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Latino II – 3.3.

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Ovidio, Metamorfosi, libro I (testo da preparare individualmente, non da leggere integralmente in latino)
1-312 versi da preparare in latino
 Edizione con commento di Lorenzo Valla, a cura di Barchiesi 2005 (MONDADORI)
 Manuale Conte
 Sintassi di base: Il latino, Dionigi, Riganti Morisi, Laterza
 Virgilio Eneide, a cura di Casali (2019)
 Cicerone, Le catilinarie, edizione economica Bur
 Cicerone, volume di Narducci: Cicerone la parola e la politica, Laterza

VIRGILIO, ENEIDE II

Libro particolare, libro in cui il protagonista narra a Didone la fine della città di Troia. Alla fine del primo
libro la regina di Cartagine scopre l’identità di Enea e chiede notizia della situazione, del viaggio e delle
vicende dell’eroe. Enea è PROFUGUS, un esule, un superstite della caduta di Troia, esistevano varie storie
che riguardavano il peregrinaggio di Enea, storie e versioni non sempre lusinghiere. Enea è un eroe sulla
difensiva, diverse versioni legate al comportamento dell’eroe anche nei confronti dei greci conquistatori e
nei confronti della famiglia regnante, quella di priamo, con cui è imparentato ma non proprio la sua. Anche
variazioni sulle modalità di fuga dell’eroe, prima della battaglia o dopo? Combatte?

AINEIAS della tradizione greca che precede quell’Aeneas della tradizione latina, la stessa tradizione latina
porta in campo elementi differenti e controversi.
Lunghissima storia di Enea che comincia dall’Iliade e dall’Odissea di Omero.

GENEALOGIA ILLUSTRE
Della città che si lega a quella dell’Enea
Zeus  Dardanos  Erichthonios  Tros  Ilos  Laomedon  Tithonos
 Priamos  Hector

 Assarkos  Kapys  Anchises Aineis


 Ganymedes
Tabella di Rossbach

Zeus – Padre degli dei


Dardano – genera anche Troo da cui discendono tre figli
 Dardano
 Ganimede, rapito da Zeus e diventa coppiere
degli dei  Rapimento in cui Zeus lascia un
compenso al padre Troo, dei cavalli (in alcune
leggende delle cavalle) di prodigiosa velocità che
vanno in eredità NON ad Ilo, ma ad Assaraco, da
cui discenderà Anchise e quindi Enea, che riceverà
in eredità proprio questi cavalli.
Cavalli importanti anche all’interno dell’Iliade e andranno a caratterizzare anche Enea all’interno dell’Iliade,
non è affatto un eroe minore. Tutt’altro, appare infatti in numerosi episodi importanti che riguardano
combattimenti tra greci e troiani.
V libro Iliade  uno dei vari combattimenti (217-227)
Τὸν δ' αὖτ' Αἰνείας Τρώων ἀγὸς ἀντίον ηὔδα· Dice a Pandaro di non temere, in
μὴ δ' οὕτως ἀγόρευε· πάρος δ' οὐκ ἔσσεται ἄλλως, quanto hanno dalla loro i cavalli
πρίν γ' ἐπὶ νὼ τῷδ' ἀνδρὶ σὺν ἵπποισιν καὶ ὄχεσφιν di Troo, che velocissimi sono anche
 220ἀντιβίην ἐλθόντε σὺν ἔντεσι πειρηθῆναι. Esperti di queste pianure
ἀλλ' ἄγ' ἐμῶν ὀχέων ἐπιβήσεο, ὄφρα ἴδηαι Consiglio non positivo, Pandaro muore
οἷοι Τρώϊοι ἵπποι ἐπιστάμενοι πεδίοιο
κραιπνὰ μάλ' ἔνθα καὶ ἔνθα διωκέμεν ἠδὲ φέβεσθαι·
τὼ καὶ νῶϊ πόλινδε σαώσετον, εἴ περ ἂν αὖτε
 225Ζεὺς ἐπὶ Τυδεΐδῃ Διομήδεϊ κῦδος ὀρέξῃ.
ἀλλ' ἄγε νῦν μάστιγα καὶ ἡνία σιγαλόεντα
δέξαι, ἐγὼ δ' ἵππων ἀποβήσομαι ὄφρα μάχωμαι·
ἠὲ σὺ τόνδε δέδεξο, μελήσουσιν δ' ἐμοὶ ἵπποι.

Enea, insieme al re Pandaro, cerca di arginare la straripante azione di Diomde, che sta avendo la cosiddetta
ARISTIA, si fa forza dei suoi cavalli. Infatti Enea cerca di incitare Pandaro che sta avendo delle titubanze di
fronte all’aristia di Diomede (probably eroe più forte dopo achille)
Nella sua foga ha persino affrontato Ares
Nello scontro, Pandaro muore, mentre Enea viene salvato dall’intervento di due divinità: Afrodite, la
madre, ed Apollo, divinità cara a Enea. Spesso Apollo ispirerà e consiglierà l’eroe troiano, anche nel libro
XVII.
Apollo per ingannare i greci, lascia un Simulacro, un Eidolon, di Enea sul campo di battaglia, mentre quello
vero viene sottratto dalla furia di Diomede. Quindi nel corso di tutta l’Iliade, Enea è protetto da divinità
importanti, e da subito, dopo la caduta di Troia è quello che guiderà i troiani esuli.
Nel primo combattimento quindi si salva, ma Diomede si impadronisce dei famosi cavalli, e li terrà sempre
con sé, tanto che quando ci saranno i giochi funebri in onore di Patroclo, Diomede riesce a vincere la
competizione della corsa dei cavalli. Uno smacco notevole per Enea, ma se si va a leggere l’Eneide, vi è un
elemento che sorprende e lascia perplessi, Didone manifesta la sua curiosità umana riguardo proprio agli
eventi da lui vissuti: cosa va a chiedere? Chiede dei cavalli di Troo, quei cavalli che Enea aveva perso
‘ingloriosamente’ nel combattimento con Diomede.
Fatto particolare, ci dimostra che Didon aveva una conoscenza approfondita degli eventi e anche una
discreta indelicatezza; va a chiedere di un qualcosa di imbarazzante per l’eroe. Enea è quindi di nuovo, si
dimostra, un eroe sulla difensiva, la sua vicenda principia con una sconfitta rovinosa, e in più la regina fa
riferimento ad una vicenda poco brillante dell’eroe in questione.
Avrebbe potuto chiedere di altri combattimenti decisamente più gloriosi per Enea. XIII libro combattimento
con Idomeneo, da cui Enea risulta vincitore
Importante sottolineare il suo legame con Ettore, infatti lo difende nel corso del XIV libro (v. 424)
Quando i troiani sono passati alla controffensiva, a cui poi segue la riscossa di Patroclo, Enea combatte
ispirato da Apollo e combatte a fianco di Ettore (Enea tenta di riappropriarsi dei cavalli)
Sulla salma di Patroclo. Due dei combattenti più forti dei Troiani, Combatteranno insieme anche nel XX
canto, durante il ritorno sul campo di Achille, quando si scontra con Ettore intorno alle mura di Troia, ma
prima di affrontare quest’ultimo, si scontra con Enea.
Inizialmente l’eroe è estremamente titubante, convinto ad intervenire da Apollo; sarebbe poi sconfitto, se
non vi fosse l’intervento di un terzo dio: Poseidone (nemico per dei troiani, e in modo particolare di Enea,
che però è destinato ad altre azioni dopo la guerra)

Achille si rivolge ad Enea XX, 178-186


Perché sei qui? Perché ti spinge brama di combattere? Se mi ucciderai Priamo non ti darà il diritto di
regnare sui domatori di cavalli.
Achille spinge in un certo qual modo sulla rivalità tra la famiglia di Enea (Assaraco) e di Priamo (Ilo).
Vi era una rivalità? Achille lo tratta come uno sprovveduto in preda ad un’ambizione smodata e delirante,
per fame di potere/terreni/gloria?
Spinge quindi su questo rapporto peculiare di Enea con la famiglia dei Priamidi, ed in particolar modo con
l’eroe Ettore
Risposta di Enea ad Apollo sotto le mentite spoglie di Licàone (figlio di Priamo) XX, 86-102

Perché mi inciti al combattimento contro la mia volontà? Io non mi ritrovo per la prima volta contro il
Pelide Achille, che già mi fece fuggire con l’asta dal Monte Ida (ove la famiglia di Enea viveva), sarei morto
se Zeus non gli avesse dato agili gambe per scappare. Sempre uno dei numi deve alontanare dalla sciagura
di inontrarsi con Achille in duello.
“se un dio pareggiasse la lotta, allora non facilmente mi vincerebbe”  ironia epica, Enea non sa di star
parlando con una divinità
Ma Enea, nonostante venga incitato e inizi a combattere, viene salvato e aiutato a fuggire, in quanto
sarebbe poi stato sconfitto. Non è la prima volta, né l’ultima in cui deve scappare per salvarsi.
Eroe ambiguo, sempre presente nelle vicende principali dell’Iliade: allo stesso tempo soccombe spesso, ma
che comunque non paga il fio e viene sempre salvato dalle divinità che lo preservano per un qualche scopo
futuro. Al lettore dell’Iliade, la figura di Enea appare difficilmente come un vigliacco o un eroe minore, è e
rimane uno dei principali eroi della storia, è alleato e in un certo qual modo anche antagonista di Ettore.
Appartenente ad uno dei rami della famiglia reale, combatte lealmente alla difesa del regno, ma c’è, in
fondo, un’ambiguità, una rivalità tra i due rami familiari su cui fa leva Achille.
Tradizione su enea comunque ampia e variegata e non si limita ai poemi omerici, tradizione infatti: epica,
tragica, antiquaria, filologica.

Dell’epica greca facevano parte poemi che andavano oltre a quelli omerici, leggende e contenuti, noti
anche ai romani. Ciclo epico troiano ispira molto quella latina ma la stessa tragedia greca e poi quella latina
arcaica. Influisce profondamente sull’antiquaria latina  Varrone: origini di Roma e delle sue istituzioni e
delle sue famiglie in modo particolare.

Attività filologica e antiquaria molto incoraggiata da Augusto  Valerio Flacco – opera in cui venivano
esposte in modo lemmatizzato parole dell’antica lingua, religiosa e sacrale dei romani e delle antiche
istituzioni romane (opera poi riassunta da Festo, a sua volta riassunto, in epoca longobarda, da PAOLO
DIACONO)
 Miti sulla fondazione di Roma e delle sue istituzioni

Enea personaggio fatalmente controverso.


Anche in due poemi del ciclo troiano, poemi importanti che vanno a influenzare la stesura dell’eneide
virgiliana

 ILIAS PARVA (mikrè iliàs)


Vicende che narrano la presa di Troia

 ILIOU PERSIS

In cui vengono esposti episodi minori e personaggi non citati da Omero, come per esempio LACOONTE.
Personaggi che hanno un ruolo fondamentale nella versione adottata da Virgilio, ma minore in quelle
greche originali. Per quale motivo Virgilio va a scegliere questi esempi?

Leggenda su un presunto tradimento di Enea


Enea traditore, alla luce di queste accuse e queste versioni, Virgilio deve difendere il suo eroe, già nel primo
libro si allude ad un tradimento di un troiano in combutta con i greci. Si fa il nome di ANTENORE

Libro I, vv 242-244
Afrodite si lamenta del fatto che altri eroi come Antenore, sono già potuti scappare e fondare nuove città
(antenore fonda Padova) mentre suo figlio deve ancora soffrire così tanto
Antenor potuit mediis elapsus Achivis Antenore ha potuto, scappando via dal mezzo dei greci,
Illyricos penetrare sinus atque intima tutus entrare nei golfi dell’Illiria, ed entrare sicuro nei regni
regna Liburnorum et fontem superare Timavi dei Liburni ed entrare alla fonte del Timavo

Enea invece ancora costretto a vagare prima di raggiungere l’Italia. Personaggio di Antenore molto
controverso, ce lo ricorda Servio (IV secolo), uno dei più importanti commentatori di Virgilio. Infatti ci dice
che è ricordato come traditore. Ma a questa versione Virgilio non crede e lo giustifica anche Orazio

Serv. Ad Aen. 1, 242


Orazio dice “ardentem sine fraude Troiam”
Sono tante le fonti che invece accusano o Enea o Antenore di aver tradito la città, non a vuoto quindi sono
queste scuse.
Sisenna accusa il solo Antenore. Se facciamo riferimento a questa versione aumentiamo così
l’argomentazione espressa da Virgilio; se regna un traditore, perché un eroe pio è costretto a vagare?

Et excusat Horatium dicens “ardntem sine fraude Troiam”. Hoc est sine proditione: quae quidem
excusatio non vacat: nemo enim excusat nisi rem plenam suspicionis.
Sisenna tamen dicit solum Antenorem prodidisse. Quem si velimus sequi augemus exemplum: si regnat
proditor, cur pius vagatur?

Versi di Orazio tratti dal CARME SAECULARAE

Hor. Carm. Saec. 41-44


Troia caduta senza inganno e tantomeno del casto Enea (excusatio non petita

- Conte
- Geimonat

CODICI DI VIRGILIO
P=VATICANO-PALATINO lat. 1631 (appartenente al principe elettore del Palatinato)
In lettere capitali, il primo verso del secondo libro, scritto anche in rosso, con notazione dell’opera e del
relativo numero (con un modulo più piccolo)
Lettera iniziale con modulo più grande, leggermente, per indicare l’incipit del verso.
Codici donati, nel XVII secolo, al papa. Codice scritto nel V secolo e all’inizio del XI secolo si trovava nel
monastero di Lauresh in Germania. Da lì nella biblioteca palatina di Heidelberg.
Testo talmente tanto usato che 30 fogli sono perduti, molti usurati e l’inchiostro di molti passi sbiadito.

R=VATICANO-LATINO 3867
Conservato al Vaticano, ma passò per il monastero di Saint Denis, passato poi in quella vaticana sotto Pio
VI. Utilizzati inchiostri di diverso colore (opere costose, fatte per le élite)
Riassunti a inizio libro, opera probabilmente di filologi e grammatici di età imperiale, attribuzione del
riassunto stesso, posticce il più delle volte, a personaggi e commentatori illustri dell’antichità, in quest caso
allo stesso Ovidio. (foglio 99 v.)
Nel foglio seguente vi è una magnifica illustrazione della scena in cui Enea inizia a parlare delle sue vicende
e delle sue seguenti peregrinazioni.

M=FLORENTINO-LAURENZIANO XXXIX
Conservato a Firenze, ma scritto a Roma nel V secolo da un aristocratico romano nel 494, Curzio Rufo
Apronanio Asterio. Testo di Virgilio emendato e commentato. Rimane una sua SUBSCRIPSIO, sottoscrizione,
una nota appunto di un commentatore antico: nota ancora leggibile e che ci fa anche vedere come questi
essenzialmente sono prodotti di lusso per una élite che considera Virgilio elemento fondamentale per la
propria cultura.
Codice che passa per il monastero di Bobbio, questo ci fa vedere come questi prodotti librari passino poi e
vengano salvati nei grandi centri dei monasteri in Italia, ma anche altrove (soprattutto Francia e Germania,
azione fondamentale di San Colombano e altri missionari e predicatori come lui e poi dell’influenza culturale
delle isole Inghilterra e Irlanda, che spesso andarono a influire anche sulla tipologia di carattere utilizzato
nella diffusione dei testimoni)

MODELLI LETTERARI DI VIRGILIO


In primis fa riferimento ad Omero, uno dei nemici principali di Enea era proprio Odisseo, la cui vicenda è
ironicamente modello fondamentale per Virgilio. Odisseo che, dopo essersi rivelato ai Feaci, nell’isola di
Ischeria, inizia a narrare le sue vicende ai feaci, al re Alcino, alla moglie Arete e alla giovane Nausicaa.

HOM. O. 7, 240-243
Infandum, qualcosa di ineffabile, allusività virgiliana incredibile. Termine utilizzato nel VII libro, quando
ancora non si è rivelato, da Odisseo in risposta alla regina
Argaleòn, Basileia = difficile da dire, infandum, o regina
Difficile dire, perché gli dei mi hanno dato molti dolori, ma poiché tu DESIDERI (aveireai metallas, invece
Virgilio utilizza un verbo più forte iubes)

HOM. OD. 11, 373-382


XI libro, Odisseo si è già rivelato e comincia a narrare le sue vicende

Così disse e tutti rimasero immobili e in silenzio (lui ha già parlato, ed è come de fossero presi da un incanto)
Siopè – conticuere (anche se conticuere è molto più forte in Virgilio, in quanto pone l’accento sulla parola
mettendola in posizione enfatica a inizio verso e a inizio libro)

Alcinoo lo incalza, Odisseo si stava fermando

La notte è ancora lunga e non è ancora ora di dormire in questa sala, narrami ancora di questi fatti
meravigliosi ché io posso ancora resistere fino alla luminosa alba, se tu resisti anche qui nella sala a narrare
le tue vicende

Gli risponde odisseo

C’è un tempo per lunghi discorsi e c’è un tempo per il sonno: se però hai così tanta avidità di ascoltare, non
ti negherò il racconto di cose ancora più dolorose, le sofferenze dei miei compagni

Motivo della notte che scende, presente anche in Virgilio, la notte non è al principio, ma la notte è ormai
inoltrata, comincia a PRECIPITARE, le stelle si stanno ancora muovendo, si volgono. Oltre la mezzanotte
probably. (momento che precede l’alba è quello più buio e gelido)

LIBER II
DE TROIA INCENSA: DE LIGNEO EQUO (2.1-56)
Conticuere omnes intentique ora tenebant; tutti quanti tacquero e trattenevano assorti i loro
inde toro pater Aeneas sic orsus ab alto: volti (sguardi); il padre Enea quindi cominciò così
Infandum, regina, iubes renovare dolorem, dall’alto divano: o regina, tu mi chiedi di
Troianas ut opes et lamentabile regnum rinnovare un dolore indicibile, come i Danai
eruerint Danai, quaeque ipse miserrima vidi abbiano distrutto le ricchezze di Troia e il regno
et quorum pars magna fui. quis talia fando lacrimevole e quelle cose stesse molto miserevoli
Myrmidonum Dolopumve aut duri miles Ulixi che io stesso ho visto e delle quali io fui parte
temperet a lacrimis? et iam nox umida caelo grande. Chi dei mirmidoni o dei dolopi o soldato
praecipitat suadentque cadentia sidera somnos. del duro Ulisse, dicendo tali, cose potrebbe
sed si tantus amor casus cognoscere nostros astenersi dalle lacrime? E già la notte umida
et breviter Troiae supremum audire laborem, precipita dal cielo e le stelle che cadono invitano
quamquam animus meminisse horret luctuque refugit, al sonno. Ma se un amore così grande, di
incipiam. fracti bello fatisque repulsi conoscere le nostre vicende e di udire brevemente

ductores Danaum tot iam labentibus annis il supremo travaglio di Troia e benché il mio
instar montis equum divina Palladis arte animo inorridisce al ricordare e fugge via da
aedificant, sectaque intexunt abiete costas; questo dolore, incomincerò. I condottieri dei
Danai, spossati dalla guerra e respinti dai Fati
dopo che già erano passati tanti anni, costruiscono
con la divina arte di pallade, un cavallo grande
come un monte e connettono le sue costole con
del legno di abete tagliato;

primo verso  sinalefe: conticuer-omnes, intentique-ora  cesura pentemimere


secondo verso  cesura tritemimere / pater Aeneas / cesura eftemimere
evidenziato al centro del verso il nesso pater Aeneas evidenziate queste due iuncture che quasi
terzo verso  tritemimere / regina iubes / eftemimere si oppongono
ma in realtà si potrebbe applicare solamente una cesura pentemimere che va a battere sul termine singolo
(e non il nesso) di regina.
A scelta personale si va a porre l’accento su uno o più elementi del verso

Cesura pentemimere di Regina  CESURA FEMMINILE, va a cadere tra le due brevi di un dattilo (-na/iu-)
(cesura maschile, ovvero forte, dopo l’elemento coll’ictus)
Quarto verso  pentemimere
Quinto verso  pentemimere
Sesto verso  tritemimere / parsa magna fui / eftemimere
Myrmidonum Dolopum  verso particolare, formano omoteleuto, entrambi in -um, dolopum-ve (enclitica)
Cesura tritemimere a cui NON si accompagna un’eftemimere, una sola pausa forte dopo Myrmidonum
Ottavo, nono verso  pentemimere
Conticuere  verbo dalla particolare accezione in quanto formato da CUM + TACEO, non indica tanto il
Fatto che tacquero insieme, ma all’improvviso, ha una sfumatura di significato che era
Propria dell’aoristo ancora presente ancora nel greco antico)
Conticuere anziché conticuerunt non
centra nulla con abbreviazione, è semplicemente una forma parallela/ concorrenziale di
origine indoeuropea
conticuere, traccia in molti altri testi letterari, nella stessa posizione elitaria ed incipitaria, espressione
utilizzata con valore allusivo

OVIDIO V libro Metamorfosi


In cui la ninfa Aretusa (della fonte omonima) è chiamata a parlare della sua storia amorosa con il dio del
fiume Alfeo (mito trattato da Virgilio stesso nelle sue Bucoliche, mito inoltre ambientato nella regione
dell’Arcadia)
Tutte le onde improvvisamente tacciono quando lei inizia a parlare dall’ALTO FONTE
Conticuere undae, quarum dea sustulit alto Tacquero improvvisamente le onde, la dea alzò il capo dall’alto
fonte caput viridesquemanu siccata capillos della fonte e asciugandosi con la mano i verdi capelli, narrò
fluminis Elei veteres narravit amores degli antichi amori del fiume Alfeo

Effetto straniante sul lettore che si ritrova con un testo molto simile all’incipit virgiliano del secondo libro,
ma traslato su un diverso tipo di narrazione. Parole uguali, contesti differenti, mito ambientato in Arcadia
tra l’altro (eredità bucolica, ma gli stessi arcadi erano alleati di Enea)
Particolare enfasi data da questa semplice allusione

AE. 1937, 238 (MESOPOTAMIA)


Graffito trovato in Mesopotamia, unica parola scritta

Conticuere

Valore culturale di Virgilio enorme, graffito trovato lontanissimo da Roma, probabilmente scritto da un
qualche soldato romano. Educazione virgiliana
Trovate simili iscrizioni, altre 17

CIL IV 167 (POMPEI) et saepius (16es)

Conticuere

Esempi di come le persone facevano riferimento ad una cultura condivisa, riferimenti di memoria scolastica
il più delle volte. Gusto per la riproduzione, semplice e pura.

AE. 2002, 1045 (GERMANIA INFERIOR, WOERDEN/LAURUM)

Cracuna,
Conticuere omnes intentique ora tenebant inde tacquero all’improvviso tutti e trattenevano il volto
Ama ille amor meus ama quell’amor mio

Ripresa del testo e traslato in un ambito erotico, forse parodia?

Intenti  participio congiunto al soggetto da INTENDO


Toro  divano/triclinio
Orsus est  non tanto di alzarsi, ma cominciare a parlare
Infadum  IN + FOR che non si può dire (radice ripresa nel verso sesto FANDO)
Iubes  in senso stretto: comandare – verbo forte, un comando, non tanto chiedere
Lamentabile  suffisso -BILIS dei registri alti della poesia latina
Quaeque  relativo neutro, concordato con MISERRIMA
Quorum  correlato di nuovo a miserrima
Pars magna  sottolineata quindi dalla tritemimere e dalla eftemimemere
Settimo verso  immagine omerica della notte che cade, precipita giù e ricopre con un manto d’ombra la
terra, notte ancora lunga, ma acconsente a continuare la narrazione (così come aveva
fatto Odisseo prima di lui)
Duri Ulixi  non spietato, ma che ha dovuto affrontare e sopportare molte cose, eroe polutlas per i greci
eroe dalle molte sofferenze. Per Casali
Secondo altre interpretazioni (per Morelli), duro in senso di spietato, gli stessi greci, che
furono tanto spietati da distruggere Troia, non riuscirebbero a trattenere le lacrime,
nell’ascoltare tali vicende
Versi 1-72  contenuti in tre importantissimi codici di Virgilio (e non solo): MEDICEO, PALATINO, ROMANO
codici che contengono l’intera opera del Virgilio autentico, nostri codici principali per la
tradizione di Virgilio.
Gian Biagio Conte utilizza principalmente questi codici, di volta in volta sottolinea il testimone
di cui ha usufruito, tramite la sua sigla (la lettera iniziale solitamente). Varianti testuali
evidenziate dall’editore in genere. Opera lunga e difficoltosa, in particolar modo per Virgilio,
in quanto la sua opera è rimasta incompiuta. Già in epoca antica esistono numerose varianti
del testo virgiliano. (testo enormemente diffuso, circolazione ampia  pgrego con 5 in pedice
è un papiro virgiliano estremamente importante)
papiri greci più numerosi di quelli latini, in Egitto si parlava principalmente greco, ma la classe
dirigente in genere doveva comunque conoscere il latino  studio della lingua su glossari
di Virgilio, dell’Eneide in particolar modo, da un passo virgiliano si prendevano lemmi e poi
si stilavano liste suddivise in due colonne, termine latino e relativa traduzione in greco.
vari esercizi di scrittura su Virgilio, i romani essenzialmente imparavano a scrivere e a leggere
sul nostro autore.
Luctuque  ablativo di allontanamento/separazione
Casus  accusativo plurale IV declinazione concordato con NOSTROS
Quamquam  introduce un’avversativa, regge INDICATIVO HORRET, che a sua volta regge l’infinito
MEMINISSE
Meminisse infinito interessante, esprime un PERFETTO RISULTATIVO, non un’azione che è propriamente
avvenuta nel passato; ma che si è perfezionata nel passato e i cui effetti permangono nel
presente.
(mi sono messo in mente e quindi ricordo  tradotto con un presente)
Sectaque intexunt  sinalefe
Verso 14  DUCTORES, stessa posizione di verso 5. Posizione oltretutto enfatica
DUCTORES DANAUM – nesso messo in evidenza, eredità della tragedia e della poesia epica
arcaica; Ennio e Nevio
iunctura, di incedere epico-magico-religioso, presente anche nella poesia omerica
verso 15  divina arte di Pallade (DIVINAE R  codice Romanus C, N) non DIVINA, lezione considerata
giusta, presente solamente in M, P
ordo verborum ci viene in aiuto, più sensato che divina sia riferito ad arte e non a pallade,
tecnica dell’iperbato, distanziamento tra aggettivo e sostantivo ad esso concordato, schema
a cornice che ci da un indirizzo nella selezione della corretta versione

HOM. IL. 2,760


Costoro erano i conduttori dei Danai e i loro re (EGEMONES DAVAON)
Passo tratto dal celebre catalogo del secondo libro
IUNCTURA OMERICA GIA’ UTILIZZATA DA LUCREZIO
LUCR. 1, 84-86; 95-101
Aulide quo pacto Triviai virginis aram come quando, l’ara della vergine trivia, in Aulide, i
Iphianassai turparunt sanguine foede condottieri scelti dei greci deturparono in modo scellerato con
Ductores Danaum delecti, prima virorum il sangue di Ifianassa (Ifigenia), loro che erano il meglio degli
eroi
Virgilio usa DELECTA VIRUM SORTITI CORPORA
(…)
nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras e infatti, sollevata dalle mani degli uomini venne
deductast, non ut sollemni more sacrorum portata tremante alle are, non perché il rito solenne
perfecto posset claro comitari Hymenaeo, delle cerimonie sacre celebrandolo, potesse essere
sed casta inceste nubendi tempore in ipso accompagnata da un imeneo risuonante di grida
hostia concideret mactatu maesta parentis, allegre, ma lei casta, in modo immondo nel momento
exitus ut classi felix faustusque daretur. stesso del matrimonio, perchè cadesse come vittima
tantum religio potuit suadere malorum. Con un colpo, lei infelice, del padre, perché fosse data
una partenza felice e fausta ai greci.
La superstitio ha potuto condurre a mali tanto grandi
Ifigenia ingannata, le avevano detto che avrebbe sposato Achille, anziché trovare il suo sposo, trova la
morte
Inganno che viene ripetuto da Virgilio nell’aspetto della costruzione del cavallo

Lucrezio utilizza queste espressioni in modo ironico e sconsolato, il fior fiore degli eroi uccide, ammazza
come un animale una giovane ragazza  stessa riprovazione morale che traspare anche dalle parole di
Enea
Lucrezio tra l’altro narra di quegli stessi eroi che stavano per partire verso Troia, non riuscendo a partire,
vento mancante, a causa dell’uccisione di un cervo sacro a Diana, dovevano offrire in sacrificio la figlia
primogenita di Agamennone.
Lettore percepisce subito la stretta relazione tra questi due testi, anche la riprovazione morale e la critica
nei confronti dei greci, atmosfera di cupa tragedia ben evidente in entrambi i testi.

IUNCTURA COMPARE ANCHE IN CATULLO


CATULL. 64, 1-11
Peliaco quondam prognatae vertice pinus si dice che i pini nati sulla cima del Pelio, un giorno abbiano
dicuntur liquidas Neptuni nasse per undas nuotato attraverso le limpide onde di Nettuno, ai flutti del
Phasidos ad fluctus et fines Aeetaeos, Fasi, verso le terre di Eeta, quando dei giovani scelti, il meglio
cum lecti iuvenes, Argivae robora pubis, della gioventù argiva, desiderando prendere la pelle dorata ai
auratam optantes Colchis avertere pellem Colchi, osarono, percorrere i guadi salati, con nave veloce,
ausi sunt vada salsa cita decurrere puppi, spazzando le azzurre distese con dei remi di pino. A loro, la
caerula verrentes abiegnis aequora palmis. Dea che tiene sulla sommità delle città le rocche, lei stessa
diva quibus retinens in summis urbibus arces fece il carro che volava ad un lieve soffio, congiungendo nella
ipsa levi fecit volitantem flamine currum, ricurva carena i fasciami di pino.
pinea coniungens inflexae texta carinae. lei stessa fece ricoprire con l’acqua questa nave, entrando
illa rudem cursu prima imbuit Amphitriten; dentro Anfitrite che era ignara

Partenza di Giasone verso la Colchide, alla ricerca del vello d’oro. Regione lontana dalla Grecia classica,
importanza notevole nell’utilizzo del legno della nave.  pino della nave e dei remi
TRAGEDIA DI EURIPIDE E POI DI SENECA
Teseo insieme ad altri eroi, Castore e Polluce, Ercole, si avvia sulla nave ARGO che secondo alcune leggende
è stata la prima nave ad aver solcato il mare. Nave, è una macchina che attraversa le onde del mare per la
prima volta, in modo prodigioso, mai prima di allora, alcun essere umano aveva osato tanto.
Macchina prodigiosa di invenzione divina (Virgilio fa riferimento proprio a questa origine divina)
Chi ha costruito tale meravigliosa macchina? PALLADE ATENA  quasi un’opera di tessitura

Pelio  monte della Tessaglia


Puppi  metonimia per nave
Imbuit  espressione ambigua, Anfitrite come vergine, che ignara viene violata, anche sessualmente
per la prima volta (sembra avere una accezione negativa? Non credo anche perché non credo si
abbia una compassione ne confronti di Anfitrite. Navigazione vista come atto empio nei confronti
della natura? Effettivamente questa avventura porterà Giasone a conoscere Medea)
Leggenda di Argo da sempre considerata come negativa, ma in questo contesto Catullo la ribalta
in positivo, dato che parla delle felici nozze d Peleo e Teti.

CONTINUANO LE ALLUSIONI (riferimento per Catullo e Virgilio stesso)

ENN. TRAG 208-216 (MEDEA)


Utinam ne in nemore Pelio securibus o non fosse mai caduto a terra il tronco di abete nel
caesa accidisset abiegna ad terram trabes, bosco del Pelio, tagliato dalle scuri, né avesse
neue inde nauis inchoandi exordium mai preso l’inizio la nave che ora è chiamata con
cepisset, quae nunc nominatur nomine il nome di Argo, perché in essa degli eroi scelti
Argo, quia Argiui in ea delecti uiri cercavano di strappare ai colchi il vello d’oro dell’
uecti petebant pellem inauratam arietis ariete, per volere del re Pelia, attraverso l’inganno.
Colchis, imperio regis Peliae, per dolum. Mai la mia padrona, avrebbe portato fuori il suo
nam numquam era errans mea domo efferret pedem piede dalla sua casa, Medea, che ferita dal crudele
Medea animo aegro amore saeuo saucia. Amore nel suo aspro animo.

Nutrice di Medea parla e si lamenta della condizione della sua padrona, stessa impostazione dell’omonima
tragedia euripidea. Tradimento di Giasone che si sta consumando.
Incipit stra famoso per i romani, citato da tantissime fonti, lo stesso Cicerone in diverse arringhe –
ARGUMENTUM LONGEM PETITUM
Abiegna abete
Inchoandi exordium  posizione enfatica
Delecti viri  stessa espressione che poi utilizzeranno altri, già usata da Euripide e prima di lui Omero
Per dolum  attraverso l’inganno
Verso 16  cesura tritemimere SOLA, non segue eftemimere (al massimo dieresi bucolica prima di abiete)
DIERESI SI PONE TRA IL QUARTO E IL QUINTO METRON DELL’ESAMETRO
Abiete  normalmente la a di abiete è breve, ma in questo caso non considera la i come vocalica ma come
consonantica e quindi l nesso -bi- è un nesso di due consonanti che vanno a chiudere la sillaba
SCANSIONE: AB-IE-TE (scansione nella normalità a-bi-e-te)
e quindi la a diventa lunga
fracti  participio congiunto con ductores
labentibus annis  ABLATIVO ASSOLUTO con valore temporale
labentibus  scivolati via, passati
sectas abiete  abiete femminile, SIGNIFICATO DEL LEGNO?
tot  concordato ad annis, è indeclinabile
divina arte  ABLATIVO STRUMENTALE – Pallade (Atena) divinità protettrice di Odisseo, quasi alter ego di
Enea. Pallade è anche la stessa divinità che è coinvolta nella costruzione di altri manufatti
Bellici del mito (allusione di Virgilio, gusto sempre presente)

LEGNO DI ABETE
Utilizzato anche per la costruzione del cavallo
Ennio caratterizza in modo negativo la nave, ha l’apparenza di una spedizione eroica e avventurosa, ma
porta guerra e inganno, così come il cavallo viene costruito in abete, macchina costruita da una divinità
astuta che nasconde inganno. Macchina da guerra travestita da qualcos’altro. Artificio divino creato da una
delle divinità più agguerrite e astute.

APOLL. RH. 1, 525-527


Argonautiche di Apollonio Rodio, in cui al centro della nave vi era un tronco (in mezzo al fasciame di pino),
questa trave era una trave divina (nel mezzo della prora fissata da Atena). Trave fatta con legno della
quercia di Dodone, ove si trovava l’oracolo più famoso dell’antichità. La nave Argo era una nave parlante
nel poema di Apollonio Rodio. Infatti molto spesso la nave si rivolge agli Argonauti; nave dotata della
facoltà della parola e di facoltà profetica.

Nella tradizione letteraria, il legno con cui è costruita Argo, è definito in modo molto preciso. Pino utilizzato
per le navi commerciali, invece l’abete è il legno che si utilizza per le navi da guerra. Ennio per questo
motivo modifica il dato fondamentale che caratterizza Argo, per far risaltare ancora di più l’aspetto
negativo della spedizione.
votum pro reditu simulant; ea fama vagatur. Simulano un voto per il loro ritorno; questa voce
huc delecta virum sortiti corpora furtim vaga. Qui, dopo averli sorteggiati, mettono dentro,
includunt caeco lateri penitusque cavernas di nascosto, dei corpi scelti di eroi nelle cieche
ingentis uterumque armato milite complent. cavità e ben all’interno le parti cave ingenti e la
est in conspectu Tenedos, notissima fama pancia riempiono di soldati armati. E in vista l’isola
insula, dives opum Priami dum regna manebant, Tenedo, notissima per fama, ricca di risorse, finchè
nunc tantum sinus et statio male fida carinis: rimanevano i regni di Priamo, adesso è soltanto un
huc se provecti deserto in litore condunt; golfo e un punto di approdo, infida per le carene:
nos abiisse rati et vento petiisse Mycenas. 2.25 qui essendosi portati con le navi, si nascondono
ergo omnis longo solvit se Teucria luctu; sulla spiaggia deserta; noi pensammo che se ne
panduntur portae, iuvat ire et Dorica castra fossero andati e avessero preso la rotta di Micene
desertosque videre locos litusque relictum: in favore di vento. Tutta quanta la regione di Troia
hic Dolopum manus, hic saevus tendebat Achilles; si sciolse dalla lunga sofferenza; si aprono le porte
classibus hic locus, hic acie certare solebant. Piace andare e vedere gli accampamenti dorici
pars stupet innuptae donum exitiale Minervae i luoghi deserti e la spiaggia abbandonata: qui
et molem mirantur equi; primusque Thymoetes c’era la schiera dei Dolopi, qui aveva la sua tenda
duci intra muros hortatur et arce locari, il crudele Achille; questo invece era il luogo per le
sive dolo seu iam Troiae sic fata ferebant. Flotte, qui invece erano soliti combattere in schiera
at Capys, et quorum melior sententia menti, una parte dei troiani guarda stupito l dono esiziale
aut pelago Danaum insidias suspectaque dona e ammirano la grandezza del cavallo; per primo
praecipitare iubent subiectisque urere flammis, Timete esorta a condurlo dentro le mura e che
aut terebrare cavas uteri et temptare latebras. Venga collocato nella rocca, sia perché voleva
scinditur incertum studia in contraria vulgus. Ingannare i troiani, sia perché i fati portavano
tutto ciò a Troia. I capi tutti quelli ai quali c’era nella
mente un parere migliore ordinano che vengano
gettata nel mare e i loro doni sospetti o di bruciarle
dopo ave posto sotto di esse delle fiamme, oppure
di bucare le cavità del ventre e di vedere cosa ci sia
nei suoi meandri.
Il popolo si divide, incerto, in pareri opposti
verso 18  cesura pentemimere
verso 19  tritemimere / caeco lateri / eftemimere
verso 20  tritemimere / uterum armatu / dieresi bucolica (prima dei due ultimi metra dell’esametro)
notissima  concordato con INSOLA
Tenedo  strana questa affermazione, era ancora una vivace stazione commerciale, qui Enea fa
riferimento alla distruttiva azione di Achille e dei greci, così infatti l’avevano lasciata
fama  ablativo d causa
dum  valore temporale, finchè
statio  letteralmente ‘dove si sta’
carenis  metonimia, la parte per il tutto – navi
ductores soggetto
huc  avverbio di luogo
virum  genitivo di uso poetico
caeco lateri  nelle cieche cavità (del cavallo), enfasi notevole
armato milite  ABLATIVO STRUMENTALE, singolare poetico per il plurale
cavernas ingentis  accusativo plurale con la i lunga INGENTIS NO GENITIVO CON I BREVE
verso 21  pentemimere
verso 22  pentemimere
verso 23  pentemimere
deserto in litore  SINALEFE
rati et  SINALEFE
rati  sottinteso SUMUS
CONSECUTIO TEMPORUS –x rati sumus – abiisse (infinito perfetto)
verso 26  pentemimere
longo  concordato con LUCTU (longo prima di cesura mentre luctu a fine verso.
aggettivo prima di cesura, sostantivo a fine verso  SPERRUNG)
omnis  concordato con Teucria
Verso costruito simmetricamente, schema ABAB
OMNIS agg. longo agg. VERBO Teucria sost. LUCTU sost.
Schema del versus aureum, chiamato in tedesco sperrung
Panduntur portae  iunctura che occupa tutto il primo emistichio
Tendebat  significato di attendarsi
Sevus TENDEBAT Achilles  aggettivo e sostantivo che incorniciano l verbo nel secondo emistichio, tecnica
di ordo verborum di età arcaica e non, Virgilio raccoglie a piene mani la
grande sperimentazione di Catullo
classibus  dativo di vantaggio
acie  schiera dell’esercito, spesso usato con questa accezione
(nel DServ. Acie al singolare, in un'altra lezione acies, nel omegagamma con 1 in pedice, presente
Anche in Rufino e in altri commentatori antichi. Entrambe le lezioni possibili lingusticamente)
Incertezza in questi casi già presente nell’antichità, poniamo acie anche se contro tutte le testimonianze di
origine medievale. Ci fidiamo della veridicità delle lezioni più autorevoli M, P, R
Varianti in cui circolava nella filologia antica molto interessante, fasi estremamente antiche, dovute anche e
soprattutto alla particolarità del testo di Virgilio, in quanto non completo e soggetto a numerose
interpretazioni (per alcuni aspetti non minori)
Numerose citazioni difformi rispetto alla tradizione diretta e alle citazioni dei commentatori, a quale dare
maggior credito?

Stupet  si stupisce, costruito in modo TRANSITIVO con donum


Verso 29  pentemimere, due emistichi che iniziano con hic: verso seguente mantiene un gioco simile
Innuptae … Minervae  sperrung ordinamento
Donum exitiale chiastico
Pars  concordato prima con STUPET
 poi concordato con MIRANTUR (al plurale)
Verso 32  tritemimere / mirantur equi / eftemimere
Timete  personaggio dalla dubbia fama  Serv. Ad Aen. 2,32: PRIMUSQUE THYMOETES le due
Parole commentate da Servio; Priamo ebbe da Arisba (figlio illegittimo) un figlio indovino, e
Avendo detto che un certo giorno doveva nascere un figlio per colpa del quale Troia poteva
Essere distrutta, partorirono sia la moglie di Timete, sia Ecuba, legittima moglie di Priamo. Il
Quale ordinò che fossero uccisi il figlio e la moglie di Timete. (figlio di Priamo: Paride Alessandro)
E perciò, ora Virgilio dice, sia che fosse inganno poiché sembrava avere una giusta causa di
tradimento)
Altri commentatori ritengono che il significato sia DOLO SCILICET GRAECORUM per inganno dei
Greci, dal quale tutti i troiani sono stati ingannati.
Parere che da Timete dovuto all’odio nei confronti del re Priamo. Parere che aggiunge Enea, perché poteva
sembrare che Timete avesse una giusta causa per vendicarsi. Quindi già in antichità si vede come vi fossero
pareri contrastanti su questo argomento.
Scilicet graecorum  parte scritta in corsivo, non è scritto ne codici principali di Servio, ma nel Servio
danielino

Serv. Ad Aen 2,201


Commento in cui Servio cita il poeta Euforione, il quale utilizza e cita miti estremamente rari e meno
conosciuti, uno degli ispiratori della poesia neoterica, molto caro allo stesso Neoterio Gallo. Euforione
citato da Virgilio nella Ecloga VI
Timete è un parente di Priamo, appartiene al ramo di Ilio e Lamedonte, lo stesso ramo di Priamo, ma
differente rispetto a quello di Enea, discendente invece di Assaraco.
Uno degli anelli in questa catena genealogica è Capi, figlio di Assaraco e padre di Anchise, appartenente alla
famiglia di Enea, sarebbe colui che Troia la doveva salvare, attraverso il comportamento ideale di Enea.
Laomedonte, si era comportato da traditore a suo tempo e come tale aveva fama, infatti lo stesso
discendente si comporta come il suo predecessore, tradendo. Lamedonte tradì appunto due divinità,
Poseidone e Apollo a cui fece costruire le mura di Troia senza poi dargli il compenso promesso.
Il ramo di Assaraco invece, nel racconto di Enea viene riscattato dall’accusa di tradimento, ma di fronte alla
regina viene dipinto come il ramo più fedele e migliore.
Inganno di Laomedonte che determina una vendetta da parte di Poseidone che invia un mostro marino che
devasta la troade; Laomedonte costretto ad offrire a questo mostro la sua figliola Esione, esposta su uno
scoglio completamente nuda, quando accorre Eracle che scongiura questo grave pericolo per lei; ma lo
aveva fatto su invito del padre che gli aveva promesso la figlia in sposa e di consegnargli i famosi cavalli di
Assaraco (dati da Zeus per il rapimento di Ganimede). Nuovamente Laomedonte non mantiene la parola
data, quindi Eracle torna con un esercito e uccide Laomedonte, e chiede ad Esione chi tra i figli dovesse
governare su Troia e lei sceglie Priamo.
Vecchia dinastia di Priamo cade vittima delle sue contraddizioni, poi vi è una nuova Troia, rappresentata
dalla discendenza di Assaraco, rappresentata da Enea e da Capi; la cui importanza viene sottolineata da
alcune fonti, come per esempio SVETONIO

SVET. IUL. 81,1


Quando parla di Giulio Cesare e fa riferimento ai mores e nella parte finale si dedica ai prodig che
annunciano la fine, la morte dell’imperatore in questione. Tra i prodigi riferiti a Cesare nomina in particolare
nelle prime tre parti; venne scoperto a Capua un sepolcro con una Tabula Enea (di bronzo) con un’iscrizione
su cui era scritto che era sepolto Capi, il fondatore della città di Capua. Questa tavola scoperta era stata
scritta in greco con questa profezia: che quando fossero state scoperte le ossa di Capi, sarebbe successo che
un discendente di lui (ILLO PROGNATUS) sarebbe stato ucciso per mano di consanguinei e sarebbe stato
vendicato da una ribellione dell’Italia.  Giulio Cesare infatti ucciso da vari congiurati tra cui Bruto (figlio).
Giulio Cesare considerato un discendente di quel ramo della schiatta regnante a Troia di cui faceva parte
Enea. Infatti la Gens di Giulio Cesare si vantava di discendere dalla famiglia di Enea.
Quindi non solo Giulio Cesare ma anche del nipote e figlio adottivo Augusto. Motivo ideologico molto forte

Sed Caesari futura caedes evidentibus prodigiis denuntiata est. Paucos ante menses, cum in colonia Capua
deducti lege Iulia coloni ad extruendas villas vetustissima sepulcra disicerent idque eo studiosius facerent,
quod aliquantum vasculorum operis antiqui scrutantes reperiebant, tabula aenea in monimento, in quo
dicebatur Capys conditor Capuae sepultus, inventa est conscripta litteris verbisque Graecis hac sententia:
quandoque ossa Capyis detecta essent, fore ut illo prognatus manu consanguineorum necaretur magnisque
mox Italiae cladibus vindicaretur. Cuius rei, ne quis fabulosam aut commenticiam putet, auctor est
Cornelius Balbus, familiarissimus Caesaris.

Virgilio salva questa parte dei troiani e punta il dito, velatamente, contro il ramo di Priamo e di Timete

Primus = predicativo del soggetto


Hortatur … duci  esorta che venga condotto, duci passivo
Dolo  INGANNO
Verso 36  tritemimere / danaum insidias / eftemimere

SINALEFE
Troiae  dativo: perché i Fati conducevano questo a Troia
 genitivo: perché i fati di Troia conducevano a questo
Menti  DATIVO DI POSSESSO
Subiectis flammis  da SUBICIO, ABLATIVO ASSOLUTO
Incertum … vulgus  sperrung
Studia  accezione di passione, quindi opinioni appassionate e piene di enfasi
Due figure si oppongono, Timete e Capi  sono come due capi partito che dividono il popolo in due.
Perché Virgilio sceglie proprio queste due figure? Chi sono i traditori, i greci o i troiani e chi in queste due
fazioni?
Fazione di Timete corrispondente ad una Troia cattiva destinata a cadere (lo stesso Priamo e la sua famiglia
ne fanno parte). In Troia vi sono infatti differenti vicende ambigue, tradizione complessa e variegata.
Cosa fare del cavallo? Tradizione posteriore ad Omero

HOM. OD. 8, 499-520


Cantore Demodoco parla di quando i greci se ne andarono sulle navi ben costruite, incendiando gli
accampamenti e lasciando questo cavallo in cui erano nascosti. In Omero vi sono TRE pareri, non due:

- Se rompere il cavo legno (diatmeai, rompere o per distruggerlo o per guardare dentro)
- Se gettarlo dalle rocce dopo averlo portato sulla cima
- Lasciarlo perché fosse incantevole dono per gli dei

Virgilio mette insieme i primi due pareri nella posizione di Capi, in Omero inoltre non si fanno i nomi di
coloro che avevano esternato i pareri.
Virgilio accentua l’esasperazione e il dramma facendo leva su un tragico aut, aut.

Era destino che i troiani perissero, perché la città aveva accolto questo grande cavallo, dove vi erano tutti i
migliori argivi, non era importante che vi fosse o meno un traditore in Omero, l’accento viene posto sugli
uomini migliori tra i greci.
Aiuto essenziale, inoltre, della Dea Atena magnanima. Fa costruire il cavallo, causa della rovina di Troia.

Virgilio rielabora, dislocandoli, tanti elementi della tradizione greca e omerica creando un prodotto nuovo
ed originale in cui sottolinea aspetti più in linea con la sua poetica.

DESCRIZIONE DEL CAVALLO


Macchina murale che viene a minacciare la città di Troia, commento di Servio al verso 15

SERV. AD AEN. 2,15


Riguardo a questo cavallo sono state lette vare versioni nei racconti storiografici, come dicono Igino (e
Tuberone aggiunge il Servio danielino), fu una macchina bellica che si chiamava cavallo, così come si dice
ariete, così come si dice testuggine, grazie ai quali le mura delle città possono essere scosse o rovinate:
(parole di Laocoonte ) “forse questa macchina è stata fabbricata contro le nostre mura.”
Mentre altri sostengono che, la porta che Antenore aveva aperto, aveva un cavallo pitturato, o certamente,
questo cavallo ce l’aveva la casa di Antenore così che potesse essere riconosciuta (dai greci che così non
l’avrebbero distrutta)
Leggende razionalizzanti del mito stesso, il cavallo non era effettivamente un cavallo, dalle sembianze
ippiche. Tendenza a fornire elementi meno favolistici e più vicini a dinamiche di gurra, con macchinari e
tradimenti.
Primus ibi ante omnis magna comitante caterva Per primo, Laocoonte, davanti a tutti, furibondo, con
Laocoon ardens summa decurrit ab arce, una grande folla che lo accompagnava, venne giù dalla
et procul 'o miseri, quae tanta insania, cives? sommità della rocca, e da lontano disse, “o miseri
creditis avectos hostis? aut ulla putatis cittadini, che grande follia è mai questa? Credete forse
dona carere dolis Danaum? sic notus Ulixes? che i nemici siano stati portati via? Oppure credete che
aut hoc inclusi ligno occultantur Achivi, ci sia qualche dono dei Danai che sia privo di inganni?
aut haec in nostros fabricata est machina muros, è così che vi è noto Ulisse? O chiusi in questo legno si
inspectura domos venturaque desuper urbi, nascondono gli Achei, oppure questa macchina è stata
aut aliquis latet error; equo ne credite, Teucri. fabbricata contro i nostri muri, per vedere le nostre
quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentis.' case e per piombare da sopra la città, oppure c’è
sic fatus validis ingentem viribus hastam 2.50 qualche inganno che è nascosto; non date fede
in latus inque feri curvam compagibus alvum a questo cavallo o Teucri. qualunque cosa questa sia,
contorsit. stetit illa tremens, uteroque recusso temo i greci anche quando portano doni.” Dopo aver
insonuere cavae gemitumque dedere cavernae. detto queste cose, vibrò con grande forza una grande
et, si fata deum, si mens non laeva fuisset, lancia verso il fianco e verso la pancia incurvata dai
impulerat ferro Argolicas foedare latebras, fasciami della bestia. Quella si piantò tremando, e dalla
Troiaque nunc staret, Priamique arx alta maneres. pancia scossa, diedero un gemito le cave caverne.
E se non ci fossero state le decisioni degli dei e se la
mente non fosse stata ‘levus’, quella lancia avrebbe
spinto a deturpare con il ferro i nascondigli dei greci,
e Troia starebbe in piedi, e staresti ancora in piedi
alta rocca di Priamo.

Primus  concordato con LAOCOON


Verso 40  pentemimere
Omnis  OMNES, versione arcaica
Magna  concordato con CATERVA (costruzione del verso ricorrente)
Magna comitante caterva  ABLATIVO ASSOLUTO
Summa ab arce  summa ha valore PREDICATIVO, NON la rocca che è altissima
Machina muros  allitterazione, tradizione epica di sapore enniano
Verso 41  pentemimere
Summa  concordato con ARCE
Disse  sottinteso
Tanta  tanto grande
Quae  aggettivo interrogativo concordato con INANIA, sottinteso verbo EST
creditis  per accentuare la forza dell’espressione, manca l’utilizzo della particella interrogativa -NE
(creditsne)
Avectos  sottinteso esse, retto da creditis
Verso 44  pentemimere
Doni dolis danaum  allitterazione. Iunctura importante, posta a ponte della cesura
Careo  costruto con ABLATIVO DI ALLONTANAMENTO/SEPARAZIONE
Ligno occultantur  SINALEFE
Nostros-muros sperrung
Fabricata-machina tipica costruzione virgiliana
Inspectura  participio futuro con valore finale, per vedere
Ventura  valore finale (da venio)
Verso 48  pentemimere femminile dopo ERROR in allitterazione a ponte con EQUO
Ne credite  forma di IMPERATIVO NEGATIVO, costruita con Ne + imperativo (usato esclusivamente in
Poesia in genere con il congiuntivo) credite inoltre costruito con il dativo
Quidquid  costruito con l’INDICATIVO
Ferentis  concordato con Danaos, sta per ferentes, in questo caso è PARTICIPIO CONGIUNTO con valore
Concessivo
Fatus  participio congiunto con valore temporale (da for, faris)
Validis-viribus  a cavallo della pentemimere
Ingentem-hastam  Ordinamento intrecciato

A validis – B ingentem – A viribus – B ingentem

Dedere  forma parallela del perfetto DEDERUNT


Cavae-cavernae  gioco etimologico in sperrung
La lancia comincia a vibrare e a far rumore
Vicenda che precede l’arrivo del traditore Sinone, che è pronto a procedere con il suo tradimento, utilizzo
drammatico ed esasperato dei tempi. Sospensione che fa dubitare i troiani per un momento, ma poi accade
qualcos’altro, arrivano dei giovani troiani che portano un prigioniero greco, Sinone che si è fatto catturare a
bella posta per ingannare i Troiani che già vacillano. Ora si concentrano su questo nuovo evento ignorando
gli avvertimenti di Laocoonte. Ancora il cavallo è fuori, non come nell’Iliou persis

Fata deum  impossibile opporsi alla volontà degli dei, già in Omero vi è questo destino ineluttabile
Verso 52  tritemimere / stetit illa tremens / eftemiere
Levus  sciocca, accezione originale in latino: SINISTRA
Nel senso di accecata, quasi in senso religioso: segni che arrivano da destra o da sinistra
VIRGILIO CITA SE STESSO E UN EMISTICHIO GIA’ USATO NELLA PRIMA ECLOGA

VERG. ECL. 1,16-17


saepe malum hoc nobis, si mens non laeua fuisset, questo male, mi ricordo che ce lo predicevano le querce
de caelo tactas memini praedicere quercus. Colpite dal cielo (fulmine)  segno di malaugurio
se la mente non fosse stata sciocca

SERV. AD AEN. 2,54


SI MENS NON LAEVA FVISSET Troianorum scilicet; bene ergo divisit. sane LAEVA modo contraria. et
sciendum laevum, cum de humanis rebus est, esse contrarium, cum de caelestibus, prosperum, ut “intonuit
laevum”, quia sinistra numinum intuentibus dextra sunt.

Se la mente dei troiani non fosse stata sciocca; bene il poeta ha rappresentato. Se la mente non fosse stata
contraria a ciò che è bene. Bisogna sapere che la parte sinistra, quando si parla di cose umane, è la parte
negativa, quando invece si parla delle cose del cielo invece è la parte positiva, come per esempio dice
“tuonò a sinistra”, perché coloro che vedono le cose a sinistra sono alla destra degli dei.

DSERV. AD AEN. 10,275


LAEVO noxio hic, ut “si mens non laeva fuisset”: alibi pro bono, ut “siquem numina laeva sinunt”.

Laevo ha significato negativo come per esempio “se la mente non fosse stata sciocca”: mentre in altri casi
ha significato positivo come “se i numi sinistri concedono di agire”

VERG. AEN. 2,692-694


Vix ea fatus erat senior, subitoque fragore
intonuit laeuum, et de caelo lapsa per umbras
stella facem ducens multa cum luce cucurrit.

Intonuit laevum  Anchise si rifiuta di fuggire, e chiede un segno al cielo per sapere cosa debba fare

Foedare-ferro  allitterazione, violare con il ferro (foedare, insozzare con il sangue)


(l’asta che Laocoonte scaglia si pianta tremando sul lato del cavallo stesso, da dentro si sentono dei rumori)
Verso 55  tritemimere / ferro Argolicas / eftemimere

SINALEFE
Impulerat  da IMPELLO, piuccheperfetto usato con funzione di ipotesi di irrealtà (costruzione, spesso
con imperfetto indicativo)
maneres  seconda persona singolare, variazione importante, è come se ora si stesse rivolgendo alla
rocca di Priamo, accentua in questo modo il pathos
Maneres lezione in M, P, R
Maneret nel papiro COLT. e in altre versioni, ma sarebbe una lezione troppo banalizzante

Timete, Laocoonte, Laomedonte (ed Euforione…): chi sono i ‘traditori’, i Greci o i Troiani?

SERV. AD AEN. 2,32


PRIMVSQVE THYMOETES ut Euphorion dicit, Priamus ex Arisba filium vatem suscepit. qui cum dixisset
quadam die nasci puerum, per quem Troia posset everti, pepererunt simul et Thymoetae uxor et Hecuba,
quae Priami legitima erat. sed Priamus Thymoetae filium uxoremque iussit occidi. inde ergo nunc dicit sive
‘dolo’, quia iustam causam proditionis habere videbatur. alii volunt ‘dolo’ scilicet Graecorum, quo omnes
decepti sunt.

SERV AD AEN. 2,201


LAOCOON. Ut Euphorion dicit, post adventum Graecorum sacerdos Neptuni lapidibus occisus est, quia non
sacrificiis eorum vetavit adventum. postea abscedentibus Graecis cum vellent sacrificare Neptuno, Laocoon
Thymbraei Apollinis sacerdos sorte ductus est, ut solet fieri cum deest sacerdos certus. hic piaculum
commiserat ante simulacrum numinis cum Antiopa sua uxore coeundo, et ob hoc inmissis draconibus cum
suis filiis interemptus est. historia quidem hoc habet: sed poeta interpretatur ad Troianorum excusationem,
qui hoc ignorantes decepti sunt. alii dicunt quod post contemptum semel a Laomedonte Neptunum certus
eius sacerdos apud Troiam non fuit: unde putatur Neptunus etiam inimicus fuisse Troianis, et quod illi
meruerint, in sacerdote monstrare: (…) quod autem ad arcem ierunt serpentes, id est ad templum
Minervae, aut [quod] et ipsa inimica Troianis fuit, aut signum fuit periturae civitatis. sane Bacchylides de
Laocoonte et uxore eius vel de serpentibus a Calydnis insulis venientibus atque in homines conversis dicit.

Come dice Euforione, dopo l’arrivo dei greci a Troia, il sacerdote di Nettuno era stato ucciso con delle
pietre, poiché non aveva impedito con dei sacrifici, il loro arrivo. (a Troia non c’era un sacerdote di Nettuno
per questo motivo, ucciso dai troiani stessi, non avendo evitato l’arrivo dei greci con sacrifici adeguati)
Dopo, quando i greci se ne stavano andando (ablativo assoluto  ADSCENDENTIBUS GRAECIS), volendo
sacrificare a Nettuno, fu scelto a sorte, come sacerdote, Laocoonte che era sacerdote di Apollo timbreo
(Timbra, importante località vicino a Troia, sacra appunto ad Apollo), come suole avvenire quando manca
un sacerdote certo/riconosciuto). Costui però aveva commesso un atto impuro, davanti alla statua del dio,
compiendo un atto sessuale con sua moglie Antiopa (uso del passare la notte, a scopo di devozione, davanti
alla statua del dio, o davanti al tempio, costume molto diffuso: dormire all’interno del luogo sacro,
problema è il giacere con la moglie. Volontà di concepire un figlio), e per questo motivo, essendo stati
mandati dei serpenti, fu ucciso con i suoi figli. Questa è la storia: ma il poeta la interpreta, avendo come
fine delle scusanti per i troiani che, ignorando questo fatto (sempre danielino in corsivo) sono stati
ingannati. (Laocoonte personaggio da sempre controverso)
Altri dicono che dopo che Nettuno era stato disprezzato/mortificato da Laomedonte, non ci fu più un suo
sacerdote: da qui si ritiene che Nettuno fosse nemico dei troiani, e abbia mostrato sul sacerdote che cosa
loro avessero meritato: (…) i due serpenti poi fuggono nel tempio di Minerva che era lei stessa nemica dei
troiani, oppure si tratta di un segno della città che stava per morire. Bacchilide ( poeta che fa riferimento a
tradizioni precedenti in cui è presente Sinone che potrebbe essere stato il traditore della città e non si sa
quale sia il ruolo d Laocoonte nella vicenda: durante i festeggiamenti dei troiani quando il cavallo è già
dentro, avviene la disputa e poi Laocoonte e almeno uno dei suoi figli vengono uccisi dai due serpenti.
PROCLO è COLUI CHE FA RIFERIMENTO ALLA VICENDA
E sempre in questa versione Enea, turbato dalla vicenda di Laocoonte, decide di fuggire dalla città, Virgilio
non poteva accettare questa versione, così poco eroica della leggenda del suo protagonista. Infatti
nell’Eneide, Enea rimane a combattere per la città.)

Quindi essenzialmente la famiglia, il ramo di Laomedonte è composta da traditori, e questi errori si


riversano poi su Enea e su tutta la sua discendenza. Gli stessi romani soffrono ancora per questi antichi
mali.
Virgilio prega gli dei di Roma perché inviino qualcuno che possa rinnovare il mondo e il sangue dei romani

VERG. GEORG. 1,498-502


di patrii Indigetes et Romule Vestaque mater, O padri indigeni e Romolo e madre Vesta, tu che preservi
quae Tuscum Tiberim et Romana Palatia seruas, il Tevere tosco e il Palatino di Roma, voi divinità non
hunc saltem euerso iuuenem succurrere saeclo impedite che almeno questo giovane venga in soccorso
ne prohibete. satis iam pridem sanguine nostro della nostra generazione. Già da molto tempo con il
Laomedonteae luimus periuria Troiae. nostro sangue abbiamo pagato il fio degli spergiuri della
Troia di Laomedonte.

Sofferenze delle guerre civili dovute alla punizione divina. Anche se Apollo ha un atteggiamento ‘ambiguo’
in quanto tende sempre a difendere Enea.
Questo ricordo di Laomedonte ritorna spesso nel corso dell’Eneide, non in contesti lusinghieri per Enea,
spesso dovuti a personaggi che attaccano pesantemente l’eroe.
Episodio delle arpie, quando i troiani uccidono buoi a loro destinati come sacrifici. Celeno che parla a Enea
e ai suoi

VERG. AEN. 3, 247-249


‘bellum etiam pro caede boum stratisque iuuencis, ‘Ci fate anche guerra per l’uccisione dei buoi e dei
Laomedontiadae, bellumne inferre paratis giovenchi che avete ammazzato, o discendenti di
et patrio Harpyias insontis pellere regno?’ Laomedonte, e volete scacciare noi arpie innocenti dal
nostro regno patrio?’
laomedontiadae  ombra di empietà che grava sul personaggio stesso di Enea (struttura dovuta alla
tragedia)
aggettivo posto in posizione enfatica, occupa il primo emistichio

VERG. AEN. 4, 541-542 (Dido loquitur)


(…) nescis heu, perdita, necdum O tu misera, perduta, e ancora non ti accorgi degli spergiuri della
Laomedonteae sentis periuria gentis? Stirpe di Laomedonte?

Enea porta con sé tutto il passato della sua città e della sua stirpe, controverso e pieno di lati oscuri e
ambigui. Così, allo stesso modo, Virgilio non può negare il passato recente sanguinosissimo di Roma.
Passato di guerre civili e fratricide. Il punto che non ci deve sfuggire è che Virgilio non edulcora tutto
questo, non lo nega, Enea lo assume e lo proietta sul futuro con la consapevolezza e il dolore della storia.
Futuro anche provvidenziale che il personaggio di Enea si assume tutto in se stesso. Quando Enea va a
trovare gli arcadi, lo stesso Virgilio lo chiama in un certo modo, narratore stesso lo definisce il
LAOMEDONTIUS HEROS  che però riscatta tutto questo doloroso passato

VERG. AEN. 8, 18-20


Talia per Latium. quae Laomedontius heros
cuncta uidens magno curarum fluctuat aestu,
atque animum nunc huc celerem nunc diuidit illuc
2) La ‘macchina murale’ del cavallo
ENN. ANN. 620 Skutsch
Machina multa minax minitatur maxima muris questa grande macchina minacciosa minaccia molte
Cose alle mura
Machina  prestito dal greco dorico, molto presente nella tradizione poetica latina (sinonimo di dolus)
Allitterazione spinta (in Virgilio difficile trovare versi così sperimentali)
Minax minitatur  FGURA ETIMOLOGICA, stessa radice

CAECIL. 206 R.3 (dai Synephebi)  commedia


Quem néque quo pacto fállam nec quid inde aúferam, io ho cercato di ingannarlo in tutti i modi, però non
Nec quém dolum ad eum aut máchinam commóliar ci riesco, e non so che tipo di inganno o che tipo di
Scio quícquam: ita omnis meós dolos fallácias macchina bellica posso costruire contro di lui:
Praestrígias praestrínxit commoditás patris. Infatti, fino a tal punto la sagacia di mio padre, ha
saputo stornare tutti quanti i miei inganni e astuzie
tese a imbrogliare.
praestrigias praestrinxit  OMEOARCTO
machina=dolos (arte della macchinazione che contrasta con il valore militare)

Serv. ad Aen. 2,15


EQVVM. de hoc equo varia in historiis lecta sunt: ut Hyginus et Tubero dicunt, machinamentum bellicum
fuit, quod equus appellatur, sicut aries, sicut testudo, quibus muri vel discuti vel subrui solent: unde est
“aut haec in nostros fabricata est machina muros”: ut alii, porta quam eis Antenor aperuit, equum pictum
habuisse memoratur, vel certe Antenoris domus, quo posset agnosci.

QUINTO SMIRNEO POEMA


Colloca le parole di Laocoonte, dopo che i troiani hanno ascoltato quello di Sinone, nel caso di Virgilio, la
tensione drammatica è notevolmente superiore.
Ecce manus iuuenem interea post terga reuinctum pastori, con grande clamore, portavano un giovane
pastores magno ad regem clamore trahebant con le mani legate dietro la schiena, un giovane che
Dardanidae, qui se ignotum uenientibus ultro, si era presentato sconosciuto, di sua volontà, a loro
60 hoc ipsum ut strueret Troiamque aperiret Achiuis, che venivano, per ordire questo piano e per aprire
obtulerat, fidens animi atque in utrumque paratus, Troia ai greci, confidando nel suo coraggio e pronto
seu uersare dolos seu certae occumbere morti. ad entrambe le evenienze, sia srotolare gli inganni,
undique uisendi studio Troiana iuuentus sia soccombere alla morte. Da ogni lato, con
circumfusa ruit certantque inludere capto. desiderio di vedere, si accalca, stringendosi intorno
65 accipe nunc Danaum insidias et crimine ab uno la gioventù troiana, fanno a gara a prendere in giro
disce omnis. Il prigioniero. Guarda adesso le insidie dei danai e
namque ut conspectu in medio turbatus inermis da un solo misfatto conoscili tutti. Infatti, come fu
constitit atque oculis Phrygia agmina circumspexit, fermo, in mezzo agli sguardi turbato nell’animo e
indifeso guardò intorno le schiere frigie disse:

verso 58  pentemimere (dopo ad) entrambe le soluzioni sono possibili


tritemimere / magno ad regem / eftemimere Virgilio lascia spesso il dubbio
magno  concordato con clamore
verso 59  tritemimere / qui se ignotum / eftemimere
animi-atque-in  SINALEFE
verso 61  pentemimere dopo fides
certae-occumbere  SINALEFE
certanque-inludere  SINALEFE
verso 65  tritemimere / danaum insidias / eftemimere
SINALEFE TRA DANAUM E INSIDIAS
Verso 66  versi detti TIBICINES, puntelli, incompleti, definiti così dallo stesso Virgilio
Lasciati così da Tucca e Varo
Conspectu-in
Verso 68  SPONDIACO/SPONDAICO: 5 metron è uno spondeo, quindi tutto il verso viene definito
spondeo. Generalmente invece è un dattilo (utilizzato lo spondeo in casi particolari
per esempio anche Catullo lo utilizza nelle nozze di Peleo e Teti, riprendendo Omero.
Infatti è un procedimento spesso utilizzato nei nomi greci)
Legato post terga  accusativo alla greca (legato dietro le spalle nelle mani)
Pastores  concordato con DARDANIDAE, e al participio congiunto VENIENTIBUS
Iuvenem  legato a QUI (relativo)
Ut  finale, costruito con il congiuntivo imperfetto STRUERET
Fidens  costruito con il genitivo ANIMI
ANIMI  POTREBBE ESSERE RESIDUO DEL LOCATIVO
Studio  ablativo di causa che regge il genitivo del gerundio VISENDI
‘heu, quae nunc tellus’ inquit, ‘quae me aequora possunt “Ohimè, ma quale mai terra, quali mari, mi
70 accipere? aut quid iam misero mihi denique restat, possono ricevere? E che cosa ormai a me,
cui neque apud Danaos usquam locus, et super ipsi misero, mi resta per il quale, neppure presso
Dardanidae infensi poenas cum sanguine poscunt?’ i danai, rimane una qualche accoglienza e per
quo gemitu conuersi animi compressus et omnis soprammercato, gli stessi troiani, vogliono
impetus. hortamur fari quo sanguine cretus farmi pagare una pena con il mio sangue, loro
75 quidue ferat; memoret quae sit fiducia capto. che io non ho offeso?” da questo lamento gli
animi furono calmati, e ogni impeto
compresso. Lo esortiamo a dirci da quale
sangue sia nato e che cosa porti; e si ricordi
quale sia la fiducia in lui che è prigioniero.

Versi 69
70
71 PENTEMIMERE
72

Verso 73  tritemimere / conversi animi / eftemimere


Versi 74, 75  pentemimere
Verso 76  non riportato da Conte, né da Casali. Verso uguale a Eneide 3, 612
Nei codici medievali si trova: ILLE HAEC DEPOSITA TANDEM FORMIDINE FATUR
il problema non è la ripetizione del verso, il punto è che M, P 5 in pedice, omegagamma, tutti i
codici migliori lo emettono, invece è presente solo in n, gamma 1 in pedice dopo correzione
inoltre, in questo ambito non avrebbe senso questa frase, Sinone non ha paura, perché
dovrebbe deporla? Verso quindi espunto

Presentazione di Sinone, estremamente efficace, infatti recita una parte ed ha dei modelli nella tragedia, sia
greca che romana. Sta recitando da attore tragico di fronte ai troiani. La parte dell’eroe/eroina
abbandonata.
O in quale terra andrò?
L’eroe a cui sono ostili tutte le parti. Modo enfatico che ha di dire le cose; schema tragico, schema di una
resis monologo in greco di un eroe che non sa più cosa fare né dove andare, nella perdita di se stesso più
completa.

VARI ESEMPI NELLA TRAGEDIA ROMANA E NON SOLO


La rhesis dell’eroe/eroina della tragedia tradito/a e abbandonato/a

ENN. TRAG. 83-85 Joc. (Andromacha)


arce et urbe orba sum. quo accedam? quo applicem? Sono priva della mia rocca e della citta. Dove
cui nec arae patriae domi stant, fractae et disiectae iacent, andrò? A chi potrò rivolgermi? A me a cui non
fana flamma deflagrata, tosti †alii† stant parietes. rimangono neppure le are degli altari della
patria, che distrutti e n pezzi giacciono al suolo
e i templi sono stati arsi dal fuoco mente altre
mura stanno in piedi come tizzoni
ENN. TRAG. 217-218 Joc. (Medea)
quo nunc me uortam? quod iter incipiam ingredi? A chi mai dovrei rivolgermi? E quale cammino dovrei
domum paternamne? anne ad Peliae filias? Iniziare? Forze tornare alla casa del padre? O alle figlie
di Plio, tradite anche loro?

Ancora più evidente lo smarrimento dell’eroina tragica


Ha bruciato tutti i ponti, non può rimanere perché è un contesto ostile nei suoi confronti, e allo stesso
tempo non può ritornare da dove viene, in quanto ha tradito i suoi cari
Molto spesso, episodi famosi utilizzati come esempi in altri contesti, talmente tanto all’interno della visione
romana. Quindi, quando Cicerone parla della figura di Gracco lo paragona alla Medea. Utilizza nel suo
discorso una serie di artifici retorici
CIC. DE OR. 3,214 (Gracco-Medea)
Quid fuit in Graccho, quem tu melius, Catule, meministi, quod me puero tanto opere ferretur? “Quo me
miser conferam? Quo vertam? In Capitoliumne? At fratris sanguine madet. An domum? Matremne ut
miseram lamentantem videam et abiectam?”

“e ora dove dovrei andare? Dove rivolgermi? In Campidoglio? Madido del sangue di mio fratello?. O forse a
casa? Per vedere forse mia madre, misera che si lamenta eabbandonata?”

FILOTTETE ABBANDONATO NELL’ISOLA DESERTA, per via della sua ferita incurabile, i greci lo lasciano, ma è
essenziale perché si possa vincere la guerra di Troia. Un oracolo profetizza che lui debba partecipare
all’assedio, quindi parte una piccola spedizione per portarlo a Troia con il suo famoso arco. Ma grande
risentimento ovviamente, viene da parte di Filottete. Odisseo stesso deve tentare di convincerlo,
persuaderlo a tornare. (Odisseo stesso inoltre era stato quello che aveva fatto in modo di abbandonare
l’eroe sulla spiaggia. Tragedia rappresentata anche da Euripide, spesso raffigurato, non solo da lui, nel suo
lamentarsi su una spiaggia, da solo e ferito)
Caratterizzazione di Filottete basata su questa solitudine incolmabile

Cicerone e il ‘complesso del Filottete’ (CIC. ATT. 1,18,1)


Nihil mihi nunc scito tam deesse quam hominem eum quocum omnia quae me cura aliqua adficiunt una
communicem, qui me amet, qui sapiat, quicum ego cum loquar nihil fingam, nihil dissimulem, nihil
obtegam. abest enim frater ἀφελέστατος et amantissimus. Metellus non homo sed 'litus atque aër' et
'solitudo mera'.
CFR. ACC. 550-551 R.3 quod eiulatu questu gemitu fremitibus / Resonando mutum flebilis uoces refert.

Infatti, sappi, nulla mi manca di più di quell’uomo al quale confesso tutte quelle cose che mi tormentano,
quell’uomo che sa amarmi, che sa comprendermi, con cui parlo e non dissimulo nulla (parla del suo frater
dilettissimo).
Metello, con cui mi trovo questo momento (negli anni precedenti aveva una profonda amicizia con questo
tipo), non è un uomo, ma spiaggia e vento e mera solitudine. (parole che derivano dalla tragedia del
Filottete di Accio, che accentua questa caratteristica di Filottete, del tradimento e della solitudine
amareggiata sulla spiaggia)

Tutti modelli tragici ripresi e rielaborati in vario modo, per esempio Catullo riporta questo tema all’interno
dell’epica (in Omero non c’è questo tema della rhesis). Se non proprio nell’epica ‘classica’ quantomeno
nell’epillio; genere prediletto da Catullo che è un autore amato profondamente da Virgilio.
In questo caso parla della vicenda d Arianna, che per amore di Teseo tradisce la sua patria, ma quando
quest’ultimo la abbandona in Nasso lei piange e si lamenta solitaria sulla spiaggia deserta. Catullo inserisce
nell’epillio una situazione tipica della tragedia, comunque il genere dell’epillio è figlio dell’epica. Un genere
elaborato e dotto, che fa spesso riferimento a varianti meno conosciute del mito e le interseca con altri
generi. Carme intessuto di mito e di retroterra letterari differenti, ambientazione di elementi di altri generi:
tragedia, elegia, bucolica tutto inserito nell’epica che diviene così un genere TOTALE E COMPLETO, che si
fonda sulla sovrapposizione regolata e sublime di elementi compositi. Risorse tematiche ma anche
linguistiche appartenenti ad altri modelli letterari. Il lettore ha ben presente ogni aspetto citato dall’autore.
Riconosce la sussunzione di un elemento della tragedia all’interno del modulo epico: ritornano motivi
lontani, come note di una sinfonia conosciuta ma lontana, così il pubblico subisce un effetto straniante:
questi eroi son stati effettivamente abbandonati, invece SINONE RECITA. Contestualizzazione di questo
elemento del tutto innovativa e spiazzante che appunto ha un effetto straniante sul pubblico e fa intuire la
finzione addotta da Sinone.
CATULL.64,177-187 (Arianna)
nam quo me referam? quali spe perdita nitor? Dove mai dovrò rivolgermi? A quale speranza mi posso
Idaeosne petam montes? at gurgite lato affidare me perduta? Andrò forse verso i monti Idei? Ma
discernens ponti truculentum dividit aequor. Il mare, con il suo grande abisso, turbolento mi separa da
an patris auxilium sperem? quemne ipsa reliqui essi. O forse nell’aiuto del padre posso sperare? Quel
respersum iuvenem fraterna caede secuta? Padre che io stessa ho tradito, per seguire un giovane che
coniugis an fido consoler memet amore? Si è bagnato del sangue di mio fratello?
quine fugit lentos incurvans gurgite remos?
praeterea nullo colitur sola insula tecto,
nec patet egressus pelagi cingentibus undis.
nulla fugae ratio, nullast spes: omnia muta,
omnia sunt deserta, ostentant omnia letum.

lamento di Didone riprende proprio quello di Arianna, insieme a quello di molte altre eroine abbandonate.
Cosa farà, si domanda se umiliarsi al punto di diventare loro serva, serva del suo grande amore; cosa fare?
Elementi che derivano dalla totalità del sistema letterario e di tutti i vari generi, proposta di una varietà di
elementi, temi e moduli narrativi e linguistici.

VERG. AEN. 4,534-538; 541-542


'en, quid ago? rursusne procos inrisa priores dove andrò? Ritornerò dai pretendenti che prima ho
experiar, Nomadumque petam conubia supplex, rifiutato? E andrò supplice a chiedere il matrimonio
quos ego sim totiens iam dedignata maritos? dei Numidi che io ho già tante volte disdegnato come
Iliacas igitur classis atque ultima Teucrum mariti? Oppure seguirò le navi dei troiani e eseguirò tutti
iussa sequar? (…) quanti i loro ordini? (…)
nescis heu, perdita, necdum
Laomedonteae sentis periuria gentis?

Fiducia  Troiani si stupiscono del fatto che lui si è presentato spontaneamente, perché questa fiducia del
Fatto che i troiani non gli sarebbero stati ostili
Capto  a fine verso a ricordare la condizione di Sinone
Memoret  Confidenza in se stesso che ha Sinone, necessario capire che tipo di confidenza di cui parla
Enea. Sinone si è offerto spontaneamente ai pastori troiani e questa idea della fiducia, da
molti studiosi è accettata. Per altri, questa confidenza in se stessi è messa in dubbio dal verbo
utilizzato. Memor sembra essere fuori luogo e poco appropriato per il tipo di discorso
Filologo Ribek  corregge il brano in QUIVE FUAT MEMORES QUI SIT FIDUCIA CAPTO, fuat è un
congiuntivo arcaico. L’esortazione a specificare di che sangue sia sembra dover introdurre anche un'altra
specificazione. Da quale stirpe venga e quale sia il suo nome. MEMORES si riferirebbe alla regina, che deve
ricordarsi di quale sia l’affidabilità di un prigioniero.
Conte d’altronde, dice che Virgilio ha già utilizzato il verbo memor con significato di dire e non quello di
ricordare. (quando il re Evandro fa domande)
Quindi confuta l’idea di Ribek, noi non abbiamo bisogno di cambiare, di correggere il testo tradito (non è
mai una buona idea, se esso ci dà una soluzione soddisfacente, un significato sensato e confacente al
contesto. Diventa NON economico intervenire con una congettura non presente in alcun testo)
Criterio di economia fondamentale in questi casi, non è necessario intervenire ad ope ingenii.

Ma questo MEMORET, in epoca antica, era già in dubbio

Servio ci dice che alcuni leggevano MEMOREM  che io ricordi quale sia l’affidabilità di un prigioniero
(diventerebbe una frase di prima persona)
77 ‘Cuncta equidem tibi, rex, fuerit quodcumque, fatebo “tutto quanto, in modo veritiero ti dirò, o re,
uera’ inquit, ‘neque me Argolica de gente negabo: qualunque cosa accada” disse “né negherò
hoc primum; nec, si miserum Fortuna Sinonem che io sia del popolo di Argo; questa è la prima
80 finxit, uanum etiam mendacemque improba finget. cosa; e se la fortuna ha fatto sì che sia misero
fando aliquod si forte tuas peruenit ad auris e lei improba non lo farà anche vano e
Belidae nomen Palamedis et incluta fama menzognero. Se nel parlare con qualcuno, per
gloria, quem falsa sub proditione Pelasgi caso, è giunto alle tue orecchie, quel certo
insontem infando indicio, quia bella uetabat, nome di Palamède discendente di Belo e la sua
85 demisere neci, nunc cassum lumine lugent: illustre gloria per la sua fama, che i pelasgi,
illi me comitem et consanguinitate propinquum sotto una falsa accusa di tradimento, misero a
pauper in arma pater primis huc misit ab annis. morte, perché cercava di impedire la guerra, lui
dum stabat regno incolumis regumque uigebat innocente, con un’infame accusa e adesso lo
conciliis, et nos aliquod nomenque decusque piangono, lui ormai privo di luce: il povero
90 gessimus. inuidia postquam pellacis Vlixi padre mi mandò qui, fin dai miei anni più
(haud ignota loquor) superis concessit ab oris, giovani, come suo compagno in armi, io che
adflictus uitam in tenebris luctuque trahebam ero in un vincolo di parentela con lui. mentre
et casum insontis mecum indignabar amici. Era stabile nel suo regno, ancora incolume ed
nec tacui demens et me, fors si qua tulisset, aveva autorità nel consiglio dei re, anche noi
95 si patrios umquam remeassem uictor ad Argos, avevamo un certo nome e onore. Per l’invidia
promisi ultorem et uerbis odia aspera moui. Di Odisseo ingannatore (non dico cose ignote)
si allontanò dalle terre dei vivi, io continuavo
a vivere nelle tenebre e nel lutto e mi
lamentavo del destino del mio amico innocente.
né tacqui, io pazzo e io promisi che sarei stato
vendicatore se la fortuna avesse portato
qualche opportunità e se fossi mai tornato
vincitore ad Argo, e con le mie parole mossi
degli odi aspri.

Verso 78  tritemimere / neque me Argolica / eftemimere


Me-argolica  sinalefe
Argolica  concordato con gente
Verso 79  pentemimere
tritemimere / nec si miserum / eftemimere
Finget  FINGO + ACC (Sinonem e predicativo miserum)
Vanum-etiam
Verso 81  tritemimere / si forte tuas / eftemimere
Fando  for, faris; molto utilizzato nell’epica virgiliana
Tuas  concordato con AURIS
Insontem-infando-indicio  SINALEFE e triplice allitterazione, più precisamente omeoarcto
Incluta  concordato con GLORIA (non con fama)
Fama  ablativo di causa
Pelasgi  soggetto di DEMISERE
Verso 84  unica pausa eftemimere
Cassum lumine  in Virgilio indica una persona che è privo di vita, Lucrezio lo utilizza per indicare un luogo
buio, non riferito a persone
illi  si riferisce a Palamede
Comitem-et
Consanguinitatem  riprende foneticamente il comitem del primo emistichio del verso
 ablativo di relazione
Verso 87  tritemimere / pater primis / eftemimere
Conciliis regum
Ulixi  gentivo in i
Pellacis  ingannatore
Superis  mondo dei vivi, quello che sta sopra rispetto a quello dei morti (inferi)
Casum-insontis
Insontis  ripetizione dello stesso aggettivo, sottolinea l’ingiustizia
Demens  essere fuori de mens
Promisi  ultorem ESSE (sottinteso) PROTASI PERIODO IPOTETICO ALL’INFINITO
APODOSI: si patrios…
Odia/aspera
Verso 98  tritemimere / terrere novis / eftemimere
Novis  concordato con CRIMINIBUS
Si-omnis
Uno-ordine-habetis
hinc mihi prima mali labes, hinc semper Vlixes Di qui, per me, derivò la prima rovina del mio male,
criminibus terrere nouis, hinc spargere uoces di qui, Ulisse, cominciò ad impaurirmi con sempre
in uulgum ambiguas et quaerere conscius arma. nuove accuse, di qui cominciò a spargere voci
100 nec requieuit enim, donec Calchante ministro… ambigue e a cercare, come un cospiratore, delle
sed quid ego haec autem nequiquam ingrata reuoluo? armi contro di me. Né trovò mai pace, finché con
quidue moror? si omnis uno ordine habetis Achiuos, i buoni uffici di Calcante… (aposiopesi)
idque audire sat est, iamdudum sumite poenas: ma perché io vado a ricordare inutilmente queste
hoc Ithacus uelit et magno mercentur Atridae.’ Cose così ingrate? Perché indugio? Se voi reputate
che tutti i greci sono uguali, è già sufficiente udire
queste cose e ormai fatemi pagare il fio: questa
cosa la vorrebbe l’itacense e gli Atridi la
pagherebbero a caro prezzo.

Hinc  avverbio che esprime moto da luogo (anafora)


Labes  qualcosa che cade
Terrere  infinito narrativo
 oppure sottintendiamo un verbo come iniziò a, prese a
Crimen  accuse, nella lingua giuridica, non il crimine
Arma  metonimia per indicare le persone coinvolte nella congiura
Aposiopesi  figura retorica per cui viene nascosta una parte del discorso, effetto di reticenza

Quindi Sinone si presenta, non come amico di Ulisse, ma come parente e amico del morto Palamede,
discendente di BELO, eroe meno noto della saga omerica, ma in realtà di notevole importanza nella vicenda
iliaca. Palamede è quello che scopre la finta follia di Ulisse, che aveva tentato di non partire per Troia.
Infatti durante la guerra stessa, fu Odisseo a far incolpare Palamede, non tanto perché voleva impedire il
proseguimento della guerra, ma più che altro in altre versioni lo accusa di intesa con il nemico. Fabbricando
anche prove false, procurando anche una finta lettera, e delle ricchezze che di nascosto vennero introdotte
nella tenda di Palamede e che dovevano dimostrare la sua corruzione.
Testimonianza di questa versione dovuta principalmente a Virgilio, in linea con la linea principale delle
leggende. In alcuni casi si connetteva Palamede a invenzioni utili all’umanità, in particolar modo a quella
della scrittura; in questo caso il cortocircuito avviene quando vengono scoperte delle lettere nella sua tenda
(inventore?).
Mescolanza di elementi veri ed elementi inventati. Sinone in realtà non è amico e seguace di Palamede e
anzi invece di Ulisse. Costruzione artificiosa di sinone che mescola il vero con il falso. Elementi, veri e finti,
che il lettore era capace di riconoscere subito: Didone nella stessa condizione del pubblico, invitata a
sondare e a capire gli inganni dei greci.

Beleo  Danao  Amimone + Poseidone Esimo (fratello di) Anticlea + Laerte

Sinone Odisseo
Nauplio  Palimede

Beleo, avo di Palamede, la cui genealogia è per linea materna (Amimone una sposa di Poseidone) 
Nauplio è il figlio di Amimone, ed era ancora in vita in Grecia durante la guerra. Dopo le false accuse e la
morte turpe e vergognosa del figlio decide di vendicarsi. Proprio lui, accendendo dei fuochi, in un luogo
pericoloso della costa dell’Eubea, farà naufragare gran parte della flotta greca al ritorno dalla guerra: e
sempre lui induce i proci a presentarsi alla sposa di Ulisse, pretendendone la mano. Tutto questo causa
anche il suicidio della madre di Ulisse, Anticlea, indotta appunto da Nauplio a suicidarsi.
Sinone dice di appartenere alla stirpe di Palimede, ma non è vero, anzi è cugino di quell’Ulisse che attacca
in modo così aggressivo; ciò dimostra l’ignoranza dei troiani nei confronti delle genealogie e delle casate del
mondo greco.
Ironia epica, un personaggio parla sulla scena e ignora un dato molto importante, che però è conosciuto
dallo spettatore/lettore. Questo è il caso di Sinone, come arriva la sciagura per Sinone? Tramite il suo
ritorno in patria, che termina in naufragio. Tutto l’inganno di Sinone si basa sulla costruzione del cavallo
come ritorno fausto in patria. Inoltre la causa del naufragio è dovuta del Palamede, della sua memoria
infangata.

Palamede e Filottete in Euripide: l’ironia tragica.


EUR. PHIL. 789d27ss. Kannicht (= Dio Crhrys. Or. 59,8)
{ – Ο.} Φυγάδα με ἤλασεν Ὀδυσσεὺς ἐκ τοῦ στρατοῦ.
{ – Φ.} Τί δὲ ἔδρας, ἐφ' ὅτῳ τῆσδε τῆς δίκης ἔτυχες;
{ – Ο.} Οἶμαί σε γιγνώσκειν τὸν Ναυπλίου παῖδα Παλαμήδην.
{ – Φ.} Οὐ γὰρ δὴ τῶν ἐπιτυχόντων οὐδὲ ὀλίγου ἄξιος συνέπλει οὔτε τῷ στρατῷ οὔτε τοῖς ἡγεμόσιν.
{ – Ο.} Τὸν δὴ τοιοῦτον ἄνδρα ὁ κοινὸς τῶν Ἑλλήνων λυμεὼν διέφθειρεν.
{ – Φ.} Πότερον ἐκ τοῦ φανεροῦ μάχῃ κρατήσας ἢ μετὰ δόλου τινός;
{ – Ο.} Προδοσίαν ἐπενεγκὼν τοῦ στρατοῦ τοῖς Πριαμίδαις.
{ – Φ.} Ἦν δὲ κατ' ἀλήθειαν οὕτως ἔχον ἢ πέπονθε κατεψευσμένος;
{ – Ο.} Πῶς δ' ἂν δικαίως γένοιτο τῶν ὑπ' ἐκείνου γιγνομένων ὁτιοῦν;
{ – Φ.} Ὦ μηδενὸς ἀποσχόμενος τῶν χαλεπωτάτων, λόγῳ τε καὶ ἔργῳ πανουργότατε ἀνθρώπων Ὀδυσσεῦ.

(Odisseo, travestito) Mi ha costretto alla fuga dall’esercito Odisseo.


(Filottete) Cosa hai mai fatto, perché questo ti toccasse in sorte?
(O.) Credo che tu conosca Palamede, il figlio di Nàuplio.
(F) Certamente, non era tra i soldati comuni, né arrivò per mare come persona dappoco, per l’esercito e per
i capi.
(O) Lui è stato fatto uccidere dal distruttore comune degli Elleni.  Odisseo
(F) E come, vincendolo in battaglia di fronte a tutti o con un qualche inganno?
(O) Con il pretesto di un tradimento dell’esercito in favore dei Priamidi.
(F) Era davvero così o ci fu inganno?
(O) Come mai potrebbe avvenire secondo giustizia qualcosa che venga da lui?
(F) O Odisseo, lui, che non si astiene da nulla, anche da ciò che è più difficile, a tutto disposto, più di tutti gli
uomini, con le parole e con gli atti!

Filottete di Euripide, giunto non per tradizione diretta, ma in forma di citazione e spesso tramite parafrasi
da parte di più di un autore antico. In questo caso Dione Crisostomo cita il lungo passo in cui Odisseo,
sbarcato a Lemno, cerca di riportare indietro l’eroe abbandonato, ma non si può presentare nella sua vera
forma, con la sua vera identità. Infatti lo stesso Odisseo aveva ideato lo stratagemma per abbandonare
Filottete ferito da un serpente. L’eroe di Itaca si presenta sotto le mentite spoglie di un soldato di Palamede
e si lamenta con Filottete di “se stesso”, di Odisseo: dicendo che lo ha costretto alla fuga.
Inganno di Sinone è modellato su questo passo di Euripide, vi sono riprese comuni, sembra appunto
modellato sulla figura di Odisseo; Virgilio vuole suggerire che Sinone è un doppio di Odisseo e agisce come
ha fatto come lui nella vicenda tragica di Filottete. Presentazione così raffinata e ricca di tradizione
letteraria. Ironia tragica, tutti gli spettatori sanno ciò che qui Filottete ignora, nel caso di Vrgilio invece è
differente l’ironia, è vero che i troiani ignorano qualcosa, ma è più raffinata. Enea già sa tutto e presenta al
pubblico la vicenda dell’inganno, storia ben conosciuta anche dal pubblico. L’ironia in questo caso si rivolge
contro l’ingannatore. Odisseo e Sinone pagheranno le menzogne su Palamede, però solo più tardi, anche se
a carissimo prezzo.
1) Palamede nelle scuole di retorica.

CIC. TOP. 76 (spectat ad concursum fortuitorum)  presentazione di prove false ed elementi fortuiti,
presentati in gran massa e tutti insieme per accusare il reo in gran massa. Difficile di fenderlo quando c’è
questo CONCURSUS FORTUITORUM
In hoc genere etiam illa est in Palamedem coniecta suspicionum proditionis multitudo; quod genus refutare
interdum veritas vix potest. Huius etiam est generis fama vulgi, quoddam multitudinis testimonium.

Di questo genere è anche quella moltitudine, messa insieme contro Palamede, di sospetti di tradimento; e
questo genere di prove, a volte la verità a stento può confutare (l’avvocato). Di questo genere è anche la
fama del popolo (diceria) che è una specie di testimonianza della moltitudine.

Exemplum mitico sempre utilizzato nelle scuole d retorica, in molti casi ci si esercitava nella retorica
accusando o difendendo eroi del mito. Lo stesso Virgilio ha studiato con questi elementi di formazione,
come d’altronde i suoi lettori, nel momento in cui viene ripresa la leggenda di Palamede tutti fanno
riferimento ai loro studi passati. Elemento della cultura romana e della formazione scolastica
estremamente importante. Sempre alla ricerca di leggende conosciutissime ma aggiunta di elementi nuovi
e stranianti che rendono l’opera originale.

[CIC] RHET. AD HER. 2,28. (disputa sulle armi)


Causam ostendemus Ulixi fuisse, quare interfecerit Aiacen. Inimicum enim acerrimum de medio tollere
volebat, a quo sibi non iniuria summum periculum metuebat. Videbat illo incolumi se incolumem non
futurum; sperabat illius morte se salutem sibi conparare; consueverat, si iure non potuerat, iniuria quavis
inimico exitium machinari: cui rei mors indigna Palamedi testimonium dat.

Adesso mostriamo quale causa fu quella di Ulisse, grazie alla quale causò la morte di Aiace.

2) Pellax Ulixes  caratterizzazione d’Ulisse: pellace, aggettivo molto interessante, estremamente raro,
dovrebbe far parte di quella radice che in latino ha dato il verbo LACIO  sedurre
Quella di Ulisse è un’arte seduttiva che attrae il pubblico e chi lo ascolta. (per + licere)
Radice che indica la seduzione delle parole e dei gesti della figura di Ulisse. Verbo presente anche in opere
tarde sull’ortografia.

VEL. LONG. DE ORTHOG. 65


pellicere malunt quam perlicere. unde et apud Vergilium non aliter legimus, ‘pellacis Vlixi’.

Molti preferiscono scriverlo così piuttosto che come perlicere. E di qui anche presso Virgilio non si legge
altrimenti che ‘pellacix Ulixi’.

Testimonianza indiretta di ordine grammaticale su Virgilio, molto importante perché la tradizione diretta si
divide sull’utilizzo di questo aggettivo
Pelacix attestato su importanti codici: mediceo, gamma1 fermitano, e altri commentatori confermano
questa versione, Longo, Donato, Servio, Servio danielino
Ma invece, l’importantissimo Palatino, omega, gamma fermitano, e altri codici importanti hanno FALLAX,
che significa comunque ingannatore, ma forse l’uso di questo aggettivo sarebbe una banalizzazione
Fallax termine più comune, il cui senso sarebbe corretto, ma gli manca quella connotazione di seduzioone
interno a pellacix.
Sarebbe una LECTIO FACILIOR rispetto a pellacix, probabilmente uno scrittore ha preferito semplificare la
versione originale per facilitare la comprensione del testo, sostituendola ad una parola più espressiva e
rara.
SERV. AD AEN. 2,90
PELLACIS per blanditias decipientis. pellicere enim est blandiendo elicere.

DSERV. AD GEORG. 4,442


FALLACIA VICTVS legitur et ‘pellacia’, id est fraus, ut “pellacis Vlixi”, et Lucretius “subdola cum ridet penitus
pellacia ponti” (= Lucr. 2,559).

vinto dalla fallacia, ma al posto di fallacia si legge anche pellacia, come viene detto in “pellacix Ulixi”, e
anche presente in Lucrezio “la pellacia/seduttività di quando il mare è ridente e calmo”

3) Le tenebre della vita (Verg. Aen. II 92)

LUCR. 2,14-16  tenebre della vita di chi la trascorre rincorrendo cose futili
o miseras hominum mentes, o pectora caeca!
qualibus in tenebris vitae quantisque periclis 15
degitur hoc aevi quod cumquest!
cfr. 3,77 ipsi se in tenebris volvi caenoque queruntur.

O misere menti degli uomini, o cieche anime (di coloro che si affannano dietro a ciò che non è necessario
alla felicità dell’uomo stesso) in quali tenebre della vita e in quali pericoli

4) Si fors tulisset…  tradizione enniana, gioco fonetico oscurato con l’uso di tulisset, perfetto di fero

ENN. ANN. 186-187 Sk.


quidue ferat Fors qualunque cosa porti la fortuna (gioco tra fero e fors)
virtute experiamur

LUCR. 3,983
mortalis casumque timent quem cuique ferat fors.

OV. MET. 1,297


figitur in viridi, si, ancora prato. Capita ogni tanto, se questo portava la fortuna, che l’ancora si conficcasse
in un verde prato (mito d Deucalione e Pirra)

5) Sed quid ego haec ... revolvo? Sinone-Arianna deserta...


Modulo della poesia scenica arcaica (tragica e comica)

PLAUT. TRUC.
o hic clamo? Ma perché grido?
cfr. Merc. 218; Rud. 472

ENN. ANN. 314 Sk. (frammento di cui non conosciamo il contesto, quindi non sappiamo se sia un
precedente veramente importante per Virgilio)
Sed quid ego haec memoro? Ma per quale motivo ricordo queste cose?

CATULL. 64,164 lamento di Arianna abbandonata


sed quid ego ignaris nequiquam conqueror auris? Ma perché io mi lamento inutilmente alle brezze
ignare?
105 Tum uero ardemus scitari et quaerere causas, allora invero, ardiamo per sapere e di chiedere le
ignari scelerum tantorum artisque Pelasgae. cause, ignari di così grandi scelleratezze e dell’arte
prosequitur pauitans et ficto pectore fatur: dei pelasgi. Prosegue impaurito e prosegue con
‘saepe fugam Danai Troia cupiere relicta animo finto: ‘spesso i danai desiderarono la fuga
moliri et longo fessi discedere bello; dopo aver lasciato Troia e stanchi allontanarsi dalla
110 fecissentque utinam! saepe illos aspera ponti lunga guerra; o l’avessero fatto! Spesso la burrasca
interclusit hiems et terruit Auster euntis. gli impedì la via dell’aspro mare e l’Austro terrorizzò
praecipue cum iam hic trabibus contextus acernis loro mentre stavano andando via. In particolare
staret equus, toto sonuerunt aethere nimbi. quando già stava in piedi, costruito con travi di
suspensi Eurypylum scitantem oracula Phoebi acero, in tutto il cielo risuonarono delle nuvole.
115 mittimus, isque adytis haec tristia dicta reportat: indecisi, mandiamo Euripilo per sapere gli oracoli di
“sanguine placastis uentos et uirgine caesa, Apollo e lui riporta dai penetrali riporta queste tristi
cum primum Iliacas, Danai, uenistis ad oras: parole: “con il sangue avete placato i venti e con
sanguine quaerendi reditus animaque litandum una vergine uccisa, quando in quel tempo in cui, o
Argolica.” uulgi quae uox ut uenit ad auris, danai, siete venuti alla terra di Ilio: con il sangue
120 obstipuere animi gelidusque per ima cucurrit dovete cercare il ritorno e dovete sacrificare
ossa tremor, cui fata parent, quem poscat Apollo. un’anima argolica.” Quando questa voce, arrivò
hic Ithacus uatem magno Calchanta tumultu alle orecchie del popolo, gli animi rimasero stravolti
protrahit in medios; quae sint ea numina diuum e un gelido tremore corse attraverso la parte più
flagitat. et mihi iam multi crudele canebant interna delle ossa, a chi preparino la morte, chi
125 artificis scelus et taciti uentura uidebant. richieda Apollo. (sott. Chiedendosi). Ulisse porta
in mezzo l’indovino Calcante, con grande tumulto;
gli chiede quale sia questa disposizione divina. E
già molti mi cantavano il crudele crimine dello
scellerato ingannatore e stando in silenzio stavano
a vedere ciò che stava per accadere.

Versi 105, 106, 107, 108, 109  pentemimere


Vero-ardemus
Ardemus  costruito con scitari (frequentativo di scio) sapere fino in fondo
ignari  predicativo del soggetto di ardemus (noi)
Tantorum-artisque
Verso 107  allitterazione
pauitans  fa finta di essere impaurito
fatur – ficto ALLITTERAZIONE
cupiere  alternativo di cupierunt
cupiere  regge MOLIRI che a sua volta regge FUGAM
troia relicta  ABLATIVO ASSOLUTO temporale
fessi  predicativo di DANAI
Longo – bello  sperrung
Utinam  introduce un congiuntivo indipendente ottativo/desiderativo (cong. Piuccheperfetto
FECISSENT)
Interclusit  da INTERCLUDO, costruzione con doppio accusativo (illos – aspera)
Fecissentque-utinam
Saepe-illos
Auster  Austro, vento del sud
Euntis  participio di eo, all’ACCUSATIVO PLURALE
Iam-hic
Cum-iam NO SINALEFE (i di iam è consonantica perché prima di vocale, quindi non avviene sinalefe)
Contextus  partcipio congiunto ad EQUUS
Acernis  legno di ACERO? Già i commentatori antichi si chiedevano di questo elemento, la spiegazione
più corretta data da un famoso commentatore inglese (Austin), secondo cui è un’imprecisione
voluta da Sinone, in quanto vuole porre una distanza tra lui e il cavallo. Lo disegna in maniera
imprecisa, una trascuratezza apparente per far capire che lui non c’entra nulla con l’oggetto in
questione.
Toto – aethere  sperrung cum variatio
Nuvole di tempesta  segno negativo, dei non vogliono che i greci partano da Troia (nel racconto di
Sinone)
Suspensi  participio predicativo del NOI di MITTIMUS
Scitantem-oracula  sinalefe
Scitantem legato ad EURYPYLUM prima di cesura pentemimera
SCITANTEM  participio presente con VALORE FINALE (normalmente usato il participio futuro)
COSTRUTTO GRECIZZANTE
Adytis  aditi, parte più interna, in italiano si dice PENETRALI
Reditus  nominativo plurale (u lunga) i ritorni
Quaerendi gerundivo concordato con REDITUS
Sanguine  riferimento al mito di Ifigenia (in anafora, per accrescere la cupezza della situazione)
Sanguine – virgine  ablativo di mezzo
Placastis  sincopato del PERFETTO PLACAVISTIS (da placo)
Iliacas – oras  SPERRUNG
Litandum (est)  gerundivo (purgarsi di un qualche cosa e ingraziarsi una divinità, lito)
Anima – argolica  concordano ma sono separati da ENJAMBEMENT
Quae  finto relativo
Cum  con indicativo, valore temporale
Obstipuere-animi
Forma alternativa di OBSTIPUERUNT
Verso 122  VATEM magno CALCHANTA tumultu
A B A B
(disposizione abab)
Calchanta  ACCUSATIVO ALLA GRECA (in A, non in EM)
Versi 124, 125  pentemimere
Cucurrit  perfetto con raddoppiamento da CURRO
Ima  valore predicativo con ossa, parte più interna, il midollo (il gelido che si infiltra fin nel profondo)

6) Il terrore del guerriero (e dell’esercito): gelo, sudore, tremore.  tremore delle ossa, paura del
guerriero, tema già affrontato in altri autori. Virgilio, attraverso la bocca di Sinone, sta riprendendo un
vecchio topos dell’epica, ed è la descrizione del tremore della paura fredda che percorre il corpo del
soldato. Nella tradizione quello che viene presentato è il tremore, la paura, il sudore freddo che però corre
su un singolo soldato
Eroe, soldato, può provare paura, è un topos che riguarda anche figure eroiche come quella di Ulisse per
esempio; il senso è che nonostante questa paura, riesca comunque ad affrontare l’ostacolo.
Chi è che però può aver più paura? Ovviamente il soldato della truppa, che non è forte come l’eroe, come
per esempio nel caso di Ennio, che si riferisce al soldato in pericolo e lo chiama timidus, nel senso di
timoroso.  tema però semre relativo al singolo, invece Virgilio pone insieme due topoi simili nella
strumentazione e nelle scelte lessicali, nei giochi fonetici, che appartengono all’epica: singolo soldato che
ha paura e descrizioni collettive dell’esercito “rimbombante”, che fa tremare la terra stessa con un effetto d
sbigottimento sui nemici. Tremore gelido che non risparmia nessuno, quasi fosse una scossa di paura che
coinvolge tutti l’immagine è suggestiva ed estremamente potente. La lingua poetica si innalza
grandemente, allitterazione della V (in latino arcaico pronunciata come U) “vulgi quae vox venit ad auris”.
Grande effetto dovuto anche all’opposizione di questa massa e del singolo Sinone. Lui contro tutti che sono
presi da questa paura collettiva che ha già designato lui come capro espiatorio, la religio, la superstizione
che attanaglia tutti e gli fa aggredire il singolo e solingo sacrificio umano.
LIV. AND. 30 Bläns.
Igitur demum Vlixi cor frixit prae pauore. Poi il cuore, ad Ulisse, diventò freddo per la paura

Frixit  perfetto antichissimo da FRIGEO (provare freddo)

ENN. 309 Sk.


Africa terribili tremit horrida terra tumultu L’Africa terra, ispida (di guerrieri), con orribile tumulto trema

Insistenza sulla T e sulla R  estremamente enfatico, in Virgilio l’effetto è più sobrio ma allo stesso tempo
lo reinventa introducendo un altro topos

ENN. ANN. 417 Sk.


Tunc timido manat ex omni corpore sudor. Allora al soldato timoroso, da tutto il corpo viene fuori il
sudore
timido  timoroso non timido

LUCR. 6,287-289
Inde tremor terras grauiter pertemptat et altum Mette duramente alla prova, gravemente la terra e
Murmura percurrunt caelum; nam tota fere tum dei mormorii percorrono il cielo nella sua parte alta;
Tempestas concussa tremit fremitusque mouentur. E tutta quanta l’atmosfera scossa, trema e c’è un
fremito che si muove.

terras  terra squassata da un fulmine, non tanto un terremoto, ma riprende il gioco lessicale e il
tono epico di Ennio. Tremore indotto sul cielo e sulla terra che scuote il mondo. Ripresa
modalità espressiva dell’epica e adattata a forze naturali.

VERG. AEN. 3,29-30 (Enea e Polidoro)


mihi frigidus horror e un freddo orrore mi scuote le membra e gelido il
Membra quatit gelidusque coit formidine sanguis. sangue si raffredda per la paura

Anche Enea prova questa paura, quando, trovandosi n terra di Tracia, spezza il ramo di un cespuglio e con
orrore vede che quest’ultimo sanguina ed esce la voce di Polidoro. (episodio famosissimo ripreso anche da
Dante) Enea prova un orrore profondo che gli scuote le membra; viene ripreso tutto quel materiale Enniano
e omerico che abbiamo visto.

Horror  più che orrore è un tremore freddo, più fisico

VERG. AEN. 10,452


Frigidus Arcadibus coit in praecordia sanguis. Il freddo sangue si rapprende nei precordi agli Arcadi

Tema del terrore che scorre all’interno dell’esercito


Frigidus – sanguis
Arcadibus – praecordia sempre lo stesso tipo di costruzione, formula
con le stesse parole, a volte vi sono variazioni, ma
VERG. AEN. 6,54 s. è un gusto evidentemente epico delle formule
conticuit. gelidus Teucris per dura cucurrit epiche di stampo omerico. Quindi essenzialmente
ossa tremor, funditque preces rex pectore ab imo. conia lui stesso delle formule, per attenersi al
tipico stile formulare che è proprio della lingua
VERG. AEN. 12,447-448 poetica orale.
uidere Ausonii, gelidusque per ima cucurrit
ossa tremor;
stile formulare che diventa particolarmente solenne, pubblico ha un orizzonte di attesa, si aspetta le
medesime formule. Tecniche tipiche di una tradizione AURALE, che però vengono mantenute da autori
tardi, quando la scrittura era diffusa notevolmente. Ormai sono tecniche poetiche caratteristiche della
lingua del genere epico, tali che neppure Virgilio può rinunciarvi; quindi lui crea effettivamente, senza che vi
sia la stessa funzione, formule epiche solenni, che si incidono nella mente del lettore. Determinate scene si
riconnettono a topos di opere modello ben conosciute dal pubblico che legge/ascolta.
Rielaborazione del tutto artificiosa di una tecnica che essenzialmente non è più legata ad una esigenza
orale, una ripresa allusiva a quel mondo omerico che si sta riadattando alla realtà romana.
Pius Eneas altra importante IUNCTURA che gode di grande fama e che recupera gli epiteti dell’epica greca
classica. Aggettivo che sottolinea la religiosità di Enea, religiosità nel senso di lealtà e fides nei confronti
delle leggi che regolano le cose umane e divine.

Cui fata…  2 interrogative indirette a cui manca il verbo reggente che va sottinteso (chiedendosi)
Verbo di domanda sottinteso, espressione BRACHILOGICA/ELLITTICA, molto interessante
serve per enfatizzare il terrore che ha preso i cuori dei greci
Fata  soggetto o c. ogg. di PARENT
Flagitat  presente narrativo, regge il sint (congiuntivo presente)
Taciti  predicativo di MULTI
Ventura  participio futuro sostantivato, le cose che stavano per venire/accadere

Introduzione di un elemento nuovo, i greci volevano partire ma gli dei e i venti sono contrari. Viene quindi
inviato Euripilo verso un oracolo locale. Necessario un sacrificio per un propizio viaggio di ritorno. Calcante
quindi indica Sinone come uomo da sacrificare e decide di scappare. Sinone cerca di calcare sul desiderio
dei greci di fuga. Comincia quindi a preparare il racconto successivo per il suo uditorio, il discorso sul
cavallo.
Euripilo SCITANTEM, per consultare appunto l’oracolo di Febo.
Questo participio presente, con questo costrutto alla greca non è tramandato da tutti i nostri codici,
presente in quella principale Mediceo, Palatino, e altri codici alto medievali, Servio, commento di Donato
all’Eunucus di Terenzio in cui cita Virgilio
Ma Servio stesso dice che ALII (lo ha anche Nonio, filologo del terzo secolo  compilatore di usi linguistici
tipici romani) tramandano un’altra versione con SCITATUM (supino attivo con valore finale, spesso usato
con verbi dal valore di movimento)
Questo con il supino è un costrutto più comune, quello che ci attenderemmo di trovare normalmente, ma
allo stesso tempo in Virgilio siamo abbastanza certi di trovare costrutti più particolari.
Anche nel codice Pi vi è la correzione di un grammatico, nel commento al testo di SCITATUM al posto di
scitantem. Scitatum presente anche nella maggior parte dei codici medievali nonché Gamma1 (solito
correttore del codice Gamma Guelferbitano) che solitamente presenta lezioni molto differenti dalla
tradizione principale, in quanto probably disponeva di vari testi appartenenti anche ad altri rami della
tradizione)
Due varianti, una che sembra meglio tramandata, ma non solo, scitantem sembra una lectio difficilior, e
quindi in alcuni casi la possiamo considerare una giusta causa discriminante.
(Conte dice che il participio presente scitantem ha portato qualche difficoltà, come appare nell’annotazione
di Servio, nella quale specifica che il significato di scitantem sarebbe quello di scitaturum participio fututo.
E da questo fatto è nata la variante (VL VARIA LECTIO) scitatum, già attestata non solo nei codici
medievali ma anche in quelli antichi.
Bis quinos silet ille dies tectusque recusat E lui tac per 10 giorni e, tenendosi riparato, si
prodere uoce sua quemquam aut opponere morti. Rifiuta di indicare con la sua voce qualcuno o di
uix tandem, magnis Ithaci clamoribus actus, esporlo alla morte. Alla fine, faticosamente, portato
composito rupit uocem et me destinat arae. fuori da grandi grida dell’itacese, come si era
130 adsensere omnes et, quae sibi quisque timebat, stabilito, eruppe a parlare e mi destina all’altare.
unius in miseri exitium conuersa tulere. Tutti quanti furono d’accordo e, tutto quello che
iamque dies infanda aderat: mihi sacra parari ciascuno temeva per sé, lo sopportarono mutate
et salsae fruges et circum tempora uittae. nella disgrazia di un solo miserabile. E ormai era
eripui, fateor, leto me et uincula rupi giunto il giorno nefando: per me venivano preparate
135 limosoque lacu per noctem obscurus in ulua le sacre cerimonie e la farina salata e le bende vitte
delitui dum uela darent, si forte dedissent. Intorno alle tempie. Mi strappai, lo confesso, alla
nec mihi iam patriam antiquam spes ulla uidendi morte e ruppi i legami in un lago fangoso per tutta
nec dulcis natos exoptatumque parentem, la notte, occultato nel fango, sarei stato nascosto
quos illi fors et poenas ob nostra reposcent finché non avessero salpato, se mai lo avessero
140 effugia et culpam hanc miserorum morte piabunt. fatto. né c’era per me speranza alcuna di vedere
quod te per superos et conscia numina ueri, la mia antica patria né i dolci figli e l’amato padre,
per si qua est quae restet adhuc mortalibus usquam che forse loro costringeranno a pagare il fio per la
intemerata fides, oro, miserere laborum mia fuga e questa colpa, espieranno con la morte
tantorum, miserere animi non digna ferentis.’ di loro miseri. Perciò io ti prego, per i numi che
145 His lacrimis uitam damus et miserescimus ultro. conoscono il vero, se c’è una lealtà pura che resta
ipse uiro primus manicas atque arta leuari ancora mai per i mortali, abbi pietà di sofferenze
uincla iubet Priamus dictisque ita fatur amicis: così grandi, abbi pietà di un animo che sopporta
‘quisquis es, amissos hinc iam obliuiscere Graios: cose non degne” a queste lacrime concediamo la
noster eris; mihique haec edissere uera roganti: vita e abbiamo per di più proviamo pietà. Lo
150quo molem hanc immanis equi statuere?quis auctor? Stesso Priamo per primo, comanda di levare le
quidue petunt? quae religio? aut quae machina belli?’ manette e gli stretti legami all’uomo e gli parla
dixerat. ille dolis instructus et arte Pelasga così con parole amiche: “chiunque tu sia,
sustulit exutas uinclis ad sidera palmas: dimenticati dei greci che ormai hai perso via da
qui (per tutto il tempo che seguirà) sarai nostro;
di a me che te lo chiedo, queste cose veramente:
per quale scopo hanno costruito questa grande
mole dell’enorme cavallo? Chi ne è l’autore? a
cosa mirano? Che tipo di rito è? O che tipo di
macchina bellica è? Aveva detto. Lui ben istruito
negli inganni e nell’arte dei greci, leva al cielo le
palme liberate dai vincoli.
verso 126  tritemimere / silet ille dies / eftemimere
magnis – clamoribus (prima di cesura magnis, concordato con il successivo clamoribus)
vocem-et
adsensere-omnes  perfetto di terza persona in ERE posto a inizio verso (ricorda il CONTICUERE OMNES)
(verso 120 OBSTIPUERE-ANIMI, verbo che va in sinalefe, a inizio verso)
verso 131  tritemimere / in miseri-exitium / eftemimere
SINALEFE
Verso 132  tritemimere / infanda-aderat / eftemimere
me-et
limosoque lacu  allitterazione nel primo emistichio
noctem-obscurus
verso 136  tritemimere / vela darent / eftemimere
verso 137  tritemimere / patriam-antiquam / eftemimere  sconforto nel non poter vedere più la
propria patria, finto. Ma IRONIA TRAGICA
veramente non la rivedrà più
ritengo che il fatto che sia una vicenda raccontata da Enea accresca ulteriormente il pathos e lo
struggimento, nel senso che, proprio a causa di questo inganno di Sinone che fa leva sull’aspetto della
mancanza della propria terra, la patria di Enea verrà distrutta e lui la dovrà abbandonare senza speranza di
rivederla. Enea, nel raccontare la vicenda dell’inganno sottolinea questa finzione di Sinone, finzione che pr
lui è stata una realtà difficile da affrontare e struggente.
Verso 138  qualche problema testuale DULCIS NATOS, attestato nei codici più importanti Omega, P con x
in esponente, P con a in pedice ha DUPLICIS come lezione, un correttore del PALATINO lo corregge con
dulcis. Duplicis attestato anche nella tradizione indiretta, il DServ. Dice che secondo alcuni si legge duplicis.
Duplicis conferisce maggiore realismo, in quanto specifica il numero dei figli. Mentre l’aggettivo dulcis ha
una caratterizzazione affettiva e quindi accresce il pathos della situazione. E sembra che alluda ad un altro
autore, LUCREZIO

Effugia-et
Culpam-hanc
Verso 142  tritemimere / quae restet adhuc / eftemimere
Verso 146  tritemimere / miserere animi / eftemimere
Atque-arta
Disque-ita
Amissos  prima d cesura, concordato con GRAIOS a fine verso
Mihique-haec  mihique concorato con ROGANTI, ma cesura solo dopo haec
Verso 150  tritemimere / immanis equi statuere / eftemimere
Molem-hanc
Religio-aut
Verso 151  tritemimere / quae religio aut / eftemimere
Exutas  prima di cesura e concordato con il termine a fine verso palmas (SPERRUNG)
Bis quinos  accusativo semplice: complemento di tempo continuato
Tectus  da TEGO, riparato (lett. coperto)
Prodere  indicare, mettere qualcosa in mezzo il significato letterale (pro + dare)
spesso usato con il significato di tradire.
Composito  usato avverbialmente da COMPONO (Ulisse e Clacante si erano messi d’accordo prima)
Vocem rupit  ruppe la voce
Sibi  dativo di vantaggio/svantaggio
Unius  nell’epoca tardo-repubblicana, questi genitivi con la i lunga, in ambito poetico possono essere
Letti con la i breve (negli aggettivi in ius)
Aderat  era lì per venire
Salsae fruges  vittime sacrificali cosparse con quella che veniva chiamata, la mola, ovvero farina di farro
con cui l’animale che veniva sacrificato veniva consacrato alla divinità. Cospargerlo
significava renderlo SACER, qualcosa che appartiene al mondo divino e che quindi non
segue più le normali consuetudini e leggi che regolano i rapporti tra umani. Isolato in una
sfera divina può essere sacrificato
salsae  cosparso di sal, farina mista a sale
parari  infinito narrativo passivo
circum tempora  segno che isolava il sacerdote sia la vittima stessa
eripui me leto  composto di RAPIO, e quindi assume un vocalismo diverso, per il fenomeno detto
dell’apofonia latina, da un originario ERAPIO diventa ERIPIO (tutti quanti i verbi che hanno la a breve
radicale, nel tema, nei composti subiscono questa evoluzione)
leto  usato solo nella poesia dei generi più elevati o nella prosa più sostenuta a livello di registro
limosoque lacu  ablativo di luogo
ulua  strato limaccioso di alghe che si crea in riva al mare/lago
obscuratus  nascosto
delitui  stessa radice di LATESCO, LATUI il cui composto subisce apofonia  DELITESCO, DELITUI
dum  dum temporale con CONGIUNTIVO dell’EVENTUALITA’, darent imperfetto perché va in consecutio
temporum con il verbo storico
vela darent  dare le vele, salpare
si dedissent  protasi periodo ipotetico, con un piuccheperfetto, rapporto di anteriorità rispetto al verbo
della principale (NON ESPRIME UNA IRREALTA’, generalmente il cong. ppf. lo indica)
vedendi  gerundio al genitivo oggettivo che regge PATRIAM ANTIQUAM
mihi est + acc  dativo di possesso (non ho più speranza)
natos  espressione della lingua poetica latina, usato spesso al posto di filius che entra difficilmente
nell’esametro
1) I dolci figli non rivedranno più il padre

LUCR. DE RERUM NATURA 3,894-899


‘Iam iam non domus accipiet te laeta neque uxor “non ti accoglierà ormai, ormai la tua casa lieta né la tua
optima, nec dulces occurrent oscula nati 895 ottima moglie, né i dolci figli ti correranno incontro per
praeripere et tacita pectus dulcedine tangent. strapparti dei baci né ti toccheranno il petto con una
non poteris factis florentibus esse tuisque tacita dolcezza.
praesidium. misero misere’ aiunt ‘omnia ademit
una dies infesta tibi tot praemia vitae.’

Destino del dolore dell’umanità, sembra dar voce ad un interlocutore interno che tratta di quei temi tipici
simposiali. La vita è breve e gli affetti non potranno accompagnarci dopo la morte.
Argomento trattato in maniera polemica, Lucrezio in seguito a questi versi ‘corregge’ questo interlocutore
interno

VERG. GEORG. 2,521-526


et uarios ponit fetus autumnus, et alte
mitis in apricis coquitur uindemia saxis.
interea dulces pendent circum oscula nati, nel frattempo i dolci figli ti appenderanno al collo per
casta pudicitiam seruat domus, ubera uaccae baciarti, la casta casa conserva la sua pudicizia,
lactea demittunt, pinguesque in gramine laeto
inter se aduersis luctantur cornibus haedi.

Iunctura già ripresa da Virgilio, il quale ha anche ripreso il tema dei baci
Dulces-nati  in sperrung, come lo era i Lucrezio
Pendent  riprende la iunctura di Lucrezio rielaborandola e sviluppandola, usata un’espressione
Brachilogica
Gioia familiare del contadino quando ritorna a casa, tematica rassegnata di Lucrezio riproposta in
un’atmosfera di nido e felicità familiare.
Seconda rielaborazione ipocrita quella di Sinone nell’Eneide.  pathos che suona falso, una nota stonata
che sollecita la memoria letteraria di chi legge, facendogli sentire l’inopportunità dei dolci nati in entrambi i
testi. Riferimenti intertestuali quindi fanno capire che non c’è dubbio su quale lezione scegliere.
Exoptatumque  EXOPTATUS, termine poco comune, non attestato nella lingua dell’epica della tragedia
prima di Virgilio, ma anche dopo. Quindi secondo molti commentatori, riprende il
linguaggio del sermo della commedia. Quindi l’utilizzo di un sermo familiaris più affettivo.
Ma potrebbe non essere così, in quale contesto Plauto utilizza questo termine? Nell’Amphitruo, commedia
che narra della vicenda di Anfitrione che trova sua moglie Alcmena a letto con Giove che ha preso le spoglie
di Anfitrione stesso.

Exoptatus

PLAUT. AMPH. 654 s.


Édepol me uxori éxoptatum crédo adventurúm domum, Per Polluce io sto per tornare a casa molto
quae me amat, quam contra amo, praesertim re gesta bene. desiderato dalla mia sposa che mi ama e che
di contro io amo, soprattutto per le gesta che
io ho concluso bene
Parole che anfitrione pronuncia tra sé e sé quando sta per ritornare a casa. Commedia che riprende il mito
e lo parodizza. Utilizza in modo spcifico termini e linguaggi militari. Ma tendenzialmente il linguaggio dei
personaggi, in modo particolare Anfitrione, risente della sua natura stessa di re e condottiero. Quindi i
termini da lui utilizzati mantengono una sfumatura superiore rispetto al gretto sermo familiaris. Troppo
poco basarsi su questo per considerarlo un termine tipico dl linguaggio più familiare, invece potrebbe
essere stato un termine proprio della tragedia arcaica che in questo caso viene parodizzata da Plauto.

cfr. ad es. PLAUT. CAPT. 1006


Salve, éxoptate gnate mi. O tu figlio a me amatissimo

Modo in cui saluta il figlio estremamente enfatico in quanto utilizza, non filius, ma addirittura la forma
arcaica di natus ovvero GNATUS.
Limitazione della poesia esametrica, per quanto riguarda il termine filius, non è presente nella poesia di
Plauto in cui viene spesso utilizzata la parola filius (poesia giambico-trocaica). Ma l’attestazione dataci dalle
due commede di Plauto è troppo limitata, lo stesso Plauto inoltre utilizza una grandissima quantità di
registri propri di differenti generi letterari

CIC. FAM. 16,21,1


quorum (scil. tabellariorum) mihi fuit adventus exoptatissimus. L’arrivo di questi messi mi fu graditissimo.

Cicerone spesso indulge al sermo familiaris, ma non sempre, ma tende a mescolare vari generi della lingua,
in modo scherzoso, perché i suoi interlocutori sono dotti come lui. Mistione di termini filosofici, familiari,
comuni, rari, in greco tipica dell’epistolario di Cicerone.

VERG. AEN. 6,322; 329-330


'Anchisa generate, deum certissima proles, “o tu generato da Anchise, o tu prole sicurissima
… degli dei, per cento anni le anime vagano per
centum errant annos uolitantque haec litora circum; questi lidi; e solo dopo ammessi, possono rivedere
tum demum admissi stagna exoptata reuisunt.’ 330 questi stagni da loro desiderati”

Spiegazione, da parte della Sibilla, di quale sia il destino delle anime nell’oltretomba. Livello elevatissimo di
questa lingua, può mai esserci una parola di uso familiare? Lo vedo difficile, evidentemente dobbiamo
pensare esattamente il contrario. Exoptatus parola di uso arcaico, che Virgilio riprende, non in contesti di
lingua di sermo cotidianus, ma anzi per dare un tono sostenuto; è un arcaismo e per questo motivo innalza
l’enfasi della frase. Termine probabilmente uscito dall’uso comune e infatti la riutilizza nessuno fino ad
Apuleio, in pieno gusto arcaizzante di ricerca filologica nel II secolo (fine)

APUL. MET. 2,6,11


Habes exoptatam occasionem.
Cfr. 2,13,22; 8,10,11 etc.; FRONTO AD VER. IMP. EPI. 2,8,2.

reposcent  doppio accusativo (faccio pagare qualcosa a qualcuno)


nostra effugia  plurale poetico
PARTE FINALE  PERORATIO, quella più enfatica, richiesta finale (all’interlocutore/giudici)
Quod  perciò
Te oro  ti prego
Per superos  per + accusativo, divinità attraverso le quali sta implorando qualcuno
Per  introduce una protasi ipotetica, cosa particolare, viene ripetuto, quindi anafora, ma in un costrutto
differente (lett. per se resta)

Anafora di per enfatica, costruzione particolare, giro idiomatico (PER SI QUA EST) usato da Virgilio anche in
altri casi. E non solo da lui.
Per si qua fides…

VERG. AEN. 6,458-460


per sidera iuro, giuro, per le stelle e per i numi e se c’è una qualche lealtà
per superos et si qua fides tellure sub ima est, nell’Ade, contro la mia volontà, o regina, me ne sono
inuitus, regina, tuo de litore cessi. Andato dalla tua spiaggia

squillante riferimento a Catullo che ora non ci interessa. Mentre invece ci dobbiamo soffermare su questo
particolare giro idiomatico presente anche in OVIDIO

OV. MET. 7,852-855


haec se pauca loqui: “per nostri foedera lecti “per i nostri patti di matrimonio, io ti prego, sup-
perque deos supplex oro superosque meosque, plice per i numi e (per) se qualcosa ho meritato
per si quid merui de te bene perque manentem per l’amore verso di te, mentre io muoio ti dico
nunc quoque, cum pereo, causam mihi mortis amorem, la causa della mia morte che è l’amore,

Gusto per il racconto mescidato, epillion genere che raccoglie in sé un grande patrimonio culturale e
letterario. Settimo libro delle Metamorfosi, libro di Procri, sposa di Cefalo. Mito erotico, classico, molto
spesso ve ne sono in Ovidio, la storia è lunga e complessa, ma la cosa importante è sapere che i due
coniugi, nonostante i reciproci tradimenti, poi tornano ad amarsi. Ma lei continua ad essere sospettosa del
marito, lo segue ad una battuta di caccia: crede sia una scusa per rivedere la sua amante EOS (aurora) e
appostandosi dietro ad un cespuglio viene accidentalmente colpita da Cefalo stesso.
Non sembra imitare Virgilio o Lucrezio, ma più che altro un modulo idiomatico già usato in ambito epico e
in altre occasioni letterarie. Lo sta riadattano inoltre a contesti nuovi, ad un’altra idea di epica che deriva da
Virgilio e che la supera. Innovazione totale del genere epico in cui vengono sussunti vari altri generi letterari
(già in Virgilio, ma con ulteriore spinta originale) e in particolar modo Ovidio fa risaltare i moduli elegiaci.
Procri è un’eroina, non solo dell’epica ma anche della poesia erotica.

Te separato da oro  ENFATICO


Se qua fides  retta poi dalla relativa eventuale (resti)  quae restet
Non digna  rette da FERENTIS, concordato con ANIMI, genitivo retto dal verbo MISEREOR
Quisquis  generalmente retto dall’indicativo in latino, non in congiuntivo come in italiano
Obliviscere  imperativo
Edissero  e + dissero, spiegare le cose per filo e per segno

Edissero per Casali appartiene sempre al linguaggio familiare

PLAUT. CAPT. 967


iam animum advorte ac mihi quae dicam edissere.

Registro effettivamente del linguaggio più comune di carattere familiare

HOR. SAT. 2,3,306-307


tantum hoc edissere, quo me dimmi per benino, di quale male, tu ritieni io sia malato
aegrotare putes animi vitio.

Conferma di questo tono in Orazio, nell’Orazio dimesso delle satire. Non lo usa nelle Odi, nei carmina di
maggiore livello stilistico e di registro linguistico più elevato, ma in un genere umile come le satire.
Mai trovato in realtà al di fuori del genere umile, ma dopo Virgilio, altri autori di età successiva si sentono
legittimati nel suo utilizzo.
LUC. 10,176-179 (Caesar Acorea adloquitur)
‘o sacris deuote senex, quodque arguit aetas “o tu vecchio devoto alle sacre cerimonie,
non neclecte deis, Phariae primordia gentis
terrarumque situs uolgique edissere mores spiegami accuratamente quali sono le caratteristiche
et ritus formasque deum.’ del luogo, i costumi e i riti…

Cesare si rivolge al vecchio Acoreo per sapere quale sia l’origine del fiume Nilo. Dopo Virgilio anche in molte
tragedie di Seneca è utilizzato questo verbo, in origine un verbo di uso comune, elevato col passare del
tempo di registro. Inoltre, probabilmente, con lo scorrere del tempo è uscito dall’uso.
‘uos, aeterni ignes, et non uiolabile uestrum “voi o fuochi eterni, e la vostra potenza inviolabile
155 testor numen’ ait, ‘uos arae ensesque nefandi, chiamo a testimone”, disse “voi chiamo, are e le
quos fugi, uittaeque deum, quas hostia gessi: spade nefande, che ho fuggito, e voi o bende degli
fas mihi Graiorum sacrata resoluere iura, dei che io ho portato da vittima: che è cosa lecita
fas odisse uiros atque omnia ferre sub auras, per me, sciogliere i sacri vincoli dei greci, mi è lecito
si qua tegunt; teneor patriae nec legibus ullis. odiare quegli uomini e riferire ogni cosa in modo
160 tu modo promissis maneas seruataque serues aperto, se essi nascondono qualche cosa; non sono
Troia fidem, si uera feram, si magna rependam. più tenuto alla fedeltà alla patria né da alcuna legge
omnis spes Danaum et coepti fiducia belli Tu , o Troia, mantieni fede alle promesse e tu,
Palladis auxiliis semper stetit. impius ex quo salvata da me, mantieni la parola, se ti porterò
Tydides sed enim scelerumque inuentor Vlixes, delle notizie vere e se mai ti renderò in cambio
165 fatale adgressi sacrato auellere templo delle cose grandi. Tutta quanta la speranza dei
Palladium, caesis summae custodibus arcis, danai e la fiducia nella guerra che era stata
corripuere sacram effigiem manibusque cruentis cominciata stavano sempre nell’ausilio di pallade.
uirgineas ausi diuae contingere uittas: ma dal momento in cui l’empio titideo e l’inventore
ex illo fluere ac retro sublapsa referri di scelleratezze Ulisse, dopo aver intrapreso questa
170 spes Danaum, fractae uires, auersa deae mens. Impresa di strappare al sacro tempio, il fatale
nec dubiis ea signa dedit Tritonia monstris. Palladio e dopo aver ucciso le guardie della
uix positum castris simulacrum: arsere coruscae sommità della rocca, e con le mani insanguinate
luminibus flammae arrectis, salsusque per artus osarono toccare le bende virginali della dea: da quel
sudor iit, terque ipsa solo (mirabile dictu) momento rifluì indietro scivolando la speranza dei
175 emicuit parmamque ferens hastamque trementem. Danai, le forze infrante e la mente della deadiventò
avversa. E la dea Tritonia diede dei segnali con dei
portenti chiari. La statua era stata appena posta
nell’accampamento, arsero delle fiamme guizzanti
dai suoi occhi retti all’insù, e un sudore salato andò
attraverso le membra ed essa stessa per tre volte,
balzò dal suolo (cosa mirabile a dirsi), con lo scudo
e l’asta che tremava
Arae-ensesque
vuos violabile versum
Numen  potenza del dio, gesto che compie quando esercita la sua forza
Nefandi  ne fando, ciò che non deve essere detto
verso 156  tritemimere / vittaeque deum / eftemimere
hostia gessi  lui ha portato le bende in qualità di vittima, lo specifica perché anche il sacerdote le metteva
verso 159  o pentemimere o tritemimere + eftemimere
tegunt teneor  omeoarcto (in caso incorniciato dalle due pause)
fas  anafora
odisse  perfetto resultativo, mi è venuto in antipatia e quindi lo odio, al presente  odiare
qua  indefinito, sta per ALIQUA (neutro plurale), dopo particelle come si e ne, aliquis perde le ali
teneor  regge i due dativi PATRIAE LEGIBUS (non sono più tenuto alla patria e alle leggi lett.)
verso 161  tritemimere / si vera feram / eftemimere
fidem prima di pausa feram prima di pausa in allitterazione
servataque serves  allitterazione
danaum-et
coepti – belli  in concordanza incorniciano l’intero secondo emistichio
tydideo  DIOMEDE
fatale-agressi

caesis SUMMAE custodibus ARCIS


A B A B
Summae  predicativo di arcis
Corripuere  da corripio (cum + rapio) strappare con violenza
Verso 167  tritemimere / sacram effigiem / eftemimere
Virgines – vittas  a cornice di tutto il verso
Fluere e referri  infiniti narrativi della principale introdotta da EX ILLO
Verso 170  tritemimere / fractae vires / eftemimere
Mens  monosillabo a fine verso ESTREMAMENTE RARO, usato molto da Ennio e da Lucrezio, ma
nell’esametro classico si tende ad evitarlo. Anche se tende a fare parola unica, parola metrica
con il precedente deae
(alla fine quasi sempre un bisillabo trocaico spondaico o un trisillabo bacchilico)
Verso 172  tritemimere / ea signa dedit / eftemimere
Simulacrum-arsere
Verso 173  tritemimere / flammae arrecti / eftemimere

SINALEFE
Luminibus  ablativo di separazione, occhi non luci
Verso 174  tritemimere / terque-ipsa solo / eftemimere
verso 175  tritemimere / parmamque ferens / eftemimere
salsusque per artus  verso che ha fatto discutere anche in passato
APPARATO CRITICO: salsusque sudor che corre attraverso alle membra  Citazione di Conte dal Servio
Danielino.

VIRGILIO, AEN. II,171-175: I ‘segni’ di Pallade e il salsus sudor

SERV. AD AEN. II 172-175 VIX modo 'mox' significat. CASTRIS pro in castris.
SIMVLACRVM inter consecratas res, id est aedes, areas, etiam simulacra accipiuntur (…). hic ergo ipso
nomine simulacri consecrationem eius ostendit; quis enim ignorat Palladium simulacrum Minervae esse?
quam autem sacrum
fuerit, hinc docet, quod ait 'nec dubiis ea signa dedit Tritonia monstris. vix positum castris' et reliqua, ut
appareat, et loco motum vim tamen consecrationis habuisse. ARSERE subaudimus 'cum', ut sit 'cum arsere'.
CORVSCAE 'coruscum' alias fulgens, alias tremulum est.
LVMINIBVS FLAMMAE ARRECTIS hypallage est, lumina enim arsere flammis. SALSVS SVDOR bene addidit
'salsus', ut significaret laborem futurum, ne forte alter in simulacro quilibet umor intellegeretur.
SALSVS SVDOR] indicium commoti numinis fuisse dicitur. Probo sane displicet 'salsus sudor', et supervacue
positum videtur. hoc autem Ennius de la<cri ??>mis dixit.
EMICVIT exsiluit, quasi quae consistebat invita, locumque damnaret.
PARMAMQVE FERENS HASTAMQVE TREMENTEM his enim signis Palladium a ceteris discernebatur, quod
supra dictum est

Il simulacro compare tra gli oggetti di culto consacrati e con il nome stesso del simulacro, palladio, (mostra
che consacrazione sia) e chi infatti ignora che il palladio sia la statua di Minerva stessa
(…) Tritonia mostrò il suo atteggiamento nei confronti dei troiani con dei prodigi non equivocabili e
attraverso questi versi vuole dimostrare che questa statua è consacrata e mantiene la potenza del dio
anche se è stata rimossa dal luogo di culto. (vi risiede il nume della divinità, la sua potenza e forza divina).

Salsus sudor – Servio non auctus, non danielino dice: ha aggiunto questo aggettivo, in modo egregio, per
indicare la futura sofferenza che doveva arrivare
(valore simbolico del sudore), perché poi non venisse anche inteso che ci fosse un qualsiasi altro umore
liquido in quella statua

Servio danielino aggiunge: si dice che fu un segno della potenza della divinità adirata. A Probo non piace
questo salsus sudor (la considera un’ineleganza) è posto in modo superfluo, pleonastico. (il sudore è
salato, è un fattore oggettivo, perché specificare la sapidità del sudore? Anche le lacrime per esempio sono
salate, spesso specificato nella tradizione letteraria latina, è un fatto risaputo, non aggiunge nulla a livello
letterario)
Servio si incarica di difendere Virgilio  “Già Ennio lo aveva usato per riferirsi agli stagni salati”
Quindi lo si era già utilizzato nella tradizione letteraria, per parlare di stagne nei pressi del mare, quindi con
l’uso dell’aggettivo forse superfluo. Virgilio riconnettendosi a questa tradizione ha utilizzato salsus per
riferirsi al sudore della statua.
Spiegazione forse poco convincente, troppo meccanica. Uso di questo aggettivo in Ennio non sembra
giustificare la citazione di Virgilio in un ambito così diverso.
Quindi qualche studioso decide di correggere il LAMIS (stagno) di Ennio scrivendo al suo posto LACRIMIS.
Lunga tradizione di statue lacrimanti nell’antichità annunciando prodigi (molto spesso negativi)
Se Ennio parlasse di lacrime salate, magari a proposito di una statua, probably l’esempio portato da Servio
sarebbe più calzante.
Tra l’altro prima di Vrgilio il sudore non è mai definito salato, ma lo sono le lacrime (Accio per esempio)
Lo stesso Ennio e Lucrezio riferendosi proprio ad Ennio.
(tradizione di simulacra prodigiosi piangenti, Ennio vi faceva riferimento quando parla del simulacro di
Omero che piangeva lacrime salate)
Integrazione di Servio con lacrimis dubbia. Lacrimis parola molto comune in latino difficile che si sia corrotta
diventando una parola molto meno usuale come lamis.

ACC. TRAG. 420 R.3


Lauere salsis uultum lacrumis
Cfr. anche 577 s. neque ulla interea fínis curarum datur. / Salsis cruorem guttis lacrimarum lauit.

Queste SALSAE LAMAE sono utilizzate anche da Lucrezio, quando, nel V libro, parla della creazione del
mondo

Le salsae lacunae di Ennio e Lucrezio

ENN. 606 V.2 = 370 Skutsch


Salsae lamae

LUCR. 5,793-794
nam neque de caelo cecidisse animalia possunt, le stirpi degli animali non possono essere cadute dal cielo
nec terrestria de salsis exisse lacunis. Ne possono essere uscite da stagni salati (e invece sì)

espressione simile usata anche nel III libro, sempre da Lucrezio, quando parla dei Persiani che riuscirono ad
andare a piedi sul mare

LUCR. 3,1029-1033
ille quoque ipse, viam qui quondam per mare magnum
stravit iterque dedit legionibus ire per altum 1030
ac pedibus salsas docuit super ire lucunas
et contempsit equis insultans murmura ponti,
lumine adempto animam moribundo corpore fudit.

Modello dell’epica lucreziana è spesso Ennio, difficile che la correzione di Probo sia legittima.

I templi acherusi non esistono, anche se Ennio dice che ci sono regioni dell’Acheronte esponendo questa
dottrina con versi eterni, nel quale Acheronte non rimangono né le nostre anime né i nostri corpi. Ma alcuni
simulacri mirabilmente pallidi (èidolon in greco, in latino idòlum)
(come fossero immagini della nostra anima, perché l’anima, secondo la dottrina pitagorica, che Ennio
seguiva, trasmigra dopo la morte in un altro corpo)
E da lì, spuntata fuori l’immagine di Omero, sempre fiorente (sempre verde, sempre vivente al sua poesia)
che commemora cominciò a effondere lacrime salate e a parlare della natura delle cose con le sue parole.
(l’immagine di Omero comincia a parlare con Lucrezio spiegandogli cosa accade alle anime e nel mondo, tu
sei ora Omero, la mia anima è trasmigrata in te, io son solo un simulacro/immagine  parola che in latino
significa sia immagine che statua)

VERG. GEORG. 1,476-480 (segni del cielo dopo la morte di Cesare)


uox quoque per lucos uulgo exaudita silentis Ci fu una grandevoce che fu udita attraverso i boschi
ingens, et simulacra modis pallentia miris silenziosi, da tanti, e si videro dei simulacri
uisa sub obscurum noctis, pecudesque locutae mirabilmente pallidi nell’oscurità della notte e ci
(infandum!); sistunt amnes terraeque dehiscunt, fu del bestiame che parlò, (cosa ignominiosa); si
et maestum inlacrimat templis ebur aeraque sudant. arrestano, le terre si aprono e nei templi lacrima
mesto l’avorio e le statue di bronzo sudano.
Infandum  cosa ominosa, che non s può dire
Ebur  avorio, quindi statue d’avorio
Modello di Virgilio per questo topos della statua piangente è Lucrezio. Lacrime salsae nella tradizione latina,
ma il sudor salato compare in un altro passo di Lucrezio, sempre nel V libro

LUCR. 5,487
expressus salsus de corpore sudor (il ‘sudore’ della Terra crea il mare) sudore sprigionato dal corpo della
terra
Lucrezio quindi fonde insieme elementi che in precedenza, nella tradizione letteraria, erano sparsi.
Si parlava di stagni salati, di lacrime. E invece Lucrezio dice che questo sudore poi crea questi laghi salati, il
mare le lamae.
Non si sa se effettivamente sia stato il primo ad usare con questa modalità vari elementi compattati.
Potenza dell’immagine del sudore della terra che crea il mare.

Prud. Hamart. 749 (la moglie di Lot trasformata in statua è salsis sudoribus uda)
Prudenzio, scrittore cristiano che recupera spesso Lucrezio. Nella AMARTIGENIA, ovvero la genesi, l’origine
del peccato dell’umanità nei confronti di Dio. Quando parla della moglie di Lot, che nel momento in cui
fugge con la famiglia da Sodoma con l’ordine di non voltarsi indietro per non assistere alla distruzione della
città, si volta indietro trasformandosi in una statua di sale e dice che è bagnata di sudori salati. Uso e riuso
sorprendente di una iunctura poetica creata con altre funzioni. Ciascuno degli autori utilizza la stessa
espressione in contesti completamente differenti

LUCR. 1,121-126
Etsi praeterea tamen esse Acherusia templa
Ennius aeternis exponit versibus edens,
quo neque permaneant animae neque corpora nostra,
sed quaedam simulacra modis pallentia miris;
unde sibi exortam semper florentis Homeri
commemorat speciem lacrimas effundere salsas 125
coepisse et rerum naturam expandere dictis.

Dictu  supino passivo


Tre volte  numero tipico dei contesti magico-religiosi, il concetto deve essere chiaro e non ambiguo, con
un numero non divisibile perfettamente per due, solamente divisibile per se stesso e per uno. Per chiarire e
sottolineare l’integrità del rito e la sua forza inequivocabile. Non succede una volta, neppure due ma tre.
Impossibile equivocarne il significato ed è impossibile separarne e mettere a repentaglio il suo svolgimento
perfetto in tre momenti.

Rapimento del Palladio di Atena ha una lunga tradizione nell’epica classica greca e romana. Arte di Ulisse è
modello di Sinone. Infatti il delitto vine compiuto con l’inganno da parte dell’itacese. Il rapimento avviene
nel libro IV dell’Iliade, nella costruzione dell’Eneide virgiliana il vero si mescola inscindibilmente al falso e
per questo si riesce così bene ad ingannare i troiani. Ma in nessuna delle versioni precedenti a Virgilio si
parla del fatto che la dea fosse adirata con i greci per questo ratto della statua. Questo fatto comunque
importantissimo, in quanto, apparentemente causa della partenza dei greci dalle spiagge troiane. È un
dettaglio nuovo in quanto inventato.
La leggenda effettiva racconta che questa statua di piccoli dimensioni fosse stata data a Dardano da parte di
Zeus ed era conservato nella città stessa, ma la dea stessa, alleata dei greci, chiede che fosse sottratta ai
troiani per permettere l’espugnazione della città. Varie leggende differenti raccontano questo fatto, ma la
più importante e diffusa, nell’ILIOU PERSIS, narra la vicenda del rapimento del palladio, non della statua
stessa ma di un suo duplicato.
Quindi Ulisse e Diomede rubarono una copia della statua che poi portarono nell’accampamento greco,
dettaglio non insignificante; i romani ritenevano che il palladio fosse conservato nel tempio di VESTA a
Roma e che li vi fosse stato posto dai discendenti di Enea. Soprattutto Ovidio parla di questo, nel VI libro dei
Fasti afferma che era conservato a Roma, ma si dichiara incerto sulle modalità di come vi fosse arrivato
dalla vecchia Troia. La versione più accreditata vuole che Diomede stesso, uno dei due rapitori, avesse
incontrato Enea in Italia e lì lo avesse consegnato all’eroe pius.
Mito importantissimo per le origini di Roma, ed esalta ancora di più del modo in cui Sinone si serve per
ingannare i troiani stessi; questa idea che Sinone vuole affermare presso i troiani, ovvero che Pallade fosse
adirata contro i greci per il rapmento della sua piccola statua, è una cosa totalmente priva di fondamento.
Infatti Ovdio ci dice che la dea stessa, per favorire la vittoria dei greci, propone e ordina il rapimento della
sua statua. Altro dettaglio importante è il fatto che esiste un’altra statua di Pallade nel tempio di Vesta sul
Palatino fatto consacrare dallo stesso Augusto.
Il modo spregiudicato con cui Sinone parla di questo ratto riporta il lettore ad una ironia tragica incredibile,
Sinone può permettersi di mentire di fronte ai troiani creduloni, ma poi subito dopo, nelle ore successivo al
suo discorso, Pallade si arrabbierà veramente contro i greci, quando verrà violata la sua amata sacerdotessa
troiana, figlia di Priamo  Cassandra
Sacerdotessa della dea viene brutalmente violata di fronte alla statua della dea stessa (che fosse il vero
palladio o un simulacro non è il fattore che ci interessa). Quindi Sinone parla, mentendo, di qualcsa che
quasi per contrappasso, si tramuterà in realtà
Ogni elemento di cui parla Virgilio trova una risonanza nella cultura e nella religiosità romana a lui
contemporanea.
extemplo temptanda fuga canit aequora Calchas, subito, Calcante canta che bisogna fuggire per mare,
nec posse Argolicis exscindi Pergama telis e che la città di Troia non può essere distrutta dalle
omina ni repetant Argis numenque reducant armi argoliche, se non compiranno di nuovo gli
quod pelago et curuis secum auexere carinis. auspici ad Argo e non riporti indietro il nume della
180 et nunc quod patrias uento petiere Mycenas, dea (che portarono sul mare con sé su le curve
arma deosque parant comites pelagoque remenso carene. E poiché hanno preso la direzione con favore
improuisi aderunt: ita digerit omina Calchas. di vento, verso la patria Micene, si procurano le armi
hanc pro Palladio moniti, pro numine laeso e come compagni gli dei, e dopo aver ripercorso il
effigiem statuere, nefas quae triste piaret. mare, arriveranno senza essere previsti: così
185 hanc tamen immensam Calchas attollere molem interpreta i presagi Calcante. Questa statua, ammo-
roboribus textis caeloque educere iussit, niti, hanno costruito al posto del Palladio e per la po-
ne recipi portis aut duci in moenia posset tenza della dea che hanno offeso, che espiasse la
neu populum antiqua sub religione tueri. funesta empietà. Tuttavia Calcante comandò di
nam si uestra manus uiolasset dona Minervae, elevare questa immensa mole di querce intrecciate
190 tum magnum exitium (quod di prius omen in ipsum e di innalzarlo al cielo, perché non potesse essere
conuertant!) Priami imperio Phrygibusque futurum; accolta dalle porte o condotta all’interno delle mura
sin manibus uestris uestram ascendisset in urbem, né potesse protegger il popolo sotto il suo sacro
ultro Asiam magno Pelopea ad moenia bello potere. E infatti se la vostra mano avesse violato i
uenturam, et nostros ea fata manere nepotes.’ doni di Minerva, ne sarebbe derivata una sciagura
195 Talibus insidiis periurique arte Sinonis per il dominio di Priamo e per i troiani (che gli dei
credita res, captique dolis lacrimisque coactis prima rivolgano questo presagio verso lui stesso!);
quos neque Tydides nec Larisaeus Achilles, se invece con le vostre mani, fosse salita verso la
non anni domuere decem, non mille carinae. vostra città, allora l’Asia sarebbe venuta presso le
Hic aliud maius miseris multoque tremendum mura di Pelope e quei fati attendevano i nostri ni-
200 obicitur magis atque improuida pectora turbat. poti.” E con l’arte dell’ingannatore Sinone la cosa fu
creduta e furono catturati con l’inganno e con le
lacrime forzate coloro che né il tidide, né Achille di
Tessaglia, né 10 anni avevano domato e neppure
mille navi. E quindi un altro più grande e molto
tremendo portento si presenta a noi miseri e scon-
volge gli animi improvidi.
Fuga  a lunga, ablativo strumentale
Temptanda  concordato con AEQUORA (distese del mare devono essere tentate con la fuga, fuggendo)
Verso 176  tritemimere / temptanda fuga / pentemimere
Argolicis – telis  SPERRUNG
Ni  sta per nisi ed introduce ina protasi di periodo ipotetico
Curvis – carinis
Posse-argolicis  sinalefe
Secum-auexere  sinalefe
Quod  valore CAUSALE o relativo???
Verso 179  problemi dati ai filologi e agli editori di Virgilio, in apparato  VERSUM SECLUSIT espunto
Sembra una inutile specificazione da parte del verb, non adeguato al discorso che qui sta svolgendo
Calcante, perché questo perfetto AUEXERE, sembra non essere in linea con tutti gli altri verbi, come per
esempio il presente della frase ipotetica introdotta da nisi, retta da tutta quanta da CANIT.
Nel verso ‘genuino’ ci aspetteremmo qualcosa che è un presente, il perfetto con un evento che ancora non
si è svolto sembra insolita. Dalla prospettiva di Calcante è un tempo che risulta incongruo, l’unica possibilità
(ingegnosa proposta di un filologo tedesco) è quella di spostare il verso dopo il 183

hanc pro Palladio moniti, pro numine laeso questa effige, ammoniti al posto del palladio e del nume
quod pelago et curuis secum auexere carinis. offeso che portarono con sé sulle curve carene
effigiem statuere, nefas quae triste piaret.

Hanc  riferito ad effigiem


L’unico modo per salvare il verso nella sua posizione originale è pensare che non riproduca il discorso di
Calcante, ma che riproduca un intervento che Sinone stesso fa in presenza dei troiani, quasi lo potessimo
mettere tra parentesi.

(quel nume che ora, ora che vi parlo, i greci hanno portato via con sé sulle curve carene)

Proposta di ZIMMERMANN invece è quella di spostare il verso 179 dopo il 180 rendendo così il quod
anaforico con quello del 180

et nunc quod patrias uento petiere Mycenas, e adesso che si sono diretti verso la patria Micene e adesso
quod pelago et curuis secum auexere carinis. che hanno portato via con sé il palladio sulle loro curve care-
ne.
Petiere  incamminarsi verso una direzione ben precisa
Comites  valore predicativo
Patrias – mycenas
Improvisi-aderunt  sinalefe, IMPROVISI = inaspettati (in + pro video, qualcosa che non ho previsto)
Digerit  mettere insieme una narrazione
Calchas  verso 176 e verso 182, sempre in fine verso, a circolo  segnare l’inizio e la fine di una
narrazione all’interno del brano
Verso 184  pentemimere femminile?
Tritemimere / statuere nefas / eftemimere più probabile credo
Immensam – molem  SPERRUNG
Iussit  regge: ATTOLLERE
EDUCERE
Duci-in
Populum-antiqua
Populum  complemento oggetto
Posset  congiuntivo imperfetto, periodo retto da un tempo storico (iussit)
Nell’apparato critico però, abbiamo POSSIT come variante importante (quasi tutti i codici medievali hanno
possit, come lo ha anche il Mediceo, F  codice tardoantico del Vaticano, sicuramente dell’altissima
aristocrazia dell’Italia romano-gotica della fine del V secolo inizio VI. Appartenuto da Fulvio Orsini, per
questo chiamato F
Non ce l’ha solo M, F, ma anche Servio e il grammatico PRISCIANO (nella più importante opera di
grammatica tardoantica) e pure il Servio danielino
ma TIBERIO DONATO (importante commento tardo antico) invece ha la lezione posset
Sulla base di scelte come questa si scrivono i manuali di grammatica del latino, viene desunta una regola e
le sue eccezioni. Cambia e modifica, impercettibilmente, la percezione di aspetti linguistici del latino
classico.

Magnum-exitium (subito dopo pausa fortissima  introduce una parentetica)


Verso 191  tritemimere / Priami-imperio / eftemimere (membri interni in allitterazione)
Futurum (ESSE)  apodosi del periodo ipotetico dipendente all’infinito (futurum esse)
Necessario sottintendere un verbo come dire, Calcante diceva che…
Convertant  congiuntivo ottativo/desiderativo
Vestris vestram  POLIPTO’TO, stessa parola con due desinenze differenti
Vestram-ascendisset
Pelopea-ad
Magno – bello  SPERRUNG  Pelopea moena (schema speculare)
Venturam-et
Pelope  antenato di Agamennone
Periurique-arte
Quos  assorbe anche il dimostrativo, dobbiamo immaginare qualcosa come hi quos
Verso 196  tritemimere / captique dolis / eftemimere
Improvida  richiama l’improvisi precedente, richiami verbali e non solo fondamentali che vanno a
connotare il senso
Multo  in genere rafforza i comparativi ma in questo caso sembra riferirsi più a tremendo che a maius
anche se in un ordo verborum abbastanza consueto, il magis seguente, più che essere riferito ad
altri elementi, lo si lega a tremendum  molto più tremendo

Quindi Sinone dice che se i troiani portano il cavallo dentro le mura di Troia, l’Asia è destinata ad andare
verso le mura del condottiero stesso dei greci. Quindi le parti si rovesceranno e i Troiani assedieranno i
greci. Motivo interessante di grande rilievo, le ultime parole che Sinone pronuncia, e c’è da dire che finisce
il discorso come lo ha condotto fino a quel momento  con un INGANNO superiore addirittura a quello
necessario per convincere i troiani (eccesso di zelo fa aggiungere questo ulteriore elemento)
In qualche modo è quello che accadrà? I discendenti dei troiani, ovvero i romani, effettivamente
conquisteranno la Grecia
Comunque questo elemento aggiunto, viene specificato in altri racconti che narrano della vicenda di Sinone

Troia conquisterà la Grecia…

Triphiod. Troiae halosis 296-299


εἰ μὲν γάρ μιν ἐᾶτε μένειν αὐτοῦ ἐνὶ χώρῃ, Se lo lascerete stare qui in questo luogo,
Τροίην θέσφατόν ἐστιν ἑλεῖν πόλιν ἔγχος Ἀχαιῶν· sarà destino che la lancia degli Achei prenda
εἰ δέ μιν ἁγνὸν ἄγαλμα λάβῃ νηοῖσιν Ἀθήνη, Troia;
φεύξονται προφυγόντες ἀνηνύστοις ἐπ' ἀέθλοις. Se Atena lo prenderà come casto simulacro
nel tempio, fuggiranno via da imprese impossibili.

Choerilus Persiká, SH 316 Sii di guida in quest’altro racconto, quando


Ἥγεό μοι λόγον ἄλλον, ὅπως Ἀσίης ἀπὸ γαίης dall’Asia venne all’Europa grande guerra
ἦλθεν ἐς Εὐρώπην πόλεμος μέγας. Cfr. K. Ziegler, L’epos ellenistico.

ἦλθεν  venire, stesso costrutto adottato da Virgilio con il verbo venturam (da venio)

Visione dell’Asia che invade l’Europa, modello tradizionale di scontro tra Oriente e Occidente. Modello
principale per questa visione sono le guerre persiane. Sentite dai greci con un fervore che si può definire
nazionale, quasi patriottico in senso moderno (?)
Poema molto importante anche per la storia della letteratura romana, l’opera di Cherilo, in quanto dice che
i poeti a lui precedenti hanno trattato di eventi mitici e leggendari, ormai esauriti. Allora chiede alla musa di
non narrargli quel racconto là, ma di fargli da guida in quest’altro racconto sempre questione di guerra tra
oriente e occidente. Ma questa volta non si parla di Troia ma del grande ciclo di guerre persiane. Ciclo di
eroica resistenza contro i persiani. Non si vuole narrare un passato mitico, ma una storia molto più recente
della Grecia, e quando nasce lui 8440 ca.) sono ancora vivi alcuni dei protagonisti di quelle guerre.
Una cosa molto diversa da quella che fa, non tanto Omero ma tutti quei poeti che hanno narrato le stesse
vicende secoli e secoli dopo di lui, senza che nessuno di loro le avesse potute vivere quasi in prima persona.
Cherilo, primo esponente dell’epos storico, che riguarda vicende non mitiche e lontane, ma che
appartengono alla memoria ancora fresca del popolo, comunità. Poi, in seguito ci sono quei poti che
celebrano le conquiste di Alessandro e quindi i ruoli si rovesciano, Alessandro e quindi l’Oriente è l’eroe
della vicenda.
Anche il popolo romano, il lettore tine a mente questi aspetti, per lui è importante la storia greca.
L’affermazione di Sinone, della vittoria dei troiani sulla Grecia, si ritorcerà contro di lui e dei suoi
discendenti, perché i discendenti dei troiani sono i romani che conquisteranno appunto la Grecia. Proprio
Micene sarà conquistata dai troiani e quindi dai romani, certo in un lontano futuro rispetto alle vicissitudini
di Enea, ma questo è il fatum che trasforma il mito in realtà.
NOSTROS NIPOTES quali sono? Nipoti greci o troiani? Enfasi tra l’altro su vestris in precedenza. Nipoti
dell’una e dell’altra parte si affronteranno di nuovo e le parole di Sinone saranno realtà, verità storica. Il
fato d entrambi sii compirà con tragica ironia.
VERG. AEN. 1,283-287 (Iuppiter loquitur)
ueniet lustris labentibus aetas verrà l’età, con il passare dei lustri, in cui la casa di Assa-
cum domus Assaraci Pthiam clarasque Mycenas raco terrà sotto schiavitù Ptia e Micene e dominerà sulla
seruitio premet ac uictis dominabitur Argis. 285 vinta Argo. Nascerà il troiano Cesare, di splendida origine
nascetur pulchra Troianus origine Caesar, che metterà come confine al suo dominio, l’Oceano e alla
imperium Oceano, famam qui terminet astris. Sua fama gli astri.

Motivo che diventa molto importante nella letteratura romana, il fatto che per contrappasso la nuova Troia
ha soggiogato la Grecia. Anche in altri generi, della satira e dell’epigramma, ritorna questo motivo, questo
rovesciamento della vicenda di Asia e Grecia. Tema appunto della rovina delle grandi città greche, la caduta
e l’abbandono di vecchie megalopoli, ora oscure ma un tempo dorate e ricche, sia a livello culturale che
politico. Lo stesso tema ci sarà nuovamente in un altro passo dell’Eneide, quando Anchise parla con Enea

VERG. AEN. 6,836-840


ille triumphata Capitolia ad alta Corintho Lui, dopo aver trionfato su Corinto, condurrà vincitore ver-
uictor aget currum caesis insignis Achiuis. so l’alto Campidoglio il carro trionfale, che reca con sé le
eruet ille Argos Agamemnoniasque Mycenas spoglie dei greci uccisi. Sarà lui che distruggerà Argo e
ipsumque Aeaciden, genus armipotentis Achilli, Micene di Agamennone, e sullo stesso Eacide, genia
ultus auos Troiae templa et temerata Mineruae. forte nelle armi di Achille, e avrà vendicato gli avi di Troia
Laocoon, ductus Neptuno sorte sacerdos, Lacoonte, sacerdote estratto a sorte per il dio Net-
sollemnis taurum ingentem mactabat ad aras. tuno, svolgendo le cerimonie sacre nel modo
ecce autem gemini a Tenedo tranquilla per alta prescritto, uccideva un grande toro presso gli altari.
(horresco referens) immensis orbibus angues ecco però che due serpenti da Tenedo, attraverso il
205 incumbunt pelago pariterque ad litora tendunt; mare tranquillo, dalle immense spire (provo orrore
pectora quorum inter fluctus arrecta iubaeque a ricordare), si innalzano sopra il mare e insieme si
sanguineae superant undas, pars cetera pontum dirigono verso la spiaggia; i petti dei quali si ergono
pone legit sinuatque immensa uolumine terga. tra i flutti superando le onde, ritti e le loro creste
fit sonitus spumante salo; iamque arua tenebant color del sangue, la parte restante dei loro corpi vie-
210 ardentisque oculos suffecti sanguine et igni ne dietro, sfiorando il mare e arrotola una spira le
sibila lambebant linguis uibrantibus ora. loro immense schiene. Viene fuori un suono nel
diffugimus uisu exsangues. illi agmine certo mare spumeggiante; già erano arrivati a occupare la
Laocoonta petunt; et primum parua duorum terra e iniettati di sangue e di fuoco negli occhi
corpora natorum serpens amplexus uterque ardenti, lambivano con le lingue che vibravano le lo-
215 implicat et miseros morsu depascitur artus; ro bocche sibilanti. Scappammo impalliditi per quella
post ipsum auxilio subeuntem ac tela ferentem vista. Quelli con schiera compatta si dirigono verso
corripiunt spirisque ligant ingentibus; et iam Laocoonte; dapprima entrambi mentre stringono
bis medium amplexi, bis collo squamea circum i corpi dei due figli, li avvolgono e si cibano delle loro
terga dati superant capite et ceruicibus altis. povere membra; dopo di che afferrano anche lui che
220 ille simul manibus tendit diuellere nodos sopraggiungeva in aiuto e portava delle armi per di-
perfusus sanie uittas atroque ueneno, fendere i figli e lo avvolgevano nelle immense spire;
clamores simul horrendos ad sidera tollit, e già stringendolo due volte nel mezzo e avendo av-
qualis mugitus, fugit cum saucius aram volto al collo le loro terga squamose, lo sovrastano
taurus et incertam excussit ceruice securim. con le loro teste e con i loro alti colli. E lui subito con
225 at gemini lapsu delubra ad summa dracones le mani tenta di strappare quei nodi, con le bende lor-
effugiunt saeuaeque petunt Tritonidis arcem de di umori marci e di atroce veleno, e insieme leva al
sub pedibusque deae clipeique sub orbe teguntur. cielo delle grida orrende, come il muggito, quando
fugge via dall’ara, il toro ferito e si scuote via dal collo
la scure che è stata non sicura. I due serpenti, si dirigo-
no fuggendo verso gli alti templi e verso la rocca della
crudele Tritonia (pallade) e si nascondono sotto i piedi
della dea e sotto il cerchio del suo scudo.

verso 202  tritemimere / taurum-ingentem / eftemimere – iunctura segnalata dalla sinalefe tra i due
termini
ductus  costrutto di ducere
sollemnis  secondo le formule, in modo solenne
verso 203  tritemimere / gemini a Tenedo / eftemimere
pariterque-ad
quorum-inter
quorum  falso relativo, riferito a PECTORA  i loro petti
verso 207  RIBERIO DONATO tiene exuberant, ma andrebbe a rovinare l’allitterazione di s
verso 208  tritemimere / sinuatque-immensa / eftemimere femminile
sinuatque  in alcuni codici letto SINUANT, ma in quanto vi è prima lgit il soggetto dovrebbe essere
singolare e non i due serpenti, il contesto sembra meglio richiedere il verbo al singolare
immensa  concordato con terga
volumine  ablativo di modo
salo  mare, chiamato così per via della sua natura salata, in greco si dice als, alos (termine ancora più
espressivo in quanto si riferisce sia al mare che al sale)
arva  terra, ma in modo più specifico significa campo coltivato
ardentisque-oculos  insistenza sulla sibilante, verso dei serpenti (ACCUSATIVO DI RELAZIONE)
ardentis  sta per ARDENTES
verso 211  versus aureus A (verbo) B B A
sibila – linguis – vibrantibus – ora costruzione chiastica complessiva
sibila – ora  a cornice del verso
verso 212  tritemimere / visu exsangues / eftemimere
illi-agmine
agmine  schiera dell’esercito
petunt  con accusativo alla greca Laocoonte
uterque  in latino al singolare in traduzione al plurale
miseros morsu  allitterazione
miseros – artu  SPERRUNG
verso 217  tritemimere / spirisque ligant / eftemimere
spiris  concordato a ingentibus, due termini separati dal verbo e dalla pausa eftemimere
bis  anafora all’interno del verso
medium  PREDICATIVO DI LAOCOONTE, lo stringono nella metà del corpo
dati  riferito a serpenti participio congiunto
capite-et
vittas  bende ormai imbrattate dal veleno e dagli umori, da una parte dei serpenti e dall’altra di Lacoonte
ACCUSATIVO DI RELAZIONE, ci fa capire dove era sporco
221  curiosa annotazione di Servio, in quanto secondo lui il verso potrebbe essere eliminato e comunque
il senso sarebbe comunque salvo (quindi secondo lui si tratterebbe di un verso interpolato, ma secondo
altri non ci sarebbe motivo di crederlo in quanto aggiunge un particolare orrido e anche orrendo per il
senso religioso dei troiani. Perché sono le bende sacre del sacerdote ce diventano bende sacrificali in un
certo senso)
Atro  qualcosa di fosco e scuro e per questo terribile e spaventoso
verso 222  tritemimere / simul horrendos / eftemimere
incerta-excussit
Laocoonte paragonato ad un toro sacrificale, lui stesso che in quel momento stava compiendo un sacrificio.
Le bende del sacerdote si trasformano in bende del sacrificio. Stesse vittae che lo stesso Sinone aveva
addosso, nel momento in cui afferma di essere stato sul punto di essere sacrificato. Lu infatti si strapppa via
da questo suo ruolo di vittima sacrificale e scapa via.
Sembra un po’ questo tema delle bende venga stravolto e appare in modo straniante al lettore, quindi
eliminando questo verso si rischierebbe di togliere parte della maestria poetica a Virgilio.
Gioco di specchi continuo  Laocoonte sacerdote e poi vittima che tenta di fuggire e da una parte
Sinone che fugge dall’ara sacrificale
verso 224 c’è una sola cesura eftemimere dopo excussit, MOLTO PARTICOLARE
verso 226  pentemimere FEMMINILE dopo saevaeque
effugiunt  Macrobio stesso, nei Saturnalia cita Virgilio in questa forma, mentre nel codice M appare la
versione DIFFUGIUNT, poi corretto da un correttore appunto, sulla base di altri codici, con d in “erasura” ma
non la i, che rimane al posto di e (rimane quindi iffugiunt)
nonostante diffugiunt sia attestato dal Tiberio Donato, quindi comunque due autorevoli testimonianze,
variante già attestata nell’antichità, non ha un significato adeguato al contesto. (infatti significa scappare in
modo confuso, da una parte e dall’altra. Quello che invece Virgilio ha sottolineato fino alla morte è che i
due serpenti attaccano insieme e poi scompaiono insieme, sembra quindi improbabile questo diffugiunt.
Conte inoltre sottolinea che il diffugimus è riferito ai troiani, quindi emerge la contrapposizione tra l’attacco
(e conseguente fuga) compatto dei due serpenti e la reazione confusa dei troiani.

Il toro e il sacrificio, i serpenti e il Palladio: un gioco di specchi.

DSERV. AD AEN. 2,140


sed hic dicendo ‘effugia’ verbo sacrorum et ad causam apto usus est. nam hostia quae ad aras adducta est
immolanda, si casu effugeret, ‘effugia’ vocari veteri more solet; in cuius locum quae supposita fuerat,
succidanea; si gravida fuerat, forda dicitur; quae sterilis autem est, taurea appellatur:
Ma dicendo questo termine ‘effugia’ utilizza un termine proprio delle cerimonie sacrali e per questo
perfettamente adatto al contesto. Infatti la vittima che è condtta agli altari per essere immolata, se per caso
fugge, si usa chiamarla ‘effugia’ secondo l’uso antico; al posto della quale, se ne viene sostituita con
qualcuna, questa viene chiamata ‘succidanea’; se la vittima sacrificale è gravida viene chiamata ‘forda’ (da
fero, portare); se invece è sterile la si chiama ‘taurina’.

Linguaggio religioso codificato in modo preciso, sempre sottostante alla lingua di Virgilio. La vittima che
scappa è detta effugia. Quindi viene inserito il topos della vittima fuggente (Sinone) per poi riprenderla
nell’immagine del toro che scappa paragonato a Laocoonte (continui richiami interni alla stessa opera e il
lettore se ne accorge, mette in relazione il finto sacrificio a questo terribile e orrendo)

SERV. AD AEN. 2,223


QVALIS MVGITVS id est tollit. facta autem comparatio est propter sacerdotis personam.

Come si leva il muggito. Viene fatta una comparazione a causa del personaggio del sacerdote

LUC. 7,165-167
admotus superis discussa fugit ab ara un toro, portato per essere sacrificato, fuggì via dall’ara do-
taurus et Emathios praeceps se iecit in agros, po averla abbattuta e si slanciò per i campi Emazzi e non fu
nullaque funestis inuenta est uictima sacris. Trovata nessuna vittima per le cerimonie funeste

Immagine del toro e del sacrificio diventa un’immagine potente. Viene infatti ripreso più volte nella
letteratura seguente (per esempio in Lucano nel libro settimo della Farsalia in cui viene dipinto lo scontro
finale tra Cesare e Pompeo, che segna un crollo rovinoso della repubblica e di Roma stessa)
Immagine proposta da Virgilio è per narrare la rovina di Troia e poi proposta da Lucano per dipingere la
rovina della seconda Troia, ovvero Roma (ripresa ominosa dell’immagine).
Non si riuscì a trovare alcuna vittima succidanea. Perché è così ominosa l’immagine? significa che non vi è
un rituale perfetto, né viene portato a termine. Se non accade, la protezione divina ottenuta con un
sacrificio perfetto non ha più effetto, viene annullata. In modo ancora più ravvicinato lo pseudo Seneca, nel
suo Ercole parla di un episodio simile.

[SEN.] HERC. OET. 798-790


qualis impressa fugax quale un toro che fugge con l’ascia bipenne ancora infissa, portan-
taurus bipenni uolnus et telum ferens do su di sé la ferita e l’arma, riempiendo di un vasto muggito i
delubra uasto trepida mugitu replet. Templi degli dei che rimbombano.

Ripresa dell’immagine virgiliana anche in contesti che vanno al di là di quello epico.

PAUS. 1,24,7
τὸ δὲ ἄγαλμα τῆς Ἀθηνᾶς ὀρθόν ἐστιν ἐν χιτῶνι La statua di Atena è dritta, con il chitone che
ποδήρει καί οἱ κατὰ τὸ στέρνον ἡ κεφαλὴ arriva fino ai piedi e sul petto ha la testa della
Μεδούσης ἐλέφαντός ἐστιν Medusa, fatta di avorio; e ha
ἐμπεποιημένη· καὶ Νίκην τε ὅσον τεσσάρων una Nike di quattro cubiti, nella mano una lancia,
πηχῶν, ἐν δὲ τῇ χειρὶ δόρυ ἔχει, καί οἱ πρὸς τοῖς e davanti ai piedi giace uno scudo; presso la
ποσὶν ἀσπίς τε κεῖται καὶ lancia c’è un serpente: dovrebbe essere quello di
πλησίον τοῦ δόρατος δράκων ἐστίν· εἴη δ' ἂν Erittonio.
Ἐριχθόνιος οὗτος ὁ δράκων.

Serpenti o mandati da Atena stessa, o in ogni caso, seguono il suo volere e infatti si rifugiano nel suo
tempio, anche lei vuole punire il sacerdote perché si è opposto all’entrata dentro la città del cavallo.
Questi due dragoni si rifugiano ai suoi piedi, immagine tradizionale della dea. Pausania autore greco che
scrive, nel I secolo, una sorta di periegea descrivendo al suo interno le città più importanti della Grecia e dei
monumenti che ivi si trovano. Descrive questa statua come dritta. Anche questa Atena ha un serpente ai
piedi, dove arriva la lancia e dovrebbe essere il mitico serpente di Erittonio (fondatore di Atene, nato
dall’unione di Vulcano e di Gea, con i piedi a forma di serpente).
Famosa statua, stile di classico di rodi, estremamente espressionistico e patetico, autori erano tre
AGESANDRO, ATANADORO e POLIDORO
Artisti che sono gli stessi coinvolti nelle sculture straordinarie sul ciclo di Ulisse, il gruppo di Scilla,
all’interno delle grotte di SPERLONGA (Lazio).
Questi tre artisti appunto si occuparono della costruzione di questi complessi statuari.

Laocoonte

PLIN. NAT. 36,37


nec unus occupat gloriam nec plures pariter nuncupari possunt, sicut in Laocoonte, qui est in Titi
imperatoris domo, opus omnibus et picturae et statuariae artis praeferendum. Ex uno lapide eum ac liberos
draconumque mirabiles nexus de consilii sententia fecere summi artifices Hagesander et Polydorus et
Athenodorus Rhodii.

Non c’è solo uno che prende tutta la gloria, ma spesso non possono essere nominati tutti insieme, così
come avviene nel Laocoonte, che è nella casa dell’imperatore Tito, opera che è da preferire a tutte quante
le altre, sia dell’arte della pittura che della statuaria. E questi sommi artisti Agesandro, Polidoro e
Atenodoro, lui e suoi figli lo rappresentarono da una sola pietra e anche le spire annodate dei serpent,
dietro il parere del principe. (questo passaggio oscuro, secondo alcuni ci sono differenti interpretazioni, una
più brillante “si mossero tutti e tre insieme secondo un unico grande progetto, completare questa grande
opera”)

PETR. 89,1, vv. 41-53


stupuere mentes. infulis stabant sacri
Phrygioque cultu gemina nati pignora
Lauconte. quos repente tergoribus ligant subito i due figli portano in aiuto le mani al fratello: la
angues corusci. parvulas illi manus pietas li fa agire verso l’altro e la morte stessa li rovina,
ad ora referunt, neuter auxilio sibi, 45 miseri, per la paura che l’uno portava nei confronti dell’
uterque fratri: transtulit pietas vices altro.
morsque ipsa miseros mutuo perdit metu.
accumulat ecce liberum funus parens,
infirmus auxiliator. invadunt virum
iam morte pasti membraque ad terram trahunt.
iacet sacerdos inter aras victima
terramque plangit. sic profanatis sacris
peritura Troia perdidit primum deos.

Satyricon di Petronio in cui si parla della fuga da Troia. Trimetri giambici in cui è composto il passo, ha in
mente assolutamente il brano di Virgilio. Quando il padre cerca di aiutare i piccoli figliolini, il suo intervento
risulta inutile e infermo e viene atterrato e le sue membra sbranate. Particolare ricco di pathos il fatto che i
due bimbi cercano di salvarsi a vicenda. Esempio perfetto di AEMULATIO letteraria, spirito emulativo,
ovvero rielaborazione nuova e sorprendente del racconto tradizionale di Virgilio. Arte dell’emulazione e
della ripresa allusiva dei latini.

Laocoonte, Apollo, Nettuno e Atena: un prospetto riassuntivo.

- Omero: Laocoonte non compare.

- Ciclo epico, Lesche di Mitilene Ilias parva (conosciuto tramite Proclo, Crestomazia, forse di V sec. d.C.):
Laocoonte è assente.
- Ciclo epico, Arctino di Mileto, Iliou persis (conosciuto attraverso Proclo): Laocoonte (insieme a Cassandra)
cerca di ammonire i Troiani, ma il cavallo è portato in città; a questo punto, egli è ucciso, con uno dei suoi
figli, da due serpenti mandati probabilmente da Apollo (ciò che spinge Enea a ritirarsi sull’Ida).  Enea
quindi se ne andava da Troia e per questo si salvava, Virgilio non può accettare una versione del genere,
che potrebbe far nascere sospetti e comunque sarebbe nettamente ingloriosa
Il cavallo era già in città, meno espressivo in confronto alle continue titubanze espresse da Virgilio.

- Bacchilide, fr. 9 Mahler (presso Serv. ad Aen. 2,201): Laocoonte è ucciso da due serpenti che arrivano
dalle isole Calidne (non da Tenedo). Non abbiamo molti dettagli su questo racconto di Bacchilide, ma lo cita
il Servio danielino al verso 201 del secondo libro dell’Eneide, non abbiamo più notizie se non questo
appunto singolo. Già interessante vedere come Bacchilide fa uno dei protagonisti della vicenda del cavallo
Laocoonte stesso dopo Arctino.

- Sofocle, Laocoonte: il fr. 371 Radt sembra implicare che Locoonte, nella tragedia sofoclea, fosse
sacerdote, più che di Apollo, di Poseidone. I due serpenti (che sono da Sofocle nominati, secondo DServ. ad
Aen. 2,204) uccidono i due figli di Laocoonte, ma risparmiano lui stesso. Enea fugge da Troia dopo il
prodigio, in modo analogo a quanto faceva nel racconto di Arctino.
Sofocle ha inteso modificare il dato del mito per dare un’enfasi ulteriore alla vicenda straziante di
Laocoonte. morte unicamente dei due figli e sopravvivenza del padre conferisce drammaticità ancora più
straziante.

- Euforione, fr. 75 van Groningen (presso Sev. ad Aen. 2,201): vd. sopra, lezione del 9 marzo: Laocoonte è
sacerdote di Apollo, ma è estratto a sorte per essere sacerdote di Nettuno; aveva commesso un atto empio
insieme alla moglie Antiope davanti alla statua di Apollo, che lo punisce uccidendolo (insieme ai figli) con i
serpenti.

- Licòfrone, Alex. 347 (III sec. a. C.): attesta che il nome di uno dei due serpenti (che arrivavano dalle
Calidne) era Porkes paidobrotos (‘mangiabambini’, epiteto da mostro fiabesco: lo scolio aggiunge che il
secondo serpente era femmina e si chiamava Chariboia).

- Pseudo-Apollodoro di Atene (II sec. a.C., ma l’opera è più tarda), Epitome della Biblioteca: Laocoonte
ammonisce i Troiani ed è un ‘indovino’ (sacerdote di Apollo?); partecipa al dibattito intorno al cavallo, con
Cassandra. Apollo invia i serpenti, che ne divorano i figli. Laocoonte e Cassandra posti insieme come
consiglieri non ascoltati, lui appare però come vates, indovino, forse sacerdote di Apollo.

- Igino, Fabulae (probabilmente I sec. d. C.). Fab. 135: Laocoon †Acoetis filius Anchisae frater Apollinis
sacerdos contra uoluntatem Apollinis cum uxorem duxisset atque liberos procreasset, sorte ductus ut
sacrum faceret Neptuno ad litus. Apollo occasione data a Tenedo per fluctus maris dracones misit duos qui
filios eius Antiphantem et Thymbraeum necarent, quibus Laocoon cum auxilium ferre uellet ipsum quoque
nexum necauerunt. quod Phryges idcirco factum putarunt quod Laocoon hastam in equum Troianum
miserit.

Ci attesta una versione in cui il nostro Laocoonte è sacerdote di Apollo, però compie qualcosa di empio
(forse il giacere di fronte alla statua del dio) e avendo contro la volontà di Apollo e di aver procreato dei figli
con la moglie.
Apollo mandò attraverso i flutti del mare, da Tenedo, due serpenti che uccisero i figli Antifante e Timbrao, e
volendo accorrere in loro aiuto, lo stesso Laocoonte venne ucciso, avvolto nelle spire dei serpenti. E i Frigi
pensarono che questo avvenne perché aveva scagliato la lancia contro il cavallo. Molto simile al racconto di
Virgilio, in cui però è assente il dettaglio della punizione imposta da Apollo, il quale agisce senza incertezze.
Nella versione di Virgilio è assente Apollo il quale è un protettore di Enea, e quindi viene eliminata la sua
partecipazione negativa contro i troiani, per questo motivo il ruolo di Apollo viene preso da Atena.
- Trifiodoro, Iliou persis (III sec. d. C.): Laocoonte non compare, c’è solo Sinone.

- Quinto Smirneo, Posthomerica, 12,353-482 (probabilmente tardo IV sec. d.C.): Laocoonte interviene
dopo che è stato scoperto Sinone, esorta i Troiani a non fare entrare il Cavallo (che è presentato come
offerta ad Atena) in Troia; il Cavallo si trova ancora sulla spiaggia; nonostante la decisione a lui contraria,
egli continua a opporsi rabbiosamente, finché Atena manda i due serpenti dalle Calidne, che uccidono i due
figli di Laocoonte e si rifugiano nel tempio di Apollo.
tum uero tremefacta nouus per pectora cunctis ma in verità, un nuovo timore si insinua tra i petti tre-
insinuat pauor, et scelus expendisse merentem manti a tutti quanti noi, e si dice che Laocoonte ha
230 Laocoonta ferunt, sacrum qui cuspide robur pagato il suo misfatto, meritandolo, lui che aveva colpi-
laeserit et tergo sceleratam intorserit hastam. to il sacro legno con la punta di lancia scellerata contro
ducendum ad sedes simulacrum orandaque diuae le terga del cavallo. E gridano tutti insieme che la statua
numina conclamant. deve essere condotta verso le sue sedi sacre (templi) e
diuidimus muros et moenia pandimus urbis. che bisogna pregare la potenza della dea. Dividiamo le
235 accingunt omnes operi pedibusque rotarum mura e apriamo le mura della città. Tutti quanti si met-
subiciunt lapsus et stuppea uincula collo tono all’opera e mettono delle ruote sotto i piedi e lan-
intendunt; scandit fatalis machina muros ciano sotto il collo delle corde di stoppa; la macchina
feta armis. pueri circum innuptaeque puellae fatale sale sopra le mura piena di armi. I fanciulli tutti
sacra canunt funemque manu contingere gaudent; intorno e le ragazze non sposate cantano inni sacri e si
240 illa subit mediaeque minans inlabitur urbi. divertono a toccare con le mani, la fune; quella sale e si
o patria, o diuum domus Ilium et incluta bello insinua, minacciosa, nel mezzo della città. O patria,
moenia Dardanidum! quater ipso in limine portae Ilio, o casa degli dei, o mura dei Dardanidi, famose per
substitit atque utero sonitum quater arma dedere; la guerra! Quattro volte, nella soglia stessa delle porte
instamus tamen immemores caecique furore il cavallo si fermò e quattro volte le armi diedero un
245 et monstrum infelix sacrata sistimus arce. suono nella pancia; continuiamo però senza pensare e
tunc etiam fatis aperit Cassandra futuris resi ciechi dalla follia e quel mostro portatore di sciagu-
ora dei iussu non umquam credita Teucris; ra lo mettiamo nella rocca sacra. E allora anche Cassan-
nos delubra deum miseri, quibus ultimus esset dra apre la sua bocca sui fati che dovevano compiersi,
ille dies, festa uelamus fronde per urbem. quella bocca, che per ordine del dio, non veniva mai
creduta dai Teucri; noi miseri decoriamo i templi degli
dei con delle fronde festose per tutta la città, noi per i
quali quello era l’ultimo giorno.
Verso 228  pentemimere femminile?
Tritemimere / tremefacta novus / eftemimere
Insinuat  attivo in latino, che regge per tremefacta pectus
Robur  di nuovo quercia, incongruenze nel racconto che non riguardano più il racconto di Sinone ma gli
sviluppi successivi, legati spesso ad un uso della lingua poetica, robur usato genericamente per
indicare un legno robusto (a volte Virgilio dormiva lol) e nobile
merentem  participio congiunto con Laocoonte
sceleratam-intorserit
sceleratam hastam  a cornice del secondo emistichio
conclamant  scoppiare a gridare tutti insieme, valore aoristico del prefisso cum, azione puntuale che
avviene tutta insieme
ducendum-ad
simulacrum-orandaque
oranda  gerundivo concordato con il termine NUMINA uso che è sempre passivo, che deve essere…
verso 233  uno dei tibicines
omnes operi  allitterazione che riprende simmetricamente, sempre a ponte di cesura, quella di
muros moenia
omnes  soggetto di ACCINGUNT che regge il dativo OPERI
lapsus  scivolamenti, accusativo plurale perché ha la u lunga (lett. Mettono degli scivolamenti di ruote
sotto ai piedi)
machina muros  ALLITTERAZIONE ENNIANA, tra la macchina bellica e muri che devono essere attaccati
feta  regge l’ablativo strumentale ARMIS, generalmente usato per le bestie gravide con il feto
circum-innuptae
gaudent  regge l’infinito
inlabitur  qualcosa che si infiltra (in labor) in modo strisciante a portare rovina
mediae  valore predicativo
verso 239  tritemimere / funemque manu / eftemimere (oppure solo pentemimere)

verso240  tritemimere / medaeque minans / eftemimere (forse pentemimere, ma l’allitterazione va


messa in rilievo
verso 241  pentemimere
o patria, o dium domus  verso, come dice Servio, che sembra tratto da Ennio. Verso enniano nel senso
che viene citato tutto il verso? No, non sta facendo questo, perché abbiamo il verso a cui Servio fa
riferimento. Non è citato completamente da Virgilio, ma vi fa solo riferimento, è un verso di ispirazione
enninana.

O pater, o patria… Riecheggia un’antica aria

CIC. DE OR. 3,102


Numquam agit hunc versum Roscius eo gestu, quo potest:
nam sapiens virtuti honorem praemium, haud praedam petit (Trag. inc. 30 R.3)
sed abicit prorsus, ut in proximo:
set quid video? Ferro saeptus possidet sedis sacras (Trag. inc. 31 R.3)
incidat, aspiciat, admiretur, stupescat. Quid, ille alter
quid petam praesidi? (81 Joc., Andromacha)
quam leniter, quam remisse, quam non actuose! instat enim
o pater, o patria, o Priami domus! (87 Joc., Andromacha)
in quo tanta commoveri actio non posset, si esset consumpta superiore motu et exhausta.
Cfr. De or. 3,217

Dove mai chiederò aiuto?


Quanto canta questa parte in modo sommesso, piano, in modo non esageratamente improntato al pathos!
(sobriamente, in modo composto)
È infatti ormai vicino
‘o padre, o patria, o casa di Priamo’
Nel qual cantico, non potrebbe, la actio essere così mossa, se fosse stata consumata nella parte precedente
e si fosse esaurita

Cicerone parla del modo in cui, un famoso attore del tempo, Roscio Armeno, recitava in pubblico dei brani
famosi di tragedia e spiega come sa dosare gli effetti di recitazione. Quintiliano poi nel descrivere il modello
di perfetto oratore, riutilizza questi insegnamenti.
Quindi necessario dosare gli effetti nel porgere (actio) con il suono della voce, con la postura, i gesti. Il
grande oratore deve ispirarsi ai grandi attori del suo tempo. E all’epoca il migliore attore era Roscio

CIC. TUSC. 3,44-45


scitis quae sequantur, et illa in primis:
‘O páter, o pátria, o Príami domus,  Andromacha aechmalotis di Ennio citata appieno da Cicerone
Saeptum áltisonó cardíne templum!
Vidi égo te adstánte ope bárbarica
Tectís caelátis láqueatis,
Auro ébore instrúctam régifice.’ (87-91 Jocelyn, Andromacha)
o poëtam egregium! quamquam ab his cantoribus Euphorionis contemnitur. sentit omnia repentina et
necopinata esse graviora; exaggeratis igitur regiis opibus, quae videbantur sempiternae fore, quid adiungit?
‘Haec ómnia vídi inflámmari,
Priamó vi vítam evítari,
Iovis áram sánguine túrpari.’ (92-94 Joc., Andromacha)
Sapete tutti le parole che seguono, e quelle famose in primis:
‘o padre o patria, o casa di Priamo, o tempio saldo sul cardine altisonante!
Io ti vidi, mentre era ancora in piedi la barbarica ricchezza con i tetti ben scolpiti e a cassettoni,
tutta quanta costruita, regalmente, d’oro e di avorio.’
O grande poeta (prorompe cicerone)! Benché esso sia disprezzato da questi cantori/ripetitori di Euforione
(poeta dotto e raffinato, grande erudizione percepita da Cicerone come astrusa)  qui Cicerone fa
riferimento ai neoteroi, accusandoli di disprezzare il poeta Ennio.
Sente che tutte quante le cose che arrivano all’improvvise e impreviste (cose istantanee) tanto più
gravemente colpisce l’animo umano. E dopo aver narrato in questo modo sovrabbondante le ricchezze
rege, che dovevano sembrare infinite, che cosa aggiunge?
‘io ho visto tutte queste cose andare in fiamme.
A Priamo togliere via la vita con violenza,
l’ara di Giove essere sporcata di sangue’

Cantoribus  ripetizione pedissequa e senza genio, questo il significato spregiativo di cantoribus

In questo brano, Andromaca parla subito dopo la caduta di Troia. Lamento enfatico che è il medesimo di
quello di Virgilio, che lo richiama appunto. Domus in Virgilio, non di Priamo, ma degli dei che sono ospitati a
Troia. Riferimento allusivo evidente, perché era un brano talmente tanto famoso all’epoca, che un romano
lo poteva ricollegare a Ennio.

PLAUT. BACCH. 755-756


o Troia, o patria, o Pergamum, o Priame periisti senex, o Troia, o patria, o Pergamo, o Priamo che sei
qui misere male mulcabere quadringéntis Philippis aureis. morto vecchio, tu che sarai miseramente
percosso
per 500 filippi d’oro

Toni da parodia del genere eroico (soldi sottratti ad un vecchio). Se non conoscessimo il contesto ci
potrebbe sembrare una tragedia

OV. TRIST. 2,573-577


his, precor, atque aliis possint tua numina flecti, con queste mie parole, e con altre che possano flettere la
o pater, o patriae cura salusque tuae! tua potenza, fammi tornare a Roma, o padre, o salvezza e
non ut in Ausoniam redeam, nisi forsitan olim, sollecitudine della tua patria!
cum longo poenae tempore victus eris:
tutius exilium pauloque quietius oro.

Ripresa nei Tristia, da Ovidio novello esule. Chiede umilmente ad Augusto di poter tronare da Tomi a Roma.
Modulo enniano e virgiliano, epico e tragico, trasformato in un motivo elogiativo per il principe, paragonato
ad una divinità. Ovidio maestro del riuso straniante del motivo.

SERV. AD AEN. 2,241


O PATRIA versus Ennianus. sane exclamatio eo pertinet, quod tanta fuerat vis consecrationis in porta
Troiana, ut etiam post profanationem ab ingressu hostes vetaret. nam novimus integro sepulcro
Laomedontis, quod super portam Scaeam fuerat, tuta fuisse fata Troiana. DIVVM DOMVS vel quod eius
muros Apollo et Neptunus fabricaverunt, ubi etiam Minerva per Palladium culta est: vel propter
Ganymedem, Dardanum, Tithonum.

Verso Enniano.
PETR. 89,1, vv. 11-14
o patria, pulsas mille credidimus rates o patria, credemmo che fossero state respinte le mille navi
solumque bello liberum: hoc titulus fero e che la nostra terra fosse libera dalla guerra; questo titolo
incisus, hoc ad fata compositus Sinon inciso sull’animale, Sinone che ingannava per il compiersi
del
firmabat et mens semper in damnum potens. destino, ci confermavano questa cosa e la nostra mente
sempre in nostro danno

Mille  citazione da Virgilio, le mille navi


Titulus  iscrizione di cui non ci parla Virgilio, ma altre fonti, lui voleva esaltare il più possibile il ruolo di
Sinone ingannatore

incluta  ablativo di causa


ipso-in
verso 244  tritemmere /tamen immemores / eftemimere
immemores  in modo sventato, senza pensare
verso 249  pentemimere
monstrum  non ha accezioni negative o positive (qualcosa di portentoso e basta)
infelix  portatore di sciagura, felix significa fecondo, fortunato (usato in ambito agricolo e religioso)
futuris  participio futuro del verbo SUM
credita  participio passivo che regge Teucris (costrutto del dativo che fa da complemento d’agente)
costrutto proprio della lingua poetica, altrimenti a/ab + ablativo
250 Vertitur interea caelum et ruit Oceano nox Nel frattempo, cambia il cielo e avanza rapida
dall’oceano
inuoluens umbra magna terramque polumque la notte avvolgendo con una grande ombra la terra e il
Myrmidonumque dolos; fusi per moenia Teucri cielo e gli inganni dei mirmidoni; sdraiati i teucri qui e là,
conticuere, sopor fessos complectitur artus. sulle mura tacevano, e il sonno avvolgeva le stanche
mem-
et iam Argiua phalanx instructis nauibus ibat bra. E già la falange dei greci, dopo aver schierato le navi
255 a Tenedo tacitae per amica silentia lunae si muoveva da Tenedo, silenziosi e complici della luna
tacita
litora nota petens, flammas cum regia puppis e dirigendosi verso le note spiagge, quando la nave
regale
extulerat, fatisque deum defensus iniquis aveva alzato le fiamme, e Sinone, difeso da fati iniqui
degli
inclusos utero Danaos et pinea furtim dei, scoglie i chiavistelli del pino e libera i danai chiusi nel
laxat claustra Sinon. illos patefactus ad auras ventre. Il cavallo, dopo essere stato aperto, li rende
all’aria
260 reddit equus, laetique cauo se robore promunt e lieti fuoriescono dal cavo legno, Tessandro e Stenelo i
Thessandrus Sthenelusque duces et dirus Vlixes, capi e il feroce Ulisse, scivolando per un cavo calato giù
demissum lapsi per funem, Acamasque Thoasque e Acamante, Toante e Neottolemo discendente di Peleo
Pelidesque Neoptolemus primusque Machaon e per primo Macaone e Menelao e lo stesso costruttore
et Menelaus et ipse doli fabricator Epeos. dell’inganno Epèo. Entrano dentro la città che era sepolta
265 inuadunt urbem somno uinoque sepultam; nel sonno e nel vino; le guardie vengono uccise, e
attraverso
caeduntur uigiles, portisque patentibus omnis le porte aperte accolgono tutti i loro soci e riuniscono
assie-
accipiunt socios atque agmina conscia iungunt. me le schiere complici.

caelum-et
vertitur  si capovolge la volta celeste e viene la notte, incipit ENNIANO
ruit  cade giù, se parliamo dell’oceano tecnicamente sale, ma viene espressa la velocità del movimento
nox  preziosismo enniano, del monosillabo in fine esametro
oceano  ablativo di provenienza (funzione originaria dell’ablativo indoeuropeo)
involvens  participio presente congiunto di nox
umbra / magna  sostantivo e aggettivo separati da cesura pentemimere (ABLATIVI DI MEZZO)
que  polisindeto dell’enclitico, va a finire nel verso successivo
mirmidoni  più propriamente dovrebbero essere i soldati tessali condotti da achille, ora defunto
verso 251  mirmidoni e teucri, a incorniciare il verso, uno da una parte e uno dall’altra
conticuere  verbo molto usato da Virgilio
fusi  indica sia LO STARE SDRAIATI, ma anche lo STARE SPARPAGLIATI (PARTICIPIO CONGIUNTO DI
TEUCRI)
iam-Argiva
instructis navibus  ABLATIVO ASSOLUTO, con valore temporale
tacitae – lunae  sperrung ordinamento chiastico
amica – silentia ABBA
verso 257  tritemimere / fatisque deum / eftemimere
defensus  participio congiunto da collegare a Sinon
patefactus  Congiunto ad equus (patefacio) con valore temporale
verso 260  cesura pentemimere femminile dopo laetique (più probabile)
oppure tritemimere/laetique cavo/eftemimere
laeti  preicativo dei soggetti che vengono dopo
robore  usato in senso generico, in modo particolare significa quercia
verso 261  tritemimere / sthenelusque duces / eftemimere
(background neoteerico di Virgilio, costruzione dell’esametro su dotti nomi greci, che vanno quasi a
riempire tutto il verso, anche dopo. Caratteristiche molto più frequenti nel Virgilio più giovane,
estremamente colta la costruzione e dotta, per un pubblico ristretto)
Lapsi  participio congiunto con i primi tre soggetti e con quelli successivi, da LABOR (scivolare)
Funem-acamasque
Que – que  anafora del que enclitico, costruzione polisindetica, riproduzione di un vezzo della poesia
Omerica. Polisindeto del que greco, che è molto simile a quello latino (stessa etimologia)
-te (ti epsilon)
Verso 263  tritemimere femminile / Neoptolemus / eftemimere
(feroce figlio di Achille che uccise Priamo)
Verso 264  tritemimere / et ipse doli / eftemimere
Epeos  suffisso in forma greca (alla latina sarebbe in -us)
Verso 267  pentemimere dopo socios
Caedo  PERFETTO. CECìDI
Cado  PERFETTO: CèCIDI
Accipio  a + capio  APOFONIA

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