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Il partito moderno e la democrazia di massa

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i partiti politici quali noi li conosciamo sono una
creazione molto recente. Essi hanno ben poco a che vedere con le altre forme di organizzazione
politica che talvolta vengono impropriamente chiamati partiti: si pensi ai guelfi e ghibellini della
Toscana medievale, ai yories e ai whigs dell’Inghilterra settecentesca addirittura ai partiti che
sostenevano Cesare Pompeo durante la crisi della Repubblica romana. In questi casi siamo di
fronte a clan, ad associazioni di clientes, applicare organizzazione elettorale di notabili, che
suppongono l’esclusione della vita politica della stragrande maggioranza della popolazione,
eminentemente contadina. Gli stessi gruppi parlamentari dell’età liberale, spesso distinti i partiti
conservatori, liberali o democratico-radicali, non avevano organizzazioni stabili, territorialmente
radicate e diffuse, né apparati impiegati e funzionari per inquadrare gli iscritti e gli elettori. erano,
piuttosto, reti di notabili locali che si attivavano in occasione di elezioni il cui corpo elettorale
consisteva spesso in poche centinaia di eventi diritto.

Il partito moderno, invece, è strettamente connesso alla formazione della cosiddetta società di
massa e rappresenta la formazione di organizzazione del consenso che segna il passaggio dal
sistema politico a liberale A sistema democratico. Nei decenni a cavallo tra la fine dell’ottocento e
gli inizi del 900, insieme con la trasformazione dell’organizzazione economica e degli equilibri
internazionali, si verificò una profonda mutazione dei sistemi politici dell’Occidente
industrializzato. In tutti i paesi si assistette a un allargamento della base elettorale e all’ingresso
sulla scena politica del proletariato urbano e rurale: Dallo Stato liberale, formatosi nella prima
metà dell’ottocento, nasceva lo Stato democratico in cui i diritti di cittadinanza venivano
formalmente garantiti a tutti i membri della collettività. Evoluzione nella vita politica di milioni di
persone prima escluse cambiò i concetti stessi di rappresentanza e di democrazia. il problema di
dare alle masse espressione politica e capacità di mobilitazione nel contesto del nuovo modello di
democrazia rappresentativa richiede la creazione di grandi strutture organizzative; parallelamente,
emersero nuovi élites dirigenti, i “politici di professione”, nonché apparati di quadri e funzionari
stipendiati.

I mutamenti investirono al centro del sistema rappresentativo, il parlamento, che da assemblea


dei piccoli gruppi di notabili, sostanzialmente omogenea quanta composizione sociale, divenne
luogo di scontro tra grandi partiti che esprimevano interessi sociali e scelte ideali fortemente
contrapposte. Lo Stato parlamentare diventò perciò uno Stato partitico: il partito moderno
costituisce ancora oggi l’esistenza della vita politica e in tutte le società di massa fondate sulla
democrazia parlamentare.

dall’esperienza del movimento operaio europeo nacque, quindi, più che da ogni altra, un modello
di partito di massa e classista, totalmente innovativo rispetto sia al tradizionale partito di notabili
sia al partito anglosassone, anche esso di massa ma interclassista e soprattutto tipico di un sistema
politico bipolare e di conseguenza non generalizzabile all’Europa intera, dove prevaleva il
multipartitismo. Dalla comune matrice del partito proletario si svilupparono in realtà almeno due
diversi modelli tra i quali avrebbe oscillato il movimento operaio per tutto il novecento: quello
socialdemocratico, fortemente radicato nella società, nella classe operaia e soprattutto, ma con
una capacità di attrazione anche rispetto ai ceti medi, e quello leninista, fortemente centralizzato e
gerarchizzato, diretto da “rivoluzionari di professione”.x
100 anni fa negli Usa veniva concesso il diritto di voto alle donne, una lunga battaglia per la parità

Il 26 agosto del 1920 veniva approvato negli Stati Uniti il XIX emendamento della Costituzione
americana, che per la prima volta, introduceva il suffragio universale. Una lunga battaglia iniziata
decenni prima e portata avanti con grande fermezza da donne e uomini. Fu il trionfo delle
“suffragette”, come venivano chiamate le aderenti al
movimento per l’emancipazione femminile nato con l’obiettivo di garantire alle donne il diritto di
voto.
Quando gli Usa entrarono in guerra, nel 1917, le donne che si battevano per il diritto di voto
(National American Suffrage Association) si schierarono con il presidente Wilson e si mobilitarono
con generosità segnando pagine di autentico coraggio, servendo nell’esercito e nella marina come
infermiere.
Intanto altri milioni di donne si davano da fare preparando cibi, medicamenti, organizzando
raccolte fondi.
Quasi in concomitanza scoppiò la Spagnola e anche in quel frangente le donne, raddoppiando gli
sforzi, si distinsero evidenziando il loro peso pubblico e, finalmente, ebbero riconosciuto dal
Congresso il diritto di voto.
Il presidente Wilson fu il primo ad ammettere: «Noi abbiamo avuto nelle donne un partner in
questa guerra».

Le suffragette si erano riunite per la prima volta come movimento nazionale nel 1869 in Gran
Bretagna.
Nel 1918 il Parlamento britannico diede il via libera al diritto di voto limitato alle mogli dei
capifamiglia con certi requisiti di età (sopra i 30 anni).
Poi - 10 anni più tardi - il suffragio fu esteso a tutte le donne del Regno Unito.

Negli Usa il primo Stato americano a riconoscere parzialmente il suffragio femminile fu il


Wyoming, nel 1869. Nello stesso anno nacquero diversi movimenti analoghi a quelli inglesi.
Le suffragette giravano piazze e città diffondendo le proprie idee attraverso comizi, scritte sui muri
o cartelli con slogan come “Votes for women” o contenenti frasi che inneggiavano alle leader del
movimento.
Spesso queste manifestazioni venivano soffocate con la violenza da parte delle forze dell’ordine e
le militanti venivano arrestate.

L’articolo XIX della Costituzione americana recita: «Il diritto di voto dei cittadini degli Stati Uniti
non potrà essere negato o disconosciuto dagli Stati Uniti o da uno degli Stati a motivo del sesso».

In Italia per ottenere il suffragio universale si dovette attendere la fine del fascismo (che aveva
soffocato tutti i movimenti di emancipazione femminile esistenti), la vittoria della Repubblica e la
promulgazione della Costituzione.

L’articolo 48 recita: «Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la
maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico».
74 anni fa le donne votavano per la prima a volta, 21 Madri Costituenti scrissero la Carta MIND
THE GAP

Il 2 giugno di 74 anni fa le donne furono chiamate a votare per la prima volta.


In pratica furono considerate cittadine al pari degli uomini solo alla fine della Seconda guerra
mondiale.
La loro prima occasione di voto non fu però il referendum del 2 giugno 1946, bensì le
amministrative di qualche mese prima con una affluenza femminile che oltrepassò l’89%. Furono
circa 2 mila le candidate che vennero elette nei consigli comunali.
La medesima partecipazione massiccia ci fu anche per il referendum monarchia-repubblica.

APPROFONDIMENTI
Le donne elette a redigere la Costituzione furono 21 su 226 candidate, pari al 3,7%.
E’ alla socialista Merlin che si deve la menzione specifica della parità di genere contenuta
nell’articolo 3 della nostra Carta.
Si trattava di una totale novità per l’Italia, in un clima anche di scetticismo, tanto che un noto
quotidiano nazionale, in vista del votò, consigliò alle elettrici di non presentarsi alle urne con il
rossetto per non lasciare impronte sulle schede.

Bianca Bianchi, eletta alla Costituente per il Partito Socialista, descriveva le impressioni di quei
momenti con grande enfasi ed emozione, sottolineando che «le conversazioni che nascono tra
uomo e donna ora hanno un tono diverso, alla pari».
Sul sito della Corte Costituzionale, in una sezione, appaiono le fotografie di queste donne
coraggiose, molte
delle quali uscite dalla Resistenza.
La prima esperienza a Montecitorio fu per tutte una conquista, simbolica e reale, con un impatto
altamente emotivo.

Sempre Bianca Bianchi descriveva la sua personale attenzione a non destare clamore, quasi a
scivolare via.
Seppero però farsi ascoltare e nonostante la contrapposizione tra blocco comunista e
democristiano si trovarono dalla stessa parte a difendere la condizione della donna, pesantemente
segnata dal ventennio fascista dove il suo ruolo era stato penalizzato e sostanzialmente relegato a
madre, per dare figli alla Patria.

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