva strada verso il posto di polizia
dell'aeroporto. «La stampa italiana finirà per chiamarci "Birra" e basta.»
A due passi dall'ingresso, proprio sotto gli occhi del piantone, era parcheggiata una
lucida Alfa rossa a due posti.
«"Birra" è un nome simpatico», mi sentii in dovere di consolarlo.
I giovani facchini ci osservavano stravolti, pregando il loro dio che Quaglia si sbrigasse
ad aprire il bagagliaio dell'auto.
«È un favore personale che vi chiedo, dottore», esitava con le chiavi in mano. «Se in
Italia i giornali non ci chiameranno "Birra Venturi", il Cavaliere se la prenderà con me.»

Presi alloggio all'Universale, l'ultimo nato fra i grandi alberghi dell'Asmara.


Poiché la mia stanza era al quinto e ultimo piano, dal terrazzo riuscivo a godere d'un
panorama che spaziava su tutta la città.
Da lassù l'alberatura di viale De Bono, il palazzo del governo d'Eritrea e il grande
campanile della cattedrale spiccavano fra gli edifici moderni del centro, sormontati dalle
insegne di cinema e banche.
Finalmente l'Asmara mi appariva per quello che era: una sfida da pionieri e architetti, e
un piccolo grumo di italianità sul corpo sconfinato dell'Africa.
Speravo di cuore che quella città ben ordinata a migliaia di chilometri dall'Europa non
fosse solo una scommessa inutile, che i nostri compatrioti avevano voluto vincere a tutti i
costi.
Ad ogni modo, se esisteva un quartiere sicuro in tutto il continente, io c'ero.
Verso nord potevo distinguere le cupole celesti della moschea e, più lontano ancora, i
torrioni gemelli della chiesa copta, l'edificio squadrato del carcere di viale Milano e il
galoppatoio, che la guida della Consociazione turistica eleggeva a confine del minaccioso
quartiere indigeno.
In nessun modo riuscivo a intuire l'orizzonte oltre le colline boscose che lambivano
l'abitato e, non avessi saputo che la città sorgeva a oltre duemila metri di quota, avrei
scambiato l'altopiano per una pianura poco sopra il livello del mare. Perlomeno, sembrava
una regione salubre.
Sfilai la giacca e sciolsi dopo troppe ore le stringhe delle scarpe.
Poi accesi una Giubek. Il fumo saliva rapido nell'aria asciutta.
Lo guardavo disperdersi cercando di trarne auspici, ma non avevo vere speranze o
desideri diversi dal tornare a casa sano e salvo, così non mi venne in visita nessunissima
profezia.
CAPITOLO IV

Il mattino seguente passeggiai lungo corso Mussolini: fra le filiali delle banche e le vetrine
dei negozi di abbigliamento e accessori per signora, sembrava di trovarsi nel centro di una
città italiana, e non delle più piccole.
All'Asmara gli architetti si erano potuti sbizzarrire: trovavi la facciata in stile imperiale
del cinema Roma, i villini borghesi col patio e i fiori sui graticci, ma anche alberghi in stile
art déco e una costruzione difficilmente classificabile come quella in cemento a forma
d'aereo, le due ali candide sospese a proteggere file di 500, della concessionaria Fiat
Tagliero.
Suggestioni le più diverse, che riuscivano per una strana magia ad armonizzarsi, e farsi
proscenio per il traffico operoso di Italiani ed Eritrei.
D'istinto classificavo i neri secondo il loro grado d'integrazione al nostro modello: in
cima alla piramide sociale, appena sotto i bianchi, riconoscevo i dignitari locali vestiti
all'europea, funzionari o ufficiali dell'Esercito, che nonostante la loro origine potevano
vantare il certificato di assimilazione alla gens italica, votare alle elezioni e ricoprire cariche
pubbliche.
Subito sotto questa esigua minoranza venivano gli ex ascari pensionati dall'Esercito e i
meticci riconosciuti dai padri, quasi sempre militari che in Italia avevano già moglie e figli;
benché molti di loro vivessero in povertà con le madri eritree rinnegate dalle famiglie, la
legge repubblicana li tutelava garantendo loro un impiego statale che poteva andare dallo
zaptiè, l'equivalente africano di un carabiniere, al postino fino al bidello.
Nessun diritto di voto o di accesso alla pubblica amministrazione era previsto per il
resto della popolazione, la stragrande maggioranza dei venticinque milioni di Tigrini,
Dancali, Amhara, Galla e Somali che popolavano il territorio sconfinato dell'ex Africa
Orientale Italiana.
I più giovani, li vedevi che si davano da fare per somigliare il più possibile ai coetanei
italiani. Erano ovunque, i ragazzini: bianchi, neri e caffelatte radunati a crocchio nei cortili
intorno a una copia di Calcio illustrato, oppure lanciati a gara in sella a due vecchie
Legnano rattoppate, sotto lo sguardo divertito dei fratelli più grandi in camicia nera da
miliziani, fieri di traversare il quartiere con la cartuccera appesa in cintura e il moschetto
ad armacollo.
Ad ogni angolo erano appostati adolescenti con il panno e la spazzola in mano.
«Listra, listra», era il loro richiamo mentre m'indicavano la cassetta di legno sulla quale
avrei dovuto prender posto.
Prima di sedermi al caffè Impero a osservare il passeggio, decisi di avvalermi dei servigi
d'uno di loro, un mulatto in età da scuole medie che lavorava da solo.
Aveva un dente spezzato e le orecchie un po' sporgenti, ma sembrava abitato dalla
bellezza misteriosa degli incroci di sangue.
«Prego, signore! Listra speciale!» annunciò mentre mi sedevo sulla sua cassetta,
sollevato di pochi palmi dal marciapiede.
«E quanto mi verrà a costare la speciale?» domandai sorridendo.
«Offerta libera, signore. Giudicherete voi quanto merito.»
«Come ti chiami?» domandai per scorciare la distanza che ci separava.
«Italo», rispose. «Come il Maresciallo dell'aria.» «E ci vai a scuola, Italo?»
«Come no! Solo che devo anche lavorare. E quest'anno è buono, per lavorare.»
«Ah sì? Come mai?»
«Ho tutti cinque», ammise. «Dovrò ripetere la seconda, l'anno prossimo. Lo so già che
mi bocciano, così non perdo la mattina a scuola», disse osservando con fare professionale
il cuoio delle mie calzature. Raccolse il panno dalla cassetta dei lucidi e iniziò a strofinarmi
la scarpa destra.
«Dici che ormai la frittata è fatta», considerai solidale.
«Alle elementari andavo bene, ma l'anno scorso è stata dura, e quest'anno proprio non ci
sono arrivato in fondo.»
Ci sapeva fare ed era simpatico: quella dell'offerta libera era una proposta commerciale
che doveva avere ponderato con cura.
Mentre passava il lucido, gli domandai se gli piaceva il calcio.
«Certo», rispose senza neppure alzare la testa. «Ci gioco anche.»
«E per chi tieni?»
«Juve», disse rivolgendomi uno sguardo felice. Se gli avessi raccontato che avevo
intervistato Charles e Sivori, non mi avrebbe creduto. «Anche tu?»
«No. Bologna. Ma io dicevo in Serie Africa.»
«Birra.»
«E chi ti piace di più, fra i giocatori?»
«Foschi Primo! E le serpentine di Salvatore Nunzio…» Per un attimo esitò, poi disse:
«Sarà un finale combattuto. Tre squadre in fuga».
«Chi sono le altre due?»
«Audax e San Giorgio», considerò. «Vogliono riportare lo scettro in Etiopia, ma io credo
che resterà qui… Abbiamo uomini forti e coraggiosi.»
Era un ragazzino del XX secolo appassionato di calcio, ma sembrava parlasse di una
lontana battaglia dimenticata nelle pieghe della storia.

Più tardi visitai la cattedrale. All'ingresso trovai affisse le parole di fuoco dell'ex
arcivescovo di Reims, l'ultratradizionalista Clovis-Marie Brunehaut, che il conclave aveva
scelto come papa nel 1958.
Da diciotto mesi Pio XIII non risparmiava le sue reprimende al governo italiano,
colpevole di una inaccettabile deriva ateista. Questa volta iniziava in tono sommesso e
pastorale denunciando che «oggi la Chiesa in Italia e nelle sue ex colonie è umiliata e
vilipesa, e con essa la Verità», poi saliva di tono, reclamava la restituzione dei beni
ecclesiastici, tuonava contro le «sciagurate voci che osano mettere in dubbio il diritto
pontificio alla sovranità sulla Città del Vaticano».
Roba grossa, contando che le sciagurate voci erano quelle di Pavolini e dei ministri più
fedeli alla linea del Partito. Pio XIII concludeva minacciando di scomunica il Duce
moribondo, «l'empio Segretario del PNF», il governo al completo e perfino i responsabili
del GESPE, l'elefantiaco ente demandato alla gestione delle proprietà ex ecclesiastiche.
«Siamo insieme ai nostri fratelli cattolici nella loro battaglia contro il materialismo e una
società in cui non c'è più posto per Nostro Signore», lo appoggiava un secondo
comunicato sul portale della chiesa copta di Hailè Mariam, che portava la firma e il timbro
dell'abuna Teodoro.
Per completare il mio tour di purificazione, mi spinsi a osservare anche la moschea dalle
cupole celesti. In pieno giorno non metteva paura.
Poiché al galoppatoio non era in programma nessuna corsa, iniziai a bighellonare in
maniera scientifica, salutando cortese tutte le ragazze italiane che mi capitava d'incontrare.
In largo Starace riconobbi i colori vividi del famoso murale, opera di giovani eritrei che
rappresentava il Duce insieme alle massime autorità italiane all'epoca della conquista di
Addis Abeba.
Una mano pietosa di vernice aveva cancellato i volti di Vittorio Emanuele, di Umberto e
di Badoglio, sforacchiati a revolverate e coperti d'insulti dai miliziani pochi anni più tardi,
nei giorni drammatici del 43, quando la resa dei conti tra fascisti e monarchici aveva
infiammato anche le colonie.
Quel murale con le sue tre teste un tempo riverite, poi sfregiate e infine coperte di
vernice, mi apparve simile a una lista di proscrizione che il regime voleva restasse bene in
vista.
Finalmente lungo viale Crispi riuscii ad attaccare discorso con un paio di impiegate
della Banca dell'Africa Orientale interessate agli oroscopi. Una delle due aveva uno
sguardo birichino, ed era dello scorpione come me. Stavo per invitarle a bere qualcosa,
quando arrivò il suo ganzo. La collega nata sotto il segno del sagittario m'invitò a restare,
ma aveva la voce chioccia e una silhouette troppo generosa: preferii inventare una scusa per
restar solo.
Scoraggiato, seguii il viale fin dove la città sfumava nei cantieri d'un nuovo villaggio
operaio in costruzione, gru e ponteggi e ruspe della Ferrobeton, tutt'un lavorio di terra
movimentata e bracci meccanici difficile da immaginare che, per una misteriosa alchimia,
in qualche ufficio di Roma doveva produrre una dolce musica di denaro sonante.
Più in là c'erano solo le rupi rosse sorvegliate dai cannoni di Forte Baldissera.
Per visitarlo avrei dovuto domandare il permesso all'artigliere di guardia, ma proprio
non mi andava di chiudermi in un altro posto pieno di soli uomini.
Tornai sui miei passi seguendo un vecchio con l'ombrello parasole, seduto a cavalcioni
di un asino che un giovane palafreno guidava verso la città. Procedevano sul ciglio della
strada, senza fretta e come fuori dal tempo, ignorando i colpi di clacson che un camionista
mandò per spaventarli.
Mi domandai che impressione potevano fare al ragazzino i manifesti pubblicitari della
birra Venturi e del borotalco Roberts, e cosa pensava il vecchio delle facciate levigate delle
banche, degli alberghi alti cinque piani o della costruzione a forma d'aereo del
concessionario Fiat Tagliero.
Mentre svanivano inghiottiti dal profilo della città, mi sedetti sotto la tenda a strisce del
primo caffè con l'idea di ordinare un panino e qualcosa da bere.
«Mangerìa pronta subito per sior Capitani», raccolse la mia ordinazione un vecchio
sorridente dalla barbetta a punta, fiero di aver servito col grado di sciumbasci nei
battaglioni coloniali. «Cosa prepara cocina? Ova? Spaghetti?»
«Un panino andrà benissimo.»
«Panino», ripeté sorridendo, e fece il gesto di tagliare qualcosa. «Panino e carne? Panino
e ova?»
«Con la carne va bene. E una birra, per cortesia. Comunque non sono capitano», misi in
chiaro. «Solo un giornalista.»
«Yonas ventiquattro anni di 'nsianità», ribadì indicandosi all'altezza del cuore.
«Comprato tavola calda con pensione di Esercito.»
«Dove avete combattuto?» gli diedi corda.
«'Bissina», s'illuminò. «Ventesimo bottilione, companìa di tinenti Montanari. Noi bravi a
minchionare Bissini.»
Non trattenni un sorriso. «Ah, li minchionavate?»
«Sì! Ascari andare in silenzio fino a campo di 'Bissini! E poi tinenti Montanari parlare:
"Baionett'in cann'! Fijoli, pronti per l'assalti! All'assalti, Diobòno! Zaraf, zaraf!"»
Si divertiva a ricordare quei tempi, come se la guerra contro il Negus fosse stata una
passeggiata.
«Dopo ascari partiti in Italia» ricordò facendosi serio all'improvviso. «Yonas è veterano
di Nostra guerra», scandì lentamente.
Allora insegnavano anche in Eritrea a chiamarla così.
«Contro ferengi tideski grande morerìa. A fiume Po tanto mitraja, e sette ascari di mio
buluc morire.»
«Accidenti. Mi dispiace»
«A Mantoa tideski parlare: "Noi rendere, noi bandiera bianca". Però no bandiera
bianca!» sorrise indecifrabile. «Tideski minchiona camerati di mio buluc, e ascari
minchiona tutti loro!» Adesso imitava degli affondi di baionetta, e per la foga gli era
venuto il fiatone. «Ferengi tideski bravi soldati ma morire male… Mutti! Multi!», concluse
in tono implorante, e scimmiottò il pianto di un bambino. Poi si calmò e riconobbe: «Yonas
non parlare grande 'taliano. Sior Capitani capire tutto o solo pochino?»
«Siete stato chiarissimo, Yonas», risposi intimorito.
Nell'Italia degli anni Cinquanta si mostravano fra ragazzini le foto di tante waffen SS
decapitate e altre senza più mani, riverse nelle piazze venete e lombarde dopo l'avanzata
delle nostre truppe coloniali.
«Yonas bravo sciumbasci ma tanta parlerìa. Adesso cocina prepara panino», annunciò il
vecchio esibendosi in un perfetto saluto militare.
Dopo un caffè profumato e spaventosamente forte, proseguii la mia passeggiata.
Traversai il parco disteso ai piedi del palazzo del governo regionale d'Eritrea, e nel giro di
poco mi trovai di fronte al cinema Roma.
Proiettavano I leoni di Provenza, un polpettone di genere eroico con Sordi, Mastroianni,
Manfredi e Tognazzi nei panni di quattro veterani delle Fiamme nere impegnati
nell'avanzata finale verso Lione.
L'avevo già visto in Italia, ma la scena conturbante in cui il soldato semplice Marcello si
congeda dalla fidanzata francese Dalida, che si lascerà morire di stenti pur di non cedere
alle avance d'un malvagio colonnello della divisione Charlemagne, valeva da sola il
prezzo d'un secondo biglietto.
Solo quando uscii commosso dal cinema, mi ricordai che quell'impiastro di Quaglia
teneva enormemente a presentarmi il cavalier Venturi e la squadra.
A pensarci meglio, ricordai che mi aveva dato appuntamento per le cinque davanti ai
cancelli dello stadio Amba Galliano.
Controllai l'orologio: se camminavo in fretta, potevo ancora arrivare con un ritardo
accettabile.

Le due gradinate, capaci di accogliere ciascuna ottomila spettatori, a quell'ora del


venerdì erano deserte. Nonostante fossero vecchie di appena quindici anni, mi apparvero
simili alla carcassa calcinata dal sole d'un grosso animale.
Non c'erano neppure le curve: in Italia, poteva essere uno scenario adatto alle profondità
della Serie C. Qualcosa dovette trasparire dalla mia espressione, perché Quaglia si sentì in
dovere di precisare: «È l'impianto più grande di tutta l'Eritrea. Bisogna arrivare ad Addis
Abeba per trovare qualcosa di più maestoso. Ma lì è tutto un magna-magna, Costruiscono
qualsiasi cosa sovradimensionata, apposta per specularci. Bontempi, il Governatore di
laggiù, è soprannominato "signor Dieci per cento", e vi lascio immaginare perché».
Decisamente non correva buon sangue, fra gli Italiani dell'Asmara e i compatrioti che si
erano stabiliti in Etiopia.
«Bel terreno», commentai diplomatico.
«Il vecchio campo Cicero aveva una magia particolare, ma non si può fermare il
progresso. Dovete vedere che colpo d'occhio quando è pieno, dottore.»
Mi guidò sotto l'ala di cemento armato che offriva riparo alla gradinata coperta, e una
volta là sotto disse: «Se solo sapeste cosa significa la vostra visita per il Cavaliere…»
«Non una rottura di scatole, spero», mi sforzai di fare lo spiritoso, ma Quaglia non reagì.
«Di qui, vi prego», disse spalancando per me una porta di metallo che sembrava
immettere nel ventre dello stadio. «Hic sunt leones».
Ci ritrovammo dentro una palestra dove una quindicina di uomini a torso nudo erano
impegnati in una serie di esercizi a terra con le palle mediche. Dirigeva le operazioni un
cinquantenne magro e nervoso, fasciato da una tuta arancio sul petto della quale era
ricamata la scritta «Birra Venturi».
«Di questi me ne fate cento, signorine», incitava i ragazzi a terra. «Ve ne resta di forza, in
quelle braccia?»
Il busto del Duce occhieggiava severo da una nicchia sulla parete in fondo alla palestra.
«Una tempra d'uomo, il nostro allenatore», sussurrò Quaglia. «Abbiamo fatto insieme la
campagna contro il Negus.»
«Fratelli d'armi, allora.»
«Non è più nell'Esercito da un pezzo, ma i giocatori lo chiamano il Sergente.»
Gettai uno sguardo su quella distesa di toraci lucidi e braccia che pompavano senza
sosta. Più che una squadra di calcio sembravano ginnasti, i corpi torniti dall'esercizio, e
l'allenatore li controllava ora compassionevole, ora torvo. Per qualche motivo, sembrava
faticare più di loro.
«I ragazzi sono quasi pronti», comunicò al mio accompagnatore. «Domenica
annientiamo le scimmie di Dire Daua in un quarto d'ora.»
«Non è di domenica che mi preoccupo», lo rimbeccò Quaglia. «È di quando giocheremo
in Italia.»
«Basta tenere i ragazzi sotto controllo. E io lo sto facendo in maniera implacabile.»
Mi ignoravano in maniera così deliberata che l'intera situazione appariva una
messinscena.
«Venite, dottore», mi fece strada Quaglia verso l'uscita della palestra. «E voialtri,
giovanotti, dateci dentro.»
«Questo è il mio posto di lavoro», spiegò guidandomi lungo un corridoio a piastrelle.
«Venturi è appena arrivato dal birrificio.»
Aprì per un terzo la porta dell'ufficio, gettò dentro la testa e proclamò untuoso: «Eccomi,
Cavaliere. Vi porto il dottor Lorenzo Pellegrini di Stadio».
Alberto Venturi era un sessantenne in piena forma: alto, asciutto, i capelli ancora scuri e
folti. Al bavero gli brillava la spilla del Partito col fascio in oro.
«Sa-lut-to al Du-ce!» scandì marziale, levando la destra nel gesto dei legionari.
Replicai in fretta. Il mio sesto senso mi diceva che la visita non sarebbe stata una
semplice formalità.
«Vi prego, prendete posto», disse Quaglia offrendomi una sedia.
Gli ubbidii con la sensazione di chiudermi da solo in trappola, e adesso che non potevo
più scappare, il suo principale mi osservava a braccia conserte, le cavalleresche chiappe
posale contro il bordo della scrivania.
«Avete fatto buon viaggio, voglie sperare», disse grave. Aveva lo sguardo di qualcuno
che ti prende le misure in quattro e quattr'otto, come i mercanti e i ladri.
«Ottimo, grazie.»
«Da quando Ala Littoria accetta anche assistenti di volo negre, i piloti sono molto più
distratti»
«Chissà cosa combinano in cabina», ridacchiò Quaglia. Poi tornò serio e disse: «Il
Cavaliere stava solo scherzando».
«Avrà visto come si allenano i ragazzi: con metodo e disciplina», concionò Venturi. «Noi
non siamo una polisportiva. Non ci occupiamo di educare la gioventù. Siamo una squadra
di professionisti, la prima dell'Africa Italiana.»
Quaglia mi aveva riferito che arrivava dalla provincia di Udine, ma discorrendo
simulava un improbabile accento toscano.
Alle sue spalle, dentro una grande teca in legno pregiato dal frontale a giorno,
campeggiavano il vessillo arancio dell'A.C. Birra Venturi e i trofei vinti dal club. Fra le
targhe e le medaglie spiccavano due specie di mazze dorate tempestate di pietre, di certo
gli scettri assegnati ai vincitori della Serie Africa. Qualunque fosse il materiale, non
sembrava semplice alluminio.
«I giocatori che avete visto in palestra non hanno il problema di lavorare», proseguì
Venturi, e iniziai a sospettare che la sua chioma corvina fosse posticcia come il suo accento.
«Li ho assunti al birrificio tutti quanti. Il giorno in cui smettono di giocare, il posto sicuro
ce l'hanno. Fino ad allora, devono pensare solo al pallone.»
«Sono curioso di vederli in campo», dissi per mostrarmi gentile.
«Vi stupiranno», garantì. «Non so cosa vi aspettate, ma lo faranno.»
«Ottimo. In Italia sono curiosi di vedere i campioni della Serie Africa. Gli undici che
vedrò in campo domenica, sono gli stessi che giocherebbero a Roma?»
Il Cavaliere mi avrebbe guardato in maniera più amichevole se avessi osato mettere in
dubbio l'onestà della sua povera madre.
«Perché "giocherebbero"?» domandò Quaglia. «Ci andranno eccome, al Sette
repubbliche.»
«Forse non avete capito», disse Venturi. «I miei ragazzi vinceranno la Serie Africa
camminando sulla testa dell'Audax Addis Abeba, del San Giorgio e di tutti i negri
d'Etiopia, e poi voleranno a Roma.»
«È quello che vi auguro», tentai di recuperare.
«La stampa ancora non lo sa, ma abbiamo già trovato una sede in Italia per il periodo
del torneo», sibilò compiaciuto.
«Davvero?»
«Su, Pellegrini. Scommetto che non riuscirete a indovinare dove ozieremo fra una
partita e l'altra.»
Quaglia seguiva lo scambio pallido e a occhi bassi, ma non ero intenzionato a tradirlo.
«A Roma o fuori?»
«Fuori.»
«Viterbo?» sbagliai apposta, e il sospiro di sollievo di Quaglia fu una vibrazione che
potei percepire da un paio di metri di distanza.
«Acqua… È una città del Lazio, in ogni caso. Avanti, vi do un'altra possibilità.»
«Prosinone!» esclamai puntandogli l'indice addosso.
«Fuocherello», mi incoraggiò speranzoso. «Siete vicino, ormai.»
Corrugai la fronte e, come colto da un'illuminazione improvvisa, finalmente esclamai:
«Allora andrete a Littoria!»
«Sì!» batté le mani Venturi, felice come un ragazzino. «Ospiti del Fascio locale. Non è
una magnifica idea?»
«Perbacco.»
«Veramente», confermò Quaglia. «Un gemellaggio fra ex coloni carico di significati.»
«Uno a zero per me, Pellegrini», proclamò dispettoso il cavalier Venturi. «Sono riuscito a
stupirvi.»
Già, soprattutto quello.
Mentre cercavo un pretesto per andarmene, sulla scrivania era apparsa una cartella in
marocchino rosso.
«Qui dentro c'è tutto quello che serve sapere sui miei campioni», annunciò Venturi
carezzandola con le dita ossute. «Foto, ritagli di giornale e schede tecniche. Forse vi
sentireste fortunato, a poterci dare un'occhiata.»
In Africa mi avanzava un sacco di tempo, e lui doveva saperlo.
«Però alla stampa non l'ho mai mostrata», mi fermò prima che potessi toccare la cartella.
«Ci sono anche i nostri segreti, qui dentro.»
«Devono essere segreti terribili. Neanche alla sede della Federcalcio c'è tanta
riservatezza.»
«Se lo dite voi, dev'essere vero», ribatté in tono offeso tirando a sé la cartella.
«Non insisto», dichiarai sollevato. «Allora ci vediamo domenica alla partita.»
«Come?» domandò il Cavaliere deluso. «Se siete appena arrivato!»
«È che i giocatori preferiamo farveli conoscere dal vivo», intervenne Quaglia. «Giusto il
tempo che finiscano la doccia.»

Riuscii ad allontanarmi dallo stadio Amba Galliano che il sole era già tramontato.
In testa mi rombavano i cognomi dei giocatori che Venturi aveva fatto sfilare uno ad
uno davanti alla scrivania, pettinati e in borghese come tanti candidati a un posto di
lavoro.
Si capiva lontano un miglio che aveva intimato loro di essere cordiali e ben educati con
l'inviato di Stadio, che si dovette sorbire undici titolari e quattro rincalzi scambiando
qualche parola con ciascuno e fingendo di prendere appunti.
L'unico di qualche nome era il capitano Bartolomeo Foschi, un ex centrocampista della
Lucchese finito in Africa dopo un brutto infortunio. L'aveva seguito in quest'avventura un
fratello più giovane, Bastiano, che lui stesso chiamava Foschi Secondo.
«Bartolomeo ha giocato con Viani», si era sciolto Quaglia presentandomi il capitano.
«Era una specie di pupillo, per il buon Gipo.»
«Ero solo uno della squadra», aveva riconosciuto con modestia quel trentenne biondo
con la faccia da attore di fotoromanzo. «Però è vero che Viani aveva promesso di portarmi
con sé a Milano, prima dell'incidente. Invece sono arrivato qui, e abbiamo vinto subito lo
scettro. E quest'anno lo si rivince. Vero, Cavaliere?»
«Sarà meglio», disse il cavalier Venturi in tono di rimprovero. Scherzava, ma non
troppo. «Ho costruito questa squadra pezzo per pezzo, levandomi di tasca quel che
serviva. Adesso voglio che andiamo a giocarci il nostro torneo a Roma.»
Degli altri calciatori che aveva ingaggiato ricordavo solo il portiere Nasi di Senigallia,
poi il numero 10 Salvatore Nunzio, un piccoletto di Caserta rinomato per il dribbling
velenoso, e l'inquietante Rotunno, occhi da manicomio, spalle e numero di maglia da
centravanti di sfondamento.
«Rotunno non fa gol: entra in porta con la palla», aveva detto il cavalier Venturi, e quel
ragazzone moro di novanta chili aveva sorriso compiaciuto.
«Quest'anno ne ho già fatti ventuno, ma non segno quasi mai di piede», aveva ammesso
scuotendo la testa dalle linee squadrate, come scolpita nella pietra viva. «Domenica scorsa
l'ho cacciata nel sacco di petto e di coscia», e aveva riso come un troglodita.
Sulla carta poteva essere il centravanti più sgraziato, stupido e spettacolare che avessi
mai visto in azione, ma perlomeno domenica allo stadio mi avrebbe messo allegria.

Il bianco di mezza età che presidiava il bancone della reception all'Universale mi accolse
con il suo sorriso sdentato. Aveva lavorato a lungo sulle navi da crociera, e si riferiva a se
stesso come al «maestro di chiavi».
«Se avete bisogno di qualsiasi cosa, è sufficiente che avvertiate il maestro di chiavi: sono
qui apposta.»
«Molto gentile, ma salgo in camera giusto il tempo di una doccia.»
«Avete già deciso dove andare a cena? Se vi serve un consiglio, il vostro maestro di
chiavi è a disposizione.»
Una solfa così tutte le volte?
Mi lasciai indicare un ristorante per la cena, e una balera «per Eritrei civilizzati» dove
avrei facilmente trovato compagnia.
«C'è di tutto, all'Asmara!» affermò con occhio complice. «È un peccato arrivare fin qui
da soli e non divertirsi neanche un po'.»
A rifletterci un attimo, mica una sciocchezza.
E nel caso il dancing Hamasien non fosse di mio gradimento, sentivo che al rientro si
poteva sempre domandare una coperta al premuroso maestro di chiavi.
CAPITOLO V

Sabato mi svegliai all'alba, mentre la ragazza conosciuta all'Hamasien dormiva nel mio
letto.
La tormentai finché non si svegliò e facemmo l'amore ancora una volta, alla faccia di
Margherita e di quel tanghero di suo padre.
Non ero mai stato prima con un'africana, e non smetteva di sbalordirmi quanto potesse
essere pronunciato il contrasto fra le labbra nerissime e il roseo nido del suo sesso.
Ansimava senza nascondere il piacere e, prima di darle le cento lire che le avevo
promesso, mi feci lavare da capo a piedi sotto la doccia.
«Oggi mi attende una giornata dura», la informai mentre mi asciugava devota. «Oggi
lavoro.»

Grazie al motto a lettere candide che istoriava la facciata, riconoscere il posto fu più
facile del previsto.
RADIO E GIORNALI: VOCE E PUNGOLO DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA.
MUSSOLINI.
La Casa della stampa occupava l'intera palazzina dal gusto razionalista alta due piani
che si affacciava su viale della Repubblica, fra un ristorante siciliano con i tavoli all'aperto
e un ufficio della Banca dell'Africa Orientale, lo stesso istituto presso il quale
l'amministrazione di Stadio avrebbe dovuto appoggiarmi nei giorni seguenti cinquemila
lire, un magro anticipo in vista delle mie ingenti spese.
Salii i tre gradini che conducevano al portone, quindi suonai l'unico campanello sulla
plafoniera.
Mentre attendevo la risposta mi resi conto che era solo accostato.
Mi tornò in mente una massima del Direttore: «In redazione non si chiude mai la porta».
Per non disturbare chi stava lavorando, entrai da solo.
Mi ritrovai in un atrio dal pavimento a mosaico. Fra le greche e i fasci si notavano anche
stilizzati nodi di Savoia, che nessuno si era ancora preso la briga di rimuovere.
Muta come la sfinge, una grande scrivania in legno rossiccio presidiava il varco che
immetteva negli uffici veri e propri. Saliva il ticchettio d'una telescrivente, ma neppure
sporgendosi si vedeva anima viva.
In attesa che qualcuno si mostrasse, indugiai ad osservare i manifesti incorniciati alle
pareti. Fra le due grandi finestre che davano luce all'atrio spiccavano il poster della VII
Mostra d'Oltremare di Napoli, e l'ingrandimento d'un francobollo color ocra dedicato
all'opera dei cronisti caduti al fronte nella Nostra Guerra.
Mi dissi ancora una volta che ero fortunato, ad essere nato nel 1930. Così l'orrore mi era
passato sopra la testa quand'ero ancora un ragazzino. Il giorno della Vittoria avevo
quindici anni appena compiuti, e a questo modo mi ero risparmiato il peggio. Ero partito
militare nel '49, in un mondo ormai in pace. Tre mesi d'addestramento a Spoleto, e poi un
anno intero nel battaglione territoriale Caio Mario dei Cacciatori della Rezia, che era
trascorso in bilico fra la vacanza e l'incubo.
Pattugliare i dintorni di Ponte sull'Eno in plotoni da cinque con i Mab a tracolla, a
diciannove anni era una specie di scherzo, così come il campo estivo in quota. Per quindici
notti avevo dormito con la mia squadra sotto uno Sherman «Golia» della compagnia carri.
Ci sentivamo al sicuro, fra i cingoli di quel colosso donato dagli americani al nostro
esercito nel '44, quando ci avevano riforniti di carri pesanti e semoventi micidiali,
finalmente in grado di rivaleggiare con i Tigre tedeschi nell'aperto della Pianura Padana. E
nell'estate del '50, se ancora gli ultimi schützen erano in giro, come dicevano gli ufficiali
per metterci paura, si tenevano ben lontani: per fortuna in tutti quei mesi mi toccò sparare
solo al poligono.
Però ogni due settimane, nonostante le vibranti proteste del governo di Vienna, al mio
battaglione toccava il «servizio treni», e allora dovevo guardare in faccia per forza il dolore
di gente che non mi aveva fatto niente di male.
Era la stagione in cui il Duce aveva deciso di portare a termine l'italianizzazione del
Tirolo, e intere valli venivano sfollale a forza di incursioni delle Camicie nere e incendi
appiccati nella notte per terrorizzare la popolazione.
Ogni volta che i sedicenti patrioti tentavano un'azione dimostrativa in una valle isolata,
foss'anche bruciare il tricolore, il compito dei battaglioni operativi dei Cacciatori era quello
di salire lassù armati fino ai denti a rastrellare gli abitanti casa per casa. Dietro venivano i
nuovi coloni provenienti dal Mezzogiorno, quasi tutti veterani della Nostra guerra, ora
inquadrati insieme ai figli maggiori in centurie autonome della Milizia. A loro non
importava che le singole persone avessero collaborato o meno con l'armata nazista durante
il conflitto, o che sostenessero le azioni dei sedicenti patrioti: la loro lingua bastava a farne
dei nemici, canaglia germanica cui portare via i campi e la casa per regalare un futuro
migliore alla propria famiglia.
Alcuni li stanavano con i cani dal profondo dei boschi. Poi li portavano giù da noi a
Ponte, camion e camion carichi di ragazzini, donne incinte e vecchi ormai soli, tutti
costretti a lasciare per sempre la loro terra fra le Alpi.
Quando ci assegnavano al «servizio treni», la nostra mansione era caricarli, limitando il
più possibile spintoni e manganellate, sui convogli che li avrebbero condotti al porto di
Ancona. Da lì il loro viaggio forzato sarebbe proseguito verso la Libia, o la stessa Africa
Orientale, dove gli individui validi erano stati impiegati come manodopera nella
costruzione della Ferrovia transabissina.
Stavo pensando che solo grazie al loro lavoro, in capo a qualche giorno avrei potuto
viaggiare seduto in treno fino ad Addis Abeba, e non era una sensazione che mi facesse
sentire bene.
«Buongiorno», sussurrò appena un uomo alto di forse cinquant'anni, che usciva dagli
uffici e puntava il portone come non avesse un istante da perdere. I capelli impomatati, il
suo abito color melone e la mazzetta dei giornali sottobraccio parlavano chiaro: un collega,
potevo giurarci.
«Scusate», tentai di fermarlo. «Come funziona, qui? Serve essere già accreditati o basta il
tesserino?»
«Arriva la signorina in un attimo», disse quello allontanandosi con un sorriso untuoso.
«Io sono qui per caso. Non c'entro niente.»
Sembrava dovesse giustificarsi di qualcosa. Avrei voluto avvertirlo che aveva la cerniera
dei pantaloni mezza abbassata, ma era stato così antipatico che lo guardai andar via di
corsa senza dirgli niente.
Subito dopo, annunciata da una benaugurante musica di tacchi femminili, si affacciò
sull'atrio una donna dagli occhi vivi e l'abbronzatura color biscotto.
«Voi dovete essere la signorina che presidia in permanenza l'ingresso», dissi per fare lo
spiritoso, ma lei mi guardò come fossi uno stravagante rompiscatole.
«Cosa desiderate?» domandò fredda.
Doveva aver passato da un po' i trenta, ma era ancora bella, e la sua gonna al ginocchio
lasciava immaginare cosce superbe.
«Lorenzo Pellegrini», mi presentai offrendole la destra. «Giornalista. Scrivo per Stadio.
Sono in città da poco, e avrei bisogno di vedere i lanci d'agenzia.»
«Piacere, Livia», disse.
Poi ci fu un'alzata di mento che non capii, e una stretta veloce che mi lasciò sul palmo
profumo di sapone.
«Se siete nuovo», aggiunse, «ci tocca compilare due scartoffie.»
Doppiò la scrivania, si andò a sedere là dietro e tirò fuori da un cassetto un modulo
prestampato che inserì nel rullo della macchina da scrivere. Era un'Olivetti Lettera 22
identica a quella che, nella mia stanza dell'Universale, si godeva il letargo in valigia.
Le dettai i miei dati anagrafici e il numero di matricola dell'Ordine punzonato a lettere
d'oro sull'esterno del tesserino.
«Sembrate una persona intelligente, Pellegrini», disse lei guardandomi di sotto in su con
un sorrisetto impertinente. «Come mai perdete tempo in un giornale che si occupa di
calcio e ciclismo?»
Ma come! Avrei voluto spiegarle che la stampa sportiva, nell'Italia del 1960, tirava come
non mai. Però dalla scollatura della sua camicia intravedevo le pendici di colline
particolarmente salde e rotonde, e mi parve meglio stare al gioco.
«Scrivo di calcio per ragioni di sicurezza», risposi.
«Cosa intendete?»
«Così sono sicuro di restare scapolo.»
Era una battuta del Direttore, ma la riciclavo sempre volentieri.
«Buona questa», approvò divertita «E comunque non voglio sposarmi nemmeno io.»
«Alla fine, è l'unico modo per starsene tranquilli.»
«Comunque, proprio non capisco cosa si possa raccontare su venti uomini in braghette
che inseguono una palla di cuoio con gli occhi fuori dalla testa, nemmeno fosse una bella
signorina svestita.»
«A volte lo penso anch'io», mentii sorridendo amareggiato, come immaginavo facessero
i trombeurs de femmes esistenzialisti nell'infida Lutezia. «E comunque sono ventidue, gli
uomini in campo.»
«Avete mai la sensazione di fare qualcosa di perfettamente inutile?» domandò Livia con
le dita a mezz'aria sui tasti.
«Quasi sempre, in verità. Mentre li guardo inseguire quella palla, mi prende una nausea
che non saprei descrivere… Ma perché tentare di farlo… È solo nausea!»
«Non siete arido, voi.»
Neppure tu, bella tettona. Stavo per dirglielo.
«Oh, Livia!» sospirai invece. «Per quanto tempo ancora saremo schiavi delle
convenzioni… Diamoci del tu, per cortesia.»
«Se la capisco, quella nausea!» disse compresa. Poi controllò il mio nome sul modulo e
aggiunse in un sospiro: «Non sai quanto, caro Lorenzo».

Milano, 1 aprile I960, ore 22:30


Pianista americano Lewis per tre date in Italia. «Sono felice di conoscere l'Italia e gli Italiani», ha
dichiarato nella lingua di Dante il cantante e pianista americano Jerri L. Lewis rispondendo alle
domande della stampa all'hotel Gallia. L'interprete del grande successo Fiamme in cielo
suonerà stasera al Teatro Smeraldo, domani al Circolo GUF delle Cascine di Firenze, quindi il 12
a Roma, Teatro Sistina.

Linee guida per gli operatori del settore


La musica leggera, e il «roch e roll» in particolare, hanno molti estimatori fra i ragazzi della GIL
e vanno trattati senza pregiudizi da conservatorio.
Tuttavia, si ricorda il divieto di raffigurare cantanti e musicisti dalla cintola in giù. Preferibili i
primi piani in posa. Ogni titolo originale in inglese o altra lingua straniera va tradotto badando
di evitare effetti ridicoli o volgari.

Villaco, 2 aprile I960, ore 10:45


Ritrovato senza vita in un crepaccio il corpo di un alpinista di Sant'Uberto, il miliziano scelto
Alessandro Virdis. Pare che un malore sia all'origine dell'incidente. Virdis si era allontanato ieri
pomeriggio per una passeggiata nei boschi a monte della città, come era sua abitudine. Il corpo è
stato ritrovato stamane dalle squadre di soccorso, allertate fin dall'alba per il suo mancato
rientro. Annunciata per oggi una conferenza stampa del prefetto di Villaco sull'incidente, che
presenta numerosi lati oscuri.

Linee guida per gli operatori del settore


Evitare supposizioni fantasiose sulla fine del Virdis.
Sottolineare che le province di Villaco, Borgo Drava e Ponte sull'Eno sono ormai italofone al
50%, ma evitare precisazioni sulle origini regionali dei cittadini di nuova residenza.
Attenersi sempre e comunque alla nuova toponomastica.

Roma, 2 aprile 1960, ore 11:15


«Occorre valorizzare il corridoio italiano verso l'Atlantico con la costruzione di una ferrovia dal
Mediterraneo al Golfo di Guinea», dichiara all'EUR il ministro dei Lavori pubblici Adelchi
Serena. Il progetto della ferrovia traverserà i territori della Repubblica associata di Libia e dei
mandati del Niger e del Daomei con capolinea nel nostro possedimento di Cotonù.

Linee guida per gli operatori del settore


Ribadire che Cotonù è un possedimento italiano permanente, giuridicamente separato dal
Protettorato italiano del Daomei.
Pubblicare foto del monumento al Duce civilizzatore nella piazza dell'Arsenale di Cotonù.
Pubblicare con risalto mappe del disfacimento dell'ex impero coloniale francese.

La tournée a rischio moralità d'un cantante d'Oltreoceano; un miliziano scaraventato da


ignoti in un crepaccio della novantanovesima provincia italiana, e l'annuncio di una nuova
immane opera pubblica.
Avevo la sensazione che non sarebbero finite mai, le grandi opere indispensabili,
almeno finché l'ultimo gerarca non si fosse riempito le tasche fino a farle scoppiare. E se
quello che facevamo in Africa Orientale era un gioco sporco, nelle ex colonie francesi
affidateci in mandato ci stavamo comportando come ladroni senza ritegno.
Ogni giorno grandi navi cariche di mercanzia salpavano da Cotonù e Punta Nera verso
Napoli e Genova. In direzione opposta viaggiavano in aereo i faccendieri e i tecnici delle
società minerarie a partecipazione mista che ci eravamo affrettati a installare.
Petrolibia, Ferrobeton, Compagnia Italiana del Congo: era con azioni di società simili
che milionari come l'editore Auro Tosetti si facevano ogni giorno ancora più ricchi.
Il regno malcerto dei Savoia si era trasformato in salda Repubblica littoria; la vittoria
mutilata aveva lasciato il posto al trionfo pieno e solenne del '45, e l'ultima delle grandi
potenze aveva finalmente ottenuto il posto che il destino le riservava fin dall'inizio fra i
grandi della terra. Tutto questo e molto altro si diceva e andava scritto, ma sotto sotto la
rapacità e il malcostume erano gli stessi dai tempi de I Viceré e dello scandalo della Banca
di Roma.
Raccolsi amareggiato i miei giornali e uscii dalla sala di lettura della Casa della stampa.
Avrei scambiato volentieri due parole con Livia, adesso che avevamo rotto il ghiaccio,
ma era impegnata a fronteggiare un paio di militari dell'ufficio stampa del Comando:
secondo loro, nella remota terra dei Sidamo non era in corso nessunissima rivolta armata
contro gli Italiani, e un eventuale lancio della Stefani sull'argomento andava sottoposto al
vaglio dell'autorità militare.
Piuttosto che immischiarmi nelle loro questioni, mi limitai a un rapido «Arrivederci».
«Buona serata, Lorenzo. E torna a trovarmi», si raccomandò Livia salutando con la
mano, come una specie di carcerata allegra.

L'Abissinia Dire Daua arrivava in città preceduta da una fama di club senza speranze.
Forse proprio per questo la curiosità mi spinse alla stazione ferroviaria, il pomeriggio
prima dell'incontro, per vedere la compagine ospite da vicino.
L'Espresso dei Due Mari giungeva in città alle 18, dopo un viaggio partito due giorni
prima dalle lontane coste somale via Belet Uen, Villaggio Mussolini, la città-modello di
Ogadenia, Harar e Addis Abeba.
Secondo il pannello degli orari, avrebbe proseguito la propria corsa lungo l'ardito
tracciato della vecchia ferrovia per Massaua, giungendo prima di notte in riva al Mar
Rosso.
Mi feci largo nella bolgia di viaggiatori, facchini, venditori di fiori e mendicanti.
La piazza coperta ricavata fra l'edificio originario della stazione e i nuovi binari era
dedicata ai Settecento del Delta, gli eroici parà della divisione aviotrasportata eritrea che,
nella primavera di liberazione del 44, avevano conquistato la prima testa di ponte alle foci
del Po. Se anche quaggiù la chiamavano «la Nostra guerra», era perché ovunque li
avevamo mandati in prima linea.
Il treno era fermo al binario, e riconoscere i giocatori già lilla banchina fu più facile del
previsto.
Erano una ventina di uomini, bianchi e neri insieme, con una semplice borsa sportiva
come bagaglio.
Ad eccezione di due accompagnatori bianchi e un Etiope, vestiti con un'eleganza un po'
provinciale, gli altri indossavano sdrucite tute verdi. Almeno alla prima occhiata
sembravano troppo magri per competere con gli atleti di Venturi.
Mentre mi avvicinavo, un ragazzino nero che indossava una casacca da gioco ad ampie
strisce gialle e verdi, balzò giù dal treno immobile e prese a danzare attorno ai giocatori.
Agitandosi come un ossesso sotto i loro sguardi divertiti, intonò una incomprensibile
nenia che, sul finire, lasciò spazio a un più chiaro: «Forza Dire Daua! Sempre avanti
Abissinia!»
La giovane mascotte ebbe agio di compiere il suo rito propiziatorio, e solo quando gli
altri passeggeri furono scivolati via, gli uomini in tuta verde si mossero tutti insieme.
Salutai gli accompagnatori che venivano in testa al gruppo, mi presentai con la qualifica
completa di inviato speciale di Stadio, e quelli si guardarono perplessi.
«Siete venuto a vedere la partita di domani?» domandò incredulo il più attempato dei
due bianchi. «Scriverete un articolo che leggeranno in Italia?»
«È quello che pensavo di fare. Sempre che vi faccia piacere.»
«Per noi sarà dura, ma è un onore che la stampa si occupi di noi.»
Si presentò come Mario Fonardi, fondatore e presidente dell'Abissinia Dire Daua.
Furono scambiate strette di mano. Gli altri due erano il medico sociale, dottor Germamè,
e l'allenatore Bernardi, un aretino di Anghiari che portava un tau francescano appuntato al
bavero.
«Vedete, siamo una squadra un po' speciale», spiegò Fonardi mentre i giocatori
facevano capannello intorno a noi. «Da ragazzo giocavo a Dessiè, e in squadra c'era di
tutto un po'. La nuova dirigenza però vuole solo giocatori bianchi.»
I più giovani fra i suoi giocatori etiopi mi fissavano intimoriti e curiosi, ma appena
incrociavo il loro sguardo mi sorridevano come a un vecchio amico.
«Così alla fine della guerra ho fondato questa squadra aperta a tutti, sull'esempio del
Kedus.»
«Prego?»
«Kedus Ghiorghis», spiegò il dottor Germamè. «Così la gente chiama il San Giorgio di
Addis Abeba.»
«Sono la migliore delle squadre miste, e vederli vincere di nuovo lo scettro è l'incubo
peggiore del cavalier Venturi e dei cattivi ferengi come lui.»
Risero tutti, così sorrisi anch'io.
«Il nostro campionato è molto più breve del loro», si levò la voce di un giocatore bianco
che sfoggiava un solenne paio di baffi. «Ai tifosi basta che vinciamo contro i nostri rivali,
l'Atletico Dessiè e l'Etiocaffè di Harar.» Gli altri approvarono. «E in un certo senso è la
stessa cosa per loro. Squadre come noi, o quelle teste di cazzo, non concorrono davvero
per vincere lo scettro.»
«Lascia perdere, Ermes. Non è venuto a intervistare te, il signore.»
«Però se arriva dall'Italia per vederci giocare, domani il primo gol lo dedico a lui», disse,
e mi strizzò l'occhio.
«Vedete», disse Fonardi senza badargli, «il calcio da queste parti è un carnevale di
maglie allegre che nasconde la realtà di un Paese dove bianchi e neri godono di
opportunità molto diverse. Per questo è importante che squadre come il San Giorgio o
noialtri possiamo competere in Serie Africa contro i club di soli bianchi. Il terreno da
calcio, qui, è l'unico posto dove si può proporre una società diversa, dove il razzismo sarà
solo un brutto ricordo.»
Sì, vabbè.
«Il solo fatto che ci lascino esistere, ci consente di mandare un messaggio forte»,
sintetizzò il tecnico, mentre un paio di miliziani incuriositi dall'assembramento ci
arrivavano incontro lungo la banchina.
«Lo sport per noi è un'occasione di fratellanza», ribadì Fonardi. «Ecco perché qualcuno
non ci vuole bene. Ma noi, cristianamente, perdoniamo.»
Questa volta non rise nessuno.
Merda zaniboni, mi dissi. Ero andato a prendere al treno i ragazzi dell'oratorio.
CAPITOLO VI

«Nasi; Lucidi, Marcora; Caranna, Padoan, Franzoso; Marongiu, Foschi Primo, Rotunno,
Nunzio, Foschi Secondo.»
Stavo pensando che c'erano cognomi di tutte le regioni d'Italia, nell'undici del Birra
Venturi Asmara, poi lo speaker s'impegnò a scandire la formazione ospite e la musica
cambiò: «Agavà; Zeude, Rimini; Piccardo, Uoldepetros, Magri; Cumani, Alemu Mariam,
Bitossi, Ivic, Endecacciù».
Gli uomini in casacca a strisce giallo-verdi scesero in campo silenziosi come li avevo
visti il giorno prima sulla banchina della Stazione centrale.
Probabilmente erano abituati alle bordate di fischi che piovevano dalla tribuna, e quel
giorno solo poche decine di Etiopi occupavano la gradinata scoperta di fronte a noi.
Raggruppati al centro del settore, sventolavano un'unica bandiera con una grande stella
nera al centro, identica a quelle cucite sul petto delle maglie.
Se cantavano, la distanza mi impediva di sentirli, anche perché i giovani avanguardisti
intorno a noi avevano preso a scandire il coro «Bir-ra Ven-tu-ri!», e lanciavano in campo
stelle filanti e coriandoli a manciate.
Venditori di birra e karkadè con una specie di bustina in callo si aggiravano nel parterre,
lo sguardo levato alla ricerca di clienti.
«Qui il calcio è una festa», dichiarò il Cavaliere aggiustandosi la sciarpa di raso arancio
con le frange rosse.
«La Federcalcio ha fatto una cosa buonissima, a darci questa possibilità», commentò
Quaglia. «Non bisogna che i coloni e i loro figli si sentano dimenticati dall'Italia.»
Frammisti alle famiglie, c'erano universitari bianchi ed africani con le insegne della GUF
e marinai in licenza venuti in treno da Massaua. Come me, erano particolarmente
interessati alle assistenti di volo dell'Ala Littoria sedute insieme ai piloti. Ogni pochi metri
spiccavano i fez e i cappelli a tesa larga dei capi della comunità locale, vegliardi dal volto
scolpito che avevano combattuto una vita intera contro i nemici d'Italia, come il barista
dell'altro giorno con ventiquattro anni di «'nsianità» negli ascari.
Secondo il Direttore, nei miei articoli avrei dovuto raccontare quell'atmosfera, come una
scheggia d'Europa si aggrappava alle usanze della madrepatria alla ricerca di normalità.
Se si giocava da più di dieci anni un regolare campionato di calcio, la vita dei bianchi non
era più così precaria, giusto?
«Arriva la banda», disse Quaglia, indicando felice i suonatori di ottoni che uscivano a
passo di marcia dal tunnel degli spogliatoi. I giocatori delle due squadre erano già
schierati nel cerchio di centrocampo. Tutti in tribuna si alzarono in piedi, e l'orchestra del
IV battaglione eritreo prese a suonare l'lnno a Roma.
Cantavano tutti, e il Cavaliere gridò a squarciagola il suo «Sole che sorgi, libero e
giocondo!»
Prima che l'attenzione del pubblico scivolasse verso il rettangolo di gioco, levò la destra
nel più romano dei gesti e chiamò stentoreo il saluto al Duce.
Una selva unanime di braccia si levò dagli spalti, come ormai negli stadi italiani non
usava più da anni. L'arbitro, i suoi assistenti e i giocatori in maglia arancio risposero allo
stesso modo. Gli ospiti, invece, erano andati a omaggiare il drappello dei loro tifosi in
gradinata e, anziché salutare romanamente la tribuna, le davano le spalle.
«Sovversivi», gridò Quaglia con le mani a megafono. «Scimmie! Amici del Negus!»
Sui giocatori del Dire Daua piovvero a lungo fischi che li lasciarono indifferenti, poi il
direttore di gara convocò i capitani per lo scambio dei gagliardetti e la scelta del campo.
«Quello è Ermes Cumani», mi sussurrò Quaglia indicando il ragazzo baffuto con la
maglia numero 7 e la fascia al braccio, lo stesso che il giorno prima si era riproposto di
dedicarmi un gol. «È un disgraziato e un sovversivo.»
«Sì? Credevo la sua fosse una squadra di preti.»
«Però sa come si gioca. Peccato gli tocchi farlo in mezzo agli straccioni.»
In effetti, anche da una distanza d'una trentina di metri, le divise degli ospiti lasciavano
parecchio a desiderare. I calzettoni erano cadenti e le casacche, ciascuna stinta a modo suo,
dovevano essere le stesse da parecchie stagioni. Uno dei giocatori, poi, indossava una
maglietta verde fuori ordinanza alla quale erano state cucite sul davanti tre strisce gialle
troppo sottili, e senza numero dietro.
«Bell'armata brancaleone», commentò il Cavaliere.
Solo al calcio d'inizio, però, mi resi conto che metà squadra giocava con scarpe finte,
babbucce di stoffa senza suola calzate solo per aggirare il regolamento che vietava di
giocare scalzi. Qualcuno era arrivato al punto di decorarle con tre strisce bianche
sull'esterno, a simularne la provenienza europea.
Al fischio d'inizio si gettarono in dieci verso il pallone, come un nugolo di cavallette.
L'allenatore del Dire Daua sarà anche stato una brava persona, ma le sue eventuali
disposizioni tattiche avevano lasciato del tutto indifferenti i suoi giocatori.
Gli uomini di Venturi sembravano preparati a questo genere di assalto all'arma bianca, e
all'inizio si limitarono a contenerlo facendo correre a vuoto gli avversari con brevi
passaggi laterali.
Quando la palla arrivava al capitano Bartolomeo Foschi, in tribuna montava un brusio
eccitato. Un paio di volte l'ex della Lucchese si limitò a scambiare col compagno più vicino
provocando un mugolio deluso, ma quando andò a strappare il cuoio dai piedi del
centravanti avversario e ripartì, Quaglia si spellò le mani dagli applausi.
«L'avete visto?» mi diede di gomito. «È il miglior numero 8 che giochi a sud di Napoli,
parola mia!»
Era appena entrato nel cerchio di centrocampo quando gli si fecero sotto Ermes Cumani
e un nero dalle ginocchia sottili, che non doveva avere più di sedici anni.
Il capitano del Birra Venturi puntò l'Italiano invitandolo a farsi sotto, poi fintò sulla
destra e, con l'esterno del piede sinistro infilò il ragazzo in tunnel.
Quello si girò con un'espressione disperata e, mentre andava via palla al piede, Foschi
gli rifilò una gomitata plateale nelle costole.
L'arbitro non avvicinò neppure il fischietto alle labbra, e il baffuto Cumani partì da solo
all'inseguimento.
Foschi saliva a testa bassa, Nunzio e Rotunno chiamavano palla dalle fasce opposte.
Nove uomini del Dire Daua ripiegavano in disordine, mentre il loro capitano tallonava l'ex
della Lucchese sempre più da vicino.
«Palla!» gridò Rotunno nel silenzio di attesa dello stadio Amba Galliano, ma Foschi
sembrava intenzionato a fare tutto da solo.
Sulla tre quarti Cumani lo raggiunse e, spalla contro spalla, si lanciò in scivolata. Planò
sull'erba grama del terreno, e nel polverone riuscì ad agganciare il cuoio senza toccare
l'avversario.
La palla rimase immobile contro lo scarpino di Cumani, e il giocatore in maglia arancio
volò avanti come se l'avesse colpito un cecchino. La tribuna fremette di disappunto.
«Cumani macellaio!» gridava Quaglia. «Sei un assassino!» e io gli feci notare che, a
termini di regolamento, non si era visto niente di scorretto.
«L'espulsione, ci voleva.»
«Ha preso la palla, mica il piede.»
Ermes Cumani aveva ancora un ginocchio a terra, come fosse pronto a cantare la sua
serenata al cuoio immobile.
Guardò Foschi rovinato bocconi tre passi da lui, si rialzò pronto a ripartire, e come toccò
palla l'arbitro lo fermò per riportare il suo numero di maglia sul notes delle ammonizioni.
«Ma questo cos'ha visto?» domandai a voce un po' troppo alta.
Il Cavaliere mi squadrò severo.
«Si chiama gioco pericoloso», volle rendermi edotto. «A momenti ce lo ammazza.»
Vabbè.
Della punizione si incaricò lo stesso Foschi.
Per sistemare meglio la palla rubacchiò un paio di metri, mentre sei uomini del Dire
Daua si disponevano in sbilenca barriera appena dentro la riga bianca dell'area.
Seguii con lo sguardo la grande testa mora del cannoniere Rotunno. Cumani gli restava
incollato ovunque andasse, e quello cercava di scrollarselo di dosso con ampie bracciate da
nuotatore in mare aperto.
Foschi calciò senza rincorsa. Un'apertura breve d'esterno, per il fratello decentrato sulla
destra e perfettamente libero.
«Schema!» gridò Venturi fuori di sé per la tensione.
«Schema, schema!» gli fece eco Quaglia.
Foschi Secondo trattenne la palla quel tanto che bastava perché gli uomini della barriera
gli si avventassero addosso, poi la restituì al fratello maggiore scavalcandoli con. un
pallonetto.
Il capitano degli arancioni entrò in area, lo specchio della porta spalancato davanti.
Rotunno tratteneva Cumani per la maglia, il portiere del Dire Daua si faceva ogni istante
più basso e immobile, e l'ex della Lucchese sparò a colpo sicuro sotto la traversa.
«Sì», esplose il Cavaliere. «Gol!»
Mentre tutti gridavano, Quaglia mi abbracciò come fossi stato suo fratello.
«Uno a zero! Uno a zero!» ripeteva senza lasciarmi, e io non potevo che riempirmi le
nari del suo Tabacco d'Harar.
Quando mi lasciò libero, sotto la copertura della tribuna volavano ancora i cappelli, e il
cavalier Venturi sembrava lontano dall'essersi ripreso.
«Tiè, Fonardi!» gridava rosso in volto, rivolgendo il gesto dell'ombrello alla panchina
avversaria. «Filantropo delle mie balle! Visto cosa succede, a far giocare i negri?»
Fra me e me pensavo, tentando di ricompormi, che da quelle parti c'era un'Italia più
antica, provinciale e testarda.
Per qualche settimana, avrei dovuto farmela andare bene.

Le squadre andarono al riposo sul tre a zero.


Al trentesimo Salvatore Nunzio aveva messo a sedere due uomini regalando un pallone
d'oro a Rotunno: bomba di punta dello sgraziato centravanti, dolorosa deviazione del
terzino e palla in rete.
Sul finale di tempo, poi, Rotunno era stato servito nuovamente a centro area dall'ala
destra Gavino Marongiu, sedicente ex della Torres di Sassari.
«Non tirare!» gli aveva intimato Foschi Primo. «Passa qui!» ma il centravanti aveva
obbedito all'istinto ed era entrato in porta senza separarsi dalla palla, con l'estremo
difensore aggrappato all'elastico dei calzoncini.
Un gol nato da una punizione inesistente, un'autorete e una carica al portiere da
espulsione.
Quaglia aveva applaudito felice ogni nuova azione, mentre in me cresceva
l'insofferenza.
Che torneo poteva essere, la Serie Africa, se in testa alla classifica c'era questa banda di
picchiatori favorita dagli arbitri?
In cuor mio stavo già diventando un potenziale sostenitore di qualunque squadra,
foss'anche lo Starace Gondar, in grado di mettere i bastoni fra le ruote all'undici del
Cavaliere.

Nella ripresa, grazie al risultato ormai al sicuro e ai brindisi dell'intervallo, l'atmosfera in


tribuna si era fatta sonnacchiosa.
Quaglia sudava in maniera inesauribile, e più d'ogni altra minaccia temevo un suo
eventuale abbraccio di esultanza se la squadra avesse segnato per la quarta volta.
«Voi non sapete che uomo è il nostro allenatore», disse a un certo punto. Lo guardai:
aveva una mano aperta sul petto. «Questa ve la devo proprio raccontare.»
Il Cavaliere era come paralizzato dal troppo alcol, ma faceva impercettibilmente su e giù
con la testa, e Quaglia dovette scambiarlo per un segno d'incoraggiamento.
«Febbraio del '36», attaccò. «Il nostro plotone era caduto in un'imboscata nel Goggiam,
ed eravamo riusciti a scappare solo in tre: io, il Sergente e un molisano di appena
diciott'anni che chiamavamo Capracotta. Gli amici al paese gli avevano fatto firmare per
scherzo la richiesta di partire volontario. Credeva di fare richiesta per la riserva, e invece
gli è toccato partire insieme a noi.»
«Bello scherzo», commentai. «Dovevano volergli bene, i suoi amici.»
«Ragazzate», minimizzò. «Eravamo solo noi tre, senza nessun collegamento con la
nostra unità, e ci eravamo rifugiati in un tucul abbandonato in cima a una collina.»
Raccontava con voce stentorea, per farsi sentire dalle signore e dai marinai delle file
sottostanti.
«Dall'apertura che faceva da finestra osservavamo tutta la vallata, e potevamo vedere il
loro capo, il degiacc Girma Zamanuel, che faceva festa coi suoi uomini in cima alla collina
di fronte. Quelli se ci prendevano ci tagliavano l'uccello. Da vivi», precisò incurante delle
smorfie delle signore. «Avevano questa usanza, dottore. Ve lo tagliavano e ve lo
mettevano in bocca mentre morivate.»
In quella, Cumani rubò il pallone a Salvatore Nunzio e partì in solitaria dalla linea di
centrocampo. Schivò il mediano, alzò la palla sopra la testa d'un secondo avversario e la
raggiunse di nuovo.
I fratelli Foschi gli si pararono incontro. Gridando, mi parve. Il più anziano tentò di
restituire la cortesia di prima con un'entrata a gamba tesa, il piede a martello per affondare
i tacchetti, ma Ermes Cumani saltò con la naturalezza che si sperimenta nei sogni, il
pallone incollato al destro, ritoccò terra e proseguì la propria avanzata a falcate ampie,
come corresse in discesa.
Mentre lo stopper Padoan arretrava di fronte a lui, curvo in avanti e a braccia larghe,
Cumani cambiò direzione all'improvviso ed entrò danzando in area con la porta sulla
sinistra. Sollevò gli occhi per cercare la luce della porta, e stava già caricando il tiro quando
il libero del Birra entrò a piedi pari e lo sradicò dal campo.
«Rigore», esclamai, ma i miei vicini non mi considerarono, e anche l'arbitro rimase
muto.
Pensavo che Cumani si sarebbe rotolato al suolo gridando come un agnello scuoiato,
sempre che fosse ancora cosciente, invece si risollevò in due tempi, scrollò la polvere dai
calzoncini e tornò impassibile verso la sua posizione.
«Questo però era rigore netto», feci presente a Quaglia, ma lui sembrava in un altro
mondo.
«Ascoltate, dottore. E una storia incredibile. A un bel momento vediamo un Reggiane
che scende basso sulla collina di fronte… Ha visto gli Abissini e scarica un bel regalino
sulla loro testa… Punfete! Braccia e gambe che volano! I superstiti si mettono a correre da
tutte le parti, il Reggiane li insegue mitragliando, e non facciamo in tempo a segnalare la
nostra posizione che vediamo un certo numero di Abissini correrci incontro.»
L'azione successiva Cumani triangolò con lo jugoslavo Ivic, bruciò in velocità Caranna e
scaricò un destro micidiale sulla traversa.
«Questa l'avete vista?» tentai di ridestare Quaglia, ma lui niente. Andava avanti col suo
racconto di guerra, e mi dissi che lo faceva apposta per distrarmi dal crescendo di vivacità
degli avversari.
Smisi di seguirlo. I giocatori in maglia arancio avevano perso mordente, e il mediano
dell'Abissinia rubò palla servendo nuovamente Cumani. Allora quell'ala destra
inesauribile si accentrò palla al piede, fintò il tiro, mise a sedere Padoan e, sotto i suoi occhi
stanchi, scoccò una zampata che s'infilò nel sacco a fil di palo.
L'arbitro controllò che nessun assistente avesse obiezioni, poi convalidò la rete: tre a
uno.
Tutto lo stadio vide il capitano del Dire Daua raccogliere la palla e avviarsi di corsa
verso la tribuna.
Puntava il nostro settore stringendo il cuoio al petto, e quando fu abbastanza vicino
gridò in maniera distinta: «Il prossimo è per quel pescecane col parrucchino di Venturi».
«Ma come ti permetti», gli urlò contro Quaglia coprendo i fischi. «Porta rispetto, feccia!»
Il giocatore dell'Abissinia ripiegò verso il centrocampo e restituì la palla agli uomini in
maglia arancio. I fratelli Foschi gli rivolsero qualche battuta che non doveva essere
complimentosa, l'arbitro li separò e il gioco riprese.
Gli uomini del Cavaliere difendevano la palla a gomiti alti, cercavano di irretire gli
avversari nella trama dei loro passaggi, ma Cumani e i suoi erano ancora abbastanza
freschi da inseguirli e rubar palla.
Intorno al sessantesimo, il cavalier Venturi si ridestò senza preavviso dal torpore
alcolico che lo avvolgeva.
«Voglio il quarto gol!» gridò salendo in piedi sul seggiolino, le mani a megafono, e
mezza tribuna si voltò a guardarlo. «Anneghiamoli, figlioli!» e il Sergente fece capolino
dalla panchina per rivolgergli un cenno tranquillizzante.
Poco dopo Cumani sgusciò via da una marcatura stretta, servì il suo compagno con la
maglia senza numero e richiamò il pallone. Partì un timido traversone, e il cuoio sembrò
galleggiare sopra l'area per un tempo infinito.
Nasi di Senigallia non aveva osato l'uscita, e il numero 2 Lucidi afferrò la maglia di
Cumani per impedirgli di saltare. Me lo vidi già a terra ma, anziché provare a liberarsi e
colpire di testa, il capitano del Dire Daua assecondò la spinta e si lasciò cadere a corpo
morto aprendo una sforbiciata verso l'esterno. Colse il pallone di collo pieno, a un palmo
dal suolo, e il portiere del Birra Venturi poté solo registrare che una sventola angolatissima
aveva gonfiato la rete per la seconda volta.
«Pazzesco», assalii Quaglia mentre i pochi neri in gradinata scoperta danzavano di
gioia. «Dovete ammettere che stavolta è stato un gran gol.»
«Quel baffone non riesce a rifarlo neppure se ci prova cento volte», masticò amaro
Quaglia mentre il Cavaliere si guardava intorno allarmato.
Cumani aveva raccolto di nuovo la palla dal fondo della rete e stava correndo verso la
tribuna, questa volta tenendo la sfera sollevata a due mani.
Sfuggiva i compagni che volevano festeggiarlo, ignorava i richiami dell'arbitro e
puntava dritto il varco fra le due panchine: ormai doveva avere optato per un finale
rocambolesco.
«Para questo, Cavaliere dei miei stivali», gridò con voce allegra.
Prima che qualcuno riuscisse a fermarlo, lasciò cadere la palla e, calciando al volo di
destro, scoccò un missile verso il nostro settore.
Mi girai d'istinto, e sentii il colpo secco del cuoio contro una spalla. Quel matto aveva
colpito me.
«Arrestatelo», gridava Venturi paonazzo. «È un assassino. Ci sono anche delle signore,
porca puttana.»
Quaglia volle accertarsi che stessi bene, ma più lo rassicuravo e più mi faceva domande
idiote come «qual è il nome di vostra madre?» o «quante dita sono queste?»
«Non mi ha preso in testa, non è niente», lo rassicuravo per levarmelo di dosso. Volevo
seguire il teatrino di Ermes Cumani: era salito in piedi sulla balaustra inferiore della
tribuna, e tentava di arringare la folla.
«Dov'è quel buffone con la parrucca? Lo voglio vedere in faccia!»
Gli pioveva addosso di tutto, cartacce monetine sputi, ma lui non si dava per vinto.
«Due volte, vi ho castigato. Quanti ve ne avrei fatti con un arbitro serio?» seguitava a
gridare.
Poi si abbassò i pantaloncini sul didietro, e mostrò le pallide chiappe alla tribuna.
«Baciami qui, Venturi!» gridò sculacciandosi perché non ci fossero dubbi.
Dovettero portarlo via in tre, e quando l'arbitrò gli notificò formalmente l'espulsione
ancora si dimenava come un tarantolato.
Finì quattro a due con un rigore inesistente trasformato dallo scricciolo Salvatore
Nunzio, ma ai fischi finali il Cavaliere appariva ancora fuori di sé per l'affronto subito.
«Bisogna arrestarlo, quel Cumani», lo sentii dire a Quaglia. «È un criminale, che se ne
occupi la polizia.»
Il suo factotum tentava di rabbonirlo: «Su, Cavaliere, non c'è da preoccuparsene più…
Gli daranno delle giornate fitte di squalifica, così impara a mancarvi di rispetto».
«Dici?»
«Ma certo! Basterà ricordare all'arbitro cosa deve scrivere nel rapporto, e quel bastardo
coi baffi ha finito oggi il campionato!»
Sorrisi di nascosto: avevo scovato appena in tempo il primo calciatore degno di nota
della Serie Africa.
CAPITOLO VII

Il mattino seguente, come tutti i lunedì, mi precipitai in edicola per comprare i quotidiani
sportivi.
«Non siam mica a Milano», disse il giornalaio guardandomi con compatimento.
«Devono arrivare in aereo, e a noi li consegnano con molta calma. Prima del pomeriggio, i
risultati del campionato italiano li trovate stampati solo sul Corriere eritreo.»
«Veramente io cercavo quelli della Serie Africa.»
«Davvero?» mi squadrò incuriosito. «Allora è inutile aspettare Stadio e Gazzetta. Li
trovate unicamente sui quotidiani di qui.»
«Prenderò il Corriere eritreo.»
«Se invece volete qualcosa per appassionati, con gli articoli e le foto delle partite, vi
tocca aspettare mercoledì quando esce Sport Littorio. È una specie di Calcio illustrato
dedicato al campionato di qui, e va a ruba», disse sporgendosi dalla finestrella per
controllare le scansie. «Infatti l'ultimo numero non c'è più.»
La mia ansia di letture non era ancora appagata, così perlustrai le schiere di riviste.
Mandavano un odore intelligente di tipografia, e il settore dei fumetti poteva tenere testa a
qualsiasi edicola italiana: c'era anche il nuovissimo Giufà di Secchi e Raviola, e la serie
completa di Bertoldo e Bertoldino di Jacovitti.
Per qualche istante valutai se comprare l'ultimo numero di
Ettore della Xa di Pratt, il mio personaggio preferito da molti anni, poi la voce adulta
della coscienza prese il sopravvento e ripiegai su Futuro fascista e Cinema60.
«Non siete del Birra Venturi, voglio sperare», indagò l'edicolante mentre mi dava il
resto.
«Oh no», sorrisi. «Del Bologna e basta. Non ho ancora una squadra del cuore, qui in
Africa.»
Sporse la testa già canuta dalla finestrella, e confidò a mezza voce: «Io li detesto, quelli
del Birra».
«Addirittura.»
«Per forza. Rappresentano la metà malata della città.»
«Cosa intendete?»
«Gente con la puzza sotto il naso», enunciò piantandosi un dito fra le narici. «Spero
proprio che domenica gli diamo una bella lezione. Sono tre anni che noi della Garibaldi
non vinciamo un derby, e sento che questa è la volta buona.»
«Be', in bocca al lupo», gli sorrisi.
L'idea di assistere a una stracittadina in Eritrea non era male. Perlomeno ci sarebbero
stati tifosi di entrambe le squadre, e la Garibaldi mi stava già simpatica.
«Aspetti un secondo», m'invitò l'edicolante, poi si mise a frugare all'interno del suo
gabbiotto. «Ho un omaggio che le farà piacere.»
Dal «voi» era passato al «lei», e scuoteva la testa alla ricerca di qualcosa che non si
mostrava.
«Ecco», proruppe in una risata soddisfatta. Poi allungò la mano attraverso la finestrella,
e fra le dita reggeva una cartolina fotografica della Polisportiva Garibaldi Asmara.
La presi e vidi undici uomini sorridenti in maglia rossa e calzoncini azzurri con la
tribuna dell'Amba Galliano come sfondo. Il portiere era un meticcio con il berretto di
panno, e fra i giocatori accosciati c'era anche un nero integrale dalle spalle magre e lo
sguardo ironico.
«Le abbiamo stampate noi soci», spiegò. «Così adesso è dei nostri.»
Lo ringraziai mentre riponevo la cartolina fra le pagine di Futuro fascista per conservarla
meglio.
«Se doveste spiegarmi in due parole la differenza fra le due squadre?» lo provocai.
«Venga allo stadio domenica», disse evitando il mio sguardo. «Se ne accorgerà da solo.»
«Cosa intendete?» domandai come un pesce in barile.
«La Garibaldi è sempre stata una società repubblicana», disse serio. «Giocavamo in
casacca rossa anche quando c'erano ancora i Savoia.»
«Ah sì?»
Mi squadrò con un filo di sospetto negli occhi, si strinse nelle spalle e disse remissivo:
«Non è un segreto. Domandate a chi vi pare, se non mi credete».

«Ehi, giornalista», chiamò una voce a pochi passi dal mio tavolino al caffè Impero.
Sollevai lo sguardo e, nonostante gli abiti borghesi, riconobbi l'ala Ermes Cumani che
sorrideva. «Scusa. Non era per te, la pallonata.»
«Tranquillo, non mi hai fatto male», dissi offrendogli la destra. «Comunque sei un
matto. Ti beccherai una squalifica seria.»
«Il mese prossimo ho degli impegni», considerò con un sorriso gaglioffo. «Non potevo
giocare comunque.»
«Hai capito…»
«Già che dovevo chiudere il campionato in anticipo, mi sono levato questa
soddisfazione. Due gol al cavalier Venturi nel suo stadio non li avevo ancora segnati.»
«Perché ce l'hai tanto con lui?»
«A te sta simpatico?»
«Mica tanto.»
«Visto? È un profittatore che fa affari col governo, e una gran faccia di culo.»
«Ad ogni modo sono stati bei gol. Se restavi calmo, magari riuscivi a fare anche il terzo.
Siediti, dai.»
«Io ci ho messo lo spettacolo, tu mi ricordi come ti chiami e offri da bere. D'accordo?»
«Lorenzo Pellegrini. Cosa prendi?»
«Tamarindo no», scherzò Ermes lisciandosi i baffi. «Rum?»
«A quest'ora?»
«Ammazza i germi», si giustificò.
«Ti farò compagnia con un martini. Ma la tua squadra dov'è?»
«Sul treno. Li raggiungo domani. O più avanti.»
«Così ti tocca viaggiare da solo.»
«Non mi ci hanno voluto, in treno con loro. Secondo Fonardi mi sono comportato in
maniera vergognosa. Dice che ho sputtanato il club.»
«Be', non sarai additato ai ragazzi delle scuole-calcio come esempio di sportività.»
«Fonardi è soltanto un prete mancato. Ci ha goduto, quando sono saltato sulla balaustra
e le ho cantate a Venturi. Avrebbe voluto farlo lui, ma gli manca il coraggio.»
«Sarebbe stata una scena ancora più incredibile.»
«Pensavo scherzasse. Invece stavolta ha deciso di lasciarmi qui sul serio.»
«Sei in emergenza?» gli domandai. «Ti serve un posto per stasera?»
«Gentilissimo. Ma ho già una stanza in un albergo vicino alla stazione. Domattina ho da
fare i miei giri in città.»
«Anch'io dovrei, ma non ho fretta. Da quando sono sbarcato qui, mi sono scordato
cos'è.»
«E come mai sei finito quaggiù?»
«Mi ci ha mandato il giornale.» «Ma va'. Pensavo fossi in gita con le figlie di Maria.»
«Divertente.»
«Sul serio. Come mai uno come te passa dalle interviste ad Angelillo e Vinicio a un
poveraccio che gioca ala destra a Dire Daua?»
«Il direttore è interessato alla Serie Africa e ha mandato me.»
«Non giocare a nascondino, Pellegrini», simulò un tono implorante.
«È la verità. Molti colleghi più anziani non se la sentono di viaggiare…»
«Certo», m'interruppe. «Allora chiederò così: cos'avete combinato di storto, camerata
giornalista?»
«Ho trascurato la donna sbagliata. Contento, adesso?»
Fu come se il sospetto lasciasse spazio al buonumore. «Bel numero», sorrise. «Davvero
sei qui per colpa di una donna?»
«Di lei e di suo padre. Spedito in esilio per un mese.»
La cameriera ci servì le nostre bibite, e Cumani bevve senza bisogno di brindare.
«E chi era lei?» domandò.
«Lascia perdere. Conta solo che vogliono un paio di articoli sulla Serie Africa, e se mi
racconti qualcosa tu, mi metto avanti col lavoro.»
«Sei caduto in piedi», considerò con un sorriso da schiaffi. «Ogni squadra quaggiù ha
una storia speciale, e io le conosco tutte. Potresti scrivere un libro su ognuna. Li scrivi, tu, i
libri?»
«Per il momento dovrai accontentarti di un articolo su Stadio.»
«E se ti aiuto parlerai anche di me?»
Era una gran faccia tosta, ma ne avevo gestite di più celebri e bizzose.
«Può darsi», lo tenni sulle spine. «Dipende da te.»
«Cominciamo, allora. Cosa vuoi sapere?»
«Parlami delle squadre.»
«Dicono che la più vecchia è il Massaua 1905, ma è una balla per gli almanacchi», attaccò
a raccontare disegnando cerchi lenti sul tavolino col bicchiere. «In verità sono nati
trent'anni dopo, dall'unione di tre club. Il presidente è un ammiraglio e i tifosi sono negri
della costa, inferociti contro gli Etiopi cristiani dell'interno.»
Sembrava avere preso molto sul serio l'incarico, così sfilai di tasca il mio bloc notes.
«Qui all'Asmara invece ne hanno due: la Garibaldi è la squadra simpatica, e il Birra
Venturi quella da odiare.»
Il barone De Coubertin sarebbe andato fiero di lui.
«E ce ne sono altre, di squadre da odiare?»
«Le Fiamme Nere di Gibuti puzzano abbastanza», annunciò senza ritegno. «Ma anche lo
Starace Gondar non scherza: tutti miliziani del cazzo.» Mi guardai intorno. Per fortuna ai
tavoli più vicini c'erano solo due coppie di giovanissimi.
«Dimmi delle trasferte. Devono essere viaggi incredibili.»
«Be', il problema non è il viaggio, è quello che trovi quando arrivi. Forse non t'immagini
com'è giocare nello stadio del Caffè ad Harar, con trentamila musulmani armati sugli
spalti e nessuna recinzione… Oppure contro il Marittimo di Mogadiscio, mentre i tifosi si
stringono intorno al campo con gli arpioni da scaricatore e ti chiamano per nome.»
Per la Serie Africa non bastava essere buoni calciatori: a quanto pareva, serviva uno
spirito da pionieri.
«Begli ambientini. È Addis Abeba?»
«Quella è una città vera», disse sollevato. «La capitale. Lì non ti minaccia nessuno,
almeno in campo.»
«Parecchie squadre, vero?»
«Quattro, un mezzo universo. L'Audax è la squadra di Bontempi, quel porco del
Governatore di là.»
«Quel Bontempi?»
«Lui. Quello che durante la crisi di Nizza, quando gli operai hanno issato la bandiera
rossa a Mirafiori, ha guidato lo sgombero col mitra in mano e la tunica nera della
"Compagnia della morte" addosso.»
«Tipo amabile. Chissà se mi verrà voglia di farci due chiacchiere.»
Alzò le spalle e mostrò i palmi. «Vedi tu. Io non lo intervisterei mai senza una
museruola e una fiala d'antirabbica. Molto meglio il Goliardo. All'inizio, era il club degli
Universitari. Gente meno conformista. Ma non prendi appunti?»
«Per ora riesco a tenere tutto a mente.»
«Poi c'è lo Sparta, la squadra dei Greci, ma è un gradino più in basso.»
«E così fanno tre.»
«Aspetta, manca il San Giorgio. Più che una squadra, per gli Etiopi è una leggenda.» Mi
guardò come avesse calato l'asso di briscola, poi domandò: «Se te ne parlo, mi ci metti
nell'articolo?»
«Non ti prometto niente, ma stai andando forte.»
«Quando hanno una partita importante, per vederli giocare scendono a migliaia dai
monti. Magari non sanno cos'è il fuorigioco, ma sono innamorati di quella loro squadra
piena di africani e antifascisti, l'unica del Paese in grado di battere i club di soli bianchi.»
«Un miracolo che non l'abbiano cancellata dalle mappe, una squadra così.»
«Per ora si accontentano di rubarle i campionati. Ma tutti, in Africa, sanno quanto
valgono il San Giorgio e Iohannes Aregai.»
Quel nome smuoveva qualcosa nella mia memoria.
«Chi sarebbe costui?»
«Il più forte di tutti», spiegò in tono rispettoso. «Qualcuno lo ha chiamato "il Negus del
centrocampo", altri "il Puskas africano" perché gioca col numero 10, ma lui è molto più in
forma di Puskas. E non è forte solo di sinistro.»
«Aspetta un attimo.» Ecco dove avevo incontrato quel nome: nella pagina
dell'almanacco dedicata ai giocatori migliori delle passate edizioni. «Non è il figlio di
qualche ex…»
«Macché figlio, è sempre lui», m'interruppe soddisfatto. «Giocava già titolare nel 1936,
quel fenomeno.»
«Come, nel '36?» In Italia era l'anno di nascita di parecchi giocatori di Serie A, non certo
quello del loro debutto.
«Vedi, Aregai ha una storia speciale. Viene da una famiglia istruita, nobili di qui, e parla
cinque lingue. Il padre è stato un ministro della regina Zaoditù, e Iohannes a quattordici
anni era l'unico in tutto il Paese a possedere un paio di scarpe da calcio.»
«Fammi capire… Stiamo parlando di un uomo di quarant'anni passati.»
«Può darsi, ma in campo ne dimostra parecchi di meno», assicurò Cumani. «Qui in tanti
muoiono giovani, e quelli che restano sono davvero i più resistenti.» Disse così e vuotò il
bicchiere. «Loro non hanno bisogno di ammazzare i germi con il rum.»
Aprii il mio taccuino e presi qualche appunto essenziale.
«Un signore che gioca da ventiquattro anni nello stesso club», considerai, «dev'essere
una specie di primato.»
«In Africa Orientale ce ne sarebbero parecchi da registrare, di primati, e non tutti
gloriosi per i bianchi. Ne sa qualcosa il Primo ministro di questa repubblica fantoccio che
non può nemmeno mandare una squadra alle Olimpiadi…»
«Al tempo, Cumani», lo fermai. «Io ti rispetto e tu mi rispetti, ma sono qui per parlare di
sport.»
«D'accordo», disse con un lampo di stizza negli occhi. «Tanto sono solo un calciatore,
cosa importa quel che penso?»
«Con quei baffi, mi fai la vergine offesa?»
«Dai che scherzavo. Ma almeno quando sarai ad Addis Abeba non confonderti con
gente come Venturi. Lascia perdere l'Audax e i pescecani che le girano attorno: vai a
conoscere quelli del San Giorgio. È gente speciale… Ce l'hai da fumare?»
«Parli di una squadra di calcio come fosse una società segreta», dissi mentre gli porgevo
il mio pacchetto di Giubek. Quando ebbe sfilato una sigaretta, lo lasciai sul tavolino perché
potesse servirsi da solo.
«Li hanno fatti patire, quei poveri cristi. All'inizio potevano giocare solo amichevoli
contro gli indigeni. Poi, quando è nata la Serie Africa, hanno ottenuto il permesso di
partecipare, ma solo a patto di cambiare maglia. Giocavano in rosso con una V gialla a
tutto petto, ma addosso agli Abissini quella V di vittoria faceva paura. Adesso hanno una
maglia a strisce gialle, rosse e nere che ricorda una bandiera.»
«O un pigiama, se è come me la sto immaginando.»
«Proprio così li chiama la stampa, i "Pigiama"», ammise Cumani. «D'altronde ognuno
vede quello che ha nel cuore. A molti, quella maglia sembra una bandiera. Anche a
qualche italiano. Certo, non agli sbruffoni in camicia nera di cui sei ospite qui.»
«Sai cosa mi sorprende di te? Avremo parlato sì e no venti minuti e sembri sicuro di
conoscermi bene.»
«Non sei un fascista, Pellegrini», disse mentre accendeva la sigaretta al riparo delle
mani.
«E allora cosa sono?»
«Non un fascista», sorrise soffiando via la prima boccata. «Vogliono comandarmi da
quando sono nato, e ho imparato a riconoscerli.» Conduceva la conversazione allo stesso
modo in cui scendeva in campo: senza lasciare fiato all'avversario, tentando l'affondo a
ogni azione. «L'unica cosa sensata che hanno fatto in quarant'anni è stata confiscare i beni
dei preti», disse sottovoce. «Ma l'elenco delle loro porcate è troppo lungo. Requisire
l'oratorio al don non li salverà dalla rovina.»
«Sei un tipo in gamba, Ermes. Anziché dannarti l'anima quaggiù, coi saluti romani allo
stadio e tutto il resto del teatrino, dovresti fare un giro a casa.»
«È qui, casa. Mi hanno portato nella regione di Harar con la mia famiglia che avevo tre
anni.»
«I tempi cambiano. A Roma, a Milano, escono giornali nuovi…»
«Guarda che l'Italia non è niente per me», mi interruppe mostrando i palmi delle mani.
«È solo il nome di un posto da cui cacciano la gente perbene.»
Al tavolino più prossimo al nostro, i ragazzi tacevano e ci fissavano.
Ermes Cumani se ne accorse, mi offrì la destra e disse all'improvviso: «Vado. C'è una
persona che mi aspetta».
Poi si alzò e aggiunse in tono teatrale rivolto ai giovani: «Vi auguro buona giornata,
camerati!»
Non potevo permettere che il primo italiano simpatico conosciuto in Africa sparisse.
Gli proposi di pranzare insieme l'indomani, se pensava di trovarsi ancora in città, e lui
disse che per mezzogiorno avrebbe fatto avere notizie al mio albergo.
Poi lo guardai andare via, le mani affondate nelle tasche della giacca come un guappo a
inizio giornata, e rimasi solo con le mie riviste, mezzo brillo nel cuore di un continente che
non conoscevo.
Per un attimo mi sentii un esiliato e un naufrago.
Considerai le copertine in rassicurante quadricromia di Futuro fascista e Cinema60. Se li
avessi aperti adesso avrei finito per leggerli da cima a fondo, e dopo non avrei avuto
neppure un sughero a tenermi a galla in tutto quel mare.
Pagai le consumazioni e mi incamminai verso l'albergo. Avevo appena superato le
vetrine della Consociazione turistica quando notai un assembramento vociante alla
fermata del tram.
Un gruppo di uomini in camicia candida e cravatta se la stava prendendo con qualcuno.
Chiusi in cerchio, spintonavano un ragazzo nero che implorava di esser lasciato in pace.
«Cosa vai a fare al liceo, faccia di catrame? A imparare l'educazione per scordartela il
giorno dopo?»
«Torna a spalare letame. La vanga è quel che fa per te.»
«Non ti hanno nemmeno insegnato che si lascia il posto alle signore?» gridò uno,
colpendolo da dietro con la sua valigetta da impiegato. «E guardami, quando ti parlo!»
Per un po' grandinarono schiaffi, poi vidi il ragazzo sgusciare ginocchioni dalla mischia,
gli occhi sbarrati e la camicia orfana di troppi bottoni.
Mentre si risollevava, uno dei suoi persecutori raccolse da terra libri e quaderni e glieli
lanciò addosso.
I neri alla fermata si erano allontanati di qualche passo e osservavano la scena, immobili.
Allora il tizio con la valigetta li apostrofò con voce esasperata: «L'autogoverno, volete?
Cafoni come siete vi scannereste fra voi, se non ci fosse qualcuno a farvi rigar dritto!»

All'Universale, il maestro di chiavi mi consegnò un biglietto in busta chiusa da parte del


signor Quaglia. Lo riposi nel taschino della giacca senza leggerlo.
«Avete già pranzato?» volle sapere. «Faccio preparare qualcosa?»
«No, grazie.»
«Uno spuntino leggero, forse?»
Feci segno di no. La voglia di mangiare mi era andata via del tutto.
Una volta in camera, squadernai i giornali sul piccolo scrittoio.
Accesi una Giubek e aprii con cura Futuro: c'era una remota sensazione di proibito, nel
maneggiare quella rivista sul filo del dissenso, fondata dall'ex ministro dell'Educazione
nazionale Bottai.
In realtà era stato il Duce in persona, dopo la fine della Nostra guerra e la proclamazione
della Repubblica, a stabilire che un po' di fronda avrebbe restituito vigore al regime.
Aveva sofferto per la corruzione che serpeggiava fra i gerarchi, inclini alle mollezze e avidi
di quote delle società a partecipazione statale. All'estero ci diffamavano, per quei costumi.
E visto che era stato lui stesso un giornalista, Mussolini aveva deciso che ancora una volta
la stampa avrebbe fatto da pungolo nei fianchi molli d'Italia. Denunciando, smascherando,
mettendo alla berlina quanti occupavano ruoli di potere dimostrandosi indegni della
rivoluzione nazionale finalmente giunta a compimento.
Questo era l'incarico, compatibilmente alle linee-guida della censura, che spettava alla
grande famiglia onorata dei giornalisti.
PAVOLINI È L'UOMO GIUSTO?
Già il titolo interrogativo dell'editoriale mi conquistava. Lo sapevano anche i muri, che
non era l'uomo giusto. Mussolini l'aveva nominato suo successore a sorpresa, deludendo
l'ex genero Ciano, il ministro della Giustizia Grandi e l'anziano presidente del Senato Italo
Balbo.
Secondo i loro detrattori, quei tre in passato si erano dimostrati troppo accomodanti coi
nemici del fascismo.
Dopo il tentato putsch monarchico del '43 avevano richiesto invano che fosse sospesa
l'esecuzione dei «tredici di Roccaraso»: Badoglio, il ministro della Real casa Acquarone,
l'ex quadrumviro Cesare Maria De Vecchi e i dieci fra generali e ammiragli poi fucilati con
loro fra i monti d'Abruzzo.
E due anni più tardi erano stati ancora Balbo, Ciano e Grandi a coinvolgere la Santa
Sede perché mediasse fra il Regime e i monarchici, nel tentativo di scongiurare gli
incidenti che effettivamente avrebbero accompagnato lo svolgersi del referendum
istituzionale.
Alla fine i tre esponenti della corrente moderata avevano visto l'inflessibile Pavolini,
spietato nel reprimere i moti monarchici in Piemonte e nel Mezzogiorno, scavalcarli nella
linea di successione della nuova Italia littoria, laica e repubblicana.
Viste le declinanti condizioni di salute di Mussolini, da ormai tre mesi l'ex squadrista
fiorentino accumulava le funzioni di segretario del Partito e di presidente della Repubblica
ad interim.
Il Duce aveva disposto che, dopo la propria morte, sarebbero stati i membri del Gran
consiglio a decidere se Pavolini meritasse effettivamente di succedergli. Nel caso non
l'avessero giudicato all'altezza, avrebbero dovuto esprimere un candidato alternativo, e i
due se la sarebbero giocata di fronte alle camere riunite, chiamate per la prima volta a
scegliere il Capo dello Stato.
Correva voce che i contendenti si fossero messi d'accordo e spartirsi pacificamente
l'eredità del Duce, ma non ci credeva quasi nessuno. Troppo diverse le vedute, troppo
profondi i rancori, e troppo grossi gli interessi dei gruppi di potere politico ed economico
che stavano dietro alle due correnti del partito. Nella bagarre istituzionale che rischiava di
venirne fuori, Futuro fascista propugnava la necessità di «un presidente della Repubblica
carismatico, fautore della riconciliazione interna con i cattolici e i monarchici, e dotato di
prestigio internazionale»: sembrava il ritratto dell'attuale presidente del Senato, il
Maresciallo dell'aria Italo Balbo.

È tempo che il vertice del Partito prenda atto della verità: nel vasto mondo, che non è più quello
di dieci o venti anni fa, la nostra Federazione italica, questo aggregato disomogeneo di territorio
nazionale, ex colonie e province sottratte al nemico, dal punto di vista militare è solo un
legionario coraggioso, fatalmente minacciato dagli arsenali atomici di Washington e Mosca,
entrambi immensamente più vasti del nostro.
Inutile evocare il ruolo italiano di guida della Conferenza mediterranea: non saranno la Spagna,
l'Egitto di Nasser o la Grecia a salvarci nel giorno in cui le due «superpotenze» decideranno di
non tollerare più la nostra autonomia.
Il nostro consiglio è che, fino a quando il coraggioso legionario gode di buona salute, decida senza
indugi da che parte stare, scegliendo un presidente in grado di strapparlo al suo isolamento e
riavvicinarlo, senza strappi inopportuni, al blocco atlantico.

Né più né meno: ancora una volta, quel giornale sembrava vederci chiaro.
Sfogliai avido le inchieste e le rubriche fisse, saltando solo l'inserto in carta grigiolina La
Nostra guerra spiegata ai più giovani.
Nel quindicesimo anno della vittoria, persino Futuro doveva pubblicare i pamphlet
celebrativi, ma il resto del giornale, quello su carta normale, era un faro nella notte del
conformismo italiano. Nella pagina riservata alla posta dei lettori trovai persino una
«lettera firmata» che proponeva lo scioglimento del Partito nazionale fascista.

Già da tempo la società italiana è turbata, divisa, bisognosa di entusiasmi nuovi. D'altronde la
missione storica del PNF si può considerare portata a termine: dopo quella fascista, non ci sarà
più nessuna rivoluzione in Italia.
La voce del Regime continua a negare ciò che sanno persino i negri d'Etiopia: non appena S.E. il
Duce ci avrà lasciati, si scatenerà la lotta fra i sostenitori di Pavolini e quelli dei «moderati».
Appare chiaro ad ogni persona di buon senso che due fazioni possono solo contrapporsi, mentre
una costruzione con tre buoni punti d'appoggio può già sostenersi in piedi. Perché allora non
sparigliare le carte propiziando la nascita per partenogenesi di tre nuovi partiti (nazional-
repubblicano, nazional-riformista e nazional-cristiano), figli acclarati del PNF ma in concorrenza
fra loro alla luce del sole?

Partito nazional-cristiano? Tre punti d'appoggio? Partenogenesi del PNF?


Decisamente cominciava a tirare una strana aria, a casa.
Cinema60 volò via in un attimo: l'unica notizia degna di nota era che alla prossima
mostra del cinema di Venezia sarebbe stato finalmente proiettato Inferno, il primo dei
colossali lungometraggi in terzine destinati a comporre la trilogia alighieriana.
Dopo essermi figurato Albertazzi e Gassman nei panni di Dante e Virgilio, non mi
rimase che studiare le pareti color zafferano della mia stanza da esiliato. In controluce
distinguevo una per una le pennellate.
Rimpiansi di non avere acquistato anche Ettore della Xa Quel Pratt era una specie di
novello Salgari, in grado di far muovere il suo protagonista fra le calli di Venezia così
come ai Caraibi, in Siberia o nei labirinti di Creta, ultimo rifugio dei Nazisti della società
segreta Thule.
Allora mi ricordai del biglietto che mi aveva consegnato il maestro di chiavi.
Se non mi decidevo a uscire, era l'ultimissima lettura a mia disposizione.
Sospirai mentre aprivo la busta. Tre righe in tutto, scritte a mano.
Quaglia mi invitava per una battuta di caccia.
«Si parte domattina alle sei per farcire di piombo qualche antilope. Il Cavaliere ci tiene.
Fatemi avere una risposta telefonica a qualsiasi ora.»
Non ero mai stato a caccia in vita mia, ma piuttosto che crepare di noia in attesa che
uscisse Sport Littorio, decisi di accettare.
CAPITOLO VIII

Il passo più lungo del viaggio è quello per uscire di casa. O dall'albergo.
Però, non appena fuori nella sera tiepida dell'altopiano, mi ripresi in fretta.
Potevo riempirmi gli occhi di insegne illuminate e ragazze a passeggio, femmine leggere
d'ogni razza e donne sposate che non rifiutavano la dolce sfida degli sguardi.
Perché quella gioia non diminuisse, mi regalai subito un martini. Reso lieve dall'alcool,
una Giubek appesa all'angolo della bocca, mi sentivo il principe dell'Asmara.
«Buona visione, bellezze!» augurai a un paio di signorine italiane che stazionavano
sottobraccio fuori dal cinema.
«Che bel vestitino! Siete davvero meravigliosa!» dissi senza fermarmi a un'altra dai
lunghi capelli sciolti sulle spalle, che procedeva lungo il marciapiede insieme a una
signora attempata.
Nessuno mi rispondeva, al massimo ridevano a occhi bassi, ma ero fiero di regalare in
giro schegge di felicità. A patto di evitare mariti e fidanzati, era nel mio pieno diritto. E poi
avevo letto che in tutta l'Africa Orientale c'erano quattrocentomila uomini bianchi e
appena novantamila femmine: se non volevo andare avanti con le morette da cento lire del
dancing Hamasien, dovevo fare del mio meglio per non passare inosservato.
Vagavo col piano di trovare prima o poi un ristorante, e ormai mi ero spinto fino alla
massicciata della ferrovia oltre la quale si apriva la scacchiera di strade del quartiere di
Ghezzabanda.
Laggiù c'erano compatrioti che facevano festa nei cortili, ma nessun locale aperto.
Ancora per un po' proseguii verso la stazione seguendo i binari, e all'altezza di piazza IV
Novembre ripiegai verso le insegne del centro.
Fu allora che la vidi. Camminava simile a un felino, sensuale e sicura di sé, sotto il cono
di luce dei lampioni ritti come sentinelle: era bianca, ancora giovane e sola.
Se acceleravo il passo avrei potuto raggiungerla in mezzo minuto, un tempo adatto per
inventare una buona storia.
Entrai nel perimetro della piazza mentre lei la traversava per il lato più breve, trenta o
quaranta passi avanti a me. Studiavo inebriato le righe nere delle calze, e il suo incedere
esaltato da una gonna stretta di seta lucida color avorio, quasi abbacinante.
Sembrava una donna di carattere, non una borghesuccia qualsiasi. Avrei voluto cantare
per attirare la sua attenzione, ma mi avrebbe preso per un ubriacone. Dovevo
semplicemente stare calmo, raggiungerla, e attaccare discorso come una persona civile.
Notai solo all'ultimo momento i due ragazzi neri seduti su una panchina all'uscita della
piazza. Guardai meglio, e vidi che stavano mangiando da un paio di cartocci, e sulla
panchina c'erano anche bottiglie di birra.
La donna mi parve girare al largo e accelerare il passo. I ragazzi la guardavano in
silenzio, poi videro anche Pellegrini Lorenzo di Stadio che avanzava fiero come il cavaliere
senza macchia, e si dissero qualcosa. Risero, uno dei due scaracchiò rumorosamente.
Forse era da intendersi come un gesto di sfida. Mentre decidevo se offendermi o no, vidi
la donna che si fermava a venti passi da loro.
«Siete proprio dei maiali, voi due», proclamò, e per qualche istante le sue parole
galleggiarono sulle aiuole incredule della piazza.
«Maiale chi?» gridò uno dei ragazzi. Non sembrava averla presa bene.
«Non si sputa per terra», spiegò lei senza paura, e solo allora si accorse di me. «Questi
maiali sputano quando passa una signora», aggiunse.
E che signora! Le curve della Loren, i capelli biondi come il grano e una voce che mi fece
pensare a un fiume ancora lontano dal mare.
«Perché mi dici "maiale"?» domandò indignato il ragazzo di prima, mentre l'amico
cercava di rabbonirlo e di convincerlo a sedersi. «Dove devo sputare? A casa?»
«Non fanno schifo?» mi domandò la donna, raggelandomi.
«Su, andiamo», dissi. «Permettetemi di accompagnarvi in un posto più tranquillo. A
proposito, io sono Lorenzo…»
«Cosa vuoi fare?» gridò la donna, e allora vidi che il ragazzo era sfuggito al controllo
dell'altro e veniva deciso verso di noi.
«Adesso mi chiedi scusa!» reclamò. Poteva avere vent'anni, e dal suo camiciotto a righe
aperto fino all'ombelico spuntava un torace magro magro.
«Ehi», gli dissi. «Calmati subito, amico. Non si urla in faccia a una signora.»
«Chi urla?» si agitava da due braccia di distanza. «Sto urlando? E chi sei tu?»
«Mettiti calmo, negretto, prima di dovertene pentire», intimò la donna. Per qualche
motivo, si sentiva molto più sicura di me.
«Vieni a prendere il tuo amico», raccomandai all'altro che esitava vicino alla panchina.
«Su, prima che si metta male.»
«Hai con te il fucile?» mi incalzava quello col camiciotto. «Solo col fucile, avete
coraggio.»
«Tu fai meglio a cambiare città», gli ruggì addosso la donna, e vidi che qualcuno si
affacciava alle finestre. «Aiuto!» si mise a gridare lei. «Al ladro! Aiutateci!»
Senza una parola, il ragazzo rimasto alla panchina prese a correre in direzione della
ferrovia.
Quell'altro si guardò intorno come un animale colpito a tradimento, mi puntò l'indice
addosso e disse: «Lo vedi che sei un vigliacco?»
«Dài, vattene», sibilai evitando il suo sguardo, e la donna mi prese la destra per
passarmi qualcosa di pesante.
«Ammazzalo come un cane», disse, e io rimasi a guardare la canna corta della sei e
venticinque da borsetta che mi era spuntata in mano.
«Ma cosa fai?» domandò il ragazzo, gli occhi enormi, poi arretrò di qualche passo e partì
di corsa anche lui.
«Scappate, maiali!» li incoraggiava allegra la donna. «Tornate al porcile!»
«Questa poi», sospirai restituendo la pistola, ma adesso lei aveva occhi solo per i tre
giovani bianchi che entravano sulla piazza di corsa. Il primo aveva una spranga in mano, e
uno degli altri bilanciava in spalla una doppietta.
«Sono laggiù!» li incitò la donna, la voce all'improvviso sconvolta. «Eccoli che scappano!
Vanno verso Ghezzabanda! Prendeteli tutti e due!»
Per non perdere tempo, quelli non risposero nemmeno: il nero col camiciotto a righe era
più veloce, ma se fosse inciampato gli sarebbero stati addosso in dieci falcate.
«Fermati, cioccolatino!» gridò uno dei tre. «Si vuol solo parlare!»
Il nero se ne guardò bene. Lo vedemmo sparire con un salto alla cieca oltre la
massicciata della ferrovia, e sperai con tutto il cuore che si stancassero di andargli dietro.
«Potevate sparare», mi disse la donna con aria di rimprovero.
«Ma la polizia…» balbettai.
«È la polizia che lo dice. Difendersi è un diritto, e non abbassare la guardia un dovere.
Mica possono essere ovunque.»
Che donna! Riprese a camminare, e io le andai dietro.
«Aspettate», dissi. «Non ci siamo nemmeno presentati.»
«Peccato», sorrise senza rallentare. «Come vi chiamate, già?»
«Lorenzo. Lorenzo Pellegrini, e sono un giornalista.»
«Bel mestiere. Anche un mio caro amico lo è.»
«Qui o dove?»
«Non girate sempre il mondo, voi?»
«Infatti. Eccomi qui, direttamente dall'Italia. E non indovinerete mai cosa sono venuto a
fare, signorina…»
«Noemi.»
«Che bel nome. Che ci crediate o no sono venuto all'Asmara appositamente per invitarvi
a cena.»
Lei sbuffò e mi guardò divertita.
«Giuro. Apposta, son volato fin qui.»
«Siete simpatico, ma finitela.»
«Avete già cenato? Allora un bicchiere.»
«Senti un po'», disse prendendomi il polso. «Che ne dici di vederci fra mezz'ora da
Cecco?»
«Anche all'inferno, se può servire a incontrarci. Scherzo. Ma chi è Cecco?»
«È un ristorante, stupido. Sotto l'Ufficio delle miniere, a due passi da qui. Io devo
passare da un'amica e ti raggiungo. D'accordo?»
Non potevo credere alla mia fortuna.
«D'accordissimo, Noemi. Ti aspetto dal vecchio Cecco fra mezz'ora. Preferenze sul
tavolo?»
«Mi fido di te, Lorenzo.»
Prima di allontanarsi volle strizzarmi l'occhio, e io rimasi a fumare una Giubek
addossato al lampione con una gran voglia di fregarmi le mani.
«Ma dite, dottore», prese coraggio il cameriere del ristorante Cecco mentre assaggiavo il
vino. «Cosa si sa in Italia della salute di Sua Eccellenza?»
«Il Duce? Ormai è partito per un viaggio senza ritorno», dissi a mezza voce. Il Pinot di
Dessiè che aveva insistito a propormi sapeva un po' di zolfo, ma non faceva del tutto
schifo. «Solo questione di aspettare, pover'uomo.»
«A proposito, la persona che deve arrivare?» domandò indicando il coperto di fronte a
me.
«Ho paura che non verrà. Ma non sparecchiate. Non si sa mai.»
Il cameriere mi guardò compassionevole, poi riprese: «Per me il Duce l'ha fregato la
televisione. Alla radio, con quella voce, tutti se lo immaginavano alto e forte come un toro.
Quando l'hanno visto, è finita la magia».
Non era il primo da cui lo sentissi dire: Mussolini aveva balbettato durante la diretta per
il 35° anniversario della marcia su Roma, la prima in assoluto dell'EIAR-TV; tutta Italia,
radunata intorno agli apparecchi dei primi fortunati possessori, aveva visto il Duce
incepparsi e perdere il filo, tergersi il sudore e reclamare un bicchiere d'acqua. L'effetto
sulla Nazione era stato enorme, e non erano andati meglio i discorsi agli Italiani nei giorni
di San Silvestro del '57 e del '58. Dopo quell'ultimo pietoso spettacolo, era iniziata a
circolare con insistenza la parola «successione».
«Dicono che se salirà Balbo, andrà tutto per il meglio. È amico degli Americani, lui, e
quelli ci accoglieranno a braccia aperte.»
«Forse sì», dissi per non sbilanciarmi.
«E se invece salirà Pavolini, vedremo la guerra civile in Italia e qui.»
«Chi può dirlo.» Poi aggiunsi sottovoce: «Se volete sapere la mia, non ci sarà nessuna
guerra civile. Chi vi ha messo in testa questa storia?»
«È solo che servirebbe una bella pulizia, dottore. Almeno in Eritrea. Ma forse anche a
Roma non guasterebbe.»
«Be', la pulizia non guasterebbe mai.»
«Però c'è una cosa che non capisco. Forse voi potete aiutarmi.»
«Dite.»
«Se sale Balbo, facciamo la pace col Vaticano come giura mia moglie?»
Avrei voluto rispondere che mi occupavo solo di calcio, ma il titolare scoccò un'occhiata
torva da dietro la cassa, e il cameriere cambiò discorso da solo.
«Come ve lo faccio preparare il berberé, dottore?» domandò con finta allegria. «Piccante
o piccantissimo?»
Avevo solo poche ore di sonno davanti a me. Piccante andava bene.

Potevano essere le tre del mattino, e io mi torcevo senza pace fra le lenzuola.
Per un motivo o per l'altro non smettevo di sudare, avevo lo stomaco in fiamme e la
lingua secca come una manciata di sabbia: impossibile prendere sonno, anzi finivo per
pensare a Margherita e a suo padre. Ridevano di me. Appena se ne andavano, mi tornava
in mente il corpo di Noemi. Una così, capace di sfoderare l'artiglieria con la stessa facilità
con cui dava buca agli uomini, l'avrei sposata volentieri persino io. Mi passava e ripassava
davanti agli occhi, nuda con questo culo altissimo. Così era una tortura, e l'ora in cui
Quaglia sarebbe passato a prendermi si avvicinava senza che ancora avessi chiuso occhio.
Speravo che la causa di tutto quel malessere fosse la cena, ma col passare dei minuti mi
convinsi di avere la febbre, i sintomi di un'infezione, forse la malaria.
Mi alzai l'ennesima volta per bere, senza riuscire a stabilire se la mia fronte fosse calda o
fosse incandescente la mano, poi scostai le tende per guardare dabbasso, casomai la
farmacia fosse ancora aperta. A quell'ora le insegne erano spente, e solo due zaptiè di
ronda traversavano la piazza deserta con i fucili ad armacollo. Così mi rassegnai a
riprendere in mano Futuro.
Mi restava solo l'inserto dedicato ai fanciulli nel quindicesimo anniversario della
vittoria.
Poiché forse non avrei visto l'alba dell'indomani, tanto valeva coltivare la memoria, per
restare desti e tenere sotto controllo l'esplosione dei sintomi.

LA NOSTRA GUERRA SPIEGATA AI PIÙ GIOVANI


1. La politica dell'equidistanza e la barbara aggressione germanica

Gli storici concordano nel far risalire alla Conferenza di Verona dell'aprile 1938 le cause
scatenanti del conflitto che, nel giro di poche stagioni, avrebbe incendiato il mondo intero: in
quell'occasione fu chiaro come Hitler, che pure sosteneva di riconoscere nel Duce un maestro,
fosse ormai ubriaco di potere e convinto di poter conquistare l'Europa da solo. Era stato contro il
buon consiglio del Duce che il folle ex caporale si era annesso l'Austria, creando un primo grave
screzio; dopo l'incidente nei cieli di Malaga, dove aviatori germanici della Legione Condor
abbatterono il velivolo da trasporto sul quale viaggiavano trentasei piloti italiani feriti, la
tensione salì alle stelle e ovunque, nelle piazze italiane e delle colonie, si diedero alle fiamme i
tristi vessilli con la svastica. A poco servì che il sedicente Fuehrer presentasse scuse ufficiali:
quella del '38 fu la primavera in cui rifiorì l'orgoglio risorgimentale, costellata come fu di
proclami e manifestazioni antigermaniche.
Era un'Italia umile e operosa, quella dei nostri padri, un mondo semplice e bello dove la
Rivoluzione fascista si andava compiendo giorno dopo giorno, nell'agro come nelle officine, ma
ancor prima nel cuore del Duce e della sua Gioventù. Nel 1939 l'urgenza maggiore era
rappresentata dalla necessità di arginare con gli strumenti della diplomazia la volontà di potenza
della Germania, e ricucire con pazienza i rapporti con l'Inghilterra: i Britannici ormai si erano
resi conto che ad ogni embargo promosso contro di noi avremmo risposto con latina fermezza, e
che era meglio non averci come nemici. Nel mese di marzo, in occasione della visita di Mussolini
e del principe Umberto a Londra, per propiziare una nuova amicizia giunsero a concederci Malta,
il porto cipriota di Famagosta e lo scalo di Damietta, nel delta del Nilo. Dal punto di vista di
Londra, queste cessioni avevano un alto valore strategico: se mai l'Italia fosse entrata in guerra a
fianco della Germania, anche il Mediterraneo si sarebbe trasformato in zona di guerra, e le
colonie d'Egitto, Palestina e Mesopotamia avrebbero rischiato di trasformarsi in una trappola
mortale per le truppe britanniche. «La nostra sarà una politica di pace ed equidistanza fra le
demoplutocrazie occidentali e l'antica aggressività germanica che mai ci portò bene», dichiarò il
Duce alla radio nel discorso del 21 aprile.
Poi, il 1° settembre 1939 giunse la notizia che le armate di Hitler avevano invaso la Polonia, e i
diplomatici si prepararono a lasciare il campo.
I deputati francesi, intanto, si rifiutavano di concedere l'autogoverno ai nostri immigrati di
Tunisi e proclamavano altezzosi da dietro la Maginot che, una volta sconfitta la Germania,
sarebbe toccato al nostro Regime patire qualche delusione. Pochi mesi dopo, con i cingoli dei
panzer a far tremare il lastricato dei Campi Elisi, rimpiansero di non averci tirato dalla loro
parte, ma ormai il Nord del Paese era occupato dai tedeschi: la nuova Francia del generale Pétain
sarebbe stata la loro migliore alleata, servile nell'applicare le infami leggi razziali e pronta a
pugnalarci alle spalle nel giro di pochi mesi.

Per tutto il '40 e il '41 assistemmo sgomenti a questa follia, ai tedeschi a Parigi e ai raid aerei su
Londra, all'invasione della Iugoslavia e dell'Unione Sovietica. Nell'estate del 1942 la bandiera
con la croce uncinata sventolava dai fiordi norvegesi alla Bosnia, dalla Bretagna all'Ucraina, e si
aveva l'impressione che la Germania non avesse ancora esaurito il suo micidiale potenziale
bellico. I pochi che caldeggiarono la nostra entrata in guerra a fianco di questa Germania
apparentemente invincibile vennero severamente scoraggiati: caddero in disgrazia politici e
giornalisti, mentre i generali filotedeschi venivano rimossi dallo Stato Maggiore e destinati a
operazioni di polizia coloniale nello scacchiere africano.
«Mentre in tante parti del mondo tuona il cannone, farsi delle illusioni è follia, non prepararsi è
delitto. Noi non ci illudiamo e ci prepariamo», ammonì il Duce alla radio. Gli Alpini erano
all'erta dalle alture di Fiume al confine con la Svizzera: ben presto per le valorose Penne nere
sarebbe suonata la squilla dell'allarme in difesa dei sacri confini della Patria.

Nella notte fra il 30 agosto e il 1° settembre 1942 giunse a Palazzo Venezia un ultimatum da
Berlino che avrebbe cambiato la Storia.
Con tono di sprezzo inaccettabile nella bocca di un presunto allievo, il sedicente Fuehrer metteva
Benito Mussolini di fronte alla decisione più drammatica della sua vita. «L'apertura del terzo
fronte è una decisione ormai irrevocabile. L'Italia sarà la nostra testa di ponte nel Mediterraneo.
A voi, o Duce, la scelta se unirvi alla guerra della Germania in qualità di alleati, o invece essere
trattati da nemici come gli Iugoslavi.»
Cedere al ricatto insolente dell'ex caporale austriaco era fuori discussione, ma anche difendersi
dal Terzo reich avrebbe comportato il sacrificio di molti fra i nostri uomini migliori. Il Duce si
ritirò in solitaria meditazione nella sala del Mappamondo.
È bello pensare che abbia sognato, a occhi bene aperti, il futuro d'Italia.
Il Duce soffriva: egli infatti voleva per i suoi Balilla e le sue Giovani italiane ancora addormentati
nei loro lettini ben altro che l'incertezza e i disagi d'un conflitto. Avrebbe voluto perfezionare la
Rivoluzione, stanco com'era del condominio con una monarchia sempre più esangue: solo la
Repubblica avrebbe significato il compiersi pieno e definitivo del destino littorio d'Italia, ma il
giuramento che da giovane, soldato fra i soldati, aveva prestato a Vittorio Emanuele l'aveva fin lì
trattenuto dall'adottare soluzioni drastiche. L'ora era venuta per combattere l'ultima, più grande
battaglia, e alle dieci del 1° settembre 1942 il Duce chiamò l'Italia alla mobilitazione generale,
perché i figli dei legionari calzassero di nuovo l'elmo e sguainassero il gladio. «Le Alpi saranno
ancora il nostro baluardo, e le nostre acque trappola mortale per le unità germaniche. Viva
l'Italia libera e fascista!»: questa la chiusa del manifesto.
Alla stessa ora Stukas sfuggiti alla nostra contraerea sganciavano le prime bombe su Gorizia.
Il quinto conflitto in meno di cento anni fra la gens italica e i popoli del nord era appena
cominciato.
Per quaranta milioni di compatrioti fu subito «la Nostra guerra».
All'alba del 3 settembre, le nostre forze furono attaccate da aerei tedeschi al confine iugoslavo-
albanese e nelle isole del Dodecaneso. Fiume e Zara vennero cinte d'assedio mentre la Flotta
germanica dell'Adriatico usciva dai porti occupati in Dalmazia.
Dopo appena un quarto di secolo tornavano a rombare i cannoni sulle vette alpine, dalla Venezia
Giulia al Passo dello Stelvio.

Giova qui ricordare che con le forze armate nazionali e le nostre truppe coloniali si batterono
come volontari anche Greci, Spagnoli, Arabi di Palestina e dello Iemen, fianco a fianco con gli
esuli europei: l'applicazione nel Reich germanico delle leggi razziali aveva provocato l'afflusso in
Italia di oltre trecentomila nuovi cittadini fra Tedeschi, Austriaci e Slavi di origine israelita.
Si assimilarono senza fatica nel tessuto produttivo del Paese, e durante il conflitto andarono in
massima parte a ingrossare i ranghi delle neonate divisioni Norico e Pannonia, così come della
Brigata di arditi Masada, che si coprì d'onore fin dai primi giorni della Nostra guerra.
Nel frattempo i nemici tentavano di aggirare le nostre posizioni al confine, supportati da
un'aeronautica capace di colpire in profondità le Venezie e la Pianura padana. Il 10 settembre
furono bombardate Trieste e i cantieri navali di Monfalcone, il giorno successivo Udine,
Pordenone e di nuovo il capoluogo giuliano; solo l'intervento dei nostri caccia, che abbatterono
dodici bombardieri germanici al largo di Jesolo, salvò gli stabilimenti di Porto Marghera dal
previsto rogo. Zara e Fiume caddero il 23, Pola il 28 dopo un'eroica resistenza casa per casa.
Tutte le truppe disponibili nel settore Orientale furono concentrate fra le rovine di Trieste, il
Carso e le Alpi Giulie.
Non era una guerra decisa dai reggimenti di artiglieria alpina e da atti di eroismo individuale
come era stata quella del '15-'18: il rischio concreto era che le nostre batterie restassero isolate ad
alta quota mentre alle loro spalle avvenivano sbarchi sempre più imponenti di truppe
aviotrasportate. Poiché per la nostra contraerea era impossibile abbattere gli stormi di centinaia
di «cicogne» che paracadutavano interi reggimenti aviotrasportati, all'Esercito non restava che
accorrere sui luoghi degli sbarchi per snidare il nemico prima che si trincerasse nei centri abitati.
Nell'ultima settimana di settembre caddero in mano germanica Vipiteno, Bressanone e San
Candido, isolando le truppe italiane nel settore della Pusteria che in gran parte ripiegarono
attestandosi alla difesa di Cortina, mentre i legionari della Milizia supportati da ascari eritrei
minavano i ponti e si preparavano all'estremo sacrificio pur di difendere Brunico e i paesi vicini.
A pagare il prezzo più alto furono i civili: le violenze di cui furono vittime mentre le Waffen SS
tentavano di forzare la sella di Dobbiaco per dilagare nella valle restano una delle pagine più buie
dell'ultimo conflitto.
In quegli stessi giorni, nelle zone dell'Alto Adige ancora in mano italiana, comunità di valligiani
colpevoli di sabotaggio e tradimento furono sgomberate per privare i nemici di un'inopportuna
«quinta colonna».
Invano Mussolini incitava lo Stato Maggiore a una controffensiva: l'unico piano previsto dai
generali sembrava essere quello di resistere, e il sostanziale stallo del primo autunno di guerra
non li vedeva del tutto insoddisfatti. Vittorio Emanuele, addirittura, premeva per una pace in
tempi rapidi, «anche a costo di perdere momentaneamente lembi periferici di territorio
nazionale».
Già nel 1942 il vecchio monarca vedeva una «piccola sconfitta» come il pretesto ideale per
indebolire il Duce, e forse sostituirlo: volontà che diverrà tragicamente esplicita l'anno
successivo.
Invece, anche inferiori per numero e mezzi all'immane armata che premeva ai confini, gli Italiani
avevano nel loro cuore solo ansia di riscossa: le immagini di Trento e Trieste bombardate li
chiamavano alla pugna.
Il 21 ottobre, mentre i legionari conducevano a caro prezzo una spedizione punitiva su Sesto e
San Candido minacciando di scendere su Borgo Drava, un ordine di Badoglio impediva
all'Esercito di uscire dalle fortificazioni per supportarli: il sacrificio delle Camicie nere fu solo il
primo drammatico indizio di uno scollamento ormai in atto fra la volontà autentica di
contrattacco degli Italiani, e la sedizione monarchica ormai in atto in seno allo Stato Maggiore.
Il 30 ottobre, furioso per lo stallo, Hitler inviò al fronte tre nuove divisioni, e sostituì il
comandante del Gruppo Armate Sud affidando a Kesselring il compito di «festeggiare il Natale
sulle rive del Tevere».
Proposito fallace, eppure mai la decisione d'un singolo uomo avrebbe portato tanti lutti in Italia.
La Nostra guerra era appena cominciata.

FINE DELLA PRIMA PARTE

Nei prossimi fascicoli:

2. L'occupazione germanica dell'Alta Italia e la pugnalata alle spalle di Pétain


3. 8 settembre '43: l'«infame incidente» di Villa Torlonia e la fuga dei Savoia
4. La controffensiva del '44, la guerra segreta dei Patrioti e il dominio sui mari
5. La battaglia del Po e la liberazione dell'Alta Italia
6. Le grandi campagne del '45: Provenza, Tirolo e Baviera
7. I trattati di pace, il referendum e il nuovo assetto euromediterraneo.

Spensi la luce quando già l'aurora carezzava i tetti con le sue dita rosate.
Nel paio d'ore che mi riuscì di dormire feci un sogno orribile: il duce aveva stretto un
patto fatale con la Germania nazista. Per l'inattesa piega degli eventi, gli angloamericani
avevano scaricato tonnellate di bombe sulle città italiane e la rovina di Hitler era stata
anche la nostra.
Il colpo di coda del berberè, probabilmente.
CAPITOLO IX

«Non avete ancora sentito la fine della mia storia, dottore», s'illuminò Quaglia mentre
addentava il suo spiedino. «Di quando abbiamo accoppato il degiacc Girma Zamanuel con
le baionette.»
Aveva abbattuto tre antilopi di piccola taglia, il Cavaliere altre cinque con la sua
doppietta Franchi. Gli Eritrei della scorta ne avevano già macellate e arrostite un paio, una
per loro e un'altra per effendi Venturi e i suoi amici.
«Io sono vecchio, Federico, ma tu sei peggio di me», disse il Cavaliere seduto sulla sua
poltroncina pieghevole. «È da venticinque anni che racconti questa storia, ma devi
rassegnarti: più che una guerra, è stata una campagna contro dei selvaggi.»
«Ma Cavaliere», protestò Quaglia confuso, «se abbiamo dato all'Italia un Impero!»
«Sì, bei sudditi ci siamo guadagnati», commentò Venturi accennando al fuoco intorno al
quale gli uomini mangiavano scherzando la loro antilope. «A volte mi domando se
abbiano mai comprato un pezzo di sapone in tutta la loro vita. Non sanno leggere, non
conoscono la vergogna e dovremmo chiamarli concittadini?»
«Però gli ascari hanno sempre fatto il loro dovere», obiettò Quaglia ad alta voce perché
gli uomini lo sentissero. «Sì, i nostri bravi ascari si sono coperti d'onore per tutta la
campagna dei Sette mesi. Quelli che erano con noi venivano da Massaua. Tutti figli di
Maometto. Si sarebbero ammazzati l'un l'altro, piuttosto che arrendersi agli Etiopi cristiani
del Negus.»
«Bei soldati, è vero, ma molto più belle le donne del Tigrai che si portavano dietro»,
considerò il Cavaliere.
«Vero. I loro tratti fini nascondono il fuoco che hanno in corpo», ammise Quaglia, gli
occhi sognanti. «I loro padri te le cedono ancor oggi per un niente. Basta che prometti di
dar loro da mangiare.»
«Bel senso della famiglia», commentò Venturi, poi raccolse un sassolino da terra e lo
lanciò lontano. «Ma cosa puoi aspettarti, da gente che veniva avanti con i moschetti del
secolo scorso, le spade e le lance? Gli eroi come il nostro Federico non si dovevano
nemmeno disturbare a prendere la mira col Novantuno. Gli tiravano le bombe a mano, li
bruciavano vivi coi lanciafiamme o li gasavano in campo aperto.»
«Ma non è vero, Cavaliere!» s'inalberò Quaglia.
«Sganciavate l'iprite dagli aerei… Comoda, così! Noi, nel '17, uscivamo all'assalto sotto
le mitragliatrici austriache, un sorso di cognac e via… "Avanti Savoia", e fuori dalla trincea
baionetta in canna!»
«Io questi aerei che sganciavano non so che, non li ho mai visti», recriminò Quaglia.
«Non fate il bambino. Il qui presente Pellegrini scrive solo di sport.»
«È stata una guerra vera, in ogni caso.»
«Quella contro gli Austriaci era una guerra vera. Io sono del '96 e ci son diventato
Cavaliere, mica come te che hai fatto la guerra solo contro i negri… Armati come ai tempi
della Bibbia, perdipiù.»
«Che ne sapete», replicò Quaglia. «La Guardia imperiale del Negus aveva fucili
moderni, fabbricati in Belgio, e fra i loro comandanti c'erano Russi e Turchi.»
«Ah, questo cambia tutto», non gli lasciò scampo il Cavaliere. «Sii onesto, Federico. Sarà
stata una campagna faticosa, ma non serviva essere grandi soldati. Con tutte quelle bombe
a mano a disposizione, avrebbe potuto farcela anche Pellegrini che non sa sparare. Com'è,
poi?»
«Mi hanno insegnato al militare, e ho disimparato subito dopo», tagliai corto. «Però siete
troppo duro con Quaglia. Se ha ucciso qualcuno con la baionetta, deve averlo visto da
vicino per forza.»
«Ammetto che quella volta del degiacc Girma Zamanuel se la sono vista brutta»,
concesse Venturi. Quaglia mi fissava con gratitudine. «Se non era per il sangue freddo del
Sergente, a quest'ora il ciccione Federico era uno scheletro», precisò indicando la carcassa
del nostro pranzo, dai cui fianchi sporgevano lugubri e bianche le costole.
«Il merito è stato del Sergente, ma non era da solo», disse Quaglia piccato. «Non siate
ingiusto, Cavaliere.»
«Che giudichi il dottor Pellegrini», allargò un gesto di resa l'altro. «Io questa storia la
conosco a memoria, e la mia idea me lo sono già fatta da un pezzo.»
Quaglia cercò i miei occhi e prese a raccontare: «Un incubo, dottore. Eravamo rimasti
solo noi tre, in quel maledetto tucul: io, il Sergente e quel povero Capracotta. Il degiacc
Girma Zamanuel e due guardie stavano correndo dritti verso di noi, così inastammo le
baionette e ci preparammo. Capracotta si nascose dietro l'ingresso, pronto a infilzare il
primo. Io e il Sergente, invece, eravamo in ginocchio agli angoli opposti della stanza,
pronti a scaricare addosso ai negri tutti i colpi che ci restavano».
Accettai un ultimo spiedino da Venturi. Anche lui si era messo in silenzio.
«Li sentivamo gridare nella loro lingua, sempre più vicini… Puntavo il Novantuno, e
avrei dovuto pensare alla Patria, o a mia madre, invece mi venivano in mente solo i
cadaveri dei nostri camerati con l'uccello infilato in bocca.»
«Schifosi», masticò il Cavaliere.
«Quelle belve avevano capito che c'era qualcuno nella capanna, e all'improvviso era
sceso un silenzio che ti gelava il cuore. Poi uno di loro si sporse per controllare dalla
finestra e ci vide… Me la sogno ancora, quella testa da diavolo con i capelli a cespuglio e
gli occhi iniettati di sangue che spunta all'improvviso. Sparai, ma quello si abbassò e
mancai il colpo d'un niente.»
Mentre ascoltava, Venturi aveva deciso di liberarsi dagli avanzi del pasto con uno
stuzzicadenti artigianale.
«Ormai ci avevano scoperti. Capracotta tremava così tanto che non riusciva a reggere il
fucile, e a me restava un solo proiettile. "Fuori da qui!" gridò il Sergente, ma ormai il
diavolo di prima stava agitando lo sciotèl, la loro sciabola a mezzaluna, e gridava di gioia
come avesse scovato delle buone prede. Il degiacc si fece precedere alla porta dall'altra
guardia, un negro altissimo coperto da un mantello bianco come un fantasma. Sparò
entrando di corsa col moschetto spianato, sparai anch'io, e quel gigante cadde all'indietro.
Preso in pieno! Quello che ci aveva visti per primo saltò attraverso la finestra, e si gettò
addosso al povero Capracotta. Rideva, mentre gli affondava in pancia lo sciotèl fino
all'impugnatura, e la punta gli uscì da qui», spiegò indicandosi il plesso solare.
Porca lercia.
«Il Sergente sparò in testa al negro, poi gli aprì la gola con la baionetta. Uno schifo,
dottore, e intanto Capracotta era steso in un lago di sangue… Chiamava la mamma con
una voce da far accapponare la pelle… Poi ci fu uno schiocco come di una trappola che
scatta. Sentii una frustata alla spalla e vidi il degiacc Girma Zamanuel che entrava gridando
nel tucul, con i denti rossi e la criniera di leone intorno alla fronte. Nella destra gli fumava
ancora la pistola, mentre con l'altra mano ci agitava contro lo scacciamosche segno del suo
rango. Doveva avere combattuto molte guerre, perché era coperto di cicatrici. Urlava le
sue maledizioni nella lingua dell'inferno, e prima che potesse sparare di nuovo, il Sergente
gli scaricò in faccia il Novantuno.»
«Che macello», commentai senza troppa delicatezza.
«È la parola esatta. Gli Abissini erano morti, io avevo un confetto da nove millimetri
nella spalla e il povero Capracotta perdeva le trippe dalla pancia come una bestia. Ormai
era bianco in faccia, e ci implorò di portarlo a morire all'aperto, lontano da quelle
carogne.»
«Mi spiace», dissi mentre mi saliva la nausea, e Quaglia rivolse un saluto romano
all'orizzonte.
«Camicie nere dell'82°… Presenti!» gridò sotto il cielo dell'altopiano. «Quel povero
ragazzo faceva il pastore, al suo paese», riprese il suo racconto. «Era piccolo ma di fibra
robusta, e ci ha messo un po', prima di morire. Con la paura che arrivassero altri Abissini a
cercare il degiacc, non l'abbiamo neppure sepolto. Dovevamo raggiungere i nostri prima
del tramonto, altrimenti eravamo spacciati. Però, prima di incamminarci alla ricerca del
nostro battaglione, il Sergente fece qualcosa di terribile…»
«Cosa?» domandai dopo un po' che si era interrotto e sembrava mi studiasse.
«Ce l'avete presente il Sergente?» domandò il Cavaliere.
Annuii. «Il vostro allenatore? Certo.»
«Che il seguito di questa storia resti in Africa, dottor Pellegrini.»
«D'accordo», concessi.
«A casa aveva una moglie e tre figli. Era una persona normale. Però fece l'errore di
rientrare nella capanna, e con lo sciotèl del negro che aveva ucciso Capracotta cominciò ad
accanirsi sui cadaveri», spiegò Quaglia con la voce piena di vergogna. «Di fronte ai caduti,
bisogna fermarsi. Lui invece voleva mostrare agli Abissini che era fatto di una pasta
peggio della loro. Quando uscì da quella maledetta capanna era coperto di sangue come
un morto che cammina… Aveva il Novantuno a tracolla, lo sciotèl in cintura, e reggeva
qualcosa nella destra. All'inizio pensai che fosse una zucca.»
«Infatti lo era», affermò il Cavaliere divertito.
«Solo dopo un attimo capii che era la testa mozzata del degiacc Girma Zamanuel, con gli
occhi ancora accesi e la barba impiastrata di sangue.»
«Souvenir d'Afrique!» esclamò Venturi.
«Qualcosa del genere», confermò Quaglia. «Disse esattamente così: "Almeno si porta un
ricordino al battaglione".»
Poi restò a guardarmi come se tanto raccontare l'avesse affaticato, e ora si attendesse
qualcosa da me.
«È una storia vera?» fu l'unica domanda che mi venne alle labbra.
«Le cose succedono, dottore», sospirò Quaglia. «E in guerra ne succedono molte tutte
insieme.»
Poi iniziò ad aprirsi la camicia. Capii troppo tardi cosa aveva in mente.
«Guardi», disse scoprendo la spalla, e mi mostrò il foro scuro del proiettile grande come
una moneta da cinque lire. «E il bello è che il degiacc questo buco me l'ha fatto con una
Glisenti fabbricata a Torino. Quasi tutte le armi da fuoco, gliele avevamo vendute noi.»
«Non volevo mettere in dubbio la vostra storia. Mi domandavo solo cosa può essere
scattato nella testa del Sergente.»
«Non ha mai più voluto rivedere i suoi figli. È diventato un altro, rispetto all'uomo che
era prima della guerra. In Italia non ci tornerà più.»
«Meglio così. La persona che la sua famiglia conosceva, adesso è morta», sentenziò
Venturi.
«Come allenatore, però, vi dà delle belle soddisfazioni», sospirai per alleggerire il
discorso.
«Non fa sconti, e sa farsi obbedire dai ragazzi», ammise il Cavaliere.
«Immagino che di neri in squadra non se ne parli anche per via di questa storia», gettai
lì.
Quaglia e Venturi si guardarono insospettiti.
«Suppongo che ai giocatori africani non farebbe piacere essere allenati da un signore che
ha tagliato la testa a un loro capo», corressi il tiro.
«No di certo», disse gelido il Cavaliere. Poi indicò gli uomini di servizio, seduti intorno
alle braci a venti passi da noi. «Lo sanno bene, cos'ha fatto il Sergente al loro degiacc. E
infatti ne hanno una paura dannata. Quando andiamo a giocare nell'Amhara, gli indigeni
lo chiamano "ganen", spirito cattivo.»
«Per che ora faccio preparare gli uomini, Cavaliere?» domandò Quaglia impaziente.
«Non c'è fretta», disse Venturi uccidendo le mie speranze d'un rientro a un'ora decente.
«Personalmente andrò a farmi una pennichella sotto la tenda da campo.»
«Vi sveglieremo con un caffè così buono che vi sembrerà di essere in Italia. Per quando
lo volete pronto?»
«Fatelo fare subito. Dormo meglio, dopo un caffè. E quando apro gli occhi sono in forze.
Se non lo prendo prima di dormire, invece, mi sveglio che mi sento uno straccio.»
Quaglia era già scattato in piedi, con una rapidità insospettabile in un uomo della sua
mole, perdipiù ferito di guerra. «Alem! Isaias!» aveva chiamato con le mani a megafono.
«Caffè, rapido!» e un paio degli uomini si erano alzati per prendere il necessario dai
bagagli.
Il factotum di Venturi era rimasto a controllare che non se la prendessero troppo
comoda, e sbuffando si era seduto di nuovo.
Intorno al mucchio di carcasse, a metà strada fra il nostro fuoco e quello della scorta,
volavano mosche d'una specie nuova, molto più grandi di quelle che avevo visto fin lì. La
sola idea di mangiare ancora di quella carne mi dava il voltastomaco.
Venturi dovette accorgersene, perché disse: «Le famiglie degli uomini ci camperanno
per settimane. Chi ha pochi figli venderà fino all'ultima costina, e non andranno sprecati
neppure gli zoccoli e le corna. Sono capaci di ricavarne degli strumenti musicali, ma anche
statuette davvero graziose».
«Sono delle formichine», chiosò Quaglia. «Non buttano veramente nulla.»
«Avete notato che le loro mani puzzano sempre di pene?» domandò all'improvviso il
Cavaliere.
«Prego?» Forse non avevo capito.
«Puzzano proprio di pene. Fateci caso, dottore. È mezza vita che mi domando come mai,
e finalmente ho capito. C'è una spiegazione scientifica.»
«Be', sentiamo».
«In questo Paese solo i bianchi e gli ascari in servizio si lavano le mani. Gli altri
nemmeno dopo avere pisciato. Tutta la vita a questo modo, ed ecco spiegato l'odore che
fanno.»
Era un vero piacere ascoltare le sue conclusioni mentre gli uomini preparavano il caffè.
D'altronde, cosa potevo pretendere? Mica me ne stavo a Bologna in osteria con qualche
amico. Ero seduto sotto l'ombra incerta di un'euforbia, di fianco a un mucchio di animali
morti, nel bel mezzo d'un altopiano pietroso che Quaglia e Venturi si ostinavano a
considerare terra di conquista.
Se avessero deciso di abbandonarmi così lontano dalla città, le bestie feroci mi avrebbero
scannato prima dell'alba, così continuai a dar loro ragione su tutta la linea.

Rientrammo all'Asmara che faceva buio. Mi scaricarono sotto l'Universale dopo avermi
provato a rifilare almeno una delle teste d'antilope come ricordo della bella giornata. Ma
perché facevo tante storie? In albergo potevano custodirla per me nella cella frigo! È in
seguito potevano indirizzarmi loro da un ottimo imbalsamatore!
Temevo troppo che fosse lo stesso cui si era rivolto a suo tempo il Sergente per la testa
del degiacc, così declinai con una fermezza che non ammetteva repliche.
Ero sollevato di restarmene finalmente solo, ma il maestro di chiavi non mi accolse con
la solita espressione cordiale.
«Devo segnalare che c'è un signore per voi», disse compito.
«E chi?» domandai.
«Mica ha voluto dirmelo», rispose seccato, poi mi indicò la fila di divani rivestiti in tela
bianca addossati contro la parete. Sul più lontano giaceva abbracciato a una borsa sportiva
Ermes Cumani.
«Sostiene che dovevate vedervi a pranzo», puntualizzò il maestro di chiavi, per farmi
sentire responsabile fino in fondo di quell'uomo addormentato a bocca aperta nell'atrio del
suo albergo.
«Temo abbia ragione. Con la storia della battuta di caccia, avevo completamente
scordato il nostro appuntamento. Quando è arrivato?»
Il maestro di chiavi si schiarì la voce. «Per dirvi la verità, è sistemato a quel modo già da
mezzogiorno.»
«Perbacco. Avrà dormito poco stanotte.»
«Ogni tanto mi alzavo per controllare se respirava. Ma fa sempre così?» domandò
preoccupato, e io cominciai a chiamare l'ala destra dell'Abissinia Dire Daua ché si
svegliasse.

«Briscola!» esultò uno dei vecchi che sedevano al tavolo in fondo alla trattoria.
«E anche il tre è uscito», registrò mercuriale uno dei suoi avversari. «Adesso farai meno
il ganassa.»
«Guarda come si divertono», considerò Ermes versando vino nel mio bicchiere. «Io,
invece, di giocare per Fonardi non ne voglio più sapere.»
«Come sarebbe?»
«Qualcuno di molto affidabile mi ha garantito che, se giocherò domenica prossima, mi
spezzeranno tutte e due le gambe», confessò. «Ecco perché ho deciso che il mio
campionato finiva contro il Birra Venturi.»
«Hai capito», considerai quand'ebbi bevuto.
«Così non gioco per un mese, ma se mi spezzano le gambe ho finito per sempre. A
ventisei anni è un po' presto. E poi dove lo trovavo, qualcuno che spingesse per me la
sedia a rotelle?»
I vecchi giocatori di carte si erano messi a discutere: bestemmiavano in modo orribile,
battevano i pugni sul bordo del tavolo e mi facevano sentire a casa.
«Cosa pensi di fare, adesso?» domandai a Ermes.
«Voglio cercare un ingaggio da un'altra parte», rispose pronto mentre spezzava con le
mani la borgutta preparata sulle pietre roventi. «Non sono così scarso, vero?»
«Da un'altra parte dove?» domandai mentre impiegava quella focaccia di grano per
raccogliere il sugo dal piatto.
«Con i tuoi contatti potrei trovare in un batter d'occhio un club serio interessato ai miei
servigi.» Ecco il punto: mi aveva preso per il suo salvatore. «Potrei giocare in Europa, e
magari mettere insieme qualcosa per aprire un'attività mia quando smetto. Invece, da solo,
non riuscirò mai a schiodare da dove sto.»
«Io non sono un procuratore», mi difesi. «Faccio il giornalista.»
«Almeno dimmi se valgo abbastanza per giocare in Italia.»
C'erano molte cose di lui che non sapevo, ma ero sicuro che dopo un provino l'avrebbe
accolto volentieri qualsiasi squadra di Serie B. Si fosse fatto conoscere e non avesse fatto il
pazzo, avrebbe potuto aspirare anche a salire di categoria nel giro di poco.
«Se accetti di fare un po' di gavetta in provincia, avresti le tue possibilità», risposi
prudente.
Pensavo avrebbe fatto i salti di gioia, invece mi squadrò per un attimo, poi disse: «Ci
devo pensare».
«Pensaci, allora. Non c'è nessuna fretta.»
«Invece sì. A questo punto della mia carriera non ne posso più, di trasferte lunghe
cinque giorni. Se voglio capire quanto valgo davvero, devo spostarmi perlomeno ad Addis
Abeba, dove giochi quattro derby a girone senza schiodare di un chilometro, e quando si
va lontano le società possono pagarti la trasferta in aereo.»
«Così pensi di andare dai tuoi amici del San Giorgio…»
«Eh, magari! Basterebbe un ingaggio nel Goliardo o allo Sparta. All'Audax no, troppo
fascisti… Anche se quest'anno li sponsorizza Ala Littoria, e sono pieni di soldi.»
Per qualche motivo mi ero convinto che mentisse. Che volesse venire ad Addis Abeba
solo perché ci andavo io.
«Ma i dirigenti di laggiù li conosci?» indagai.
«Sono loro che conoscono me. Ormai mi hanno visto giocare abbastanza. Ho messo tutti
i loro terzini culo a terra», si strinse nelle spalle. «Non per vantarmi, ma le loro ali destre
fanno pietà. E poi ho il mio cartellino in tasca: finita la stagione, finito il contratto. Sono un
uomo libero, Lorenzo.»
Libero e nervoso.
«E di cosa ti occupi», volli indagare, «quando non giochi a calcio?»
«Dormo.»
«Ah.»
«E quando sono in giro come adesso, vado a trovare vecchi amici. Cose così. Ma ce l'hai
da fumare, amico?»
Allora era un vizio.
«Prego», gli porsi il pacchetto.
Sfilò due Giubek: una l'accese e l'altra la fece scivolare nel taschino con un'espressione
compita. «Per dopo», spiegò mentre il figlio del titolare sgombrava i nostri piatti. «Ci porti
anche due caffè?» domandò al ragazzo.
Quello fece cenno di sì, ed Ermes specificò che uno dei due andava corretto al rum.
«Al rum? Alla sambuca, magari.»
«Lo devi bere tu?» protestò il calciatore. «Se non ti spiace, lo voglio al rum.»
«Oh, il cliente siete voi», scrollò le spalle il giovane. «Purché pagate, vi ci metto anche la
benzina.»
«Tutti simpatici, questi del Birra», sussurrò Ermes mentre il ragazzo si allontanava, e
indicò il gagliardetto arancio appeso alla parete che incombeva sul tavolo dei giocatori di
carte. «Chissà se mi ha riconosciuto.»
«Speriamo di no. Altrimenti ti ci mette la benzina sul serio.»
«Impossibile. Costa troppo», soffiò il fumo Ermes, e io mi lasciai impietosire.
«Scusa se mi faccio gli affari tuoi, ma un posto per stasera ce l'hai?»
«Stasera?» prese tempo lisciandosi i baffi, poi sorrise complice. «Da una ragazza, vado.»
«Oh, fortunato.»
«Da qualche tempo, quando capito all'Asmara vengo a trovarla. I suoi lo sanno
benissimo, ma a me tocca ogni volta recitare una scenetta del cavolo.» Scosse la testa e si
sporse sul tavolo per raccontare. «Pensa che a un certo punto bussano alla porta della
figlia, e a me tocca nascondermi nell'armadio. Il padre si schiarisce la gola, fa rumore,
aspetta ad entrare che io mi sia nascosto per bene, poi apre la porta e domanda alla figlia
con un vocione da far paura: "C'è forse qui qualche straniero, Selam?" "No, padre",
risponde lei. "Allora dormi in pace, figlia". Poi se ne va e io posso finalmente uscire
dall'armadio per tornare a letto con lei.»
«Senti che storia.»
«Il fatto è che non mi piace presentarmi a mani vuote da lei. E per il momento i miei
averi sono tutti a Dire Daua.»
Eccoci.
«Se ti trovi a malpartito», lo anticipai, «posso prestarti qualcosa.»
«Davvero?» domandò con stupore fasullo. «Effettivamente, credo mi farebbe comodo.
Se tu solo potessi anticiparmi cinque o seicento lire per fare un regalo a Selam, domani
stesso mi faccio mandare la mia liquidazione da Fonardi.»
Pensai di lasciargliene mille perché non si trovasse in braghe di tela già l'indomani
mattina. Poi mi venne in mente un vecchio stratagemma di Oscarre, ex cronista di nera
abituato a trattare con gli informatori, e ne allungai sul tavolo solo cinquecento: a questo
modo Ermes non sarebbe rimasto troppo a lungo senza darmi sue notizie.
CAPITOLO X

Uscii in strada verso le otto. Mentre scendevo le scale di buon passo mi sentivo ubriaco di
energie nuove. Volevo fare colazione fuori, guardare le donne che andavano di fretta e
quelle meno indaffarate. Conoscerne qualcuna, magari, ma fuori faceva così freddo che si
vedevano solo neri imbacuccati, e io dovetti risalire a prendere il maglione.
Con quella nebbiolina, c'era poco da sperare in incontri galanti, ma almeno era
mercoledì: avrei potuto trovare Sport littorio e leggere la classifica per intero. Svoltai per
via della Vittoria, verso il chiosco dell'edicolante tifoso della Garibaldi.
Dopo Ermes, era l'Italiano meno conformista che conoscevo da quelle parti, e almeno
con lui avrei potuto fare due chiacchiere senza timore che mi domandasse soldi.
Pensai questo, e me ne vergognai. L'inattività mi stava logorando.
Avrei dovuto scrivere, ma senza scadenze imminenti non ce la facevo proprio. Erano la
mia anfetamina, le scadenze. Oggi su domani. Oppure domani su dopodomani. Queste
erano le opzioni, in Italia. Quattro o cinque pezzi la settimana, fra cronache di partite,
interviste e commenti.
Ora, invece, il giornale mi aveva spedito in esilio un mese intero, e in tutto si aspettava
da me la miseria di due articoli da seimila battute. Uno introduttivo da Addis Abeba, e
uno scritto addirittura da Roma dopo il volo che mi avrebbe riportato a casa insieme con la
squadra vincente. Quattro colonne in totale: se non ero stato messo in naftalina, poco ci
mancava.
Sperai con tutte le mie forze che le cose, dopo l'estate delle Olimpiadi, riprendessero un
percorso più sensato.
Non potevo sparire così. In fondo Margherita poteva odiarmi, ma neppure nei momenti
di ira sfrenata aveva osato sostenere che la mia carriera era dovuta a lei. Eravamo
d'accordo sul fatto che fosse dovuta a lei solo in parte.
Rabbrividii, pregai, poi cercai di convincermi che stavo semplicemente avendo un
incubo: presto mi sarei svegliato, in piedi sulla banchina della Stazione centrale insieme a
Oscarre, con i nostri cappelli in testa e le nostre valigie di sempre, pronti a partire per
l'inaugurazione del villaggio olimpico.
Chiusi gli occhi senza smettere di camminare, li riaprii. Non successe un accidenti, a
parte che adesso due mocciosi neri mi indicavano ridendo.

Al chiosco dei giornali, al posto del mio uomo, c'era una signora dai capelli biondi come
stoppie.
Sconfortato, comprai Sport Littorio e l'ultimo numero di Ettore della Xa. I quotidiani, per la
bella fretta che avevo di leggerli, me li sarei procurati più tardi.
Perlomeno un timido sole cominciava a scaldare l'aria. Mi avviai di buona lena verso il
caffè Impero.
Atletico Dessiè – Ferrovieri Macallè 2-2
Birra Venturi Asmara – Abissinia Dire Daua 4-2
Marittimo Mogadiscio – Garibaldi Asmara 3-3
Massaua 1905 – Leopardo Mogadiscio 1-1
Missionaria Moyale – Audax Addis Abeba 1-3
San Giorgio Addis Abeba – Etiocaffè Harar 3-0
Sparta Addis Abeba – Fiamme Nere Gibuti 2-3
Starace Gondar – Goliardo Addis Abeba 0-2

Il lustrascarpe aveva ragione: ormai la Serie Africa sembrava una faccenda a tre.
Guidava la classifica la Birra Venturi con 36 punti, tallonata dall'Audax a 35 e dal San
Giorgio con un punto in meno. Il distacco dalla quarta, l'Etiocaffè inchiodata a 27 punti,
non lasciava a nessun altra squadra il diritto di coltivare speranze realistiche sul prossimo
scettro di Salomone.
Fuori la giornata si stava facendo decisamente tersa. Stabilii che avrei bevuto un ultimo
caffè, e poi sarei andato dove ci si aspettava da me: l'aveva pur detto, Livia, di tornare a
trovarla.
La cameriera aveva appena raccolto la mia ordinazione, quando entrò un bianco dai
capelli fulvi che poteva avere una trentina d'anni come me, l'aria svagata in contrasto con
la serissima macchina fotografica che portava appesa al collo.
«Che c'hai da accendere?» mi domandò prima ancora di prendere posto a uno dei
tavolini.
Gli porsi i fiammiferi, e quello si cavò dal taschino un portasigari in cuoio da cui sfilò un
toscano già fumato per un terzo.
«Sei nuovo di qui», sorrise soffiando via il primo fumo, poi sedette.
«Non ho un'abbronzatura convincente, vero?»
Lui, nonostante il pelo rossiccio e le lentiggini, pareva un bagnante a fine stagione.
«Non che sia qui da una vita», precisò. Controllò il quadrante dell'orologio e disse:
«Venti giorni oggi».
«Qui in vacanza o per lavoro?»
«Sto a guadagnarmi la pagnotta», disse toccando il corpo della macchina fotografica.
«Ma ho quasi finito. Mi resta l'ultimo servizio, e la settimana prossima torno a Roma.»
Alla parola «servizio» sussultai. «Lavori per un giornale?»
«Punto!» esclamò. «Mi guadagno la vita proprio così. Immagino sia un mondo
affascinante, visto da fuori, ma la verità è che…»
«Ehi», lo interruppi divertito. «Sono un giornalista anch'io.»
«Allora sai già tutto», mi guardò deluso. «Comunque, io mi chiamo Andrea Spada.»
Mi presentai, e mentre prendeva posto nel tavolino a fianco del mio gli spiegai
dell'interesse di Stadio per la Serie Africa.
«Ammazza», considerò il fotografo. «Sapevo a malapena che qui c'era un campionato.
Dev'essere roba seria, se ve ne occupate voi.»
«Quest'anno la vincente della Serie Africa andrà a giocare un torneo in Italia», spiegai,
ma non mi parve accendersi d'interesse.
«A me non piace il calcio», disse Spada con un sorriso da sbruffone. «A me piace la
Roma. Ne hai scovati di mori in gamba da portare alla Roma?»
«Per ora non un granché. Ma ho visto una partita sola.»
«Tieni gli occhi aperti, e nel caso fammi un fischio. Nel '42 abbiamo vinto lo scudetto
schierando un Albanese, chissà che non sia tempo di rivincerlo con un Africano.»
«Chissà. Forse qualcuno buono si trova.»
«E te per chi tieni? Fammi indovinare… Sei di Milano, vero?»
«Di Bologna», dissi.
«E tieni per il Bologna», dedusse holmesiano. «Già.»
«Be', sempre meglio che l'Ambrosiana o la Juve», concesse con un sorriso.
«E voi, sempre meglio della Lazio», ricambiai la cortesia.
«Ma quale Lazio? Esiste una Lazio?» s'infervorò. «Io in città conosco l'AS Roma, poi la
Mater e la Tevere che giocano in C, e basta.» Se irrideva a questo modo gli avversari
cittadini, tacciati universalmente di essere una squadra di regime, c'erano buone
possibilità che non fosse un fascista tutto d'un pezzo. «Forse gioca in quei tornei del sabato
mattina a villa Borghese, 'sta Lazio che dici.»
Quando gli rivelai che conoscevo di persona Giacomo Losi e Dino Da Costa, finalmente
si mise tranquillo.
«Ma davvero? Loro sì che sono dei grandi. Losi, poi, lo chiamano er core de Roma.»
Gli domandai a che genere di servizio stava lavorando, e lo vidi cambiare faccia.
«Mi ha mandato AF», rivelò serio.
«AF?» Non conoscevo nessun giornale chiamato così.
«AF! Architettura fascista!»
Una specie di rotocalco fotografico troppo caro e pieno di schede tecniche pallose sui
ponti, le loro luci e campate.
«Ci sono. Ogni tanto l'ho comprato», mentii.
«Lo leggete in tre», mi gratificò. «A fine anno pubblicano un numero speciale
sull'architettura in Africa Orientale, ed eccomi qui. L'abbronzatura me la sono fatta lungo i
binari della Transabissina. Devi vedere cosa non è», disse scuotendo la testa, e non capivo
se fosse ammirato, o piuttosto preso dalla nausea. «Certe stazionane in mezzo al niente da
mettere paura… Però i nostri uomini sono stati bravi. Ci sono tante di quelle gallerie che
ho perso il conto, e quando si scende verso la Somalia la pendenza è tale che negli
scompartimenti cascano le valigie in testa alla gente.»
«Non sembra la meraviglia della tecnica che vogliono far credere», saggiai il terreno.
«Si viaggia per chilometri assordati dallo stridore dei freni, e sembra che la locomotiva
se ne andrà da un momento all'altro per conto suo, giù a rotta di collo fino a Mogadiscio…
Però la ferrovia è un'opera meritevole. Sono stati bravi», ripeté. «Io non avrei saputo da
dove cominciare.»
«Questo nemmeno io», ammisi.
«Domani invece prendo il treno nell'altra direzione. Vado sulla costa, a Massaua.»
Adesso che l'Africa Orientale non era più una colonia, ma una Repubblica associata, con
tanto di Primo ministro bianco, inno dai versi in italiano e bandiera coi fasci, la nostra
vecchia base marittima era una città di secondo piano, oscurata dalla vicina Asmara e
lontanissima dal centro delle cose. Però secondo la guida restava una città da vedere.
«Devo fotografare il vecchio palazzo delle vacanze del Negus, uno stabilimento col tetto
a cupola che ha ospitato il più antico ascensore d'Africa. Hailè Selassiè lo impiegava per
andare a fare il bagno, e visto che qualcuno a Roma pensa che il Mar Rosso possa
diventare meta di villeggiature, hanno in mente di restaurare tutto il palazzo.»
«Sembra interessante.»
«Se ti va, considerati invitato», disse Spada. «Facciamo il viaggio insieme e ci passa
meglio.» Poi levò un braccio e mandò un verso per attirare l'attenzione del cameriere. «In
'sto posto bisognerebbe azionare ogni volta una sirena, per farsi portare il caffè», aggiunse
sottovoce.
«Allora quando si va?»
«Mi sono informato, e c'è una littorina che parte alle undici.»
«Così non dobbiamo fare una levataccia.»
«Punto!» disse indicandomi con la mano a pistola. «Penso che ci intenderemo, noi due.»
All'improvviso mi sembrava che il mio soggiorno in Africa fosse a una svolta: in fondo
potevo riempire a piacimento il tempo del mio esilio.
«Comunque stamattina ho scattato in un posto straordinario», considerò Spada quando
ebbe fatto la sua ordinazione.
«Qui in città?»
«Via Brenta 27, ma distingui la palazzina molto prima di poter leggere il numero. È
l'unica con due torrette in stile moresco. Dentro hanno una raccolta di icone e vecchie armi
abissine, poi mappamondi, clessidre, carte del cielo, animali impagliati e molto altro.»
«Sembra un luogo un po' sinistro.»
«Ma mi hai visto bene? Non ti spedirei mai in un luogo sinistro», mi rassicurò. «È un
posto da vedere, invece. Anche la persona che lo gestisce è straordinaria, e domani mi
ringrazierai.»
«Mi hai convinto. Se va a fotografarlo Architettura fascista, ci sarà un perché.»
«Eh già», considerò sornione. «Mica ci mandano in giro per il mondo a perder tempo.»

Alla Casa della stampa, Livia si ricordava benissimo del sottoscritto e non mi domandò
di nuovo il tesserino. Mentre preparava per me una copia dei lanci d'agenzia, prelevai dal
tavolo delle copie omaggio il Corriere eritreo e andai a ritirarmi nella saletta di lettura.
C'era solo un giovane barbuto che studiava un numero dello Standard, il più importante
quotidiano stampato nel Chenia inglese, e prendeva appunti su un quadernetto. Non
sollevò lo sguardo dal suo lavoro, e io non lo interruppi.
Mi sedetti e sistemai davanti a me il Corriere. In prima pagina Pavolini annunciava al
governo francese le condizioni per la distensione.

La ripresa del dialogo è possibile solo se Parigi è disposta a riconoscere le province di Nizza,
Lemania e Castro Alberto come patrimonio inalienabile della nostra Repubblica, e la Corsica
come Stato sovrano nell'ambito della Federazione italica. Noi il nostro passo indietro l'abbiamo
fatto già nel 1951 accettando che la Francia rioccupasse Ciamberì dopo la fine del cosiddetto
«Stato libero di Savoia». Abbiamo accettato una rinuncia e sappiamo come ci hanno ringraziato:
appena cinque anni fa, con la crisi di Nizza, si è sfiorata la guerra atomica nel cuore dell'Europa.
Se questa volta i Francesi tengono davvero al dialogo con l'Italia come sostengono alle Nazioni
Unite, non hanno che da fare a loro volta una rinuncia.

Ormai Pavolini parlava come un uomo investito dei pieni poteri. Se alla morte del Duce
il Gran consiglio gli avesse preferito Balbo, Grandi, o quello screditato vanesio di Ciano,
forse non avrebbe lasciato il campo tanto facilmente.
Livia arrivò tacchettando nella sala di lettura. Gettò uno sguardo di malcelata
compassione al giovane barbuto che studiava gli articoli dello Standard, poi mi sorrise
aggiustandosi i capelli.
«Guarda qui, Lorenzo», disse posando sul tavolo la lista aggiornata dei lanci. Per farlo,
premette il seno contro la mia spalla in una maniera che non mi parve del tutto casuale.
«Sembra che in Italia succedano strane cose.»

Porto Torres (Sassari), 6 aprile 1960, ore 7:25


Tragedia del mare a mezzo miglio dalle coste sarde. La corvetta Nino Bixio della Marina
Militare, in navigazione fra Porto Torres ed Ajaccio, è affondata dopo un'esplosione che ha avuto
luogo nella sala-macchine pochi minuti dopo la partenza. Ancora misteriose le cause. Tre le
vittime fra i militari a bordo, mentre il resto dell'equipaggio (il comandante e altri sei uomini) si
è messo in salvo su una lancia di emergenza. Attualmente sono interrogati a Sassari dagli
uomini del Servizio Informazioni Militare per accertare la dinamica degli eventi.

Linee guida per gli operatori del settore


Evitare inutili supposizioni sull'incidente fino a quando gli inquirenti non avranno rilasciato un
comunicato ufficiale in proposito.
Sottolineare come le istituzioni della Repubblica associata di Corsica stanno prestando la
massima collaborazione alle autorità nazionali.

Era la terza imbarcazione militare che colava a picco nel Mar di Sardegna nel giro di
appena dodici mesi, senza contare le bombe nei tribunali dell'isola e le sparatorie notturne
contro le caserme dei carabinieri.
Dopo la promozione della Corsica a Repubblica associata, erano tanti i Sardi che
reclamavano un analogo statuto, e le scritte a vernice rossa contro Roma e contro il
fascismo spuntavano ogni mattina sui muri di Cagliari e Sassari. Dopo ogni attentato
arrivava puntuale la rivendicazione del FUS, il Fronte unico sardista, i cui dirigenti
sembravano in grado di trovare rifugio in qualsiasi paese di Sardegna e Corsica.
Però degli attentati non bisognava scrivere, e sui quotidiani il FUS non andava neppure
nominato. Mi domandai fino a quando avrebbero costretto i miei colleghi della cronaca a
travestire la guerriglia da banditismo, e gli attentati da incidenti.

Roma, 6 aprile 1960, ore 9:45


Il segretario del PNF e presidente della Repubblica ad interim Pavolini inaugura il villaggio
olimpico. Tagliato stamane, sotto gli occhi della stampa di tutto il mondo, il nastro del nuovo
villaggio olimpico. Consegnato con tre settimane di anticipo sulla fine prevista dei lavori, il
moderno complesso che sorge nel quartiere Parioli ospiterà 6500 atleti provenienti da 59 Paesi.
Gli architetti Libera, Moretti, Monaco e Luccichenti hanno finalmente visto premiato il loro
italico fervore, incassando i complimenti delle autorità e della Commissione Olimpica.

Linee guida per gli operatori del settore


Pubblicare foto selezionate dal servizio stampa ufficiale «Il nuovo villaggio olimpico di Roma».
Non pubblicare foto dei membri del Comitato Olimpico in paglietta.
Permangono valide le disposizioni del 24 gennaio: Sua Eccellenza Alessandro Pavolini va sempre
e solo indicato con il titolo di «segretario del PNF e presidente della Repubblica ad interim».

Quell'uomo era ovunque.


Masticai amaro, immaginando Cedroni Oscarre seduto nella sala delle conferenze
stampa senza di me. Fra tutti quegli specchi e quelle belle signore, maledizione a lui. Io al
massimo potevo guardare Livia quando passava lungo il corridoio trasportando misteriosi
plichi. Se pure non era più giovanissima, in ogni caso aveva un paio di gambe che
sembravano fatte col pennello.
Passai in rassegna le notizie successive: visite di ministri in provincia, un prete
bastonato da ignoti nel Ferrarese e un brutto delitto ad Arezzo di cui i cronisti avrebbero
dovuto tacere l'essenziale. Poi l'inizio dei colloqui al Cairo fra i rappresentanti della
Conferenza mediterranea, il Regno di Giordania e i leader delle correnti palestinesi in vista
della proclamazione d'uno Stato arabo indipendente in Galilea. Chi capiva qualcosa di
politica estera era bravo, in quel 1960.
Solo quando lo sguardo mi cadde sull'ultima notizia della lista, capii cosa intendeva
Livia quando aveva detto che in Italia stavano succedendo strane cose.

Roma, 6 aprile 1960, ore 11:40


Balbo critica il segretario del PNF e presidente della Repubblica ad interim Pavolini. Stupore a
Roma per le dichiarazioni che il presidente del Senato, il Maresciallo dell'aria Italo Balbo, ha
rilasciato alla stampa britannica. «Pavolini ha un'idea romantica e antiquata del Paese. È
persona integerrima e ottimo giornalista, ma questo non fa di lui l'uomo migliore per guidare
l'Italia.»
Al grande scalpore non facevano seguito repliche ufficiali da parte del segretario del PNF e
presidente della Repubblica ad interim, ma espressioni di solidarietà nei suoi confronti da parte
delle istituzioni, e dai vertici di Forze Armate e Milizia.
È di pochi minuti fa il primo comunicato della segreteria del Partito sull'argomento, affidato al
nuovo portavoce Almirante: «Noi tutti abbiamo un debito con Balbo, ma se pensa davvero ciò che
la stampa straniera gli ha messo in bocca, è libero di seguire la propria coscienza. Libero di
lasciare ad altri più sereni la responsabilità di presiedere il Senato repubblicano. Libero persino,
se agirà conseguentemente alle parole come suo solito, di abbandonare i ranghi del PNF».

Questa volta non avevo bisogno di leggere le linee guida, e non serviva essere operatori
del settore per capire la gravità di quel che stava accadendo a Roma. Per la prima volta dal
1922, una personalità fascista prendeva posizione contro il Partito stesso. Che fosse il volto
del Regime più noto all'estero dopo lo stesso Mussolini, avrebbe acceso le fantasie di molti.
Dopo la guerra avevamo messo insieme una Conferenza di nazioni che contavano
duecento milioni di abitanti, tre religioni e una dozzina di lingue ufficiali. Prima di
lasciarci abbracciare dall'America consumista avremmo dovuto pretendere alcune
garanzie, e il vecchio Maresciallo dell'aria lo andava ripetendo da tempo: serviva
riavvicinarsi gradualmente al blocco atlantico senza svendere tutte le conquiste fatte in
quasi quarant'anni.
Esattamente il contrario di quel che andava propugnando la linea muscolare del
Segretario, secondo la quale la migliore garanzia di pace era una Conferenza mediterranea
forte e lontana da Washington come da Mosca, difesa dall'invincibile scudo atomico messo
a punto dai nostri geniali ragazzi di via Panisperna. Guidavamo o no il secondo cartello
petrolifero del mondo dopo quello del Golfo Persico? L'economia non scoppiava forse di
salute? E allora perché quei disfattisti filoamericani insistevano nel cambiare direzione?
Adesso che il lettore dello Standard aveva raccolto il suo sciatto quaderno ed era
sloggiato, Livia indugiava sulla porta della sala di lettura e mi sorrideva proprio.
«Hai visto che roba? Sono proprio ai ferri corti. Invece di raccogliersi intorno al Duce,
litigano fra loro», disse. Aveva una voce nasale che non mi piaceva, ma era pur sempre la
voce di una femmina bianca.
«Chissà per quanto ne avrà, quel pover'uomo», dissi. «È una pena, saperlo bloccato a
letto senza poterlo vedere.»
«L'ultima volta che ha parlato in televisione è stato uno strazio», sospirò. «Ed era un
uomo così forte. Vederlo sostenuto a braccia non è stato un bello spettacolo. Non si capiva
neppure cosa dicesse», gemette, e ti parve di vedere i suoi occhi lucidi.
«Non fare così, Livia.»
«Era così bello», scosse la testa guardando via. «Da ragazza mi sarei gettata nel fuoco, se
me lo avesse ordinato di persona.»
Ecco perché non aveva trovato marito.
«È molto nobile», dissi. «Sacrificarsi per qualcuno come lui ha fatto con noi.»
«Ho guidato per cinque anni le Giovani italiane!» piagnucolava. «Devo essere forte
come era lui!»
«Giusto», dissi sollevandomi in piedi. «Arriva per tutti, il momento della fine. Lui
almeno ha potuto salutarci per l'ultima volta.» Mi guardò triste e perplessa. Stavo
sbagliando tecnica. «Però ci ha resi tutti migliori», tentai di recuperare. «Bastava ascoltare
la sua voce, per scegliere la cosa giusta.»
«Quant'è vero», singhiozzò Livia. «Cosa sarà di noi?»
«Anziché piangerlo in anticipo dobbiamo onorarlo. Ci ha fatti più forti, vero Livia?»
«Certo», disse. «Più orgogliosi.»
«…E capaci di passioni», dissi muovendo un passo verso di lei.
Ero alla distanza giusta perché mi colpisse con uno schiaffo, se voleva. Non accadde.
«Cosa vuoi fare, Lorenzo?» domandò civettuola.
Ero pronto a baciarla quando mi ghermì le orecchie introducendo a forza la lingua nella
mia bocca. Avevo conosciuto donne più delicate.
«Ehi», provai a calmarla appena riuscii a staccarmi. «Io sarei un uomo fidanzato, a casa.»
Mentivo come sempre, quando avevo paura o venivo preso di sorpresa.
«Allora perché mi hai baciato?» soffiò a un palmo dal mio viso, con uno sguardo che
non prometteva niente di buono. «Non ti piaccio, Lorenzo?»
Con quelle due colline e le cosce frementi?
«Scherzi? È solo che qui mi sento a disagio. Sei sola, almeno?»
«A quest'ora i tuoi colleghi sono tutti a prendere l'aperitivo. Potresti prendermi nell'atrio
e nessuno lo verrebbe a sapere.»
Mentre la spogliavo, mi pregò con la sua voce nasale di ricordarle ancora i tempi in cui il
nostro Benito era un uomo pieno di vigore.
CAPITOLO XI

Pranzai da solo in una pizzeria sotto un pergolato, gestita da un tizio di Livorno che sul
retro allevava piccioni viaggiatori.
«È un'attività che dà soddisfazioni», diceva il livornese. «Tu li allevi, e loro ti aiutano a
mantenere i contatti con gli amici senza bisogno di spendere in francobolli. Son come
figlioli, i miei piccioni, peccato che qualcuno spara per mangiarseli.»
Mi parlò di un esemplare dalle piume candide cui aveva messo nome Norge, come il
dirigibile del comandante Nobile, in grado di volare regolarmente fino ad Addis Abeba,
raggiungere il davanzale di certi amici e fare ritorno nel giro di quarantott'ore.
La pizza purtroppo non era all'altezza della devozione ai volatili: dal forno uscì un disco
sottile come piadina, su cui erano spalmate la conserva di pomodoro e certe rondelle d'un
formaggio giallastro che doveva essere caprino. Da bere, acqua e birra. Venturi,
naturalmente.
«L'olio lo facciamo noi», si vantò il Livornese passandomi brutalmente l'ampolla. «Con
olive eritree.»
Pulii il piatto unicamente per cortesia, ma almeno il caffè era uno schianto.
Adesso volevo visitare il gabinetto delle meraviglie di cui mi aveva parlato Spada, e il
Livornese spiegò che, tagliando attraverso il nuovo quartiere dei Dancali, per via Brenta
bastavano dieci minuti a piedi.
Se dicessi che mi addentrai in quelle strade sterrate a cuor leggero, sarei un bugiardo.
Ogni pochi passi ti trovavi a un bivio, e gli sguardi dei locali seduti sulle soglie delle
casette prefabbricate avevano un che di beffardo nel fornire le indicazioni.
Era come muoversi attraverso un labirinto le cui pareti fossero state imbiancate a calce, e
dentro quel labirinto un'intera comunità aveva fissato la propria dimora.
Scavalcavo di continuo bambini, chini a giocare in mezzo alla polvere solcata da
rigagnoli immondi.
«Zignò», m'inseguivano i più sfacciati, o bisognosi. «Limosina, zignò!»
Allungavo il passo inseguito dalle loro ingiurie, e quando gettavo lo sguardo nelle
orbite delle finestre, mi sembrava che ogni casa fosse piena di gente che mi guardava.
Da quelle parti le vite, gli odori e i destini si addensavano come non credevo possibile, e
solo il fatto che gli edifici fossero alti appena due piani impediva che il quartiere
diventasse un formicaio ingestibile.
Fu un sollievo sbucare sul rondò di piazza Cincinnato, riempirsi di nuovo gli occhi di
automobili e manifesti pubblicitari, e mi parve un lusso anche la semplice possibilità di
domandare un'indicazione a un vigile bianco.
Via Brenta era dietro l'angolo, e nel giro di poco riconobbi la palazzina in stile moresco
di cui mi aveva parlato Spada. Anche il numero civico corrispondeva e il portone era
aperto, così lo varcai senza incontrare guardie né custodi.
La prima cosa che notai entrando nell'atrio furono le alte librerie colme di volumi e i
quadri alle pareti: uno struggente tramonto sull'Appia antica, la conversione di San Paolo,
ma anche fantasie di satiri, ninfe e pastorelli d'Arcadia. Sembrava di trovarsi nella sala di
rappresentanza di un ministero, o di un consolato, però deserta.
Una rampa di scale dai corrimano in stucco conduceva al piano superiore. Mentre
esitavo sui primi gradini, udii dei passi che mi scendevano incontro.
«Buongiorno, signore», mi salutò composto un nero anziano in uniforme gallonata.
«Benvenuto nel nostro circolo. È la prima volta che venite da noi, signore?»
Parlava un italiano senza inflessioni.
«La prima, sì.»
«Seguitemi», sorrise benevolo. «Vi faccio strada all'interno», e non mi restò che
raggiungerlo in testa alla rampa. «Siete in Africa per lavoro, signore?»
«Assolutamente sì. È stato un collega a parlarmi di questo posto.»
«Bene», annuì lui senza troppo interesse. Sul pianerottolo che ci ospitava si aprivano tre
porte. Sfilò di tasca una lunga chiave e la infilò nella toppa della porta di mezzo.
«Ecco fatto», sorrise cedendomi il passo. «Vedrete che l'uscita è meno laboriosa.»
«Voi restate qui?» domandai.
«Il mio compito è solo quello di accogliere i visitatori.» Poi mi fece cenno di entrare.
«Non abbiate paura. Vi orienterete benissimo da solo.»
Se non mi spinse dentro, poco ci mancò.
Subito sentii delle voci, ma la penombra non mi permetteva di distinguere altro che
figure confuse allungate sui divani di una grande sala, in cui la luce del giorno entrava
solo per lame attraverso le imposte socchiuse delle finestre.
Un fumo dolciastro, più denso di quello che produce il tabacco, riempiva l'aria, e
candele ardevano dietro i paralume in pelle di capra dislocati ai quattro angoli
dell'ambiente.
C'erano uomini che fumavano dalle pipe ad acqua, e femmine seminude che
discorrevano accoccolate in coppie e piccoli gruppi. Ne vidi di bianche e mulatte, ma la
maggior parte erano Abissine, nude come erano vissute le loro madri nei villaggi
dell'interno.
Altroché gabinetto delle meraviglie. Spada mi aveva giocato uno scherzo. Mi aveva
spedito in una specie di casino di lusso, e di tutti i momenti proprio in quello più
sbagliato. Dopo l'inatteso convegno amoroso alla Casa della stampa, non ero riuscito a
cambiarmi né a fare una doccia, ma ormai una bionda che indossava una sorta di lucido
chimono turchese si era accorta di me.
«Posso aiutarti, carino?» domandò, poi scoppiò a ridere indicandomi. «Ma noi ci
conosciamo già.»
Allora riconobbi la bella dal passo di leonessa di piazza IV Novembre. I suoi occhi erano
lucidi come avesse la febbre.
«Noemi», soffiai con un filo di voce.
«Non sono riuscita a passare, da Cecco. Un terribile inconveniente. Spero che mi
perdonerai», disse carezzandomi la testa.
«Vedrò di farcela», balbettai.
«Dimmi di cosa hai voglia», mi annientò. «Qui siamo abituate ad esaudire i desideri.»
Deglutii a fatica.
«Su, non essere timido. Hai fretta di fare l'amore con tutte e dodici le ragazze, o prima
fumiamo insieme io e te?»
Presumendo di guadagnare tempo e denaro, dichiarai che avevo voglia di fumare.

Il vecchio Eritreo in uniforme gallonata aveva ragione: uscire da quel posto era
enormemente più semplice che entrarvi.
Tornai in me sbucando in giardino da una porta secondaria, meravigliato dalla luce del
crepuscolo e dal vento fresco che portava con sé la sirena lontana d'una fabbrica a fine
turno.
Aggirai il costruito della palazzina, infilai il cancello e mi accorsi che mi sembrava di
camminare sul burro fuso. Era come se le gambe non mi reggessero alla perfezione, ma
bastava muoversi lentamente, e non era una sensazione del tutto spiacevole.
Rimasi a lungo a osservare le zampe a ventosa d'un geco rifugiato su un angolo della
facciata del cinema per neri Adal. Come lui si aggrappa al muro caldo, così io cerco
ovunque il tepore delle femmine. Questo pensavo, e presto mi resi conto di provare un
benessere smodato. Non doveva esserci solo tabacco, nella pipa ad acqua che Noemi mi
aveva fatto fumare. Forse ci avevano sbriciolato dell'oppio, o qualche resina misteriosa che
regalava la pace, perché mi stavo allontanando da via Brenta sentendomi di nuovo il
principe dell'Asmara, e allo stesso tempo avevo già voglia di tornare sui miei passi.
Potevo scegliere un bar e sedermi a guardare il tramonto. Oppure camminare un altro
po', scivolare lungo il traffico del Corso e controllare se Livia era ancora in ufficio.
«Fatto trenta», ripetevo a mezza voce, «tanto vale fare trentuno.»

La littorina che trasportava Spada e il sottoscritto raggiunse il capolinea di Massaua-Mar


Rosso giovedì a metà pomeriggio, dopo un viaggio da vertigine lungo arditi viadotti, in
corsa a mezzo braccio dall'abisso nella valle del Dorfù.
Sulla nostra sinistra, lo smisurato cavo d'acciaio della teleferica trascinava a centinaia di
metri dal suolo i suoi vagoncini carichi di materiale per l'edilizia appena sbarcato al porto.
I piloni erano così distanti uno dall'altro che il cavo si inarcava fino a dare l'impressione di
sfiorare l'acqua del fiume a fondovalle, ma ai muratori Eritrei seduti di traverso sui
vagoncini doveva sembrare di volare.
«Se cede di schianto, fanno una brutta fine», aveva osservato Spada. «T'immagini che
salto?»
Un ponte dopo l'altro, una galleria dopo l'altra, eravamo scesi in maniera così repentina
che c'era da confidare in traversine salde e buoni freni.
Sembrava impossibile che un treno potesse viaggiare nella direzione opposta, vincendo
duemilatrecento metri di dislivello nello spazio di poche ore, ma Spada si era detto
fiducioso.
«Non mi risulta che su questa linea sia mai deragliato nessun convoglio», mi aveva
comunicato a un certo punto accendendo l'ennesima sigaretta del viaggio, così mi ero
accorto che chiudeva gli occhi ogni volta che si sentivano sferragliare le ruote sui binari
d'un ponte, e mentre il treno era fermo nella stazione di Ghinda mi aveva proposto di
proseguire in taxi.
«Scherzavo», aveva detto quando s'era accorto che mi sembrava un'idea bislacca. «Si
resta a bordo fino alla fine.»
Se la stava facendo sotto, eppure insisteva che la linea per la Somalia era molto più
spettacolare e pericolosa. Forse mentre andava laggiù avevano dovuto soccorrerlo con i
calmanti, perché di rado avevo visto un uomo più preoccupato.
Ad ogni modo, non appena scendemmo sulla banchina diventò un altro.
Volle andare al posto ristoro, bere un'orzata insieme, e una volta al bancone non la
smetteva più di raccontare barzellette: sugli Africani, sui Francesi, e su Pavolini che torna a
casa e trova la signora Doris a letto con tre comunisti.
Si rideva, ma percepivo qualcosa di minaccioso nell'aria densa e umida che faceva
sudare anche da fermi. Era come un laccio che si stringeva pian piano al collo, e avevo la
sensazione che non sarebbero bastate tutte le orzate della terra a lenirne gli effetti.
«Da 'ste parti è più umido che in palude», ammise il barista. «Le Italiane non lo
sopportano. Gli viene il ciclo due volte al mese, quaggiù.»
«Io ne conosco che ce l'hanno in permanenza anche in Italia», precisai.
«Un brutt'affare. Stanno tutte all'Asmara, e sorca bianca qui non ce n'è.»
Quando uscimmo sul rondò della stazione ogni cosa era in ombra, ma noi eravamo
fradici come calciatori a fine gara, le giacche incollate alla schiena.
Se ti voltavi verso la stazione, ti rendevi conto di come la città fosse stata costruita ai
piedi di una muraglia digradante di colline che chiudevano da vicino l'orizzonte e
facevano di Massaua un approdo insostituibile. Che poi fosse davvero «La porta
dell'Africa Orientale» come promettevano gli stinti manifesti della Pro Loco, quello era da
vedersi.
Spada mi batté una mano sulla spalla, e disse che in quella borgata di musulmani non
sarebbe stato facile trovare un buco pulito dove appoggiare le nostre cose.
L'unico albergo in vista si chiamava Ai quadrumviri, come l'iscrizione d'un monumento.
Sotto lo sguardo dei locali seduti contro i muri a masticare foglie di khat, come in attesa di
qualcuno che non si mostrava, ci dirigemmo verso quella facciata color ocra alta due piani.
«Io veramente pensavo di tornare col treno di stasera», misi in chiaro. «Però per
prendere una stanza ci sono. Almeno possiamo farci una doccia. Sembriamo due reduci di
un naufragio.»
«Così possiamo tenerci aperta la possibilità di passare la notte qui. Al peggio si rientra
all'Asmara domattina presto.»
Non sembrava avere fretta di rimontare su un treno, e in fondo neppure io avevo
impegni urgenti all'Asmara.
Prendemmo due camere vicine affacciate sul mare. La mia aveva l'intonaco sfatto
dall'umidità, e in bagno c'era una griglia di metallo che schermava il buco della turca. Per
un po' volli riflettere su quel mistero. Poi credetti di capire che se la griglia era lì, il suo
compito era quello di non far salire i topi. Prima di fare la doccia, per sicurezza, sigillai
quel varco posandovi sopra il secchio ammaccato che serviva per pulire il gabinetto.
Mentre mi rivestivo, bussarono alla porta. Era Spada, pallido e a disagio.
«Forse, a cercare meglio, qualcosa di meno spartano in città si trovava», ammise
rammaricato. «In camera mia c'è un buco nel battiscopa, e davanti hanno messo una
trappola per topi. Cosa devo pensare?»
«Se è per me, non preoccuparti», lo rassicurai. «È solo per poche ore.»
«Ho paura che ci siano i topi», confessò. «Ci sono sempre, nelle città di mare.»
«È probabile. Ma mica mangiano la gente.»
«A Lore'», mi disse serio. «Ho dormito sotto la tenda nel deserto, io. Ho visto serpenti e
scorpioni, ma i sorci, non so… Mi fanno proprio schifo.»
«Non li avete, a Roma?»
«Ce li ha sterminati tutti il Duce», rispose. «A suon di scoregge.»

Il fotografo Andrea Spada e il suo estemporaneo assistente trascorsero il tardo


pomeriggio a fotografare il vecchio stabilimento balneare del Negus. Per fare colore
aggiungemmo anche un paio di ritratti alle ragazze del posto, in cambio di pochi spiccioli
per i marinai che le accompagnavano.
All'imbrunire, Spada era galvanizzato come chi abbia finalmente sistemato l'ultimo
tassello d'un grande mosaico.
«Ce l'ho fatta», esultava coprendo il suono sordo della risacca. «Col palazzo d'estate del
Negus, me la sono fatta tutta, 'sta fogna di Africa Orientale!»
Conoscevo troppo bene il genere di soddisfazione che ti prende alla fine d'un servizio
per giudicarlo male.
«Noi fotografi dovremmo far capire alla gente che anche le rovine e le periferie hanno la
loro poesia», asserì ispirato. «Non è un incanto, la fiancata di una nave incrostata di
ruggine? O la cupola in rovina di un posto dove l'imperatore di questa gente scendeva in
accappatoio per fare il bagno in mezzo alle sue guardie?»
Mi aveva preso in contropiede. Dissi che non sapevo bene cosa fosse poetico e cosa no,
però a me le foto che raccontavano una storia erano sempre piaciute.
«La settimana prossima sarò a Roma», proclamò alle onde del Mar Rosso, e io chiusi gli
occhi pensando all'esilio che ancora mi attendeva. «Lo sai che mia moglie è in attesa?» se
ne venne fuori. «Un maschietto, a giudicare dalla pancia.»
«Allora congratulazioni.»
«Il suo tempo finirà il mese prossimo. Per noi è la prima volta, e sono curioso di tornare
da lei.»
«Lo credo. Anch'io lo sarei.»
«Ancora non ci hai pensato, tu?»
«Pensato sì», ammisi. «Ma non ho ancora trovato la persona giusta.»
«Che ce l'hai la fidanzata, a casa?»
Dovetti gemere come il sartiame d'un vecchio brigantino, perché Spada domandò
preoccupato se la sua era una curiosità inopportuna.
«Figurati», lo rassicurai in debito di fiato. «Solo che è una storia un po' lunga.»
«T'ha lasciato lei?» indagò guardandomi di sottecchi. «Ci soffri ancora?»
«Magari il problema fosse quello.»
«E allora?»
Senza bisogno di decidere, mi trovai a raccontare di Margherita e della condanna che mi
aveva inflitto suo padre come non avevo ancora fatto a nessuno.
«Scusate la domanda, caro Capitano. Ma come riuscite, in meno di novecento bianchi, a
far sì che 'sta marmaglia di maomettani non vi scanni?» domandò Spada senza riguardo, e
l'ufficiale dei carabinieri in divisa bianca indietreggiò sulla sedia come l'avessero colpito
con uno schiaffo. «Voglio dire, quaggiù siete un po' isolati. E se succede qualcosa, siete
novecento contro tutta la città. Rischia di essere complicato.»
«Parlate piano, per Dio!» sussurrò il militare indicando il cameriere eritreo che ci
osservava impietrito. «Che razza di discorsi sono, signore? Signor come, a proposito?»
Era stato lui ad attaccare discorso, e poi si era seduto al nostro tavolo con la scusa di
bere il bicchiere di mastica della buonanotte insieme a due compatrioti. Adesso il bicchiere
era vuoto, e anche il suo buonumore sembrava svanito.
«Spada. Andrea Spada. E il mio amico è sempre Pellegrini di Stadio.»
«Non me l'ero dimenticato. Mi ha fatto una promessa, lui», disse sollevando fra le mani
il casco coloniale, adorno della coccarda tricolore, che reggeva sulle cosce.
«Ve la farò avere, la dedica», lo rassicurai battendo due dita sul taschino in cui avevo
riposto il suo biglietto da visita.
«Ero felice, fino a un attimo fa. Servo la patria quaggiù, ma almeno riceverò la dedica
autografa di Montuori. Significa molto per me. E invece il signor Spada ha deciso di
rovinare la serata. O mi sbaglio?» domandò severo.
«Forse è solo un equivoco», disse il fotografo. «La mia era una curiosità pura e semplice.
Niente di pensato per rovinare questa bella serata, Capitano.»
«Meglio così», disse l'ufficiale senza smettere di fissarlo.
«Vedete, io sono un lettore di Salgari. Come tutti, d'altronde. E forse ho la testa piena di
romanzi.»
«Non siete l'unico, da queste parti», considerò il Capitano. «Ma lavoro qui da vent'anni,
e alla fine preferisco chi ha in testa i romanzi a chi pensa solo ai libri contabili.»
«Però almeno nell'interno sono cristiani», si arrabattava Spada. «Copti o quel che sono,
ma cristiani.»
«Non capisco dove volete arrivare.»
«Qui invece è come in Somalia. Quattro gatti bianchi, con rispetto parlando, in mezzo a
un oceano di negri maomettani.»
«Qui sono tutti grati all'Italia», sbuffò il militare. «Cristiani e maomettani senza
distinzione.»
«Il signor Spada intende dire che voi delle forze dell'ordine fate un lavoro di tutto
rispetto», mi intromisi prima che si irritasse.
«Esatto», confermò lui con voce candida. «Ammiro il vostro coraggio, Capitano.»
«Vi ringrazio.»
«Io avrei paura, nei vostri panni. Una paura dannata. È un attimo che gli indigeni
decidono di ribellarsi tutti insieme, e allora…»
«Fate silenzio, accidenti. Chiudete quella bocca, Spada, o la vostra serata avrà un finale
inatteso.»
«Ma no», si incaponiva l'altro. «Perché fare la voce grossa?»
«Domandate a questa gente che fine hanno fatto i nemici dell'Italia», disse rabbioso
indicando il cameriere. «Su, domandatelo a loro.»
I due zaptiè che aspettavano l'ufficiale sulla soglia si affacciarono per controllare. Il più
alto, un meticcio che portava sulla manica due galloni in velluto rosso a forma di V
rovesciata, ci squadrò ostile tormentando la cinghia del Mab. L'altro non portava gradi e
doveva essere una sorta di attendente, perché aveva preso le tipiche dimensioni degli
impiegati ministeriali italiani: la fascia rossa che gli cingeva i fianchi, tesa sotto il
cinturone, sottolineava impietosa i chili di troppo.
«Serve aiuto, Siorcapitani?» domandò premuroso, e i suoi gambali di cuoio al ginocchio
stonavano con l'aspetto poco marziale.
L'ufficiale rivolse ai sottoposti un cenno tranquillizzante, e quelli tornarono a presidiare
l'ingresso del locale.
«Qui non si muove foglia che Roma non voglia», sorrise. «A Massaua potete dormire
sonni tranquilli. Dove alloggiate, a proposito?»
«In un postaccio intitolato ai quadrumviri», confidò Spada. «Pensate che in camera mia
è in funzione una trappola per topi.»
«Sarà stata la camera del quadrumviro traditore», disse severo il Capitano. Mi guardò
come non ricordasse chi ero, sospirò e disse: «Quante ne ha passate, la nostra Italia. Sono
stati anni difficili per tutti, ma alla fine il premio è arrivato».
«La vittoria! Che porga la chioma!» proclamò il mio compagno di viaggio, e il Capitano
sorrise.
«Hitler era un povero demente. Pericolosissimo, ma la sua condanna era già scritta da
molto tempo. Così vedere Berlino rasa al suolo non mi ha dato tanto gusto…»
«Pare che l'Armata Rossa non abbia rispettato nemmeno le ragazzine», notò Spada
pensieroso. Poi il suo viso si rischiarò e aggiunse: «E, naturalmente, le suore».
«Quel che mi ha dato gusto davvero, è stato vedere in ginocchio la Francia. Lo sanno
tutti cos'hanno fatto i Marocchini di Pétain alle nostre donne, su nelle valli. E anche agli
uomini, se è per questo. Ma la loro bestialità è stata punita», disse facendosi rosso. «Questo
ve lo posso garantire di persona. A centinaia, li abbiamo giustiziati. C'è un paese, in
Provenza, dove le Camicie nere li hanno inchiodati uno ad ogni porta, poi hanno aperto i
porcili». Affondò i denti nel labbro inferiore facendo gravemente di sì con la testa, poi
precisò: «Quando sono arrivati gli Americani li hanno trovati così: ancora appesi e mezzi
mangiati dai maiali.»
Spada tossì, e l'ufficiale spiegò: «Mio fratello Giacomo era nel picchetto d'onore che ha
sfilato sotto l'Arco di Trionfo. Se l'è goduta fino in fondo, lui».
«Forse dovremmo andare», suggerì il fotografo controllando l'orologio. «Si è fatto
davvero tardi.»
«Attenti ai topi, allora. Con tutti i bastimenti che vanno e vengono, ce n'è di grandi come
cani bassotto.»
Aveva deciso di spaventare il fotografo.
«Dite che è meglio rientrare scortati?» abboccò Spada pallido.
«Siete un vero cuor di leone, voi. Comunque una trappola è il sogno di molti, qui. Vi
immaginate quante visite si ricevono senza?»
L'altro sbarrò gli occhi e per un attimo fece silenzio.
«Comunque avete scelto davvero un postaccio, Pellegrini», considerò il Capitano
guardandomi dritto negli occhi. «I giornalisti seri, di solito scendono all'Astoria.»
«Infatti», gli diedi ragione. «Ma questa è una gita un po' estemporanea. Domani si torna
alla base.»
«Qui il clima è ingrato, ma il mare è una meraviglia. Raccontatelo, in Italia. Se il
Dopolavoro portasse qui un po' di villeggianti dalla Madrepatria, Massaua rinascerebbe.
Bar, ristoranti, stabilimenti balneari… Romani e milanesi scoprirebbero che nel Mar Rosso
si può fare il bagno in tutte le stagioni.»
«Se in acqua ci sono gli squali!» protestò Spada indicandomi il Capitano come fosse la
statua di un deficiente, poi lo prese di petto: «La vostra è un'idea per contenere l'impeto
demografico, forse. Neanche male, a dirla tutta. Basta che si cominci dai pensionati…»
«Pellegrini!» mi richiamò il Capitano come fossi un suo sottoposto. «Ditemi che
quest'uomo è uno stupido. Ditemi che non fa apposta, altrimenti dovrò prendere dei
provvedimenti.»
«È un po' leggero», ammisi nella speranza di salvare capra e cavoli.
Spada mi fissava interrogativo. «Ma non si può neppure scherzare? Ci offendiamo per
una battuta?»
«Siete uno stupido», gli disse il Capitano, e restò a guardarlo con aria di sfida.
Poi salì lo stridore d'una frenata brusca, fuori in strada, seguito dal cozzo disastroso del
metallo che impatta contro qualcosa di solido. Grida che sembravano arrivare da un altro
mondo riempirono la notte, e in un attimo stavamo correndo tutti fuori.
«Inzendi! Inzendi!» gridava il cameriere indicando le fiamme che ondeggiavano a cento
passi da noi. Sorgevano dal profilo scuro d'un camion finito di traverso, la cabina arenata
sul marciapiede. La gente che accorreva laggiù, più che prestare soccorso sembrava
danzare intorno alle lingue di fuoco.
I due zaptiè correvano avanti a noi con i moschetti automatici spianati, gridavano:
«Fermi! Fermi manenalte!» in mezzo a urla in lingua tigrina che sembravano bestemmie.
«Ditemi cosa succede», gridò Spada con la voce che impennava, ma il Capitano era
troppo impegnato ad aprire la fondina soffiando a tutta forza nel fischietto per invocare
rinforzi.
«Siete armati, voi due?» s'informò quand'ebbe la pistola in mano.
«Ma che dite?»
«Allora fuori dai coglioni! A terra, lontani!» ordinò indicando il muro delle abitazioni,
poi scaricò in aria il primo colpo. «Zaptiè, fuoco!» urlò nella notte. «Alzo zero!»
Le fiamme lambivano i grandi ombrelli delle palme allineate fra le due carreggiate, e
mentre mi affrettavo ad ubbidire, vidi il meticcio inginocchiarsi venti passi avanti a me per
prendere la mira.
Lo schiocco del colpo singolo non si distinse neppure, ma l'uomo gridò «Preso!», si alzò
e riprese a correre piegato in avanti.
«È pieno di negri armati, laggiù…» mugolò Spada con la testa fra le mani. «…Gente del
CLAOR!»
«…Cosa?»
«La resistenza, cazzo! Se ci trovano qui, pensano che siamo con il Capitano.»
Resistenza?… Merda zaniboni!
Sentivo il cuore battere nelle tempie, mentre ripiegavamo curvi verso il ristorante, e alle
nostre spalle risuonavano a distesa le raffiche dei moschetti automatici.

I pompieri del porto erano ancora alle prese con le manichette per spegnere le foglie
delle palme cadute in fiamme sull'asfalto.
Per fortuna il camion aveva a bordo poca benzina, ed erano riusciti a estinguere le
fiamme prima che il serbatoio esplodesse. Ora il veicolo era sghembo e semicarbonizzato,
come un grande sipario scuro in grado di ostruire la strada, e Spada scattava foto ricordo
agli zaptiè in posa con aria grave di fianco alla fila di uomini uccisi. Il corpo del
camionista, invece, era ormai in viaggio verso l'obitorio.
Stando alla ricostruzione del Capitano, la resistenza non c'entrava. Era stato solo un
incidente: il camionista era uscito di strada per non travolgere un ragazzo in bicicletta.
Senza successo, a giudicare dallo stato dei rottami. Non appena era sceso a terra, si era
visto circondato da una folla inferocita, quegli stessi banditi che ora giacevano senza vita
sull'asfalto.
Solo due o tre erano stati colpiti nella mischia. Gli altri erano stati messi al muro e
giustiziati con una raffica: dopo, avevo visto con i miei occhi il Capitano chinarsi su un
uomo della sua stessa età, sussurrargli qualcosa all'orecchio e dargli il colpo di grazia con
la pistola.
«Tornate in albergo tutti e due», venne a dirci. «Ma prima, Spada, consegnatemi quel
rullino.»
«Mancano tre pose», protestò debolmente, ma il Capitano gli allungò un buffetto.
«Si fa sempre pregare, questo ragazzo.»
«Lasciatemelo finire, almeno, così ve le regalo tutte. Vi faccio qualche scatto insieme.»
Mi ripugnava finire in una foto davanti a una fila di cadaveri, così domandai se ci
potevamo spostare sull'altro lato della strada.
«Dài, così vengono anche i pompieri sullo sfondo», approvò Spada.
Scattammo un ritratto in posa e uno mentre chiacchieravamo. Per l'ultima foto ci
posizionammo di fianco al tronco carbonizzato d'una palma, poi il Capitano pretese il
rullino: non appena si fu riavvolto, Andrea aprì lo sportello della macchina e ci fu un
passaggio di mano.
«Un bianco e sette negri morti», riconsiderò il militare mentre faceva scivolare il rullino
in tasca. «Niente da dire. Avete preso una serata storta.»
Prima che ci mettessimo alla difficile ricerca d'un taxi, volle stringerci la mano.
«Buon rientro all'Asmara», ci augurò. «Starete più tranquilli, scommetto. E voi,
Pellegrini, ricordatevi di Montuori!»

La mattina dopo, Spada in albergo non c'era più.


Aveva saldato la propria stanza all'alba ed era uscito con tutta l'attrezzatura, lasciando
detto che sarebbe tornato a prendermi entro l'ora di pranzo.
Per quanto domandassi, il portiere insisteva che se n'era andato da solo.
All'una cominciavo a preoccuparmi sul serio, poi lo vidi arrivare sorridente, la macchina
fotografica al collo, e gli domandai se per caso non fosse ammattito.
«Dopo il diverbio di ieri sera col Capitano, non so cosa aspettarmi», misi in chiaro.
«L'hai visto che qui vanno per le spicce. Ma tu cosa hai combinato, fuori all'alba?»
«C'è una luce magnifica, a quell'ora. Sono tornato al mare dal Negus. Ora sì che ho finito
il lavoro.»
Qualcosa non mi tornava, a cominciare dal suo sorriso furbesco.
«Non era finito ieri, il servizio?»
«Non le ho più, quelle foto», confessò candido.
«E chi le ha?»
«Lo stesso carabiniere che ha le foto con le sise al vento delle ragazze di ieri in spiaggia.»
Doveva aver giocato un tiro al Capitano, ma ancora non avevo capito come.
«Lore', gli ho dato il rullino del pomeriggio! Quello col palazzo del Negus e le ragazze
dei marinai. Ce le ho io, le foto di ieri sera», mi strizzò l'occhio. «Appena ho capito che aria
tirava, ho preso di tasca il rullino vecchio, ed è stato un gioco da ragazzi dargli quello.»
«Un gioco», ripetei preoccupato. «Solo fino a quando il Capitano non sviluppa le foto e
si accorge di avere delle ragazze vive al posto dei suoi morti.»
«Saremo lontanissimi da qui, quando scoprirà che immagini ha in mano. E soprattutto,
quali ho in mano io.»
«Dimmi la verità. Cosa pensi di farci, con le foto dei morti?»
«Che devo farci? Me le tengo. Sai bene che nessun giornale le pubblicherebbe.»
«E tu rischi di farti arrestare per delle foto ricordo?» domandai poco convinto.
«Chi mi arresta? È già tutto spedito. In viaggio verso il mio laboratorio di sviluppo, a
Roma.»
«Sicuro di non avercelo ancora con te, quel dannato rullino? Perché altrimenti faremmo
meglio a buttarlo in mare.»
«Spedito», ripeté Spada trionfante. «Parola di un uomo che ha trascorso le ultime due
ore alle Poste, a spiegare a un analfabeta allo sportello come si spedisce un plico assicurato
par avion.»
«Salgo a prendere la valigia», la feci breve. «Prima ci leviamo da questa città di pazzi
violenti, e meglio è.»
CAPITOLO XII

Fra una sosta tecnica e un gregge di capre che decise di farsi travolgere appena fuori
Ghinda, il viaggio durò quasi il doppio dell'andata: riuscimmo a rientrare all'Asmara solo
quando faceva già buio.
Congedandomi da Spada, mi ripromisi di non allontanarmi dai luoghi più sicuri: le città
principali, e i loro aeroporti. La visione di quella gente uccisa in mezzo alla strada mi
turbava ancora. Volevo levarmi dagli occhi tutta quella morte, così domandai al tassista di
condurmi in via Brenta, per controllare se il circolo delle allegre fumatrici fosse ancora
aperto.
Avevo appena avuto accesso alla sala principale, quando riconobbi nella penombra
Quaglia e Venturi, accoccolati sui divani insieme a Noemi che preparava una pipa ad
acqua.
Provai l'istinto di darmela a gambe, invece nel giro di poco ero seduto a fianco del
Cavaliere che non smetteva di ridacchiare e darmi della birba.
«Così l'avete scoperto da solo, il nostro circolo ricreativo. Ma non siate adombrato se
non ve l'abbiamo indicato noi stessi.»
«Per carità», lo rassicuravo. «Non dovete giustificarvi.»
«In fondo noialtri ci conosciamo per ragioni di lavoro…» spiegò con voce impastata.
«Ma ora che siete piombato qui senza bisogno di nessun suggerimento, sento che la nostra
amicizia si farà ancora più fraterna.»
Nell'attesa che arrivasse il mio turno per aspirare dalla pipa, gli diedi ragione su tutta la
linea.
«Non è dal Governatore oppure alla Casa della stampa che si impara cosa succede
davvero all'Asmara», spiegò. «È qui dalle figliole benedette.»
«Tanto i giornalisti ci vengono tutti», osservò Quaglia. Aveva gli occhi lucidi, e mi volle
colpire con un pugno leggero sulla spalla. Poi aggiunse sottovoce: «E qualche volta anche
il governatore Sandifulli».
Noemi lo folgorò con lo sguardo, e il factotum di Venturi scoppiò a ridere.
«Che male c'è?» domandò. «Sono uomini anche i governatori.»
Alle sue spalle, su una chaise longue in midollino, era distesa a cosce dischiuse una
ragazza eritrea che indossava esclusivamente una collana realizzata con le zanne di
qualche bestia. Si accarezzava il fiore rosa senza nascondere il piacere, ma quando Noemi
si accorse di lei sbuffò scontenta.
«Sciò! Fila in stanza!» la scacciò, e mentre quella correva via, osservò indignata: «Lavora
qui da tre mesi e ancora non ha capito la differenza fra un atrio e una camera».
Quaglia sollevò le sopracciglia sporgendo il mento in avanti, e senza una parola mi
passò il tubo della pipa.
Aspirai con energia dal bocchino in legno, e sentii subito le gambe farsi molli. Chiusi gli
occhi. Stelle sorgevano dal buio. Galassie colorate.
«Avete sentito le notizie di oggi?» domandava una voce lontana. «Lorenzo!» Era
Venturi. «Avete sentito o no che razza di putiferio sta venendo su?»
«Ca-vah-lieee», balbettai nel buio, «se vi racconto da dove arrivo non mi credete.»
«L'altro ieri era qui», osservò calda e dorata la voce di Noemi, e Quaglia esplose in una
risata nervosa, come irta di stalattiti.
Riaprii gli occhi e spiegai: «Arrivo da Massaua, e stanotte è capitata una cosa orribile».
«Ahi ahi. Siete stato montato a sangue da una ciurma di Iemeniti?» indagò il Cavaliere, e
ghignò da solo.
«No, dannazione.» Aspirai ancora una volta prima di passare il tubo a Noemi. «Un
camionista ha investito qualcuno in bicicletta.» Facevo fatica a parlare. Per non
ingarbugliarmi le idee, andai dritto al cuore della mia storia: «La gente ha linciato il
camionista, e gli zaptiè hanno sparato alla gente».
«Non era un nostro camion, vero?» domandò Venturi, ma Quaglia lo rassicurò: tutti i
veicoli erano rientrati ai depositi.
«Sette, ne sono rimasti per terra. Quando tutto sembrava finito, il Capitano si è chinato
su uno di loro. Pensavo volesse confortarlo. Dirgli qualcosa. Invece gli ha sparato in testa.»
«Povero Lorenzo», sospirò Noemi. «È rimasto impressionato.»
«Lo vedete com'è l'Africa?» domandò Quaglia. Per qualche motivo sembrava contento.
«Cosa vi dicevo? Ci vuole nerbo, con questa gente.»
Non potevano capire.
«Vi è andata bene. Consolatevi con le figlie di quegli assassini», decretò Venturi.
«Bravo Cavaliere. Fatta l'Africa, facciamoci le africane!»
«Noemi, figlia benedetta, perché non fai tornare dal castigo la ragazzina? Scommetto che
potrebbe aiutare Pellegrini a stare meglio.»
«Cavaliere di nome, ma non di fatto», osservò lei aggiustandosi i capelli dietro le
orecchie. Erano così lucidi e folti che facevano pensare a una criniera. «È già la seconda
volta che il dottor Lorenzo viene qui, e ancora non si è presentato come conviene alla
padrona di casa.»
Poi si levò in piedi e mi tese la mano affusolata.
«Normalmente costo un occhio», volle mettermi in guardia. «Ma oggi offre il cavalier
Venturi.»
«Ma sì, spassatevela alla mia salute finché siete giovani», approvò lui divertito, e non
restò che lasciarmi condurre da Noemi. Poche sere prima mi era apparsa simile a una
meravigliosa leonessa. Meravigliosa lo era davvero, ma ora sapevo che delle leonesse
aveva solo il passo, non certo la nobiltà, e la desideravo meno.
Ci appartammo in una camera arredata con stampe di cinquant'anni prima, che
mostravano Eritree dai corpi esili e i seni acerbi alle prese con baffuti bersaglieri
piemontesi o napoletani.
«Piacciono a tutti, queste foto», osservò Noemi. «Ma adesso si può fare di meglio. Lo
avete già conosciuto il maestro Richard Muszak?»
«Mai sentito», ammisi. «Ma diamoci del tu, per favore.»
«Ha portato l'arte erotica un passo più avanti. Realizza veri e propri lungometraggi.»
«Vita interessante. E dove li proietta?»
«Alle feste private sono molto richiesti. Nell'ultimo lavoro del Maestro ho una particina
anch'io.»
«Così sei un'attrice», osservai mentre mi aiutava a sfilare la giacca.
«Il grande pubblico non mi conosce ancora», sospirò. «I critici non scrivono del lavoro di
Muszak, ma lui è famoso in tutto il mondo. Hanno richiesto copie dell'ultimo film persino
dagli Stati Uniti.»
L'idea che l'avessero vista nuda anche in America mi scaldò il sangue; lei mi si strusciò
addosso e se ne accorse.
«Venturi ha ragione. Devi essere una birba, Lorenzo.»
Detto da lei, suonava strano.
«Gli sei amica da molto?»
«È un brav'uomo, e l'ho visto preoccupato per le notizie di oggi.»
«Qualcos'altro di brutto?»
«Guai grossi», sussurrò senza levare gli occhi dai miei.
«Cioè?»
«Balbo, Grandi e Ciano vogliono uscire dal Partito.»
«Cose che si dicono», tagliai corto scoprendole un seno. Profumava di talco e primavera,
volli baciarlo.
«Sembra roba molto seria, invece. Ieri Pavolini li ha attaccati, loro hanno dato le
dimissioni, e oggi in Senato è successo il finimondo.»
Lavorava in un circolo ricreativo e sognava di fare l'attrice, ma si cimentava anche come
cronista politica.
«Vuoi sapere cosa succederà adesso?» mi domandò.
«Un'idea ce l'avrei», confessai mentre l'aiutavo a sfilare la sottoveste.
«Domani e dopodomani, ancora niente», sussurrò. «Le acque si calmeranno fino alla
morte del Duce, ma subito dopo… Voleranno molte teste in pochi giorni, e servirà essere
bravi per tenersi la propria attaccata alle spalle.»

L'indomani, i giornali del mattino confermavano ogni parola di Noemi.


Balbo, Grandi, il ministro dei Lavori pubblici e quello dell'Educazione nazionale erano
usciti dal governo. Un paio di altri colleghi si riservavano di farlo in giornata, e il
segretario della Conferenza mediterranea Galeazzo Ciano aveva emesso un comunicato di
solidarietà.
La crisi sarebbe rientrata, nessuno ne dubitava, ma persino il Corriere eritreo si
domandava cosa sarebbe accaduto se i «transfughi» avessero fondato un nuovo partito.
Poi tornai in me. Pavolini e i «giovani turchi» in camicia nera che avevano estromesso
dal potere la generazione dei quadrumviri non avrebbero permesso niente del genere.
Per la prima volta, mi trovai a sperare che quel vecchio trombone del Duce fosse di
tempra forte.
Dopo quel che avevo visto a Massaua, non serviva una grande fantasia per sapere cosa
sarebbe accaduto in Africa Orientale se i bianchi fossero venuti a contrasto fra loro.
Sarebbe stato il segnale della rivolta definitiva, e la repubblica fasulla voluta da Roma
sarebbe finita gambe all'aria con il suo Primo ministro di Cremona, l'inno coi versi di
Orazio, i fasci sulla bandiera, i carabinieri in uniforme bianca, le case di tolleranza, i
birrifici e i loro padroni pescecani.
Poteva essere fondamentale capire un momento prima degli altri che piega stavano
prendendo le cose. Se non era la piega giusta, potevo sempre comprare un biglietto aereo
coi soldi del giornale, e tanti saluti alla Serie Africa. Ci andasse Tosetti, poi, a fare i
reportage sportivi dalle zone turbolente.

«È tornato il grand'uomo», mi accolse Livia. «Domandami scusa, almeno.»


La guardai senza capire. Ancora una volta era sola, e forse la compagnia delle
telescriventi cominciava a darle alla testa.
«Perché hai raccontato di noi due?»
«Ma a chi?» ribattei. «Non ero nemmeno in città.»
«Come mai oggi lo sapevano tutti?»
«Perché, lo sapevano?»
«Non fare l'innocentino. Li conosco quelli come te. Se non potessero vantarsi, non
farebbero l'amore con nessuna.»
Come al solito, se c'era una pazza in giro io la conoscevo.
«Credo che ci sia un malinteso», dissi mortificato. «Non sono uno di quelli. Non ne ho
parlato a nessuno.»
«Allora sarò stata io», alzò le spalle. Mi guardò di traverso poi disse con voce meno
sostenuta: «Se io non ne ho parlato e tu neppure, allora qualcuno ci ha visti».
«Magari sentiti. Ma non mi sembra così grave.»
«In effetti non lo è», fece spallucce. Poi sistemò qualcosa sulla scrivania e attaccò a
battere a macchina ignorandomi.
«Livia.» «Che vuoi ancora?»
«Mi servirebbero i lanci d'agenzia di oggi. È importante.»
«Ah, per quello sei venuto. Prima fai i tuoi comodi, poi chiacchieri in giro, e adesso mi
tratti da segretaria.»
«È solo che ho fretta di vedere le notizie, accidenti. C'è caso che debba rientrare…»
«Mi sa che ti tocca restare in Africa», disse lei con un sorriso soddisfatto. «Alle dieci di
stamattina sono rientrate tutte le dimissioni. Per ora, è la solita bolla di sapone.»
«Be', molto meglio», dissi sollevato.
«Non avremo neppure oggi una guerra fra Italiani, a quanto pare.»
«Sembra quasi ti dispiaccia.»
«Continua quella fra Italiani e Italiane», disse cercando il mio sguardo.
«Si può anche vedere così. E tu quanto pensi di restarci, in Africa?»
«Finora sono tornata in Italia due volte. Una ogni tre anni, per le Mostre d'Oltremare.
Sto a Napoli un paio di mesi e poi me ne vengo a casa.»
«È questa, casa?»
«Oh sì. La vedo, la vita che fanno in Italia le mie sorelle e le mie cugine: recluse dai
mariti con i bambini e la suocera, già sformate a venticinque anni, sempre a occhi bassi.
Non è casa mia, quella.»
«Capisco», sospirai. «Alla fine, qui c'è più libertà.»
«Per una donna sola, di sicuro», sorrise maliziosa. «In Italia si divertono solo le ex
contesse e le mantenute. Qui, se sei bianca, è un tuo diritto.»
La guardai. Doveva avere vissuto serate difficili da immaginare.
«Per questo gli uomini hanno paura di me», spiegò con aria di sfida. «Perché sono
libera, e decido io con chi fare l'amore.»
Hai capito.
«"Paura" è una parola grossa.»
«Credi?»
«Io non ne ho.»
«Meglio così. E se stasera vuoi vedere come ci divertiamo quaggiù, vieni alla festa del
tuo amico Quaglia.»
«Festa?» domandai imbarazzato. «A me non ha detto niente.»
«Non ti conosce ancora abbastanza bene», sorrise Livia. «Avrà avuto ritegno a dirtelo,
ma sono sicuro che se verrai gli farà piacere.»
«Di solito non mi presento alle feste dove non sono invitato», dissi.
«Peccato. Sono sicura che ti divertiresti anche tu. Se ci ripensi, potresti essere il mio
cavaliere, stasera.»
«Vedremo», dissi.
«Non fare lo sciocco. Ti aspetto al caffè Impero alle nove in punto, così possiamo andare
insieme.»

Ermes Cumani si presentò in albergo a ora di pranzo.


Indossava il solito abito ormai gualcito e tempestato di macchie, come non avesse avuto
ancora modo di levarlo, ma in testa portava un panama color sabbia, e ai piedi un paio di
scarpe bicolori modello Duilio.
«Hai rapinato qualcuno?» gli domandai senza grazia mentre ci stringevamo la mano, e
lui scrollò le spalle.
«Il cappello è un regalo», precisò. Poi sfilò dal taschino della giacca un paio di occhiali
americani a lenti nere e me li mostrò con reverenza. «Questi invece sono un regalo per te.»
Anche senza custodia sembravano nuovi, e rimasi senza parole.
«Prendili», mi incoraggiò. «O non ti piacciono?»
«Non dovevi, Ermes. Grazie.»
«Giornalista», biascicò lui. Poi scoppiò a ridere e mi colpì con una manata sulla spalla.
«Fra amici, non si dice né scusa né grazie. Non lo sapevi? Dài, provateli.»
Li provai. Me li sentivo bene addosso, e mi stupii di non avere mai guardato prima
l'Africa attraverso lenti di quel tipo. Attenuavano la luce, ma soprattutto i contrasti, e
anche se guardavi i ragazzini scalzi che vendevano secchi e scope in mezzo alla strada, ti
sembrava un posto meno duro.
«E tu dove ti eri cacciato, Lorenzo?»
«Massaua, con un fotografo. Pensavamo di starci un pomeriggio, invece siamo rimasti
quasi due giorni.»
«Bel posticino, eh?»
«Fresco, soprattutto. Ma il clima è niente, rispetto a quello che abbiamo visto. C'è stato
un linciaggio in mezzo alla strada, e gli zaptiè hanno sparato. Sette morti ammazzati a un
passo dal nostro ristorante.»
«Li hai visti morire con i tuoi occhi?»
«No. Li ho visti stesi.»
«Meglio così», disse Ermes. «Dimenticherai più in fretta.»
«Non credo.»
«Allora racconta, se ne hai voglia. Io posso capirti meglio di chiunque altro. Ci vivo, in
questa cazzo di Repubblica dell'Africa Orientale.»
«Almeno tu sei bianco», sospirai.
«Il colore della pelle non sono riusciti a cambiarcelo. Ma la mia famiglia non è venuta
qui di sua spontanea volontà.»
«Deportati?» domandai sottovoce dopo un attimo di esitazione.
«Attività contro l'ordinamento dello Stato. Sulle navi c'erano socialisti, comunisti,
anarchici, ma anche famiglie intere di tirolesi e valdostani ai quali cambiare in fretta il
cognome», spiegò Ermes a occhi bassi. «Mio padre, dopotutto, la soddisfazione di rompere
una bottiglia in testa al capomanipolo del suo paese, se l'era presa. Invece quei montanari
non avevano nessuna colpa, e sono stati trattati come noi. Da nemici dello Stato.»
Pensai che ci sarebbero voluti anni, prima che in Italia si conoscesse la verità su tutta la
gente trasferita a forza oltremare. Per determinate valli, anche se ero solo una recluta di
leva, avevo la mia quota di responsabilità. Mi accorsi che cominciava a pesare.
«Il calendario atlante De Agostini parla di quarantamila espulsioni, ma inizio a credere
che si siano tenuti bassi.»
«Quarantamila», ripeté Ermes divertito. «Solo nella provincia di Harar, forse. Mi sa che
puoi aggiungere uno zero alle tue cifre e ci vai più vicino.»
«Quattrocentomila è un'enormità. È una città intera, non credo che sia possibile.»
«Molti figuravano sotto le partenze volontarie, ma sono partiti in manette. È stato un
esodo che è andato avanti quindici anni, imbarcati una notte dopo l'altra, e la gente in
Italia non se ne ricorda neppure. E io dovrei tornare fra quegli schifosi?»
Non seppi cosa rispondere.
«Forse ti farà ridere, ma per molti anni, a casa nostra non abbiamo potuto chiudere la
porta a chiave. Dovevano poter entrare per i controlli quando volevano.»
Aveva le labbra pallide e tremanti come una persona stremata dal freddo, ma i suoi
occhi erano accesi d'ira.
«E visto che anche le case vicine erano abitate da deportati, io e i miei amici siamo
cresciuti convinti che fosse una cosa normale, svegliarsi di notte per bere un bicchiere
d'acqua e trovare in soggiorno tre stronzi con la pistola che facevano domande a tuo
padre.» Poi si strofinò il naso e disse: «Pace all'anima sua. Per fortuna è morto nel suo
letto».
«Pace», ripetei.
«E senza preti vicino. Come aveva sempre sperato.»
«Ormai noi due ci conosciamo», disse il Livornese. Dovevo essere l'unico cliente che
tornava per mangiare una seconda volta la sua pizza da inchiesta. «La prossima volta,
Ermes, vi preparo il caciucco!»
Il mio compare ala destra inondava d'olio eritreo quel che restava della sua improbabile
pizza-zighinì.
Aveva mangiato a una velocità che giudicavo pericolosa, e non lasciò che il caciucco
venisse nominato invano: «Ma non è che in cucina resta dell'impasto a seccarsi? Io quasi
quasi me ne mangerei un'altra. Mi fai compagnia, Lorenzo?»
«Sono pieno», confessai. «Magari con una birra.»
«Un'altra speciale per il sottoscritto», proclamò Ermes. «E due birre. Della squadra a cui
ho fatto due gol domenica, possibilmente.»
«Abbiamo solo quella. Lo sai benissimo e fai il fanfarone. Nemmeno avessi segnato alla
Juventus.»
«L'anno prossimo», disse Cumani strizzandomi l'occhio. «O anche fra due o tre. Ma la
strada è quella giusta. Il qui presente dottor Pellegrini dice che in Italia avrei un futuro.»
«Sei il suo procuratore?» domandò il Livornese.
«Macché. Un momento dice che l'Italia fa schifo e quello dopo che vuole andarci a
giocare. Chi lo capisce è bravo.»
«Basta che non me lo porti a giocare nel Livorno», mi ammonì scherzosamente l'uomo.
«A giudicare dai risultati, abbiamo già abbastanza grattacapi senza di lui.»
Appena fu di ritorno con le birre, Ermes lo invitò a prendere posto insieme a noi.
Dopo un po' che si chiacchierava, il Livornese saltò su che voleva cantare il giro delle
osterie. Il mio amico calciatore lo accompagnò battendo le mani. Arrivati all'osteria
numero mille cominciavo ad annoiarmi. Il titolare dovette accorgersene, perché cambiò
programma e intonò un coro semisovversivo dedicato alla Garibaldi.
«La Garibaldi è il Livorno d'Africa», commentò alla fine. Ormai straparlava. «Domani
allo stadio gli si dà lezione di calcio e di canto.»
«Come di canto?»
«Quei gagà del Birra non sanno sostenere la loro squadra. Noi invece, anche se abbiamo
solo una squadra di dilettanti, la sosteniamo eccome. Sarà uno spettacolo da mettere
paura.»
«Bu!» disse Cumani.
«E sai cos'è bello?» lo ignorò il Livornese. «Che si è tutti compagni!»
«È giusto», dissi imbarazzato. Per fortuna sulla veranda della pizzeria eravamo soli.
«L'hai capito cosa sto dicendo? Di tutti quelli che vedrai domani allo stadio, di fascisti
non ce n'è punto.»
«Si sa», disse Cumani. «Quelli sono tutti per la squadra del Cavaliere. Almeno qui in
Eritrea. In Etiopia tifano Audax.»
«Be', un giorno o l'altro qualcuno gli metterà una pallottola in capo.»
«Non esageriamo», disse Cumani. «Anche se per mettergliela ci sarebbe la fila»,
aggiunse sottovoce.
«Non dico mica a Venturi», disse il Livornese. «Quello è uno fra i tanti. Le pallottole
sono prenotate per i papaveri più alti», e rise.
«Ah sì?» domandai innocente.
«La notizia arriva da Addis Abeba. Me l'ha portata Norge.»
«Basta», lo zittì Ermes. «Sei ubriaco, compagno.»
«Ti sbagli, carino. So perfettamente, quando sono ubriaco, e ora non lo sono. Volete
vederlo, il biglietto?»
«Forse è meglio se andiamo», suggerii.
«Ah, te ne lavi le mani.»
«Lui non c'entra», mise in chiaro Ermes. Poi si alzò e disse: «Andiamo a prendere un
caffè da un'altra parte».
«Aspettate, invece. Voglio capire.» Posò i pugni sul tavolo, si sporse verso di me e disse
guardandomi dritto negli occhi: «Magari ti pare giusto che venti milioni di neri siano
governati da un coglione di Cremona che li ha massacrati fino all'altro giorno».
«Non so se è giusto o no», cercai di sfilarmi. «Posso anche dirti che non è giusto. Ma non
mi occupo di queste cose, io.»
«Complimenti!» disse battendo le mani per schernirmi. «Così ci pensano gli altri. Tu sì
che hai capito tutto dalla vita.»
«Lascialo stare», si mise in mezzo Ermes. «È un amico, e non devi alzare la voce con lui.»
«Se è un amico», disse quello duro, «non lo portare più.»
Ero allibito. «Vai tranquillo che non torno», dissi, e avrei voluto aggiungere che la sua
pizza era il cibo più immondo disponibile a sud di Malta, ma Cumani mi faceva segno di
tacere.
«Fate pace, almeno», incoraggiava Ermes.
Il Livornese mi porse di malavoglia la mano enorme. Gliela strinsi in fretta, levandola
prima che tentasse di stritolarmi.
Poi uscimmo in strada. Su un muro era scritto a vernice sbiadita MUSSOLINI HA
SEMPRE RAGIONE! Cumani mi informò che i miliziani passavano di tanto in tanto a
controllare che il Livornese non osasse cancellarla.
«Molto interessante», non gli diedi soddisfazione. Poi inforcai i miei occhiali americani e
misi in chiaro che, la prossima volta, il ristorante l'avrei scelto io.
«D'accordo.»
«Guarda che begli amici mi fai conoscere.»
«È un tipo fumantino. Però sono contento che non vi siate lasciati troppo male.»
«Ah no?»
«Be', poteva andare peggio.»
«Devi avere uno strano concetto di amicizia, tu.»
«Dai che domani si va allo stadio insieme.»
«Io vado in tribuna.»
«Ma ci si diverte molto di più nei popolari, a far festa e prendere per il culo Venturi.
Non ci vieni, con noi?»
«Come no», dissi sprezzante. «In maniche di camicia e coi baffi finti da anarchico.»

In albergo trovai un biglietto d'invito prestampato alla festa futurista nella villa del
signor Federico Quaglia.
Il futurismo era nei libri di storia da trent'anni, ma l'idea suonava sempre meglio che
offrire la cena a Ermes Cumani nella trattoria di qualche altro sovversivo irascibile.
Peccato solo che, se avessi accettato, ci sarebbe stata anche Livia.
Ormai l'avevo capita. Dietro la facciata da donna libera era gelosa come tutte le altre: per
qualche motivo, voleva più di ogni altra cosa che tu non ti divertissi.
Decisi che presentarmi direttamente alla festa senza andare al nostro appuntamento
sarebbe stato un buon modo per cominciare a trascurarla. Perlomeno, quei balordi dei
futuristi sarebbero stati fieri di me.
CAPITOLO XIII

«Importante è saper distinguere al colpo d'occhio i diversi tipi di negro», argomentava


quel cattedratico calvo di cui mi era già sfuggito il nome. «Una fronte più o meno
pronunziata, il naso di tipo semita degli Abissini piuttosto che le froge larghe dei negroidi
nilotici, a indagarli con cura possono essere indizio di animo nobile come di istinti
assassini.»
«Sì, eh?» replicai senza entusiasmo versandomi altro chardonnay. «Vino?» domandai,
ma quello non rispose neppure.
«Ho tenuto una conferenza sull'argomento la settimana scorsa. Il titolo, ammetto, era un
po' goliardico: Lombroso in Eritrea, l'avevo intitolata. Non male, vero?»
«Adattissimo», dissi simulando un sorriso.
«Avevano ragione i padri dei nostri padri», sospirò il professore tormentandosi una
delle smisurate basette color cenere. «Divide et impera. Lo sa cosa si dice quaggiù? Che la
Repubblica dell'Africa Orientale è fondata sulla zizzania. Abbiamo messo Tigrini e Galla
contro gli Amhara del Negus, i Somali contro la gente di Harar, e soprattutto i musulmani
contro i cristiani. La sorpresa, vista da fuori, è che noialtri siamo amici dei musulmani. Che
ne dite, voi?»
Non si arrendeva all'evidenza: non ero un suo studente.
«Mah», esitai. «Sapevo che gli Etiopi dell'interno sono cristiani, ma non ci ho mai
pensato più di tanto.»
«Malissimo! Ponete di trovarvi a Gibuti: può salvarvi la vita, giovanotto, saper
riconoscere in anticipo un Dancalo da un Issa. E non parlo solo del Segretario alle
popolazioni, il somalo Issa Omari, che pure non è uno stinco di santo», aggiunse
malizioso.
«Dite, eh?»
«Eppure la parentela degli Issa somali con quelli di Gibuti è strettissima. Non è un caso,
se quel territorio porta il nome di Costa dei Somali fin dall'occupazione dei sedicenti
cugini. I Francesi, intendo.»
«Certo.»
Per qualche legge legata alla fluidità non infinita dei corpi mi trovavo bloccato fra quel
tanghero di professore, la parete, il tavolo dei rinfreschi e lo sfortunato colonnello Luppis,
costretto in carrozzella da piombo germanico fin dal 1944, e che quasi dalla stessa data mi
volgeva lo schienale.
«Voi avete mai avuto l'opportunità di spingervi laggiù?»
«Dove?» domandai senza più forze.
«Non mi seguite, giovanotto? A Gibuti!»
«Mai.»
«Dovreste. È assai interessante. Come d'altronde lo Iemen e la terra di Aden. Vi si può
andare in crociera, su una delle loro feluche, chiamate dhat. A voi interessa l'architettura
rupestre?»
Era chiaro. Aveva di fronte un uomo in trappola, e voleva gasarlo lentamente coi vapori
del suo nozionismo.
«Lo Iemen è la culla dell'architettura rupestre. Da Gibuti con un buon dhat basta un
giorno di navigazione. Da Massaua serviva una settimana. Allora conveniva partire da
Assab, ma il porto non ha acque abbastanza profonde per ospitare naviglio importante.»
Provava piacere a ignorare i miei fremiti di insofferenza, i miei sguardi disperati oltre le
sue spalle. Scollature, vita, danze al suono del jazz più negro.
«Invece Massaua, dopo la ricostruzione seguita al terremoto, è diventata un gioiellino.»
«Ma veramente», dissi. «Ora sì che è un posto tranquillo.»
«Prego?»
«Se sparano come nel Far West!»
«Voi la conoscete, l'etimologia del nome Massaua?»
«Temo che potrei farne a meno», considerai esasperato.
«È molto interessante, invece. Viene dal tigrino Mitsiwa.»
Forse dovevo prepararmi a fingere un malore. Qualcosa di abbastanza grave da
convincere l'attendente di Luppis a smuovere la carrozzella.
«Gli Arabi comunque la chiamano Badi. Così, se ci fosse una scritta in arabo sul
monumento ai caduti, suonerebbe così: "Badi ai suoi caduti"! Buffo, vero?»
Uh. Esilarante.
«L'avete capita, giovanotto? Badi ai suoi caduti, che io bado ai miei!»
«Federico!», presi a sbracciarmi senza ritegno non appena intravidi il padrone di casa.
«Oh! Sono qui, Federico!»
Quaglia era sottobraccio a una giovane eritrea abbigliata come una pescatrice di coralli,
con tanto di maschera da sub al collo e pugnale in vita. Quanto a lui, indossava
un'incredibile giacca in pelle di leopardo sopra una tuta aderente che sembrava di velluto,
e scarpette da piscina ai piedi. Il tocco futurista era affidato al casco da aviatore che
portava in testa, e non mi sentii a disagio per i miei abiti borghesi.
«Caro Lorenzo!» mi salutò. «Sei venuto da solo?»
«Solo», confermai tentando di sgusciare dalla marcatura del professore. «Permesso,
signore», ma quello mi seguì.
«Ti presento Jezebel», disse Quaglia. «Carina la mia pescatrice, vero?»
Doveva essere una delle giovani che avevo intravisto in via Brenta, ma non vi feci
accenno.
«Parlez-vous français?» domandò. «English? Aràb?»
«Stasera fa finta di non capire l'italiano.»
Poiché sapevo solo l'odioso francese, decisi di stare al gioco. Lei accettò il mio
«Enchanté», e dopo aver domandato il permesso a Quaglia mi esibii in un baciamano.
«Très gentil, monsieur», replicò lei. Sembrava ubriaca, ma non si sentiva odore d'alcol.
Il professore la squadrava con tanto d'occhi, e a un certo punto domandò se per caso la
signorina non avesse freddo.
«Mai», rispose Quaglia nel suo costume da uomo-leopardo. «Lo immagazzina durante il
giorno, il calore.»
«Giusto», concesse il professore. Poi i suoi occhi si illuminarono e domandò a
bruciapelo: «Sapete già cosa fanno dieci negri legati al sole nella valle del Nilo?»
«Non saprei», ammise il padrone di casa interdetto.
«È ovvio! Sudan!»
Ghignai per disperazione.
«Non l'ho capita», confessò Quaglia, poi qualcuno mi mise le mani davanti agli occhi e
Jezebel mi incoraggiò.
«Devinez, monsieur. Qui est?»
Chiunque avessi alle spalle, doveva essere una femmina. Forse un'altra ragazza di via
Brenta.
«Noemi?» domandai speranzoso.
«Conosce già Noemi?» replicò una voce nasale e piccata. Il velo cadde e vidi Livia.
«Quante donne ha già conosciuto, Lorenzo?» domandò a Quaglia mentre rabbrividivo
all'idea di averla addosso tutta la sera.
«Io non gliene ho presentata nessuna», mise in chiaro il padrone di casa.
Lei si sentì in dovere di scompigliarmi i capelli. «È nuovo di qui, fa bene a darsi da fare»,
disse comprensiva. «Non è vero, professore?»
«Indubbiamente», approvò il cattedratico. «E anche chi non lo è più, ogni tanto
dovrebbe ricordarsi di com'era. Tu, Livia, sei bravissima a farmi tornare in mente certe
cose», disse arrossendo.
«Sempre galante, il professore. Ma ancora non ho visto Venturi.»
«Stasera non viene», sorrise Quaglia. «È troppo concentrato sulla partita di domani».
«Più lui dei suoi calciatori», osservò Livia. «C'è quel marcantonio del centravanti, in
giardino, che sembra già ubriaco. Non sa tenere le mani a posto, non sa. Nemmeno
giocasse in porta.»
Rotunno. Chissà chi altro c'era.

«Alla salute del nostro amato direttore tecnico!» proclamò il portiere Nasi levando la sua
coppa di spumante.
«Sì, a Quaglia!» approvò il capitano Bartolomeo Foschi. «E al Cavaliere!»
«Un po' anche a voialtri che faticate in campo», volli omaggiarli. Se avessi continuato a
farli bere, avrebbero faticato un bel po', l'indomani.
«A noi, giusto! E in culo a quelle checche in maglia rossa!» aggiunse Rotunno nel
chiarore delle torce da giardino. Non bevve accostando il bicchiere alle labbra. Piuttosto si
gettò lo spumante in bocca e nelle vicinanze.
Di tanto in tanto il padrone di casa veniva a unirsi a noi. Raccomandava ai ragazzi di
non esagerare, ma era talmente ubriaco lui stesso da finire le ramanzine con un nuovo
brindisi.
Anche Livia beveva, più di quanto una donna avrebbe dovuto fare, e a un certo punto
Rotunno volle proclamarle il suo amore, con risultati in rima talmente goffi da far ridere
per primi i suoi compagni di spogliatoio.
«Ascolta questa», insisteva, «sei bella come la luna, un tuo bacio sarà la mia fortuna.»
«La poesia non è il tuo forte», lo rimbeccava Foschi mentre lei si schermiva e mi si
accasciava addosso. «Peccato, perché saresti anche un bel ragazzo. Se solo sapessi parlare
in italiano, sarebbero tutte ai tuoi piedi.»
«Vai a quel paese», protestava Rotunno. «Sei solo un nanerottolo. È vero, Nasi, che il
capitano è un nanerottolo?»
«Be'», considerò il portiere. «Dipende. Rispetto a noi due, ho paura di sì.»
«Avete proprio ragione», disse il capitano. «Ma dovete sapere, cari amici, che questi due
corazzieri se la sognano, una lista di conquiste come la mia.»
«Accidenti», disse Livia sorreggendosi al portiere per sfilarsi le scarpe. «Sembrate sicuro
del fatto vostro», e io versai altro spumante nei calici.
«Perché non parlate più?» Foschi provocò i compagni. «Avete due musi lunghi, adesso.»
Nasi e Rotunno si guardarono complici, poi il portiere annunciò: «Mangio il bicchiere, se
non vuole tirar fuori un'altra volta la storia di Clara Calamai».
«Sì, ho avuto una storia con lei», disse Foschi con noncuranza. «Breve, ma ce l'ho avuta.»
«Ma di che anno sei?» domandai.
«Aveva vent'anni più di me. Ce li ha ancora, suppongo.»
«Lui era un ragazzino», spiegò Rotunno.
«Racconta, su», lo invitò Livia. «Questa voglio proprio sentirla.»
«Non c'è granché da dire. Da ragazzo, mentre giocavo nelle giovanili della Lucchese, mi
guadagnavo il pane lavorando in albergo da uno zio. La mattina stavo in albergo a
Montecatini, e il pomeriggio andavo al campo d'allenamento in città. Insomma, una sera
arriva la Calamai. Da sola. Aveva trentott'anni, ed era la donna più splendida che avessi
mai visto. Meglio che al cinema, signori.»
Era una storia che doveva avere raccontato molte volte nello spogliatoio, ma Nasi e
Rotunno lo ascoltavano esterrefatti.
«Be', io fui cortese e lei cominciò a volermi bene. Si faceva scortare a passeggio da me
per Montecatini, e immaginatevi le facce dei miei amici. Restò da noi una settimana, e mi
raccontava le sue pene d'amore poi mi diceva che avrei avuto un futuro nel cinema.»
«E non ci hai provato, poi?» domandò Livia eccitata.
«Un calciatore professionista, bimba, non ha tempo per la vita da damerino», rispose
mentre il calice gli ballava in mano.
«Scusa, eh», disse lei risentita. «Giocavi anche in Italia?»
Foschi la guardò con lo stesso sprezzo che doveva riservare ai novellini della squadra
primavera quando la combinavano grossa.
«Bimba, il qui presente ha esordito da professionista a diciannove anni. Quattro stagioni
in A mi sono fatto, con Viani in panchina e gente che è finita a giocare nel Torino, o in
Nazionale.»
«E allora come mai sei finito quaggiù?» domandò Livia senza riguardo.
«Quando avevo venticinque anni siamo finiti in B, e quello stesso anno mi sono fatto
male. Dicevano che dovevo operarmi, ma io non ho voluto. Conosco troppa gente che è
entrata in ospedale con un problema come il mio ed è uscita zoppa.»
«Io li odio, i dottori», lo appoggiò Rotunno.
«Poi è arrivata la proposta di Quaglia per venire quaggiù. Stipendio fisso, fascia da
capitano e nessuna insistenza perché mi operi.»
«Ma se il dottore dice che devi…» obiettò Livia.
«Io preferisco tenermi il dolore e continuare a giocare. Per le operazioni c'è tempo più
avanti.»
Era un discorso che avevo già sentito fare, e non mi stupii fino a quando Foschi non mi
puntò l'indice sotto il naso.
«Non sai quanto aspetto il giorno in cui viaggeremo insieme verso l'Italia. Sono cinque
anni che non gioco laggiù, e qualcuno si stupirà di vedermi di nuovo a Roma.»
«Sì, capitano», disse Rotunno ammirato. «Li lasceremo tutti a bocca aperta, quei
cornuti.»
«Che ore si sono fatte?» domandò Nasi. «Il Cavaliere non sarà contento, quando
imparerà che abbiamo fatto tardi.»
«Se siamo a casa di Quaglia! E domattina possiamo dormire quanto serve», lo rassicurò
Foschi. «Sei peggio di mio fratello», aggiunse. «Foschi Secondo, la vigilia della partita, va a
dormire con le galline.»
«E non fotte neanche quelle», aggiunse Rotunno. «Ecco perché è il cocco del Sergente.»
«Ha un approccio clericale allo sport», riassunse il fratello maggiore. «Parola di mister
Viani, che l'ha inquadrato alla perfezione già dalle giovanili.»
«Col fatto che Viani conosce bene Bartolomeo, in Italia ci rispetteranno», osservò Nasi.
«Magari lo rivuole con lui a Milano, e noialtri restiamo fregati, orfani del giocatore più
forte», replicò Rotunno scuro in volto.
Per quel che ne capivo era semplicemente impossibile, ma Foschi disse: «Non vi lascerei
nemmeno se mi volesse la Juventus. A trent'anni, il mio traguardo è tornare in Italia per il
Sette repubbliche. E provare a vincerlo con questo branco di africani dalla pelle bianca»,
disse colpendo Rotunno con un pugno alla spalla.
«E smettila!» protestò lui con voce ottusa. «Mica fa ridere.»
«Io e Foschi Secondo siamo gli unici a sapere cosa significa giocare in Italia», proseguì il
capitano. «In squadra ci sono parecchi ragazzi nati qui, che l'Italia l'hanno vista solo da
turisti.»
«Io sono arrivato a sette anni», disse Rotunno. «Non è che me la ricordo granché. Solo la
spiaggia di Pescara, mi ricordo.»
«Povero», disse Livia, e lui la prese sottobraccio. Poi la guardò meglio e la sollevò come
fosse una bambina.
«Sei bella», dichiarò mentre lei scalciava, e gridava di lasciarla. «Andiamo a farci un
bagno insieme.»
I ragazzi ridevano, e Rotunno partì a correre fra gli invitati con Livia in braccio. «Siamo
sulla spiaggia de Pescara», gridava. «Largo, gente!»
Se anche avessi voluto fermarlo, non ne avrei avuto il tempo: in un attimo aveva
travolto una mezza dozzina d'invitati, e ora solo un corridoio sgombro lo separava dal
bordo della piscina che occupava il fondo del giardino.
«Non buttarmi», strillava Livia.
«Mica ti butto. Entriamo insieme», annunciò Rotunno, e si lanciò piedi avanti nell'acqua.
Nonostante l'ondata che si sollevò, la piscina pareva ancora piena, e in men che non si
dica si erano tuffate anche la pescatrice di coralli amica di Quaglia e un paio di altre
ragazze.
«Tutti così i centravanti», notò Foschi mentre si scioglieva la cravatta. «Agiscono
d'istinto.»
«È il loro mestiere, no?»
«Già. Mai che ne abbia conosciuto uno più intelligente d'un piccione.»
Come fosse stato sparato il colpo del «via!», ora in molti si spogliavano, pronti a
riempire di carne il piccolo specchio d'acqua.
Quando vidi il professore che mi aveva perseguitato all'inizio della festa correre in
calzini e mutande verso Quaglia, e domandare compassato se il nudismo integrale era
ammesso, ripiegai senza rimpianti verso l'interno della villa.
«Vedi, Lawrence, i gusti stanno cambiando. Oggi le ammucchiate sono il vizio segreto di
tutti genti borghesi. È così anche in Francia e in America, credime.»
Sarebbe potuto essere mio padre, eppure portava occhiali sovradimensionati da
cantante, una giacca color tabacco dalla gessatura rosa e scarpe da bowling ai piedi: se lo
diceva lui, dovevo crederci per forza.
«E allora io cosa faccio? Film sui genti borghesi che scopano!» rise Richard Muszak
scuotendo la frangia decolorata. «Così loro li vogliono vedere sempre», confidò
stringendosi addosso a Noemi.
Questa volta, nonostante il travestimento da monaca sexy, era proprio lei.
«Siete un genio, Richard», dissi sinceramente ammirato. «Davvero, siete il più avanti di
tutti.»
«Mister Pavolini me ha proibito di lavorare in Italia», sospirò quell'uomo che aveva
iniziato la carriera nel Pacifico come cineoperatore dei Marines. «Però qui in Africa se
lavora bene. E mister Pavolini se fa sempre mandare i miei film.»
Per un attimo mi domandai se li guardava da solo, con qualche amante o semplicemente
in compagnia della sua signora.
«A Parigi e in altri paesi, i miei film vanno sempre nelle sale di cinema», considerò
Muszak. «Apriranno anche in Italia, prima o poi. Cinema riservati agli adulti, of corse.»
«Come a Pigalle», dissi per non sembrare fuori dal mondo.
«Bravo, Lawrence! Questa bella signorina, a Pigalle è famosa», rivelò carezzando la
coscia di Noemi.
«Complimenti», sussurrai imbarazzato.
«Ha grande talento», disse Muszak. «È una ragazza naturale, e ai genti borghesi piace
vedere Noemi scopare», disse allungando un bacio tenero sulla guancia di lei. «Anche a
me piace, e mese prossimo, se ce danno i permessi, facciamo film insieme in Congo.»
«Davvero?»
«Lo screenplay ho già scritto tutto. Storia di una padrona di miniera molto chic che vive a
Brazzavilla e suona pianoforte, e quando marito è lontano, lei scopa sempre minatori
negri.»
Lo indicai strizzandogli l'occhio: aveva fatto centro un'altra volta.
«Corpo di negri è ancora tabù, in Europa e United States. E allora a genti borghesi piace
pensare che sua molie scopa negri. E qui in Africa ce n'è tanti felici di lavorare… Come si
dice… Gratis!»
Se fra i guai di avere una moglie, dovevo anche contare che un giorno mi sarebbe
piaciuto vederla sudare insieme ai minatori del Congo, facevo troppo bene a restare
scapolo.
Noemi pareva pensierosa, adesso, ma Richard Muszak non ci fece caso.
«Vedi, Lawrence, tutti noi siamo curiosi. È naturale, e non dovremmo vergognarse. Però i
genti borghesi se vergognano, e così il futuro non è di grandi cinema, ma di piccoli cinema
privati dove puoi vedere da solo tante volte tutti i film che vuoi. Anche quelli con tua
molie che scopa tuo amico, o i minatori neri. È il futuro, Lawrence.»
«Come i proiettori che hanno in casa i ricconi?» domandai.
«Quasi! Serve proiettori più piccoli!» disse sollevando gli occhiali sulla fronte. Aveva
uno sguardo celeste e mobile in cui saggezza e follia parevano coesistere senza traumi.
«Capisci, my friend? Quando riescono a fare proiettori piccoli piccoli e cinema entra
dentro tutte le case, dopo anche prete, operaio, signorina per bene, tutti possono vedere
senza vergognarse film di scopare.»
In teoria non sembrava impossibile.
«Non sarà un bel mondo», domandò Noemi ringalluzzita, «quello in cui ognuno potrà
vedermi nuda in casa propria?»
Sussultai.
«Penso di sì», ammisi. «Alla fine, a me farebbe piacere.»
«Per nostri figli sarà normale», considerò Muszak stringendosi nelle spalle, poi dal
giardino salì un vocio allarmato.
«Smettetela!» si sentiva gridare. «In nome del cielo, qualcuno li fermi!»
Mi alzai senza troppa fretta. Ormai ne avevo sentite abbastanza perché un litigio potesse
turbarmi.
«Anche di gente che si picchiano, piace molto i film», considerò Muszak. «Amici miei
dell'Ohio li pagano bene. Peccato non avere l'attrezzatura».
Noemi ci precedette entrambi alla finestra.
«Brutto stronzo decadente», gridava qualcuno nel mucchio di gente seminuda che
ondeggiava intorno al centro della mischia. «Io li curo come figli e tu me li rovini.»
«Ma è Federico, quello per terra!» esclamò Noemi coprendosi la bocca. Poi gridò a pieni
polmoni: «Lascialo stare, brutto ricchione!»
La scena si congelò, e io riuscii a distinguere in quella marea di volti stupiti gli occhi
ribaltati di Quaglia, sdraiato sull'erba nel suo completo da uomo-leopardo, e quelli furiosi
del Sergente che gli stava a cavalcioni sul petto per schiaffeggiarlo con più agio.
«Cosa hai detto?», domandò sollevandosi lentamente in piedi mentre indicava la nostra
finestra. «Che cos'hai detto, Noemi?» La voce gli tremava. «Dimmi che ho solo sognato, di
sentire quel che hai detto.»
«Il Sergente non è un borghese», disse Noemi per farsi sentire da tutti. «Per lui il corpo
dei neri non è un tabù. In squadra non li vuole, ma a letto è diverso.»
Quello si fece paonazzo fino alle stempiature, e anziché rispondere lasciò andare un
ruggito disumano. «Ti ammazzo, puttana! Vengo su e ti ammazzo con queste mani»,
gridò, e mentre Rotunno e il portiere Nasi lo cinturavano d'urgenza, Richard Muszak
annuiva come assistesse a una dimostrazione scientifica.
«Lo vedi, Lawrence? Il Sergeant arrabiato perché se vergogna di ammetere quel che a lui
piace», fu il suo commento da specialista. «Tipicale dei gay problematici.»
CAPITOLO XIV

Quaglia si presentò al nostro appuntamento sotto l'albergo con venti minuti di ritardo.
«Dobbiamo sbrigarci», spiegava ancora pallido per gli stravizi della nottata. Aveva gli
occhi cerchiati, e il naso gonfio di botte ricordava un frutto maturo. «C'è anche il
governatore Sandifulli, e Venturi non sopporterebbe di vederci arrivare tardi.»
L'indomani avrei lasciato per sempre la città: non temevo l'ira del Cavaliere.
«Bel casino, ieri sera», dissi per stuzzicarlo mentre salivamo in macchina.
«Il Sergente può ringraziare che non ho reagito», sbuffò girando la chiave. «Bisogna
sapersi dominare.»
C'era riuscito benissimo, ma non glielo ricordai.
«Io proprio non la capisco, la violenza. Un conto è in guerra, ma che bisogno c'è di
pestarsi in tempo di pace? Lo sapete che l'anno scorso, dopo la partita contro la Garibaldi, i
tifosi si sono picchiati?»
«Capita, quando si incontrano due squadre della stessa città», minimizzai.
«A centinaia? Mai capitato prima, qui. Se le sono date di santa ragione fuori dallo stadio
e alla stazione delle corriere. Per questo oggi ci sarà la Milizia schierata.»
«Schierata dove?»
«Fuori dallo stadio», rispose sorpreso. «Dove devono andare, in mezzo al campo?»
«Chissà, forse l'arbitro si sentirebbe più tutelato.»
«In che senso, Pellegrini?»
Dai tempi della «velina della Befana» del 6 gennaio '39, i direttori di gara erano stati
sottratti in buona parte al nostro giudizio: «Nelle cronache delle partite di calcio e nei
commenti sul Campionato, non sfottere gli arbitri», recitava quella disposizione che ogni
cronista sportivo conosceva a memoria. Dovevo ritenerla valida anche per la Serie Africa,
ma a voce potevo sentirmi più libero. «L'arbitro di domenica scorsa sembrava alle prime
armi», dissi in tono di confidenza. «Speriamo di vederne uno migliore, oggi.»
«Dalla Vida è un ottimo direttore di gara e un galantuomo. Del resto, lo conoscerà a
pranzo.»
L'arbitro e il Governatore ospiti di Venturi non lasciavano presagire nulla di buono.
«Eppure siete in trasferta», insinuai mentre svoltavamo sotto il concessionario della
Piaggio. «Gli avversari non hanno nulla da ridire?»
«Cosa volete che dicano? Il Cavaliere ospita tutti sulla terrazza del miglior ristorante
d'Eritrea. Quelli della Garibaldi, al massimo, potevano offrire un piatto di riso nel
sottoscala che impiegano come sede.»
Speravo intensamente che in Etiopia, grazie all'altitudine e alla nostra presenza meno
capillare, si respirasse un'aria diversa, ma per qualche motivo non riuscivo a
convincermene. Tipi così dovevano infestare ogni angolo della Repubblica associata.
«È una squadra tenace, per carità», corresse il tiro Quaglia. «Ma si rendono conto anche
loro di non poter fare le nozze coi fichi secchi.»
«Così oggi si vince facile», lo solleticai. «Il Sergente cosa ne dice?»
«Se proprio volete saperlo, dottore, dice che dobbiamo radere al suolo quella banda di
comunisti», disse Quaglia guardandomi con una serietà che non mi piacque.

Al pranzo del Cavaliere, donne da illudere e poi trascurare non ce n'erano. Solo le mogli
ormai incartapecorite dall'età del nostro anfitrione e dei suoi colleghi industriali, più un
paio di temibili zitelle imparentate in qualche modo con il governatore d'Eritrea Guido
Sandifulli, fratello epicureo di quel Paride Sandifulli che, a cavallo di un «maiale», aveva
silurato a morte la corazzata Orléans all'ancora nella rada di Algeri.
Se esisteva un'intellighenzia antifascista all'Asmara, non era rappresentata: intorno a me
vedevo solo colonialisti fuori dal tempo, ex avventurieri nativi di Castelraimondo e
Montefiascone, e pescecani dell'industria bellica che rimandavano in cucina il raffinato
zighinì dello chef per avere in cambio 'na sacrosanta cofana de bucatini.
Contro ogni aspettativa, mi trovai quasi subito al centro dell'attenzione. Le vecchie
incartapecorite ci tenevano ad ascoltare notizie fresche dall'Italia. Si era almeno un po'
ripreso, il Duce? Era vero come si diceva che Pavolini aveva in mente di violare la
sovranità vaticana? E il povero re Umberto? Cosa si sapeva di lui e del bel principino di
Napoli?
Umberto non era più re da un pezzo, e il principe ormai adulto combinava danni
proporzionati al lignaggio nel suo esilio d'Oltralpe. Questo dovevano saperlo bene, ma la
loro idea dell'Italia era congelata a vent'anni prima.
Ancora non si rassegnavano che in Patria ci si fosse liberati di casa Savoia, senza
ascoltare l'avviso dei leali sudditi d'Africa Orientale.
«Al referendum del '46, qui in Eritrea, la monarchia ha avuto il settanta per cento dei
voti», recriminava Venturi controllando le reazioni del Governatore. «Eppure il Re l'hanno
tolto anche a noi. Mica giusto. Non ce l'hanno neppure lasciato ospitare all'Asmara, povero
Umberto.»
Macché ospitare. Quella volta il Duce aveva fatto davvero la cosa giusta: dopo che gli
Italiani avevano scelto la Repubblica, aveva stupito il mondo restituendo un brandello di
Savoia ai Savoia a brandelli.
Nonostante il pronunciamento negativo del Gran consiglio, aveva concesso a Umberto
di governare su Gamberi e i suoi sobborghi, la cosiddetta «zona II» della Savoia occupata.
Per tre anni, milleottocento chilometri quadrati di campi e pascoli erano tornati ad essere
indipendenti, sotto il nome e la croce bianca in campo scarlatto degli antichi signori. Stato
sovrano di Savoia: un Paese più piccolo del Lussemburgo, privo di un esercito e fitto di
banche, amato solo dai collezionisti di francobolli e dagli appassionati di araldica, che vi
potevano acquistare senza troppe difficoltà titoli nobiliari un tempo preclusi. La farsa era
andata avanti fino al 14 luglio del '51, quando una sollevazione popolare aveva disarmato
l'unica compagnia della Guardia civica, domandando a gran voce la riunificazione con
Parigi. Le nostre divisioni stanziate nelle Alpi Pennine si erano ben guardate
dall'intervenire in difesa dei deposti monarchi: Gamberi era tornata francese, e noi ci
eravamo tenuti stretti la «zona I» con i valichi alpini, Castro Alberto e la riva meridionale
del Lemàno. A Umberto e i suoi non era rimasto che rifugiarsi a Ginevra, proprio come il
Negus.
«Mi corre obbligo di ricordare che il fu Vittorio Emanuele, suo figlio e il traditore
Badoglio hanno tentato di concludere una pace ingloriosa con la Germania pur di
rovesciare il regime fascista», sospirò il Governatore in tono neutrale come se leggesse.
«Fosse per loro l'avremmo persa, la Nostra guerra.»
Restò in silenzio per controllare che nessuno obiettasse, poi aggiunse: «Però a Roma non
possono farci niente, se qui il sentimento monarchico è ancora molto diffuso».
«In Eritrea», puntualizzò Venturi. «Siamo fedeli, noi della colonia primogenita. Non
come quei voltagabbana che fanno affari ad Addis Abeba. Loro hanno giurato fedeltà al Re
come me e voi, ma se ci parli adesso, in cuor loro erano repubblicani da sempre.»
«Abbiamo dovuto accettare anche passi dolorosi», concesse il Governatore amareggiato.
«Sono indispensabili per andare avanti.»
«Non ditelo a me che son camicia nera da una vita: chi non avanza è perduto», proclamò
Quaglia con voce ebbra. «Però bisogna ammettere che la nostra Repubblica è nata un po'
troppo in fretta.»
«Diciamo sotto l'urgenza degli eventi», corresse timidamente il governatore Sandifulli.
«Adesso il Governatore mi farà arrestare, ma non importa», annunciò Venturi
sollevando il calice. «Alla salute di re Umberto! Sempre avanti Savoia!»
«Per cortesia, Cavaliere!» lo implorò Sandifulli mentre le signore ridevano della trovata
anti-istituzionale, e altri capitani d'industria si univano gravi al brindisi. «Non è proprio il
caso!»
Ripensai all'edicolante che mi aveva regalato la cartolina della Garibaldi. A quell'ora
doveva trovarsi in sede per il pranzo sociale con i giocatori, fra scodelle di riso e canti da
denuncia. Non mi ero mai occupato di politica, ma mi sorpresi a invidiarlo.

La tribuna coperta dello stadio Amba Galliano ospitava tifosi di entrambe le squadre,
mescolati a grandi gruppi.
Riconoscevo quelli della Garibaldi dai fazzoletti rossi che sventolavano, ma
osservandoli meglio mi resi conto che erano tutti in maniche di camicia. Qualcuno si era
portato dietro la famiglia, e c'erano intere file di posti occupate da bambini di cinque o sei
anni con il panino in una mano e la gazosa nell'altra.
Poi vennero aperti gli ingressi della tribuna popolare di fronte a noi, e in pochi istanti la
gradinata deserta si colmò di gente. Entravano a fiumi, sventolando fazzoletti e bandiere
rosse, e qualcuno si affannava a fissare striscioni alla balaustra inferiore: ai lati del
Garibaldi Club Centrale si erano disposti la sezione del quartiere Settantotto e quella di
Ghezzabanda, mentre il settore alla nostra destra era occupato da un lungo rotolo di carta
sul quale avevano verniciato la scritta: «Garibaldi prima squadra d'Eritrea. Forza ragazi»,
con una Z sola.
«Analfabeti», si gridava dalle mie vicinanze. «Tornate a scuola!»
Quando furono tutti sistemati, presero a levarsi canti scanditi da un battimani continuo,
come se avessero deciso di intimorirci cantando. Intonarono la marcetta «Garibaldi fu
ferito», e quando arrivarono a «soldà» si lasciarono cadere tutti insieme sulle gradinate,
come centrati dal raggio della morte.
«Ma cosa fanno?» domandò Venturi. «Credono di essere in osteria?»
In un attimo erano di nuovo in piedi, pronti a riprendere: «E la camicia rossa, e i
pantalon turchin, evviva Garibaldi e i suoi Garibaldin!»
Di rado in Italia avevo visto qualcosa del genere, e nemmeno Quaglia sembrava
abituato.
«Si sono organizzati!» sussurrava risentito. «Sembra una coreografia… Un balletto di
merde che vanno su e giù!»
Poi levò le braccia e gridò: «Facciamoci sentire, camerati! Questo è il nostro stadio!»
Non smise di agitarsi finché non individuò un gruppo di militari, che ammaestrò perché
intonassero il coro «Bir-ra, bir-ra».
All'ingresso in campo delle squadre, la tribuna dell'Amba Galliano sembrava una barca
di pazzi alla deriva: non appena sorgeva un coro, subito se ne levava un altro di segno
opposto per coprirlo; volavano coriandoli e stelle filanti; i bambini litigavano e c'era chi
fraternizzava a distanza con sconosciuti compagni di fede, poi si affannava a raggiungerli
per non restare isolato in mezzo ai sostenitori avversari.
Il saluto alla tribuna dei giocatori in maglia rossa, dieci bianchi e un nero con il numero
11 sulla schiena e regolari scarpe ai piedi, fu salutato con applausi misti a fischi. Non
appena si volsero verso i popolari gremiti, però, da quel settore si levò una sorta di ruggito
selvaggio che li incitava alla battaglia. I giocatori in maglia rossa salirono tutti in piedi
sulla balaustra, come per ricevere l'ultimo abbraccio dei tifosi, e la folla li coprì di
coriandoli e stelle filanti.
Gli uomini di Venturi, invece, erano usciti sul campo rasati e pettinati come attori, e la
leziosa tenuta da trasferta nera con la banda arancio li faceva apparire un po' troppo
compiaciuti. Dispersi per il terreno, gettavano di continuo lo sguardo verso la gradinata
scoperta.
«Non guardateli. Quei sovversivi non esistono», gridava Quaglia con le mani a
megafono.
Quando Rotunno e i fratelli Foschi si spinsero al limitare del campo per salutare la
tribuna mi apparvero nervosi: se pure il capitano si sforzava di tendere i pettorali e
sorridere, qualcosa in lui aveva già cominciato a presagire le difficoltà in agguato.

Dalla Vida era di Cannaregio ma arbitrava all'inglese: sembrava disposto a tollerare


ogni genere d'intervento tranne i colpi di pistola, e nell'applicare questa linea di condotta
era assolutamente imparziale.
Dopo pochi minuti, il numero 2 della Garbaldi aveva un braccio al collo e un suo
compagno zoppicava in maniera penosa, eppure a nessuno era ancora stata notificata
un'ammonizione.
Le botte a centrocampo da calcio fiorentino e i mezzi placcaggi fuori area non avevano
propiziato fin lì una singola rete, ma lo spettacolo, nelle sue accezioni più grottesche e
violente, non era mancato.
I dilettanti in maglia rossa si immolavano su ogni pallone, respingendo di petto e di
ginocchia le bordate d'assaggio di Foschi Primo da fuori area. Giocavano chiusi nella
propria metà campo, pronti a resistere all'assedio, e il Birra Venturi spingeva con tutti e
dieci gli uomini.
Ogni volta che il cuoio transitava nei pressi del numero 11 della Garibaldi, Tesfaye
Gherrù, l'unico africano in campo nel derby dell'Asmara, applausi e versi della scimmia
raggiungevano il parossismo.
Verso il quarto d'ora, Rotunno lesse in anticipo le carte alla difesa, entrò in area
travolgendo lo stopper e tirò corto sul palo più vicino. Il portiere col berretto di panno si
tuffò senza esitazioni, e il pallone respinto di pugno schizzò alto come lo zampillo d'un
idrante impazzito.
Vidi lo scricciolo Salvatore Nunzio scrutare il cielo, interrogare quell'ombra nera che
scendeva daccapo verso il terreno e chiamarla a sé. Si preparò ad accoglierla, con la gioia
rapace dei numeri dieci piccoli di statura quando nessun difensore avversario è in vista.
Già presagivo lo stop al volo e la palla piazzata nel sacco di giustezza, quando notai il
terzino destro della Garibaldi lanciato alla disperata verso di lui. Non guardava la palla.
Nunzio se ne accorse e tentò un saltino senza speranze per anticiparlo di testa. Tutto lo
stadio li vide impattare cranio contro cranio e cadere sull'erba come due sacchi vuoti.
«Che capocciata», notò Quaglia senza scomporsi. «Fortuna che il nostro scricciolo ha la
testa dura.»
I due potevano anche essere morti, ma l'arbitro Dalla Vida fece segno di proseguire il
gioco. Dal suo punto di vista, si era trattato di un banale contatto involontario.
«Oh, arbitro!» protestò Venturi. «E la punizione?»
Poi ci guardò sbigottito e domandò: «Cos'è, matto? Non ce la dà, la punizione?»
La tribuna rumoreggiava, divisa, e intanto le maglie rosse della Garibaldi tagliarono il
campo con tre passaggi. Quando Tesfaye Gherrù ricevette palla, davanti aveva solo lo
stopper e il portiere, ma gli mancò il coraggio di concludere in velocità. Mentre imbastiva
una finta laboriosa, il mediano del Birra gli arrivò addosso da dietro e lo sollevò col
pallone e una discreta zolla d'erba.
Nasi ghermì il cuoio, il giocatore nero si rialzò sconsolato e Dalla Vida trovò adatto
replicare alle sue proteste mimando un innocente contrasto spalla contro spalla.
Al capo opposto del terreno, Salvatore Nunzio e il libero della Garibaldi erano stati fatti
rialzare, e vagavano rintronati all'altezza della tre quarti.
Non era una partita granché tecnica, eppure non mi stavo annoiando: ero sempre più
curioso di sapere se sarebbero riusciti a finirla in piedi tutti e ventidue gli uomini.

Fu lo stesso Venturi, all'intervallo, a trascinarmi sottobraccio fin dentro il bar della


tribuna.
«Bella partita maschia», sospirò. «Ma se non segniamo in fretta, è un guaio. Dobbiamo
segnare il nostro punto e chiuderci a testuggine.»
Si faceva largo fra i tifosi in sciarpa arancio come un pastore fra le pecore, e io gli
andavo dietro rivolgendo a destra e a manca sorrisi di scuse.
«Che notizie ci sono dell'Audax, Dario?» domandò al barista quand'ebbe raggiunto il
bancone.
Dario era un tipo alto e magro con il volto delicato, e disse che purtroppo non c'erano
notizie di sorta. «Oggi giocano a Moyale, e il ponte radio fa i capricci.»
«Be', fanne due dei miei», ordinò Venturi senza interpellarmi. «E dimmi delle scimmie
in pigiama.»
«San Giorgio due, Macallè zero», disse il barista. Poi aggiunse: «Doppietta di Aregai», e
non mi parve del tutto dispiaciuto.
«Quelli ci piombano addosso in classifica», scosse la testa il Cavaliere. «E intanto
l'Audax ci scappa, porca l'oca.»
«Su, che ci sono ancora quarantacinque minuti da giocare», lo consolai mentre Dario mi
osservava obliquo, uno shaker ammaccato già in mano.

Verso la metà del secondo tempo una freccia rossa traversò il campo. Era il mediano
della Garibaldi, un magretto dalla faccia di bambino che si era messo a correre come
avesse dietro una mandria impazzita. Sgusciò fra due avversari dentro un'urgenza che gli
impediva di pensare, si allungò la palla una volta, due, saltò senza rallentare l'ultimo
difensore e tirò in corsa.
Il cuoio, svirgolato d'esterno, si librò in aria preda di un effetto minaccioso. Il portiere
Nasi di Senigallia saltò a pugni chiusi incontro al pallone che minacciava di scavalcarlo.
Forse chiuse gli occhi, o rimase abbagliato da un riflesso, perché non lo sfiorò neppure.
Per un attimo parve congelato in aria, sostenuto a un braccio dal suolo dalla forza tellurica
del suono: migliaia di voci unite in un grido di speranza.
Il cuoio gli rimbalzò sulla sommità del capo e rotolò perfido in rete.
Nasi si ritrovò a quattro zampe sul prato spelacchiato dello stadio Amba Galliano. Si era
fatto male a un polso, e a giudicare dall'onda di tifosi della Garibaldi che si riversavano
verso la parte bassa della gradinata, il suo intervento non doveva essere stato efficace.
«Goool! Goool! Goool!»
Foschi Primo reclamava con l'arbitro, ma una rete così non avrebbe potuto annullarla
nemmeno il buffone in giacchetta nera della settimana precedente.
In tribuna, qualcuno lanciava in aria i cappelli, qualcuno i figli più piccoli terrorizzati, e
tutti sembravano abbracciarsi tranne Quaglia, il Cavaliere e pochi altri.
«È tornato Garibaldi!» gridava come un ossesso un omone in tuta da ferroviere.
«Beccatevi questa, pescecani!»
«Bella segnatura, no?» infierii con Quaglia come sognavo da giorni.
«Quello smidollato di Nasi!» mormorò gelido. «Lo dico da mesi che ci serve un altro
portiere.»
«Nasi non ha colpe», dissi per il puro gusto di dargli contro. «È la difesa che se l'è
lasciato scappare.»
«Ga-ri-bal-di! Ga-ri-bal-di!» scandiva l'esercito dalle bandiere rosse assiepato di fronte a
voi. Era uno spettacolo che faceva venire la pelle d'oca, ma a guardare il Cavalier Venturi
ti rendevi conto che a qualcuno faceva davvero male.
«È un bastardo!» inveiva pallido. «Gli faccio tagliare le palle dal giardiniere, gli faccio!»
«Gli presentiamo il conto, stavolta», lo rassicurava Quaglia, ma non era dato sapere se la
potenziale vittima fosse il portiere o qualcun altro.
«Calmatevi, Cavaliere», gli raccomandai quando mi parve agitarsi troppo per un uomo
della sua età. «Non è ancora finita.»
«Avete ragione», considerò. «Quanto manca, di grazia?»
«Venti minuti.»
Sospirò come avesse in petto dei barattoli, poi chiuse gli occhi e per un attimo si resse a
Quaglia.
«Mi gira la testa, Federico», disse. «Vedo tutto a puntini», e fece per sedersi.
«Volete uscire, Cavaliere?» domandò Quaglia allarmato, mentre lo faceva accomodare
sulla poltroncina.
«No», ringhiò quel vecchio terribile. «Voglio che quegli ingrati figli di mignotta facciano
in fretta due gol. Altrimenti l'anno prossimo, giuro che lo passano davanti a
un'imbottigliatrice.»

Solo al settantesimo l'arbitro Dalla Vida ritenne di ammonire il gigante Rotunno e il


libero della Garibaldi che si prendevano a sputi dall'inizio del secondo tempo.
Quando Salvatore Nunzio, ancora confuso per la testata di prima, svenne in campo
mentre correva da solo, i giocatori in maglia rossa esultarono e incitarono il pubblico. Con
soli venti minuti residui, un gol di vantaggio e la superiorità numerica da sfruttare, quel
derby rischiava di restare negli annali del club: mentre due barellieri portavano in
infermeria lo scricciolo di Caserta privo di sensi, gli screanzati della Garibaldi non
smettevano di abbracciarsi come avessero segnato un secondo gol, e questo fermento
antisportivo non giovò all'atmosfera sugli spalti.
«Li vedete, dottore?» indicava Quaglia come una marionetta slogata. «Sono o non sono
delle cacche travestite da calciatori?»
Adesso la gradinata scoperta sembrava un gigantesco animale pronto ad assaporare il
suo pasto.
Il governatore Sandifulli e il suo seguito levarono il disturbo prima ancora che Dalla
Vida facesse riprendere il gioco.
«Ma restate», li implorava, inascoltato, il Cavaliere. «Qualcosa si inventeranno, i miei
ragazzi!»
«Se posso darvi un consiglio, venite via anche voi», disse Sandifulli allargando uno
sguardo apprensivo sulla marea di bandiere rosse, e i capannelli di aficionados della
Garibaldi che non smettevano di sventolare i fazzoletti a pochi metri da noi.
«Ma no, io resto», disse Venturi affranto. «Ospite di merda», sibilò mentre il
Governatore si allontanava. «Quando c'era da riempirsi la pancia è rimasto fino alla fine!»
L'arbitro aveva decretato una punizione per il Birra Venturi sulla trequarti sinistra, in
posizione troppo decentrata perché qualcuno sano di mente si attentasse a tirare
direttamente in porta.
Calciò Foschi Primo, scodellando per Rotunno al centro dell'area. Il prestante numero 9
saltò aprendo i gomiti come se dovesse prendere il volo. I due uomini che tentavano di
marcarlo si portarono nello stesso istante le mani al volto, mentre quel gigante in volo si
protese per cogliere il cuoio al centro della fronte.
Nel silenzio che all'improvviso era sceso sullo stadio, tutti riconobbero il suono
esemplare del colpo di testa portato senza esitazioni.
A differenza di Nasi, però, il portiere della Garibaldi tenne gli occhi bene aperti.
Respinto a due pugni, il cuoio s'impennò per ricadere sul ventre di uno dei difensori a
terra. Lo vidi contorcersi per il dolore e la sorpresa e, mentre la palla rotolava a pochi
palmi da lui, Foschi Primo se ne impadronì. Calciò lento e preciso verso il palo più
lontano, e questa volta il portiere non poté farci niente.
La palla tese il sacco, Dalla Vida indicò il centrocampo, e la metà finora silenziosa della
tribuna esplose di gioia.
«Uno a uno!» mi piombò addosso Quaglia come un orso da circo impazzito. «Avete
visto, dottore?» mi scuoteva fra le sue braccia, e volle anche stamparmi un bacio in fronte.
«Smettetela!» lo frenavo. «Mi fate paura.»
Quanto al Cavaliere, il malessere di prima l'aveva abbandonato del tutto.
«Bir-ra Ven-tu-ri!» scandiva a gran voce battendo le mani sopra la testa come un
capoclaque, le ciglia umide e le lacrime che gli rigavano le guance.
Poi, in una delle prime file, un marinaio in divisa colpì con un cazzotto il ragazzo che gli
stava a fianco. Quello finì gambe all'aria prima ancora che potessimo capire qual era stato
il casus belli. Intervennero gli amici del ragazzo, i militari li presero a male parole e in un
attimo si stavano già picchiando in dieci o dodici.
«Polizia! Zaptiè! Milizia!» invocava Quaglia, ma intanto non muoveva un passo,
ipnotizzato dallo spettacolo delle manate e dei berretti bianchi che volavano come petali
nel vento. «Hanno aggredito un gruppo di marinai!»
Solo una volta, a Genova, avevo visto gruppi numerosi picchiarsi dentro uno stadio. Un
club intero di Sampdoriani contro una decina di portuali rossoblu che gli avevano portato
via la bandiera. Una brutta scena, ma almeno lì non c'entravano le forze armate.
C'era gente che si allontanava verso i lati della tribuna e bambini che scappavano. In
breve intorno al gruppo dei litiganti si fece il vuoto.
Entrarono di corsa i miliziani in camicia nera, distribuendo manganellate nel mucchio.
Quando ebbero tramortito i più accesi, presero sottobraccio un paio di ragazzi e un
marinaio che ormai aveva addosso solo i pantaloni e, senza tanti discorsi, li trascinarono
via.
«Bel lavoro», commentò Quaglia. «Rapido e preciso», ma buona parte del pubblico
fischiava le Camicie nere, e una voce gridò loro dietro: «Puzzate di merda, teste di morto!»
Un'altra cosa che negli stadi italiani avevo visto succedere di rado.

Fra le botte in campo e quelle in tribuna il tempo era volato, e mancavano pochi minuti
ai tre fischi.
I giocatori di Venturi ormai sembravano privi di forze, incapaci di inseguire quella
vittoria che li avrebbe tenuti in testa alla classifica.
Bartolomeo Foschi smistava sulla fascia, ma l'ala restituiva subito palla. Allora il
capitano tentava la soluzione corta per il libero. Due passi di questi e apertura in
orizzontale per il mediano che, viste le maglie rosse in arrivo, la passava direttamente al
portiere.
«Ma cosa fanno quegli spastici?» li insultava Venturi facendo ondeggiare il parrucchino.
«Difendono il pareggio? All'assalto, dobbiamo andare! Come contro gli Austriaci, boia
d'un boia!»
I giocatori della Garibaldi erano aperti a mezzaluna per tutta l'ampiezza del campo,
come se volessero lentamente asfissiare gli avversari nella propria area. Quelli, anziché
sparare la palla in avanti, indugiavano nelle retrovie fasciati dalle funeste maglie nere da
trasferta, con passaggi sempre più azzardati sul limite del disastro.
Foschi Primo tentò la sortita personale, ma dopo l'intervento pulito e deciso del numero
6 avversario, si trovò a correre senza più la palla: il cuoio viaggiava per tocchi morbidi in
direzione opposta, come sospinto dal vento del destino, una brezza i cui effetti il
sottoscritto ha riconosciuto in parecchi stadi.
I giocatori del Birra erano stanchi e appagati, quelli della Garibaldi in superiorità
numerica e più lucidi nel palleggio. Ma detto così non significa un bel niente, tranne che
per il mio direttore e i lettori di Stadio.
La verità è che lo spettro della sconfitta ormai era calato sui favoriti di giornata.
Foschi Primo combatteva da solo, mentre la Garibaldi si era dimostrata una squadra e
forse, grazie ai suoi tifosi, qualcosa di più che un semplice undici di calciatori.
Fin lì li aveva sostenuti la fede, e quando ottennero un calcio d'angolo in zona Cesarini
corse in avanti anche il portiere, senza più berretto e pronto a saltare.
La palla scese sull'area girando su se stessa come l'asse attorno a cui ruota il mondo. Il
portiere della Garibaldi saltò più alto di tutti e spizzicò il cuoio di testa verso il predone
Tesfaye Gherrù in agguato sul limite dell'area.
La palla calciata nella mischia piegò la mano di Nasi e gonfiò il sacco.
Dalla Vida indicò il centrocampo, e fu come se l'angelo avesse chiamato per nome i
giocatori della Garibaldi fra gli eletti: li vedevi rotolarsi abbracciati e piangere in ginocchio
sull'erba, mentre Rotunno correva imbestialito verso il portiere di Senigallia.
«Sì, è tornato Garibaldi! Schifosi pescecani monarchici! Ci avete ancora nostalgia di
quella checca di Umberto, vero?» gridava paonazzo l'omone in tuta da ferroviere.
«Raggiungetelo in Svizzera, allora, che qui nessuno sentirà la vostra mancanza!»
Doveva essergli costato tenere le mani a posto mentre a pochi passi da lui si picchiavano
con i marinai, e adesso si sfogava.
I fazzoletti rossi ricadevano fra le teste del pubblico, e crocchi di amici si abbracciavano
a quindici e venti insieme, formando strane testuggini da cui si levavano grida di «Viva la
Repubblica! A mare i savoiardi merdosi!»
«A mare voi con i cadaveri di Gramsci e Matteotti!» replicava fuori di sé un ragazzo con
la coccarda arancio del Birra Venturi. «Vi fuciliamo nella schiena, comunisti di merda!»
Se la Milizia non si fosse sbrigata a tornare in forze, c'era da scommettere che avrebbero
ricominciato a darsele nel giro di poco.
«È la disfatta!» rantolava Venturi, nascondendo il volto fra le mani.
Quaglia gli cinse amorevole le spalle.
«Ma no, ma no. Su, che possiamo rifarci nelle prossime giornate», lo rassicurò scoccando
un'occhiata per controllare se sorridevo.
«Secondo me c'era un fallo in mischia», mi finsi pensoso. «È stata un'azione davvero
poco chiara.»
«Andiamocene», intimò mentre cominciavano a volare monetine e le famiglie si
addensavano verso l'uscita. «Non è bene che il Cavaliere resti qui.»
In effetti Venturi, piegato a metà sul seggiolino com'era, ricordava la vittima di una crisi
d'appendicite.
«Maledizione a loro e alla mia squadra di ingrati. Prima della fine ci passeranno davanti
anche le scimmie in pigiama del San Giorgio, volete scommettere?»
«Andiamo, Cavaliere», insistette Quaglia carezzandogli una spalla. «Vi fa solo male,
restare qui».
«Brutti disgraziati… Dopo tutto quello che mi sono cavato di tasca, mi ripagano con
questa figura di merda. Perdere il derby di fronte alla stampa italiana… Ma come hanno
fatto?»
«Indegni e ingiustificabili», rincarò la dose il factotum. «Sono anche riusciti a prendere
gol dall'unico negro in campo.»
Allora Venturi si risollevò in fretta come l'avesse punto un calabrone, e minacciò con
voce strozzata: «Una settimana all'imbottigliatrice e una a guidare i camion. Per tutto
l'anno prossimo. A quei disgraziati farà un gran bene, ve lo dico io!»
Repubblica associata dell'Africa Orientale, 1960
PARTE SECONDA
Addis Abeba
CAPITOLO XV

«Che tristezza comprare il giornale quando non parla di te», mormorò Ermes mentre ci
allontanavamo dall'edicola del Merkat.
«O quando non ci scrivi», aggiunsi.
Insieme al Corriere d'Etiopia mi pesavano sottobraccio Sport Littorio e l'ultimo numero di
Ettore della Xa: ad Addis Abeba le riviste di fronda come Futuro fascista non si trovavano
così facilmente.
«Non farla lunga», m'incoraggiò Ermes. «E favorisci Sport.»
Eravamo nel bel mezzo di uno dei mercati più grandi d'Africa, premuti da una babele
che sciamava in tutte le direzioni carica di ritagli di stoffa, cesti di frutta e scatolame.
«Proviamo a sederci da qualche parte», proposi. «Esisterà un caffè decente?»
«Purché ti adatti», sospirò. «Se cerchi i tuoi posticini eleganti da viso pallido, qui rischi
di trovarti male.»
«Ne basterebbe uno pulito.»
Lo scalpicciare di migliaia di piedi scalzi manteneva perennemente in quota la polvere,
che sembrava ricoprire ogni mercanzia esposta sui banchi: una patina impalpabile,
grigiastra, era depositata sulle schiere di sandali risuolati con la gomma dei copertoni,
sulle pile di secchi e bacinelle, ma anche sui pesci di fiume dall'occhio sgomento e sui
tranci di carne, che finivano per sembrare già infarinati.
Grazie alle indicazioni di Ermes, cominciavo a orientarmi in quel caos di popoli: ormai
distinguevo da solo le fisionomie scavate degli Amhara, la vecchia etnia dominante dalla
pelle ambrata e il naso curvo e sottile dei semiti. Che indossassero camiciotti di cotone o
fossero avvolti nella sciamma, gli uomini portavano calzoni bianchi a metà polpaccio simili
a quelli dei cavallerizzi, ampi sopra il ginocchio e stretti sotto.
Poi c'erano i Galla, considerati nella vecchia Abissinia dei Negus pagani selvaggi da
schiavizzare. Li riconoscevi dalla carnagione bruna e dall'ovale del volto, privo delle
spigolosità bibliche dei loro ex padroni, ma soprattutto dallo sguardo e dalle movenze: se
gli Amhara avevano una fierezza ieratica, quasi disincarnata, da sacerdoti o indovini, i
corpi dei Galla sembravano raccontare solo di fatica e battaglie.
Addis Abeba era sorta nella seconda metà dell'Ottocento al confine fra i territori degli
antichi padroni e quelli dei vecchi servi, che preferivano continuare a chiamarla Finfinné.
Dal 5 maggio 1936, l'equilibrio fra le etnie era garantito dai mitra spianati dei carabinieri
nazionali in uniforme candida con la coccarda tricolore sul casco: ce n'erano ogni poche
centinaia di passi, ciascuno insieme a due sottoposti di colore, quegli stessi zaptiè che
avevo visto in azione a Massaua.
Lo spiegamento di forze faceva apparire il luogo sicuro anche ai turisti europei, che
sciamavano allegri dietro alle solerti guide della Consociazione turistica. Andavano a
caccia di artigianato africano, e ne vedevi che trattavano sul prezzo d'un bracciale, mentre
altri facevano incetta di tele dipinte a sfondo religioso.
«Non ci starebbe un incanto, nella casa di Rapallo?» domandava una matrona,
mostrando un'icona al marito, un tanghero alopecioso col cappellino grigioverde
dell'Associazione combattenti. «Dice Clezia che il naif etiope va tantissimo, quest'anno.»
«Chiedici quanto vuole», sospirò lui ignorando il bambino in calzoncini che lo fissava
supplichevole, la mano tesa. «Certo che ormai ti sei comprata mezza Africa, ziu
scanchignà!»
«Bella gente ci spediscono qui», considerò Ermes. Poi mi indicò una vetrina sulla quale
era verniciata la scritta «tosti» nel nostro alfabeto, e chissà cosa in lettere amariche. «Pensi
che per uno spuntino possa andare?» domandò cauto.
«Purché abbiano il caffè.»
«Quello in Etiopia non manca mai. Semmai manca l'acqua.»
Sollevò le braccia come un soldato che guadi col fucile, e s'immerse nel traffico di
fattorini, clienti, potenziali borseggiatori e donne con i piccoli di casa al seguito.
Gli andai dietro come facevo ormai da quarantott'ore: per l'esattezza da lunedì mattina,
quando il cavalier Venturi e il suo factotum mi avevano fatto la sorpresa di presentarsi in
stazione, per augurarmi buon viaggio e donarmi il gagliardetto della squadra. Invece, mi
avevano trovato al binario insieme a Ermes.

«In che senso viaggerete con questo rifiuto della società?» aveva domandato Quaglia
sottovoce. Mi era parso turbato in modo sincero. «È un insulto all'ospitalità del Cavaliere,
e in secondo luogo alla mia… Un vero scandalo.»
«Non siete l'uomo che credevo, Pellegrini», aveva sibilato Venturi, furioso. «E io che vi
ho aperto tutte le porte.»
Mi veniva in mente solo quella della stanza di Noemi, però lo avevo ringraziato lo
stesso: «Ho molto apprezzato, invece. La vostra ospitalità è stata squisita».
«Che scandalo», ripeteva Quaglia senza badarmi. «Ci siamo allevati una serpe in seno.»
«Ma perché dite così?»
«Quel pezzente mi ha mancato di rispetto», aveva risposto Venturi indicando Ermes,
che se ne stava in disparte a fumare come se la scena non lo riguardasse. «Non dovreste
rivolgergli la parola, e scommetto che gli pagherete persino il biglietto del treno.»
«Ma no», avevo mentito. «Il biglietto se l'è pagato da solo. L'ho incontrato qui, ed è stato
lui a insistere perché viaggiassimo insieme. Cercate di capire il mio imbarazzo…»
«Pensavo potessimo diventare amici», gemeva Quaglia stropicciando il gagliardetto.
«Credevo vi foste affezionato alla squadra. E invece, al primo rovescio in campo, ve ne
andate a braccetto coi nostri nemici.»
Non c'era stato verso di rabbonirli.
«Ma ci rivedremo, banderuola», aveva minacciato il Cavaliere mentre montavo dietro a
Ermes sulla predella del vagone. «E sapete dove? Sull'aereo che ci porterà in Italia a
giocare il Sette repubbliche! Allora sarete costretto a scrivere dei bravi arancioni d'Eritrea!»
«Calmatevi, Cavaliere», aveva tentato di placarlo il factotum. «Ci guardano.»
«Me ne fotto! Vinceremo di nuovo lo scettro e voleremo al torneo di Roma! Alla faccia
vostra, Pellegrini!» mi aveva gridato contro paonazzo.
Appena chiuso lo sportello, l'aveva tempestato di manate isteriche.
«E parti, treno di merda! Portali nel paese della dissenteria e della lebbra! A rotolarsi in
quel porcile coi loro amici negri!»
Sotto quella pioggia di colpi e maledizioni, l'espresso transabissino si era messo in
marcia, e la vecchia locomotiva Ansaldo aveva trainato i sei vagoni attraverso l'altopiano
eritreo, il Tigrai e l'Amhara dal cielo immenso, mondi interi di cui non avrei imparato
quasi nulla.
Adigrat, Macallè scalo, Macallè centrale, piano orizzontale di Mai Ceu: tutti posti che
per il sottoscritto sarebbero rimasti nomi sulle mappe, luoghi la cui realtà era nascosta ai
miei occhi dalle facciate tutte uguali delle stazioni, le grandi cisterne dell'acqua e i dorsi
curvi dei capannoni industriali.
Però mentre il treno correva fra una stazione e la successiva, oltre il finestrino che
andava coprendosi di polvere rossiccia apparivano terrazzamenti fertili e piantagioni. Mi
rassicurava il costruito candido delle aziende agricole ai piedi delle ambe spoglie e
squadrate come balocchi di giganti, ma anche il magro frutteto presidiato da una semplice
casa colonica, e persino l'orto che il casellante coltivava a pochi metri dal suo prefabbricato
in vista del passaggio a livello. Viaggiavamo fra angoli di paradiso inframmezzati da
lunghe gallerie, e mentre gli insediamenti dell'uomo bianco si facevano sempre più precari
e distanti uno dall'altro, provavo una sensazione vertiginosa, come se lo spazio si
allargasse intorno a noi, o ci stessimo facendo piccini.
Quelle nuvole che migravano altissime nel cielo azzurro e oro dovevano essere state
l'ultima visione agli occhi di mio cugino, e mi dispiacque non sapere dov'era sepolto. Sua
madre e la mia non potevano più raccontarlo, e il mio vecchio non lo sentivo da troppo
tempo. Forse, se avessi fatto una ricerca al Comando supremo dell'Africa Orientale, sarei
riuscito a scoprirlo e avrei potuto portargli almeno un fiore: da quando era partito,
nessuno della famiglia era ancora riuscito a farlo.
Mentre il treno sferragliava avanzando in trincea, avevo raccontato a Ermes di lui e del
tarbusc che non mi aveva mai fatto avere.
«Mi spiace che sia andata così, ma tuo cugino non è il solo», aveva considerato. «Stiamo
viaggiando su binari sporchi di sangue. E la maggior parte non è sangue italiano.»
«Ci ho pensato spesso, sai. Rischiamo di essere la prima generazione da molto tempo
che diventa vecchia senza combattere.»
«Ho capito che non ci tieni, Lorenzo, ma questo è ancora da vedere.»
«Se ormai ho più di trent'anni. Prima che chiamino me, ne deve capitare una davvero
grossa.»
«Sì, la nostra guerra.»
«Contro chi, stavolta?»
«Leggi qui», disse levandosi un biglietto dal taschino della giacca. Me lo porse con un
sorriso gelido. «Lo tengo sempre con me.»
Sul cartoncino era incollato un ritaglio di giornale.
L'aviazione concepita come cavalleria d'inseguimento. Vere e proprie cariche di velivoli si
avventarono lungo le carovaniere, incalzando i fuggiaschi ai guadi, dispersero le colonne,
perseguitarono i fuggiaschi con la mitragliatrice e la carabina.
«Che razza di roba è? Ricordi di guerra d'un aviatore sadico?»
«Sì, il segretario del Partito», ghignò. «Sua Eccellenza Pavolini, Dio ce ne scampi, ha
combattuto da queste parti.»
«Chissà se Quaglia l'ha incrociato.»
«Non credo. I gerarchi come lui preferivano rischiare il minimo e muoversi in aereo.»
Andai avanti a leggere: la conquista dell'Etiopia era descritta come una gigantesca
battuta di caccia con gli Abissini al posto delle gazzelle.
Fulminata, una generazione giaceva sui tratturi dell'altopiano.
Così chiudeva, trionfante, l'ex giornalista culturale ed ex squadrista che Mussolini aveva
voluto come suo erede.
«Cosa può pensare di lui la gente di qui?» aveva domandato Ermes mentre gli restituivo
il biglietto. «E a fare il primo ministro dell'Africa Orientale ci hanno mandato quel genio di
Farinacci. Un bestione che, in quella stessa campagna contro il Negus, si è fatto saltare una
mano mentre pescava.»
«Non era rimasto mutilato in battaglia?»
«È quel che ha fatto credere. Si è anche guadagnato una decorazione al valor militare,
ma la verità è che ha combinato tutto da solo.»
«Stai dicendo che si è fatto saltare la mano apposta?»
«Non apposta. Qui lo sanno tutti com'è andata. Durante una gitarella in barca fra
gerarchi, faceva il simpatico con le bombe a mano: levava la sicura e aspettava fino
all'ultimo prima di lanciare in acqua.»
«Bel modo di pescare.»
«Si divertiva così, ma alla fine una bomba più intelligente delle altre è scoppiata in
anticipo… Bum! E ciao mano! Pensa che bella scena!»
«Ma porca lercia…»
«Adesso si comporta come fosse il negus bianco di Addis Abeba. Ha piazzato i suoi
amici, i vecchi squadristi come Bontempi, a prendere la decima sugli appalti di ponti e
strade, ed ecco la gloriosa Africa littoria.»
Avevamo lasciato da poco Dessiè quando due giovani diaconi copti si erano seduti nel
nostro scompartimento. Per un po' li avevamo seguiti di sottecchi mentre leggevano
ciascuno la propria copia della Bibbia in italiano. Mentre il convoglio traversava la
desolata palude fra Passo Trento e Passo delle Scimmie, erano sprofondati entrambi in un
sonno senza rimedio.
«Piangono che il governo li ha spennati, e intanto viaggiano in prima classe», aveva
protestato Ermes. «C'è qualcosa che non mi torna.»
«In venti secoli avranno pur messo qualcosa da parte.»
«Sì, qualcosellina…»
«Perché ce l'hai con loro? Da piccolo ti hanno obbligato a fare il chierichetto?»
«A te, forse», aveva risposto seccato. «Mio padre quando li vedeva si toccava sotto.»
«T'i propri un magnaprit.»
«Cos'è? Arabo?»
«Mai sentito dire "Libera Chiesa in libero Stato"? Be', ora sono liberi tutti e due.»
«Secondo me, sotto sotto li ami. Come Aaron Melchiades.»
«Aaron chi?»
«Il presidente del San Giorgio. Prima delle partite chiama il prete a fare la predica.»
«Devoti, questi Etiopi.»
«Già, ma lui è greco di Salonicco. Bianco come noi due, ed ebreo di nascita. Suo padre
era un incaricato d'affari dell'Impero ottomano arrivato qui ai tempi della regina Zaoditù,
e non appena il ragazzo è stato abbastanza grande l'ha portato con sé ad Addis Abeba. E
lui c'è rimasto.»
Greco fra i Turchi. Ebreo fra i Cristiani. Bianco in Africa: la biografia di Aaron
Melchiades sembrava perfetta per un personaggio di Ettore della Xa.
«Non ho mai capito se crede davvero al Dio dei cristiani, o se invece è molto
intelligente», aveva ripreso Ermes considerando i due religiosi addormentati. «Per come
vede lui la faccenda, è importante che la squadra si identifichi con l'anima più profonda
del Paese, e ti assicuro che funziona. Per la gente, quelli del San Giorgio sono più che
semplici calciatori. Sono eroi come il santo che uccise il drago. Delle specie di paladini.»
«Questo signore sembra saperla lunga. Di cosa si occupa, a parte il calcio?»
«Legge molti libri.»
«Si vede che ha tempo.»
«Ha la sua età. Ormai la ditta di famiglia è nelle mani di suo figlio. Logistica. Muovono
navi cariche di container fra Italia, Africa e Israele.»
«Servirà un bel po' di personale per stare dietro a tutto.»
«Anche questo non ho mai capito», aveva considerato Ermes. «Se i Melchiades sono solo
ricchi, o ricchi sfondati.»
Il treno ci aveva scaricato a mezzanotte in punto nella nuova Stazione centrale di Addis
Abeba, forse il progetto più ambizioso di Piacentini. Dal grande fotomosaico dedicato alla
missione civilizzatrice di Roma, lo sguardo del Duce dominava l'atrio degli arrivi che i
tubi al neon illuminavano a giorno.
Anche a quell'ora c'era traffico di viaggiatori e facchini, senza contare i procacciatori di
clienti per i taxi in attesa all'esterno.
Che ci credessi o no, eravamo arrivati in una città di un milione d'abitanti, lambita dalla
foresta e posta a capo d'un territorio sterminato.
E adesso che ci ero proprio in mezzo, anziché pasteggiare nel confortevole quartiere
europeo disegnato da Le Corbusier, avevo valicato senza indugi viale Toselli, il confine fra
la città dei bianchi e l'azzardo, e seguivo Ermes verso una tavola calda dalle precarie
condizioni igieniche nel cuore del Merkat. Come il più imbecille dei turisti a caccia di
colore locale e amebe.
Ci sedemmo a un tavolino lurido, proprio sotto la vetrina con la scritta «tosti». Dopo
uno sguardo sommario ai panini rinsecchiti e a quelli fradici di salsa che agonizzavano in
bella vista, ordinai un semplice caffè. Ermes invece si sbilanciò con un cappuccino e due
uova strapazzate.
«Festa grande per la flora intestinale», commentai a mezza voce appena il padrone si fu
allontanato.
«Ti preoccupi delle uova?» domandò spavaldo. «Ma fai bene, viso pallido. Tu mica ci sei
cresciuto, in Etiopia.»
«Guarda che cazzo di mosconi dietro quella vetrina. Se li mangiano loro, i panini.»
La lingua gli schioccò dubitativa contro il palato. «Mica li mangiano. Se guardi bene, ti
accorgerai che ci volano intorno solo per trovare un nido comodo per le loro larve. Il
tepore della mollica è l'ideale.»
«A raccontarla a casa, sembrerà una barzelletta.»
«Ah, te l'ho già raccontata quella del giornalista che muore di dissenteria?»
«Impiccati, Ermes.»
Poi aprii Sport Littorie sulla pagina dei risultati.

Abissinia Dire Daua – Marittimo Mogadiscio 1-2


Audax Addis Abeba – Starace Gondar 4-0
Etiocaffè Harar – Missionaria Moyale 2-2
Ferrovieri Macallè – San Giorgio Addis Abeba 0-3
Fiamme Nere Gibuti – Massaua 1905 1-1
Garibaldi Asmara – Birra Venturi Asmara 2-1
Goliardo Addis Abeba – Atletico Dessiè 1-0
Leopardo Mogadiscio – Sparta Addis Abeba 3-3

L'Audax era passata in testa con 37 punti, e il Birra si era fatto raggiungere a 36 dal San
Giorgio. Con sole tre giornate da giocare, le altre arrancavano ancora sotto quota 30,
troppo lontane per impensierire il terzetto di testa.
«Aregai ha segnato in rovesciata», disse Ermes indicando la foto con la formazione al
completo del San Giorgio incorniciata sopra la cassa.
«E tu come lo sai?»
«Non parlavano d'altro, al Merkat», sorrise. «Se penso che in questo esatto momento,
all'Asmara, Venturi avrà in mano una copia di questo giornale… Starà mangiandosi il
parrucchino!»
«Il Birra è sempre lì», osservai. «Non sono ancora finiti, mi pare.»
«Prima sconfitta da mesi, prima volta che si trovano qualcuno davanti. Non li hai visti
alla stazione? Hanno i nervi a pezzi e cominceranno a sbagliare anche le cose più facili.»
«Sembri molto sicuro.»
«Fidati, viso pallido: questo torneo se lo giocheranno Audax e San Giorgio. Se hai
scommesso sul Birra, puoi già piangere i tuoi soldi.»
«Non ho scommesso un bel niente», sbuffai. «Comunque, questo posto è da inchiesta. Li
hai visti i dolci?»
«Sono esemplari da esposizione», scrollò le spalle. «Una specie di catalogo. Se vuoi una
torta così, te la rifanno fresca.»
Forse a Ermes pesava essere ospite in casa di un amico mentre io avevo preso alloggio
all'Hotel Europa, un nome rassicurante e quattro meritate stelle: ventilatore, radio,
telefono e frigo in stanza, più il munitissimo Comando supremo dell'Africa Orientale a un
tiro di voce.
«Non è che mi porti in questi posti di merda per una forma di vendetta?» gli domandai
diretto. «Lo fai per farmi digiunare, vero?»
«E mangia. Mica te lo impedisco.»
«Non potevamo pranzare al mio albergo? Te l'ho detto che paga il giornale.»
«Che palle, però.»
«O a casa di Toros.»
«Poveretto», disse mentre mi sottraeva Sport. «Già ha commesso l'imprudenza di
ospitarmi, almeno non gli faccio scompiglio in casa.»
Toros era un tipografo armeno, ex terzino dell'Ararat, che si era rifiutato di continuare
quando alla squadra era stata imposta la fusione con lo Sparta. Con Ermes si erano
conosciuti anni prima, in campo, e mi era parso di capire che non l'ospitasse per la prima
volta.
«Senti qui», cambiò discorso, e piazzò un dito unto sulla carta ancora vergine di pagina
15. «I crucchi impestati dell'Eintracht giocano stasera contro i Rangers.»
Sbirciai anch'io: l'altra semifinale di Coppa dei campioni vedeva di fronte il Barcellona e
l'invincibile Real di Puskas e Di Stefano.
«Vedrai che la coppa va a Madrid anche quest'anno», dissi.
«Da quel porco di Franco?» domandò Ermes. «Spero nel Barcellona. O negli scozzesi.»
«Mi sa che c'è poco da sperare.» «Forse sottovaluti il fattore campo.»
«In che senso?»
«La finale si giocherà a Glasgow, in mezzo a centocinquantamila ubriachi in gonnellino,
e magari il Real si mette paura.»
Arrivò il mio caffè, ma avevo occhi solo per la schiuma malata che navigava sul
cappuccino di Ermes, e la rinsecchita carta geografica sui toni del giallo che il gestore gli
stava spacciando come uova strapazzate.
«Vuoi davvero introdurre nel tuo corpo quella roba?»
«Non saresti adatto a un gioco di squadra, Lorenzo», rispose lisciandosi i baffi. «Non ti
fidi mai di nessuno.»
Parola di un'ala destra che non passava la palla neppure a sparargli.
Liberò le posate dal tovagliolo e tagliò in striscioline quella immonda pietanza.
«Basta che dopo non vieni a piangere da me», lo misi in guardia.
Inghiottì la prima forchettata, e biascicò: «Dimentica tutto, viso pallido. Adesso siamo
davvero in Africa, e qui il segreto è rilassarsi».
All'improvviso mi sembrò di vedere la scena dall'esterno: potevamo sembrare due
finocchi che non si sopportano più.

«Ciao, bello. Qual buon vento?» domandò una voce femminile, e io sollevai lo sguardo
già elettrizzato.
Era bianca, giovanissima e popputa, ma la teneva per mano un giovane Amhara dal
fisico atletico, con la barbetta incolta da ras e una nuvola crespa al posto dei capelli.
«Ciao, fratello», disse lui in italiano.
Stavo per dirgli che non ero suo fratello e non avevo monete, quando vidi Ermes che si
illuminava in volto e gli tendeva le braccia.
«Iosef!» gridò quasi. «Sono felice, fratello! Pensavo di venirti a cercare in sede, ed
eccoti!»
«Si vede che il cielo ha stabilito così», considerò l'Etiope, poi aprì un sorriso e abbracciò
Ermes.
Ero incredulo. Anche se questo Iosef portava in giro una ragazza bianca, indossava una
camicia a fiori e un paio di pantaloni a sigaretta con la piega, non avevo mai visto prima
un africano abbracciare un Italiano e chiamarlo «fratello».
«Lui è Lorenzo», mi presentò Ermes. «Un amico che scrive di sport.»
Strinsi la mano all'Etiope, che disse: «Piacere, Iosef Ghebre Iosef».
Pronunciò il suo nome come se dovessi conoscerlo, poi andò a salutare il padrone della
tavola calda che gli fece un sacco di feste.
Mi stavo domandando quale genere di mariuolo potesse essere, quando mi trovai la sua
ragazza così vicina che pensai volesse annusarmi. Invece mi baciò sulle guance.
I suoi capelli castani erano conciati alla foggia etiope, partiti in trecce aderenti al cranio
che lasciavano a nudo strisce di pelle. Un'acconciatura terribile, da diavolessa, ma per il
resto era un pezzo di ragazza: le lunghe ciglia e il suo sguardo verde e liquido mi avevano
già messo in agitazione.
«Io sono Marzia», si presentò con una voce bassa e sensuale da fumatrice. «Però gli
amici mi chiamano Mariam.»
«Allora molto piacere, Marzia-Mariam.»
Scoppiò a ridere come fosse ubriaca.
«Mi piace!» approvò. «Così voglio farmi chiamare d'ora in avanti: Marzia-Mariam, tutto
insieme!»
Doveva essere un po' sciroccata, perché oltre all'accompagnatore e alla pettinatura,
anche i suoi vestiti erano particolari: la sciamma color zafferano con cui era drappeggiata
lasciava intravedere una maglietta a strisce da marinaio, e sotto la gola le pendeva un
ciondolo d'argento matto in forma di croce.
Ermes però non sorrideva di lei come si fa con le belle ragazze imbecilli: la invitò a
sedere e la trattava come una persona di riguardo.
«Ma dimmi dei tuoi», domandò a un certo punto. «Come se la passa, il vecchio? Anche
se la pensa diversamente da noialtri, è proprio un bel tipo.»
«Non ci parlo più», rispose lei allegra.
«Ah», registrò lui preoccupato. «E come mai?»
«Da quando ha saputo che io e Iosef ci vogliamo sposare.»
«Capisco», deglutì. «È di un'altra generazione, lui. Ma vedrai che se ci parli, si sistema
tutto.»
Se il promesso sposo era il signorino Iosef Ghebre Iosef con i capelli da folgorato, potevi
capire lo sconcerto del padre di Marzia-Mariam. Neppure i bianchi che abitavano da una
vita con una nera andavano a sposarsi in chiesa. Che lo facesse una ragazza bianca con un
Etiope, per quanto semicivilizzato, era qualcosa che in Italia avrebbe suscitato
compassione, o tragedie rusticane.
«Sto organizzando io stessa la cerimonia», proseguì. «C'è un cascì amico di Iosef
disposto a sposarci a Lalibela.»
Per non mancare di rispetto a nessuno, tacevo sbalordito.
«Magnifico», disse Ermes mentre tormentava una bustina di zucchero. «Sarà una festa
splendida.»
«Devi esserci. Comunque non immagini a quante cose bisogna provvedere per riuscire a
sposarsi.»
«Lo credo! E non ti sarebbe d'aiuto, la tua famiglia? Forse dovresti riappacificarti con
loro.»
Sembrava deciso, per qualche motivo, a ricomporre lo screzio.
«Devo solo scegliere le testimoni», lo ignorò Marzia-Mariam. «Iosef l'ha già fatto: suo
fratello e il vecchio Iohannes.»
«Ecco il nostro eroe!» annunciò Ermes trionfale non appena Ghebre Iosef tornò da noi.
«Comunque ti vedo in gran forma, amico mio. Sempre vegetariano?»
«Solo pesce. Tu invece fumi ancora», notò l'Etiope con rammarico.
«Pochissimo», sibilò Ermes mentre prendeva le misure al posacenere per capire fino a
che punto poteva raccontarla. «Cinque o sei al giorno, solo ai pasti.»
«Magari adesso qualcuna in più perché sei fermo», concesse l'altro.
«Allora sai già tutto.»
«L'hanno detto alla radio. Sei pazzo, Ermes.»
«Stavolta ho fatto un po' lo spiritoso», ammise di buon grado.
«Dicono che ti sei spogliato nudo», puntualizzò divertita la ragazza.
«Ma no. Lorenzo, qui, mi è testimone. Ho solo mostrato un po' le chiappe al cavalier
Venturi.»
«Quello era solo l'inizio», ricordai. «Alla radio non hanno detto della pallonata che ha
sparato in tribuna?»
«Davvero l'ha fatto?» domandò Marzia-Mariam.
«Un bolide», confermai, gli occhi persi nei suoi. «E ha colpito me.»
«Ecco perché ti hanno dato quattro giornate», considerò serio Ghebre Iosef. «Potevi fare
male a qualcuno.»
«Ma no», minimizzò Ermes. «È stata una specie di rinvio. E comunque l'ho fatto
apposta. Non ne potevo più di quel prete mancato di Fonardi. Per questo sono qui»,
aggiunse in tono umile.
Ghebre Iosef parve soppesarlo tormentandosi la barbetta fra le dita. «Spiegati, fratello.»
«Mi chiedevo se qui ad Addis Abeba qualche squadra può avere bisogno di me.»
«Come stai a contratto?»
«Finita la squalifica, sono libero. E nella nuova squadra sarò disciplinato come un
monaco.»
«Come no», sorrise l'altro. «E l'acqua del mare è tanto dolce.»
«È uno sportivo anche il tuo fidanzato?» domandai a quella fanciulla che già sognavo di
rapire. Sottovoce, ma non abbastanza: mi guardarono tutti e tre come avessi appena
bestemmiato a metà messa.
«Lorenzo», scandì Ermes indicando con un'indignazione da teatro la foto incorniciata
sopra la cassa. «Guardala da vicino! Iosef Ghebre Iosef è in piedi di fianco al portiere!»
CAPITOLO XVI

«Portami in giro a fare le figure da scemo, mi raccomando», protestai mentre sfilavamo


davanti alle vetrine della Rinascente in corso Marconi.
«Pensavo l'avessi capito», tentava di giustificarsi Ermes, ma gli scappava da ridere.
«E da cosa? Mica era in calzoncini!»
«Non farla lunga. Te l'ho presentato, no?»
«Quando incontro un calciatore, devo essere preparato. È il mio lavoro. Invece mi porti
in giro come un turista, e quando spunta un giocatore non mi avverti nemmeno.»
«Ma quale turista!» ribatté. «Prima ti faccio conoscere l'Addis Abeba più autentica,
quella del Merkat. Poi ti presento il centravanti del San Giorgio e la figlia del rettore. Che
poi è il presidente onorario del Goliardo, mica cazzi.»
«Ecco perché eri così gentile con lei.»
«Ti sto introducendo gratis in città, e ti lamenti?»
Allungai un calcio a un tappo di gazosa abbandonato sul marciapiede e ammisi:
«D'accordo. Ma la prossima volta avvertimi».
«Intesi. Dove si va stasera?» domandò, ma continuavo a pensare che non ero obbligato a
restare con lui tutto il tempo.
«Ti è arrivato, poi, il vaglia di Fonardi?»
«Domani, giurano alle Poste. Posso andarci avanti qualche settimana.»
Lo annunciò come fosse una buona notizia, poi considerò: «Non hai idea di quante porte
mi aprirebbe una parola buona di Ghebre Iosef, o del babbo di lei».
«A proposito. Come cavolo va conciata?»
«È l'ultimo grido, qui», spiegò Ermes. «I ragazzi bianchi dell'Addis Abeba bene si
lasciano crescere i capelli e la barbetta da ras, si fanno copti e vanno alle feste degli Etiopi.»
«È uno scherzo?»
«Non l'hai vista? Sono gli "afro".»
«Afro che?»
«Afro e basta. Ma i tuoi colleghi sui giornali la chiamano "la moda negussita".»
«È la figlia del rettore sposa un Etiope. Dev'essere qualcosa più di una moda.»
«Sono ragazzi con una luce particolare», mi stupì. «Fanno delle specie di campeggi,
costruiscono capanne e ballano tutti nudi intorno al fuoco, bianchi e neri. La sera parlano
di integrazione e di pace nel mondo. Non ci fossero fra loro molti figli di gente che conta, li
avrebbero arrestati da un pezzo.»
«Sì, la buoncostume. E invece li lasciano tranquilli a sposarsi fra loro.»
«Si fa per dire: lei è stata praticamente ripudiata dalla famiglia.»
«È una bella cosa, comunque, che una ragazza scelga da sola. Dev'essere una tipa
coraggiosa.»
«Lo è.»
«La conosci bene?»
«È cresciuta fra le scuole delle suore e i circoli del tennis. Il sabato sera poteva avere a
cena generali, governatori e le peggio personalità dell'Africa Orientale, però è una ragazza
intelligente, e a un certo punto ha deciso di ribellarsi.»
«Sai una cosa, Ermes?»
«No.»
Stavo per confessargli che quella ragazza mi mancava già, ma ebbi paura che fosse lo
stesso per lui.
«Sono partito dall'Italia in aereo», dissi invece, «ma a volte mi sembra di essere sbarcato
sulla luna.»

Alla sera, il quartiere europeo progettato da Le Corbusier era una gran rottura di palle: i
pochi bar aperti lungo i vialoni a scorrimento veloce distavano interi isolati uno dall'altro,
e sembrava che il grande architetto avesse posto ogni cura nel complicare la vita ai
nottambuli privi di automobile.
Per divertirsi dopo cena bisognava salire nella zona del Ghebì, il castello di Menelik
sulla cima della collina intorno a cui era sorta la città.
«Lassù ci sono bar e sale da biliardo aperti fino a tardi», mi illustrò Ermes mentre
marciavamo in salita. «Alla Tana del ras hanno un cortile riservato ai combattimenti dei
cani, e la gente scommette pesante.»
«Magari ci sono più donne altrove.»
«Teddy boys», considerò Ermes divertito, e m'indicò due ragazzi bianchi che
scendevano mani in tasca lungo il marciapiede opposto. Non sembravano militari, eppure
portavano una specie di uniforme: capelli carichi di brillantina, pantaloni col risvolto e
giubbotti in cuoio da aviatore.
Potevano essercene a Torino, a Milano, forse a Roma. Ma ad Addis Abeba mi
sorpresero.
«Li conosci?» domandai.
«Spazzatura bianca. Ragazzi cacciati dagli avanguardisti che fanno banda a parte.
Guardali. Non camminano come due scemi?»
«Hanno un passo un po' nervoso. Ma se non la smetti di guardare a 'sto modo, se ne
accorgeranno.»
Ermes non se ne curò. Ebbe la pessima idea di scimmiottare la loro andatura, e quelli lo
notarono in mezzo secondo.
Scambiarono due parole fra loro e scesero dal marciapiede.
«Guai in arrivo», avvertii il mio amico. «Vedi, a fare il cretino.»
Adesso ci camminavano incontro prendendoci le misure, troppo lenti per andare da
qualche parte.
«Cercate rogna, gagà del cazzo?» domandò senza intermezzi il più alto dei due.
«Noi no», rispose sicuro Ermes. «Perché me lo chiedi?»
«Fai il furbo?» domandò quello puntandogli l'indice, mentre il ciuffo lungo e sottile
pietrificato dalla brillantina gli dondolava attraverso la fronte. «Ti ho visto, sai?»
«Anch'io vi ho visto. Volete farvi notare, e vi ho notati. Tutto qui. C'è bisogno di litigare
per forza?»
«L'hai sentito, Giaco?» domandò l'altro, un tarchiatello che aveva personalizzato la
divisa con un berretto a visiera corta da facchino. «Prima ci tratta da coglioni e dopo dice
che non vuole litigare.»
A quell'ora della sera lungo il marciapiede non c'era nessuno in vista, e cominciavo ad
avere paura.
«Io contro di te», propose Giaco al mio amico. «Qui per strada dove non c'è legge.»
«A mani nude?»
«Da uomini: a mani nude.»
«Mettiamo che accetto», considerò Ermes. «E se qualcuno si fa male?»
«Sei un cagasotto. Parli bene ma sei un cagasotto», lo provocava il piccoletto.
Ermes lo lasciò sfogare poi domandò: «A te chi ti ha chiesto niente, nano?»
«Ehi», protestò quello, «allora vuoi proprio che ti tagliamo i baffi.»
Allungò una mano verso il volto di Ermes, ma prima che potesse raggiungerlo il mio
amico l'aveva colpito con un sonoro ceffone.
«Cosa volevi fare, Gongolo?» domandò mentre quello indietreggiava tamponandosi la
guancia.
Giaco ringhiò qualcosa e mi centrò con un diretto in pieno stomaco. Nel giro di un
istante ero già rannicchiato a terra sotto una gragnuola di colpi, le braccia intorno alla testa
per ripararmi dai calci, troppo sorpreso per tentare una reazione.
«Ti ammazzo, capelli di gelatina!» sentii chiara la voce di Ermes. «Braccia in aria o sei
già morto!» e anziché rassicurarmi mi fece ancora più paura.
Quando trovai il coraggio di rialzare gli occhi dal marciapiede, i due teddy avevano le
mani sopra la testa, e quel pazzo del mio amico li stava tenendo sotto tiro con una pistola.
«Tutto intero?» s'informò.
Non capivo ancora se quel gorilla mi avesse rotto qualcosa, sentivo solo male a una
spalla e il cuore battere a mille.
«In gran forma», mugolai.
«Allora alzati, altrimenti ti sporchi.»
Gli obbedii come potevo.
«Non si era detto a mani nude?» domandò a Giaco mentre gli mostrava da vicino
l'occhio della pistola. «E allora perché il nano ha tirato fuori il coltello?»
I due teddy si guardarono indecisi.
«Guarda lì», disse Ermes, e mi indicò con un cenno del capo la zanna argentea d'un
serramanico abbandonato sul marciapiede. «Sarà una lama da dieci dita. Cosa voleva
farci?»
«Mi hai dato uno schiaffo», si giustificò a occhi bassi il teddy col berretto.
«Ah, certo. Pensa che potevi andare a ballare, a bere una birra o a dormire tranquillo.
Invece ti tocca morire per strada dove non c'è legge.»
«Ermes», cercai di ridestarlo da quel sogno. «Non fare cazzate, Ermes.»
«Non fare sciocchezze», implorò il teddy con la voce che deragliava per l'emozione. «Io
non c'entro niente. È stato Giaco a cominciare.»
«Giusta osservazione», considerò Ermes rivolgendo la pistola verso quello che mi aveva
preso a calci. «Visto che hai cominciato, il galateo vuole che ti ammazzi per primo.»
«Madonnina del Tembièn! Non fate sul serio, spero.»
«Ma quale madonnina! Mettiti in ginocchio e preparati a incontrare i diavoli.»
Volevo scappare, ma non riuscivo a muovere un dito.
Il teddy si fece il segno della croce e singhiozzò: «Ho tre figli piccoli a casa, signore».
«E vai in giro a rompere i coglioni alla gente?» domandò il mio amico, poi lo colpì in
mezzo alla fronte col calcio della pistola. Quello crollò in ginocchio e si accasciò con le
mani sul volto.
«Su, nano, dai il portafoglio al mio socio», ordinò Ermes. «Poi chinati lentamente, prendi
quello del moribondo e dai al signore anche quello.»
In un attimo mi trovai per le mani un portafoglio di pelle nera con la chiusura a zip.
«Ora l'altro», ordinò Ermes. «Controlla che ci siano i documenti», mi disse.
Con le dita che tremavano, aprii la cerniera e riconobbi l'angolo d'una carta d'identità.
«Sì», dissi, troppo stordito per fare altre domande. Riposi il portafoglio nella tasca della
giacca insieme al mio, in attesa d'istruzioni.
Chino su quell'altro, il ragazzo col cappello mormorò allarmato: «Ehi, perde sangue dal
naso».
«Buon segno. Morirà più in fretta», disse Ermes allungandogli un calcio nel culo. «E
sbrigati, nano di merda!»
Finché quel pazzo armato mi voleva come socio, non valeva la pena di contrariarlo, e
intascai anche il secondo portamonete.
«Prova a denunciarmi e qualcuno a casa tua si trova una palla in fronte», minacciò
Ermes. Il ragazzo piagnucolava tentando di rianimare l'amico. «Tutto chiaro, Gongolo?»
«Sì, signore. Ma il mio amico ha bisogno di aiuto.»
«Ma se non si è fatto niente!» Si chinò sul teddy fuori combattimento e lo considerò
meglio. «Ha mosso una mano», disse dopo un po'. «Visto che è vivo?»
Arrivava gente. Claudicante e con la giacca strappata, mi decisi a seguire il pistolero
Ermes Cumani.
«Senza correre», si raccomandò.
«Oh, impossibile.»
Dovevo essere malconcio, a giudicare da come mi guardavano le coppie a passeggio, ma
mi sforzavo di mantenere un contegno accettabile. Anche con la giacca strappata, potevo
sempre zoppicare in maniera dignitosa. L'importante era che non si accorgessero che
avevo tre portafogli.
«E tu com'è che giri armato?» domandai.
«Non l'hai visto? Se due tipacci aggrediscono il mio amico Lorenzo, così posso salvarlo.»
Solo quando sbucammo sul rondò di piazza Roma prese a sbracciarsi per attirare
l'attenzione degli autisti di taxi.

Uscii a fatica dalla doccia. Sforzandomi di non piegare il gomito destro, mi drappeggiai i
fianchi con l'asciugamano, poi rientrai in camera a piccoli passi.
«Certo che ti sei sistemato bene», osservò Ermes. «Molto meglio che all'Asmara. Quanto
ti costa, questo alberghetto?»
Era seduto senza scarpe in poltrona, e sul tavolino basso di fronte a lui erano
squadernati gli effetti dei due teddy che ci avevano aggredito.
«Paga il giornale», mormorai. «Ma tu, mi spieghi che bisogno c'era di fare così?»
domandai tastandomi lo zigomo destro. Era tanto caldo da poterci cuocere una bistecca, e
se mi sfioravo sentivo pulsare tutta la guancia.
«Ah, sono stato io ad alzare le mani per primo?»
«Ma che bisogno c'era di derubarli?»
«Bottino di guerra.»
«E io che cerco di ragionare», sospirai. «All'inizio pensavo li avresti ammazzati sul
serio.»
«Anch'io», ammise. «Poi ho inquadrato meglio la situazione, sono rimasto freddo e non
ho commesso più errori.»
Disse così e pensai che con quei due mi era sembrato recitare una parte, secondo un
copione che conosceva da prima.
«Ma guarda che sorpresa», disse soddisfatto sollevando dal tavolo un blocchetto di
biglietti. «Uno dei due aveva in tasca l'abbonamento all'Audax. È proprio una squadra di
teste di cazzo.»
Già non mi stavano simpatici, ma adesso iniziavo a detestarli anch'io.
«Allora, socio. Dividiamo a metà i soldi, e buttiamo il resto, d'accordo?»
«Tieni anche i soldi», dissi. «Io non ne voglio sapere.»
«Ma sono sempre milletrecento lire a testa», fece presente mostrando un mazzetto di
banconote. «Le tue sono qui. Se non le vuoi buttale, o regalale alla signora che pulisce la
camera.»
«Allora raccogli il resto di quella merda, tessere e tutto, e portalo via», dissi. «Non
voglio storie.»
Poi qualcuno bussò alla porta. Tacemmo. Bussarono di nuovo.
«Sì?»
«Albergo», disse una voce. «Scusate il disturbo.»
Sembrava lo stesso giovane della reception, ma questo non significava che fosse solo.
«Un attimo!» presi tempo mentre facevo cenno a Ermes di sgomberare tutto. «Mi vesto e
arrivo!»
Ermes nascose ogni cosa in tasca, raccolse le scarpe e scivolò in silenzio verso il bagno.
Indossai l'accapatoio senza levare l'asciugamano che portavo in vita. Chiunque fosse là
dietro, desideravo avere un aspetto il meno vulnerabile possibile.
«Scusate il disturbo», ripeté il ragazzo. «C'è una persona che vi aspetta nella hall.»
«E chi sarebbe?» domandai senza levare la mandata alla porta.
«Una signora», spiegò. Sollievo e mistero. «Signora Margherita… Tosetti… Tosetti
qualcosa…»
Il cuore mi si fermò. Poi riprese sbalordito il suo lavoro, io vidi passato e futuro
congiungersi in un abbraccio di morte e domandai solo: «Veramente?»
«Vi aspetta di sotto.»
«Arrivo», dissi senza fiato. «Un minuto e scendo.»
Se era una trappola della polizia, era stata ben congegnata.
E se non lo era, cosa diavolo ci faceva Margherita ad Addis Abeba nel mio albergo?
«Aiuto, Ermes!» gemetti correndo verso il bagno dimentico dei miei dolori. «La
situazione sta precipitando!»
Mentre mi vestivo, valutai un centinaio di ipotesi sul da farsi.
Quasi tutte comprendevano la fuga da un'uscita posteriore dell'albergo, di cui
comunque ignoravo l'ubicazione.
«Merda zaniboni! Che accidenti è venuta a fare qui?»
«Un uomo, una donna e una stanza d'albergo. Un'idea ce l'avrei.»
«Tu non puoi sapere…»
«Chiunque sia la signora, se è venuta fin qui per te, deve amarti molto.»
«Io no, invece. E ho una paura dannata di vederla.»
«Sii uomo. Qualunque cosa ci sia fra voi, a letto si può appianare.»
«Non è stato così, finora», scuotevo la testa. Cercavo di rendermi presentabile, ma non è
facile quando ti hanno appena preso a calci.
Nel frattempo, Ermes aveva ridotto in minuscoli coriandoli ogni oggetto di carta a
eccezione dei soldi, e si stava premurando di far sparire quei resti giù per il gabinetto.
«Fra poco inizierò a pensare che sei una specie di spia», gli dissi. «O un poliziotto in
incognito.»
Quand'ebbe azionato lo sciacquone, mi guardò e disse: «Su. Vai».
«Perché devi restare nella mia camera?» domandai indispettito. «Esci con me»
«Non fare il coglione, Lorenzo», disse con una durezza che mi stupì. «Uscirò da questa
stanza a tempo debito. E ora, vai a incontrare la tua signora.»
Mi aveva appena salvato da una battuta severa, e poi la pistola l'aveva lui: lo guardai
con tanto d'occhi, ma ubbidii senza protestare.
Scesi le scale con una tempesta nel cervello. Perlomeno, se si presentava in Africa a
mezzanotte avrebbe voluto fare l'amore nel giro di poco. Potevo anche accontentarla: a
trattarla male ci avrei pensato più tardi.
Guadagnato il piano terra, mi sporsi verso l'atrio per inquadrare in anticipo il mio
destino: l'unica persona seduta sui divanetti era il fotografo Andrea Spada.
«Anche tu qui, Lorenzo?» domandò simulando uno stupore di cartapesta, e io compresi
tutto un istante prima che il ragazzo del bancone scoppiasse a ridere.
«Che ti ridi, pischello, che ti ho allungato cento lire e ti sei pure scordato mezzo
cognome?» lo rimproverò Spada, poi si alzò e venne ad abbracciarmi. «Ho saputo che stavi
qui e son passato a trovarti. Me lo immaginavo, che eri ancora sveglio. Piaciuto lo
scherzetto?»
Sembrava euforico.
«Mi hai fatto venire un mezzo infarto, mannaggia a te», dissi confuso. «Ma non dovevi
essere a Roma?»
«Domani. Ma tu sei gonfio, Lore', che cavolo hai fatto?»
«Scivolone», mentii. «Un idiota ha lasciato un tombino aperto, ed è una fortuna che non
mi sia spezzato le gambe.»
«Fortuna? Ammazza che rogna!» commentò Spada massaggiandosi il naso. «Se indovini
chi mi ha detto che ti avrei trovato qui, mangio un bicchiere.»
«Buio.»
«Noemi, si chiama», svelò Spada, e scoppiò a ridere. «Che ragazza fantastica. Ho
scoperto che è anche un'attrice.»
«Già. Ma perché non beviamo qualcosa?»
«Se non disturbo, salirei in camera un attimo per darti un regalo, poi levo le tende.»
«Certo», esitai. «O beviamo qualcosa fuori.»
«Oh oh», fece Spada imbarazzato. «Dimmi la verità. Non è che stavi davvero in camera
con una?»
«Vedrai che tocco», dissi. «Sali su, e ti racconto che razza di storia è capitata.»
Grazie alle mie sommarie spiegazioni, Spada non si stupì troppo di trovare un uomo
nascosto al buio con una pistola in mano.
«Così vi sono zompati addosso due bulli», disse quando si fu presentato a Ermes.
«Cercavano rogna», spiegò il calciatore riponendo la pistola nella fondina. «Per fortuna
sono cresciuto in una fattoria, e so ancora sparare.»
«Ammazza, sì», approvò Spada. «Questo invece è per Lorenzo», disse poi, e depositò sul
tavolino in cristallo un piccolo portagioie in argento.
Si levò dal taschino della giacca un piccolo attrezzo che ricordava una paletta, e disse:
«Se vi va di farmi compagnia nell'ultima notte africana, ci sono le ragazze che ci aspettano
fuori dal Paradiso».
«Non so se ho voglia di uscire di nuovo», misi le mani avanti.
«Aspetta», disse Spada indicando il portagioie. «Aspetta solo un minuto.»
«Cos'è il Paradiso?» domandò Ermes. «Una balera? Un night?»
«Chiude all'alba», rispose Spada passandosi le dita fra i capelli fulvi. «Un posto
incredibile. Io l'ho scoperto ieri.»
Col dorso di una mano pulì sommariamente il bordo del tavolino, aprì il portagioie e
rovesciò sul cristallo una buona presa di polvere bianca. Impiegò la paletta per radunarla
e, senza sollevare lo sguardo, la partì in tre strisce con grazia da orologiaio.
«Una tenda per me, una per Mosé e una per Aronne. Era così che diceva?» poi infilò in
una narice la sommità della paletta e si piegò sul tavolino. Quell'aggeggio doveva essere
cavo, perché lo usava per aspirare dal naso.
«Prego, messere», me l'offrì quand'ebbe fatto sparire la prima striscia. «La prossima è
per voi.»
Dovetti sbagliare qualcosa, perché mentre mi accostavo al tavolino m'uscì un soffio, e la
mia razione finì per sfarinarsi senza che potessi catturarla col naso.
«Aspira in modo secco», m'istruì Spada comprensivo, e maneggiando la paletta
ricompose la mia riga più dritta e promettente di prima. «Non immagini quanto ti farà
bene, 'sta neve.»
Aspirai in maniera secca come mi aveva raccomandato, e subito sentii una botta calda
all'interno del cranio. Un orgasmo che, anziché spegnersi, aumentava d'intensità col
passare dei secondi. Quando riaprii gli occhi, Ermes era curvo sul tavolino alle prese con
l'ultima riga. Percepivo uno strano sapore amaro scendere in gola, ma mi sentivo
all'improvviso pieno di energie, come dopo un buon sonno.
«Oh sì», esultò Ermes quando ebbe ripulito il tavolino. «Questa proprio ci voleva!»
«Punto!» approvò Spada dondolando la testa con occhi spiritati. «Fine della quaresima!
Stanotte si va a festeggiare!»

Il taxi ci scaricò di fronte alle schiere di giardinette, sidecar e vespe che colmavano il
piazzale sterrato: seguimmo la musica e la luce delle torce, disposte a doppia ala sui lati
d'un sentiero in pietra che conduceva all'ingresso del locale.
Una quantità di gente stazionava davanti al portale in legno, che sembrava quello d'un
campeggio, o di una riserva naturale, e presto mi accorsi che erano tutte ragazze etiopi in
abito da sera.
«Ve l'avevo detto o no, che le signorine ci aspettavano?» domandò allegro Spada. Ci
stavamo affrettando per non lasciarci staccare da Ermes, e aveva il fiatone.
«Preparate una banconota da cento e qualche spicciolo per la guardarobiera»,
raccomandò il calciatore con un tono inatteso da sommergibilista capo. «Siamo pronti al
contatto.»
«Perché aspettano fuori, loro?» domandai a Spada mentre cercavo l'unico portafoglio
che mi restava.
«Le donne? Qui non possono entrare da sole. Aspettano un cavaliere.»
«Tre cavalieri», lo corresse Ermes. Poi imitò con la bocca la tromba che suona la carica.
Quando mi vide pronto a pagare, strabuzzò gli occhi severo. «Non dicevo a te», sussurrò
battendosi due dita sul taschino. «Lo so che sei un signore, ma stasera per noi due offrono
i teddy.»
A pochi passi da noi, le nipotine di Salomone e della Regina di Saba ingannavano
l'attesa fumando sigarette piatte Turmac nei loro abitini all'europea.
Ci toccò fendere la folla, ignorando i «ciao» e le risatine che le più maliziose mandavano
per costringerci a dar loro retta. Fu molto strano, come se noi tre fossimo le femmine e loro
un branco di maschi in pena. Nel dubbio, Ermes baciava tutte.
In qualche modo arrivammo ai piedi del portale in legno. Ai fianchi del gabbiotto era
montato un pannello sormontato dalla scritta «solo stasera»: Dion DiMucci – Il ragazzino
terribile del doo wop, da Nuova York – a seguire Vito Picone & The Elegants. Sembrava il luogo
adatto per divertirsi un po' alla faccia di Margherita Tosetti di Sommariva e di quel
contadino arricchito di suo padre.
Spada si rivolse confidenziale a uno dei quattro neri in abito candido che presidiavano
l'entrata: «Dion DiMucci è un grande», disse. «Mi fa ammattire, quel piccoletto. A che ora
suona?»
«Finito», rispose quello senza muovere un muscolo. «Adesso suonano gli altri.»
«Li mortacci», imprecò Spada. «E 'sti qui, fino a che ora tengono botta?»
«Sono pagati per fare l'alba.»
«Vabbè. Però siamo senza dame. Ci dài una mano tu?»
«Non puoi fare da solo?» lo rimbeccò quello. «È pieno di dame, qui fuori.»
«Non prendertela. Chiedevo solo se avevi qualche amica simpatica da consigliare.»
Poi gli volle dire qualcosa all'orecchio. Una banconota passò di mano, e il nero ascoltava
compreso. Alla fine sussurrò: «Aspettate solo un minuto», e si mosse verso il capannello
delle donne.

In quel locale a cielo aperto circondato dagli orti, conobbi per la prima volta lo stile
vocale che spopolava negli Stati Uniti, quel doo wop che nelle grandi città accomunava neri
e italo-americani.
Ballai come un ossesso, prima con la mia dama, poi con quelle di Ermes e Spada, e molte
altre ancora che a turno perdevo di vista.
Il locale era pieno di ragazze afro, le trecce bionde e castane, accompagnate da giovani
neri, di belle Etiopi e mulatte dalle schiene scoperte, e da alcuni ubriachi cronici che erano
rimasti soli ma sembravano balbettare di gioia.
Baciai qualcuna. Fui baciato da un'altra, molto grassa, che mi parve parlare in russo.
Spada scovò nei camerini Dion DiMucci, che aveva gli occhi a bilancino e sembrava
inebetito. Gli rivelò di considerarlo praticamente un idolo, e bevemmo parecchi gin tonic
insieme a lui.
Ermes danzava scamiciato in piedi su un tavolo. Spada scattava a raffica, poi tentava di
riportare Dion sulla terra con un'altra striscia di neve, ma il cantante non reagiva. Così
toccò di nuovo a noi utilizzare la paletta dall'anima cava.
Alla fine di un pezzo, il vocalist Vito Picone disse dal palco di essere fiero delle sue
origini italiane, e commosso di trovarsi ad Addis Abeba.
Fiorirono gli applausi.
Vito si aggiustò la giacchetta col collo in lamè e specificò che in America non era
semplice essere Italiani.
Versacci dei più ubriachi contro l'America.
«Laggiù, la sera, la gente fa la fila fuori dai posti dove suoniamo, e di giorno si vergogna
ad avere un drink con noi. Qui invece è bello, trovarsi fra fratelli. Mille grazie, Addis!»
Applausi scroscianti, e attacco a cappella del nuovo pezzo.
Le danze ripresero ed Ermes arrivò da chissà dove con un bicchierino di rum per me.
Finalmente si risollevò anche Dion, che scese in pista con noi. Nel giro di poco
conoscemmo un drappello di ragazze greche.
Tecla studiava architettura ad Atene, ed era felice di sussurrarmi parolacce all'orecchio
mentre ballavamo stretti.
Il doo wop stava diventando la mia musica preferita.
CAPITOLO XVII

Camminavo come un automa, sfiorato da gruppi di studenti con i libri sottobraccio, e solo
quando notai la grande vasca della fontana presidiata dalla Minerva, copia esatta di quella
alla Sapienza di Roma, mi resi conto di aver varcato il recinto dell'Università.
Mi ero svegliato che era già mezzogiorno, e uscire dalla stanza non era stato semplice.
Adesso che la neve magica di Spada aveva esaurito il suo effetto, i calci del teddy li sentivo
uno per uno. La mia guancia era appena gonfia, ma un paio di grossi lividi mi
macchiavano le braccia, e muovere il destro mi dava pena. Ma il peggio era che
continuavo a sentire in testa il ritmo del doo wop. Andava avanti per conto suo senza
rimedio, come se quella serata allegra mi avesse marchiato a vita. A un certo punto ero
corso a nascondere la testa sotto il cuscino, ma la musica non smetteva. Ero sceso in strada
impaurito, convinto di essere diventato pazzo.
Ora, se pure non me n'ero liberato del tutto, quel ritmo si era attenuato. Proseguiva in
sordina, accettabile.
La mia prima giornata senza Ermes se ne stava andando come quella di un
convalescente, e decisi che l'indomani sarebbe stato il giorno perfetto per riprendere a
lavorare.
Traversai in cerca di un'uscita il lembo di parco che si stendeva fra la facoltà di Legge e
quella di Economia, due delle otto torri bianche che costituivano la cittadella dell'Ateneo.
Qui si sarebbe formata la classe dirigente filoitaliana di domani. O almeno il progetto era
questo. Per il momento serviva soprattutto ai bianchi, ché solo una sparuta élite di africani
riusciva a passare l'esame d'ammissione nella nostra lingua. Quanto all'Amarico e al suo
alfabeto, era confinato nei locali della Facoltà di Lingue e Letterature afro-asiatiche.
«'Giorno, professore», mi salutò un ragazzo in bici arrivandomi incontro. Poteva avere
vent'anni, e mentre sorridevo del suo errore fece stridere i freni.
Si fermò a un passo da me e rimase a guardarmi con un che di esitante. «Voi non siete
un professore», notò. Parlava con accento veneto, e la rigorosa scriminatura dei suoi
capelli mi fece pensare a un chierichetto troppo cresciuto.
«Sono uno che passava di qua. Se sei della sorveglianza o qualcosa del genere, sto già
cercando l'uscita.»
«Mica è proibito passeggiare», osservò benevolo. Sollevò il coperchio del cestino in
vimini assicurato al manubrio e sfilò un volantino. «Vi lascio questo», disse
consegnandomelo. «È un documento che abbiamo messo insieme noi studenti.»
Rimontò in sella e aggiunse: «Spero lo troverete interessante», poi pedalò via senza
guardarsi indietro.
Controllai il foglio. Il documento era intitolato Neocolonialismo: un gioco pericoloso.
Lo piegai in fretta e lo feci scivolare nella tasca posteriore dei calzoni.
Avrei avuto tempo di leggerlo più tardi, da qualche parte al chiuso.
Purché il ragazzo non fosse d'accordo con un questurino che mi saltava addosso
all'uscita del parco.
Forse avrei dovuto fare a pezzi il foglio e tanti saluti. Ma ero curioso, e ripensando alla
faccia del giovane stabilii che non poteva essere un provocatore della polizia. Guadagnai
cauto l'uscita della cittadella universitaria, evitando lo sguardo degli avanguardisti che
raccoglievano firme per censurare la partecipazione alle Olimpiadi di «atleti indigeni sotto
i colori nazionali».
Sollevato, tornai a mescolarmi fra gli adulti.

Mi sedetti in un ristorante libanese in via Genova. Ordinai spiedini, polpette vegetali e


birra, poi me ne andai in bagno. Una volta chiuso là dentro, recuperai il volantino e lo
aprii. Odorava di ciclostile.

È tempo che tutti noi Italiani dell'Africa Orientale ci mettiamo una mano sulla coscienza!
L'intero continente soffre, e non possiamo permetterci oltre di ignorare le grida di dolore dei
nostri fratelli neri!
La colpa non è del fato, o della sempre accampata inferiorità delle popolazioni indigene: è in atto
un sacco su grande scala, e i predoni hanno nomi e cognomi italiani!
Come stupirsi dell'ostilità che monta nelle stesse province occidentali della nostra Repubblica, se
per anni le abbiamo impiegate unicamente come terra di conquista, adatta solo allo sfruttamento
intensivo delle risorse naturali?
E come stupirsi del risorgere delle rivalità etniche da lungo tempo sopite? Quando la gente del
Caffa attacca quella del Sidamo, lo fa con il beneplacito del Governatore di laggiù. E lo stesso
avviene in ogni angolo d'Etiopia: abbiamo fomentato l'odio, e ora l'incendio rischia di divampare
fuori controllo.
La nostra amministrazione si dimostra rapace e corrotta al punto da macchiarsi di colpe
imperdonabili, fra tutte la ripresa della tratta degli schiavi attraverso il confine sudanese, che solo
i missionari della Consolata hanno osato denunziare.
Nelle ex colonie francesi che ci sono state affidate con leggerezza in amministrazione fiduciaria, la
nostra politica rapinosa raggiunge il parossismo: cosa abbiamo fatto in quindici anni per aiutare
le popolazioni del Niger, dell'Alto Volta, del Mali e del Daomei? Ci siamo accontentati di
costruire camionabili che convergono a imbuto verso il porto di Cotonù, vero e proprio terminale
di ricettatori su grande scala.
Stessa tecnica in Africa Equatoriale, dove il controllo dei nostri militari si limita alle città di
Brazzavilla, Liberavilla e alla sponda destra del fiume Congo, sul quale viaggiano senza sosta
chiatte e pilotine dirette verso la costa: a Punta Nera i loro diamanti e il loro legname pregiato
sono attesi dalle stive dei mercantili italiani, ancorati ai moli difesi dalla nostra Marina militare.
Adesso parlano di una nuova ferrovia, che traversi tutto il Sahara come nei romanzi: si tratta
dell'ennesima opera destinata ad arricchire pochi speculatori e a restare fatalmente incompiuta.
Per quanto i sogni panafricani di leader come Olimpo, Nkrumah e Senghor appaiano oggi
pericolose utopie, ogni europeo di coscienza dovrebbe sentirsene in parte responsabile.
Solo una politica lungimirante di cooperazione e sviluppo, tesa a favorire la graduale
indipendenza degli Stati dell'area, può evitare a noi studenti di Addis Abeba di trovarci nel bel
mezzo di una polveriera grande quanto l'Africa.

Il documento portava in calce una firma biblica: «Alcuni studenti di buona volontà», che
mi fece pensare subito all'aplomb da parrocchia del ragazzo.
Se questi erano i discorsi degli studenti cattolici bianchi, chissà cosa si raccontavano fra
loro gli Etiopi.
Tornai al tavolo con una strana sensazione di euforia: la scenografia dell'Africa littoria
mostrava crepe vistose, una birra gelida mi attendeva, e finalmente in testa non sentivo
più il ritmo del doo wop.
Per rientrare in albergo traversai il grande parco della Rivoluzione fascista.
L'alta torre in mattoni dello stadio Nuovo Fiore faceva capolino oltre le chiome dei
grandi oleandri, e ragazzini etiopi giocavano sotto il sole con un vecchio cuoio lurido e
solcato da troppe cuciture. Per una buona metà erano scalzi, ma ce n'erano un paio che
indossavano scarpe coi tacchetti e maglie da gioco a strisce gialle, rosse e nere.
Uno dei due sembrava in gamba. Quando segnò levò un indice al cielo e proclamò:
«Ambesà Aregai!»
Allora mi venne in mente che era la maglia del San Giorgio, e quel che mi aveva
raccontato Ermes sul conto di Aaron Melchiades. Se volevo scrivere un pezzo decente
sulla Serie Africa, per prima cosa avrei dovuto parlare con lui.
Nel tardo pomeriggio mi spinsi alla libreria internazionale di via Nizza. La sezione
sportiva era decisamente carente, ma nel volume Who's who in african football Aaron
Melchiades, Ph.D., era definito «a perpetual torn in the side of Italian-ruled East Africa
racist sport establishment».
Un aculeo. E una specie di eroe. Almeno la casa editrice Standard di Nairobi glielo
riconosceva.
Secondo il volume, ad allenare la squadra aveva chiamato l'ex nazionale iugoslavo
Damir Krasic, un centrocampista raffinato che aveva chiuso la carriera di giocatore e
iniziato quella di tecnico nel Racing di Parigi.
Gli uomini di maggior esperienza della sua formazione erano il capitano Aregai,
ufficialmente classe 1922, di cui l'almanacco segnalava oltre quattrocento gol, un paio di
Italiani con un passato in A e gli emigranti del pallone Thomas Claypool e Horacio Reyes.
Dell'ala londinese Claypool imparai che aveva militato nel Leyton Orient e nel Millwall.
Risultava inattivo fra il 1955 e il '57, per riemergere a sorpresa come titolare inamovibile
dei «pigiama» di Addis Abeba. Con un curriculum del genere, poteva essere solo un
idealista o un mercenario.
Invece l'uruguagio Reyes, mediano d'esperienza, faceva coppia fissa con l'allenatore da
una vita: cresciuto nel Danubio di Montevideo, aveva collezionato presenze nella
nazionale giovanile celeste finché, nell'estate del trionfo di Ghiggia e Schiaffino, non aveva
tentato l'avventura europea.
A Parigi si era trovato lo iugoslavo come compagno di squadra e poi allenatore. Nel '55
era passato con lui all'OFI Creta, quindi al Club National di Tunisi. Da lì al cuore profondo
dell'Africa, il passo doveva essere stato per entrambi più breve del previsto.
Quali argomenti avesse impiegato Aaron Melchiades per convincerli a esibirsi davanti ai
quarantamila dello stadio Nuovo Fiore, l'almanacco non lo specificava.
Riportai sul mio taccuino il numero di telefono della sede del San Giorgio: adesso
potevo procurarmi un appuntamento col presidente senza bisogno di ricorrere a Ermes.

«Con il prossimo pezzo, siete autorizzati a sognare», annunciò il pianista italiano del bar
Derby. Strizzò l'occhio al pubblico sparso ai tavolini, rivolse un sorriso consumato alla
corista inguainata dai calzoni modello Capri, e tornò a sfiorare il microfono con le labbra.
«Arriva il negro Zumbòn, che balla allegro il bajòn», intonò, mentre la ragazza prendeva
a muoversi sinuosa come la Mangano nel film Anna. «La nuova danza…» riattaccò
sorridendo, poi qualcosa prese il volo dalla penombra della sala e lo colpì in mezzo alla
fronte. Strabuzzò gli occhi, si sfiorò con due dita e tentò di riprendere il ritmo: «…che fa
furor nel Brasil».
«Questa la canti da un'altra parte!» urlò una voce imperiosa. «Cambia repertorio, o torni
all'Asmara senza paga!»
Qualcuno rise, mentre i turisti inglesi vicini a me si fissavano interdetti.
«Non è piaciuta», notò il musicista. «Sono desolato. Ma non ce bisogno di tirare i tappi
di bottiglia in faccia alla gente.»
«Music!» reclamò uno degli Inglesi.
«Un tappo a corona», andava avanti quello, «lo capite da voi che può cavare un occhio!
E allora vorrei vederlo in faccia, prima di proseguire, il grande eroe che tira le cose nel
buio!»
«Canta, scemo!» gridò la voce di prima. «Canta adesso, o stavolta ti becchi tutta la
bottiglia.»
Era un marcantonio in giacca a righe, seduto al bancone con una birra in mano, e calcava
le consonanti come fanno i Sardi.
«Il signore è nervoso», osservò il pianista, e tentò di ritrovare contegno improvvisando
una cascatella di note. «Ma il pubblico ha sempre ragione. Che ne dite di Volare?»
«Wonderful!» esultarono gli Inglesi.
«Il negro Zumbòn! Ma chi cazzo abbiamo chiamato stasera?» domandò ad alta voce il
marcantonio, poi si voltò spalle al palco. Nonostante questo, il pianista steccò l'attacco alla
grande.
Poiché non c'era nemmeno una donna libera, migrai verso il bancone e ordinai un
secondo martini.
«Lo vedi», si lamentava il Sardo con il barista nero. «Stiamo diventando un merdoso
locale come tutti gli altri.»
«Nico non sarà contento», osservò quello a occhi bassi. «Non credo proprio, signore.»
«Non importa, lui è il padrone ma il responsabile di sala sono io. E quella canzone da
razzisti di merda l'ho fatta togliere anche dal juke-box.»
«Però non è il modo», insistette il nero. Mi consegnò il bicchiere colmo, sollevò lo
sguardo verso l'ingresso e mi stupì dicendo: «Lupus in fabula».
«Nico!» salutò il Sardo ossequioso, mentre sbucava dalla penombra un bianco magro,
completo di lino e capelli color cenere corti come velluto.
«Perché vuoi farmi inquietare, Graziano?» domandò fissandolo con una sorta di
malinconia negli occhi celesti, e senza esitare allungò una mano per tirargli un orecchio
come volesse mungerlo. «Lo sai che non voglio vedere scene del genere nel mio locale,
vero?»
Pensavo che l'altro sarebbe balzato in piedi per farlo a pezzi, invece si limitò a protestare
in maniera sommessa. «Smettila, dai», lo sentii dire. «Che figura mi fai fare?»
«Non è stata una bella scena, vero?» mi chiamò in causa il titolare. Aveva uno strano
accento che non sapevo riconoscere.
«Si è anche visto di peggio», minimizzai, cercando di evitare lo sguardo del Sardo.
«Niente di scandaloso, alla fine.»
«Lo vedi, Nico? Lo dice anche il signore.»
«Lui è gentile. Se fosse suo, il locale, dovrebbe essere più severo. Cosa bevete, signore?»
«Martini.»
«Vi farò compagnia», annunciò con un cenno al barista. Poi mi fissò, sorrise e domandò:
«Nuovo in città, non è vero?»
Sembrava una persona di mondo, e l'idea di scambiare due chiacchiere non mi spiaceva.
Mi presentai. Né lui né il suo amico si stupirono del mio interesse per la Serie Africa.
Erano entrambi tifosi del San Giorgio, e conoscevano di persona parecchi giocatori.
Il sardo Graziano mi raccontò che in Uruguay i tifosi avevano ribattezzato il mediano
Reyes «el Piña», l'ananasso: «Lui dice per via del fatto che lavorava in un negozio di frutta,
ma viste le guance butterate che si ritrova avrei qualche dubbio», spiegò mentre il pianista
tornava a scaldare l'atmosfera con un buon boogie.
«Horacio non è una bellezza», ammise Nico. «Ma in campo non gli va via nessuno, ed è
anche un tipo simpatico.»
Dovevano essere quel genere di appassionati che frequentano i calciatori. Per
impressionarli dissi di conoscere Iosef Ghebre Iosef e la sua fidanzata, ma si limitarono a
sorridere. Forse non mi avevano creduto. Allora domandai se Aregai e gli altri venivano
spesso lì a bere, e Graziano mi osservò di traverso.
«Iohannes la sera non esce mai», spiegò. «È una specie di asceta, lui.»
«Un asceta con sette figli», aggiunse Nico. Sfilò dal taschino una scatola piatta di
cigarillos, ne accese uno e la lasciò aperta sul tavolo. «Al pomeriggio si allena coi ragazzi,
poi torna dalla sua famiglia e nessuno lo vede più fino al giorno dopo.» «Fa bene così»,
stabilì Graziano. «Ha il rispetto dello spogliatoio, e sarebbe sciocco perdere la faccia
andando in giro a far lo stupido.»
Poi Nico gettò uno sguardo agli Inglesi alticci che sciamavano verso l'uscita, scosse la
testa e disse: «Lavoro dodici ore al giorno, e per me questo locale deve restare una valvola
di sfogo. È proprio perché tengo alla squadra, che non ce li voglio».
Il classico discorso da giovin signore.
«Se vogliamo lo scettro, tocca che i ragazzi facciano vita da atleti», aggiunse Graziano
come dovesse giustificarsi di qualcosa. Controllò che nessuno fosse in ascolto e poi
aggiunse: «Nel caso sgarrino, lo scopriamo in fretta. Abbiamo amici in tutti i bar».
«Ci tenete, alla squadra.»
«Puoi dirlo forte», mi strizzò l'occhio Nico. «Al grande San Giorgio», disse, e sollevò il
bicchiere.
«Ehi, voi!» gridò qualcuno coprendo il pianista. «Stanno andando via senza pagare!»
Era il nero dietro il bancone del bar e, chiunque stesse indicando, Graziano era già
balzato in piedi per proiettarsi verso l'uscita.
«Idioti», osservò Nico senza curarsene, e mi mostrò il tavolo da cui erano spariti gli
Inglesi. «Era mezz'ora che discutevano fra loro se scappare o no. Graziano non aspettava
di meglio.»
«Lavora per te?» domandai mentre fendeva la folla come Mosé il Mar Rosso.
«Da queste parti, se hai un'attività serve proteggerla. E lui se ne occupa coi suoi fratelli.»
«Sembra molto solerte.»
«Cinque sono, i fratelli Turtas. Graziano e il più piccolo erano in polizia, poi si è
scoperto che gli altri tre erano finiti dentro, simpatizzanti del FUS, e loro hanno perso il
posto.»
«Tutte così le famiglie. Ci sono sempre i calmi e gli scatenati.»
«Sono brave persone, e appena la famiglia si è riunita li ho presi tutti a lavorare per me.»
Il bar non doveva essere la sua unica attività, ma sembrava tenerci.
«The Fat Man!» incoraggiò il pianista in una pausa. «La conosci?»
Quello sorrise, fece di sì con la testa a occhi spalancati e attaccò l'esuberante classico di
«Fats» Domino.
«È un ragazzo capace», riconobbe Nico. «Chissà perché voleva mortificarci con quelle
canzonette», poi si sporse verso di me e disse a mezza voce: «Scusa un momento, vado a
vedere che aria tira fuori».
Ormai era l'una passata. «Ma ti accompagno. Io vado a vedere che aria tira in albergo.»
«Non sognarti di pagare, tu», ammonì. «Stasera offre la casa.»
Prima che potessi tentare una reazione aveva già rivolto un cenno inequivocabile al
barista e alla cassiera. Non mi restò che ringraziarlo mentre lo seguivo verso l'esterno.
Davanti all'ingresso sembrava tutto tranquillo: un taxi scaricava clienti allegri, e sul
marciapiede di fronte si vedeva solo una coppia di giovani bianchi che indugiava a
sbaciucchiarsi.
«'sera, Nico!» salutò il capofila dei nuovi arrivati, e benché mezzi brilli, tutti salutarono
con rispetto il titolare del Derby.
Augurò loro buona serata, amichevole ma senza sprecare sorrisi da imbonitore. Appena
furono entrati sollevò un dito e, come volesse svelarmi un segreto, mi sussurrò: «Ascolta
bene, Lorenzo».
«Dimmi.»
«No, prova a chiudere gli occhi. Non senti proprio niente?»
In effetti si distinguevano dei tonfi a intervalli regolari, che mi fecero pensare a un
fabbro in azione. «Cos'è?»
«Il metodo Turtas. Quando qualcuno prova a fare il furbo, Graziano e i fratelli lo
accompagnano in fondo alla strada qui dietro.»
«Preferisco non andare a vedere.»
«È una strada corta ma fitta di botteghe», osservò Nico. «Non è bello, arrivarci in fondo
a forza di testate contro le saracinesche.»
CAPITOLO XVIII

Fissare un appuntamento con Aaron Melchiades fu più semplice del previsto: al telefono
trovai una segretaria non giovanissima e, non appena spiegai chi ero, lei annunciò che il
Presidente sarebbe stato lieto di avermi ospite a colazione.
«Al circolo Arada a mezzogiorno, d'accordo?»
«Magnifico, signora. L'indirizzo del circolo?»
«Oh, non vi disturbate, giovanotto. Vi mando un uomo di fiducia in albergo un quarto
d'ora prima.»
Amorevole come una zia.
Essenzialmente, ero curioso di domandare a Melchiades che effetto faceva guidare la
più importante squadra mista di un campionato in cui metà dei giocatori vantavano il
certificato di appartenenza alla gens italica, e contando gli europei e i sudamericani
restavano appena una cinquantina di tesserati fra Etiopi, Eritrei e Somali.
Avevo dato per scontato che il suo uomo sarebbe arrivato in auto, invece era un giovane
mulatto dai capelli raccolti in grosse trecce, che si presentò come Saverio e mi invitò a
salire con lui a cavalcioni d'una vecchia Guzzi.
«Mio padre ci aspetta», annunciò, e io mi aggrappai alla sua cintura senza capire,
mentre il borbottio del motore si trasformava in un grido di battaglia.
Era a lui che Aaron Melchiades aveva affidato la sua impresa di logistica?
Invece di Saverio, l'avrei chiamato pazzo deficiente a ogni incrocio traversato alla cieca,
e tutte le volte che bruciava un semaforo senza smettere di canticchiare le sue nenie
africane.
In qualche modo, arrivammo sani e salvi fino alla palazzina che ospitava il circolo
Arada, affacciata sulla rotonda della cattedrale.
«Ci fanno riunioni e conferenze, e anche la sede è qui dentro», spiegò la mia guida
precendendomi nell'atrio.
Ci lasciammo alle spalle una sala di lettura e la buvette, poi Saverio mi fece strada lungo
una rampa di scale dal corrimano in ferro battuto.
Appese alle pareti imbiancate di fresco c'erano foto delle vecchie formazioni del San
Giorgio con la V sul petto, e di quelle più recenti a colori, con la maglia a strisce gialle,
rosse e nere che era valsa alla squadra il soprannome di «pigiama».
«Questa è la scala della gloria», spiegò compresa la mia giovane guida. «Ci sono tutti gli
uomini che hanno giocato per noi anche un solo campionato. Il San Giorgio, o Kedus
Ghiorghis, è la prima squadra di Etiopia dove bianchi e neri hanno giocato insieme»,
aggiunse come snocciolasse i versi di una poesia. «Eravamo una squadra mista già prima
che arrivassero gli Italiani, ai tempi di Hailè Selassiè, re dei re e leone conquistatore della
tribù di Giuda.»
Nell'ultima foto riconobbi la nuvola di capelli crespi di Ghebre Iosef. L'Etiope dagli
occhi fieri, i capelli ormai grigi e le grandi basette che gli stava a fianco con la fascia da
capitano al braccio non poteva che essere Iohannes Aregai.
Scesi qualche gradino a controllare le foto precedenti: Ghebre Iosef scompariva quasi
subito, ma Aregai c'era sempre, in piedi o accosciato, sempre più giovane e smilzo man
mano che si tornava verso gli anni Trenta.
Per il mio lavoro avevo visto tante gallerie di formazioni, ma mai come in quel caso
coincidevano con la vita stessa di un uomo.

Aaron Melchiades era solo nel suo ufficio e stava battendo a macchina di persona.
Era un signore di mezz'età dal profilo levantino, i capelli argentei ravviati all'indietro, e
un paio d'occhialetti dorati che, assieme al panciotto a righe, gli conferivano un'aria
spiritosa e fuori moda. «Così voi siete l'amico del cavalier Venturi», mi accolse severo.
«Amico non direi. Ce l'ha un po' con me, credo.»
«Lo detesto, quel pescecane», sorrise smettendo il cipiglio. «Ghebre Iosef mi ha
raccontato tutto. Anche della vostra amicizia con quel ragazzo un po' scapestrato che gioca
a Dire Daua.»
«Cumani. È un tipo spensierato», ammisi.
«È un'ala veloce e sa trattare il pallone», mi stupì. «Voi cosa ne dite?»
«Be', di rado ho visto qualcuno segnare due volte dopo aver preso tante botte.»
«È una dote importante, la resistenza», notò con uno sguardo obliquo. «Direi che
insieme al mimetismo, di questi tempi è la virtù migliore.»
«Già», finsi di capire.
«Sono arrivato qui nel '28 con mio padre. Giravano le iene per strada, e gli avvoltoi
scendevano a rubare il cibo fin dentro i cortili delle case. Quella in cui vivo ancora oggi è
stata costruita quando gli unici bianchi da queste parti erano diplomatici, missionari e gli
Armeni dell'orchestra imperiale.»
«E già si giocava a calcio?»
«Si cominciava. Dopo l'incoronazione di Hailè Selassiè sono arrivati sempre più tecnici
europei, e in città sono iniziati i tornei. Era un football da pionieri, ma sono stati anni belli.»
«Poi sono arrivati gli Italiani e la festa è finita.»
«Già. Ci hanno fatto scegliere se scaricare i giocatori africani o essere radiati da tutte le
competizioni ufficiali», ricordò sfilando il foglio dal rullo della Remington. «Credevano di
umiliarci, e invece ci hanno reso speciali agli occhi della gente. Ci sono voluti anni, perché
nascesse un campionato aperto, almeno in teoria, anche ai neri. Il giorno in cui abbiamo
giocato la prima partita in Serie Africa, lo stadio era stipato come per una finale. Che lo
vogliamo o no, siamo diventati l'emblema di un'Etiopia diversa, dove ci sarà posto per
tutti.» Esitò un momento controllando il foglio, poi aggiunse: «Oggi in squadra ci sono
quattro Etiopi e altrettanti Italiani, fra cui un tirolese e un mulatto dell'Asmara, poi
abbiamo un Inglese, un Uruguagio e un creolo della Guiana».
«È un allenatore iugoslavo.»
«Si può dire che per noi il futuro sia già qui. Sarà per questo che non siamo popolari fra
chi vuole lasciare tutto com'è.»
Parlava senza peli sulla lingua, così lo provocai: «Però mi sembra di capire che a molti,
qui, non ripugnerebbe il ritorno del Negus».
Melchiades mi rivolse un sorrisetto diffidente, poi rispose: «Idea suggestiva, Pellegrini.
Ma non credo proprio che lo vedremo di nuovo qui. Nelle campagne la gente lo venera
ancora come autentico sovrano d'Etiopia, e persino alcuni fra i miei familiari più giovani lo
credono un santo o un profeta, ma non hanno vissuto ai suoi tempi».
«E com'era?»
«Era il regno degli Amhara, la gente cristiana delle terre alte. C'è chi dice siano la tribù
perduta di Israele. Una civiltà affascinante, ma avevano il difetto di considerare gli altri
popoli d'Etiopia più o meno come bestie.»
«I poveri Galla», dissi per mostrarmi preparato.
«Dabbasso nella valle dell'Omo, quei signori si erano occupati per secoli di organizzare
razzie e guerreggiare fra clan rivali. Gente difficile, non c'è dubbio, ma da qui a venderli
come schiavi ne passa.»
«Così Hailè Selassiè non era un santo.»
Aaron Melchiades sollevò le sopracciglia, sospirò e disse: «Diciamo che se lo era non ce
ne eravamo accorti». Poi aggiunse: «Sarà così anche per Mussolini. Rimpiangere i tiranni è
molto più semplice che sopportarli».

Alla buvette del circolo Arada, il tavolo d'onore era riservato a Melchiades e i suoi ospiti.
Io sedevo di fronte al terzino Davide Pardo, ex Spal e Mantova, un giovane di forse
ventott'anni cui i capelli ondulati ravviati all'indietro e un paio di baffi sottili, che
parevano tracciati a matita, regalavano un tocco antico e leggermente equivoco.
Con lui erano arrivati Ghebre Iosef e l'uruguagio Reyes: con quelle guance olivastre e
butterate, il profilo da indio e i capelli che parevano incatramati, terrorizzare i portatori di
palla avversari doveva riuscirgli piuttosto bene.
«Mister Krasic si scusa ma non potrà unirsi a noi», ci informò subito Aaron. «In
compenso ci raggiungerà mio figlio per il caffè. Ma io, ragazzi, devo ancora farvi i
complimenti per domenica.»
«Grazie», disse Pardo con noncuranza. «Siamo stati tutti bravi, ma di quel salvataggio
sulla linea vado proprio fiero.»
«Di cosa stai parlando?» s'informò Ghebre Iosef.
«Ma come? Fine primo tempo. Mischia in area, il 9 tira, Florian respinge in tuffo, la palla
torna al maledetto e… Chi ha parato la ribattuta sulla linea?»
«Non ho visto», disse il fidanzato di Marzia-Mariam.
«Un gol salvato vale come un gol fatto. Voi avete visto, presidente?» domandò Pardo
come se implorasse da bere in mezzo al deserto. «Ha visto tutto lo stadio, accidenti»
«Hai giocato bene. Avete giocato tutti bene, e se Iohannes continua così arriverete
lontano. Che novità, dall'allenamento di oggi?»
Pardo, Reyes e Ghebre Iosef si guardarono perplessi.
«Dunque?»
«Racconta tu, Davide», sospirò il mediano.
«Waarts era agitato», rivelò Pardo a bassa voce. «Ordinaria amministrazione.»
«Non sembra, dalle vostre facce», osservò Melchiades. «Cos'è successo di preciso?»
«Mentre giocavamo la partitella contro le riserve, un ragazzo gli ha fatto un'entrata da
niente, e lui gli ha tirato uno schiaffo.»
«Anche due», precisò Reyes. «Il señor Krasic ha ordinato a Waarts di domandargli
scusa. E visto che quello non voleva farlo, l'ha mandato a casa.»
Il presidente inarcò le sopracciglia e sbuffò. «Il guaio del calcio è che i giocatori in media
hanno fra i venti e i trent'anni. Dovrebbero essere un po' più vecchi, per non fare
sciocchezze.»
«Waarts deve darsi una calmata. Si è già fatto espellere due volte quest'anno», notò
Ghebre Iosef. Vestiva come un bullo, ma era di una ragionevolezza disarmante.
«Waarts», considerai. «Da dove viene?»
«Paramaribo», scandì Pardo. «È una specie di gigante creolo capace di saltare un metro e
ottanta a forbice.»
«E com'è arrivato qui?»
«Via mare insieme a Claypool, la nostra ala sinistra. Tommy a casa giocava
professionista nel Millwall, ma tre anni fa un petroliere gli ha offerto una cifra
irrinunciabile per andarsene a giocare nella Guiana olandese. Voleva costruire una
squadra che vincesse a mani basse la Coppa dei Caraibi o come cavolo si chiama, così
Tommy è partito. C'erano europei e sudamericani, solo che il campionato non è mai
iniziato, e i soldi non si sono visti.»
«Bella fregatura.»
«Ogni tanto va così, oltreoceano», commentò Reyes con filosofia.
«E quando è tornato a casa, si è portato dietro il creolo come souvenir.»
«Sciocchezze», lo ammonì Melchiades. «Waarts è forte, e tu lo sai.»
«Laggiù giocava centravanti, ma il mister sostiene che è un difensore naturale, così per
noi fa lo stopper.»
«Sono arrivati fin qui giocando a calcio», spiegò Aaron. «Passato l'Oceano, il piroscafo
faceva scalo tre giorni a Dakar. Waarts e Claypool hanno deciso di farsi notare sfidando i
locali sulla spiaggia. Alla fine hanno trovato un ingaggio nella squadra della missione
militare britannica, e il piroscafo è partito senza di loro.»
«Vi rendete conto?» domandò Reyes. «Quelle teste matte hanno giocato gratis fra i
soldati. Solo vitto e alloggio, gli davano.»
«Finita la stagione, si sono rimessi in viaggio per l'Egitto», proseguì il presidente.
«Avevano sentito dire che allo Zamalek li avrebbero pagati bene. Ma tempo di arrivare, e
là era cambiato tutto. Colpo di Stato militare: per Waarts poteva anche esserci posto, ma in
quella stagione un Inglese con le lentiggini non lo volevano vedere. Allora hanno risalito il
Nilo su una feluca, e per un po' hanno giocato insieme a Cartum.»
Il mondo del calcio era decisamente più grande di quel che immaginavo.
«Nemmeno lì riuscivano a farsi pagare», aggiunse Reyes. Pareva angosciato per loro.
«Dovevano lavorare come giardinieri per il mullah suocero dell'allenatore. E appena hanno
messo insieme abbastanza dinero, si sono comprati due biglietti di treno per venire da noi.»
«La verità è che Claypool vuole bere in pace», insinuò Pardo. «In Sudan gli islamici non
glielo lasciavano fare. Per questo, è venuto.»
«Linguaccia!» disse Iosef Ghebre Iosef.
«Claypool e Waarts sono due ottimi giocatori e due amici», precisò Aaron mentre
arrivavano le nostre pietanze. «Teniamolo a mente anche quando scherziamo, per favore.»

«E tu, Iosef, cosa farai quando sarai sposato?» domandò Pardo mentre pelava la sua
mela con gesti consapevoli da milordino. «Resterai a casa coi frugoletti, o continuerai a
dare calci a un pallone per tutta la vita come Aregai?»
«Noialtri mica ce l'abbiamo, un negozio di radio in centro come quello del tuo vecchio.
Ci toccherà giocare finché non siamo pronti per l'ospizio», rispose Ghebre Iosef con un
sorriso al presidente.
«Sono il suo unico figlio, e vorrebbe lasciarmelo», considerò Pardo. Poi riempì il
bicchiere d'acqua, bevve e disse: «Per ora, abbiamo raggiunto il nostro compromesso. C'è
tempo più avanti, per vendere radio tutta la settimana».
«Beato te che sei nato ricco», si lamentò Reyes, e addentò una pera. «Io, a nove anni,
lavoravo già.»
«Al negozio di frutta. Ce l'hai raccontato mille volte, Horacio.»
«Porta rispetto, damerino!»
«Però a sbucciarla non ti hanno mai insegnato.»
«E fatela finita», li invitò Ghebre Iosef. «Siete noiosi.»
«A lui l'ha messo in riga la fidanzata», lo prese in giro Reyes mentre il sugo della pera
gli colava sul mento. «Ha messo le mani su uno dei migliori partiti della città e sta
diventando un elegantone! E a proposito, quando farete il grande passo?»
«Quando arriverà il giorno, sarete tutti invitati.»
Pardo sembrò riflettere, poi domandò insolente: «Cos'è, Horacio, vuoi già segnare in
agenda un altra occasione in cui riempirti la pancia gratis?»
Mi parvero parole fuori luogo, e anche Melchiades sembrava irritato, ma l'uruguagio
non si offese.
«Sei proprio ebreo, Pardo», ribatté. «Solo a un judìo può venire in mente una cosa del
genere.»
«Sentito, presidente?» invocò il terzino.
«Lascia perdere, Davide.»
«Sei fortunato che non sono della Banda Stern. Se fossi della Stern, saresti un uomo
morto.» Poi puntò il dito a pistola verso Reyes e disse: «Crepa, nemico del popolo eletto!»
«Ora basta. Non esiste più nessuna Banda Stern», chiarì Melchiades con un gesto che
sembrava voler diradare un fumo invisibile. «È orribile tutto quello che è successo negli
anni Quaranta, ma ne siamo usciti», considerò grave. «Chi vuole può andare in Israele, e
noialtri siamo liberi di vivere in pace dove ci pare.»
Il cameriere arrivò spingendo il carrello dei dolci e annunciò: «Signor Melchiades, sta
arrivando vostro figlio».

Mi aspettavo di vedere Saverio, invece entrò nella stanza il titolare del bar Derby
insieme a Graziano Turtas e altri quattro orchi dalle camicie color pastello.
«Mio figlio Nico», disse fiero Aaron Melchiades.
«Ci siamo già conosciuti», gli spiegò stringendomi la mano. «Benvenuto al San Giorgio»,
aggiunse prendendo posto. «Sorpreso, Lorenzo?»
Evidentemente il vecchio Aaron doveva avere generato lui e Saverio con donne molto
diverse.
I fratelli Turtas, invece, sembravano fatti con lo stampino: cinque volti scolpiti, rupestri,
accesi da uno sguardo di brace. Tutti portavano anelli alle dita e cravatte esagerate, e non
potevi distinguere quali ossero stati in gioventù questurini e quali fuorilegge.
Dopo avere omaggiato Aaron, Graziano mi riconobbe e mi sorrise portandosi le dita alla
fronte, poi si ritirò con i fratelli a un tavolo d'angelo.
«Così tu saresti una specie di procuratore del signor Cumani», disse Nico mentre mi
porgeva la sua scatola di cigarillos. «Giornalista e procuratore.»
«Proprio no», dissi sfilandone uno. «L'ho visto giocare una volta sola, ha fatto due gol
incredibili e subito dopo si è fatto cacciare fuori con una scena da pazzo. Poi ci siamo
conosciuti e non si è più voluto separare da me. Credo si sia convinto che gli posso trovare
un ingaggio in Italia.»
Nico accese il suo cigarillo guardandomi di sottecchi, poi mi offrì il fuoco e disse: «Io
invece l'ho visto giocare parecchie volte, ed è forte. Ma dicono sia un po' bizzarro».
«Già, è una specie di cavallo pazzo», s'inserì Pardo. «E come hai sentito, Pellegrini, in
squadra ne abbiamo già uno.»
«È un uomo coraggioso», disse Ghebre Iosef. «Io sono a favore.»
Allora compresi che era in corso una specie di consiglio, da cui poteva dipendere
l'immediato futuro di Ermes.
«Coraggioso lo è senz'altro», dissi. «Mi ha anche salvato la vita, un paio di sere fa»,
aggiunsi mostrando l'ombreggiatura del livido che mi decorava la guancia. «Due teddy mi
hanno aggredito per la strada, lui si è messo in mezzo e li ha stesi.» Sentivo che raccontare
della pistola non l'avrebbe messo in buona luce. «Sei un giornalista che avrà visto giocare
migliaia di uomini», considerò Nico. «Vorrei mi dicessi se Cumani ti è parso un calciatore
leale oppure no.»
«Qualcosa di più, forse. Mi sembra uno che per la maglia farebbe molte cose. Sempre
che la squadra sia di suo gradimento…»
Tutti tacevano, e notai un gesto di Melchiades padre che invitava Nico a proseguire.
«Pensi che gli andrebbe bene, giocare con noi?» domandò nel silenzio della tavolata.
Ghebre Iosef mi guardava come si aspettasse qualcosa da me, Pardo come se l'avessero
punto con uno spillo.
«Ermes? Al San Giorgio?»
«Precisamente.»
«Per quanto ne so verrebbe di corsa. Lui lo sa», dissi indicando Iosef. «Ermes è un vostro
grande estimatore.»
«Con lui e un paio d'altri rinforzi che ho in mente, possiamo dare del filo da torcere a
chiunque», disse Nico senza badarmi. «Lo so come andrà, se vinceremo lo scettro e
arriveremo a giocare in Italia. Rideranno di noi, all'inizio, ma dovranno smettere in fretta.
Se le squadre di lassù commettono l'imprudenza di sottovalutarci, potremmo giocare loro
un bel tiro.»
«Figliolo, sognare troppo fa male», lo avvertì Aaron. «Però bisogna essere pronti a tutto.
Anche a vedere questo club lasciare per la prima volta l'Africa e giocare a Roma contro i
campioni della Serie A. Se il cielo vorrà così, sarà mio figlio ad accompagnare la squadra in
quest'avventura.»
«La tua esperienza ci sarebbe preziosa, Lorenzo», disse Nico speranzoso. «Io amo questa
squadra con tutto il cuore, ma il mio mestiere è spedire container. Tutti i consigli che vorrai
darci saranno di immenso aiuto.»
Risposi d'istinto che, se potevo aiutarli, l'avrei fatto volentieri.
«Cuidado, gringo», mi mise in guardia Reyes. «Dopo aver rinunciato alla percentuale
come procuratore di Cumani, adesso ti stai facendo ingaggiare gratis come consulente.»
«A proposito», disse Aaron. «Non riusciamo a farlo venire quel ragazzo?»
«Al nostro amato presidente!» levò il calice Ermes. «Al grande San Giorgio! A tutti gli
eroi dello stadio Nuovo Fiore!»
I dettagli dell'accordo gli erano stati comunicati a voce da Nico. Si erano stretti la mano
e, in attesa di stendere un regolare contratto, tanto era bastato.
Ormai Ermes si sentiva a pieno titolo un giocatore del San Giorgio come Aregai, Ghebre
Iosef e gli altri che avevano traversato mezzo mondo prima di vestire la maglia a strisce
dei «pigiama» di Addis Abeba.
«Mi spiace solo non poter dare il mio contributo per vincere lo scettro», si rammaricava.
«Queste quattro giornate non me le leva nessuno. Ma le partite in Italia potrei giocarle.»
«Non credere che giochi facile», disse Reyes con un sorriso minaccioso. «Solo quando
noialtri siamo malati, da brava riserva.»
«Sceglierà il mister», si strinse nelle spalle Cumani sorridendo innocente ad Aaron e
Nico. «Lontana da me l'idea di creare problemi in spogliatoio. Sarò una risorsa della
squadra, io.»
«Molto bene», sorrise il presidente. «La vita nel nostro club si fonda su una serie di
regole non scritte. E visto che il capitano non è con noi, sarà Iosef a parlartene.»
«Il San Giorgio è una grande casa dove non contano differenze di razza o religione»,
prese a declamare il centravanti.
Il cameriere nero lo sentì, e gli gettò un'occhiata timorosa e ammirata.
Ghebre Iosef andò avanti a recitare una specie di decalogo, il cui ultimo articolo era
dedicato alla condotta da tenere durante il campionato. Era curioso sentire in bocca a un
nero parole ricercate come «dedizione» e «sobrietà», ma in fondo stava per andare sposo a
un'incantevole fanciulla figlia d'un magnifico rettore.
«Voglio che i miei giocatori, bianchi e neri, leggano tutti il Kebra Negàst», disse Aaron
quando ebbe finito. «Solo così possono capire che genere di responsabilità comporta,
essere amati da queste parti.»
«È un libro sacro», mi spiegò Nico. «Il racconto di come è nato il popolo etiope, e della
gloria dei suoi re. A cominciare da Menelik il Grande, figlio di Salomone, e da come l'Arca
dell'Alleanza viaggiò fino a qui.»
«Capito, Cumani?» domandò Pardo malevolo. «Ubriacati adesso, perché da domani non
potrai più bere così. Se non vuoi scaldare per sempre la panca, meglio che fai vita da
atleta.»
Ghebre Iosef sollevò perplesso le sopracciglia. Doveva saperlo anche lui che Ermes
possedeva un gran talento col pallone fra i piedi, ma con la vita da atleta aveva poca
dimestichezza. «E datti una regolata», consigliò, «fumi come una vecchia locomotiva.»

«Gesù, ti rendi conto?» se ne uscì Ermes mentre tentavamo di riguadagnare la città a


piedi lungo lo stradone dell'aeroporto. «Nel giro di pochi giorni, appena Fonardi invierà le
scartoffie necessarie, sarò ufficialmente un giocatore del San Giorgio.»
«Sono felice per te. Ma adesso le scartoffie sono l'ultimo dei tuoi problemi. Ho capito
male, o domani ti aspettano al campo alle tre?»
«Oh no, hai capito benissimo», sorrise sotto la luce della luna che rendeva l'asfalto simile
a un canale d'acqua argentea.
Da quando eravamo usciti dal circolo Arada, non avevamo più smesso di bere. Come
ciottoli che rimbalzino sul pelo dell'acqua, eravamo passati da un bar all'altro fino a un
postaccio chiamato Hangar XII. Quando uscimmo albeggiava, il buttafuori si era appena
preso una bottigliata in testa ed Ermes non era voluto salire sull'unico taxi in attesa.
«Vado a piedi», aveva annunciato con voce impastata. «Una mezza dozzina di
chilometri mi farà solo bene.»
«Su, non fare il pazzo.»
«Devo essere degno di Aregai. Corre venti chilometri tutte le mattine, lui.»
«Non da ubriaco, vedrai.»
«Lui ancora non lo sa ma è un mio fratello di spogliatoio, adesso, e te lo presento
quando vuoi.»
Per non lasciarlo vagare solo e ubriaco nella notte mi ero impegnato ad affrontare il
viaggio a piedi insieme a lui, e nonostante l'abbaiare delle iene in lontananza mi sembrava
ancora di avere fatto la cosa giusta.
Però quando ci imbattemmo nella pensilina d'una fermata delle corriere, andai a
consultare la tabella degli orari.
«Lascia stare», disse Ermes. «Non ci sono corse di notte.»
«Vieni a vedere», lo chiamai. Sulle corse notturne aveva ragione, ma qualcuno aveva
inciso sul bordo della tabella la scritta «W San Giorgio – Audax Merdax», e ci tenevo a
mostrargliela.
CAPITOLO XIX

Mi svegliai a mezzogiorno passato con i piedi doloranti. Li controllai, e fra arrossamenti e


vesciche non erano un bello spettacolo. Allora ricordai la marcia interminabile della notte,
e seppi che non avevo solo sognato: ormai Ermes era davvero un giocatore del San
Giorgio.
Se pure non avevo il merito di questa inattesa piega degli eventi, mi sentivo leggero
come dopo aver compiuto una buona azione.
Appena fuori scoprii dai giornali che domenica i «pigiama» avrebbero ospitato il
Marittimo Mogadiscio, ormai tagliata fuori dai giochi per il titolo nonostante un ottimo
girone d'andata.
Pranzai con un paio di tramezzini, mi spinsi fino al rondò di piazza Roma e cercai una
macchina che mi portasse al campo di allenamento lungo la strada per Adama.
«Scusa, ma cosa ci vai a fare?» indagò il tassista italiano.
I suoi modi bruschi non mi piacevano, e neppure la sua testa rapata.
«Pura curiosità.»
«Se vuoi veder giocare le scimmie», propose cercando il mio sguardo nello specchietto,
«posso portarti allo zoo.»
«Per chi tieni?» andai al cuore della faccenda.
Invece di rispondere, abbassò l'aletta parasole del posto guida e m'invitò a guardare lo
scudetto dell'Audax che aveva applicato col nastro adesivo. Era una di quelle figurine di
cartone da ritagliare che si trovano sulle riviste per ragazzi, così domandai se aveva figli.
«Solo un nipote», disse lui. «A cinque anni non si perde una partita alla radio, e sogna di
accompagnare suo padre e il sottoscritto allo stadio. Ma ormai per quest'anno non è aria.
La gente si scalda sempre, nelle ultime partite.»
«L'ho visto succedere all'Asmara, nel derby di domenica scorsa.»
«Sciocchezze», scrollò la testa il tassista. «Gli asmarini hanno il sangue freddo, mica
come noi.» Cominciavo a detestarlo. «Se vuoi vedere una città impazzire per il calcio, resta
fino all'ultima di campionato.» Non gli svelai che ero pagato per farlo. «Quelle merde il
titolo se lo devono giocare contro di noi. San Giorgio-Audax, senza appello. E quando
solleveremo lo scettro di fronte allo stadio pieno, vedremo se sarai ancora contento, di
esserti appassionato a quelle merde dei "pigiama"…»
«Di che pigiama parli?» mi finsi stupito.
«Di quella maglia inguardabile», sbuffò. «Che squadra! Il gioco dipende da un negro in
età da pensione e il presidente è mezzo greco e mezzo ebreo.»
«Popoli amici», puntualizzai.
«Ma com'è che hai deciso di tifare San Giorgio? Sei italiano, vero?»
«Maltese», mentii perché la smettesse.
«E cosa ci fai qui?»
«Sono venuto a vendere il cartellino del giovane calciatore mediterraneo dell'anno»,
inventai di sana pianta. Mi serviva un nome, e snocciolai il primo che mi venne alla mente.
«Cedroni Oscarre.»
«Mai sentito», disse il tassista, ma aveva perso tutta la tracotanza. «Ed è bianco come me
e te, questo Oscarre?»
«Siamo tutti bianchi, noi maltesi. Ma davvero non lo conoscete? Cinquantanove gol in
trenta partite di campionato.»
«Cinquantanove?»
«Lo voleva la Sampdoria. E invece verrà a giocare qui in Africa.»
«Ma siete una specie di procuratore?» domandò intimorito.
«Non una specie. E se quel vecchio puzzone di Melchiades si decide a scucire il grano,
l'anno prossimo il nostro Oscarre giocherà nel San Giorgio.»
«Dico, ci avete parlato con l'Audax?» s'informò preoccupato. «Li trattiamo bene, i nostri
giocatori.»
«Mi spiace», dissi col tono più ottuso che mi venne in soccorso. «Ho l'incarico di trattare
con Melchiades.»
«Certo», ammise rabbuiato. «Ma poi non piangete, se il vostro gioiellino non si troverà
bene.»
Mi scaricò a due passi dalla recinzione in legno del campo da allenamento, circondata
per intero da tifosi.
«Non date troppa confidenza a questa gentaglia», si raccomandò quando l'ebbi pagato.
«Si annidano sovversivi e nostalgici del Negus, fra loro, e l'allenatore è uno slavo. Stategli
lontano. E soprattutto state attento a Melchiades. Appena vi ha dato i soldi, scappate. Un
uomo che ha tre mogli, può essere capace di qualsiasi cosa.»
Avevo già aperto lo sportello e mi preparavo a scivolare fuori, ma la faccenda delle tre
mogli mi incuriosì.
«È rimasto vedovo due volte?»
«Macché vedovo», mi guardò malizioso il tassista. «Tre tutte insieme. Lui vive con la
bianca, che poi sarebbe la sua ex domestica polacca, e intanto mantiene le negre in due
appartamenti insieme ai loro bastardi. In città lo sanno anche i lampioni. Appena è caduta
la legge sul meticciato li ha riconosciuti e ha dato il suo cognome a tutti, anche a quella
specie di zulù che fa il magazziniere.»
«Ho conosciuto solo Nico», mentii scrutando le schiene delle centinaia di curiosi stipati
intorno al rettangolo.
«Be', il giorno in cui saliranno sul mio taxi, padre o figlio, li prendo a sputi quant'è vero
Iddio.»
«Allora dirò loro di portare l'ombrello.»
«Ma torna a Malta, va'.»
Richiusi la portiera e lo guardai andare via sgommando.
Mi feci largo fino a guadagnare una porzione di staccionata dalle parti della linea
mediana: Ermes si destreggiava in casacca gialla insieme alle giovani riserve del club,
impegnate contro Pardo, Reyes, Ghebre Iosef e gli altri titolari in tenuta rossa. Fra loro
riconobbi subito il lentigginoso Tommy Claypool, così biondo da sembrare albino, e il
roccioso creolo con la testa rasata che aveva viaggiato per mezzo mondo insieme a lui.
Avrei dovuto raggiungere il varco della recinzione e andare a presentarmi a Saverio che
sorvegliava l'ingresso. Di certo mi avrebbe fatto entrare a ridosso delle panchine, ma la
magia del gioco in corso m'inchiodò fra i curiosi.
Gli uomini in rosso assediavano i ragazzi nella loro metà campo. Non li attaccavano a
viso aperto, si limitavano a intessere una trama di scambi veloci, di prima intenzione, che
aprivano varchi nella difesa.
«Vai largo, Ghebre!» riecheggiò una voce metallica, e un fremito d'attesa si diffuse fra gli
spettatori. «Allargati e prova da fuori!»
Allora mi accorsi che l'allenatore, un quarantenne rubizzo in maniche di camicia,
gridava le sue disposizioni attraverso un megafono.
Ghebre Iosef scartò un paio di ragazzi e si decentrò fino al limite dell'area. Alzò la palla
con un tocco impercettibile di sinistro, poi calciò al volo con l'altro piede, forte e basso
verso il secondo palo.
Un boato del pubblico salutò la palla che gonfiava la rete.
I compagni si congratulavano con il centravanti, e mister
Krasic dovette leggermi nel pensiero, perché gridò nel megafono: «Fallo di nuovo,
Ghebre. Prova a rifarlo uguale».
Lo stupore in campo durò un attimo. Fu calciata la palla a centrocampo, e non appena i
titolari se ne impadronirono, un africano basso e robusto come un toro la scodellò verso il
centravanti con un'apertura di trenta metri.
Il promesso sposo di Marzia-Mariam saltò in mezzo a due ragazzi. Pensavo che avrebbe
rinunciato alle disposizioni del mister per tentare l'incornata, invece la colpì con la fronte
quel tanto che bastava per mandare fuori tempo i difensori. Mentre la palla ricadeva, ebbe
tutto il tempo di preparare il colpo: il pubblico tratteneva il fiato, in attesa del rumore
pieno del cuoio contro il cuoio.
Ghebre Iosef colse la palla di destro, alla stessa altezza di prima, prendendosi il lusso di
piazzarla. La sfera volò di nuovo in rete a un passo dal palo, e la gente vicino a me prese
ad applaudire frenetica.
«A bona bona!» scandivano. «Bona Ghebre Iosef!»
«Svegliatevi, ragazzi!» si raccomandò il mister alle riserve. «Sapevate già cosa voleva
fare!»
Non avevo bisogno di vedere Ermes da vicino per sapere che stava schiumando di
rabbia. Ancora per un po' non riuscì a toccar palla: i suoi giovani compagni non
azzeccavano tre passaggi di fila, e a lui non restava che correre avanti e indietro lungo la
fascia.
Quando gli arrivò il primo pallone giocabile, tentò di involarsi verso la porta, ma Reyes
gli si parò davanti e strappò il cuoio in mezza scivolata. Qualcuno, vicino a me, rise.
L'uruguagio salì palla al piede oltre la metà campo, lasciò indietro un ragazzo e la passò
lunga a Ghebre Iosef. Il centravanti aprì sorprendentemente di tacco per l'africano robusto
di prima, in arrivo di corsa al centro dell'area: incornata pulita e palla nel sette.
La gente esultò come in una partita vera, e quando ebbero smesso di scambiarsi abbracci
e strette di mano domandai ai ragazzini al mio fianco se l'uomo che aveva appena segnato
fosse Aregai.
Mi guardarono sbalorditi.
«Salashi Kabede detto Ollio», rispose con degnazione uno di loro. «Il capitano è quello
laggiù.»
Me lo indicò seduto all'estremità della panchina, e finalmente riconobbi il vello di capelli
grigi e le lunghe basette delle foto al circolo Arada. Portava la casacca della tuta chiusa fin
sotto la gola, ma era ancora in pantaloncini, i calzettoni abbassati, e anche a distanza le sue
gambe apparivano solcate da cicatrici scure.
«L'ambesà Aregai si è già scaldato prima», aggiunse rispettosamente un secondo
ragazzino, un bianco che portava un cappello a visiera del X Gran premio automobilistico
di Addis Abeba. «È stato anche oggi un grande spettacolo.»
«Allora ce la facciamo, a vincere lo scettro?» domandai incoraggiante.
«Mica facile», rispose il ragazzino serio. «Non dobbiamo sbagliare niente fino alla fine, e
sperare che contro l'Audax ci mandino un arbitro perbene.»
«Spolveriamo i guanti a Florian, e poi tutti a casa», annunciò Krasic al megafono. «Prima
le riserve. Cumani, fammi vedere come batti una punizione centrale!»
Mentre Ermes sistemava la palla dieci metri fuori area, il portiere titolare schierò la
barriera: un bianco, un nero, un mulatto dalla testa carica di ricci, quella rasata del creolo
Waarts e il sorrisetto da ragazzo ricco di Davide Pardo.
Ermes calciò con una rincorsa breve, colpendo il cuoio da sotto: il pallonetto scavalcò la
barriera e puntò perfido l'angolino. Il portiere parve esitare, poi si librò in aria e riuscì a
smanacciare il cuoio lontano dalla rete. Era un biondo di un metro e novanta dalle
ginocchia grosse come quelle d'un cavallo, ma in volo era sembrato leggero come una
foglia.
«Bravo, Ofer!» gridò il ragazzino col cappello. «Sei il nostro Zamora!»
Dopo, calciò un imberbe Etiope dai denti sporgenti che la spedì due braccia sopra la
traversa. Si disperò come avesse sterminato per errore la famiglia.

«Ridotto a giocare con le riserve in mezzo ai minorenni», brontolò Ermes mentre


spingeva al passo la Bianchi ricevuta come bonus per l'ingaggio. «Però qualcosa di buono
l'ho fatto vedere», aggiunse con gli occhi che gli brillavano. «Eri già arrivato quando ho
rubato palla a Aregai?»
«E come, con la pistola?»
«Gli sono andato via pulito, giornalista, e tu non hai visto niente?»
«Sono arrivato che era già in panchina.»
«Ho rubato palla al capitano al primo allenamento», ripeté. «Mi ha folgorato con gli
occhi, ma dovevo pure presentarmi. Peccato solo per il pallone che mi ha soffiato Reyes
alla fine. Sono stato un coglione a sperare che levasse la gamba.»
«Sai cosa avete in comune voi calciatori? Siete tutti vanitosi.»
«Non tutti, però, hanno il mio dribbling.»
«Lo vedi?»
«Di cosa ti stupisci? Siamo come attori, noialtri. Attori col pallone. Viviamo per piacere
alla gente.»
«O far loro dispetto», aggiunsi ripensando a quella volta che si era calato i braghini di
fronte alla tribuna.
«E non è la stessa cosa? Ci mascheriamo sotto una divisa uguale per tutti, ma come i
bambini viziati in fondo speriamo solo di farci notare.»
«Come sei saggio. Ma dimmi del portiere. Pare buono.»
«Vola che è un piacere vederlo. Un tirolese che si chiama Florian Ofer, e anche se vive
qui da quando aveva i pantaloni corti, parla con l'accento dei suoi avi crucchi. Però è
simpatico: ha accettato di fare spazio alle mie cose nel suo armadietto, fino a quando non
ne avrò uno mio.»
«Anche Kabede è forte.»
«È un Galla del Sud, lui. Faceva il pastore.»
«Perché lo chiamano Ollio?»
«Perché è grosso di torace e porta i baffetti. Però sa trattare il pallone, e quando colpisce
di testa potrebbe abbattere un albero.»
«Ghebre Iosef invece sembra un acrobata.»
«Se fa in partita quel che gli riesce in allenamento, non lo fermerebbe neanche la difesa
del Real», esagerò Ermes. «Ma quel che conta è fregare la maglia numero 7 al titolare.
Battelli. Hai capito chi è?»
«Mi sa che non l'ho notato.»
«Il tempo è dalla mia. Krasic dovrà convincersi in fretta che Ermes Cumani non può
perdere tempo fra le riserve.»
«Krasic o Aregai?» chiesi per provocarlo. «Sembra una specie di allenatore aggiunto.»
«Aspetta di vederlo giocare. Non è semplice, avere un capitano così. Ma credo che col
mister abbiano trovato il loro equilibrio. Non sembra uno spogliatoio di gelosi.»
«Allora ci divertiremo, domani.»
«Sai, sono cinque anni che tutte le domeniche m'infilo la maglia col numero 7. Sarà
strano veder scendere in campo qualcun altro», disse a occhi bassi. Poi spiegò: «Andiamo
con Aaron e Nico. Appuntamento in sede alle undici. Ci sono già i nostri nomi segnati per
la tribuna d'onore».
All'improvviso, mi sembrava di aver riconosciuto il treno giusto e di esserci salito sopra
al volo. I Melchiades mi trattavano come un amico di famiglia. Altro ottimo motivo per
sperare che la nuova squadra di Ermes vincesse la Serie Africa: sarebbe stato un trionfo,
presentarmi al Sette repubbliche a braccetto di un club fin lì sconosciuto deciso a battersi
contro la Juve e il Nizza.
Tosetti avrebbe dovuto riconoscere che l'esilio cui m'aveva condannato si era
trasformato per me in un'occasione nuova, e che il sottoscritto era come una palla di
gomma: per quanto tentasse di farmi affondare, gli sfuggivo dalle mani e riemergevo
beffardo.
CAPITOLO XX

Il Sette veli era una vecchia balera dalle pareti in legno e i vetri colorati, un tempo riservata
ai militari italiani e alle sciarmutte che li accompagnavano.
Ora che l'aveva presa in gestione un gruppo di studenti di Belle Arti, si era trasformata
in uno stravagante locale da concerti. La tribù che lo popolava era composta da
universitari e insegnanti poco conformisti, ragazze in gonne sgargianti e monili etiopi, e
non pochi afro dai capelli radunati in grosse trecce come quelli di Saverio Melchiades.
Al banco servivano solo birra e i cocktail più semplici, e nonostante una nuova
copertura avesse sostituito la vecchia tettoia di paglia, permaneva l'impressione di trovarsi
dentro una grande capanna.
Quando entrai con Ermes, sulla pedana del palco era in corso una sessione indiavolata
che vedeva protagonista un talentuoso batterista bianco, lo sguardo ebbro e una grande
farfalla tatuata sull'avambraccio.
Lo accompagnavano una suonatrice di contrabbasso dai capelli ramati, notevolissima, e
un monumentale nero in camicione, occhiali da sole e papalina. Sarà stato alto due metri, e
nelle sue mani una tromba appariva simile a un giocattolo per bambini.
«Bop alla Miles Davis!» approvò Ermes sfilando il soprabito. «Balsamo per le mie
orecchie!»
Per anni quella musica selvaggia era stata tabù.
«Non ci fosse stato il figlio del Duce a sdoganare il jazz», lo provocai, «col cavolo che nei
circoli universitari avrebbero tenuto serate del genere.»
«Dici che devo ringraziare Sua Eccellenza e quella martire di donna Rachele?» sbuffò
mentre perlustrava la sala alla ricerca d'un tavolo libero. «Mi chiedo se anche in Italia sarà
così, o se invece lassù è tutto grigiore, adunate e locali in cui s'ascolta solo Giovinezza.»
«Hai in mente un'Italia che non esiste più. Sono sempre meno a cantare Giovinezza, e a
Roma di jazz puoi ascoltarne quanto vuoi.»
«Almeno quello», disse Ermes facendo su e giù con la testa. «Quanto va avanti, poi, il
Trofeo delle sette repubbliche?»
«Quarti, semifinale e finale, tutto in una settimana.»
«Tutta 'sta pubblicità, e ci pagano solo una settimana in Italia?» domandò con un sorriso
da gradasso.
«Sempre che vinciate lo scettro.»
«Se solo l'Audax facesse un passo falso… Ma dicono i ragazzi che la partita di domani se
la sono già comprata», considerò mentre occupavamo un tavolino a ridosso della pista. Era
a forma di elle, affollata di ragazzi scamiciati che tenevano il tempo col piede, o fingevano
di suonare strumenti d'aria.
«C'è poco da fare i conti: tocca vincere oggi e domenica prossima, poi c'è lo scontro
diretto all'ultima giornata. Come sono, loro?»
«La squadra più noiosa sulla faccia della terra», rispose, «ma prendono gol a ogni morte
di papa.»
«E davanti?»
«Tirano a stangarti in contropiede. Se ti distrai un attimo, è fatta.»
Non era quello che speravo di sentire, ed Ermes se ne accorse.
«Ma noi abbiamo un piano escogitato da mister Krasic», rivelò.
«Sentiamo.»
«L'ha chiamato Greta come la sua nuova amichetta», e si mise a contare con le dita. «G,
giocare come fosse la nostra partita di addio al calcio. R, ricordare che loro sono la squadra
del Governatore e noi quella del popolo. E, entrare su ogni palla. T, troncare la loro
manovra a centrocampo. A, alla fine conta solo buttarla dentro una volta più di loro.»
«Grande piano. Speriamo che gli interpreti siano all'altezza.»
«Ne dubiti?»
«Se il famoso Aregai si fa fottere la palla così facilmente come dici…»
«Forse non si è impegnato», ventilò Ermes. «Oppure voleva mettermi alla prova.»
Senza che il batterista interrompesse il suo lavoro di rullanti, la ragazza sul palco cedette
il posto a un nero esile con le trecce fino a metà schiena. Era una specie di nano, al cospetto
del trombettista che lo affiancava, ma inclinò il contrabbasso con un gesto fluido e prese a
diteggiare scale rotonde. Doveva avere mani d'acciaio, perché lo strumento suonava forte
come fosse amplificato, e la musica che ne tirava fuori ti faceva pensare all'andatura
caracollante d'un pachiderma.
Per un attimo il batterista si fermò, sorrise a qualcuno del pubblico, e annunciò: «Signore
e signori, Pato Robinson», poi riempì l'aria con un ritmo dispari di legni e metalli che
parevano gocce di rugiada al sole.
Il nero al contrabbasso si girò verso di lui e dondolò la testa in segno d'approvazione: la
tromba del loro compagno lanciava lamenti, si inerpicava in lodi vertiginose, gioiva satura
d'entusiasmo e tornava di nuovo a piangere. Guardandolo meglio, mi resi conto che i suoi
occhiali da sole avevano ancora attaccato alla stanghetta il cartellino del prezzo.
«Bravi, però», riconobbi quando mi resi conto che i miei piedi ormai andavano per conto
loro. «Peccato non possano suonare durante le partite, come a Napoli dove c'è l'orchestrina
allo stadio.»
«Ma al Nuovo Fiore è molto meglio», disse. «Quando il San Giorgio scende in campo, i
tifosi li accolgono con i negarìt, i grandi tamburi da guerra. Bom, bom. Bom, bom. E tu sai
che quella è una chiamata alle armi.»
«Sembra abbastanza impressionante.»
«Lo è, te lo assicuro. La mia prima volta contro di loro, non riuscivo nemmeno ad
allacciarmi le scarpe.»
Andò a ordinare rum e martini al banco, e io mi lasciai prendere dalla musica.
Dopo un po' che dondolavo la testa a occhi chiusi e sognavo di trovarmi una donna
accanto, ebbi una specie di visione: il San Giorgio incontrava in amichevole il Bologna
davanti al Littoriale gremito.
Se avessi convinto Nico, lui avrebbe convinto suo padre. E se avessi convinto il
direttore, lui forse ne avrebbe parlato al presidente Dall'Ara. Se i «pigiama» si fossero
messi in luce vincendo lo scettro, non era impossibile: già che venivano in Italia per il Sette
repubbliche, tanto valeva provare a organizzare un piccolo tour…
«Che stai pensando?» domandò il mio amico di ritorno con le bibite. «Ridi da solo?»
«Dev'esserci un destino, in questo viaggio in Africa. Era cominciato come una
punizione, invece mi sta dando un sacco di buone idee.»
«Quando tornerai a casa sarai una persona diversa», disse. «È sempre così. Solo che
stavolta sull'aereo ci sarò anch'io.»
«Detto con quegli occhi da matto, sembra una minaccia.»
«Ma se da quando mi conosci la tua vita è cambiata da così a così», disse ruotando il
palmo. «Quanto ti annoiavi, prima?»
Adesso che la sessione sul palco era finita, i ragazzi in pista ballavano sui 45 giri di
shuffle americano e calipso del juke-box.
La bella suonatrice dai capelli ramati e il nero che l'aveva sostituita al contrabbasso
erano venuti a sedersi al tavolino di fianco al nostro. Fumavano un'erba odorosa, la stessa
che avevo provato al concerto di Vito Picone, ed Ermes domandò se potevano allungarne
una presa anche a noi.
«Se ti piace l'erba devi venire a Sciasciamanna», sorrise il nero allungandogli quella che
sembrava la cima secca d'una pianta. «Laggiù, alla colonia afro, ne abbiamo interi campi.»
«Che meraviglia», disse Ermes. Poi domandò: «Quanto ti devo, amico?»
«Niente, fratello. Cresce per tutti sotto il cielo del buon Dio.»
La ragazza disse che era assolutamente vero, e scoppiò a ridere abbracciandolo.
«Sei buono, Pato. Dovremmo essere tutti più buoni, non credete?»
«Oh sì», dissi. Con i suoi modi da ragazza bene uscita di senno, doveva conoscere per
forza la fidanzata di Ghebre Iosef.
«Cosa conta se io sono nata a Venezia e lui all'Avana?» sragionava. «L'amore è uno
solo.»
Stavo cominciando a pensare un po' troppo spesso a Marzia-Mariam. Avrei dovuto
considerarla una donna da cui stare lontani, ma proprio non mi riusciva.
«Davvero sei cubano, Pato?» domandò Ermes incuriosito mentre sbriciolava le foglie
secche nel palmo della sinistra. «Non ne avevo mai conosciuti, prima.»
«Habanero», confermò quello. «Ma prima ancora figlio di Dio.»
«Pato è un seguace della religione rastafari», annunciò la ragazza compresa.
«Ras Tafari?» considerò Ermes perplesso. Poi si volse verso di me e disse: «Era il nome
di Hailè Selassiè prima di essere incoronato Negus».
«Per loro è Dio», spiegò la giovane. «Sono in tanti a crederlo, nei Caraibi.»
«Un dio in esilio», osservò Ermes. «Ospite delle Nazioni Unite. Qualcosa è andato storto,
sorellina.»
«Centomila», disse solenne il nero. «Eravamo centomila, per lui, all'aeroporto di
Kingston. Giamaicani, cubani, di Haiti, Puerto Rico e tutte le isole. Ha parlato ai suoi figli
neri portati via dall'Africa in catene, e li ha invitati a tornare. Un giorno tornerà anche lui,
e l'Etiopia sarà il regno di Dio in terra.»
Aveva il naso grosso e le labbra pronunciate. Nessuno avrebbe potuto scambiarlo per un
Etiope, eppure sembrava credere sul serio che il Negus sarebbe tornato dalla sua residenza
sul lago Lemàno a coprirlo di benedizioni.
«Posso offrirvi da bere?» domandai comprensivo.
«Pato non li beve, gli alcolici», specificò la ragazza carezzandogli le trecce. Più che la
fidanzata, sembrava la sua prima ammiratrice.
Mentre cercavo di attirare l'attenzione del cameriere, Ermes dispose la polvere vegetale
frutto del suo lavorio su una cartina da tabacco. Arrotolò quelle briciole lucenti e
profumate in forma di sigaretta, e domandò ai nostri vicini: «Dov'è di preciso la colonia
afro? Ne ho sentito parlare molte volte, ma da solo non ci saprei andare».
«Vedi, amico», disse Pato levando l'indice al cielo, «Sciasciamanna non è un posto come
gli altri.»
Ebbe tempo di dire solo questo, poi la sua voce fu coperta dal rumore disastroso di vetro
che va in frantumi.
Si levarono grida atterrite di ragazze e la musica cessò senza preavviso. Chi era seduto
come noi ebbe il tempo di mettersi in piedi e osservare lo strano fenomeno che si era
prodotto: un tavolino era volato dall'esterno del locale attraverso una delle vetrate e, dopo
averla mandata in frantumi, giaceva gambe all'aria a pochi passi dal bancone.
«Qualcuno si è fatto male?» domandò uno dei baristi coprendo il baccano.
«Ma cosa cribbio è successo?» chiese impaurita l'amica di Pato.
Fuori, decine di voci riempirono la strada tutte insieme. Ruggivano una vecchia canzone
da squadristi, e in un attimo realizzai che ci trovavamo nel locale sbagliato.
«Venite fuori, scimmie!» gridava stridula una voce fuori dal coro. «Uscite a ballare con
noi, invece di ascoltare la musica dei negri!»
«Sono quelli del Marittimo», mormorò Ermes dopo un'occhiata dalla finestra più vicina
al nostro tavolo.
Gente venuta a far casino in città il giorno prima della partita? Mai visto prima.
«Dovremmo andarcene», dissi mentre cercavo di mettere a fuoco le figure che
riempivano la strada buia davanti al locale. «Non c'è un'uscita d'emergenza o qualcosa del
genere?»
Potevano essere una cinquantina, alcuni in camicia nera coperta di coccarde, mentre altri
indossavano i giubbotti di cuoio. In mezzo al gruppo sventolavano due bandiere con le
ancore, e parecchi avevano in mano un manganello o una catena.
«Chiama la polizia, Vittorio!» gridò il batterista.
«Sono i teddy con quelli del Marittimo!»
«Spranghiamo la porta, presto!»
Dentro saremo stati un centinaio, ragazze comprese.
«Uscite o veniamo dentro noi?» gridavano quei fanatici. Adesso che avevano finito la
loro canzone, era salito daccapo un vocio sconnesso e brutale che non annunciava nulla di
pacifico.
All'improvviso mi trovai a trasportare due sedie da aggiungere alla barricata di tavolini
e suppellettili che la gente andava ammassando contro la porta d'ingresso.
Poi vidi Ermes chinarsi verso il bancone e maneggiare qualcosa al riparo delle falde del
soprabito.
«Come si esce da qui?» domandai col cuore in gola mentre tutti correvano in giro come
impazziti, e la voce di prima bestemmiava che il centralino della polizia non gli dava retta.
«Fra poco qui è un massacro.»
«Vieni con me», ordinò mostrandomi la canna scura della pistola. «Stammi sempre
vicino, che ci divertiamo.»
Lo seguii lungo una rampa di scale in legno che conduceva a un soppalco. Fuori, le
grida di assalto non si placavano. Me li immaginavo che spingevano come un'onda contro
la porta: al piano terra potevo vedere Pato e i ragazzi del bar impegnati a puntellare
l'ammasso di sedie e tavolini che ci avrebbe dovuto salvare la vita. Cominciavo ad avere
paura sul serio.
Il soppalco ospitava solo tavolini deserti, ma quel che interessava a Ermes era la finestra
che dava sulla strada. La spalancò, sporse fuori la pistola e gridò con voce travisata:
«Indietro, bestie! Indietro, se non volete tornare a Mogadiscio in una cassa!»
Poiché non gli davano retta, sollevò il braccio e sparò contro il cielo. Poi sollevò il
colletto a coprirsi mezza faccia, prese di mira la gente in strada e strillò: «Allontanatevi,
stronzi! Via dalla porta o vi ammazzo uno per uno!»
Da giù gridarono di stare attenti, e quando sembrava che il rumore selvaggio della
carica avesse lasciato il posto a uno scalpiccio d'uomini in ritirata, Ermes gridò euforico:
«Tornate nel vostro cesso, merde di Mogadiscio. Cosa ci venite a fare domani allo stadio?»
Mentre lo raggiungevo al davanzale, esplose un secondo colpo e poi un altro.
«Cazzo fai, matto? Hai steso qualcuno?»
«Ma per cortesia», disse Ermes ritirandosi dalla finestra.
Giù in strada li vedevi scappare alla rinfusa, mentre trillava in lontananza il fischietto
d'una guardia in cerca di rinforzi.
CAPITOLO XXI

Mi presentai in sede alle undici, determinato a non riferire a nessuno quanto accaduto
nella notte.
«Quelli del Marittimo hanno combinato disastri fino all'alba!» mi accolse Saverio
allarmato. «C'erano anche i teddy dell'Audax, e insieme hanno assaltato prima il Sette veli
e poi il Paradiso!»
Finsi di cadere dalle nuvole. «Il Sette veli? Che posto sarebbe?»
«Un altro locale frequentato da amici nostri. Quei maledetti erano in due o trecento!»
Evidentemente le voci giravano in fretta e si gonfiavano alla stessa velocità.
«Be', e com'è andata?»
«Per fortuna al Sette veli uno dei clienti aveva una pistola ed è riuscito a scacciarli,
altrimenti quelli entravano e bastonavano tutti!»
Almeno per il momento, Ermes non era stato individuato.
«Odiano tutti i posti in cui bianchi e neri vanno insieme. E visto che di là non erano
entrati, si sono buttati sul Paradiso. Picchiavano la gente nel parcheggio, i buttafuori si
sono messi in mezzo e loro ne hanno accoltellati un paio.»
Mi tornò in mente il ragazzo vestito di bianco che ci aveva procurato le dame, e sperai
che né lui né i suoi amici fossero conciati troppo male.
«Ma porca miseria! Un'orda scatenata…»
«E per finire la nottata in gloria, hanno bruciato la mia Guzzi.»
«Scherzi?»
«Era parcheggiata sotto casa, qualcuno di Addis Abeba deve averla riconosciuta, e addio
moto. Quei figli di puttana sono andati in giro indisturbati per ore.»
«Ma la polizia non fa mai il suo lavoro, da queste parti?»
«Lo fa eccome», considerò Saverio amareggiato. «Se erano i nostri ad assaltare un
ritrovo di tifosi dell'Audax, arrivavano in mezzo minuto con gli idranti e i cani.»
Mi spiegò che suo padre era impegnato con uno di loro, un commissario con il quale si
riusciva ancora a parlare, così ci portammo nella buvette.
Oltre alla barista etiope, l'unica presenza era quella del biondo portiere Floriano Ofer,
seduto a leggere il giornale davanti ai resti di un'abbondante colazione.
Saverio ordinò due caffè e fece le presentazioni. Quando spiegai a Ofer di essere amico
del nuovo arrivato in squadra, spalancò le grandi braccia: «Ognuno ha gli amici che si
merita», enunciò con cadenza germanica.
«Ti ho visto in allenamento e mi sei piaciuto. Posso farti qualche domanda per Stadio?»
gli proposi con l'apparente svagatezza che accompagnava quella richiesta in Italia. I
calciatori annuivano grati, lassù. Invece Ofer sbuffò e chiese: «È un guaio se me le fai
fuori? Devo abituarmi al cielo, prima delle partite. Stare al chiuso mi fa male».
Andammo a sedere su una panchina del giardino, e mentre si riempiva gli occhi di
nuvole e luce, mi raccontò dell'infanzia fra la valle dell'Adige e un campo di lavoro
sperduto in Dancalia. «Ci sono rimasto fino a undici anni. Poi ci hanno lasciati liberi in
cambio di un'Acca.»
«Prego?»
«Ci chiamavamo Hofer, prima», disse sottolineando la differenza di pronuncia con una
marcata aspirazione. «Nel '50 a mio padre hanno offerto un lavoro come casellante per la
Ferrovia Transabissina. A casa era ingegnere, ma è così che è andata.»
«Tu non ci sei più tornato, in Tirolo?»
«Unsere heimat», disse Ofer. Poi mi guardò malinconico e domandò: «Non lo conosci il
codice speciale? "È proibito fino a nuovo ordine ai cittadini sfollati di etnia germanica
l'ingresso nelle province di Bolzano, Ponte sull'Eno, Borgo Drava e Villaco"».
«Non è assurdo?» domandò Saverio.
Il portiere strinse i pugni e disse: «Adesso nel mio paese ci abita gente della Calabria, e
in Tedesco non si può neanche dire messa. A proposito, buona Pasqua».
Avrei voluto rispondergli qualcosa di autentico, ma riuscii solo a biascicare un: «Auguri,
Ofer. Mi dispiace».
«A me dispiace per i miei. Sono passati vent'anni da quando li hanno portati qui, ma
ancora il vecchio si lamenta dei canederli fatti col formaggio abissino.» Poi tornò serio e
disse: «Per ora il calcio è l'unico terreno in cui possiamo rifarci di chi ci ha perseguitato.
Ecco perché la Serie Africa è un campionato speciale».
Poi vidi Ermes che entrava nel giardino. Era in abiti borghesi, ma reggeva una borsa
rossa con la scritta gialla San Giorgio raddoppiata in caratteri amarici, fitti ai miei occhi di
virgole e manici d'ombrello.
Non feci in tempo a salutarlo che dietro di lui entrarono Ghebre Iosef, una borsa identica
in mano, e il capitano Aregai.
«Visto come sono servizievole?» ci salutò allegro il mio amico. «Porto gli strumenti da
lavoro al maestro!»
I due Etiopi scoppiarono a ridere.
«Prima ti offri di portarla e dopo fai il buffone», notò il capitano bonario. Indossava un
cardigan color crema su un'appariscente camicia fucsia e calzoni in lino coordinati al
cappello, una sorta di coppola che portava sulle ventitré. Mi colpì il fatto che calzava
mocassini bicolori, da cantante, e nonostante le ampie basette grige, il suo fisico era quello
di un trentenne asciutto e potente.
Subito volli stringergli la mano.
«Finalmente conosco il nostro amico giornalista», disse in un italiano privo di accento.
«Iohannes Aregai, molto piacere.»
«In bocca al lupo», dissi a quell'uomo che mi osservava sicuro, consapevole del suo
carisma. «Vi ho visti solo in allenamento, ma sono già un vostro sostenitore.»
«Con un amico simpatico in squadra, va da sé», sorrise Aregai. «Crepi il lupo, in ogni
caso.»
L'amico simpatico soppesò la borsa del maestro, si lisciò i baffi e disse: «Lorenzo,
Iohannes dice che se arriveremo a Roma, ci sarà mezzo stadio pieno degli Etiopi di lassù».
«Sono in fermento, sì», confermò il capitano. «C'è un sacco di gente che ci ama, e come
sempre si aspettano qualcosa di speciale da noi.»
«Oggi dobbiamo massacrarlo, il Marittimo», fece il punto Ermes. «Dobbiamo
ringraziarli in campo per tutto il casino messo su da quei topi di fogna dei loro tifosi.»
Per un attimo temetti che avesse rivelato ai due neri come aveva messo in fuga gli
assalitori del Sette veli.
«Oggi non dobbiamo avere paura dei loro gol», disse Aregai. «Solo dei loro tacchetti»,
poi levò la coppola, si passò la mano sulla testa coperta da un vello corto e fitto di riccioli
grigi e sorrise: «Buona Pasqua a tutti, comunque».

«Ancora buona Pasqua», augurò Aaron ai giocatori che uscivano alla spicciolata dal suo
ufficio.
«Hai sentito cos'hanno fatto?» mi sussurrò Nico con un'espressione tirata. «Usano il
pretesto della partita per intimidirci.»
«Questo non è più sport», confermò amareggiato mister Krasic, un uomo robusto che
portava i capelli a frangetta per mascherare le stempiature. «Avete inteso anche voi?
Siamo al delirio. Questa gente deve andare in psicoanalisi.»
«Intanto i cretini che hanno bruciato la moto di Saverio li abbiamo già trovati», disse
gelido Nico. «E hanno passato una brutta mattinata.»
Si interruppe per salutare Ghebre Iosef e Ollio Kabede, e domandò loro se avevano
apprezzato il discorso di suo padre.
«Parole buone», rispose l'ex pastore. Gli occhi gli brillavano. «Buona Pasqua, piccolo
presidente.»
«Vice presidente! Quante volte te l'ho detto? Comunque, auguri anche a te, Ollio.»
«È una causa persa», disse Ghebre Iosef. «I Galla non sono intelligenti come la gente
Amhara.»
«È vero», ci stupì Kabede. «Scrivo poche parole e non so contare. Ma un Galla da solo è
forte come dieci uomini Amhara.»
«Allora possiamo riposare, oggi. Sta Florian in porta, e tu da solo a difendere e
attaccare», lo canzonò Iosef.
«Adesso andate, ragazzi», si raccomandò Aaron. «Ci vediamo fra mezz'ora nella sala
delle riunioni.»
Quando anche l'ultimo giocatore fu uscito chiudendosi la porta alle spalle, nell'ufficio
restammo solo noi due, Nico e Krasic.
«Avete fatto un buon discorso, Aaron», riconobbe l'allenatore. La sua giacca crema
avrebbe avuto bisogno di una risistemata, ma la cravatta reggimentale coi colori del club
era semplicemente impeccabile. «Non è facile trovare le parole giuste quando il traguardo
è così vicino.»
«I ragazzi sembravano commossi», confermò Nico.
«Fa sempre effetto parlare di Menelik prima delle partite», rivelò con noncuranza il
vecchio presidente. «Ma dimmi un po' di quei teppisti. Di solito il Marittimo non si porta
dietro nessuno.»
«Erano quasi tutti di Addis Abeba, infatti. I Turtas ne hanno presi un paio: gente
dell'Audax. La polizia cosa dice?»
«Che stanotte era solo l'inizio», sorrise amaro. «A qualcuno non va giù, che possiamo
vincere lo scettro.»
«Il potere!» esclamò Krasic disgustato. «È tutta la vita che cerco di capire come mai non
possa fare a meno del calcio. Ovunque vai, è così.»
«Lo sai bene, Damir», disse Aaron. «È una questione di consenso: che figura ci farebbe il
governatore Bontempi se la squadra che ha messo insieme finisse dietro di noi?»
«Ma lo abbiamo anche noi, il consenso», ricordò Nico minaccioso. «Siamo il San Giorgio,
e non possiamo perdere la faccia.»
Mi domandai quale rete di conoscenze fosse riuscita a tenere a galla fino a quel giorno
una società che i fascisti più arrabbiati avrebbero cancellato volentieri: anche ad Addis
Abeba doveva esserci qualcuno che non si faceva vedere in giro, ma era in grado di tessere
alleanze, influenzare i giudizi e proteggere gli amici.

A mezzogiorno arrivarono i soci del circolo Arada, professionisti e commercianti che


frequentavano da una vita Aaron Melchiades.
C'erano il commendator Alvaro Fiore, grossista di cotone, gli industriali del caffè
Veissman e l'armatore Mario Ioannidis con la moglie. Insieme a loro si presentò un cascì,
un sacerdote copto, scortato da due diaconi.
Fra giocatori e ospiti dovevamo essere una cinquantina, nella sala delle riunioni in cui
venne pronunciata una breve benedizione pasquale.
La messa vera e propria sarebbe stata celebrata a cielo aperto sul piazzale dello stadio
Nuovo Fiore, in mezzo alle migliaia di tifosi in attesa fuori dai cancelli, ma anche così
l'atmosfera aveva qualcosa di sacro.
Alle spalle del sacerdote, le scansie con le coppe e le targhe facevano ala al grande
stendardo sociale: sul fondo di raso rosso, spiccava ricamato in oro il profilo di San
Giorgio a cavallo, intento a trafiggere il drago con la lancia.
Mentre i diaconi si davano da fare con l'incenso, venne il momento d'un inno di cui non
afferrai nulla. Cantavano tutti insieme, cattolici, copti, ebrei e i Galla del Sud come Kabede,
cresciuti chiamando Dio con un nome che non conoscevi.
Alla fine il cascì ricordò in italiano il sacrificio dell'abuna Petros e di migliaia di suoi
confratelli. Pregò per la pace nel mondo e la salute del nuovo abuna Teodoro, quindi i
presenti si cavarono qualche moneta di tasca, che consegnarono ai diaconi per la
ricostruzione del monastero di Debra Libanos.
Quando uscimmo di nuovo alla luce del sole, mancavano tre ore all'inizio della partita e
avevo un bisogno disperato di fumare.

Su invito di Nico, salii sul pullman rosso della squadra guidato da Saverio. Mentre ci
facevamo largo nel traffico a colpi di clacson, la gente si sbracciava per salutarci e anche
dopo, lanciati per viale della Repubblica, decine di ragazzi con le bandiere a strisce
correvano al nostro fianco per quanto il fiato li reggeva.
A un certo punto Ghebre Iosef improvvisò un balletto nel corridoio centrale, e per non
essere da meno Kabede salì in piedi sul sedile. Doveva stare gobbo per non sbattere la
testa contro la cappelliera, ma l'imitazione del primo ministro Farinacci gli veniva
benissimo anche così. Solo Aregai conservava la calma: lo vedevo seduto a metà pullman
che discorreva pacato insieme al mulatto Franco Fortuna, cresciuto all'Asmara ed ex
giocatore della Garibaldi.
Scivolammo lungo il recinto del parco della Rivoluzione Fascista, e la torre che
dominava il catino in mattoni dello stadio apparve poco a poco oltre le chiome degli alberi.
Sull'erba lucida vedevi giovani padri con la maglia del club consumare pic-nic insieme alle
famiglie, e un gruppone di ragazzi bianchi e neri, che trasportavano corni, tamburi e uno
striscione arrotolato, si dirigeva cantando verso i cancelli. Quando ci videro, esultarono
come se la squadra avesse appena segnato.
«La Brigata Pigiama», spiegò Nico. «I nostri aficionados più caldi.»
«Gran bella torcida», confermò Reyes torcendosi le mani.
«E quanti ne tiene, lo stadio?» domandai.
«Quarantunmilaseicento», rispose Nico sollevando un sopracciglio, come fosse una cifra
poco onorevole. «Credevano d'averlo costruito grande, ma oggi davanti ai popolari c'è un
sacco di gente che non riuscirà a entrare.»
Quando rallentammo per consentire agli addetti di aprire il cancello, vedemmo subito la
corriera di linea che aveva portato lì dall'aeroporto la squadra ospite.
«Sono già dentro, loro», osservò mister Krasic. «Si vede che vogliono prendere
confidenza con l'ambiente», e mezza squadra scoppiò in una risata poco amichevole.
Sfilammo oltre il varco del cancello, e mentre Saverio posteggiava a una distanza
conveniente dalla corriera del Marittimo, i ragazzi erano già tutti in piedi in un silenzio
carico di attesa.
Aregai chiamò i nomi dei titolari uno alla volta, come per l'ultimo appello prima della
battaglia: «Florian Ofer… Noah Uoldemicael… Davide Pardo…»
Loro rispondevano «presente, ambesà Aregai!» e solo quando lo ebbe fatto anche il
numero 11 Thomas Claypool le porte del pullman si aprirono.
Il canto unanime dei tifosi già all'interno faceva vibrare le gradinate e i costoloni
d'acciaio dello stadio Nuovo Fiore.
CAPITOLO XXII

Quando mancava un quarto d'ora all'inizio, la squadra si affacciò dal tunnel degli
spogliatoi e la gente impazzì definitivamente.
Gli alti corni chiamati embiltà suonavano a distesa il loro richiamo sul ritmo sordo del
negarìt. Bom, bom. Bom, bom, e intanto volavano coriandoli e quarantamila voci
scandivano a tempo le sillabe «Ke-dus! Ke-dus!»
Entrarono per primi il mister e Aregai. Riusciva a portare il «pigiama» giallo-rosso-nero
d'ordinanza con uno stile quasi marziale. Dietro venivano Ghebre Iosef, Pardo e gli altri, e
tutti avevano scarpe vere ai piedi.
Calpestavano l'erba giovane del terreno di gioco con fierezza: li vedevi avanzare verso il
centrocampo simili a un piccolo popolo nato da tante tribù, e la testa bionda del portiere
Ofer chiudeva il gruppo.
Una volta nel cerchio di gesso ruppero la formazione per salutare tutti i settori dello
stadio, applaudire a mani levate quanti li acclamavano. Solo allora mi accorsi che fra loro
c'era anche Saverio, in tuta, che trasportava un sacco. Ne tirò fuori un pallone, poi un altro
e un altro ancora, e gli uomini cominciarono a giocare in piccoli gruppi, provando
passaggi al volo e di testa.
Vidi Aregai agganciare una palla di coscia a un'altezza che mi sembrava esagerata. Se
l'aggiustò prima che toccasse terra e calciò con l'altro piede: il cuoio scavalcò di netto gli
uomini che stavano giocando con lui, scese all'improvviso e colpì in pieno l'ultimo pallone
che Saverio aveva appena abbandonato a centrocampo.
«Miseria!» proruppe Ermes ammirato. «Neanche stesse giocando a biliardo!»
Nel frattempo dall'altra parte del campo Ghebre Iosef si era messo a palleggiare con le
spalle e la fronte, e adesso gli applausi erano tutti per lui.
A tratti pareva di essere al circo, ma la gente cantava come in chiesa: le balaustre erano
cariche di striscioni in caratteri amarici e latini, e i cori sorgevano con una sola voce.
Grandi bandiere a strisce coi colori della squadra e altre che raffiguravano il Santo
sventolavano lente in ogni ordine di posti.
Insieme ad Aaron e Nico ci eravamo sistemati in tribuna centrale, direttamente ai piedi
della torre, e vicino a noi i soci più autorevoli del circolo Arada si spellavano le mani dagli
applausi, mentre i loro figli mostravano al campo le sciarpe rigate col nome del club
stampato sopra, ondeggiando tutti insieme al grido di «am-be-sà A-re-gai!»
I giocatori del Marittimo si sporsero dal tunnel in maniera timida, come vicini di casa
incerti se unirsi alla festa che impazza al piano di sopra. Se speravano di mettere paura a
qualcuno, con quella maglia bianca con le maniche rosa e i calzoncini acquamarina,
potevano stare freschi. Per entrare sul terreno aspettarono l'arbitro e i guardalinee, ma
questo non li salvò da bordate assordanti di fischi.
Le due curve stipate di «pigiama» si rilanciavano le strofe d'una canzoncina che doveva
essere dedicata agli ospiti, a giudicare da come ne accompagnavano le parole con gesti
ritmati che ricordavano una lapidazione, mentre il battito profondo dei negarìt sembrava
aumentare di intensità e i suonatori di corno si spolmonavano.
Ermes aveva ragione: se giocare in casa della Garibaldi poteva essere scomodo, trovarsi
ospiti del San Giorgio era un'esperienza da accapponare la pelle.
Non mi accorsi di nessun saluto al Duce. Quando l'arbitro chiamò i capitani per il
sorteggio del campo, quello del Marittimo scambiò il gagliardetto con Aregai evitando di
stringergli la mano.

Cominciammo col piede giusto, senza far vedere palla agli ospiti per cinque minuti
buoni.
Da Reyes ad Aregai, da Aregai a Kabede che si chiamava addosso gli uomini e restituiva
palla al capitano. Allora quel nero elegante che parlava cinque lingue poteva tentare di
aprire sul lato opposto, con un traversone di trenta metri per l'ala sinistra Claypool, pronto
a stopparla di petto e smistare al centro.
Non cercavano di affondare il colpo: per ora ai ragazzi del San Giorgio bastava far
correre a vuoto gli avversari, seminare il germe della sfiducia e dimostrare a chi
appartenevano pallone e campo. Il pubblico sottolineava con alte grida d'entusiasmo ogni
passaggio che si aggiungeva alla sequenza e ogni pallone recuperato.
Se un tocco al volo non riusciva, o le ali osavano troppo, e dopo un tunnel ben eseguito
si trovavano in mezzo a tre avversari, quelli del Marittimo riuscivano a impadronirsi del
cuoio solo per pochi istanti.
Pardo e il suo collega terzino, un giovane meccanico d'autobus chiamato Uoldemicael,
potevano permettersi di giocare larghi, perché la zona centrale delia difesa era presidiata
dal roccioso stopper creolo Waarts e dal mulatto Franco Fortuna con la maglia numero 5.
Insieme si occupavano di intercettare prevedibili passaggi e traversoni alla cieca degli
avversari, supportati dalle gambe storte e la tigna sudamericana di Horacio Reyes.
L'uruguagio aveva ancora il senso del ritmo, e anticipava ogni volta gli uomini in bianco
con una naturalezza che faceva apparire questi ultimi lenti e goffi, come creature
acquatiche in prestito sulla terra. Portava avanti il cuoio carezzandolo con la suola, sfidava
gli avversari a sguardi e insulti smozzicati mentre cercava la maglia numero 10 del
capitano.
Frustrati nelle loro velleità, gli ospiti cominciavano a ritirarsi sempre più volentieri nella
propria metà campo, disposti alle barricate.
I nostri centrocampisti non davano loro tregua: Aregai e Kabede triangolavano a suon di
pallonetti, lesti a imbeccare le ali Claypool e Battelli che si proponevano sulle fasce.
Il biondo inglese con il numero 11 aveva una buona visione di gioco e un sinistro
vellutato, capace di confezionare passaggi al millimetro. Nella sua idea di football era
centrale l'eleganza: dopo avere affrontato ogni contrasto con la furia cieca dei suoi antenati
Normanni, trovava il modo di ricomporsi.
Invece Carlo Battelli, un trentenne stempiato con la stessa faccia da bambino di quando
giocava in cortile a Milano, sembrava specializzato nell'intimidire gli avversari puntandoli
palla al piede, per poi liberarsi con finte in velocità, inattese da un uomo ormai calvo.
«È a lui che devo fregare il posto», chiarì Ermes. «Titolare da cinque stagioni, cazzo.»
Solo Ghebre Iosef, con la maglia numero 9, per ora si teneva lontano dall'azione: lo
vedevo muoversi per linee orizzontali, braccato senza sosta dal libero avversario.
Quando Aregai gli servì la prima palla pulita, però, fu come fosse solo: si staccò da terra
e colpì al volo in sforbiciata, la gamba parallela al terreno. Partì un siluro che traversò
l'area, e andò a impennarsi contro la traversa.
Il portiere dovette tirare un sospiro di sollievo, mentre fioccavano gli applausi e la folla
inneggiava al centravanti.
«Il legno trema ancora», commentò Ermes. «Se la stanno facendo sotto, quelli.»
L'azione successiva Aregai portò palla da solo fino alla trequarti, scambiò con Claypool
che chiuse il triangolo, ed entrò in area da posizione decentrata mentre le grida dello
stadio si congelavano in un silenzio innaturale. Il capitano scartò un uomo fintando a
mezzo braccio dal gesso della linea di fondo: pensavo fosse scivolato, invece era in piedi e
aveva ancora il pallone. Da quella posizione sfavorevole superò lo stopper in un fazzoletto
d'erba e, prima che il cuoio venisse inghiottito dall'ombra del portiere in arrivo, tirò a
colpo sicuro verso il palo più vicino.
«Sì!» gridò Ermes mentre lo stadio Nuovo Fiore esplodeva come un arsenale centrato
dalla folgore. «E uno!»
Aregai esultò baciandosi il pugno, poi levò l'indice al cielo, e i compagni gli furono
addosso.
«Niente male, vero?» disse Nico in tono modesto. Volle stringermi la mano, mentre suo
padre faceva festa con i figli del commendator Fiore e gli altri giovani al seguito del circolo
Arada. «Quando gioca così può fare quello che vuole», e nonostante i miei dodici anni di
esperienza negli stadi, mi sorpresi a pensare che poteva aver ragione.

Il secondo gol lo segnò Kabede di testa, in tuffo al centro dell'area su cross di Claypool.
Il terzo Ghebre Iosef spuntando da una mischia con due uomini attaccati alla maglia.
Subito dopo la quarta rete, una fucilata di Aregai calciata nel sette direttamente su
punizione, l'arbitro fischiò la fine del primo tempo.
«Cappotto!» gridavano i nostri tifosi agli uomini del Marittimo che cercavano confusi la
via degli spogliatoi. «Tornatevene in Somalia!»
Buona parte del pubblico della tribuna defluì verso i bagni e il bar, ma io ed Ermes
restammo ai nostri posti, seduti sulle poltroncine gialle di plastica stinte dal sole.
«Vabbè che contro questi brocchi non c'è partita», rilevò Ermes. «Ma l'hai visto come
giocano i ragazzi?»
«Un altro pianeta, rispetto alle squadre dell'Asmara», riconobbi. «E soprattutto rispetto
al club della mutua dove giocavi tu.»
«Lo so cosa stai pensando. Che farò fatica a trovare un posto in squadra.»
Non aveva torto. «Prenditi il tuo tempo», gli dissi.
«Si conoscono da una vita, loro. Giocano a memoria, si troverebbero a occhi chiusi. Ma
appena avremo familiarizzato, contribuirò anch'io alla personalità della squadra.»
«Ermes Cumani e il suo magico destro», lo presi in giro. «La ciliegina sulla torta del San
Giorgio.»
«Ma quali ciliegie», sbuffò. «Se solo Claypool e Battelli aiutassero di più i centrali, invece
di giocare alle vergini solitarie nelle grandi praterie, ne avremmo già messi dentro sette.»
Nonostante la sua analisi, c'era un'atmosfera di festa che aveva contagiato tutto lo
stadio. Le incursioni notturne e la paura che avevo provato al Sette veli sembravano
lontanissime. Mi domandai che fine avessero fatto quei bastardi, ma per quanto esplorassi
lo stadio non si vedeva una sola bandiera della squadra ospite, come se gli unici tifosi al
seguito del Marittimo fossero lì con noi in tribuna, persone di mezz'età con le coccarde
rosa e acquamarina, familiari dei giocatori e gruppi sparuti dispersi in mezzo alla massa
dei sostenitori di casa.
Una pattuglia di ragazzi neri che trasportavano cassette-frigo dall'interno zincato si
aggirava per gli spalti, ed Ermes iniziò a fischiare finché il più vicino non si accorse di noi.
«Ti va una cedrata?» mi domandò mentre quello si avvicinava. «Sempre che non porti
male, brindare a cedrata.»
«Mai sentito. Però una birra del Cavaliere la bevo più volentieri.»
Il ragazzo domandò con occhi svegli se i signori desideravano una bibita, un gelato o
tutte e due.
Ermes ordinò una cedrata e una birra, e mentre quello pescava le bottiglie nella
profondità della borsa, un anziano del club Arada arrivò dal bar gridando che fuori dallo
stadio stavano picchiando i nostri tifosi.
«Cedrata buona, birra migliore, centocinquanta lire per Lucas ottimo», disse il ragazzo,
ma ormai le bibite non interessavano più nessuno. Tutti correvano verso la sommità degli
spalti per affacciarsi all'esterno, e io andai dietro a Ermes che saltava da una poltroncina
all'altra per far prima.
«Brutte merde!» imprecò quando fu in cima, e sperai tanto che questa volta non avesse
con sé la pistola. «Lasciateli stare, vigliacchi!»
Gli arrivai accanto senza fiato, posai le mani sul breve davanzale che orlava il catino
dello stadio e mi issai quel tanto che bastava per guardar giù: una massa disordinata di
Etiopi era in fuga davanti a un cordone di zaptiè che avanzavano di mezza corsa, i
moschetti impugnati a due mani. Dietro di loro, arginata a mala pena, seguiva una schiera
selvaggia di giovani che brandivano tubi di ferro e lanciavano bottiglie oltre i tarbusc
scarlatti dei militari. Distinguevi le bandiere del Marittimo in mezzo a quelle nere con i
fasci e le tre A dell'Audax.
«Guardali!» gridò Ermes. «Ci sono tutti, i bastardi!»
In mezzo a loro dovevano nascondersi anche gli uomini che avevano cercato di
irrompere al Sette veli, ma le guardie non sembravano intenzionati ad arrestarli. Aprivano
loro la strada, piuttosto, manovrando i moschetti come clave sulle schiene dei tifosi inermi
del San Giorgio, schiacciati contro la recinzione dello stadio.
«Disperdetevi!» urlavano assurdamente gli ufficiali con il tricolore sul casco. «Tornate a
casa!» ma non c'era nessuna via d'uscita, e i teppisti picchiavano nel mucchio insieme agli
zaptiè.
Vedevi moschetti e tubi di ferro andare su e giù, e un ragazzo che aveva cercato di
scavalcare la recinzione era stato tirato giù per i calzoni. Adesso era a terra mezzo nudo,
premuto contro le sbarre, che si riparava la testa mentre un graduato lo sferzava col suo
curbasc.
Schiocchi d'arma da fuoco si levarono nei dintorni dell'impianto.
«Basta, per Dio!» gridava qualcuno fra i vecchi soci del circolo Arada. «Li state
ammazzando!»
Poi arrivò un plotone di poliziotti bianchi. Con i mitra spianati gridavano agli zaptiè di
ritirarsi, e le canne dei loro Beretta 3 erano puntati verso la schiera di tifosi dell'Audax e
del Marittimo, che adesso lasciavano cadere spranghe e bastoni e si allontanavano
mostrando le mani.
«Arrestateli, maledizione!» gridava Ermes. «Arrestateli, banda d'incapaci!»
Ovunque vedevi Etiopi in fuga, altri portati via a braccia dagli amici, e il gruppo degli
aggressori si andava ricompattando cento passi più in là, verso l'ingresso del parco.
Anziché andarsene continuavano a gridare contro i negri, gli Ebrei e i negussiti
maledetti rovina della Repubblica.
«Lunga vita al Duce! Vi tagliamo la testa, brutte scimmie!» urlavano verso lo stadio
passandosi la mano sotto la gola.
Poliziotti e zaptiè si accontentavano di guardarli da lontano, e così sarebbero andati
avanti per un pezzo, se una torma di sostenitori del San Giorgio, bianchi e neri insieme,
non fosse accorsa ruggendo lungo il perimetro della recinzione.
«La Brigata Pigiama è uscita dalla curva!» gridò euforico un nipote del commendator
Fiore, indicando i giovani in maniche di camicia con i foulard del club davanti alla faccia,
simili a banditi del West. «Adesso sono cavoli loro!»
Potevano essere centinaia, e tiravano sassi e bottiglie a pioggia, senza smettere di
correre: i poliziotti fecero appena in tempo a girarsi e puntare verso di loro i mitra, mentre
i teddy boys dell'Audax e i loro amici di Mogadiscio prendevano il volo attraverso il
parco.
I primi ragazzi in maglia a strisce si fermarono a meno di due braccia dalle bocche dei
fucili. Erano una intera brigata contro una quarantina di uomini armati: se solo uno dei
poliziotti avesse perso la testa sarebbe stata una strage, ma per fortuna i tifosi del San
Giorgio si accontentarono di scaricare le ultime sassate contro i rivali in fuga mentre
ripiegavano verso i cancelli della curva.
«Guarda come scappano, le merde!» gridava Ermes battendo le mani fuori controllo, e io
feci un rapido conto di quanti giorni mancavano al mio rientro in Italia, dove potevi
andare allo stadio senza paura che la partita si trasformasse in una sommossa.

I giocatori del Marittimo rientrarono in campo incattiviti. Non si occupavano più del
risultato, adesso. Qualcuno doveva aver suggerito loro che l'essenziale, a questo punto, era
picchiare e far male.
I ragazzi se n'erano accorti in fretta, e adesso si passavano la palla rapida come fosse una
bomba senza più sicura. Badavano a tenersi lontani gli avversari, e piuttosto che tentare
discese palla al piede cercavano la testa di Ghebre Iosef con lanci arrischiati.
Verso il quindicesimo, il portiere uscì a valanga sul futuro genero del rettore. Prese la
palla e la tibia di Iosef, che cadde in un boato d'indignazione. L'arbitro fischiò e indicò il
dischetto. Ghebre Iosef aveva le ginocchia al petto e si stringeva lo stinco, e quando
riuscirono a farlo rialzare zoppicava. Parlò brevemente con Aregai, poi il capitano sistemò
la palla sugli undici metri mentre il direttore di gara faceva sgombrare l'area. Senza
bisogno di rincorsa, calciò una sventola angolata subito sotto la traversa che il portiere
intercettò solo con la coda dell'occhio.
Dalla panchina, il mister Damir Krasic faceva segno con le braccia a mulino di ripiegare
in difesa.
Per il resto del match badarono solo a contenere le giocate al rallentatore degli avversari
e a salvare i garretti. Ghebre Iosef vagava dolorante, e solo Aregai si prendeva il lusso, di
tanto in tanto, di saltare l'uomo lasciando lo stadio col fiato sospeso.
Pian piano il Marittimo si ricordò di tirare in porta, e mi accorsi che Ofer, fino a quel
momento, era rimasto perfettamente inoperoso. Quando riuscirono a infilarci in mischia
per il gol del cinque a uno fu quasi un sollievo. Così, forse, avrebbero smesso di picchiare
come fabbri.
«Visto, Lorenzo?» domandò Nico con un sorriso sardonico, mentre i ragazzi offrivano
gli ultimi saggi di palleggio prudente in attesa dei tre fischi. «Qui non basta vincere.
Bisogna anche sopravvivere per riuscire a raccontarlo.»
CAPITOLO XXIII

«Ci aspettano due settimane difficili», pronosticò Nico mentre risalivamo sul pullman coi
ragazzi. «Mi chiedo cosa s'inventeranno stavolta per fregarci.»
Aveva già smaltito il buonumore della vittoria e, anziché lasciarsi contagiare
dall'atmosfera di scherzi e canti allegri, sembrava preoccupato.
«Quest'anno non ci frega proprio nessuno», gli rispose l'inglese Claypool prendendo
posto alle nostre spalle. «Ormai ci tocca vincere.»
«Tommy, non sarà facile che ci lascino arrivare in Italia.»
«No? Vinciamo in Gibuti, e poi rompiamo il culo ad Audax. Ecco come ci guadagnamo
il ticket.»
Feci presente che, con un pareggio, potevamo sempre battere l'Audax all'ultima giornata
e finire a pari punti.
«Quei topi di fogna hanno una differenza reti migliore», tagliò corto Nico. «Abbiamo un
solo risultato utile, contro di loro.»
«Adesso ti viene la paura di vincere», disse il mulatto Franco Fortuna, che sedeva a
fianco dell'Inglese. «A me neanche un po'. Così posso andare a trovare mio padre in Italia,
e ringraziarlo per averci lasciati qui senza una lira. Ma appena torno, col premio mi
compro una macchina anch'io.»
«Quale macchina?» indagò Claypool.
«Una Fulvia», dichiarò Fortuna. «Come la tua, Nico.»
«Be'», disse il figlio del presidente. «Con l'aria che tira in città, assicurala contro
l'incendio.»
«Mio fratello in Italia guida le Bugatti», rivelò Claypool dopo un po'. «È un test pilot, lui.
E io devo andare in tram, vi pare giusto?»
«Le cose cambieranno in fretta», disse Fortuna. «Una Fulvia a testa, ci compriamo. Io la
voglio rossa, col pomo d'avorio sulla leva del cambio.»
«Dice Iohannes che il premio in denaro è solo per i bianchi», mormorò l'Inglese.
«È così», confermò Nico. «Certificato di appartenenza alla gens italica, o cittadinanza
straniera.»
«Come faranno con Waarts? Lui ha il passaporto olandese ma non è esattamente
bianco…»
«Io il certificato ce l'ho», specificò Fortuna, «però resta una porcata.»
«Racist bastards», considerò Claypool scrutando Kabede e Uoldemicael che facevano
festa qualche fila indietro. «Ma forse, per loro, diventare italiani vale più di un milione.»
«Solo di premi sapete parlare?» si spazientì Nico. «Sottovalutate l'Audax. Tu, Lorenzo,
ne parli senza nemmeno averli visti giocare. Intanto sono un punto avanti a noi, e le loro
vittorie non sono rubate come quelle del Birra nel suo stadietto.»
«Be', li vedrò. Contro di voi, all'ultima giornata.»
«Quest'anno sono forti sul serio», riconobbe Fortuna.
«Il loro mister ha giocato per la nazionale svizzera», spiegò Nico. «In tre anni ha
riempito la squadra di giocatori europei. Per lui l'importante non è che siano dei talenti,
ma che si lascino scolpire in testa il suo modulo.»
«Sono noiosi, noiosi, noiosi», aggiunse Claypool irritato.
«Il governatore Bontempi gli ha dato carta bianca per riportare lo scettro ad Addis
Abeba, e quest'anno lo Svizzero si è potuto permettere degli acquisti da squadra di
vertice.»
Il silenzio dei giocatori non mi piaceva, così domandai: «Com'è finita all'andata?»
«Quella sì che l'hanno rubata», guardò via Nico. «Il due a due sarebbe stato giusto, ma a
venti minuti dalla fine l'arbitro ha cacciato fuori Ofer. Giurava di averlo sentito
bestemmiare. Ofer. Che a momenti ancora serve messa. E insomma, in porta ci è voluto
andare Kabede.»
«Ahi ahi.»
Ollio Kabede era un uomo forte, ma fra i pali mi dava l'idea di una solida bitta da molo,
un robusto cippo confinario, qualcosa di molto difficile da immaginare in volo.
«Così alla fine ne abbiamo presi cinque», concluse Nico.
«Allora, bella vittoria dello Svizzero.»
«Hanno una difesa che potrebbe ben figurare in molte squadre europee», ammise
Franco Fortuna. «E quest'anno hanno trovato una coppia di ragazzi molto buoni: il
portiere Omiccioli in prestito dal Brescia, e uno spagnolo, Ibarra.»
«E poi hanno Ducas», sospirò Claypool.
«Cesare Ducas della Fiumana?»
«Lui, l'enormous figlio di troia», confermò, e in testa mi si aprì un cassetto dell'archivio.
Ducas: ex giovane dell'anno in Serie B. Ex nazionale primavera. Un ingaggio
all'Ambrosiana e cinque o sei presenze in campionato, durante le assenze dei titolari: per
essere un esordiente in A, se l'era cavata in maniera egregia. Dopo quell'unica stagione in
nerazzurro, voci di incomprensioni nello spogliatoio e un dirottamento in prestito alla sua
vecchia squadra. La Fiumana si era inabissata, il prestito rinnovato, e la silenziosa
sparizione di Cesare Ducas dalle mappe del calcio maggiore si era compiuta.
«Non lo sentivo nominare da almeno tre anni», ammisi. «Qualche volta devo essermi
pure domandato che fine avesse fatto.»
Nico soffiò aria dal naso. «Non lo sanno in molti, ma quel pazzo è stato dentro per avere
ucciso suo cognato.»
«Qui?»
«A casa sua, a Fiume.»
«Sua sorella aveva un marito manesco, e un bel giorno lui l'ha aspettato fuori dal lavoro
col pugnale da miliziano in tasca.»
«Mai letta una riga su questa storia.»
«Non devo spiegarti io quali storie si leggono sui giornali e quali no. Sta di fatto che è
rimasto dentro un paio d'anni, e a settembre scorso è rispuntato qui senza troppa
pubblicità. Ma in campo l'hanno notato tutti.»
Così, oltre al pistolero Ermes Cumani, avrei visto in campo anche il pugnalatore di
Fiume.
Bella lega di criminali, mi dissi mentre il pullman imboccava la carreggiata a quattro
corsie di viale Mussolini.
Appena rientrato all'albergo Europa, cavai dall'armadio la custodia in similpelle color
carta da zucchero che conteneva la mia macchina da scrivere.
Insediai la vecchia Olivetti al centro della scrivania e mi sedetti di fronte a lei. A
guardarla, bella e trascurata come le donne che amavo lasciarmi alle spalle, m'uscì un
sospiro. Dov'era finito l'uomo da quattro o cinque articoli la settimana? Non erano mai
passati tanti giorni senza scrivere da quando avevo vent'anni. Avevo forse disimparato il
mestiere? E i campioni esteri, il giovane Altafini e quel John Charles che rischiavamo di
incrociare al Sette repubbliche, si ricordavano ancora di me?
Mi prese la vaghezza di telefonare a Cedroni Oscarre per sapere se la mia scrivania, in
redazione, era sempre al suo posto.
Poi inserii un foglio nel rullo, feci scattare il tasto delle maiuscole e dimenticai ogni cosa.
Per cominciare scelsi un titolo salgariano adatto ai lettori di Stadio, «I misteri della Serie
Africa»: se fossi stato capace di raccontare la magia dell'unico campionato in cui Italiani ed
ex sudditi giocavano insieme, avrei portato a casa una buona storia.
Il ticchettio dei tasti poco a poco mi ricondusse nel luogo senza tempo da cui sgorgano i
racconti. Ben presto rinunciai a comprimere tutto quel che avevo visto in un solo foglio, e
ormai ne avevo riempiti due e mezzo. Per isolare le trenta righe da inviare in redazione
avrei avuto tempo più tardi.
Tanto alla fine, sul giornale, metà dello spazio sarebbe stato occupato da spiegazioni che
chiunque avrebbe potuto trovare sull'almanacco, ma era quel che ci chiedevano. Essere
chiari. Scrivere frasi brevi. Senza svolazzi. Tenere sempre a mente che il nostro lettore
medio era un quarantenne con la quinta elementare, tifoso del Bologna, della Fiorentina o
della Roma. Potevi immaginarlo come un tizio moderatamente ostile verso le squadre
metropolitane del Nord, ma curioso di conoscerne i campioni. Parlargli di squadre
africane non era così ovvio. L'Africa, a lui, era qualcosa che faceva ridere. Gli Etiopi, anzi
gli Abissini, dovevano essere un ammasso di baluba, forse pagani, di certo ignari di
attività moderne come l'architettura, l'agricoltura razionale e il football d'alto livello.
Spiegare a quel lettore per così dire ideale che, in realtà, erano gli orgogliosi eredi di una
civiltà millenaria, sarebbe stato inchiostro sprecato. Per affascinarlo avrei dovuto
descrivere l'Etiopia come un piccolo Brasile e lo stadio Nuovo Fiore come il tempio d'un
calcio emergente, ancora ingenuo ma ricco di talenti.
Un serbatoio che domani, se ne ricordasse 'sto lettore, avrebbe potuto arricchire i ranghi
delle nostre squadre. Forse, un giorno, persino della Nazionale.
Scrissi del derby dell'Asmara, di Foschi e Rotunno, della compagine di desperados
chiamata Abissinia Dire Daua e della sua combattiva ala destra passata al San Giorgio.
Ma soprattutto scrissi di Aregai, Kabede e Ghebre Iosef, gli eroi neri del San Giorgio, del
vecchio Aaron e di suo figlio.
Sì, la loro storia mi avrebbe aperto tutte le porte di cui avevo bisogno. Se serviva, anche
quelle di Gazzetta, Calcio illustrato e Guerin Sportivo. Alla faccia di Tosetti e di quella
sciroccata di sua figlia.
Avevo appena sfilato il quarto foglio dal rullo quando udii strombazzare a lungo giù in
strada, e mi parve che qualcuno chiamasse il mio nome nel buio della sera.
Mi alzai colto da un presentimento e aprii la finestra: tre piani più in basso c'era proprio
Ermes, in piedi sul cassone d'un camion fermo in mezzo alla strada.
«Forza San Giorgio», mi salutò. «Ke-dus, Ke-dus!»
Non capivo cosa volesse, ma si sbracciava felice e faceva cenno di raggiungerlo.
Che il camion lo guidasse lui o ci fosse un altro seduto nell'abitacolo, se non si muoveva
da lì, nel giro di poco avrebbe creato un ingorgo: infilai la giacca, raccolsi dallo scrittoio le
Giubek e mi fiondai di sotto.
CAPITOLO XXIV

«È possibile che non esista una telescrivente in funzione per un poverocristo che deve
mandare un articolo al giornale entro mezzogiorno?»
«Purtroppo non sono un tecnico», ribadì l'impiegato del Palazzo delle comunicazioni.
«Non è colpa mia se sono in corso lavori di ammodernamento. Comunque sarà un
vantaggio per tutti, dopo.»
«Sì, ma capitemi: il mio articolo lo aspettano proprio oggi», dissi agitando il foglio
coperto di caratteri in cui avevo condensato l'essenziale delle mie impressioni sulla Serie
Africa. «Lo capite che non possiamo lasciare il buco in pagina. Se esistesse anche una sola
telescrivente a disposizione…»
«In casi di grave emergenza, ci sarebbe quella del direttore», rivelò l'impiegato. «Quella
funziona. Ma non è semplice trovarla libera. Il suo segretario vuole venti lire a riga, per
lasciarla usare.»
«Magnifico», sbottai. «Immagino sia un consiglio da amico.»
«Voi che ne dite?»
«Voglio esserci anch'io, però.»
«Questo è impossibile. Gli estranei non possono entrare negli uffici, ma vi assicuro che
quel signore lavora bene.»
«Guardate, lasciamo perdere. Devo essere sicuro di cosa arriva in redazione.»
«Il regolamento parla chiaro, e non voglio passare dei guai.»
Mi voltai a controllare le cabine allineate lungo la parete: ce n'erano un paio libere.
«A 'sto mondo bisogna pur venirsi incontro», riaprì la trattativa.
«Facciamo che lo detto al telefono, l'articolo.»
«Ma spenderete di più, così», osservò contrariato. Interrogò il mio sguardo, e visto che
non reagivo disse: «Come volete, peggio per voi».
«Su, apritemi la linea della cabina sette», lo esortai, e mi preparai a far udire di nuovo la
mia voce in Italia.

«Davvero un buon pezzo, Lorenzo», commentò la voce metallica di Cedroni Oscarre


quand'ebbi finito di dettargli le mie trenta righe. «A parte il titolo da scuole medie, al
Direttore piacerà di sicuro.»
«Non cambi mai, Oscarre.»
«Sbagliato. Non ti avevo mai fatto prima da stenografo. E tu come te la passi, tizzone
d'inferno?»
«Meglio del previsto», risposi evasivo. «Ho il mio giro.»
«L'importante, conoscendoti, è che stai lontano dalle mogli degli altri.»
«Se mi sto comportando benissimo… Ma dimmi della conferenza stampa di Roma. La
presentazione delle Olimpiadi.»
«La città è magnifica come al solito, ma tira una gran brutta aria. Col fatto che il gran
babbo ci sta per lasciare, rischiano di essere olimpiadi militarizzate.» Nonostante il suono
mi arrivasse portato dai cavi per migliaia di chilometri, sentivo che stava fumando, e quasi
percepivo il lezzo familiare del suo garibaldi impestare la redazione. «Perché voglio dire,
non si può mica trascurare la sicurezza», aggiunse a beneficio di chi poteva ascoltarci.
Avrei voluto domandargli che tempo faceva a Bologna, ma mi sentii troppo idiota e mi
limitai a salutare lui e la sua famiglia.
Adesso che il mio articolo era giunto a Stadio, potevo uscire a cuor leggero dal Palazzo
delle comunicazioni: nel giro di un'ora Ermes sarebbe passato a prendermi in piazza De
Bono col camion della sera precedente. Per qualche motivo era intenzionato a comprare
quel bestione in società con Toros, e prima di pagarlo voleva che ci salissi anch'io.

Il Villaggio Traiano sorgeva a sette chilometri dal centro della città, a mezza strada fra lo
scalo merci di Addis Abeba sud e il villaggio-mercato indigeno di Acachi.
Alle quattro palazzine originarie, pensate come proprietà di pregio nel cuore d'un parco,
si erano affiancati negli anni Quaranta i prefabbricati delle maestranze e una marea di
tuguri occupati dai manovali reclutati a ore per i cantieri dell'erigenda autostrada.
Tramontata ogni ipotesi di vendere gli appartamenti alla classe agiata della capitale, il
costruttore aveva adottato una soluzione di ripiego: migliaia di baracche erano state rase al
suolo per fare spazio a un nuovo, gigantesco caseggiato di sei piani la cui pianta ricordava
un fascio littorio. Le novecento unità abitative del palazzo-modello erano state consegnate
nel 1956 al termine d'una cerimonia che aveva visto il primo ministro dell'Africa Orientale,
Roberto Farinacci, tagliare di persona il nastro tricolore. In pochi giorni, veterani della
conquista cacciati dall'Esercito e ferrovieri deportati, operai di origine tirolese e savoiarda
colonizzarono quel formicaio di cemento insieme alle loro amanti nere.
Troppo tardi ci si rese conto di aver dimenticato la costruzione d'un posto di polizia e
persino d'una chiesa: nel giro di poche stagioni il Villaggio Traiano era diventato una zona
fuori controllo, i cui abitanti senza fede in Dio e nel Duce sciamavano a piedi verso la città
per rientrare al tramonto, sfiancati dopo una giornata a stendere asfalto o montare
impalcature.
I ragazzi non partecipavano alle attività della GIL, né andavano a scuola: giocavano nei
cortili o per i campi desolati sul ciglio della ferrovia, i proventi dei loro furtarelli nascosti
nella sporta colma di erbe commestibili, divertendosi di quando in quando a lanciar sassi
contro i convogli. Quanto agli adulti, vivevano in una promiscuità senza riguardi: il
concetto di pubblica decenza veniva sfidato a ogni calar delle tenebre, molte donne si
prostituivano, e dietro quelle porte senza chiavi la sifilide mieteva le sue vittime come
cinquant'anni prima.

«Parlano tutti male di loro, ma alla fine sono bravi cristiani», considerò Ermes mentre
guidava con cautela il Fiat 626 lungo una sterrata tutte buche, assediata dalle baracche di
rottami sorte in vista del palazzo-modello.
«La fame è una brutta bestia, ma qui al Villaggio riescono a tenerla a bada senza
scannarsi», approvò il proprietario del camion, un certo Luigi di Milano che sedeva fra noi
due. «Nonostante le difficoltà, sono riusciti a sviluppare una coscienza civile.»
Non ci avrei giurato, se si riferiva agli uomini dall'aspetto patibolare, bianchi e mulatti
d'ogni gradazione con le spalle coperte di tatuaggi, che giocavano a dadi per strada.
Squadravano il grande radiatore del nostro camion con l'insolenza degli sfaccendati
quando sono tanti e giocano in casa, se così si poteva chiamare quell'accampamento in cui
cani e bambini si rotolavano nella stessa polvere rossa. Curiosamente, non si vedeva un
vecchio.
«Questo finestrino non si alza», protestai. «Così ci tocca mangiare il sabbione.»
«Qualcosina da revisionare, su questo camion ci sarebbe», concesse Ermes abbassando il
pedale della frizione per innestare la prima marcia. «Ma ha quasi vent'anni e si difende
ancora bene. Sbaglio, Luigi?»
«Per carità», disse lui. «Con questo non resti a piedi di sicuro.»
«Da quanto tempo ce l'hai?» «Eh… Sei o sette anni.»
Sfoggiava un taglio di capelli costoso, e nonostante le guance glabre poteva avere
qualche anno più di me. Intorno ai quaranta, e sembrava esperto di camion come il
sottoscritto di fissione atomica.
Per lanciare il suo mozzicone fuori dal finestrino mi urtò col gomito, ma non si sentì in
dovere di scusarsi.
«Come mai insisti ad alloggiare qui, Luigi?» lo presi in mezzo. «Anche a non cercare
troppo, qualcosa di meglio la città lo offre.»
«Qui si sta tranquilli», rispose. «Non come in centro. E poi devi considerare la questione
della sicurezza. Quale ladro verrebbe a rubare qui?»
Poteva avere ragione: i ragazzi con gli occhi di fuoco che annusavano l'etere rannicchiati
contro le pareti delle capanne mettevano paura a te, viso pallido. A conoscerli meglio, il
Villaggio Traiano doveva essere il posto più tranquillo del mondo.
«Ti muovi bene, da 'ste parti», considerai mentre infilavamo una buca dopo l'altra verso
il profilo ormai vicino del palazzo-modello.
«Ho vissuto ad Addis Abeba tre anni. E adesso faccio avanti e indietro con l'Italia.
Quest'anno si è scatenata la voga etnica, lassù. Ci sono certi bifolchi arricchiti col petrolio
che non rinuncerebbero mai a una tela etiope nella villa al lago.»
«Così sei un mercante d'arte.»
«Diciamo di sì.»
«E tieni le tue cose qui, al sicuro come in cassaforte.»
«Preciso», disse lui. Poi restò a guardarmi un po' troppo a lungo, e aggiunse severo:
«Sappiamo solo noi tre dove le tengo».
Le molle del sedile cigolavano a ogni sobbalzo, e seduto insieme a quei due mi sentivo a
disagio come Pinocchio col gatto e la volpe.
«E in Italia?» domandò Ermes in tono svagato. «Non è che il capoccione ha tirato le
cuoia e nessuno ce l'ha detto?»
«Eh, magari. Ma ormai tiene la vita coi denti. Lo sapete cosa si dice?» domandò il
Milanese con aria saputa. «Che se non muore in fretta, gli toccherà morire dopo le
Olimpiadi. O riescono a fargli il funerale prima della cerimonia inaugurale, o daranno la
notizia solo dopo la chiusura.»
Guardai meglio il Milanese. Poteva essere un provocatore dell'Ovra che aveva
agganciato Ermes. Se era così, non gli avrei dato argomenti per riferire di me ai suoi
superiori.
«Per fortuna qualcuno che vuole ancora il bene d'Italia c'è», disse sibillino, e io mi
guardai bene dal commentare.
Le ruote del camion tornarono a mordere l'asfalto, ed Ermes rallentò a pochi metri dagli
squadrati archi di portico del palazzo-modello.
«Posteggialo un po' scostato», si raccomandò Luigi. «Altrimenti i ragazzini ci pisciano
nel cassone dalle finestre.»

La guardiola del portiere all'ingresso del blocco IV era deserta e aveva i vetri incrinati da
una sassata. Qualcuno aveva scritto sui muri dell'atrio «Morte al fascio» a lettere rosse.
Mi domandavo in che razza di trappola ci stavamo cacciando, ma intanto il Milanese
aveva imboccato le scale e noi lo seguivamo.
Il suo appartamento era il IV-83, al terzo piano. Su entrambi i pianerottoli che ci
lasciammo alle spalle ferveva un'intensa vita sociale: qui un uomo istruito svolgeva il suo
mestiere di compilatore di lettere per conto terzi, più in là un crocchio di ragazzini si
accaniva intorno a un gatto, e in ogni angolo degli spazi comuni, donne discinte e ciarliere
cucinavano su fornelli ricavati da bidoni dell'Agip.
Tutti sembravano conoscere Luigi e lo salutavano con deferenza come «signor
Milanese»; ricambiava i saluti ma non si sprecò in chiacchiere con nessuno.
Sul suo pianerottolo c'era gente sdraiata a dormire, e una coppia in fondo al corridoio
che ci stava dando dentro al riparo d'una coperta.
«Alzati, Moshe», raccomandò a un Etiope che indossava solo un paio di calzoni lisi,
addormentato con la sua bottiglia di birra Venturi in mano, le spalle contro la porta
dell'appartamento 83.
Quello riaprì gli occhi e biascicò un «Vafankul, ferengi.»
«Ti pago per fare la guardia», alzò la voce il Milanese chinandosi sull'uomo. «Lasciami
entrare in casa, balengo.»
Allora quello riaprì gli occhi, si sollevò di malavoglia e ci guardò con un'espressione
piena d'odio.
«'Taliani», disse con disprezzo, poi mi franò addosso senza che potessi farci niente.
Mandava un odore disgustoso di vomito, da non bere mai più birra per tutta la vita.
«E levati!» lo spinsi via, e quello perse la bottiglia che andò in frantumi.
«Mi spiace, Moshe, ma te la sei cercata», ridacchiava il Milanese mentre provava nella
toppa una chiave dopo l'altra.
«No! Adesso me la ripaghi, stronso!»
«Se non mi chiami più così, amico, te la ripago più volentieri.»
«Stronso! Lo sai cosa la tua gente ha fatto alla mia gente?» domandò con rabbia. «Quante
donne hanno preso i bravi 'taliani? Quanti bambini hanno bruciato?»
«Smettila, cazzo», ordinò Ermes all'Etiope. «Mica è colpa sua. Sta dalla nostra parte, lui.»
Poi il Milanese trovò la chiave giusta per farci strada nel suo appartamento polveroso,
ma Ermes mi bloccò sulla soglia.
«Perché non scendi a prenderci qualcosa da bere?» m'invitò con un sorriso da schiaffi.
«Luigi è un solitario, e non tiene mai niente di fresco in casa.»
Se voleva liberarsi di me, poteva inventare una scusa migliore. Lo guardai con
compatimento mentre mi saliva il sangue alla testa. «Mica ti ho chiesto io di portarmi qui.»
«Se ti chiedo una cortesia», insistette Ermes con un tono supplichevole fuori dalle righe.
«Fidati, Lorenzo. C'è un bar qui sotto che fa delle granite buonissime.»
«Tu non mi accompagni?»
«Cos'hai, paura di Moshe? Saranno cinquanta metri. Per me una bella granita al limone.
La consiglio anche a te. E tu, Milano?»
«Arancio», disse quello evitando il mio sguardo. Era lui che non mi voleva.
Avrei voluto dire che non ero il loro cameriere, invece domandai solo se, una volta
raggiunto l'esterno dell'edificio, dovevo seguire il portico a destra o a sinistra.

«Una granita all'arancio, una al limone liscia e una corretta al martini», ripeté con un
sorriso ironico la ragazza mulatta dietro il bancone. «Ma toglimi una curiosità: ti sei perso,
viso pallido?»
«Sono venuto a trovare un amico», risposi.
Per l'esattezza, uno stronzo di Milano che prima mi fa accogliere a male parole dal suo
custode, e poi mi spedisce a prendere le granite al bar d'accordo con quel puzzone di
Ermes.
«E sei una specie di sbirro, o cosa?» domandò maliziosa. Avrà avuto sì e no quindici
anni, ma il pancione teso sotto la canottiera raccontava l'essenziale.
«Sei fuori strada, ragazza.»
Prelevò da dietro il bancone tre bicchieri di carta e cominciò a riempirli di ghiaccio
tritato.
«Guarda che mica scherzo», tornò alla carica puntandomi contro il mestolo. «Qui ci
piace sapere chi ci viene a trovare.»
«Mi chiamo Lorenzo», dissi.
Gli avventori che giocavano a dama intorno ai due tavolini di plastica sul fondo del bar
non si perdevano una parola.
«Anima mia», sospirò. «E se non sei uno sbirro, cosa sei?»
«Mi occupo di calcio.»
«Ah, sei uno dei quelli», considerò rassicurata. «Sono già passati quelli del Goliardo,
quest'anno. Hanno visto i ragazzi giocare per un giorno intero, e poi ne hanno scelti tre per
le giovanili. Adesso restano solo gli scartini.»
«Ho capito.» Se si sbrigava con le granite, invece di fare le sue ipotesi, sarebbe stato tutto
più facile.
«E tu per chi lavori? Sparta? Audax?»
Gettai uno sguardo rapido alla specchiera alle sue spalle. L'unico gagliardetto in vista
era quello a strisce del San Giorgio.
«Kedus», risposi ad alta voce.
La ragazza rise coprendosi la bocca, poi domandò incerta: «Stai scherzando?»
«No. Sono amico di Melchiades.»
«Quell'uomo è l'unico bianco onesto di Addis Abeba», intervenne uno degli avventori.
«Davvero è vostro amico?»
«Ho viaggiato sul pullman della squadra fino al Nuovo Fiore, ieri.»
Poi spiegai che genere di giornalista ero, e i più sembrarono credermi.
«Hai visto che macello fuori dallo stadio?» domandò un ragazzo con un ampio cerotto
attraverso la fronte. «Ci hanno pestati per bene, quei bastardi dell'Audax e i loro amici di
Mogadiscio.»
«Qualcosa ho visto. Non sembrava che gli zaptiè cercassero di fermarli.»
«Se li aiutavano! Massacrano la loro gente in cambio di un pezzo di pane, ma verrà il
giorno in cui pagheranno.»
«Come in Algeria», disse grave l'uomo che aveva parlato prima. «Hanno giurato che
appena l'ultimo francese se ne andrà, massacreranno nel giro di ventiquattr'ore tutti gli
algerini che li hanno aiutati e le loro famiglie. Ci sono già le liste pronte, con i nomi e gli
indirizzi. Sono già morti sgozzati e ancora camminano», rise.
«Dovremmo fare qualcosa del genere anche qui», disse corrucciato il giovane col cerotto
sulla fronte.
«Non aver paura che le abbiamo già, le liste», garantì un tizio torvo con una camicia
scozzese a maniche corte. «Non le vengono a mostrare a te, ma il giorno giusto salteranno
fuori.»
Poi mi guardò come per imprimersi in mente la mia faccia.
«Quant'è?» domandai alla ragazza appena furono pronte le granite, ma lei non ne volle
sapere.
Insistetti, ma fu fiato sprecato: gli uomini misero in chiaro che al Villaggio Traiano gli
amici di Melchiades non dovevano pagare.

Arrivai all'entrata del blocco IV che le granite cominciavano a debordare oltre l'orlo dei
bicchieri, impiastricciandomi senza pietà le mani.
Reggerne tre insieme non era così semplice, con la carta dei bicchieri che ondulava a
ogni passo, e al secondo piano un ragazzino mi si avvicinò curioso, poi tuffò un dito nella
mia granita al martini e lo succhiò voluttuosamente.
«Via», lo scacciai accelerando il passo. Lo sentii che chiamava gli amici, e prima che mi
fossero addosso in troppi mi lanciai di corsa per l'ultima rampa di scale.
Per fortuna l'ubriaco era rotolato abbastanza lontano dalla porta da non ostacolare
l'accesso all'appartamento 83.
«Apritemi», gridai mentre bussavo con la fronte, incurante di trovarmi a pochi passi dai
dormienti, e da quegli altri che ancora ci davano dentro senza più nessuna coperta. «Sono
io, aprite!»
Quando Luigi di Milano venne ad aprirmi, mi gettai dentro travolgendolo.
«Chiudi in fretta», mi raccomandai. «Questo posto è pericoloso.»
Mi guardò con aria quasi addolorata, poi scosse la testa e mi precedette all'interno. Il
succo delle granite mi stava colando per rivoli lungo gli avambracci, ben sotto i polsini
della camicia.
Nel tinello Ermes era in piedi con le mani in tasca e uno sguardo innocente. Ai suoi
piedi, c'erano una ventina di tubi di cartone simili a quelli che impiegano gli architetti per
custodire i loro disegni.
«Affare fatto», mi annunciò. «Il Fiat 626 adesso è mio.»
«E quella roba cos'è?»
«Carte che devo portare a Toros. Roba per la tipografia.»
Prima mi spediva al bar con una scusa, e adesso mi sarebbe toccato aiutarlo a caricare
tutto sul camion.
Non era un bel pensiero, ma almeno ce ne stavamo per andare da quella gabbia di matti.
«Allora si va?» domandai mentre cercavo un posto dove posare le granite.
«Dai, che mi sporchi tutto», protestò il Milanese. Allora mi spazientii e depositai i loro
bicchieri direttamente sul pavimento.
«Se non vi spiace, vado a darmi una lavata», annunciai sorseggiando martini misto a
ghiaccio e limone.
«Spicciati, però», si raccomandò Ermes.
«Ma non rompere», protestai come un ragazzino mentre mi chiudevo alle spalle la porta
del gabinetto.
Mi vidi nel piccolo specchio a muro: ero abbronzato, ma non ero sicuro che il viaggio mi
avesse fatto bene. Nonostante bevessi granita da una cannuccia a righe sembravo più
vecchio.
Gettai uno sguardo sulla porzione di mondo che la finestrella dal vetro zigrinato
lasciava intravedere: piante stentate di basilico e rosmarino sul balcone di quell'antipatico
del Milanese e, più in basso, tetti diseguali di baracche a perdita d'occhio.
Udii un frullo d'ali vicinissimo, e un uccello si era posato sul davanzale. Pensai che
volesse beccare le piante, poi intravidi la sagoma del padrone di casa che era uscito sul
balcone. Come fosse la cosa più naturale del mondo, si chinò sull'uccello, lo prese fra le
mani e rientrò in casa.
Avevo già sentito di persone che catturavano passeri e piccioni per mangiarli, ma lui
l'aveva raccolto come avrebbe fatto San Francesco.
Quando rientrai nel tinello, mi stupii ancora di più: il Milanese lo stringeva al petto e
quel colombo, anziché cercare di volar via, tubava.
«Grandi notizie, grazie», gli sussurrava Luigi. «Bravo, Norge.»
«Guarda che io ti ho capito. È inutile che mi tiri in mezzo ai tuoi giri.»
«Ma quali giri! Luigi voleva liberarsi di questo camion e me l'ha venduto. Eccolo, il
giro!»
«Mi hanno rotto le palle, le tue mezze verità. Quel pizzaiolo di Livorno all'Asmara. Il
Milanese qui, in questo buco schifoso. E il piccione che porta i messaggi dall'uno all'altro.
Cosa si scrivono di bello, secondo te? Come sta la famiglia?»
«Che diavolo ne so, Lorenzo. Ma sarà mai possibile che appena uno ti chiede una mano,
subito t'impunti?»
«Va bene. Tu non sei uno stupido e io non sono uno stupido. Dimmi cosa c'è dentro 'sti
cazzo di tubi che ti ho aiutato a trasportare.»
«Quali tubi?» domandò.
«Quali! Questi qui dietro», gridai indicando il cassone del camion.
«Manifesti», disse lui.
«Che genere di manifesti, Ermes?»
«Su, che hai capito. I tempi stanno cambiando, l'hai detto anche tu. Non li vuole più
nessuno, i fascisti.»
«Cosa?»
«Il loro teatrino sta per crollare, almeno qui.»
«Mi stai dicendo che insieme al camion ti hanno dato in omaggio dei manifesti
sovversivi?»
«E non alzare la voce, che mi distrai.» «Rispondimi! Sono manifesti sovversivi?»
«Mica è facile, guidare un camion da tre tonnellate.»
«Ma tu sei da internare! Se ci fermano a un posto di blocco, cosa spiego?»
«Voglio che tiri fuori la tua dannata testa di struzzo da sottoterra, amico mio. Spetta una
briciola di rischio a ognuno, se vogliamo cambiare il mondo.»
«E chi ti ha detto che voglio?»
«Trentotto anni di dittatura, Lorenzo. L'Italia è un Paese che fa schifo.»
«Che ne sai tu, alla fine?»
«Puzza forte fin da qui. Figurati lassù. Ma a te va bene così. Meglio vivere da schiavo
che rischiare di perdere i tuoi privilegi del cazzo. È così o no, camerata giornalista?»
«Non chiamarmi camerata.»
«È ora che la gente come te apra gli occhi e cominci a raccontare una storia nuova.»
«Perché mi parli così?»
«Quante volte hai detto di no, in vita tua?»
Non risposi.
«Troppo poche, suppongo. Per questo voglio aiutarti.»
«Dice il mio direttore che la gente normale non esiste. Secondo lui ci dividiamo in pazzi
innocui e pazzi pericolosi. Tu sei fra questi, amico.»
«No, Lorenzo. La gente si divide in un altro modo. La grande maggioranza sta a
guardare la storia scorrere, e di solito la chiama destino. E poi ci sono i pochi che tentano
di cambiarla.»
«Ferma questo cazzo di camion, Ermes. Voglio scendere.»
«Cosa sei? Una ragazza e ti ho toccato le gambe?»
«Vaffanculo. Sul serio. Ferma il camion e fammi scendere adesso.»
«Siamo fuori città, non fare il matto. Qui è tutta brava gente, ma se ti vedono vestito
così, da viso pallido turista, gli prende la fregola di guardarti in tasca. Lascia che ti riporti
in albergo e dimentichiamo tutto. Torna a guardare la storia che scorre, e io non ti
disturberò mai più. Promesso.»
«Sta bene. Facciamo così.»
«Peccato, però. Non sei curioso di vedere in anteprima i manifesti che domani saranno
attaccati per tutta la città?»
«Per niente. Mi sa che invece tu sei curioso di salire su una sedia e infilare la testa in un
cappio.»
«Questa non fa ridere. Comunque non sarò io ad affiggerli in giro. Devo solo farli avere
a una persona.»
«Si può sapere chi diavolo è questo Luigi di Milano?»
«Non mi ha portato solo i manifesti. Anche i saluti di certi amici in Italia che hanno a
cuore il bene di tutti noi.»
«Già che sono su questo camion, vuoi dirmela tutta? Cosa diavolo sta succedendo?»
«Che la gente è stanca. E non solo qui. Il papa francese sta aizzando tutti i preti. E anche
gli industriali, su in Italia, cominciano a sfilarsi. Con una mano continuano a finanziare il
partito, e con l'altra pagano di nascosto il Comitato di liberazione.»
Avrei voluto chiedergli fino a che punto era impegnato con l'opposizione clandestina,
ma lui staccò una mano dal volante e m'indicò un capannello di ragazzi davanti a una
povera baracca trasformata in spaccio alimentare.
«Questa gente non ha niente da perdere. Aspetta solo un coordinamento, e un segnale.»
«Dovresti pensare al calcio, Ermes.»
«Il coordinamento sta nascendo, e il segnale prima o poi arriverà. Ma tu non devi avere
paura, viso pallido. Per quel giorno sarai al sicuro in Italia.»
«Sei solo un pazzo.»
«Forse, ma non il genere di pazzo che credi tu.»
«Allora perché hai deciso di finire impiccato a venticinque anni?»
«Ventisei. E non mi impiccherà nessuno.»
«Hai un ingaggio importante, adesso. E invece guarda che film proiettano nella tua testa
bacata. Il coordinamento dell'insurrezione. Lo sai come andrà a finire? Che vi troverete in
strada in venti, mentre gli altri restano a letto, e al primo blindato che vi arriva incontro
farete una bruttissima fine.»
«Il vescovo cattolico di Addis Abeba e l'abuna Teodoro. Un dirigente del Partito
Comunista clandestino e uno socialista. Il capo dell'organizzazione dei tirolesi deportati e
un ex ufficiale della Guardia del Negus. Non è stato semplice, metterli tutti attorno a un
tavolo, ma il Milanese l'ha fatto.»
«Lo vedi che sei pazzo? Perché mi racconti queste cose?»
«Così, quando sarai in Italia e leggerai sui giornali che il governuccio fascista di Addis
Abeba è in difficoltà, saprai che non è opera di venti esaltati.»
Avrei voluto insistere, domandare di nuovo perché mi metteva a parte di quelle
faccende, poi credetti di capire da solo quel che non mi avrebbe risposto mai: se fosse
caduto, la sua storia non sarebbe morta con lui.
Quando me ne resi conto, anziché insistere che accostasse per farmi scendere, lasciai che
il suo destino diventasse per qualche chilometro anche il mio.
Mi domandai se capiva davvero cosa rischiava, e nel domandarmelo cominciai ad avere
paura per me stesso.
Già mi avevano esiliato, finire nei guai con la legge sarebbe stato troppo: dopo sì che
potevo dire addio a ogni ambizione di carriera.
Se un poliziotto in moto avesse accostato il nostro camion, sarei morto di paura. Fumavo
e parlavo a macchinetta, adesso, senza smettere di controllare nel retrovisore che nessuno
ci seguisse.
CAPITOLO XXV

Il giorno dopo non notai in giro manifesti sovversivi, e il sollievo mi indusse uno stato di
euforia che temevo di non meritare più.
Ero un uomo libero e incensurato. Potevo andare dove volevo, fischiettando i motivetti
di Carosello o quelli orecchiati alla radio. Libero di appostarmi alle edicole in attesa che
arrivassero le copie di Stadio con il mio articolo. Libero di sorridere alle natiche delle
signore, persino di sedermi al tavolino di un caffè all'aperto per brindare al sole libero e
giocondo.
«Quando potrò bere anch'io la mastica?» domandò un ragazzino al tavolo accanto.
«Come tuo fratello», rispose l'uomo accanto a lui. «Quando ti spunterà il primo pelo di
barba.»
Mentre sorseggiava la sua mastica, il ragazzo più grande avvampò di orgoglio.
«Lui è solo più peloso», protestò il ragazzino. Davanti a lui, una mesta bottiglia di
gazosa. «Alla fine ha appena due anni più di me, e beve la mastica da una vita.»
«Veramente, è da settembre», precisò il fratello. «Era appena ricominciata la scuola. Ma
a te scoccia, e ti sembra una vita.»
«Sei peloso come un babbuino. E ti puzzano le ascelle.»
«Gianni!» protestò l'uomo. «Smettila di provocare tuo fratello.»
«Sei un bambino e non sai aspettare. Bevi la gazosa, invece di rompere.»
«Marco!»
«Puoi sederti più in là?» domandò il ragazzino indicando al maggiore i paraggi del mio
tavolo.
«E perché?»
«Te l'ho detto. Perché puzzi.»
Dal rumore partì una scarica di calci sotto il tavolo, cui seguì un gemito del fratello
grande.
«Basta ora!» alzò la voce l'uomo. «Se proprio volete picchiarvi, andate a farlo più in là!»
I ragazzini raccolsero l'invito e si allontanarono, lanciandosi insulti e minacce, verso la
macchia verde del giardino pubblico di fronte al bar.
L'uomo s'inclinò verso di me e spiegò in tono solenne: «È un'età difficile, e almeno
adesso se le daranno senza rompere le scatole».
«Ma quale età è facile, alla fine?» domandò la mia voce per pura cortesia.
«Avete ragione», disse l'uomo levandosi di tasca una pipa di schiuma. Dal giardinetto
salivano le grida dei due fratelli che se le davano, ma lui armeggiava per accendere la pipa
e non sembrava dar peso a quella zuffa.
«Sono i vostri ragazzi?» domandai levando il bicchiere a mezz'aria. Era come se, dopo la
sparizione del martini, anche il vetro che lo conteneva avesse perso tutto il suo peso.
«Nipoti», rispose. «Figli della mia povera sorella. Sono rimasto io, a occuparmi di loro.
Una tragedia», disse scuotendo il capo. «Così giovane.»
Lo guardai impietrito mentre tirava su col naso e si asciugava gli occhi. Dovevo avere
riaperto una brutta ferita.
«Mi spiace», mormorai.
Aveva finito la mastica, così chiamai la cameriera. Mi sentivo in dovere di offrirgli un
giro.
«Siete gentile», disse. «Vi ringrazio anzi, signor…»
«Pellegrini. Lorenzo Pellegrini di Stadio.» Lo dissi d'un fiato, come se il mio cognome
fosse Pellegrini Di Stadio.
«Architetto Tommaso Casaglia», si presentò ostentando noncuranza. «È un piacere
trovare qualcuno che non ha paura di scambiare due parole con uno sconosciuto.»
Dissi che aveva troppa ragione. Le grida dei due fratelli si erano placate. Potevano
essersi uccisi a vicenda dietro una siepe, ma l'architetto Casaglia sembrava tranquillo.
«Ho un buon lavoro, per fortuna, ma il giorno in cui i ragazzi potranno badare a se
stessi è ancora lontano. Marco, il grande, ha quindici anni, e non conosce ancora le
donne…»
«Un po' lo invidio. Pensate che sorprese lo aspettano…»
«Era ieri che lo portavo al teatro delle marionette. Invece è già arrivato il tempo dei
liquori, e molto presto verrà il giorno in cui gli farò varcare l'augusta soglia di un casino.»
La cameriera posò il bicchiere di mastica su un angolo del suo tavolino con aria di
riprovazione. Mentre veniva verso di me col martini non osai guardarla negli occhi.
«Visuale di poppa superba», ridacchiò Casaglia appena quella ci ebbe girato le spalle.
«Alla nostra salute, e a quella dei ragazzi.»
«Sì, ai ragazzi», e pensai a quelli in maglia a strisce di casa al Nuovo Fiore.
Bevvi il primo sorso e guardai il bicchiere. Qualcuno avrebbe dovuto inventare un
sistema che li facesse restare sempre così, freddi e quasi pieni.
«I giovani hanno bisogno di sfoghi», sentenziò con arie da intenditore. «Da piccoli li
lasci un po' fare, e si mettono subito buoni. Ma ormai a Marco menare il fratello non basta
più, e nemmeno menarsi la fava. È tempo della soluzione Amerigo.»
«Vespucci?»
«Già, una bella nave-scuola. Io la prima volta l'ho fatto alla sua età, in un fienile, e non
vedo perché negargli questa gioia. Voi cosa ne dite?» domandò, e bevve.
«Dategli cento lire e indicategli un indirizzo sicuro», consigliai dall'alto della mia scienza
pedagogica.
«Qui sbagliate, se posso dirvelo», m'investì lui. «Dev'essere un momento di
cameratismo, dove il trionfatore di tante battaglie scorta il cadetto fin sulla soglia della
camera, non senza averlo aiutato a scegliere una compagna adatta. Perché lo sapete, come
sono indecisi i ragazzi nei casini. O fanno flanella col cuore in gola, o vanno con la prima
che li prende per mano. Invece l'avviso di un esperto, di una figura-guida, può essere
decisiva. Perché lasciarli soli proprio nella prova che farà di loro dei membri, absit iniuria
verbis, della tribù? Dobbiamo assisterli, invece, e testimoniare della loro prima vittoria.»
«Vedo che avete le idee chiare, architetto.»
«Va così da quando esiste il mondo. Né più né meno. Solo i preti e i finocchi non lo
sanno.»
«Sì?»
«Dovremmo essere laici senza scordarci mai da dove arriviamo, parola del qui presente.
Invece noi Italiani abbiamo creduto per secoli ai preti. Vi rendete conto che razza di
popolo? Invece di celebrare il vigore, fino all'altro ieri abbiamo celebrato un povero ebreo
che si è lasciato ammazzare senza colpo ferire. Bell'esempio. Per un popolo di schiavi,
forse.»
«Conosco qualcuno che la pensa più o meno come voi.»
«Ma lo sapete che, a forza di parlare di casini, mi è venuta una certa fretta di scortare il
giovane Marco?» confessò divertito.
«Se vi è venuta fretta… Purché non ci portiate anche il ragazzino più piccolo.»
«Ma cosa dite», protestò. «Anzi, facciamo così: mentre scorto il fratello grande oltre le
colonne d'Ercole, mi tenete Gianni una mezz'ora?»
«Facciamo che tu eri un negro che si chiamava Martello Logan», propose Gianni. «E io
ero Duilio Loi.»
«Se proprio dobbiamo.»
«In guardia, Martello!» mi avvertì il ragazzino. Poi fece con la bocca un rumore di gong.
Per non deluderlo mimai una guardia. Mi venne subito sotto e allargò un gancio veloce
che mi prese al fegato. Non piano.
«Ehi», protestai. «È un gioco o cosa?»
«Scusa», disse lui. «Picchia anche tu, però. Non devi lasciarmi vincere.»
Per un po' le signore a spasso nel giardinetto coi bambini dovettero assistere al povero
spettacolo di un cronista sportivo che tentava di parare i colpi di Duilio Loi.
«Fai schifo, Martello», m'insultò senza più fiato, dopo una gragnuola che avevo
neutralizzato solo in parte.
«Facciamo che basta così», stabilii mentre mi ricomponevo. «Piuttosto, si può sapere
quando arriva tuo zio? È un'ora che ci ha lasciati qui.»
«Dove ha portato Marco?» domandò malizioso.
«Che ne so io? Doveva fare una commissione. Così ha detto: "Marco deve
accompagnarmi a fare una commissione".»
«Non l'ha detto. Io non l'ho sentito.»
«Ti sbagli. E ha detto anche che tornava in mezz'ora. Pensavo sapesse dove andare.»
«Lo sa molto bene», disse Gianni in tono saputo. «E lo sai anche tu. Ma non sai un
segreto.»
«Non me li dicono mai, i segreti.»
«Io ne so uno che ti piacerà ascoltare.»
«Spara.»
«Facciamo un patto: tu mi offri una sigaretta e io ti svelo il segreto.»
«Non se ne parla. Quanti anni hai?»
«Dodici e mezzo», disse. «Quasi tredici. Loro non lo sanno, che fumo.»
«E cosa fumi?»
«Raccolgo le cicche», simulò un tono adulto. «E ogni tanto compro le Macedonia sciolte
al Merkat.»
Non l'avevano lasciato bere la mastica e non era abbastanza grande per andare al casino:
per non annientare il suo ego, gli allungai impietosito una Giubek.
Allora cercai di guardare la realtà da una prospettiva diversa: ero ad Addis Abeba, in
attesa di vedere il mio articolo su Stadio, e mi era stato affidato un ragazzino da un tale che
diceva di essere suo zio. Prima avevo giocato con lui ai pugili, e ora lo stavo facendo
fumare. Se Casaglia non fosse tornato in fretta, qualcuno avrebbe potuto farsi una strana
idea.
«Buona», commentò soffiando in maniera misurata la prima nuvola di fumo. «Solo le
Camel sono meglio.»
«Punti di vista. Ma ti stai dimenticando del tuo segreto.»
«Vuoi saperlo davvero?» domandò con un velo di tristezza nello sguardo.
«Io mi sa che sto per andare. Se vuoi dirmelo, è il momento.»
«Come andare? E mi lasci qui da solo?»
«Tuo zio tornerà presto. Tu l'aspetti qui, e intanto tieni d'occhio anche l'ingresso del
caffè. È qui che ci siamo salutati. Non ti può sfuggire.»
«Sei un gran bugiardo. Avevi detto che mi facevi compagnia. Ma il segreto te lo dico lo
stesso, se resti dieci minuti.»
Nelle trattative ci sapeva fare.
«Aggiudicato. Dieci minuti d'orologio.»
«Lui non è mio zio. E nemmeno lo zio di Marco.»
Tombola. «E chi è, allora?»
«È un signore che ci tiene a casa sua. Un amico.»
«Un po' come uno zio, allora.»
«Ci fa un sacco di regali. Tu invece, niente.» «E che regalo vorresti?»
«Dici sul serio? Un trenino Lima.»
«Piano, Gianni. Ci conosciamo da mezz'ora. Non so come vi ha abituati l'architetto,
ma…»
«Allora un pallone di cuoio. E comunque non è nemmeno architetto. Dai, andiamo da
Italiasport, è proprio qui dietro», e mi si attaccò alla giacca.
«Smettila», dissi. «E butta quella sigaretta. Ho fatto male a dartela.»
«Sei una merda», m'insultò, e questa volta mi allungò un calcio al ginocchio.
Vidi le stelle, poi riaprii gli occhi e quel moccioso rideva con la Giubek appesa a un
angolo dalla bocca.
«Non permetterti mai più», dissi serio. «Vuoi una sberla vera, ragazzino?»
Allora fece qualcosa che non mi aspettavo: mandò un grido disperato, poi cadde lungo
disteso sulla ghiaia del vialetto.
Lo vidi agitare braccia e gambe irrigidite, la bocca spalancata, e pensai che per
l'emozione gli fosse preso un attacco.
Mi chinai su di lui e le sue dita ghermirono i lembi della mia giacca come fossero l'unico
appoggio a disposizione nella tempesta.
«Cosa cavolo sta succedendo, Gianni? Cosa senti?»
«Aiuto», balbettava lui. Cercava di rannicchiarsi al mio petto, poi lo prendevano di
nuovo dei tremori violenti.
«Aiutateci!» gridai quando vidi che perdeva bava dagli angoli della bocca. «Chiamate
qualcuno! Questo ragazzo si sente male!»
«No, no», gemette lui, ma all'improvviso sembrò che il suo corpo avesse imparato di
nuovo a rilassarsi. «Non chiamare nessuno, ti prego. È già passata.»
«Ma tu devi farti vedere da un medico.»
«Mi hanno visto abbastanza, e ho vergogna di tornare ogni volta», volle spiegare con
una voce che mi straziò. «Tirami su», disse. Lo sollevai come un bambino che non sa
camminare, poi con cura lo misi in piedi. Era riuscito a trattenere la Giubek fra le dita, ma
per qualche miracolo non si era bruciato.
«Povero ragazzo», lo compatì una voce di donna. Si erano fermate in tre o quattro, e
c'erano anche dei bambini.
«Non è niente», li rassicurò Gianni. «Mi prende così, e va via da solo.»
«Però non dovresti fumare», intervenne una signora giovane con un foulard a farfalle.
«Già fa male agli adulti…»
«Fatti i cazzi tuoi e campa cent'anni», la gelò il ragazzino.
«Gianni!» protestai smarrito.
«Voi siete il padre e non lo sgridate?» alzò la voce un'altra.
«Certa gente non se li merita, i figli», le fece eco la signora col foulard.
«Però il ragazzino ha ragione», dissi. «Dovreste farvi meno gli affari degli altri.»
«Ma voi chi siete? Il padre o chi?» m'interrogavano sospettose.
Poi una di loro disse: «Guardate che se ne sta andando!»
Allora vidi Gianni che si allontanava di buon passo verso l'uscita dei giardini.
Lo chiamai, ma lui accelerò senza voltarsi. Lo chiamai di nuovo. Questa volta si girò
come per misurare la distanza che ci separava, poi mi mostrò ridendo il gesto delle corna e
cominciò a correre come avesse il diavolo alle calcagna.
«Vi rispetta, non c'è che dire», osservò la signora col foulard.
«Sciò», dissi. «Disperdetevi, donne», e visto che non mi davano ascolto me ne andai
inseguito dalle loro contumelie.
Che se ne andassero al diavolo gli adulti irresponsabili, i nipotini violenti e tutte le
comari d'Africa. A me bastava raggiungere l'edicola di fronte al palazzo delle Poste.
Solo quando il giornalaio sfilò la mia copia e la pose in equilibrio sul piattino degli
spiccioli, mi resi conto che qualcosa non andava: per quanto lo cercassi, il mio portafogli
non voleva saperne di saltar fuori.

In albergo mi restava qualcosa, ma prima di poter prelevare dal mio conto o salire su un
aereo avrei dovuto affrontare la trafila della denuncia e dei documenti sostitutivi. Però
non era una tragedia: semplicemente, pochi giorni prima mi ero trovato con tre portafogli,
e ora mi ero appena lasciato sfilare l'unico che mi appartenesse da un ragazzino bravo a
recitare. Per qualche motivo mi sembrava che la giustizia avesse compiuto il suo corso.
Mentre rientravo, mi trovai davanti alla monumentale insegna Isacco Pardo e figli Radio &
dischi. D'istinto gettai un occhio verso le quattro vetrine, e dall'interno Davide mi intercettò
quasi subito. Indossava uno splendido completo gessato color tabacco, e sembrò all'istante
lieto di vedermi.
Volle mostrarmi le grandi radio a valvole e i giradischi da festa capaci di suonare fino a
dodici canzoni di fila, poi mi guidò sottobraccio nella sala riservata alle novità microsolco,
dove un paio di clienti passavano in rassegna le foderine dei 45 giri in vista sugli scaffali.
«Grazie, Lorenzo», disse guardandomi negli occhi. «È molto importante per tutti noi,
quello che hai scritto.»
Almeno, l'articolo era uscito.
«Pensa che non sono riuscito a procurarmi il giornale.»
«Io ce l'ho», proclamò fiero. «Si parla del duello Juve-Milano per lo scudetto, delle
convocazioni in azzurro per la nazionale olimpica, e del San Giorgio Addis Abeba. Sei
stato coraggioso, a scrivere di noi.»
«Io ce l'avevo sotto il naso, ma non l'ho potuto comprare. È successa una strana cosa.»
«Bella o brutta?»
«Buffa, direi. Mi sono appena fatto fregare il portafoglio da un ragazzino.»
«Al Merkat?»
«Macché, a due passi da qui. Ha fatto finta di avere un attacco, 'sto moccioso, mi sono
chinato per soccorrerlo e in quel momento deve avermelo sfilato. Di certo, un attimo dopo
se l'è data a gambe.»
«Sicuro di non averlo perso da solo?» domandò, e sembrava divertito.
«Dieci minuti prima avevo pagato al bar, e mentre se ne andava quel monello mi ha
anche fatto le corna. L'ho capito dopo, il perché.»
«Ingegnoso», ammise Pardo aggiustandosi il nodo della cravatta. «Se è una scusa per
farti offrire la cena, Lorenzo, è la migliore che abbia mai sentito.»

Con Pardo sedemmo sui cuscini della taverna Al falascià di viale Michele Bianchi:
polpette vegetali, riso e lenticchie tiepide erano i loro piatti forti. L'agnello era stopposo
come risalisse alla Pasqua precedente, e per giunta le bevande alcoliche erano escluse dalla
carta.
Mentre Davide addentava soddisfatto del pane azzimo, gli domandai sottovoce cosa
sapeva di un certo Comitato di liberazione dell'Africa Orientale.
«Liberazione?» domandò vago. «Io vendo radio e gioco a calcio.»
«D'accordo. Ma secondo te esiste una specie di direttivo clandestino, o è una faccenda di
pazzi isolati?»
«Non ti capisco», si ritraeva. «Di chi stai parlando?»
«Vuoi dirmi che Melchiades è un fascista fervente, adesso?»
«Ehi, cosa sono queste strane domande?»
«D'accordo, lascia perdere. Se un giorno ti fiderai di me, ne riparleremo.»
«Guarda che io qui ci sto meglio che altrove», mise in chiaro. «Non so cosa ne pensi il
tuo amico Ermes, ma non è con i gesti clamorosi che si migliora la situazione.»
«Non ne abbiamo mai parlato», mentii.
«Fatico a crederti. Il primo giorno che è entrato nello spogliatoio ha tenuto una specie di
comizio. È un bravo ragazzo, ma sa essere maledettamente inopportuno.»
«Su questo devo darti ragione.»
«E mi preoccupa, se vuoi saperlo.»
«Perché?»
«Non vorrei che facesse il pazzo con la nostra maglia addosso. Ghebre Iosef ha garantito
per lui, e i Melchiades si sono fidati. Ma hanno deciso troppo in fretta: secondo me quel
ragazzo rischia di metterci in pericolo.»
«Spero che ti sbagli.»
«Spero anch'io. Ma se hai la testa sulle spalle come credo, tienilo d'occhio e controlla che
non si cacci nei guai.»
Come dolce vennero serviti dai pasticcini al miele che furono in grado di riportare in
superficie e mandare in orbita un vecchio dolore per una carie mal curata.
Mi allontanai dalla taverna Al falascià con Pardo che mi riempiva di inviti alla
prudenza, e la sensazione che quel giorno avrei fatto meglio a restarmene a letto.

Appena rientrai in albergo, il ragazzo dietro il bancone disse che ero un grande.
«Grande cosa?» indagai.
«Ci hanno portato il giornale con il vostro articolo sul San Giorgio. Dicono che nessuno
ne aveva mai scritto prima sulla stampa italiana.»
«Sei del San Giorgio anche tu?»
«Veramente tifo Goliardo. Mio padre ci ha giocato per un pezzo. Ma sotto sotto ci godo,
a leggere un articolo dedicato ai "pigiama". Ha già ratto il giro della città, e quelli
dell'Audax non l'hanno presa bene. Un articolo sulla Serie Africa che non parla di loro,
proprio non se lo aspettavano.»
«No, eh?»
«Citati solo di striscio. Il vostro amico Melchiades vi sarà grato a vita.»
«Speriamo», dissi, mentre mi porgeva le chiavi della mia stanza.
Sorrideva, ma adesso che cominciavo a capire quale effetto aveva avuto il mio articolo in
determinati ambienti, sentivo una sorta di cappio invisibile stringersi intorno alla mia
persona.
CAPITOLO XXVI

Mercoledì il telefono della mia stanza squillò alle cinque e mezza.


La voce elettrizzata di Ermes m'intimò di scendere in strada e guardare che aspetto
aveva la città all'alba. Riattaccò prima che potessi fare domande.
Scesi dal letto maledicendolo, aprii la portafinestra e uscii in terrazzo: Addis Abeba
aveva l'aspetto di una città piena di aree verdi ancora addormentata.
Però faceva fresco, avevo fame, e il sonno mi passò del tutto quando mi ricordai che ero
un viso pallido solo in Africa e senza più documenti.
Dabbasso, dietro il bancone c'era ancora il guardiano notturno.
Imboccai l'ampio marciapiede di viale Dabormida. Per la strada si vedevano solo carretti
carichi di frutta e verdura, trainati da asinelli magri verso il Merkat.
Passai il ponte sul torrente Ghenfilé, e vidi che nell'acqua scura galleggiavano carcasse
provenienti dal macello. Questo non avrebbe impedito alle lavandaie d'immergervi i panni
del bucato o, nel pomeriggio, ai ragazzini di fare il bagno e spruzzarsi allegri.
Se riflettevi su come vivevano appena fuori dal quartiere europeo, c'era da sentirsi male.
Mi consolai pensando che, almeno, ad Addis Abeba nessuno moriva di fame. O così
giuravano le autorità.
Il velodromo sorgeva appena oltre il torrente, e la palazzina squadrata del caffè
Girardengo era situata di fronte all'ingresso delle tribune. Sembrava aperto, così accelerai
il passo pregustando i cornetti caldi e il caffè di Harar.
Stavo traversando la strada quando notai un capannello di neri che, lungo il
marciapiede, sembravano intenti a osservare il muro di cinta del velodromo. Per curiosità
guardai anch'io, e capii che non studiavano il muro, ma la sfilza di manifesti candidi e
ancora umidi di colla che lo tappezzavano: rabbrividii e avanzai per vederli da vicino.
Il capannello si dissolse all'istante: un ragazzo mi indicò urlando qualcosa, e subito
presero a correre in tutte le direzioni.
«Ehi, non sono quello che credete», spiegai, ma ormai erano andati.
I manifesti riportavano il disegno di una mano bianca e una nera, strette insieme sopra
la scritta CLAOR, e due colonne fitte di testo: la prima in caratteri latini, l'altra in amarico.
La parte che ero in grado di decifrare era intestata a caratteri di scatola «Libertà per i
popoli dell'Africa Orientale!»
Presi a leggere come in trance.

Popoli dell'Africa Orientale, alziamo la testa!


Spezziamo le catene che ci tengono e prendiamoci la Libertà che ci spetta!
Il governo autoritario e razzista della Repubblica di farinacci è condannato senza appello dalla
Storia e dal Destino.
Di quel Destino, da oggi, ogni amante della Libertà, bianca o nera che sia la sua pelle, dev'essere
pronto a farsi viva espressione.
La lotta proseguirà fino al rovesciamento dell'attuale governo e alla piena indipendenza
dell'Africa Orientale.
Il futuro assetto nazionale sarà stabilito tramite elezioni democratiche, senza l'ingerenza di Roma
o di altre potenze straniere.
Il Comitato di liberazione dell'Africa Orientale dichiara che l'ora della Libertà è prossima!
Le forze armate e la Milizia della Repubblica associata sono invitati a lasciare i loro appostamenti
e unirsi a noi; in caso contrario saranno considerati obiettivi militari.
Viva la Libertà, viva l'Africa Orientale indipendente!

Per il Comitato di liberazione dell'Africa Orientale, Gaetano De Simone – Imirrù Destà –


Sandro Pertini – Manfred Schafe – Cristoforo Uoldemariam

I nomi non mi dicevano granché, ma forse alle persone giuste suggerivano l'essenziale, e
cioè che gli antifascisti di quaggiù, i deportati politici e quelli del Tirolo si erano saldati in
un fronte unico con gli Etiopi, e volevano farlo sapere.
Poi mi tornò in mente che forse quel manifesto aveva viaggiato insieme a me sul Fiat 626
di Ermes, e mi ritrassi come se la recinzione in mattoni del velodromo si fosse fatta
incandescente.
Merda zaniboni, in che giro ero finito?
Mentre ripiegavo verso la veranda del caffè, vidi che la folla interessata al proclama del
Comitato di liberazione si ricompattava. Si chiamavano l'un l'altro, e quelli che
conducevano i carretti si fermavano e scendevano a leggere.
Mi accorsi all'ultimo momento dell'italiano in gilet da cameriere che usciva dalla
palazzina del caffè Girardengo.
«Guardate che bel regalo ci hanno fatto», proruppe seccato indicando il muro del
velodromo. «Per colpa di quattro traditori, avremo negri a ronzare qui davanti tutta la
mattina. Ma io glieli stacco uno per uno, glieli stacco.»
«Chi sarà stato?» domandai innocente.
«Qualche infame che prima di stasera si troverà legato in uno stanzino con i miliziani
che lo prendono a calci in testa. O forse c'è già, dentro quello stanzino», e rise.
Tentai di ridere anch'io, ma non mi riuscì troppo bene.
«Avete notato?» si fermò a indicare un gruppo fermo a una cinquantina di passi. «Ce n'è
uno che legge e dieci che ascoltano. Non hanno proprio capito niente, quei minchioni del
CLAOR. Se vogliono far sapere qualcosa a 'sta gente, meglio che gliela raccontino a voce.
O coi segnali di fumo come i selvaggi. Via, schifezze!» gridò battendo le mani, come per
cacciare dei piccioni.
Traversando la strada si rimboccò i polsini, poi cominciò a strappare con metodo i
manifesti di fronte al suo locale.
Feci colazione senza neppure sedermi. Ero curioso di vedere fino a che punto i
responsabili delle affissioni notturne si fossero spinti.
Seguivo la scia bianca dei manifesti come le briciole di Pollicino, cercando di indovinare
quante squadre di simpatizzanti erano state messe all'opera, e ovunque la gente era
intenta a leggere. In viale Mussolini avevano tappezzato anche l'alto zoccolo dello
spartitraffico in cemento simile a un molo, e un plotone di assonnati avanguardisti in
camicia nera era intento a ripulire il sottopasso pedonale.
«I sovversivi hanno alzato la testa», gonfiava il petto il loro istruttore, parlando ad alta
voce per farsi sentire dai passanti. «Che si mostrino, se si sentono tanto forti. Glielo
spiegheremo noi, di chi è l'Africa Orientale.»
Salutò romanamente fissandomi negli occhi, io risposi con lo stesso gesto e mentre me
ne andavo sorrisi alle imprecazioni a mezza voce dei sottoposti, condannati a raschiare la
parete in cemento con spatole da falegnami.
Potevo reggere lo sguardo indagatore di chiunque, ma questo non mi avrebbe salvato se
Ermes, a suon di calci in testa, avesse spifferato chi c'era con lui sul camion.
Non era la situazione più serena per andare in questura a denunciare il furto dei
documenti ma, senza un passaporto sostitutivo, lasciare la città sarebbe stato impossibile.
Tanto valeva farlo subito, prima che quel pazzo si facesse prendere.

Il questurino di servizio ascoltò il mio racconto con attenzione, poi batté a macchina il
verbale.
Mentre me ne porgeva una copia perché la firmassi, ammise che il sedicente architetto
Casaglia era una vecchia conoscenza.
«Non siete il primo che imbroglia e non sarà l'ultimo», disse. «Ma non si sporca mai le
mani. Lascia che siano i ragazzi, a rubare. All'inizio credevamo fosse una specie di
pederasta. Invece la Buoncostume non ci ha mai segnalato niente. È un farabutto, ma non
un ruffiano di ragazzini.»
«Meglio così», dissi. «Ma rubare i portafogli non basta per essere arrestati?»
«L'avete visto. I reati li fa compiere ai minori.»
«Ma istigati da lui.»
«Guardate, è un casino giuridico. L'unico provvedimento sarebbe il correzionale per i
ragazzini, ma è davvero il loro bene?»
«Forse avete ragione.»
«Con tutti i bimbi che vivono per strada, quei due sono anche fortunati», mi stupì. «In
bolge a cielo aperto come il quartiere Istria o al Villaggio Traiano c'è chi è pronto a
scambiare un neonato bianco con una pistola. E poi ci si ammazzano fra loro, ubriachi, per
una partita di briscola andata storta, o una scommessa sui cani.»
«Accidenti.»
«Laggiù non si accontentano di rubarvi il portafoglio», mi mise in guardia, poi spiegò
come trovare l'ufficio documenti, dove un collega si sarebbe occupato dei miei
lasciapassare provvisori.

La folla di neri in attesa non doveva trarmi in inganno: davanti allo sportello riservato ai
cittadini italiani aspettavano solo un paio di vecchi che parlavano fra loro in barese, e un
giovane sottufficiale con una busta di carte sotto il braccio.
Il bassorilievo che occupava la parete di fondo era dedicato all'eroico contegno dei
contingenti di polizia dell'Africa Italiana, che avevano impegnato i Tedeschi al Passo delle
Radici, sul Po e in Tirolo. Inquadravano spesso nei cinegiornali e in televisione, il loro
picchetto d'onore rimasto a presidiare il quadrante di Berlino a noi affidato.
«Vi dico subito che il telegrafo non funziona», mise in chiaro l'ausiliaria dietro al
bancone, e solo allora mi accorsi che la fila davanti a me si era dissolta. Nonostante la
bustina in testa e il tono marziale era pannosa e verde d'occhi come una principessa delle
fiabe. «Di cosa avete bisogno, camerata?»
«Dovrebbe bastare una macchina da scrivere», risposi porgendole la mia copia della
denuncia. «Mi servirebbe un documento d'identità provvisorio, o qualcosa del genere.»
Esaminò il foglio dattiloscritto dal suo collega, poi decretò: «Lasciapassare provvisorio
per il rimpatrio».
Pronunciò quella parola che sapeva di punizione, poi inserì un cartoncino precompilato
nel rullo della macchina. Aveva dita affusolate e splendide, adatte a carezzare ermellini.
«Camerata, rispondetemi voi, così non devo stare a leggere. Nato a?»
«Bologna il 20 novembre 1930.»
«Altezza?» domandò scrivendo senza controllare la tastiera.
«Uno e settantadue.»
«Residenza in via Broccaindosso 27, Bologna», completò lei, e si applicò a copiare i dati.
«Occhi castani, capelli castani, celibe», lesse con finta riprovazione. «Giornalista… gens
italica, cittadinanza italiana… Manca solo la foto», osservò quand'ebbe finito di scrivere.
«La foto…» gemetti. «Non ho nessuna foto, io.»
«Ci avrei scommesso», sorrise mostrando i denti candidi. «Il fotografo qui all'angolo
campa sui casi come il vostro.»
All'improvviso seppi che lei e io, insieme e lontano dalla questura, avremmo potuto
divertirci un mondo. Chissà se lo intuiva anche lei.
«E di fianco c'è un tabaccaio che vende bolli. Prendetene tre da quaranta lire.»
«Allora a dopo, camerata. E grazie della vostra gentilezza.»
Un attimo più tardi fendevo la folla di Amhara, Tigrini e Galla in attesa davanti allo
sportello dedicato a quanti erano privi del certificato d'assimilazione alla gens italica.
Una brava ragazza, obbediente e gentile come l'ausiliaria della Questura. Ecco chi avrei
dovuto sposare. Abitudini tranquille, lavoro e tanto sesso. Cene con gli amici non
sovversivi, concerti insieme e nessuno che fa le corna all'altro. Più o meno.

«E il bello è che quei maledetti figli di puttana ci hanno messo la firma», disse l'uomo
con l'impermeabile attillato ai due in divisa. Aveva la fronte alta, e i suoi baffi ormai grigi
erano tagliati a fior di labbro. «Si saranno dati alla macchia con qualche disperato e un po'
di fucili, e sognano di fare la guerra per bande… Aspettate che gli mettiamo le mani
addosso, e gliela spieghiamo noi, la guerra.»
Invece di accontentarmi di comprare i bolli, avevo ceduto alla tentazione di un caffè, e
nello spazio d'un niente mi ero trovato a essere l'unico avventore non stipendiato dal
Ministero degli interni.
«Quel che non capisco è come hanno fatto», considerò l'agente più anziano. «L'avete
visto coi vostri occhi, ispettore. Quei maledetti fogli sono ovunque. Dovevano essere
all'opera in centinaia, e figuriamoci se qualcuno ha visto niente.»
«Cosa dice il Governatore del coprifuoco?» domandò il più giovane, mentre il barista mi
serviva la tazzina fumante.
«Nessun coprifuoco», rispose l'ispettore. «Vogliamo che siano tutti in strada, invece.»
Il più giovane grugnì soddisfatto, mentre il collega anziano lasciò andare un sospiro.
«Purché stavolta si facciano le cose con criterio», disse.
Versai lo zucchero e lo mescolai sentendomi una specie di spia invisibile, poi l'ispettore
mi guardò e disse: «Siamo qui per mantenere l'ordine, non per lasciarci andare all'istinto.
Altrimenti cosa diranno di noi, in Italia? Dico bene, signore?»
Nel dubbio, sorrisi e feci segno di sì.
«State attento a dove andate, oggi», si raccomandò ambiguo. «Ho sentito le previsioni
alla radio. Pare che in certi quartieri farà molto caldo, oggi pomeriggio.»

Uscii dalla Questura con il maledetto documento in tasca, deciso a cambiare aria per
qualche giorno.
Tornare all'Asmara, però, era fuori discussione e l'interno poteva essere malsicuro.
Dovevo chiedere l'aiuto di Aaron. Il suo o quello di Nico. Loro avrebbero saputo
spiegarmi cosa stava per succedere e, nel caso, consigliarmi un posto riparato. Però non
dovevo dire loro di Ermes, o l'avrebbero cacciato dalla squadra… Comunque la guardassi,
era una faccenda dannatamente ingarbugliata, ma non riuscivo a capire quanto
esattamente fossi in pericolo. Forse era l'Africa, con i suoi continui cambi di temperatura e
umidità, che mi stava confondendo le idee.
Poi riconobbi l'ispettore di prima davanti alla tabaccheria. I due in divisa se n'erano
andati, e adesso stava parlando con un altro uomo. Mentre mi allontanavo, con un tuffo al
cuore lo riconobbi: Davide Pardo.
Abbassai lo sguardo senza rallentare. Prima di lasciare la città, dovevo per forza
avvertire Ermes.
«Non mi interessa chi cerchi. Te chi sei?» domandò di nuovo Toros senza levare la
catenella alla porta socchiusa.
«Lorenzo Pellegrini, l'amico di Ermes. Non fare il finto tonto, porca miseria.»
«Parlami di nuovo così e vengo fuori col bastone. Sono in casa mia, e non sono obbligato
a farti entrare», ma non richiuse la porta.
«Non mi credi, vero? E allora torna dentro e spiegagli chi sono.»
«In Italia per che squadra tifi, Pellegrini?» domandò indagatore.
«Bologna.» Mi stava mettendo alla prova. «Vuoi la formazione?»
«No. Come si chiama la fidanzata di Iosef?»
«Marzia-Mariam.»
Questo uno sbirro non poteva saperlo, e il volto scolpito di Toros si aprì in un moderato
sorriso.
«Entra», disse liberando la porta. «Il compagno Cumani è ancora a letto. Sveglialo tu, se
riesci.»
CAPITOLO XXVII

«Così quel damerino di Pardo sarebbe una spia», concluse Toros. «Non ce lo facevo.»
«Magari non lo è», disse Ermes. «Magari conosce quello sbirro e l'ha incontrato per
caso.»
«Sì, giusto la mattina dopo i manifesti. Che coincidenza, vero?»
«Siamo stati a cena insieme, ieri», mi intromisi, e i due mi guardarono muti. «Sono
passato davanti al negozio, ero senza un soldo e mi ha invitato a cena.»
«Sei il primo a cui offre una cena da anni», disse Toros.
«E cosa vi siete raccontati di bello?» domandò Ermes allarmato.
«Teme casini da parte tua. Dice che hai tenuto una specie di comizio nello spogliatoio, e
non deve essergli andato giù. Dice che se ti esponi, puoi rovinare la squadra. Per questo,
quando l'ho visto con l'ispettore sono corso qui.»
«Hai fatto bene», riconobbe Ermes, ma intanto reclinò la fronte contro l'avambraccio
posato sul tavolo. «Grazie, Lorenzo.»
«Diavoli dell'inferno!» gemette Toros. «Dobbiamo pulire la cantina, Cumani! Se
quell'ebreo ha parlato potrebbero arrivare da un momento all'altro…»
«Ma no», mugolò Ermes. «Ragiona, amico. Se Pardo fosse un informatore, Melchiades
mica lo vorrebbe in squadra.»
«Cosa significa? Forse Aaron non lo sa!» lo rimbeccò Toros, sempre più agitato.
«E calmati. Quell'uomo sa tutto quel che serve.»
«O magari è la prima volta che fa la spia. Cosa cambia, cazzo? Se trovano quel che sai, a
noi c'impiccano uguale.»
«Secondo me è un falso allarme. Ma mi par di capire che ti sentiresti più tranquillo a
sgomberare la cantina.»
«Sì, e anche in fretta», disse Toros controllando la strada da dietro le tende. «Sgomberare
la cantina e sgomberare noi.»
«Noi è impossibile», disse Ermes risollevandosi lento come un vecchio. Aveva due occhi
da far paura. «Mi aspettano per l'allenamento.»
«E il materiale?» gridò Toros allungando un calcio a una sedia. «Io ti ospito, e adesso che
bisogna sbrigarsi a sloggiarlo, fai finta di niente?»
«Ma no», tentò di rabbonirlo Ermes con un sorriso mite. «È solo che mi domando dove
sistemare le nostre cose. Ragioniamo. C'è qualche vicino di cui potremmo fidarci?»
L'Armeno ruggì come una belva. «Ma cosa cazzo dici? Un conto è chiedere in prestito il
sale… Qui si rischia la vita! Non puoi lasciare tutto in casa del primo che capita.»
«Non sarebbe la soluzione migliore», ammise Ermes. «Ma intanto…»
Quel che dovevo dire a quei due l'avevo detto, e cominciavo ad avere fretta di
andarmene. In fondo, se avevano deciso di fare la rivoluzione, era stata una loro scelta, e io
volevo solo ritirarmi qualche giorno lontano da quella città di teste calde.
«Merda», imprecò Toros. «Cumani, tu hai creato il problema e tu lo risolvi.»
«Scusate», mi intromisi senza prudenza. «Ma il materiale di cui parlate non si può
semplicemente buttare via?»
«Ecco», disse Ermes battendo una mano sul tavolo. «Vedi che, parlando con calma, pian
piano ci si arriva?»
«Ma allora sei un vero deficiente! Già rischiamo di farci impiccare dai fascisti! Se
buttiamo tutto, il Comitato ci fa sparare in testa prima di domani.»
«Cos'hai capito», lo frenò Ermes, e non mi piacque il sorriso con cui m'indicò.

Ritirare i soldi alla Banca dell'Africa Orientale non fu semplice.


Solo quando il direttore ebbe scambiato qualche parola con me e si convinse che potevo
essere davvero un giornalista di Stadio, ordinò al cassiere di considerare valido il mio
attestato provvisorio d'identità.
«Pensavamo che il vero Pellegrini ormai fosse sparito», sospirò prima di lasciarci soli.
«Affogato nel lago Tzana o rapito dagli sciftà.»
«Pensate subito bene, voi.»
«Ma oltre al conto», domandò querulo il cassiere, «non vi avevano fissato qui da noi
anche un domicilio postale?»
«Non ne sapevo niente», ammisi. «Ma al giornale hanno numero e indirizzo del mio
albergo.»
«Noi non li abbiamo», sottolineò contrariato. «Altrimenti nei giorni scorsi vi avremmo
fatto avere questi messaggi.»
Mi porse due telegrammi di Cedroni Oscarre che aprii all'istante: uno era già vecchio di
una settimana. Il mio esperto collega mi augurava un sereno soggiorno ad Addis Abeba e
si raccomandava di inviare l'articolo nei tempi concordati.
Il secondo era fresco di giornata: TUO ARTICOLO SUSCITATO VIVO INTERESSE –
STOP – COMMISSARIO ARIENTI FEDERCALCIO IN VIAGGIO VERSO ADDIS – STOP –
DESIDEROSO CONOSCERTI – STOP – PRENDERE CONTATTO IMMEDIATO SUO
DOMICILIO GRANDHOTEL MARENOSTRUM.
«Vivo interesse». Eccoci, mi dissi. La firma di Lorenzo Pellegrini tornava a sorgere fra le
colonne di Stadio, e non passava inosservata né in Africa né in Italia.
Poi rilessi quel messaggio asciutto e mi apparve sotto una luce diversa: a qualcuno il
mio articolo era piaciuto, e a qualcun altro no. E se il commissario Alienti aveva tanta
fretta di incontrarmi, non era detto che fosse per complimentarsi.
«Sapete dove si trova l'hotel Mare Nostrum?» domandai al cassiere intento a contare
banconote.
Non alzò neppure gli occhi per non perdere il conto, e il direttore rispose per lui:
«Aeroporto».

Ripassai dal mio albergo, telefonai al Mare Nostrum e imparai che il commissario
Alienti sarebbe arrivato solo venerdì. Sospirai di sollievo, accesi una Giubek e, nel tempo
di fumarla, preparai una borsa con l'essenziale per stare via qualche giorno.
Pagai al ragazzo della reception tutte le notti fin lì, e gli dissi che un impegno di lavoro
mi chiamava fuori città per quarantott'ore.
Prima di andarmene, gli allungai duecento lire di mancia: il suo compito era di vegliare
sulla mia camera e non accettare nessunissima valigia, pacco o plico depositato a mio
nome, a meno che non arrivasse dalla redazione di Stadio.
«Allora ci vediamo fra un paio di giorni», mi salutò cordiale. «Fate buon viaggio,
dottore.»
Lo ringraziai, uscii nella luce di mezzogiorno con la mia borsa a tracolla. Fermai un taxi,
e dissi all'autista di portarmi alla sede del San Giorgio.
Lungo il tragitto provai a contare i manifesti affissi nella notte e già fatti a brandelli, ma
persi il conto prima di piazza De Bono.
Sui marciapiedi gli Etiopi camminavano svelti, evitando gli sguardi delle Camicie nere
scese in strada a presidiare la città. Portavano fez, caschi coloniali e cappelli di foggia
alpina, e ogni pochi uomini ce n'era uno che reggeva il labaro con la testa di morto e il
nome della squadra, o del manipolo. Erano armati con pistole e manici di piccone, ma per
il momento si limitavano a restare inquadrati, senza cantare o agitarsi al loro solito, e così
mettevano ancora più paura.
A ogni nuovo gruppo, l'autista sporgeva il braccio dal finestrino e salutava gridando:
«Duce, a noi!»
«Adunata?» domandai innocente.
«Diciamo di sì», sorrise quello. «Sulle palle dei sovversivi. Gli faremo ingoiare tutta la
colla da manifesti che rimane in città», promise fissandomi nel retrovisore. «Voi siete
troppo giovane, ma dopo l'attentato a Graziani li abbiamo castigati per bene, 'sti negri di
merda. Io avevo quindici anni, e vi assicuro che ho fatto la mia parte. Quelli trovati con le
armi in pugno li abbiamo bruciati vivi col lanciafiamme.»
«Porca lercia.»
«Il guaio è che stavolta ci sono anche degli Italiani», proseguì. «Visto che bruciarli non
sta bene, toccherà vederli scalciare appesi a un lampione.»
Poi inchiodò il taxi con una bestemmia soffocata.
«Scimmie!» gridò. «E io che freno anche.»
Vidi attraverso il parabrezza due damerini etiopi in calzoni chiari e maglioncino a
strisce che correvano come lepri. Dietro di loro, alla disperata, un coetaneo bianco con un
basco da pittore sopra la testa carica di trecce.
Non capii cosa stesse capitando finché nella loro scia non comparve una torma urlante
di Italiani in giubbotto da aviatore, i fazzoletti neri e celesti dell'Audax al collo. Potevano
essere una mezza dozzina e traversarono la strada a pochi palmi dal nostro cofano,
correndo con le cinture arrotolate in mano.
«Prendeteli, ragazzi!» li incoraggiò il tassista. «Dategliele per bene, a quei negussiti
merdosi.»
Ripartimmo a velocità ridotta: sul marciapiede opposto il bianco col basco da pittore era
rovinato disteso. I teddy lo stavano riempiendo di calci sotto gli sguardi divertiti dei
miliziani, e neppure l'autista voleva perdersi lo spettacolo.
«La colla!» gridò sporgendosi verso il finestrino del passeggero. «Fategli mangiare la
colla dei manifesti!»
Fino a una settimana prima, andava ancora tutto bene. All'Asmara, addirittura mi
annoiavo. E adesso quel figlio di puttana di Ermes mi aveva fatto dimenticare la
tranquillità.
Ripensai a prima, in casa di Toros, quando mi aveva proposto di tenere il suo materiale
compromettente, neanche fossi pazzo come lui.
Mentre scendevo di fronte al circolo Arada, mi domandai quanti occhi mi stessero
fissando. Come minimo, non avrei più chiuso i miei fino a quando non mi fossi trovato di
nuovo in Italia.

«Sei un amico, Lorenzo», mi stupì Aaron Melchiades, gli occhi che brillavano di
compiacimento. Poi levò l'indice e disse: «Per merito tuo, da due giorni non riceviamo che
telefonate e telegrammi di congratulazioni. Persino da Londra e da Belgrado».
Doveva conoscere dei buoni artigiani, perché una fotografia ingrandita del mio articolo
era già incorniciata in cima alla scala della gloria, assieme alle prime pagine del Corriere
d'Etiopia che salutavano il San Giorgio campione della Serie Africa nel 1952 e nel '55.
Ero sorpreso e inorgoglito: non immaginavo fino a che punto si sarebbe sentito onorato
da due colonne su Stadio.
«È essenziale che in Italia imparino a conoscerci. Adesso sento davvero che ce la
possiamo fare.»
«Per quel che so, ve lo meritate.»
«Ai ragazzi non lo dirò, sia chiaro. Non voglio che abbassino la guardia proprio adesso.
Li accompagnerai a Gibuti, sabato?»
«Devo vedere un tizio della Federcalcio, prima, ma se riesco a liberarmi in tempo vengo
volentieri. Per la verità, non so nemmeno cosa sia venuto a fare, 'sto commissario.»
«Arienti», disse Melchiades. «Era uno dei pupilli di Arpinati. E Arpinati era una delle
poche brave persone del Partito.»
«Dev'essere per questo che l'hanno emarginato.»
«Se Arienti era uno dei suoi pupilli, ci sono discrete possibilità che non sia un farabutto.
Chissà. Forse la sua presenza potrebbe ripararci da qualche brutto scherzo all'ultima
giornata.»
«Speriamo. Come si va a Gibuti, presidente? Col pullman?»
«In treno», rispose Melchiades. «È più discreto. Ma alla fine, forse è più importante che
incontri Arienti.»
«Spero di riuscire a fare tutte e due le cose. Ci tengo a veder giocare i ragazzi.»
«Per quello ci sarà tempo all'ultima giornata», mi deluse. «A Gibuti baderanno
soprattutto a segnare subito e salvare le caviglie. Ci basta vincere col minimo. Ma contro
l'Audax dovremo mettercela tutta, e forse qualcosa di più.»
«Ma voi siete il Kedus.»
«La tua fede è commovente.»
«Sentite, Aaron», sospirai. «Forse sono solo congetture, ma ho il dovere di dirvi qualcosa
sulla squadra.»
«Se vuoi dirmi che certe nostre conoscenze comuni sanno qualcosa dei manifesti
attaccati in giro, non darti questa pena.»
Lo guardai sbigottito.
«È naturale che i giovani reagiscano all'ingiustizia», spiegò. «Cosa dovrebbero fare?
Mica tutti hanno il dono di Gandhi.»
Non capivo cosa ci trovasse da sorridere ma, se la pensava così, bisognava che dicessi
anche a lui di Pardo.
«Io non ci capisco più niente, Aaron. Sento dire che il governo di qui è marcio e cadrà,
ma intanto ci sono i miliziani schierati agli incroci»
«Quando verrà l'ora, in Italia ci vedrete i pezzi d'artiglieria. Ma non dovrai avere paura
nemmeno di quelli. Solo della ressa. Faranno tutti a gara per salire sul carro del vincitore, e
nella calca qualcuno si farà male.»
Mentre lo ascoltavo mi saliva una debolezza invincibile alle braccia e alle gambe. O forse
il torpore che mi teneva da una vita cominciava, dolorosamente, ad abbandonarmi.
«Ascolta, Aaron. So solo che stamattina sono andato in Questura.»
«In Questura a fare cosa?»
«Dovevo rifare i documenti. Ho perso il portafoglio, ieri. E prima un ispettore mi butta lì
che oggi pomeriggio farà molto caldo, poi dieci minuti dopo lo vedo che chiacchiera con
Davide Pardo.»
«Sicuro che fosse lui?» mi osservò in tralice.
«Sicurissimo. Eravamo stati a cena insieme, la sera prima.»
«A casa sua?» domandò obliquo.
«In una taverna che si chiama Al falascià.»
«E la mattina dopo te lo ritrovi che parla con un ispettore con i baffi, sulla quarantina,
fronte alta.»
«Sì», ammisi sconcertato. Era la descrizione esatta dello sbirro.
«Un figlio di buona donna, ma quando sente cambiare il vento sa da che parte stare»,
sorrise. «È uno dei nostri. Tranquillo, ce l'avevo mandato io Davide.»

Paranoia. Domande a trabocchetto. Maschere. La stagione del doppio gioco, dei piedi in
due staffe e dei voltafaccia che si preparano. Questa era l'atmosfera che si respirava ad
Addis Abeba, e prima o poi, secondo Melchiades, in Italia avremmo visto di peggio.
Fino a quel giorno, mi ero illuso che non sarebbe mai accaduto.
Ero cresciuto convinto che a Mussolini sarebbe succeduto un gerarca qualsiasi, e che in
ogni caso l'Italia sarebbe rimasta in camicia nera fino al giorno del giudizio.
Agitatori e sovversivi, non ne conoscevo. L'unico socialista del mio caseggiato, il mite
ragionier Storti, era partito nel '40 con tutta la famiglia, compresi i miei amici Lello e
Fabrizio. Mi avevano detto che traslocavano, ma non che la loro nuova casa sorgeva in una
colonia agricola punitiva fra le oasi del Fezzan.
Gli oppositori, di cui la gente sentiva raramente parlare, erano divisi e troppo deboli,
secondo il Partito, per incrinare la monolitica fede fascista di un popolo ormai purgato dei
suoi elementi peggiori. La verità era che tutti avevano una paura dannata, i potenziali
simpatizzanti del Comitato di liberazione erano schedati uno a uno, e la triste pratica delle
delazioni dimostrava che nessuna cellula clandestina poteva operare a lungo.
Finché tuonavano dall'estero, i dirigenti antifascisti potevano stare certi che nessuno
avrebbe rischiato la pelle per loro: nei quindici anni dalla fine della Nostra guerra gli unici
ad avere preso in mano le armi contro il regime erano stati gli insorti monarchici del
'49-'50, travolti dai carri armati a Torino e a Napoli, mitragliati a bassa quota dai Veltro
dell'Aeronautica nei valloni del Cilento e, anche nella mia città, presi a pistolettate dalla
Milizia.
Adesso invece si preparava qualcosa di molto diverso, qualcosa di davvero grosso, e io
non ne sapevo un accidenti.
Iniziai a domandarmi se in Italia qualcuno oltre a Tosetti potesse avercela con me, ma
non mi venne in mente neppure un nome. Almeno con la politica, non mi ero mai sporcato
le mani.
Ero stato come tutti figlio della lupa, balilla, avanguardista e, prima della naja, avevo
persino partecipato ai Littoriali della Cultura: fin qui niente di grave.
Poi, certo, avevo una medaglietta con il nastrino bianco e giallo dei Cacciatori della
Rezia, ricordo delle operazioni in Tirolo. Ma mica ci ero andato volontario, e il mio non era
neppure un battaglione operativo.
Nel Duce avevo smesso di credere verso i diciassette anni. Da allora non aveva fatto che
invecchiare e collezionare figuracce, mentre i gerarchi intorno a lui affilavano le zanne.
I moderati di Balbo erano poi tanto migliori degli intransigenti fedeli a Pavolini?
Entrambi i candidati alla successione si trascinavano dietro una corte senza nome di
profittatori e lacchè, che costituiva la vera classe media del Paese.
Meglio occuparsi di calcio, allora, e lasciare le preoccupazioni ai corsivisti dei quotidiani
importanti: loro sì che dovevano tremare a ogni scossone della vita nazionale.
Quanto a me, un paio di giorni in un bel posto immerso nel verde sarebbero stati un
toccasana.
CAPITOLO XXVIII

Dopo tante ansie, finalmente riuscii a rilassarmi. Due giorni e due notti dai contorni sfocati
mi confermarono quel che avevo sentito dire al Sette veli: la colonia afro di Sciasciamanna
era un posto diverso da tutti gli altri.
La città vera e propria aveva l'aspetto di un normale insediamento etiope, con tanto di
caserma e casa del fascio, ma il traffico di giovani d'ogni colore, i capelli raccolti in trecce,
suggeriva fino a che punto erano fitte, sulle colline, le comunità che professavano la nuova
religione rastafariana.
Adoravano il deposto Negus come un santo e un profeta, ma gli zaptiè di guardia
davanti agli edifici pubblici li osservavano senza muovere un dito per arrestarli.
D'altra parte, quelli non sembravano intenzionati a turbare la quiete della cittadina:
scendevano al mercato per barattare i prodotti agricoli con utensili di metallo, come una
tribù fuori dal tempo. Alcuni vendevano sulle bancarelle sandali e cinture di canapa, e se ti
avvicinavi ti proponevano di comprarne di un'altra qualità, buona da fumare.
Gli afro parevano gente spensierata, e mi piaceva l'atmosfera di quel posto. Come se
finalmente bianchi e neri avessero raggiunto una qualche forma di equilibrio senza
bisogno dei fucili. Fra loro si chiamavano «fratelli», non alzavano mai la voce e le loro fila
erano composte, per una buona e meravigliosa metà, da femmine. Vestivano camicioni
colorati sopra calzoni da uomo alla foggia etiope e alcune, per mettere insieme qualche
moneta, si esibivano come giocoliere nel parco centrale.
A Sciasciamanna non c'erano in giro teddy boys, e i pochi miliziani in camicia nera
osservavano le pacifiche processioni afro limitandosi a fischiare dietro le ragazze.
Al caffè centrale, fra i giovani si parlava della grande festa del raccolto che si sarebbe
tenuta la sera in una delle comunità, e quando mi decisi a presentarmi in taxi al cancello di
legno del villaggio rastafariano «Pace e unione», i ragazzi all'ingresso mi squadrarono con
allarme.
«Conosci qualcuno, qui?» domandò uno di loro.
«No, ma sono un vostro simpatizzante. Cerco solo un po' di quiete.»
«Capisco», considerò incerto il ragazzo.
«Sono praticamente in fuga da Addis Abeba», insistetti. «Ho visto cose che non mi sono
piaciute. Sembra che tutti i miliziani d'Etiopia stiano convergendo sulla città, e non sono
esattamente il mio genere.»
Sembrò bastare: il ragazzo sbuffò, mi sorrise e aprì per me il varco pedonale del
cancello.
Dentro, sembrava di essere in un campeggio, ma di un genere nuovo: un arcipelago di
casette prefabbricate, utilizzate come botteghe, era circondato da un oceano di tende.
Ragazzi trasportavano fascine in un'atmosfera di collaborazione generale, e i primi fuochi
ardevano nel crepuscolo contro il fianco della montagna. Gli schiamazzi dei bambini e
l'abbaiar di cani non riuscivano a coprire la melodia di voci e strumenti a corda che, da più
punti, saliva al cielo.
Incrociai due ragazzi completamente nudi che si aggiravano suonando cembali,
camminando incerti come sulla luna. Il loro sguardo trasognato e il sorriso estatico mi
scatenarono la voglia di bere.
Davanti a uno dei prefabbricati si era formata una fila. Il martini potevo sognarmelo, ma
almeno laggiù una birra si poteva rimediare.
In coda mi trovai fra una giovane coppia coi bambini al collo e un Dancalo a torso nudo
che mi domandò una sigaretta, la infilò dietro un orecchio e subito ne pretese un'altra.
Stava indagando se poteva interessarmi comprare a prezzo di favore una coppia di
babbuini, quando una voce di donna chiamò: «Lorenzo!»
Mi girai e vidi Marzia-Mariam che si staccava dal gruppo delle amiche per saltarmi al
collo, e il suo corpo premuto contro il mio, le sue labbra che sfioravano le mie guance,
furono la prima benedizione del mio soggiorno a Sciasciamanna.
La seconda non tardò ad arrivare, portata dalla sua voce soave: «Le mie amiche e io
siamo qui per tutti e tre i giorni della festa. Ci divertiremo un sacco, Lorenzo.»

Vissi come non credevo fosse possibile. Dimenticando l'orologio e le scarpe, la decenza,
la timidezza e gli altri fardelli inutili. Ballando seminudi o nudi del tutto intorno ai fuochi.
Lavandoci insieme al fiume. Parlando con Marzia-Mariam di un futuro dove non esistono
colonie, e soprattutto facendo l'amore ovunque capitava, senza mai pensare al calcio né a
Ghebre Iosef.
Lui mi tornò in mente guadagnando la stazione dei treni per rientrare ad Addis Abeba,
quando mi sorpresi sorvegliato dal ritratto del Duce sopra la biglietteria, e imbarazzato
nascosi sotto la camicia la collanina etiope che Marzia-Mariam mi aveva voluto infilare al
collo prima che me ne andassi.
Forse il centravanti non sarebbe stato contento di scoprire che avevo fatto l'amore con la
sua promessa sposa in mezzo ad altre centinaia di ragazzi. D'altronde, mi dissi ancora
stordito dall'erba e dalla musica, cosa si aspettava nel mandarla da sola a una festa del
genere? Raggelai al pensiero che ci fosse anche lui, e avesse preferito non mostrarsi.
Mi stavo convincendo che non dovevo sentirmi in colpa di un bel niente, quando sotto
la pensilina della stazione riconobbi Richard Muszak insieme a Noemi.
Lei indossava un vestito di cotone grezzo fermato in vita da una cintura rossa, e portava
un fazzoletto da testa dello stesso colore. Il suo sguardo era celato da un paio di occhiali da
sole, eppure anche in distanza pareva a proprio agio, perfettamente in stile con le ragazze
all'intorno.
Mentre andavo loro incontro, mi accorsi che invece lui, con il suo cardigan e i calzoni a
quadretti, spiccava sulla banchina come un intruso.
«Lorenzo caro!» venne a baciarmi Noemi. «Non trovi che questo posto sia
semplicemente un incanto?»
«Molto particolare», ammisi. «Io ci sono stato bene.»
«Lo credo, Lawrence», disse Muszak stringendomi la mano. «È una specie di riserva dove
i genti borghesi non sono benvenuti, e il landscape è impressionante. Hai visto che luce?»
«E la musica!» esclamò lei rapita. «Io credo di non avere mai ballato tanto come in questi
giorni. Peccato solo che Richard non abbia trovato quel che cercava.»
«Niente ispirazione?»
«Oh no, Lawrence. Grande ispirazione, invece. Tutti giovani che scopano nei prati…»
Sembrava addolorato. «È pieno di amore qui. Ci puoi fare un film al giorno.»
«E allora perché te ne vai?»
«Avevo già trovato gli attori… Ma rastaman capo non mi ha dato autorizzazione.»
Non sapevo di chi parlasse, ma quel tizio sembrava avergli spezzato il cuore.
«Dice che film di scopare è babylon. Loro sono contrari. Rastamen dicono di essere liberi,
ma sono uguali ai preti», considerò Muszak. «Se tu vuoi fumare bemp e dire che Mussolini
è stronzo, io non ti proibisce. Allora perché me proibisci di fare film su ammucchiata afro?
Non hai diritto!»
«Richard è molto dispiaciuto, perché potevamo tornare ad Addis Abeba con abbastanza
materiale per un lungometraggio da premio.»
Non c'era da dubitarne.
«Molto ingiusto, isn't it?» ribadì il maestro. «Poteva essere film di genere nuovo. Erotico
reale, capisci? E invece quel stronzo me proibisce. Ma tu sai cosa faccio, Lawrence?»
domandò complice, poi si passò tre volte l'indice sotto il mento. «Me ne frego, amico! Se
rastaman capo non capisce mia arte, io vado via!»
«Partiamo la prossima settimana», sospirò Noemi.
«E dove andate di bello?»
«Lawrence, devi mangiare pesce così phosphorus aiuta tua memoria. Non ti ricordi di film
in Congo?»
«Come no, quello sui minatori.»
«Ho trovato nuova chiave di storia! Ascolta: padrone di miniera è morto, molie diventa
ricca e con dama di compagnia organizza gara fra minatori. Vince chi fa godere di più
loro, e premio è miniera.»
«Certo che così i concorrenti ce la metteranno proprio tutta», approvai.
«Visto che l'ha detto anche lui?» strillò Noemi. «Non bastavo io, come premio?»
Dovevo aver toccato un nervo scoperto.
«A cosa serve la dama di compagnia? E la puttanata della miniera?»
«Su, sweety, non ti agitare. Sarà un grande successo.»
«Sei falso, Richard», singhiozzò lei. «Cosa ho fatto di male nella vita per incontrare solo
bugiardi?»
I ragazzi più vicini non si perdevano una sillaba del bisticcio, e quando Muszak provò
ad abbracciare Noemi lei gli sfuggì e si allontanò di qualche passo.
«Perché fai così, sweety?» implorò imbarazzato. «C'mon, Noemi! Dove vai?»
«Mi ammazzo, va bene? Se mi butto sotto il treno, forse imparerai a rispettarmi!»
Per fortuna, l'espresso diretto alla capitale ancora non si vedeva.
«Ma cosa le ha fatto?» domandò un ragazzo seduto all'indiana su un lurido telo. «Non le
avrà messo le mani addosso, voglio sperare.»
«Il film in Congo la rende molto nervosa», li ignorò Muszak. «Suo amico ha spiegato che
laggiù c'è dengue, tse tse fly e uomini hanno malattia sexuale di chimpanzee.»
«Sei un mostro, Richard», non si calmava Noemi. «Io torno all'Asmara!»
«Come back, sweety! Sarà un grande film!» Poi si aggiustò la frangia e mi confidò: «Per
dialoghi ho ripreso molte linee da Joseph Conrad».
«Però sembra preoccupata, poverina.»
«Superstition», scrollò le spalle Muszak. «In miei film uso solo attori sicuri. E se proprio
qualcosa va storto, oggi antibiotics risolve tutti problemi.»
«Certo, per te è facile parlare. Stai dietro la cinepresa, tu.»
«Noemi se vergogna ad ammetterlo, ma in verità è nervosa perché un altro amico ha
spiegato a lei che uomini del Congo sono molto…» Fece scivolare gli occhiali sul naso e mi
guardò sornione. «Molto, come dire… Extralarge.»

Ad Addis Abeba, per non smorzare subito l'atmosfera di vacanza, mi feci portare dal
taxi al parco di Villa Italia.
Il sole carezzava i tetti della capitale, questa strana città-foresta che cominciavo a sentire
anche mia, e arrivai che ormai faceva fresco. Le ultime madri e zie passabili trascinavano
fuori i loro piccoli gagà in bermuda da velisti.
Intorno alle panchine era acquartierato un drappello di miliziani che si mostravano fieri
i segni d'una mischia, bilanciando i loro manici di piccone sporchi di sangue. Li sentii
parlare di un camerata finito in ospedale con un proiettile nella coscia: qualunque cosa
fosse accaduta in città mentre me ne stavo allegro a Sciasciamanna, la violenza non era
stata a senso unico.
Me li lasciai indietro, e prima ancora di arrivare al caffè notai la ragazza mulatta che
leggeva da sola a uno dei tavolini.
Poiché aveva davanti a sé una scatola di sigarette americane, attesi che la sfiorasse con le
dita per avvicinarmi al piccolo trotto, pronto a offrirle i miei Minerva rimediati in stazione.
Si chiamava Aissa. Giurai che era un nome meraviglioso, e non si risentì quando le
domandai se aspettava qualcuno o potevo sedere con lei.
Venne fuori che aveva ventun anni e lavorava come balia presso una famiglia bianca,
ma intanto prendeva lezioni di canto e di danza: sognava una carriera nelle riviste leggere,
con la speranza di arrivare un domani sul grande schermo.
Quando le rivelai, fra mille ritrosie, di essere un giornalista di Cinema60, le brillarono gli
occhi.

«Te l'ho detto: Luchino è un amico», blateravo al nostro tavolo del Girarrosto d'oro,
tempio del noto chef Ardigoni. La giovane meritava ogni riguardo, e avevo preferito non
specificare che, per la magia della nota-spese, ci avrebbe offerto la cena il padre della mia
ex amante. «A uno come Luchino o Federico, un'audizione cosa vuoi che costi? Il più è la
fatica per te di venire in Italia.»
Aissa mi guardava come se l'avessi risvegliata da un brutto incantesimo. Io cercavo le
sue mani sul tavolo, incurante degli sguardi dei camerieri. Il mio osceno pesce in crosta di
vaniglia giaceva quasi intatto nella scodella, ma il riesling era corso abbondante e m'aveva
aiutato a raccontare qualche particolare del mio presunto coinvolgimento a Cinecittà.
Anche la mia bella, che non era astemia come aveva preteso all'inizio, cominciava a
sognare a occhi aperti.
«Per comparire in una pellicola in concorso a Venezia farei qualunque cosa», soffiò
ubriaca. «Interpreterei anche una salma, se serve.»
All'idea di tanto talento sprecato, Muszak sarebbe inorridito.
«Ma perché la salma?» domandai carezzandola sotto il palmo. «Una come te deve
muoversi, invece.»
«Adulatore. Non so ancora fare niente…»
«Io lo riconosco il talento, Aissa. Sento che il nostro incontro non è un caso.»
«Nulla capita per caso», sussurrò promettente.
Vai, Lorenzo! Adesso!
«Perdona il mio ardire ma… Non sai cosa darei per passare questa notte con te.»
Abbassò gli occhi. Per un po' tacque, ma non scoppiò a ridere come ormai temevo.
«Però in albergo non ci vengo», specificò.
«Peccato, si sta così tranquilli.»
«No e no. Non voglio che mi prendano per una sciarmutta.»
«Dove, allora?»
«Ho una stanza mia, nella casa dove lavoro», annunciò languida tentando di sollevare la
bottiglia di vino. Gol! Gol! Gol!
«Aspetta, ti aiuto.» Le versai un bel bicchiere ché non cambiasse idea, e senza smettere
di carezzarle il palmo domandai: «E dove sarebbe, la casa dove lavori?»
«Piazza De Bono», soffiò fuori, ma d'un tratto la sua mano era come morta nella mia.
S'era irrigidita, e guardava preoccupata alle mie spalle.
«Che c'è?» domandai, e a mezzo metro dallo schienale avevo tre bianchi ben messi che
mi guardavano.
Polizia, pensai subito, e mi sentii perduto.
«Pellegrini di Stadio?» domandò quello che stava in mezzo.
«Precisamente», confermai senza guardare Aissa. Avevo immaginato molte volte la mia
fuga disperata dalle guardie, invece ero pronto ad alzarmi e seguirli come un agnellino.
«Non facciamo baccano inutile, però», mormorò la mia dignità che se ne andava.
«Seduto, state comodo», concesse lui. Aveva il volto squadrato, una fronte bassa
assediata da capelli bruni fitti come setole, da uomo primitivo, e adesso mi fissava come se
l'avessi dovuto riconoscere. «Eravamo a cena qui, un cameriere ci ha spiegato chi eravate,
e ci siamo permessi di disturbarvi perché abbiamo letto il vostro articolo.»
«Ah, l'avete visto…» presi tempo. Se non erano guardie, chi diavolo erano?
«Siamo tifosi dell'Audax», ridacchiò uno dei suoi amici, una pertica con i capelli rossi e
due mani enormi. «È importante far credere in Italia che al Trofeo delle sette repubbliche
arriverà a giocare una squadra di negri analfabeti.»
«Si vede che gli piacciono proprio, i negri», disse il primitivo indicando Aissa. «Quanto
ti dà il signor Pellegrini per una chiavata?» le domandò. «Dimmelo e ti pago il doppio,
basta che ti levi le mutande qui e adesso.»
«Ma come cazzo ti permetti?» domandai alzandomi di scatto, e quello alto coi capelli
rossi mi allungò uno spintone che mi rimise a sedere.
«Fermo», ordinò il terzo. «Ascoltate quel che deve dirti questo signore. È qui solo per
parlare.»
«Ho visto. Domandate scusa alla signorina e lasciateci in pace.»
Il primitivo mi puntò l'indice sotto il naso e ordinò: «Prima grida "Forza Audax", amico
dei negri!»
Ero spaventato e incredulo. «Andatevene o vi denuncio tutti e tre.»
«Voglio sentirtelo urlare», sibilò lui, le vene del collo gonfie. «Devono sentirti dall'altra
parte del ristorante.»
I tavoli più vicini erano già in silenzio, a godersi la bella scena.
«Tu sei un malato di mente, e io vado a chiamare la polizia.»
«È Melchiades che ti paga le mignotte, sì? Tu scrivi che Aregai è il più forte, e in cambio
ti trova la carne fresca.»
«Ma chi cazzo sei?»
Allora mi prese per il bavero davanti a tutti: «È inutile che fai finta di non conoscermi,
stronzo. Sono Cesare Ducas, ed è tutta la vita che la gente come te mi perseguita».
Ero paralizzato.
«Voi fate e disfate, chiamate qualcuno campione e la gente ci crede. Lo chiamate
promessa mancata, e gli rovinate la vita.» Cercavo di aprire la morsa delle sue mani, ma
non ci riuscivo. «E ora mi è toccato leggere addirittura che i "pigiama" sono la squadra
migliore della Serie Africa!» Speravo solo non volesse mordermi. «Adesso mettiti in
ginocchio e chiedimi scusa, bastardo!»
«Aiuto!» lacerò l'aria la voce di Aissa. «Lo picchiano! Chiamate qualcuno!»
Mi vergognai come un cane, ma almeno l'arrivo simultaneo di tutti a camerieri a
disposizione lo indusse a lasciarmi andare.
«Su, signori», invitò alla calma l'anziano direttore di sala. «Perché rovinare una bella
serata? Tornate al vostro tavolo, prego.»
«Sei uno di loro, Pellegrini!» mi gridava contro quel folle di Ducas mentre i suoi due soci
lo trascinavano via.
«Abbassate la voce, signore. Prego. Non siete a casa vostra.»
«Lo so che ci godi», seguitava isterico. «Ti piace, quando puoi scrivere che un uomo e
una promessa mancata.» Forse cominciava a confondermi con qualcun altro. «Mi hai
rovinato la carriera!» lo sentivamo quando ormai era fuori dalla nostra vista.
«Sono spiacente, signori», si scusò il direttore di sala. «Buon proseguimento.» Quel
bruto mi aveva strappato due bottoni dalla camicia, e uno era finito nel piatto a decorare
l'osceno pesce in crosta di vaniglia.
«Grazie», dissi ad Aissa appena la gente agli altri tavoli ebbe ripreso a conversare. «A
volte chiedere aiuto è difficile. E mi dispiace immensamente per quello che ti hanno
detto.»
«Ma chi erano?» domandò ancora allibita.
«Come chi erano?» rientrai nel mio ruolo. «Degli attori. Attori che non hanno avuto la
parte che speravano e se la prendono con me. Come fosse colpa mia se altri l'hanno
meritata al posto loro.»

Rientrai in albergo mesto e senza compagnia, ma il ragazzo della reception sembrava


entusiasta di rivedermi.
«Bentornato, dottore. Avete un ottima cera. Siete stato a fare i bagni al lago Tzana?»
«Più a sud», risposi vago.
«Ieri un signore della Federcalcio è passato qui a cercarvi. Due volte, e alla fine ha
lasciato un biglietto.»
Me lo consegnò: il commissario Arienti si diceva sconcertato di non riuscire a
contattarmi nonostante l'assicurazione del Vostro direttore che Vi avrei trovato disponibile. Non
era finita. Il commissario mi dava appuntamento a cena per sabato al suo hotel. Se non Vi
vedrò arrivare, riterrò mio malgrado che Vi è capitato qualcosa.
«Poco fa ha richiamato», aggiunse il ragazzo. «Era molto sorpreso di non avervi visto, e
mi ha domandato se non fosse il caso di avvertire la polizia.»
«Ansioso, il commissario.»
«Così il nuovo appuntamento è per domani in tribuna al Nuovo Fiore.»
«Domani? Ma oggi non è venerdì?»
«Sabato, signore. E domani l'Audax ospita l'Etiocaffè.»
Mi sentii mancare la terra sotto i piedi: a forza di ballare e fare l'amore nei prati, avevo
bucato tutti gli appuntamenti con Arienti, e perso il treno che portava il San Giorgio a
Gibuti.
Se non volevo che il commissario della Federcalcio si facesse di me un'idea sbagliata, o
troppo esatta, adesso mi toccava andare a incontrarlo nella tana del lupo, in mezzo a
miliziani e teddy boys tifosi di Cesare Ducas.
CAPITOLO XXIX

C'era anche il primo ministro Farinacci, allo stadio Nuovo Fiore e il cordone della sua
guardia d'onore circondava il settore della tribuna riservato alle autorità.
Erano quasi tutti ragazzoni della bassa cremonese, figli dei suoi vecchi squadristi, ai
quali neppure gli elmetti mimetici adorni di criniera leonina riuscivano a dare l'auspicato
tocco esotico.
Il commissario Arienti doveva essere là in mezzo, al riparo dalla bolgia di grida e
spintoni, lontano da quella gente che si chiamava da una fila all'altra agitando i foulard
celesti e lanciando battute in romanesco, veneto e napoletano.
Preparai il tesserino dell'ordine. Se avessi spiegato a quei ragazzoni che avevo
appuntamento con Arienti, forse mi avrebbero fatto passare. Poi mi vidi dentro,
prigioniero e costretto a presentarmi alle alte cariche dell'Africa Orientale. Magari mentre
si era appena parlato di me come di un giornalista stronzo, inaffidabile e amico dei negri.
No no. Dopo essermi fatto prendere per il bavero da Ducas, una reprimenda del
commissario sotto gli occhi da vecchio folle di Farinacci me la risparmiavo volentieri.
Potevo benissimo restare al sicuro dov'ero, cinque file più in alto degli elmetti schierati
alle spalle delle autorità, dove nessuno conosceva il mio nome.
Arienti l'avrei intercettato all'intervallo, o all'uscita. Ormai gli dovevo parecchie scuse, e
una in più non avrebbe fatto differenza.
Lo stadio era stipato, le due curve un ribollire di stendardi a scacchi neri e celesti. In un
crepitio continuo di petardi sventolavano i tricolori italiani e quelli della Repubblica
associata, identici ai due che garrivano sui pennoni della torre alle nostre spalle.
La curva alla mia destra sembrava ospitare solo uomini a torso nudo, in mezzo ai quali
non si distingueva un solo africano. Avevano pavesato ogni muretto e transenna a
disposizione con striscioni che parevano di seta, sui quali spiccavano i nomi dei diversi
quartieri della capitale, e sopra ognuno riconoscevi il monogramma con le tre «A» simbolo
del club.
Quelli delle file superiori avevano aperto un telo con la scritta LUNGA VITA AL DUCE,
e lo facevano fremere sopra le loro stesse teste come uno specchio d'acqua tormentato dal
vento.
Nel parterre, invece, avevano cominciato ad appendere alla recinzione un enorme
striscione nero, lungo da un estremità all'altra dell'area e alto quanto una persona in piedi.
Pensai che quelli dietro non avrebbero più visto la partita, ma non scoppiarono tumulti, e
anzi parecchi si arrampicarono sulla recinzione per dare una mano ad assicurare la tela.
Pensai che avessero profittato di quella immensa lavagna di stoffa per scriverci qualche
slogan elaborato, invece quand'ebbero finito di appenderlo si leggeva solo MORTE AL
CLAOR E AI NEGUSSITI, firmato TEDDY BOYS.
Poi entrarono in campo le squadre: maglia amaranto con fascia gialla per gli ospiti,
inquartata celeste e nera per gli uomini dell'Audax. Ancor prima di riconoscere Ducas, mi
sbalordirono il ricamo dell'emblema sul petto e i loro calzini cerchiati. Sembravano una
squadra britannica degli anni d'oro, solo che i tifosi non scandivano il nome del club, ma
un vecchio coro guerresco che diceva: «A noi, a noi, Ad-dis A-be-ba!»
Riconobbi Cesare Ducas. Salutava a braccio teso, impettito, e quando omaggiò i tifosi dei
distinti gli lessi il numero 5 sulle spalle.
Il rosso che mi aveva dato uno spintone portava un visierino da tipografo e la casacca
unica dei portieri. Il terzo, se c'era, non lo riconobbi.
Ad aspettare i giocatori a centrocampo c'era già la banda.
L'intero stadio si levò, mentre i pennacchi dei suonatori vibravano nella luce morbida
del pomeriggio e si diffondevano le prime note dell'Inno a Roma.
Alla fine lo stadio si sciolse in un grande applauso, in curva venne accesa una specie di
torcia fumogena azzurrina e, dall'alto della balaustra che cingeva la torre alle spalle della
tribuna, cominciarono a piovere coriandoli a manciate. Mi voltai e vidi che erano balilla,
felici del loro incarico e per niente disturbati dalla presenza, fra loro, di uomini della
polizia coi mitra.
Poi lo speaker lesse un comunicato col quale si invitavano «atleti e tifosi a mantenere un
contegno sportivo e degno dello spirito olimpico che, da Roma, in questa primavera in cui
il fascismo celebra il quindicesimo anniversario della sua vittoria più grande, si propaga in
tutte le repubbliche fasciste».
Parole mai sentite prima: opera del commissario, forse. Qualcuno vicino a me commentò
che, in ogni caso, i negri alle Olimpiadi non ci dovevano andare.
Il comunicato si concluse con il saluto ufficiale della Federcalcio di Roma «a tutte le
squadre della Serie Africa» che provocò bordate di fischi, quindi un auspicio di ripresa per
la salute malferma di Mussolini.
A sentir nominare il Duce, la gente smise all'istante di schiamazzare, e levò composta il
braccio destro.
Quell'Arienti aveva un certo senso dell'umorismo.
Poi lo speaker lesse le formazioni. Il portiere col visierino si chiamava Omiccioli, e il
centravanti alto e magro come un trampoliere era lo spagnolo Ibarra Garcia.
Melchiades aveva avuto ragione ancora una volta: l'Audax era forte.
Le geometrie imposte dal mister elvetico si rispecchiavano in una disposizione in campo
che prevedeva tre difensori centrali in linea, Ducas e il mediano vicini alle mezze ali, due
ali larghe e Ibarra Garcia di punta. Da come si muovevano, il mister doveva avere
assegnato a ognuno un fazzoletto di campo da non abbandonare che in caso di emergenza
grave. Doveva essere un patito delle lavagnette, quel signore.
E la sorpresa fu che anche gli amaranto dell'Etiocaffè non scherzavano: un buon
centrocampo guidato dall'egiziano Hamzi Hassam, che cercava invano di velocizzare il
gioco con traversoni e passaggi filtranti per l'indiano di Goa Neville DeSouza, campione
olimpico in carica con la sua Nazionale.
I tre centrali dell'Audax avevano un'intesa ben rodata, che li portava a raddoppiare e
anticipare in silenzio, per servire Ducas e far ripartire il gioco in avanti.
Mi resi conto che era l'unico della squadra ad avere libertà di manovra quando lo vidi
portarsi sulla tre quarti a servire il numero 10, e subito sganciarsi in profondità. Il suo
compagno dribblò l'uomo che gli si faceva sotto, aspettò di vedere Ducas affacciarsi nel
corridoio libero e chiuse il triangolo. Il fiumano l'alzò morbida per Ibarra che si sbracciava
a centro area. Invece di incornare quella palla che scendeva pulita e far esplodere lo stadio,
il centravanti tentò una rovesciata fallimentare: ricadde di schiena senza sfiorare la palla, si
risollevò scuotendo la testa e tutti videro Ducas battersi il petto, a mettere in chiaro che
d'ora in poi ci avrebbe pensato lui.
Gli ospiti tentarono di aumentare la pressione scalando le punte venti passi indietro,
nella speranza di riuscire a servirle meglio, ma l'uomo che la sera prima mi aveva preso
per il bavero sembrava un mastino deciso ad azzannare la palla. I suoi difensori giocavano
alti, senza paura, e quando doveva supportarli entrava duro, ai limiti del regolamento:
rubava palla, la smistava ai compagni larghi sulle fasce e ripartiva per liberarsi. I
compagni lo cercavano sempre in appoggio alla manovra, e così gli capitava di giocare
nella stessa azione a ridosso delle due aree.
Avanzando chiamava gli schemi per le ali. Se non le trovava libere c'era sempre Ibarra,
che gli veniva incontro agitando le mani davanti al petto come se le dita gli andassero a
fuoco.
Ogni tanto Ducas si fidava e gliela passava. Ogni tanto preferiva puntare da solo la
porta, mirare senza preoccuparsi dei difensori che gli si lanciavano addosso e far risuonare
il tonfo secco del cuoio che colpisce da distanza ravvicinata i ventri e le cosce.
A metà del primo tempo, l'ala sinistra dell'Audax guadagnò le vicinanze dell'area e la
passò indietro a Ducas che lo seguiva a rimorchio, con uno schema in stile rugbistico. Il
fiumano si aggiustò la palla ed esplose questa specie di siluro mancino che il portiere
dell'Etiocaffè respinse a ginocchia piegate. Ibarra era sulla traiettoria e l'appoggiò dentro
di piatto, senza emozioni.
Lo stadio impazzì con una sola voce.
Mentre la gente intorno a me si abbracciava, in curva fu come se centinaia di persone
franassero, calamitate verso il basso dalla corsa dei loro beniamini verso la recinzione.
Ducas e Ibarra la scalarono dal campo, imitati da decine di tifosi elettrizzati dall'idea di
poterli guardare in faccia e allungare una pacca su quelle spalle umide di gloria.
«Torna lo scettro!» scandiva un omuncolo calvo e dal naso porcino col quale mi trovavo,
mio malgrado, a contatto di gomito. «In culo a tutti i negri bastardi! Viva l'Audax! Viva
l'Italia!»
Solo le guardie di Farinacci mantenevano il contegno e la posizione. Per evitare
sorprese, adesso quelle della fila superiore si erano girate a fronteggiare il pubblico.
Avrei disperatamente voluto sapere quanto faceva il San Giorgio, ma purtroppo non ero
nel posto migliore per raccogliere informazioni.

Quando il gioco riprese, in campo la temperatura si era alzata. Chi portava palla la
difendeva coi gomiti, e ci fu uno scambio ravvicinato di scorrettezze.
Nel giro di poco gli ospiti guadagnarono un calcio di punizione dal limite dell'area, e io
iniziai a sperare con tutte le mie forze che l'elastico del visierino di Omiccioli cedesse,
accecandolo nel momento supremo.
L'indiano dell'Etiocaffè tentò il colpo a effetto, ma il visierino non cedette, perché il
portiere volò sicuro a deviare.
Ci furono ribaltamenti rapidi di fronte, con gli ospiti che tentavano il tutto per tutto per
sfondare, ma Ducas e il suo mediano sembravano aver bevuto un centinaio di caffè a testa:
salivano alti ad anticipare, stoppavano in scivolata, andavano giù e si rialzavano palla al
piede come soldatini a molla.
Sul finale di tempo il numero 8 intuì il taglio laterale di Ibarra e lo servì lungo. Quello
fece da ponte per Ducas che arrivava al centro dell'area, e questa volta il fiumano trovò
l'angolino basso.
Al portiere dell'Etiocaffè non restò che osservare il cuoio che entrava struggente, e
gridare qualcosa contro lo stopper che gli aveva ostruito la visuale.
Il catino dello stadio Nuovo Fiore tremò per la seconda volta, l'uomo vicino a me disse
che i maledetti «pigiama» erano spacciati, e io pensai che il suo naso era veramente simile
a quello d'uno sgradevole suino.
Mentre in curva facevano scoppiare bombe-carta, che facevano sussultare ogni volta le
guardie, profittai dalla calca per portarmi più vicino possibile al settore delle autorità.
Allora riconobbi la testa rasata e imperlata di sudore di Farinacci, in mezzo agli alti
cappelli a visiera dei gerarchi. Il viso pallido col panama seduto poco lontano, vestito
come fosse in vacanza al mare, doveva essere per forza il commissario Arienti.
Adesso che le guardie ci davano di nuovo le spalle, sarebbe stato un gioco da ragazzi
tirar fuori una pistola e sparare nel mucchio. Con un mitra, poi, il risultato sarebbe stato
sicuro. Mi sorpresi che gli uomini del Comitato di liberazione non ci avessero ancora
pensato. Chissà che non fosse in programma qualcosa proprio per oggi. Iniziai a
guardarmi in giro, e decisi che non era così prudente marcare da vicino le autorità.
Stavo per andarmene, quando il cordone delle guardie si aprì e ne uscì, in alta uniforme
della Milizia, l'uomo che la sera prima accompagnava Ducas e Omiccioli. Salì dritto verso
di me, e ordinò: «Venite, Pellegrini. Il commissario avrebbe piacere di scambiare qualche
parola con voi».

«A Roma andrà chi lo merita», dichiarò il commissario Arienti senza badare a chi ci
stava intorno. «Il Sette repubbliche deve essere una vetrina per il nostro calcio d'oltremare,
ed è necessario che tutto si svolga all'insegna della massima sportività.»
«Non se a Roma andassero i negri amici di Pellegrini», lo corresse gelido il governatore
Bontempi. Sovrastava di mezza testa gli uomini della guardia, e immaginarlo con il mitra e
la tunica da crociato metteva i brividi. «Pregano tanto, ma si sa che per loro la pulizia è
facoltativa.»
Fiorirono all'intorno risate di cortesia, e il commissario Arienti mi guardò stringendosi
nelle spalle, poi osservò: «Ma voi siete parte in causa. Bontempi. In qualità di governatore
regionale e presidente dell'Audax, vi si impone un doppio ruolo, come se foste in qualche
misura giocatore e arbitro».
Per fortuna il primo ministro Farinacci era impegnato a parlare con un alto ufficiale, e
non si girò verso di noi.
«Forse è scritto da qualche parte che un governatore non può guidare una squadra di
calcio?» domandò Bontempi irritato.
«Dove si ferma la legge, dovrebbe entrare in scena la sensibilità personale», suggerì
Arienti, guardando via ironico. «E comunque non è scritto neppure che una squadra di
neri, o di cinesi, non possa arrivare a Roma: la nostra grandezza sta proprio nell'idea del
fascismo come dottrina universale.»
«Ma sì, commissario», gemette Bontempi. «Li ho letti anch'io, gli atti del congresso, ma
inizio a credere che siate qui per rovinarci la festa.»
«Oh, tutt'altro. Avete una splendida squadra che può guardare la classifica dall'alto in
basso. Anzi, mi ero stupito all'inizio che Pellegrini non l'avesse neppure menzionata nel
suo articolo. Poi ho capito.»
«Perché, siete voi quello di Stadio?» domandò Bontempi gonfiando il petto carico di
medaglie e nastrini.
«Il prossimo articolo sarà sull'Audax», promisi incrociando le dita nel profondo della
tasca. «Pensavo di procedere così, per monografie sulle diverse pretendenti al titolo.»
«E avete dato priorità a quelle scimmie», mi folgorò Bontempi. «Non avessi
responsabilità istituzionali, vi chiederei soddisfazione.»
«Ma suvvia», smorzò Arienti. «Il San Giorgio è una squadra che pretende al titolo
quanto la vostra. Il signore è libero di scriverne e il suo giornale di pubblicare. Quanto a
noi della Federcalcio, non abbiamo figli e figliocci: chi vincerà sul campo rappresenterà
tutta l'Africa Orientale.»
«Io in quell'articolo ci ho letto soprattutto del rancore», obiettò Bontempi.
«In Italia ha fatto sensazione. Infatti i suoi colleghi si preparano a seguirlo a ruota: anche
Gazzetta, Guerino e Corriere dello Sport manderanno un inviato per l'ultima giornata.
Dovreste essere grato a Pellegrini. È merito suo se in Italia si comincia a conoscere la Serie
Africa. E vi confesso, signor Governatore, che ci tenevo a incontrarlo di persona.»
«Ci tenevo anch'io», ringhiò Bontempi mentre mi fissavo la punta delle scarpe
esercitandomi a sparire. Mi pesavano addosso gli sguardi del Governatore, dei seniori e
dei centurioni dai volti patibolari che lo attorniavano, e avrei voluto aggrapparmi alla
stoffa leggera dell'abito da villeggiante di Arienti. Sentivo che solo lui era come me, lì in
mezzo, e mi dissi che, se fossi rimasto vicino a quel signore dai capelli sale e pepe che mi
lodava, non mi sarebbe successo niente di brutto.

La palla s'impennò contro il dorso dello stopper, e prima che ricadesse a terra l'arbitro
fischiò tre volte.
Il secondo tempo aveva visto l'Audax segnare subito il tre a zero e poi limitarsi ad
amministrare, senza preoccuparsi più dello spettacolo. Un po' come me, che cercavo di
nascondere i sudori freddi e rispondevo diplomatico a tutte le domande di Arienti,
cercando di dimenticare quel brutto momento all'intervallo, allorché mi era stata
presentata Sua Eccellenza il Primo ministro, e anziché salutare romanamente avevo tentato
di stringergli la mano, dimentico dello stile fascista e delle tragiche conseguenze del suo
incidente di pesca.
Il vecchio uomo d'azione era sepolto da anni di crapula smodata, e da vicino sembrava
che la sua pappagorgia avesse ormai un che di autonomamente espressivo. Però
sopravviveva intatto in lui l'antico amore per le uniformi vistose. Si era disegnato da solo
quella da Primo ministro della Repubblica associata, e le spazzole sulle spalle gli
conferivano un aspetto da ufficiale coloniale del secolo scorso, che sulle prime ti faceva
dimenticare il suo passato di manganellatore-capo in una campagna piatta e nebbiosa.
Per fortuna non aveva fatto in tempo a collegare il mio nome all'articolo che aveva fatto
infuriare Bontempi. Passandosi la mano superstite sulla testa rasata, imperlata di sudore,
si era limitato a indagare benevolo: «E voi da dove venite, camerata?»
A questo almeno potevo rispondere senza tremare, e lui aveva osservato compiaciuto:
«Ah! La città della Decima Legio!»
Nella mia testa c'era il buio.
«Sempre, Eccellenza», avevo detto per non sbagliare di nuovo.
«Torri, tette e tortellini. Un po' come da noi a Cremona: turàz, turùn, tetùn.»
Che Primo ministro, signori.
Poi le guardie ci avevano scortati tutti verso l'uscita, e una volta nel parcheggio delle
autorità, mentre mi chiedevo come fuggire da quell'accerchiamento e riguadagnare la
strada come un uomo libero, Arienti mi aveva preso da parte: «Nei prossimi giorni posso
fare conto di trovarvi più facilmente, Pellegrini?»
«Perdonate, commissario», mi scusai. «D'ora in poi sarò sempre in città. Potete
considerarmi a disposizione.»
«Ottimo, perché vorrei confrontarmi con voi su un paio di faccende. In un certo senso
siete un pioniere, e la vostra esperienza può tornarmi preziosa.»
Pensai che forse aveva ragione Oscarre, quando diceva che sarebbe stato meraviglioso
un mondo senza donne: nessuna di loro mi avrebbe trattato così bene dopo averle dato
buca tre volte di fila.

Il San Giorgio aveva vinto a Gibuti due a uno. Volevo fare i complimenti ai ragazzi,
sentire dalle loro voci come era andata e, soprattutto, riferire che l'uomo della Federcalcio
mi aveva fatto una buona impressione.
Secondo Aaron avrebbero viaggiato con il rapido della notte: sarebbe arrivato in città
alle cinque, e mi ripromisi di stare sveglio per andarli ad accogliere.
Cenai da solo leggendo le avventure di Ettore della Xa fra le piramidi dello Yucatan,
allegro come se lo scettro di Salomone fosse destinato alla mansarda del sottoscritto, poi
scivolai verso il Sette veli.
Sul palco c'era una cantante bianca fasciata da un abitino stampato di Pucci.
Più che la sua voce seguivo le movenze dei suoi piedi scalzi, pregustando la sorpresa
dipinta sui volti assonnati dei ragazzi quando mi avrebbero visto in stazione. Intanto, per
non farmi vincere anch'io dal sonno, bevevo e bevevo.
CAPITOLO XXX

Uscii dal locale nella prima luce dell'aurora, talmente ubriaco che montai di fianco al
tassista.
Sembrava un tipo simpatico, e per tutto il tragitto verso la stazione parlammo di donne:
se non ero troppo annebbiato per capire, mi rivelò che aveva un'amante da ventidue anni,
e che questa amante era la sorella di sua moglie.
Scesi al riparo del portico d'ingresso, già pentito della mancia stratosferica che gli avevo
lasciato, e traversai l'atrio dominato dal grande fotomosaico. Il bar sul primo binario era
ancora chiuso, ma notai subito il carretto con i thermos del venditore ambulante di caffè.
Mi domandai dentro a cosa servisse le bibite, se aveva dei bicchieri di carta o invece
toccava bere sotto i suoi occhi, magari dal mestolo.
Una voce alle mie spalle ordinò di fare largo. Vidi un'ambulanza che manovrava a
velocità ridotta. A ridosso dei respingenti stazionavano poliziotti in borghese con i fucili
mitragliatori, e una decina di miliziani del presidio ferroviario. Lasciarono che il veicolo
guadagnasse la banchina, poi si richiusero per sigillarne l'accesso.
Non mi fossi trovato allo stadio con il Primo ministro dell'Africa Orientale, ci sarebbe
stato da pensare che era in arrivo col treno. Ma l'ambulanza? E se semplicemente un
poveretto si era sentito male a bordo, perché tanti armati?
Poi una voce annunciò all'altoparlante che il rapido da Gibuti era in arrivo, e che per
disposizioni di sicurezza il pubblico era invitato a tenersi lontano dal binario.
Si sentì un fischio lontano, e nella luce viola delle cinque apparve minuscolo il muso del
locomotore. Ingigantiva man mano che divorava l'infilata di rotaie dell'ultimo rettilineo, e
appena fu più vicino uno dei poliziotti a venti passi da me levò il braccio e lo indicò ai
colleghi.
Allora vidi che i fari del locomotore erano sfondati, e la parte inferiore del muso
sembrava annerita. I finestrini della cabina e quelli del primo vagone erano in frantumi,
sulla fiancata si distinguevano fori sparsi di proiettili e la lunga cicatrice d'una raffica.
Lo stridore straziante della frenata che bloccò il convoglio a poche braccia dai
respingenti poteva essere l'ultimo grido di dolore d'un animale colpito a morte.
I brandelli d'una tendina pendevano da uno dei finestrini del secondo vagone, e la
verniciatura esterna di quello in coda era gonfia, come squamata da un grande calore.
Subito l'ambulanza caricò il ferito, accese i lampeggianti e puntò a passo d'uomo
l'accesso carrabile. Solo dopo i militari lasciarono che gli altri passeggeri aprissero gli
sportelli per scendere.
Il primo che vidi fu il libero Franco Fortuna che baciava il marciapiede, poi Reyes e
Aregai che scortavano a braccetto mister Krasic, pallido come un fantasma, e subito dopo
Nico, Saverio, il portiere Ofer, Claypool e il resto della squadra con gli occhi ancora pieni
di paura.
Mentre mi facevo largo verso di loro, mi accorsi che erano tutti scalzi. Tutti, tranne
Aregai.

«Eravamo quasi arrivati ad Adama. Dormivano tutti tranne me e il mister, quando il


treno ha frenato all'improvviso», raccontò Nico mentre traversavamo l'atrio. «Abbiamo
saputo dopo che avevano incendiato della roba in mezzo alle rotaie. Mentre ci fermavamo
del tutto, abbiamo visto dai finestrini gente armata sbucare dai cespugli.»
«Un agguato in grande stile», confermò Fortuna. «Fermo a cinquanta passi dai binari
c'era un camion carico di altri uomini coi moschetti.»
«Per un po' hanno sparato a casaccio contro il treno fermo», proseguì il portiere Ofer.
«Non avevo mai avuto tanta paura. Poi sono saliti a bordo, gridando come pazzi.»
«Era gente di ras Teclè», aggiunse Ollio Kabede a occhi bassi. «Credono che noi Galla
siamo servi di loro.»
«Hanno controllato uno scompartimento alla volta, prendevano le borse, le scarpe e gli
orologi», s'inserì mister Krasic. «All'inizio minacciavano di uccidere tutti i bianchi.»
«Fanatici figli di puttana», imprecò Battelli, ancora pallido come un cencio.
«Ci ha salvato Iohannes», mormorò Krasic. «Se non l'avessero riconosciuto, non so come
andava a finire per noialtri.»
«No, ci ha salvato essere il San Giorgio», mise in chiaro Aregai. Oltre al privilegio di
avere mantenuto le scarpe, sembrava l'unico ancora in sé.
«E urlavano CLAOR, CLAOR!» spiegò Saverio. «Lo ripetevamo anche noi, ma non ci
davano retta.»
«Sì, dicevano di lottare col Comitato di liberazione», spiegò Nico. «Iohannes ha parlato
con quello che sembrava il capo, e alla fine ci hanno lasciato in pace. Però hanno portato
giù dal treno due avieri in divisa, e li hanno ammazzati così, di fianco alla ferrovia.»
«Io non ho guardato, grazie al cielo», sospirò Ofer.
«Fanatici», ripeteva Battelli a mezza voce, come in trance. «Sgozzati, li hanno. Due
ragazzi di vent'anni.»
«Pace all'anima loro», disse Aregai a occhi bassi. «Erano due fascisti, ma sono morti
come agnelli.»
«Sapete cosa? Io me ne vado!» proruppe Battelli. «Lo odio, questo Paese di merda.
Voglio tornare a Milano, a casa mia. Un bell'ingaggio nel Monza o al Varese, una moglie e
una vita tranquilla, vaffanculo!»
«Smettila», lo incoraggiava Pardo. «Sei sconvolto.»
«Lo siamo tutti», ammise Aregai. «Quando la gente che dovrebbe lottare insieme a te ti
confonde col nemico, significa che è davvero esasperata.»
Domandai: «Chi era il ferito? Ho visto un'ambulanza, al binario».
«Il controllore. Ha cercato di buttarsi dal treno mentre rallentava. Gli è andata bene, ma
ci vorrà un pezzo prima che possa camminare di nuovo.»
Pensavo che ero andato in stazione per fare festa, e mi sentivo una specie di imbecille
inopportuno.
«Prima di andarsene hanno lanciato una granata in uno degli ultimi scompartimenti»,
spiegò Nico. «O forse era una bottiglia incendiaria, poi sono rimontati sul camion, e via
nella notte.»
«Ma porca lercia. E chi è arrivato a togliervi dai guai?»
«Nessuno. I macchinisti sono riusciti a spegnere l'incendio, sgombrare i binari e a far
ripartire il treno.»
«Siamo arrivati fin qui da soli, con la polizia che è salita alla prima stazione a
tempestarci di domande fino a un quarto d'ora fa.»
«Ma Ermes dov'è?» chiesi mentre uscivamo dalla stazione come un plotone di sconfitti.
«A lui è andata bene», rispose Pardo. «Mica è partito con noi.»
«Ah no?»
«Per la verità, credevo foste insieme», aggiunse Nico perplesso.

«Vedete, Pellegrini, sono i numeri che colpiscono», ribadì il commissario Arienti. Mi


aveva fatto salire nel salottino del suo appartamento al Mare Nostrum, e riusciva a sedere
sul divanetto senza sfiorare lo schienale con le spalle. «Secondo l'ultimo censimento
l'Africa Orientale ha circa venticinque milioni di abitanti, di cui solo novecentomila
cittadini nazionali o assimilati. Anche contando gli altri residenti europei, non si arriva a
un milione di bianchi.»
Io, per quanto mi sforzassi, nel divanetto ci ero quasi affondato. Immaginai che il mio
ospite avesse avuto un'educazione da ricchi, non aliena dalle galoppate sui purosangue.
«Mi seguite, Pellegrini?»
«Certo, commissario.»
«Con numeri di questo tipo, secondo logica mi aspetterei un campionato dove la grande
maggioranza dei giocatori è africana. Invece guardate qui», disse facendo scattare la
serratura della sua ventiquattr'ore. Mi figuravo che avrebbe tirato fuori un dossier
riservato, invece gli vidi fiorire in mano una copia del ritrito Almanacco illustrato della Serie
Africa. Aveva sistemato fra le pagine dei foglietti a mo' di segnalibro, e sfogliava il volume
alla ricerca d'un passo preciso.
«Ecco qui», e si schiarì la voce. «Fra i duecentocinquantaquattro calciatori regolarmente
iscritti al torneo 1959-60, metà appartengono alla gens italica, venti sono greci, sedici
spagnoli, dieci Europei di altra provenienza, sette asiatici e altrettanti sudamericani…»
Richiuse il libro e quasi mortificato domandò: «Vi rendete conto della sproporzione? Alla
fine gli africani sono quarantanove in tutto il campionato! Uno su cinque! Quando in
Francia o in Portogallo ci sono Africani che giocano in Nazionale!»
«L'avete visto coi vostri occhi, signor commissario. Molte squadre fanno giocare solo i
bianchi.»
«Così però è troppo! Ci vorrebbe almeno una mossa di buona volontà… In Italia gli
ascari e i dubat somali sono popolarissimi. Forse Bontempi dovrebbe inserirne un paio in
squadra», ragionò ad alta voce. «Dite che non li trova, due ragazzoni color ebano che
sanno giocare a pallone? Altrimenti a Roma ci resteranno male.»
Le cose stavano prendendo una piega inattesa.
«Vincesse il San Giorgio», insinuai, «il problema non esisterebbe.»
«Vedete, per me le due squadre hanno il cinquanta per cento a testa di possibilità, e
devo premunirmi in tutti i casi.»
«Siete il primo che sento fare un discorso del genere da quando sono arrivato in Africa.»
«Pellegrini, io nello sport credo sul serio. Questa partita sarà come una finale, e la voglio
pulita.»
«Pensate bene all'arbitro, allora.»
«Sapendo quanto sono sensibili al denaro i fischietti di quaggiù, pensavo di portarmi
dall'Italia il signor Lo Bello. È semplicemente incorruttibile, lui. Poi ho pensato che non è
abituato ad arbitrare giocatori africani, e questo avrebbe sfavorito chi li schiera.»
«Servirebbe qualcuno già abituato a dirigere qui.»
«Quello di ieri non era male, ma non è opportuno che gli assegniamo la squadra di
Bontempi due volte di fila. C'è qualche altra giacchetta nera che vi è parsa in gamba?»
«Ho visto il signor Dalla Vida dirigere il derby dell'Asmara. Arbitra un po' all'inglese,
ma ho idea che sia una persona come si deve.»
«Dalla Vida», ripeté Arienti, poi si alzò, socchiuse l'anta d'un frigobar e domandò se
poteva offrirmi qualcosa da bere.
«Avete proprio tutto quel che serve, qui. Come in una casa vera.»
«Quando ho scoperto che Bontempi ha fissato la sede della squadra presso il palazzo
che occupa in quanto governatore, pensavo di essere ammattito. Quell'uomo non ha chiaro
il limite fra ciò che gli appartiene e quel che dovrebbe amministrare in nome dello Stato. E
temo che in questo prenda esempio dal Primo ministro. Cosa gradite bere?»
«Una birra, se c'è.»
Prese una bottiglia di birra Venturi e un bitter, li stappò e tornò al tavolo. Poi si spinse
verso l'angolo-cucina e tornò con due bicchieri sopra un vassoio.
«Ma detto fra noi», considerò mentre versava la birra per me, «a Roma farò rapporto su
quel che ho visto qui. E non solo alla Federcalcio, ma al Partito.»
«Ah sì?» esitai.
«Questa non è una Repubblica associata, ma un'associazione a delinquere. Se l'esempio
che danno i gerarchi è così… ambiguo diciamo… non ci possiamo stupire che qualcuno
all'estero ci consideri ancora un popolo di ladri.»
«Avete ragione, commissario. Alla vostra salute. Ci fosse più gente come voi, le cose
andrebbero diversamente.»
«Vi ringrazio per la stima. Ma basterebbe leggere più libri e meno rotocalchi da
sciampiste: Cicerone sapeva già tutto.»
Troppo all'antica per portarlo al Sette veli, ma sentivo che potevo fidarmi di lui.

Nel pomeriggio andai a cercare Cumani, ma a casa di Toros non c'era nessuno, così mi
spinsi fino al campo di allenamento.
Mentre risalivo l'ampio marciapiede di viale Mussolini, riconobbi sullo spartitraffico le
tracce di colla rappresa e della carta strappata.
Avevo bisogno di rimettere insieme i pezzi di quel che era accaduto in città durante la
mia assenza.
Trovai il campo deserto, e solo allora mi ricordai che era lunedì, giorno di riposo per la
squadra. Ero stanco di camminare, così presi un taxi e mi feci portare al circolo Arada:
dopo la disastrosa trasferta in treno, avevo qualche buona notizia per il vecchio Aaron.
«Sono stati giorni brutti, qui in città», spiegò subito. Sembrava provato, come non
dormisse dall'ultima volta che l'avevo visto. «Ci sono stati pestaggi e vetrine. Venerdì
pomeriggio
è arrivato il grosso dei miliziani dalle province, e hanno marciato per i quartieri
bastonando ogni Etiope che incontravano. La gente era terrorizzata.»
«Non fatico a crederlo.»
«La polizia tentava di convincerli a tornare in stazione, ma quelli si sono incolonnati
verso il Villaggio Traiano. Per ripulirlo, dicevano.»
Mi si rizzarono i capelli solo a immaginare la voce dell'assalto che si spargeva in un
battibaleno, in quel formicaio di cemento circondato da un mare di catapecchie.
«Be', non ci crederai, ma quei poveracci erano pronti. Avevano già tirato su le barricate,
ed erano scesi tutti in strada. Ci abitano più di ventimila persone, al Villaggio, e le armi,
figurati se mancano. Sono usciti incontro alle camicie nere suonando il negarti, i più
giovani davanti. Poteva essere una battaglia campale ma, quando si sono visti arrivare
contro centinaia di uomini con i fucili e gli sciotèl, le teste di morto se la sono fatta sotto.
Hanno atteso i carri leggeri di rinforzo e hanno assediato il Villaggio per una notte. Hanno
lanciato un po' di bombe a mano al di là delle barricate, ed è più o meno finita lì.»
«Che maschia gioventù», commentai.
«Ci sono stati feriti da una parte e dall'altra, e sabato all'alba, prima di sgomberare le
barricate con le autoblindo, l'Esercito ha preteso che quegli assassini se ne andassero sul
serio.»
«Allo stadio nessuno sembrava saperne niente.»
«Quel che mi allarma di più, è che i vecchi equilibri capaci di tenere questa caricatura di
repubblica, stanno saltando in pochi giorni.»
«Per colpa dei manifesti.»
«Non confonderti. Quelli non sono usciti adesso per caso.»
«Allora cosa succederà?»
Lui spalancò le braccia, sorrise paterno e disse: «Dipendesse da me, Lorenzo…
Purtroppo siamo nelle mani di Sua Eccellenza Farinacci e degli altri cretini che gli reggono
la coda».
«Li ho conosciuti ieri in tribuna. Bella gente, soprattutto Bontempi.»
Lo vidi chiudere gli occhi e massaggiarsi le tempie.
«E il commissario della Federcalcio? Siamo nelle sue mani, adesso. Che tipo ti è
sembrato?»

Al Fulgor davano il kolossal in costume La vendetta di Iolanda la figlia del Corsaro Nero.
Le grazie nordiche di Anita Ekberg e la trama d'una leggerezza quasi insulsa mi
regalarono una parentesi di serenità: la valchiria svedese che aveva stregato i produttori di
Cinecittà recitava in maniera approssimativa, ma la sua popputa apparizione su un telo di
cinquanta metri quadri risultava in ogni caso devastante. Gli uomini in sala applaudivano,
battevano i piedi e fischiavano riportandomi indietro di qualche anno: in Italia non usava
più, almeno non nei cinema che frequentavo.
Quando Iolanda la figlia del Corsaro nero riemerse dal suo bagno nel Mar dei Sargassi,
una voce nel buio gelò tutti: «Almeno il Duce è andato a finir bene».
Qualcuno rise, e nessuno per fortuna protestò. La voce pittoresca secondo la quale
Mussolini era stato colpito dall'ictus fatale mentre si trovava insieme a lei, evidentemente
aveva raggiunto di bocca in bocca Addis Abeba.
Uscendo dal cinema riconobbi, in mezzo alla gente davanti a me, il sedicente architetto
Casaglia e il ragazzo più grande.
Commentavano il film, e quell'imbroglione senza morale stava spiegando che non era
stato girato davvero nel Mar dei Sargassi, ma sulla spiaggia di Macarrese.
Brutto stronzo. Se l'avessi affrontato civilmente, come minimo avrebbe finto di non
conoscermi. E in fondo non era stato lui a rubarmi il portafoglio, ma il ragazzino.
Appena in strada, li vidi attaccare discorso con un signore anziano.
Svicolai per non farmi notare, raggiunsi il marciapiede opposto e mi allontanai per
cinquanta passi. Poi mi fermai, sfilai una Giubek e mi voltai a controllare: Casaglia, il
ragazzo e quel signore imprudente se ne stavano andando insieme dalla parte opposta.
Chissà che scherzo gli preparavano, mi dissi, e li seguii.
Toccava camminare a passo ridotto, ma ero deciso a coglierli sul fatto.
Osservavo Casaglia illustrare le sue bugie con ampi gesti rassicuranti, e vidi il ragazzo
sfiorare con due dita la tasca del vecchio per controllarne il contenuto.
Quando incrociai un vigile urbano, non mi venne in mente neppure per un attimo di
affidare il caso a lui.
Non m'interessava vedere Casaglia trascinato via in manette: volevo vedere i suoi occhi
riempirsi di paura, e poi fargli male.
Pensavo solo a quello, quando mi sentii afferrare un gomito, e con i nervi a fior di pelle
mi rivoltai pronto a colpire.
«Buono, sono io», sussurrò Ermes.
«Ehi», trasecolai. «Ma che fine avevi fatto?»
Non l'avevo mai visto portare cappellini grigioverdi dell'Associazione combattenti, né
camicie a fiori da turista. Conciato così, faceva veramente schifo.
«Tutto storto», gemette. «Ho trovato la casa sottosopra, come fosse passato un uragano,
e Toros non c'era. Alla tipografia dove lavora m'han detto che due tizi mai visti prima
l'aspettavano. È salito in macchina con loro, e nessuno sa più niente.»
«Merda zaniboni. E dove l'hai nascosto, il materiale?»
«È sul camion, parcheggiato nel cortile di casa Turtas», rivelò disperato. «Ho giurato di
levarlo da lì prima di sera. Se lo perdo, il Comitato mi fa sparare in testa, e il Milanese non
si trova. Dove cazzo lo porto, adesso?»
CAPITOLO XXXI

I giornali di martedì 26 dedicavano ampio risalto all'attacco subito dal rapido Gibuti-
Addis Abeba per mano d'una turba di sciftà.
Neppure una riga accennava al possibile coinvolgimento del Comitato di liberazione, o
di qualche sua corrente: scriverne avrebbe comportato ammettere troppe cose.
Così andai al Palazzo delle comunicazioni e telefonai al Direttore, a Bologna, per
scoprire cosa stava accadendo davvero in Africa Orientale.
Come sempre, sembravano saperne di più in Italia: preoccupato per me da un crescendo
di lanci d'agenzia, aveva messo insieme notizie da diverse fonti.
Oltre all'attacco al treno si segnalavano disordini in tutte le sette regioni della
Repubblica: bande somale avevano saccheggiato l'insediamento modello di Ogadenia, e a
soli trecento chilometri dalla capitale, una colonna di ribelli guidata da un ex ufficiale del
Negus aveva messo in fuga la Milizia da Dessiè. L'Esercito li aveva ricacciati sulle
montagne solo dopo una giornata di battaglia, e intanto i guerrieri Galla davano fuoco ai
villaggi amhara in tutta la regione.
«Il Sud è nel caos! Nel Sidamo stanno massacrando i coloni! Non ti devi più muovere
dalla città, capito? Anzi, chiuditi in albergo», raccomandava. «Esci solo per la partita, e per
andare all'aeroporto.»
La vedeva tragica.
«Direttore, vista da qui non sembra ancora la fine. A parte qualche manifesto, in città è
tutto normale. Ho anche conosciuto Farinacci, ieri.»
«Bravo, congratulazioni, ma stai attento.»
«Intesi. E lì come va? Quasi non ci credo, che fra una settimana torno.»
«Si lavora, come sempre. E a proposito, è uscito un pezzo oggi, sulla Gazzetta, che mi ha
dato un'idea. Ti ci dovresti dedicare.»
«A disposizione.»
«Pare che alle Olimpiadi correranno per l'Italia anche un paio dei tuoi amici etiopi. Ci
sarà Mateos Garima, lo specialista dei diecimila, e un maratoneta che si chiama Abebe, o
Abebé.»
Perfetto. Pure la maratona, adesso.
«Non è che riesci a rintracciarmeli e a scambiarci due parole? Almeno con uno di loro.
Cento righe, va bene?»
«Non dovevo restare chiuso in albergo?»
«Guarda che sarebbe un bel colpo, sapere cosa provano due Abissini chiamati a
rappresentare l'Italia!»
Aspettai che riagganciasse e lo imitai. Vista da lassù, a forza di comunicati, doveva
sembrare che la situazione in Africa Orientale fosse fuori controllo.
Invece, in strada, una voce roca amplificata da un altoparlante annunciava che
l'indomani, alle diciotto precise, Sua Eccellenza il Primo ministro Farinacci avrebbe tenuto
un discorso in piazza De Bono davanti ai manipoli schierati. La cittadinanza era invitata a
partecipare.

Al campo era in corso la solita partita fra gialli e rossi, e gli spettatori erano centinaia. I
ragazzini con le bandiere non si contavano.
Entrai nel recinto e raggiunsi Krasic. Seguiva il gioco in piedi accanto alla panchina, il
megafono in mano. Intorno a lui una mezza dozzina di ragazzi delle giovanili era seduta
sull'erba macilenta del bordocampo.
«'Sera, mister», lo salutai.
«Ehi, Lorenzo. Sai mica che fine ha fatto il tuo amico Cumani?»
Mi strinsi nelle spalle.
«Non avesse ancora una giornata di squalifica, domenica lo metterei in campo. Battelli
sembra un fantasma, balbetta e non tiene un pallone. Guarda», disse indicando l'ala destra
che vagava per il campo. «Se non si riprende, dovrò far giocare qualcuno della
primavera.»
«Ermes toccherà vederlo in campo in Italia», gli strizzai l'occhio. «Al Sette repubbliche.»
«Tocca legno, presto», disse il tecnico. «E non nominare le cose prima del tempo.»
Il fremito in aumento del pubblico ci costrinse a guardare verso il campo. Aregai stava
scendendo a serpentina fra i ragazzi in maglia gialla. Quand'ebbe marcato anche l'ultimo e
si trovò solo di fronte al giovane portiere delle riserve, prima lo mise in ginocchio con una
finta e poi, invece di buttarla dentro, gliela passò.
Quanti erano assiepati intorno al terreno applaudirono più che se avesse segnato, lui si
strinse nelle spalle e allargò le braccia. I ragazzi seduti intorno alla panchina
commentarono estasiati.
«Può ancora fare quello che vuole», disse Krasic. «Non so quante stagioni reggerà
ancora, ma va bene così.»
Poi sollevò il megafono e chiamò il cambio per cinque o sei della squadra in giallo. I
ragazzi intorno a me si alzarono, e i sostituiti s'incamminarono verso la panchina.
«Ma guarda Battelli, cazzo!» imprecò Krasic appena il gioco riprese. «Quell'uomo non sa
più giocare!»
Uno dei ragazzi appena entrati gli aveva portato via la palla e si era involato lungo la
fascia. Waarts lo inseguiva senza troppo impegno, e quello ebbe tutto il tempo di cambiare
gioco per un compagno al centro, che prima di farsi mordere le caviglie da Reyes preferì
tirare.
Ofer si produsse in un tuffo spettacolare e non indispensabile, respingendo di pugno. La
gente applaudì.
«Ma la vera bega è un'altra», disse Krasic sornione.
«Sarebbe?»
«Ollio», rispose massaggiando il ventre teso. «Promettimi di non ridere.»,
«Che ha fatto?»
«Ha chiamato tutti i parenti. È convinto che se vinceremo domenica, in aereo ci sarà
posto anche per loro, e quelli sono arrivati in città con le greggi. Casa sua è una specie di
accampamento, ora, e Uoldemicael che abita con lui non è per niente felice.»
«Neanche i vicini, scommetto.»
«Insiste che, se non c'è posto a sedere, possono accomodarsi nella stiva.»
«Non devono aver viaggiato spesso in aereo.»
«Mi ha spiegato che le capre pensano di metterle dentro reti da appendere alle ali. Ci
resterà malissimo, quando scoprirà che i suoi parenti non possono venire.»
«E le capre nemmeno. Forse dovreste dirglielo subito.»
«Sei matto? Ho dato ordine ai compagni che lo assecondino, altrimenti quello si offende,
sparisce in montagna coi cugini pastori, e prima di domenica chi lo pesca più?»
In Serie Africa non andava preso sottogamba neppure il nomadismo di alcuni
centrocampisti.
Fortuna conquistò una palla vagante fermandola di petto e servì di prima Reyes che
ciabattò avanti a casaccio.
«Stronzo», mi stupì il mister. «Ha proprio deciso di rompere i coglioni, quell'ingrato»,
poi un tonfo sordo che arrivava da dietro la porta di Ofer riempì l'aria, e tutti ci girammo
da quella parte.
La gente assiepata sul lato breve del campo fuggiva simile a un sipario che si apra, e si
vedeva salire del fumo.
Anche il portiere altoatesino, dopo un'occhiata sommaria, decise di abbandonare i pali e
uscì di mezza corsa dall'area.
«Ma che succede?» domandai. Dietro la recinzione stava cominciando un parapiglia di
cui non coglievo l'essenziale.
Poi si videro tre o quattro ragazzi col giubbotto in cuoio scavalcare presso la porta di
Ofer e saltare in campo.
«Teddy boys», gridò uno dei ragazzi appena sostituiti. «Sono dell'Audax, mister.»
Scoppiò una seconda bomba carta, altri dieci o dodici saltarono dentro. Qualcuno andò a
strappare la bandierina del corner e prese ad agitarla verso la squadra.
I giocatori arretravano verso il centrocampo guardandosi l'un l'altro.
«Non correte», gridava Pardo. «Restiamo uniti.»
Solo Kabede faceva cenno agli invasori di farsi sotto.
Saverio partì di corsa verso i ragazzi, ed esultai quando dietro di lui vidi i fratelli Turtas,
con gli occhi fuori dalla testa e le pistole in mano.
«Fizz'e bagassa!» sentii urlare Graziano. «Mandiga pane dae sette furros!» Poi si fermò
sulla trequarti e iniziò a sparare in aria, quattro schiocchi in successione, e i teddy rimasero
congelati.
«Su cunnu 'e mama tua!» gridava uno dei fratelli sventolando la rivoltella ad altezza
d'uomo contro quello con la bandierina in mano.
«Porcu futtudu! Cozzone! Cane de istelzu!»
«Fizz'e arreboccada! Minci mortu!»
«Fiagosu! Lantàdu a balla!»
Il teddy lasciò cadere la bandierina, si girò e cominciò a correre. Gli altri gli andarono
dietro, inseguiti a calci in culo fino alla recinzione da quegli attempati gentiluomini di
ventura.
La mattina successiva trovai in edicola Sport Littorio. In copertina c'era il sorriso a denti
stretti di Cesare Ducas, ma lo comprai lo stesso.
Non che avessi bisogno di consultare la classifica. Ero entrato in quella fase che precede
i rientri, in cui si tentano d'accumulare segni e oggetti da portare a casa, per poterli
riguardare laggiù e convincersi che il viaggio non è stato tutto un sogno.
Lo sfogliai camminando, e ci trovai un articolo dedicato all'imminente Trofeo delle sette
repubbliche, con la riproduzione del manifesto ufficiale e i nomi delle prime squadre
qualificate: il Ricreativo Tirana aveva staccato il biglietto per Roma vincendo la Prima
divisione Albanese con due giornate d'anticipo, e lo stesso avevano fatto i biancoverdi
della Fortitudo Rodi, travolgendo negli ultimi minuti di uno spareggio equilibratissimo i
concittadini della Cantieri Egei.
Quanto alle compagini nazionali, era stato concesso a Juve e Nizza di rimandare un
turno di campionato affinché potessero schierare le formazioni al completo per il torneo.
Secondo il servizio, il Sette repubbliche si sarebbe risolto in una scontata finale fra le Zebre
e i rossoneri di Muro e Altamirano: la possibilità che trionfasse una delle cenerentole
d'Oltremare non veniva neppure presa in considerazione.
Pregai che i ragazzi ci arrivassero davvero, a Roma, nonostante tutto e nonostante la
tremenda delusione che sarebbe toccata ai parenti di Ollio: pensare a John Charles che
saltava contrastato da Waarts, con Fortuna aggrappato all'elastico dei calzoncini di Sivori
sullo sfondo, bastava a mandarmi in risonanza le tempie.

La visita del commissario Arienti al circolo Arada aveva rassicurato tutti. Nessuna delle
due squadre avrebbe dovuto sentirsi intimidita.
Giovedì pomeriggio, al campo d'allenamento, oltre ai fratelli Turtas c'era anche
l'ispettore che avevo visto parlare con Pardo, insieme a una decina d'agenti schierati
intorno al perimetro di gioco.
Era una scena inquietante, ma sembrava anche l'unico modo per permettere al San
Giorgio di preparare la partita decisiva, e i tifosi non sembravano disturbati da quello
spiegamento di uniformi.
Krasic stava guidando la corsetta iniziale quando vidi arrivare Ermes, già pronto in
calzoncini e casacca della tuta. Se non era uscito di casa in quel modo, doveva essersi
cambiato appena fuori dalla recinzione, in mezzo alla gente.
Scambiò poche parole con Saverio, e poi mi corse incontro sollevando bene le ginocchia
a ogni falcata, come fosse il primo atto del riscaldamento.
«Ne vuoi sapere una bella? Toros è tornato a casa. E sai chi erano, i due che lo erano
andati a prendere? Il Milanese e un suo amico. Mica due sbirri», aggiunse piegandosi a
toccare il terreno. «Erano stati loro a buttare tutto all'aria. Un equivoco. E io che mi ero
spaventato.»
Non ebbi neppure il tempo di replicare.
«Cumani, per la miseria!» gridò Krasic al megafono. «Arrivi tardi e fai salotto col tuo
amico?»
«Olè», disse Ermes, e scattò verso il centrocampo.
«Il figliol prodigo!» lo omaggiò Ghebre Iosef. «Si scanni il vitello grasso!»
Vennero distribuite le casacche per la partitella, e il mister lanciò ad Ermes e al giovane
Uossen quelle rosse da titolari. Solo allora mi accorsi che Battelli e Reyes non si erano
presentati al campo.

«Dopo il gol in rovesciata mi ha fatto i complimenti anche Aregai. Hai visto? Non ce l'ha
con me per l'altra volta.»
«Peccato che domenica non puoi giocare.» «Grazie per avermelo ricordato.»
«Non c'è di che.»
«Mi ricordi mio fratello», disse Ermes mentre scendevamo spalla a spalla via della
Conferenza mediterranea. «Anche lui vuole avere sempre l'ultima parola.»
Non me ne aveva mai parlato prima.
«Sta qui anche lui?»
«È tornato in Italia e fa una vita di merda. In banca.»
«Quant'è che non lo vedi?»
«Da quando ha preso la tessera del Partito. Per un po' non ci siamo parlati, poi lui si è
trasferito a Pescara, e adesso ci scriviamo per Natale e i compleanni.»
«Se arrivate a Roma, verrà a vedervi giocare.»
«Se sa che ci sono non viene. Non che m'importi, però ha due figli, e loro li vedrei
volentieri.»
«Qualcosa che ti porta in Italia, alla fine, c'è.»
«I piccoli Cumani di Pescara», considerò sorridendo. Poi cambiò faccia e disse: «Ardito e
Benito, li ha chiamati quello stronzo».
All'incrocio con viale Mussolini vedemmo una lunga teoria di camion scoperti stipati di
militari e irti di baionette inastate. La gente reduce dal discorso in piazza li salutava
agitando bandiere italiane e fazzoletti con i colori della Repubblica associata, ma gli ascari
e i dubat in piedi sui cassoni restavano silenziosi, ignorando le grida d'incoraggiamento
dei civili.
«Ci sono le manovre?» domandò Ermes a un vecchio in camicia nera, e quello rispose
sdegnato che era la colonna in partenza per il Sidamo.
«Che succede laggiù?»
«Non eravate in piazza? Il Primo ministro ha spiegato la situazione molto chiaramente.»
Adesso stavano arrivando camionette cariche di miliziani, e sul radiatore di quella che
apriva la fila era steso uno stendardo nero col teschio e la scritta «Servizio disinfestazione
del Sidamo.» Le seguiva una processione di vecchi carri leggeri, e i mitraglieri portavano
incrociate sul petto bandoliere cariche di cartucce.
«I partigiani del Negus, i musulmani del sultano di Gimma e quelli dell'Ogaden, tutti
sono insorti!» riprese il vecchio mentre si faceva largo un Fiat 634 dell'Esercito che
trasportava la canna d'un pezzo d'artiglieria da campagna. «Hanno occupato gli scali degli
idrovolanti, e si illudono di poterli tenere.»
«Sembra una cosa seria.»
«Siete anche voi un ex combattente, giovanotto?» mi chiese il vecchio.
«Oh no. Però ho fatto la naja nei Cacciatori della Rezia.»
«Allora dovreste iscrivervi alla nostra associazione. Anche i semplici coscritti che hanno
prestato servizio nelle province confinarie possono farlo. E i Cacciatori sono un
reggimento giovane ma glorioso. Colori… Bianco e oro, giusto?»
«Esatto. E fez bianco.»
Ermes ci guardava sbigottito.
«E in che battaglione avete servito, giovanotto?» proseguì l'indagine.
«Ero solo un territoriale», annunciai per non deluderlo. «Battaglione Tiberio.»
«Meglio che stare in ufficio alla compagnia-comando. Ad ogni buon conto, vedere
sfilare i nostri ragazzi è sempre uno spettacolo superbo», disse con la mano a ventaglio
mentre arrivava, a cavallo di robuste Guzzi, un piccolo contingente di bersaglieri che
precedevano il resto del reggimento caricato sui camion. «Quei traditori prenderanno una
bella stangata. La prossima volta ci penseranno meglio, prima di mordere la mano che li
nutre.»
Odiavo deludere gli anziani, così dissi che ne avevamo abbastanza per stendere
chiunque.
«E non dimenticate l'aviazione!» puntualizzò il vecchio mentre ci allontanavamo. «Quei
selvaggi se la sognano, un'aviazione!»
«Vecchio sciroccato», sibilò Ermes. «Scommetto che a casa ha l'album con i colori di ogni
singolo reggimento di Esercito, Marina, Aviazione e Milizia.»
Mi aveva preso una strana euforia: c'era qualcosa nell'aria molto più minaccioso dei suoi
manifesti. Io comunque, nel giro di cinque giorni sarei volato a casa, e tanti saluti a
Farinacci e al sultano del Gimma.
«Però anche tu…» commentò Ermes. «Reggimenti, fez, cacciatori di non so cosa…» Poi
trasalì, e m'indicò un paio di uomini sullo spartitraffico sgombro. Fotografavano i reparti a
cavallo delle «Penne di falco» che sfilavano a sciabola sguainata. «Quello alto non è il tuo
amico fotografo?»
Incredibilmente, poteva avere ragione: quello alto coi capelli fulvi era Andrea Spada.

«Se ve la racconto, mi prendete per pazzo», attaccò il fotografo mentre cercavamo un


posto decente per un aperitivo. «Appena tornato in Italia, la stessa sera, a mia moglie si
rompono le acque. Così. E noi facciamo appena in tempo a far salire la vecchia levatrice
che Ines aveva allertato da mesi. Poi salta fuori 'sta creatura coperta di sangue come un
coniglio, e finché non l'abbiamo lavata e non l'ho vista tutta rosa, mi stavo a sentir male.
Ora però è bellissima.»
«Come l'avete chiamata?» domandai.
«Olimpia», sorrise. «È l'anno giusto, no?» e sfilò dal portafoglio l'immagine della
modella più giovane che avesse mai fotografato.
«Che bella signorina», disse Ermes.
«Vacci piano», scherzò Spada. «Mi hanno detto che ha un babbo geloso.»
«E la mamma?» s'informò premuroso il pistolero Cumani.
«Benone anche lei, grazie. Però non ha preso benissimo che sia ripartito subito.»
«Questa infatti devi spiegarcela.»
«Ricordi le foto di Massaua, Lorenzo? Il rullino con i neri messi al muro e stesi che non
ho consegnato al capitano?»
«Certo. Parla piano.»
«L'ho venduto. Ma non in Italia.»
«E a chi?»
«A un giornale grosso, in America. Sai com'è la vita del free lance. Ho trovato qualcuno
interessato a documentare tutte le porcherie che combiniamo quaggiù noi Italiani.»
«Che giornale è?»
«Life, ti dice qualcosa?»
«Porca lercia», esclamai. «È il settimanale che qualche anno fa scelse Mussolini come
uomo dell'anno!»
«Hanno cambiato idea sull'Italia, e pagano molto meglio di Architettura fascista.
Vogliono altre immagini del casino che si prepara, così eccomi.»
Allora in Italia era ufficiale, che si preparava un casino. «Sono atterrato ieri, e appena mi
accreditano per la zona delle operazioni, parto sulle tracce della colonna fantasma.»
«Con che credenziali conti di viaggiare?» gli domandai.
«Non ti preoccupare, Lore'. Ho una lettera degli americani che ai militari andrà
benissimo. Scritta su biglietti verdi.»
«Proprio vero che la guerra per qualcuno è un rischio e per altri un affare», borbottò
Ermes, e Spada lo guardò storto.
«Sono un padre di famiglia, adesso. Ho un sacco di spese.»
«Be', anche la gente del Sidamo che aspetta i carri armati con le lance in mano, tiene
famiglia.»
«A Ermes, io rischio la galera con una creatura di dieci giorni a casa, e tu che giochi a
pallone mi fai la predica?» lo sfidò Spada. «Mi stavi simpatico, ma sei un moralista del
cavolo», aggiunse risentito, e il calciatore lo guardò come volesse attaccarlo al muro.
CAPITOLO XXXII

«No, señor presidente, non ci siamo affatto. Io gioco solo se vedo il denaro. E qui non ne
vedo», disse Reyes. Indicava concitato il ripiano della scrivania dietro la quale,
imperturbabile, lo osservava Aaron Melchiades. «Sono un professionista, io. Lo sapete che
non gioco per divertimento.»
«Horacio, che discorsi ti metti a fare, adesso», domandò Krasic. «Ci conosciamo da una
vita, noi due.»
«Che fortuna!» esclamò l'uruguagio. «Se non ci conoscevamo, forse oggi giocavo ancora
in Europa.»
«Eri libero di seguirmi o no, e l'hai sempre fatto di tua volontà. Cos'è, ti ho rapito?»
«Potevo giocare in Nazionale», recriminava il mediano a occhi bassi. «Andare ai
mondiali per il mio Paese, e forse quella semifinale con l'Ungheria sarebbe andata in modo
diverso. Magari tornavamo campioni del mondo, con la Rimet in bacheca a Montevideo.
Potevo essere un eroe, e invece guarda dove siamo finiti tutti e due.»
L'allenatore lo fissò mortificato, e al suo posto parlò Nico.
«Ti abbiamo mai negato un premio-partita, Horacio? O forse ti abbiamo offeso in
qualche modo?»
Reyes lo guardò, all'apparenza incuriosito, e scosse la testa. «Oh no. Mica ce l'ho con
voialtri.»
«Allora perché ci tratti in questo modo?»
«Facciamola breve. Se vinciamo arriva un milione a testa, dico bene?»
Aaron mosse un cenno di assenso.
«Vi sto solo chiedendo il dieci per cento in anticipo. Non mi pare una pazzia.»
«No, infatti», sospirò l'allenatore. «Ma il premio si pretende dopo avere vinto, altrimenti
si chiama ricatto.»
«Non ti sento», s'ostinò Reyes. «Sono qui per parlare al presidente e suo figlio.»
«Tu come lo chiami, Horacio?» domandò Nico. «Non è un ricatto?»
«No, si chiama anticipo», protestò Reyes, agitando le mani come per allontanare le idee
sbagliate.
«Giusto», commentò il vecchio Aaron compiaciuto. «Il signor Reyes ha ragione.»
All'inizio pensavo lo stesse prendendo in giro.
«Non è una richiesta così incredibile, vero?» lo guardò l'uruguagio. «Ho sempre giocato
bene, io.»
«Su, facciamola breve e mandiamolo ad allenarsi», sbuffò il Presidente sfilando da un
cassetto una mazzetta di banconote. Poteva essere alta due dita, ed era tenuta insieme da
una fascia di carta sulla quale era già scritto il nome del centrocampista.
Mentre Melchiades la posava al centro della scrivania, Reyes la guardava a bocca aperta
come si trattasse di una reliquia.
«Centomila tonde», disse il Presidente. «Siamo a posto così, Horacio?»
«Oh sì.» Fece per toccare i soldi, ma Aaron lo fermò.
«Solo un momento», lo invitò a pazientare. «Tu che vai sempre alla Tana del ras, sai
mica cosa dicono in giro della partita di domenica?»
«In giro dove?» esitò.
«Dài che mi hai capito. Quei signori che raccolgono le scommesse nei bar.»
«Mala gente che tira a campare», rispose con nobile distacco Horacio Reyes.
«Mettiamo che anch'io voglia scommettere. Non l'ho mai fatto, ma potrebbe essere
divertente.»
«Massi», confermò Nico. «A che quota ci danno, Horacio?»
Anche suo padre stava fissando Reyes con un sorriso indecifrabile.
«Be'… Dicono che sarà l'incontro più combattuto da quando esiste la Serie Africa»,
rispose il mediano senza staccare lo sguardo dalla fascia di carta sulla quale era scritto il
suo nome.
«C'è un mio amico, il signor Turtas, che mi ha raccontato una strana storia. Lui di
scommesse se ne intende e dice che, per qualche motivo incomprensibile, la nostra vittoria
oggi come oggi paga pochissimo. Puntare mille lire su di noi significa riaverle indietro, se
vinciamo, con qualche spicciolo extra. Niente di più.»
«Strano», osservò divertito Nico. «Contando che nessuno è così sicuro di vederci
vincere.»
«Invece, sempre secondo Turtas, la vittoria dell'Audax la pagherebbero due volte la
posta. Come se nessuno si aspettasse di vederli vincere. Tu come lo spieghi?»
«Non saprei», balbettò. «Proprio non ci capisco.»
«Enigmi matematici», sorrise Nico strizzandomi l'occhio. Poi battè una mano sulla
spalla dell'uruguagio e disse: «Grazie per la consulenza. E lì c'è il tuo anticipo».
Per prendere il denaro, Reyes dovette alzarsi e sporgersi sul tavolo. Non appena l'ebbe
riposto in una tasca del suo giubbotto in tela, Nico disse: «Domenica avrai molti occhi
addosso. Prova a fare il furbo in campo, e i soldi che hai in tasca li restituirai piangendo».
Reyes avvampò. «Sono un professionista, io.»
«Bravo», commentò Nico. «Allora vedi di non metterti nei guai, che qualche stagione
davanti ce l'hai ancora.»
L'uruguagio salutò con un cenno imbarazzato e uscì in fretta dalla stanza.
Ascoltammo i suoi passi che scendevano la scala della sede, e solo quando si fu perso
anche l'eco dell'ultimo scalpiccio, Nico disse: «Devo farlo tenere d'occhio, quel figlio di una
disgraziata».
«Non lui», disse suo padre. «Non hai sentito le quote? Oggi chi controlla le scommesse
ci dà per favoriti, così i loro amici come Horacio possono puntare bene sull'Audax. Ma già
da domani le quote si invertiranno: i favoriti diventeranno loro, com'è vero che sorgerà il
sole.»
«Come fai a esserne sicuro?» domandò Krasic sempre più smarrito.
«È che loro a Roma vogliono andarci sul serio.»
«E dunque?» implorò l'allenatore.
«Se vogliono essere sicuri di vedere l'Audax vincere, e quindi di incassare, devono
procurarsi qualche traditore fra i nostri.»
«Forse l'hanno già fatto», aprii bocca per la prima volta.
«Oppure, mettere fuori combattimento qualcuno dei ragazzi prima di domenica», disse
schiaffeggiando il bordo della scrivania.
«E allora cosa facciamo, padre? Come faccio a mettere sotto scorta undici giocatori che
vivono sparsi per la città?»
«Finita la partitella, si va tutti al Mare Nostrum e si esce solo domenica.»
«Come?» domandò Krasic. «I ragazzi? In un albergo di lusso?»
«Tre giorni di ritiro. Come le migliori squadre di professionisti.»
«Ma chi ha famiglia non ne vorrà sapere. E neppure gli altri. Io personalmente preferirei
di no, Aaron.»
«Niente "preferirei", stavolta. Al Mare Nostrum c'è il campo recintato, e una cucina coi
fiocchi. Non ci darà fastidio proprio nessuno.»
«Ma non possiamo segregare degli adulti!»
«Per la loro incolumità possiamo, anche se non vorrei allarmarli. Spiega loro che è una
scelta tecnica. Saranno più sereni che a casa.»
«Senza preavviso, poi», protestò flebile Krasic.
«Non temere», gli sorrise il presidente. «Sarà un'esperienza che cementerà il gruppo, e
so che troverai le parole migliori per annunciare questa decisione ai ragazzi.»

Battelli sembrava tornato in sé. Aveva corso, dribblato e servito Ghebre Iosef con un
paio di traversoni al millimetro, che il centravanti aveva trasformato in elevazione,
incornando il cuoio senza pietà per il giovane portiere della primavera.
Anche Reyes ce l'aveva messa tutta, istigato dagli sguardi dei fratelli Turtas che si era
ritrovato perennemente addosso. Krasic l'aveva schierato fra le riserve, a mo' di
avvertimento, ed Ermes si era destreggiato al suo posto come mediano. I movimenti
difensivi non erano il suo forte, ma ogni volta che la palla era in vista, la aggrediva per
dialogare a centrocampo con Ollio Kabede, o propiziare una discesa di Aregai.
Quando l'allenatore aveva mandato tutti sotto le docce, per un po' erano rimasti chiusi
nel fabbricato degli spogliatoi. Mentre il pubblico sfollava, avevo aspettato di fianco al
pullman insieme ai Turtas e a Saverio. Graziano raccontava le peripezie di un loro cugino
falsario, ignorando a bella posta le grida bellicose e i tonfi di panche rovesciate che
salivano dal fabbricato. Sembravano litigare di brutto, là dentro, ma fra le grida in varie
lingue e i terrificanti inviti alla calma esplosi dal vocione di Kabede, non ci si capiva
niente. Poi la porta si aprì, e il libero Franco Fortuna uscì quasi di corsa indossando solo i
calzoncini. Però rideva.
«Col cazzo, che mi chiudete tre giorni in albergo», protestava. «No-no!»
Waarts e Uoldemicael balzarono fuori ghignando: gli furono addosso in un attimo e lo
sollevarono di peso, per riportarlo dentro.
«Stasera devo vedere una femmina!» protestava il mulatto. «Me l'ha fatto sospirare,
'st'apppuntamento!»
«E non è capacce di aspettarre trre giorni?» gli gridò dietro uno dei nostri responsabili
alla sicurezza. «Se è verro amorre, porrta pazzienza!»
I ragazzi salirono sul pullman. Prima d'andarmene anch'io, gettai uno sguardo distratto
al campo d'allenamento. Ancora non sapevo che non ci sarei più tornato.

Marzia-Mariam si era accoccolata sul divano in modo che le sue ginocchia sfiorassero le
mie cosce.
«Voglio bene a Iosef. Gliene voglio sul serio. Voglio dei figli da lui. Tanti. Figli e figlie.»
«Vi auguro di averne una marea», mugolai. «Una legione intera», e diventavo
lentamente tutt'uno col divano.
«Che hai, Lorenzo? Sembri giù di corda. Ti va di fumare?»
«In effetti», dissi sfilando a fatica il pacchetto di Giubek.
«Dicevo fumare-fumare», sorrise lei. Si alzò e, dentro un unico movimento fluido che mi
proiettò il suo sedere a un palmo dal naso, si sporse sul tavolino a raccattare quanto
serviva. Era un signor culo. Un culo che si faceva dare del voi, sissignori.
«Scusa le spalle, Lorenzo», la sentii ridere. «Non trovo il bussolotto dell'erba.»
Poi, grazie al cielo, lo trovò e tornò ad accoccolarsi in maniera meno conturbante.
«Sei arrossito! E dire che mi hai vista, ormai.»
«Se arrossisco, non mi sono ancora stancato.»
«Non fare il cascamorto», sorrise mentre apriva il bussolotto di legno, e il profumo
dell'erba invase la stanza. «Non ce n'è bisogno con me.»
Qualunque cosa volesse dire, tacqui e restai a guardarla mentre privava un rametto
delle sue cime. Le sbriciolò con cura nel palmo della mano, come l'avevo vista fare a
Sciasciamanna.
Fra la capigliatura partita in trecce, i costumi allegri e la passione per l'erba, poteva
essere la ragazza meno rassicurante che avessi mai conosciuto, ma la semplice idea di
tornare a casa lasciandola in Etiopia riusciva a farmi male.
Per questo ero andato a casa sua, e finalmente glielo dissi.
Ma lei, invece di rispondere, drizzò la schiena e intonò una specie di salmo. Delle parole
non capivo niente, ma la sua voce che cantava in amarico, si inerpicava argentina sulle
note alte per poi scendere di nuovo e prendere un timbro scuro e corposo, in grado di
paralizzarmi.
Pareva un lamento sensuale e insieme una lode che mi costringeva a guardare il futuro,
un avvenire non lontano in cui lei avrebbe cantato per i suoi bambini mulatti, e io non le
sarei venuto in visita nemmeno nel ricordo.
Quando l'ultimo verso si fu spento, Marzia-Mariam riprese a confezionare la sigaretta
d'erba come nulla fosse, e io balbettai che aveva una voce bellissima.
Ringraziò senza guardarmi. «È la mia balia che mi ha insegnato questa preghiera.»
«Era una preghiera?»
«Oh sì. Per domandare perdono di tutto il male che facciamo senza volere, anche alle
persone che amiamo.»
Pensai che aveva in mente solo Iosef e decisi che dovevo andarmene. Mi stavo facendo
del male, a restare lì.
«Lorenzo, lo sai anche tu: la prossima settimana sarai a casa. E nel giro di poco non ti
ricorderai neppure del tuo viaggio in Africa.»
Sì, andare via, bere molto e corazzarsi il cuore. Prima si va, più si beve e meno si soffre.
«Sbagli, sai. Non sono bravo a dimenticare. E in ogni caso, di te non mi scorderò.»
La vidi sorridere e mi carezzò il viso. Lo sentii andare a fuoco, poi accese la sigaretta, e
fu come se in quella fiamma ardesse la certezza della separazione che ci attendeva.
Potevo ritardarla o fingere che non m'importasse, ma la verità era che quella ragazza
diversa da tutte le altre mi aveva fatto scoprire qualcosa su me stesso.
Essenzialmente, ero solo uno stronzo che si era sempre divertito a giocare con le donne
per poi trascurarle. Adesso che provavo a mia volta il dolore di non poter tenere testa a chi
mi piaceva, la mia sconfitta appariva innegabile. Evidente. Certificata.
Forse, se non la guardavo, faceva meno male.
«Fuma. Tocca a te», disse porgendomi fra due dita la sigaretta, ritta in verticale come
una torcia.
«Meglio di no», dissi. «Fa correre troppo i brutti pensieri, quell'erba.»
«Anche quelli buoni», disse lei. Tirò ancora, poi posò la sigaretta sul bordo del tavolino.
«Non c'è neppure un posacenere! Che padrona di casa disastrosa!» scherzò.
Poi si girò verso di me, gli occhi socchiusi come una gatta, e mi sorrise.
«Solo amore, però. Luce e caldo. Senza gelosie o sentimentalismi del cavolo, d'accordo?»
Sarei voluto scappare, invece rimasi dov'ero, muto e pieno di gratitudine.
«Dài, mettiamoci nudi», m'invitò, felice come una bambina ignara di malizie.

«Avete lavorato bene, quest'anno», disse Aaron Melchiades sul prato d'allenamento
dell'hotel Mare Nostrum. I ragazzi erano seduti di fronte a lui formando un arco, come il
pubblico rivolto al palco. «Avete fatto onore al nome del club, e di questo voglio
ringraziarvi dal primo all'ultimo. Domani, però, ci aspetta una partita che racchiude il
senso vero di tutta la stagione. Vorrei chiedervi di vincerla, e spiegarvi tutto quello che
significherebbe per me, per voi e per la gente. Ma lo sapete molto bene, contro chi
dobbiamo giocare domani, e preferisco dirvi che perdere significa portarsi addosso per
sempre un fardello pesante. Quello del rimpianto. E voi siete tutti troppo giovani. Anche i
signori Krasic e Aregai.»
Pardo rise alla battuta, e mi accorsi che fino a quel momento nessuno aveva fiatato.
«Qualcuno di voi sa già cosa si prova a vincere lo scettro di Salomone: significa ottenere
il rispetto che ognuno di noi meriterebbe, e che ogni giorno ci viene negato. Iohannes, poi,
sa anche com'è vincerlo due volte, lo scettro, e si ricorderà che ai vecchi tempi gli arbitri
erano anche peggio di adesso. Insomma, vi chiedo novanta minuti da leoni, e in cambio vi
prometto che i vostri nomi non saranno mai dimenticati.»
Per un po' nessuno disse niente, poi Krasic indicò il cielo e disse: «Non lo sentite?
Chiudete gli occhi, allora. È una specie di ronzio che sale, vero? Non capite cos'è? Be', ve lo
dico io. È l'aereo che sta arrivando per portarci a Roma».
«Sì!» sorrise Pardo fissando le nuvole. «È un grande uccello di ferro con scritto sopra Ala
Littoria!»
Un ragazzino della primavera domandò qualcosa in amarico, e Aregai cominciò con
voce dolce quello che sembrava un racconto.
Bianchi e neri lo ascoltavano a occhi chiusi.
Solo Ollio Kabede scrutava il cielo di Addis Abeba con i suoi grandi occhi pieni di
timore.

«Sarò allo stadio anch'io, domani», disse Luigi di Milano. Era stato Ermes, segregato al
Mare Nostrum, a pregarmi di raggiungerlo e di portargli quel suo cavolo di messaggio.
«Ho il San Giorgio nel cuore, e vedere quello sciagurato baffone in campo, sarà tutta da
ridere.»
«Ma lui mica gioca.»
«Che dici? Se sta benissimo!»
Un vero esperto.
«Ha ancora sulla groppa una giornata di squalifica.»
«Ah, pensavo giocasse. Ma sei sicuro?»
«Cento per cento.»
«Vorrà dire che ci penserà Aregai. Come al solito.»
Mi diede l'idea che della partita gliene importasse poco.
«È insomma, Ermes cosa dice?»
Eravamo seduti al bar Derby, stracolmo di gente chiassosa, e quell'antipatico pendeva
dalle mie labbra. Qualunque cosa significassero, era il momento di riferirgli quei versi che
somigliavano tanto a un messaggio in codice.
«Dice che si sta come d'autunno sugli alberi le foglie», sussurrai, e il Milanese strinse i
pugni.
«Ho capito», disse. «Torna da lui, adesso, e digli che il cielo s'illumina d'immenso.
Capito bene? Il cielo s'illumina d'immenso.»
Ancora una volta, mi trattava come fosse il mio capo.
«Guarda che non sono un fattorino», misi in chiaro. «Sto andando al mio albergo, non
da Ermes. Perché non gli telefoni?»
«Pellegrini… Ci sei dentro quanto me, e fai i distinguo?»
«Dentro a cosa? Non so neppure chi sei!»
«Appunto. Sii prudente. Ti conviene, e soprattutto è la cosa giusta da fare.»
«Io sono qui per scrivere di calcio. E non ho la minima idea di cosa abbiate in testa
voialtri.»
«Se ti calmi, te lo dico», sorrise. «Sarà come una festa. Cadranno dal cielo migliaia di
volantini del CLAOR, domani. Lo stadio ne sarà sommerso. E in tribuna non potranno
farci niente, perché gli unici aerei in grado di bloccare il nostro Farman sono tutti
impegnati nel Sidamo. Non è un bello scherzo?»
Avrei dovuto preoccuparmi, invece pensai che così avevo qualcosa di sensazionale da
scrivere.
«Così è bella davvero», ammisi. «E nessuno si farà male.»
«Sempre che il pilota riesca a toccare terra nel punto stabilito. Lui sì che rischia grosso.
Ma porteremo a casa anche lui, e Farinacci resterà a bocca aperta.»
«Credo di sì», concordai. «Un'azione dimostrativa spettacolare.»
«Esattamente, amico mio. Ora però vai da Ermes. Sai quel che devi dirgli.»

Arrivò la domenica della partita e io mi sentivo come da citino, a otto o nove anni,
quando giocava il Bologna al Littoriale e già a metà mattina mi incamminavo con mio
padre lungo il portico di via Saragozza. Sciamavamo in mezzo ad altre centinaia di
persone ansiose di vedere il concittadino Biavati prodursi nel suo celebre doppio passo, per
poi servire con naturalezza la «testina d'oro» dell'uruguagio Puricelli.
Nel giro di sei anni avevamo vinto ben quattro scudetti, e mister Weisz aveva guidato la
squadra a uno storico trionfo contro i maestri del Chelsea che ci aveva imposto
all'attenzione del mondo.
Andavamo allo stadio tutti insieme a sostenere i nostri beniamini invincibili, gli stessi
Schiavio e Sansone e Fedullo stampati sulle figurine-premio del cioccolato Zaini che
portavo scaramanticamente con me, e non avevamo bisogno di nient'altro.
Poi l'invasione del Nord e quei diciotto mesi da sfollati a San Sepolcro, lontani dal
fronte.
Se nell'estate del '44, una volta tornati a casa, odiavo i Tedeschi e i Francesi, era
soprattutto perché ci avevano fatto saltare due campionati interi, sostituiti dalle tristi
coppe belliche per squadre regionali.
E anche se poi avevamo vinto la Nostra guerra e sventolava il tricolore a Nizza, Ponte
sull'Eno e Villaco, il Bologna non era tornato più quello di prima: Schiavio gestiva il suo
negozio di articoli sportivi, ormai, Biavati era calvo e irrimediabilmente oltre la trentina, e
Puricelli vestiva la casacca rossonera del Milano. Le facce nuove Gino Cappello e
Cervellati ce la mettevano tutta, ma lo scudetto non si era più fermato in città, e qualcuno
diceva non sarebbe mai più accaduto.
Svanito l'incanto iniziale, al ragazzo che ero diventato non restava che inseguirne il
ricordo, frequentando i rettangoli di gioco per scrivere dell'unico sport capace di
emozionare i giovani di tutte le latitudini. Prima sui campi nebbiosi di provincia, a San
Lazzaro, Casteldebole e Molinella, poi in Serie A e adesso ad Addis Abeba, una città-
foresta ai limiti del mondo calcistico, dove una squadra che i suoi detrattori chiamavano
«pigiama» mi emozionava come fosse la mia.
CAPITOLO XXXIII

Nel momento esatto in cui Iohannes Aregai toccò il primo pallone, metà dello stadio
Nuovo Fiore prese a scandire il suo nome sopra un diluvio di applausi, mentre l'altra metà
ribolliva sorda, imitando in coro il verso delle scimmie.
Il capitano portò palla in diagonale, si fermò e invitò gli uomini in neroceleste a farsi
sotto.
Ci provò il loro mediano, ma Aregai lo indusse alla scivolata danzando attorno al cuoio
immobile, e ripartì palla al piede. Alzò gli occhi a cercare Ghebre e, visto che pareva
bloccato da un raddoppio difensivo, esplose da fuori area un destro a incrociare che il
portiere Omiccioli riuscì in extremis a deviare oltre il palo.
Il tentativo fu sommerso dagli applausi della curva alla mia sinistra, che pareva un
campo di fiori gialli, sul quale sventolava una grande bandiera con il profilo del santo
intento a trafiggere il drago. Alla recinzione era affisso un grande telo rosso sul quale
erano state cucite alla meglio lettere di stoffa che formavano la scritta «Brigata Pigiama».
«Riprovaci, capitano! Facciamogliene uno subito, a 'ste merde!» gridò Ermes con le mani
a megafono.
Era fuori di sé per la tensione, e non gli importava che a pochi metri da noi, appena
dietro il cordone di giovanotti della Guardia, ci fossero Farinacci, Bontempi e il resto degli
uomini che facevano il bello e il cattivo tempo nel Corno d'Africa.
«Dài, dài, dài», si sgolava. «Facciamoli piangere! Spacchiamo una volta per tutte le corna
che hanno in testa!»
«E contieniti un po'!» lo rimproverò Nico dalla mia destra.
Ero fra due fuochi, e in tutto il catino all'ombra della grande torre in mattoni, ormai era
salita una febbre che nessuna parola ragionevole avrebbe potuto fermare.
Aaron Melchiades era qualche fila avanti a noi, in mezzo ai veterani del suo circolo.
Subito prima del calcio d'inizio, il commissario Arienti era uscito dal recinto delle autorità
per andarlo a salutare, e si erano scambiati una stretta di mano che non doveva essere
passata inosservata a Bontempi.
Ne distinguevo l'alto berretto militare, due palmi più su della bustina coperta di greche
e fregi del Primo ministro Farinacci. Provai a immaginarmi le loro espressioni quando il
Farman sarebbe apparso e, girando lento sopra lo stadio, avrebbe lasciato cadere una
miracolosa nevicata di parole.
Controllai la balaustra della torre alle nostre spalle: i tiratori scelti della polizia erano al
loro posto. Avessero aperto il fuoco sull'aereo coi loro Beretta modello 3, in tribuna si
sarebbe scatenato il panico. O forse a centinaia avrebbero tirato fuori le rivoltelle, e contro
il Farman sarebbe stato esploso di tutto, anche i colpi a salve dei moschetti da balilla.
C'era da farsi venire i brividi, ma Ermes seguiva l'incontro senza staccare gli occhi dal
campo, e decisi che avrei fatto bene a imitarlo: per preoccuparsi, restava tutta la vita.
«Bravo così, Tommy! Non farti mettere in gabbia!», incoraggiava Claypool, che aveva
intuito il movimento della difesa avversaria e portava palla verso il centro. La toccò corta
per Ollio Kabede, lui resistette a una carica di Ducas e servì d'esterno Battelli, libero sulla
fascia destra.
«Facciamogli girare la testa, sì!» approvò mentre si levava un fremito d'entusiasmo per
la manovra. L'ex esaurito Battelli corse caracollando palla al piede finché vide spazio
avanti a sé, poi dovette distinguere l'ombra di Aregai che gli veniva incontro, e le affidò il
cuoio. Il capitano lo raggiunse anticipando due difensori sul gesso dell area, Provò a
girarsi una prima volta verso l'interno ma trovò la strada chiusa. Allora tentò dall'altra
parte, ma lo stopper non abboccava alla finta, così restituì palla a Battelli e subito la
chiamò indietro.
Quelli si sbilanciarono, Aregai si abbassò all'improvviso come se qualcosa l'avesse
colpito in testa e passò in mezzo a loro con la palla incollata al piede. Ormai solo, il
portiere Omiccioli uscì a valanga per chiudergli la visuale della rete. In tribuna avresti
sentito cadere uno spillo.
«Dalla a Ghebre!» gridò Ermes con voce soffocata e, un batter di ciglia prima che il
numero 1 dell'Audax gli franasse addosso, Aregai alzò un pallonetto al rallentatore per il
centravanti. Ghebre Iosef avrebbe avuto tutto il tempo di appoggiarla in rete d'interno, in
sicurezza, ma preferì lanciarsi in avanti e incornare in tuffo. Colse la palla con la fronte,
perfettamente parallelo al terreno, e quando ricadde sulla propria ombra lo stadio era già
in visibilio.
«Sì, maledetti!» gridava Ermes paonazzo, abbracciandomi fino a togliermi il respiro, e
intanto saltava sulla gradinata in cemento come volesse sbriciolarla coi piedi.

Alla mezz'ora del primo tempo, ancora nessun aereo aveva solcato il cielo sopra lo
stadio Nuovo Fiore. Ignari di tutto, e sfibrati dalle continue discese del San Giorgio sulle
fasce, i tifosi nerocelesti parevano assatanati contro Ducas e il resto della compagnia,
colpevoli ai loro occhi di non avere ancora segnato. Nascosti dal loro striscione, i teddy
boys nel parterre avevano acceso una dozzina di torce nautiche tutte insieme, e anziché
ondeggiare sottobraccio come facevano prima, ora quei pallidi legionari a torso nudo
sembravano confusi. I cori, lanciati da settori diversi, si sovrapponevano, e solo i boati
delle bombe-carta parevano ridestare il loro orgoglio.
Quanto a noi, toccando ferro, sembrava avessimo la partita in pugno. Un raddoppio
veloce poteva essere il colpo del kappao. Gli uomini dell'Audax lo sapevano e si
difendevano tutti insieme, trincerati nella loro metà campo, e vedevo Krasic gesticolare
dalla panchina facendo cenno di sveltire il gioco. Forse anche lui tremava, come me, ogni
volta che la trama di passaggi raggiungeva Reyes e quello esitava un attimo di troppo
prima di servire a sua volta un compagno, oppure tentava il passaggio più ovvio.
Incertezze cui il pubblico, per ora, non dava peso.
«Traditore! Figlio di una disgraziata!» ringhiò Nico. «Nello spogliatoio mi sentirà!»
«Forse non l'ha venduta», ragionò Ermes ad alta voce. «Forse vuole soltanto mostrare a
quegli altri che non s'impegna.»
«Se crede che faccia differenza, non ha capito come gira il mondo.»
Anche i ragazzi in campo si erano accorti di qualcosa, perché vidi Aregai far cenno a
Kabede di non servire più Reyes. Ormai giocava fuori da ogni schema, lasciando un
corridoio spalancato al centro del campo, e al quarantesimo tutto lo stadio lo vide farsi
anticipare goffamente da Ducas e inseguirlo senza convinzione.
Il capitano neroceleste si inserì in profondità, e Reyes restò a guardarlo mentre serviva
Ibarra. Il centravanti, contrastato da Fortuna, ci arrivò con la punta del piede e restituì il
cuoio a Ducas. L'uruguagio lo lasciò andar via, e quello sparò a colpo sicuro da pochi
metri.
L'arbitro Dalla Vida indicò placido il centrocampo, e il settore delle autorità ondeggiò
come per una scossa sismica.
«Gol!» gridò una voce metallica portata dagli altoparlanti. «Gol! Gol! Gol!»
«L'ha venduta, sì», gemette Ermes. «L'ha venduta, il pezzo di merda.»
Mentre Ducas correva a raccogliere la palla dal sacco, i nostri difensori fissavano
annichiliti Horacio. L'uruguagio si limitava a stringersi nelle spalle e, nell'esultanza
selvaggia di mezzo stadio, non tanti fecero caso a Tommy Claypool che prendeva la
rincorsa e gli mollava un ceffone a mano aperta.

Ancora prima che l'arbitro fischiasse l'intervallo, Aaron e Nico avevano preso la via
degli spogliatoi insieme ai fratelli Turtas.
Ermes sembrava ammutolito, e io cercavo invano di attirare l'attenzione d'un venditore
di bibite: nella calca di gente che si era alzata per andare ai bagni era semplicemente
impossibile muoversi, e i cori di nuovo compatti intonati dalla curva dell'Audax
riempivano l'aria.
«Ma guarda chi c'è!» disse Ermes schiaffeggiandosi una coscia. Mi voltai anch'io verso la
scaletta in cemento che immetteva nel nostro settore, e quando vidi Toros e il Livornese in
abito intero, con i Borsalino in testa e due accrediti-stampa appesi ai baveri delle giacche,
mi tornò in mente il Farman.
«È tutto in ordine», bisbigliò Toros, poi volle stringermi la mano. Quell'altro, il pizzaiolo
colombofilo, faceva finta di non vedermi. Meglio così.
Dopo un saluto formale, Ermes non li calcolò più. Gli altoparlanti diffondevano Faccetta
nera cantata dagli orfanelli del Piccolo coro della Consolata, e quei due si installarono in
silenzio vicino a noi.
Dovevano essere venuti per godersi lo spettacolo a un passo dal settore autorità, e il loro
stile temerario mi inquietava.
Sulla torre alle nostre spalle c'erano sempre i poliziotti con i Beretta 3.
Da lassù, sarebbero stati i primi a distinguere il profilo del biplano volteggiare sopra lo
stadio.
Non appena i giocatori rientrarono in campo, Ermes li indicò e disse: «Guarda! Reyes
non c'è!»
Contai e ricontai: gli uomini in maglia a strisce erano nove, dieci con Ofer.
L'arbitro non aveva ancora fischiato la ripresa delle ostilità quando Aaron e Nico fecero
il loro ritorno, ma con loro non c'erano i Turtas.
«A posto», garantì il presidente. «Abbiamo giocato il primo tempo dieci contro dodici,
adesso vediamo se le cose migliorano.»
«Dov'è?» domandai.
«In spogliatoio. Graziano e i fratelli lo stanno aiutando a far la doccia.»
Il calcio d'inizio spettava all'Audax. Adesso manovravano in undici insieme,
scambiando stretto senza rischiare ed evitando i duelli uno contro uno. Waarts e Fortuna
inseguivano ogni pallone, sempre più frastornati da quei tocchi di prima, e Ducas
sembrava più prudente. Sapeva troppo bene come sfruttare il vantaggio numerico, e anche
se Pardo e Uoldemicael correvano in anticipo a chiudere i buchi, l'Audax stava lentamente
spostando il baricentro del gioco verso la porta di Ofer.
«Dobbiamo velocizzare», disse Ermes. «Segnarne un altro prima che ci stanchino
troppo.»
Ci costringevano a giocare bassi, schiacciati all'indietro, e solo l'abilità dei ragazzi nel
palleggio aereo teneva a galla la squadra. Ogni volta che riuscivamo a innescare il
contropiede, Aregai e Kabede non trovavano nessuno da servire: sulle fasce, Battelli e
l'Inglese erano marcati a uomo, mentre mediano e stopper dell'Audax ingabbiavano
Ghebre come due carabinieri.
Intorno al decimo, però, il promesso sposo di Marzia-Mariam se li scrollò di dosso ed
effettuò un taglio veloce. Aregai lo vide e lo servì con un passaggio a filo d'erba che finì
sugli scarpini del centravanti, ma lo stopper dell'Audax gli rubò palla in scivolata e il
mediano calciò subito oltre la linea del centrocampo. Saltarono in due o tre, e da quel
groviglio multicolore la palla finì direttamente sui piedi di Cesare Ducas.
«No, cazzo», gemette Ermes mentre il capitano dell'Audax si lanciava verso l'area,
protetto da Ibarra che correva sgomitando per tenere lontano Waarts.
I nostri terzini gli si fecero sotto insieme, come due fessi dai facili entusiasmi. Quello
finse di volerli passare in serpentina, invece l'allargò d'esterno per Ibarra che ebbe il tempo
di caricare il tiro a testa bassa. Ofer si tuffò a braccia larghe, ma il cuoio lo infilò sulla
sinistra, fece risuonare il palo e gonfiò di nuovo la rete.
«Audax due, San Giorgio uno. A noi, a noi, Ad-dis A-be-ba!» proclamò la solita voce
diffusa dagli altoparlanti, mentre nella curva neroceleste i teddy boys franavano gli uni
sugli altri, e Ducas correva minaccioso insieme a Ibarra verso lo striscione della «Brigata
Pigiama».
I tifosi del San Giorgio erano montati a cavalcioni della balaustra, adesso, e facevano
cenno ai due di avvicinarsi. Fermo in mezzo alla pista d'atletica, Ducas si esibì in un
plateale gesto dell'ombrello, poi allargò un cenno a indici puntati per specificare che era
diretto a tutta la curva.
Intorno a me, i vecchi soci del circolo Arada si rannicchiarono sui seggiolini con la testa
fra le mani, e il commendator Fiore piangeva.
«Non è ancora finita!» ringhiava Ermes. «C'è tutto il tempo!»
«Penso che dobbiamo andare», gli disse Toros. «È finita, ormai.»
Ermes gli mostrò il pugno chiuso e annunciò con una strana voce allegra: «Io resto. Si
aspetta il novantesimo».
«Con due gol da segnare e dieci uomini in campo?» domandò Toros. «Sono un giocatore
anch'io.» Poi si corresse: «Lo sono stato abbastanza a lungo per capire quando non c'è più
speranza».
«Pensavi davvero così quando giocavi? Allora hai fatto bene a smettere.»
«Va' all'inferno! Aspetto altri cinque minuti», poi controllò l'orologio e lo mostrò a
Ermes. «Cinque!» ripeté, e tornò al suo posto.
«Cosa ancora?» sussurrai al mio amico. «Arriva o no, 'st'uccello?»
«Arriva, arriva», sospirò lui posando una mano sulla mia spalla. Era come se parlasse
con la voce di un altro, ebbra e quasi strozzata. «Sta' tranquillo che ne avrai, da scrivere.»
Poi m'indicò uno dei ragazzi della Brigata Pigiama che si lasciava cadere sulla pista e
partiva di corsa verso Ducas e Ibarra che rientravano in campo applaudendo verso il
settore delle autorità.
Dalle gradinate salì un fremito: stavano guardando tutti il ragazzo che si avvicinava a
falcate larghe alle spalle dei due giocatori, ma non era interessato a loro. Sfilò da sotto la
cintura un drappo coi colori dell'Etiopia indipendente, lo mostrò al pubblico, e il plotone
di Camicie nere schierate sotto la tribuna partì di corsa entrando in campo dal varco fra le
due panchine. Per fortuna Ofer fu più lesto. Acchiappò il ragazzo per le spalle e quello
rimase per un attimo coi piedi staccati da terra, poi il portiere lo prese sottobraccio come
fosse un amico incontrato per caso, e tutti lo vedemmo mentre gli indicava il settore dove
avrebbe fatto meglio a tornare
Lo colpì con un buffetto sulla spalla e lo invitò a far sparire la bandiera sotto la maglia,
ma in quella si trovarono addosso Ducas e Ibarra. Volarono calci addosso al ragazzo,
allora Ofer gli cinse daccapo le spalle intimando agli avversari di tenersi lontani. Quando
arrivarono le Camicie nere, però, glielo strapparono letteralmente dalle braccia. In due lo
trascinarono per i piedi fuori dal campo, e sulla pista gliele suonarono tutti insieme con i
manganelli, incoraggiati dalla curva neroceleste che tuonava il suo lugubre «Uc-ci-de-te-
lò!»

Aregai aveva smesso di aspettarsi colpi di genio da parte di Claypool e Battelli. Adesso,
appena Kabede gli serviva palla, si lanciava in solitaria verso la porta, lontanissima sotto la
curva dei teddy boys.
Verso metà della seconda frazione saltò Ducas e infilò due uomini in serpentina. Una
decina di metri alla sua destra, come una rasoiata che tagli il campo in verticale, vide
l'ombra di Uoldemicael lanciato dalle retrovie come un centometrista, e d'istinto lo servì
lungo. Il cuoio prese un effetto quasi fatato, si allargò a centrocampo per poi chiudere la
sua virgola tre passi avanti al terzino in corsa. Avesse tirato subito, senza pensare,
probabilmente avrebbe sfondato la rete, o la traversa, invece agganciò la palla in maniera
maldestra. Uno dei centrali avversari gli fu addosso, e lui si trovò la via della porta chiusa
all'improvviso. Esitò, fintò un dribbling e quello gli toccò via la palla, esiliandola nella
zona morta a ridosso delle panchine. Battelli raccolse, crossò senza aspettare verso il
dischetto del rigore, e Ghebre Iosef si levò in mezzo alle maglie nerocelesti come un
demone marino dai flutti. Stava per colpire di testa a tre metri dal suolo, quando si vide la
sua maglia deformarsi e risucchiarlo verso il basso.
«Rigore!» gridò Nico. «L'hanno tirato giù!»
Il promettente traversone di Battelli uscì dal campo senza che nessuno riuscisse a
sfruttarlo, e i difensori dell'Audax erano già chini su Ghebre invitandolo a rialzarsi senza
fare storie.
Persino i vecchi del circolo Arada erano indignati al punto di strillare, mentre il
guardalinee più lontano correva verso l'arbitro. Voleva esporgli la sua versione, ma Dalla
Vida scosse la testa, si tirò il fianco della giacchetta e indicò il dischetto.
Ermes mi colpì sulla spalla e disse: «Adesso Aregai manda in rete anche il portiere!»
Poi Dalla Vida si avvicinò a Ghebre Iosef disteso immobile sull'erba, scambiò due parole
con lui e fece cenno alla panchina che entrasse il massaggiatore.
Ci volle un po', prima che riuscissero a portarlo fuori dal campo, perché la barella
inspiegabilmente non arrivava.
Quando Aregai poté finalmente depositare il cuoio sugli undici metri, l'intera curva
dell'Audax era premuta a ridosso della recinzione. Migliaia di uomini a torso nudo, aizzati
fino all'istante prima dal portiere Omiccioli, si davano da fare per imitare tutti insieme una
tribù di scimpanzè, e Iohannes si batteva la tempia con l'indice. Si allontanò di due passi,
ma Ducas prese ad agitarsi.
Secondo lui, qualcuno del San Giorgio aveva un piede dentro l'area.
«Sta per venirmi un infarto», disse Ermes.
Dalla Vida strillò qualcosa in faccia al capitano dell'Audax, poi si girò verso Aregai e
fischiò.
Il capitano partì a testa bassa e subito sulla pista d'atletica alle spalle del portiere ci fu un
lampo di luce, bianchissimo. La deflagrazione che seguì fece gettare d'istinto alcuni
giocatori a terra. Aregai aveva appena toccato la palla, e anche lui si guardava intorno
confuso.
Dalla pista saliva un pennacchio di fumo scuro, e mentre tutti cercavano di capire quale
effetto avesse avuto l'esplosione sull'incontro, Dalla Vida indicò ottusamente la palla
ancora in movimento: il rigore doveva considerarsi calciato regolarmente.
«Che storia è?» si sgolava Ermes. «Una bomba, hanno tirato!» Mentre Aregai protestava
con l'arbitro, il portiere Omiccioli raccolse sbigottito il pallone e lo rinviò oltre la linea di
centrocampo.
Nel giro di un istante, vedemmo Aaron che puntava il settore delle autorità insieme a
suo figlio. Aveva la faccia di un uomo esasperato, e le sue labbra erano talmente serrate
che non si vedevano più.
Senza pensare alle conseguenze per la mia carriera, volli unirmi a loro.

«Così è inammissibile, però», continuava a dire Nico. «I vostri tifosi hanno creato un
clima di intimidazione. Avete visto il rigore? Adesso la partita è falsata!»
«Per due botti!» minimizzò Bontempi. Gli ridevano anche i baffi. «Se non lasciamo che
questi ragazzi si sfoghino allo stadio… Lavorano tutta la settimana, loro, mica come i
vostri scioperati», disse indicando la curva di sinistra. «Rischiamo il contagio, in questo
stadio.»
«Non vedo perché infierire, Governatore», disse il commissario Arienti. «Non è
sportivo, da parte vostra.»
«Sapete bene che, per parlare di sport, bisognerebbe essere fra gentiluomini», chiosò
Aaron ad alta voce.
«Cosa insinuate, Melchiades?» domandò Bontempi piccato.
«Oh, il barone De Coubertin sarebbe fiero di voi», gli rispose Aaron. «Prima corrompete
un nostro giocatore, e poi fate esplodere ordigni a bordo campo!»
«L'arbitro ha solo applicato il regolamento», spiegò Arienti mortificato. «Non c'è
nessuna regola che prescrive di ripetere il rigore se l'arbitro non lo ritiene opportuno.
Sarebbero le autorità responsabili della pubblica sicurezza a doversi preoccupare se certa
gentaglia entra allo stadio con torce nautiche e bombe-carta.»
Bontempi fece orecchie da mercante.
«E così, caro commissario, voleremo insieme a Roma. E ci sarà anche il nostro amico
Pellegrini. Ce lo farete un bell'articolo stavolta, camerata?»
«Di fantasia», gli risposi, e lui mi guardò con odio.
«Lingua lunga voi. Ma state attento.»
I seniori della Milizia mi guardavano ormai colmi di pena, e Bontempi aggiunse: «Non
conoscono il rispetto, questi giovani».
Stavolta non replicai. Dopo un timido saluto, filtrai nuovamente attraverso il cordone di
uomini della Guardia, deciso a recuperare il mio posto.
Quando ci arrivai, di Ermes, Toros e del Livornese non c'era più traccia. Se vederli
arrivare mi aveva inquietato, la loro sparizione in simultanea poteva preoccuparmi sul
serio.

Il grande orologio del tabellone segnapunti lasciava ormai meno di dieci minuti utili,
quando Claypool si lanciò al galoppo palla al piede lungo la fascia sinistra. Saltò un primo
uomo sul filo del fallo laterale, poi portò palla fino alla trequarti mentre Aregai, Battelli e
lo zoppicante Ghebre Iosef si davano da fare per liberarsi.
Ducas entrò a gamba tesa, l'Inglese vide il capitano vicino e riuscì a servirlo prima di
franare a terra stringendosi il polpaccio.
Aregai non aspettò che dalla curva avessero il tempo di tirare qualcos'altro: si aggiustò
la palla e calciò al volo di collo pieno.
Omiccioli si distese in un tuffo vano, il cuoio si piantò contro il secondo palo, rimbalzò
in area e Battelli lo appoggiò dentro in corsa.
Due pari.
Avevo signore ingioiellate appese alle spalle e il commendator Fiore ballava con la figlia
più giovane in braccio, coperti da un tripudio di stelle filanti lanciate dai più giovani.
«Dài, dai, che ne serve ancora uno!» esortavano i più accorti, ma gli altri, quelli ignari
della differenza-reti, credevano di avere già raddrizzato la situazione.
Aregai raccolse la palla in rete, la portò di corsa a centrocampo inseguito dai compagni
e, prima di posarla, la baciò. Non sorrideva, e non salutò il pubblico. Solo, batteva le mani
invitando quelli dell'Audax a riprendere il gioco in fretta.
Sembravano coesistere, in lui, una estrema lucidità e una corazzatura invisibile, da figlio
e nipote di guerrieri, che gl'impediva di lasciarsi andare ai sentimenti prima della fine
della battaglia.
I nerocelesti ripresero il solito gioco di passaggi stretti, ma anche con un uomo in più, e
il nostro centravanti in difficoltà, i più stanchi sembravano loro.
Dopo un paio d'azioni a vuoto, Pardo riuscì a rubar palla a Ibarra, e partì con una
progressione impressionante che scoraggiò gli avversari più vicini. Nel cerchio di
centrocampo gli si fece sotto Ducas. Davide fintò il passaggio, quello abboccò, e lui ripartì
sbilanciandolo. Ducas iniziò a inseguirlo, dapprima gesticolando come una marionetta e
poi sempre più deciso. Ghebre Iosef e Aregai chiamarono il pallone insieme e il prodigio
accadde sotto i nostri occhi: Pardo servì d'interno Aregai, lui danzò sul filo dell'area fra
due difensori, poi strinse la palla fra i tacchi degli scarpini e la sollevò a mezz'aria.
Lo vedemmo aprire le braccia ed effettuare un saltello da danzatore sulla gamba
sinistra, girando il torso verso la tribuna come per salutarci, e intanto con l'altro piede
caricava il tiro.
I difensori fecero appena in tempo a coprirsi il volto. Il suono secco diede l'idea che il
cuoio fosse esploso, invece si abbatté intatto sulla parte bassa della traversa, e rimbalzò
come una sprangata nel profondo del sacco.
Secondo il grande orologio del tabellone, allo Stadio Nuovo Fiore mancavano tre minuti
e mezzo alla fine dell'incontro. Ci abbracciavamo tutti in un tripudio di coriandoli e stelle
filanti, e Nico si fiondò fra noi esultando fuori controllo. Qualcuno gridava «È finita!», e
mentre dalla curva si levava quasi incredulo il coro «Ke-dus, Ke-dus», arrivò Aaron con i
Turtas.
Mi strinse la destra fra le mani e si appoggiò con dolcezza alla mia spalla. Singhiozzava,
e anch'io avevo gli occhi pieni di lacrime.
CAPITOLO XXXIV

Iohannes Aregai salì a fronte alta la scalinata centrale della tribuna e andò a ricevere i
complimenti di circostanza del Primo ministro Farinacci. Dopo toccò al terreo Bontempi
congratularsi con il capitano del San Giorgio e, uno a uno, ai seniori della Milizia e ai
ministri della Repubblica associata.
Poi si volse al commissario Arienti che gli presentava un cofanetto di velluto rosso
simile alla custodia di uno strumento musicale. Il capitano lo aprì, ne estrasse lo scettro di
Salomone e lo guardò quasi intimorito. Ringraziò il commissario e, per la terza volta da
quando esisteva la Serie Africa, ne sollevò il trofeo verso il suo pubblico.
La curva neroceleste si era svuotata in fretta, ma il resto dello stadio era ancora gremito
e persino i venditori di bibite piangevano commossi, finalmente seduti sulle gradinate.
L'avrebbero raccontato ai nipoti, del giorno in cui il Kedus aveva ribaltato la partita
decisiva e l'intera squadra aveva fatto il giro del campo a torso nudo, con la bandiera del
Santo e lo scettro che passava di mano in mano.

«Brinda con noi, Lorenzo!» gridò Nico passandomi una bottiglia di spumante. Nello
spogliatoio ne stavano girando una dozzina, e ormai per terra si era formata una patina
uniforme e scivolosa.
Bevvi mentre i ragazzi saltavano sulle panche e s'innaffiavano a vicenda, poi passai la
bottiglia a Graziano Turtas. Saremo stati una trentina, là dentro, e m'inorgogliva essere
l'unico giornalista.
«Cam-pio-ni!» dirigeva i cori Davide Pardo, rimasto in mutande dopo aver lanciato
tutto il resto ai tifosi, e Nico disse di sbrigarsi a mettere le tute, ché nel giro di venti minuti
eravamo attesi nella sala delle cerimonie.
«È già qui la cerimonia!» dichiarò Fortuna versandosi in testa lo spumante.
«Parlo sul serio. Ci aspettano nella sala al primo piano della torre.»
«Che ci andiamo a fare, Nico?» gridava Battelli.
«È vero», lo appoggiava Tommy Claypool. Si era diviso i capelli in due trecce con i
laccetti delle scarpe, e sollevando la sua bottiglia gridò: «Non sarà mai più così bello».
«Fate l'ultimo sforzo», si raccomandò Nico. «Sono previsti un brindisi e due parole del
commissario alla squadra vincente. È una brava persona, e non vorrei scontentarlo proprio
ora.»
Waarts e Kabede lottavano per gioco sul pavimento lurido, e Uoldemicael faceva da
arbitro. Nico li guardò, sorrise scuotendo la testa e si fece allungare una bottiglia.
«Evviva, Lorenzo!» mi venne incontro Aregai. Il suo torso sembrava scolpito nel legno.
«Complimenti! Gran partita!»
«Sì, ma quando ho capito cosa stava facendo Reyes, ho pensato che eravamo caduti in
basso. Non era mai successo prima.»
«Peggio per lui», disse Nico. «Non fartene un cruccio.»
Battelli e Pardo tentarono di coinvolgerlo in una danza di gruppo, ma il capitano si
schernì e andò a rintanarsi fra i ragazzi della primavera, che lo riempivano festosi di
domande.
Lo scettro era saldamente fra le mani di Aaron, che assisteva a ogni cosa sorridendo in
silenzio, le spalle addossate alla parete in mezzo a due dei fratelli Turtas.
«Sul serio, adesso!» disse suo figlio battendo le mani. «Lavatevi di dosso l'odore di
spumante e infilate le tute.»
Ermes non era nello spogliatoio, e sullo stadio non era passato nessun Farman. Mi dissi
che forse il cielo che s'illumina d'immenso non c'entrava con l'aereo. O il piano era andato
a monte, o Ermes e il Milanese mi avevano usato come staffetta per qualcosa che mi
sfuggiva.
Qualunque fosse la natura dell'azione che avevano in mente, sempre che non stessi
diventando pazzo e basta, l'ultimo momento utile prima che le autorità si disperdessero
era nella sala delle cerimonie, di lì a poco.
Presi da parte Nico e gli confidai miei timori. Allora mi venne così vicino da poggiare la
fronte contro la mia. Ne fui quasi spaventato.
«Azioni del CLAOR?» domandò. «Non credo proprio. Qui in città, le azioni le decido
io.»

«Al Trofeo delle sette repubbliche avremo la riprova che il calcio, così come il fascismo,
è capace di avvicinare i popoli», disse il commissario Arienti dal podio in fondo alla sala.
«È per questo che provo un piacere personale nel rivolgere il saluto della Federcalcio alla
squadra del San Giorgio. Sono certo che saprete farvi onore, consapevoli che a Roma
rappresentate tutto il movimento calcistico dell'Africa Orientale, e indirettamente anche il
suo governo», aggiunse allargando un sorriso perfido al palco in cui sedevano simili a
imputati Farinacci, Bontempi e gli altri. Il Primo ministro scosse la testa e osservò che
aveva da aggiungere due parole, ma Arienti lo invitò cortesemente a pazientare.
«Sto per finire, Eccellenza. Da ultimo, prima di ascoltare la massima carica del Paese e
concederci un meritato brindisi tutti insieme, volevo esprimere la stima che provo per una
persona che nel calcio non ha mai smesso di credere, anche quando quaggiù le
incomprensioni prevalevano sull'amicizia.»
«Fatela breve!» protestò un seniore della Milizia.
«Mi riferisco naturalmente del dottor Aaron Melchiades», proseguì Arienti. «Che la sua
figura sia da esempio ai dirigenti che si lasciano tentare dalle scorciatoie più meschine.»
«Facciamo che basta!» si alzò Bontempi, ma prima che potesse raggiungere il podio,
Arienti aveva teso il braccio nel saluto dei legionari, affrettandosi a rivolgere un augurio
per la salute del Duce. A Bontempi non era rimasto che bloccarsi sull'attenti e rispondere.
Dopo, aiutò Farinacci ad alzarsi e mentre lo scortava fin sul podio dell'oratore, vidi Ermes
che mostrava una tessera a una delle guardie all'ingresso e insisteva per entrare nella sala.
Con un certo sollievo, mi accorsi che era solo.
Appena dentro esplorò la sala a larghe occhiate. S'accorse che lo fissavo, e venne a
raggiungermi.
«Dove ti eri cacciato?» sussurrai.
«Non importa», disse stringendomi il polso. Il petto gli andava su e giù come avesse
corso. «Ascoltami bene, Lorenzo. Non c'è un istante da perdere. Dobbiamo andarcene
subito da questo posto.» Allora non ero pazzo! «Subito. Sta per succedere qualcosa di
molto brutto, qui.»
Confabulò brevemente con Aregai e Ghebre Iosef, e nel giro di poco ci stavamo
guardando tutti preoccupati.
«Come facciamo ad andarcene ora?» sibilò Nico accennando a Farinacci.
«Al diavolo Farinacci!» implorava Ermes. «Fuori, per il vostro bene!»
Nessuno sembrava fare propria la sua urgenza, Ollio guardava Aaron e suo figlio senza
capire, Nico afferrò Ermes per una spalla e gli sibilò a un palmo dall'orecchio: «Come hai
osato? Dimmi che non sta succedendo quel che penso!»
Ermes abbassò il capo, mormorò: «Scusa» e subito dopo mandò un grido e saltò a piedi
pari sulla mia sedia.
A squarciagola, coprendo la voce del Primo ministro, improvvisò una canzonetta da
paroliere d'osteria: «Avevo il mio casino Piccolino in Canadà, con tante puttanelle
profumate di lillà…»
Una cinquantina di persone, in divisa e non, lo fissavano raggelate.
Farinacci era rimasto a bocca aperta. Bontempi sembrava strofinarsi i baffi come per
ricavarne scintille, ma Ermes non sembrava intenzionato a smettere: «…E tutti i puttanieri
che passavano di là, dicevano "Che bello, 'sto casino in Canadà!"»
Chiuse sculettando mentre gli uomini della Guardia si avvicinavano interdetti. «Su, non
siate avari! Un bell'applauso, signori!»

«Non so cosa mi è preso», ripeteva Ermes senza convinzione, il viso e le mani schiacciate
contro il vetro del pullman, come se adesso che ce ne andavamo avesse nostalgia dello
stadio.
«Ci hai fatti cacciare di fronte alla stampa», disse Nico. «Chissà cosa scriveranno di noi i
colleghi di Lorenzo.»
Pensai non fosse il momento giusto per rivelargli che c'erano anche Gianni Brera e quelli
di Calcio illustrato, là in mezzo.
«Si sistemerà tutto», dissi.
«Lo spero anch'io. E non sto parlando degli articoli», fulminò Ermes. «Chi rompe paga»,
aggiunse minaccioso prima di andarsi a sedere di fianco al minore dei Turtas. Gli disse
qualcosa, e quello non smise più di tener d'occhio Ermes.
«Almeno a me, vuoi spiegare cosa ti è preso?» domandai.
Sembrò aspirare fra i denti rinserrati, poi disse: «È andata bene così, Lorenzo».
Nelle file centrali l'incidente pareva già dimenticato. «Sia-mo ric-chi!» cantavano a
braccetto Claypool e Ofer, e lo scettro passava da un finestrino all'altro per mostrarlo ai
tifosi che assiepavano le strade.
«Dove ci porti, cocchiere?» domandò Battelli a Saverio che guidava.
Nico rispose al suo posto girandosi verso il fondo del pullman: «Si va in piazza. A fare
un po' di festa con la gente».
«So-no i-ta-lia-no!» scandiva Noah Uoldemicael. «Ora posso anche diventare impiegato
di banca, vero?»
«Perché hai finito le scuole medie, tu?» domandò Pardo.
«Ho fatto anche due anni da tipografo, ai Salesiani.»
«Sicuro di volere diventare un impiegato?»
«In banca? È il mio sogno.»
«Contento tu. Ma ora puoi anche votare, amico mio.»
«E salire in tram nel primo vagone. Solo bianchi e assimilati.»
«Ti si noterà.»
«A pensarci meglio, continuerò a viaggiare in seconda. Però posso sempre lavorare in
banca.»
«Vorrà dire che metterò i miei soldi da te.»
«Questa storia del premio in denaro solo per i bianchi è una vera porcata», commentò
qualcuno.
«Già», considerò Davide Pardo. «Forse dovremmo dividere fra tutti. Sarebbe più
giusto.»
«Io non voglio niente», disse mister Krasic che gli sedeva a fianco. «Però non c'è dubbio
che sarebbe più giusto.»
«Non c'è nemmeno da parlarne», tagliò corto Nico. «I premi si mettono insieme e si
divide in parti uguali. E per i ragazzi della primavera, c'è sempre la quota di Horacio da
spartirsi. Non sarà tanto, ma son le prime lire che portano a casa.»
«Con la mia parte, ci pago l'anticipo della macchina», annunciò Fortuna. «Ve l'ho già
detto che mi compro la Fulvia, come quella di Nico?»
«Quando avrò comprato un vestito e un paio di scarpe nuove a ognuno dei miei figli,
non resterà un patrimonio», commentò Aregai. «Col resto regalo alla mia signora una
lavatrice.»
«Una lavatrice?» ripeté disgustato Fortuna.
«In effetti, con quella cifra, puoi avere una lavandaia diversa ogni sera per un anno!»
osservò Claypool a mezza voce.
Pardo se ne accorse e disse: «Lo vedete? Ho fatto bene a non prendere moglie. Solo
spese!»
Ermes ascoltava senza osare aprir bocca.
Il pullman manovrò per fare il suo ingresso sulla rotonda della Cattedrale, ed era come
se tutta la città fosse riunita lì ad aspettarci: una marea di gente in giallo colmava ogni
fazzoletto di spazio disponibile fra la redazione del Corriere d'Etiopia e i candidi portici del
liceo Arnaldo Mussolini. C'erano giovani arrampicati sul filare di acacie, altri appesi ai
fusti dei lampioni, e il monumento a Starace che presidiava uno degli ingressi alla piazza
era coperto da un grappolo di ragazzi. Qualcuno aveva assicurato al braccio di bronzo teso
nel saluto romano l'asta d'una bandiera a strisce del San Giorgio, e ora sembrava un
impettito guardalinee che segnalava, ignorato dal mondo, un presunto fuorigioco.
Se mai la polizia o gli zaptiè si erano premurati di proteggere la statua, dovevano essersi
ritirati di fronte alla folla fuori controllo di parenti e amici dei giocatori, studenti, teste
calde della «Brigata Pigiama» e sottoproletari del Villaggio Traiano. Non si vedeva un solo
uomo in divisa in tutta la piazza. Probabilmente ce n'erano parecchi in abiti civili, ma i
tifosi esultavano come avessero liberato una fetta di città. Così li avevano seguiti anche gli
abitanti del quartiere indigeno con le famiglie, i paesani dei dintorni e persino i ragazzi
della Gioventù etiope del Littorio, che tentavano di restare inquadrati e far largo al
pullman con una sciarpa della squadra legata all'asta del labaro.
Il coro «Ke-dus, Ke-dus» faceva tremare i cristalli del pullman, Saverio rispondeva dal
posto di guida suonando il clacson a distesa, e Aregai era già in piedi nel corridoio centrale
con lo scettro in mano.
«Sì, direttore! I ragazzi hanno appena vinto!» Mi toccava gridare, per coprire la musica e
le voci festose che ravvivavano le sale austere del circolo Arada. «Ho appena toccato con le
mie mani lo scettro di Salomone, e pesa un accidenti!»
«Benone, Lorenzo», disse la sua voce portata dai cavi telefonici. «Così voli a Roma coi
tuoi amici. Arienti è soddisfatto?»
«Direi proprio di sì. L'aveva capito subito, chi meritava. Ma oggi pomeriggio è stata
durissima. Pensa che uno aveva venduto la partita e…»
«Senti, è domenica anche qui», m'interruppe. «Stiamo cercando di mettere insieme il
giornale, e sono di fretta. Quando hai l'aereo?»
«Martedì pomeriggio.»
«Ce la fai a mandarmi il pezzo stasera su domani?»
«È tardi, ormai! E qui è una bolgia! Te lo mando domani.»
«Allora usciamo martedì», disse deluso. «Sempre che nessuno ci bruci. C'erano
colleghi?»
«Sì, anche Brera, ma non erano in spogliatoio con la squadra, e neanche sul pullman
insieme a loro. Materiale di prima mano ne ho a non finire. Dimmi solo quanto spazio mi
dai.»
«Come l'altra volta. Due colonne. Mi fai cento righe.»
«Solo?» domandai deluso.
«Devo lasciarti, ora. Dobbiamo ancora mettere in pagina la prima.»
«A disposizione, allora.»
«Aspetta! E quegli atleti, Abebe e quell'altro, me li hai trovati?»
«Li vedo domani», mentii d'istinto.
«Mi raccomando», disse. «So che la Gazzetta esce mercoledì.»
Porca lercia. Per l'indomani mi ero scatenato addosso una mole di impegni non
indifferente.
«Dài, ti saluto», disse in fretta.
Pentito della chiamata gli augurai buon lavoro, ma aveva già riattaccato.
Allora ringraziai a profusione la segretaria del circolo che mi aveva lasciato usare il
telefono, e quella simpatica signora che doveva aver passato i cinquanta da un po' mi
strizzò l'occhio e disse: «Bisogna liberarsi la mente dagli impegni, per riuscire a festeggiare
a cuor leggero. Voglio dire, mi dareste della screanzata se vi chiedo di accompagnarmi a
ballare?»
Doveva avere bevuto un po' anche lei, ma era stata gentile, e in quel carnevale di adulti
danzanti, anziani ebbri e figli di giocatori che sgattaiolavano ovunque, deluderla sarebbe
stata una vera crudeltà.
«Prego, madame», le offrii il braccio.

«Non ti stai divertendo?» domandai a Ermes. Era seduto in disparte con un bicchiere
vuoto in mano, e sembrava smarrito.
«Ho parlato con Nico», rispose. «Ha deciso di avercela con me.»
«Vedrai che gli passa.»
«Non credo. Mi sa che l'ho fatta grossa. Doveva esserci un'azione, oggi allo stadio.»
Ecco.
«Una roba pesante, capisci. Mai tentata prima.»
Mi cascarono le braccia. «Non c'entrava nessun Farman, vero?»
Strinse le labbra e guardandomi scosse la testa.
«Stronzo», gli dissi. «Prima mi fai rischiare la pelle su quel maledetto camion, poi mi
mandi a sussurrare le parole d'ordine. E non mi dici per cosa.»
«Mi dispiace», disse Ermes. «Troppa gente è coinvolta, e non potevo decidere da solo.»
«Io non capisco. Cosa avevi paura che succedesse in quella sala?»
«È che in quella torre di merda non dovevamo esserci noi, ma l'Audax.»
«E allora?»
«Lorenzo, la partita sembrava persa. Esattamente come previsto. Quando abbiamo
segnato il gol della vittoria, mi sarei sparato. Dovevo impedirvi di restare in quella sala,
capisci?»
«Forse facevi prima a dire ai tuoi soci che era tutto rimandato. Non è servita a niente, la
tua commedia. Solo a farti odiare da Nico.»
«Come, non è servita? Io volevo salvarvi!»
«Se non è successo niente, è perché i tuoi soci l'hanno capito da soli che il San Giorgio
aveva vinto. Inizio a pensare che siano molto più intelligenti di te.»
«Sì», sbuffò affondando le mani in tasca. «È possibile.»
Poi arrivarono i due figlioli di Aregai e mi domandarono in ottimo italiano se davvero
ero io, l'autore di quell'articolo sul giornale in cui si parlava del loro babbo.
Per essere ragazzini intorno ai dieci anni sembravano svegli, così spiegai che l'indomani
ne avrei scritto un altro.
«Lo trovate martedì in edicola», sorrisi. «In questo momento lo sapete solo voi, io e
questo signore.»
I ragazzini mi fissavano interdetti. Mi voltai verso Ermes, e lui non c'era più.

Rientrai al mio albergo sorprendentemente lucido, come se le emozioni della giornata


non si fossero del tutto liquefatte sotto la cascata dei martini secchi.
Mentre mi spogliavo, ripensai sorridendo all'incornata in tuffo di Ghebre, al gol
vincente di Aregai e a tutta la folla di cui mi ero riempito gli occhi.
Ero partito per l'Africa da solo, e ne sarei tornato insieme a una squadra intera d'amici,
ognuno con le proprie pene e i propri trionfi bene in vista come tatuaggi. Non era gente
che si tenesse le cose sepolte dentro, e forse era proprio questo che mi piaceva del calcio.
Che, a differenza del golf o della fisica quantistica, era disponibile a tutti, vicino allo spirito
autentico delle strade e dei bar. Era una gioia pubblica, e pregustai il momento in cui
undici «pigiama» sarebbero scesi in campo al nuovo Stadio del PNF, sotto gli occhi
incuriositi dei Romani.
Mentre mi preparavo per la notte mi dissi che i ragazzi avevano fatto la cosa giusta, a
mettere i soldi in comune. Altrimenti cosa se ne facevano Uoldemicael, Kabede e gli altri,
di diventare Italiani senza una lira in tasca?
Appena fui a letto ed ebbi spento la luce, mi tornò in mente Marzia-Mariam che ballava
avvinghiata a Ghebre Iosef nella sala del circolo Arada. Mi stupii che l'idea mi ferisse solo
un poco, in maniera sopportabile, e nel giro di un attimo sprofondai in un sonno senza
sogni.
Dovevo essermi addormentato da un po', quando un boato agghiacciante spalancò le
finestre come se giù, nella via buia sotto l'albergo, avesse sparato il cannone d'un
incrociatore.
Balzai dal letto stringendo il cuscino, accesi la luce, e l'eco rimbombava a confermare che
non era stato un sogno. L'uscio tremava ancora sui cardini, il quadro con la veduta della
baia di Assab si era staccato per metà dal muro e pendeva come un'ala spezzata, appeso al
chiodo superstite.
Qualcuno al piano di sopra strillava, sentivo cani latrare in preda al panico, e saliva
nella notte un terribile brontolio, come di una montagna che si sbricioli una pietra dopo
l'altra.
Scalzo e in pigiama com'ero, infilai la porta col cuore che batteva in gola.
Ebbi l'accortezza di evitare l'ascensore, e la tromba delle scale era già piena di gente
seminuda che scendeva in fretta verso la strada.
CAPITOLO XXXV

Lo stadio in cui dodici ore prima il San Giorgio aveva vinto la Serie Africa, adesso
ricordava un immenso animale colpito a morte.
L'alta torre del Nuovo Fiore non esisteva più: era crollata su se stessa come centrata dal
castigo divino, e franando aveva portato con sé l'intero settore centrale della tribuna. Il
tappeto di macerie che copriva il piazzale antistante mi fece pensare ai dintorni di via
Roma, così come li vidi al mio ritorno nel '44, dopo che la Luftwaffe aveva mandato i suoi
stukas a punire la città.
In mezzo alle rovine distinguevo i resti del tabellone segnapunti, come la pinna d'un
pesce morto affiorante da quell'oceano di mattoni spezzati. I vigili del fuoco erano ancora
al lavoro per spegnere un focolaio d'incendio, e una pattuglia di poliziotti presidiava
l'angolo di strada che conduceva ai cancelli della curva ovest.
Anche quando mostrai il tesserino dell'Ordine al capopattuglia, quello fu irremovibile.
«Non c'è proprio niente da vedere», m'invitò ad andarmene. «È stato un collasso
strutturale.»
«Accidenti. Un mezzo miracolo.»
«Cosa intendete?» domandò sospettoso.
«Se fosse successo ieri durante la partita…»
«Già, vi lascio immaginare la strage.»
«No, perché io, ieri, ero seduto da qualche parte lì», dissi indicando il varco enorme fra
le due curve.
«Anch'io», sospirò. «Sulla balaustra della torre. Se ci ripenso, vorrei andare a cercare chi
è stato per staccargli la testa di persona.»
«Allora non credete a un crollo strutturale.»
«Signor giornalista», disse guardandomi torvo. «Se avete tanto tempo, andate alla
Cattedrale ad accendere un cero a una delle tante madonne di quaggiù.»
Forse non aveva tutti i torti.
«Obbedisco, signore. Ma posso chiedervi se ci sono state vittime? Sarà la prima cosa che
vorranno sapere in redazione.»
«Solo feriti.»
Cominciavo ad avere un'idea di quale responsabilità si era preso Ermes, e quelle due
parole mi fecero sentire enormemente sollevato.
«Per fortuna.»
«Il custode dello stadio e la sua famiglia, e un paio d'altri che dormivano in strada sono
in prognosi riservata. Però ci sono decine di feriti nelle case qui intorno, gente che mentre
dormiva gli è scoppiata addosso una finestra.»
«Ma tutto questo, più che a un crollo, non vi fa pensare a un'esplosione? Io l'ho sentito,
una specie di scoppio. Voi no?»
«No», s'irrigidì. «E se anche è scoppiata una caldaia, a voi cosa cambia?»
Lo guardai stringendomi nelle spalle con lo sguardo più innocente che mi venne in
soccorso. «Avete ragione», dissi.
Se solo avesse immaginato le due o tre cose che sapevo, mi avrebbe ammanettato prima
che potessi allontanarmi d'un passo.
Invece, allontanandomi, feci due più due. E ancora due più due. E ancora, e il risultato
era sempre lo stesso: Luigi di Milano aveva annunciato un'azione del CLAOR, il sedicente
capozona Nico l'aveva dichiarata impossibile, quel pazzo di Ermes aveva fatto il buffone
oltre misura pur di farci buttar fuori dalla sala delle cerimonie, e adesso mezzo stadio non
c'era più.
Mentre aggiravo la gradinata dei distinti, vidi che le locandine esposte fuori dall'edicola
erano tutte per le nostre vittoriose azioni nella regione del Galla e Sidamo: «Ribelli in
rotta!» e «Il sultano di Gimma prigioniero» erano i titoli del giorno.
Per il San Giorgio trovai solo un pezzo di spalla sul Corriere d'Etiopia, e immaginavo che
l'indomani i miei colleghi di Addis Abeba avrebbero avuto ben altro da scrivere: per
quanto mi sforzassi, non ricordavo nessuno stadio in mattoni rovinato in maniera così
clamorosa.
La gente in strada si aggirava intimorita e allo stesso tempo attratta dal disastro,
ignorando il più a lungo possibile l'ordine di circolare che una coppia di miliziani ripeteva
al megafono.
Se pure non potevo capire cosa si dicessero gli Etiopi, i bianchi non smettevano di
confidarsi che la colpa era sicuramente del CLAOR, gli stessi disgraziati che avevano
tappezzato la città di manifesti e aizzavano i ribelli nelle province.
«Volevano uccidere tutti», spiegava un ragazzo di quindici o sedici anni a un amico più
piccolo. «Così hanno lasciato parcheggiato sotto la tribuna un camion-trappola, ma gli è
scoppiato tardi.»
Sbiancai, e dovetti appoggiarmi al muro di una casa come un povero vecchio.
«Forte. E cosa sarebbe, un camion-trappola?» domandò quell'altro.
«Un camion che a un certo punto esplode da solo.»
«Ma dài. Come nei film.»
«Questo era vero. Un Fiat 626 pieno di tritolo. Ha fatto un botto che una delle ruote ha
centrato il balcone d'una casa di fronte. Dice mio padre che l'hanno dovuto riconoscere dal
modello del pianale.»
Allora l'ultimo velo che avevo davanti agli occhi scivolò via, e finalmente assegnai ad
ogni cosa il suo vero nome.
«L'hai capito, adesso?» domandò Nico stravolto. Il circolo Arada sembrava un quartier
generale in piena emergenza. «Quel criminale ha rischiato di farci morire tutti quanti, noi e
mezzo stadio! Un maledetto camion imbottito di tritolo!»
Alzai le braccia e le lasciai ricadere. «Se solo avessi immaginato.»
«Adesso dimmi cosa sapevi, Lorenzo!»
«Ma te l'ho detto in spogliatoio! A me avevano raccontato di un'azione dimostrativa.
Doveva passare un aereo e lanciare volantini.»
«Hanno preso in giro tutti e due. E soprattutto hanno preso in giro mio padre! Io lo
faccio ammazzare, quello!»
Speravo gli passasse.
«È scoppiato un casino che non t'immagini, dentro il Comitato. Il Milanese non poteva
organizzare un'azione del genere senza informarci. Questo è avventurismo. Si rischia il
disastro, e in ogni caso esiste una linea di comando. Il primo bombarolo arrivato dall'Italia
non può scavalcarmi e passarla liscia.»
«Così, la pensata era del Milanese.»
«Non vale uccidere diecimila persone per stendere Farinacci e Bontempi. Non si
combatte l'inferno con l'inferno.»
«E Cumani?»
«Adesso pagherà.»
«Non vuoi farlo ammazzare sul serio, spero.»
«Non lo merita? C'erano donne e bambini, allo stadio. Poteva essere il finimondo, e c'è
chi ha pagato con la vita per molto meno.»
Non osai contrariarlo. Però lo guardai grave e mi dissi che, se restava una persona in
Etiopia che avrebbe potuto salvare la pelle a quel pazzo di Ermes, doveva essere Aaron.

Attaccai il pezzo dedicato alla finale, ma non facevo che pensare al disastro notturno.
Ermes era riuscito a rovinare davvero tutto.
Così scrissi due colonne sul crollo dello stadio Nuovo Fiore, e solo dopo riuscii a fare
abbastanza spazio nella mia testa per le impressioni sulla partita.
Avrei inviato i due articoli insieme, così il Direttore mi avrebbe perdonato della mancata
intervista agli atleti etiopi che avrebbero corso in azzurro alle Olimpiadi.
Dopo un po' che battevo sui tasti, misi a fuoco che per colpa di quel pazzo, adesso Nico
avrebbe avuto una gatta da pelare. Immaginai Ermes nelle mani di Graziano Turtas e
fratelli. Avevo sentito dire che dalle loro parti non scherzavano, con chi tradiva la fiducia.
Mi venne quest'idea, ne ebbi paura e nemmeno dopo un po' mi ci abituai.
Quand'ebbi finito di scrivere, estrassi anche l'ultimo foglio dal rullo dell'Olivetti e andai
al Palazzo delle comunicazioni.
Dettai il mio articolo e pensai che dovevo trovare il modo di parlare ad Aaron.
Mentre traversavo la città vidi che il cielo perdeva luce in fretta, e prima che arrivassi in
sede iniziò a cadere una pioggia fitta, dolorosa come grandine.
Arrivai fradicio ma Saverio, che sembrava presidiare l'atrio, non si perse in convenevoli.
«Vieni», disse subito. «Giù t'aspettano», e mi guidò per una scala in fondo al giardino
che sembrava immettere in una cantina, o un sotterraneo.
«È qui, lui?»
Non rispose, e aprì per me un'arrugginita porta scorrevole.
Dentro quella specie di magazzino vuoto, illuminato da un tubo al neon, c'erano Aaron,
Nico e i Turtas in piedi intorno a una sedia, e sulla sedia era legato Ermes con la faccia
gonfia di botte.
«Volevamo fartelo salutare», disse semplicemente Nico.
«Mi dispiace che vada a finire così», biascicò Ermes. Sembrava avesse qualcosa in bocca.
O che gli mancasse.
«L'avete conciato. Contento, Ermes? Quante volte te l'ho detto di non giocare con le cose
più grandi di te?»
Non mi guardò neppure.
«Bene. Se il suo amico l'ha salutato, possiamo procedere», disse Graziano.
Cercai lo sguardo di Aaron. Non si sottrasse, e il no che fece con la testa mi gelò.
Suo figlio cavò di tasca un foglietto, lo aprì e cominciò a leggere: «Ermes Cumani, con i
poteri che mi conferisce il Comitato di liberazione dell'Africa Orientale, io ti proclamo
colpevole di tradimento e tentata strage di civili». Sollevò appena gli occhi per guardarlo.
«Per questo», riprese, «noi ti condanniamo alla pena di morte.»
Ermes agitò appena i polsi legati e li lasciò ricadere. Poi sospirò: «Lo sapete che
combattiamo per la stessa causa, voi e io. Almeno questo lo sapete, sì?»
«Facciamola breve, per favore», disse Nico. «Non ci interessa più cos'hai da dire. Ti
abbiamo ascoltato prima e daremo a Pellegrini la lettera per tuo fratello. Adesso è tempo
di raccomandare l'anima.»
«Nico», dissi. «Cosa state facendo, Nico?» ma la mia voce usciva bianca e smorta.
«Volete farlo qui?» gemette Ermes, incredulo. «Aaron, volete davvero farlo qui?»
Melchiades fece un cenno ai Turtas che si gettarono su Ermes. Uno gli premette uno
straccio in faccia, e pensai che l'avrebbero soffocato davanti a tutti.
Avrei voluto fare qualsiasi cosa, ma riuscivo a stare lì senza fare niente.
Nico guardava via, ma riusciva a non protestare.
«No!» strillai, e questa volta mi sentirono tutti. «Siete pazzi!»
Ormai l'avevano imbavagliato.
«Hai tradito la mia fiducia, Cumani», disse Aaron Melchiades. «Non è per questo che
paghi con la vita, ma è un piacere particolare che si occupi di te un membro della
famiglia.»
«Peccato solo fare baccano», disse Nico sfilando da una fondina ascellare quella che
pareva una Colt da sceriffo.
Ermes tentò di alzarsi con gli occhi pieni di terrore ma, legato com'era alla sedia, finì per
rovinare a terra.
Nico gli fu sopra. Era un incubo, e io lo stavo vivendo a occhi aperti.
«Criminale!» urlò puntandogli la pistola alla testa. «Avventurista infame!»
«No! Ti prego!» gridai.
Il cane di quella enorme pistola scattò. A vuoto.
Subito Nico colpì Ermes con un calcio che lo fece gemere da sotto il bavaglio, poi mi
guardò negli occhi e domandò con un sorriso amaro: «Di' la verità, c'eri cascato anche tu».
Mentre sentivo le gambe farsi molli, Graziano trovò la forza di ridere. Afferrò Ermes da
sotto le ascelle e lo scosse con tutta la sedia.
«Fizz'e bagassa», gli ridacchiò in faccia. «Se per voi va bene, Aaron, fra un'oretta ve lo
portiamo su in ufficio per la lettura.»
Lo lasciammo nelle mani dei Turtas, e mentre uscivamo verso il giardino la sinfonia di
ceffoni e pugni in testa, alle nostre spalle, riprendeva il suo tempo dispari.
«Gli avevo detto di leggere il Kebra Negàst», si lamentò Aaron. «Mi avesse dato ascolto,
non avrebbe avuto l'arroganza di mettere a repentaglio tante vite.»
«Non è sceso in campo con noi nemmeno una volta, e rischia di essere la rovina della
squadra per sempre», aggiunse Nico.
«E non solo di quella. Per una volta, ci conviene appoggiare la versione ufficiale. Se la
torre alta cinquantasei metri dello stadio è crollata, la colpa sarà dell'architetto o di qualche
sommovimento tellurico. Chi ci capisce, in 'ste cose, è bravo.»
«E lui, dopo, lo lascerete andare?»
«Ha questo breve "dopo" da attraversare in compagnia dei Turtas, poi voglio proprio
che lo ascolti, il Kebra Negàst. Glielo leggerò di persona in amarico, ché gli serva per
edificarsi, e mondare la sua schifosa coscienza.»
«Speriamo che stia attento», disse Nico.
«Lo farà. Ho dato istruzioni a Graziano: ogni volta che Cumani si distrae, o tenta di
dormire, lui lo sveglia col curbàsc.»
«Ma poi servirà che se ne vada, lontano da Addis Abeba, e non torni più. Se lo prendono
quelli del Milanese, sono cavoli suoi. E se lo prende la polizia sono cavoli nostri, perché
sotto tortura si parla eccome.»
«Allora che ne farete?»
«Salirà in aereo con voi. Reyes ha lasciato un posto libero.»
«Già, Horacio. Dov'è, lui?»
«In un posto dove non serve più il passaporto. Hai già capito a cosa ci servirà, il suo.»
Aaron mi passò una busta. «Questa devi dargliela quando siete fuori dall'aereo, a
Ciampino. Gli servirà per le prime spese. Poi s'arrangi.»

Trascorsi la mia ultima sera ad Addis Abeba alla trattoria del Falascià con Pardo,
Fortuna, Battelli, Claypool e Ofer.
Loro non sembravano spiegarsi perché la torre alta cinquantasei metri dello stadio
Nuovo Fiore fosse ridotta a un cumulo di macerie. Ripetevano solo che eravamo stati
enormemente fortunati, e rievocarono con divertimento la sceneggiata di Ermes davanti
alle autorità.
«Dopo quello che ha combinato Reyes, in Italia giocherà per forza», disse Fortuna
mentre divideva la carne di montone nei nostri piatti.
«Allora perché il mister ha detto che verrà con noi il giovane Uossen?» osservò Pardo, e
mi guardò malizioso. «Pare che Cumani non sia in gran forma.»
«Credo anch'io che non giocherà.»
«L'ha deciso da solo?» mi stuzzicò.
«Se non lo sapete voi della squadra», mi disimpegnai.
«Comunque abbiamo fatto bene a dividere i premi», cambiò discorso Fortuna. «Mi sento
a posto, adesso. Ma la Fulvia mi toccherà comprarla a rate.»
«Sempre che nessuno ti noti, a Roma, e t'inviti a restare in Serie A. Se troviamo un
ingaggio serio, forse un'avventura lassù dovremmo tentarla», buttò lì Pardo. «Dopo, di
macchine ne compriamo da stancarci.»
«Restare in Europa», disse Ofer. «Parli facile, col negozio di tuo padre ti aspetta. Ma io
come faccio a restare su? Mi licenzio?»
«Intanto saliamo su quell'aereo e vediamo cosa succede a Roma», disse Battelli. «Se una
squadra di A ti vuole mettere sotto contratto, puoi telegrafare che ti licenzi e sono tutti
felici per te.»
«Well», disse Claypool. «Sognate pure. Io sono già contento così.»
«Sicuri che non si possa avere niente da bere?» domandò Fortuna. «È un po' triste, senza
nemmeno un brindisi.»
«Avevo fatto i miei conti», disse Claypool sfilando dalla tasca una bottiglietta piatta di
metallo. «Bevi da qui.»
«Cos'è?» domandò l'altro. «Sambuca?»
«Gin fatto in casa. Lo stesso che ho bevuto ieri prima di giocare.»
«Un attimo», disse Franco Fortuna. «Vorrei che smettessimo di fare questi discorsi. Mi
suonano male. Abbiamo appena vinto lo scettro, e parliamo di disfare la squadra?»
«Si diceva per dire», minimizzò Pardo. «E poi a te, al massimo, ti prendono in Serie C.»
La mattina seguente chiusi ogni cosa nelle valigie e sgombrai la stanza.
Affidai il bagaglio al ragazzo della reception, mi recai alla Banca dell'Africa Orientale ed
estinsi il mio conto. Tornai in albergo, pagai le notti che restavano e riposi la ricevuta nella
cartellina dei rimborsi. Conteneva memoria di tutte le mie spese fin da quando ero
sbarcato all'Asmara. Vabbè, qualcuna esclusa. Se avessi osato perderla, l'amministrazione
del giornale non mi avrebbe rimborsato neanche le Giubek.
Dissi al ragazzo che sarei ripassato nel pomeriggio a recuperare il bagaglio, e feci un
ultimo salto al circolo Arada.
Nell'atrio non c'era nessuno, ma sapevo dove andare. Salii la scala della gloria e gettai
uno sguardo al mio articolo incorniciato fra le foto delle vecchie formazioni. Immaginai
che, presto, ci sarebbero state anche le immagini di Iohannes con lo scettro vinto in faccia
all'Audax.
Dietro la porta dell'ufficio si sentiva la voce di Aaron, nitida e salmodiante.
Bussai e mi aprì uno dei Turtas.
«…e che quanto hai udito stanotte non ti passi di mente finché campi, miserevole
peccatore», concluse Aaron richiudendo il grande volume rilegato del Kebra Negàst. Poi mi
salutò e disse: «Nico sta facendo le valigie. Il pullman vi porterà all'aeroporto fra un'ora».
A Ermes avevano levato il bavaglio senza sciogliergli i polsi, e aveva un'espressione
esausta, come si fosse semplicemente stancato di fermare pugni col naso, gli zigomi e le
labbra.
«Ciao, Lorenzo», esalò. Probabilmente non beveva dal giorno prima. «Mi portate in
Italia sul serio?»
«Preferisci restare?» domandò Graziano.
«In Italia avrai una possibilità», disse Nico. «Giocatela meglio, stavolta.»
«Grazie», disse Ermes con le labbra riarse.
«Sciogli i suoi nodi, Graziano, e portamelo via per sempre», comandò Aaron. «Se penso
che ero pronto a fare di lui un nostro giocatore, mi sento uno stupido. Pensavo che Reyes
fosse il peggio, invece mi sono dovuto ricredere subito. Lui voleva vendere una partita, ma
questo sciagurato… Non è servito a niente, e non abbiamo più uno stadio!»
Guardai lo scettro di Salomone che rifulgeva in bacheca assieme ai due vinti nel
decennio precedente, poi guardai l'uomo che per primo mi aveva parlato del San Giorgio
Addis Abeba, legato e a testa bassa nella sede del club per cui aveva sognato di giocare.
«Scusatemi, ragazzi», biascicò. «Mi vergogno così tanto che preferirei non essere mai
nato.»

All'aeroporto era venuta a salutarci una buona metà della gente che il giorno prima era
in piazza. Consegnarono mazzi di fiori ai ragazzi, Ermes compreso, e quanti riuscirono a
seguirci fino al terminale degli imbarchi vollero augurare buona fortuna alla squadra con
una vecchia canzone.
«Cosa dicono?» domandai a Iohannes.
«"Fate buon viaggio, nobili signori"», tradusse per me. «"Non lasciate che la paura abiti
in voi e, se vi sentite persi, seguite la stella come un tempo i santi Re. Così arriverete alla
meta, e al ritorno saremo qui coi nostri figli a sentirvi raccontare".»
Ci fu un ultimo abbraccio fra Ollio Kabede e i parenti che avevano condotto le greggi fin
sul piazzale dell'aeroporto, poi Nico ci ordinò di tenere pronti i documenti, ed entrammo
filtrati dai poliziotti verso il banco dell'Ala Littoria.
Dopo, mentre le assistenti di volo ci guidavano verso il Caproni Transafrica fermo sulla
pista, un ufficiale di bordo ne scese rapido la scaletta e corse verso di noi tenendosi fermo
il berretto sulla testa.
«Signori…» esordì smarrito. «L'hanno appena annunciato alla radio… Mi dispiace
dirvelo così, ma…»
«Oddio, no!» gemette una delle hostess.
Allora l'ufficiale si levò il berretto e ripeté grave: «L'hanno detto ora alla radio… Il Duce
ha avuto un nuovo attacco. Ormai è entrato in agonia».
Oltremare italiano: Repubbliche associate, dipendenze e amministrazioni fiduciarie, 1960
PARTE TERZA
Roma
CAPITOLO XXXVI

«Ci siamo», sussurrò Ermes quando dal finestrino dell'aereo apparve l'Urbe, ed erano le
sue prime parole da molte ore. Era rimasto in silenzio fin dalla partenza, evitato da tutti, e
ora sembrava intimidito da quel panorama senza pari disteso sotto di noi.
Anche i ragazzi erano impressionati, e non smettevano d'indicarsi l'un l'altro cupole,
ponti e i più riconoscibili fra i monumenti.
«Quello è il Colosseo, Ollio», spiegava Fortuna. «È come uno stadio, ma molto vecchio.»
«È tutto rotto e non vedo l'erba», considerò deluso Kabede. «Non dobbiamo giocare lì
dentro, spero.»
«Laggiù, al Nazionale!» gli indicava Fortuna. «Vicino al Tevere, è là che giocheremo!
Come Schiavio e Meazza!»
«Molti molti palazzi! Ma dov'è il castello di Mussolini?»
«Appena sbarchiamo, io telo», m'informò Ermes.
«Stai attento», raccomandai. «E appena ti sistemi da qualche parte, contattami. Mi trovi
anche senza passare dal giornale: sull'elenco di Bologna, sono l'unico Pellegrini di via
Broccaindosso. Fatti vivo, per favore.»
«Diventi sentimentale? Guarda che me la caverò alla grande.»
Provai pena a pensare che usciva dall'Africa per la prima volta, senza neppure un
cambio di biancheria e sapeva guadagnarsi da vivere solo giocando a calcio. «Chiamami
davvero», ripetei mentre l'aereo iniziava le manovre d'atterraggio. «Ci conto.»
Ermes si strinse nelle spalle, e disse con un tono disarmante che non avrei più scordato:
«Io però non ho niente».
Allora tirai fuori la busta che conservavo nella giacca su ordine di Aaron e gliela
consegnai.
Subito la aprì per controllare, e mentre la faceva sparire nella tasca dei calzoni gli uscì
un sorriso.
«Credevo che non avrei visto l'alba di stamattina, e invece guarda la vita cosa ti
riserva… Mai visti tanti soldi tutti insieme.»

Atterrammo in una Roma livida, febbricitante, come se le condizioni disperate del Duce
si riflettessero nelle fisionomie di ciascuno.
L'aeroporto di Ciampino era pattugliato da plotoni di carabinieri in tenuta da
campagna, mitra spianati e cani al guinzaglio, che studiavano attenti i viaggiatori in
arrivo, e apparivano controllati a loro volta da tipacci in borghese della polizia politica.
Il nostro gruppo si faceva notare, e appena uscimmo carichi di valigie dal terminale
riservato agli arrivi intercontinentali ci venne incontro un giovane dall'aspetto innocuo di
studente. Si presentò come Fulvio, e ci informò cordiale di essere la guida turistica
riservata per noi dalla Federcalcio.
«Per cominciare vi accompagnerò in albergo», spiegò. «Il Balilla di via dei Serpenti, un
tre stelle piccolo ma simpatico dietro piazza Venezia. E se nei prossimi giorni volete
visitare la città, basta che mi diciate dove volete andare, e organizzerò tutto quel che
serve.»
«Siete gentile», lo soppesò Nico.
«Siete voi il capogruppo?»
«Nicolas Melchiades, molto piacere. Però il commissario Arienti non mi aveva parlato di
nessuna guida. Qual è di preciso la vostra mansione?»
«Per questa settimana, sarò il vostro uomo a Roma.»
«Ci servono uomini a Roma?» domandò con un sorrisetto ironico.
«Se non volete prendere le fregature destinate ai turisti…»
«Fatemi capire. I vostri servigi sono facoltativi, suppongo.»
«Ho l'incarico di portarvi in albergo», ribadì quello. «Signore, posso sapere chi di voi è
Lorenzo Pellegrini?»
«Se siete una guida, non abbiamo bisogno di voi», lo gelò Nico. «E se siete qualcosa
d'altro, qualificatevi.»
«Ti cercano» sussurrò Ermes, mentre i giocatori si fermavano attorno al vicepresidente e
a quella strana guida.
«Finché cercano me, poco male. Tu invece…»
«Ah, ti preoccupi?» sorrise misurando lo spazio che lo separava dall'uscita più vicina.
«Non fare l'idiota. Quello è della polizia.»
«Quasi il momento di telare», esitò mentre Fulvio tentava di convincere il mondo intero
che lui era solo una guida, e Kabede domandava cosa diavolo volesse venderci quel tizio.
«Facciamo a capirci», si arrampicava sugli specchi il giovane. «Il mio nome ve l'ho detto.
Vorrei solo sapere chi sono i componenti del gruppo.» Tirò fuori dalla tasca un foglio e
domandò: «Battelli Carlo, ad esempio, chi è? E Cumani Ermes?»
«Non è con noi», scrollò le spalle Nico. Poi ordinò: «Andiamo, ragazzi».
«Io vado a prendermi un caffè», sussurrò Ermes, e si avviò a testa bassa verso il bar.
«Ehi, ehi», chiamava Fulvio, ma ormai i giocatori avevano mangiato la foglia e si
stavano disperdendo per tutto l'atrio. «Io qui sul foglio ho Battelli, Cumani, Melchiades,
Ofer, Pardo, Pellegrini e Reyes. Manca un bianco, cazzo!»
Ermes puntò l'angolo del bancone, sollevò una mano e indicò nel vuoto. Sorrise come
avesse riconosciuto qualcuno, e la traiettoria dei suoi passi deviò verso l'esterno.
Si accorse troppo tardi dei due uomini in impermeabile appostati ai lati dell'uscita. Uno
dei due fermò un ragazzo, si fece mostrare i documenti, ed Ermes rischiava di finire dritto
in bocca all'altro.
Se l'avessero arrestato sotto i miei occhi, non sarei mai riuscito a perdonarmelo.
«Siete voi, Ermes Cumani?» implorava Fulvio tirando Battelli per il gomito, ma quello
rideva.
«Se mi chiamo Carlo!»
Prima che arrivassero altre guardie, strinsi la mano di Aregai e gli dissi: «Non lo lascio
andare da solo. Ci vediamo stasera in albergo».
Girai i tacchi e guadagnai l'esterno dall'uscita opposta a quella di Ermes. Anche lì due
tizi fermavano gente a caso per controllarne l'identità, ma nessuno mi chiese niente.
Una volta all'aperto, seguii il marciapiede risalendo la colonna di taxi in attesa di clienti.
Speravo di trovare Ermes già fuori, ma non si vedeva. Sull'altro lato della strada erano
parcheggiate due autoblindo dell'esercito, i cannoncini puntati verso gli edifici
dell'aeroporto. I viaggiatori, però, non sembravano farci caso: continuavano ad
abbracciarsi o avere fretta secondo dinamiche del tutto private, esattamente come quando
ero partito.
Guadagnai l'uscita da cui sarebbe dovuto sbucare Ermes. Gettai uno sguardo all'interno,
e raggelai: era di fronte all'agente in borghese e gli stava mostrando il passaporto di
Horacio Reyes.
La foto era stata cambiata, anche se i Turtas avrebbero preferito trasformare Ermes nel
sosia perfetto dell'uruguagio, senza bisogno di scomodare nel cuore della notte il cugino
falsario.
Gente continuava a uscire, ma lui no.
«Dotto', che ve serve un passaggio?» domandò il primo autista della colonna. Urlava
come fosse mezzo sordo.
«Veramente sto aspettando una persona.»
«Allora perché nun ve levate da qui?»
Mi resi conto solo allora che alle mie spalle si era formata una piccola fila di clienti.
«Tutti così, quelli sur volo delle sei da Addis Abeba», lo sentii lamentarsi mentre cedevo
il passo a una famiglia di stranieri. «Selvaggi.»
«Ma vaffanculo!» ringhiai per non smentirlo, poi mi decisi a risalire la corrente umana in
uscita per capire cosa stesse succedendo.
Non era semplice, con le valigie enormi che la gente si trascinava dietro, e mentre
spingevo per varcare la soglia, sentii la voce mortificata di Ermes che protestava: «Solo que
yo no comprendo, señor».
«Ci sarà qualcuno qui che sa lo spagnolo?» domandò l'agente al collega. «Questo non
capisce un accidenti.»
«Che problema c'è?»
«'Sto cristiano è dell'Uruguay. È senza bagaglio e non si capisce perché.»
«Valisa perdida!» si lamentava Ermes. «Debo reclamàr!»
«Horacio!» trasecolai. «È mezz'ora che ti cerco! Dobbiamo andare all'ufficio bagagli
smarriti!»
Lui mi guardò sbigottito, ma ritrovò in fretta l'assetto. «Amigo!» gridò mentre mi gettava
le braccia al collo. «Valisa perdida! Señor no comprende!»
«È con voi questo tizio?» s'informò l'agente. Sembrava ansioso di levarselo di torno.
«Non si trova la sua valigia, e non trovavamo più neanche lui. Non parla una parola
d'italiano, povero.»
«Lo accompagnate voi allo sportello bagagli smarriti?» domandò restituendo il
documento a Ermes.
«Ci mancherebbe altro», assicurai. «Vamos, Horacio!»
«Che cazzo», sussurrò quando fummo abbastanza lontani. «Cosa vi costava darmi una
valigia?»
«Però con lo spagnolo fai schifo.» «Fallo tu l'uruguagio, cabròn!»
I ragazzi erano sparsi fra il bar e l'edicola. Ci ignoravano, e quando ce li fummo lasciati
alle spalle, sentii la voce di Nico che tuonava esasperata: «Cosa ci posso fare, io?
Controllate il registro della compagnia aerea, se non mi credete».
Per non tradirci, nel caso i due agenti ci tenessero d'occhio, arrivammo fino al banco dei
reclami e denunciammo all'impiegata la sparizione di una valigia inesistente.
«Proviamo a uscire insieme?» proposi a Ermes quando ottenemmo la ricevuta.
«Dall'altra uscita, però. Magari va meglio.»
Ci avviammo decisi verso il varco opposto, e quando fummo a venti passi dal giocarci il
tutto per tutto, lo sentii dire ammirato: «Guarda che coppia di femmine!»
Mi girai anch'io verso lo sciame di passeggeri d'un volo appena atterrato, e due bellezze
che indossavano abitini succinti di maglia precedevano di alcuni passi tutti gli altri.
Avanzavano sottobraccio e sicure di sé, accentuando le falcate, e né i carabinieri né gli
uomini in borghese della polizia politica sembravano abituati a tanto splendore.
Le ragazze portavano grandi occhiali scuri e scherzavano fra loro. Una la conoscevo, e
alle loro spalle Richard Muszak spingeva un carrello stracarico di valigie e beauty-case, un
bel sorriso rilassato dipinto in faccia.
«Noemi! Richard!» chiamai.
«Lorenzo caro!» mi venne incontro lei, facendo di me l'uomo più invidiato di tutto
l'aeroporto. «Quant'è piccolo, il mondo!»
Ci abbracciammo, e se portava qualcosa sotto l'abitino di maglia non me ne accorsi.
«Che bellezza, Noemi! Da dove arrivate?»
«Torniamo ora da Brazzavilla. È stato fantastico!»
Volle presentarmi la sua amica Lara, che Ermes baciò entusiasta.
«Lui è Horacio. Arriva dall'Uruguay.»
Ermes annuì e sibilò un timido: «Mucho piacer».
«È un'attrice anche Lara?» domandai per distogliere l'attenzione da lui.
«E brava, anche. Nel film ero la padrona della miniera, ma anche fare la dama di
compagnia non era semplice.»
«Però ci siamo divertite», spiegò Lara. Aveva una voce chioccia da scema totale. «Ci
sono certi attori, laggiù, davvero capaci», e i suoi occhi brillavano ancora per i bei ricordi.
«Lawrence!» mi allungò un finto pugno Richard. Sembrava più giovane. «Non puoi
immaginare! Più di cento comparse! Tutto girato in foresta! Sarà un grande successo!»
«Ma que raza de pelicula es?» domandò Ermes confuso.
«Bella faccia!» giudicò Muszak. «Dovresti fare film… Come ti chiami?»
«Horacio Reyes.»
«Hai anche nome da attore! Non è bel nome, ragazze?»
«Suona bene», considerò Noemi.
«Io in questi giorni gira film a Roma. Tu vuoi fare film con me, Horacio?»
«Ma yo no soy actor.»
«Oh, never mind. Quello che devi recitare in mio film, tu hai già fatto di sicuro.»
«Perché non usciamo, intanto?» proposi offrendo il braccio a Noemi, ed Ermes colse
l'occasione per fare lo stesso con Lara.
«Dopo io lascio bilietto da visita a Horacio», promise Muszak riprendendo a spingere il
carrello. «Sentito che Mussolini tira cuoia presto, e quando storia passa, tu devi andare.»
«Certo», gli diedi corda mentre ci avvicinavamo tutti insieme all'uscita. «Cos'hai in
mente di preciso? Un documentario?»
«Film misto», rivelò. «Di scopare e documentario, insieme. Volio mostrare che anche
quando c'è crisi politica, genti non smette mai di scopare.»
«Mi sembra una grande idea», ammisi mentre il sedicente Horacio sgranava gli occhi.
«Non è un genio?» domandò Noemi. «Richard vuole montare in parallelo le immagini
del funerale, e scene erotiche in interni romani.»
«Mica es muerto, ancora.»
«Siamo arrivati al momento giusto», ribadì il regista. «Sarà una ceremonia grandissima.
Come quando muore Caligula, o Nerone.»
«Allora, birichino, ci sei o no per il film?» Lara stuzzicò Ermes.
«Magari non soy adapto», si schermiva lui.
«Well, c'è un modo sicuro per saperlo», spiegò Muszak mentre sfilavamo in mezzo agli
agenti in borghese. «Quanto tempo riesci a scopare, Horacio? Quante di fila?»
Appena fuori mi riempii i polmoni come se emergessi da un lungo tuffo, e mentre ci
mettevamo in coda per un taxi, dietro di me sentivo le guardie parlar male della gente di
cinema.
«Guarda che sorche si portano dietro», considerò uno dei due. «Ma secondo me parlano
tanto di scopare e sono tutti finocchi.»

Su ordine di Richard, la seicento multipla che ci aveva raccolto abbandonò quasi subito
la via Appia, per tagliare attraverso la campagna puntando gli edifici geometrici del
quartiere E42.
Fra Tor Carbone e Vigna Murata correvano Lancia e Osca da nuovi ricchi, ma oltre il
fosso che delimitava la carreggiata si vedevano pecore al pascolo nei terreni incolti.
Indecorose quinte di baracche si stagliavano all'orizzonte, ed Ermes notò che non erano
poi così diverse da quelle del Villaggio Traiano.
Dalle parti della Cecchignola incrociammo un blindato d'un modello che non avevo mai
visto. Procedeva lento, pavesato di reti mimetiche, e il bersagliere che sporgeva dalla
torretta aveva il volto coperto di nerofumo, ma nessuno parve farci caso.
«Prima volta a Roma?» domandò il tassista per rompere il ghiaccio. Doveva avere più o
meno la mia età, ma era molto sovrappeso, e dalla mia postazione avevo una panoramica
invidiabile sulla sua chierica.
«Solo per le ragazze», spiegò Muszak.
«E la prima volta che vengono a Roma le portate all'Esposizione?»
«È un quartiere molto interessante», dichiarò Richard. «In America sarebbe già un…
Come si dice un posto come Disneyland? Un parco a tema! Tu, Horacio, ci sei già stato?»
«Yo? En Disneyland?»
«Ma no, birichino. A Roma. È la prima volta anche per te?» domandò Lara.
«Ah sì! Primeva!»
«Da dove viene il signore?» indagò il tassista. «Argentina?»
«Uruguay», risposi al suo posto.
«Credevo fossero tutti calciatori… Mentre voi, scusate se ficco il naso, ma parete gente
di spettacolo.»
«Yo proprio calciadòr», precisò Ermes.
Ormai ci aveva preso gusto, ma il tassista preferiva bersi ogni sillaba che usciva dalle
labbra tumide di Noemi e della sua amica. Gli stavano spiegando che seduto nel suo taxi
c'era un grande regista, e in che senso per loro era un onore lavorare insieme a lui.
«Ma allora siete in città per girare! Stupido io a non capirlo prima!»
«Primo ciak domani», annunciò Muszak. «Se vuoi fare comparsa, questo è il mio
bilietto», aggiunse liberale, e già che c'era ne allungò anche uno ad Ermes e uno a me.
«Modestia a parte, cascate in piedi», annunciò il tassista. «Ho fatto teatro, io. Stagioni e
stagioni con la compagnia dei Salesiani. Che genere di film girate?»
«Un fim d'amore con molte comparse», sospirò lasciva Noemi.
«Ma senti! Mi piacerebbe partecipare, ma ho paura che quando mi si vede al cinema che
faccio lo sdolcinato con un'altra, la mia fidanzata mi pianta il grugno.»
«Gelosa», commentò Lara.
«Potete dirlo, belle signorine», ringalluzzì mentre il profilo del Palazzo dello sport si
faceva sempre più vicino. «Certe sceneggiate mi fa, la mia Titti.»
«Quale è problema, boy? Se Titti non vuole tu in film con altra femmina, tu puoi recitare
insieme a lei.»
L'uomo sembrò valutare pro e contro dell'opportunità, poi disse: «E perché no? Se gli
faccio debuttare la creatura al cinema, è la volta buona che suo padre dà l'assenso alle
nozze».
«Italians are so… Traditionalist!» commentò Muszak con favore. «Comunque, me sembra
che siamo arrivati.»

Per quanto obiettassimo che avevamo fretta, Richard insistette per averci ospiti a
pranzo. Andava matto per il ristorante panoramico del «Fungo», una curiosa costruzione
sostenuta da pilastri che convergevano a punta di lancia. In origine era impiegata come
serbatoio di raccolta per l'acqua piovana. Adesso ci potevi salire in ascensore, per godere
dell'opportunità di sedere a tavola al quattordicesimo piano: grandi vetrate lasciavano
entrare una luce quasi abbacinante, e separé di vimini erano a disposizione di quanti
preferissero l'ombra alla vista incomparabile di Roma, distesa come una fiera in sonno.
Così vicini da poterli quasi toccare c'erano il groviera del Palazzo del lavoro e la cupola
del Palazzo dello sport, la ruota del luna park e lo specchio del laghetto sul quale
distinguevi, simili a insetti variopinti, i canottieri. Più in là, lungo l'infilata della Cristoforo
Colombo, era tutt'un fiorire di impalcature, come se l'Urbe e il quartiere che il regime
aveva creato dal nulla fossero pronti a saldarsi nell'abbraccio sospirato fin dall'inizio.
Verso il mare e il nuovo aeroporto di Fiumicino, i grattacieli a specchio del nuovo centro
direzionale baluginavano nel sole come schegge di cristallo, e da lassù vidi per la prima
volta la cubitale scritta DUX in travertino, incombente sui binari della Roma-Ostia, che
avrebbe dato il benvenuto in città agli atleti olimpici.
Il mio primo pasto italiano dopo l'esilio volò fra dolci sciocchezze: Lara e Noemi
raccontarono di alcune indimenticabili sequenze girate a bordo di una pilotina, presa a
nolo dalle parti di Brazzavilla. Muszak ci parlò di una sua nuova idea basata sul baratto e
la condivisione delle informazioni: «Se tutte banche dati di pianeta se collegano fra loro,
diventa come a spider web. La rete di ragno, you know?»
Ermes non sembrava avere premura di separarsi dall'allegra brigata. Seduto fra Lara e
Noemi aveva trovato una propria dimensione, fatta di grandi sorrisi e laconiche uscite nel
suo spagnolo fantasioso. Forse era quello, ai confini del mondo dello spettacolo, il posto
più adatto per uno come lui. Ci avesse trovato la sua pace, era un posto meglio di tanti
altri.
Quando arrivarono i caffè, mi domandai se non avrei fatto meglio a raggiungere i
ragazzi all'albergo, e Richard parve leggermi nel pensiero.
«Sempre fretta, Lawrence. Così lasci indietro le idee. Dove devi andare?»
«Raggiungo la squadra. Voglio capire se ce l'hanno fatta, ad approdare in albergo.»
«È la squadra in cui gioca Horacio?» s'informò Noemi.
«Antiga equipa», scrollò la testa. «Yo no jogo più con loros. Yo siempre, siempre cambiàr
equipa.»
La sua commedia cominciava a sembrarmi eccessiva, poi mi baluginò un sospetto: quel
pazzo si stava allenando a diventare davvero l'uruguagio Horacio Reyes. Tanto doveva
guadagnarsi da vivere giocando a calcio, e il Reyes originale non avrebbe mai reclamato.
Adesso che aveva scambiato la sua identità di sovversivo e possibile ricercato con quella
di un calciatore straniero ignoto ai registri della polizia politica, aveva tutta la vita davanti.
Piano perfetto: dovevo ricordarmi di chiedere a Nico se l'idea era stata sua o del vecchio
Aaron.
«Vamos», mi stupì quando mi alzai per baciare le ragazze. «Viengo con te.»

«Credevo saresti rimasto con loro», osservai mentre uscivamo dalla sala.
«Ma tu guarda dove sono andato a finire», considerò. «Ristoranti alti come grattacieli e
strade a sei corsie. E adesso, parlando spagnolo o no, mi tocca star qui.»
«Hai deciso dove andare?» chiesi premendo il pulsante di chiamata dell'ascensore.
«Ho mezzo milione in tasca, e un ragazzo che paga in contanti viene accolto bene
dappertutto. Lascia solo che mi organizzi, e vedrai che ci si sente presto.»
«Ci conto, Ermes.»
«Me li saluti tu, i ragazzi? Vorrei sapessero che per me è stato un onore, venire scelto dal
San Giorgio.»
Sospirai e promisi: «Glielo dirò senz'altro».
«E per favore chiedi scusa da parte mia a Iohannes. Ci sto ancora male, per quel pallone
che gli ho fregato al primo allenamento. È stata una mancanza di rispetto bella e buona,
giusto per strappare un applauso che poi nessuno mi ha fatto.»
«Chissà se ci pensa ancora, dopo tutto il disastro.»
«Ci sono rimasti male, lo so. Ci vorrà tempo perché mi perdonino. Ma mettiti nei miei
panni: Farinacci e Bontempi non si sono fatti un graffio, e io ho perso il posto in squadra.
Neppure una partita sono riuscito a giocare!»
Due ore prima aveva rischiato di farsi bloccare in aeroporto, ma adesso sembrava questa
la cosa che gli dispiaceva di più.
Entrammo nella cabina dell'ascensore e, appena le porte si chiusero, Ermes si irrigidì.
«Diavolo!» protestò mentre cominciavamo a scendere. «Chiusi dentro un montacarichi.
Però sono contento che Aaron mi abbia lasciato venire. L'ha capito anche il tuo amico
regista che la storia sta passando di qui.»
«E tu non vuoi stare a guardarla con le mani in mano, scommetto.»
«È più forte di me. Ormai l'hai capito.»
«Allora non vai a Pescara a conoscere i tuoi nipoti.»
«Ho qualche indirizzo in città. Compagni del comitato. A Pescara ci andrò poi.»
«Non fare il matto, Ermes.»
«Se vuoi cambiare il mondo, qualche follia devi pur farla. Anche diventare uruguayano,
se serve.»
Sorrisi. Eravamo fatti di una pasta decisamente diversa.
«Alle persone ragionevoli fa benissimo incontrare ogni tanto gente che non ha paura di
morire e di rinascere», proseguì mentre l'ascensore rallentava. «È grazie a noi matti, come
dici tu, se il mondo ogni tanto si riscuote e migliora per tutti.»
Stavo per domandargli se il merito della sua nuova saggezza fosse del Kebra Negàst, ma
ormai la cabina si era fermata al piano terra, e una coppia di fidanzatini ci fissava esitante.

La metropolitana superò le fermate Piramide, Circo Massimo e Colosseo, e quando il


convoglio entrò nella stazione successiva feci cenno a Ermes che era il nostro momento.
Scendemmo sulla banchina illuminata dai tubi al neon, e il mio amico non aveva ancora
finito di stupirsi per il sistema automatico che governava le porte dei vagoni, quando gli
toccò sperimentare l'ebbrezza di una scala mobile.
«Diavolo d'un diavolo!» esclamò mentre ci trasportava verso il piano stradale. «Anche le
ferrovie che viaggiano sottoterra. Dovrò fare l'abitudine a un sacco di cose, ma
quest'arietta frizzante mi piace già.»
Sbucammo su via Cavour, in vista della basilica di Santa Maria Maggiore. Il traffico di
passanti e turisti sembrava quello di sempre, e prima di congedarmi da Ermes avrei voluto
ringraziarlo per avermi fatto conoscere l'Africa e un modo diverso di affrontare la vita, ma
restai con un palmo di naso.
Il tempo di riabituare gli occhi alla luce, e non c'era più.
Mi guardai intorno, tornai a controllare l'ingresso della metropolitana e scesi daccapo
sulla banchina. Feci appena in tempo a vedere il treno sul binario opposto che partiva, così
risalii in superficie. Non ci eravamo persi di vista per sbaglio, però mi trattenni sul posto a
fumare una Giubek.
Passavano donne meravigliose, i miliziani irridevano le tonache dei seminaristi, e sui
cartelloni furoreggiava la nuova campagna pubblicitaria della Vespa. Alla fine, in un
modo o nell'altro, a Roma ci ero arrivato.

In albergo trovai Nico furioso: quel Fulvio si era finalmente qualificato come agente di
pubblica sicurezza, e insieme a due colleghi ci aveva preso in consegna. Non ci saremmo
potuti spostare per la città se non avvertendoli in anticipo di quali visite intendevamo
compiere. In ogni caso, era tassativamente esclusa una visita a piazza di Porta Capena per
evitare manifestazioni revansciste ai piedi dell'obelisco di Axum. Meglio ancora se fossimo
riusciti a stabilire un programma unitario con i campioni libici della Virtus Bengasi, che
alloggiavano al nostro stesso albergo, e sarebbe stato così per tutta la durata del torneo.
Praticamente reclusi. Quanto al sottoscritto, anche se potevo sganciarmi facilmente dal
gruppo, avevo poco da stare allegro: per l'indomani ero stato convocato in Federcalcio
davanti al presidente Ferdinando Maria Carcano e ai consiglieri. Era un onore raro per un
cronista, ma l'esperienza suggeriva che di rado i pezzi grossi ti davano appuntamento per
felicitarsi con te.
CAPITOLO XXXVII

Mercoledì, mentre i ragazzi venivano sottoposti alla visita di piazza Navona e dintorni
guidata dall'agente Fulvio, cercai di rilassarmi in vista dell'appuntamento in Federcalcio.
Dopo il primo bagno in vasca da oltre un mese, impreziosito da una saponetta alla colonia
che in Etiopia si sognavano, mi spinsi a piedi lungo via Panisperna, dove il sogno del
programma atomico italiano si era trasformato in realtà, e mi ritrovai prima del previsto in
piazza Venezia.
Il famoso balcone mi apparve ancora più piccolo di come lo ricordavo, minuscolo
rispetto alla mole incombente del Vittoriano. Si diceva da tempo che Pavolini gli avrebbe
cambiato nome per trasformarlo nel mausoleo del Duce, ignorando bellamente le volontà
del medesimo in nome della ragion di Stato. Balbo e i suoi avrebbero preferito fosse
sepolto in Romagna, nella sua terra: se non riuscivano neppure a mettersi d'accordo su
dove farlo riposare, figurarsi quando si sarebbe trattato di succedergli al potere.
Lungo il Corso la gente faceva la coda fuori dalle banche, e sui lati di piazza del Popolo
erano schierati a ventaglio fuoristrada e camionette dei carabinieri. I conoscenti
scambiavano impressioni veloci prima di riprendere ognuno la propria strada, e solo i
turisti americani a bordo delle carrozzelle sembravano incapaci di decifrare i segnali
d'allarme. Quando uscii su piazzale Flaminio scorsi una compagnia di fanti in marcia
verso il lungotevere, e parecchi passanti sul marciapiede si erano fermati ad applaudire.
«Bravi, ragazzi, bravi», gridava una donna alla finestra mostrando il tricolore. «Siamo
con voi.»
Quando ero di leva io, non mi era mai capitato.

Appena venni introdotto nella sala, il presidente della Federcalcio onorevole Carcano mi
squadrò come avessi un naso rosso da pagliaccio.
«Ma eccolo, il nostro Vate del calcio africano», mi diede il benvenuto, e la dozzina di
consiglieri in sala scoppiò a ridere. «Peccato che le fregnacce di D'Annunzio, al peggio
spingano qualche vergine a concedersi nel pineto. Le vostre, invece, hanno creato un
danno molto grave.»
Mentre cercavo da sedere, riconobbi il presidente della Lazio e il bellicoso Deluca,
patron della Fiumana, poi il numero uno delle giacchette nere e un paio di maturi volti
celebri cui non seppi dare, lì per lì, un nome preciso.
«Pellegrini di Stadio», sospirò Carcano puntandomi contro la stilografica, «vi rendete
conto di avere inquinato lo svolgimento di un torneo federale?»
«Scrivendo un articolo?» esitai.
«Portate da sedere!» ordinò Carcano a uno degli uscieri. Poi tornò a rivolgersi a me e
disse: «Siete giovane, ma conoscete fin troppo bene le furbizie del mestiere. Avete parlato
di questa squadra come di una compagine d'eroi, e alla vigilia della partita decisiva. Poi ci
lamentiamo se gli arbitri si lasciano influenzare…»
Dunque, era questa la mia colpa.
«Avete usato la stampa come un'arma. Avete invaso un campo non vostro», dichiarò
grave una delle facce celebri. Per un attimo, ebbi il dubbio che fosse Peppino Meazza.
«Ma scusate, in Italia escono ogni giorno decine di articoli sulla Juventus, l'Ambrosiana
e il Milano, e nessuno ci trova da ridire. Anche alla vigilia di incontri contro le piccole
società», dissi cercando lo sguardo di Deluca. «Cosa dovremmo pensare di quei direttori
di gara? Che non leggono i giornali?»
«Non permetto insinuazioni sulla classe arbitrale!» mise in chiaro il capo delle giacchette
nere. «Se Dalla Vida ha sbagliato, Dalla Vida pagherà.»
«Non capisco, signori. Io c'ero, e non so in cosa possa aver sbagliato.»
Qualcuno rise.
«Credevate forse di essere l'unico giornalista, al Nuovo Fiore?» domandò Carcano
divertito. «Il più moderato è stato Brera, che ha scritto di un arbitraggio aleatorio, e
qualcosa mi dice che ne capisce più di voi.»
«Può darsi che fosse… aleatorio, come scrive il signor Brera, ma solo secondo il metro di
qui. Forse lui non ha visto altre partite in Africa. Bisogna capire il contesto: laggiù ci sono
squadre che scendono in campo con metà dei giocatori scalzi.»
«Sì, e immagino sia normale fare invasioni di campo con vessilli sovversivi in piena
partita.»
Qualcuno doveva aver raccontato le cose a modo suo.
«Se Dalla Vida ha favorito quei meticci, ne risponderà a noi», ribadì ottuso il capo degli
arbitri.
«Perdonate ma non capisco. Prima mandate un commissario per controllare che tutto si
svolga secondo decenza, poi protestate con un giornalista per un articolo.»
L'usciere rientrò trasportando due sedie.
«Presidente», prese timido la parola. «È arrivato anche il dottor Arienti.»
Lo vidi entrare, disteso e abbronzato come non mi era mai sembrato in Africa, e salutò
presidente e consiglieri con un piccolo inchino spiritoso.
«Eccoci, signori», esordì. «Come sapete, la missione è compiuta.»
Nel trovarlo così a proprio agio, sperai che mi avrebbe levato anche stavolta le castagne
dal fuoco ma, al solo vederlo, Carcano digrignò i denti e perse anche quel velo di cortesia
meridionale che fin lì aveva ostentato. «Ecco la signorina che l'ha fatta fuori dal vaso!» gelò
Arienti. «Farinacci mi ha cazziato per un'ora al telefono! Adesso ci devi proprio raccontare
come hai fatto a combinare 'sto guaio!»

Minacce di querela. Per diffamazione e per turbativa di competizione sportiva, sempre


che l'avvocato della Federcalcio non si fosse inventato un articolo del codice tanto per
spaventarmi. Minacce a vanvera e altre molto concrete, come quella di lasciarmi fuori
dagli stadi italiani e delle Repubbliche associate per un anno intero. Un cronista sportivo
diffidato dall'entrare negli stadi è come un cavallo da corsa azzoppato, e quei signori
sembravano saperlo molto bene.
Per il momento ero libero di seguire il Sette repubbliche e di scriverne, ma facevo bene a
non abusare della pazienza altrui. Così mi era stato raccomandato, e il peggio era che non
potevo contare sulla solidarietà del commissario Arienti.
Se io ero uscito dal palazzo della Federcalcio discretamente intimorito, lui era sbucato
dal portone sospeso dai propri incarichi.
«Ma mi sentiranno!» protestava incredulo. «Gli tiro su un casino che non s'immaginano,
'sti bifolchi!»
L'avevano trattato in maniera indegna, e minacciava di presentarsi seduta stante di
fronte ai vertici del CONI. «Carcano e i suoi sodali credono di poter infangare così la mia
reputazione? Mi sa che hanno fatto i conti senza l'oste! Il ministro non sarà contento, ve lo
assicuro!»
Non sapevo neppure di che ministro parlasse, ma quando lo vidi allungare un calcio a
un tappo di sughero dimenticato sul marciapiede, ebbi la conferma che doveva essere
furibondo.
«Fate il vostro lavoro senza paura, Lorenzo», si raccomandò prima di montare su una
vettura di piazza. «Vi do la mia parola che non ci rimetterete.»
Lo guardai sparire nel traffico. Un uomo così non si lasciava piegare dagli insulti di
Carcano, e pensai che ci saremmo rivisti in tribuna.
Riguadagnai il lungotevere, e dopo un po' vidi arrivare un battello panoramico fitto di
turisti. Un'intera comitiva indossava la camicia nera: salutavano a braccio teso i passanti,
ma intanto si fotografavano fra loro, e capivi lontano un miglio che erano stranieri. Inglesi
e americani, gente del Nord e anche i vecchi nemici tedeschi e francesi non mancavano
mai di comprare la paccottiglia di regime per cui all'estero ci deridevano. Diceva il
Direttore che a Londra certe agenzie organizzavano veri e propri tour alla scoperta
dell'Italia più pittoresca: pizza, fez e mandolino. Avessero potuto, quei turisti, avrebbero
sfoggiato da subito anche i foulard con la testa di morto e i nodosi manganelli in gomma
cava dal manico tricolore. Invece dovevano aspettare di passare il confine, per ostentare
quelle sciocchezze in vendita su tutte le bancarelle di Porta Portese come trofei e
testimonianze tangibili della visita a Roma.
Vidi l'insegna del telefono pubblico fuori da un bar, e decisi di provare a chiamare
l'albergo per sapere se i ragazzi erano tornati.
Già sotto la tenda a strisce che riparava l'ingresso distinsi il gracchiare d'una radio, e
quando entrai vidi che il barista stava ascoltando il notiziario con gli occhi sgranati.
«'Sera», salutai, e quello smorzò il volume.
«Io dico che siamo diventati tutti matti», sentenziò. «Di 'sto passo, dove andremo a
finire?»
Proprio non lo sapevo, così domandai se potevo usare il telefono. «E preparatemi un
caffè, per cortesia.»
«Agli ordini, dotto'.» Poi lo sentii aggiungere: «E il bello è che alla gente non importa.
Anzi, proprio nun gliene po' frega de meno».
Dall'albergo Balilla di via dei Serpenti mi fecero sapere che la comitiva abissina non era
rientrata per pranzo, ma li attendevano a cena per le venti precise. Poiché non c'era verso
di sapere dove fossero, mi sarei spinto verso piazza Navona, caso mai fossero ancora a
zonzo da quelle parti.
«Lo sapete cosa mi fa impazzire, dotto'?» m'interrogò il barista mentre mescolavo lo
zucchero.
«Dite.»
«Che tutti fanno finta di niente! Si progettano grandi cose, ma zitti zitti, per carità! Qui a
Roma, tutti a far finta di piangere al capezzale del Duce, e intanto in montagna hanno già
cominciato a darsele di diritto e di rovescio.»
Forse se avesse alzato il volume della radio avrei capito di cosa parlava. Glielo dissi.
«Vi faccio il riassunto. A Rieti i carabinieri hanno accoppato un miliziano in borghese a
un posto di blocco, e come risposta le teste di morto hanno assalito la caserma.»
Carabinieri contro Milizia, come nel '43. Bella prospettiva.
«È stata una battaglia con più di dieci morti, e mo' so' in pena, perché se sta a move
l'esercito, e mi' fija sta a Tivoli, proprio sulla strada.»
«Brutt'affare», ammisi, e ripensai alla faccia coperta di nerofumo del bersagliere sul
blindato.
«Che poi, in linea di principio, se vogliono darsele fra loro io nun me metto de mezzo»,
disse mostrando i palmi come per arrendersi. «Oh, io di politica non so niente», specificò,
«però se mettono a repentaglio la povera gente nun ce sto più.»
Bevvi il caffè e pagai. Avevo fretta di uscire prima che dichiarasse di essere una gran
brava persona a cui però non bisognava pestare i piedi. Altrimenti attenzione, ché si
sarebbe trasformato in una belva, e allora sai che paura.

Per giovedì 5 maggio, festa nazionale, era in programma una visita all'area archeologica
dei Fori imperiali. Eravamo appena entrati in gruppo nel recinto, quando la notizia della
morte di Mussolini rimbalzò fra gli archi trionfali e le colonne spezzate.
Per un po', fu come se il tempo si fosse fermato in attesa di una smentita, o di una
conferma. Per quanto fosse vecchio da un pezzo, e malfermo già da anni, sembrava
incredibile che dopo tutto quel tempo uscisse di scena come un comune mortale.
«Edizione straordinaria!» salì la voce di uno strillone. «Proclamati cinque giorni di lutto
nazionale! Si è spento Sua Eccellenza il Duce!»
«Allora è vero», mormorò Nico. Sembrava ancora incredulo.
Davide Pardo volle stringermi la mano con gli occhi che gli brillavano.
«Proprio oggi», notò soddisfatto. «Lo vedi che Dio esiste, ed è pure spiritoso?»
«A me dispiace», disse Fortuna. «Senza di lui, in Etiopia non ci sarebbero nemmeno le
strade.»
«Forse no», disse Ghebre Iosef. «Ma era un tiranno.»
«Se non è un tiranno un uomo che governa da solo per trentotto anni, chi lo è?»
domandò Nico.
«Lo giudicheranno i nostri figli», disse Krasic. «Ormai è andato, pace all'anima sua.»
«Ma ci pensate?» proseguì Pardo, allegro, ignorando l'agente Fulvio che vergava
appunti rapido come uno stenografo. «Cinque maggio: presa di Addis Abeba, giorno della
vittoria nel '45, e ora la morte del capoccione a rovinare l'anniversario.»
«Strana coincidenza», ammise Nico, «tuttavia non mi sembra il caso di fare salti di
gioia.»
«Cinque maggio come Napoleone», osservò Aregai. «Dev'esserci un destino, in queste
vite speciali», e per un po' parlò ai ragazzi in etiope.
I turisti stranieri se ne andavano a passo svelto. Tornavano a gruppi verso gli alberghi, e
Nico non riusciva a spiegare ai ragazzi come mai i Fori imperiali si stessero vuotando
tanto in fretta.
«Hanno ricevuto disposizioni dalle ambasciate», rivelò il nostro cicerone della questura.
«Chissà cosa si immaginano che succederà.»

L'Italia si fermò per tre giorni e il quarto, lunedì 9, celebrò il più imponente funerale
della sua storia. Per permettere la massima affluenza alla cerimonia, non riaprirono i
battenti le scuole né le grandi fabbriche. Restarono abbassate le saracinesche di fronte agli
istituti di credito, i grandi magazzini e gli uffici pubblici. Aprirono, quasi furtivamente,
solo i bar e i negozietti di generi alimentari, e vedevi le massaie rincasare con mille
occhiate prudenti, le cibarie strette in grembo come ai tempi della borsa nera.
In quel fine settimana la gente, orfana dei compagni di lavoro, si era riunita a parlare in
strada, e ovunque si formassero crocchi sorgevano discussioni animate, che i più avveduti
s'impegnavano a smorzare prima che qualche miliziano si avvicinasse a far domande.
Nemmeno gli spiriti più semplici trovavano normale il traffico incessante di camion
dell'esercito, carichi di uomini in tenuta operativa, nel cuore della città. Secondo i giornali,
però, l'unico evento degno della prima pagina erano i preparativi dei funerali. Ai
panegirici si alternavano le dichiarazioni di piena fiducia nei confronti delle istituzioni nel
loro insieme. Ogni collega badava a non sbilanciarsi scrivendo una sillaba di troppo, ma le
voci che potevi raccogliere giù in strada, dal tabacchino oppure orecchiando i discorsi
degli amici seduti sulle lambrette, ti raccontavano una realtà diversa: alla Garbatella
sparavano ai miliziani dalle finestre, e si favoleggiava di un centurione lanciato a capofitto
nel Tevere da ponte Milvio.
Ognuno voleva sapere, e il rincorrersi di voci non faceva che accrescere la sete di notizie
certe.
Domenica, all'ora in cui normalmente sarebbero iniziate le partite di Serie A, telefonai a
Oscarre e lui mi rivelò l'inattesa piega degli eventi. Disordini in tutta Italia. Fra Modena e
Lucca, sui monti, bande armate che si facevano chiamare Volontari della libertà avevano
fucilato un podestà e disarmato i militari, proclamando una repubblica autonoma in nome
del Comitato di liberazione, e qualcosa del genere stava avvenendo anche in Piemonte.
Al porto di Genova erano stati presi d'assalto gli uffici della capitaneria, e unità della
Marina danneggiate ai moli d'attracco. In Basilicata, invece, i miliziani erano stati attaccati
da formazioni monarchiche.
In Sardegna il FUS aveva proclamato l'insurrezione generale e il prefetto di Cagliari era
stato abbattuto a pallettoni sotto casa.
Ovunque si segnalavano attentati contro edifici pubblici, strade ferrate e stabilimenti
industriali. Un proliferare di bande dalle sigle ignote, talvolta in lotta fra loro, si affrettava
a rivendicare ogni singolo atto di sabotaggio. Bruciavano i cantieri navali di Monfalcone e
il petrolchimico di Falconara, la FIAT di Mirafiori e la raffineria di Ravenna.
«Di questo passo diventerà rischioso anche rientrare in città», considerò turbato Oscarre.
«È come se la morte di Mussolini fosse il segnale convenuto per scatenare il caos, e
l'Esercito non sembra in grado di controllare la situazione.»
«Qui a Roma, di militari se ne vedono parecchi.»
«Potrebbe essere una buona notizia», disse sibillino. «Occhio, però, che prima di sparare
non chiedono il permesso.»

In ogni casa, e anche nella minuscola reception dell'albergo Balilla, era accesa in
permanenza la radio.
La mattina stessa del funerale ero seduto con Nico e Iohannes ad ascoltare le ultime
notizie, quando l'apparecchio diede un terribile fischio. Per un po' gracchiò frequenze
incompresibili dalle quali emergeva, di tanto in tanto, una frase musicale che sembrava
arrivare da un posto molto più lontano degli studi EIAR. Non riuscivo bene a distinguerla,
eppure mentre interrogavo gli sguardi perplessi dei presenti, mi sembrava di conoscerla
già.
«Ma questa è l'Internazionale!» sussurrò Nico sbigottito. «Com'è possibile?»
Poi la trasmissione si stabilizzò, e anche Iohannes restò a bocca aperta: nel giorno del
funerale del Duce, la radio trasmetteva l'inno socialista dei lavoratori. Abbassai il volume e
ci facemmo tutti e tre più vicini all'apparecchio.
«Italiane, Italiani…» chiamò una voce lontana quando anche l'ultima nota si fu spenta.
«È il comandante Loris dei Volontari della libertà che vi parla a nome del Comitato di
liberazione… Come sentite, trasmettiamo da una zona libera… Il primo nucleo della
nuova Italia democratica…»
Chiunque fosse, si capiva che andava a braccio, la voce rotta dall'emozione.
«Cittadini, l'ora della rivolta è suonata!» A giudicare dal tono, qualcuno doveva avergli
passato un foglietto. «I figli più nobili d'Italia, riuniti sotto il tricolore e le insegne del
Comitato di liberazione, stanno attaccando le forze fasciste dal Nizzardo al Friuli, dal
Tirolo alla Calabria, e ovunque la Milizia cede terreno e armi per rintanarsi nelle città.
Unitevi a noi nella lotta per un'Italia finalmente libera. Prendete contatto col Comitato di
liberazione. Uniti fino alla vittoria. Viva l'Italia e viva la libertà!»
Poi ripartì l'Internazionale, che s'interruppe quasi subito. Dalla radio tornò a uscire il
suono limpido delle trasmissioni EIAR: «…salutava le delegazioni giunte oggi nella
Capitale per la mesta cerimonia. Il portavoce dei reali britannici ha comunicato che la
regina Elisabetta e il consorte, principe Filippo d'Edimburgo, alloggeranno presso il nuovo
edificio dell'ambasciata. Si ricorda che il traffico veicolare privato è sospeso in tutta la città
fino alle sei di domani mattina».
Nico scuoteva la testa. «Non sarà un bluff?» domandò. «Guerra psicologica o roba del
genere?» ma ero troppo stupito per provare a rispondergli. «Se non è una provocazione
dei servizi, è il segnale che attiverà tutte le formazioni nelle province.»
Cominciavo e vedere l'Italia con occhi diversi: potevo immaginare lo spazio immenso
che separava le città come un mare in cui i pesci del Comitato di liberazione avevano agio
di nuotare, mentre i podestà e i graduati della Milizia rischiavano di andare a fondo uno
per uno.
«I ragazzi sono molto confusi», rivelò Iohannes. «Non capiscono cosa sta succedendo, e
cominciano ad essere preoccupati. Francamente, non vedo l'ora che cominci il torneo.»
«Ma ci siamo quasi», lo invitò a pazientare Nico. «Domattina ci sarà il sorteggio per
comporre il tabellone.»
«Basta che non peschiamo subito la Juve», misi le mani avanti.
«Perché no?» domandò Iohannes. «Se vogliamo vincere il torneo, prima o poi dobbiamo
incontrarli. Meglio al primo turno, quando sono ancora distratti.»
Nel pomeriggio il Comitato di liberazione riuscì a interrompere le trasmissioni radio
nazionali ancora due volte, ma sempre per pochi minuti.
Se la prima incursione sulle frequenze dell'EIAR ci aveva lasciati a bocca aperta, ormai
l'abitudine aveva preso il sopravvento.
«Trasmettono dal Subasio», sentenziò l'agente Fulvio comparendo nell'atrio. «Li hanno
già intercettati, 'sti spiritosoni.»
Poi spiegò che le strade erano traboccanti di gente arrivata da lontano per porgere
l'estremo saluto al Duce, e aggiunse che, se speravamo di avere una visuale decente, ci
conveniva uscire senza perdere altro tempo.
CAPITOLO XXXVIII

Martedì a colazione imparai che l'indomani avremmo incontrato nei quarti di finale la
Fortitudo Rodi. Il sorteggio era stato meno clemente coi compagni d'albergo libici: si
sarebbero trovati di fronte la Juventus, che nel caso migliore sarebbe stata la nostra
avversaria in semifinale.
Sedevano pallidi e smorti in sala colazione, come se la notizia avesse tagliato loro le
gambe in anticipo, ma Ghebre Iosef disse che erano stati fortunati e che avrebbe fatto
cambio volentieri.
L'altra metà del tabellone vedeva il Testa Mora di Ajaccio sfidare il Ricreativo Tirana,
mentre i maltesi del La Valletta si sarebbero impegnati a ribaltare il pronostico contro il
Nizza di Altamirano.
Fulvio non si era preoccupato di trovare un campo d'allenamento per i ragazzi, e parve
di capire che obbedisse a ordini precisi. Così, per non arrivare del tutto freddi al giorno
della partita, Iohannes propose ai ragazzi di uscire a correre insieme, e nel giro di dieci
minuti l'atrio dell'albergo Balilla era colmo di uomini in tuta gialla con il nome della
squadra ricamato sul petto.
«Dove si va?» domandò Ofer. Il giorno prima era stato l'unico a restare in albergo
durante il funerale, e adesso pareva ansioso di recuperare il contatto con l'aria aperta.
«Villa Borghese?» propose Krasic.
«Lì ci so andare», dichiarò Pardo, e uscirono in fila indiana.
Io e Nico li seguimmo mentre i nostri angeli custodi protestavano che l'escursione di
corsa era al di là delle loro possibilità fisiche.
«Ma restate, ci si vede dopo», li incoraggiò Nico. «Senza scarpe da ginnastica, correre è
un supplizio.»
I ragazzi erano usciti da un attimo, ma li vedemmo già lontani, vivaci come fiori contro
il grigiume delle facciate corrose dallo smog.
«Forse, per non farci staccare, dovremmo prendere una vespa», proposi.
«Andiamo col nostro passo», disse, e accese un cigarillo senza fermarsi. «Vedrai che fra
poco ci tocca raccogliere il mister col cucchiaino.»
«Ho paura che il torneo non godrà dell'attenzione che merita», dissi accennando al posto
di blocco della polizia che s'intravedeva su via Nazionale. «Qui ogni giorno ne succede
una nuova.»
«Nervi saldi, e andrà tutto bene.»
Quel mattino avevo letto Corriere, Messaggero e persino la Gazzetta del Popolo. Certi giorni
le prime pagine vanno conservate, e non mi era sfuggito il vero evento politico della
giornata.
«È oggi che si riunisce il Gran consiglio.»
«Sì, accidenti. E se sbattono la porta in faccia a Pavolini, è la volta buona che il Partito
salta per aria.»
«Sembri speranzoso.»
«Tu cosa dici? Sta per andare a fuoco tutto anche qui, come in Etiopia. Se non cambia
qualcosa adesso, non cambierà mai più.»
Mi tornò in mente il discorso di Ermes, e glielo dissi. «Chissà dove si è cacciato»,
aggiunsi. «Con il talento che ha per cacciarsi nei guai, sto in pena per lui.»
«Stai tranquillo. Certa gente ha più vite d'un gatto.»
Poi un rombo oscuro crebbe nell'aria: guardammo verso l'alto, e le sagome di una
squadriglia di Macchi in formazione passarono così basse che le ali con l'emblema della
repubblica sembrarono sfiorare i comignoli.
«Lo vedi?» disse. «Questi mica stanno con il Partito. L'Aeronautica è tutta con il
trasvolatore.»
«Se è per questo, anche la Marina e i Carabinieri. A loro sta ancora sullo stomaco come
sono stati trattati nel '43.»
«Quindi siamo a un passo dal vederli in galera, Pavolini e i suoi. Se si muove davvero
l'Esercito, è fatta.»
Non ricordavo stagioni critiche della storia italiana risolte grazie a sollevazioni militari,
ma per la prima volta mi sorpresi a sperarne una.
Allora sì che i gradassi della Milizia si sarebbero dispersi una volta per tutte, e la classe
marcia dei pescecani e degli amici dei gerarchi si sarebbe trovata culo a terra.
Anche prudente com'ero, cominciavo a pensare che dopo trentotto anni qualsiasi
cambiamento sarebbe stato elettrizzante.
E poi, se davvero la storia stava passando da Roma, che senso avrebbe avuto rintanarsi
trecentocinquanta chilometri più a nord, nella mansarda di via Broccaindosso, come
suggeriva Oscarre?

La sera fummo ospiti a cena della comunità etiope romana in via del Quadraro. La sala
delle assemblee era pavesata di stoffe rigate con i colori della squadra, e una grande
immagine del santo protettore d'Etiopia regnava dietro il podio degli oratori. Prima che
venissero servite le specialità preparate dalle donne per dare il benvenuto ai campioni, il
segretario della comunità aveva invitato al microfono Nico Melchiades. Il figlio del
presidente era stato ascoltato con profondo rispetto, e applaudito a lungo dopo aver
dichiarato che il San Giorgio avrebbe fatto il possibile per sostenere, pacificamente, la
causa dell'autodeterminazione dell'Africa Orientale.
Verso il fondo della sala si levavano grida di «Viva Hailè Selassiè!» e «Etiopia libera!»,
ma presto fra nostalgici del Negus e fautori di una nuova democrazia cominciarono a
volare parole grosse.
Le acque si calmarono solo quando salì a parlare Iohannes Aregai. Salutò autorevole
come un tribuno e, con voce ferma, invitò alla calma i compatrioti nella lingua madre.
«Cos'ha detto?» domandai a Fortuna quando la gente ebbe ricominciato ad applaudire
commossa.
«Che è strano viaggiare per mezzo mondo e ritrovarsi a casa», spiegò il libero. «E poi
dice che vorrebbe tutti allo stadio, domani. Perché uniti e con l'aiuto del cielo, usciremo
vincitori anche da questa prova.»
Quando Aregai ebbe finito, sollevò il pugno e puntò in alto l'indice come dopo un gol.
Qualcuno degli spettatori più giovani per l'entusiasmo gridava fuori controllo, poi la gente
prese a scandire in coro «Am-be-sà A-re-gai!», e finalmente mi ricordai di domandare a
Fortuna cosa significasse, quel titolo onorifico che aveva accompagnato il capitano da
Addis Abeba a Roma.
«È qualcosa come "signore", o "nobile"?»
Franco Fortuna scosse la testa. «No, Lorenzo. Ambesà, in lingua amarica, significa
semplicemente "leone".»

La partita lutto al braccio contro la Fortitudo si risolse in una semplice sgambata.


Di fronte a cinque o seimila spettatori in buona parte etiopi, il San Giorgio aveva
liquidato gli Egei per tre reti a zero, senza mai lasciarli entrare in partita. Aregai aveva
lasciato il segno sul tabellino dei marcatori insieme a Claypool e Ghebre Iosef, ma
soprattutto aveva guidato la squadra come un vero allenatore in campo, giocando più
indietro del solito per supportare il giovane Uossen, paralizzato dall'emozione nella sua
prima partita da titolare.
Nel secondo incontro del pomeriggio, mentre lo stadio andava pian piano affollandosi,
Testa Mora e Ricreativo Tirana si erano dati battaglia fino ai rigori, e solo la monetina
aveva regalato il passaggio in semifinale agli albanesi.
All'imbrunire il Nizza aveva passeggiato sui maltesi, il che non aveva impedito una
rissa tra gli sconfitti per aggiudicarsi la maglia sudata di Josè Franz Altamirano. L'uomo
che li aveva appena massacrati con quattro marcature personali tentava di fare da paciere,
ma quelli non smettevano di contendersi la maglia come i legionari con la tunica di Gesù.
Ormai il profilo boscoso dei Parioli non si distingueva più. Dopo sei ore dal fischio
d'inizio del primo incontro, e tre distinti minuti di silenzio per commemorare la scomparsa
del Duce, la grande abbuffata di calcio stava per conoscere il suo piatto forte.
Mentre i giardinieri sistemavano le zolle smosse, l'arbitro spagnolo Casal controllava coi
suoi assistenti che le reti fossero in ordine per l'ultimo incontro.
Lo stadio era quasi pieno, quando il moderno impianto d'illuminazione fotoelettrica
rischiarò il campo facendolo apparire d'un verde tenue, come levigato.
«Benvenuti al nuovo stadio nazionale del PNF», annunciò una voce diffusa dagli
altoparlanti, come se il vero evento avesse inizio solo allora. «Questa sera, per i quarti di
finale del Trofeo delle sette repubbliche, siamo onorati di ospitare i campioni d'Italia della
Juventus…» Boato di applausi, fischi, ingiurie in romanesco. Nessuno restava indifferente,
di fronte alle Zebre. «…Contro la Virtus di Biserta», aggiunse lo speaker un'ottava sotto.
Fu osservato un quarto e ultimo minuto di silenzio in cui ognuno poté raccogliersi e
ripensare a cosa lo attendeva fuori dallo stadio, quella notte o l'indomani. Era un silenzio
grave, meditabondo. Non aleggiavano buoni pensieri, su quello stadio che tutti
chiamavano semplicemente Flaminio. Se più di trentamila persone erano arrivate lì nel
giorno in cui il Gran consiglio aveva confermato Pavolini alla presidenza della Repubblica,
era perché volevano dimenticare quel che c'era fuori, e l'applauso che seguì fu scrosciante,
selvaggio, liberatorio.
Ancora per novanta minuti, non ce ne fregava niente dei blindati schierati sul
lungotevere, o dei crucci che attanagliavano le alte sfere. Eravamo stanchi, molto stanchi, e
volevamo solo vedere qualcuno in grado di farci divertire con un pallone fra i piedi.
«Juventus», annunciò impostato lo speaker, e la temperatura sugli spalti parve salire
all'istante. «Mattrel; Garzena, Castano; Emoli, Cervato, Colombo; Nicolè, Boniperti…
Charles! Sivori! Stacchini!»

PAVOLINI PRESIDENTE.
Il titolo a caratteri di scatola del Messaggero lasciava poco spazio alla speranza: nel giro
di tre giorni il delfino del Duce avrebbe assunto la più alta carica dello Stato di fronte alle
camere riunite, e sui libri di storia sarebbe stato ricordato come il secondo capo del
fascismo.
Aregai lesse con preoccupazione l'articolo di fondo, poi mi restituì il giornale scrollando
le spalle.
«Questo non dura trentott'anni», fu il suo unico commento.
Sfogliai fino alla pagina dello sport: l'indomani Nizza-Ricreativo si sarebbe giocata alle
sei, e Juve-San Giorgio alle otto.
Quando glielo dissi, imprecò in amarico.
«Cosa ti aspettavi? La Juve la mettono la sera, quando c'è più gente.»
«È un guaio», considerò. «Stupidi a non pensarci prima.»
«Qual è il problema? Fate la vostra partita, e comunque andrà sarà un successo. Sono i
campioni d'Italia, loro, e nessuno pretende che li mettiate sotto.»
«Non è questo. Lo so bene che non abbiamo niente da perdere.»
«E allora?»
«Il problema è la luce artificiale. Ieri sera, quando si sono accesi i fari, Ollio era
terrorizzato e anche Ofer dice che, con quei riflettori impiccati ai quattro angoli del campo,
gli sembra di stare nel cortile di una prigione.»
Se in Europa parecchi giocatori si trovavano ancora a disagio in notturna, in tutta
l'Etiopia non esisteva un solo stadio in grado di ospitare incontri dopo il tramonto.
«Sarà tutto nuovo», considerai. «Dovreste abituarvi, prima.»
«Ho avuto un'idea», disse Iohannes. «Se giocheremo in notturna, dobbiamo allenarci in
notturna.»
«E dove conti di trovare un campo, la sera?»
«Ma tu», disse in tono di rimprovero, «da ragazzino dove le giocavi, le partitelle?»
Nico e il mister ci raggiunsero prima che potessi fare domande, e Krasic appariva
turbato come se avesse appena ricevuto una notizia terribile.
«Lo sapete chi sarà l'arbitro?» domandò. «Aston!»
«Inglese? Almeno le regole le conoscerà.»
«Proprio lui… Sarebbe stato meglio un pigmeo del Congo!» si disperava.
«Figurati se si ricorda di te», provava a convincerlo Nico. Poi ci guardò e disse: «Si sono
già incontrati, Damir e l'arbitro».
«E quando?» domandò Iohannes.
«Da giocatore sono stato espulso una sola volta», premise il mister. «A Parigi, con la
Nazionale: Francia-Jugoslavia al Parco dei Principi, lo stesso stadio in cui giocavo la
domenica in campionato col Racing. Avevo un po' troppi occhi addosso, così cercavo di
fare bene, ma quell'Aston mi fischiava sempre contro. E quando mi ha annullato il gol
dell'uno a zero, ho visto i miei compatrioti in lacrime sugli spalti e non ci ho capito più
niente.»
«Com'è andata?» domandò Iohannes timoroso.
«Mezza squadra gli è andata sotto, e nella mischia gli ho tirato un gran calcio nel culo»,
confessò Krasic. «Ci ha cacciati fuori in tre. È stato quasi dieci anni fa, ma ho paura che se
ne ricordi ancora.»

Florian Ofer si era posizionato a difendere la saracinesca abbassata d'una sala da tè, gli
altri si erano divisi in squadre da cinque, e i tiratardi che assiepavano la scalinata di Trinità
dei Monti facevano il tifo.
Avevano sfidato l'angoscia che teneva la città ma non se l'aspettavano, la partitella di
mezzanotte di quegli adulti in tuta gialla che sembravano provenire dai quattro angoli del
pianeta, e un ragazzo mi domandò se per caso si trattava delle prove d'un film.
Aregai si preoccupava che i compagni familiarizzassero con la luce dei lampioni e la
malìa delle ombre sdoppiate sul terreno, mentre Ghebre Iosef si era fatto trascinare
dall'entusiasmo e proponeva senza sosta colpi di tacco, veroniche e conclusioni al volo
spalle alla porta. Cercava gli applausi tentando la cosa più difficile, e Claypool
l'assecondava come era uso fare in partita, servendogli da ogni posizione i suoi pallonetti
morbidi, buoni da far esplodere di collo pieno.
Battelli poteva tentare i suoi dribbling a ripetizione, e solo quando la palla raggiungeva
Ollio Kabede, gli applausi e le grida d'incoraggiamento lasciavano spazio a un silenzio
timoroso. Era l'unico che si fosse levato le scarpe per giocare scalzo come aveva imparato
fra i pastori, e ogni volta che raggiungeva la palla s'involava verso la vasca della Barcaccia.
L'aggirava palleggiando di coscia e di ginocchio, serio come in partita, e completato il
periplo gridava rabbioso «Kedus!», prima di colpire il cuoio con violenza, quasi che
scagliandolo verso Ofer allontanasse da sé tutti i rimpianti e le paure.
Quando la polizia li fece sgombrare da piazza di Spagna, i ragazzi non fecero una piega,
e migrarono senza smettere di passarsi la palla lungo via Condotti.
Sbucammo sul Corso seguiti da una turba di curiosi, e l'abbandonammo poco dopo per
San Lorenzo in Lucina. Altra partitella in piazza, questa volta interrotta da una coppia di
miliziani, e poi ci perdemmo palleggiando fra i vicoli, ormai seguiti da una piccola folla.
Ci trovammo in via di Ripetta, e alla confluenza con piazza del Popolo ci accolsero i
lampi al magnesio d'un paparazzo appostato davanti a un ristorante presidiato dalla
polizia
«A mori! Che siete davero voi, quelli che giocano domani contro 'a Juve?» domandò
quello che sembrava il suo assistente, quand'ebbe raccolto informazioni fra i nostri
seguaci. «Be', fateje vede' le stelle!»
«Sì, moro, fajele vede' brillarelle», s'alzò la voce d'un ubriaco, «e si t'avanza un pizzico
de luna, ficcalo in culo alla Vecchia Signora!»

Il Direttore mi telefonò in albergo la mattina stessa della partita.


Ci teneva a informarmi che l'onorevole Carcano l'aveva tenuto al telefono una mezz'ora,
lamentandosi dell'eccessiva attenzione riservata da Stadio ai campioni della Serie Africa.
«Posso immaginare. A me hanno fatto un cazziatone, e anche al commissario Arienti.»
«Tutte scuse», disse il Direttore. «La verità è che ce l'hanno con Tosetti.»
«Con Tosetti?»
«Vogliono convincerlo a cedere il giornale, e ogni scusa è buona per bacchettarci.»
«Chi vuole farlo vendere?»
«Non sono discorsi da fare al telefono. Ma domattina, dopo che i tuoi amici si saranno
levati la soddisfazione di farsi polverizzare dalla Juve, mi torni a Bologna e ti spiego
tutto.»
«Mi avete lasciato un mese all'altro mondo, e adesso non c'è un minuto da perdere.»
«Ti parlo come amico prima ancora che da collega: torna a casa, Lorenzo.»
«C'è qualcosa che stai cercando di dirmi? Qualcuno ha minacciato?»
«Ma dove vivi? Sta per crollare tutto, e tu ci stai proprio in mezzo.»
Ancora una volta, mi sentii in dovere di rassicurarlo. Gli giurai che in città, alla fine, non
c'era niente di strano, e che anzi avevamo passato la notte giocando per strada.
«Spero vi siate divertiti, perché si comincia a parlare di coprifuoco.»
«Ma se è già primavera», scherzai. «La gente, qui, a casa non ci resta.»
«Allora sei proprio scemo! Oggi hanno fatto saltare i binari della Ravenna-Firenze»,
sibilò. «Quando avranno messo fuori uso anche la linea principale, me lo spieghi come
torni?»
Non poteva essere solo quello, il problema: quando ero in Africa, non si era mai
preoccupato tanto.
«Direttore, ho come l'impressione che non mi dici tutto.»
Lo sentii colto in castagna, poi enunciò: «Vedi, un giornale è come una grande famiglia»,
e io provai a indovinare quale bugia avesse in serbo per me.

«Come sarebbe a dire licenziato?»


«Lo sai, Nico. Quando uno smette di lavorare in un posto.»
«Prima stai un mese in Africa per loro…»
«E poi mi sono levato questa soddisfazione. Avevo sempre sognato di dare le dimissioni
al telefono.»
«E il tuo direttore cos'ha detto?»
«Oh, lascialo perdere, quello. È una banderuola», e mi tornò in mente che Venturi aveva
usato la stessa espressione per il sottoscritto, augurandomi chissà quali disastri in Etiopia.
Invece ero tornato sano e salvo, i miei amici stavano per sfidare i campioni d'Italia e,
Pavolini a parte, le cose non sarebbero potute andare meglio.
A Bologna una mansarda dotata di ogni comodità mi attendeva. C'era anche il telefono,
e con quello sarebbe stato agevole mettersi alla ricerca di un nuovo posto di lavoro.
«Ci sono proposte che non si possono accettare», ripresi.
«Ma una promozione!»
«A volte bisogna dire di no. Credo me l'abbia insegnato Ermes.»
Si occupava di spedizioni internazionali, era il vicepresidente di una squadra di calcio e
possedeva un bar: aveva già abbastanza da fare perché lo tediassi illustrando le dinamiche
interne a una redazione.
Di fatto mi avevano proposto di diventare redattore capo, ma degli sport minori. Avrei
dovuto cambiare vita, separarmi da Oscarre, chiudere nell'armadio le valigie e l'Olivetti
portatile per passare a un lavoro di coordinamento, piantato in redazione come una
scrivania. Certo ne avrei avuto un congruo ritorno mensile, adeguamento di stipendio e
benefici, ma per qualche anno mi sarebbe toccato dimenticare l'odore dell'erba appena
tagliata e la perfezione geometrica delle linee di gesso, il fremito d'uno stadio capace di
contenere delusioni e speranze e il potere magico delle uniformi da gioco. No. Non che la
scherma o la pallanuoto fossero attività da disprezzare, ma non era quella la vita che
faceva per me.
«Credo sia un'altra idea di Tosetti, il padrone di Stadio. Sarà ancora incazzato con me, e
visto che sono tornato vivo dall'Africa, vuole levarmi il calcio.»
«Quando non ti riescono a schiacciare, provano a comprarti.»
«Ho detto no, e ci ho provato un gusto che non ti so dire.»
«Cosa farai adesso?»
«Mi metto sul mercato. Come Ermes quando si era rotto le scatole di giocare a Dire
Daua. Ho bisogno di un giornale che mi ingaggi per le Olimpiadi.»
«Parli sempre di Cumani», disse Nico guardandomi con un sorriso strano.
«A parte tutto, gli uomini validi sono rimasti in dieci», considerai. «Quel Uossen è un
bravo ragazzo, ma l'hai visto anche tu. Se gli tremavano le gambe contro il Rodi, stasera
rischia la crisi isterica in campo.»
«È un po' acerbo», ammise.
«Lo sai come fa Sivori. Quando trova l'avversario in bambola, gli dà il tormento tutta la
partita. Lo umilierà davanti a troppa gente.»
«Disfattista. I ragazzi sono in forma e hanno dormito fino a mezzogiorno. Mica è detto
che ci debbano passeggiare sulla testa.»
«Krasic cosa dice?»
«È lui, il più agitato. Ha il terrore che Aston lo riconosca e si accanisca contro la
squadra.»
«Proprio non ci spera, nel colpaccio.»
«Teme la goleada. Ad ogni modo, Waarts dovrebbe tenere John Charles, e Fortuna
badare a Sivori.»
«Ahi!» mi uscì un gemito.
Se da lontano potevi considerarli semplicemente dei nomi, adesso che eravamo in Italia
e stavamo per incrociarli dal vivo, la disparità tecnica fra le due squadre sembrava
incolmabile.
«Che il Cielo ce la mandi buona», sintetizzò Nico.
CAPITOLO XXXIX

La prima sorpresa fu che i ragazzi uscirono dal tunnel degli spogliatoi sfoggiando la
casacca storica del club, rossa con la V gialla a tutto petto. Evidentemente, anche se era
proibita in Serie Africa, a Roma nessuno ci aveva trovato da ridire.
«È stata un'idea di Iohannes», rivelò Nico che sedeva al mio fianco. «Sa che per i
giocatori ha un valore speciale e, senza dirmi niente, si è portato dietro una muta intera.»
Gli Etiopi presenti al Flaminio avevano riconosciuto all'istante la vecchia divisa da gara
e se la indicavano l'un l'altro, increduli e fieri. Tuttalpiù erano i Romani a non capire come
mai quella squadra piena di moretti avesse il soprannome di «pigiama».
I giocatori salutavano il pubblico come se dovessero incoraggiarlo, determinati al punto
giusto, e quando cercai Uossen non lo trovai.
Feci daccapo la cernita dei giocatori: c'erano Fortuna e Pardo, Ollio Kabede e Ofer con
un cappellino nuovo di zecca.
…Poi lo vidi, la maglia fuori dai calzoncini come la prima volta, allo stadio Amba
Galliano, e non credetti ai miei occhi.
«Ma il numero quattro…» mormorai come folgorato.
«Cosa vuoi che ti dica?» sorrise Nico. «Si è fatto trovare davanti all'ingresso degli atleti e
mi ha implorato. Contro la Fortitudo era nascosto da qualche parte in mezzo al pubblico, e
si è accorto che Uossen non ce la può fare. Così si è offerto di giocare questi novanta
minuti e sparire per sempre.»
«Questa, poi… I ragazzi come hanno reagito?»
«Non lo so. Si sono chiusi a discutere nello spogliatoio, e dopo un po' l'hanno lasciato
entrare.»
Allora compresi perché lo speaker avesse annunciato in campo Reyes. Non era stato un
errore. Nessuna lista sbagliata: Ermes Cumani era sceso in campo con la maglia e il nome
dell'uruguagio. Restava un mistero quale interpretazione avrebbe saputo dare nel ruolo di
mediano, ma sembrava rilassato, a proprio agio, e perlustrava gli spalti schermandosi la
vista, come cercasse qualcuno.
Il Flaminio era gremito, e fra le tante bandiere bianconere spiccava un grande vessillo
del santo, identico a quelli che avevo visto al Nuovo Fiore.
BENVENUTI LEONI DI ADDIS ABEBA era scritto su un lungo striscione nel settore
occupato dalla comunità di via del Quadraro, e vidi anche una bandiera coi colori
dell'Etiopia libera che qualcuno doveva avere portato dentro nascosta sotto la giacca.
«Am-be-sà A-re-gai!» scandivano gli studenti etiopi della Sapienza, mentre il capitano
palleggiava concentrato insieme a Kabede e Ghebre Iosef, in attesa che i campioni d'Italia
si degnassero di scendere in campo.
In tribuna, fra i papaveri del CONI e quelli della Federcalcio, riconobbi il Governatore di
Roma e il generale dei Carabinieri De Giorgis. Più in là, i giovani colleghi Cucci e
Ormezzano si preparavano all'incontro scambiando spiritosaggini con il più anziano
Brera, mentre a poche poltroncine da noi sedevano Marcello Mastroianni e la sua
incantevole compagna.
«Ollio crede che la vecchia maglia sia magica», riprese Nico. «Dice che, se mai qualcuno
gli porterà via il pallone, il cuoio si trasformerà in un groviglio di serpenti.»
«Dovrebbero riferirlo al cabezòn. Magari si impressiona.»
All'improvviso si fece il silenzio, e tutti guardavano un signore dalla figura elegante che
veniva dritto verso di noi seguito da due guardaspalle.
Non può essere, mi dissi quando lo riconobbi.
«In quanto campioni d'Italia in carica, ci sentiamo di darvi il benvenuto sul suolo
metropolitano», premise in tono signorile e ironico. Poi si presentò, ed era proprio lui,
l'ormai maturo rampollo della famiglia Agnelli. «Che vinca il migliore», augurò, e dopo il
primo sbalordimento Nico trovò la prontezza di spirito per ringraziarlo della cortesia, e
complimentarsi per lo squadrone che aveva saputo mettere insieme.
Il nipote del fondatore della FIAT stava tornando al suo posto, leggermente claudicante
ma ammirato da decine di occhi femminili, quando un profondo «Oooh!» sembrò salire
dal ventre dello stadio: l'undici con le maglie a zebra, la Vecchia signora, la nobile
Juventus usciva in campo.

«Guardate come sculetta la Marisa!» gridò irriverente un avanguardista a poche braccia


da me, ma Boniperti, in campo, non se ne accorse neppure. Proseguì palla al piede finché
non vide Ollio che gli arrivava incontro, deciso come un bisonte, e prima di farsi
travolgere si disimpegnò servendo di fino il giovane Nicolè.
L'ala della Nazionale accelerò il gioco seminando Uoldemicael, e prima che potesse
scodellare il cuoio al centro, Ermes lo costrinse a ridosso della bandierina.
Non se la stava cavando male: correva senza sosta, e mi chiedevo se sarebbe riuscito a
reggere quel ritmo forsennato per novanta minuti, o se invece tutte le Giubek che mi aveva
scroccato l'avrebbero inchiodato con le mani sui fianchi e la lingua fuori.
Nicolè sembrò osservare la sfera, poi la calciò addosso a quello sconosciuto mediano per
guadagnare un calcio d'angolo. Ermes abboccò, ma il cuoio si limitò a smorirgli fra i piedi,
e innescò il contropiede, incredulo.
L'ala della Nazionale dovette sentire i fischi e gli andò dietro, corrucciato e velocissimo.
Prima che potesse riprenderlo, Ermes aprì d'esterno per Aregai, mobile nel cerchio di
centrocampo come avesse l'argento vivo addosso. Era una palla prevedibile ma veloce, e il
capitano ci arrivò bruciando d'un'incollatura il mediano Emoli. Si lasciò superare
dall'uomo ormai sbilanciato, guadagnò metri nella metà campo avversaria e quando il
terzino Castano gli salì incontro, lo gelò con un dribbling. Ormai mi aspettavo che tirasse
in corsa come gli avevo visto fare, invece omaggiò del pallone Ghebre Iosef, a centro area:
lo vidi saltare fra Garzena e Cervato, e la nuvola crespa dei suoi capelli parve imprimere al
cuoio un effetto pazzo.
Il portiere Mattrel ci arrivò con la punta delle dita, e la sfera uscì in corner.
Un raccattapalle la consegnò a Battelli, e mentre si affrettava a sistemarla nel quarto di
luna sotto la bandierina, vidi Sivori e Boniperti che rientravano indispettiti a centrocampo.
L'oriundo, in particolare, gridava come un esagitato, e a giudicare dai gesti stava
mandando a quel paese i suoi compagni di squadra per il contropiede balzano appena
subito.
Iohannes uscì dall'area appena Battelli si avvicinò al cuoio. Gli corse incontro lasciando
indietro il marcatore, e l'ala calciò corto, sui piedi del capitano.
Mentre la difesa si scompaginava, Aregai vide Claypool dalla parte opposta dell'area,
solo come un meraviglioso appestato, e gli servì uno spiovente che supplicava di essere
calciato al volo. Per timore di sbagliare, l'Inglese se l'aggiustò di petto e diede il tempo a
Garzena di spazzare il cuoio in orbita.
«Accidenti», imprecò Nico. «Non poteva tirare?»
Waarts lesse in anticipo la parabola a campanile, e attese la palla per colpirla di testa
come fosse un'accusa da respingere. Mezzo stadio rimase a bocca aperta, quando si rese
conto che quello stopper creolo era in grado di smistare di testa, per trenta metri, dritto sui
piedi del centravanti.
Ghebre Iosef entrò in area, i difensori gli furono addosso in nugolo, decisi e imprudenti.
Solo quando lo vidi cadere mi accorsi che era riuscito a spedire la palla fuori dalla mischia:
era quasi immobile, promettente, nei pressi del dischetto.
«È buona! È buona!» gridò qualcuno, elettrizzato quasi dovesse annunciare la caduta di
Babilonia.
Anche il portiere la vide, ma Aregai era stato più veloce.
Caricò il destro, poi fu come se dal ginocchio in giù la sua gamba si trasformasse in
un'arma da fuoco: Carlo Mattrel volò a braccia larghe attraverso quella porta enorme, ma
il cuoio aveva già gonfiato la rete.
«Gol degli Abissini!» gridò qualcuno sbalordito.
L'arbitro indicava il centrocampo, Iohannes levò il pugno con l'indice rivolto al cielo, e i
compagni gli furono addosso mentre applausi frenetici coprivano il disappunto degli
juventini in tribuna.
«Sissignori! Sissignori!» ripeteva Nico, e mentre l'abbracciavo mi accorsi che stava
tremando.

Boniperti si liberò di Ollio con un movimento elegante e se ne andò col pallone, che
purtroppo non si trasformò in un groviglio di serpenti.
Servì Sivori, libero sulla trequarti con i calzettoni abbassati e la faccia di un uomo che ha
finito la pazienza, e lo stadio trattenne il fiato.
L'oriundo si aggiustò la palla schiacciandola a terra, quasi volesse castigarla, e immobile
indicò Fortuna.
Il libero guardò allarmato i compagni, poi si lanciò verso il cuoio, ma Sivori fece un
giochetto di prestigio, e glielo fece vedere solo quando era finito culo a terra.
«Buffone», masticò amaro Nico.
Uoldemicael si lanciò in scivolata mezzo secondo più tardi, l'oriundo lo vide con la coda
dell'occhio e mise a terra anche lui. Molti ridevano, mentre Sivori li incoraggiava palla al
piede a rialzarsi, ma vidi che Charles era stizzito. Andava su e giù a cavallo della linea
dell'area con Waarts a schermargli la visuale, e intanto si batteva la mano contro la coscia
da cavallo. Gridò qualcosa. Sivori gli fece cenno di tacere, poi calciò forte e basso verso il
palo più lontano, ma Ofer l'agguantò in tuffo.
Ottenne i suoi applausi. Il Gallese e Sivori battibeccavano, ma Boniperti andò a separarli
e l'incidente sembrò finire lì.
Avevano capito tutti che l'uomo più pericoloso era Iohannes: i suoi passaggi
sembravano ispirati da una visione di gioco che lo spettatore comprendeva solo quando la
palla era già in viaggio, e ogni volta le sue aperture a memoria per Claypool e Battelli
lasciavano il pubblico a bocca aperta. Le due ali giocavano basse per non rischiare, e a fare
da ponte mobile, perennemente spalle alla porta, incrociava Ghebre. I difensori lo
tormentavano coi loro calcetti, ma lui non smetteva di proporsi correndo di traverso come
un granchio, a scatti e cambi improvvisi di direzione ché quelli non potessero rifiatare.
«Guarda Emoli! Cammina! E Colombo! 'Sti mori corrono come pazzi, e i nostri sono
fermi!»
Cervato, però, sembrava avere ancora birra in corpo: rubò palla a Battelli che cercava di
andargli via in tunnel, e salì a braccia larghe incoraggiando i compagni, autorevole come
un maestro che cerca di far tornare in sé una scolaresca smarrita.
Evitò Ermes disimpegnando su Boniperti, che vide gli attaccanti marcati, Kabede
vicinissimo e cambiò gioco per il romagnolo Stacchini. L'ala affrontò Pardo, si guadagnò
un buon angolo di visuale e la servì al centro.
Waarts e John Charles saltarono insieme come due giganti che abbiano strappato le
catene che li tenevano al suolo, e si colpirono a vicenda con una impressionante zuccata in
alta quota.
Il pallone si perse molto sopra la traversa, e mentre il Gallese atterrava sulle sue gambe,
Waarts era finito disteso. Subito Charles andò a sincerarsi delle sue condizioni, e quando
lo vedemmo aiutare il creolo ad alzarsi, e scambiare con lui una divertita stretta di mano,
anche noialtri ci unimmo all'applauso del Flaminio.
L'azione successiva, però, la Juve partì per fare male davvero: Boniperti scambiò in
velocità con Nicolè, questi guadagnò il fondo, mandò Uoldemicael fuoritempo e la palla
arrivò al cabezòn. Aveva la porta davanti e Charles a pochi metri, ma non passò e non tirò.
Per liberarsi di Fortuna che lo assediava spalla contro spalla, si decentrò e imbastì un
dribbling superfluo. Superò il libero e, quando ormai il Gallese gli urlava contro, tornò
indietro per sfidare nuovamente il mulatto. Fortuna lo lasciò uscire dall'area senza capire,
allora Sivori piroettò sul pallone e lo superò la terza volta mentre si tappava il naso con
due dita.
Quando calciò verso la porta, si era già formata un muraglia di giocatori in maglia rossa
con la V gialla, e Pardo riuscì persino a stopparla di petto prima di liberare.
«Testone d'un testone, così rovina tutto!» gridò qualcuno, e Nico mi diede di gomito.

Solo quando l'arbitro fischiò l'intervallo, fu chiara l'enormità di quel che era scritto sul
tabellone: il San Giorgio Addis Abeba stava conducendo per un gol a zero contro la
grande Juventus, e all'improvviso c'era un sacco di gente desiderosa di conoscere Nico:
procuratori e sedicenti tali, e persino Lauro, il re di Napoli, che venne di persona a
chiedere quanto gli sarebbe costato comprare in blocco tutti i negri in campo.
L'unico che sapevo davvero serio era Dalpozzo, lo stesso intermediario che aveva
portato Altamirano al Nizza: secondo lui Aregai non era troppo vecchio per una grande
squadra, in Italia o in Spagna. Sarebbe bastato sistemare il certificato di nascita, e anche
per Ghebre Iosef e Ollio c'erano buone prospettive.
«Quel numero otto è un po' da sgrossare, ma ha una potenza impressionante. E anche
l'Inglese, l'ala sinistra, mica male. È lo stesso Claypool che giocava nel Millwall?»
«Lui.»
«Gran bella squadretta davvero, signor Melchiades.»
«Ma via, la Juve deve ancora ingranare», si schermì Nico.
«Intanto i vostri ragazzi stanno dando spettacolo.»
Dopo averci girato un po' intorno, offrì centottanta milioni per Iohannes, ma Nico
sorrise e disse che in Etiopia l'avrebbero linciato, se fosse rientrato senza il capitano, e io
confermai. Allora ne offrì centoventi per Ghebre e novanta ciascuno per Ollio e Claypool.
«Lasciate perdere, Dalpozzo. Sono venuto per il torneo, non per mettere la squadra sul
mercato.»
Avrei voluto salutare Arienti ma non lo scorgevo e, nell'andirivieni di elegantoni
provvidi di buoni consigli e proposte irricevibili, alla fine me ne scordai.

Il secondo tempo cominciò con un bombardamento incessante: non appena la palla


raggiungeva Sivori, l'oriundo partiva lancia in resta puntando l'uomo, gli andava via e,
come vedeva la porta, tentava il tiro.
Sembrava avesse deciso di ribaltare la partita da solo.
Charles, privo di rifornimenti, si mordeva il pugno ma per il buon Ofer erano brutti
chiari di luna: volava da un palo all'altro come un burattino di stracci, si distendeva in
tuffo, respingeva, deviava, e riusciva a rifiatare solo rubando qualche secondo prima dei
calci di rinvio.
Contai sette conclusioni del cabezòn in un quarto d'ora, e quando finalmente la palla
arrivò a Charles, il Gallese la stampò rabbiosamente sul palo.
«Se non ci inventiamo qualcosa, duriamo poco», pronosticò Nico.
Krasic, in piedi di fianco alla panchina, sembrava una statua di sale.
La Vecchia signora non ci stava a perdere, e quando Ermes riuscì a costruire un
contropiede pericoloso, sgroppando verso centrocampo per servire Aregai, Colombo lo
braccò per dieci metri ed entrò pulito sulla palla.
«Se si mettono a correre anche loro, è la fine», mi sfuggì a mezza voce, e il cuoio era già
fra i piedi di Boniperti, schernito e osannato a un tempo come capita solo alle bandiere.
«Uomo!» lo avvertì qualcuno, ma il ritorno di Ermes lo colse di sorpresa, e per coprire la
palla dovette fermarsi. Mentre lottavano spalla contro spalla, l'ombra d'un folletto maligno
traversò l'area. Era un folletto in maglia bianconera col numero dieci cucito sulle spalle, e
Boniperti ritenne adatto servirgli il cuoio in profondità. Sivori l'agganciò al volo, ubriacò
Pardo e la girò di sinistro verso il palo più lontano. Ofer parve saltare all'indietro ma in
qualche modo arrivò a toccarla mentre qualcuno esultava già, e sulla respinta Waarts
precedette il Gallese d'un soffio.
Ollio si lanciò incontro alla palla, ripartì a testa bassa e man mano che guadagnava metri
sembrava prendere velocità, come un treno deciso a coprire distanze enormi.
Gli applausi isolati divennero un'ovazione interrotta da un «Oooh!» quando Kabede
saltò Emoli senza rallentare la sua corsa selvaggia. Sembrava voler puntare direttamente la
porta, ma quando fintò il dribbling su Cervato per servire Ghebre, la Juve andò nel panico.
Il centravanti saltò spalle alla porta e servì il presunto Horacio Reyes libero sulla
trequarti, lui si aggiustò la palla e calciò, forte ma centrale. Mattrel respinse a ginocchia
piegate, Ollio piombò sulla ribattuta ancora lanciato e calciò di punta.
Cervato fece appena in tempo ad abbassarsi per non prenderla in faccia. Il cuoio
s'impennò contro la sua schiena e gonfiò il sacco.
Nico mi domandò di pizzicargli una guancia, ma eravamo ben svegli: i tifosi juventini si
guardavano l'un l'altro, attoniti, e qualcuno aveva già cominciato a riavvolgere le
bandiere, mentre i ragazzi festeggiavano la seconda rete.

«Non è ancora finita!» gridò una voce quasi affranta, ma io cominciavo a ritenere
possibili molte cose.
Poi un mortificato Boniperti trovò la via per servire pulito Sivori, l'asso più testardo
della Serie A scartò Fortuna, e Waarts commise l'errore di andargli in aiuto lasciando
Charles libero, solo e terribile come un drago al centro dell'area.
Il Gallese chiamò palla in maniera plateale, e il suo grido di riprovazione salì fino alla
tribuna quando Sivori, anziché comportarsi da buon compagno di squadra, tentò di
beffare il creolo scavalcandolo con un colpo di tacco.
Waarts atterrò fuori area con il cuoio incollato alla fronte e, mentre la palla se ne andava
come fosse l'ultima volta, nella mente di John Charles tutto si fece chiaro.
Quel campione capace di prestazioni indimenticabili, quell'asso con la maglia numero
dieci, l'oriundo cabezòn, era solo uno stupido nano. Non era forse colpa sua e delle sue
trovate da circo, se la squadra stava perdendo la faccia?
Gli si avventò addosso come può fare un peso massimo con un piccoletto dalle gambe
storte. Pensavo l'avrebbe fatto a pezzi, invece gli allungò un solo, devastante, sganassone.
Sivori balbettò tre increduli passi di traverso tamponandosi la guancia. Altro che
«gigante buono». Il Gallese l'aveva colpito davanti a tutti, e continuava ad urlargli contro.
A lui. A Enrique Omar Sivori da San Nicolas de los Arroyos. Ma come osava?
Per prima cosa lo chiamò «inglès de mierda», poi gli puntò il dito contro e spiegò che
lavoro faceva di notte la signora Charles. Quello gli andò sotto e lo spintonò verso il palo,
allora Omar caricò un gancio destro e lo colpì in pieno mento.
«Ehi! Stanno facendo a cazzotti, adesso!»
«Si sa che il cabezòn non sa perdere.»
«Ma guardali! Sono impazziti!»
Charles adesso inseguiva Sivori al limite del campo, sordo ai richiami di Boniperti che
gli si era appeso a un braccio. Gridava fuori di sé, e l'oriundo indietreggiò a saltelli,
mantenendo la posizione di guardia, finché non franò contro un tabellone pubblicitario
dell'Idrolitina.
Il guardalinee sbandierava furiosamente per richiamare l'attenzione di Aston, ma ormai
se n'era accorto tutto lo stadio: tre passi fuori dal sacro recinto di gesso, i due campioni
della Juve si stavano prendendo a schiaffi e testate dimentichi dello stile sociale, avvinti in
un solo groviglio con Boniperti che tentava di fare da paciere, e finiva per prenderle più di
tutti.

«Io però ho visto tutto. È Charles che ha cominciato.»


«Sì, ma Sivori farebbe perdere le staffe a un santo. Quando fa così, lo rispedirei in
Argentina.»
«Si era messo in quella testa dura di vincere da solo, ed ecco il risultato: in finale col
Nizza ci vanno gli Abissini.»
Fra gli avventori seduti alla trattoria di via del Boschetto, a due passi dall'albergo,
fioccavano i commenti sulla partita. Sembravano conoscere per filo e per segno l'accaduto,
e mi domandai se per caso la radio avesse trasmesso notizie dal Flaminio.
Quando si resero conto che stavano entrando nel locale i sorprendenti vincitori di serata,
dapprima scese il silenzio, poi qualcuno gridò: «Bravi, moretti!» e un applauso spontaneo
accolse i ragazzi.
Dovemmo mettere insieme quattro tavoli, per starci tutti, e appena la gente ebbe smesso
di domandare autografi, Nico sorprese il titolare ordinando tre fiaschi di bianco e un
whisky.
«Whisky?» esitò quello. «Abbiamo un buon brandy.»
«Un brandy, allora. Devo calmarmi i nervi.» «È stata una sera speciale», spiegai.
«Scusa, Lorenzo. Con cosa mi fai compagnia?»
«Un martini, se c'è.»
«Qualcuno preferisce cominciare dalla fine», commentò l'uomo prima di proporre una
carbonara per tutti, oppure una gricia o ancora una buona amatriciana.
Fu una di quelle serate fra amici, in cui le battute fiorivano spontanee e nessuno cercava
di rubare la scena agli altri. Dopo i primi brindisi, non si pensava più al Nizza e al trofeo in
palio due giorni più tardi, perché nessun successo avrebbe potuto offuscare la gioia di
uscire a testa alta da quello stadio in cui i ragazzi erano entrati come vittime sacrificali.
«La Juve. Abbiamo battuto la Juve», ripeteva Fortuna. «L'abbiamo fatto davvero», e
Iohannes l'avvertì che l'indomani, per i miei colleghi, sarebbe contata solo la gazzarra fra
Charles e Sivori.
«In prima pagina non ci sarà la foto della squadra. Ma noi sappiamo com'è andata, e
anche la gente allo stadio ne parlerà.»
«Li avete messi sotto», confermai. «Se ne ricorderanno per un pezzo.»
«Allora dovete scrivere la verità», si accorò Fortuna, come se il ricordo del trionfo o la
sua rimozione dipendessero da me.
Non trovai il coraggio di rispondere che per il momento non avevo un giornale dove
provarci. Mandai giù quel che restava del martini come fosse acqua fresca, e decisi che
l'indomani sarebbe cominciata una fase nuova della mia vita.

«È stato incredibile», balbettava Ofer. Portava il tovagliolo legato come il fazzoletto d'un
mandriano, e Claypool l'aveva appena convinto ad ordinare il terzo ammazzacaffè,
quando il portiere domandò: «Ma cosa ci provate, voialtri, a fumare?»
«Niente», disse l'Inglese considerando la Camel che gli smoriva fra le dita. «Però mi
piace.»
«Me ne dai una delle tue?» domandò il portiere indicando il mio pacchetto di Giubek.
«Mi stanno più simpatiche.»
«Prego.»
«Sei ubriaco, Ofer. Tu non fumi.»
«Affari miei. Voglio provare.»
Si appese una sigaretta fra le labbra e domandò da accendere, senza badare a Claypool
che ridacchiava e lo accusava di sembrare un ragazzino scemo.
«Dopo Ollio che mangia gli spaghetti, le ho viste tutte», commentò Nico quando il
portiere incendiò circospetto la punta della Giubek, e Battelli protestò che era quasi l'una.
«Ma il signore ci fa restare», sostenne falso Pardo. Aveva spazientito il titolare con le sue
assurde richieste di infusi e tisane, ma ormai si erano accordati per il karkadè. Doveva
averne già bevute parecchie tazze, e Iohannes disse che nel giro di poco sarebbe salito in
albergo.
«Vado anch'io», annunciò Ghebre. «Se vinciamo e ci restiamo secchi, non vale.»
«Io resto finché non ci cacciano», spiegò Nico con le palpebre a mezz'asta. «Stasera è
stasera.»
«Indubbiamente», confermai. Mi faceva piacere vederlo, per una volta, davvero
rilassato. «Però sento bisogno anch'io di un po' d'aria.»
Gettai un ultimo sguardo a quella tavolata che sembrava un campo di battaglia, poi mi
sollevai, strinsi la mano a Nico e, malfermo sulle gambe, raggiunsi Iohannes.
«A dopo, allora», salutai gli irriducibili. Non riuscivo a tenere gli occhi del tutto aperti.
«Non esagerate, ragazzi», si raccomandò Ghebre unendosi a noi, e scivolammo verso
l'uscita.
«Ermes è schizzato via appena fuori dallo stadio», m'informò. «Dice di salutarti.»
«Quello è fatto così», ribattei mentre uscivamo in strada. «Scompare e rispunta.»
«Sono rotti i lampioni?» domandò Ghebre, e solo allora mi accorsi del buio che faceva.
«Dai che l'albergo è a due passi», lo incoraggiai, poi Iohannes si paralizzò e io gli
incespicai contro.
Ghebre mi strinse il polso, accennò con grandi occhi spaventati a qualcosa per strada, e
sulle prime pensai che avesse visto un animale.
Guardai anch'io e solo allora mi accorsi che al nostro fianco, raso alla parete opposta,
procedevano muti e piegati in avanti tre bersaglieri con la baionetta inastata sui mitra.
Avevano la faccia coperta di nerofumo, portavano bracciali tricolori che non avevo mai
visto e i loro occhi sembravano pieni di paura. Il primo della fila fece cenno di stare fermi
in silenzio, poi ripresero a salire nell'oscurità verso via Nazionale.
Mi volsi sgomento verso la trattoria da cui eravamo usciti, e vidi che i tre erano solo
un'avanguardia: una processione di baionette ed elmetti piumati riempiva la strada da un
capo all'altro. Silenziosi, in attesa.
Doveva essere accaduto qualcosa di terribile. O stava per accadere.
CAPITOLO XL

Le raffiche a perdifiato delle Breda e le deflagrazioni di bombe a mano ci tennero


compagnia per tutta la notte.
Sparavano appena fuori dall'albergo, fra via Nazionale e via Panisperna, e colpi sordi
d'artiglieria esplosi poco lontano facevano tremare la esile barricata di tavoli e sedie che
bloccava l'uscio dall'interno.
Trincerati nel minuscolo atrio, con il centralino del telefono perfettamente muto e l'EIAR
ostinata nel mandare in onda il programma notturno, non potevamo che lasciarci andare
alle supposizioni.
«I soldati che abbiamo visto sono per il Comitato di liberazione?» s'informò a un certo
punto Uoldemicael.
«Macché!» mise in chiaro Nico.
«Se sparano ai fascisti…»
«È una storia complicata, Noah.»
«Allora chi sono?»
«Fascisti che litigano fra loro», tagliò corto Ollio. Nella sua semplicità d'analisi, forse non
ci andava lontano. «Noi comunque non siamo amici di nessuno dei due.»
«Sì, qualcosa del genere», disse Nico. «Una specie di faida tra fratelli.»
Vicinissimo, il fischio di un colpo d'obice salì nella notte e andò ad abbattersi qualche
strada più in là con fragore impressionante.
«Così ci andiamo tutti di mezzo, però», gemette il titolare dell'albergo controllando che i
vetri della finestra avessero tenuto anche stavolta. «Ve pare il modo, in pieno centro de
Roma? 'Sti qua stanno ad assalta er Viminale, er Quirinale, er Campidojo!»
«Dopo tanti anni, cambia la musica», insinuò Pardo.
«A me però nun piace mica, 'sta sinfonia de bum e rat-ta-ta!»
«Preferite Pavolini?» domandò mercuriale Nico.
L'albergatore lo guardò come se quello lo tenesse sotto tiro con una pistola, poi scrutò la
squadra di sconosciuti che lo fissavano tutti insieme.
«Gesù buono!» levò gli occhi al cielo. «Speriamo che passa in fretta, 'sta notte balorda.»
Quando la strada si riempì di voci e passi pesanti, lo vidi incassare la testa fra le spalle e
in mano gli era spuntato un rosario.
Nico aveva smorzato il volume della radio e fece cenno di spegnere l'unica abat-jour che
dava luce all'ambiente.
«Muti come pesci!» sibilò, e fuori dovevano essere in dieci o dodici, in movimento verso
via Nazionale.
Non distinguevamo i loro discorsi, ma poi una voce salì nitida.
«Pattuglia Mangusta a pattuglia Sirio. Rispondimi, Sirio.»
Immaginai l'antenna che sporgeva dalla dotazione a spalla del soldato, e dopo un po' lo
sentii dire: «In via dei Serpenti non ce n'è più neanche uno».
Mentre Mangusta prendeva accordi per raggiungere Sirio di fronte alla Banca d'Italia,
qualcuno degli altri rise e disse: «Oh, ragazzi. Appena la situazione è più tranquilla,
l'insegna di 'st'albergo del cazzo è già mia».
Se ne andarono scherzando, e quando ormai dovevano essere in fondo alla strada, allo
schiocco d'un colpo singolo seguì un grido e un tonfo sul lastricato.
«Cecchino! Cecchino!» urlavano tutti insieme, e le raffiche dei loro mitra sembravano in
grado di far saltare le cuciture dei divani e di sbriciolare ogni cosa persino là dentro.

«Italiani! È il generale De Giorgis che vi parla!» gracchiava una voce alla radio.
Controllai la lancetta delle frequenze: era sempre il programma nazionale. «In quest'ora
gravissima per il Paese, ho l'incarico di annunciare il pronunciamento delle forze armate
contro il governo illegittimo dell'usurpatore Pavolini. Una volta liberati gli edifici
istituzionali dai suoi scherani, ci rimetteremo all'autorità del presidente del senato Italo
Balbo, la più fulgida guida per la Nazione orfana del suo Duce. Nessuno ha niente da
temere ad eccezione degli elementi deviati della Milizia da cui stiamo sgomberando le
ultime strade. Viva l'Italia! Viva Balbo presidente! Viva le gloriose forze armate della
Repubblica!»
Non capivo se le meravigliose onde domate dal genio di Marconi ci stavano portando
una buona notizia, o se invece rischiavamo di scivolare dalla padella nella brace.
Il proclama veniva ripetuto ogni venti minuti, in tandem con un messaggio palesemente
falso: un tizio che diceva di essere il comandante Utimperghe ordinava ai miliziani d'Italia
e delle Repubbliche associate di cedere le armi ai carabinieri.
«La voce di De Giorgis però me pare quella vera», considerò affannato l'albergatore. «E
se lui è proprio lui e quell'altro è un imitatore, per noialtri poveri cristi che significa?»
«Che l'Esercito le sta suonando alla Milizia», rispose Pardo soddisfatto.
«Ma allora…»
«Sciampagna!» esortò il terzino. «È la fine del fascismo, signori.»
«Parlate piano», lo implorò l'albergatore.
«Se hanno smesso di sparare, ormai. Diventeremo una democrazia», proseguiva Davide.
«Un paese normale.»
Nico gli fece un cenno stizzito, poi osservò che non sapevamo neppure se il generale De
Giorgis fosse ancora in vita.
«Sono solo messaggi registrati», spiegò pescando un cigarillo dalla scatola.
«E allora secondo te cosa è successo?» gli chiesi.
Si alzò in piedi e indicò con un sorriso sarcastico la barricata che gli precludeva l'uscita.
«Chissà», disse spostando la prima sedia. «Finché non usciamo a vedere coi nostri occhi,
non lo sapremo mai.»
Dopo mille raccomandazioni dell'albergatore, uscii insieme a lui e Davide con il patto di
tornare entro un'ora.
Lungo via Nazionale scendeva una colonna di camion carichi di paracadutisti in
mimetica. Avevano tutti un bracciale identico a quello dei bersaglieri la sera prima, così
decidemmo di annodare anche noi i fazzoletti intorno alla manica della giacca.
La poca gente lungo il marciapiede si guardava incerta, spaurita, come si fossero
ricacciati in gola un grido.
«Niente festa?» domandò Nico. «Brutto segno.»
«Forse è ancora presto», disse Pardo.
Sfilammo sotto la facciata della Banca d'Italia, e il traffico di camion e autoblindo
sembrava inesauribile, come se tutti i reggimenti della Repubblica si fossero dati
appuntamento nel cuore di Roma.
Carabinieri presidiavano l'ingresso al palazzo e, nonostante i nuovi bracciali tricolori,
sembravano attenti e accigliati esattamente come il giorno prima, e quello prima ancora.
«Viva l'Italia!» gridavano giovani che sbucavano dal Traforo in sella alle biciclette.
Formavano un gruppo numeroso e, anche se trasportavano solo bandiere, i militari si
allertarono e noialtri accelerammo il passo.
«A morte il fascismo!» gridava qualcuno di loro, ma erano strilli di prova, carichi di
timore, non contagiosi: la grande maggioranza della popolazione era ancora sprangata in
casa in attesa di vederci chiaro, e semmai intravedevi paia d'occhi che ti fissavano dai
varchi fra le imposte.
«Scusate, signo'», ci domandò una vecchina da una finestra al piano rialzato. «Che semo
libberi davero?»
«Liberi!» confermò Davide. «Ma alla gente, qui, non sembra importare granché»,
aggiunse per noi.
«È come dicevi tu», valutò Nico. Nell'aria riecheggiavano sirene. «Hanno ancora paura.»
Aggirammo il foro di Traiano, e piazza Venezia si aprì sotto i nostri occhi come una
spettrale quinta di teatro: i popolani scesi a festeggiare erano contenuti sui marciapiedi
dalle stesse transenne impiegate per arginare la folla durante i funerali di pochi giorni
prima, e ai piedi del Vittoriano impazzava un carosello di fuoristrada dei carabinieri, come
si volesse impedire alla gente di raggiungere l'altare della patria. Sotto il balcone da cui
Mussolini parlava nel corso delle adunate oceaniche, due carri armati immobili facevano
ala a un pezzo di artiglieria difeso da sacchi di sabbia e reticolati. Si vedevano i serventi in
tenuta da battaglia, e qualcuno protestava già che quando c'era «lui» almeno si poteva
circolare liberamente.
Lungo via del Plebiscito la folla diradava, e già a Torre Argentina sembrava di trovarsi
nuovamente in una città-fantasma: le raffiche ad altezza d'uomo scolpite sui muri e la
saracinesca nera e arricciata della libreria Ardimento raccontavano nel dettaglio gli scontri
della notte, ma non si vedevano in giro né i vinti, né sostenitori dei militari vittoriosi.
«E adesso cosa raccontiamo ai ragazzi?» domandò Pardo incerto. «Che il fascismo è
caduto e alla gente dispiace?»
«Vi va di arrivare fino al fiume?» s'informò Nico, e in quella rimbalzò fra le facciate dei
palazzi il vociare del gruppone in bicicletta di prima.
«Viva la libertà!» gridavano come dovessero suonare la sveglia per i concittadini. «È
finita! È finita!»
«Visto?» domandò Davide, e quando erano a poche pedalate da noi li salutò levando
tutte e due le braccia, come un giudice di gara sul traguardo.
Scampanellarono, lanciarono i loro evviva e li seguimmo a passo d'uomo lungo l'infilata
di corso Vittorio Emanuele, che nessuno si era ancora abituato a chiamare viale della
Conferenza mediterranea.
Altra gente usciva timidamente dai vicoli laterali, stracci bianchi legati al braccio e
sguardi intimoriti, e ognuno ci faceva domande cui non sapevamo rispondere.
Era vero che Pavolini era stato giustiziato durante l'assalto al Quirinale? O invece si era
trincerato con i fedelissimi al Ministero degli interni? E se quello era stecchito, perché
Balbo non parlava alla radio?
«Ne sappiamo quanto voi», mi giustificai, ma se davvero alla Garbatella i paracadutisti
avevano fucilato quindici attivisti del Comitato di liberazione, come quella gente dava per
certo, i nuovi non dovevano essere tanto diversi dai vecchi.
«'Sto Paese non cambia mai», commentò amareggiato un giovane, e noialtri sospirammo
come ci avesse letto nel pensiero. «Magari, dopo tanti sacrifici e tante lotte, va a finire che
torna il re.»
«Quello si che mi meraviglierebbe», sussurrò Nico mentre ci allontanavamo in scia ai
ragazzi in bici. «Ma gli altri si terranno a galla a vicenda.»
«Che schifo», mormorò Pardo. «Allora è stata solo una sceneggiata.»
«Pavolini era impresentabile. Sostituito lui, e levate di torno due o tre aquile di bronzo,
resterà tutto come prima: i petrolieri e gli industriali faranno affari col nuovo governo
come col vecchio, la polizia politica continuerà a fare il suo lavoro, e la gente del Comitato
di liberazione farà bene a stare nascosta. Tanto ci siamo abituati.»
«Allora a cosa è servito?» domandò Pardo deluso.
«Il nuovo governo mostrerà all'estero la faccia pulita del Paese», rispose Nico come
parlasse con la voce di un altro. «Bisogna ricucire i rapporti con Washington, se vogliamo
continuare a far crescere il prodotto interno lordo. Con Washington, e con quel signore con
la tiara in testa che abita di là dal Tevere.»
«Allora Balbo è l'uomo giusto», conclusi. «In America gli vogliono un gran bene, e anche
in Vaticano lo preferiscono a tanti altri.»
«Chissà cosa stanno combinando in Etiopia», considerò Davide, e per un po' nessuno
disse niente.
Superammo Chiesa Nuova, infilammo via del Banco di Santo Spirito, ed eravamo già in
vista del ponte di Castel Sant'Angelo quando notammo concitazione sul lungotevere.
Si vedeva gente correre, e una voce metallica ripeteva di sgomberare la strada.
«Torniamo indietro?» domandò Pardo, ma nel frattempo marciava verso i disordini con
energia raddoppiata.
«Via!» raccomandò Nico. «Gli altri ci aspettano», ma solo quando laggiù si sentirono
risuonare colpi di pistola e grida disperate, Davide si bloccò.
«In albergo! Subito!» ordinò Nico, e mentre ripiegavamo raso al muro, un'autoblindo
sfrecciò lungo il corso.
Prima di riguadagnare Chiesa Nuova, gente in fuga a coppie e piccoli gruppi ci informò
dell'essenziale: dei ragazzi in bicicletta avevano riconosciuto per la strada un ufficiale della
Milizia, e mentre lo portavano in giro con un cartello appeso al collo, una pattuglia di
polizia aveva aperto il fuoco lasciandone un paio per terra.

«Capite bene che non esistono le condizioni minime di sicurezza», spiegò Arienti al
telefono. Sembrava stanco, demotivato. «In una situazione del genere, ammassare la gente
dentro uno stadio sarebbe pura follia.»
«Ma la Federcalcio non può semplicemente rimandare la finale?» tentai di nuovo.
«Decidessi io, Pellegrini…»
«Ma commissario, mettetevi nei panni dei ragazzi. Arrivano da Addis Abeba,
guadagnano la finale e…»
«Volete che non la capisca, la vostra delusione?»
«Non si potrebbe giocare su un campo diverso? In fondo chiedono solo di incontrare il
Nizza di fronte a un arbitro. Magari a porte chiuse.» Non andai oltre. Con quello che stava
accadendo in giro, mi ero già spinto troppo in là.
«Non siate puerile, Pellegrini. Melchiades ha fatto meno storie di voi. Lui ci pensa, alla
sicurezza della squadra.»
Il tono di rimprovero mi colpì, ma continuavo ad avere l'impressione che stesse
recitando. O, più probabilmente, eseguendo un ordine perentorio di Carcano.
«E allora?» domandai guardando Nico che fumava sconsolato un cigarillo, le spalle
contro la parete.
«Ho già sistemato tutto, Pellegrini. Passerà a prendervi un veicolo della Federcalcio
scortato dai carabinieri, e la squadra potrà viaggiare senza sorprese fino a Napoli. Domani
stesso partirà un piroscafo diretto a Massaua, e così i giocatori potranno mettersi al
sicuro.»
«Insomma avete già deciso», sbottai. «Niente finale, per questo Sette repubbliche.»
Sospirò così profondamente che temetti per lui, poi disse: «Il torneo era una mia
creatura. Ero il primo a volere una finale come questa. Immaginate come mi sento, a dover
assegnare il trofeo ex aequo».

Domenica 15 maggio 1960, a mezzogiorno in punto, le sembianze del Maresciallo


dell'aria Italo Balbo comparvero nitide sullo schermo di tutti e trecentomila i televisori
dislocati nel Paese.
Le sue parole cordiali portavano promesse di stabilità e sicurezza per i cittadini. Ora
che, grazie all'intervento determinante delle forze armate, era stato scongiurato un
governo isolazionista e fanatico, l'Italia avrebbe potuto intraprendere gradualmente il
cammino delle riforme.
L'uomo che si era presentato ai radioascoltatori come garante della continuità, annunciò
tuttavia lo scioglimento del Gran consiglio: in uno Stato moderno camera e senato
potevano bastare. Evitò accuratamente di nominare Pavolini e parlò della necessità di un
nuovo «nazionalismo a misura d'uomo», fatto di opportunità più che di divieti.
Badassero però i violenti e i fomentatori di professione! Guai ai banditi monarchici e
bolscevichi, che tentavano in quelle stesse ore di trarre profitto dal disordine mediante vili
atti terroristici!
Fattosi grave, Balbo dichiarò in vigore la legge marziale, mentre le attività del Partito
Nazionale, senz'altri aggettivi, erano da considerarsi riprese con effetto immediato sotto la
direzione del nuovo segretario Dino Grandi.
Se il fascismo era caduto, era caduto in piedi.
Prima di augurare con bonomia un sereno pranzo domenicale agli Italiani, Balbo
rimandò alle camere la designazione del nuovo capo di Stato, ma a quel punto ai
telespettatori restavano pochi dubbi: sarebbe stato lui il nuovo presidente della
Repubblica, e a Ciano sarebbe andata giusto una carica onorifica.
Sempre che quel vecchio vanesio non tornasse a fare il ministro degli Esteri, in un
mondo dove non sembrava esserci più spazio per le terze vie e le conferenze dei Paesi non
allineati: ormai l'America ci chiamava a gran voce.
EPILOGO

La comitiva del San Giorgio scomparve da Roma poche ore dopo aver battuto la Juventus
davanti a più di trentacinquemila persone.
Nessuno in città li vide più, ma nelle osterie e nei bar si sente ancora raccontare della
sera in cui Charles e Sivori uscirono dal Flaminio a testa bassa, e della fiabesca compagine
africana guidata da Ambesà Aregai.
Qualcuno giura si chiamassero F.C. Addis Abeba, altri non ne sono più così sicuri, ma
resta il fatto che quell'anno il Trofeo delle sette repubbliche venne assegnato al Nizza.
Nonostante le assicurazioni di Arienti, alla stessa ora in cui il piroscafo «Nabucco» si
staccava dal molo di Napoli, in Federcalcio Altamirano, Uljaki e il patron Balestra
ricevevano il Trofeo dalle mani di Carcano.
Vittoria a tavolino per abbandono degli avversari, è la motivazione ufficiale che si può
leggere negli annali di quella sciagurata competizione. L'anno seguente stravinse il Milano
calpestando in finale il Testa Mora di Ajaccio, e già nel 1962 l'insurrezione in Albania e il
distacco dell'Africa Orientale dalla Federazione italica archiviarono per sempre ogni
velleità d'un «fascismo universale», e la stessa ragion d'essere del trofeo.
Anche adesso che in Etiopia è tornato il Negus, e gli afro di tutto il mondo convergono
su Sciasciamanna per rendergli omaggio nella data del suo genetliaco, il Corno d'Africa
resta un posto per gente dura: si legge spesso di scontri lungo l'incerto confine con la
nuova repubblica di Somalia, ed è in subbuglio anche l'Eritrea, dove gli ultimi
imprenditori italiani tentano di scendere a patti con bande sempre più aggressive, armate
sottobanco dalle compagnie inglesi. Il cavalier Venturi si è spento l'anno scorso al Circolo
di via Brenta, in ottima compagnia, e Quaglia è riparato a Malindi, sulle spiagge del
Chenia, insieme a Foschi: si sono trasformati in imprenditori turistici e, con tutti i nuovi
ricchi che decidono di trascorrere le ferie da quelle parti, non se la passano male.
Non un ponte o una strada sono stati costruiti negli ultimi anni fra Massaua e
Mogadiscio, e della mirabile ferrovia transabissina sopravvivono in servizio solo alcuni
tronconi scampati alla furia della guerra civile. Di questo passo, prima del 1970 ogni cosa
laggiù sarà tornata come un secolo fa, ma la gente ormai non ci sta più a farsi mettere i
piedi in testa dai ras, i degiàcc e i capetti regionali del cavolo, così si sparano senza sosta.
Tutto questo i ragazzi, proiettati al porto di Napoli sotto la fiancata immensa del
piroscafo «Nabucco», non potevano ancora saperlo. Però dell'apparizione di Balbo in
televisione avevano sentito eccome, e qualcuno ci volle vedere un invito del destino a
restare.
A quanto mi hanno raccontato, Florian Ofer sparì alla chetichella dal porto lasciando un
biglietto in cui spiegava che sarebbe stato un peccato, trovarsi così vicino al Tirolo e
imbarcarsi invece per il Mar Rosso.
Tempo dopo si è letto di lui: gioca in Austria, e la sua squadra l'estate scorsa è arrivata in
finale di Coppa contro lo Sturm Graz. Allora gli ho scritto una cartolina in sede, e Florian
mi ha risposto a stretto giro di posta.
Mi ha lasciato il suo nuovo numero di telefono, e scrive che dobbiamo vederci al più
presto a Ponte, o meglio a Salisburgo, dall'altra parte del confine. Per lui si è fermato tutto
la sera di San Giorgio-Juve, e toccherà a me raccontargli il resto: di come un trafelato
Dalpozzo ha raggiunto la comitiva sul molo, i contratti già pronti nella ventiquattr'ore, e di
come la squadra è stata fatta a pezzi a suon di promesse e milioni sotto gli occhi di Nico.
Il primo a cedere alle lusinghe dell'intermediario è stato Tommy Claypool, per un
biennale al Nizza insieme a Waarts. A quel punto si accodò anche Battelli: il procuratore
promise che gli avrebbe trovato un posto al Monza, o al peggio alla Falck Sesto, in Serie C,
e per lui fu abbastanza.
Nonostante i tentativi di farli ragionare, furono irremovibili, e Pardo annunciò che a
quel punto sarebbe rimasto in Italia anche lui. Gli era venuto in mente che, prima di
tornare ad Addis Abeba, avrebbe fatto bene a salutare Ferrara e i suoi vecchi compagni
della Spal.
«Vi raggiungo in aereo la settimana prossima», giurò a Nico e gli altri, ma non fu
abbastanza di parola: suo padre non riuscì a salvare il negozio di famiglia, e credo che ad
oggi Davide non sia ancora tornato in Africa.
Allora si ammutinarono anche Fortuna e Uoldemicael.
«Una stagione soltanto, tempo di trovare mio padre e sistemare le cose con lui», promise
il libero.
«Sì, ci vediamo l'anno prossimo», giurò singhiozzando Noah.
La stagione '60-'61 la trascorsero da tesserati dell'Anconitana. Franco raccolse i suoi
applausi al Dorico mentre Noah, già ad ottobre, era finito in prestito alla Vigor Senigallia:
alla fine dell'anno, uno era troppo impegnato e l'altro troppo povero per tornare in Africa.
Abbiamo stabilito di vederci una volta all'anno per una cena di pesce a Portonovo, e
l'ultima volta Franco mi ha raccontato di quanto in fretta Tommy Claypool, ospite di suo
fratello in Costa Azzurra, è passato dal calcio alla malavita. Si è comprato un ristorante con
camere vicino a Roccabruna, un posto da film, almeno a sentire Waarts che gli fa da
guardaspalle e gestisce i contatti.
Anche Krasic se ne andò: Paraguay, via Portogallo, e l'ultima volta che ho letto della sua
squadra, è stato perché il portiere ha tirato fuori una pistola dalla borsa dei guanti
puntandola all'avversario che stava per battergli un rigore.
Gli unici a far ritorno ad Addis Abeba con Nico furono Aregai, Ghebre Iosef, il giovane
Uossen e Ollio Kabede. Giunsero in città dopo ventisei giorni di viaggio nel corso dei
quali, in Italia, vedemmo accadere di tutto.

Lunedì 16, mentre ero sul treno che mi riportava a Bologna, il commissario Arienti si
vedeva ritirare la delega dalla Federcalcio, che lo assegnava a mantenere i rapporti con
l'associazione giovanile degli arbitri. Non è dato sapere come si sia adattato, perché ai
primi di giugno venne trovato senza vita fra i rottami della sua Giulia, finita fuori strada
dalle parti di Saturnia.
Per un po' temetti che la simpatia verso il San Giorgio sarebbe costata cara anche a me,
ma per fortuna nessuno mi diede fastidio. D'altronde, con quel che capitava ogni giorno, la
gente aveva ben altro a cui pensare.
Per Oscarre e il resto della redazione di Stadio la vita proseguì senza scossoni, ma non fu
così per il direttore e l'editore Auro Tosetti. Un autunno caldo seguì le Olimpiadi, e dopo
la parentesi di festa regalata dall'oro di Berruti e da quello di Abebe Bikila, trionfatore
scalzo della maratona per i colori d'Italia, persino le banche e i grandi gruppi industriali
tremavano per le epurazioni in corso. Nel clima di intimidazioni e rese dei conti,
l'onorevole Carcano fece sapere da Roma che il giornale andava venduto al più presto a un
certo costruttore, più gradito ai nuovi vertici del Partito Nazionale.
Tosetti tentò di resistere, mosse tutti i suoi contatti, prese tempo, ma la Maserati data
alla fiamme nella rimessa della sua villa lo convinse che quelli facevano sul serio.
Si ritirò in campagna da Margherita e il genero, troppo lontano dalle tentazioni per
spendere quel che aveva messo insieme. Alla fine, alle Olimpiadi mi aveva mandato Il
calcio illustrato, così mi fece dispiacere vederlo uscire dal giro in questo modo.
Il Direttore per un po' rimase a spasso, poi trovò un discreto ingaggio come numero uno
di Cavalli da corsa, praticamente la bibbia degli scommettitori da ippodromo. Gli
mancavano trentasei mesi di contributi per la pensione, e se li è sfangati così.

La Serie Africa non esiste più: tutti i professionisti sono scappati dalla Somalia, e
l'Eritrea ha un campionato separato dove Birra Asmara (già Venturi), Garibaldi e Massaua
1905 incrociano nuove squadre: Hamasièn, Red Sea, Iron Works Agordat.
Il campionato nazionale etiope è ripartito nel 1961-62, e il San Giorgio in maglia rossa
con la V gialla l'ha vinto a mani basse. Nel nuovo stadio, intitolato a Menelik il Grande,
l'allenatore-giocatore Iohannes Aregai ha ricevuto la coppa dalle mani del Negus, e a
sentire Nico nessuno li chiama più «pigiama».
Insieme a Ghebre Iosef e Ollio Kabede, nell'estate seguente Iohannes ha guidato la
nuova nazionale etiope a uno storico successo nella terza Coppa d'Africa per nazioni: con
il Sudafrica escluso per il rifiuto di schierare giocatori di colore, ai ragazzi sono bastati tre
successi contro Chenia, Tunisia ed Egitto per essere incoronati campioni e diventare
praticamente eroi nazionali.
Di Farinacci, Bontempi e il resto dei gerarchi che governarono il Paese per conto
dell'Italia fascista, la gente ama conservare solo l'ultimo ricordo: la fuga disperata verso
l'aeroporto, braccati dagli insorti, e il decollo approssimativo che li riportò in Italia.
Oggi sono fra i patetici animatori del sedicente circolo culturale «Fronte Italiano», punto
di riferimento per i nostalgici irriducibili. Ho letto che meditano di presentarsi alle prime
elezioni libere, annunciate per il 1965, quindi quel po' di democrazia concessa dal nuovo
governo non fa così orrore nemmeno a loro.
Per la prima volta potremo scegliere: oltre al Partito Nazionale e al Fronte Italiano,
avremo una lista d'ispirazione cristiano-conservatrice, una liberale, e si presenterà
addirittura il Partito socialdemocratico d'Italia, un grande blocco d'opposizione che
raduna repubblicani, cattolici di sinistra e socialisti storici. Niente da fare, invece, per un
partito d'ispirazione comunista così come per l'Unione monarchica, ancora fuorilegge.
Sarà un bel guazzabuglio, contando che alla lista che otterrà più voti andranno i due
terzi dei seggi disponibili, e gli scrutatori saranno scelti dal Partito Nazionale.
Il Comitato di liberazione invita fin da ora alla diserzione delle urne, ma l'elemosina
d'un posto in parlamento ha già rabbonito parecchie teste calde, finendo per spaccare il
Comitato. Il nuovo Partito socialdemocratico, che ripudia ogni forma di lotta violenta,
tiene i suoi primi comizi sotto gli occhi vigili della polizia politica. Ci sono tante facce note
e, se Balbo non si rimangerà le sue promesse, nel giro di un paio d'anni Luigi di Milano
potrebbe diventare persino onorevole. L'ho visto intervistato in televisione, e dichiara ad
ogni occasione che l'odio politico è stato un errore di gioventù, un miraggio collettivo della
sua generazione da cui vuole emendarsi crescendo i più giovani nel rispetto delle
istituzioni. Alle medesime sembra ancora sfuggire che fu lui a progettare l'attentato al
Nuovo Fiore di Addis Abeba, o forse le sue buone entrature hanno comprato la memoria
di molte persone.
Non la mia, in ogni caso, e nemmeno quella del mio amico calciatore.
Gioca nel Torino di Pianelli, adesso, e per il sottoscritto è stato un piacere particolare,
realizzare per Il calcio illustrato un'ampia intervista all'ala destra granata Horacio Reyes.
Ermes si è divertito a raccontarmi dell'infanzia a Montevideo e del lavoro al negozio di
frutta, degli anni al Racing Parigi e di quelli in giro per il mondo con un allenatore slavo
chiamato Damir Krasic, lo stesso che lo portò al San Giorgio Addis Abeba.
Vive in una palazzina affacciata sul Po con una ragazza di nome Aida e un maremmano
che ha chiamato Durruti, e quando non è in giro per campionato o Mitropa legge molti
libri, come gli ha consigliato Aaron. Adesso dice che, per cambiare il mondo, forse ci vuole
più tempo di quel che pensava a vent'anni. Giura di non frequentare le riunioni
clandestine dell'opposizione, ma su questo argomento sento che il nuovo Horacio Reyes
deve avere qualcosa in comune col vecchio Ermes Cumani.
Se non vuole bruciarsi la carriera, l'aspirante onorevole Luigi di Milano non rivelerà il
suo segreto.
Non lo farò nemmeno io, e di certo non lo rovineranno i dieci uomini sparsi per il
mondo che insieme a lui, una sera di maggio, scoprirono che a crederci tutti insieme
nessun sogno è impossibile.
Ermes, di questo, sembra molto sicuro. Lui sostiene che verrà il momento in cui ci
rivedremo tutti.
«Un giorno non ci sarà più bisogno di correre a perdifiato come da ragazzi», ha detto
mentre passeggiavamo a due passi dal Po ingrossato dal disgelo di primavera, e mi ha
stupito sentirlo usare quelle parole. «Ci avanzerà tutto il tempo che vogliamo, amico mio.
Sdraiati a fumare sulle nuvole potremo mettere insieme la versione di ognuno, e capire
finalmente com'è andata questa strana storia.»
Si chinò a raccogliere un sasso, poi lo lanciò in acqua con un movimento a frusta del
polso. Lo seguimmo nei suoi rimbalzi pazzi finché non s'inabissò.
«Capirlo una volta per tutte», disse alla fine. «Per filo e per segno.»
RINGRAZIAMENTI

Questo libro non sarebbe mai stato scritto senza la presenza e l'aiuto di tanti amici.
Sento il bisogno di ringraziare per primo Lorenzo Marzaduri, che da tempo
m'incoraggiava a dare libero sfogo alla fantasia ed è stato al mio fianco nella lettura e
revisione del testo. La sua esperienza e il suo impegno appassionato sono stati preziosi,
così come quelli di mia moglie Cristina Gaspodini.
Ringrazio inoltre Franco Accorsi, Flavio Allegretti, PieroMario e Giovanni Azzoni, Paolo
Bottiroli, Gian Paolo e Riccardo Brizzi, Giovanni Cattabriga, Marcello Fini, Stefano Izzo,
Maurizio Manfredi, Stefano Piccardo e Angelino Tedde per tutti i libri, le mappe e i
consigli che mi hanno prestato.
Ogni storia nasce da altre storie, e a questo proposito trovo adatto rendere omaggio a Il
grande romanzo americano di Philip Roth, al lavoro di ricerca storica di Angelo Del Boca,
così come ai racconti del campione italo-eritreo Luciano Vassallo, e al volume di Matteo
Marani su Arpad Weisz Dallo scudetto ad Auschwitz.
Infine, se è vero che persino le storie di fantasia come questa affondano le loro radici
nella realtà, sarebbe imperdonabile non citare qui mia nonna Giuseppina Tugnoli Accorsi,
Giancarlo Grazia «Fritz», partigiano della 7a Brigata GAP «Gianni Garibaldi», e Ildebrando
Zanichelli «Lucio», partigiano della 8a Brigata «Masìa» di Giustizia e libertà. A loro, che si
trovarono ragazzi nella stagione più drammatica, va un abbraccio e un ringraziamento per
il tempo che mi hanno dedicato e i loro racconti di prima mano teneri, terribili e sinceri,
per me la vera eredità della guerra civile in Italia.

E.B., 31 marzo 2008