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Lucca, data del timbro postale

Alla Cortese Attenzione del

GIUDICE ISTRUTTORE
Dott. Rosario PRIORE

Sua Sede Istituzionale

00100 ROMA RM

e p.c.

Al MINISTRO GUARDASIGILLI
pro-tempore

da Ciancarella Mario

55100 LUCCA LU

Egregio Dott. Priore,

Leggo finalmente le pagine (appena tre!) dedicate dalla Sua sentenza alla mia
posizione nella vicenda Ustica. Mi affretto allora ad esprimerLe alcune amare "valutazioni (naturalmente
mie personali)" di delusione per quelle che mi appaiono, a loro volta, come delle “Sue personali (ed
arbitrarie, a mio giudizio, perche' immotivate)" deduzioni, le quali non possono sottrarsi dunque ad
alcune mie profonde critiche e riserve. E poiche' la lealta', con qualsiasi interlucotore io sia stato costretto a
confrontarmi, e' un costume che mi sono sempre e comunque imposto (ancor piu' dunque con Lei e per la
Funzione da Lei rivestita), questo necessita che io torni a disturbarLa, forse, ma richiede di non nasconderLe
il mio libero e consapevole pensiero.

Quello che devo e voglio esprimerLe subito, con consapevole responsabilita', e' la profonda
amarezza e la conseguente cocente delusione per lo spessore umano dell'estensore (davvero inatteso, mi
creda) per come esso emerge dalla redazione di quelle tre paginette che, se non fosse per il rispetto che Le
porto, non esiterei a definire senz'altro miserevoli, ancor piu' che misere.

Se altrove nella sentenza Lei davvero avesse dato conto della "verifica dei fatti rappresentati", a
cui Lei scrive: "ci si induceva" in virtu' di una mia memoria, ebbene ne sarei lieto. Non sembra tuttavia, dal
capitolato in mia conoscenza, che Lei abbia poi dato realmente conto degli esiti di quelle verifiche. Ma
comunque sia le mie considerazioni di oggi rimangono indipendenti e forse indifferenti alle possibili analisi
che Lei potesse aver sviluppato a seguito delle indagini determinate dalla mia memoria. Come d'altra parte
mi sembra di poter dire che le mie considerazioni della precedente comunicazione a Lei diretta si sono
dimostrate comunque centrate, pur senza la preventiva conoscenza del testo della sentenza nella parte che
mi riguardava.

Era una memoria, quella cui Lei riferisce, presentata si' da me durante il secondo esame
testimoniale; ma da Lei stesso richiesta nel corso della prima audizione. Fu Lei a fissare, gia' nel verbale di
quella prima audizione del 23-4-92, un secondo ulteriore esame, precisando in quel verbale che si
convenisse che quella convocazione si ritenesse perfezionata senza ulteriori atti formali di convocazione.

E, Lei lo ricordera' certamente – e ritengo corretto ed importante ricordarlo qui -, Lei stesso mi aveva
invitato - per "ogni possibile evenienza di impedimento a presentarmi" - ad inviarLe comunque in plico,
prima di presentarmi, copia di quella memoria che Lei stesso mi invitava a predisporre su particolari molto
specializzati delle mie dichiarazioni, e sulla figura del Gen Tascio. Aspetti che, come Le dicevo nella mia
precedente, mi sembro' Le fossero ignoti sino a quel momento.

Oggi, nella Sua sentenza, la sequenza, concatenazione e motivazione di quegli avvenimenti e delle
audizioni succedutesi nel tempo appare quanto meno piu' evanescente e quasi condizionata da una mia
ritrosia iniziale, ovvero da una testimonianza centellinata e progressiva, quasi fossi un pentito di Mafia. Devo
ricordarLe che fu Lei invece a fissare, in successione, dei limiti progressivi e progressivamente meno angusti
alle mie deposizioni, come ben si evince da quella memoria che Lei cita. Fino ad arrestarsi pero' di fronte
all'estremo confine della corresponsabilitˆ politica nella strage. Un confine per Lei, evidentemente,
insormontabile.

In buona sostanza, ed e' bene dirGlielo subito, mi sono sentito materialmente violentato per una
seconda volta, pur lontano dalle mura di un carcere come Forte Boccea. Oggi tuttavia non ho piu' bisogno di
aspettare diciannove anni, come mi successe invece per la violenza di allora, per "superare la crisi" e
denunciare questa amarissima circostanza.

Cio' che piu' mi sorprende ed avvilisce e' che, pur nella abbondanza dei riferimenti ai miei presunti
"personalismi", manchi tuttavia l'analisi puntuale - che pur viene detto essersi svolta - delle circostanze e
delle motivazioni per cui le prospettive della strage da me proposte fossero da ritenere "inattendibili" e
dunque "inquinanti".

Non dovrebbe bastare, io credo, la affermazione che non vi siano riscontri al decollo del MIG da
Pratica di Mare, se poi quei riscontri negativi - come Le scrivevo in Dicembre - si evincono da risposte
tardive, nicchiose e spudoratamente false offerte, su Sua richiesta, da quegli stessi Enti e personaggi
assolutamente interessati a negare quella circostanza e verita'.

Non dovrebbe bastare, io credo, questa evanescenza della valutazione giudiziaria sul "mio
scenario" se poi non sono stati esplorati e valutati - come sembra di poter affermare scorrendo il capitolato
della sentenza - ne' il contesto politico nazionale, ne' quello internazionale in cui si consumo' la strage. Ed
appare riduttivo, ed indegno della Magistratura, accontentarsi delle versioni Cossighiane o di altri
Parlamentari, come vedremo, che collegando quella ed ogni altra strage alla condizione di Guerra Fredda tra
i due blocchi, ritengono di poter rivendicare la competenza esclusiva degli storici sulle dinamiche stragiste.

Non c'e', non c'e' ancora almeno, alcuna Legge di un Parlamento Sovrano che stabilisca sanatorie -
cui a quel punto la Magistratura, soggetta esclusivamente alla Legge vigente, debba inchinarsi - per le
responsabilita' stragiste consumate in virtu' della condizione internazionale e di schieramento. Mi sembra
anzi che la evoluzione del Diritto e della Coscienza e Civilta' Politica tenda ad assoggettare anche le azioni
belliche in quadri definiti di legittimita' di impiego della violenza, fuori dai quali si prevedono incriminazioni per
Crimini di Guerra e Crimini (imprescrittibili) contro l'Umanita' per violazione dei Diritti Fondamentali della
Persona Umana. Mi corregga, La prego, se cosi' non fosse.

Sarebbe sempre necessario spiegare, Dott. Priore, e al di la' dei miei presunti ed inattendibili
personalismi, come fosse possibile che Gheddafi decidesse - e potesse ottenere - il consenso di recarsi a
Varsavia, proprio nei giorni in cui era ospite ufficiale del Governo Polacco - e segnatamente del Ministro della
Difesa Jaruzelsky - un nemico "insanabile" del regime libico: il Ministro per la Difesa della Francia, una
Nazione umiliata militarmente e diplomaticamente da appena due mesi dalla Forza Militare Militare e dalla
astuzia politica di Gheddafi.

Sarebbe sempre necessario spiegare come e perche' quel volo, gia' cosi' strano ed "improbabile" in
se stesso (a meno che si trattasse, come poi io ho ipotizzato, di una inizialmente riuscitissima trappola
diplomatica per il leader libico), possa essere stato autorizzato al sorvolo dell'Italia su una rotta diversa da
quella richiesta, costringendolo cioe' ad attraversare internamente il nostro "Territorio Spazio Aereo" e non
tangenzialmente ai suoi estremi confini meridionali.

Sarebbe necessario capire e sapere “chi e perche’” dei nostri Servizi di Informazione avverti’
Gheddafi, come egli stesso dichiarera’ nel 1994, di sparire dai nostri cieli poco per sottrarsi ad un
“gravissimo pericolo”.

Diverrebbe dunque necessario a mio parere conoscere e capire il perche' del comportamento del
SIOS del Gen. Tascio in riferimento a quella autorizzazione al sorvolo, invece che aaccontentarsi delle sue
oscene dichiarazioni di incompetenza su quelle autorizzazioni, quasi che il SIOS Aeronautica fosse e sia una
specie di Ufficio "passacarte".

Sarebbe forse necessario leggere piu' attentamente la evoluzione dello scenario politico e chiedersi
come mai il Governo Cossiga avesse promosso alla Direzione del SIOS proprio "quel" Generale Tascio,
benche' egli fosse stato appena esautorato dal Comando della 46^ AB a seguito di una inchiesta voluta e
disposta dal Presidente Pertini e svolta dal Capo di Stato Maggiore Generale Cavalera.

Sarebbe necessario leggere quali siano stati i riflessi sulle relazioni internazionali della evoluzione
"Cossighiana" nella nostra Politica Nazionale, e segnatamente sui rapporti con la Libia di Gheddafi. Per
capire alfine, in quei mesi preparatori alla strage e fino al 25 Giugno 1980 (giorno di una sconcertante
audizione del Ministro per la Difesa al Senato in Commissione Difesa), quali possano essere stati i ruoli degli
onorevoli Cossiga e Lagorio nella pianificazione e disposizione esecutiva della strage.

Non mi sembra tuttavia che siano rintracciabili tracce di simili analisi nel Suo pur poderoso lavoro di
indagine. Ed io ritengo che quelle analisi fossero invece propedeuticamente necessarie per poter definire
inattendibili ed inquinanti i miei contributi ed inaffidabile la mia personalita'.

Non esprimero' comunque eccessive ulteriori considerazioni sulla vicenda specifica di Ustica rispetto
a quelle che gia' Le inviai in Dicembre, relativamente ai limiti politici e materiali - imposti e subiti (e mi
auguravo "non assecondati") - che si opponevano ad una Sua piena azione investigativa. Ne’ avevo
tralasciato di sottoporLe alcune rispettose riserve sulle modalita’ di verifica dei contribuiti che io avevo pur
cercato di offrire a quelle Sue indagini.

Puntualizzero' eventualmente solo alcuni ulteriori "piccoli e necessari rilievi" su quella indagine,
partendo tuttavia dalle Sue valutazioni relative alla mia persona ed al mio contributo "inquinante".
Rimarro' dunque prevalentemente in quell'ambito "personale" cui Lei riferisce costantemente ed in cui
relega, quasi con accanimento, ogni mio intervento a chiunque esso sia stato diretto.

Si dimostra e si conferma, in quelle pagine della Sua sentenza, il grande e starei per dire immenso
potere che la Costituzione consegna ed attribuisce alla Magistratura e, per essa, ai suoi funzionari titolari di
indagini. Uomini che dovrebbero parlare "solo per atti" e rimanendo strettamente soggetti alla Verita' ed
all'imperio della Legge.

Un potere che puo' divenire un'arma terribile e devastante se utilizzato contro inermi cittadini per fini
personalistici e con metodi estranei a quelli dettati e disposti dalla Legge. Ma, come Le scrivevo gia' in
Dicembre, non sara' questa circostanza - anche se essa si concretizzasse contro di me - a farmi transitare
nelle fila di coloro che invocano, a proprio esclusivo interesse, la destrutturazione dei poteri affidati alle
funzioni della Magistratura.

Gli interessi pubblici e privati ed i diritti soggettivi la cui tutela e' affidata e demandata alla
Magistratura sono tali e di tale rilevanza che ogni personalismo che attenti ai poteri della Magistratura
apparirebbe un imperdonabile edonismo piuttosto che una rivendicazione di Sovranita' ed un richiamo ai
vincoli di Legalita'. E' solo nell'aperto - anche se spesso impari - confronto con i "poteri istituzionali" infatti
che il cittadino ordinario puo' evidenziarne gli eventuali abusi e deviazioni e dare dignita’ alle sue eventuali e
conseguenti denunce.

Quello che rimane infatti, alla personale Sovranita' di ciascun cittadino aggredito indebitamente ed
ingiustamente dai poteri istituzionali e funzionali dello Stato, e' il diritto soggettivo di contestare e denunciare
l'inaccettabile uso improprio e devastante che singoli funzionari possano aver fatto di quei poteri che erano
stati loro affidati per esclusiva garanzia della Legalita' e tutela dei Diritti Fondamentali della Persona Umana,
pur avuto riguardo ai preminenti interessi dello Stato. E di farlo in tutte le forme che si rendano possibili e nei
luoghi deputati ed assumendone la responsabilita'. Accettando cioe' di portare e pagare i costi degli esiti di
quei conflitti. Esiti non automaticamente desumibili per pura ragione etica o valoriale.

Il cittadino di fatto costringera' allora lo Stato a dichiarare apertamente quali siano i "suoi specifici
interessi" che quello Stato ritenga prevalenti anche sui Diritti Fondamentali della Persona Umana, per
quanto dichiarati inviolabili. Quegli "interessi" - cioe' quella "Ragion di Stato" - andranno allora dichiarati in
trasparenza e non surrettiziamente salvaguardati attraverso l'uso della immotivata diffamazione delle
persone e con alterazione strumentale della verita' dei fatti e delle circostanze, documentalmente fissati.

Bisognerebbe avere cioe’ il coraggio di affermare e rendere evidente e noto alla pubblica opinione ed
al consorzio civile che i Diritti Fondamentali della Persona Umana sono o potrebbero essere alcune volte ed
in alcune circostanze (comunque "troppe", quelle volte e quelle circostanze, nella mia personale cultura)
considerati beni “espropriabili” per l’esclusivo “interesse dello Stato”, come qualsiasi altro bene materiale.
E che, al contrario dell’esproprio di questi ultimi, i Diritti Fondamentali della Persona possono espropriarsi
senza alcuna procedura di ingiunzione e senza obbligo risarcitorio da parte dello Stato. Men che meno
dunque nel rispetto di procedure trasparenti ed opponibili. Capisco che questo crei disagio agli operatori del
"Diritto dello Stato".

"In fin dei conti" e’ cosa certamente piu’ delicata di un semplice esproprio di terreni. Si tratta infatti,
nel quadro di quegli "interessi di Stato", di espropriare della vita alcuni cittadini (anche a soli fini "dimostrativi
ed esemplari") e di impedire contestualmente la rivendicazione del diritto di denuncia di quell'abuso da parte
di terzi, dichiarando questi ultimi inaffidabili ed inattendibili e dunque “pazzi”.

E bisogna che questa mostruosa caricatura di Stato (trasformatosi da Stato di Diritto in Diritto di
Stato) sia assolutamente in grado di non ripetere gli stessi "errori" storici commessi da altri e recenti regimi
politici, con la emanazione di Leggi Razziali ovvero con la istituzione di Tribunali Speciali e con la
conseguente emanazione di sentenze giudiziarie omologhe e funzionali alle attese del potere. Errori che si
sono mostrati fondamentali per comprovare indubitabilmente ai posteri la natura deviante e mostruosa dei
sistemi che quelle condizioni avevano dettato e costruito per garantirsi legittimazione e liberta' di azione.

Ed e' proprio questo diritto di rivendicazione e di Sovranita’ che oggi intendo allora esercitare in
questa sede. L'unica che Lei mi lasci con la Sua sentenza, la quale confeziona per me una perfetta alea di
inaffidabilita' e ricerca di autoaffermazione personalistica (per consumare, lasciano intendere le Sue parole,
una specie di vendetta privata contro la Aeronautica da parte del sottoscritto). La Sua sentenza inibisce al
tempo stesso ogni diversa forma di appello formale contro le Sue argomentazioni, o possibilita' di adire sedi
idonee e deputate a dirimere il conflitto tra le Sue affermazioni e le mie rivendicazioni.

Un risultato invero eccezionale (e come avrebbe potuto non esserlo, visto che e' dettato dalla Sua
"Alta Funzione" di garanzia e dalla Sua profonda e “personale” competenza e fama di correttezza formale
e personale?). Una "astuta soluzione" (non mi sento di poterla definire in altra maniera) realizzata attraverso
quella apparente altalena tra accredito di "buona fede" e micidiali bordate di discredito assoluto.

A questa mia "fama di inaffidabilita'", perfettamente costruita sebbene niente affatto motivata, puo'
cosi' far ricorso ogni Suo collega di funzione che intenda sottrarsi pavidamente ai vincoli ed ai doveri di una
qualsiasi indagine giudiziaria.

Il paracadutista Scieri vittima di uno scellerato e truce delitto? E chi lo dice, Ciancarella? Ma via,
Ciancarella e' un noto fanfarone, personaggio inattendibile ed inaffidabile. Lo ha detto anche Priore
nella Sua sentenza su Ustica. Pochi di costoro, in realta’, avranno poi letto anche un solo rigo della Sua
sentenza e della stessa parte che mi riguarda. Ma questo particolare non e' poi cosi' rilevante, per i Suoi
colleghi e per frettolosi operatori della informazione, se si puo' citare una fonte autorevole come e' Lei, Dottor
Priore!

Mi sembra proprio di essere a teatro e di ascoltare quella famosa romanza che inizia dolcemente e
sommessamente con: "La calunnia e' un venticello", per poi esplodere, in un perfetto connubio tra musica
e parole, in quel poderoso "come un colpo di cannone" che nulla lascia alla immaginazione, e illustra
perfettamente gli effetti devastanti dell'acme della azione diffamatoria.

Puo' accadere tuttavia che l'obiettivo delle micidiali bordate, per quanto esso sia raggiunto da quei
"colpi di cannone" e schiacciato dalla superiorita' di fuoco di quell'aggressore, non per questo sia vinto e
ridotto al silenzio. E sappia e voglia piuttosto trarre da queste aggressioni nuova linfa per rinnovare la sua
instancabile ed incessante denuncia. Anche se questa fastidiosa resistenza sara' ricondotta e ridotta dagli
assalitori alla rinnovata accusa di una sorta di piagnisteo infinito che la vittima tornerebbe a recitare su di se’
e per "proprie e personali vicende".

“Personali vicende”? Ce n'e' forse di altro tipo nella storia di un uomo, dottor Priore, se non
esperienze e vicende "personali"?

Ma, scusi, non e’ stata forse "personale" anche la Sua esperienza umana e professionale che L'ha
vista titolare per dieci anni della indagine su Ustica? E Lei non senti' forse come "personali e
personalmente diffamatorie" quelle basse insinuazioni che cercarono di discreditare la Sua attivita'
investigativa riesumando le foto della Sua “personale” partecipazione alla festa americana di conferimento
al Sig. Bettino Craxi del prestigioso riconoscimento di "Uomo dell'anno"?

Non e' forse piu’ strumentale ricorrere allora alla generica e nebulosa evocazione delle mie
"vicende” per definirle “personali” e, pur senza darne alcun completo e reale riferimento, cercare di
screditare dunque l'impegno di tutta una vita di un uomo? La diffamazione, dottor Priore, si concretizza come
ben vede nella natura stessa di un atto, e non e’ diversamente valutabile se esercitata attraverso atti di Alti
Funzionari, anche della Amministrazione della Giustizia, ovvero da torbidi personaggi della piu’ infima
specie. Non crede?

Ora, nelle tre paginette della Sua sentenza cui oggi riferisco, Lei parla ripetutamente, come
vedremo, di mie "segnalazioni ed esposti che in parte contengono riferimenti e circostanze che
potrebbero essere definite private", e di "argomentazioni in cui (...) si innestano proprie vicende
personali gia' proposte in suoi precedenti scritti e segnalazioni". Ma si ferma qui.

Lascia intendere la loro irrilevanza per gli esiti delle Sue indagini, pur senza motivare, e introduce,
pur senza esplorarle, strane "atmosfere torbide", come in quel tratto in cui dice: "osservazioni e
considerazioni che appaiono ispirate, o quanto meno influenzate, dal particolare rapporto con
l'Aeronautica".

Le assicuro che non c'e' altra natura, nel mio rapporto con la Aeronautica, se non quella feroce
determinazione a rimanere fedele ai vincoli del giuramento prestato ed alla esclusiva lealta’ al Popolo
Italiano contratta in quel giuramento da Ufficiale, e da Ufficiale della Aeronautica.

E’ stata allora certamente una mia giusta intuizione quella di inviarLe nel Dicembre scorso anche i
due “capitoli finali” del mio tentativo di scrivere una memoria della mia esperienza umana e militare,
laddove racconto davvero delle mie esperienze “piu’ direttamente personali”.

Si’ e’ vero, ho vissuto - e sono stato costretto a farlo - anche fatti trucemente ‘personali’, come la
violenza materiale subita nel carcere di Forte Boccea e come la sistematica e terribile aggressione alla mia
vita privata e familiare, con la distruzione cinica dei rapporti e dell’affetto dei miei. Quelle vicende “personali”
si sono accumulate alle vicende “professionali”, e tutte sono state determinate dalle azioni criminose,
criminali e criminogene consumate da turpi individui e criminali come il Generale Tascio.

Crede davvero sia stato un caso, o una loro estemporanea quanto ingiustificata dimostrazione di
pura crudelta' e cinismo, questo massacro continuato che essi hanno consumato nella "mia vita privata", o
potrebbe anche sospettarsi che quelle turpi azioni fossero determinate dal pericolo che io potevo costituire
per le loro dirette responsabilita' nelle "vicende professionali" che io andavo denunciando?

Inviai quei capitoli alla Sua attenzione perche’ Lei potesse valutare correttamente e liberamente se
quei “fatti personali” avessero realmente inciso nella limpidezza del mio comportamento istituzionale per
contrastare quei crimini contro i terzi che si andavano consumando. Io sono certo di non aver elaborato
alcuna ricerca di “vendetta”. Cosa che avrei anche potuto fare; ma allora avrebbe dovuto essere ben altra, e
fondata sulla pura violenza, una reazione efficace ed adeguata alla offesa ricevuta.

Io sono invece certo di aver elaborato solo la testarda determinazione di costringere i miei
interlocutori a confrontarsi pubblicamente sui fatti e sui valori, cui ciascuno intenda riferire e che di fatto
incarni nella sua attivita’ professionale ed in ogni espressione della sua personalita’. Solo da questo
durissimo confronto, ne sono certo, alla fine potra' emergere comunque chi sia il vero "traditore del Paese"
e chi invece lo abbia servito con assoluta abnegazione e fedelta'.

E non importa che la verifica della storia ci possa trovare ancora vivi. Anche il primo uomo caduto
sulla spiaggia di Okinawa o in Normandia, senza avere il tempo di sparare un solo colpo, aveva coscienza di
contribuire ed in misura fondamentale, con la sua pur eventuale morte, apparentemente inutile, alla vittoria
finale. Ma bisogna trovare coraggio, motivazione e determinazione sufficienti per lasciare il riparo e la
sicurezza dei "mezzi da sbarco" ed esporsi al fuoco dell'avversario. Egli infatti non abbandonera' le sue
posizioni e non liberera' "la spiaggia" per un libero gesto di arrendevolezza. Egli va combattuto apertamente.

Lei invece, nel confronto con i poteri forti autori della strage e dell'occultamento delle
responsabilita', si rintana e si acquatta; e rimane nel silenzio della Sua olimpica sovranita’ nel confronto con
la mia diversita' e trasparente e responsabile denuncia, e si limita a definire piuttosto me "inattendibile ed
inquinante".

Certo, se un Ufficiale ed un Uomo vede trasformarsi le sue denunce di ruberie e delitti gravissimi che
siano stati consumati nel proprio ambiente professionale, in capi di imputazione contro se stesso; e se quelle
accuse surrettizie vengono poi a trasformarsi in evanescenti ed alchemiche soluzioni processuali (finalizzate
comunque alla applicazione di misure disciplinari devastanti e sottratte ad ogni verifica di legittimita’); ovvero
se si lasciano poi affogare le sue reiterate ed instancabili denunce nel silenzio e nella sprezzante
indifferenza di "sentenze prive di dibattimento", tutto e’ possibile dire di quell’Ufficiale, o di quell'Uomo.

Ma Lei oggi, come i Suoi colleghi di allora, dimentica di dire (nel mentre enumera le mie imputazioni)
che quelle denunce, divenute apparenti surrettizie ed improbabili imputazioni prima ed assoluzioni
alchemiche poi, erano - e sono sempre state – “atti dovuti”. E non solo per motivazioni “etiche” (come poi e'
invece accaduto nelle vicende di Ustica o del Paracadutista Scieri); ma per via di una circolare della Procura
Generale della Corte dei Conti che faceva obbligo ad ogni Ufficiale responsabile di un servizio (e vorrei
ricordarLe che per ogni Ufficiale proveniente dai ruoli della Accademia e’ stabilito che egli sia in “Servizio
Permanente Effettivo”. E le parole hanno sempre un senso, e non solo quando faccia piu’ comodo o
piacere) di denunciare “ogni fatto e circostanza - di cui fosse stato a conoscenza - che potrebbe indurre
(“potrebbe indurre”, Dott. Priore, e non “che abbia gia’ indotto”) danno all’Erario.

Ricordava, quella circolare, richiamata con evidenza e rilevanza in un Ordine del Giorno del
Comandante Generale della II^ Regione Aerea Gen. Pesce del Maggio 1979, come la omissione o il ritardo
della denuncia da parte di quell’Ufficiale avrebbe comportato al medesimo la estensione delle eventuali
responsabilita’ penali e del danno erariale, anche solo potenziale, che si fosse consumato o avrebbe potuto
consumarsi a causa della omissione della denuncia (in perfetta omogeneita’ con i principi di responsabilita’
legati alla “consegna militare”). E che pertanto quell’Ufficiale sarebbe stato chiamato a rispondere allo
Stato, oltreche’ delle responsabilita’ penali emergenti dalla omissione, anche della entita’ materiale del danno
indotto e dunque a corrispondere allo Stato medesimo le cifre relative, con obbligo di rimborso esteso
anche agli eredi dell'Ufficiale.

Io credo, ed ho sempre creduto, che tale altissimo criterio di responsabilita’ non potesse e non
dovesse essere giocato sulla base di personali interessi, o sulla base dei pericoli che potessero venire alla
propria carriera e persona dalla doverosa denuncia.

Oggi Lei invece mi dice, e lo conferma a tutti coloro che intendano proseguire nella loro aggressione
sistematica alla mia persona (in quanto irriducibile antagonista di ogni crimine e devianza istituzionale), che il
mio e' stato e va considerato “metodo personalistico e dettato da un particolare rapporto con
l’Aeronautica”. Lei afferma cioe’ che sono l'onesta', la fedelta' e la correttezza a poter e dover essere
perseguite e stigmatizzate piuttosto che il loro tradimento.

Mi fa "piacere" prendere atto (ma lo faccio con estrema delusione) di questo sconcertante
messaggio che Lei lancia a tutti gli uomini in armi: “Ognuno si faccia i fatti propri, curi i propri interessi, e
pensi alla sua personale famiglia. Nessuno ambisca di poter e voler tutelare l’interesse dello Stato,
dei suoi Cittadini e dei loro piu’ alti principi e valori di democrazia, tenendo conto dei gravi pregiudizi
che ne potrebbero derivare agli interessi personali e privatistici, che vanno considerati prevalenti, e
che sarebbero comunque utilizzati per svilire ogni eventuale denuncia di devianza ambientale ed
istituzionale”.

Sarebbe necessario pero' che Lei a questo punto dicesse anche quale pensa sia stato allora, a Suo
giudizio (anche se a questo punto mi e' facile intuirlo), il “personale rapporto con il Paese e con la
Costituzione” evidenziato dai Capi di Stato Maggiore che Lei ha dovuto sentire nella vicenda Ustica.

Se oggi, a vent’anni da quella strage deliberata il Gen. Arpino “confessa” a Lei ed al Paese, nei suoi
organi Politico-Istituzionali di Indagine, che “ebbene si’, il MIG potrebbe non aver volato in quel 18
Luglio, come si era sempre sostenuto, ma anche in qualche giorno precedente”, cosa dovrebbe
concludersi in ordine alla lealta' dei Vertici Militari?

Ed il CSMA - promosso politicamente al rango di CSMD subito dopo la audizione in Commissione


Stragi che sto citando - "confessava" altresi' che la menzogna sul MIG potrebbe essere stata costruita (e
avrebbe ben potuto essere "giustificata", secondo la cultura istituzionale di quel prestigioso teste, la sua
conseguente opposizione al Governo ed al Parlamento, oltreche' alla Magistratura, si lasciava intendere in
maniera trasparente. Ed e' questo l'aspetto devastante di una simile cultura della "legittimazione del segreto
militare"!), per ragioni di "mera transazione commerciale" con l'Intelligence Americana, a causa del valore
di scambio delle informazioni su quel MIG che, diceva il Gen. Arpino, "ci era piovuto dal cielo", quasi fosse
una "manna".

E mi chiedo e Le chiedo allora: “perche’ Lei e gli uomini della Politica Istituzionale Vi
accontentate di questa confessione per certificare una rinnovata lealta’ dell’Arma al Paese e non
ritenete piuttosto di fissare con certezza (e pretendere che sia fissato in verita', una volta per tutte)
almeno il quando, in realta’, volasse quel velivolo?" E ancora Le chiedo: "Perche’ ritenete da escludere
che quel MIG volasse, come affermavano l’inaffidabile Ciancarella ed il deceduto Marcucci, nella
stessa giornata del 27 Giugno”?

A me sembrava invece un aspetto di assoluta rilevanza e dunque da approfondire, visto che e’ lo


stesso CSMA ad affermare davanti alla Commissione Stragi che certamente i libici non sarebbero stati
in grado, al tempo della strage ed ancora oggi, di svolgere una simile missione e manovra di
penetrazione partendo da basi in territorio libico. Di piu’. Il Gen. Arpino arriva ad esprimere riserve che
una simile missione possa essere svolta, nell’oggi, anche da uomini e mezzi delle nostre stesse Forze
Armate!

Ma Lei non sembra curioso neppure di fissare il “dove e da dove e come” quel velivolo ostile inizio’
il suo tragico volo, senza essere avvistato. Ne’ Lei, come anche i Parlamentari, ritiene di dover capire perche’
una “transazione commerciale” debba e possa essere comunque occultata ben oltre i tempi del suo
perfezionamento.

Oh, e’ certamente piu’ affidabile delle parole di un qualsiasi Ciancarella, e da accogliere dunque con
rispettosa gratitudine, la ammissione, forse solo un po’ tardiva, di un cosi’ Alto Ufficiale, e la sua
giustificazione alla indecorosa ed annosa menzogna: “La Aeronautica (la “sua” Aeronautica, mi consenta, la
Aeronautica di Ufficiali conigli e cialtroni, non la mia) sentiva una parte stessa del Parlamento come
rappresentante del nemico (sovietico)”. E si comportava di conseguenza sentendosi legittimata a farlo.
Cosi’ e’ certificato il pensiero del nobile Generale Arpino nel verbale della sua audizione in Commissione
Parlamentare.

Ed e’ proprio questo “presunto diritto alla menzogna” ed “all’Alto Tradimento eversivo” contro
Organismi e Parlamentari liberamente eletti dal Popolo che anche Lei ha certificato oggi e confortato nella
sua pretesa legittimazione.

E’ evidente l’essersi creato o ristabilito nel tempo un nuovo rapporto fiduciario tra Lei, come Ufficio,
ed i rinnovati e “democratici” vertici militari, se Lei puo’ citare nella Sua sentenza e prima di averne ricevuto
copia da me (cosa che avverra’ solo in Dicembre dopo il deposito del Suo lavoro) una mia personale
comunicazione diretta al CSMD Gen. Arpino, segnalando la mia indignazione evidente in quella
comunicazione. Certo che ero indignato, e lo sono tuttora ed ancora di piu’ se possibile, perche’ la Verita’ o e’
consegnata tutta e tutta interamente, o diviene solo una squallida mistificazione a proprio personale ed
esclusivo vantaggio.

Vede, ci sono evidentemente modi “personali e personalistici” per interpretare anche la natura
delle audizioni dei diversi testimoni davanti al Suo Ufficio e davanti alla Commissione Stragi. Ma, pur volendo
comprendere la diversa "disponibilita'" degli Uffici per questo o quello dei testimoni in considerazione della
diversa rilevanza delle funzioni rivestite e degli incarichi svolti dai testi, non si dovrebbe alterare la realta’ dei
fatti, come anche Lei purtroppo fa con deludente evidenza.

Io ho riconosciuto al CSMD Gen. Arpino una certa dose di coraggio nel rompere le antiche
consociazioni omertose, consapevole per di piu’ del rischio concreto e materiale che avrebbe potuto
derivarne alla sua persona. Un rischio che egli stesso ha in realta’ denunciato di fronte a svogliati
Parlamentari affermando che il suo atteggiamento collaborativo “costa all’interno e mi e’ costato”.
Qualcuno avrebbe potuto e forse dovuto chiedersi e chiedere che senso avessero quelle parole, dette da
parte del Capo Supremo dell’Arma, sottratto ormai ad ogni valutazione interna per la definizione della sua
eventuale ulteriore carriera verso il Vertice dei Vertici, e divenuta ormai di esclusiva pertinenza e competenza
politica. Egli, il Gen. Arpino, era inoltre detentore del piu’ alto potere disciplinare che in un Paese sia affidato
ad un qualsiasi funzionario. Eppure dice di “costi” che avrebbe dovuto pagare e temerebbe di dover ancora
pagare all’interno della Sua Organizzazione. Nessuno ha chiesto nulla.

E non basta leggere poi, nel corso del resoconto stenografico, che quel costo si sarebbe condensato
in un esodo di trecento piloti combat-ready demotivati dalla “passivita’ del loro capo”. Non basta perche’ si
legge precedentemente che “la gente vorrebbe gesti violenti” e che “i giovani entusiasti e puri (??)
vorrebbero vedere il loro capo reagire, ma egli non vuole, non deve e non puo’ farlo”. Tutte
affermazioni di inaudita gravita’ perche’ denunciano minacciose volonta’ eversive che potrebero “costare
caro”, addirittura al Capo di Stato Maggiore. Una gravita’ che non solo non e’ raccolta, ma neppure
minimamente avvertita da interlocutori politici evidentemente frettolosi di chiudere finalmente con questa
storia di Ustica.

Io l’avevo colta, pur senza aver precedentemente letto le parole del CSMD, quella potenzialita’
eversiva e la minaccia reale che poteva conseguenytemente concretizzarsi contro il “delatore”, e ne ho
parlato apertamente al Generale Arpino in quella comunicazione che Lei cita in sentenza. Ma al tempo
stesso non ho consentito che fossero sufficienti parziali e neghittose confessioni sulla realta’ dei fatti.

Ricordare al CSMD i “pregressi episodi”, come Lei li chiama, significava molto semplicemente
affermare che non si puo’ inventare la diretta partecipazione ad un progetto stragista, volontario e
premeditato, contro un velivolo carico di passeggeri civili, se non ci si e’ gia’ misurati con un lungo e
precedente allenamento ed una progressiva consociazione al crimine politico-militare in altri efferati
delitti e nelle operazioni necessarie di depistaggio delle indagini ed occultamento delle
responsabilita’. Lei non condivide?

O forse Lei crede possibile che un Generale, dopo una carriera integerrima, si svegli un mattino e
possa decidere cosi’, semplicemente, di entrare a far parte di una consociazione criminale finalizzata alla
truffa sui carburanti, alla estorsione di privati imprenditori, alla esecuzione di stupri dimostrativi e di stragi
risolutive del conflitto sociale e del pericolo di successo elettorale della “insorgenza comunista”, ed infine
all’occultamento sistematico delle responsabilita’ per ciascuno e tutti di questi delitti?

Essi tutti hanno cominciato fin “da piccoli”, rubando l’acqua minerale dalle mense di Reparto, poi le
bistecche ed i pranzi, poi i reali natalizi per mogli ed amanti, sempre stringendo maggiori vincoli di “favori
ricevuti e prestati” con i vertici politico-militari delle cupole criminali che si andavano consolidando. Hanno
rubato sulle commesse di armi e aeroplani, hanno lucrato sui beni fondamentali di un Paese e dei suoi
cittadini svendendosi a volonta’ straniere, ai loro interessi politici, ed ai loro soldi per “interessi ed avidita’
privati e personalistici”.

E’ questo che Lei, e quanti con Lei, avete finto di ignorare – di piu’, avete legittimato -
scegliendo per referente privilegiato per l’orientamento delle vostre indagini proprio coloro che le
avevano compiute e che sottraevano con sistematica volonta’ documenti e testimoni, non
disdegnando ulteriori omicidi.

Lei ha finto di dovere e volere investigare su un unico delitto ed un’unica trama, ben sapendo
invece che, senza intercettare il vertice politico-militare di quella trama e di quel delitto, e senza
intercettare il complesso dell’ordito che aveva determinato quello specifico delitto e quello specifico
tratto della trama piu’ generale, avrebbe dovuto infine collaborare alla materiale soppressione di ogni
ostacolo che si frapponesse alla loro impunita’. Negando, di fatto, che esistesse un “problema
ambientale”.

E di doverlo fare con le armi piu’ astute del Diritto Positivo, contribuendo al rischio di
trasformare l’esercizio della Giustizia in una rinnovata Carnevalata. Ma anche gli “scherzi di
Carnevale”, alla fin fine sono decifrabili ed intercettabili ad una volonta’ attenta, quand’anche quegli
scherzi si fossero mascherati in un’alea di sentenziosa serieta’.

Ma anche nella consociazione al male io credo debbano esistere criteri di “serieta’”. Ora invece Lei
riferisce alle “mie personali vicende” in una maniera totalmente artefatta, ed io credo nella piena
consapevolezza di farlo, quando afferma: “Questo esame (quello cioe’ cui venni sottoposto il 27-28
Gennaio 1994) rappresentera’ poi il prologo della sua (cioe’ mia, del Ciancarella) audizione in
Commissione Stragi, che avvenuta nel 1995, era stata richiesta insistentemente dallo stesso
Ciancarella. L’audizione fu obiettivamente deludente, atteso che a fronte delle mirate e circostanziate
domande della Commissione, Ciancarella forniva risposte evasive ed inconcludenti”. E via, con la
saga della inattendibilita’, evasiva ed inconcludente. Obiettivamente deludente.

Lei pero’ non riferisce il vero, perche’ sa bene che, come accerta la verbalizzazione
dell’audizione, fu il Presidente Pellegrino ad escludere ed inibire preventivamente e preliminarmente
ogni mia ripetizione e rinnovazione novellistica di quanto verbalizzato davanti al Giudice Priore, in
quanto materia che si dava per acquisito fosse nella conoscenza dei Commissari. Cosa rivelatasi
assolutamente non rispondente al vero ed estranea alla conoscenza ed all’interesse dei membri di
quella Commissione. I quali ultimi, come ben evidenzia il verbale di quella audizione, si sono ben
guardati dal dal porre domande mirate e circostanziate.

Lei dunque di fatto mente. Perche’ sa benissimo che io sono stato forse il primo ed unico
teste davanti a quella Commissione Parlamentare a non aver cercato di rappresentare scenari ed
interpretazioni personali e personalistici per la strage (il confronto con le “teorie bomba” sostenute
dal defunto Dott. Parisi e dall’ex Sottosegretario Zamberletti sono a questo proposito quanto di piu’
ridicolo – se non fossimo in una vicenda tragica, drammatica e sanguinaria - possa registrarsi nella
“letteratura” su Ustica.)

E sa che io non ho certamente utilizzato in quella sede dinamiche di affabulazione (quali ad


esempio quelle utilizzate dal sen. Cossiga sui riferimenti alla Guerra Fredda e con le sue interessate
prospettive, assolutamente rovesciate ed opposte alle mie).

Ed ancora sa che io sono uno dei pochi, se non l’unico, ad aver sollevato piuttosto il
problema della natura politica della mancata individuazione dei responsabili di strage. Ad illustrare
cioe’ una condizione di sudditanza sottoscritta con gli Stati Uniti di cui sono stato diretto e
interessato testimone. Una sudditanza dalla quale e’ derivata, indubitabilmente ormai (anche grazie
alla imponente documentazione storico-giornalistica-giudiziaria), ogni consumazione di strage
terroristica sul nostro territorio e contro inermi cittadini.

Lei non credo abbia alcuna legittimazione, almeno io ne sono convinto, ad esprimere sentenze su
quelle mie dichiarazioni in sede politica e di natura politica, e neppure sulla volonta’ altrettanto politica di
quella Commissione di non voler tenere in alcun conto la mia dichiarazione, verbalizzata in atti di quella
audizione, di essere stato messo a conoscenza da parte dei miei “reclutatori statunitensi” di
protocolli segreti sottoscritti da De Gasperi che sanzionavano la nostra piena sudditanza al dominio
statunitense sul nostro territorio e sulla nostra Sovranita’, anche se cio’ avesse contemplato, come
era evidente da quei protocolli che sarebbe accaduto, il ricorso alla violenza ed alla consumazione di
stragi.

Anzi, come Le ricordavo nella mia precedente, e’ Lei piuttosto che, mentre si preoccupa di valutare i
miei atti politici e di sentenziare di una mia generica potenzialita’ inquinante, ha poi in realta’ subito in silenzio
e con assoluta inerzia giudiziaria la stolida affermazione di un Ufficiale cialtrone il quale Le confermava la
circostanza che la nostra Sovranita’ fosse inesistente e servilmente accettata come una “ordinarieta”, a suo
parere comunemente condivisa nelle Forze Armate (condivisa da tutti forse, certamente non da me).
Quell’inaccettabile reato si consumo’ davanti a Lei, e nel pieno esercizio delle Sue funzioni Giudiziarie, ma
Lei era evidentemente distratto e troppo concentrato su altre emergenze, per poter valutare sotto il profilo
penale una simile devastante conferma di svendita del Paese.

Certamente oggi Lei sara’ piu’ attento e determinato nello stigmatizzare le mie odierne parole ed
affermazioni. E torno a pregarLa di farlo con trasparenza e limpidezza ed in assoluta severita’, ma senza
rifugiarsi nell’astioso rancore “personale”, che colpisce nell’ombra e con mezzi non diretti ed occulti.

Certo, se raccontare a dei Parlamentari un tentativo di arruolamento alla Intelligence straniera


significa meritare un sarcastico e sconcertante “Beato Lei che ha resistito” (come risulta dal verbale) da
parte di un improbabile onorevole Della Valle (forse tanto abituato a difendere nelle aule giudiziarie il diritto
processuale di suoi “importanti clienti, imputati di gravissimi reati” da non riuscire ad avvertire la necessita’ di
rispettare quantomeno la “stupidita’” di chi, come me, non si sia lasciato irretire da mazzette e prospettive di
vita agiata e avvincente - anche se seminata di qualche necessario “cadavere” -), e’ ben difficile che altri
uomini in armi possano domani sollevare la testa e rivendicare la nobilta’ del proprio giuramento sapendo
che sarebbero esposti al dileggio dei Parlamentari ed alle sentenze di inaffidabilita’ di Magistrati “seri ed
onesti”.

Dunque Lei, Dottor Priore, che lo voglia ammettere o meno, ha contribuito in maniera inaudita
al radicamento di una cultura di ignobilta’ e infingardaggine e Alto Tradimento che viene da sempre e
a piene mani seminata tra gli uomini in armi. E non dico questo perche’ Lei non mi abbia voluto credere
presuntivamente, ma perche’ non ha avuto coraggio di trasformare i Suoi presunti convincimenti di
inaffidabilita’ delle mie dichiarazioni (quand’anche non avesse ritenuto di doverle sottoporre a reali verifiche
investigative) in contestazioni formali da condurre ad un regolare dibattimento processuale.

Lei si e’ fatto ad un tempo investigatore, giudice e boia (=esecutore di una sentenza di morte)
del senso della lealta’ e dell’onore militari al giuramento prestato di fedelta’ esclusiva alla Costituzione. E lo
ha fatto utilizzando pienamente, ma illegittimamente e con assoluto eccesso di autorita’, della natura e dei
poteri della Sua funzione per la realizzazione, o comunque contribuendo a ad essa, di un preciso obiettivo
dei colpevoli criminali: la delegittimazione e il discredito di un qualsiasi irriducibile antagonista di ogni
tradimento e devianza, di ogni crimine consumato all’ombra delle Istituzioni e nella presunzione di impunita’
del potere.

Le si e’ reso cioe’ funzionale esclusivamente agli interessi dei Politici direttamente coinvolti nella
organizzazione, nella disposizione della esecuzione e nell’occultamento delle responsabilita’ della strage di
Ustica. E conseguentemente diviene funzionale alla impunita’ dei loro strumenti pretoriani.

Il disegno che Lei traccia della mia persona e’ davvero quello di un truce ed infame personaggio. Ma
lo fa con estrema superficialita’, quasi volesse evitarmi (bonta’ sua) le conseguenze della Sua diagnosi. Ma
questa “delicata attenzione” dei Magistrati mi e’ divenuta del tutto insopportabile.

Lei ricorda infatti, puntualmente ma non sufficientemente, le imputazioni contro Ciancarella.


Tralascia di ricordare tuttavia l’intergalita’ della sentenza, e dimentica cosi’ di ricordare come quella amnistia
del tutto impropria sia stata applicata anche contro la volonta’ dell’imputato.

Tralascia di ricordare poi che nella Corte Giudicante di primo grado vi fosse un Ufficiale del mio
medesimo Reparto, incriminato e riconosciuto colpevole qualche anno piu’ tardi per quelle stesse pratiche di
corruzione che io avevo denunciato al tempo.

Tralascia di dire che, con il rigetto delle istanze di rinvio dei difensori e con la nomina di di due
difensori d’ufficio che ebbi la dabbenaggine di assecondare estendendo anche a loro il mandato fiduciario –
cosi’ sanando la assoluta nullita’ insita nel comportamento della Corte Militare - fu astutamente negata una
reale difesa dell’imputato. Essa era sostenuta al tempo dal 70% di quel Parlamento (PCI-PSI-DC) e dunque
dal “nemico”, perche’ contemplava la presenza di una difesa comunista, e dunque di un Parlamento
“sovietico o sovietizzato”, secondo le parole del CSMA.

E dimentica ancora di dire che la silenziosa acquiescenza a quello scempio del diritto processuale
derivo’ da accordi politici tra vertici militari e vertici di forze politiche, in maniera davvero inusuale ed
abnorme se davvero solo di quei reati di dissobedienza si fosse dovuto discutere e non ci fosse alcun rischio
di trovarsi a scivolare verso la rappresentazione della devianza corruttiva e stragista.

E, come sostenne anche l’Ufficiale Inquirente nella Inchiesta formale, Lei di fatto sottintende che, se
non vi fosse stato quel “difetto di richiesta”, io sarei stato certamente “condannato”, senza necessita’ alcuna
di un ulteriore accertamento processuale.

Non Le e’ sorto neppure per un momento il dubbio di come sia incredibile e l’interrogativo di come
sia possibile che un Ufficiale, che sia stato incarcerato con gravissime imputazioni di dissobedienza,
insubordinazione, diffamazione e vilipendio, e che abbia ribadito in processo che, avendone la eventuale
possibilita’, avrebbe fedelmente rinnovato ciascuno dei comportamenti soggetti al giudizio penale, possa poi
uscire assolto o prosciolto se preferisce, pur in assenza di una vera difesa, da un dibattimento processuale e
di fronte ad una Corte Militare. Lei non si pone il problema se quelle dinamiche processuali e quegli esiti non
accertassero piuttosto e fin da allora la genuinita’ e correttezza del comportamento dovuto di quell’Ufficiale, e
dunque la surrettizia e strumentale costruzione e formulazione delle accuse al solo scopo di lebrarsi
“democraticamente” di un “nemico”.

Lei dimentica di dire che gli orientamenti di una Commissione di Disciplina dovrebbero comunque
discendere da una procedura correttamente rispettata e che non dovrebbe poter pedissequamente rinnovare
le medesime accuse penali per le quali l’Ufficiale inquisito disciplinarmente sia stato prosciolto in sede
penale. Mentre nel mio caso e’ stata documentalmente stracciata qualsiasi previsione regolamentare e
garanzia formale di correttezza, nel pur ridotto spazio di certezza del diritto che si riservi ad un militare.

Lei dimentica di dire che comunque gli orientamenti cui pervenga una simile Commissione di
Disciplina comunque automaticamente efficaci ma sottoposti, come proposte, alla ratifica del potere politico.
E che quegli orientamenti, se concretizzati in una proposta di radiazione, devono essere ratificati dal
Presidente della Repubblica, che ha il potere di discostarsi da quegli orientamenti. E che tale ratifica
deve avvenire con uno specifico decreto, tanto che la eventuale radiazione decorre dalla data di emanazione
di quel decreto presidenziale. E che il destinatario ha diritto, a pena di nullita’, alla formale notifica del
decreto. E che esistono per di piu’ anche termini di perenzione dei procedimenti disciplinari determinati dalla
inattivita’ disciplinare e da eccessivi intervalli nella successione degli atti, che la Legge fissa in un massimo
di 90 giorni. Termine ampiamente superato, come Lei stesso riporta, per la resistenza opposta dal
Presidente della Repubblica.

Lei trascura e dimentica. Infatti scrive, e nella Sua perfetta consapevolezza della rilevanza delle
parole e dei termini giuridici, che “con verdetto del 12-5-83 giudicava il militare non meritevole di
conservare il grado e di conseguenza gli infliggeva la massima sanzione disciplinare di stato (?) che
ne determinava la definitiva perdita del grado a partire dall’11-10-1983”. Tutto automatico, tutto perfetto
in questa Sua ricostruzione fascinosa di una storia di violazione sistematica della certezza del diritto. Non un
cenno, non un riferimento alle necessarie prevalenze formali, per cui una Commissione di Disciplina “non
infligge” ma solamente “propone” al livello politico prevalente, ed unico competente a disporle, le possibili
sanzioni amministrative.

Dimentica di dire e valutare che quel decreto non e’ mai stato notificato (quasi certamente perche’
mai firmato dal Presidente Pertini) e che quel foglio, consegnato solo dopo la morte di Marcucci (nel 1992
cioe’, a nove anni dalla “presunta radiazione”), e’ sospettosamente apocrifo e formalmente diverso da quello
registrato e inserito nella raccolta della Corte dei Conti, pur recando in calce la medesima scritta “conforme
all’originale”.

Oh certo, tutti questi sono o possono essere fatti apparire o possono anche essere spacciati per
“fatti e circostanze personali” vissuti dallo scrivente. Ma il Suo modo di rappresentarli come “atti
giuridicamente perfetti” (sganciati dal contesto della devianza stragista nella Forza Armata e
dall’antagonismo del sottoscritto) e’ solo uma miserevole scappatoia per non affrontarli nella loro devastante
rilevanza, e nei riflessi che essi gettavano sugli esiti delle stesse indagini su Ustica che Lei stava
conducendo.

Ma Lei non si e’ accontentato di questo piccolo “scempio” del diritto per quanto riguarda la mia
persona e che pure dovrebbe starLe a cuore comunque anche se attiene a un “tipo inaffidabile”come me.
Ben di peggio ha fatto riferendo di Sandro Marcucci.

E infatti Lei scrive: “Peraltro, si sottolinea come lo stesso Marcucci si fosse reso responsabile
di gravi reati nei confronti della Amministrazione Militare di appartenenza tanto da essere arrestato
nel 1981 con l’accusa di truffa e di falsificazione di fogli di viaggio”.

“Si sottolinea”. Ed e’ qui purtroppo che emerge allora in solare evidenza, Dott. Priore, tutta la Sua
personale e inaspettata superficialita’, se non si voglia definirla come profonda malafede e complicita’ diretta
alle necessita’ dei colpevoli stragisti. Infatti Lei e’ Magistrato, e si attiene ad atti e sentenze giudiziarie,
secondo la loro prevalenza.

Eppure dimentica di dire, nel mentre sottolinea i gravi reati di cui si sarebbe reso responsabile il
Marcucci, che egli usci’ totalmente assolto da quelle accuse, con sentenza “definitiva e giudicata”,
emessa da un Tribunale Militare, il quale ritenne di evidenziare, nella estensione delle motivazioni, “l’irreale
vicenda in cui e’ stato condotto il Col. Marcucci”.

Dunque a Lei, come a quei signori contro la cui violenza e criminalita’ noi ci siamo battuti, e’
sufficiente riferire non della soluzione assolutoria ma semplicemente di una accusa, come marchio
indelebile e responsabilita’ certificata, per quanto quella accusa sia stata evidentemente costruita, e
dimostrata tale in giudizio, con artifici e falsita’.

Gia’, era troppo scomodo per le conclusioni cui Lei aveva intenzione o dovere di pervenire
per la morte di Marcucci ed il suo legame con le nostre indagini su Ustica, ricordare la circostanza
che quella falsa accusa era stata esclusivamente utile, a quanti consideravano il Parlamento affollato
di nemici sovietici, per togliere di mezzo un pericoloso e leale Ufficiale della Repubblica, un
insopportabile e pericoloso impiccione.

A Lei, Dottor Priore, e’ stato sufficiente ricordare che il Carabiniere Lampis sia stato smentito da un
Appuntato Carabiniere, Stivala Filippo, “il quale, nell’accennare genericamente alle gravi responsabilita’
penali a carico del Marcucci e del Ciancarella, escludeva di aver sentito dire o profferire frasi di
minaccia”.

Egli, lo Stivala, dunque non sembra avesse escluso categoricamente che quelle frasi fossero
state realmente dette o profferite, ma avrebbe solo escluso di averle sentite. E, per sostanziare
questa affermazione, egli avrebbe ritenuto di accennare genericamente alle gravi responsabilita’
penali a carico del Marcucci. A Lei non sembra quantomeno improprio, se non illecito, che un Carabiniere
possa riferire (e per di piu’ “genericamente”, come Lei scrive e come cioe’ potrebbe farlo una donnetta di
mercato piuttosto che un milite dell’Arma) a “gravi responsbilita’ penali”, omettendo di riferire che quelle
responsabilita’ fossero state giudicate “insussistenti in una sentenza giudicata”? Evidentemente, no,
Dottor Priore. A Lei cio’ non sembra strano. Ma questo non cambia la realta’ della “assurda vicenda in cui
venne condotto il Col. Marcucci”! D’altra parte egli e’ morto e ben si puo’ infierire sul suo cadavere e sulla
sua memoria.

Ma purtroppo non basta ancora, come gia’ Le scrissi nel Dicembre. Lei infatti appare del tutto
disinteressato ad approfondire e comprendere le motivazioni per cui un Carabiniere, il Lampis,
confiderebbe ad un mio amico sacerdote, ed in confessione, una circostanza che si dice poi “non essersi
mai verificata”. E questo tuttavia non determina alcuna conseguenza, in realta’, e nessun pregiudizio penale
o amministrativo a quel Carabiniere. E’, egregio Dottor Priore, che quella circostanza -– a questo punto ne
sono certo – era stata evidentemente costruita con l’unico scopo per stroncare materialmente la mia
credibilita’, essendo finalizzata alla mia pubblica e disperata denuncia di una minacciosa intimidazione, che
avrebbe dovuto sciogliersi come neve al sole. Ma, come lo stesso Lampis afferma, e Lei non puo’ esimersi
dal riferire in sentenza, “quest’ultimo (cioe’ io) si sarebbe limitato a dire che quelle non erano le prime
minacce che aveva ricevuto”. Eccezionale, non trova?

Questo mio “essersi limitato” diviene quasi una accusa, nella Sua novellazione dei fatti. Forse una
accusa di sciovinismo (visto che in quel caso non si poteva certamente parlare di “inattendibilita’”), piuttosto
che divenire il riconoscimento di una qualche (se non vogliamo dire “grande”) professionalita’, non incline ad
assecondare emotivita’ e personalismo. Tutto il contrario del castello che si vuol costruire sulla mia
personalita’. Meglio citare asetticamente la “reazione indifferente” che mi sarei limitato ad opporre alla
rivelazione della minacciosa intimidazione.

Gia’, ma in realta’ io non mi limitai a fare solo quello. Ed in qualche modo La costrinsi ad ascoltare il
Lampis, rispettando oltretutto la sua iniziale richiesta di anonimato, ponendoLe per iscritto quel semplice
interrogativo: “Che cosa deve pensarsi, Dottor Priore, di quanto mi accade?”. E poi costrinsi il Lampis ad
accettare di venire a testimoniare e Le scrissi che il ragazzo, piangente e terrorizzato, aveva finalmente
accettato, ma chiedeva di essere convocato personalmente al suo numero privato e di non passare per la
Amministrazione Militare. E poi ho raccolto l’odio sordo dello stesso Lampis e quella sua sibilante
comunicazione nella Chiesa di Kindu a Pisa: “Sei un disgraziato, mi hai rovinato”.

Che strana “rovina”, Dottor Priore, non crede? Egli vive e vegeta del tutto tranquillamente tra le
braccia sicure dell’Arma e nessuno, neppure Lei, gli ha mai chiesto perche’, se davvero non erano state mai
pronunciate quelle frasi di minaccia nei miei confronti, egli avesse ritenuto addirittura di doversi confessare
ed avesse accettato di cercarmi e riferirmi quelle circostanze. L’Arma, dopo aver utilizzato il giovane e
improvviudo Carabiniere, lo conserva oggi con assoluta attenzione, garantendosi il suo interessato silenzio
sulle dinamiche di quella meschina vicenda.

Tutto questo mi fa molto pensare alla analogia, benche’ in prospettiva del tutto rovesciata,con la
attuale frenetica attivita’ giudiziaria tendente a dimostrare che io invece la telefonata sul caso Scieri me la sia
addiririttura inventata. Quella del Lampis era evidentemente solo una interessante astuzia che io ho “saputo
non raccogliere” con la passivita’ o emotiva reazione sperate dai suoi ideatori. Ma quella vicenda poteva
divenire una interessante provocazione investigativa che Lei invece non ha voluto raccogliere nella
attivita’ dovuta. E si e’ continuato a calpestare la vita e la memoria di un Uomo, Marcucci, ucciso dal
potere.

Come e’ facile, a Lei Magistrato, registare e freddamente citare che la indagine, su quell’evidente
omicidio, sia stata archiviata per “(..) insussistenza di ipotesi di reato, essendo emersa dalla relazione di
inchiesta tecnico formale disposta dal Ministero dei Trasporti che l’incidente si verifico’ per il
mancato rispetto delle quote minime di sicurezza, rilevato che utili elementi a conferma di tale
conclusione sono desumibili dalle dichiarazioni rese da Lorenzini Silvio prima della morte (..)”. Lo
vede che quando vuole e Le trona utile anche Lei riferisce agli esiti definitivi, per quanto solo “formalmente
definitivi”, di una azione giudiziaria?

Consenta allora, Dottor Priore, di ricordarLe che le conclusioni di una Inchiesta Tecnico-Formale,
nominata dal Ministero dei Trasporti, sono per un Magistrato delle Indagini ne’ piu’ ne’ meno che le
conclusioni di una “Perizia di parte”. E di affermare dunque che quel Magistrato ha assunto passivamente
quella “perizia di parte” senza nominare alcun suo specifico perito-tecnico, ed inibendo per di piu’ le
controdeduzioni alle parti lese.

Consenta dii ricordarLe come il Lorenzini Silvio, in quell’incidente probatorio cui riferisce astutamente
il Sostituto PM nella richiesta di archiviazione al GIP, ed a cui Lei si attacca come Verita’ incontrovertibile,
riferisse di tre focolai di incendio e non di due come la stessa Commissione fu costretta invece a
riconoscere ed evidenziare nella collocazione fisica di quei focolai sul territorio secondo le mappe che essa
stesse dovette allegare agli atti di inchiesta.

Di ricordarLe che il Lorenzini riferisse, nella evidente confusione determinata dal suo stato medico-
farmacologico e psico-fisico, di essere precipitato a causa del vento (“il pilota ha detto il vento ci porta
giu”) quando tutte le testimonianze concordano sulla mancanza quasi assoluta di vento in quella zona
ed in quel giorno.

Di ricordarLe che il Lorenzini dicesse di essere precipitato (“mi sono trovato giu’”) mentre parlava
con la Forestale. E come invece testimonianze verbalizzate dagli stessi colleghi della Forestale che
avevano intrattenuto quei contatti radio con il Lorenzini (testimonianze che erano dunque nella disponibilita’
di quel Suo collega Magistrato) certificano come le comunicazioni con il velivolo di Marcucci-Lorenzini si
fossero concluse con la dichiarata intenzione del Lorenzini di far abbassare il pilota per avvisare con il
megafono le persone che stavano incendiando sterpaglie per intimare loro di mettere fine a quei focolai
pericolosi. Ed altre testimonianze, sempre agli atti, attestano che quel sorvolo a bassa quota sia stato poi
realmente effettuato e ricordano come il Lorenzini fosse stato ascoltato da persone a terra nel dare via
megafono quelle disposizioni, sebbene i testi non fossero in grado di ricordare le esatte parole pronunciate
da bordo del velivolo.

E come tutto questo accerti indubitabilmente:


a. Che il Lorenzini, e dunque l’aereo, non e’ precipitato durante quei colloqui terra/bordo/terra tra operatori
della forestale ed equipaggio in volo; ma diversi minuti dopo la cessazione di quelle comunicazioni.
b. Che la attivita’ aerea antincendio e’ sottratta ai limiti di sicurezza del volo VFR, cui invece fa
erroneamente riferimento la Commissione di Inchiesta Tecnico-Formale del Ministero, e che quella
attivita’ aviatoria addirittura prevede la dotazione a bordo di un megafono per comunicazioni degli
equipaggi in volo verso cittadini al suolo. Con il che e’ accertata la impossibilita’ che quei voli si
mantengano al di sopra dei limiti VFR ordinari, nel qual caso ogni ricorso al megafono sarebbe
semplicemente ridicolo.
c. Che il Lorenzini ricordava e riferiva, con assoluta evidenza, ad una circostanza intercorsa nei voli dei
giorni precedenti quando un forte vento aveva creato situazioni di pericolo brillantemente superate dal
pilota Marcucci e per le quali si era svolta nella residenza e con i parenti del Lorenzini una specie di
festa di “ringraziamento” per lo scampato pericolo.
d. Che il terzo focolaio di incendio andava molto probabilmente interpretato ed individuato come il fuoco
sviluppatosi a bordo ed in volo, come potrebbe confermarLe qualsiasi serio perito psico-patologo per
circostanze di grandi ustionati sopravvissuti ad incendi sviluppatisi a bordo del mezzo sul quale si
trovavano e che essi inizialmente ricordano come esterni a quel mezzo.

Ma la grande attenzione al Lorenzini del Suo collega massese si e’ chiuso in quell’improbabile


incidente probatorio, senza tenere in alcun conto neppure i gravissimi sospetti dei familiari, denunciati in una
pubblica assemblea, sulle cause reali della morte del loro congiunto proprio quando sembrava che ci si
avviasse ad un recupero reale. Dopo aver raccontato della incomprensibile inibizione di una trasfusione (la
prima che avrebbe subito il Lorenzini) con il sangue compatibile offerto dal fratello, essi denunciano una
anomala contraddizione nella valutazione e prognosi di due medici curanti (l’uno prospettando un ormai
certo e progressivo ristabilimento, l’altro prefigurando infausti decorsi). Ed infine raccontano della caduta in
stato di coma del loro congiunto nelle ore immediatamente successive alla trasfusione e del successivo
decesso senza alcun chiarimento dai parte dei sanitari sulle cause dirette di quella strana reazione.

Sembra davvero strano, a me che Le scrivo, che un Magistrato della Sua levatura e competenza,
non abbia altresi’ rilevato come in quella richiesta di archiviazione del Sostituto Procuratore Puzone, titolare
della Inchiesta, al GIP (richiesta che pure Lei cita e che risulta datata Settembre 1992, e che dunque Lei
conosce) esista la disposizione di revoca del sequestro giudiziario sui rottami e di restituzione degli stessi
alla Societa’ Armatrice.

Disposizione invero “strana”, quando un analogo provvedimento di dissequestro era stato deliberato
dal Capo della Procura Dott. Mattioli nel Giugno precedente, su anomala richiesta dell’Armatore. E “strana”
quella disposizione autunnale per la constatazione che quel provvedimento di dissequestro fosse stato
comunque gia’ eseguito dai Carabinieri, su mandato del Procuratore, nel Luglio di quello stesso anno.

Non sapeva dunque il titolare della Inchiesta, all’atto della sua richiesta di archiviazione, della
precedente azione del suo diretto superiore gerarchico? Anomalo, non crede? E se poi scoprisimo che la
distruzione di quei rottami, importantissimi ai fini della acquisizione della prova di omicidio, fosse stata
consentita in singolare sincronia con il pagamento dei premi assicurativi o ne fosse stata la condizione
preliminare?

Ma, come Le dicevo prima del comportamento di Suoi colleghi per la vicenda Scieri e sull’uso della
mia inaffidabilita’ molto opportunamente ed astutamente riferita alle Sue parole in sentenza, anche per la
vicenda Marcucci ho dovuto verificare la passiva quiescenza dei terzi alle “sentenze della Magistratura”.
Cosi’ e’ stato del Presidente Pellegrino che, come da verbale della audizione, riferisce passivamente alla
presunta attendibilita’ dell’incidente probatorio sul teste Lorenzini per accreditare un esito incidentale alla
vicenda della morte di Marcucci, senza alcun intervento di fattori ed intenzionalita’ esterni.

Quale scempio della verita’ e della evidenza si puo’ consumare solo riferendo fideisticamente ai
pronunciamenti giudiziari! Io non mi permetto di “giudicare le sentenze”; ma rivendico il diritto di sindacarne il
procedimento logico e formale attraverso cui il Magistrato intenda esprimere il libero convincimento cui sia
pervenuto. Libero si’, come Le dicevo in Dicembre, ma non mai arbitrario e insindacabile.

La tendenza tuttavia non mi sorprende, essendo ormai smaliziato e consapevole della forza
devastante che un qualsiasi Magistrato intellettualmente disonesto o pavido, anche non fosse
organicamente colluso al crimine che era chiamato a giudicare, puo’ comunque conferire ai suoi
pronunciamenti.

Mi sorprende ancor meno se riferita al Presidente Pellegrino avendo ormai imparato, come Le scrissi
in Dicembre, a riconoscere la sua singolare tendenza alla passiva accettazione dei provvedimenti giudiziari,
quando si tratti della vicenda Ustica e degli omicidi collegati a quella strage e funzionali all’occultamento di
responsabilita’. E ancor piu’ per quelle sentenze che definiscano, pur con assoluta faciloneria e superficialita’
di indagine, un qualsiasi omicidio come un “evidente suicidio”, determinato dalle condizioni psicologiche del
soggetto. Il caso Parisi e’ purtroppo una sciagurata verifica di una simile e sconcertante superficialita’ e
sciatteria istituzionale, funzionale e molto utile ai progetti dei colpevoli stragisti.

Ma, vede Dott. Priore, non e’ solo Ustica a ingenerare simili reazioni di vilta’ e tradimento di ogni
attesa e previsione costituzionale e funzionale. Nella vicenda di Ilaria Alpi, ad esempio, e’ stato un Magistrato
Giudicante a sentenziare come tecnicamente sostenibile ed accertata la circostanza che il nocciolo in lega di
manganese di una pallottola, sgusciandosi dalla sua camiciatura in acciaio all’atto dell’impatto di quel
proiettile con il vetro di un parabrezza (e frantumandosi a sua volta in quel suo sgusciarsi), sia stato capace,
prima di raggiungere la vittima, di andare a recuperare i granuli di polvere RdS (=Residui dello Sparo)
presenti sulla superficie esterna e “sporca” di quella camiciatura che stava abbandonando e di raccogliere
nell’aria micro frammenti di quel vetro esploso all’impatto con il proiettile ancora integro. In modo da poter poi
depositare le tracce evidenti di quei residui di sparo sulle mani e sulle dita della vittima ed all’interno della
ferita cranica e di trasportare quei frammenti vetrosi all’interno della mortale ferita cranica che quel
frammento di anima interna del proiettile andava a determinare sulla sfortunata giornalista.

Identica verifica di “ignobilta’” va ricordato essersi consumata nella vicenda del Monte Serra in cui,
agli atti della Commissione di Inchiesta Tecnico-Formale, si iscrive la deposizione di un Comandante
“onesto” il quale affermava di non sapere che non rispondesse a verita’ la circostanza di gravissime
condizioni di salute della moglie del Cap. Murri, responsabile e vittima di quella strage, per cui gli veniva
concesso di assentarsi per lunghi periodi al punto di dover rinnovare la abilitazione al pilotaggio.
(Naturalmente senza spiegare come e perche’ quell’atteggiamento permissivo del Comando avesse potuto
determinarsi in assenza di riscontri e documentazioni mediche ed in totale inattivita' di indagini delegate ai
Carabinieri, come avviene invece e normalmente per qualsiasi altro caso simile di malattia propria o dei
propri familiari di qualsiasi altro militare).

Egli, il Comandante, diceva di aver chiamato anche nella ultima occasione il Capitano Murri, come
spesso avveniva, per il suo ulteriore ritardo nel presentarsi in servizio rispetto al gia’ ampio tempo e termine
di assenza concesso, e di aver avuto risposta dalla suocera dell’Ufficiale, in assenza del Murri al domicilio
ove veniva cercato. Suocera che il Comandante identificava come “la persona che ordinariamente
rispondeva alle sue chiamate”.

Ebbene nessuno si e’ mai posto, ed ha mai posto l’interrogativo del perche’ il Murri risultasse sempre
assente da quel domicilio presso il quale la “moglie giaceva paralizzata ed in fin di vita” e presso la quale egli
chiedeva ed ottenva di poter trascorrere lunghissimi periodi di assenza dal servizio. Ne’ si pose il alcuno il
problema di come fosse possibile che, ricevendo risposta telefonica dalla madre di quella donna che
avrebbe dovuto essere in fin di vita, un Comandante diretto di quell’Ufficiale, marito di quella “morente”,
abbia potuto evitare di chiedere alla sua interlocutrice notizie sulla salute della di lei figliola.

Quale che avesse potuto essere la risposta essa avrebbe comunque consentito a quel Comandante
di non fare almeno la figura del fesso e dell’ignobilmente e consapevolmente pavido e colluso. Infatti la
signora avrebbe potuto rispondere confermando la gravita’ delle condizioni di salute della figliola. Ma in quel
caso essa sarebbe divenuta evidente complice della truffa aggravata allo Stato che si andava consumando.
O avrebbe potuto confermare le sue ottime condizioni di salute, contribuendo a svelare l’ignobile
comportamento del genero.

Per la cronaca, e la Sua diretta informazione in qualita’ di operatore qualificato del Diritto e quindi per
puri fini di “letteratura” come dite voi Magistrati, la “risorta” Signora Murri ha visto predisporre nella
immediatezza della morte del marito le pratiche per la sua diretta assunzione nel personale civile della
Difesa, presso la Amministrazione della Aeronautica, piuttosto che vedersi destinataria di comunicazioni
giudiziarie per i gravissimi reati consumati in complicita’ diretta con il marito (i campionari-copertura delle
attivita’ illecite del marito erano infatti cointestati ai due coniugi).

Io ho raccolto, al sabato mattina, dopo essere smontato dal servizio di ispezione (cosa sulla quale la
Aeronautica ha sfacciatamente e spudoratamente, quanto impunemente, mentito 17 anni dopo davanti alla
Autorita’ Giudiziaria), gli ultimi resti carbonizzati di quei 38 ragazzi senza verita’ e giustizia. Ed ho visto,
nell’obitorio di Pisa, i mucchi dei resti dei loro cadaveri ancora da distribuire nelle bare. Lei forse non sapeva
che ci fu addirittura un errore di calcolo e che fu riempita una bara in eccesso, la quale poi fu frettolosamente
nascosta in un anfratto del cimitero pisano, ove fu conservata per anni. Finche’ uno dei genitori di quelle
giovani vittime non scopri’ la vergognosa e ignobile circostanza ed impose che quei resti riposassero nel
monumento alla memoria (memoria si’, ma della infamia) eretto sul Monte Serra. Ora anche Lei lo sa, Dott.
Priore.

E perdoni se anche queste possano apparirLe come “circostanze personali”. Forse non mie, ma
certamente “personali” per i poveri genitori di quei disgraziati ragazzi, senza Verita’ e scippati, oltreche’ della
vita anche di ogni minima Giustizia.

No, dottor Priore, non consentiro’ a nessuno e neppure a Lei, di esercitarsi impunemente in questa
arte della profanazione del diritto. E soprattutto dei Diritti Fondamentali della Persona Umana. E tanto meno
Le consentiro’ dunque la violazione della Verita’ e della Giustizia sulla vita e sulla morte di un Uomo,
Marcucci, che ha speso e perso quella vita che amava fortemente per la difesa di qualsiasi vittima inerme di
azioni delittuose, qualunque fossero la ideologia, la condizione sociale, la attivita’, le qualita’ personali o i
difetti di quella vittima. Creda non mi arrendero’ solo perche’ il potere ha avuto il cinismo di sottoporlo ad
accuse infamanti e, non riuscendo a condannarlo, ne ha poi decretato una terribile morte. Non mi arrendero
per le Sue ingiustificate e sovrane sentenze di inaffidabilita’ sulla mia persona.

Un giorno la “presunta strage del Monte Serra e l’altrettanto presunto omicidio del Tenente
Colonnello Sandro Marcucci”, come Lei scrive e descrive, troveranno modo e motivazione per essere
meglio indagati. E’ stato possibile farlo per Mattei, dunque sara’ possibile anche per loro, fosse pure su un
piano di puro profilo storico se non giudiziario. E Verita’ e Giustizia saranno comunque vincenti per Sandro,
come per Ilaria Alpi, come per Scieri.

E’ per questo motivo che, a costo di tediarLa, ho ritenuto in questa circostanza di allegarLe il
dischetto con altri tra capitoli della mia “avvicente ed inattendibile” storia. Si tratta del capitolo su “Il Monte
Serra”, memoria di quella vicenda (ma memoria ad oggi ancora incompleta perche’ priva del resoconto delle
eccezionali operazioni di depistaggio realizzate con l’efficacissimo intervento sullo scenario del criminale
Zeno Tascio), e dei due capitoli su “La Mafia Militare” e “Fatti di Mafia”, analisi della mafiosita’ ambientale
il primo e rappresentazione della invasiva corruzione e degenarazione ambientale il secondo. Lei avra’
dunque nuovo materiale per sostenere e motivare finalmente la inattendibilita’ e inaffidabilita’ di questo ex-
Ufficiale. Una persona falsa presuntuosa e presenzialista, sulla scena della devianza istituzionale, per
esclusivi fini personali e con esclusive mire personalistiche. Lei rischia di divenire, Suo malgrado, uno dei
pochi lettori integrali – un attento lettore, almeno di questo sono certo – delle mie inattendibili e
personalistiche invenzioni narrative.

E tutto questo, per quanto pochi potranno a quel punto conservarne una memoria corretta e
sapranno collegare tra loro i nomi, i fatti e gli avvenimenti, suonera’ in quel giorno ad imperitura vergogna di
quanti si sottrassero all’obbligo della Verita’, quando essa (o forse proprio perche’ essa) avrebbe esigito di
agire con severita’ e fermezza, in nome della Legge e della Giustizia, contro i potenti. Non sara’ mia la
responsabilita’ se Lei, in quel giorno, fara’ parte della schiera degli ignavi e dei pavidi.

Fino a quel giorno Lei esercitera’ liberamente ed in pienezza il Potere affidatoLe dallo Stato per
l’accertamento della Verita’ a fini di Giustizia. Ed oggi mi e’ purtroppo chiaro (ma e’ solo un mio “personale
convincimento”, di persona dunque inattendibile ed inaffidabile) che anche le imputazioni per Ustica
potrebbero essere state costruite per essere sottratte all’una – negli esiti di un dibattimento doverosamente
garantista e costituzionalmente corretto – ed impedire o vanificare la necessita’ della affermazione dell’altra.

C’e’ un solo rammarico che va espresso al termine di questa comunicazione. Ed e’ quello di vivere in
una Societa’ politicamente organizzata per affermare ipocritamente una inesistente Democrazia, e tradirne
quotidinamente ogni spirito ed aspettativa. Anche per la complicita’ funzionale di uomini inseriti nei
meccanismi giudiziari.

Una perfetta “Organizzazione” che depriva ogni resistente ed antagonista anche di quella
patente e nobilta’ di “dissidente” che almeno nella Russia Sovietica formali commissioni medico-legali e
Tribunali Speciali sapevano invece attribuire e sanzionare contro gli oppositori. Li’ c’era poi bisogno di lager
e manicomi criminali in cui recludere tali dissidenti, e questo si risolveva in una certificazione agli occhi del
mondo ed alla memoria della Civilta’ della natura autoritaria e dispotica di quel sistema politico.

Qui da noi, nel nostro Democratico Paese della Alleanza Occidentale che, per dirla con un
Parlamentare – l’on. Taradash -, “poteva commettere errori ed anche degli orrori, ma certamente non
aveva come principio metodologico quello di liquidare le liberta’ ovunque le incontrasse”, e’ invece
sufficiente utilizzare i volti buonisti dei funzionari delle burocrazie e degli apparati, anche giudiziari, per
isolare come “inaffidabili ed inattendibili, per quanto in buona fede” (mi e’ difficile rintracciare espressioni
altrettanto eccezionalmente efficaci per dire di qualcuno che sia “pazzo” senza mai pronunciare tale
termine), personaggi ed oppositori scomodi ed intransigenti.

Personaggi che denunciano ed indicano percorsi possibili di indagine sui quali tuttavia nessuno dei
poteri delegati e deputati mostra di volersi avventurare. Personaggi che possono essere – devono essere –
isolati o eliminati impunemente perche’ rappresentavano “pericoli oggettivi” e non appartengono dunque a
“quell’ovunque” pronunciato da Taradash.

La liberta’ ed i suoi difensori, qui da noi figli della Nato, non vengono soppressi ovunque la si
incontri, ma solo dove essa costituisca pericolo per gli interessi vitali un potere insofferente ad ogni
sindacato e antagonismo per le sue devianze criminogene ed i delitti conseguenti. Cio’, naturalmente,
ha bisogno della attiva collaborazione di alcuni “bravi” Magistrati, capaci di risospingere nella evanescenza
ogni ricerca di responsabilita’ dirette ed oggettive.

Auguri e congratulazioni vivissime, Dott. Priore. Lei certamente non sara’ ossessionato, come a me
capita invece spesso, dalla memoria degli innumerevoli morti, uccisi da questa mistificazione di democrazia
del nostro Paese. E non avvertira’ forse la mia stessa necessita’ di non assecondare l’onda lunga del potere.
Ma Le assicuro che, nonostante Lei possa pensare che ci sia qualcosa di “personale” in questa mia
comunicazione, che non e’ invece la mia personale vicenda privata, ne’ una motivazione o una emozione
personale, e ancor meno una piccata reazione personalistica al Suo meditato giudizio su di me cio’ che ha
dettato questo scritto. Ma la rivendicazione politica di Sovranita’.

Vede la Sovranita’ non e’ solo la rivendicazione di uno status e di un diritto, ma forse anzitutto il
riconoscimento di un proprio dovere. E’ il dovere di non deflettere dagli inderogabili vincoli di solidarieta’
politica, sociale e personale con ogni altro Cittadino-Sovrano. La nostra e’ una Sovranita’
Costituzionale che si afferma non in un maestoso atto di esclusivo egoismo ed egocentrismo, ma solo ed
esclusivamente nella pretesa, rivendicazione e difesa solidale della partecipazione comune, di ogni singolo
cittadino cioe’, al Diritto Costituzionale.

La vita dei cittadini uccisi a Milano, Brescia, Ustica, Bologna Firenze, sui treni, nelle piazze, ha lo
stesso valore di quella dei cittadini in armi uccisi sul Monte Serra; dei cittadini Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
uccisi in Somalia; dei giovani di leva Lorenzini e Scieri e di tutti gli altri giovani vittime di violenza e di morte
nel loro servizio militare; dei cittadini uccisi in una scuola o su una cabinovia da aerei militari e pagati con
risarcimenti significativamente diversi tra loro; dei lavoratori rumeni cui qualcuno ritiene lecito dare fuoco per
la ormai “inconcepibile” pretesa (da parte di “uomini” che pur dovrebbero accettare come scontata, per la
loro nazionalita’ o condizione sociale, la loro rinnovata riduzione alla condizione di “schiavi”) di un lavoro
garantito ed assicurato; delle donne antagoniste stuprate per ordine di un Generale dei Carabinieri; dei
lavoratori licenziati da fameliche aziende multinazionali al termine del loro orrido banchetto ove si sono
sfamate delle nostre risorse nazionali; delle migliaia di morti uccisi ogni anno dalla mancanza delle dovute
sicurezze sul lavoro.

La Sovranita’ e’ una caratteristica politica che si oppone alla creazione di qualsivoglia condizione di
arbitrio ed espropriazione di diritto, nella consapevolezza che ogni potere criminale, mafioso o politico,
mostrera’ prima o poi, se lasciato a se stesso e libero di svilupparsi senza contrasto, il volto sanguinario e
truce di un rinnovato nazismo.

La Sovranita’ non attende la puzza dei fumi dei camini di Auschwitz dove si bruciano carni umane
in quantita’ industriali per denunciare la bestialita’ di un sistema di potere. La Sovranita’ sa raccogliere con
pieta’ il dolore per le violenze consumate contro i piu’ inermi dei cittadini e sa trasformarlo in rivendicazione
di Giustizia. Sa soprattutto giurare a se stessa di non consentire, costi quello che costi, che cio’ possa
perpetuarsi con il proprio complice silenzio.

E se non e’ possibile ad ognuno di noi di partecipare direttamente a ciascuna di tutte queste


battaglie, come accade in ogni vera guerra da molteplici fronti, ogni combattente deve sapere che ciascuna
lotta contribuisce alla supremazia della Civilta’ e della Dignita’ dell’Uomo di cui essi si facciano portatori in
quella guerra e su quei molteplici fronti.

E ciascun combattente deve tener costantemente presente la vastita’ dei fronti per sapere che dalla
sua capacita’ di Resistenza dipendono le sorti di tutti gli altri compagni di lotta, impegnati su fronti diversi e
lontani. Ogni cedimento, ogni resa, consentirebbe all’avversario di liberare forze da riversare sugli altri fronti
di lotta contro i propri e spesso sconosciuti compagni di lotta. E’ questo il senso di quelle affermazioni che
possono apparire retoriche e per cui a volte sui fronti dei conflitti guerreggiati un Comandante puo’ sentire il
dovere di impartire l’ordine di “resistere fino all’ultimo uomo ed all’ultima pallottola”.

Oggi, sul fronte della difesa della Democrazia e della Civilta’, bisogna saper resistere, anche da soli,
fino all’ultima cartuccia. In questa lotta l’ordine di resistere non puo’ venire da nessun altro che dal nostro
personale e piu’ profondo convincimento della dignita’ e della autorevolezza dei valori di cui ci facciamo
portatori, e per i quali ci battiamo con assoluta determinazione. Il nemico, comunque si atteggi e con
qualunque fattezza si mostri, non potra’ che cercare di screditare la validita’ delle ragioni della nostra lotta,
soprattutto per impedire che la nostra umile e personale Resistenza sia capace di aggregare alla fine il
consenso e la consapevoleza delle masse. Conosco perfettamente il meccanismo della delegittimazione a
fini di isolamento e di induzione alla diserzione per temere sentenze appena abbozzate come la Sua o farmi
scoraggiare dalla loro apparente superiorita’.

Io dunque non posso partecipare a tutte le singole lotte, ma le ho tutte presenti mentre rimango
impegnato sul mio specifico fronte di lotta. L’impegno e la fantasia nella ricerca di soluzioni e metodi di lotta
mi appartengono in pienezza per i settori in armi ed i loro meccanismi e deviazioni. Non intendo
assolutamente disertare o arrendermi, neppure di fronte alla forza straripante di un Potere Giudiziario che si
dimostri asservito a quei poteri deviati e devianti. Troppi hanno dato un esempio di totale dedizione e
fedelta’, fino al sangue, per poter deflettere.

E, a costo di aggravare il Suo giudizio negativo sul mio desiderio di sciovinismo, ho anche allegato
nel dischetto informatico il documento inviato al Comandante della Caserma Gamerra della Folgore
relativamente ai meccaniusmi della vicenda Scieri. Un piccolo trattato, se mi consente l’espressione, di
Diritto Penale Militare, materia nella quale ottenni gratificanti risultati gia’ negli studi accademici, e per la
quale posso orgogliosamente dire di aver sviluppato poi una efficace competenza se sono stato in grado,
con altri colleghi democratici, di promuovere il pensiero politico che porto’ alla formulazione ed approvazione
della Legge di Riforma Democratica sui Principi della Disciplina Militare. Altra cosa, mi consenta, tutta
un’altra cosa dalle ridicole affermazioni di sensibilita’ democratica, tardive e parziali per di piu’, dei rinnovati
Vertici Militari; altra cosa dagli squallidi trattati e dai cialtroneschi “Zibaldoni” (che oltretutto espropriano il
lessico delle espressioni piu’ alte della nostra letteratura, e segnatamente del pensiero Leopardiano) dei vari
Celentano, con i gradi da Ufficiale e l’animo della soldataglia piu’ lanzichenecca, oppure dagli eversivi
progetti e “Pappa-Lardate” varie. Altra cosa dalle sentenze di proscioglimento, per “non aver ecceduto gli
ordini ricevuti”, dei nostri Ercole-Macellai in terra di Somalia.

Se nell’esercitare questa doverosa Sovranita’ un cittadino qualsiasi, ed io nella specifica


circostanza, eccedesse i “limiti ed i modi stabiliti dalla Costituzione e dalla Legge per tale esercizio” e’ diritto
e dovere di ogni Magistrato avviare la obbligatoria azione penale, non soggetta a deroghe ne’ a spazi di
franchigia e presunzione di impunita’ per i responsabili e tantomeno di arbitriaria discrezionalita’ del
Magistrato.

E’ tuttavia questa la Sovranita’ che ogni cittadino del Paese pretendeva da me e pretendeva
legittimamente che io sapessi esercitare. E fidava che io la avrei esercitata in pienezza e senza timori
reverenziali, fino a dare la vita, in virtu’ del giuramento costituzionale di lealta’ e fedelta’ prestato, per
garantire la Sicurezza dei Cittadini e del territorio contro “ogni violazione invasiva”, e per sostenere la nostra
Civilta’ Giuridica e Politica quando essa avesse ricevuto offesa ed aggressione materiale.

E’ sempre per questa Sovranita’ che io avevo scelto ed accettato di essere soggetto docilmente ad
ogni verifica ed accertamento istituzionale e formale sulla correttezza e legittimita’ dell’uso degli enormi
poteri che spesso, fin dai gradi piu’ bassi, il Paese mi riconosceva ed attribuiva, come fa per ogni cittadino in
Armi, per la realizzazione dei miei compiti. Per questo non posso temere la attivita’ giudiziaria, Sua o di
chiunque altro, ed auspico piuttosto formali processi. Non per sfida ma per rispetto della natura e dei Principi
di questa Democrazia Costituzionale.

La Responsabilita’ per me non e’ dunque un optional da assumere come vanto quando comporti
onori e respingere con pavidita’ quando diviene onere; ma essa e’ frutto di quella Sovranita’ iscritta nel mio
piu’ profondo modo di essere.

Lei tutte queste cose le sa molto bene, Dottor Priore. Ma forse le aveva dimenticate.

O meglio, forse non pensava che ci fosse ancora qualche cretino che potesse farne davvero
fondamento reale e concreto delle proprie scelte e della propria esistenza. Ebbene se questa inattesa
scoperta dovesse sorprenderLa o irritarLa per come Le viene proposta, Le assicuro che cio’ non costituisce
per me la benche’ minima fonte di preoccupazione. Continui pure a comportarsi come meglio crede, nell’uso
dei Suoi poteri. Non la temero’ per questo.

Ricordi che non tutti pero’ hanno scelto di vivere o lasciarsi vivere con paura, soggezione e pavida
sudditanza o servilismo di fronte al potere. Qualsiasi potere. Saluti di immutata, quanto delusa, cordialita’.

Ciancarella Mario