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Il libro

Chiudere la storia della Russia in un unico volume


significa raccontare, in poche centinaia di pagine, il
passato e il presente di una zona vasta un sesto della
superficie terrestre; un regno multietnico in cui si parlano
oltre cento lingue; una civiltà che ha prodotto una cultura
sfaccettata, di straordinaria ricchezza, e che ha dato al
mondo artisti, scrittori, musicisti e scienziati di grande
influenza; una struttura militare e politica di primo piano
sullo scacchiere mondiale. È quello che Roger Bartlett
riesce a fare in quest’opera che dall’antica Rus’ giunge fino
all’epoca di «zar» Putin, offrendo un’ampia prospettiva
sullo sviluppo storico di questo paese. Concentrandosi
sulle origini della cultura politica, sul ruolo della
grandissima maggioranza contadina e sul suo rapporto
con le élite cittadine, sull’evoluzione della società e del
pensiero russo moderno, l’autore offre ai suoi lettori uno
strumento ideale, attendibile ed equilibrato, per conoscere
il passato di questa grande nazione e capirne la posizione
nel panorama internazionale contemporaneo.
L’autore

Roger Bartlett è professore emerito di Storia russa alla


School of Slavonic and East European Studies presso
l’università di Londra. È autore tra l’altro di Human Capital:
the Settlement of Foreigners in Russia. 1762-1804 (1979),
Russian Thought and Society. 1800-1917 (1984), German Lands
and Eastern Europe (1999) e ha curato i volumi Russia and the
World of the Eighteenth Century (1988) e Russian Society and
Culture and the Long Eighteenth Century (2004).
Roger Bartlett

STORIA DELLA RUSSIA


Traduzione di Marco Federici
STORIA DELLA RUSSIA
Prefazione

Scrivere una storia della Russia, soprattutto se di


dimensioni ridotte, impone scelte difficili. Come si può
racchiudere in un piccolo volume un sesto della superficie
terrestre? Un regno multietnico in cui si parlano oltre un
centinaio di lingue? Una società formata per secoli da una
schiacciante maggioranza di contadini (nove persone su
dieci), ognuno con la propria storia individuale? Una civiltà
che ha prodotto, sia in epoca antica sia moderna, una
cultura eterogenea di straordinaria ricchezza ed enorme
influenza? Una struttura militare e politica di primo piano
nello scacchiere internazionale, i cui valori, nati
principalmente nel XX secolo, hanno rappresentato una
sfida alle norme e alle concezioni egemoniche di Europa e
America? In questo libro ho tentato innanzitutto di
presentare una narrazione cronologica coerente ed
equilibrata, per dare un senso allo sviluppo che questa
nazione ha avuto nel tempo. Ho cercato poi di delineare le
grandi problematiche menzionate in precedenza,
concentrandomi, per mancanza di spazio, soprattutto sulla
Grande Russia (per approfondire altri aspetti vedi la
sezione Ulteriori letture) e su argomenti di cui mi sono
occupato a lungo, tra cui l’ascesa della Russia come potenza
territoriale e militare, la natura dei suoi sistemi politici, lo
sviluppo e le peculiarità della cultura e del pensiero russo
moderno, e infine la relazione tra la grande popolazione
rurale e le élite, in quello che, seguendo Gerd Spittler,
chiamerò qui «stato contadino».
È necessaria anche una scelta accurata di terminologia e
strumenti analitici (la mia visione complessiva del processo
storico risulterà evidente dal testo). Tra gli altri ho evitato
di utilizzare concetti come quello di «arretratezza», che a
mio parere pesa come un giudizio, oltre a essere fuorviante
e teleologico se applicato alla Russia. Parlando dei gruppi
sociali ho fornito una breve descrizione dei diversi ceti,
preferendo il termine «élite» a quello di «classe
dominante», pur riconoscendone il valore analitico.
Riguardo all’epoca moderna ho cercato soprattutto di
rendere conto del dibattito sul «totalitarismo» e di altre
interpretazioni sulla Russia di Stalin.
Sebbene in questo volume note e riferimenti
bibliografici siano quasi del tutto assenti, sono ben
consapevole del debito che, come un pigmeo sulle spalle di
giganti, ho contratto nei confronti di ricerche e analisi di
altri studiosi, la cui opera ha influito sulle mie conoscenze
e sui miei giudizi (alcune indicazioni sulle fonti più recenti
sono presenti nella sezione Ulteriori letture). Un pensiero
particolare va poi a quegli amici e colleghi che mi hanno
aiutato con informazioni, consigli e critiche: Sergej
Bogatyrëv, Ed Boyle, Pete Duncan, Lindsey Hughes, Emma
Minns, Susan Morrissey, Bob Service e Dennis Shaw. Grazie
a Goeffrey Hosking e Wendy Rosslyn, che hanno letto per
intero le bozze (Wendy ha dovuto convivere con questo
progetto anche troppo a lungo). Lindsey Hughes ha messo
a disposizione la sua collezione privata su arte e
architettura. Ogni loro intervento ha nutrito e rafforzato il
testo in fase embrionale: gliene sono profondamente grato.
Della creatura che ne è risultata, però, è responsabile
unicamente il padre. I miei editori della Palgrave, Terka
Acton e Sonya Barker, suoi padrini, hanno dimostrato una
pazienza e un entusiasmo esemplari. A entrambi vanno la
mia stima e i miei più sentiti ringraziamenti.
Questo libro è dedicato a tutti i miei amici russi, grazie
ai quali il loro mondo è divenuto per me qualcosa di vivo.
R.B.
Nottingham
Nota su traslitterazione, nomi e date

Per parole, nomi e luoghi russi si è adottata la


traslitterazione scientifica internazionale (ISO9) (ë si legge
io come in iodio: Potëmkin: Pot-iom-kin, non Pot-em-kin, š si
legge sc come in scivolo, č è come la c dolce in ciao, ž è la j
del francese jardin). Per i nomi propri si è mantenuta in
generale la loro grafia russa, a eccezione di quelli dei
monarchi moderni noti nella forma italiana. I lettori
incontreranno a volte il patronimico usato come secondo
nome: Ivanovič/Ivanova significano «figlio/a di Ivan». Le
date seguono il calendario giuliano fino al 1918, poi quello
gregoriano. Pietro il Grande introdusse il calendario
giuliano in Russia nel 1700. Gran parte d’Europa passò
poco dopo a quello gregoriano, adottato in Russia (dalle
autorità secolari) solo nel gennaio del 1918. Le date
giuliane sono contrassegnate come Vecchio Stile (VS ),
quelle gregoriane come Nuovo Stile (NS ). La differenza era
di undici giorni nel XVIII secolo, dodici nel XIX e tredici
nel XX. La Rivoluzione d’ottobre (25 ottobre VS 1917), ebbe
quindi luogo il 7 novembre NS .
Le date biografiche sono segnate nel testo o nell’indice
analitico (dove n. sta per «nato» e r. per «regnante»).
INTRODUZIONE
La posizione geografica

Come per la maggior parte dei paesi, anche la storia della


Russia e la sua evoluzione sono state influenzate in
maniera determinante dalla posizione geografica. Situata
nella pianura dell’Esteuropa, alla periferia della penisola
europea, la Russia, per secoli il paese più esteso del
pianeta, abbraccia Europa e Asia, e sebbene esposta al
continuo pericolo di attacchi, ha sempre goduto di grandi
possibilità di espansione: società di frontiera per gran parte
della sua storia, il suo sviluppo è stato caratterizzato dalla
continua esigenza di difendersi, una forte crescita
territoriale e una spinta colonizzatrice. Vasta e povera, con
un clima rigido e inclemente, nel corso dei secoli la Russia
ha saputo utilizzare e sfruttare con notevole successo le
proprie risorse per garantirsi una sopravvivenza nazionale.

La Rus’, il più antico stato degli slavi orientali, con al


centro la città di Kiev, apparve tra il IX e il X secolo. Il suo
territorio, la cui posizione e natura hanno esercitato
un’influenza decisiva sulla storia di Rus’ e Russia, si
estendeva dal mar Baltico al Mar Nero, dal fiume Dnepr al
Volga, attraverso la pianura esteuropea. Immerso nelle
foreste al confine nordorientale di quella che in seguito
sarebbe divenuta l’Europa, il nuovo stato era
indissolubilmente legato alle steppe che si aprivano verso
l’Asia. La pianura esteuropea fa parte di un vasto
bassopiano che dai monti Carpazi in Romania si estende
oltre la bassa catena degli Urali, attraversa la Siberia
occidentale e finisce con l’altipiano della Siberia centrale, al
di là del fiume Enisej; si tratta di un’immensa distesa,
interrotta da pochissimi rilievi, che unisce l’Asia all’Europa
(le catene montuose sorgono solo lungo il suo perimetro).
Queste terre pianeggianti sono state chiamate in vari modi,
ma in un recente studio David Christian ha dato loro il
nome di Eurasia interna, per distinguerle dalle circostanti
terre costiere più fertili, popolose e sviluppate dell’Eurasia
esterna. L’«Eurasia interna» è una regione storica a tutti gli
effetti, paragonabile all’«Europa», all’«Africa» o
all’«India». Le condizioni climatiche e ambientali di questo
vasto territorio spinsero i popoli che l’abitavano verso
scelte e strategie che resero le loro società radicalmente
diverse da quelle di Cina, India, Europa occidentale o
meridionale. Dediti soprattutto alla pastorizia, questi
popoli si spostavano per enormi distanze, e le condizioni di
vita e l’organizzazione sociale cui erano sottoposti li
rendevano particolarmente bellicosi. L’allevamento, che
nelle foreste nordoccidentali esisteva da millenni, dal 500
d.C. in poi, con le grandi migrazioni, si sviluppò
notevolmente.
La storia più antica di questa regione è fatta di
spostamenti e invasioni, del susseguirsi di regni fondati da
vari popoli guerrieri: la Rus’ fu solamente uno dei tanti
sorti e caduti nell’Eurasia interna. Alcuni popoli nomadi,
che combinavano transumanza e stanzialità, edificarono
grandi città al centro dei loro imperi (nel XVIII secolo i
russi si identificheranno con gli sciti che nel primo
millennio a.C. occupavano le steppe pontiche a nord del
Mar Nero, mentre i polacchi si richiameranno ai sarmati,
subentrati agli sciti all’epoca di Cristo) e nel XIII secolo lo
stato della Rus’ fu sottomesso dall’ultimo e più grande
popolo nomade delle steppe, i mongoli di Gengis Khan: i
regnanti di Russia si proclameranno eredi, oltre che di
Bisanzio, anche dei khan dell’Orda d’Oro. L’espansione in
Siberia della Moscovia e in Asia centrale della Russia
imperiale non fece che rafforzare questa discendenza
politica e culturale anche dal punto di vista geografico.
Ma le steppe erano aperte a molti invasori. Durante le
grandi migrazioni del IV e V secolo a.C. tribù germaniche
come i goti, provenienti dalle regioni del Baltico, si
diffusero per l’Europa in direzione sud e ovest. Allo stesso
modo dei popoli nomadi, si mossero sotto la spinta della
crescita demografica, per necessità economiche o a causa
degli attacchi di altre tribù, e alcune furono prima alleate
poi distruttrici di Roma. Come i germani, anche le
popolazioni slave nacquero in Europa orientale, queste
ultime nella zona dei Carpazi (ritrovamenti archeologici
mostrano antichi insediamenti slavi nel bacino dei fiumi
Dnepr e Dnestr alla fine dell’epoca precristiana), per poi
diffondersi lentamente nell’odierna Ucraina e più a nord
verso il Baltico, mischiandosi con le locali tribù baltiche e
finniche, e distribuirsi, infine, a ventaglio anche in tutta
l’Europa centrale e nei Balcani.
Le prime testimonianze scritte sugli slavi li descrivono
come guerrieri che nel VI secolo d.C. oltrepassarono i
Carpazi e si spinsero a est fino alla Grecia e all’Asia
minore. Nel 626 d.C. un loro esercito, alleato con gli avari
dell’Asia centrale, assediò Costantinopoli. Nell’VIII secolo,
nell’odierna Europa centrale, trovarono un equilibrio con le
vicine tribù germaniche a ovest, formando una solida
frontiera slavo-germanica lungo l’Elba e il Saale, e in
Boemia. Gli slavi del sud, invece, si insediarono nella
regione dei Balcani assorbendo i bulgari turchi, mentre il
ramo occidentale dello stanziamento si cristallizzò nella
Polonia slava e nel regno ceco. La Rus’, il primo stato
organizzato degli slavi orientali, sorse alla periferia
nordorientale della futura terra del Cristianesimo, in
seguito Europa, e fu una delle formazioni territoriali che
tra il IX e il X secolo entrarono a far parte della comunità
cristiana. Ma la sua apertura verso i vasti territori
dell’Eurasia interna ne legava la storia, soprattutto quella
antica, tanto all’Europa quanto all’Asia. Secondo gli storici
russi di scuola «eurasiatica» fu questa posizione a rendere
la cultura russa sostanzialmente differente da quella dei
vicini europei: la Russia, infatti, è diventata parte
dell’Europa e della sua civiltà a tutti gli effetti soltanto nel
secondo millennio d.C. L’influenza orientale e la
partecipazione agli eventi dell’Eurasia interna furono,
dunque, un elemento essenziale per la storia e la cultura
russa. Un approccio diverso e autorevole a questi fattori
geografici e al rapporto con la penisola europea è offerto
dal concetto di «zona centrale» con cui Halford Mackinder
ha cercato di definire la geopolitica d’espansione.
La posizione della Russia nella pianura eurasiatica
spiega, inoltre, le enormi dimensioni del paese: la Russia,
uno degli stati più estesi del mondo già alla fine del XV
secolo, continuò a espandersi fino al XX secolo. Anche
dopo il 1991, con la disgregazione dell’Unione Sovietica, la
Federazione Russa, inclusa la Siberia, continuò a occupare
territorio maggiore di qualsiasi altra nazione: all’incirca
17.075.000 km2, quasi un ottavo della superficie terrestre.
La densità di popolazione media (attualmente 9 persone
per km2), invece, è sempre stata bassa in confronto al resto
d’Europa e al Nordamerica. Infatti, a differenza
dell’Europa centrale e occidentale, formate da diverse
penisole, la Russia è continentale, parte dell’enorme
Eurasia, e le sue vaste zone costiere si trovano a nord nelle
regioni artiche, mentre a oriente si affacciano sul lontano
Pacifico. La topografia e il clima che la caratterizzano non
hanno nulla a che vedere con i rilievi sparsi e variegati e le
temperature più miti dei suoi vicini occidentali. La vastità e
le condizioni atmosferiche della Russia determinarono
alcune conseguenze inevitabili: caratteristiche costanti e
fondamentali, la debolezza dell’amministrazione
provinciale e la difficoltà del centro a controllare e gestire
le zone periferiche; l’economia, le comunicazioni, i viaggi e
i trasporti ne furono tutti ugualmente influenzati. In
particolare, prima dell’arrivo di telegrafo e ferrovia nel XIX
secolo, l’amministrazione e il commercio, oltre a dipendere
dalle stagioni, dovevano fare i conti con distanze di oltre
ottomila chilometri e dieci differenti fusi orari. Così le vie
fluviali, che rappresentavano le più importanti arterie di
comunicazione, divennero per la Rus’ la chiave di sviluppo.
Ma i fiumi hanno rapide, zone con bassi fondali, straripano
in primavera, si seccano in estate, gelano d’inverno, e col
disgelo si riempiono di pericolosi blocchi ghiacciati. Nei
lunghi inverni, il ghiaccio e la neve indurita formavano il
terreno adatto per le slitte e in quel periodo dell’anno era
spesso più facile viaggiare lungo percorsi in estate
disastrati e impraticabili. Il freddo e il gelo, però, erodono
anche le strade meglio lastricate, e con il disgelo
primaverile e le piogge d’autunno le vie di comunicazione
sparivano sott’acqua o si scioglievano nel fango, rendendo
gli spostamenti quasi impossibili. Anche in epoca
moderna, nonostante le nuove tecnologie e i nuovi
materiali, la manutenzione delle strade è rimasta un
problema complesso e fonte di ingenti spese in molte zone
del paese.
Nella geografia dell’Europa orientale e dell’Eurasia
interna la posizione settentrionale si accompagna a un
clima continentale freddo e relativamente secco. Le zone di
vegetazione dell’area riflettono queste caratteristiche.
All’estremo nord, intorno al Circolo polare, si estende la
tundra, una regione di permafrost, con una temperatura
media di -10°C e neve per quasi tutto l’anno, dove crescono
sparsi alberi bassi, arbusti, muschi e licheni. A sud della
tundra comincia la foresta: la taiga, o foresta boreale, è una
vasta distesa di conifere che rappresenta la più grande
riserva di legname dolce del mondo, con alberi decidui che
crescono su terreni poveri di sostanze e spesso
acquitrinosi; da ovest si estende per tutta la Siberia e ospita
una fauna che fu in grado di fornire alla Russia antica una
straordinaria quantità di pellicce, il cui commercio, come
sarebbe avvenuto più tardi in Nordamerica, incentivò
esplorazione e insediamento.
Più in basso, la taiga sfuma in una foresta mista di
conifere (pini e abeti rossi) e di querce, aceri e faggi decidui
(molti ormai tagliati) che a sud si estende fino a Kiev e a est
fino agli Urali. Qui il terreno, sebbene più ricco, è ancora
relativamente povero e le brevi e piovose estati lo rendono
poco adatto all’agricoltura. Ciononostante, questa zona di
foreste miste divenne il cuore della Rus’ e della Moscovia. I
fiumi della Russia europea, infatti, nascono proprio qui,
fornendo agli abitanti di queste terre e ai loro governi
importanti vie di comunicazione, mentre la foresta li
proteggeva dagli attacchi provenienti dalle steppe del sud e
dai nemici giunti da Occidente. Fu questo, fin dalle origini,
l’ambiente in cui nacquero e si svilupparono la vita e la
cultura russe. A tal proposito, il grande storico del XIX
secolo Vasilij Ključevskij, scrisse:

Fino alla metà del XVIII secolo la maggior parte dei russi
viveva nei boschi delle nostre pianure. La steppa entrava
nelle loro esistenze solo in occasioni nefaste, con le invasione
tatare e le rivolte dei cosacchi. Nel XVII secolo, a un
occidentale in viaggio da Smolensk a Mosca, la Moscovia
appariva ancora come una sterminata foresta intervallata da
radure di dimensioni più o meno grandi su cui sorgevano
villaggi e città. […] I boschi offrivano ai russi molti vantaggi
economici, politici e perfino morali. Fornivano una casa in
pino o in quercia, da riscaldare con legname di betulla e di
pioppo e da illuminare con accenditoi di betulla. Dalla foresta
si ricavavano scarpe di fibra di tiglio e utensili vari. […] La
foresta era il rifugio più sicuro dai nemici esterni e sostituiva
montagne e fortezze. Lo stato stesso, dopo una Rus’ distrutta
perché troppo vicina alle steppe, si poté sviluppare solo a
nord, lontano da Kiev, protetto dai boschi. […] [Eppure] la
foresta rappresentò sempre un fardello per i russi.
Nell’antichità, quando era troppo rigogliosa, intralciava le
strade e i sentieri, riconquistava a poco a poco prati e campi
disboscati a fatica e minacciava gli uomini e il bestiame con
lupi e orsi. La foresta dava asilo a ladri e briganti. Strappare
con ascia e fuoco appezzamenti da coltivare era un lavoro
ingrato ed estenuante. […] I russi non hanno mai amato la
loro foresta.

Proseguendo verso sud, lungo una linea che da Kiev


passa per Tula, Rjazan’ e Kazan’, la foresta si dirada nella
steppa boscosa, con praterie intervallate da zone di alberi
decidui, che si estendono per duemila cinquecento
chilometri dai Carpazi agli Urali, e a est fino all’Enisej.
Ancora più a sud la steppa boscosa lascia il posto a distese
di steppa aperta, i «grandi spazi aperti» della Russia, che
arrivano fino al Mar Nero e a est si trasformano in steppa
salata e arido semideserto a nord del Caspio. Il terreno
delle steppe è formato principalmente da terra nera
(černozëm), ricca e fertile che, nonostante le rade piogge,
permette grande produttività agricola per un vasto
triangolo di quattromila chilometri, da Kiev fino alla
Siberia occidentale. Zone di pascolo e caccia per i popoli
nomadi, queste aree rimasero per secoli terra di nessuno,
teatro di guerre di confine e arena per la politica delle
steppe, in cui kieviani, moscoviti, polacchi e lituani
interagirono prima con gli invasori pečenegi e polovcy, poi
con i discendenti tatari di Gengis Khan, e infine, nel
periodo imperiale, con altri gruppi nomadi come i
calmucchi e i kazachi. Ancora nel XVIII secolo, moscoviti,
polacchi e ucraini affrontarono i tatari di Crimea,
discendenti dei mongoli, e altri popoli delle steppe che
venivano da quella che i moscoviti chiamavano «zona
selvaggia», razziando, saccheggiando e prendendo
prigionieri russi e polacchi per rivenderli al mercato degli
schiavi in Crimea e a Costantinopoli.
Fino all’epoca moderna per i governi di Kiev, di Mosca e
per quello imperiale, le steppe rappresentarono al
contempo una minaccia e un’opportunità. Se da un lato
minacciavano un’imminente distruzione per mano di
potenti invasori (i primi sovrani furono legati agli
imperativi diplomatici e militari della politica delle steppe
eurasiatiche, e fortificazione e difesa furono tra le loro
preoccupazioni principali), dall’altro i territori al confine
orientale rappresentavano uno spazio disabitato e senza
controllo, aperto alla conquista e allo sfruttamento, e
offrivano possibilità illimitate di espansione e commercio.
La Russia, infatti, fu uno stato di frontiera per molto più
tempo, ad esempio, dell’America, tanto che uno degli
elementi ricorrenti della sua storia è la frontiera in
continuo spostamento. La relativa desolazione della
Siberia, conquistata nel Cinquecento e nel Seicento da
popoli autoctoni e dai tatari discendenti dei mongoli, e la
pericolosa instabilità della «zona selvaggia» meridionale
richiedevano un controllo e una difesa continui, che
costavano molte risorse. A differenza dell’America, inoltre,
la Russia dovette fare i conti con l’assimilazione delle terre
al confine orientale e meridionale e affrontare al contempo
pericolosi rivali in altre zone. Questo stato di cose costrinse
i sovrani russi a mobilitare, fin dalle origini, tutte le loro
risorse e in maniera più sistematica rispetto a tutte le altre
nazioni europee. Nel corso dei secoli, in termini di costante
insicurezza, perdita di popolazione, spese per la difesa e
rallentamento dello sviluppo economico, la Russia pagò un
prezzo enorme. Ma smisurate furono anche le sue
possibilità: la Siberia è tuttora terra di frontiera, e il confine
delle steppe meridionali, in quella che oggi chiamiamo
Ucraina, fu definitivamente chiuso all’inizio del XIX secolo
con la colonizzazione di tutto il territorio. Più tardi, sempre
nell’Ottocento, l’ulteriore espansione russa a sudest aprì
una nuova enorme regione di frontiera oltre il Volga, in
Asia centrale, e la sua costante avanzata in quella direzione
preoccupò i governatori delle colonie britanniche. L’Asia
centrale e l’Afghanistan divennero teatro del «grande
gioco» dell’impero e dell’espansione coloniale, e gli inglesi
arrivarono addirittura a considerare la Russia, sebbene in
modo irrealistico, come una minaccia per l’India
britannica.
L’espansione russa, sulla spinta di stimoli economici e
necessità di difesa, fu favorita dalla mancanza di confini e
di una potente opposizione. Ma se, come per la Gran
Bretagna, in alcuni casi i suoi governanti conquistarono
nuovi territori «quasi senza accorgersene», per una parte
della popolazione russa le zone di confine significavano
ben altro: i contadini vi emigravano per vie legali e illegali
in cerca di nuove terre da coltivare. La frontiera
rappresentava anche un rifugio, selvaggio e isolato, per chi
volesse sfuggire al controllo oppressivo del governo
centrale. Il sogno di una vita migliore fece nascere tra i
contadini racconti utopici di terre libere dal giogo
dell’autorità, come la mitica Belovod’e (Terra dell’acqua
bianca) spersa da qualche parte nell’Estremo Oriente
siberiano o in Giappone. La discutibile tesi di Frederick
Jackson Turner sulla frontiera americana come «valvola di
sfogo» e crogiolo della nazione è stata applicata anche alla
Russia: fuggiaschi slavi e briganti tatari si nascosero nelle
selvagge praterie del sud stabilendosi lungo i grandi fiumi
e adottando lo stile di vita errante e guerresco dei nomadi
delle steppe. Fu così che si formarono gli «eserciti»
cosacchi (comunità militarizzate) delle steppe meridionali.
La parola «cosacco» deriva da una radice turca che significa
«uomo libero» e i vasti spazi della frontiera medievale
moscovita garantivano loro più o meno lo stesso genere di
libertà (volja) di cui godranno in seguito i coloni e i cowboy
armati e indipendenti delle praterie del Nordamerica. Volja,
una delle due parole russe per libertà (l’altra, svoboda, è la
libertà per legge), che significa anche «volontà» o «forza di
volontà», indicava la libertà di esercitare il proprio volere,
la possibilità di non essere agli ordini di nessuno, tanto che
tra i primi cosacchi la violenza era la sola e unica legge.
Anche i contadini russi, divenuti servi nel XVI e nel XVII
secolo e privati della proprietà della terra che coltivavano,
desideravano volja, che per loro significava libertà
dall’ingerenza dei padroni e del governo. Allo stesso modo
cercavano rifugio in periferia i dissidenti religiosi, fuggiti
dalla Chiesa ufficiale dopo lo scisma del Seicento, che si
nascondevano spesso nelle foreste e sulle montagne della
Russia settentrionale e della Siberia. (A metà del XX secolo
gli esploratori sovietici si imbatteranno in villaggi siberiani
nascosti fondati da vecchi credenti, i cui abitanti non
sapevano nulla della Rivoluzione bolscevica e dei fatti che
ne erano seguiti.)
I grandi fiumi della Russia attraversavano sia le foreste
sia le steppe, e il territorio pianeggiante non spezzava le
linee di displuvio, permettendo lo sviluppo di enormi corsi
d’acqua. Nella Russia europea il fiume Dnepr (2285 km) è
superato in lunghezza solo dal Volga, il corso d’acqua più
lungo d’Europa (3700 km), che collega Mosca e il nordovest
con il mar Caspio, mentre un breve canale dal Volga al Don
– il cui progetto fu completato solo nel 1952, dopo
numerosi tentativi nel corso di tutta la storia russa – dà
accesso al Mare di Azov, al Mar Nero e al Mediterraneo. Ma
i fiumi della Russia europea scompaiono se paragonati a
quelli siberiani: l’Enisej (4090 km), l’Ob’ con l’affluente
Irtyš (5410 km) e la Lena (4400 km) nascono al confine con
la Mongolia e la Cina e sfociano nel Mar Glaciale Artico.
Siccome scorrono verso nord, da un punto di vista
organizzativo vanno nella direzione sbagliata (i progettisti
sovietici lo consideravano un «difetto di natura»), ma
hanno affluenti che scorrono verso est e verso ovest. Nella
zona meridionale dell’Estremo Oriente russo l’Amur, con il
suo affluente Ussuri (4510 km), forma gran parte del
confine con la Cina.
Questi fiumi ghiacciano per quasi tutto l’anno, come i
mari che delimitano l’antico cuore della Rus’ e della Russia
del nord: il Mar Bianco e il mar Baltico. Altrove il paese
rimase a lungo senza sbocchi al mare, la costa del Pacifico
così lontana da costituire un’area economica a sé stante, e
l’accesso ai mari temperati, per un commercio marittimo
continuo e comunicazioni internazionali, fu una delle
aspirazioni dei sovrani moscoviti e degli imperatori di
Russia. La capacità della Rus’ di inviare flottiglie mercantili,
nonché spedizioni militari, al di là del Mar Nero giocò un
ruolo importante nelle relazioni tra Kiev e Bisanzio: dietro
Costantinopoli c’era il Mediterraneo, che divenne
accessibile solo alla fine del XVIII secolo. I russi non
raggiunsero il Pacifico prima del Seicento, mentre le
moderne basi sul Baltico risalgono al Settecento.
Le terre della Rus’ erano sulla rotta di alcune delle
maggiori vie commerciali dell’epoca. La «strada dai
varjaghi [vichinghi] ai greci [bizantini]» partiva dal Baltico,
seguiva i fiumi Lovat’ e Volchov, poi il corso della Dvina
occidentale e, attraverso lo spartiacque del Rialto del Valdaj
e delle vicine zone montane, giungeva al fiume Dnepr, al
Mar Nero e al Bosforo. Il Volga apriva ai mercanti del
Nordeuropa la via di Baghdad, dell’Arabia e più tardi della
Cina. Novgorod, una delle città più antiche della Rus’, si
arricchì facendo da ponte tra il commercio nordeuropeo e i
mercati asiatici. Il contributo russo a questi scambi
consisteva principalmente in prodotti della foresta,
pellicce, selvaggina, miele, cera e legname, cui più tardi si
aggiunsero canapa, lino, sego e materiali per le navi. Con la
conquista della Siberia cominciò anche l’esplorazione delle
sue straordinarie risorse minerarie, ma la ricchezza del
sottosuolo siberiano era difficile da sfruttare poiché, oggi
come allora, complicata da raggiungere, trasformare in
oggetti utili e inviare ai centri del commercio e del
consumo. Nel XVIII secolo il ferro russo degli Urali,
trasportato con chiatte per via fluviale, era più economico a
Costantinopoli che a San Pietroburgo.
Il modo in cui si svilupparono commercio ed economia
influenzò profondamente la fisionomia della società russa.
Per la sua epoca la Rus’, che fondava la propria prosperità
soprattutto sui traffici a distanza, era abbastanza
urbanizzata. La conquista mongola, però, interruppe molte
relazioni commerciali e nella Russia moscovita si sviluppò
un’economia più chiusa e su base agricola, in cui le città
rappresentavano soprattutto centri amministrativi o
capisaldi militari: la scarsa diffusione del commercio e
l’autonomia dei latifondi nobiliari, infatti, non favorirono
l’urbanizzazione e l’indipendenza dei centri urbani. Fino al
XIX e XX secolo, dunque, le città russe rimasero
relativamente poche, povere e dallo scarso peso politico,
fatto che ha rappresentato un elemento cruciale nello
sviluppo, o meglio nel sottosviluppo, della società civile e
della cultura politica in Russia.
Dimensioni, geografia, geologia e clima hanno quindi
imposto limiti precisi al modo di vivere e all’evoluzione del
paese. Nel corso della loro storia i russi, con poche risorse e
molti problemi di sicurezza, hanno dovuto affrontare
condizioni più dure di qualunque altro grande stato nel
Vecchio o nel Nuovo Mondo. In un simile ambiente vivere,
lavorare e trovare i mezzi per la sopravvivenza è più
difficile, e rappresenta ancora un problema nel XX e XXI
secolo, anche se meno grave che nel Mille e nel Millecento.
E la stessa preoccupazione hanno anche tutte le altre
società dell’Eurasia interna, che in questo si differenziano
da quelle costiere dell’Eurasia esterna. Nelle parole di
Christian: «Le società che hanno fatto la storia dell’Eurasia
interna sono quelle che hanno saputo concentrare e
raccogliere le scarse risorse umane di una regione per
natura relativamente poco produttiva». In queste
condizioni ostili, i governi succedutisi tra gli slavi orientali
si sono dimostrati straordinariamente capaci, e la Russia è
divenuta e resta, anche dopo aver perso lo status di
superpotenza nel 1991, il più grande stato territoriale del
mondo, forte e influente sia dal punto di vista economico
sia militare.
I
Dalle origini al 1300: Kiev e Saraj

La Rus’, la prima organizzazione politica degli slavi


orientali, sorse nel IX secolo d.C. intorno a Kiev, sul fiume
Dnepr, e divenne lo stato più grande dell’Europa
medievale, soprattutto dopo la conversione al
Cristianesimo orientale nel 988, un passo che influenzò in
maniera determinante i suoi orientamenti culturali e
politici. Nel XIII secolo la Rus’ fu conquistata dai mongoli
discendenti di Gengis Khan e diventò parte dell’impero
mongolo. I sovrani del khanato Kipčak (l’Orda d’Oro), la
parte più occidentale dell’impero, posero la loro capitale a
Saraj sul Volga.
La Rus’ di Kiev
Le origini della Rus’
La nascita della Rus’ di Kiev è rimasto un evento oscuro. Si
sa che nel IX secolo le tribù slave della regione erano
capeggiate dai membri di una popolazione chiamata rhos o
rus’, ma l’origine e l’identità di questi rus’ e il processo
storico per cui divennero i capi di una nuova struttura
politica centrata su Novgorod e Kiev non sono chiari. La
cosiddetta «questione normanna» è stata discussa e
contestata fin dai suoi esordi nel XVIII secolo, e fa
riferimento a un passaggio della Cronaca degli anni passati o
Cronaca di Nestore, la maggiore fonte autoctona per la storia
della Russia antica. Scritta in diverse fasi tra l’XI e il XII
secolo da monaci di Kiev per glorificare la dinastia
regnante, la Cronaca è un documento complesso e di
difficile interpretazione, ma inestimabile poiché si occupa
di un periodo su cui esistono soltanto poche fonti. Negli
anni 859-862 il Cronista annota che le locali tribù slave e
finniche, che in precedenza si erano opposte alle richieste
di tributi da parte dei rus’, essendo ormai giunte ai ferri
corti tra loro, decisero di assoggettarsi volontariamente a
quegli stranieri purché facessero da giudici e sovrani:

859. Anno 6367. Levarono tributo i Varjaghi d’oltre mare


sui Čudi e sugli Slavi, sui Meri e sui Vesi e sui Kriviči. Mentre
i Chazari lo riscotevano dai Poliani, e dai Severiani, e dai
Vjatiči riscotevano monete d’argento e pelle di scoiattolo per
ogni focolare. […]
862. Anno 6370. Scacciarono i Varjaghi al di là del mare, e
non pagarono loro il tributo, e cominciarono da sé a
governarsi, e non vi era tra loro giustizia […] e cominciarono
a combattersi essi fra loro stessi. E si dissero: «Cerchiamo un
principe, il quale ci governi e giudichi secondo giustizia». E
andarono al di là del mare dai Varjaghi, dai Russi. Giacché
questi Varjaghi si chiamavano Russi, così come altri si
chiamano Svedesi, altri Normanni, Angli, Goti, così anche
questi. Dissero ai Russi i Čudi, gli Slavi, i Kriviči e i Vesi: «La
terra nostra è grande e fertile, ma ordine in essa non v’è.
Venite a governarci e comandarci!». E si riunirono tre fratelli
con la loro gente, e presero seco tutti i Russi; e giunsero [ivi]. 1

Questo racconto, paragonabile alla storia della nascita di


Roma a opera di Romolo e Remo o alla leggenda di Hengist
e Horsa della Cronaca anglosassone, è un classico mito di
fondazione. Altre fonti e alcuni reperti archeologici
dimostrano, in ogni caso, che i guerrieri e i mercanti
chiamati rhos o rus’ si erano a quell’epoca stabiliti
nell’Europa nordoccidentale; si è tentato inoltre di
identificare il personaggio reale da cui sarebbe nata la
figura leggendaria del capo Rjurik, dando il nome alla
dinastia russa kieviana e moscovita. I rus’ erano di origine
scandinava e giunsero nella regione per commerciare e
razziare, attratti in particolar modo dall’argento
proveniente dai mercati del mondo arabo. Dall’VIII secolo
in poi i norreni scandinavi cominciarono una fase di
espansione che li portò per il mondo sulle loro lunghe navi
per traffici, razzie ed esplorazioni. Nell’arco di circa due
secoli raggiunsero e colonizzarono il Nordamerica,
l’Islanda e la Groenlandia, le isole britanniche, la Spagna,
la Sicilia e l’Armenia; vichinghe erano anche le «guardie
varjaghe» degli imperatori bizantini di Costantinopoli. I
«varjaghi» si spinsero a est in cerca delle merci asiatiche
che trovavano nei mercati dei bulgari del Volga e del
khanato dei chazari. Sono rimaste loro tracce anche nei
paesi slavi: a quanto risulta, durante il IX secolo questi
mercanti armati strinsero con le popolazioni slave e
finniche contatti più stabili e in cambio di tributi offrirono
protezione dagli attacchi dei nomadi e dalle razzie di
varjaghi rivali, diventando successivamente principi e
governando con il loro seguito (družina) su quelle società
tribali. Da principio i nuovi venuti fondarono i loro
capisaldi nel nord. Rjurikovo Gorodišče (la città di Rjurik),
un importante insediamento sul fiume Volchov, sulle
sponde del lago Il’men’, è stato identificato come probabile
prima base dei rus’. Secondo la Cronaca degli anni passati,
accettando l’invito degli slavi, Rjurik si stabilì nella città di
Novgorod, mentre i suoi fratelli divennero signori delle
città vicine. Con la loro morte Rjurik rimase l’unico
sovrano. Quando morì nell’879 o nell’882, sempre secondo
la Cronaca, gli successe, dapprima sotto la reggenza di Oleg
(Helgi), il figlio minore Igor ’, che intorno al 880 si stabilì a
Kiev. Quando Igor ’ fu ucciso da tributari ribelli nel 945 il
potere passò nella mani della vedova Ol’ga (Helga), fino
all’ascesa al trono nel 962 del figlio Svjatoslav, il primo
sovrano rjurikide con un nome slavo.
Svjatoslav, Vladimir e la conversione della Rus’
All’epoca di Svjatoslav (962-972) la Rus’ di Kiev, che ora
orbitava attorno al medio Dnepr, era ormai divenuta una
potenza di un certo peso, in grado di fronteggiare le altre
forze della regione: i bulgari del Volga, i chazari e persino
l’impero bizantino. Il khanato dei chazari era un
agglomerato di tribù che formava uno stato multietnico, il
cui centro si trovava tra il Mar Nero e il mar Caspio. Negli
anni seguenti la capitale divenne Itil, sul Volga, sopra
l’attuale Astrachan’, ma il suo potere si estendeva a nord, a
ovest e a sud fino al Caucaso. I chazari ricevevano tributi
dagli slavi del Dnepr ed è probabile che all’inizio Kiev
fosse sotto il loro dominio, o almeno presidiata da truppe
chazare. Col tempo affiancarono alla riscossione dei tributi
il commercio e lo sfruttamento delle miniere, e nell’VIII
secolo la supremazia chazara creò una pax chazarica nelle
steppe meridionali che facilitò, tra l’altro, le migrazioni
slave. Dopo aver accettato per un breve periodo l’Islam,
nell’861 le élite chazare scelsero come religione di stato
l’Ebraismo. A sud il loro impero intratteneva complessi
rapporti con Bisanzio ed ebbe una notevole influenza sul
nascente stato della Rus’.
Negli anni Sessanta del X secolo, Svjatoslav espanse i
suoi territori, sottomettendo i tributari chazari dell’Oka e
del Volga. Conquistò anche la Chazaria meridionale e nel
965 distrusse Itil, portando al collasso la potenza nemica. I
rus’ dominavano ora le vie commerciali dal Volga al mar
Caspio e le steppe del Dnepr e del Ponto (Mar Nero). Ma,
ironia della sorte, con la caduta dei chazari le steppe
meridionali diedero libero accesso ai nomadi pečenegi che
rappresentavano una minaccia ancora maggiore:
costrinsero i rus’ ad alleanze di sangue e arrivarono persino
ad assediare Kiev nel 969. Intanto Svjatoslav saccheggiava
Bolgary, capitale dei bulgari del Volga e sconfiggeva i
bulgari del Danubio, disperdendoli a sudovest, come
richiestogli dall’imperatore bizantino. Ma le sue furono
fragili conquiste: a frustrare i suoi progetti di consolidare il
potere sul Danubio ci pensarono i bizantini, e sulla via del
ritorno Svjatoslav fu ucciso dai pečenegi che, secondo l’uso
tribale, trasformarono il suo teschio in una coppa.
Per tutto il X secolo, i rapporti tra rus’ e Bisanzio furono
caratterizzati dall’alternarsi di conflitti e alleanze, come
confermano fonti kieviane oltre che arabe e bizantine.
Dopo il primo attacco dei varjaghi russi contro l’Impero
d’Oriente, che risale all’861, ne seguirono altri nel 907, 941
e 971, sempre a scopo di razzia o per raggiungere nuove vie
commerciali, che portarono alla stipulazione di trattati nel
911, 944 e 971, con cui si regolavano le relazioni tra rus’ e
Bisanzio e il diritto dei primi di commerciare a
Costantinopoli. Nel 957 Ol’ga guidò personalmente una
delegazione alla capitale bizantina, dove fu ricevuta
dall’imperatore Costantino VII, conscio dell’importanza di
quella nuova potenza del nord. Bisanzio ebbe enorme
rilevanza culturale per la Rus’ persino nel suo declino, fino
alla conquista dei turchi ottomani nel 1453.
Alla morte di Svjatoslav, tra i suoi figli seguì una lotta
sanguinosa per il potere. Uno venne ucciso e il più giovane,
Vladimir, salpò in Scandinavia cercando la protezione del
re di Norvegia, per poi tornare con un contingente varjago,
assassinare il fratellastro Jaropolk e prendere il controllo di
Kiev. Il regno di Vladimir Svjatoslavič (980-1015) segnò il
definitivo assestamento della Rus’ di Kiev, che da una
congerie di popolazioni tributarie divenne
un’organizzazione politica e sociale abbastanza coerente.
Vladimir consolidò i suoi territori, diventandone signore
incontrastato: si proclamò gran principe e, scelta Kiev come
capitale, fondò nuove città e insediamenti nell’entroterra,
popolandoli di coloni del nord; inoltre sviluppò e ampliò le
rudimentali forme di amministrazione centrale che Ol’ga
aveva introdotto al posto dei vecchi ordinamenti tribali.
Oltre a circondarsi di ufficiali che rispondevano
direttamente a lui, Vladimir seguì l’esempio del padre
suddividendo il regno fra i suoi figli in base alle principali
città e ai loro territori: ogni principe, con il proprio seguito
militare, divenne responsabile della riscossione dei tributi,
dell’ordine civile e della difesa del proprio territorio.
Durante il regno di uno dei figli di Vladimir, Jaroslav (detto
il Saggio, 1019-1054), fu promulgato il primo codice legale,
la Russkaja Pravda (Verità russa o Giustizia russa), che
formò per secoli, insieme al diritto ecclesiastico di origine
bizantina, la base del diritto civile russo.
Al principio la Rus’ era uno stato pagano i cui popoli
adoravano divinità slave e finniche e, giunto al potere,
Vladimir eresse persino un pantheon in un luogo elevato di
Kiev. Le élite della Rus’, tuttavia, subirono l’influenza di
fedi e credenze religiose diffuse nel territorio circostante: i
sovrani chazari praticavano l’Ebraismo, l’Islam era giunto
fino ai bulgari del Volga già all’inizio del X secolo, e il
Cristianesimo si stava diffondendo nell’Europa orientale e
meridionale. Nei Balcani i monaci bizantini Cirillo e
Metodio avevano tradotto le scritture e la liturgia dal greco
in un dialetto slavo scritto in alfabeto glagolitico, e nell’864
avevano convertito i bulgari del Danubio. Negli anni
Sessanta del X secolo la Polonia accolse il Cristianesimo di
Roma e lo stesso fecero intorno al 985 i magiari ungheresi.
Più a nord il re danese Harald Dente Blu si convertì nel 965,
i norvegesi nel 993. Il Cristianesimo bizantino era già noto
da tempo ai rus’: nell’867 il patriarca bizantino Fozio aveva
creato una diocesi per slavi e varjaghi convertiti. Nel 957,
durante una visita a Costantinopoli, Ol’ga accolse il
battesimo e nel 960, in seguito a una missione diplomatica
dei rus’ a Francoforte, presso l’imperatore del Sacro
Romano Impero, Ottone I inviò un vescovo cattolico a Kiev.
Ma l’iniziativa di Ol’ga provocò una forte opposizione da
parte dell’élite pagana della Rus’, e Svjatoslav, temendo lo
scherno della sua corte, non si convertì. Fu suo figlio
Vladimir a compiere nel 988 questo passo epocale per sé e
per il suo popolo.
Celebre è l’annotazione all’anno 987 contenuta nella
Cronaca degli anni passati che descrive la conversione di
Vladimir come il risultato di una ricerca spirituale: dopo
aver incontrato i rappresentanti delle fedi monoteistiche (i
bulgari musulmani, i chazari ebrei, i germani cattolici, i
bizantini greci ortodossi), il sovrano manda i suoi emissari
a svolgere ulteriori indagini. Questi, poco impressionati dai
primi incontri, sono invece conquistati dalla gloria della
cristianità bizantina: «E dai Greci andammo, e vedemmo
dove officiavano in onore del loro Dio, e non sapevamo se
in cielo ci trovavamo oppure in terra: […]; solo questo
sappiamo: che là Dio con l’uomo coesiste, e che il rito loro
è migliore [di quello] di tutti i paesi. Ancora non possiamo
dimenticare quella bellezza». 2 Ma è più probabile che a
spingere verso la conversione siano stati soprattutto fattori
pratici: le religioni monoteistiche abbracciate dai potenti
vicini rappresentavano interessanti strumenti di
integrazione politica e di controllo sociale e convertirsi
all’ortodossia poteva portare a una riconciliazione con la
potenza culturale ed economica di Bisanzio. Nel 987
l’imperatore Basilio II che, minacciato da una grande
rivolta, aveva un bisogno disperato di una valida alleanza,
accettò il decisivo aiuto militare di Vladimir e in cambio
promise al principe della Rus’ la mano di una principessa
imperiale. Ma siccome per Anna Porfirogenita, sorella di
Basilio, il matrimonio con un barbaro non convertito
avrebbe significato infrangere sia la tradizione bizantina
sia il diritto imperiale, nel 988 Vladimir, pur di ottenere in
sposa la principessa, si lasciò battezzare. Tornato a Kiev
distrusse il pantheon pagano, scacciò le sue concubine e le
altre mogli e, secondo la Cronaca, organizzò un battesimo
di massa dei kieviani nello Dnepr. Così la Rus’ di Kiev
divenne una metropoli della Chiesa orientale, con vescovati
a Belgorod, Novgorod e Černigov; il metropolita veniva
designato dal patriarca di Costantinopoli.
La conversione della Rus’ al Cristianesimo fu un trionfo
sia per Bisanzio, che ora esercitava la sua influenza fino al
profondo nord, sia per Vladimir, ed ebbe un’importanza
enorme anche per la Russia in generale: vincolando il
destino della Rus’ al mondo cristiano e a quella che più
tardi sarebbe divenuta l’Europa, Vladimir legò la cultura
della Russia a Bisanzio. Anna fu accompagnata a Kiev da
un seguito di ecclesiastici greci, e greci furono anche i
maestri artigiani che Vladimir chiamò per costruire la
chiesa della Decima (991-996) a Kiev, il primo grande
edificio cristiano della Rus’, e le successive cattedrali di
Santa Sofia, sempre a Kiev e a Novgorod; grazie a questi
monumenti giunsero in Russia la tecnica dell’affresco e
dell’icona. La principessa bizantina, dunque, non portò con
sé soltanto la maestà e la religione di Bisanzio, ma anche la
sua cultura letteraria, le forme d’arte, le norme politiche e
legali, e la tradizione del monachesimo orientale. La nuova
metropoli, per esempio, adottò come propria lingua
liturgica lo slavo ecclesiastico, scritto nell’alfabeto cirillico
arcaico, derivato dall’alfabeto glagolitico, e la Russia ebbe
accesso a testi religiosi e secolari e alle cronache bizantine
(il codice medievale russo di diritto ecclesiastico conosciuto
come Kormčaja kniga, alla lettera Libro pilota, era una
compilazione bizantina). Col tempo la Rus’ di Kiev
produsse anche una propria cultura letteraria, con testi
come lo storico Sermone sulla legge e sulla grazia (1050 circa)
del metropolita Ilarion. Ma l’opera più famosa della
letteratura russa delle origini resta l’epos Il canto della
schiera di Igor’ (Slovo o Polku Igoreve), che risale alla fine del
XII secolo e fu per Borodin fonte d’ispirazione per una sua
opera, Il principe Igor’. Tuttavia l’adozione del Cristianesimo
bizantino invece di quello romano impedì la diffusione del
latino, e l’uso della lingua slava ecclesiastica rese
relativamente scarso l’influsso della lingua greca.
La scelta di Vladimir a favore del Cristianesimo orientale
ortodosso, invece di quello occidentale romano, ebbe anche
altre ripercussioni, conseguenze di vasta portata. Dopo lo
scisma d’Oriente del 1054, la Rus’ si allontanò, sebbene non
tanto quanto si crede, dall’evoluzione culturale e
intellettuale dell’Europa cattolica (più tardi le tensioni tra
ortodossi e cattolici giocheranno un ruolo importante nei
rapporti tra la Russia e i suoi vicini occidentali, in
particolare la Polonia). Liturgia e teologia ortodosse, per
esempio, ebbero un peso enorme nello sviluppo della
cultura e della sua visione del mondo russo. Più che sulla
costruzione teologica di Dio, la tradizione bizantina si
concentrava su ritualità, preghiera e adorazione; la ricerca
intellettuale si sviluppò tardi e il sapere rimase
essenzialmente monastico (fino alla prima età moderna,
nei paesi ortodossi, a parte Ohrid in Macedonia nel IX
secolo, non fu fondata nessuna università e dopo il declino
di Costantinopoli non ci fu centro che potesse rivendicare
l’autorità universale esercitata da Roma sui paesi cattolici).
Le tradizioni ortodosse, inoltre, influenzarono fortemente
l’arte russa, in particolare riguardo alla posizione
dominante delle icone: non si tratta di pittura figurativa,
ma di rappresentazioni simboliche create per condurre al
regno dello spirituale e del divino sia l’artista sia lo
spettatore; vere e proprie forme d’arte figurativa e profana
giunsero in Russia molto più tardi. Lo stesso avvenne per la
musica strumentale, rifiutata dagli ortodossi: la
straordinaria tradizione russa di canto corale sacro si
accompagnò all’avversione ufficiale per gli strumenti
popolari suonati da musicisti girovaghi (skomorochi), che
portò anche alla scarsa diffusione e al rifiuto della musica
strumentale europea, almeno fino all’epoca di Pietro il
Grande. Ugualmente importante fu l’influenza del
monachesimo orientale, che trovò la sua massima
espressione nelle comunità del monte Athos in Grecia: il
primo monastero kieviano, il Monastero delle Grotte
(Pečerskaja lavra), fu fondato a Kiev intorno al 1050 dal
monaco atonita Antonij, poi dichiarato santo. I monasteri
furono centri di vita spirituale, di istruzione e cultura, e con
il passare degli anni si trasformarono nel cuore delle
colonie e degli insediamenti delle lontane periferie, e
divennero i principali proprietari terrieri; con la
costruzione di grandi mura di cinta furono impiegati anche
come fortezze e rifugi nei periodi di guerra.
Malgrado le azioni risolute di Vladimir dopo la sua
conversione, e le influenze della cultura e del clero
bizantini sull’élite della Rus’, tra le masse popolari il
Cristianesimo si diffuse lentamente. Ma se la forte
opposizione iniziale (a Novgorod scoppiò una rivolta
contro la dissacrazione degli idoli pagani) ebbe vita breve,
le credenze pagane e gli usi locali furono duri a morire e
nella Rus’, come altrove, la nuova fede tollerò i vecchi
sistemi religiosi (la venerazione degli spiriti della foresta e
del focolare, il culto degli antenati, le pratiche magiche e
animiste), e in alcuni casi vi si adattò: questo sincretismo
chiamato dvoeverie, «doppia fede», ha caratterizzato la
religione popolare russa fino all’epoca moderna.
Ciononostante, il Cristianesimo istituzionale si impose
nella Rus’ come sistema ufficiale senza particolari difficoltà
e, oltre a formare la base di una cultura condivisa
dall’intera nazione, fornì la giustificazione teorica al potere
della casata kieviana e moscovita di Rjurik.
I principi rjurikidi consolidarono la propria autorità su
una popolazione per la stragrande maggioranza rurale,
contadini che vivevano soprattutto di agricoltura. Nella
Rus’ si praticava la schiavitù, ma i contadini erano liberi e si
sostentavano con le tecniche agricole del «taglia e brucia»,
la coltivazione di cereali nelle radure e l’allevamento di
bestiame, mantenendo anche la popolazione urbana e le
élite cittadine. Inoltre pescavano, cacciavano e
raccoglievano i prodotti della foresta (bacche, funghi, noci,
miele e cera). In genere le famiglie proprietarie di un
appezzamento di terreno si raggruppavano in borghi e
villaggi ed entravano a far parte di comunità territoriali o
associazioni locali (verv’ o mir) che condividevano i terreni
e le strutture agricole. Le comunità avevano una
responsabilità generale o collettiva nel pagamento dei
tributi e nell’assolvimento degli altri obblighi legali dei
singoli membri e delle famiglie.
Oltre a una base rurale, la Rus’ sviluppò una notevole
urbanizzazione soprattutto a causa della crescente
importanza del commercio: il 13-15% della popolazione
viveva probabilmente in agglomerati urbani abbastanza
numerosi e progrediti, tanto che le città più grandi della
Rus’ reggevano il confronto con quelle dell’Europa
contemporanea. Erano le sedi di principi e dignitari
ecclesiastici, che possedevano spesso anche vaste proprietà
fondiarie. La maggioranza della popolazione cittadina era
costituita da artigiani, piccoli commercianti e lavoratori
non specializzati. Tra loro e l’élite c’erano i ricchi mercanti
autoctoni o stranieri, mentre sul gradino più basso della
società si trovavano i lavoratori dipendenti e gli schiavi.
Anche le città avevano i loro organi comunitari:
un’assemblea, il veče. Il principe e il suo seguito tenevano in
enorme considerazione il rapporto con la popolazione
cittadina: il gran principe assegnava le città ai singoli
principi e questi ne affidavano l’amministrazione ordinaria
agli abitanti; inoltre, la sola družina non era quasi mai
sufficiente a sostenere da sola le campagne militari e
veniva affiancata dalla locale milizia cittadina. A volte i
principi entravano in conflitto con gli abitanti della loro
città e venivano cacciati; altre volte il veče eleggeva o
invitava un principe a governarla. Novgorod in particolare
sviluppò una forte tradizione d’autonomia locale, con capi
cittadini eletti (i posadniki). La campana del veče di
Novgorod divenne il simbolo della sua indipendenza.
Oltre che tra il principe e i cittadini, nascevano scontri e
conflitti anche tra i membri della famiglia regnante.
Assegnando ai suoi figli città o principati (il loro
«appannaggio» [udel] o eredità personale), Vladimir
pensava di rafforzare il potere centrale di Kiev sulle regioni
periferiche e di consolidare la nuova religione,
scongiurando ulteriori lotte fratricide. Sotto i suoi
discendenti emerse tra i principi rjurikidi un chiaro
sistema di successione, non tanto diverso da quello
praticato in altre comunità delle steppe. La stirpe di sangue
reale si spartiva così il dominio del paese: il fratello
maggiore governava su Kiev e deteneva il titolo di gran
principe, 3 mentre gli altri ricevevano la loro parte in ordine
di anzianità e cambiavano sede alla morte di un fratello
maggiore o in circostanze analoghe. Il principio della
successione collaterale e la rotazione delle sedi forniva una
regola ereditaria chiara e un metodo che teneva conto delle
esigenze di tutti i figli e del loro seguito. Eppure non
mancavano zone d’ombra: l’anzianità di un fratello poteva
essere determinata in base a diversi criteri e presto il
sistema cominciò a mostrare alcune falle. Dopo la morte di
Vladimir, la questione si fece sempre più complessa a causa
delle tante ramificazioni del clan rjurikide, e nel 1097 i
principi regnanti si incontrarono nella città di Ljubeč’ per
discutere dei problemi di successione. Fu un risultato solo
parziale. Queste faide intestine, però, non vanno
considerate una caratteristica esclusiva della Rus’: basta
pensare, per esempio, alle guerre che in quello stesso
periodo ebbero luogo nell’Inghilterra sassone e normanna,
oppure in Francia o Scandinavia. Tuttavia, fino alla
conquista mongola nel XIII secolo, le rivalità tra i principi
rappresentarono la prima causa di conflitto e disunione,
una tradizione che continuò anche sotto il dominio
mongolo, fino al nuovo stato, finalmente unificato, dei gran
principi di Mosca nel XV secolo.
Sotto Vladimir, Jaroslav e i loro successori, fino al regno
di Vladimir Monomach (gran principe tra il 1113 e 1125), la
Rus’ kieviana rimase uno stato unitario. Le frequenti
alleanze matrimoniali strette dai suoi principi con le altre
famiglie regnanti d’Europa – inglesi, francesi, tedesche,
ungheresi, lituane, mongole, polacche, scandinave e
bizantine – sono la prova dell’importanza della Rus’ e della
sua integrazione con il mondo circostante. L’architettura
delle principali città testimonia anche la magnificenza dei
sovrani kieviani: Jaroslav, ad esempio, celebrò la sua
definitiva vittoria contro i pečenegi nel 1036 con una serie
di progetti edilizi a Kiev, che raggiunsero il loro apogeo con
la nuova cattedrale di Santa Sofia e altre grandiose chiese
in pietra conservatesi dall’XI e XII secolo. Ma, con
l’evoluzione e la crescita dell’economia kieviana, aumentò
anche l’importanza delle singole città, e nel secolo
successivo la Rus’ di Kiev divenne a tutti gli effetti una
federazione di principati, ognuno legato a un diverso ramo
della dinastia. Nel 1237 esistevano in totale quindici
principati: ciascun sovrano sviluppò un proprio potere
regionale, consolidando relazioni diplomatiche con le
potenze straniere limitrofe, e fece declinare lentamente il
potere centrale di Kiev.

Tabella 1 I principali sovrani, gran principi della Rus’


[rjurikidi]

880- 1132-
Olegca Jaropolk
912 1139
912- 1139-
Igor ’ Vjaceslav
945 1146
945- 1149-
Ol’ga, reggente Jurij Dolgorukij
962 1157
945- 1157-
Svjatoslav Andrej Bogoljubskij
972 1174
972- Vsevolod «Grande 1176-
Jaropolk
980 Nido» 1212
Vladimir (San 980- 1212-
Jurij
Vladimir) 1015 1238
Svjatopolk il 1015- 1238-
Jaroslav
Maledetto 1019 1246
1019- 1246-
Jaroslav il Saggio Svjatoslav
1054 1248
Izjaslav 1054- Andrej 1248-
1078 1252
1073- 1252-
Svjatoslav Aleksandr Nevskij
1076 1263
1078- 1264-
Vsevolod Jaroslav
1093 1271
1093- 1272-
Svjatopolk Vasilij
1113 1276
Vladimir 1113- 1277-
Dmitrij
Monomach 1125 1294
1125- 1294-
Mstislav Andrej
1132 1304
La supremazia di Vladimir-Suzdal’
Come conseguenza di questi sviluppi, nel XII secolo
emerse a nord un nuovo centro di potere: la regione di
Vladimir-Suzdal’. La città di Vladimir fu fondata sul fiume
Kljaz’ma nel 1108 da Jurij Dolgorukij («Braccio lungo»),
principe di Rostov e Suzdal’ (1125-1157) e, per un certo
periodo, gran principe di Kiev. Da lì a breve sorsero anche
altre città e avamposti di frontiera, tra cui Mosca, nominata
per la prima volta nella Cronaca alla data 1147. Sotto il figlio
di Jurij Dolgorukij, Andrej Bogoljubskij (1157-1174),
Vladimir-Suzdal’ acquistò maggiore importanza. Oltre a
rafforzare Vladimir con grandi opere di fortificazione e ad
abbellirla erigendo alcune chiese in pietra, tra cui la
splendida chiesa del Velo o dell’Intercessione della Vergine
sul fiume Nerl’, Andrej inviò le sue truppe a conquistare e
saccheggiare Kiev durante le guerre per la successione
kieviana del 1169. Ma invece di occupare il posto sul trono
della capitale, decise di restare al nord e cercò, senza
riuscirvi, di spostare la metropoli a Vladimir. Il saccheggio
del 1169 è considerato un avvenimento cruciale, simbolico
e sintomatico della frammentazione dello stato kieviano;
tuttavia, secondo studi recenti, Bogoljubskij sarebbe
entrato in guerra per preservare il sistema tradizionale di
successione; quel sintomo del declino kieviano
diventerebbe l’emblema della forza crescente di altre
regioni della Rus’, per cui Kiev continuava a rappresentare
il centro politico. In ogni caso, furono gli interessi
contrastanti e l’implacabile rivalità intestina tra i principi
rjurikidi ad assorbire considerevoli risorse, minando
l’unità indispensabile al regno per affrontare le minacce
esterne.
I mongoli: il «giogo tataro»
La conquista mongola della Rus’
Oltre alle tensioni interne e agli scontri con le popolazioni
vicine, i principi della Rus’ dovettero affrontare minacce
provenienti dalle steppe e i conflitti contro gli eserciti
nomadi furono un elemento costante nella vita kieviana.
Dopo la caduta della Chazaria, la Rus’ combatté lunghe
guerre contro i pečenegi e nel 1055 apparvero nelle steppe i
cumani del Kipčak, o polovcy, che per i due secoli successivi
rappresentarono un’enorme minaccia. Nel 1096, questi
ultimi attaccarono Kiev e dettero fuoco al Monastero delle
Grotte; la sconfitta del principe Igor ’ Svjatoslavič di
Novgorod-Seversk a opera degli svedesi nel 1185 ispirò Il
canto della schiera di Igor’. Ma se con loro le relazioni si
fecero in seguito meno ostili – si strinsero alleanze, si
celebrarono matrimoni – di fronte agli ultimi e più grandi
invasori della steppa, i cavalieri mongoli di Gengis Khan, la
Rus’ si dimostrò impotente.
L’impero dei mongoli – o tatari, come li definiscono le
fonti della Rus’ con una certa approssimazione – si formò
nel XIII secolo, a una velocità straordinaria. Nel 1215,
raggiunta Pechino, i mongoli completarono la conquista
della Cina, e da lì proseguirono la loro avanzata verso
ovest. Comparvero per la prima volta nella steppa
occidentale nel 1223, quando un grande esercito guidato da
Batu, nipote di Gengis Khan, invase il territorio della Rus’
sconfiggendo una coalizione di rus’ e polovcy sul fiume
Kalka, per poi scomparire di nuovo. I principi della Rus’
non riuscirono a unire o rafforzare i loro territori davanti a
questo nemico potente e sconosciuto. Tra il 1229 e il 1236 i
mongoli attaccarono ripetutamente i polovcy e i bulgari del
Volga, e nel 1237 ripresero la loro offensiva contro la Rus’,
travolgendo tutto ciò che incontravano. Sbaragliati i
principi della Rus’ settentrionale nella battaglia sul fiume
Sit’ del 1238, nell’anno successivo conquistarono il
territorio sudoccidentale di Černigov e la Galizia. Kiev
cadde nel 1240, ma nel nord le maggiori città della Rus’ (in
particolare Novgorod che si arrese, evitando di essere
distrutta) sfuggirono alla devastazione del sud. I mongoli,
in superiorità numerica, equipaggiati anche con macchine
d’assedio, veloci e ben organizzati militarmente, sorpresero
i rus’ e approfittarono delle loro divisioni interne.
L’avanzata mongola si fermò soltanto nel 1242, a Rus’ ormai
conquistata e con le truppe di Batu ai confini della Polonia
e dell’Ungheria.
Nel 1242 il gran khan morì e Batu tornò in Mongolia a
Karakorum per prendere parte alla successione. La Rus’
rimase la più occidentale tra le conquiste mongole;
l’avanzata verso ovest non riprese. Batu organizzò il suo
dominio in un khanato a sé stante dell’impero mongolo
chiamato Kipčak (Dešt-i-Kipčak), più tardi noto nelle fonti
russe ed europee soprattutto come l’Orda d’Oro. Oltre agli
antichi principati della Rus’, includeva una vasta zona della
steppa meridionale, che dal Danubio si estendeva verso est
fino al Caucaso settentrionale e oltre il Volga giungeva al
lago di Aral. La capitale, Saraj, situata sul basso Volga, nel
secolo successivo sarebbe divenuta una grande città dagli
edifici imponenti, con un elaborato sistema di rifornimento
idrico, oltre che un centro internazionale di commerci e
diplomazia. Nell’impero mongolo la Rus’, dunque,
rivestiva soltanto un’importanza secondaria: il khanato
Kipčak era sotto il controllo del gran khan di Karakorum e
la sua politica dipendeva dall’impero mongolo e dalle sue
fazioni.
Con la conquista mongola e le sue devastazioni, gli
equilibri di potere e la distribuzione della popolazione
all’interno della Rus’ mutarono radicalmente. I centri più
antichi si svuotarono e gli abitanti fuggirono in massa
verso città come Mosca e Tver ’. Tuttavia, la struttura di base
della società rimase sostanzialmente immutata. Molti
principi erano stati uccisi, ma la casata dei rjurikidi era
sopravvissuta e manteneva le proprie usanze, nonostante
regnasse ora soltanto su concessione del khan: in una
cerimonia personale a Saraj essi ricevevano un’investitura
(jarlyk) che ne sanciva i diritti. Nel 1243 il principe Jaroslav
di Vladimir rese omaggio al khan e fu confermato gran
principe di Kiev e Vladimir: la sede centrale del potere dei
rjurikidi si trasferì definitivamente da sud a nordest. Ma
per ricevere la conferma o essere giudicati, alcuni principi
erano costretti a intraprendere un viaggio ben più lungo,
fino a Karakorum. La Chiesa ortodossa, protetta dai nuovi
signori, tolleranti in fatto di religione, conservò il proprio
ruolo nella società della Rus’, ricevendo un trattamento
privilegiato riguardo a tasse e proprietà terriere.
I mongoli vivevano per lo più nelle steppe e
intervenivano negli affari dei principi e delle città kieviane
solo per riaffermare la propria autorità e aumentare i
tributi. Avevano richieste ben precise per i popoli soggetti:
essi dovevano offrire truppe d’appoggio e rifornimenti al
loro esercito e garantire il funzionamento
dell’efficientissimo sistema postale (jam); i mongoli
imponevano censimenti e su questi regolavano il
pagamento delle tasse, prendendo in garanzia ostaggi; i
governatori dovevano mantenere l’ordine; il principe era
obbligato a rendere omaggio personalmente al khan.
Nonostante fosse un pesante fardello sia dal punto di vista
economico sia umano – i sudditi pagavano tasse e tributi,
combattevano negli eserciti mongoli e costruivano le loro
città – i principi rus’ potevano governare le loro terre
insieme ai prefetti (baskaki) e agli ufficiali mongoli,
venivano coinvolti negli affari vivendo per lunghi periodi a
Saraj e ricorrevano al potere del khan in base ai loro
interessi. (L’abile sfruttamento della protezione mongola
sarà in seguito una delle basi dell’ascesa di Mosca.) I
principi mantennero anche un proprio esercito
cimentandosi in campagne militari l’uno contro l’altro o
contro nemici esterni.
I principi della Rus’ accettarono presto i khan dell’Orda
d’Oro come loro legittimi sovrani: tra i rjurikidi rivali
l’autorità veniva conferita dallo jarlyk del khan. Bisanzio
rimase fuori dalla conquista mongola e adottò una politica
distensiva di alleanze con Saraj (l’opposizione religiosa ai
conquistatori, che all’inizio del XIV secolo abbracciarono
definitivamente l’Islam, fu quindi un fenomeno molto più
tardo); i mongoli, da parte loro, difendevano la Chiesa
kieviana. La parabola di Aleksandr Nevskij, principe di
Novgorod e Vladimir, figura eroica e leggendaria nella
storia russa, illustra in modo esemplare il rapporto tra i
principi rjurikidi, le loro città e i nuovi sovrani. Eletto a
Novgorod nel 1236, Aleksandr ne difese i territori dalle
principali minacce occidentali e si guadagnò il soprannome
di «Nevskij» grazie alla sua vittoria lungo il fiume Neva,
sulla punta orientale del golfo di Finlandia, contro le
truppe svedesi, la cui espansione era considerata da tempo
un pericolo; due anni più tardi fermò l’avanzata dei
cavalieri teutonici della Livonia in una battaglia sul lago
Peipus ghiacciato (oggi in Estonia). Queste battaglie, che
resero sicuri i confini occidentali della Rus’, crearono il
mito di Nevskij «Salvatore della Russia», portando alla sua
canonizzazione nel 1547 e, in epoca moderna, sotto Stalin,
alla sua celebrazione con il famoso film patriottico
Aleksandr Nevskij di Sergej Ejzenštejn. Dopo la morte del
padre Jaroslav nel 1246, Nevskij visitò l’Orda e Karakorum,
ottenendo il dominio sulla Russia meridionale, compresa
Kiev. Alla sua seconda visita, un esercito mongolo scacciò il
fratello ribelle da Vladimir per investire Aleksandr dello
jarlyk di gran principe (1252). Obbedendo ai sovrani
mongoli e visitandoli spesso, Nevskij riuscì a conservare il
suo potere, sostenuto anche dal metropolita. La sua lealtà
nei confronti di Saraj, poco evidente nella leggenda di
santo e salvatore della patria, rispetto alle sue gesta contro
le invasioni occidentali, gli conquistò la fiducia del khan,
mettendolo in posizione di forza davanti ai suoi sudditi e
agli altri principi, e limitando il peso dell’ingerenza
mongola.
La Rus’ degli appannaggi
La dominazione mongola sulla Rus’, spesso definita in
seguito «giogo tataro», durò per oltre due secoli (1240-1480
circa) e frammentò definitivamente lo stato kieviano. La
crescente divisione fra i principati, soprattutto tra nordest e
sudovest, esistente già prima della conquista, si accentuò, e
i singoli rami della dinastia, davanti all’impatto con i
mongoli, si divisero ulteriormente in appannaggi sempre
più piccoli. Nel corso degli anni, alcuni territori
sudoccidentali dello stato kieviano passarono sotto altri
domini: nel 1349 la Polonia acquisì gran parte del
principato della Galizia, mentre la Lituania prese Polock, la
stessa Kiev e altre zone del sud. Fu minacciata anche
l’unità della Chiesa ortodossa: i nuovi sovrani polacchi e
lituani, che presto si sarebbero convertiti al cattolicesimo,
avevano interesse ad accentuare il loro controllo sulla
Chiesa. Nel 1299 il metropolita della Rus’, capo della
Chiesa in tutte le terre del regno, spostò la sua sede, in via
non ufficiale, da Kiev a Vladimir, e nel secolo successivo
avvennero numerosi tentativi per istituire metropoli
indipendenti nei territori ortodossi divenuti polacchi e
lituani. La dichiarazione di autocefalia moscovita del 1448
(vedi sotto) provocò divisioni tra gli ortodossi del sud; nel
1596 molti di loro accettarono l’Unione di Brest, da cui
nacque la Chiesa cattolica greca ucraina (nota anche come
uniate), che riconosceva la supremazia del papa di Roma,
ma manteneva, come altre Chiese cattoliche orientali, la
propria liturgia. La Chiesa cattolica greca ucraina ha
continuato a esistere nel tempo in un territorio diviso fra
diverse potenze (Austria, Polonia, Russia moscovita e
imperiale e Unione sovietica), che l’hanno appoggiata o
perseguitata a seconda dei propri interessi.
Dalla frammentazione dei territori della Rus’ di Kiev si è
originata una frattura, e la continuità della storia russa è
divenuta materia di controversia. Dal punto di vista
moscovita e russo c’è un’evidente continuità, rappresentata
dal potere dei rjurikidi e dall’integrità della Chiesa
ortodossa russa: la casa regnante sopravvisse sotto i
mongoli e, al loro tramonto, i principi rjurikidi di Mosca,
con l’aiuto dei metropoliti, «riunirono le terre della Rus’»
nello stato russo moscovita che considerava Rjurik il suo
fondatore. Questa interpretazione storica dominò sia in
epoca imperiale sia durante l’Unione Sovietica. Gli storici
sovietici, ad esempio, hanno scritto di una successiva
«riunificazione» di Kiev e Russia con il 1667, anno in cui la
città fu ceduta dalla Polonia-Lituania alla fine della Guerra
dei tredici anni (1654-1667). Ma la storiografia della Grande
Russia ha proposto anche versioni alternative. Dal punto di
vista territoriale lo stato moscovita non ha mai coinciso
esattamente con la Rus’ e l’annessione di Kiev nel XVII
secolo fu il risultato dell’incorporazione nell’impero
moscovita dell’Ucraina degli Hetman, 4 territorio dei
cosacchi semindipendenti. Nel XIX secolo, con l’emergere
del nazionalismo nell’impero russo, il primo gruppo
nazionalista ucraino si diede il nome di Società di Cirillo e
Metodio, richiamandosi agli «apostoli degli slavi», cui la
cultura cristiana di Kiev era legata. Inoltre, la Chiesa
cattolica greca conta ancora molti fedeli: nel 1988
l’anniversario dei mille anni dalla conversione è stato
motivo di rivalità tra chi considerava questa festa russa e
chi ucraina, e la seconda ipotesi ha visto una sua
giustificazione nel 1991 con la nascita (o rinascita) di
un’Ucraina indipendente.
Importante fu anche il ruolo della Lituania e della
Polonia come successori della Rus’. La Lituania,
direttamente confinante a ovest con la Rus’, si salvò
dall’invasione mongola e resistette agli attacchi degli
svedesi e dei cavalieri teutonici della Livonia. Nel XV secolo
divenne una grande potenza e, in seguito, addirittura la più
grande nazione d’Europa, poiché si estendeva dal Baltico al
Mar Nero; se non fosse stato per i sovrani mongoli avrebbe
potuto assorbire anche la Rus’. La Lituania riuscì a
resistere alla pressione mongola e si inserì nella sfera
politica dell’Orda d’Oro, ormai in declino, guadagnando
territori a spese dei mongoli. Rispetto alle altre nazioni
della zona, si convertì tardi al Cristianesimo (cattolico), nel
1386, quando il gran principe Jagellone sposò la regina
polacca. I principi lituani intrattennero rapporti ravvicinati,
stringendo legami diplomatici e matrimoniali con la Rus’, e
i boiari (membri anziani delle famiglie aristocratiche) delle
due comunità si interscambiarono fra loro. Anche la
Polonia, come abbiamo visto, beneficiò del crollo della
Rus’. Nel 1569, di fronte all’affermarsi della potenza
moscovita, Polonia e Lituania si amalgamarono sotto
Sigismondo II in un’Unione polacco-lituana che includeva
gran parte della precedente Rus’ sudoccidentale. Molte di
queste terre furono annesse all’impero russo soltanto nel
XVIII secolo, quattrocento anni dopo essere uscite dalla
giurisdizione della Rus’.
Sotto il dominio mongolo i principi rjurikidi
continuarono a contendersi il potere all’interno della Rus’.
Nevskij fu tra quelli che ottennero maggior successo, e in
questo complesso gioco uscirono infine vincitori i
discendenti di suo figlio minore Daniil di Mosca (morto nel
1303): i Daniiloviči. Secondo le leggi dinastiche tradizionali,
questo ramo cadetto non aveva diritto al titolo di gran
principe, ma i suoi membri si dimostrarono leali servitori
del khan e riuscirono a raggiungere il trono, volgendo a
proprio favore i rapporti tra l’Orda e i rjurikidi: nelle
lunghe lotte che ne seguirono fra gli eredi di Rjurik le forze
militari mongole ebbero un ruolo di rilievo. Con lo jarlyk
del 1327, dopo una disputa contro Tver ’, i Daniiloviči
ottennero definitivamente il titolo di gran principe,
conferito a Ivan Kalita, passato alla storia anche come Ivan
I di Mosca.

1. Racconto dei tempi passati. Cronaca russa del secolo XII, a cura di Italia
Pia Sbriziolo, Einaudi, Torino 1971. (NdT)
2. Racconto dei tempi passati. Cronaca russa del secolo XII, cit. (NdT)
3. Traduciamo il termine velikij knjaz’ con «gran principe» riferendoci
al sovrano. In epoca imperiale, quando quest’ultimo diventerà
imperatore o zar, i fratelli riceveranno il titolo di velikij knjaz’, che
tradurremo con «granduca». (NdA)
4. La regione ucraina sulla riva sinistra del Dnepr conquistata con
l’armistizio di Andrusovo (1667). Hetman era il rango più alto delle
forze armate (in Polonia, Lituania e tra i cosacchi ucraini), secondo
solo al re. (NdT)
II
Mosca e Novgorod:
la nascita dell’impero e dell’assolutismo
1300-1600

Sotto i principi Daniiloviči Mosca asservì tutti gli altri


principati rivali, divenendo il centro politico della Rus’. I
principi di Mosca ampliarono notevolmente i loro
possedimenti territoriali, prima a spese dei rivali interni,
poi conquistando i vari khanati dell’Orda d’Oro, andata in
pezzi nel XV secolo. Furono poste così le basi dell’impero.
Le aspre guerre civili della metà del Quattrocento e il mito
ideologico propagandato dal clero moscovita generarono
una nuova teoria e pratica del potere assoluto, le basi
dell’autocrazia, portata alle estreme conseguenze sotto Ivan
IV il Terribile. In questo processo l’oligarchica repubblica
cittadina di Novgorod, che rappresentava un differente
modello politico, fu distrutta e annessa. Sempre in questo
periodo fu istituita la servitù della gleba.
Il principato di Mosca
L’ascesa di Mosca
Tra il 1300 e il 1550 Mosca, prima principato minore,
divenne la sede dello zar di tutta la Russia. Piccola città di
tarda fondazione del principato di Vladimir-Suzdal’ e sede
di un ramo cadetto della dinastia rjurikide, Mosca non
sembrava affatto destinata a dominare sugli altri principati
della Rus’. Sulle ragioni di questa sorprendente ascesa si è
dibattuto a lungo, stabilendo che un fattore determinante
fu certamente la capacità dei principi di Mosca di ottenere
il sostegno dei khan. Il favore dei mongoli dipendeva dalla
lealtà, dal contributo attivo ai loro interessi e dal regolare
pagamento di tributi e doni. In questo i Daniiloviči furono
molto abili: Ivan I (detto Kalita, «Borsa di denaro») 5 fu
incaricato di riscuotere i tributi della Rus’, compito che
prima svolgevano ufficiali mongoli. Il principato di Mosca
seppe sfruttare il favore del khan a dispetto dei suoi rivali,
in particolare i principi di Tver ’ che, durante la
dominazione mongola, avevano accresciuto costantemente
il loro potere; questi ultimi, inoltre, da un punto di vista
dinastico, godevano di maggior legittimità per rivendicare
il trono di gran principe. I conflitti e le rivalità tra i due
principati durarono fino al XV secolo. I Daniiloviči
riuscirono ad allargare il loro territorio tramite matrimoni
ed eredità, l’acquisto di terre e l’intervento militare diretto.
Aiutati da alcune morti provvidenziali all’interno della
famiglia, evitarono a lungo lotte intestine e divisioni, che
straziavano altre casate a causa di rivendicazioni
patrimoniali da parte di alcune linee collaterali e della
distribuzione degli appannaggi ai figli. Un’abile politica
matrimoniale, che creò legami di sangue con alleati e rivali,
permise loro di ampliare i possedimenti e di assicurarsi
appoggio e supporto in caso di necessità. Furono
avvantaggiati anche da un punto di vista geografico: la
posizione di Mosca era più favorevole alle comunicazioni e
al commercio e più protetta dagli attacchi esterni rispetto a
quella di molte sue rivali (anche se non tutte). Inoltre i
principi Daniiloviči amministrarono attentamente le
proprie risorse, attirando nuovi servitori e nuova
popolazione da altre zone.
Anche la Chiesa diede il suo sostegno. La sede del
metropolita di Rus’ fu trasferita a Mosca nel 1326, quando il
metropolita Pëtr (Pietro) spostò qui la sua residenza (i
principi di Mosca avevano appoggiato la sua candidatura in
una controversa elezione); alla sua morte Pëtr fu seppellito
a Mosca e canonizzato, e la sua tomba divenne un tempio
che conferì grande prestigio ai moscoviti. Da allora tutti i
metropoliti risiedettero nella città. Lo stretto legame tra
Chiesa ortodossa e potere principesco, vantaggioso
soprattutto per Mosca, si rafforzò ulteriormente quando
nel 1448 la prima divenne a tutti gli effetti autocefala. Nel
1439 Costantinopoli e Roma avevano concluso l’Unione di
Firenze, in base alla quale la Chiesa ortodossa orientale
riconosceva l’autorità papale. Ma il Concilio della Chiesa
russa rifiutò l’Unione e ripudiò Isidoro, il metropolita di
Mosca che l’aveva sottoscritta. Ne seguì un sinodo che
elesse un nuovo metropolita indipendentemente da
Costantinopoli. Cinque anni più tardi, la caduta di Bisanzio
per mano dei turchi fu interpretata come una punizione
divina. Mosca rimase la sola depositaria e fautrice della
«vera» fede ortodossa.

Tabella 2 I sovrani Daniiloviči della Moscovia

Ivan I «Borsa di 1328- 1425-


Vasilij II il Cieco
denaro» 1341 1462
1341- 1462-
Semën il Superbo Ivan III il Grande
1353 1505
1353- 1505-
Ivan II il Mite Vasilij III
1359 1533
1359- Ivan IV il 1533-
Dmitrij Donskoj
1389 Terribile 1584
1389- 1584-
Vasilij I Fëdor I
1425 1598

I principi di Mosca beneficiarono inoltre della saggezza


di altri membri del clero, in particolare san Sergij di
Radonež (1314-1392), la figura più importante del primo
monachesimo russo. La sua famosa agiografia, composta
nei primi anni del XV secolo, narra della sua ricerca
spirituale iniziata come asceta e anacoreta nella foresta. La
sua santità non tardò ad attirare discepoli e portò alla
fondazione, intorno al 1335, vicino a Mosca, del monastero
della Santa Trinità (che divenne poi della Trinità di San
Sergij), di cui egli accettò con riluttanza la carica di
egumeno; questo luogo divenne il centro della Chiesa russa
ortodossa. I primi monasteri della Rus’ erano situati nelle
aree urbane e i voti monastici non avevano impedito la
prosecuzione delle attività secolari. Ma l’esempio di Sergij
ispirò la nascita di una serie di comunità cenobitiche: i suoi
discepoli e colleghi si ritirarono in zone isolate, fondando
altri monasteri che seguissero l’esempio del monastero
della Santa Trinità; nel giro di un secolo nel nord della Rus’
si formarono circa cento cinquanta nuovi monasteri, fino al
Mar Bianco dove intorno al 1450 fu fondato il grande
Soloveckij Monastyr ’ (monastero delle isole Solovki).
Questi centri testimoniano un rinnovamento spirituale
caratterizzato dall’avvento dell’esicasmo bizantino, un
movimento proveniente dal monte Athos che privilegiava
la preghiera e la devozione individuale come mezzi per una
più intima comunione con Dio e che trovò la sua massima
espressione nella vita ascetica. Il fatto che Sergij avesse
dedicato la prima cappella e il primo monastero alla Santa
Trinità rifletteva la particolare attenzione dell’esicasmo alle
tre manifestazioni delle divinità. La «Trinità dell’Antico
Testamento» è anche il soggetto del capolavoro di Andrej
Rublëv (1360 circa-1430 circa), il più grande pittore russo di
icone, che per un periodo visse come monaco nel
monastero della Trinità di San Sergij. Egli fu uno dei grandi
maestri di quell’epoca che segna l’apice dell’arte religiosa
russa.
Sergij si dedicò anche a questioni terrene, oltre che
spirituali, e i principi ricorsero spesso al suo consiglio.
Quando il potere dell’Orda d’Oro e dell’impero mongolo
nel suo complesso cominciò a declinare, l’appoggio della
Chiesa fu determinante nel cammino verso l’indipendenza
della Rus’. Il graduale sviluppo di un’economia agricola nei
territori dell’Orda ne minò la capacità di addestrare e
mantenere un esercito adeguato, e a causa dell’originaria
organizzazione nomade, che non riusciva a evolversi e a
adattarsi alla nuova situazione, non fu garantito un saldo
controllo delle popolazioni assoggettate né impedite lotte
intestine tra le varie élite; inoltre l’Orda fu fatta oggetto di
attacchi esterni. La prima importante vittoria militare della
Rus’ sulle truppe mongole fu una diretta conseguenza degli
scontri per il potere interni all’Orda. Nel 1380 Dmitrij
Ivanovič di Mosca (1359-1389) guidò una coalizione russa a
Kulikovo, lungo l’alto Don, contro il comandante mongolo
Mamaj, che non essendo discendente della linea cingiside
(di Gengis Khan), poteva benissimo essere considerato un
usurpatore illegittimo dell’Orda. Che Sergij di Radonež
abbia benedetto l’esercito russo e inviato persino monaci a
capo delle truppe è probabilmente leggenda posteriore, ma
di sicuro il clero ne approvò l’impresa. Gli alleati lituani di
Mamaj non parteciparono allo scontro e i russi ottennero
una vittoria clamorosa che diede enorme prestigio a
Dmitrij, valendogli il soprannome di «Donskoj» (del Don).
Tuttavia, la battaglia non ottenne grandi risultati pratici: il
cingiside Toqtamish (Tochtamyš), preso in mano il potere,
ripristinò l’autorità mongola e nel 1382 Dmitrij non poté
impedirgli il saccheggio di Mosca. Ma Kulikovo aveva
infranto il mito dell’invincibilità mongola, mostrato che
l’equilibrio fra le forze stava mutando e consolidato anche
la posizione dei Daniiloviči come ramo dominante dei
rjurikidi. Tuttavia il potere mongolo rimaneva stabile,
capace di affermare la sua supremazia e di imporre e
riscuotere tributi, tanto che nel 1408, quando Vasilij I
Dmitrievič (1389-1425) si rifiutò di pagare, le truppe
mongole assediarono di nuovo Mosca. Ma da lì a pochi
decenni il khanato Kipčak si frantumò definitivamente in
una serie di stati indipendenti, tra cui la Rus’, e la
popolazione tatara si divise nei khanati di Crimea (1430), di
Kazan’ sul medio Volga (1436), di Astrachan’ alla sua foce
(1466) e di Sibir ’ oltre gli Urali. Al posto dell’Orda d’Oro
rimase la cosiddetta Grande Orda, che continuò la sua
esistenza nomade nelle steppe, orbitando intorno a Saraj,
fino al 1502 quando venne conquistata e annessa alla
Crimea, il più potente e longevo dei khanati.
Col declino del dominio mongolo, la stabilità familiare
che aveva favorito i Daniiloviči venne a mancare. Libero
dalla minaccia di altri pretendenti, Dmitrij Donskoj aveva
istituito a Mosca un sistema di discendenza verticale. Nel
1431, però, il titolo del suo giovane nipote, Vasilij II (1425-
1462), fu rivendicato da uno zio. Ne seguirono anni di
guerra civile e di alterne fortune tra i Daniiloviči, i loro
alleati e rivali, interni ed esterni, lotte paragonabili alla
quasi contemporanea Guerra delle due rose in Inghilterra.
Durante questi scontri Vasilij II venne catturato e accecato,
ma negli anni Cinquanta del Quattrocento alla fine risultò
vincitore, e nel corso di questo processo gli equilibri politici
cambiarono: Mosca radunò attorno a sé altri principati e il
suo dominio sulla Rus’ divenne indiscutibile, come il
diritto ereditario dei suoi principi. La successione verticale
diventò la norma e i principi prima indipendenti si
trasformarono in servitori di Mosca. Nelle sue guerre
Vasilij fece largo uso di truppe tatare e nel 1452 conferì a
Kasim, fratello del khan di Kazan’, l’appannaggio o
«khanato» di Kasimov sul fiume Oka: era la prima
importante concessione di un principe russo a un servitore
tataro.
Alla morte di Vasilij nel 1462 gli succedette il figlio Ivan,
che già aiutava il padre cieco a governare. Sotto Ivan III (il
Grande, 1462-1505) e Vasilij III (1505-1533), suo figlio,
Mosca completò la formazione di quello che sarebbe
diventato lo stato moscovita. Nella sua investitura a gran
principe, Ivan ignorò l’autorità di Saraj, respinse due
spedizioni punitive mongole e nel 1480, di fronte alla
richiesta di tributo, rifiutò ufficialmente la sovranità
mongola. I suoi avversari si allearono con la Lituania,
mentre Ivan cercò l’appoggio del khan di Crimea. I due
eserciti si incontrarono sulle rive opposte del fiume Ugra,
un affluente dell’Oka. I lituani disertarono il campo e i
mongoli, non riuscendo a guadare il fiume, si ritirarono: il
«confronto sull’Ugra» segna tradizionalmente la fine del
«giogo tataro».
Il consolidamento dello stato moscovita e la
caduta di Novgorod
Sotto Vasilij II e Ivan III il territorio controllato da Mosca
aumentò di oltre il triplo, arrivando a coprire più di un
milione di km2, grazie all’asservimento e all’annessione dei
principati rivali. Gli appannaggi i cui governanti avevano
osteggiato Mosca furono aboliti e i loro sudditi assimilati;
gli altri principati mantennero un’indipendenza formale,
ma la loro amministrazione e le loro risorse erano ormai
sotto il controllo di Mosca. Il principato di Tver ’, il
maggiore rivale russo di Mosca, riconobbe la superiorità
moscovita, ma fu definitivamente sconfitto nel 1485,
quando Ivan scoprì che aveva stretto con la Lituania
un’alleanza segreta contro di lui.
Anche Novgorod cadde vittima della potenza di Mosca.
Collegata alle reti commerciali internazionali grazie alla
sua posizione su un fiume che si immetteva nel Baltico
orientale, oltre a godere di contatti con la Scandinavia,
Novgorod era il deposito più orientale della Lega anseatica.
Da lì passava la moneta d’argento con cui si pagavano i
tributi per il khan, e una certa prosperità economica le
aveva permesso di creare nel nord un impero enorme che si
estendeva dal Mar Bianco agli Urali. Novgorod era una città
cosmopolita con quartieri residenziali e commerciali per i
mercanti stranieri e una cultura altamente alfabetizzata che
faceva largo uso della scrittura su tavolette di corteccia di
betulla, ritrovate dagli archeologi in grande quantità. Le
navi dei commercianti stranieri portavano idee e tendenze
eterodosse, come quelle razionaliste degli strigol’niki
(«rasati»), condannati come eretici all’inizio del XV secolo.
L’eterodossia continuò a diffondersi: alcuni decenni dopo,
negli anni Settanta del Quattrocento, un altro grande
movimento eretico di Novgorod, i «giudaizzanti», negò la
divinità di Cristo e il potere temporale della Chiesa. Essi
accusarono di simonia l’arcivescovo di Novgorod,
Gennadij, spingendolo ad avviare una traduzione di testi,
fra cui la prima traduzione completa della Bibbia in lingua
slava (1499), e a introdurre alcune pratiche
dell’Inquisizione per combattere l’eresia. La vitalità politica
di Novgorod si rispecchiava, quindi, nella sua ricca cultura
e, grazie alla sua prosperità economica, la città poté
adottare una linea di governo indipendente dai principi
rjurikidi. Sotto i boiari e i capi eletti, il suo veče era un reale
strumento di potere, mentre la sua posizione geografica la
autorizzava (o la obbligava) a cercare un equilibrio tra le
potenze occidentali, in particolare la Lituania, e i centri di
potere della Rus’. Eppure, nonostante le sue possibilità
economiche, Novgorod non riuscì a sviluppare una forza
militare capace di opporsi all’ascesa di Mosca, e nel 1471,
come avrebbe fatto Tver ’ quattordici anni dopo, provocò
l’ira di Ivan, firmando un trattato con la Lituania. Ivan
mosse contro Novgorod; nel 1475 la città si ribellò di nuovo
senza successo, fino alla sconfitta definitiva, datata 1478,
che portò all’esilio di aristocratici, mercanti e molte
famiglie influenti. I moscoviti rimossero simbolicamente la
campana del veče. Le terre degli esiliati furono spartite tra i
funzionari della Moscovia, indebolendo così l’élite di
Novgorod, i cui elementi ostili furono sostituiti con uomini
nuovi fedeli a Ivan. Nel 1495, dopo aver deviato il
commercio estero verso Narva in Livonia, Ivan espulse i
commercianti stranieri anseatici e confiscò i loro
magazzini. Da lì a breve anche Pskov, città sorella, anche se
più piccola, di Novgorod, con una struttura politica simile,
perse la sua indipendenza e nel 1510 fu annessa da Vasilij
III. Fu così che in Russia scomparve la città-stato
oligarchico-repubblicana come alternativa al potere
centralizzato «autocratico». Più tardi, all’epoca della Russia
imperiale, l’immagine idealizzata di Novgorod e del suo
veče divennero simboli di perduta libertà.
Consolidato definitivamente il suo potere sugli antichi
principati della Rus’, Mosca dovette fronteggiare rivali e
nemici esterni, soprattutto la Lituania e i khanati tatari.
Con la Lituania, la maggior potenza della regione durante
il declino dell’Orda, Mosca gestì con successo le relazioni a
seconda delle circostanze. Ci furono trattati e alleanze (nel
1494 Ivan III diede addirittura in moglie sua figlia ad
Alessandro di Lituania, che riconobbe il suo recente titolo
di «signore [gosudar’] di tutta la Russia»), ma non
mancarono periodi di conflitto e ostilità: nel 1500 Ivan
dichiarò guerra al genero col pretesto di difendere la
religione ortodossa della figlia. Questi scontri, che
coinvolsero anche la Livonia e la Svezia, si conclusero nel
1503 con una vantaggiosa tregua decennale. Nel 1517, e
nuovamente nel 1526, l’imperatore del Sacro Romano
Impero, Massimiliano, che si era alleato con Vasilij III,
cercò una mediazione tra Mosca e la Lituania.
(L’ambasciatore dell’impero Sigmund von Herberstein,
sloveno di nascita, scrisse uno dei primi resoconti europei
sulla Moscovia, i Rerum moscoviticarum commentarii [1549],
una descrizione dettagliata che influenzò l’immagine
europea del paese per gli anni a venire.) La mediazione
acquietò solo temporaneamente la rivalità tra le due
potenze confinanti: l’equilibrio si spostò gradualmente in
favore della Moscovia e la questione si risolse del tutto solo
nel XVIII secolo.
I rapporti con i khanati seguirono un andamento simile.
In termini di potere reale lo scontro sull’Ugra non fu più
decisivo della battaglia di Kulikovo, avvenuta cento anni
prima: Ivan si era già ritagliato una certa indipendenza e
dal 1480 pagava un tributo al khan della Grande Orda a
intervalli molto lunghi, solo come semplice atto simbolico.
Ma Mosca era strettamente legata alla politica della steppa
postmongola. Tra gli stati formatisi dopo la caduta
dell’Orda, il più potente era la Crimea, il più vicino il
khanato di Kazan’. La Crimea fu al tempo stesso un valido
alleato e un pericoloso nemico. Per la maggior parte del suo
regno, Ivan III mantenne relazioni amichevoli con il khan
per controbilanciare il potere lituano, ma la Crimea, una
volta annessa la Grande Orda nel 1502, rivendicò
legittimamente l’eredità di Saraj e cominciò a pretendere i
tributi da Mosca. Le ingerenze di Vasilij III nella politica di
Kazan’, inoltre, infastidirono la Crimea che rimase ostile
per quasi tutto il XVI secolo, rendendo la difesa del confine
meridionale della Moscovia una delle maggiori
preoccupazioni militari per lo stato. Nel 1523 il khan di
Crimea si dichiarò vassallo del sultano ottomano,
avvicinando così il temibile potere turco al teatro della
politica delle steppe: l’esercito della Crimea che invase la
Moscovia nel 1541 era formato anche da giannizzeri e
cannonieri ottomani. Kazan’, invece, rappresentava un
obiettivo più facile. Mosca, che già partecipava alle rivalità
interne fra l’élite di Kazan’, cercando di influenzare
l’elezione dei khan, tramutò il khanato di Kasimov
nell’avanguardia dell’influenza moscovita, uno dei primi
esempi della futura tattica russa di sovvertimento e
conciliazione delle élite nei territori che desiderava
annettersi. Nei primi decenni del XVI secolo l’influenza
della corte moscovita sulla politica di Kazan’ continuò a
crescere.
La corte e l’esercito moscoviti
La corte moscovita, composta da un ristretto numero di
famiglie o clan, costituiva il nucleo delle forze armate del
principe, ne formava il consiglio e forniva i membri
dell’amministrazione. Le famiglie più importanti si
contraddistinguevano per il rango di boiari, di solito
detenuto a vita dai membri maschi del clan. Il titolo si
trasmetteva all’interno della famiglia per anzianità, ma era
prerogativa del principe nominare nuovi boiari: erano i
suoi consiglieri e occupavano le più alte cariche
dell’esercito e dell’amministrazione. Il Consiglio dei boiari
(o Duma, come l’hanno chiamata alcuni studiosi) nacque in
quest’epoca. Formato all’inizio da un numero ristretto di
membri, con l’accrescersi della Moscovia e delle sue
funzioni amministrative si ampliò cominciando a
comprendere anche «ranghi della Duma» inferiori a quello
di boiaro (okol’ničij, «sottoboiaro»; dumnyj dvorjanin,
«gentiluomo di corte», e altri). Il principe era tenuto a
consultare i boiari, ed era compito dei suoi consiglieri
confermare e convalidare decisioni e decreti. Se lo dvor (la
corte) era stato sufficiente per amministrare il principato di
Mosca sotto il dominio mongolo, l’indipendenza e
l’egemonia della Moscovia, nonché la sua espansione
territoriale, si consolidarono solo con un radicale
mutamento dell’organizzazione interna e delle forze
militari. Sostiene Marshall Poe: «Quello che nel 1450 era un
piccolo gruppo di soldati posto a difesa delle foreste e delle
vie commerciali della Rus’ nordorientale, nel 1650 si era
trasformato in un vasto sistema amministrativo che
controllava un impero enorme». Con il crescente bisogno di
un’amministrazione alfabetizzata si resero necessari
impiegati e scrivani statali, ma i moscoviti in generale
erano e rimasero per la maggior parte analfabeti. All’inizio
il governo locale e regionale fu affidato a singoli
amministratori: il principe nominava i governatori militari
e civili, con ampi poteri e funzioni, che dovevano
mantenersi attraverso doni e tributi da parte della
popolazione locale (il cosiddetto kormlenie, «nutrimento»;
per impedire uno sfruttamento eccessivo vigeva un sistema
di rotazione dei funzionari). Nel 1500 la Moscovia aveva
quindici governatori civili (namestniki) e circa cento volosteli
o governatori rurali con potere a livello locale.
Intanto, l’affermarsi di Mosca sui suoi rivali favorì
l’allargamento delle forze armate: entrarono a far parte
della corte del principe membri del seguito di nemici
sconfitti, vicini neutrali e principi alleati finiti in miseria,
che col tempo andarono a formare un corpo militare a sé
stante, con una propria organizzazione. Con l’ascesa di
Mosca, inoltre, sempre più soldati volevano mettersi al suo
servizio. Boiari e servitori russi, che godevano dell’antico
diritto di scegliersi il principe cui obbedire, potevano
spostarsi liberamente da una corte rjurikide a un’altra.
Nuovi servitori giunsero anche dalla Lituania (e da zone
ancor più occidentali) e dai khanati tatari. Una notevole
quantità di nobili tatari si mise al servizio di Mosca durante
il XV e il XVI secolo: a Mosca i ranghi principeschi o
cingisidi erano rispettati e tenuti in grande considerazione,
e nel XVII secolo, tra i maggiori clan russi circa il 17% aveva
discendenze tatare. Gli alleati tatari di Mosca, in particolare
il khan di Kasimov, rafforzarono ulteriormente un esercito
moscovita che si ingrandiva sempre di più reclutando forze
in tutto il paese.
L’ampliamento delle forze armate presupponeva che
servitori e nuovi arrivati venissero mantenuti e integrati
socialmente. La questione del loro mantenimento fu risolta
introducendo una nuova regolamentazione della proprietà
terriera. I possedimenti confiscati all’élite esiliata di
Novgorod nel 1478 costituirono una riserva che Ivan III
distribuì tra i servitori di Mosca come terreni di pomest’e,
cui avevano diritto in base al servizio reso. Diversamente
dalla votčina delle grandi famiglie (terre ereditarie
all’interno di un clan), i terreni di pomest’e erano dati
specificamente per consentire di adempiere al servizio. Il
titolo del servitore dipendeva dal rango; le dimensioni delle
proprietà che riceveva, dalla disponibilità di adeguati
possedimenti liberi. Il pomest’e era ereditario ma, se in
quella famiglia venivano a mancare nuovi servitori, lo si
poteva revocare; era un reddito di base per il
sostentamento e i bisogni del funzionario, cui si
aggiungeva un pagamento in denaro; i contadini che
lavoravano le sue terre erano sotto la sua giurisdizione e gli
pagavano tributi, in cambio di protezione e giustizia. La
grande distribuzione delle terre di Novgorod da parte di
Ivan è considerata l’inizio di un uso sistematico di questa
pratica, che prese il nome di «prima rivoluzione
amministrativa moscovita» e pose le basi per una struttura
organizzata e centralizzata del servizio. Una volta garantita
la sussistenza dei servitori, l’obbligo del servizio militare fu
esteso a un maggior numero di persone: i ranghi minori,
compresi i servitori provinciali noti come deti bojarskie
(letteralmente «figli dei boiari»), entrarono fra quanti erano
obbligati a combattere per il principe. A differenza dei
possedimenti di votčina, in genere le terre di pomest’e erano
piccole, ma nel corso del secolo successivo diedero vita a
una «classe media di servizio» che cominciò a differenziarsi
sempre più dalla massa della popolazione e sviluppò una
mentalità da élite: tutti i servitori erano membri delle classi
più alte e privilegiate della società moscovita.
La pratica di assegnare terreni a servitori, diffusa in Asia
nel sistema mongolo e islamico degli incarichi detto iqta e
nel timar turco, era stata concepita per mantenere forze
militari garantendo al contempo l’amministrazione dei
territori appena conquistati. (La questione di una possibile
influenza mongola sullo sviluppo delle istituzioni
moscovite nel loro complesso è stata a lungo dibattuta.) Ma
l’iqta presupponeva una forza lavoro contadina stabile e
stanziale, mentre i contadini della Rus’ e della Moscovia
praticavano un’agricoltura basata sulla tecnica «taglia e
brucia», che richiedeva di passare a nuovi terreni una volta
che le radure esistenti si rendevano incoltivabili. Così,
siccome la mobilità contadina rappresentava un potenziale
problema per il pomeščik (il possessore di un pomest’e), già
nel 1497 la legislazione moscovita (Sudebnik) limitò il diritto
dei lavoratori agricoli a lasciare le loro terre. Tuttavia, il
sistema del pomest’e si diffuse rapidamente, diventando la
struttura fondamentale della società russa fino al XVIII
secolo.
Un ulteriore problema che il gran principe dovette
affrontare fu lo status degli immigrati di alto rango. I nuovi
arrivati di un certo livello dovevano essere ricevuti a corte
con i giusti onori, ma senza destituire o offendere fedeli
servitori di antiche famiglie. Siccome il numero limitato
delle cariche fomentava le rivalità, il gran principe dovette
adottare un sistema di graduatorie come base per le
nomine militari e civili: nacque così un complesso
meccanismo di «priorità di servizio» detto mestničestvo. Si
calcolava l’anzianità in base allo status della famiglia estesa
o del clan (rapporto genealogico con il principe), al suo
stato di servizio (precedenti incarichi dei membri della
famiglia) e alla posizione individuale (ruolo nella gerarchia
del clan). Il metodo si dimostrò farraginoso, soprattutto
perché l’accettazione di una carica inferiore a quella che la
famiglia ufficialmente meritava poteva influire sulle
successive nomine cui gli altri membri del clan aspiravano:
le dispute erano, di conseguenza, molto frequenti. Ma il
sistema soddisfece comunque i suoi obiettivi principali:
conciliare famiglie prima indipendenti con il servizio e con
l’autorità del gran principe e creare una gerarchia
accettabile, all’interno della quale fu possibile organizzare
e strutturare l’amministrazione almeno fino al XVII secolo.
Inoltre, si istituzionalizzò la competizione all’interno
dell’élite: lo status e le possibilità di avanzamento
dipendevano ora quasi esclusivamente dal principe, posto
al di sopra di tutti. Ma per funzionare in modo corretto
pomest’e e mestničestvo richiedevano un particolare sistema
di registrazione, e dunque nuove cariche e funzionari in
una sempre più complessa amministrazione della corte
moscovita.
Accogliendo stranieri e nuovi venuti, i principi moscoviti
riuscirono a vincolare a sé l’élite, che tradizionalmente
aveva il diritto di scegliere il principe da servire. Diminuito
il numero dei principi indipendenti, la libertà dei servitori
di spostarsi da una corte all’altra fu sempre più limitata,
finché l’unica vera alternativa al servizio di Mosca non
divennero Lituania e khanati tatari. Ma servire queste
potenze straniere era considerato apostasia dalla Chiesa e
tradimento dal gran principe. I principi moscoviti, inoltre,
fecero propria la dottrina mongola secondo cui tutta la
terra apparteneva al sovrano. La partenza di un boiaro fu
contestata per la prima volta nel 1375, quando Dmitrij di
Mosca confiscò le terre di un nobile passato al servizio del
principato rivale di Tver ’, e all’epoca di Ivan III non vi
erano già più alternative e un’accusa di tradimento faceva
cadere in disgrazia l’intera famiglia estesa o clan. Anche se
la questione rimase un problema fino alla fine della
dinastia e la corona si avvalse spesso di giuramenti,
impegni e ostaggi per evitare defezioni, in pratica il «diritto
di partire» dei boiari, che garantiva l’indipendenza dei
servitori, era stato abolito.
Così tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI, i gran
principi moscoviti acquisirono un controllo sempre
maggiore su forze armate in continua espansione; si
cominciò anche a seguire la pratica europea di assoldare
mercenari stranieri. Le dimensioni effettive dell’esercito di
allora sono difficili da stimare, ma è probabile che all’inizio
del XVI secolo le forze complessive di cui poteva disporre,
compresi portantini e ausiliari, ammontassero a circa
settantamila uomini. Si ritiene che a quei tempi
l’amministrazione e la finanza militare fossero ancora
abbastanza rudimentali, ma la comparsa di nuove cariche e
di nuove tasse fa ipotizzare un coinvolgimento attivo e
perfino una vera e propria militarizzazione degli
amministratori locali. Questi sviluppi riflettono anche il
fatto che Mosca stava entrando nella cosiddetta
«rivoluzione militare», vale a dire la diffusione a livello
europeo delle armi da fuoco, che nel XVI e nel XVII secolo
cambiarono profondamente la struttura degli eserciti, le
tattiche militari e i metodi di fortificazione e di assedio,
influenzando di conseguenza anche i governi e la società. Il
primo riferimento scritto all’uso di un’arma da fuoco nella
Rus’ si fa risalire al 1382, quando fu impiegato un cannone
nella difesa di Mosca contro Toqtamish. In seguito Ivan III
ingaggiò fabbricanti di armi da fuoco dall’Italia (insieme
ad altri artigiani e specialisti) per istituire a Mosca una
fonderia di cannoni e una fabbrica di polvere da sparo.
Cominciarono a diffondersi anche armi da fanteria – alcuni
archibugieri parteciparono al «confronto sul fiume Ugra» –
ma il loro uso mal si accordava con le tecniche militari
tatare, preferite dai comandanti moscoviti, che si basavano
su mobilità e rapidità della cavalleria. I metodi d’assedio
rimasero quelli tradizionali di accerchiamento e blocco fino
al 1514, quando Vasilij III, grazie all’impiego
dell’artiglieria, prese d’assalto le mura della fortezza di
Smolensk – eternamente contesa tra Mosca e la Lituania – e
la conquistò insieme alle zone limitrofe. Nonostante questi
progressi, i rivoluzionari effetti dell’introduzione della
polvere da sparo cominciarono a farsi sentire in pieno solo
a partire dalla metà del XVI secolo.
L’ideologia della Moscovia
All’epoca della dominazione mongola, sebbene i principi
della Rus’ riconoscessero sovranità e legittimità del khan di
Saraj, sotto il gran khan di Karakorum, per le questioni
religiose la Rus’ faceva riferimento a Bisanzio e al patriarca
di Costantinopoli, e l’accordo dei bizantini con il khanato
Kipčak fece coincidere il potere del khan con la volontà di
Dio. Nella tradizione bizantina l’imperatore era una figura
ieratica che governava in perfetta «sinfonia» con il
patriarca, che si rimetteva al primo per le questioni
secolari, ma non per quelle ecclesiastiche. Alla fine del XV
secolo, quando entrambi i centri di autorità cominciarono a
declinare, e la Rus’ affermò la sua indipendenza – da
Costantinopoli nel 1448 e da Saraj nel 1462 (anno
dell’investitura di Ivan III) –, i gran principi e i loro
sostenitori cercarono segni simbolici e teorici della loro
superiorità e del loro potere sovrano. Nel 1472 Zoe (Sofia)
Paleologa, nipote dell’ultimo imperatore bizantino e
pupilla del papa, fu concessa in matrimonio a Ivan III,
segno che Roma sperava ancora una volta di riunire la
Chiesa d’Oriente con quella d’Occidente. Questo
matrimonio è stato spesso interpretato come la
giustificazione delle pretese moscovite all’eredità imperiale
di Bisanzio; ma ciò non emerge dalle fonti contemporanee.
Il rapporto con la Chiesa cattolica favorì anche in altro
modo un’ultima espansione. Dopo le guerre civili, i gran
principi avevano dato il via a una serie di opere e
costruzioni a Mosca, e nel 1475 Ivan III si servì dei suoi
nuovi contatti per ingaggiare un italiano, Aristotele
Fioravanti (che diverrà anche capo della sua artiglieria), e
costruire la nuova grande cattedrale dell’Assunzione, cui
seguirono, sempre a opera di architetti italiani,
l’ampliamento e la rifortificazione del Cremlino. Ivan
adottò inoltre il simbolo dell’aquila a due teste, e nel 1493
cominciò a usare il titolo di gosudar’ (signore), che divenne
l’espressione comune per indicare il potere sovrano.
Anche la Chiesa ortodossa della Rus’ appoggiò i principi
moscoviti: divenuta nel XV secolo un’istituzione molto
potente sia dal punto di vista politico sia economico, li
sostenne cercando al contempo di consolidare la propria
autorità. Il tardo XV secolo fu un’epoca di grande fermento
religioso. Il calendario ecclesiastico misurava il tempo dalla
creazione del mondo, stimata nel 5508 a.C., e prevedeva la
sua fine dopo settemila anni, quindi nel 1492; ma anche
una volta trascorsa questa data, molti continuarono ad
attendere la fine del mondo all’interno di una diffusa
atmosfera millenaristica. La Russia moscovita, inoltre, non
aveva nessun concetto di stato separato dal potere
personale del principe, teoricamente illimitato e ricevuto
per diritto divino (anche se la dottrina bizantina, nota in
Moscovia, permetteva ai consiglieri e agli ecclesiastici di
opporsi a un sovrano che disobbediva al volere del
Signore): la Chiesa propagandò un’ideologia che vedeva
nello zar un’icona vivente di Dio e nell’impero ortodosso
moscovita un’icona del regno dei cieli.
Mentre Mosca accresceva il suo potere e la sua
indipendenza, emerse anche il problema del ruolo della
Chiesa nella società. Grazie alle assegnazioni di terreni e
alle donazioni, la Chiesa era divenuta proprietaria terriera
di primaria importanza. La questione della sua ricchezza si
legò a quella dei suoi rapporti con il principe. Una corrente
di pensiero, associata a Iosif, egumeno del monastero di
Volokolamsk, difendeva la stretta relazione della Chiesa
con il potere principesco moscovita e ne giustificava la
ricchezza come garanzia del suo ruolo sociale. Il monaco
Nil di Sora e i suoi seguaci, contemporanei di Iosif,
consideravano invece la Chiesa russa parte di quella
universale e predicavano povertà, umiltà e ascetismo come
professato dall’esicasmo. L’immagine tradizionale che
enfatizzò lo scontro tra «sostenitori» e «avversari della
proprietà» all’interno della Chiesa in Russia è
probabilmente esagerata, ma resta comunque evidente che
i gran principi si adoperarono per evitare che
l’accumulazione di terre da parte del clero riducesse le loro
risorse (ma senza applicare misure radicali come la
secolarizzazione dei monasteri inglesi attuata da Enrico
VIII), cercando contemporaneamente di mantenere un
forte legame tra l’autorità principesca e quella ecclesiastica.
La discussione sulle proprietà della Chiesa diede voce a
un’altra importante dottrina, quella di «Mosca terza Roma».
Un’epistola, scritta probabilmente dal monaco Filofej
all’inizio del XVI secolo, afferma: «Due Rome sono cadute,
la terza [Mosca] è in piedi e una quarta non vi sarà». La
stessa immagine riappare nei documenti legati
all’istituzione del patriarcato nel 1569. Sono testi in gran
parte oscuri, ma che sembrano proclamare la Rus’ come
successore delle prime due incarnazioni del potere
imperiale cristiano, o al limite come nuova protettrice della
cristianità. Tuttavia, gli studiosi hanno messo in luce come
l’epistola di Filofej non fosse una dichiarazione politica sul
destino della Moscovia, ma piuttosto un polemico peana
religioso al potere del sovrano che lo esortava anche a
essere pio e a rispettare l’integrità della Chiesa in modo
che la «terza Roma» non cadesse; si trattava probabilmente
di una reazione alla propaganda cattolica o
all’intromissione moscovita nelle prerogative della Chiesa
a Novgorod. Di conseguenza, contrariamente a quanto
sostenuto dalla tradizione storiografica, all’epoca la
dottrina non ebbe grande risonanza politica, anche se è
probabile che contribuì al diffondersi del messianesimo
popolare. A riprenderla in considerazione furono i circoli
degli intellettuali nazionalisti nel XIX secolo.
La gerarchia ecclesiastica aveva interesse ad avallare
un’immagine del ruolo di Mosca nel mondo che
giustificasse la posizione della Chiesa stessa e si accordasse
con i suoi insegnamenti. Dal 1448 in poi gli scritti
ecclesiastici – le cronache e gli altri testi – cominciarono ad
affermare con forza sempre maggiore l’opposizione tra il
potere mongolo (musulmano) e quello della Rus’
(cristiano). Il clero cercò di creare e imporre la propria
visione cristiana della Rus’ e del suo passato, nel quale il
«giogo tataro» rappresentava un terribile periodo di
oppressione da parte degli infedeli mandato da Dio come
punizione per i peccati della Rus’. Dopo la caduta di
Costantinopoli e dell’imperatore, sempre voluta da Dio, i
principi moscoviti, da poco indipendenti, rimanevano i soli
eredi della tradizione imperiale ortodossa. L’indipendenza
politica e il potere della Moscovia ricevevano in questo
modo l’approvazione divina. Gli scritti ecclesiastici
sottolineavano, inoltre, la continuità politica tra la Rus’
kieviana e la Moscovia. Nel 1492 il metropolita cominciò a
usare, in riferimento al gran principe, il termine samoderžec
(sovrano supremo indipendente, «autocrate», che
corrisponde al greco autokrátēs). Alla fine del secolo nelle
fonti ecclesiastiche si diffusero una genealogia
immaginaria che legava la casata dei rjurikidi con la
famiglia di Cesare Augusto e una «Leggenda di
Monomach» che narrava come l’imperatore bizantino
Costantino Monomaco avesse inviato al gran principe di
Kiev Vladimir Monomach le insegne del potere regale fra le
quali la «corona imperiale di Monomach», e suggeriva così
se non una translatio imperii, almeno una continuità tra
Costantinopoli, Kiev e la sua presunta erede Mosca.
L’autore, anonimo, non si curava né delle grossolane
contraddizioni di cronologia e genealogia, né della
provenienza centroasiatica della corona in questione
(ancora conservata nel Tesoro dell’Armeria a Mosca). Il
termine zar (imperatore), usato in precedenza per riferirsi
al khan mongolo, all’imperatore bizantino e ai re
dell’Antico Testamento, cominciò in questo periodo a
indicare il gran principe di Mosca nei discorsi ecclesiastici,
anche se, fino al regno di Ivan IV, fu impiegato solo
sporadicamente in contesti secolari. Dopo aver conquistato
i khanati tatari, Ivan rivendicò l’autorità dei khan mongoli.
Gli sforzi del piccolo gruppo di ecclesiastici che elaborò
questa immagine e questa rappresentazione del potere
dello zar ottennero uno straordinario successo: nella
coscienza del popolo e dell’élite la persona dello zar
divenne sacra e inviolabile, il suo potere indiscutibile.
Nel tentativo di giustificare l’autorità del gran principe
in termini religiosi e pseudostorici, i propagandisti e gli
ideologi di Mosca crearono per lui un’immagine di maestà
assoluta e di potere illimitato. Il principe era il possessore
di tutte le terre sotto il suo dominio, che formavano il suo
«patrimonio». Inoltre le rudimentali strutture
amministrative della Moscovia non prevedevano nessun
controllo istituzionale del potere del principe e, dopo la
caduta di Novgorod, non esistevano più grandi città
indipendenti, e dunque autorità politiche alternative. Nei
suoi Rerum moscoviticarum commentarii (1549), Herberstein
scriveva del gran principe moscovita che

nessun monarca al mondo ha un tale potere sul suo popolo.


[…] Esercita la sua autorità sul clero e sui laici e ha un
dominio assoluto sulla vita e le proprietà dei suoi sudditi:
nessuno dei suoi consiglieri ha l’autorità per opporglisi, o
anche solo per essere in disaccordo con lui su qualcosa.
Dichiarano apertamente che la volontà del principe è la
volontà di Dio.

Giles Fletcher, mercante e diplomatico inglese, autore di


un altro importante resoconto sulla Moscovia datato 1598,
affermava: «Lo stato e la forma del loro governo sono pura
tirannide». Furono queste interpretazioni dell’autorità
politica moscovita a diffondersi in Europa, facendo nascere
una visione dell’«autocrazia» come forma dispotica e
oppressiva dell’assolutismo. A rigore, samoderžec significava
semplicemente un re che gode di piena indipendenza, e
nelle traduzioni diplomatiche veniva reso con «sovrano».
Ciò che viene qui descritto ora è argomento di estrema
importanza poiché il sistema politico che emerse dalle
guerre civili del XV secolo e si consolidò nel XVI influenzò
in maniera decisiva il successivo sviluppo politico del
paese. Il potere assoluto del principe, posto al di sopra di
tutti gli altri membri della corte, fu garanzia per la stabilità
e la stessa sopravvivenza della società. Paragonata alle corti
da cui provenivano gli osservatori stranieri, l’autorità
moscovita era certamente più oppressiva verso i singoli
individui, e i servitori appartenenti all’élite godevano di
pochi privilegi che li distinguessero dai loro simili di rango
inferiore. Potevano subire persino maltrattamenti, violenza
fisica e percosse, considerati un disonore inaccettabile fra
gli aristocratici di altre nazioni. Dal XV secolo in poi (fino
al XVIII) divenne addirittura normale per i servitori
definirsi «schiavi» (cholopy) del principe. I gran principi
potevano comportarsi in modo spietato e brutale con chi si
opponeva loro o li contrariava; rafforzando il potere che
detenevano sulle antiche terre della Rus’ e creando il
sistema del pomest’e, si arrogarono il diritto di pretendere
un servizio da ogni suddito, obbligo reso esplicito e
sistematico dalle ordinanze di Ivan IV.
Tuttavia, studi recenti hanno iniziato a mettere in
dubbio certi stereotipi sul dispotismo autocratico. Il
cerimoniale e i rituali religiosi che circondavano il principe
contribuirono a creare questa impressione di potere
assoluto. Anche se i costumi sociali dell’epoca, e non solo
in Russia, tolleravano una notevole violenza fisica (come
dimostra il caso di Ivan III), lo stesso si può dire di altre
società del tempo. Ma il funzionamento del sistema
politico moscovita dipendeva essenzialmente dall’accordo e
dalla cooperazione tra il principe e l’élite al potere.
Quest’ultima accettava l’autorità principesca come un
diritto divino, ma anche come fonte del suo rango e del
benessere di cui godeva; le famiglie nobili preferivano
rivaleggiare tra loro per ottenere un «posto» migliore a
corte, piuttosto che competere con il sovrano o esigere
nuovi diritti. La Moscovia non produsse nulla di simile alla
Magna Charta. Aveva un suo particolare concetto
dell’onore, basato sulla famiglia allargata o clan, che
definiva il rango e gli obblighi dell’élite e rappresentò un
elemento di grande integrazione sociale. L’espressione
retorica «schiavo del sovrano» è più vicina a quella di
«vostro umile servo» che al reale concetto di schiavitù (a
Mosca la schiavitù dell’élite secondo il modello turco non si
sviluppò mai). Dal canto suo il principe era tenuto ad
ascoltare i suoi servitori e a distribuire equamente tra loro
ricchezze e potere. Come dimostrò il caso di Patrikeev,
anche una famiglia potentissima poteva cadere in
disgrazia: nel 1499 il principe boiaro Ivan Patrikeev, il più
importante cortigiano di Ivan III, fu arrestato e tonsurato, i
suoi figli imprigionati, tutto per ristabilire l’equilibrio. Ma
la supremazia «patrimoniale» del gran principe non riuscì
a regolamentare la distribuzione e l’uso arbitrario della
proprietà: i gran principi avevano il potere di confiscare i
possedimenti e lo esercitavano in caso di tradimento e
insubordinazione, ma tradizionalmente riconoscevano i
diritti di votčina dei loro servitori e, almeno fino al regno di
Ivan IV, clan maggiori e minori mantennero una relativa
indipendenza nella gestione del proprio patrimonio. Il
potere principesco era limitato, in teoria dalla giustizia
divina e dalla consuetudine, in pratica dalla necessità di
collaborare con l’élite. Col tempo nacquero anche strutture
collettive – le comunità locali, le loro corti, lo zemskij sobor
(Assemblea della terra), quest’ultimo nel 1549 – che
concedevano una certa libertà d’azione a livello locale e
davano voce a interessi particolari. È stata sottolineata
anche l’importanza dell’elemento personale (degli
individui come dei clan): all’interno della struttura politica
che si sviluppò nel periodo moscovita e perdurò in seguito,
il potere fu in mano più alle persone che alle istituzioni.
Ivan IV
I primi anni
Con il regno di Ivan IV il Terribile (1533-1584; groznyj
significa «terribile», ma fa riferimento a un «timore
reverenziale», una maestà che incute rispetto) emersero in
modo evidente i problemi ideologici e politici del nascente
stato moscovita. Ivan fu uno dei sovrani russi più
enigmatici, la sua personalità e le sue azioni hanno
suscitato le interpretazioni più disparate, da un lato per la
loro stranezza e radicalità, dall’altro per la frammentarietà
e l’incoerenza delle fonti tramandate. Lo si è considerato il
simbolo della tirannia dispotica, un degno antenato di
Stalin, un sadico analfabeta o semplicemente un pazzo,
oppure al contrario un intellettuale sul trono, un «principe
rinascimentale», paragonabile ad altri sovrani europei del
XVI secolo, in particolare a Enrico VIII d’Inghilterra.
Primogenito del secondo matrimonio di Vasilij III, Ivan
salì al trono nel 1533 all’età di tre anni. Questa situazione
destabilizzò l’equilibrio politico appena raggiunto e fece
scoppiare in tutta la loro violenza quelle tensioni tra l’élite
che il mestničestvo aveva il compito di allentare. Fino a
quando Ivan non raggiunse la maggiore età nel 1547, i
principali clan boiari lottarono brutalmente per il
predominio, coinvolgendo nei loro scontri anche i capi
della Chiesa. In prima linea c’erano le famiglie Šujskij
(discendenti dalla linea rjurikide di Suzdal’), Glinskij (della
madre di Ivan, Elena, lituana) e Belskij (anch’essi originari
della Lituania). Gli anni della minorità di Ivan furono
un’epoca di insicurezza e il suo regno cominciò sotto cattivi
auspici: alcuni incendi a Mosca scatenarono rivolte in cui fu
linciato un suo zio. Nella vita di questo zar sicurezza e
fedeltà sarebbero state questioni cruciali.
A sedici anni Ivan diventò maggiorenne e rivendicò i
suoi diritti. Nel gennaio del 1547, con una splendida
cerimonia che richiamava i riti bizantini, il metropolita
Makarij lo incoronò gran principe e zar di tutta la Rus’.
L’incoronazione aveva un unico precedente – la maggior
parte dei principi era stata incoronata senza cerimonie – e
il nuovo titolo conferiva implicitamente la stessa dignità
dei sovrani bizantini e mongoli. Il cerimoniale rispecchiava
il crescente potere dello stato moscovita e le rivendicazioni
della Chiesa. Il metropolita Makarij, vicino a Ivan fin
dall’epoca del suo insediamento nel 1542, lo istruì sulle sue
prerogative e sui suoi doveri e durante il regno di Ivan IV
furono compilate nuove opere ecclesiastiche di arte e
letteratura per glorificare il lignaggio e la santità concessa
da Dio alla casata di Ivan. I legami con Kiev e il ruolo del
sovrano come protettore dell’ortodossia furono messi in
risalto creando nuovi santi, tra cui alcuni principi rjurikidi
come Aleksandr Nevskij, e la Chiesa sempre più spesso
dipinse le relazioni con i khanati tatari, in particolare con
Kazan’, come una crociata ortodossa contro gli infedeli.
Makarij dimostrò di avere una visione teocratica dello
stato, basata sulle dottrine e sui miti creati dai suoi
predecessori: lo zar era il rappresentante e il servitore di
Dio sulla terra e, come tale, investito di un potere politico
assoluto e insindacabile, che doveva, però, usare con virtù e
saggezza. In questo modo la persona e l’autorità del
sovrano divennero inviolabili: il regno di Ivan segna
l’ultima fase della sacralizzazione della monarchia russa.
Una concezione diversa, ma complementare, della
sovranità venne da Ivan Peresvetov, un nobile di rango
minore che aveva servito l’impero ottomano. Peresvetov,
oltre a sottolineare le virtù dell’ordinamento militare turco,
propose di risolvere il problema dell’anarchia dei boiari e
del governo della società grazie al potere assoluto del
sovrano e una severità esemplare. Ivan IV praticherà e
svilupperà entrambe le posizioni, finendo per considerarsi
responsabile solo di fronte a Dio e distinguendo fra la
propria natura mortale di peccatore e il potere del sovrano,
voluto dal Signore, che non doveva rendere conto a
nessuna autorità terrena.
Poco dopo l’incoronazione Ivan rinsaldò il proprio ruolo
di zar sposandosi, come da tradizione. Prese in moglie
Anastasija Romanova, della famiglia aristocratica Jur ’ev-
Zachar ’in, che divenne la più importante a corte. Nei primi
anni del suo regno, Ivan si circondò di consiglieri
riformatori, e non sempre aristocratici, tra cui il
metropolita. Al contempo trovò altre vie per comunicare
con l’élite. Le sue riunioni con laici e membri anziani del
clero fin dal 1549 portarono alla nascita di una nuova
istituzione, cui gli storici hanno dato in seguito il nome di
zemskij sobor, Assemblea della terra (con «terra» si
intendevano le comunità che l’abitavano). Sebbene non
fosse realmente rappresentativa, non possedesse poteri
propri e si riunisse a intervalli irregolari, e solo per volontà
del principe, questa assemblea consultiva aveva qualche
somiglianza con gli stati generali di altri paesi europei e
rappresentava per lo zar una preziosa cassa di risonanza
tramite cui ottenere sostegno e risorse. Gli zemskie sobory
continuarono a riunirsi fino alla fine del XVII secolo.
Contemporaneamente lo zar e i suoi consiglieri si
dedicarono alla questione della Chiesa, convocando nel
1551 un concilio, noto come i «Cento capitoli» (Stoglav), per
discutere del governo della Chiesa e del suo rapporto con
la corona e per confermarne l’insegnamento.
Ivan e i suoi consiglieri usarono questi meccanismi per
un’ambiziosa politica interna che mirava a ristrutturare
l’amministrazione centrale, oltre che locale, e a
perfezionare la mobilitazione delle truppe. A queste
riforme amministrative dello zar si è dato il nome di
«rivoluzione burocratica», espressione impiegata anche da
Geoffrey Elton per le politiche dei Tudor nella
contemporanea Inghilterra. Nel XVI secolo, dalla struttura
amministrativa della corte moscovita nacquero diversi
organi separati di governo e di amministrazione statale. La
tendenza verso un potere centralizzato superò sia la
residua frammentazione territoriale dovuta al sistema degli
appannaggi sia le differenze legislative tra le varie regioni
cadute sotto il dominio dei gran principi. (Nel nord della
Russia, ad esempio, i territori erano governati da comunità
in gran parte autonome; Smolensk e altre città occidentali
si avvalevano della giurisprudenza lituana.) Le riforme
attuate da Ivan tra la fine degli anni Quaranta e gli anni
Sessanta del Cinquecento completarono la creazione di un
sistema amministrativo centralizzato efficiente, fondato su
dipartimenti governativi, o «cancellerie» (prikazy), il cui
personale era formato da impiegati statali e professionali, i
successori dei funzionari della corte e del Consiglio dei
boiari. Inoltre, nel 1550 fu promulgato un nuovo codice
(Sudebnik) che chiariva le procedure amministrative. Ivan
cercò, sebbene con minor successo, di promuovere anche
quei cambiamenti nell’amministrazione locale cui si era
dato inizio negli anni Trenta: a tale scopo limitò il kormlenie
e istituì uffici amministrativi locali dotati di una certa
autonomia, soprattutto per la riscossione delle tasse. Ma
all’inizio i nuovi dipartimenti centrali erano male
organizzati, a volte con giurisdizioni che si sovrapponevano
e riuscivano a malapena a soddisfare le necessità
amministrative di base; inoltre, tra gli uffici centrali e le
zone da amministrare mancavano legami istituzionali
efficienti. Il sistema garantiva comunque le principali
funzioni di governo, in particolare l’organizzazione delle
finanze e del servizio militare.
Di eguale importanza furono i provvedimenti di Ivan in
campo militare, dove lo zar cercò di semplificare il
comando dell’esercito e di far cessare le dispute sulla
priorità di servizio. La sua «Riforma dei mille» del 1550
mirava a creare, tramite la distribuzione di alcuni territori
vicino Mosca a mille servitori scelti permanenti, un corpo
militare d’élite, il cui progetto non è chiaro in che misura
venne realizzato. Il «codice del servizio statale» del 1556,
invece, elencava i doveri dei funzionari statali e provinciali
e stabiliva per legge il principio che «ogni terra deve
prestare servizio». Il dovere dei nobili di servire la corona
era un’usanza antica, ora sancita dal nuovo codice per la
prima volta con precise norme. Da quel momento in poi la
Moscovia fu uno «stato di servitori» in cui ogni classe aveva
determinati obblighi. Ivan tenne conto anche
dell’importanza delle armi da fuoco: la sua principale forza
rimase la cavalleria, armata di archi e armi bianche, ma nel
1550 creò la prima fanteria russa di moschettieri, gli
strel’cy, strelizzi, reclutati tra la popolazione urbana e di
stanza principalmente nella capitale. Queste truppe erano
salariate, ma come i pomeščiki disponevano anche di una
loro base economica: in tempo di pace erano piccoli
proprietari terrieri o artigiani o piccoli commercianti. Gli
strelizzi diedero un contributo notevole alle capacità
militari di Mosca, svolgendo al contempo funzioni di
polizia e di difesa; nel 1560 erano intorno a 10.000. Ivan
creò anche uno speciale «prikaz dei cannoni» con il compito
di sovrintendere all’addestramento dei bombardieri e
organizzare l’approvvigionamento dell’artiglieria, la cui
importanza andava crescendo. Fu durante il suo regno che
Mosca tentò per la prima volta di ingaggiare i cosacchi
delle steppe del sud per difendere la frontiera meridionale.
Questi ultimi, sebbene autonomi, dipendevano per le armi
e altre necessità dalle comunità vicine e offrivano i loro
servigi al miglior offerente: polacchi, abitanti della Crimea
o moscoviti. Ivan reclutò i cosacchi del Don come irregolari
nelle sue guerre contro Kazan’ e nel 1570 confermò
ufficialmente i loro possedimenti lungo il Don in cambio di
servizio permanente alla frontiera.
Guerra, espansione e impero
Le riforme dell’esercito andarono di pari passo con
l’inasprirsi delle attività belliche contro Kazan’.
L’intervento di Mosca nei tormentati affari del khanato era
divenuto sempre più diretto, e il nuovo zar e i suoi
consiglieri decisero, infine, di assoggettarlo. Nel 1552 un
enorme esercito moscovita con centocinquanta cannoni
assediò ed espugnò Kazan’, nonostante la strenua difesa
tatara. Per pacificare l’intero khanato ci vollero cinque anni,
ma quella conquista mutò radicalmente gli equilibri di
potere nella regione: riconobbero la sovranità di Mosca
molti piccoli khan tatari. L’ingente ampliamento
territoriale aprì la strada a un’ulteriore espansione verso
est e sud in direzione del mar Caspio (il khanato di
Astrachan’ sulla foce del Volga cadde nelle mani di Ivan
quattro anni più tardi). Da un certo punto di vista le
conquiste di Ivan non fecero altro che consolidare una
situazione di fatto – la Moscovia aveva già servitori tatari,
un cliente nel khan di Kasimov, e controllava da tempo
Kazan’ indirettamente –, ma in termini politici furono gli
anni tra il 1552 e il 1556 a rappresentare una svolta. La
Moscovia governava ora un impero formato da popolazioni
di etnie diverse, ognuna con una propria tradizione politica
e culturale, la cui integrazione e inserimento sarebbero
divenuti un problema permanente per il governo della
Russia. A celebrare il trionfo di Ivan furono costruite, a
Kazan’, una grande cattedrale ortodossa e a Mosca, sulla
Piazza Rossa, la chiesa dell’Intercessione, universalmente
nota come cattedrale di San Basilio (1555-1561).
Dopo la conquista di Kazan’ e di Astrachan’, Ivan si
trovò di fronte a una scelta: continuare o no la serie positiva
dei suoi successi attaccando la Crimea. Alcuni passi in
questa direzione, in effetti, furono compiuti, ma la Crimea
rappresentava un avversario temibile (il suo khan aveva
invaso la Moscovia nel 1555 in reazione alla conquista di
Kazan’) ed era un territorio lontano, molto difficile da
attaccare (i successivi tentativi da parte della Russia
riuscirono solo nel XVIII secolo). Ivan spostò quindi la sua
attenzione a nordovest, verso la Livonia, stato dei cavalieri
teutonici ormai in rovina. Sembra che all’inizio Ivan avesse
il solo fine di imporre tributi, ma la posta in gioco, da un
punto di vista geopolitico, era molto più alta: la conquista
della Livonia avrebbe aperto alla Moscovia nuove
possibilità commerciali nel Baltico. Nel 1553 alcuni
esploratori inglesi guidati da Sir Richard Chancellor erano
giunti a Mosca in cerca di un passaggio a nordest per mare
verso la Cina, ed Elisabetta I di Inghilterra aveva creato una
Compagnia della Moscovia per commerciare con il regno di
Ivan, che accolse gli inglesi, suoi primi importanti partner
commerciali europei, concedendo loro privilegi esclusivi.
Ma il Baltico era controllato da altre potenze quasi tutte
ostili, i cui scambi passavano per il Mar Bianco (nel 1585
venne fondato il nuovo porto di Archangel’sk). La lunga
guerra contro la Livonia (1555-1583) cominciò in modo
favorevole per i moscoviti, e così proseguì anche dopo
l’intervento della Polonia, cui i cavalieri livonici si erano
sottomessi e che si fuse con la Lituania nel 1569, andando a
formare l’Unione polacco-lituana. Tutte le maggiori
potenze del Baltico parteciparono alla guerra nel tentativo
di conquistare la Livonia; i polacchi, infine, formarono una
coalizione con Svezia e Crimea contro Mosca e la
sconfissero, facendole perdere i territori conquistati. Mosca
uscì dal conflitto molto provata.
Ma se l’avanzata verso ovest era stata bloccata, la
Moscovia poté espandersi nella direzione opposta, verso
est, in Siberia. Fino a quel momento le potenze tatare
avevano tenuto la Siberia fuori dalla portata russa: la via
era sbarrata da Kazan’ e dal khanato di Sibir ’ al di là degli
Urali, che non fu distrutto dalle armate dello zar, ma da
una banda di avventurieri capitanata dal cosacco Ermak
Timofeevič. Ermak, che aveva combattuto nella guerra
contro la Livonia, all’inizio era stato impiegato dagli
Stroganov, una famiglia di mercanti che possedeva enormi
terreni e saline a Sol’vyčegodsk, nel lontano nordest, prima
territorio di Novgorod e ora controllato da loro come un
feudo personale. Nel 1581-1583 Ermak sconfisse il khan
Kucium, che si ritrovò impotente di fronte ai moschetti
cosacchi, e occupò Sibir ’, prendendo rapidamente il
controllo di tutto il bacino del fiume Ob’. Ermak annegò
mentre fuggiva dai tatari nel 1585, ma la via per la Siberia
era ormai aperta: nel 1639 i moscoviti avevano raggiunto il
Pacifico e stabilito roccaforti che assicuravano loro il
dominio sull’intero territorio. L’espansione continuò sul
litorale pacifico del Nordamerica, incontrando infine la
colonizzazione francese e spagnola proveniente dal sud.
L’Alaska rimase russa fino al 1867. Solamente a sudest, sul
fiume Amur, i moscoviti dovettero affrontare una potenza
temibile: l’impero cinese. Qui i cinesi erano e rimasero
sempre nettamente superiori ai russi: un secolo dopo la
conquista di Ermak, il primo trattato russo-cinese (trattato
di Nerčinsk, 1689) riconoscerà i territori alla Cina e
regolarizzerà i rapporti commerciali tra le due parti.
Ermak era un avventuriero, paragonabile agli esploratori
e ai conquistadores spagnoli che all’incirca nello stesso
periodo si aprirono la strada dell’America, seguiti poi dal
potere statale. Da un punto di vista culturale, i popoli
indigeni incontrati da Ermak in Siberia erano simili ai
nativi americani, che potrebbero aver raggiunto l’America
dalla Siberia in epoche preistoriche. Simile fu anche il
comportamento dei conquistatori: le popolazioni siberiane
furono sottoposte a tributo (jasak) e costrette a lavorare per
i nuovi signori, ma i russi, per lo meno, si dimostrarono
tendenzialmente meno razzisti di altri colonizzatori
europei. Il rapporto della Siberia con il centro della Russia
europea è paragonabile a quello tra i territori d’oltreoceano
e gli imperi coloniali che ne sfruttavano risorse e
popolazione, e fino al XX secolo il famoso esilio in Siberia
ha avuto un evidente parallelo nella pratica britannica di
mandare i detenuti in Nordamerica e in Australia. La
contiguità del territorio con la madrepatria rendeva però
più difficile la secessione e l’indipendenza, anche se, nel
XIX secolo, si sviluppò un movimento «regionalista» dai
tratti separatisti. Dal punto di vista geografico, la Siberia è
paragonabile al Canada, e come per il Nordamerica la sua
prima attrattiva commerciale furono le pellicce: lo jasak era
riscosso soprattutto in pelli e la corte moscovita ottenne
enormi entrate da questo tesoro.
Il terrore e l’«opričnina»
I primi anni della guerra contro la Livonia coincisero con
grandi rivolgimenti politici a Mosca e con una variazione
nel comportamento di Ivan. Nel 1560 lo zar allontanò due
dei suoi maggiori consiglieri. Nello stesso anno sua moglie
Anastasija, cui era teneramente affezionato, morì
all’improvviso (come in molti altri casi di morte improvvisa
agli inizi dell’età moderna, si è sospettato un
avvelenamento). I rapporti di Ivan con la sua élite si
andarono deteriorando. Nel 1562 molti boiari influenti
caddero in disgrazia per accuse inconsistenti. Ivan richiese
onerose garanzie di fedeltà in cambio del perdono e fra il
1563 e il 1564 ne condannò a morte ancora di più. Con la
scomparsa nel 1563 (per morte naturale) del metropolita
Makarij, la vita a corte divenne meno ordinata e più
dissoluta, e quello stesso anno Ivan introdusse un
elemento di novità sposando una principessa circassa,
Marija Temrjukovna, il cui padre era da poco entrato al
servizio di Mosca. Ivan si sposò sette volte.
La vita a corte stava diventando incerta e pericolosa e
alcuni servitori moscoviti cominciarono a passare dalla
parte dei polacchi o dei lituani. Il più importante di questi
disertori fu il principe Andrej Kurbskij. Di alto lignaggio,
in ottimi rapporti con le famiglie più illustri, Kurbskij era
un noto comandante militare che forse si sentì
direttamente in pericolo o temette di veder ricadere su di
sé la responsabilità delle sconfitte di Mosca. Nel 1564
scappò in Polonia e dal suo esilio scrisse a Ivan per
giustificare la sua partenza condannando la crudeltà dello
zar verso i sudditi. Ivan rispose denunciando con violenza
Kurbskij e tutti gli altri traditori, compresi i suoi antichi
consiglieri, e riaffermando il proprio potere assoluto per
diritto divino, cui tutti i sudditi dovevano sottostare. Di
recente la corrispondenza tra Ivan e Kurbskij è stata al
centro di una grande controversia: lo storico americano
Edward Keenan sosteneva che i documenti fossero un falso
risalente al XVII secolo, mentre la maggior parte dei suoi
colleghi ne accettano l’autenticità. Di certo le idee esposte
da Ivan nelle lettere sembrano coerenti con la sua condotta
successiva.
Nel dicembre del 1564 Ivan lasciò improvvisamente
Mosca per trasferirsi in una residenza di campagna, e un
mese dopo annunciò al metropolita e alla corte, frastornata,
la sua intenzione di abdicare. Sosteneva che lo stessero
scacciando dal trono la disobbedienza e il tradimento di
chierici e boiari. La teoria teocratica così ben propagandata
dal clero non permetteva alternative al potere dello zar,
«unto del Signore». Tutta la corte lo pregò subito di
tornare, promettendogli che avrebbe avuto mano libera
contro i traditori. Ivan tornò, ma alle sue condizioni: divise
il paese in due amministrazioni ben distinte, l’opričnina
(«territorio separato»), sotto il suo controllo, e la zemščina
(il «regno della terra»), governata dai membri della corte e
dal Consiglio dei boiari. Da questa nuova base di potere
Ivan attaccò chiunque gli appariva come possibile nemico.
Creò un esercito locale di servitori dell’opričnina (gli
opričniki), con mantelli neri e una testa di cane e una scopa
attaccate come simbolo alla sella. Diversi gruppi dell’élite,
compresi personaggi di poco rilievo, furono condannati
all’esilio, alla tortura o a morte, i beni di molti confiscati;
altri furono semplicemente uccisi o gli venne assassinato
un parente. Il nuovo metropolita, che protestava per la
condotta di Ivan, fu deposto da un tribunale irregolare e
strangolato in prigione. Gli opričniki distrussero il quartiere
straniero di Mosca, costruito di recente, che si calcola
ospitasse più di quattromila stranieri (principalmente
militari e loro dipendenti). Il principe Vladimir di Starica,
parente di Ivan abbastanza stretto da poterne rivendicare il
trono, e al centro della crisi del 1553, fu obbligato ad
avvelenarsi insieme a tutta la famiglia. Ivan chiese asilo a
Elisabetta d’Inghilterra, che glielo concesse (rifiutando
però educatamente la sua offerta di reciprocità). Novgorod,
ormai del tutto asservita a Mosca, ma accusata di
tradimento dallo zar, fu saccheggiata e sottoposta a un
sanguinario regno di terrore; Pskov subì quasi la stessa
sorte. Intanto la guerra con la Livonia continuava e nel 1571
si aprì un secondo fronte quando i tatari della Crimea
invasero e bruciarono Mosca. L’esercito dell’opričnina non
riuscì a fermarli: Ivan accusò gli opričniki di essere
responsabili della sconfitta e la seconda invasione dei
tatari, l’anno successivo, fu bloccata soltanto riunendo gli
eserciti di opričnina e zemščina. Dopo il suo fallimento, nel
1572 l’amministrazione separata dell’opričnina venne
smantellata.
Si è a lungo dibattuto sul significato dell’opričnina, che
fu interpretata in vari modi: come un tentativo sistematico,
anche se caotico, di rafforzare l’autorità regale contro lo
strapotere dei nobili e dei dissidenti; come una
restaurazione del sistema degli appannaggi, un’imitazione
dell’inquisizione spagnola o di un khanato della steppa;
come un tentativo folle, ma coerente di dare corpo al
simbolismo della teologia ortodossa; come l’espressione
radicale dell’insicurezza, della paranoia e addirittura della
follia dello zar (questa è, a nostro avviso, la spiegazione più
plausibile). Ma la bizzarria e la violenza delle azioni di
Ivan, nonché la scarsità delle fonti affidabili che ci
rimangono, rendono difficile la formulazione di un
giudizio definitivo. L’episodio non portò nessun
cambiamento duraturo nella struttura politica e sociale del
paese e alcune vittime furono poco dopo reintegrate nei
loro antichi ranghi. Eppure il terrore non finì nel 1572. Per
tutto il suo regno, Ivan continuò a dare la caccia a traditori
veri o immaginari, con ondate di arresti ed esecuzioni, e nel
1575 minacciò nuovamente di abdicare.
Lo sviluppo della servitù della gleba e la fine
della dinastia
La violenza e gli sconvolgimenti degli ultimi anni di Ivan, il
peso sempre maggiore della guerra e le epidemie degli
anni Settanta e Ottanta stremarono il paese. Tutte le classi
ne soffrirono, ma in particolare i contadini, che si
indebitarono sempre di più con i proprietari terrieri. Molti
contadini iniziarono a fuggire dalle loro case; durante un
viaggio dal Mar Bianco a Mosca nel 1588, Giles Fletcher
attraversò intere regioni di villaggi quasi completamente
abbandonati. Alcuni contadini cercarono la sicurezza delle
grandi proprietà terriere, si unirono ai cosacchi o si
diressero verso est nelle nuove terre rese disponibili dalla
conquista dei khanati del Volga; altri si vendettero come
schiavi a chi poteva mantenerli. I latifondisti militari,
soprattutto pomeščiki minori, videro a poco a poco
scomparire la loro forza lavoro e la prima fonte del loro
sostentamento, e per disperazione alcuni lasciarono le
proprie terre. Durante le guerre civili Vasilij II aveva
concesso a certi monasteri il potere di limitare il diritto di
partenza dei contadini alle due settimane prima o dopo il
giorno di San Giorgio (26 novembre), quando si chiudeva il
ciclo agricolo annuale. Questa restrizione fu estesa a tutti i
contadini tramite il Sudebnik del 1497, che stabiliva la
possibilità di spostarsi soltanto in quel lasso di tempo,
sempre che avessero adempiuto agli obblighi nei confronti
dei proprietari. Ora, in risposta alle richieste dei servitori e
alla minaccia che questa situazione rappresentava per il
tesoro e per l’esercito, il governo adottò misure ancor più
radicali. Fu istituito un censimento agricolo che stabiliva
con esattezza gli obblighi di tassazione e di servizio e, nel
decennio 1580-1589, vennero introdotti gli «anni proibiti»,
da principio uno per volta, durante i quali ai contadini era
vietato lasciare il luogo di residenza. All’inizio degli anni
Novanta un nuovo decreto rese permanente il divieto di
spostamento. In questo modo i contadini erano
definitivamente legati alla terra e si concedeva pieno
controllo ai proprietari dei terreni su cui vivevano, nonché
la possibilità di rivendicare un diritto su quanti partivano
illegalmente. Nel XVI secolo, lo sviluppo di
un’amministrazione centrale rese possibile per la prima
volta un certo monitoraggio della mobilità contadina. Nel
1597 fu imposto un limite massimo di cinque anni per il
reclamo dei fuggitivi, ma nel 1607 il governo di Vasilij
Šujskij lo protrasse a quindici anni: un limite breve favoriva
i grandi latifondisti che potevano attirare fuggitivi e
bloccare le rivendicazioni per il loro ritorno, mentre limiti
più lunghi davano ai piccoli proprietari più tempo per
rintracciare i contadini scappati. Nel 1649, su pressione dei
servitori della classe media, il limite fu abolito del tutto:
ormai la servitù della gleba sostituiva le libere relazioni
contrattuali precedenti e sui terreni dei servitori i contadini
erano legalmente vincolati alla terra. Solo nel profondo
nord e in Siberia, dove non c’erano terre di pomest’e, i
contadini rimasero liberi (anche se dovevano pagare tasse e
prestare servizio allo stato).
In quest’epoca (verso il 1600), una volta adempiuto ai
loro obblighi di lavoro o di affitto, i contadini godevano
ancora, dal punto di vista tecnico, di una certa libertà
personale: erano soggetti alla legge, pagavano le tasse e
decidevano dei loro affari. Durante il secolo e mezzo
successivo, invece, in un evolversi graduale di rapporti,
singole misure governative e decisioni giudiziarie, senza
che venisse promulgata nessuna legge generale, i servi
furono legati anche alla persona del loro signore, e soggetti
alla sua volontà quasi in ogni campo. La servitù della gleba
prese così in Russia la sua forma più estrema
trasformandosi, infine, nel XVIII secolo, quasi in schiavitù.
Quella totale esisteva già nella Moscovia come nella Rus’
kieviana, dove i prigionieri di guerra erano spesso resi
schiavi e alcune forme di schiavitù per debiti o per
contratto erano comuni; vendersi come schiavo era un
modo per trovare mantenimento e protezione. Le nuove
dure forme di dipendenza dei contadini dai loro padroni si
svilupparono in base alla visione che tradizionalmente si
aveva della schiavitù. Pietro I la abolì (gli schiavi non
pagano le tasse!) unificando lo status di servo della gleba e
schiavo: alla fine i contadini non avevano più nessun diritto
effettivo, potevano essere venduti e comprati, e l’unica vera
differenza con gli schiavi consisteva nell’essere ancora
tassabili dallo stato e nel dover prestare servizio militare
nell’esercito.
La società che Ivan IV lasciò in eredità era stata ridotta a
brandelli dal terrore, da guerre dispendiose e disastri
naturali, cui andò ad aggiungersi la fine della dinastia. I
suoi matrimoni avevano prodotto pochi eredi maschi, e nel
1581, in un accesso d’ira, Ivan colpì e ferì a morte il suo
figlio maggiore, l’unico legittimo erede. Il solo altro
principe che, per lignaggio e capacità, avrebbe potuto
succedergli, Vladimir di Starica, era stato ucciso durante il
periodo dell’opričnina. Ironia della sorte, i sovrani
Daniiloviči, che avevano sostituito la successione
collaterale con quella verticale, rimasero, infine, senza un
erede legittimo da far salire al trono. A Ivan IV, morto nel
1584, succedette il figlio Fëdor Ivanovič (al potere dal 1584
al 1598), un sovrano pio e passivo più interessato ai rituali
della Chiesa che agli affari di stato: la successione era stata
legittimata da uno zemskij sobor. In pratica il governo di
Fëdor fu diretto da suo cognato Boris Godunov, un boiaro
di alto lignaggio tataro e di grande abilità. L’unico altro
figlio rimasto in vita, Dmitrij Ivanovič, era solo un bambino
e tecnicamente era illegittimo, perché frutto del settimo
matrimonio di Ivan, non riconosciuto dalla Chiesa. Nel
1591 Dmitrij morì in circostanze misteriose per una ferita
d’arma da taglio. Nel 1598, con la morte di Fëdor, senza
figli e intestato, la dinastia rjurikide si estinse.

5. La storiografia cortigiana fa risalire questo soprannome alla borsa


piena di denaro che Ivan avrebbe portato sempre con sé per fare
l’elemosina. (NdT)
III
Mosca e San Pietroburgo:
la genesi dello stato imperiale
1600-1760

La fine della discendenza rjurikide preannunciò un


collasso dell’autorità statale e dell’ordine sociale, che fu
sanato soltanto nel 1613 con l’ascesa dei Romanov. Per tutto
il secolo la Moscovia si trovò sempre più coinvolta negli
affari europei e dovette procedere a cambiamenti dolorosi
per confrontarsi con le nuove realtà militari, economiche e
politiche internazionali, un processo che portò allo scisma
in seno alla Chiesa e alla definitiva istituzionalizzazione
della servitù della gleba, e culminò nei successi militari e
nelle «riforme» rivoluzionarie di Pietro I, detto il Grande.
Fu così che la Russia entrò a far parte del mondo europeo
contemporaneo. L’impero russo, proclamatosi tale dopo la
vittoria sulla Svezia nella Grande guerra del nord (1721), si
consolidò nei decenni seguenti e, grazie ai successi ottenuti
nella Guerra dei sette anni (1756-1763), cominciò ad
affacciarsi sullo scacchiere internazionale con ruolo da
protagonista; in modo del tutto parallelo si manifestò
l’evoluzione culturale della nuova élite.
Crisi, ripresa e cambiamento
L’«epoca dei torbidi»
I primi anni del XVII secolo sono ricordati nella storia della
Russia come l’«epoca dei torbidi». Con la fine della
dinastia, infatti, il paese entrò in una crisi profonda, ogni
giorno più grave, causata soprattutto dall’assenza di
un’autorità politica legittima ed esacerbata dal disastro
economico, dalle tensioni sociali e dall’invasione straniera.
Nella lotta per il potere che seguì la morte di Fëdor,
prevalse come nuovo sovrano suo cognato, Boris Godunov.
A Godunov non mancavano capacità e talenti. Nel ruolo di
primo ministro sotto Fëdor aveva dimostrato di possedere
qualità da statista, conducendo una politica estera di
successo: era giunto a una conclusione accettabile nella
guerra contro la temibilissima Svezia, conflitto che durava
ormai da cinque anni, aveva mantenuto la pace
sull’instabile frontiera meridionale e incoraggiato gli
insediamenti a sud e a est. Inoltre, Godunov aveva coltivato
le già proficue relazioni della Moscovia con l’Inghilterra e,
nel 1589, diretto i negoziati con il patriarca di
Costantinopoli per l’istituzione di un patriarcato a Mosca,
evento di capitale importanza per il paese. Si era anche
dimostrato abile nel destreggiarsi in mezzo alle endemiche
lotte tra le varie fazioni della corte moscovita. Alla morte di
Fëdor nel 1598 queste qualità continuarono a essergli utili.
Appoggiato dal patriarca, Godunov si guadagnò il
consenso popolare e, forte del sostegno militare, si fece
offrire il trono da un improvvisato zemskij sobor. Due anni
più tardi, per rafforzare la sua posizione, attaccò i
Romanov, suoi principali rivali e famiglia della prima
moglie di Ivan, Anastasija. Il maggiore dei Romanov, il
boiaro Fëdor Nikitič, fu obbligato a farsi monaco,
rinunciando a ogni ambizione terrena, e con il nome di
Filaret divenne una delle figure più eminenti della Chiesa.
Ma il governo del nuovo zar non godette mai del carisma
e della legittimità dei suoi predecessori rjurikidi e si trovò
presto a fronteggiare un diffuso malcontento. Le fazioni
aristocratiche insoddisfatte disprezzavano Godunov
considerandolo un parvenu e la mancanza di autorevolezza
dinastica portò tra l’élite nuove lotte intestine. Alcune voci
insistenti, inoltre, lo collegavano alla morte dello zarevič
Dmitrij Ivanovič. Nel 1591, nel ruolo di primo ministro,
Godunov aveva istituito una Commissione d’inchiesta con
a capo il boiaro Vasilij Šujskij, che dopo aver confutato le
accuse di omicidio, dichiarando che il piccolo Dmitrij,
epilettico, era caduto sul suo stesso pugnale, cambiò più
volte versione, continuando ad alimentare illazioni e
sospetti. Tra il 1601 e il 1603, a causa della «piccola
glaciazione» che colpì tutta Europa, provocando una
devastante ondata di miseria, carestia e morte, i contadini
russi, già di per sé poveri, soffrirono per la scarsità dei
raccolti; la loro situazione fu ulteriormente aggravata dal
divieto di spostarsi. Si diffuse il brigantaggio e il governo
non riuscì a trovare cibo a sufficienza per sfamare i
disperati che si rifugiavano nei centri urbani.
Poi, nel 1604, il regime dovette affrontare una nuova
sfida. Al confine meridionale si fece avanti un pretendente
al trono appoggiato da avventurieri polacchi, che sosteneva
di essere lo zarevič Dmitrij, sfuggito ai suoi presunti
assassini. Laddove il rjurikide Ivan IV, sovrano per diritto
divino, aveva potuto impunemente commettere ogni sorta
di atrocità senza che il suo potere fosse mai messo
seriamente in discussione, per il nuovo monarca non
rjurikide le accuse di omicidio e l’insurrezione dell’esercito
erano gravi minacce. Questo primo «Dmitrij» diede il via a
una lunga serie di pretendenti, quasi tutti di umili origini,
che nella Russia del XVII e XVIII secolo sostennero di
essere il vero zar scampato alla morte e tornato per salvare
il popolo da un usurpatore. La frontiera meridionale era un
miscuglio di malcontento, insicurezza e interessi di parte,
dove «Dmitrij» riuscì a raccogliere molti consensi. La sua
ribellione portò a una vera e propria guerra civile, che
coinvolse tutti i gradi della società e in cui ebbero un ruolo
di primo piano i cosacchi. La storia di Boris Godunov e del
«falso Dmitrij» (o «Dmitrij il pretendente») è uno dei
grandi miti nazionali russi, reso immortale dalla tragedia
di Aleksandr Puškin e dall’opera di Modest Musorgskij. Il
Boris della realtà storica, come sostennero i suoi avversari,
e in seguito Puškin, probabilmente era davvero colpevole
di omicidio, mentre il pretendente al trono, secondo le
accuse del governo, non era altro che un monaco rinnegato,
un certo Grigorij Otrepev. Questa versione, ampiamente
accreditata, resta in ogni caso senza prove, ma dalle poche
fonti che abbiamo si può desumere che «Dmitrij», la cui
vera identità è ancora incerta, avesse grandi capacità e
fosse realmente convinto dei suoi diritti di rivendicazione.
All’inizio l’esercito del governo riuscì a reprimere le
rivolte nel sud, ma Godunov morì all’improvviso nel 1605,
lasciando campo libero a «Dmitrij», che entrò a Mosca e fu
incoronato zar; il figlio di Godunov, suo possibile
successore, venne assassinato. Tuttavia, il nuovo sovrano
rimase in carica soltanto un anno: le sue tendenze
filopolacche, la moglie cattolica e polacca, e l’entourage
polacco offendevano la sensibilità moscovita. Il «falso
Dmitrij» fu ucciso in una congiura architettata
dall’ambizioso e opportunista Šujskij e le sue ceneri
vennero sparate da un cannone del Cremlino in direzione
della Polonia. Šujskij, candidato della fazione aristocratica
di Mosca, gli succedette e strinse un patto con i propri
sostenitori, giurando di governare con equità e di non
depredare l’élite come aveva fatto Ivan IV. Ma anche questo
«zar boiaro» non fu capace di imporsi: l’ascesa al trono di
Šujskij irritò i suoi rivali all’interno della nobiltà e
scontentò le classi inferiori. Così si riaccese la guerra civile
(1606-1607), guidata inizialmente da Ivan Bolotnikov, un ex
schiavo dell’esercito; sul fronte opposto si fece avanti un
secondo e più rozzo «falso Dmitrij» (il «brigante di
Tušino», 1608-1610). La guerra e i disordini sociali furono
aggravati dall’intervento polacco e poi svedese. A partire
dal 1610, dopo la caduta di Šujskij, le truppe polacche
occuparono la capitale: la Moscovia rischiava seriamente di
collassare, finire soggiogata o smembrata. Tuttavia, grazie a
un appello del patriarca Ermogene, che morì di lì a poco
imprigionato dai polacchi, e dopo un tentativo fallito di
riprendere il controllo di Mosca, si riuscì a formare
un’armata a Jaroslav, nel nordest del paese, la zona meno
colpita dai «torbidi» e ancora capace di affrontare i costi di
una nuova campagna militare. L’esercito, capitanato dal
principe Dmitrij Požarskij, fu organizzato da Kuz’ma
Minin, un personaggio autorevole della città, di professione
macellaio. La fede ortodossa, minacciata dal cattolicesimo
polacco, diede impulso all’unità nazionale e nel 1612 gli
invasori furono cacciati. Nel 1613 uno zemskij sobor, dal
punto di vista sociale il più rappresentativo mai tenutosi,
poiché presenziato eccezionalmente anche da cosacchi e
contadini liberi, si riunì per eleggere un nuovo zar. Dopo
aver rifiutato i candidati polacchi e svedesi, la scelta dei
delegati cadde su Michail Romanov, pronipote di Ivan IV e
figlio diciassettenne di Fëdor Romanov, il Filaret rivale di
Godunov. Michail, russo di nascita e con (lontane) radici
rjurikidi, era giovane, ingenuo e malleabile; il sostegno di
suo padre al secondo «falso Dmitrij» contro Šujskij gli valse
l’appoggio dei cosacchi. L’elezione ristabilì una casata
regnante riconosciuta da tutta la Russia e confermò il
principio di autocrazia: nonostante le voci di promesse
segrete strappate a Michail (come a Šujskij) sotto
giuramento, non sussistono prove che il suo potere fosse
formalmente limitato. Dalla sua elezione, i Romanov
regneranno per tre secoli come sovrani assoluti.

Tabella 3 I sovrani della dinastia Romanov

1613-
Michail Anna Leopoldovna di
1645
1645- Brunswick-Lüneburg, 1740-
Aleksej
1676 reggente 1741
1676-
Fëdor III
1682
1682- 1741-
Sofia, reggente Elisabetta
1689 1761
Natal’ja 1761-
Naryškina, Pietro III 1762

1689- 1762-
reggente Caterina II
1694 1796
Ivan V, zar col 1682- 1796-
Paolo I
fratello 1696 1801
1801-
Pietro I Alessandro I
1825
(col fratello 1682- 1682- 1825-
Nicola I
1696) 1725 1855
1725- 1855-
Caterina I Alessandro II
1727 1881
1727- 1881-
Pietro II Alessandro III
1730 1894
1730- 1894-
Anna Nicola II
1740 1917
1740-
Ivan VI
1741
Il consolidamento del potere autocratico e il
problema
della sicurezza nazionale (1613-1700)
L’elezione di Michail risolse la crisi politica di legittimità,
segnando la fine dell’«epoca dei torbidi». Tuttavia, ci volle
ancora parecchio tempo per far riacquisire alla Moscovia
piena stabilità. I rapporti con le nazioni confinanti furono
pacificati, prima con la Svezia, tramite il trattato
sfavorevole di Stolbovo del 1617 (le concessioni territoriali
esclusero per un secolo la Moscovia dal Baltico,
permettendole, tuttavia, l’accesso commerciale), poi, dopo
ulteriori conflitti, con la Polonia, con la quale si giunse a
una situazione di stallo e alla tregua di Deulino (1618). Il
regno di Michail (1613-1645), inizialmente fragile, trovò nei
primi anni un forte appoggio nello zemskij sobor, ma dopo il
suo ritorno nel 1619 uno scambio di prigionieri riportò in
patria Filaret, padre di Michail, che era stato tenuto in
cattività durante le trattative con i polacchi. Filaret, uomo
dalla personalità decisa, assunse la carica vacante di
patriarca ed ebbe ruolo preponderante nel governo: egli
ricevette il titolo di «gran gosudar’», di solito riservato al
monarca, e rappresentò l’eminenza grigia dietro il trono
fino alla morte, nel 1633.
Dopo l’epoca dei torbidi il governo e l’élite dovettero
affrontare problemi e sfide che determinarono lo sviluppo
della Moscovia per il resto del secolo. Negli affari interni la
questione principale riguardava la coesione sociale e la
stabilità politica: dopo i terribili eccessi dell’opričnina e i
fallimenti di Godunov e di Šujskij, si rese necessario
trovare una versione della monarchia che fosse accettabile
e potenziare l’amministrazione centrale di fronte al
continuo estendersi del territorio e all’aumento della
popolazione. Il malcontento sociale attendeva risposta, e
poiché l’«epoca dei torbidi» fu interpretata da molti come
un castigo divino, anche la Chiesa affrontò e lei stessa si
fece promotrice di appelli a una rinascita morale e
spirituale. In campo militare, il fallimento di Ivan IV nella
guerra livonica aveva dimostrato che le migliorie da lui
apportate alle forze armate non erano state sufficienti di
fronte alla macchina militare dei vicini europei. Erano
indispensabili un esercito più efficiente, e le risorse per
finanziarlo. Servivano, inoltre, riforme per riassestare
l’economia, migliorarne la produttività e riscuotere le
entrate in modo più capillare: durante l’epoca dei torbidi la
Moscovia aveva perso quasi la metà della sua popolazione.
Questi problemi divennero ancor più cruciali davanti
all’intensificarsi delle relazioni con paesi occidentali che
avevano o stavano sviluppando capacità militari ed
economiche superiori: la crescita economica europea
aumentava a mano a mano che si espandeva il commercio,
sostenuta da strumenti nuovi, come un vasto sistema di
banche e reti di credito. La domanda di cereali a livello
internazionale stava trasformando la Polonia nel granaio
d’Europa e, grazie al rinnovamento favorito da potenze
finanziarie e marittime come Inghilterra e Olanda, il
Baltico e il Mar Bianco stavano diventando importanti vie
commerciali e arene di una sempre maggiore competizione
economica, e di conseguenza politica. La Moscovia venne
coinvolta in queste reti commerciali grazie ai suoi prodotti
tradizionali – catrame, canapa, legname, potassa – che
acquisirono nuovo valore a livello internazionale come
materiali per le navi. Inoltre, dopo i successi militari
riportati durante il Seicento, sul fronte meridionale la
Russia si trovò davanti un temibile avversario, l’impero
ottomano. Questi sviluppi e difficoltà ponevano problemi
la cui soluzione avrebbe messo in questione le strutture
sociali e l’immagine che la nazione aveva di sé, provocando,
nel corso del secolo, una crisi meno urgente, ma non meno
radicale di quella dei «torbidi».
La nuova dinastia si ritrovò a controllare una società
estremamente stratificata. La popolazione complessiva di
allora è stimata intorno ai 6,5 milioni nel 1550, 7 milioni nel
1600, la medesima cifra intorno al 1650 (vennero recuperate
le perdite dell’«epoca dei torbidi»), 9,6 milioni nel 1680 (era
inclusa la regione ucraina sulla riva sinistra del Dnepr) e
12,7 milioni all’epoca del censimento fiscale del 1719. Una
caratteristica dell’inizio dell’età moderna in Russia è
proprio questa crescita esponenziale della popolazione, che
prese avvio nel XVI secolo e proseguì fino al XX, superando
di molto i tassi di crescita degli altri paesi europei. La
popolazione si può sommariamente dividere in militari e
contribuenti. In cima alla società stavano le grandi famiglie
che formavano la corte, vale a dire la ricca élite e la fascia
più alta dei militari, i cui membri potevano essere eletti nei
«ranghi della Duma» (ed entrare quindi nel Consiglio dei
boiari); insieme a loro c’era la nobiltà minore con cariche
statali leggermente più basse, i cosiddetti «ranghi di
Mosca». Nel 1630 erano in totale 2642 (facevano parte dei
quattro ranghi della Duma in 29 nel 1613, in 57 nel 1650 e in
153 nel 1690). Queste famiglie possedevano terreni di
votčina, erano iscritte nei «registri delle priorità di
servizio», secondo il sistema del mestničestvo, e praticavano
l’usanza sempre più diffusa di tenere segregate le loro
donne (i membri femminili dell’élite occupavano
appartamenti separati, i terem). Dopo l’élite veniva la
«classe media dei servitori», composta principalmente
dalla piccola nobiltà locale: i suoi rappresentanti
prestavano servizio nella cavalleria, erano tra i maggiori
beneficiari del sistema di pomest’e e il gruppo più
numeroso di proprietari di servi della gleba. Alla metà del
XVII secolo la classe media ammontava a 20.000-25.000
famiglie, per un totale di 70.000-80.000 persone, e
possedevano in media 5 o 6 famiglie di contadini. Nel corso
del secolo la loro presenza nell’esercito diminuì e molti
andarono a ingrossare le file dei funzionari delle
amministrazioni di provincia. Si trovavano soprattutto al
centro, a ovest e a sud: le zone tradizionalmente concesse
come pomest’e erano quelle dove la terra era disponibile e
fertile, e dove la presenza militare era utile o necessaria. I
funzionari amministrativi e l’esiguo numero dei gosti, i
ricchi mercanti che commerciavano su larga scala,
possedevano anche loro terreni e servi. L’alto clero (i
cosiddetti «neri», monaci e sacerdoti che componevano la
gerarchia ecclesiastica) e i monasteri (nel 1700 circa 25.000
persone appartenevano a ordini monastici) potevano
vantare diritti su quei contadini insediatisi sulle terre della
Chiesa, sebbene la loro autorità non fosse così assoluta. Più
in basso c’era la classe dei militari minori, uno strato molto
vario dal punto di vista sociale, formatosi con l’espansione
e la differenziazione dei ranghi inferiori dell’esercito
moscovita. Non potevano ricevere concessioni di pomest’e o
possedere servi della gleba, erano «a contratto»
nell’esercito e venivano pagati in contanti. Per lo più
cittadini contribuenti, quando non erano in servizio
vivevano di agricoltura, artigianato o piccoli commerci.
Negli anni Ottanta del Seicento questo gruppo formava
ormai la maggior parte delle forze armate moscovite.
I cittadini permanenti registrati (vale a dire i membri
della comunità urbana, il posad) avevano un certo margine
di autogoverno, erano tenuti a pagare tasse e servizi locali
al sovrano, ma dal 1649 non poterono abbandonare la
comunità cui appartenevano. Intorno al 1680 la
popolazione urbana registrata ammontava a circa il 3% del
totale ed era composta per lo più da artigiani e piccoli
commercianti, che spesso svolgevano anche lavori agricoli;
le città della Moscovia non erano infatti nettamente
separate dall’ambiente rurale che le circondava. I
rappresentanti del clero «bianco» sposato vivevano nelle
parrocchie di appartenenza e per i loro servigi ricevevano
terre e denaro, ma non erano molto più agiati dei contadini
che assistevano. A quell’epoca l’ingresso nel clero
parrocchiale era aperto a tutti e nella selezione dei
sacerdoti avevano voce in capitolo le congregazioni, anche
se le famiglie ecclesiastiche erano sempre più imparentate
fra loro; nel XVIII secolo il clero «bianco» divenne a tutti
gli effetti una casta ereditaria chiusa.
La stragrande maggioranza della popolazione, ben oltre
l’80-90%, era formata da contadini. Nel 1719 arrivavano a
circa 11,45 milioni (dagli 8,6 milioni del 1678). Di questi,
6,39 milioni (il 55,8%) lavoravano per i latifondisti ed erano
veri e propri servi della gleba; 1,58 milioni (il 13,8%)
lavoravano per i monasteri, e 1,01 milioni (8,9%) per la
corte, vivendo su proprietà che rifornivano la famiglia
imperiale. Quasi tutto il resto della popolazione contadina
(2,46 milioni, il 21,5%) era formata da semplici contribuenti
(«aratori neri»), che sotto Pietro I vennero ribattezzati
«contadini di stato»: vivevano su terreni statali e pagavano
le tasse direttamente al governo. (Nei due secoli successivi
queste proporzioni cambieranno: nel 1857 i contadini di
stato formeranno il 47% del totale, e i servi e gli altri
contadini dipendenti il restante 53%.) Al gradino più basso
della società stavano gli schiavi (cholopy), che nel 1678
rappresentavano circa il 2% della popolazione ed erano
impiegati in una vasta gamma di mestieri sotto le dirette
dipendenze del loro padrone.
Tuttavia, non si trattò mai di suddivisioni rigide: la
società rigorosamente stratificata prevista dalla
legislazione zarista era, in effetti, una realtà molto più
fluida. Le vere occupazioni non rispecchiavano sempre lo
status ufficiale di chi le svolgeva, i confini sociali erano
labili, a volte si dissolvevano, e i «raminghi» senza fissa
dimora in giro per le strade erano numerosi: mendicanti e
vagabondi, servi fuggitivi, monaci itineranti, pellegrini e
venditori ambulanti, menestrelli e saltimbanchi
(skomorochi). Le frontiere, in particolare al sud, erano un
crogiolo sociale dove le distinzioni tra le differenti
«condizioni» e «stati» venivano spesso ignorate o distorte.
Sebbene i maggiori eserciti cosacchi occupassero territori
propri, molti loro rappresentanti militavano anche nelle
truppe di difesa ai confini, dove le necessità militari e la
mancanza di controllo permettevano a persone di qualsiasi
classe sociale di trovare un lavoro. Inoltre, con la crescita
dell’impero, il cuore della Grande Russia si trovò
circondato da un miscuglio di gruppi etnici, nell’estremo
nord e a est in Siberia, lungo il Volga fino alle steppe e al
Caucaso settentrionale, con una mescolanza di altri europei
a ovest, nei territori conquistati. Anche la situazione
religiosa era complessa: l’ortodossia si avvicendava con
Islam, Buddismo, Animismo e, a ovest, con Ebraismo,
Luteranesimo, Cattolicesimo. Questa situazione complessa
si fece ancora più intricata con l’ulteriore espansione della
Moscovia nel XVII secolo.
Se si esclude un fallito attacco scagliato per vendetta
contro la Polonia nella Guerra di Smolensk (1633-1635),
all’inizio Mosca rimase in pace. Non partecipò alla Guerra
dei trent’anni (1618-1648), da cui la Svezia uscì come
potenza dominante, ed evitò di farsi coinvolgere a sud
dagli ottomani e dai loro vassalli di Crimea. Nel 1635 il
governo riprese una politica tradizionale di successo:
costruì un grande sistema di difesa a sud, la linea di
Belgorod, ottocento chilometri di palizzate e fossati
costellati di fortificazioni, che fu armata con gruppi
eterogenei di servitori minori, mercenari cosacchi e forze
regolari inviate dal centro. Essa si rivelò estremamente
efficace: protesse il cuore del paese dalla minaccia tatara e
rese così disponibile l’esercito per altri compiti, formando
una solida base da cui partire per continuare l’avanzata
attraverso le steppe.
Tuttavia, nel 1654 la questione ucraina portò a uno
scontro con la Polonia. I cosacchi ortodossi dello Zaporož’e,
sulla riva sinistra del fiume Dnepr, avevano cercato a lungo
di difendere la propria indipendenza contro le pretese dei
loro signori polacchi, a maggioranza cattolica. Nel 1648
l’Hetman (capo eletto) Bogdan Chmel’nic’kyj fece scoppiare
una rivolta e, piuttosto che sottomettersi al potere polacco,
cercò la protezione della Moscovia ortodossa. A
Perejaslavl’, nell’Ucraina settentrionale, fu sottoscritto un
accordo che i cosacchi considerarono come un patto
reciproco tra protettore e vassallo, modificabile nel tempo.
La Moscovia, invece, lo interpretò come un gesto di
assoluta sottomissione allo zar autocrate. Questa radicale
differenza di percezione ha avuto conseguenze di enorme
portata nelle relazioni tra la Russia e l’Ucraina e nella
storiografia della regione. Il trattato di Perejaslavl’ del 1654
segnò l’effettiva annessione della riva sinistra ucraina del
Dnepr, un’espansione cruciale che fruttò alla Moscovia
settentrionale nuovi territori e nuove risorse a est del fiume
e allargò i suoi confini meridionali, sempre più vicini ai
turchi e ai polacchi. Inoltre, portò la vivace cultura di Kiev e
dell’ortodossia ucraina a Mosca, avvicinando la Russia alla
cultura polacca e affidandole la difficile eredità della
Chiesa cattolica greca ucraina (uniate).
Accettare le proposte dei cosacchi, ovviamente, voleva
dire iniziare un conflitto con la Polonia. Appoggiato da uno
zemskij sobor, il nuovo zar Aleksej [Alessio] Michailovič
(1645-1676) ratificò l’accordo dando il via alla Guerra dei
tredici anni (1654-1667); per qualche tempo egli dovette
anche far fronte all’intervento svedese con la Prima guerra
del nord (1656-1661). Aleksej guidò le sue armate di
persona: fu il primo zar a lasciare il paese per combattere
all’estero. Il conflitto devastò la Polonia e mise a dura prova
la Moscovia. La grande sollevazione contadina, capitanata
dal brigante cosacco Sten’ka Razin, lungo il Volga nel 1670,
può essere interpretata come una risposta alle privazioni
subite in quel periodo dai ceti più bassi della società
moscovita. Aleksej uscì vincitore dallo scontro con i
polacchi e tramite l’armistizio di Andrusovo (1667)
confermò le sue conquiste sulla riva sinistra del Dnepr,
ottenendo per due anni anche il controllo di Kiev, sulla riva
destra. Acquisire la «madre delle città russe» fu un grande
trionfo: Mosca non la restituì mai più. Nel 1686, quando la
Polonia ebbe bisogno di un appoggio contro l’impero
ottomano, Mosca pretese l’allargamento dei confini e
cessione perpetua di Kiev, richieste che il re polacco Jan
Sobieski, mosso da disperazione, dovette accettare,
firmando un trattato di pace e alleanza «permanenti».
Grazie al trattato bilaterale di Mosca del 1686 tra Moscovia
e Polonia, la prima fu ammessa come membro minore nella
Lega Santa, formata con il benestare del papa da Sacro
Romano Impero, Polonia e Venezia nel 1684, dopo il fallito
assedio ottomano di Vienna dell’anno precedente: per lo
stato moscovita quella rappresentò la prima alleanza
europea, nonché un notevole successo diplomatico. Mosca,
che aveva già combattuto una guerra contro gli ottomani
(1678-1681), dovette rompere il trattato di Bachčisaraj
(1681) con cui il conflitto si era concluso. Il ruolo della
Moscovia nella Lega Santa era di indebolire le forze
ottomane attaccando di nuovo a oriente. Seguirono
infruttuose campagne militari attraverso la steppa ostile
contro i tatari di Crimea (1687 e 1689) e attacchi via fiume
di Pietro I contro la fortezza ottomana sul Mare di Azov del
1695-1696, che ottennero finalmente successo. La pace di
Karlowitz (1698), che pose fine alla guerra tra la Sublime
Porta e la Lega Santa, non coinvolse, tuttavia, la Moscovia:
questa dovette concludere una pace separata nel 1700,
segno del suo ruolo subordinato nelle questioni europee.
Nel XVII secolo la Moscovia si ritrovò in guerra per
quarantadue anni. I nuovi governi, di conseguenza,
lavorarono alacremente per migliorare le forze armate,
partecipando all’innovazione internazionale di quella che è
stata definita l’«area comune euro-ottomana» di
interazione militare, di cui la Moscovia entrò a far parte.
Mentre era sempre più impegnata contro i nemici
occidentali (Polonia e Svezia), Mosca continuava a
combattere contro la Crimea e gli ottomani nella steppa,
dove le tecniche e le necessità di guerra erano
notevolmente differenti da quelle in Europa centrale. Se
applicate altrove, quelle stesse tecniche potevano
trasformarsi in innovazioni: Eugenio di Savoia, per
esempio, ottenne grandi vittorie applicando i metodi
orientali ai teatri di guerra occidentali. Eppure, per la
Guerra di Smolensk sui suoi confini occidentali, il governo
moscovita creò nuovi «reggimenti di formazione straniera»:
una fanteria di contadini moschettieri e dragoni con armi
pesanti, organizzati seguendo modelli europei e guidati da
mercenari stranieri. Questi nuovi reggimenti, che all’inizio
venivano formati e sciolti in base alla necessità del
momento, divennero in seguito elementi costanti
dell’esercito moscovita e sempre più spesso sostituirono
l’obsoleta cavalleria di leva. Nelle fallite campagne di
Crimea degli anni Ottanta del Seicento, di un esercito
formato da circa 113.000 unità la nuova fanteria ne
costituiva il 44%, la nuova cavalleria il 23% e la vecchia
cavalleria della classe media dei servitori solo il 7%. Anche
in altri campi vi furono notevoli cambiamenti. Nel 1632 un
ingegnere olandese costruì a Tula la prima fabbrica di
munizioni specializzata; inoltre, furono tradotti manuali
militari occidentali. Il sistema di comando fu modificato: le
regole di priorità, spesso sospese durante le campagne
militari per ottenere maggiore efficienza, nel 1682, sotto
Fëdor, furono definitivamente abolite per il «bene comune»
(era la prima volta che si adottava questa espressione in
una legge moscovita). La libertà di nomina rafforzò il
potere della corona e aumentò (con alcune fluttuazioni)
anche il numero di truppe utilizzate, 100.000 nel 1650 e
200.000 negli anni Ottanta; infatti, erano state introdotte
coscrizioni obbligatorie. Al contempo Mosca manteneva
ingenti forze di cavalleria irregolare, reclutate tra i cosacchi
e tra i popoli delle steppe del sudest. Queste modifiche
preannunciarono le riforme e i successi militari di Pietro I.
Ai progressi in campo militare corrisposero
miglioramenti dell’amministrazione centrale. La rete delle
cancellerie (prikazy) continuò a crescere, andando a
formare, a inizio Settecento, il tipico apparato
amministrativo, ben concepito, proprio di uno stato della
prima età moderna, grazie al quale Michail e i suoi
successori ebbero una sempre maggiore capacità di
governo e controllo sulla società moscovita. La funzione di
base di questo sistema era la riscossione dei tributi a scopo
militare: tra il 1631 e il 1681 le forze armate erano cresciute
di due volte e mezzo, e il loro costo si era triplicato. Tra le
circa sessanta cancellerie del XVI secolo alcune erano
organizzate su base geografica; la maggior parte era
definita in base alle funzioni. Il pomestnyj prikaz, per
esempio, si occupava delle terre concesse ai servitori,
quello degli ambasciatori trattava gli affari esteri, mentre
quello del tesoro amministrava le finanze statali. Erano
organizzati da prikazy anche gli affari personali del
patriarca e dello zar: per quest’ultimo il governo creò nel
1654 la Cancelleria segreta, che operava anche come unità
di controllo e polizia. Il Consiglio dei boiari, potendo
contare su un maggiore supporto amministrativo, divenne
più efficace, sebbene nel corso del secolo la moltiplicazione
dei suoi membri ne diminuì prestigio e potere. Lo zemskij
sobor lentamente sparì: l’ultimo con questo nome sembra
datato 1653; consigli più piccoli svolsero in seguito, a volte,
funzioni simili. Queste due istituzioni scomparvero sotto
Pietro I che le ignorò completamente.
Il codice delle leggi, la riforma della Chiesa e lo
scisma
Le procedure burocratiche mal si accordavano con la
cultura sociale dominante: come sostiene Geoffrey
Hosking, l’attività delle cancellerie «implicava una gestione
delle questioni ufficiali sempre più impersonale e
legalistica, che rischiava sempre di essere irritante per una
popolazione abituata a vedere il potere monarchico come
un potere personale esercitato in base alla tradizione o
secondo norme morali di derivazione divina». Un simile
scontro culturale ebbe ripercussioni gravi nei primi anni
del regno di Aleksej, succeduto al padre Michail nel 1645.
La successione non venne contestata, ma il nuovo zar
dovette affrontare il malcontento popolare a causa di tasse,
corruzione e regolamentazione del servizio militare. La
popolazione di Mosca espresse il proprio malcontento in
una petizione di massa presentata ad Aleksej nel 1648: le
lamentele erano indirizzate direttamente al sovrano, in
accordo con la natura personale e patriarcale della cultura
politica tradizionale. Il giovane zar, però, del tutto
inesperto, rifiutò inizialmente la petizione, violando così il
tacito accordo tra l’umile postulante e il pietoso sovrano, e
provocò una rivolta. Gruppi di pomeščiki di media levatura,
preoccupati dalla fuga dei contadini e dal declino della
propria dignità militare, approfittarono degli eventi per
rinnovare le proprie richieste. Aleksej riuscì a disinnescare
la minaccia sacrificando alcuni consiglieri impopolari e
promettendo una revisione delle leggi incriminate sotto
l’egida di uno zemskij sobor. Nacque così il Sobornoe uloženie
(Codice dell’Assemblea, o conciliare) del 1649.
L’Uloženie è uno dei grandi monumenti giuridici della
Russia. Fu la prima raccolta di leggi applicata in ogni zona
del paese e rimase il codice di riferimento fino al 1830.
Rappresentò un notevole passo avanti rispetto al codice del
1550 poiché fornì norme giuridiche stabili, di riferimento
per molti settori della vita pubblica e sociale, e definì con
chiarezza le procedure legali e giudiziarie. Fu anche la
prima opera secolare a essere pubblicata in Moscovia, con
una tiratura di 2400 copie (una cifra enorme per l’epoca) a
opera della nuova stamperia di Mosca e distribuita agli
uffici governativi di tutto il paese. Dal Codice traspariva
l’impegno di Aleksej per il «buon ordine» del suo regno,
interesse dimostrato ampiamente nel preambolo attraverso
la breve formula: «L’amministrazione della giustizia… sia
uguale per tutti». Questo non significava che ogni grado
della società sarebbe stato ugualmente favorito, ma che la
giustizia doveva essere amministrata equamente e senza
corruzione, nell’interesse stesso della società e del sovrano.
Nell’élite si stava dunque diffondendo una visione
consensuale della società come «comunità devota» ben
ordinata che andava sostenuta: un pensiero rintracciabile
soprattutto nelle frequenti dispute moscovite attorno
all’onore personale e all’insulto. Come sostiene Nancy
Kollmann, si trattava di «uno stato composto da individui
pii, uniti in famiglie ordinate all’interno di una gerarchia al
servizio del signore e dello zar». L’idea che un giusto
ordine dovesse e potesse essere raggiunto all’interno dello
stato e attraverso la legge favorì la coesione e l’integrazione
sociale.
I provvedimenti del Codice rispondevano alle
insicurezze dello zar e alle più immediate lamentele del
popolo. I primi capitoli, infatti, descrivono nel dettaglio le
prerogative e la protezione dello zar e del patriarca con
pene severe contro le infrazioni. Tra le altre cose venivano
proibite le petizioni dirette: queste dovevano ora essere
presentate all’ufficio governativo competente (l’umile
petizione, però, rimaneva in effetti una forma essenziale di
comunicazione politica ancora nell’epoca sovietica). Il
Codice legò più fedelmente al trono la classe media dei
servitori, unificando le forme di possesso terriero e, come
abbiamo visto, abolendo il limite di tempo per il reclamo
dei contadini fuggiti. Così l’asservimento divenne
definitivo; neanche la fuga illegale garantiva più la libertà:
una volta servo della gleba, lo eri per sempre. Tramite altri
provvedimenti fu rafforzata anche l’istituzione della
schiavitù. Si venne incontro alle richieste dei cittadini con
nuove pene per la corruzione, un problema costante e
irrisolvibile, e con l’esclusione dal territorio cittadino e dai
diritti per chi non pagava le tasse; il Codice, tuttavia, legava
i cittadini, come i contadini, alla propria comunità.
Sebbene molti di questi provvedimenti siano stati mal
applicati, e col tempo ignorati, il Codice accrebbe a tutti gli
effetti il controllo e l’autorità del governo. Oltre a offrire
procedure più sistematiche con cui amministrare la
giustizia, le sue disposizioni ponevano l’accento molto
meno sui diritti che sugli obblighi e sul servizio, ed inoltre
irrigidirono le differenze di classe all’interno della società
moscovita. Nello stesso periodo la creazione della
Cancelleria per i monasteri, che poteva intervenire
nell’amministrazione ecclesiastica, indebolì anche il potere
istituzionale della Chiesa.
La difficile situazione ereditata dall’«epoca dei torbidi» e
i crescenti scontri a ovest con le potenze cristiane
(cattoliche e protestanti) posero seri problemi alla Chiesa e
al governo. Nei decenni che seguirono i «torbidi» sorse un
movimento religioso guidato dagli Zeloti della pietà, un
gruppo di ecclesiastici e di laici che predicava un
rinnovamento dei valori spirituali e della vita nella Chiesa.
Le questioni poste dagli Zeloti andavano dritte al cuore
dell’identità culturale e nazionale di Mosca: non si
preoccupavano, infatti, soltanto di morale, ma anche di
purezza della fede e di devozione della Chiesa (nel corso
degli anni, a causa del lavoro impreciso dei copisti e di altri
errori, la liturgia ortodossa aveva subito mutamenti).
Queste inquietudini portavano a conclusioni radicalmente
diverse.
Con il trionfo di Ivan IV sui tatari e la nascita del
patriarcato di Mosca, la Moscovia si era imposta come
influente forza politica all’interno del mondo ortodosso ed
esteuropeo. Questa supremazia fu appoggiata dai
patriarchi greci, che contavano sulla guida e sull’aiuto
politico e finanziario della Moscovia. I patriarchi
incoraggiarono Mosca a sostenere la cultura ortodossa e a
introdurre istituzioni educative nel paese: furono fondate
alcune scuole monastiche. Le varianti della liturgia
ortodossa e dei libri sacri stavano diventando sempre più
evidenti e già nel 1616 furono intrapresi dei passi per la
revisione dei testi corrotti. Il giovane Aleksej era
strettamente legato ad alcuni Zeloti, in particolare
l’archimandrita Nikon, suo mentore e intimo amico. Nel
1650 Aleksej convocò un concilio per discutere sui
problemi della riforma e nel 1652 nominò patriarca Nikon,
uomo di origini contadine, inflessibile e ambiziosissimo. Il
dibattito sulla riforma subì un’accelerazione. Con atto
autoritario, Nikon emendò i testi della Chiesa e il rituale
liturgico, ignorando le proteste dei conservatori, che nel
1657 si riunirono al monastero delle isole Solovki, sul Mar
Bianco, per dichiarare la loro fedeltà ai testi e alla liturgia
non revisionati e consacrati dalla tradizione. Essi divennero
noti come «vecchi credenti». I vecchi credenti
identificavano la forma con la sostanza e credevano, come
sostiene Gabrielle Scheidegger, che «il più piccolo
cambiamento, anche […] la cancellazione di una singola
lettera, avesse un significato nascosto: […] corrompere gli
insegnamenti di Dio e consegnare i fedeli nelle mani di
Satana». Quando nel 1654 Aleksej dichiarò guerra alla
Polonia, il governo fu affidato a Nikon, cui venne conferito,
come a Filaret, il titolo di «gran gosudar’». Ma a differenza
di Filaret, Nikon non aveva legami di sangue con lo zar ed
era molto vulnerabile: la sua arroganza e le sue pretese gli
alienarono la corte e quando Aleksej tornò in patria, più
esperto e più sicuro di sé, i rapporti tra lo zar e il patriarca
si guastarono. Lo scontro culminò nel 1667, con la
deposizione di Nikon in un concilio e con la netta
affermazione di supremazia del potere temporale su quello
spirituale: uno scarto dalla tradizionale «sinfonia»
bizantina tra imperatore e patriarca e la negazione
dell’immagine di Mosca come impero ortodosso
universale.
Tuttavia, allo stesso tempo, il concilio confermò le
riforme liturgiche di Nikon e scomunicò i vecchi credenti.
Questa decisione causò uno scisma che allontanò milioni di
persone dallo stato e dalla sua Chiesa «nikoniana» ufficiale.
La spaccatura rifletteva anche la debole autorità della
Chiesa nei confronti dei suoi fedeli e i difficili rapporti, in
particolare nelle campagne, tra le alte gerarchie
ecclesiastiche e il popolo, con i suoi problemi e le sue
aspirazioni. Benché privi di potere politico, con il tempo gli
scismatici costituirono una società alternativa all’interno
della società russa, e questo ebbe notevoli conseguenze.
Secondo i vecchi credenti usare il sapere straniero per
cambiare le forme e le pratiche religiose della Moscovia
significava tradire la vera spiritualità russa ortodossa,
sancita dai Padri della Chiesa e tramandatasi intatta
attraverso le generazioni: era un tradimento che portava
direttamente all’apostasia e alla dannazione, facendo
chiaramente presagire la venuta dell’Anticristo. Questa era
la visione dell’arciprete Avvakum, un altro Zelota della
pietà, che in seguito sarebbe divenuto il più noto
rappresentante dei vecchi credenti, anche se all’epoca non
ebbe un ruolo di spicco. La straordinaria autobiografia di
Avvakum fu una delle prime opere importanti scritte in
volgare russo. Una volta deposto, Nikon morì come
semplice monaco nel 1681, mentre Avvakum fu arso sul
rogo l’anno successivo. Nonostante le persecuzioni, i vecchi
credenti sopravvissero. Alcuni dissidenti si immolarono
suicidandosi per sfuggire all’Anticristo; molti altri
cercarono rifugio in luoghi remoti, contribuendo alla
colonizzazione delle zone periferiche. Essi svilupparono
una propria cultura con un alto livello di alfabetizzazione e
specializzandosi nella riproduzione manoscritta dei loro
testi (negli anni Sessanta del Novecento, in una sperduta
valle siberiana fu scoperta una casa dove si producevano
ancora manoscritti per i vecchi credenti). La solidarietà e il
mutuo soccorso tra i rappresentanti di questa fede,
tutt’oggi ancora esistente, li portò al successo economico:
alcuni dei maggiori imprenditori russi del XIX secolo ne
erano seguaci.
Le riforme liturgiche di Nikon, che miravano a
correggere errori evidenti, rappresentarono
paradossalmente un tentativo conservatore di ritornare al
Cristianesimo ortodosso «originario» e riportare la
tradizione moscovita nel solco dei testi greci. Inoltre,
mancando della necessaria competenza per una simile
opera, Mosca dovette ricorrere a monaci educati all’estero,
sul monte Athos o in Ucraina. In questo campo la cultura
di Kiev era più sofisticata, perché lì l’ortodossia aveva
dovuto fronteggiare a lungo la minaccia ideologica del
cattolicesimo. Nel 1634 il metropolita di Kiev, Pëtr Mogila,
aveva fondato un’Accademia ortodossa sul modello delle
scuole gesuitiche che cercava di avversare. L’Accademia
mogiliana divenne un influente centro di studio
sistematico in un’epoca in cui la Moscovia non possedeva
nulla di simile. Per avere una scuola secolare di quel
genere, Mosca dovette attendere il 1686, quando fu aperta
l’Accademia slavo-greco-latina. Dopo la deposizione di
Nikon il clero ucraino occupò molte posizioni importanti
all’interno della gerarchia moscovita.
Il mutamento culturale
Il conservatorismo della Chiesa ufficiale del XVII secolo
trovò espressione anche in tutta la sfera culturale, portando
a un’azione di retroguardia contro il progressivo
diffondersi nella società moscovita di influenze culturali
estere, che provenivano principalmente dagli stranieri
reclutati per le necessità dello stato. Nikon, che cambiò la
liturgia in modo autoritario, fece distruggere
pubblicamente le icone dipinte in stile realistico, non
tradizionale. Si stava diffondendo l’uso del tabacco,
considerato dalla Chiesa un abominio, e alcuni uomini
addirittura profanavano l’immagine divina dell’uomo
radendosi la barba: nel 1675 lo zar Aleksej promulgò un
decreto che vietava di vestirsi con abiti stranieri e di
tagliarsi i capelli. Nel 1652 la crescente colonia di
occidentali residenti a Mosca (soldati, mercanti, artigiani)
era stata segregata in un quartiere separato alla periferia
della città, che aveva sostituito quello distrutto da Ivan IV.
(Lo zar, inorridito dalla recente sacrilega decapitazione di
Carlo I d’Inghilterra, aveva esiliato temporaneamente la
comunità inglese ad Archangel’sk.) Il nuovo quartiere
straniero (o quartiere tedesco) prosperò: l’unità fu la sua
forza.
Anche a corte l’atmosfera culturale stava cambiando.
Aleksej era noto per la sua devozione ai precetti della
Chiesa, e grazie alla sua religiosità si guadagnò il
soprannome di «zar mite». Appoggiò la riforma liturgica,
ma non tollerò né il cesaropapismo di Nikon né la
xenofobia oscurantista di Avvakum: la deposizione del
patriarca e la scomunica dei vecchi credenti furono segnali
della crescente autorità della corona. Ma la condanna
pubblica delle mode straniere non rispecchiava il suo stile
di vita. Le sue sortite in Polonia durante la Guerra dei
tredici anni erano state per lui esperienze fondamentali:
benché conoscesse fin dall’infanzia oggetti importati
dall’Occidente e gli usi dei visitatori stranieri, la Polonia e i
suoi palazzi gli rivelarono un nuovo mondo intellettuale e
culturale. Al suo rientro in patria, come scrisse il suo
medico, l’inglese Samuel Collins, «il suo pensiero si era
evoluto ed egli cominciò a imporre maggior solennità alla
sua corte e ai suoi palazzi». Senza sfidare pubblicamente i
dettami della Chiesa nelle questioni morali e culturali,
Aleksej, la sua famiglia e il suo entourage cominciarono a
interessarsi in privato a idee, attività e artefatti nuovi.
Attraverso agenti commissionari acquistarono
regolarmente strumenti e ninnoli europei. I nuovi mobili
dei loro appartamenti riflettevano le nuove idee
architettoniche dei palazzi che li ospitavano: il cosiddetto
barocco moscovita o Naryškin del tardo XVII secolo mostra
evidenti influenze italiane e il palazzo di Aleksej
Kolomenskoe fu decorato secondo il nuovo stile. A corte
furono organizzate rappresentazioni teatrali a uso
strettamente privato, e Aleksej assunse Semën Polockij,
sacerdote e poeta bielorusso, come istitutore per i suoi
figli, alcuni dei quali impararono anche il polacco e il
latino. Artisti occidentali trovarono ingaggi a Mosca: i
ritratti nello stile polacco della parsuna divennero di moda
fra l’élite, e il brillante Semën Ušakov fu l’esponente di
spicco di una nuova scuola figurativa dai tratti innovativi
nella pittura delle icone; nel 1683 ai laboratori dediti a
questo genere di pittura andò ad aggiungersene uno di arte
profana. Anche alcuni membri della corte adottarono un
nuovo stile di vita: il più famoso è il principe Vasilij
Golicyn, primo ministro durante la reggenza della figlia di
Aleksej, Sofia, e noto per il suo palazzo maestoso, la
predilezione per gli stranieri e la padronanza delle lingue.
Il mutamento culturale fu graduale, informale e limitato a
piccoli circoli, ma si insinuò nell’élite.
Innovazioni simili si possono osservare anche
nell’economia e nel pensiero economico. Le dottrine
mercantiliste, correnti in Europa orientale e occidentale,
entrarono nella Moscovia con i mercanti e gli ambiziosi
imprenditori stranieri. Il governo tentò di rafforzare
l’economia e aumentare le entrate incoraggiando gli
stranieri a fondare industrie nel paese (ad esempio la
fonderia di Tula, nata nel 1632), ma si preoccupò anche di
proteggere i mercanti russi dai loro concorrenti esteri:
impose dazi pesanti sulle importazioni e acquisì il
monopolio delle merci da esportazione. Il grande fautore
delle politiche mercantiliste fu il ministro Afanasij Ordyn-
Naščokin, che approfittò della Guerra dei tredici anni per
favorire gli interessi commerciali russi nel Baltico; alla fine
della guerra redasse il fondamentale Nuovo Codice
Commerciale del 1667. Anche se Mosca non poteva contare
su una tradizione navale, l’aspirazione al commercio con
l’Oriente spinse Aleksej a costruire ed equipaggiare, sotto
la supervisione olandese, una flottiglia sul mar Caspio, le
cui navi, tuttavia, furono bruciate da Sten’ka Razin nel
1670. Lo sviluppo di queste politiche mercantiliste, nate per
ampliare e consolidare il potere statale, prefigurò
l’aggressivo cameralismo di Pietro I, che derivava dal
mercantilismo europeo.
Nel corso del XVII secolo la nuova dinastia Romanov
sviluppò un sistema di governo e capacità economiche e
militari che le permisero di dominare la società, finanziare
le proprie guerre e imporsi su un nemico storico, la
Polonia. La dinastia rafforzò il proprio potere allargando il
proprio campo d’azione amministrativo, e assicurandosi
l’appoggio dell’élite di servizio, mentre rafforzava e
accrebbe il suo controllo sui contadini, sulle città e
sull’instabile e pericolosa frontiera meridionale. Nessuna
autorità istituzionale frenava o controbilanciava più il suo
dominio: il regno di Aleksej segnò il completo instaurarsi
di un regime assolutistico. Gli studiosi hanno parlato di
uno «sviluppo ipertrofico del potere statale» (Richard
Hellie), un processo che di per sé metteva in discussione la
tradizionale cultura, l’autorappresentazione e la
Weltanschauung moscovite come si erano evolute dal XV
secolo in poi e provocò la «crisi del tradizionalismo»,
minando le sicurezze della Moscovia attraverso i contatti
con altre società e la necessità di sopravvivere agli
imperativi della competizione internazionale. La diffusione
graduale di atteggiamenti culturali lontani dall’ortodossia
rifletteva il crescente individualismo e secolarismo
dell’élite. Sintesi di questo scontro di civiltà sarà il regno di
Pietro I, sia nella sua persona e nel suo comportamento, sia
nei suoi rapporti con la società, che egli spinse con metodi
polizieschi a adeguarsi ai nuovi valori.
La Russia di Pietro
L’apprendistato di Pietro I
Aleksej morì relativamente giovane, nel 1676, e anche il suo
successore, Fëdor Alekseevič, figlio di primo letto, non
visse a lungo. La morte di Fëdor, senza figli, nel 1682 causò
una crisi di successione, e la lotta per il potere tra le
famiglie delle due mogli si risolse solo con la nomina, sotto
reggenza, di due giovani zar: il fratello di Fëdor, Ivan, di
salute cagionevole e ritardato, e il suo intelligente
fratellastro minore Pietro, di nove anni, figlio della seconda
moglie di Aleksej. Ebbe ruolo di reggente Sofia, sorella di
Ivan. Pietro (Pëtr, Pietro I, detto il Grande, 1682-1725) passò
i successivi anni (1682-1689) lontano dalle questioni
ufficiali e dalla tradizionale vita di corte. Questo periodo fu
cruciale per il suo sviluppo: ricevette un’educazione
formale alquanto irregolare, ma fu libero di vivere come
preferiva. Abbandonò presto gli abiti moscoviti per
indossare vestiti stranieri e cominciò ad andare in giro
rasato. La sua passione per l’arte della guerra fu coltivata
attraverso i reggimenti «giocattolo» o «ludici» con veri
ufficiali stranieri nei quali arruolava i suoi compagni di
gioco; più tardi questi diventeranno i reggimenti scelti
delle Guardie Preobraženskij e Semënovskij. In una
rimessa di campagna trovò una piccola barca inglese e
rimase incantato quando un marinaio olandese gli insegnò
a farla veleggiare. Nacque così l’amore di Pietro per tutto
ciò che aveva a che fare con la navigazione, e questa sua
passione si espresse in seguito nella creazione di una flotta
potente. L’utilità pratica degli stranieri portò Pietro a
frequentare regolarmente il quartiere tedesco, in particolar
modo dopo la morte, nel 1690, del patriarca Ioachim,
ferocemente xenofobo. Il futuro zar iniziò anche a darsi alle
più sfrenate gozzoviglie: a questo periodo risale, infatti, la
sua bizzarra Assemblea dei pazzi, ubriachi e motteggiatori,
teatro di feste sregolate e sovvertimenti carnevaleschi delle
autorità, paragonabile ai club Hellfire dell’Inghilterra
dell’epoca, un divertimento che mantenne e frequentò per
tutta la vita. In quel quartiere Pietro imparò anche a
ballare, a tirare di scherma e a parlare olandese, l’unica
lingua straniera che conobbe; apprese inoltre la tolleranza
delle diversità religiose, un tratto distintivo dei suoi futuri
rapporti con gli stranieri; e sviluppò, anche se in maniera
meno evidente, una mentalità imprenditoriale,
razionalistica e pluralista, sempre aperta a nuovi orizzonti.
E lì conobbe anche l’amore, che ebbe il volto di Anna
Mons, figlia di un mercante straniero di vini; nel 1689, però,
per convenzione, prese in moglie Evdokija Lopuchina, una
giovane appartenente a una famiglia della piccola nobiltà,
educata in modo tradizionale. Ebbero due figli, ma siccome
Pietro non riuscì a trovare con lei nessuna affinità, la
costrinse in seguito a farsi monaca.
Nel 1689 uno scontro tra Pietro e Sofia mise fine al
governo di quest’ultima. La reggenza di Sofia rappresentò
un avvenimento importante nella storia della monarchia
russa: dai tempi di Ol’ga nella Kiev del X secolo,
nessun’altra donna aveva detenuto il potere nelle terre
degli slavi orientali; inoltre, Sofia inaugurò un «secolo al
femminile», unico per la casa regnante russa. Tra il 1682 e il
1796 ci furono dodici monarchi e reggenti, di cui sette
donne, al potere per 79 su 114 anni.
Nel 1695, un anno prima che la morte di Ivan lo rendesse
l’unico sovrano, Pietro entrò in contatto con la dura realtà
della vita in un’importante azione militare, intrapresa
nuovamente a favore della Lega Santa. Questa volta, però,
l’obiettivo non era l’incrollabile Crimea, ma una fortezza
turca sul Mare di Azov. Il risultato fu un disastro, come nel
1687 e nel 1689: i moscoviti non conoscevano ancora le
tecniche d’assedio e mancavano di capacità navale. Ma la
reazione di Pietro fu radicale: la Moscovia riattaccò l’anno
successivo con nuove galee progettate dagli olandesi e con
l’ausilio di esperti austriaci in armi da fuoco, pagati tramite
una tassazione straordinaria. Dopo aver respinto la flotta
turca, Pietro fece breccia nelle mura della fortezza e Azov
si arrese. Dopo i festeggiamenti trionfali per quella vittoria,
che ricordarono più la Roma dei Cesari che la Russia
ortodossa, Pietro cominciò a pianificare una nuova città
portuale sul sito di Azov con il nome di Petropoli, progetto
sostituito dalla creazione di San Pietroburgo e impedito
dalla riconquista turca di Azov. Da quell’avvenimento,
tuttavia, emerse anche la necessità di rinsaldare l’alleanza
contro i turchi e di migliorare le conoscenze militari e
navali. Pietro partì alla volta dell’Europa occidentale.
Come la Polonia per Aleksej, la Grande Ambasciata del
1697-1698, soprattutto in Olanda e in Inghilterra, si rivelò
decisiva per il regno di Pietro. Motivi di interesse
commerciale gli meritarono ovunque una buona
accoglienza. Il giovane zar, stravagante e un po’ rozzo, alto
più di due metri, che girava l’Europa in incognito, incuriosì
i londinesi almeno quanto l’Inghilterra incuriosì lui. Pietro
capì che la campagna contro gli ottomani non aveva futuro:
le grandi potenze erano impegnate nella Guerra di
successione spagnola. Vide coi propri occhi la scienza e la
tecnologia, la ricchezza e la varietà di cui aveva sentito
parlare nel quartiere straniero. Studiò l’architettura e
l’amministrazione navale, viaggiò con la flotta britannica,
assoldò specialisti inglesi e olandesi e acquistò tutto ciò che
gli sarebbe potuto servire per seguire la stessa strada in
patria. Al suo ritorno a Mosca, con un gesto passato alla
storia, tagliò personalmente la barba a tutti i cortigiani che
erano venuti a salutarlo, un modo per annunciare il suo
radicale programma di cambiamento culturale. Intanto,
dato che le ostilità con gli ottomani si trovavano a uno
stallo, Pietro cominciò a riorganizzare l’esercito, reclutando
ventisette nuovi reggimenti da addestrare secondo i metodi
europei. Pose inoltre le fondamenta di una nuova industria
metallurgica sugli Urali, dove le grandi riserve di minerali
permettevano l’approvvigionamento in loco. Fino ad allora
le necessità metallurgiche russe venivano soddisfatte con
l’importazione dalla Svezia.
Le sue furono precauzioni indispensabili: nel 1698, sulla
via del ritorno, Pietro aveva stretto un’alleanza con Federico
Augusto, grande elettore di Sassonia e re di Polonia, contro
la Svezia e il suo nuovo giovane re Carlo XII. Federico
ambiva a ottenere la Livonia, mentre Pietro desiderava
riguadagnare l’accesso al mare, e al resto del mondo,
attraverso il Baltico, perso un secolo prima a Stolbovo.
L’alleanza già conclusa con il Brandeburgo (1697) venne ora
rafforzata da trattati con Polonia e Danimarca, e non
appena fu stipulata la Pace di Costantinopoli con gli
ottomani nel 1700, Pietro e il suo nuovo esercito mai sceso
in guerra prima mossero, non provocati, contro la Svezia.
La Grande guerra del nord (1700-1721)
La Grande guerra del nord occupò buona parte del restante
regno di Pietro e, nei suoi primi anni, insieme alla Guerra
di successione spagnola (1701-1714), cancellò la pace dalla
faccia dell’Europa. Gli inizi furono disastrosi. Carlo XII
dimostrò di essere il più grande stratega del suo tempo, a
capo del migliore esercito d’Europa. Dopo aver
rapidamente costretto la Danimarca ad abbandonare la
coalizione, schiacciò l’esercito moscovita a Narva sul golfo
di Finlandia (1700), per poi inseguire attraverso la Polonia
le truppe sassoni-polacche di Federico Augusto. Gli anni
che seguirono la sconfitta di Narva furono per la Russia
una lotta per la sopravvivenza. Sotto la pressione della
guerra e dei cambiamenti sociali, le tensioni interne si
esasperarono e scoppiarono rivolte ad Astrachan’ (1705) e
sul Don (1708-1709): se Pietro avesse perso un’altra
battaglia importante, avrebbe dovuto affrontare una
sollevazione generale. Lo zar appoggiò disperatamente i
sassoni nella loro resistenza a Carlo e, ampliato e rafforzato
l’esercito, creò una nuova flotta nel Baltico, per poi
avanzare gradualmente contro le forze svedesi rimaste in
Livonia mentre Carlo inseguiva i sassoni. La fortezza di San
Pietro e Paolo, fondata nel 1703 sui territori vinti agli
svedesi vicino al golfo di Finlandia, formò il primo nucleo
di San Pietroburgo, città costruita, contrariamente a quanto
sostiene la leggenda, non su una palude, ma vicino a una
cittadina confinante con la fortezza di Nienskans, strappata
agli svedesi. Lo zar definì immediatamente la nuova città il
suo «paradiso».
Nonostante la mobilitazione di vasta portata delle
risorse da parte della Moscovia, lo straordinario esercito
svedese rimaneva comunque superiore a quello di Pietro.
Lo zar, a quel punto, sfruttò la vastità del paese come
un’arma contro l’invasore: mentre questo avanzava, i russi
si ritiravano e facevano terra bruciata, bloccandogli i
rifornimenti e isolandolo dagli alleati. Nell’estate del 1709,
nello scontro decisivo presso Poltava in Ucraina, i russi
furono superiori agli svedesi per uomini e mezzi. Fiaccato
da un rigido inverno, con scarso equipaggiamento e Carlo
immobilizzato da una ferita al piede, l’esercito svedese subì
una pesante sconfitta. Carlo riuscì a rifugiarsi in territorio
turco. Nel 1711 Pietro attaccò gli ottomani, ma subì una
catastrofica sconfitta sul fiume Prut e dovette cedere Azov
con il trattato di Adrianopoli (1713). Ma la disfatta degli
svedesi annientò il loro esercito, spezzando il potere della
Svezia per sempre. Soddisfatto delle sue conquiste
territoriali, e dal 1717 padrone oltre che della Livonia anche
della Polonia, Pietro desiderò la pace, cui arrivò solo nel
1721, quando riuscì finalmente a imporre un accordo al
tavolo dei negoziati. A quel punto la Russia aveva sostituito
la Svezia come prima potenza navale e militare della
regione. Con il trattato di Nystadt Pietro acquisì il territorio
di San Pietroburgo e tutta la Livonia: Lettonia ed Estonia
con le loro grandi città portuali di Riga e Reval (Tallin). Il
Baltico era ora aperto al commercio russo; da quel
momento l’aristocrazia germanica della Livonia inizierà a
offrire ottimi servitori all’esercito imperiale e
all’amministrazione civile. Alla sua morte, quattro anni
dopo, Pietro lasciò un formidabile esercito moderno di
circa 200.000 soldati. Nel 1725 la nuova marina contava
27.000 uomini, 34 navi di linea, circa 40 imbarcazioni più
piccole e diverse centinaia di galee, una forza che fece
preoccupare i capi della possente marina britannica, ma
che dopo Pietro andò rapidamente decadendo.
I successi di Pietro nella Grande guerra del nord
portarono d’un tratto alla ribalta la Moscovia come nuova
potenza europea. Inoltre, i rapidi cambiamenti interni che
lo zar introdusse in molti campi misero l’élite moscovita di
fronte a nuovi modi di pensare e di comportarsi. Emblemi
di questo processo furono soprattutto la fondazione di San
Pietroburgo, una città totalmente nuova, costruita secondo
gli stili europei, che divenne presto la nuova capitale, e il
nome di impero russo dato alla Moscovia nel 1721, dopo
che il trattato di Nystadt ne aveva confermato la vittoria. Il
nuovo Senato dichiarò Pietro «il Grande, Padre della
Patria» e «Zar di tutte le Russie». 6 I due secoli successivi di
storia russa, che vanno fino al 1917, sono
convenzionalmente chiamati «periodo imperiale» o
«pietroburghese».
Le riforme e lo stato petrini
Per sconfiggere un avversario troppo a lungo sottovalutato,
Pietro ristrutturò completamente la propria macchina
militare e cambiò il sistema per mantenerla. Prima del 1705
l’esercito era già stato ampiamente riformato seguendo
modelli europei, e nei due decenni successivi prese forma
un nuovo personale militare. Le vecchie classi di servizio
moscovite vennero racchiuse, tutte con gli stessi diritti e gli
stessi doveri, in un’unica nuova categoria, la nobiltà
(dvorjanstvo). I nobili erano tenuti a prestare servizio a vita,
secondo la volontà dello zar, cominciando la loro carriera
nei ranghi inferiori, e ad acquisire una certa istruzione,
obbligo oneroso cui molti cercavano di sottrarsi. Una legge
del 1714 unificò le terre di pomest’e e quelle di votčina,
assicurando i diritti di proprietà, ma abolì anche la
consolidata tradizione dell’élite di suddividere l’eredità fra
i figli: ora soltanto uno, a discrezione del padre, poteva
ottenerla, mentre i fratelli dovevano trovarsi una valida
occupazione lontano da casa. La nuova legge, accolta
dall’ostilità generale, provocò forti tensioni all’interno delle
grandi casate e fu più infranta che rispettata. La
ristrutturazione di Pietro coinvolse ogni aspetto della vita
militare: l’addestramento e l’equipaggiamento degli
ufficiali, prima stranieri, poi con i russi in aumento; la
creazione di un nuovo modello di carriera che sostituisse il
mestničestvo, un problema risolto definitivamente tramite la
tabella dei ranghi (1722); il nuovo sistema di reclutamento,
che obbligò tutti i contribuenti maschi della classe
inferiore a prestare servizio a vita e rifornì di uomini la
nuova marina (durante il regno di Pietro si raccolsero
300.000 soldati da 53 coscrizioni); l’elaborazione di nuovi
regolamenti militari, completata con lo Statuto militare del
1716; gli straordinari sforzi compiuti per risolvere i
problemi di logistica e rifornimento, oltremodo difficili in
un’Europa orientale così scarsamente popolata; lo sviluppo
di una produzione indigena di equipaggiamenti, armi e
munizioni; gli ingegnosi stratagemmi trovati per finanziare
questa impresa colossale, che raggiunsero l’apice con
l’introduzione della tassa di capitazione (1719-1722),
escogitata proprio per coprire le spese militari. Si trattava
di misure e progetti tutti elaborati e messi in pratica con
successo durante il regno petrino.
Questa grande riorganizzazione, avvenuta nel bel mezzo
di una guerra disperata, fu inevitabilmente difficile: la
riforma militare di Pietro, secondo Lindsey Hughes, fu «un
procedere per errori e tentativi, un guazzabuglio di ordini
promulgati da diversi quartier generali, dove capacità di
adattamento e intraprendenza sono state sostenute dalla
reazione indignata e istintiva di una Russia ferita dalla
propria arretratezza militare». Un processo che, tuttavia,
riuscì a portare alla vittoria contro Carlo XII e a porre basi
durevoli: dopo il 1700, fino alla Guerra di Crimea, lo stato
russo (malgrado alcune singole sconfitte) vivrà un secolo e
mezzo di straordinari successi militari. Per avere un’altra
radicale riforma militare bisognerà attendere gli anni
Settanta dell’Ottocento. Molti cambiamenti attuati da
Pietro diedero pieno frutto solo con il tempo: durante la
guerra regnava spesso il caos e molte decisioni venivano
prese secondo i casi; né la capacità di adattare le tecniche di
combattimento esteuropee per sconfiggere Carlo XII poté
salvare Pietro dalla completa disfatta nel 1711 da parte dei
potenti ottomani.
Allo stesso tempo lo zar e i suoi consiglieri erano
pienamente consapevoli delle implicazioni di un maggiore
potere militare e di un’accresciuta influenza a livello
internazionale. In quel momento della storia europea,
un’amministrazione produttiva e sistemi legislativi,
economici e finanziari funzionanti e razionali, con
personale preparato ed esperto, erano necessari a una
grande potenza quanto un esercito efficiente. Pietro
riorganizzò e rinnovò rapidamente la società russa
modellandola sugli esempi migliori che conosceva, senza
tuttavia dimenticare mai le specificità e i bisogni del paese.
Si interessò alla medicina cinese, ma anche a quella
olandese, alle tecniche di costruzione navale adottate a
Venezia ma anche a quelle inglesi. Riguardo all’istruzione
si consultò con tedeschi protestanti, ma permise anche ai
gesuiti di aprire una scuola a Mosca. Dopo aver mandato i
russi a imparare e a addestrarsi in tutta Europa, persino in
Spagna, trovò alcuni modelli più interessanti di altri:
esercitarono un’influenza particolarmente forte le potenze
nordiche protestanti. Negli anni che precedettero la
battaglia di Poltava, Pietro si concentrò sui problemi pratici
e sulle necessità immediate della guerra, ma dal 1710
cominciò ad affrontare questioni più ampie: alcune delle
maggiori riforme militari furono completate solo negli anni
Venti del Settecento.
Le innovazioni di Pietro interessarono quasi ogni settore
della vita dello stato: lo zar desiderava riordinare le
istituzioni, modellare e disciplinare i sudditi, in particolare
l’élite aristocratica, e per farlo seguì la migliore tradizione
del primo Illuminismo e si affidò al cosiddetto «stato di
polizia ben ordinato», la teoria di un governo
interventistico e di una società prospera e regolata,
elaborata in Francia e dai cameralisti in Germania. Questo
approccio onnicomprensivo, razionalistico e attivista al
modo di governare era nuovo per la Russia, come nuovi
erano anche il concetto di «progresso» (la parola entrò
allora nella lingua russa) e la distinzione tra sovrano e stato
che si affermò con Pietro. Prese singolarmente, quasi tutte
le iniziative di questo zar avevano precedenti nel XVII
secolo (la fondazione di San Pietroburgo rappresenta
l’unica eccezione). Da un lato, la sua volontà di
cambiamento e il suo amore per le usanze straniere, per il
pensiero sistematico e per la legislazione rappresentavano
un’offesa per la tradizione moscovita. Molti membri di
importanti famiglie rimanevano analfabeti, le antiche
consuetudini erano radicate e rispettate, l’erudizione
restava prerogativa dei monaci ed era cosa normale
diffidare delle conoscenze profane (il sapere straniero era
considerato un «trucco», un «inganno» che avrebbe portato
la Russia all’umiliazione o alla perdizione). Ma dall’altro
lato l’influenza del mercantilismo, da cui derivava il
cameralismo, i primi cambiamenti culturali, la crescente
secolarizzazione, le nozioni di «buon ordine» e di «bene
comune», che avevano ispirato Aleksej e Fëdor, l’immagine
della «comunità devota», propria dell’élite, e il continuo
sostegno dato da Pietro all’élite e ai suoi privilegi avevano
aperto la via alla comprensione e all’accettazione delle sue
idee. I risultati furono quindi contrastanti. Pietro incontrò
un’enorme resistenza nella massa tradizionalista che,
tendenzialmente passiva, esplose in rivolte, soppresse
brutalmente nel sangue. Siccome nell’immaginario
popolare nessuno zar ortodosso poteva comportarsi come
faceva Pietro, si diffusero voci che l’avessero scambiato
nella culla con un tedesco o che fosse l’Anticristo. Anche
all’interno dell’élite si formarono ampie frange di dissenso:
Pietro dovette affrontare la rivalità dei boiari e persino
l’opposizione di molti inclini alle riforme. La resistenza più
conservatrice si concentrò intorno al probabile erede di
Pietro, lo sventurato figlio di Evdokija, Aleksej Petrovič; nel
1718 padre e figlio si scontrarono apertamente e lo zarevič,
accusato di tradimento, morì in prigione sotto tortura. A
causa di questo episodio lo zar promulgò un decreto
tramite cui, con un salto radicale rispetto a tutta la
tradizione precedente, rimetteva la successione nelle mani
del sovrano; il nuovo ufficio di polizia segreta, il
preobraženskij prikaz, sorvegliò sul minimo cenno di
sedizione. Ma oltre agli oppositori, a corte vi erano anche
molti che compresero le azioni dello zar, divenendo suoi
fedeli sostenitori, gli «uccellini del nido di Pietro».
In soli trent’anni, Pietro tentò di mutare radicalmente e
rinnovare la società russa, in particolare l’élite. Riorganizzò
l’amministrazione centrale e locale, seguendo soprattutto il
modello svedese: le cancellerie centrali furono sostituite da
dodici ministeri, detti Collegi, e nel 1711 fu creato un
Senato di governo che colmò il vuoto lasciato dal Consiglio
dei boiari. Nel 1700 fu istituita, senza successo, una
Commissione giuridica per ricodificare le leggi; vennero
introdotte misure per favorire l’istruzione e lo sviluppo
della scienza, cominciando dalla fondazione di istituti
tecnici per le forze armate (d’artiglieria nel 1699, di
navigazione nel 1701), passando per una rete nazionale di
scuole elementari provinciali e seminari ecclesiastici (1714-
1722), fino ad arrivare all’Accademia delle scienze di San
Pietroburgo, creata nel 1725-1726, su suggerimento di
Leibniz. L’Accademia riuniva in sé le funzioni di centro di
ricerca, dipartimento governativo e università, e anche se
inizialmente era costituita solo da stranieri, fece entrare la
Russia, cosa prima inconcepibile, nella «Repubblica dei
dotti» dell’Europa settecentesca. Un primo museo, la
Kunstkammer a San Pietroburgo, esibiva la collezione dello
zar di campioni e strumenti scientifici, nonché di creature
mostruosamente deformate, secondo il gusto dell’epoca.
Pietro riformò anche l’amministrazione della Chiesa,
imponendole il controllo statale. Alla morte del patriarca
nel 1700 la carica fu affidata a un sostituto, fino
all’abolizione del patriarcato nel 1721. Al suo posto
comparve il «Santissimo Sinodo Governativo», il
corrispettivo del Senato, ma strutturato come un Collegio.
Le entrate della Chiesa furono ridotte e le vennero imposti
nuovi compiti sociali e educativi. Le celebrazioni di
importanti festività ed eventi religiosi assunsero forme più
secolari; nel 1700 il vecchio calendario, che partiva dalla
creazione del mondo, fu sostituito con quello giuliano, il
cui conteggio si basava sulla nascita di Cristo. Pietro
incoraggiò le arti alla maniera europea: la corte fece da
mecenate a pittori, incisori e architetti stranieri, e i
programmi edilizi statali alimentarono una «rivoluzione
petrina» nell’architettura. Aprirono i primi teatri pubblici.
Fu sostenuta la stampa: dopo un tentativo fallito sotto Ivan
IV, una tipografia ecclesiastica era stata fondata sotto
Michail, e negli ultimi anni della Moscovia si era giunti a
quota tre; ora le tipografie attive erano dieci, al Senato,
all’Accademia delle scienze e altrove, e fu introdotto un
nuovo sistema di scrittura «civile» (1710) per semplificare
l’ornata complessità della tradizione slavoecclesiastica.
Apparvero i primi giornali; cominciò a essere pubblicato
un numero sempre maggiore di libri, anche se la
produzione era irrisoria rispetto alle altre nazioni e ancora
costituita per lo più da testi religiosi. Si elaborò un nuovo
vocabolario per esprimere nuovi termini militari e concetti
stranieri, dando così avvio a un’evoluzione della lingua
letteraria russa che sarebbe durata per tutto il secolo.
Pietro cambiò radicalmente il modo di vivere
dell’aristocrazia. Partendo con il taglio della barba nel 1698,
il governo introdusse nuovi modi di vestire, pettinarsi,
conversare, comportarsi e socializzare, imponendoli ai
nobili di entrambi i sessi. Questi cambiamenti si
riversarono sui gruppi più abbienti come una tromba
d’aria. La vita quotidiana subì profonde trasformazioni,
soprattutto per la corte.
Tuttavia, non solo l’attività di riforma petrina possedeva
solide basi secentesche, ma in settori di cruciale
importanza non modificò nulla, rafforzando anzi le
strutture moscovite. Le relazioni tra i diversi gruppi sociali
restarono sostanzialmente invariate e la nobiltà continuò a
dominare la società. Davanti alle richieste del governo le
città rimanevano deboli e sottomesse; l’uso che Pietro fece
dei monopoli di stato portò alla rovina dei cittadini più
facoltosi, i gosti. La riorganizzazione fece nascere qualche
nuovo gruppo sociale, i già menzionati «contadini di stato»
e i raznočincy («persone di altro rango»), categoria
onnicomprensiva per coloro che non erano inquadrabili
nelle categorie sociali preesistenti. Tutto ciò influenzò la
gerarchia sociale solo in minima parte. I contadini rimasero
impermeabili ai cambiamenti culturali, mantenendo intatte
barbe e convinzioni, ma furono sempre più vittime dello
sfruttamento, tassati e coscritti nell’esercito come non mai;
lo zar, che aveva ricevuto proposte di abolire la servitù, la
rinsaldò. La società che emerse dal regno di Pietro I,
dunque, fu sostanzialmente una versione aggiornata e
raffinata dello stato moscovita basato sul servizio, in cui
egli sfruttò al massimo l’autorità e il potere coercitivo degli
autocrati moscoviti. Né l’importanza fondamentale per la
società russa del rango, delle reti di parentele e
clientelismo, e del potere personale, subì mutamenti in
seguito ai cambiamenti istituzionali e alla preferenza dello
zar verso «uomini (e donne) nuovi» di umili origini. Da
questo punto di vista, la sua riforma fu conservatrice, ma si
rivelò adeguata ai bisogni dell’epoca.
Molte istituzioni e riforme petrine rimasero incomplete,
imperfette o inefficaci, ma in quasi tutti i campi il sovrano
pose le fondamenta per una struttura imperiale dello stato
e della vita pubblica che, con ulteriori aggiustamenti,
supportò lo status di grande potenza della Russia, durando
fino al XIX secolo e, in alcuni casi, fino al 1917. Pietro I
lasciò in eredità uno stato sempre più forte dal punto di
vista militare, governato da una piccola élite privilegiata
con un livello culturale via via sempre maggiore, ma che si
fondava sullo sfruttamento della sua numerosa
popolazione contadina, di cui ci si assicurava la
cooperazione con un miscuglio di ideologia, forza e
minima protezione; un paese, seppur in espansione, in cui
lo sviluppo dell’economia e delle risorse, e la capacità
amministrativa erano a malapena sufficienti a soddisfare le
necessità di governo, soprattutto nelle province e in
periferia. Il vasto impero russo soffrì sempre di un deficit
di governo.
Questo regno fu di fondamentale importanza nella
storia della Russia, tanto che Pietro I rimane termine di
paragone nelle discussioni sul destino del paese. Le sue
azioni, nella loro eterogeneità e brutalità, e nelle frettolose
imperfezioni e incompletezze, risolsero la «crisi del
tradizionalismo» della Moscovia nel XVII secolo e
permisero alla Russia di svilupparsi come grande potenza
economica e militare. Pietro è quindi ricordato come il
creatore della Grande Russia, statista lungimirante,
risoluto e infaticabile; ma anche attaccato in quanto
dispotico e crudele precursore di Stalin, che rafforzò
l’oppressione e la servitù e tentò di raggiungere il
«progresso attraverso la costrizione». Da un lato lo si
ammira per aver traghettato la Russia in Europa, dall’altro
lo si condanna per aver dato vita a quella frattura culturale,
sociale e spirituale tra le masse e l’élite che portò infine alla
rivoluzione. È soprattutto riguardo al regno di Pietro che
gli storici hanno utilizzato i concetti fuorvianti di
«arretratezza» e «occidentalizzazione». Esistono
sicuramente modelli interpretativi più fecondi. Il regime di
Pietro prefigurò numerosi tratti dell’«assolutismo
illuminato» (di cui si discuterà più oltre); egli è stato visto
come colui che introdusse una variante «statalista»,
controllata dal governo, del primo Illuminismo. La Russia,
inoltre, rientra anche nel concetto di stato «militar-
burocratico» o «stato fiscale» dei primordi dell’epoca
moderna, organizzato per trarre il massimo dalle risorse
della popolazione a scopo militare. Eppure, non disponeva
delle tecniche fiscali di cui erano provvisti gli stati
dell’Europa occidentale su cui quel modello si basava in
origine.
Lo «stato contadino»: contadini e servi della
gleba
Un altro modo di considerare questo insieme di relazioni
riporta al concetto di «stato contadino», elaborato dal
sociologo rurale Gerd Spittler, che pone l’accento
sull’interazione tra la classe contadina e le autorità di
governo che caratterizzarono la Russia fino alla caduta
dell’Unione Sovietica. È un modello che si può applicare a
paesi con governi relativamente autoritari, popolazione
contadina e un mercato poco sviluppato. Rappresenta uno
stato dove i contadini, la maggior parte degli abitanti,
forniscono le fonti essenziali di ricchezza ma sono
governati in maniera interventistica dai non appartenenti
alla loro classe; le relazioni tra la società contadina e il
governo sono mediate da leader contadini, rappresentanti
o organizzazioni amministrative. Nella Russia imperiale il
governo trattava con la comunità contadina o con il
proprietario pomeščik.
In una storia generale della Russia (come per ogni altro
paese agrario e preindustriale) è difficile riconoscere la
giusta importanza alla classe contadina, i cui membri non
erano motori o attori principali degli avvenimenti; i lenti
ritmi della vita rurale raramente coincidevano con la
rapidità degli eventi nazionali. La cultura contadina era
analfabeta e ha lasciato poche tracce scritte. Le fonti che
risalgono a prima dell’epoca moderna sono pochissime: la
società contadina russa cominciò a essere documentata in
maniera accettabile solo a partire dal XIX secolo, e anche
allora poco si sa della vita nelle piccole proprietà. La società
e la mentalità contadina sono molto lontane dal modo di
pensare che si diffonderà in seguito tra i cittadini istruiti.
Eppure per tutta la storia russa, fino a metà del XX secolo, i
contadini formarono la vasta maggioranza della
popolazione. La corte, l’aristocrazia e i funzionari non
rappresentavano che uno strato piccolissimo al di sopra
della massa contadina. Nel XVIII secolo, la popolazione
urbana era circa il 4% e tutte le categorie esenti da tasse
(nobili, funzionari civili, clero, esercito) formavano nel
complesso circa il 6% degli abitanti: i contadini
continuavano a essere il 90%.
È difficile anche generalizzare sulla società contadina
che, nonostante i tratti in comune, variava enormemente a
seconda dei luoghi. Nelle regioni centrali e settentrionali,
dove l’agricoltura era più povera, vale a dire fuori dalla
zona di černozëm, le attività non agricole (artigianato,
commercio, trasporto, vendita di legname) indebolirono il
legame con la terra e resero i contadini più dinamici. Le
tradizioni dei contadini ucraini differivano da quelle della
Grande Russia. I contadini di stato avevano più autonomia
dei servi della gleba, e potevano esserci enormi disparità
fra i vari regimi economici. Nella Russia imperiale la
maggior parte dei possidenti non viveva sui propri terreni
(erano lontani a prestare servizio allo stato o preferivano
vivere in città, oppure possedevano più di una proprietà), e
la gestione della terra da parte di un amministratore era in
genere meno favorevole ai contadini. La fustigazione era
un castigo molto diffuso. I contadini di villaggi che
dovevano prestare corvé (barščina) al loro signore vivevano
sulla sua proprietà per coltivarne i campi: i servi della gleba
che pagavano in denaro o in natura (obrok) il loro tributo
potevano poi condurre tranquillamente i propri affari, se
avevano pagato i loro debiti, e godevano di una certa libertà
di movimento. Le famiglie più agiate tenevano un gran
numero di contadini servi come domestici e questa «gente
di corte» viveva più di ogni altra categoria sotto il controllo
diretto del padrone o della padrona: ciò poteva comportare,
nei casi più sfortunati, pesanti maltrattamenti, o
all’opposto una vita felice come servitore stabile.
Quest’ultimo destino era particolarmente comune per le
balie, alle cui amorevoli cure venivano affidati per anni i
figli dei nobili. La letteratura russa ce ne offre vividi ritratti:
il più famoso resta forse quello della bambinaia di Tat’jana
nell’Evgenij Onegin (1823-1831) di Puškin. Il racconto di
Ivan Turgenev Mumu (1852), all’opposto, narra di un
contadino corpulento, gentile e muto (simbolo di tutta la
sua classe), costretto a subire i soprusi di una padrona
spietata ed egoista. In Contadini (1897) di Čechov la cupa
immagine della vita rurale dopo l’emancipazione
contraddice, a sua volta, le idealizzazioni di Tolstoj.
Solo una piccola minoranza di contadini poteva
viaggiare liberamente e le fughe illegali, frequenti per tutto
l’inizio dell’epoca moderna, avvenivano per i motivi più
disparati: condizioni intollerabili o la speranza di trovarne
di migliori altrove, voci sull’esistenza di terre libere o la
volontà di sottrarsi alla punizione per un crimine
commesso. Dopo il 1649 fecero la loro comparsa
investigatori incaricati di rintracciare i fuggiaschi con
l’aiuto, se necessario, delle forze militari; continuarono a
essere attivi fino agli anni Settanta del Settecento, quando
le loro funzioni furono assorbite dal governo locale. Nella
sola provincia di Kazan’ negli anni 1722-1727 furono
catturati 13.188 contadini maschi in fuga. A volte le bande
di fuggiaschi si scontravano violentemente con esercito o
polizia e le spedizioni militari per il loro recupero si
spingevano persino oltre il confine polacco. Alla frontiera
meridionale, e dovunque servisse altra manodopera, le
autorità, invece, si dimostravano spesso restie a
riconsegnare fuggiaschi utili ai loro padroni.
L’atteggiamento degli stessi contadini verso i fuggitivi era
dunque ambivalente: il sistema della responsabilità
collettiva, che risaliva all’epoca kieviana, e ancora in vigore,
obbligava i contadini rimasti a pagare le tasse anche per chi
era scappato, e ricompense sostanziose erano offerte a
chiunque denunciasse o facesse catturare i fuggiaschi.
La vita della maggior parte dei contadini che non
scappavano orbitava intorno al villaggio: la loro esistenza
era tutta concentrata lì. Nei villaggi più grandi la chiesa del
paese aveva un ruolo centrale, ma in epoca imperiale,
specialmente al nord, i centri erano spesso molto piccoli: si
trattava per la maggior parte di borghi di cinque o sei case.
I villaggi delle steppe, invece, erano di norma più popolosi.
Al loro interno l’unità di base era costituita dalla famiglia e
dalla sua fattoria. Il mondo contadino era un universo
analfabeta, figurativo e spirituale, rafforzato da credenze
animiste e dalla magia, popolato di santi e spiriti, dove a
scandire gli anni erano le stagioni, le festività sacre e il ciclo
agricolo. Ogni contadino aveva un «angolo bello» con le
icone alle pareti, ma rispettava anche il domovoj o folletto
della casa.
L’insegnamento ortodosso era vincolante, sebbene
spesso mal compreso, e i contadini, salvo rare eccezioni,
rimasero estranei alla secolarizzazione e alle aspirazioni
imperiali della nuova cultura dell’élite di Pietro I.
L’esistenza contadina aveva le proprie norme estetiche, le
proprie tradizioni di musica, danza e cultura materiale. Le
donne tessevano stoffe e nastri con disegni e colori
straordinari; gli uomini erano abilissimi nel lavorare il
legno (lo strumento tipico dei contadini era l’ascia, non la
sega). La casa del contadino, nel nord spesso a due piani,
era in genere una capanna di un solo piano (izba) costruita
con ciocchi di legno, dal tetto di scandole o paglia, e a volte
decorata con complessi intarsi. Nel sud, fuori dalla zona
boschiva, erano diffuse costruzioni in fango e argilla
imbiancate a calce. Nelle foreste della Russia l’edilizia
contadina, che adoperava quasi esclusivamente il legno,
possedeva forme e tradizioni proprie, il cui apice fu
rappresentato dalla famosa chiesa della Trasfigurazione
(1714), a Kiži sul lago Onega, ora patrimonio dell’umanità.
Nel villaggio la vita era strettamente legata alla natura:
l’izba, costruita intorno alla grande stufa, spesso con
pavimento di terra e a volte senza camino, attraverso un
capanno portava direttamente al cortile fangoso, all’orto e
alla strada non lastricata del villaggio. Le fattorie della
Grande Russia erano in genere raggruppate lungo un
fiume o una strada. I contadini vivevano tutti insieme,
senza privacy, in famiglie allargate. Un gran numero di
persone era stipato in piccole abitazioni infestate da insetti,
e maleodoranti specialmente d’inverno quando gli ingressi
erano tenuti chiusi e nell’aria stantia si mescolavano fumo,
odori corporei e di cibo. Le malattie erano all’ordine del
giorno; i bambini morivano con enorme frequenza. D’altra
parte, però, si usava regolarmente il bagno di vapore e nei
periodi tranquilli la dieta base del contadino, ben
bilanciata, preveniva lo scorbuto che tanto si diffondeva fra
i cittadini e le forze armate.
Era la tipica vita comunitaria, con la terra in comune,
divisa («ripartita») tra le famiglie, che oltre a creare spirito
di cooperazione portava spesso a litigi e conflitti. La
comunità (mir) e la sua assemblea (mirskoj schod), che
regolavano gli affari del villaggio, davano a ogni
capofamiglia il diritto di esprimere le proprie opinioni.
Dopo queste assemblee, spesso molto vivaci, l’anziano del
villaggio o gli uomini più importanti annunciavano le
decisioni prese dalla maggioranza. La vodka e altre
indebite influenze avevano un peso notevole: i villaggi
erano governati da legami di parentela, rapporti economici,
sociali e clientelari, da una vita politica propria. Regolava i
rapporti personali all’interno della comunità il diritto
consuetudinario, non quello statale, e contemplava pene
come l’umiliazione pubblica. Emersero poi le élite di
villaggio: alcuni servi della gleba, in particolare alla fine del
XVIII e nel XIX secolo, divennero ricchi imprenditori, che
possedevano a loro volta servi della gleba; ma siccome per
legge non potevano avere proprietà in uomini o immobili,
intestavano i loro beni al padrone, cui non dispiaceva per
niente di possedere servitori così abbienti e usufruire di
queste ricchezze registrate a suo nome. Si è discusso a
lungo delle disparità economiche e della mobilità sociale
all’interno della classe contadina, soprattutto da quando i
marxisti sovietici individuarono nella crescente
differenziazione lo sviluppo di relazioni capitalistiche nelle
campagne. Oggi la maggior parte degli studiosi considera
cicliche le differenze di ricchezza, che riflettono le
dimensioni delle famiglie e il conseguente potenziale di
lavoro.
La vita familiare era a forte impronta patriarcale e la
violenza all’ordine del giorno. Le relazioni sui villaggi del
XIX e XX secolo mostrano nei rapporti umani, all’interno e
all’esterno della famiglia, un tipico egoismo senza
cedimenti sentimentali, che diveniva ancora più accentuato
nei confronti degli estranei. Le risorse erano scarse e
l’autorità esterna arrogante e brutale: i contadini,
arrendevoli al potere quando lo incontravano, si
comportavano in modo arrogante e brutale anche nei
confronti dei propri parenti quando avevano occasione di
esercitare essi stessi il potere. Era in genere la religione,
invece, a ispirare atteggiamenti compassionevoli: monaci
itineranti, pellegrini e questuanti «in nome di Cristo» non
venivano quasi mai scacciati e i detenuti che marciavano in
catene sulla lunga strada per la Siberia ricevevano
facilmente elemosine. Cooperazione e solidarietà
apparivano quando era in gioco l’interesse di tutto il
villaggio – le vittime degli incendi, ad esempio, venivano
aiutate a rimettersi in sesto perché potessero poi pagare la
loro parte di tasse. Il capofamiglia (bol’šak) godeva di un
illimitato potere dispotico, che crebbe ulteriormente dalla
fine del XVII secolo, quando l’economia della servitù
incoraggiò famiglie allargate di più generazioni: i
proprietari terrieri si sentivano garantiti da un’unità
contadina economicamente forte. La moglie del bol’šak, a
sua volta, dominava sulle donne della casa, soprattutto
sulle nuore. Le donne erano considerate esseri inferiori: la
cultura russa abbonda di proverbi contadini spesso
misogini, che parlano di capelli lunghi e intelligenza corta
o sostengono che «un granchio non è un pesce e una donna
non è una persona». Erano inoltre spesso vittime di
violenze fisiche, che generalmente subivano dal marito
(«Più batti la tua vecchia, più è saporita la zuppa»), e di
abusi sessuali perpetrati dal capofamiglia e dai pomeščiki
libertini (nel XVIII secolo alcuni proprietari avevano harem
di giovani contadine). Tuttavia, un uomo non era
pienamente un contadino senza una moglie (e un cavallo):
le donne, infatti, contribuivano in maniera essenziale al
benessere e alla cultura del villaggio, non solo come madri
e lavoratrici con le stesse incombenze degli uomini, ma
anche come depositarie del sapere, che predicevano il
futuro, narravano storie popolari e tramandavano
tradizioni.
Nel villaggio il lavoro era costante, meno intenso nei
lunghi inverni paralizzati dalla neve e più duro nella breve
stagione estiva del raccolto, il «periodo della sofferenza»,
quando si dovevano ottenere i frutti a tutti i costi. Nel XVII
secolo il sistema di rotazione delle colture, con coltivazione
a strisce, si era ormai diffuso quasi ovunque; la coltura di
maggiore consumo era la segale. Il XVII e il XVIII secolo
sono il periodo in cui il commercio, soprattutto di grano,
passò dai mercati locali a quelli regionali, e dagli anni
Sessanta del Settecento l’esportazione di questo prodotto
cominciò a crescere. Con l’ingresso della Russia in mercati
più ampi i prezzi salirono raggiungendo quasi gli standard
europei (si ebbe una «rivoluzione dei prezzi»). Di questi
sviluppi beneficiarono i contadini, ma soprattutto i nobili
proprietari terrieri. Nella maggior parte dei casi le
eccedenze dei contadini non erano ingenti, anche se alcuni
furono in grado di vendere il proprio grano, mentre le
calamità naturali potevano distruggere completamente le
colture: in media una o due volte ogni dieci anni si
ottenevano raccolti poverissimi. In periodi normali i
contadini russi vivevano in condizioni economiche
ragionevolmente buone, ma le carestie erano sempre in
agguato. Questo portava i contadini ad avere un
atteggiamento conservatore, ostile a ogni nuova
«invenzione moderna» che consideravano rischiosa,
specialmente se contraria alla loro visione del mondo.
Adottavano invece razionalmente le innovazioni di cui
comprendevano l’efficacia. Intorno al 1840 si cercò di
diffondere nelle campagne la coltivazione della patata,
introdotta in Russia alla fine del XVII secolo. I contadini la
rifiutarono: la ritenevano un’infernale «mela del diavolo»
perché cresceva a rovescio; ci vollero parecchi decenni
perché la nuova coltura fosse generalmente accettata.
Abbandonare per sempre il villaggio era possibile,
anche se difficile. In epoca imperiale un numero
considerevole di contadini si trasferì e si registrò nelle città.
Ma si trattava di un processo complicato e costoso, e dopo
il 1722 i servi della gleba dovettero ricevere il permesso del
padrone. I contadini, in generale, si allontanavano per
lavoro solo temporaneamente, si univano in gruppi con i
loro compaesani o con lavoratori locali (zemljačestvo) per
formare cooperative (arteli) che rispecchiavano la loro
comunità originaria e dove vigeva un regime di mutuo
soccorso. La migrazione dei lavoratori stagionali divenne
pratica su larga scala solo nel XIX secolo, ma già nel XVIII
un osservatore la paragonò agli spostamenti degli stormi di
uccelli. Per il contadino medio, tuttavia, il mondo esterno al
villaggio era un luogo ostile. Chi veniva da fuori, di solito,
non aveva buone intenzioni: erano nuovi contadini che
rivendicavano appezzamenti di terreno, mercanti disonesti
o banditi, e i villaggi disponevano soltanto di rudimentali
strutture di polizia e controllo. L’intervento negli affari del
villaggio da parte di un’autorità superiore (polizia,
funzionari, ufficiali dell’esercito, il pomeščik o il suo
amministratore) portava sempre richieste e imposizioni e
spesso percosse. Degli stranieri bisognava sempre
diffidare.
Dal XVII al XIX secolo la servitù della gleba fu in Russia
una delle istituzioni più caratteristiche, al punto che
continuò a far sentire la propria influenza persino dopo
l’abolizione nel 1861. All’epoca di Pietro, il servo era già
sotto il pieno controllo del suo signore: nel 1721 lo zar
dovette promulgare un decreto che vietava la vendita di
contadini «come bestiame, pratica ignota in ogni altra parte
del mondo […] e particolarmente crudele quando separa
un figlio o una figlia dalla famiglia, provocando molto
dolore». Era il chiaro riconoscimento di una situazione di
fatto. Il divieto restò lettera morta. D’altra parte, per
adattare in modo più produttivo la società alla sua visione
complessiva, Pietro prese deliberatamente una serie di
misure che estendevano e rafforzavano la servitù: abolì la
differenza tra schiavi e contadini servi della gleba che
pagavano le tasse e istituì forme di servitù industriale per
fornire forza lavoro gratuita allo stato (contadini «ascritti»)
e alle imprese private (contadini «di proprietà»). Il suo
nuovo sistema di reclutamento liberava de iure le reclute
dal padrone, per poi asservirle nuovamente de facto alla
disciplina militare, fino alla morte o alla invalidità. La tassa
sulle anime, pagata da tutte le categorie inferiori non
militari, divenne un indicatore di servitù e un mezzo di
asservimento. I registri del censo, che indicavano
l’assoggettamento alla tassa, venivano infatti usati anche
per dimostrare la proprietà dei servi. L’introduzione di
passaporti interni (1724) per i contadini che dovevano
viaggiare facilitò il controllo degli spostamenti. Il servo,
dunque, era a completa disposizione del padrone; il resto
dei contadini, per la maggior parte «contadini di stato»,
vennero chiamati da alcuni storici «servi della gleba di
stato» in quanto soggetti a un controllo simile da parte
degli organismi statali. Questa visione, tuttavia, ignora una
differenza essenziale: essi non erano proprietà di una
persona e non potevano essere venduti. Se ne avevano
l’opportunità, i contadini che lavoravano per i possidenti
esprimevano l’aspirazione a diventare contadini di stato.
Al suo massimo sviluppo il sistema russo della servitù
della gleba è stato equiparato alla piena schiavitù. I suoi
dannosi effetti sul carattere e sulla personalità di alcuni
servi – ignoranza, apatia, pigrizia, ubriachezza, slealtà,
propensione al furto – sono stati più volte elencati da
osservatori compassionevoli e giustamente interpretati
come forme di resistenza all’autorità del padrone, nonché
conseguenze della disperazione e dell’assoluta mancanza
di incentivi per un possibile miglioramento; i sostenitori
della servitù portavano invece questi vizi a riprova della
necessità di uno stretto controllo. È importante
sottolineare, inoltre, che fino al tardo XVIII secolo la
maggior parte dell’opinione pubblica europea era
perfettamente a suo agio davanti alla servitù della gleba dei
bianchi e alla schiavitù dei neri; solo gli abusi suscitavano
preoccupazione. Nella Russia petrina non era argomento di
discussione se la servitù della gleba fosse auspicabile.
Secondo gli standard moderni, in genere i proprietari
terrieri trattavano duramente i servi (esattamente come
facevano i primi industriali britannici con i loro operai), ma
esisteva un ambito accettato di relazioni, un’«economia
morale», all’interno della quale entrambe le parti potevano
agire senza alcuna ritorsione. Uccidere i propri servi era
proibito, ma se questi morivano dopo essere stati picchiati,
il padrone non era ritenuto responsabile; tuttavia, simili
casi, benché a volte celebri, erano probabilmente
eccezionali. A volte erano i contadini a uccidere i padroni,
sebbene quasi sempre spinti da condizioni estreme o in
epoche di tumulti. Alcune insurrezioni contadine ebbero
esiti violenti e furono sedate dall’esercito, che solo in
rarissimi casi si spinse fino a veri e propri massacri.
Nonostante i limiti posti alle lagnanze e alle petizioni, i
contadini continuarono a farne buon uso, anche se la
maggior parte di loro utilizzava soprattutto forme di
resistenza passiva: trascinavano i piedi, lavoravano male, si
fingevano malati, rubacchiavano. È sorprendente, dunque,
che in generale il livello di scontro e di tensione sia rimasto
così basso. La servitù della gleba offriva anche protezione e
garantiva la possibilità di coltivare la terra: dal 1734 il
proprietario era tenuto per legge a nutrire i propri
contadini in tempo di carestia, le proprietà erano sicure dai
briganti e tradizionalmente i contadini ricevevano una
parte del fondo per uso personale. In epoca imperiale,
come abbiamo detto, emersero alcuni imprenditori
contadini di successo, la maggior parte di origini servili:
per accumulare capitale era necessaria la protezione di un
signore. Inoltre, come abbiamo visto, i servi potevano
condurre vite molto differenti. All’interno del villaggio
l’amministratore, l’anziano e i capifamiglia avevano tutti
posizioni di potere da difendere, ed erano di conseguenza
interessati a mantenere lo status quo. Per molti contadini,
soprattutto quelli che pagavano l’obrok, il regime servile
assicurava una notevole flessibilità e autonomia, mentre le
politiche interne del villaggio andavano a volte al di là delle
intenzioni del padrone.
Questo ci riporta al modello di Spittler dello «stato
contadino» che insiste sulla relazione tra l’autarchia del
villaggio, con le sue gerarchie e le sue dinamiche interne, e
le richieste esterne da parte di uno stato a caccia di risorse.
Il governo poteva imporre al villaggio la mobilitazione
coercitiva delle risorse, ad esempio la tassazione, le
coscrizioni militari, di manodopera e la produzione di una
particolare coltura. Ma i tentativi di cooptare, influenzare la
popolazione o comunicare con lei dipendevano dalla
cooperazione e dagli interessi sia dei rappresentanti dei
contadini – l’anziano del villaggio e la comunità – sia dei
contadini stessi, che avevano i propri valori e le proprie
priorità. Gli sforzi per ammodernare le pratiche agricole –
per esempio, la prescrizione da parte di Pietro I della falce
fienaia al posto del falcetto – si scontrarono con la cultura
tradizionale dei villaggi. Anche la politica dei villaggi
faceva a pugni con i disegni del mondo esterno: il successo
di un contadino all’interno della sua comunità non
dipendeva da un decreto governativo o dalla volontà del
proprietario terriero, e neppure dalla giustezza della sua
causa, ma dall’influenza o dalla protezione all’interno del
villaggio e dalle decisioni della comune. Gli anziani
derivavano il loro potere non tanto dalla semplice
esecuzione degli ordini, ma dal farlo o meno a beneficio di
se stessi, dei loro amici e del villaggio nel suo complesso. Il
governo si teneva al di fuori di queste relazioni, e
solitamente faceva lo stesso anche il proprietario. Un ruolo
importante ebbero in quest’epoca le informazioni. Se si
esclude qualche precedente catasto, fu il XVIII secolo a
inaugurare in Russia l’epoca delle statistiche attendibili: i
governi avevano sempre più la necessità e il desiderio di
contare ciò che stavano amministrando, e pretendevano che
gli amministrati comprendessero e accettassero il loro
operato. I decreti di Pietro I sono pieni di clausole
esplicative in cui si esorta a rispettare una certa legge non
solo per paura del castigo, ma per altre buone ragioni.
Tuttavia, i funzionari di città, ignoranti, pieni di pregiudizi
e arroganti nei confronti dei contadini (per non parlare
delle bustarelle e della corruzione), spesso non riuscivano a
comprenderli o a persuaderli. Alla ricerca di
interpretazioni razionali, si creavano una propria immagine
della campagna e delle relazioni che la governavano, molto
lontana dai desideri dei contadini e dalla realtà stessa.
Quando Caterina II in persona, con le migliori intenzioni,
cercò di riorganizzare le proprietà terriere dei contadini
adottando criteri razionali, incontrò una violenta resistenza
(che prontamente neutralizzò con la forza e la
deportazione). Inoltre, era difficile per funzionari e padroni
sapere cosa accadeva di preciso nel villaggio basandosi
esclusivamente sui documenti: i contadini dicevano la
verità agli estranei solo quando conveniva loro, la
burocrazia scritta si scontrava con la cultura orale, e
l’autarchia dei contadini, in un’economia di mercato non
ancora pienamente sviluppata, resisteva ai tentativi esterni
di misurare e controllare la produzione.
Questo sistema di rapporti si realizzò in Russia con il
nuovo governo cameralista di Pietro I. Se in precedenza i
tentativi di influenzare la cultura contadina e i metodi di
produzione erano stati esigui, d’ora in avanti i governanti si
assunsero la responsabilità, arrogandosene il diritto, di
dirigere gli affari dei sudditi secondo le proprie idee e
senza consultare gli interessati. Così in buona parte
fallirono sia nel trovare un accordo con le comunità
contadine sia nel raggiungere i loro scopi primari.
All’inizio ciò era in linea con le relazioni sociali vigenti e
non ebbe serie conseguenze: il governo del XVIII secolo
aveva nelle campagne un raggio d’azione ancora
relativamente limitato, e Pietro si interessava soprattutto di
commercio e industria; l’agricoltura divenne una questione
politica di moda solo dopo il 1750. Questo stato di cose
segnò tuttavia un precedente, un esempio per tutte le
successive iniziative statali nelle questioni rurali, fino alla
fine dell’epoca sovietica. Dal 1929 il rifiuto sovietico di
trattare e comprendere la società contadina in termini
diversi da quelli di una rigida visione stalinista portò ai
disastri della collettivizzazione, della dekulakizzazione e
della carestia di massa, e contribuì al terrore e all’affanno
permanenti dell’agricoltura sovietica. Questo
atteggiamento, che ebbe più ampie conseguenze
nell’integrazione e nelle relazioni sociali in tutto il periodo
rivoluzionario, sottolinea un dilemma fondamentale e
duraturo che ha inciso profondamente su tutta la storia
della Russia moderna fino al giorno d’oggi: l’impossibilità
di integrazione tra città e campagna. Tuttavia, nei decenni
governati da Pietro, e in quelli immediatamente successivi,
la servitù della gleba, con tutti i suoi difetti, rappresentò
per lo stato un utile strumento che ne sostenne e accrebbe
le capacità di mobilitazione e organizzazione delle risorse,
garantendogli una certa competitività nel mondo
contemporaneo. Gli svantaggi strutturali di una società non
libera non minarono per il momento il potere statale:
l’impero russo, fondato sulla servitù della gleba, si arricchì
internamente e si rafforzò a livello internazionale.
I successori di Pietro (1725-1762):
l’epoca delle rivoluzioni di palazzo
Pietro I morì nel 1725, all’età di cinquantadue anni, per una
malattia della vescica e cancrena, e per l’indecisione dei
suoi dottori. Benché avesse decretato che doveva essere il
sovrano a nominare il proprio successore, Pietro fu
sopraffatto dalla malattia senza aver designato nessuno.
Gli successe la seconda moglie Caterina, una giovane serva
catturata durante la guerra in Livonia. Caterina (con questo
nome era stata battezzata convertendosi all’ortodossia) era
giunta al vertice del potere divenendo prima amante del
favorito dello zar, Aleksandr Menšikov, e poi dello zar
stesso. Fu la madre dei suoi figli, moglie e infine incoronata
nel 1724. La sua ascesa al trono, nonostante le
rivendicazioni dei giovani maschi dei Romanov, fu dovuta
alla pronta azione di Menšikov, che la fece proclamare
zarina dalla Guardia. Questo fu il modello successorio per
il secolo seguente: fino al 1801, i sovrani più stabili e saldi
saranno donne, la metà delle quali giunte al potere
attraverso un colpo di stato, una «rivoluzione di palazzo»
sostenuta dalla Guardia. Il decreto sulla successione a
opera di Pietro, solitamente ritenuto responsabile di questi
avvenimenti, ebbe un’influenza trascurabile: i colpi di stato
riflettevano l’assenza di candidati maschi convincenti e
l’instabilità della politica di corte del periodo. Per ricevere
sostegno nel suo governo, Caterina creò un Supremo
consiglio segreto formato da esperti uomini politici. La
zarina morì nel 1727, lasciando il trono a Pietro II, l’erede
da lei designato, nonché nipote di Pietro I. Ma la notte
prima delle nozze nel 1730, il giovane principe morì
improvvisamente di vaiolo, senza aver nominato un erede.
I membri del Supremo consiglio segreto decisero allora
di offrire la corona ad Anna Ioannovna (Ivanovna), vedova
del duca di Curlandia, nonché nipote di Pietro I, a
condizione che la nuova zarina accettasse di porre limiti
alla sua autorità. In pratica, queste «condizioni»
trasferivano i poteri al Consiglio segreto. Anna, abituata a
condurre una vita povera e isolata tra il suo ducato
baltogermanico e le proprietà in Russia, accettò
immediatamente. Notizie dell’accordo trapelarono fra i
nobili radunati per l’incoronazione di Pietro II e il
Consiglio dovette fidarsi di loro; questi, però, si resero
conto delle evidenti pretese oligarchiche che il Consiglio
stava accampando. Al suo arrivo Anna fu avvertita della
situazione: la zarina si nominò colonnello di uno dei
reggimenti della Guardia e, sostenuta da questa, affrontò
apertamente i consiglieri facendo a pezzi le «condizioni» e
assumendo il potere assoluto. Così fallì miseramente
l’unico tentativo nel XVIII secolo di porre limiti
costituzionali al potere del sovrano. Per conciliare e
premiare la nobiltà Anna alleggerì le condizioni di servizio,
abrogò l’odiata legge sull’eredità, promulgata da Pietro nel
1714, e creò uno speciale Corpo dei cadetti nobili di
fanteria (1730) per offrire ai nobili un’educazione esclusiva.
Abolì, inoltre, il Supremo consiglio segreto, ridando al
Senato la sua dignità di organo supremo del governo.
Anna si portò dietro un seguito di cortigiani
baltotedeschi, tra cui il suo favorito, Ernst Bühren (Biron).
Il suo regno (1730-1740) rimase tristemente noto come
un’epoca di tirannia straniera, la bironovščina («il malefico
regno di Biron»), ma in realtà, a parte un certo numero di
tedeschi influenti, la sua amministrazione non fu né
particolarmente tedesca né particolarmente tirannica. La
sua cattiva reputazione fu costruita a posteriori dai
pubblicisti di colei che salì successivamente al trono: la
figlia nubile e spensierata di Pietro, Elisabetta (Elizaveta
Petrovna, 1741-1761), giunta al potere grazie a un colpo di
stato nel 1741. In quei casi denigrare il proprio
predecessore era tappa obbligata. Con il sostegno di
Francia e Svezia, ma in nome di una causa «nazionale» e
«petrina» contro gli «stranieri», Elisabetta prese il potere,
rovesciando e imprigionando il piccolo Ivan VI, pronipote
di Anna ed erede designato, insieme con la madre e
reggente tedesca. Non avendo figli, la nuova imperatrice
chiamò il nipote Karl Peter Ulrich a San Pietroburgo e lo
nominò suo erede legittimo: era il figlio di sua sorella Anna
Petrovna, duchessa di Holstein. Alla morte di Elisabetta nel
1761, Karl Peter le succedette come Pietro III, ma non
seppe gestire i suoi appoggi politici e nel giro di sei mesi fu
deposto dalla moglie, Sophie Auguste Friederike,
principessa di Anhalt-Zerbst, meglio nota come
l’imperatrice Caterina II (1762-1796). Il deposto monarca
morì poco dopo, ufficialmente per una «colica
emorroidale», in realtà in una rissa con le guardie che lo
custodivano.
Le riforme di Pietro I avevano desacralizzato la
monarchia agli occhi dell’élite e i legittimi sovrani potevano
ora essere deposti, anche con futili pretesti, da rivali più
abili o meglio organizzati. I nuovi reggimenti delle guardie
agivano come pretoriani o giannizzeri. Le lotte tra frazioni
a corte resero instabile il potere di quei sovrani che non
riuscivano ad affermarsi politicamente in fretta: è il caso di
parlare di una vera e propria politica della corte
autocratica. Ma questo non incrinò in alcun modo la
stabilità dell’autocrazia in quanto istituzione: come
dimostrarono i fatti del 1730, in epoca imperiale l’élite non
vedeva un’alternativa auspicabile al patto con la corona, che
le garantiva privilegi in cambio del riconoscimento del
diritto esclusivo di un sovrano autocratico.
Le relazioni internazionali: 1752-1763
Le turbolenze che seguirono la morte di Pietro non
alterarono la posizione internazionale della Russia, né
ostacolarono la sua costante ascesa verso il ruolo di grande
potenza. La Russia era adesso ben inserita nei giochi di
potere europei, mentre prima vi era stata coinvolta solo in
maniera marginale. In breve tempo fu strettamente legata
anche alle reti diplomatiche europee: mentre i sovrani
moscoviti precedenti, salvo rare eccezioni, non avevano
avuto stabili rappresentanti all’estero, Pietro e i suoi
successori inviarono delegazioni diplomatiche, aprirono
consolati e accolsero a San Pietroburgo ambasciatori di
altre potenze straniere. Pietro rese la Russia potenza
regionale dominante nel nord, e con i suoi successori,
anche grazie alle vittorie nella Guerra dei sette anni, il
paese assunse sempre maggiore importanza, fino a
divenire, nei decenni che precedettero la Rivoluzione
francese, una delle principali potenze territoriali europee.
La politica matrimoniale adottata dalla corte all’epoca di
Pietro il Grande sottolinea lo stato di «parvenu» della
Russia nell’ambito delle relazioni internazionali. I sovrani
moscoviti avevano cercato di rado una moglie all’estero, e le
figlie della casa regnante di solito non si sposavano. Pietro,
invece, si adeguò alla pratica internazionale delle alleanze
matrimoniali. Nel 1711, durante la sua visita in Francia, la
maggior potenza dell’epoca, lo zar offrì sua figlia Elisabetta
in sposa al delfino, proposta rinnovata da Caterina I nel
1725: la Russia sperava così di rimpiazzare la Svezia nel
sistema di relazioni e alleanze internazionali della Francia.
Luigi XV sposò invece Maria Leszczyńska, figlia del
candidato al trono polacco appoggiato dagli svedesi. Per il
figlio di Pietro, Alessio, e per le sue figlie e nipoti il
massimo che si riuscì a ottenere furono esponenti
principeschi minori di origine tedesca: nel 1711 Aleksej
sposò una principessa di Wolfenbüttel, che non fu costretta
nemmeno a convertirsi all’ortodossia, e le fanciulle della
casa reale divennero le duchesse Anna Ioannovna di
Curlandia, Ekaterina Ioannovna di Mecklenburgo e Anna
Petrovna di Holstein, con lo scopo di rafforzare l’influenza
russa sulla costa meridionale del Baltico. Elisabetta rimase
nubile. Un altro segno del prestigio relativo di cui godeva la
Russia fu la questione del titolo imperiale: ci vollero
decenni perché fosse universalmente riconosciuto e fu al
centro di inutili discussioni che guastarono parte dei
rapporti internazionali, soprattutto con la Francia.
Nel 1726 la Russia aderì al trattato ispano-austriaco di
Vienna, che le garantiva aiuto contro gli ottomani.
Nonostante ulteriori negoziati, la Russia combatté contro
la Francia nella Guerra di successione polacca (1733-1735),
cui seguì un conflitto a fianco dell’Austria contro gli
ottomani (1736-1739), grazie al quale, con il trattato di
Belgrado, la Russia riacquistò Azov. Sotto Elisabetta fu
respinto un tentativo di vendetta da parte degli svedesi,
che fece guadagnare territori in Finlandia; poi il paese si
prodigò per ottenere alleanza e sostegno da Austria e
Inghilterra, arrivando a inviare una spedizione militare sul
Reno nel 1748. Gli stretti rapporti con l’Austria
complicarono le relazioni con la Francia ma, dopo la
«rivoluzione diplomatica» che preannunciò la Guerra dei
sette anni (1756-1763), la Russia si trovò in guerra con
Francia e Austria contro la Prussia, sostenuta dagli inglesi.
Furono proprio la determinazione di Elisabetta e il peso
della potenza russa a sconfiggere il nemico e a fiaccare
infine l’abile Federico II di Prussia. Nel 1760 la notizia che
la zarina era malata rese più cauti i generali russi, e la sua
successiva morte nel 1761 salvò Federico dalla completa
distruzione. Come Federico ben sapeva, il successore di
Elisabetta, Pietro III, era un suo fervente ammiratore:
Pietro si ritirò immediatamente dalla guerra, restituì le
terre conquistate e strinse un’alleanza con la Prussia. Salita
al trono, Caterina II ripudiò le azioni di Pietro, ma ancora
debole nel suo ruolo e con la nazione esausta, non riprese
le ostilità: la guerra finì ufficialmente con il trattato di
Hubertusberg del 1763.
La sempre maggior considerazione della Russia a livello
europeo dopo l’annientamento della Svezia rispecchiava
l’affermarsi della sua forza militare e anche alcuni
cambiamenti nell’equilibrio tra le potenze: la Russia avanzò
così tanto proprio perché altri stati non riuscirono a
evitarlo. I francesi furono spesso distratti da altre questioni
e gli Asburgo considerarono la Russia un utile alleato. La
genialità di Carlo XII aveva fatto dimenticare che una
Svezia troppo estesa non aveva le risorse per mantenere la
sua posizione di dominio nella regione. La Polonia aveva
gradualmente perso terreno a livello internazionale e nel
1717 i dissensi tra la corona e la nobiltà che seguirono le
sconfitte di Federico Augusto permisero alla Russia di
controllarne completamente gli affari. La potenza
ottomana aveva raggiunto il suo culmine nel 1683; come
Pietro aveva scoperto a sue spese, era ancora temibile, ma
cominciò a tramontare quando gli ottomani, e i loro vassalli
tatari, non riuscirono a stare al passo con le innovazioni in
campo militare. Le altre potenze emergenti, vale a dire
Prussia e Inghilterra, avevano tutto l’interesse
(rispettivamente geopolitico e commerciale) a mantenere
buoni rapporti con il nuovo gigante del nord. Negli anni
che seguirono la morte di Pietro il Grande, la Russia si era
inserita sempre di più nella politica europea, ma le guerre
degli anni Trenta e Quaranta del Settecento, pur coronate
da qualche successo, non avevano avuto l’impatto della
Grande guerra del nord. La Guerra dei sette anni, invece,
nonostante il finale in sordina per la Russia, aveva di nuovo
messo in risalto, al di là di ogni ragionevole dubbio, la
potenza militare del nuovo impero.
La corona e la nobiltà
Nel 1763, grazie alle riforme di Pietro il Grande, la Russia
disponeva ormai di un gran numero di funzionari nati e
istruiti in patria. Pietro aveva legato a doppio filo la nobiltà
recente al nuovo e oneroso sistema di servizio, da cui
dipendeva la vita stessa dell’élite. Dal regno di Ivan IV il
servizio militare era sempre stato universale, ma
occasionale: i servitori accorrevano quando erano chiamati
a partecipare alla guerra, che in genere consisteva in una
serie di brevi campagne estive. Ora invece il servizio era
diventato a tempo pieno, permanente, e le carriere erano
definite in base alla tabella dei ranghi, un’innovazione che
durò fino al 1917. All’epoca imperiale il prestigio dipendeva
ancora dal lignaggio, ma anche, in misura persino
maggiore, dal rango stabilito dalla tabella. Questa era
composta da tre colonne (forze armate, servitori civili e
corte), ognuna delle quali elencava quattordici ranghi
paralleli, nei quali erano inseriti tutti gli impieghi statali.
La tabella, inoltre, legava in modo indissolubile nobiltà e
servizio: bastava arrivare sufficientemente in alto per
ottenere automaticamente un titolo nobiliare. Il grado
militare più basso (portabandiera), conferiva l’ultimo
rango, il quattordicesimo, nella tabella e garantiva titolo
nobiliare a chi non lo aveva; l’equivalente nella scala civile
era l’ottavo rango: assessore di collegio. La carica di
generale rientrava in uno dei quattro ranghi più alti,
riservati tra i civili solo al cancelliere (capo degli affari
esteri) e ai consiglieri privati del sovrano. Le promozioni
dipendevano dal merito e dall’anzianità di servizio, ma la
prima nomina della tabella riconosceva apertamente i
diritti di nascita. Poiché lo stato creato da Pietro necessitava
di una grande quantità di funzionari per l’esercito e
l’amministrazione, la via del servizio era aperta anche ai
non nobili. Gli aristocratici restavano tuttavia avvantaggiati
e nei decenni che seguirono il 1722 i ranghi più alti furono
prerogativa dei discendenti delle antiche famiglie
moscovite.
Con la morte di Pietro il rigore del sistema si allentò
immediatamente. Nel 1725, dopo l’ultima guerra contro la
Persia (1723-1724), la Russia era in pace, ma il paese era
ormai stremato. Il governo si dimostrò subito attento alla
difficile situazione dei contadini contribuenti e al bisogno
dei funzionari di avere a disposizione un po’ di tempo
libero per occuparsi dei propri affari privati: fu introdotto
rapidamente un sistema di licenze, segnando l’inizio di
una graduale e costante diminuzione del peso del servizio
nobiliare. Oltre ad abolire la legge sull’eredità del 1714 e a
unificare i diritti di votčina e quelli di pomest’e, Anna limitò
a venticinque anni il servizio dei nobili. In che modo l’élite
dovesse prestare servizio rimase tuttavia questione
rilevante per tutta la prima metà del secolo: con
l’alleggerirsi del sistema e il prosperare dell’economia, i
nobili cominciarono a dedicarsi sempre più ad altre
attività. Inoltre, l’urgenza che aveva spinto Pietro a
mobilitare ogni uomo disponibile non era più attuale: il
paese aveva ormai un numero sufficiente di ufficiali e
funzionari civili. Siccome sotto Elisabetta rifiutarsi di
servire era pratica illegale ma molto diffusa, si affrontò il
problema riunendo fra il 1754 e il 1766 una Commissione
legislativa che ricodificasse la legge statale. La bozza
elaborata dalla Commissione includeva la proposta di
cancellare il servizio obbligatorio; ma essa non fu mai
promulgata. Nel 1762, conclusa la Guerra dei sette anni, le
norme proposte furono incorporate in un manifesto che
Pietro III pubblicò poco prima della sua deposizione e che
aboliva completamente il servizio obbligatorio. Fu un
punto di svolta per la storia sociale della Russia. Da quel
momento i nobili erano obbligati a servire solo in periodi
di emergenza, e a garantire che i loro figli fossero
ugualmente pronti, rischiando altrimenti di cadere in
disgrazia e di venire esclusi dalla corte. Nei periodi
normali, però, tutti i nobili potevano decidere se servire o
no a loro piacimento. Molti continuarono a farlo: godeva di
grandi ricchezze solo un ristretto numero di magnati,
mentre la maggior parte dei nobili era povera, non
possedeva che pochi servi e a volte nemmeno un terreno.
Lo stipendio era una garanzia e il servizio, in quanto
prerogativa dei nobili, era considerato una via privilegiata
con cui acquisire favore e influenza. Ma in generale la
nobiltà diventò ora una classe di agiati proprietari terrieri,
che potevano dedicarsi ai propri possedimenti e ad attività
nate con la nuova cultura europeizzata dell’epoca
successiva alla morte di Pietro.
La nuova cultura
Prima di Pietro, la nobiltà condivideva la cultura
tradizionale della Moscovia che si basava sul Cristianesimo
ortodosso. Come abbiamo visto, durante il XVII secolo ci
furono le prime avvisaglie di un mutamento culturale,
mentre negli ultimi decenni del secolo cominciarono a
emergere nuove forme letterarie: «drammi scolastici» e
racconti popolari profani, cui si aggiunsero ulteriori segnali
della crescente secolarizzazione dell’élite, come il declino
della fede nei miracoli. Ma la visione che l’élite aveva del
mondo circostante era ancora sostanzialmente religiosa, e
si trattava di una cultura condivisa da ogni strato della
società. Le riforme di Pietro promossero ulteriori
cambiamenti e svilupparono, a corte e negli ambienti
aristocratici, una nuova cultura di tipo europeo. Oltre a
imporre nuovi requisiti per il servizio, il governo
intervenne direttamente anche nella vita quotidiana,
prescrivendo norme e regole che riguardavano la cultura
personale, l’aspetto esteriore, i titoli ufficiali e le dignità
pubbliche. Questo atteggiamento trovò la sua massima
espressione nella nuova capitale, San Pietroburgo. Pietro
costrinse magnati, nobili e mercanti a trasferirsi nel suo
«paradiso» ancora in costruzione e a erigere loro stessi
nuove case, secondo un progetto prescritto. Nei luoghi
pubblici furono esposti manichini a dimostrazione delle
nuove mode imposte. Lo zar, sebbene di gusti molto
frugali, pretendeva dai suoi maggiori cortigiani consumi e
lussi. Dedito in prima persona a baldorie
abbondantemente innaffiate di alcol, Pietro I istituì nel
1718 riunioni speciali per la nobiltà dette assamblei
(termine derivato dal francese): questi incontri si tenevano
in case private, in cui gli ospiti si dedicavano alla politesse,
vale a dire all’arte della conversazione, al gioco delle carte,
alla danza e all’intrattenimento delle dame. Queste ultime
vennero strappate dalla segregazione del terem e costrette a
unirsi agli uomini, in un’atmosfera di educata cordialità,
dove si suonava musica strumentale straniera, infrangendo
la secolare condanna ortodossa di simili diabolici
passatempi. (La politesse, con tante altre cose, era
obbligatoria: alle porte venivano poste delle guardie per
assicurarsi che nessuno andasse via troppo presto, e gli
ospiti – uomini e donne – che mancavano o si
comportavano «in modo improprio» potevano subire
punizioni.) Nel 1706 apparve il primo manuale di scrittura
epistolare e nel 1717 fu stampato un galateo intitolato
L’onorevole specchio della gioventù.
In questo processo il ruolo delle donne aristocratiche
mutò notevolmente rispetto alle vecchie tradizioni, in
genere molto restrittive. Così scrisse un osservatore
straniero a proposito della vita di provincia negli anni
Sessanta del Seicento: «Le donne sono tenute recluse come
schiave e devono lavorare tutto il giorno. Nessun uomo
può guardarle in viso e le figlie vengono maritate senza che
le abbia mai viste il fidanzato». Nel 1700 le donne che
vivevano in città furono obbligate a indossare nuovi vestiti
di foggia europea e nel corso del regno, soprattutto a San
Pietroburgo e a corte, si diffusero anche altre
caratteristiche della buona società occidentale. Nel 1724 un
altro osservatore straniero scriveva sulla vita di corte: «La
donna russa, fino a poco tempo fa rozza e ineducata, ha
subito un tale miglioramento che non ha ora più niente da
invidiare alle signore tedesche o francesi in fatto di
raffinatezza e buone maniere, e sotto certi aspetti, è
persino loro superiore». Ma lontano dallo sguardo dello
zar, i cambiamenti avvenivano in maniera più graduale e
discontinua (con maggior lentezza tra i cittadini di rango
non nobiliare), e a uniformarsi per primi furono gli aspetti
esteriori, non la mentalità; tuttavia, le fondamenta erano
ormai poste. Le donne ottennero anche un maggior
controllo sulla loro vita: i matrimoni forzati o troppo
precoci, ad esempio, furono vietati ufficialmente, e le
donne russe, rispetto alle loro contemporanee europee,
godettero di un incredibile potere decisionale riguardo alle
loro proprietà.
Le riforme di Pietro trasformarono i timidi mutamenti
culturali non ufficiali del XVII secolo in un fiume in piena
decretato per legge. Le nuove mode e i nuovi usi imposti,
in effetti, obbligavano i nobili a comportarsi come stranieri
nel proprio paese. Ma il nuovo regime, se da un lato
screditava le usanze tradizionali, dall’altro non
comprendeva ogni aspetto della sfera privata e personale.
Così, verso la fine del secolo, l’élite cercò di trovare nuovi
valori morali e filosofici tali da giustificare il proprio status.
Queste novità provocarono, però, anche una forte
resistenza: la maggior parte della nobiltà, che in casa
spesso ritornava ai vecchi vestiti moscoviti, non perse
completamente il contatto con la cultura popolare,
circondata com’era dai contadini e dalla vita che si svolgeva
sulle sue proprietà. L’osservanza religiosa, inoltre, continuò
a rappresentare una parte importante della loro esistenza.
Tuttavia, grazie a educazione e abitudini, nell’arco di una
generazione i nobili si adattarono alle loro nuove funzioni
e al loro nuovo aspetto: avevano interiorizzato le norme
pubbliche e i comportamenti derivati, di seconda mano,
dalla cultura europea del tempo.
La cultura e la mentalità dell’élite russa del XVIII secolo
subì, dunque, una rapida evoluzione. Cento anni dopo il
taglio della barba di Pietro nascerà Aleksandr Puškin
(1799-1837), futuro poeta nazionale russo, uno scrittore
europeo a tutti gli effetti: colto, cosmopolita e dandy,
Puškin era un uomo di mondo nel senso più ampio del
termine. Nelle prime fasi, fino a metà del secolo, furono
poste le fondamenta. In questo processo di acculturazione,
il sostegno e la fruizione di cultura da parte dell’élite
furono fondamentali, sebbene, stranamente, si sappia
ancora poco della corte imperiale in quanto istituzione. Il
mecenatismo di Pietro nei confronti della pittura e
dell’architettura incoraggiò i talenti stranieri e, più tardi,
quelli russi, tra cui il ritrattista Ivan Nikitin. Pietro e sua
sorella Natal’ja sostennero anche i primi teatri pubblici:
più tardi, nel 1757, fu creata una compagnia teatrale di
stato. Negli anni Trenta del Settecento le compagnie
straniere d’opera e ballo, con le loro relative orchestre,
divennero ospiti fisse della corte (con costi altissimi);
contemporaneamente (1738), Anna fondò una scuola per
cantanti russi, allo scopo di mantenere viva la tradizione
della musica corale indigena. Questa fu anche un’epoca di
grandi dibattiti sulla lingua e sulle forme letterarie più
adatte alla poesia e al teatro, pensate soprattutto per le
feste a corte: nel 1731 l’Accademia delle scienze pubblicò il
primo dizionario e all’interno dell’Accademia fu fondata
un’Assemblea russa (1735-1741) per migliorare la lingua
delle traduzioni, che iniziarono a proliferare. Aleksandr
Sumarokov, autoproclamatosi il «Racine russo», tradusse
l’Art poétique di Boileau e scrisse versi e drammi neoclassici
per esemplificarla. Le istituzioni educative vennero
ampliate e la pratica di ingaggiare precettori privati
stranieri (notoriamente di qualità davvero disparate) si
diffuse tra i nobili di più alto rango. Funzionari statali
come il direttore delle miniere Vasilij Tatiščev (morto nel
1750) diffusero conoscenze scientifiche e ingegneristiche
anche in provincia. Tatiščev, che viveva a Ekaterinburg e
amministrava l’industria metallurgica statale degli Urali, si
era laureato a Uppsala in Svezia: fu geografo, statistico,
naturalista e storico, e mantenne buoni rapporti con
l’Accademia delle scienze.
Sebbene l’Università dell’Accademia vivacchiasse, nel
1755 ne fu fondata un’altra a Mosca che divenne (ed è
ancora oggi) il più importante istituto di istruzione
superiore in Russia. I suoi creatori furono il colto
cortigiano Ivan Šuvalov, un favorito dell’imperatrice
Elisabetta, interessato all’educazione e alla vita
intellettuale, e lo straordinario genio Michail Lomonosov,
l’«uomo universale» della Russia. Figlio di un pescatore e
mercante di pesce benestante del Mar Bianco, formalmente
un contadino, Lomonosov imparò a leggere da alcuni
parenti e da un prete locale, nascose le sue origini per
potere ricevere un’istruzione secondaria a Mosca, studiò a
San Pietroburgo e fu mandato all’università in Germania.
Fu uno dei primi membri russi dell’Accademia delle
scienze, che alla metà del secolo cominciò ad avere tra le
sue file anche studiosi nativi, e compì un importante lavoro
pionieristico in una grande varietà di campi (chimica, fisica,
storia, grammatica, poesia di corte, fabbricazione del vetro
e mosaico), oltre a occuparsi direttamente
dell’amministrazione dell’Accademia. Lomonosov scalò la
tabella dei ranghi, diventando infine consigliere di stato
(rango quinto), nobile e proprietario di servi. La sua fu una
carriera unica, ma comunque sintomatica della rapida
evoluzione del periodo.
Accanto alle belles lettres fecero la loro apparizione le
prime opere sulla storia della Russia, parte di un mercato
librario in espansione, benché ancora molto limitato, che
includeva anche i primi giornali letterari. Nel 1757 fu
fondata un’Accademia delle arti. Le lingue straniere
divennero di moda, prima fra tutte naturalmente il
francese, la lingua dell’eleganza, della diplomazia e di
Versailles. (Il latino fu confinato nei seminari ecclesiastici.)
La maggioranza di questi processi riguardò le capitali, la
più alta nobiltà e l’aristocrazia, mentre i nobili di basso
rango non erano ancora a loro agio con queste novità:
l’aristocratico di provincia Andrej Bolotov, che in seguito
diverrà un famoso agronomo e memorialista, racconta del
suo stupore quando da giovane, durante la Guerra dei sette
anni, vide per la prima volta una libreria piena di volumi a
Königsberg.
Nelle famiglie nobili più colte anche alcune donne
studiavano le lingue e leggevano libri, cimentandosi
addirittura in ambito letterario. Le prime poesie pubblicate
da una donna, Ekaterina Sumarokova, apparvero nel 1759
sulla «Trudoljubivaja pčela» (Ape operosa), la rivista del
padre drammaturgo Aleksandr Sumarokov. Tutto questo
preannunciò l’ascesa al trono nel 1762 dell’autrice più
prolifica del secolo, Caterina II, un’«intellettuale con la
corona».

6. Imperator Vserossijskij. L’aggettivo che indica chi è di etnia russa è


russkij. Da Rossija, parola di origine latina per Russia, derivò la forma
aggettivale rossijskij, che si riferisce alla totalità dei paesi e dei popoli
sotto il dominio russo. Questa distinzione non esiste nell’inglese,
che usa Russian per entrambe. (NdA) [In italiano questa distinzione
è resa con il plurale nell’espressione «zar di tutte le Russie». (NdT)]
IV
La Russia e l’Europa:
apogeo e declino dello stato autocratico
1760-1860

Sotto Caterina II l’impero russo divenne una potenza di


primo piano, che continuò a espandersi a scapito dei suoi
avversari storici. Il sistema creato da Pietro il Grande si
dimostrò in grado di superare le sfide della Rivoluzione
francese e della prima industrializzazione, cui si aggiunse
la disfatta dell’esercito napoleonico nel 1812, che rese la
Russia la maggior potenza militare europea. Eppure
l’autocrazia non aveva gli strumenti per far fronte agli
sviluppi ideologici ed economici internazionali del XIX
secolo, e il crescente malcontento interno culminò nella
fallita rivolta «decabrista» del 1825. Così, malgrado la
Russia non fosse stata quasi toccata dalle correnti
nazionaliste e rivoluzionarie che seguirono l’epopea
napoleonica, la clamorosa sconfitta della Guerra di Crimea
rivelò chiaramente le deficienze del sistema.
Il sistema servile assolutistico:
rafforzamento interno e decadenza
Il secolo compreso tra la Guerra dei sette anni e la Guerra
di Crimea segna l’apogeo e la fine del sistema sociopolitico
petrino. I governi successivi dovettero cimentarsi con i suoi
stessi compiti primari: ottenere l’efficienza
dell’amministrazione e il mantenimento di una forza
militare in un vasto stato contadino. I diversi stili e le
priorità politiche di ciascun monarca mettono in risalto la
centralità del singolo sovrano nel sistema autocratico, e il
corso del loro regno dimostra anche gli effetti deleteri
dell’età per i sovrani assoluti che restano a lungo in carica.
Il sistema giunse a maturità con la Rivoluzione francese e
le guerre napoleoniche, che rappresentarono sfide cruciali
dal punto di vista ideologico, politico e militare. Fino ad
allora ogni cambiamento era stato guidato dal governo:
Pietro I e Caterina II furono decisamente più radicali delle
élite che li circondavano. Ma dopo il 1789 i monarchi
assursero al ruolo di guardia del potere legittimo e dello
status quo, mentre una minoranza dell’élite sposava valori
più radicali. Questo processo culminò nella fallita rivolta
decabrista del 1825, ultima «rivoluzione di palazzo» ma
anche primo tentativo rivoluzionario di sovvertire il
regime. Dopo il fallimento dei decabristi, Nicola I
riaffermò il controllo autocratico, costringendo i dissidenti
a nascondersi o a espatriare fino agli anni Sessanta
dell’Ottocento. Tuttavia, il suo regno portava già in sé i
germi della dissoluzione.
Caterina II
Caterina II, la Grande (1762-1796), giunse al potere tramite
un colpo di stato organizzato dal suo amante Grigorij
Orlov, ufficiale della Guardia, e dai fratelli di lui. Con le
misure prese nei confronti della Chiesa, dell’esercito e del
Senato, cui si aggiunse la sua impopolare politica estera, il
marito Pietro III, profondamente inadatto al trono, era
riuscito in sei mesi a inimicarsi buona parte dell’élite laica
ed ecclesiastica. Pietro promulgò leggi importanti che
riguardavano questioni cruciali, ma siccome trattava male
l’intelligente e ambiziosa moglie, questa temette (così
sostenne in seguito) di finire in convento; quando i
sostenitori di Caterina fecero sollevare l’esercito e la
Guardia a suo favore, la posizione di Pietro si sgretolò. Lo
zar fu deposto, secondo l’espressione sarcastica di Federico
II, «come si manda a letto un bambino». Caterina fu
proclamata imperatrice, prevenendo il figlio di otto anni
Paolo, che appariva l’erede più logico, e i suoi sostenitori.
Caterina, senza alcun diritto dinastico, dichiarò di aver
assunto il potere per volontà del popolo e per salvare
l’ortodossia dall’indegno Pietro III. Sebbene non
particolarmente religiosa, per tutto il regno ostentò, come
la superstiziosa Elisabetta, un’osservanza scrupolosa
dell’ortodossia e una pubblica devozione. Inaugurò il regno
con l’assassinio del marito, seguito a breve dall’omicidio di
Ivan VI; imprigionato dal giorno della sua deposizione
ancora bambino nel 1741, Ivan fu ucciso dalle sue guardie
nel 1764 durante un tentativo di putsch.
Tuttavia, il regno di Caterina fu un periodo di prosperità
e forza. La zarina ascese al trono in una difficile
congiuntura per la storia d’Europa: la Guerra dei sette anni
aveva ridotto allo stremo i paesi coinvolti e la successiva
pace dava ai governi la possibilità di rafforzare la società e
far riprendere l’economia. Fu l’epoca dei cosiddetti
«despoti illuminati», o dell’«assolutismo illuminato»,
definizioni che gli storici adottarono per indicare i
monarchi assoluti di questo periodo, da Caterina II, a est,
fino a Carlo III di Spagna, a ovest, figure che tra il 1760 e la
Rivoluzione francese, per portare avanti la costruzione
sistematica dello stato, intrapresero notevoli riforme di
stampo illuminista. Il loro scopo principale era il potere
dello stato; le idee e i valori dell’Illuminismo entravano in
gioco solo nella misura in cui contribuivano a far ottenere
questo risultato. Anche l’umanitarismo illuminista aveva la
sua importanza, ma era per motivi fortemente utilitaristici
che i governi si preoccupavano di legge, buona
amministrazione, istruzione, salute pubblica, condizioni
dei contadini e crescita della popolazione; il benessere
comune e la forza militare erano strettamente legati. Molte
riforme riflettevano comunque il cameralismo ancora
dominante, che in alcuni autori si combinava con il nuovo
interesse dei fisiocrati francesi per l’agricoltura, una
questione centrale nella politica europea di metà secolo.
Caterina, mossa in sostanza dalle stesse preoccupazioni
dei suoi predecessori del Settecento, vale a dire rafforzare il
paese sia internamente sia in politica estera, continuò
molte tendenze già esistenti. Nel primo periodo del regno
si occupò molto degli affari di stato, vivendo però anche
anni di sperimentazione e una evidente fase di
apprendimento. Nel 1774 trovò la sua strada e nel decennio
successivo intraprese una serie di iniziative giuridiche,
abbandonandosi a quella che lei stessa definì legislomania;
la sua insaziabile volontà di rinnovamento si affievolì solo
dopo gli anni Ottanta. Rispetto alla relativa indifferenza
dimostrata da Anna ed Elisabetta verso gli affari di stato,
Caterina si rivelò un’attivissima riformatrice, sul modello
di Pietro il Grande; i suoi scritti sono più numerosi di quelli
di tutti gli altri Romanov messi insieme. Le forze militari
russe vennero revisionate e consolidate perché si
risollevassero dalle fatiche della guerra, un conflitto che
aveva prosciugato le casse del Tesoro. Il Senato,
inizialmente, non era nemmeno in grado di quantificare
con precisione l’entità delle entrate: sotto Caterina le
finanze vennero rimesse in sesto e si incentivò la crescita
economica, soprattutto attraverso il commercio. Ma nel
giro di pochi anni nuove guerre portarono all’ennesimo
indebitamento con l’estero e all’introduzione nel 1769 delle
prime banconote (assignacii); più tardi le spese
aumentarono a dismisura. Caterina prestò allora
particolare attenzione all’apparato amministrativo: dopo le
parziali riforme degli anni Sessanta, lo Statuto delle
province del 1775 e la legislazione degli anni Ottanta (in
particolare lo Statuto per il buon ordine, o di polizia, del
1782 e le Carte alla città e alla nobiltà del 1785), Caterina
cercò di sveltire il funzionamento degli uffici centrali e di
liberare il potenziale della nazione, affrontando un
problema cronico dei governi russi: lo squilibrio tra centro
e provincia. Così demandò il potere amministrativo (ma
non il controllo politico) alle città e alle province, dando
maggiore autonomia alle comunità locali e coinvolgendo
negli affari provinciali i nobili che non prestavano servizio.
Il nuovo sistema amministrativo del 1775 fu realizzato per
gradi nel corso dei due decenni successivi e venne
applicato anche a zone con tradizioni differenti, come
Ucraina e Livonia: le popolazioni e le amministrazioni di
questi territori dovettero uniformarsi al modello centrale
della Grande Russia. La riforma di Caterina sembra aver
funzionato meglio a suo tempo di quanto gli storici
generalmente siano portati a concedere. Tuttavia, il
governo provinciale rimase debole: i proprietari terrieri
continuavano ad avere più autorità delle amministrazioni
locali, tanto che alla fine del secolo il sistema scricchiolava.
Caterina manifestò un vivace interesse per la politica
sociale. Di estrema importanza era la questione della
crescita demografica, colonna portante della teoria
cameralista, con ovvie implicazioni militari e finanziarie.
Malgrado l’Europa si trovasse in piena crescita
demografica, giustificando le cupe previsioni esposte da
Thomas Malthus in Saggio sul principio di popolazione (1798),
la maggior parte dei governi del XVIII secolo riteneva
troppo esigua la propria popolazione. La crescita
demografica poteva essere incrementata migliorando la
sanità pubblica, tramite il benessere sociale e la filantropia
(questioni insieme pratiche, economiche e morali) ed era
inoltre collegata alla condizione dei contadini e dei servi
della gleba, di cui parleremo più avanti. Altri problemi
centrali erano l’istruzione, la sicurezza e il rispetto delle
leggi, dai quali non dipendeva solo l’amministrazione, ma
anche la pace e la produttività delle città e delle campagne.
Il nuovo governo cercò di affrontare attivamente le varie
problematiche nel corso del regno. Per aumentare la
popolazione, sul Volga e sul Mar Nero vennero fondate
colonie, dove si insediarono fuggitivi tornati in patria e
immigrati tedeschi. Furono istituiti alcuni orfanotrofi. Un
nuovo collegio medico sovrintendeva alla costruzione di
ospedali e nel 1768, con gesto «illuminato», e molto
teatrale, per combattere l’ignoranza popolare e sconfiggere
le epidemie, Caterina fece vaccinare pubblicamente sé e il
figlio Paolo contro il vaiolo (l’AIDS del XVIII secolo). Lo
Statuto di polizia del 1782 costituì i Comitati per
l’assistenza sociale, che avevano ampie responsabilità a
livello locale. Nel campo dell’istruzione il risultato
maggiore fu raggiunto istituendo un sistema scolastico
nazionale, creato negli anni Ottanta sul modello di Prussia
e Austria. Tuttavia, sebbene perfettamente in linea con il
pensiero pedagogico dell’epoca, la riforma non rispondeva
alle necessità della popolazione nel suo complesso. Il
sistema non disponeva né di fondi sufficienti né di un
numero valido di insegnanti e, nonostante le continue
discussioni in materia, non furono fondate nuove
università.
È all’ambito giuridico che Caterina deve, dunque, la sua
massima reputazione: il titolo «Grande», che le fu offerto
dalla Commissione legislativa nel 1767, rimase per sempre
legato al suo nome, pur essendo rifiutato ufficialmente
dalla zarina. Dall’epoca di Pietro il Grande ogni governo di
una certa importanza aveva cercato di affrontare lo spinoso
problema delle leggi russe e della loro codifica.
L’infruttuosa Commissione legale di Elisabetta, attiva dal
1754 al 1766, fu rimpiazzata da Caterina che nel 1765 decise
di convocarne una propria, elettiva e ampiamente
rappresentativa, per la quale scrisse lei stessa una serie di
principi guida, il Nakaz (Istruzione) del 1767, traendo
ispirazione dalle maggiori autorità dell’epoca (soprattutto
Montesquieu). La Commissione per l’elaborazione di un
progetto al nuovo codice del 1767 fu un’impresa molto
seria, ingiustamente criticata sia al tempo di Caterina sia in
seguito soltanto perché ebbe vita breve e fu incapace di
produrre un nuovo codice. La sua assemblea principale fu
sospesa nel 1768, allo scoppio della guerra contro i turchi;
quelle secondarie, dedicate a temi specifici, intorno al 1774.
Ma contrariamente a quanto si crede, questa istituzione
rappresentò un tentativo reale (benché forse troppo
ottimistico) di codifica delle leggi; le riunioni furono
sospese per impedimenti concreti e la sua infrastruttura
ecclesiastica mantenuta fino al 1796, per poi essere
assorbita dalle commissioni dei regni successivi. Solo nel
1830, con il governo di Nicola I, si riuscirà a completare una
Raccolta completa delle leggi russe in 44 grossi volumi, e un
nuovo Digesto codificherà infine la legislazione esistente,
rivelandosi un’aggiornata e autorevole fonte giuridica. La
Commissione di Caterina raggiunse comunque risultati
considerevoli: per l’imperatrice rappresentò uno strumento
fondamentale tramite cui consolidare la propria posizione
politica, creando un forte consenso nazionale intorno alla
legge del suo regno, e per conoscere opinioni e aspirazioni
dei gruppi sociali che costituivano la Commissione. I lavori
mostrarono che la maggior parte dei deputati nobili e i
cittadini erano incolti, egoisti e conservatori; l’imperatrice
capì che misure radicali non sarebbero state né comprese
né appoggiate. I documenti e le bozze della Commissione,
che formano un insieme più o meno coerente, fornirono
una gran quantità di informazioni sulle problematiche
locali e sui bisogni nazionali, che la zarina tenne sempre
presente nella sua ulteriore attività legislativa.
Caterina, una donna in un ruolo maschile in un mondo
di uomini, ha goduto di fama controversa. Le curiosità e gli
aneddoti sulla sua vita privata hanno spesso oscurato i
traguardi concreti raggiunti durante il suo regno; il suo
modo di trattare contadini e nobili è stato condannato in
modo anacronistico; la sua amicizia con Voltaire e con
Diderot, interpretata in maniera semplicistica, come un
cinico esercizio di public relations. In realtà Caterina era
una donna relativamente colta, in straordinaria sintonia
con la vita culturale dell’Europa illuminista dell’epoca e,
come altri suoi contemporanei, tra cui Federico di Prussia,
possedeva fini doti politiche, oltre a un’intelligenza pratica,
volte ad accrescere al massimo la potenza, il prestigio e
l’influenza della Russia, e naturalmente quelli suoi
personali. A tale scopo furono finalizzate sia la politica
interna sia quella estera. Caterina, inoltre, fu una sovrana
dell’Ancien Régime, separata dal mondo moderno dallo
spartiacque della Rivoluzione francese, di cui divenne
acerrima nemica quando, nei suoi ultimi anni, le nuove
idee francesi misero in discussione la monarchia assoluta
da lei rappresentata. Caterina si rivelò una sovrana capace
e influente, fortunata o abile nella scelta dei collaboratori:
gli straordinari generali Grigorij Potëmkin (con cui
probabilmente si sposò in segreto), Pëtr Rumjancev e
Aleksandr Suvorov, nonché il perno del suo governo per la
maggior parte del regno, vale a dire il procuratore generale
(primo ministro e ministro delle Finanze in un’unica
carica), Aleksandr Vjazemskij. Caterina interpretò il suo
ruolo di imperatrice seguendo la tradizione europea e
condusse in prima persona una politica estera che in
termini di Realpolitik ebbe un grande successo. La sua
corte, istruita e vivace, presiedette alla fioritura culturale
inaugurata da Pietro il Grande. La sua è stata
tradizionalmente vista come l’«età d’oro» della nobiltà
russa da poco «emancipata», il periodo in cui la corte e
l’élite vissero maggiormente all’unisono e la cultura
aristocratica raggiunse il suo massimo splendore, anche se
ai piedi della gerarchia continuavano a esserci nobili
talmente poveri da coltivare loro stessi le proprie terre
come contadini. Con una donna al governo si adottarono
atteggiamenti e costumi notevolmente differenti dagli usi
marziali dei sovrani Romanov di sesso maschile: i selvaggi
costumi dell’epoca di Pietro furono sempre meno accettati
nell’alta società. Caterina, presumibilmente priva di
orecchio musicale e indifferente all’arte culinaria, patrocinò
arti come il teatro, l’opera, la letteratura (lei stessa fu
autrice prolifica), l’architettura e la pittura: fece costruire
un’enorme quantità di edifici e fu un’avida collezionista. Fu
lei a fondare l’attuale collezione dell’Ermitage a San
Pietroburgo.
Paolo I, Alessandro I, Nicola I
A Caterina successe il figlio Paolo I (1796-1801). Tenuto in
disparte, pieno di risentimento, per tutto il regno della
madre, Paolo, come il padre putativo Pietro III, era di
equilibrio instabile e privo di giudizio. Appena salito al
trono varò una nuova legge di successione (1797),
prescrivendo la primogenitura, e nel corso del suo regno
restituì al governo centrale un saldo controllo sul sistema
di autonomie locali voluto dalla madre e ora alquanto
potenziato. Il nuovo zar, amante delle uniformi e delle
parate, inaugurò la militarizzazione della vita ufficiale che
divenne tratto distintivo del XIX secolo. Ma il suo eccessivo
rigore nei confronti dell’esercito e delle élite civili, nonché i
suoi colpi di testa in politica estera crearono un clima di
forte scontento che culminò nella sua deposizione,
avvenuta tramite colpo di stato, con il benestare del figlio
ed erede, il granduca Aleksandr. Lo zar fu strangolato
accidentalmente durante una rissa. Aleksandr, sconvolto,
giunse al potere da parricida.
Alessandro I (1801-1825) riuniva in sé interessi militari e
un’educazione idealista (ebbe per tutore un repubblicano
svizzero). La sua grande cultura personale, la raffinatezza e
il talento diplomatico fecero di lui uno dei sovrani più
affascinanti della dinastia dei Romanov. Dopo Paolo, in
quello che Puškin definì «lo splendido inizio dei giorni di
Alessandro», si respirava un’aria di novità e cambiamento:
il suo governo segnò la piena maturità della nuova cultura.
Alessandro si trovò di fronte agli eterni problemi russi di
governo, ora esacerbati dall’eredità ideologica della
Rivoluzione francese, dall’instabilità dell’Europa
napoleonica e dall’emergere della rivoluzione industriale.
Lo zar si dichiarò amante delle Costituzioni, ma non poté
contare né su una sicurezza politica né sull’appoggio delle
classi sociali che gli avrebbero permesso di cambiare il
sistema autocratico. Per Alessandro, inoltre, la
Costituzione non era uno strumento per bilanciare ed
equilibrare il potere, ma soprattutto un mezzo per rendere
più efficiente l’amministrazione del paese. Egli concesse
costituzioni alle zone periferiche dell’impero e ai suoi stati
satelliti, Polonia, Finlandia e le isole Ionie. Tuttavia,
nonostante i numerosi progetti commissionati, in patria
mantenne intatti i propri poteri, e le sue misure, come
quelle dei suoi predecessori, furono finalizzate a migliorare
esclusivamente il funzionamento dell’amministrazione e
dell’esercito: ministeri centrali per sostituire i Collegi di
Pietro, maggiori requisiti culturali per i funzionari civili, un
rinnovato sistema educativo basato su sei nuove università.
Ma il vero dilemma del suo regno fu una questione che
acquisiva sempre maggiore peso: la servitù della gleba.
Anche qui Alessandro cercò i mutamenti in periferia
(province baltiche e Ucraina) ma adottò solo misure
limitate al centro, e le famose colonie militari, fondate per
diminuire i costi dell’esercito sotto la severa direzione del
primo ministro Aleksej Arakčeev, combinarono
efficacemente le strutture militari ai villaggi contadini.
Istituite nel 1810, rimasero attive fino al 1858.
Tuttavia, fu la guerra ad assorbire molte delle energie di
Alessandro: l’epoca napoleonica portò la Russia prima alla
catastrofe, poi al trionfo negli anni tra il 1812 e il 1815. La
vittoria russa su Napoleone fornì una prova inconfutabile
del grado di forza e resistenza di cui disponeva l’esercito
russo (in particolare la sua artiglieria), nonché del recente
sviluppo nel meridione del paese, da cui provenivano i
rifornimenti delle truppe. Ma rappresentò anche la
supremazia delle tecniche di combattimento adottate nelle
steppe moscovite (attacco fulmineo e ritirata, uso di truppe
popolari e irregolari, sfruttamento delle grandi distese e
della scarsità di cibo) sull’organizzazione militare
dell’Europa occidentale e su tattiche e strategie che, in uno
scenario diverso, avevano dato risultati straordinari. Alla
vigilia dell’invasione francese Alessandro ebbe una crisi
religiosa e si convertì a un evangelismo mistico di carattere
ecumenico, che si espresse nella sua adesione alla Santa
Alleanza (1815). Il suo iniziale entusiasmo per la Società
biblica russa, di ispirazione protestante, che fondata nel
1813 aspirava a rendere accessibili a tutti le scritture, si
raffreddò nel 1819, quando tornò a un’ortodossia più
tradizionale, in linea con le scelte politiche dell’ultima
parte del suo regno. La guerra, però, lasciò in eredità
un’economia a brandelli: stabilizzare la moneta ormai
inflazionata divenne questione cruciale, e i tecnici del
governo si resero conto che lo sviluppo industriale, ben
avviato nel resto d’Europa, in Russia arrancava. Dopo il
Congresso di Vienna (1815), che stabilì nuovi equilibri
nell’Europa postnapoleonica, ma soprattutto dopo il 1820,
vi fu una sterzata autoritaria contro ogni forma di dissenso:
il governo si concentrò soprattutto sulla stabilità interna e
sulla lotta alle rivoluzioni e ai disordini in Europa. A questo
scopo, per la collaborazione internazionale tra le grandi
potenze e il mantenimento dello status quo in Europa,
promosse la Santa Alleanza, la Quadruplice Alleanza e il
«sistema dei congressi». Le posizioni assunte da
Alessandro nell’ultimo periodo del suo regno gli
inimicarono l’ala più riformatrice e idealista della nobiltà,
provocando infine la rivolta dei decabristi, giovani
aristocratici, per la maggior parte membri dell’esercito, che
tentarono un colpo di stato per cambiare il regime. La
Società settentrionale organizzò un’insurrezione a San
Pietroburgo il 14 dicembre 1825, e la settimana successiva i
colleghi della Società meridionale, nata in una base
militare in Ucraina, con l’aiuto dei membri di rango più
basso della Società degli slavi uniti, cercarono di marciare
su Kiev. La «prima rivoluzione russa» fu confusa e
disordinata e venne soppressa senza difficoltà. I decabristi
non sono passati alla storia come abili rivoluzionari, ma
come eroici martiri.
Il fratello minore di Alessandro, Nicola I (1825-1855) salì
al trono attraverso il sangue degli ammutinati decabristi.
Convinto che Dio l’avesse sostenuto, dedicò la sua vita a
combattere l’idra della ivoluzione e a difendere il potere
autocratico, la stabilità interna e il ruolo della Russia sullo
scacchiere internazionale. In seguito agli eventi del 1825
creò un nuovo corpo di polizia, la Gendarmeria pubblica, e
la «Terza sezione» segreta (della Cancelleria di sua Maestà),
che venne incaricata di controllare, ma anche plasmare
l’opinione pubblica, nonché di sorvegliare il governo.
Nuovi metodi e nuove istituzioni, come la Cancelleria
stessa, il potenziamento degli organi di censura e l’uso di
aiutanti come rappresentanti personali, resero più
semplice l’intervento diretto nella vita sociale e in quella
ufficiale. Servire lo stato autocratico era uno degli ideali di
Nicola I, che in un’occasione affermò: «Tutta la vita è un
servizio». Riformatore dalle idee conservatrici, Nicola si
impegnò seriamente per migliorare il governo del paese,
ma interpretò in modo molto personale il proprio potere
autocratico. La servitù della gleba rappresentava una
questione ancora troppo scottante per subire un serio
cambiamento, tuttavia una radicale riorganizzazione dei
contadini di stato poteva fornire un modello per il futuro.
Nel 1835, con un nuovo Statuto, il sistema educativo fu
ammodernato secondo le esigenze statali. Nicola compì
notevoli sforzi anche in campo giuridico: la legge
rappresentava per lui uno degli strumenti più efficaci
tramite cui esercitare il potere autocratico. Oltre a
completare la codificazione delle norme, lo zar fondò una
scuola imperiale di giurisprudenza, che offriva una
formazione ampia e approfondita. Intanto, all’interno dei
ministeri stava nascendo una nuova classe di giovani e
ambiziosi «burocrati illuminati», pronta a diventare da lì a
breve protagonista nelle «grandi riforme» degli anni
Sessanta. L’amministrazione civile fu ampliata in maniera
eccessiva e finì per ingigantire l’apparato burocratico.
Nacque la figura del piccolo funzionario in uniforme, una
categoria sociale ben definita, che divenne eroe e antieroe
del nuovo romanzo realista. Negli anni Trenta si revisionò
il sistema militare, senza riuscire, tuttavia, a ottenere
cambiamenti radicali: organizzare truppe di riserva si
rivelò di difficile attuazione, gli alti comandanti si
dimostrarono sempre più conservatori e troppo legati alle
loro cariche, e i problemi finanziari impedirono alla Russia
di stare al passo con le rapide innovazioni tecnologiche in
ambito militare. Stessa sorte subirono, a causa di
impedimenti economici e di forti pregiudizi ideologici, sia
l’industria sia la costruzione di una rete ferroviaria, che lo
stato non promosse a sufficienza. Secondo il conte Egor
Kankrin, ministro delle Finanze, i treni favorivano il
vagabondaggio e alimentavano «l’inquieto spirito dei nostri
tempi». Seguendo la tradizione mercantilista inaugurata da
Pietro il Grande, i suoi successori avevano sostenuto le
imprese private e fondato industrie di stato a scopi
nazionali, soprattutto bellici. Ma da allora, lo sviluppo
industriale aveva prodotto anche effetti collaterali,
giudicati sempre più indesiderabili, nonostante le
comprovate necessità. Elisabetta aveva promulgato decreti
che limitavano la presenza delle industrie nelle città per
evitare sia la penuria di cibo e combustibile sia il
comportamento sedizioso dei lavoratori (dagli anni
Quaranta dell’Ottocento il fenomeno europeo del
«proletariato» inizierà a rappresentare una vera e propria
minaccia sociale). L’industrializzazione, quindi, sebbene
non del tutto osteggiata, non fu neppure promossa dallo
stato, che lasciò tutto in mano all’iniziativa privata.
Nemmeno la tecnologia militare fu considerata priorità del
governo: nella Guerra di Crimea la marina russa, formata
da imbarcazioni a vela, si scontrò con le navi a vapore degli
alleati, mentre i carri dei contadini rimanevano bloccati
nella steppa per la mancanza di una rete ferroviaria
strategica.
La visione esaltata del proprio ruolo, che Nicola
attribuiva a Dio, da tempo non era più condivisa dalla
società europea e da quella russa, in cui il cambiamento
incoraggiava nuove idee e segnali di mobilità sociale. In
Russia il sistema educativo creato da Alessandro stava
formando, dentro e fuori dell’apparato statale, individui
istruiti. La legge sul diritto d’autore del 1828 aveva favorito
la diffusione della stampa, e le nuove idee filosofiche
provenienti da Francia e Germania avevano grande
risonanza negli ambienti intellettuali. In questo periodo,
alla figura del burocrate si affiancò l’intellighenzia (vedi
oltre), e vennero poste le fondamenta di una società civile.
Questa fu anche, in Europa, l’epoca della nascita del
nazionalismo che, nato da uno scontro con l’universalismo
napoleonico, influenzò l’atteggiamento del governo e il
sentimento delle periferie. L’insurrezione polacca del 1830-
1831 rifletteva una resistenza al dominio russo che risaliva
allo smembramento del paese nel XVIII secolo. A Kiev nel
1846-1847 la Società di Cirillo e Metodio, tra i cui fondatori
vi era anche il poeta nazionale ucraino Taras Ševčenko,
propugnava l’unità e la federazione degli slavi, nonché la
cultura e l’indipendenza dell’Ucraina; il suo programma si
ispirava in parte ai decabristi della Società degli slavi uniti.
L’esercito risolse rapidamente la questione polacca, e la
Terza sezione si occupò degli ucraini. Intanto il conte
Sergej Uvarov, orientalista poliglotta, colto presidente
dell’Accademia delle scienze e a lungo ministro
dell’Istruzione, reagì a queste tendenze formulando nel
1833 una dichiarazione d’intenti del suo ministero, che si
trasformò in ideologia pubblica e glorificazione
dell’assolutismo di Nicola. La dottrina della «nazionalità
ufficiale» di Uvarov riassumeva la grandezza e l’unicità
della Russia governata dallo zar nella trinità di autocrazia,
ortodossia e nazionalità. Quest’ultima rappresentava un
concetto alquanto vago (narodnost’, la qualità rappresentata
dal o riferita al popolo) che Uvarov faceva coincidere con
quello di servitù, un istituto da lui approvato e incoraggiato
in base alla teoria che i proprietari terrieri con servi
rappresentavano il fondamento dell’autocrazia. Ma dopo il
1848 i tentativi del governo di controllare la società
divennero così estremi che persino Uvarov finì per
dimettersi e Michail Pogodin, sostenitore di una politica
conservatrice, accusò addirittura il governo di imporre «la
pace di un cimitero, fetido e marcio sia fisicamente sia
moralmente».
In politica estera la «nazionalità ufficiale» si espresse
nella ricerca di stabilità e legittimazione in Europa: l’aiuto
fornito ai rivoluzionari greci ortodossi contro il sultano
turco fu modesto e poco deciso, e nel 1849 Nicola appoggiò
militarmente gli austriaci contro i moti ungheresi. La
repressione dei polacchi, la minaccia dell’espansione russa
verso est e gli evidenti progetti di Nicola su Costantinopoli
provocarono forti reazioni, alimentando la russofobia in
Inghilterra e in Francia. Tra il 1815 e il 1853 la Russia non si
impegnò in nessuna guerra davvero importante. Il governo
di Nicola godette all’interno di un notevole consenso,
grazie al quale si difese bene dall’ondata di cambiamenti e
rivoluzione che stava invadendo l’Europa, ma che toccò la
Russia solo marginalmente, persino durante i moti del
1848. Questo isolamento, tuttavia, creò una società di
apparenze, dove sotto la patina dell’ordine autocratico
regnavano caos e corruzione, e si sviluppava in tutta la sua
varietà e complessità la vita popolare del XIX secolo, una
società magistralmente dipinta da Nikolaj Gogol’ nei suoi
classici L’ispettore generale (1836) e Le anime morte (1842). La
Guerra di Crimea (1853-1856) mostrò, infine, che la Russia
aveva ormai perso la superiorità su cui basava il suo
prestigio europeo: la forza bellica. Il fallimento diplomatico
e militare dipese fortemente dal governo autocratico
personale e dal potere ipertrofico con cui lo stato aveva
soffocato ogni forma di critica, trasparenza e indipendenza,
nella sua ricerca di un ordine totalmente controllato. Così
confidava nel suo diario il censore liberale A. Nikitenko: «Il
problema del regno di Nicola I è che fu tutto un errore», e
alla sua voce si aggiunge quella di Pëtr Valuev, uno dei
nuovi «burocrati illuminati», funzionario intelligente,
nonché acuto e qualificato sostenitore dell’autocrazia, che
nei suoi Pensieri di un russo, circolanti inizialmente in forma
manoscritta, riassunse il disincanto di tutta l’élite negli
ultimi giorni di guerra, attaccando «l’universale menzogna
ufficiale» che aveva portato a «un marciume coperto di
splendore».
Nicola si spense nel 1855, insieme al suo sistema di
governo, lasciando al figlio Alessandro II (1855-1881) il
compito di salvare la situazione. I suoi consiglieri lo
convinsero, non a torto, che le condizioni diplomatiche e
militari erano disperate e nel 1856 il nuovo imperatore
firmò l’umiliante pace di Parigi. La Russia perse svariati
territori e la sua flotta fu esclusa dal Mar Nero. Pur essendo
un conservatore, Alessandro si persuase dell’inevitabilità
di una grande riforma interna.
La Russia e i confini del mondo europeo
Le relazioni internazionali, il rafforzamento
interno, la scoperta di sé
«La Russia è uno stato europeo» affermava Caterina la
Grande nella sua Istruzione del 1767. Ma a molti europei la
Moscovia era apparsa come un paese alieno, «un regno
rozzo e barbaro» o al massimo, come in A Brief History of
Moscovia (1682) di John Milton, «la più settentrionale tra le
regioni europee considerata civile». Pietro il Grande l’aveva
proiettata dal punto di vista culturale, diplomatico e
materiale nell’universo europeo e, nonostante alcune
resistenze e un po’ di scetticismo all’estero, questo
processo fu completato dai suoi successori nei due secoli
seguenti. Dopo il 1763 Caterina continuò con successo le
imprese militari della Guerra dei sette anni e umiliò gli
ottomani in due guerre, 1768-1774 e 1787-1792,
smembrando la Polonia nelle spartizioni del 1772, 1793 e
1795. Questi avvenimenti consolidarono il ruolo della
Russia tra le maggiori potenze europee. Grazie alla sua
prestigiosa mediazione con la Francia nel trattato di
Teschen (1779), che pose fine alla Guerra di successione
bavarese, Caterina cominciò ad avere una forte voce in
capitolo negli assetti interni dell’Europa centrale e la sua
neutralità armata (1780) dettò legge sul mare alla potente
marina britannica. Le sue enormi acquisizioni territoriali
estesero ancora di più verso ovest e verso sud i confini
dell’impero.
L’annessione dell’Ucraina meridionale, della Crimea e
della Polonia orientale fornirono a Caterina una vasta
distesa di terreni fertili e posero le basi per lo sviluppo di
una marina nel sud. Le implicazioni strategiche di queste
acquisizioni rivelarono il loro pieno potenziale solo nel XIX
secolo. Il confine meridionale ora seguiva le coste
settentrionali del Mar Nero e con il trattato di Küciü’k
Qainargè (1774) i turchi concessero alle navi russe non
armate l’accesso al Mediterraneo attraverso lo stretto dei
Dardanelli. Ma se prima Austria e Russia avevano
fronteggiato da alleate il pericolo ottomano, ora il crescente
potere russo minacciava gli interessi austriaci a sud del
Danubio; il potere navale di Caterina sfidava, invece,
Francia e Inghilterra nel Mediterraneo. La «questione
d’Oriente», cioè la rivalità tra grandi potenze per gli Stretti,
iniziò con Küciü’k Qainargè. Inoltre, grazie alla spartizione
della Polonia, la Russia finì per confinare con altre due
grandi potenze, Prussia e Austria, e avrebbe potuto trovarsi
simultaneamente in conflitto con diverse grandi potenze
lungo tutte le frontiere sudoccidentali, occidentali e
nordoccidentali (baltiche): una condizione militarmente
insostenibile. Anche se Alessandro I, dopo il 1815, cercò di
mantenere un esercito due volte maggiore di Austria e
Prussia messe insieme, la Russia aveva comunque bisogno
di un sistema di alleanze che non la lasciasse scoperta. Da
principio questa sicurezza le fu garantita dal sistema di
consultazione dei congressi, istituito dopo quello di
Vienna, ma i fallimenti diplomatici di Nicola I portarono la
Russia a scontrarsi con gli altri grandi paesi negli anni
Cinquanta, da cui l’esito catastrofico della Guerra di
Crimea. Il trattato di Parigi segnò la fine del sistema dei
congressi.
Le annessioni di Caterina avevano portato finalmente i
confini meridionali della Russia al loro naturale limite
geografico: ora le terre di frontiera ucraine erano sicure e
potevano essere acculturate. Con l’indebolirsi della
minaccia tataro-turca cominciò a ondate la colonizzazione
delle regioni lungo il Volga e verso il Caucaso, prima tra il
1720 e il 1740, poi tra il 1750 e il 1770. Dopo le due guerre
turche i nuovi territori sul Mar Nero, ribattezzati «Nuova
Russia», furono al centro di un notevole sviluppo. La
grande rivolta cosacco-contadina capitanata da Emel’jan
Pugačëv lungo il Volga nel 1773-1774 (di cui parleremo più
avanti) rappresentò in parte una reazione alla crescente
presenza dello stato, alla pressione dei colonizzatori sulle
popolazioni locali e ai pesi imposti dalla guerra contro i
turchi. Dopo il panico iniziale, Pugačëv fu annientato e il
governo assoggettò rapidamente i cosacchi, integrandoli
nella struttura dell’esercito regolare: una mossa decisiva
per il controllo delle steppe e la trasformazione di questo
popolo in braccio dello stato.
Dopo il 1775 il sud e il sudest, ora pacificati, finirono
sotto il controllo di Potëmkin, il nuovo favorito di Caterina,
governatore generale delle province della Nuova Russia, di
Azov e di Astrachan’, nonché responsabile per gli affari
caucasici e transcaucasici. Potëmkin mantenne il suo
incarico fino alla morte (1791) e usò il suo intuito e
l’enorme disponibilità di risorse per promuovere un
rapidissimo sviluppo in quei territori. I celebri racconti sui
«villaggi di Potëmkin» – paesi posticci e di facciata in
luoghi deserti, palcoscenici ben arredati per compiacere e
ingannare l’imperatrice in visita nel 1787 – erano pura
invenzione, una calunnia messa in circolazione dai nemici
del principe, che probabilmente si sono tramandati perché
si adattavano alla personalità teatrale ed esagerata di
Potëmkin. Il suo progetto più ambizioso fu la città di
Ekaterinoslav («la gloria di Caterina», ora Dnepropetrovsk),
ideata come la versione meridionale di San Pietroburgo, un
centro di cultura europea nel bel mezzo della steppa, con
piani per un’enorme cattedrale in stile italiano,
un’università e una scuola di musica. Dopo la morte di
Potëmkin, il progetto di Ekaterinoslav si bloccò: alla città
mancava il potenziale commerciale e culturale di San
Pietroburgo. La cattedrale fu terminata, ma anni dopo. La
vera controparte di San Pietroburgo al sud fu Odessa,
fondata su un perfetto porto naturale nel 1794, dal favorito
che succedette a Potëmkin, Platon Zubov. Odessa si
sviluppò rapidamente e in pochi anni divenne un porto
internazionale, all’interno dell’impero secondo soltanto
alla capitale, e centro del traffico dei prodotti della Russia
meridionale verso il Mediterraneo: trasportato da marinai
greci, il grano ucraino sfamò l’Europa nei primi decenni del
XIX secolo. Veniva inviato anche a nord, risalendo i fiumi
fino al centro della Russia e nutrendo la popolazione in
crescita e la forza lavoro non agricola, sempre più
numerosa.
Precedente e parallela allo sviluppo della Nuova Russia e
della costa del Mar Nero fu l’esplorazione della Siberia. Le
spedizioni siberiane del periodo imperiale, che seguirono
le prime del XVII secolo, furono imprese di grande
resistenza e valore scientifico, paragonabili a quelle di
James Cook, Lapérouse e Alexander von Humboldt.
Esplorazione e catalogazione facevano parte fin dall’inizio
dei progetti di Pietro il Grande; fu lui a mandare il danese
Vitus Bering nella prima delle sue due spedizioni (1724 e
1733) fino allo stretto tra Siberia e America che ora porta il
suo nome. Seguirono altre imprese per terra e per mare,
organizzate soprattutto dall’Accademia delle scienze, tra
cui la «Grande spedizione nordica» (1733-1743) e i viaggi
siberiani di Gerhard Friederich Müller negli anni
Cinquanta. La Russia partecipò al progetto europeo di
osservazione dei transiti di Venere nel 1761 e nel 1769, due
momenti cruciali per la ricerca della parallasse solare,
mentre a Tahiti un James Cook appena incaricato prendeva
le sue misurazioni per gli inglesi. L’ultima spedizione
navale russa del secolo, 1786-1794, capitanata dall’inglese
Joseph Billings, partì per le isole Aleutine e per lo stretto di
Bering con lo scopo, secondo un contemporaneo, «di
completare la conoscenza geografica dei più lontani
possedimenti di quell’impero e di quelle zone
settentrionali dell’[America] che il capitano Cook non
avrebbe potuto raggiungere». Negli ultimi decenni del
secolo gli esploratori inviati dall’Accademia – russi,
tedeschi, svedesi – viaggiarono in lungo e in largo per i
nuovi territori meridionali e vicino alla vecchia frontiera
orientale, raccogliendo esemplari minerali e botanici,
segnando sulle mappe topografia, altitudine, latitudine e
longitudine, registrando le condizioni climatiche e gli usi
delle popolazioni che incontravano. I resoconti di queste
esplorazioni sono testimonianze inestimabili su paesi e
società in procinto di cambiare in modo irreversibile.
Opisanie zemli Kamčatki (Descrizione della terra di
Kamčatka, 1755) di Stepan Krašeninnikov, Flora sibirica (in
quattro volumi, 1747-1769) di Johann Georg Gmelin e
l’incompiuta Flora rossica (in due parti, 1784-1788) di Peter
Simon Pallas sono testi che occupano un posto di rilievo tra
i capolavori scientifici del secolo. Proprio come
l’affermazione di comando da parte di Potëmkin in Nuova
Russia e le sue opere di costruzione, questi resoconti
rappresentano chiari esempi di quella aspirazione
tipicamente illuminista a conoscere, documentare e
comprendere i confini del proprio mondo.
Con Potëmkin, proseguì a sudest anche la penetrazione
russa nel Caucaso. Stretto un patto con il regno cristiano
transcaucasico indipendente della Georgia nel 1769, la
Russia avanzò costantemente grazie a una campagna
militare che per cento anni la vide impegnata contro un
variegato gruppo di bellicose popolazioni di montagna, per
la maggior parte musulmane, la cui resistenza fu fiaccata
lentamente, e talora con brutalità, dalla superiorità russa. I
successivi viceré del Caucaso si trovarono di fronte
un’aspra resistenza tribale e religiosa, come nel caso della
lunga jihad (1834-1859) del capo islamico Shamil. Quando
nel 1866 il Caucaso fu definitivamente pacificato, la Russia
controllava ormai le montagne, la Georgia transcaucasica,
l’Armenia orientale e l’attuale Azerbajdžan. Come per la
Crimea tatara, queste guerre montane, con i loro scenari
meravigliosi e i fieri ed esotici nemici, catturarono
l’immaginazione romantica dell’élite letteraria russa, ormai
pienamente europeizzata: il Caucaso e la Crimea fanno da
sfondo ai poemi narrativi di Puškin Il prigioniero del Caucaso
(1821) e La fontana di Bachčisaraj (1822) e al capolavoro
byroniano di Michail Lermontov, Un eroe del nostro tempo
(1840).
Le frontiere meridionali e occidentali offrirono a
Caterina II anche una soluzione per il nascente problema
ebraico. Storicamente la presenza ebraica in Moscovia era
sempre stata poco rilevante, e la bigotta Elisabetta aveva
espressamente cacciato i «nemici di Cristo». All’inizio del
regno di Caterina, per non offendere il fervore ortodosso, la
tollerante imperatrice aveva ordinato che gli ebrei
venissero ammessi clandestinamente alle estremità
occidentali dell’impero, a Riga e nella Nuova Russia. Solo
nel 1722, con la prima partizione della Polonia, le autorità si
trovarono a gestire la numerosa popolazione ebraica che
abitava i nuovi territori, cui nel 1783 si aggiunsero gli ebrei
caraiti della Crimea. Ma le iniziali politiche di tolleranza ed
equità lasciarono gradualmente il posto a misure più
restrittive e la legislazione degli anni Novanta e del 1804
confinarono gli ebrei in un «recinto di residenza» nelle
zone sudoccidentali della Nuova Russia, nell’ex Polonia e in
Bielorussia. A Odessa si sviluppò una vivacissima cultura
ebraica.
Nel XIX secolo proseguì la documentazione del vasto
entroterra russo e delle sue periferie. Nel 1829 il governo
finanziò la spedizione in Siberia dello straordinario
viaggiatore Alexander von Humboldt. I viaggi di Nikolaj
Prževalskij, forse il più grande esploratore russo, si
inserirono nel contesto dell’espansione coloniale a est, il
«grande gioco» tra le maggiori potenze mondiali della
seconda metà del secolo: dal 1867 fino alla sua morte, nel
1883, Prževalskij intraprese spedizioni particolarmente
fruttuose nella Siberia orientale, in Mongolia, in Tibet e in
Turkestan. Nella Russia europea alcune esplorazioni meno
epocali, organizzate dall’Accademia e dal Ministero delle
Finanze, continuarono l’opera di mappatura del paese e di
localizzazione delle sue risorse. Nel 1840 il giovane geologo
tedesco originario del Baltico Alexander von Keyserling, di
ritorno dal suo viaggio, oltre a osservazioni scientifiche,
portò anche notizie di nuovi giacimenti di carbone, molto
preziosi per l’industria.
«Abbiamo vissuto i contrasti più stridenti» scrisse
Keyserling in una sua lettera privata. «Siamo stati in misere
capanne di contadini, con pochissimo cibo, circondati da
uomini che lottavano quotidianamente contro la fame, e in
palazzi con opulenti tavole imbandite, viaggiando in
carrozza.» Questa coesistenza all’interno della società
russa di mondi contrastanti dal punto di vista
antropologico era stata notata anche da precedenti
viaggiatori, ma le osservazioni di Keyserling sono la riprova
della sempre maggiore consapevolezza e del crescente
interesse in patria per i problemi sociali. Esse sono, inoltre,
contemporanee ad altri due famosi racconti di viaggio più
di carattere sociologico che scientifico, opere straniere
profondamente influenzate dalle opinioni e dai pregiudizi
degli europei e dei russi stessi: Lettere dalla Russia (Parigi,
1843, in francese) del marchese Astolphe de Custine e il
Viaggio nell’interno della Russia (Hannover, 1847-1852, in
tedesco) del barone August von Haxthausen. Custine,
aristocratico francese e disincantato sostenitore del sistema
autocratico, descrisse la Russia come uno stato di polizia. Il
suo famoso libro alimentò ulteriormente il sentimento di
antipatia che gli europei provavano verso la Russia.
Indignato da quel resoconto, il governo di Nicola invitò
l’esperto di agraria Haxthausen, di tendenze conservatrici, a
viaggiare per la Russia europea annotando impressioni e
scoperte. Haxthausen era interessato soprattutto a
questioni di carattere economico e sociale, ma le sue
descrizioni e classificazioni della società fecero epoca,
come quelle dei botanici del secolo precedente. La
campagna russa del XIX secolo, nel vecchio centro e nel
nuovo lontano sud, veniva messa a nudo con
partecipazione e lucidità e offerta agli sguardi degli
europei. Per la prima volta Haxthausen descrisse al mondo
– e ai russi – la comunità contadina come un’istituzione
autoctona singolare, limitante dal punto di vista
economico, ma inestimabile da quello sociale.
L’intellighenzia russa e il pubblico europeo di Haxthausen
videro le masse contadine russe riflesse in uno specchio
tedesco.
La questione contadina
Verso l’abolizionismo
Le condizioni e lo status della classe contadina finirono al
centro del dibattito fra l’élite russa e la cerchia governativa
sotto Caterina II. A metà del XVIII secolo le influenti idee
dei fisiocrati francesi, che riflettevano la «rivoluzione
agricola» dell’epoca, avevano mostrato all’Europa
preindustriale l’importanza cruciale della terra,
dell’agricoltura e della figura del contadino come primo
produttore, mentre la teoria sociale dell’Illuminismo aveva
sottolineato il ruolo della libertà individuale nello sviluppo
urbano e commerciale. Inoltre, verso il 1750 cominciò a
farsi più critico l’atteggiamento europeo nei confronti della
schiavitù dei neri, annunciando la nascita del movimento
abolizionista. Con Caterina II salì al trono un’imperatrice
moralmente contraria alla schiavizzazione di uomini liberi,
preoccupata per la crescita economica, demografica e
fiscale del paese e per le questioni legali e di stabilità,
avendo ereditato da Pietro III una situazione di disordine e
malcontento fra i contadini degli Urali. Oltre al problema
del futuro ruolo della nobiltà agraria di recente
emancipata, la zarina dovette affrontare anche la questione
contadina e il problema della servitù della gleba. Se da un
lato diffuse subito un manifesto in cui pretendeva
obbedienza dai contadini e inviò l’esercito contro i
rivoltosi, dall’altro ordinò a chi ne era a capo di ascoltare e
soddisfare le loro richieste; negli anni Sessanta, poi, con
una serie di prudenti misure atte a promuovere la
discussione pubblica senza rischiare di mettere in pericolo
la sua recente e fragile autorità, ed esporsi al dissenso e
all’ostilità, l’imperatrice sollevò in prima persona il
problema della condizione contadina e del modo in cui,
eventualmente, sarebbe dovuta cambiare. L’argomento fu
discusso dal Landtag (dieta provinciale) della nobiltà
tedesca del Baltico nel 1765, dalla Libera società economica
fondata in quello stesso anno, in un molto pubblicizzato
concorso per il miglior saggio in materia e nelle prime
stesure dell’Istruzione di Caterina, il cui testo, però, venne
radicalmente modificato dai suoi consiglieri proprio in
quella parte. Se ne discusse anche nella Commissione
legislativa, provocando un acceso dibattito tra abolizionisti
e conservatori. Il risultato di tutte quelle discussioni sul
tema fu una sorpresa per la nuova sovrana: l’opinione
pubblica, per la stragrande maggioranza, era ancora
favorevole al mantenimento dello status quo e della servitù,
desiderando al più un suo ampliamento.
Pugačëv, il pretendente
La Guerra russo-turca (1768-1774) distrasse il governo da
questi complessi problemi interni, e prima ancora che il
conflitto giungesse a termine, sul fiume Jaik scoppiò la
rivolta di Pugačëv. Un cosacco rinnegato del Don, Emel’jan
Pugačëv, il più importante pretendente russo del XVIII
secolo, nel 1773 sostenne di essere Pietro III, sfuggito a
sicari mandati dalla moglie usurpatrice. Pugačëv conquistò
in poco tempo un enorme consenso popolare.
L’atteggiamento dei contadini nei confronti dell’autorità,
tradizionalmente ambivalente, è stato riassunto con
l’espressione «monarchismo ingenuo»: i contadini
consideravano sgradita e minacciosa la presenza
dell’autorità esterna, ma non lo zar, voluto da Dio, santo e
buono per definizione, il «piccolo padre» che desiderava il
bene del suo popolo. Lo zar esaudiva sempre le richieste
sottoposte alla sua attenzione (ragion per cui le petizioni
continuavano a essere popolari), e se non rimediava a un
torto subìto era soltanto perché lo ignorava, perché cattivi
consiglieri, funzionari e proprietari terrieri glielo tenevano
nascosto. Quando sapeva ma non interveniva o compiva il
male di proposito, allora – soprattutto se donna – si trattava
di un falso zar (da qui le voci che Pietro il Grande fosse
l’Anticristo o l’avessero scambiato nella culla). I
pretendenti suffragavano le loro rivendicazioni
mantenendo un’aura principesca e venendo incontro ai
desideri del popolo: Pugačëv mostrava sul corpo presunti
«segni regali» e, circondatosi di una copia della corte, nei
suoi manifesti offriva le libertà cosacche a chi si fosse unito
a lui. I contadini seguivano un pretendente per genuina
convinzione o nella speranza di sfruttare la sua autorità a
proprio vantaggio; molti luogotenenti di Pugačëv sapevano
bene che il loro capo non era altro che un cosacco.

Mentre i cosacchi del Don, cui apparteneva, non


parteciparono alla rivolta, Pugačëv trovò terreno fertile tra
il malcontento delle truppe dello Jaik. La sua insurrezione
catalizzò il dissenso e l’insoddisfazione delle comunità
locali da Astrachan’ agli Urali, coinvolgendo anche i vecchi
credenti. Non si trattò tanto di una guerra di classe, come
l’hanno descritta gli storici marxisti, ma piuttosto di una
grande jacquerie di frontiera che attaccava i simboli
dell’autorità centrale, sempre più invadente nelle zone di
confine, ma ancora abbastanza debole da essere attaccata;
il movimento, tuttavia, non arrivò mai a minacciare il cuore
del paese. Erano state le privazioni della guerra ad acuire il
malcontento. Dozzine di nobili furono linciati o giustiziati,
la città di Kazan’ presa d’assalto: il governo e l’élite
iniziarono a preoccuparsi seriamente. L’insurrezione fu
domata solo dalle truppe regolari un volta firmata la pace
con i turchi. Insieme alla contemporanea sollevazione
contadina in Boemia (per certi aspetti molto differente), la
rivolta di Pugačëv fu uno dei più grandi movimenti
popolari prerivoluzionari dell’Europa settecentesca.
Repressa spietatamente, mostrò quanto fosse pericoloso
non mantenere il saldo controllo e alimentare aspettative.
Pugačëv fu giustiziato pubblicamente a Mosca nel 1775,
decapitato e squartato.
La questione contadina, 1774-1860
Dopo la lezione degli anni Sessanta e la rivolta di Pugačëv,
l’imperatrice cambiò strategia: il periodo della discussione
pubblica sulla condizione contadina era finito e Caterina si
concentrò sullo sviluppo della società e sull’economia. Se
inizialmente aveva pensato di poter raggiungere i suoi
scopi liberando il potenziale dei contadini asserviti, ora
cominciò a concedere autonomia agli strati «liberi» della
società, vale a dire aristocrazia, città e contadini di stato, se
necessario a spese dei servi della gleba. Una Carta ai
contadini di stato avrebbe dovuto seguire quelle alle città e
ai nobili del 1785, ma non venne mai promulgata. Nel 1783
l’estensione all’Ucraina dello Statuto del 1775 e della tassa
di capitazione armonizzò le strutture legali e migliorò
l’amministrazione fiscale in quest’area, e di conseguenza i
contadini ucraini persero definitivamente la libertà di
movimento. La servitù conservava il proprio valore ai fini
dello stato; tuttavia, una volta sollevata, la «questione
contadina» rimase all’ordine del giorno. Le teorie
economiche cameraliste e fisiocratiche presupponevano la
libertà della popolazione, e lo stesso dicasi per la dottrina
del laissez-faire, associata alla Ricchezza delle nazioni (1776)
di Adam Smith, che nell’impero esercitò una notevole
influenza; anche le implicazioni morali furono gravi. La
tensione e le fughe dei servi erano endemiche e il loro
malcontento rappresentava una costante minaccia per
l’ordine pubblico. Nel periodo della Rivoluzione francese
molti proprietari immaginavano di avere un contadino
sanculotto sotto ogni letto, sebbene non ci siano prove che
i contadini russi fossero influenzati dagli eventi francesi.
Nell’agricoltura che si basava sulla servitù la produttività
era generalmente bassa, ma sufficiente: nonostante il
rapido aumento del tasso di crescita della popolazione in
epoca imperiale, negli anni di tranquillità erano poche le
persone che morivano di fame. Ma questo sistema
produttivo era anche molto rigido e usava tecniche
rudimentali: i metodi agricoli erano spesso condizionati
dalle pratiche contadine.
Dal regno di Caterina II in avanti, i governi (a parte
quello di Paolo) cercarono un modo per migliorare la
situazione e abolire la servitù della gleba. I primi modesti
passi furono compiuti sotto Alessandro I. La legge sui
«liberi agricoltori» del 1803 istituì per la prima volta un
percorso legale tramite il quale i servi potevano
emanciparsi grazie alla terra in accordo con il loro padrone,
e divenire piccoli proprietari terrieri; ma solo pochi signori
vi fecero ricorso. Negli anni 1816-1819 i contadini lettoni ed
estoni della nobiltà tedesca del Baltico furono resi liberi
grazie a un’emancipazione senza terra. Questa soluzione si
dimostrò problematica sia dal punto di vista sociale sia
economico, e l’esperienza baltica divenne un esempio
negativo per i riformatori degli anni Sessanta. Nello stesso
periodo Alessandro ordinò ad alcuni consiglieri di
elaborare progetti d’emancipazione in Ucraina e in Russia,
ma non li mise mai in pratica, e il carattere reazionario
dell’ultima fase del suo regno rese impossibile qualsiasi
cambiamento.
Le rivoluzioni europee dei decenni postnapoleonici
allarmarono le autorità russe, sempre più sensibili a un
disordine sociale che sembrava in continuo aumento. Sotto
Nicola I la Terza sezione teneva resoconti dettagliati delle
agitazioni contadine, che occupavano un posto di rilievo
nel rapporto annuale consegnato allo zar. Quello del 1839
descriveva la Russia come una polveriera pronta a
esplodere a causa del malcontento. In un celebre discorso
al Consiglio di stato del 1842, Nicola definì la servitù «un
male sotto gli occhi di tutti», ma aggiunse subito che era
troppo pericoloso immischiarsene: Pugačëv aveva rivelato
la furia e l’imprevedibilità delle masse. Invece, l’ex generale
e diplomatico P. Kiselëv, nominato da Nicola a capo della
speciale Direzione per la questione contadina, portò avanti
negli anni Quaranta una radicale riorganizzazione
amministrativa dei contadini di stato e fornì un modello
per la futura emancipazione. La sua fu una riforma ampia e
rivolta nella giusta direzione, ma ancora troppo
paternalistica, verticistica e burocratica: in accordo con i
tempi e con le tradizioni dello «stato contadino» nessun
contadino fu consultato.
La questione contadina divenne anche uno degli aspetti
del più vasto problema dell’efficienza economica. Nei cento
anni tra il 1762 e l’emancipazione del 1861, tranne rare
eccezioni, i servi liberati non divennero agricoltori
efficienti. Le grandi tenute erano, da questo punto di vista,
più funzionali di quelle piccole, ben più numerose, e nella
prima metà del XIX secolo nelle fertili terre del sud
emersero alcune proprietà che ottennero un certo successo
commerciale producendo barbabietole da zucchero e lana
merino. Con la crescita dei mercati interni nel XIX secolo e
la conseguente specializzazione economica, nel centro e nel
nord, poco fertili, la piccola attività su base artigianale si
rivelò più conveniente e rimunerativa dell’agricoltura, e
l’obrok (canone enfiteutico) divenne la forma più diffusa di
pagamento per i contadini; ma a parte una o due
importanti eccezioni, come le proprietà degli Šeremetev a
Ivanovo nella provincia di Vladimir e a Pavlovo vicino a
Nižnij Novgorod, che divennero città manifatturiere,
dall’artigianato non nacquero vere e proprie imprese
industriali. L’attività su base artigianale rimase forte per
tutto il XIX secolo e non fu in competizione, ma fece da
complemento alla produzione industriale di maggiori
dimensioni, via via che si andava sviluppando. In questo
periodo il fenomeno della migrazione della forza lavoro
contadina continuò a crescere. Inoltre, i proprietari terrieri
medi possedevano pochi servi della gleba, un capitale
ridotto e scarse conoscenze di agronomia e commerciali.
Tuttavia, mantenere il nuovo stile di vita aristocratico
inaugurato da Pietro il Grande e sostenuto dai suoi
successori nel periodo imperiale richiedeva introiti sempre
crescenti, e i proprietari con maggiori capacità
imprenditoriali diversificarono la produzione: i nobili
dominavano i nuovi settori industriali fondati sulle risorse
agricole locali; la distillazione dei liquori, in particolare, fu
monopolio nobiliare dal 1754 al 1863. La maggioranza dei
possidenti, comunque, accrentrava la pressione sui
contadini o si indebitava: una banca agricola dei nobili,
fondata nel 1754, concedeva prestiti vantaggiosi, cui
facevano da garanzia i servi della gleba, non le terre (nel
1842 ormai metà di loro era sotto ipoteca della banca o di
altre istituzioni). Il debito si può considerare un modo
creativo di finanziare la crescita economica, e non è del
tutto chiaro quale fosse all’epoca l’entità
dell’indebitamento relativo dei proprietari terrieri; ma è
evidente, almeno, che molto denaro fu speso in modo
improduttivo.
Dal momento che la forza lavoro non costava nulla,
molti nobili non ragionavano in termini di perdite e
profitti: i servi, in effetti, erano sempre disponibili e il loro
mantenimento era già compreso nel bilancio della
proprietà, anche se risultavano sempre meno produttivi dei
lavoratori a contratto. L’emancipazione non fu causata,
come si è sostenuto, da una crisi economica: pur nella sua
staticità e senza costituire una vera fonte di guadagno,
l’agricoltura rimase proficua per tutta la prima metà del
XIX secolo. La crescita estensiva dell’agricoltura a sud e a
est permise di sfamare la popolazione in aumento e
consentì un certo profitto ai produttori di grano; la
coltivazione intensiva, invece, era poco diffusa, senza una
rete ferroviaria i mercati crescevano lentamente e lo scarso
sviluppo delle tecniche agricole impediva di accumulare
capitali da investire nell’industria. Fino alla seconda metà
del XIX secolo il rendimento del grano rimase stabile e le
città restarono sottosviluppate. La grande industria, che
tuttavia riuscì a nascere, si sviluppò lentamente e in modo
disuguale. I pochi servi della gleba imprenditori che
avevano avuto successo grazie alla propria intraprendenza
e alla protezione dei loro signori, come nel caso degli
Šeremetev, divennero nel XIX secolo grandi mercanti e
imprenditori, sebbene una parte sensibile dell’innovazione
industriale fosse dovuta a capitali e investitori stranieri.
Nel complesso, dunque, l’economia ancora
fondamentalmente agraria e fondata sulla servitù mancava
delle strutture per sostenere un’industrializzazione forte e
la maggioranza dei nobili terrieri rimase legata al proprio
stile di vita tradizionale.
Il modello petrino di sviluppo, distribuzione delle
risorse e riscossione dei tributi e delle imposte, che si
basava sulla mancanza di libertà della popolazione, era
adeguato per produttività e flessibilità a sostenere e
finanziare l’impero in un’epoca preindustriale. Di fronte ai
cambiamenti economici e militari e all’accelerata
industrializzazione dell’Europa nel XIX secolo, invece,
quello stesso sistema non era più in grado di sostenere una
grande potenza che aspirava a essere competitiva a livello
internazionale. I tentativi di Kankrin di stabilizzare la
moneta durante il regno di Nicola fallirono a causa delle
spese militari che non coprivano nemmeno la fornitura di
un numero sufficiente di nuovi fucili con cui sostituire i
vecchi moschetti di quell’enorme e costoso esercito
permanente.
Sotto Nicola I tra i contadini il malcontento era molto
diffuso, eppure ci furono poche rivolte. Durante la Guerra
di Crimea si sparse la voce che quanti si fossero uniti alle
milizie avrebbero ottenuto in seguito l’esenzione dal
servizio militare o l’emancipazione, e ne seguì una certa
agitazione; e quando nel 1857 fu annunciata ufficialmente
l’imminente abolizione della schiavitù, l’intensificarsi delle
sollevazioni non fu altro che la prova dell’impaziente
volontà di cambiamento dei contadini e la loro diffidenza
nei confronti dei padroni e delle autorità.
I preparativi dell’emancipazione fecero nascere tensioni
all’interno del governo e nella classe contadina, ma
provocarono anche una spaccatura tra i nobili. Mentre una
maggioranza silenziosa di piccoli proprietari di provincia e
molti aristocratici conservatori si piegò alla volontà dello
zar pur rimanendo scettica, i più colti e liberali si
dichiararono a favore della riforma. Dalla fine del XVIII
secolo in poi, l’atteggiamento dell’élite nei confronti dei
contadini aveva subito un mutamento costante. Alla svolta
del secolo, in Europa, le idee di Herder e di Rousseau
avevano portato alla «scoperta del popolo», un nuovo gusto
per la cultura popolare e per l’umanità dei contadini. Se in
precedenza questi ultimi erano comparsi in alcune novelle
e opere comiche del XVIII secolo, ora nella Povera Lisa
(1792) di Nikolaj Karamzin, un racconto sentimentale che
fece epoca, una giovane e innocente contadina si suicidava
perché tradita da un indegno aristocratico. Aleksandr
Radiščev, nel Viaggio da Pietroburgo a Mosca (1790), si spinse
oltre, rappresentando contadini dignitosi, intelligenti e di
alta moralità costretti a subire un’infinita serie di abusi.
Poi, dalla fine del XVIII secolo, si cominciarono a
pubblicare raccolte di canzoni popolari, e all’inizio del XIX
le immagini idealizzate dipinte da Aleksej Venecianov
introdussero per la prima volta la vita contadina nella
pittura. Ma in letteratura il tema contadino raggiunse
l’apice poco prima dell’emancipazione nelle fortunatissime
Memorie di un cacciatore (1847-1852) di Ivan Turgenev: nei
suoi bozzetti vividi e magistrali i servi della gleba sono
presentati come esseri umani amabili e pieni di dignità, e
rendono questo libro russo paragonabile al classico
abolizionista americano La capanna dello zio Tom (1850-1852)
di Harriet Beecher Stowe. Il granduca Aleksandr
Nikolaevič, futuro Alessandro II, fu molto colpito dalle
Memorie di un cacciatore, che si ritiene abbiano influenzato
la sua decisione di porre fine al sistema servile.
La maturità della cultura russa
La letteratura
Dalla metà del XVIII secolo, soprattutto grazie al
mecenatismo di Caterina, la letteratura ebbe un rapido
sviluppo. Caterina stessa fu autrice di commedie, racconti e
opere storiche. Nei primi anni del suo regno istituì una
società di traduttori e nel 1769 pubblicò la prima «rivista
satirica» russa, sull’esempio dell’inglese «The Spectator» di
Addison e Steele, che sbeffeggiava le manie della società e
affrontava le questioni del momento. Il più importante
editore di questo genere di pubblicazioni fu il giornalista
Nikolaj Novikov, all’inizio un protetto di Caterina, poi noto
massone. Nel 1783, «per oscurare in Russia la gloria della
Francia» fu fondata l’Accademia russa (Rossijskaja
Akademija), che funzionò come organismo indipendente
fino alla sua fusione con l’Accademia delle scienze nel
1841. Il suo primo presidente (1783-1796) fu Ekaterina
Daškova, letterata e intellettuale di famiglia aristocratica,
nonché figura straordinaria e atipica, come la sua amica
imperatrice; la Daškova rivestì al contempo anche la carica
di presidente dell’Accademia delle scienze. Nel 1789
l’Accademia russa pubblicò il primo dizionario della lingua
russa.
Nel 1783, con un decreto epocale, Caterina autorizzò la
fondazione di tipografie private, dando così un forte
slancio alla produzione letteraria e allo sviluppo del
mercato librario (il decreto, tuttavia, fu abrogato nel 1796 a
causa della Rivoluzione francese). La censura, che sotto
Caterina era stata leggera e sporadica, con Paolo si
intensificò: regolamentata per la prima volta da un primo
ampio Statuto del 1804, da quel momento fu esercitata in
maniera più opprimente, anche se in misura diversa a
seconda del periodo.
Nella seconda metà del XVIII secolo, anche se la
letteratura restava sostanzialmente un passatempo per
dilettanti di origini aristocratiche, fecero la loro comparsa
alcuni grandi e originali talenti letterari. All’individualità e
all’intimità del poeta Gavriil Deržavin faceva da contraltare
la greve solennità delle odi cerimoniali di Lomonosov.
Apparvero i primi romanzieri. Ivan Krylov, autore di favole,
fu anche editore di riviste letterarie. Le opere teatrali di
Vladimir Lukin e Denis Fonvizin segnarono il passaggio
dal dramma classico alla commedia di costume. Il grande
successo di Fonvizin, Il brigadiere (1768), contro l’imperante
gallomania, era modellato su Jean de France del danese
Holberg; il suo capolavoro, Il minorenne (1782), che per stile
e contenuto può essere paragonato a Ella si umilia per
vincere di Oliver Goldsmith, viene tuttora rappresentato in
Russia. Sotto Caterina il teatro prosperò; a quelli pubblici e
di corte si affiancarono teatri organizzati da facoltosi
membri dell’aristocrazia in cui recitavano attori servi della
gleba. (Un caso celebre e tragico fu quello del ricchissimo
conte Nikolaj Šeremetev, che si innamorò e sposò in
segreto la prima attrice del suo teatro, la serva colta e
talentuosa Paraša [Praskovija] Žemčugova: le difficoltà e le
resistenze della società ad accettare una simile unione
distrussero le loro vite.) La cultura letteraria si diffuse
anche nelle città di provincia. Con il sostegno della nobiltà
locale, il governatore di Tambov, Deržavin, organizzò
rappresentazioni di attori dilettanti e altre attività
artistiche. Contemporaneamente anche in provincia
cominciarono ad apparire tipografie e riviste.
Alla svolta del secolo la letteratura cominciò a
politicizzarsi. Fino a quel momento quasi ogni espressione
letteraria era nata sotto gli auspici della corte, vicino a essa
o nella società dei cortigiani. Caterina aveva sovvenzionato
le riviste di Novikov, Deržavin aveva ottenuto il suo favore
scrivendo inni in suo onore e le commedie di Fonvizin
vennero inizialmente lette e recitate a corte. Con lo scoppio
della Rivoluzione francese Caterina divenne meno
tollerante, mentre gli scrittori iniziarono a mostrare
maggiore indipendenza. Un esempio classico in questo
senso è rappresentato da Radiščev, al quale si è già
accennato. Formatosi nel Corpo elitario dei paggi, Radiščev
fu mandato a studiare a Lipsia, dove entrò in contatto con il
pensiero politico e sociale dell’Illuminismo e sperimentò in
prima persona l’oppressione dell’autorità dispotica nella
persona del suo maestro. Al suo ritorno fece carriera nella
giurisprudenza civile e militare, diventando infine
vicedirettore dell’ufficio doganale di San Pietroburgo. Nel
suo Viaggio da Pietroburgo a Mosca criticò aspramente ogni
forma di abuso di potere, anche da parte di funzionari e
governanti. Caterina ritenne che l’anonimo autore fosse
«contagiato dalla pazzia francese», anche se Radiščev, più
che celebrare la rivoluzione popolare, ne aveva indicato il
pericolo. Radiščev, «padre del radicalismo russo», pagò la
sua imprudenza con una sentenza a dieci anni di esilio
(anche se non troppo duro) in Siberia. È necessario
aggiungere che egli era un protetto della famiglia Voroncov,
all’epoca mal vista a corte, e che parte delle sue accuse era
diretta contro Potëmkin e la sua politica; Radiščev poté
stampare un simile pamphlet grazie alla sua tipografia
privata e alla disattenzione della censura. Con Radiščev,
amnistiato da Paolo e riabilitato da Alessandro I, il governo
e la nobiltà liberale cominciarono a prendere strade
diverse.
Nei primi anni del nuovo secolo il crescente dibattito
sulla lingua letteraria si risolse, infine, con uno scontro tra
la scuola di Karamzin, prosatore innovativo e editore di
giornali, nonché più tardi primo storico moderno della
Russia, e quella dell’ammiraglio Aleksandr Šiškov,
presidente dell’Accademia russa dal 1813 al 1841, e in
seguito ministro dell’Istruzione: la loro fu una battaglia
che si svolse a colpi di satira, con accese e furiose
discussioni. A vincere la partita furono i karamzinisti, che
patrocinavano uno stile legato alla lingua parlata e ai
modelli francesi, cui si opponeva lo slavo ecclesiastico
difeso da Šiškov. La lingua di Puškin, che seguì la lezione di
Karamzin, divenne poi il modello per il russo letterario
moderno. L’«età d’oro» della letteratura russa (i primi tre
decenni del XIX secolo) fu dominata dalla poesia, che per
alcuni si trasformò in un vero e proprio stile di vita: veniva
usata nelle lettere private, nei pamphlet politici, negli
epigrammi sociali, e costituiva il biglietto d’ingresso per i
sempre più numerosi salotti letterari. Puškin fu al centro di
una pléiade di talentuosi letterati minori, molti dei quali,
poeti e suoi intimi amici, furono tra i decabristi.
La generazione di Puškin, byroniana e libertina, si trovò
spesso in contrasto con il potere costituito: lo stesso
giovane Puškin, in modo provocatorio, scrisse alcune
poesie libertarie che gli valsero l’esilio. Kondratij Ryleev,
noto per i suoi appassionati versi civili e patriottici,
capeggiò nel 1825 i decabristi del nord a San Pietroburgo.
Nel 1826 Nicola I promulgò una nuova legge draconiana
sulla censura, cui si aggiunse, tuttavia, nel 1828 un decreto
che, istituendo il diritto d’autore, rendeva molto più
praticabile la via della scrittura come professione. Sotto
Nicola, nonostante la censura e il frequente intervento
della Terza sezione, lettori e pubblicazioni crebbero in
modo costante e la letteratura stessa divenne sempre meno
aristocratica: molti scrittori di origine popolare, soprattutto
giornalisti, iniziarono a vivere della propria arte. Raggiunse
il suo apice il tolstyj žurnal, la rivista letteraria e culturale
che pubblicava opere nuove, recensioni e commenti alle
questioni del giorno. Pioneristico fu il «Vestnik Evropy» (Il
messaggero d’Europa, 1802-1830) di Karamzin, ma il più
famoso restò il «Sovremennik» (Il contemporaneo),
fondato da Puškin nel 1836, che nonostante le difficoltà
iniziali, rimase un punto di riferimento fino alla sua
chiusura nel 1866. Qui fecero il loro esordio Ivan Turgenev
e Lev Tolstoj. Mentre alcuni importanti poeti continuavano
a scrivere, negli anni Trenta e Quaranta all’«età d’oro» della
poesia seguì quella che i critici di fine Ottocento definirono
l’età di Gogol’ e del realismo, quello fantastico delle sue
Anime morte e dei Racconti di Pietroburgo, quello romantico
di Un eroe del nostro tempo di Lermontov, quello narrativo
delle innocenti e appassionanti descrizioni di vita familiare
in campagna nella Cronaca di famiglia (1856) e negli Anni
d’infanzia (1858) di Sergej Aksakov. All’inizio Gogol’
sembrò ai suoi contemporanei un critico della realtà sociale
che, ritraendo le contraddizioni della società, offriva «riso
attraverso le lacrime». Ma Le anime morte rimasero
incompiute e Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici
(1847) ne rivelarono, all’opposto, lo spirito religioso e le
idee conservatrici favorevoli all’autocrazia. Quest’opera fu
accolta da un generale rifiuto e attaccata fortemente da
Vissarion Belinskij, amico dell’autore, ma soprattutto il
maggiore critico letterario del tempo. Belinskij, un
raznočinec di grande influenza, propugnava la coscienza
civica e il primato delle istanze sociali.
Gli anni Quaranta e Cinquanta segnano l’inizio
dell’epoca gloriosa del romanzo russo. Stralci dalle Memorie
di un cacciatore di Turgenev apparvero sul «Sovremennik»
nel 1847, mentre l’opera completa fu pubblicata in volume
nel 1852. Tra il 1856 e il 1862 Turgenev compose i suoi
romanzi più importanti, ammirati per il loro stile e per la
loro acuta e sottile descrizione dei cambiamenti della
società. L’impegno sociale della prima opera di Fëdor
Dostoevskij, Povera gente (1846), fu salutato con entusiasmo
da Belinskij. Ma Dostoevskij avrebbe trovato la sua voce
unica e caratteristica solo più tardi, in seguito all’arresto e
all’esilio in Siberia (1848-1859). Durante la prigionia maturò
una profonda crisi religiosa che lo portò a identificarsi con
la vita spirituale e la sofferenza della gente comune. Giunse
anche a una lucida consapevolezza del male insito nella
natura umana, e al suo ritorno a San Pietroburgo divenne
un sostenitore della Chiesa e dello status quo.
Infanzia, la prima opera di Tolstoj, considerato da molti il
più importante romanziere russo, apparve sul
«Sovremennik» nel 1852. Tolstoj combatté nella Guerra di
Crimea, esperienza da cui nacquero i suoi Racconti di
Sebastopoli, pubblicati sul «Sovremennik» ancora in pieno
conflitto; lo scrittore trascorse anche qualche tempo nel
Caucaso. Seguirono altre opere autobiografiche, ma i
romanzi maggiori furono scritti più tardi nei decenni
successivi all’emancipazione. Intanto l’importante ruolo
lasciato vacante alla morte di Belinskij nel 1848 fu svolto da
una generazione di giovani raznočincy di convinzioni
radicali riunita attorno al «Sovremennik»: i cosiddetti
«uomini degli anni Sessanta» (i liberali «anni Sessanta», in
cui la censura fu in qualche modo ridotta, durarono dal
1855 al 1865). Le due figure principali, Nikolaj Dobroljubov
e Nikolaj Černyševskij, usarono la letteratura come testo da
sottoporre a un commento di ispirazione radicale,
sviluppando un linguaggio «esopico» per esprimere
concetti politici e aggirare la censura. Černyševskij, figlio di
un prete, fu giornalista, economista, romanziere, filosofo e
critico, e contribuì attivamente al dibattito
sull’emancipazione.
Arte, architettura e musica
La fondazione dell’Accademia delle arti nel 1757 fu un
evento cruciale per lo sviluppo delle arti visive. I maggiori
ritrattisti russi del XVIII secolo, Vladimir Borovikovskij,
Dmitrij Levickij e Fëdor Rokotov, erano tutti usciti
dall’Accademia. Seguivano stili classici, più formali
rispetto al successivo classicismo «romantico» del loro
collega ottocentesco Orest Kiprenskij. Gli artisti russi della
generazione seguente ottennero riconoscimento a livello
internazionale, in particolare Karl Brjullov e Aleksandr
Ivanov. Entrambi si erano formati e avevano lavorato in
Italia e la loro opera è chiaramente influenzata dai modelli
occidentali e dal Romanticismo. L’avvento della pittura
realistica con soggetti russi degli anni Sessanta fu
preannunciata dalle straordinarie marine di Ivan
Ajvazovskij (attivo per tutto il secolo), dai dipinti di stampo
hogarthiano di Pavel Fedotov e dalle immagini rurali
naturalistiche, anche se idealizzate, di Venecianov, già
citato in precedenza come il primo pittore di tematica
contadina.
Nel XVIII secolo la scultura non si diffuse molto: l’opera
più famosa del periodo, la statua di Pietro il Grande, Il
cavaliere di bronzo (1782), fu scolpita dal francese Etienne
Falconet. Negli anni tra il 1800 e il 1830, però, quest’arte
subì un notevole sviluppò e raggiunse la sua maturità
grazie a un gran numero di artisti di talento: tra i celebri
gruppi statuari che adornano Mosca e San Pietroburgo
molti risalgono a quest’epoca. Il XVIII secolo e l’inizio del
XIX rappresentano l’apogeo del neoclassicismo moscovita,
della costruzione di Pietroburgo e delle residenze imperiali
circostanti, nonché dei palazzi aristocratici intorno alle due
capitali. Il «maestro del Barocco» Bartolomeo Rastrelli
costruì l’ultima versione del Palazzo d’Inverno (1754-1764)
e ampliò i palazzi di Peterhof (1746-1752) e di Carskoe Selo
(1748-1756). Sotto Caterina II dominò lo stile neoclassico,
ma apparvero anche edifici gotici. Caterina reclutò un gran
numero di importanti architetti, tra cui il palladiano
scozzese Charles Cameron, attivo soprattutto a Carskoe
Selo e a Pavlovsk, e Georg Veldten, che progettò i moli
lungo la Neva. Nella San Pietroburgo del XIX secolo i
modelli greci e romani ispirarono il Kazanskij Sobor, la
cattedrale della Madre di Dio di Kazan’ (1801-1811), di
Andrej Voronichin e il Palazzo della Borsa (1805-1810) di
Thomas de Thomon. Quest’ultimo era parte di un vasto
progetto di riorganizzazione dell’area settentrionale della
città elaborato da Carlo Rossi sotto Alessandro I e Nicola I,
che si concluse con l’eclettica cattedrale di Sant’Isacco
(1818-1858), opera di Alexandre Montferrand. Dopo la
distruzione del 1812, Mosca venne ricostruita.
Un’importante opera commemorativa fu la chiesa del
Cristo Salvatore (1839-1883) di Constantin Ton, nel
cosiddetto stile russo-bizantino; demolita da Stalin negli
anni Trenta del Novecento e sostituita con una piscina, è
stata ricostruita tra il 1990 e il 2000.
Dopo decenni di supremazia italiana, intorno al 1780
nella Russia imperiale cominciò a svilupparsi una
tradizione musicale autoctona. Nacquero le prime opere
russe, composte soprattutto da M. Sokolovskij e da E.
Fomin (quest’ultimo aveva studiato in Italia), che
mescolavano melodie popolari a elementi italiani. Le prime
orchestre russe si formarono alla fine del XVIII secolo. La
Società filarmonica di San Pietroburgo, fondata nel 1802,
promosse la diffusione della musica europea
contemporanea attraverso cicli di concerti cui
parteciparono anche grandi celebrità europee come Berlioz
e Liszt; intanto una compagnia stabile d’opera italiana
diffondeva nella capitale la musica di Rossini, Bellini e
Verdi. A Mosca, nel 1776 fu fondato il teatro Bol’šoj
(«grande»), che dopo la ricostruzione nel 1825 ospitò opere
e balletti russi. La musica entrò così a far parte della
cultura dell’élite e molti nobili facoltosi crearono orchestre
private, alcune delle quali composte da servi della gleba.
Tipicamente russa fu la banda di corni, nata intorno al 1750
e rimasta in auge fino agli anni Trenta dell’Ottocento; era
formata da 36 corni di differente lunghezza che tenevano
ognuno una singola nota: i suonatori erano istruiti in modo
da mantenere una sincronia e un’armonia perfette.
Nonostante la popolarità raggiunta dall’opera romantica
occidentale all’inizio dell’Ottocento, Michail Glinka, il
primo grande compositore russo, adottò melodie popolari
nelle sue opere Una vita per lo zar (1836, conosciuta anche
come Ivan Susanin, il nome del suo protagonista) e Ruslan e
Ljudmila (1842). I compositori Aleksandr Dargomyžskij e
Aleksandr Serov crearono le loro composizioni usando lo
stesso stile; il principale erede di Glinka, Milij Balakirev, e i
più famosi compositori classici russi furono attivi nei
successivi decenni del secolo. Nel XVIII secolo la musica
sacra ricevette un notevole slancio grazie allo straordinario
compositore ucraino Dmitrij Bortnjanskij, che cominciò
studiando e scrivendo opere in Italia per poi divenire
direttore del Coro della cappella di corte nel 1777. Nel XIX
secolo un simile ruolo fu rivestito (1837-1861) da Aleksej
L’vov, che compose anche musica profana e fu autore
dell’inno nazionale dell’impero Dio salvi lo zar (1833).
Le scienze naturali
Nel XVIII secolo le scienze naturali erano appannaggio di
pochi. Concentrate intorno all’Accademia delle scienze,
non furono sempre prospere. L’Accademia diede asilo a
importanti studiosi russi e stranieri, ma per gran parte del
secolo la pesante macchina amministrativa impedì la
ricerca scientifica; dispute accese scoppiavano tra scienziati
russi e tedeschi e tra difensori della ricerca pura e di quella
applicata. L’Accademia mantenne contatti con la comunità
scientifica europea per via epistolare, tramite l’elezione di
membri stranieri e soci corrispondenti, e attraverso la
pubblicazione dei suoi «Atti» in lingua latina, sebbene la
loro diffusione non ottenne sempre il successo sperato.
Avevano rapporti internazionali anche alcuni dilettanti
aristocratici, come il principe Dmitrij A. Golicyn,
ambasciatore in molte corti europee, nonché grande
mediatore di informazioni e idee, che compì esperimenti e
pubblicò acclamati libri grazie ai quali divenne presidente
della Società mineralogica di Jena.
L’Accademia sviluppò una forte tradizione in campo
matematico. Lo svizzero Leonhard Euler, uno dei maggiori
matematici dell’epoca, si divise tra San Pietroburgo e
Berlino, riconoscendo apertamente le favorevoli condizioni
di lavoro che gli erano permesse in Russia, dove collaborò
con un altro importante accademico e matematico svizzero,
il newtoniano Daniel Bernoulli. Di grande prestigio fu
anche il botanico e zoologo tedesco Pallas, già citato come
esploratore. Alla fine del secolo la maggioranza degli
accademici erano russi, molti dei quali raznočincy.
Altre fondamentali istituzioni per lo studio delle scienze
furono l’Università di Mosca (1755), la Libera società
economica (1765), l’Istituto minerario (1774), l’Accademia
medico-chirurgica (1798) e la Società moscovita dei
naturalisti sperimentali (1805). Nel 1800 un numero
sempre crescente di giornali russi, sia periodici tecnici
(«Technologičeskij žurnal», Il giornale tecnologico, 1804-
1826), sia riviste non specialistiche come le «Ežemesjačnye
sočinenija» (Pubblicazioni mensili) dell’Accademia, si
occupavano ormai di scienze. Sotto Caterina II la cultura
scientifica si diffuse anche nelle province: il viaggiatore
americano John Ledyard trovò nel 1787 a Irkutsk (Siberia),
in una società viva e prospera, «un circolo gioviale, ricco,
educato e scientificamente preparato come fossimo a San
Pietroburgo», con «discepoli di Linneo» che si unirono a lui
nell’esplorazione della zona. Nel 1789 il giornale di Irkutsk
«Irtyš prevraščajuščijsja v Ipokrenu» (L’Irtyš che si
trasforma in Ippocrene) pubblicò estratti dai Principia di
Newton. Abbiamo notizia di simili attività anche in altri
centri siberiani e in città portuali come Archangel’sk.
Anche se in Russia la cultura scientifica non era solida e
diffusa come ad esempio in Francia o in Gran Bretagna, J.
Scott Carter ha affermato che nel 1800 «la Russia aveva
ormai sviluppato un’ampia e vitale comunità di scienziati e
tecnici che organizzava la divulgazione di una moderna
cultura scientifica, consigliava e serviva lo stato e
contribuiva a consolidare e ampliare la tradizione
scientifica del paese».
Nella prima metà del XIX secolo la crescita costante
delle istituzioni educative, delle tipografie e degli scambi
internazionali favorì ulteriormente lo sviluppo scientifico,
nonostante le resistenze e l’ottusa censura degli ultimi anni
dei regni di Alessandro I e di Nicola I. Così Nikolaj
Lobačevskij, fondatore della geometria non euclidea, e altri
notevoli matematici continuarono la tradizione di Euler.
Fin dall’epoca di Pietro si erano fornite solide basi alla
medicina e alla farmacia con medici occidentali e russi di
formazione europea. La Guerra di Crimea portò alla ribalta
il chirurgo Nikolaj Pirogov, che fondò negli anni Sessanta la
moderna scuola medica russa.
Illuminismo, Romanticismo e rivoluzione
L’Illuminismo in Russia
Pietro il Grande aveva obbligato élite e funzionari a
adottare modelli culturali e comportamentali stranieri,
aprendo così la strada ai valori, e spesso anche alle mode,
di origine europea. I russi, che facevano ormai parte della
comunità culturale d’Europa come fruitori di cultura
filosofica e materiale, cominciarono a interessarsi ai grandi
temi della loro epoca. Dagli anni Trenta del Settecento
anche in Russia, come nel resto d’Europa, Voltaire
cominciò a godere di una sempre maggiore popolarità,
prestando il proprio nome a uno scetticismo mondano,
soprattutto verso i valori religiosi, che divenne noto come
volterjanstvo («volterianesimo»); dall’epoca delle riforme di
Pietro le relazioni tra stato e Chiesa non rappresentavano
più un problema attuale in Russia. L’universale
ammirazione europea per Versailles fece nascere la stessa
gallomania e la conseguente gallofobia che ormai
imperversavano in tutta Europa: Fonvizin attaccò la prima
tendenza nel Brigadiere e nelle Lettere dalla Francia (1777).
Con lo scoppio della Rivoluzione francese, l’amore per la
Francia lasciò il posto a un’anglomania che si esprimeva
più nell’ammirazione per i giardini all’inglese, l’agronomia
e la cultura materiale inglese (birra, carrozze e stallieri),
che per la sua politica e filosofia.
Giunta in Russia intorno al 1740, la massoneria ebbe qui,
come nel resto d’Europa, una rapida diffusione,
specialmente sotto Caterina II; essa rispondeva alle
esigenze più disparate, dalle semplici occasioni di socialità,
all’interpretazione dei misteri dell’esistenza. L’imperatrice,
tuttavia, cominciò a guardare con sempre maggiore
scetticismo e sospetto questa organizzazione segreta. Alla
fine i membri più attivi, l’editore Nikolaj Novikov e il suo
circolo rosacrociano, furono travolti dalla polemica europea
sugli scopi della massoneria e dai dubbi delle autorità
russe sulla lealtà e l’ortodossia religiosa degli affiliati. Nel
1792, con l’intensificarsi della Rivoluzione francese, il
circolo fu chiuso, Novikov arrestato e imprigionato e la
massoneria proibita. All’inizio del regno di Alessandro fu
permessa di nuovo, per poi essere ancora bandita nel 1822.
Negli anni Settanta del Settecento sulle sue riviste
settimanali «moraleggianti» (1769-1774) Novikov aveva
satireggiato le manie del suo pubblico aristocratico
«emancipatosi» di recente: la critica del vizio proponeva in
sostanza un modello normativo delle qualità del
gentiluomo in società, secondo l’esempio del gentleman
inglese o dell’honnête homme francese. La frequente
condanna del maltrattamento dei contadini non
rappresentava (come si è spesso sostenuto) una critica alla
servitù in quanto tale, ma ribadiva solamente la norma
sociale che gli uomini buoni e i veri gentiluomini non
opprimono i loro servitori. È questa la linea di pensiero che
portò all’elaborazione del concetto morale di vera nobiltà
espresso nella poesia di Deržavin e all’umanitarismo
sentimentale di Karamzin e Radiščev, che da presupposti
politici opposti giunsero alla stessa visione delle masse
contadine.
Alcuni membri particolarmente colti dell’élite si
interessavano al pensiero teorico dell’Illuminismo,
sebbene fossero pochi e in questa fase la Russia avesse la
tendenza a consumare più che a produrre idee proprie;
essa si apriva inoltre alle idee eterodosse che circolavano
all’epoca in Europa. Negli anni Novanta del Settecento la
corte non costituiva più l’avanguardia dei nuovi valori: la
condotta personale di Caterina e la sua politica estera
venivano criticate da esponenti dell’élite. Tradizionalmente
gli storici hanno sostenuto che durante il regno di Caterina
gli scontenti si opponevano all’autocrazia e al servaggio;
tuttavia, simili questioni divennero centrali solo nel XIX
secolo, poiché prima della Rivoluzione francese era raro
che venissero sollevate. In Russia questo evento fu accolto
più con disgusto che con entusiasmo, anche se nei decenni
successivi il suo portato filosofico cambiò gradualmente i
termini del dibattito sociale. Negli anni Ottanta e Novanta
del Settecento i principali motivi di dissenso continuarono
a riguardare il problema della guerra giusta, l’alternativa
tra conquista territoriale e miglioramento delle condizioni
interne, tra spese militari per lo sforzo bellico e sviluppo
favorito dalla pacificazione. Da principio Paolo dichiarò la
pace con il resto d’Europa, ma non mantenne a lungo
questa posizione. Alessandro I riprese l’iniziale pacifismo
del suo predecessore, mostrandosi pronto ad affrontare i
problemi della servitù della gleba e dell’autocrazia, ma
bastarono pochi anni per deludere ogni aspettativa.
Il movimento decabrista
Il movimento decabrista (1814-1825), del cui fallito
tentativo di rivolta abbiamo già parlato, rappresentò una
reazione a queste delusioni, ma fu anche un fenomeno
culturale prodotto da una congiuntura unica e irripetibile
nella storia dell’aristocrazia russa. Espressione liberale
dell’opinione pubblica divisa degli anni postnapoleonici,
riuniva in sé eleganza cosmopolita europea, dandismo,
libertinismo byroniano, disprezzo per le convenzioni,
esuberanza giovanile, gusto per l’eccesso, educazione e
cultura intellettuale, fervore patriottico, tendenze
umanitarie ed entusiasmo rivoluzionario per i movimenti
di liberazione come quello di Riego in Spagna e di Bolivar
in Sudamerica. Questa fu anche l’epoca del duello, con cui
giovani impetuosi mostravano sprezzo del pericolo e
aggiravano i vincoli della gerarchia sociale (qualsiasi nobile
poteva sfidarne un altro). I ribelli decabristi non furono
molto numerosi: nonostante gli sforzi di Nicola e della sua
polizia vennero condannate solo 121 persone. Tuttavia, essi
rappresentavano la punta di un iceberg: in molti
condividevano le loro stesse opinioni ma non erano pronti
a tradire l’imperatore o a portare fino in fondo i loro
pensieri, traducendoli in azioni. I decabristi univano
l’aspirazione illuminista a un’organizzazione e a una forma
giusta, razionale e produttiva della società con il primato
romantico dell’individuo, della libertà e del sacrificio
personale. Le loro profonde idee patriottiche erano parte
della crescente consapevolezza nazionale che lasciava
presagire la nascita del nazionalismo. Questi nobili, per la
maggior parte giovani, che avevano ricevuto un’educazione
europea, desideravano riscoprire e recuperare le loro radici
russe, e andare fieri della loro patria; nonostante le
divergenze nei metodi, in definitiva volevano creare una
società libera in cui avessero spazio e diritto tutti gli strati
sociali.
Che cos’è la Russia?
La generazione liberale postdecabrista concentrò le sue
attività intellettuali nei salotti e nei circoli privati, in
particolare in quelli studenteschi nati intorno agli anni
Trenta dell’Ottocento nell’ambiente universitario di Mosca.
Influenzati dalla filosofia romantica idealista tedesca,
allora di moda (soprattutto Fichte e Hegel), cercarono di
interpretare il presente del paese alla luce del suo passato
per comprenderne il potenziale e l’auspicabile futuro. La
questione fu sollevata da Pëtr Čaadaev nella sua
provocatoria Prima lettera filosofica (1836), per cui fu
dichiarato pazzo dalle autorità. In alternativa alla dottrina
della «nazionalità ufficiale» emersero due diverse linee di
pensiero, accomunate dall’opposizione alla servitù della
gleba e all’autocrazia di Nicola. Gli «slavofili»
propugnavano l’unicità della civiltà russa, fondata sul
Cristianesimo ortodosso e sulla sua connaturata sobornost’,
l’unione fraterna di tutti i credenti. Era loro opinione che la
secolarizzazione perseguita da Pietro il Grande attraverso
l’imitazione delle norme europee avesse portato a un
autoritarismo senza via d’uscita, degradato la Chiesa e
conferito troppo potere all’autocrazia del loro tempo.
L’unica forma di progresso possibile era un ritorno al
preteso equilibrio che vigeva prima delle riforme di Pietro.
Gli slavofili consideravano la comune contadina, descritta
in modo così persuasivo da Haxthausen, come un’unione
tipicamente russa e ortodossa delle masse russe e
ortodosse, non ancora corrotte dalle novità europee. Gli
«occidentalisti», alleati e oppositori degli slavofili, erano
invece convinti che l’opera di Pietro fosse stata giusta ma
troppo debole: non avendo adottato la legge e le istituzioni
europee nel loro complesso, aveva permesso
indirettamente il distorto dispotismo di Nicola. Le norme
europee dovevano penetrare più a fondo nel cuore della
società. I più importanti slavofili erano ricchi proprietari
terrieri moscoviti, di formazione europea, che sfogavano la
propria impotenza politica criticando lo status quo. Gli
occidentalisti simpatizzavano per le idee socialiste
(Proudhon e Fourier), elaborate e realizzabili solo
all’esterno della Russia. Il loro rappresentante principale e
straordinariamente attivo, il ricco Aleksandr Gercen
(Herzen), riuscì a emigrare in Europa nel 1847, in tempo
per assistere ai moti dell’anno successivo. Herzen si stabilì
a Londra dove fondò la Libera tipografia russa e si dedicò
alla propaganda contro il regime autocratico. Fu
profondamente deluso dal fallimento delle rivoluzioni del
’48 e dalla cultura borghese «filistea» che trovò in Francia,
in Svizzera e in Gran Bretagna; qui l’incontro con Marx
sfociò in un dissidio e nella reciproca antipatia. Herzen
giunse, infine, a una visione della classe contadina russa
non lontana da quella degli slavofili: la Russia sarebbe stata
salvata dal socialismo spontaneo delle comuni rurali. Come
sostenne con ironia il suo amico Turgenev, andati in pezzi
tutti i suoi idoli egli si inginocchiò di fronte alla giacca di
montone dei contadini. Era nato il socialismo agrario russo.
L’intellighenzia
Sotto Nicola I il contrasto tra i sostenitori del regime
autocratico e gli intellettuali critici raggiunse il culmine. Gli
attivisti della generazione postdecabrista vennero repressi
(Herzen, prima di emigrare, fu esiliato all’interno del
paese) o fuggirono all’estero (come Michail Bakunin,
assorbito dall’anarchismo europeo). La Russia fu colpita
solo marginalmente dalla rivoluzione: la rivolta decabrista
del 1825 e l’insurrezione polacca del 1830 furono
traumatiche per il governo, ma vennero sedate facilmente,
e il paese non fu toccato dai moti del 1848. I soli
«rivoluzionari» scoperti appartenevano al circolo del
funzionario fourierista M. Butaševič-Petraševskij: l’arresto e
il processo del suo gruppo, di cui faceva parte anche
Dostoevskij, si rivelò una tempesta in un bicchiere d’acqua.
Intanto stava emergendo una nuova tipologia sociale e
culturale, che negli anni Sessanta avrebbe preso il nome di
«intellighenzia». I suoi rappresentanti erano uomini (e più
tardi anche donne) di cultura, capaci di pensiero
sistematico, con una particolare visione del bene sociale,
moralmente motivati ad agire secondo i propri principi e
pronti a pagarne le conseguenze. I membri pensanti
dell’élite aristocratica cercavano di giustificare il proprio
ruolo sociale e di incarnare i valori morali proposti dai loro
tutori e dalle opere filosofiche che avevano studiato. E chi
non riusciva più a trovare una ragione nel servizio dello
stato pensava sempre più spesso di dover servire il popolo,
il narod, la massa della popolazione.
Il termine «intellighenzia», in genere, viene usato
parlando di società autoritarie: in contesti democratici gli
intellettuali solo di rado vengono perseguitati per le loro
idee, mentre in una civiltà pluralista, di solito, trovano il
modo di sfruttare le loro conoscenze e competenze in
maniera utile e spesso redditizia. In Russia, dove i governi
del XIX secolo e quelli successivi si arrogavano il
monopolio della verità politica, l’espressione attiva di teorie
e opinioni alternative venne contrastata e repressa.
All’epoca di Nicola l’accesso all’istruzione, ormai aperta ad
ampi strati della società, permetteva anche ai non nobili di
diventare scrittori, giornalisti o insegnanti, e questo tipo di
mentalità divenne più diffusa. In simili condizioni,
ovviamente, l’intellighenzia si considera, e viene
considerata, la voce della coscienza nazionale; laddove
manca la libertà di espressione, arte e letteratura possono
diventare veicoli di valori eterodossi. In Russia
l’intellighenzia, che non condivise mai un’unica visione,
rappresentò una vera e propria forza politica soltanto
quando ricorse alla violenza o collaborò con gruppi sociali
più grandi. Impotente dal punto di vista politico, e quindi
libera dalla tentazione di compromettere i suoi principi,
nonché pronta a sacrificarsi per le proprie idee,
l’intellighenzia contava su una grande autorità morale,
anche grazie alla dignità, alla lucidità e alla costanza dei
suoi rappresentanti. La prima generazione della sinistra
radicale dell’intellighenzia, vale a dire Herzen e i suoi
amici, gli «uomini degli anni Quaranta», era composta per
lo più da nobili. Tra gli «uomini degli anni Sessanta»,
invece, cominciarono a emergere anche personaggi di altre
classi sociali. Herzen, dall’estero, e Černyševskij, in patria,
osservarono il governo dello zar preparare l’emancipazione
dalla servitù della gleba. Dopo il 1860 si dedicarono
entrambi all’attività rivoluzionaria clandestina.
V
L’Europa e la Russia:
stabilizzazione e collasso dello stato
autocratico
1860-1917

La sconfitta in Crimea inaugurò un periodo di ampie


riforme interne, da cui solo le strutture politiche centrali
rimasero escluse. La più importante fu l’abolizione della
servitù della gleba. Questi provvedimenti cambiarono il
volto del paese, dando nuove opportunità alla popolazione
e permettendo l’incerto delinearsi di una società civile. Ma
la svolta sociale e culturale, accelerata ulteriormente dalla
crescita industriale, si scontrò sempre di più con i tentativi
di salvaguardare il potere autocratico. La Russia si espanse
in Asia centrale e nell’Estremo Oriente, ma l’unificazione
tedesca portò un nuovo temibile oppositore in Europa. Nel
1905 le divisioni sociali e una goffa repressione, insieme
alla sconfitta militare contro il Giappone, provocarono moti
rivoluzionari che costrinsero il governo a concedere una
Costituzione e un’Assemblea nazionale, la Duma di stato.
Ma gli sconvolgimenti della Prima guerra mondiale e
l’intransigenza dell’ultimo zar causarono, infine, la
Rivoluzione del 1917.
Dalle «grandi riforme» al 1905
La riforma interna: una rivoluzione dall’alto
Nel 1856, dopo il disastro della Crimea, Alessandro II e il
governo si resero conto che la Russia non poteva più
restare com’era, e per salvare il trono lo zar concesse
l’emancipazione: la servitù della gleba era il nodo che
legava insieme tutti i mali dello stato. Inoltre, si
riconosceva a ogni livello della società il bisogno di
cambiamento. Un ufficiale in visita a San Pietroburgo nel
1857 registrò «un fenomeno sorprendente: tutti aspirano a
una riforma». Le motivazioni e i progetti erano spesso
differenti tra loro, e certi aspetti restano tuttora argomento
di dibattito, ma il programma riformatore che prese forma
tra il 1857 e il 1874 portò a una completa modernizzazione
delle istituzioni sociali e governative. Da principio le
autorità reagirono alla nuova situazione con misure
liberali, alleggerendo la censura e permettendo la glasnost’,
«trasparenza», una limitata libertà di stampa e di opinioni
sulle questioni attinenti alla riforma; nel 1856 fu concessa
anche un’amnistia ai prigionieri politici. A capo dei
dipartimenti governativi furono posti ministri di stampo
riformista. Nel 1857 Alessandro compì il primo passo
ufficiale, chiedendo pubblicamente alla nobiltà di unirsi a
lui per smantellare il sistema della servitù.
I preparativi all’emancipazione durarono quattro anni,
dal 1857 al 1861, e avvennero sostanzialmente sotto la
guida del governo, appoggiati in prima persona dallo zar,
che di fronte alle difficoltà e alle resistenze di molti nobili
(compresi autorevoli uomini politici), dimostrò di
possedere tenacia e doti diplomatiche. I termini
dell’emancipazione furono elaborati da una serie di
commissioni statali che non si presero, però, la briga di
consultare i contadini; i comitati nobiliari di provincia
ebbero poca voce in capitolo, ma ebbero una significativa
opportunità di partecipare all’applicazione pratica a livello
locale. Una volta decretata la libertà personale, la questione
principale era quella della terra. L’esempio negativo del
Baltico, dove l’emancipazione era avvenuta senza assegnare
terre alla classe contadina, spinse Alessandro a risolversi
per un’emancipazione con la terra. Per i contadini la terra
apparteneva a Dio e a chi la coltivava, dunque i campi delle
tenute nobiliari erano dei contadini; i proprietari terrieri,
invece, davano per scontato il loro diritto di proprietà sui
propri interi possedimenti, basandosi sul diritto romano.
La decisione finale, proclamata il 19 febbraio 1861 (durante
la Quaresima, per sottolinearne la solennità), fu
inevitabilmente un compromesso. I proprietari terrieri
dovettero concedere più terra di quanto desiderassero,
ricevendo in cambio un esiguo risarcimento, mentre i
contadini ottennero meno terra e a condizioni più onerose
di quanto si aspettassero. La terra non fu assegnata agli
individui, ma alle comuni, ridefinite in modo nuovo, che
avrebbero regolato la distribuzione dei terreni e
organizzato la riscossione delle tasse sotto la responsabilità
collettiva. Questa misura di controllo sociale, in cui la
comune rurale prendeva il posto dell’autorità padronale
locale, doveva mantenere l’ordine tra i contadini, legandoli
ai loro campi e assicurando il pagamento continuativo dei
tributi. Nelle questioni di tutti i giorni le comuni,
raggruppate in volosti, si governavano da sole, rifacendosi
più alle consuetudini di villaggio che alle leggi dello stato.
Questo e le continue punizioni corporali separavano i
contadini dagli altri gruppi sociali. La libertà personale era
immediata, ma l’assegnazione delle terre diventava
effettiva solo due anni dopo o alla firma del contratto tra
proprietario e contadino. Il governo, impoverito dalla
guerra e dalla crisi bancaria del 1860, fece gravare sui
contadini le spese di compensazione: essi dovevano pagare
per 49 anni «debiti di riscatto» che venivano convertiti in
buoni del tesoro con cui compensare i proprietari. Nel 1857
i contadini formavano circa l’84% della popolazione russa;
l’emancipazione del 1861 riguardò solo i servi della gleba
dei proprietari terrieri, poco meno della metà (intorno al
42%). Subentrarono alcune modifiche quando furono
annunciati statuti dettagliati per le diverse regioni. Nel
1866 la posizione dei contadini di stato e di corte fu
equiparata a quella degli altri, ma con qualche vantaggio in
più.
Dopo l’emancipazione, seguì un’altra serie di riforme.
Nel 1860 era stata creata una nuova banca statale; con altri
provvedimenti si risanarono i conti pubblici e si istituirono
norme per la fondazione di società per azioni e di banche
private. Nel 1863 altri statuti regolarono l’istruzione
universitaria, permettendo maggiore autonomia in quel
campo; fu introdotta una nuova tassa sulla vendita degli
alcolici, un’iniziativa importantissima poiché la vecchia
imposta sulla vodka, da cui dipendeva una buona parte
delle entrate statali, era in mano alla corruzione. Nel 1864
lo Statuto dello zemstvo riformò l’amministrazione locale
nelle province centrali della Grande Russia, istituendo a
livello distrettuale e provinciale comitati elettivi aperti a
tutte le classi sociali (ma dominati dalla nobiltà), che
avevano il potere di aumentare le tasse; nel 1870 uno
Statuto simile fu promulgato per le città. Sempre nel 1864 il
vecchio sistema giudiziario, lento, poco trasparente e
corrotto, fu radicalmente modificato seguendo un modello
anglofrancese: furono introdotte giurie, giudici inamovibili,
maggiore trasparenza e un nuovo ordine professionale
indipendente per gli avvocati. Nel 1865 fu allentata la
censura, che divenne meno preventiva, concentrandosi
soprattutto sulle opere già pubblicate. La riforma militare
iniziò ancor prima che finisse la guerra. Negli anni
Sessanta la marina aveva ormai adottato tecniche di
propulsione a vapore e competeva con francesi e inglesi
nella costruzione di corazzate. Nel 1858 l’esercito abolì la
maggior parte delle colonie militari. La sua
ristrutturazione, ritardata fino al 1874 a causa di dispute
interne, fu radicale e portò alla modifica delle
infrastrutture territoriali e alla sostituzione dell’esercito
permanente con un sistema di coscrizione universale
(benché applicato in modo non uniforme) della durata di
sei anni. Tutte le reclute dovevano raggiungere un livello
minimo di alfabetizzazione e, possibilmente, maturare una
coscienza civica (sebbene le classi di alfabetizzazione
venissero abbandonate poco dopo). Anche la Chiesa fu
coinvolta nel processo di rinnovamento, ma senza che si
ottenessero risultati significativi.
Il processo riformista si rivelò eccezionalmente vasto e,
come si dimostrò in seguito, fu tutt’altro che perfetto, ma il
cambiamento raggiunse ogni ambito della vita pubblica,
con una sola grande eccezione, la struttura politica
centrale. L’autorità dello zar fu decisiva sia nel dar forma
all’emancipazione sia durante gli scontri fra interessi
sociali e governativi diversi. Pur appoggiando le riforme in
altri ambiti, il conservatore Alessandro II non vide mai
motivi per modificare le proprie prerogative: nonostante
l’ampio consenso del suo entourage, favorevole a
un’Assemblea consultiva nazionale, e gli appelli dei nobili
liberali, egli rifiutò di coronare la riforma con una
Costituzione; confermò il Consiglio dei ministri, un
gabinetto a tutti gli effetti, istituito nel 1857, ma mantenne
il pieno potere autocratico. Alcuni storici considerano il
rifiuto di Alessandro una decisione cruciale nella storia
della Russia moderna.
Reazioni e consolidamento, 1861-1905
Tra coloro che furono coinvolti nell’emancipazione, pochi
poterono dirsi soddisfatti delle sue modalità. Qualche
contadino si beò della nuova volja, ma i più considerarono
la sistemazione della terra una violazione della loro
economia morale e dell’idea che avevano della paterna
giustizia dello zar. Scoppiò un’ondata di disordini, in cui i
padroni furono accusati di aver nascosto la «vera libertà». Il
governo, preparato a ogni evenienza, rispose inviando
l’esercito: la ribellione fu subito repressa nel sangue. I
proprietari terrieri, salvo qualche rara eccezione, cercarono
di mettere in salvo tutto ciò che poterono dai propri
contadini. Liberali e conservatori lodarono Alessandro
come lo «zar liberatore», mentre i radicali si dichiararono
indignati che si fossero ripagati oltre due secoli di schiavitù
con ciò che consideravano una mezza libertà, una
ridistribuzione delle terre punitiva e 49 anni di paralizzante
indebitamento. Ma per lo zar e il suo governo questo
rappresentava il miglior compromesso possibile: gli
interessi dei contadini venivano per forza di cose dopo
quelli della nazione, dello stato e dell’aristocrazia. L’intero
progetto di ingegneria sociale che coinvolgeva direttamente
quasi il 90% della popolazione fu portato avanti all’interno
del sistema economico vigente e, tutto sommato, senza
provocare grandi rivolte né a livello sociale né politico. In
America, invece, la contemporanea liberazione degli
schiavi (il 10% della popolazione) fu raggiunta soltanto al
prezzo di una guerra civile. Si considerava auspicabile
l’indennizzo dei proprietari terrieri per motivi di stabilità
sociale e per un principio di equità. Dopo l’abolizione in
Gran Bretagna, anche gli inglesi avevano indennizzato
generosamente i loro proprietari di schiavi, ma non gli
schiavi stessi.
A conti fatti, le «grandi riforme» permisero alla
monarchia di vivere cinquant’anni in più, ma il suo
perdurante dominio sostenne la gerarchia sociale esistente,
impedendo ulteriori innovazioni, e il rifiuto di proseguire
sulla strada del cambiamento contribuì in maniera
determinante allo scoppio della rivoluzione.
L’intransigenza politica di Nicola II (1894-1917) fu uno
degli elementi cruciali dell’epoca rivoluzionaria che va dal
1905 al 1917.
Già nel corso del processo riformatore l’atteggiamento
del governo cominciò a mutare. Alessandro, deluso per il
modo in cui avevano reagito alle sue riforme contadini e
liberali, fu ulteriormente colpito dall’ingratitudine dei
polacchi che nel 1863 risposero ai cambiamenti nelle loro
province con l’ennesima insurrezione: per i servi della
gleba polacchi (molti di etnia bielorussa o ucraina) i
termini dell’emancipazione del 1864 furono
particolarmente favorevoli. Ma a indignare del tutto lo zar
furono piccoli gruppi di radicali russi, che reagirono
organizzando cellule clandestine rivoluzionarie: nel 1866
un cospiratore, lo studente Dmitrij Karakozov, cercò di
assassinare lo zar. In seguito a ciò il processo di riforma
continuò, ma la glasnost’ lasciò il posto a un intervento più
pesante del governo. La sostituzione di molti ministri
riformatori con altri di stampo conservatore complicò la
messa in atto delle riforme e il varo di nuovi
provvedimenti. Per propagandare la figura dello zar come
incarnazione dell’identità nazionale, in Polonia e Ucraina,
in Finlandia e nelle province baltiche, furono rinnovate le
politiche di russificazione delle minoranze etniche
dell’impero, iniziate con Nicola I, e fu affermato il
controllo russo nei territori orientali e meridionali da poco
pacificati o acquisiti. Alla fine del suo regno, di nuovo sotto
la spinta dei liberali e dei rivoluzionari dell’organizzazione
Volontà del popolo (Narodnaja volja), tra gli strascichi della
crisi balcanica degli anni Settanta, Alessandro preparò una
Costituzione limitata, rinsaldando al contempo i poteri
delle forze dell’ordine: la Terza sezione fu sostituita da una
polizia segreta che divenne nota come Ochrana. Lo zar fu
assassinato dalla bomba di un terrorista alla vigilia della
firma della Costituzione. Alessandro III (1881-1894), suo
figlio ed erede, sotto la guida del tutore ultraconservatore
Konstantin Pobedonoscev, più tardi procuratore supremo
del Santo Sinodo, la rifiutò, stroncando così sul nascere una
nuova potenziale stagione di riforme. All’assassinio seguì
un irrigidimento della censura e l’istituzione di poteri
statali d’emergenza che rimasero in vigore fino al 1917.
Negli ultimi decenni dell’impero, dal 1881 al 1917,
paradossalmente proprio mentre si allargava l’autonomia
sociale, in Russia vigevano leggi eccezionali di polizia.
Nonostante le misure palliative, adottate negli anni
Ottanta dal nuovo ministro delle Finanze Nikolaj Bunge,
rivolte a migliorare le condizioni dei contadini, e l’inizio di
una legislazione sulle fabbriche per rispondere alle
lamentele degli operai, nel complesso il governo non fece
granché per sfruttare in concreto il potenziale di sviluppo
sociale e di prosperità offerto dal 1861. In particolare il
regime non cercò un modo per integrare le masse popolari
nella società nazionale, ma preferì affidarsi all’arcaica
visione del presunto amore patriarcale tra i contadini e il
loro «piccolo padre», lo zar, e ai pregiudizi etnici della
russificazione e dell’antisemitismo (gli ultimi decenni
dell’impero furono contrassegnati dalla moltiplicazione dei
pogrom, che il governo non si preoccupò di sedare). Negli
anni Novanta il nuovo zar guidò un periodo di
«controriforme»: il governo conservatore cercò di
correggere i «difetti» delle strutture formate negli anni
Sessanta e di consolidare l’ordine sociale vigente
rafforzando il controllo statale sulla società. Gli zemstva
furono notevolmente ridotti e per le zone rurali venne
istituito un comando locale dai poteri quasi dittatoriali.
Alla fine del secolo, la Russia entrò in un’epoca di
intensa crescita economica. I tardi anni Novanta videro
l’ampliamento delle linee ferroviarie e dell’industria a
opera del ministro delle Finanze Sergej Vitte, che nel 1897
portò il sistema monetario al cambio in oro, attirando
sempre maggiori investimenti stranieri. Sotto il «sistema
Vitte» per alcuni anni il PIL della Russia crebbe più
velocemente che in ogni altro paese, compresi gli Stati
Uniti, ma nemmeno questo bastò a creare le infrastrutture
di cui la nazione aveva bisogno, soprattutto da un punto di
vista geopolitico. Nonostante la straordinaria crescita, la
rete ferroviaria restò insufficiente per la vastissima Russia,
una debolezza che sarebbe risultata fatale nelle guerre a
venire. Inoltre, lo sviluppo economico accelerò
ulteriormente il cambiamento sociale, provocando
instabilità e privazioni. A causa dei problemi finanziari e
demografici i terreni non bastavano più: scoppiarono
nuove agitazioni contadine. Il settore industriale in crescita
attirava nei grandi centri imprenditoriali di San
Pietroburgo, Mosca e Varsavia enormi quantità di
contadini, impreparati alla dura vita della città e alle sue
condizioni di lavoro opprimenti. Le fabbriche, spesso
straordinariamente grandi, facilitavano l’organizzazione
del lavoro e il mutuo soccorso, creando legami tra persone
di luoghi e gruppi sociali differenti. Dal 1880 in poi i
lavoratori espressero il loro malcontento in una serie di
scioperi. Ma gli operai rimanevano in Russia un arcipelago
industriale nel grande oceano della classe contadina. I
liberali della classe media erano divenuti più audaci dopo i
fallimenti governativi degli anni Novanta, e Nicola II se li
era alienati quando, salendo al trono nel 1894, aveva
definito «un sogno insensato» la speranza di una
Costituzione. Alla fine del decennio, mentre le richieste e
le dimostrazioni degli studenti si facevano pressanti,
cominciarono a riemergere i rivoluzionari che, decimati
dall’azione della polizia dopo il 1881, formarono nuovi
gruppi di stampo marxista, inizialmente poco influenti. Nel
1900-1903 la recessione internazionale fece crollare i salari e
portò alla disoccupazione molti lavoratori dell’industria.
Chi ne ebbe la possibilità, carico di risentimento e
affamato, ritornò al proprio villaggio, in una campagna
dove in quegli anni si erano avuti raccolti scarsissimi. Varie
categorie professionali e gli zemstva invocarono riforme e
diritti civili; nel 1902 e nel 1904 i terroristi rivoluzionari
assassinarono due ministri dell’Interno reazionari e nel
1905 fu il turno del granduca Sergej, fratello dello zar e
comandante della regione militare di Mosca. Il paese viveva
in uno stato di grande tensione.
Le relazioni internazionali e l’espansione verso est
Nel frattempo la Russia cercava di riguadagnare il suo
posto nella comunità internazionale. La sconfitta in Crimea
aveva definitivamente infranto l’ordine europeo stabilito
nel 1815 e aperto la strada all’unificazione tedesca e
italiana. Dopo una breve riconciliazione con Napoleone III,
la Russia rimase a guardare mentre le sue antiche
avversarie, Austria e Francia, venivano schiacciate dalla
Prussia, l’una nel 1866, l’altra nel 1870, e sfruttò la guerra e
il trattato di Londra (1871) per respingere la
neutralizzazione del Mar Nero. Ora la Germania, unita e
industrializzata, rappresentava una seria minaccia per la
Russia. Priva della forza economica, delle infrastrutture e
della capacità militare per mantenere il proprio status di
grande potenza e salvaguardare i propri interessi
nell’Europa formatasi dopo la Guerra di Crimea, per il
resto del secolo, fino al 1914, San Pietroburgo rimase in una
posizione di relativa debolezza, di cui il comando militare
russo era ben consapevole. La guerra con la Turchia,
avvenuta durante la crisi balcanica degli anni Settanta e che
portò all’indipendenza della Bulgaria, mostrò la persistente
debolezza militare russa: la parziale vittoria sul campo fu
vanificata dall’umiliazione diplomatica subita con il
trattato di Berlino (1878). Dall’iniziale strategia di un patto
con la Germania, negli anni Novanta si passò a un’intesa
con la Francia e con la sua alleata, la Gran Bretagna; di qui
cominciarono a prendere forma i due blocchi contrapposti
della Prima guerra mondiale. Mentre si accelerava la corsa
internazionale agli armamenti dei decenni che
precedettero la Grande guerra, aumentarono le spese
militari russe, che impoverirono le risorse statali, con
l’unico risultato di mantenere il paese in contatto con le
principali potenze.
Ma questa fu anche l’epoca della nuova espansione in
Asia. Dagli anni Sessanta la Russia aveva continuato ad
avanzare in Asia centrale, creando un governatorato
generale del Turkestan, conquistando Čimkent, Taškent,
Samarcanda e imponendo protettorati a Buchara e a Chiva.
La penetrazione russa in Afghanistan, che rischiava di
minacciare l’India, portò nel 1885 a una crisi con la Gran
Bretagna, risolta tramite un accordo anglo-russo che
tracciava la frontiera afghana. L’eroe dell’avanzata in Asia
centrale fu il generale Michail Černjaev, un comandante
risoluto che proseguì le conquiste locali nonostante San
Pietroburgo dichiarasse ufficialmente di non avere mire
espansionistiche su quel territorio. Perse il comando nel
1866, ma nel 1883 Alessandro III lo nominò governatore
generale del Turkestan.
In Estremo Oriente la debolezza della Cina nel XIX
secolo spostò l’equilibrio cino-russo a favore della Russia: i
«trattati iniqui» del 1858 e del 1860 crearono una «regione
marittima» russa sul Pacifico, permettendo la fondazione
di Vladivostok. Intanto, mentre cedeva i suoi territori in
America vendendo l’Alaska agli Stati Uniti per 7,2 milioni
di dollari, la Russia rafforzava la sua posizione in Estremo
Oriente stringendo accordi con la nuova potenza del
Pacifico, il Giappone: il trattato di San Pietroburgo (1875)
delimitava le rispettive sfere di influenza, assegnando
l’isola di Sachalin ai russi e le isole Curili ai giapponesi.
Venti anni dopo, alla fine della Guerra cino-giapponese,
nuovi trattati russi con la Cina (1896, 1898) portarono alla
fondazione di una banca russo-cinese, a importanti
concessioni ferroviarie e al prestito venticinquennale della
penisola di Liao-Tung e della base navale di Port Arthur;
durante la rivolta dei Boxer (1900) la Russia occupò la
Manciuria. Lo stesso anno, il completamento della ferrovia
transiberiana, inizialmente a un solo binario, prometteva
maggior sicurezza logistica. La Russia sembrava avere
ottenuto grande potere sulla regione. Nel frattempo furono
riconosciuti ufficialmente gli interessi nipponici in Corea.
Tuttavia, l’appoggio imperiale concesso a un’impresa russa
di legnami sul fiume Yalu, in territorio coreano, e
l’istituzione nel 1903 di un vicereame russo dell’Estremo
Oriente, portarono le due potenze al conflitto aperto. La
Guerra russo-giapponese (1904-1905) fu traumatica per San
Pietroburgo: il nemico, sorprendentemente capace,
sconfisse i russi per terra e per mare. L’incapacità militare
di questi ultimi culminò nel maggio del 1905 con la
distruzione della flotta baltica al largo del Giappone, nello
stretto di Tsushima, dopo un’epica circumnavigazione del
globo. Così in politica estera, alla fine del XIX secolo, la
Russia rimaneva relativamente debole in Europa, ma
ampliò sempre più il suo potere in Oriente.
La trasformazione della campagna dopo il
1861
Le leggi sull’emancipazione del 1861 si dimostrarono uno
strumento imperfetto e la completa liberazione dei servi fu
un processo lungo e difficile. In linea teorica, l’abolizione
della servitù avrebbe dovuto integrare la maggioranza dei
contadini nella società politica russa, ma il fallimento del
governo, che non riuscì nemmeno a mantenere il loro
consenso nell’ordine sociale esistente, fu una delle prime
cause del suo futuro crollo. L’ambiguità dell’impero nei
confronti dei suoi sudditi più umili risultò evidente dalle
modalità della loro emancipazione. La libertà personale
divenne subito effettiva, mentre gli accordi tra contadini e
padroni per la terra dovevano essere negoziati e potevano
quindi protrarsi nel tempo: nel 1885, quando gli accordi
divennero obbligatori, il 20% dei servi era ancora in regime
di «servitù temporanea», vivendo quindi nelle medesime
condizioni economiche precedenti l’emancipazione. I
«residui feudali» del vecchio sistema servile, come li hanno
chiamati gli storici marxisti, si dimostrarono molto
resistenti. Il contadino era strettamente legato alla comune
assegnatagli e in pratica non poteva né lasciare per sempre
il villaggio né scegliere il proprio regime agrario.
L’incidenza e il peso del sistema di ridistribuzione delle
terre sono stati considerati tradizionalmente molto
svantaggiosi per la classe contadina: studiosi di ogni
indirizzo politico affermano che, con gli assetti conseguenti
all’emancipazione, i contadini ricevettero in genere meno
terra di quanta ne coltivassero in precedenza e i proprietari
ebbero la possibilità di gestire le assegnazioni a proprio
vantaggio. Tuttavia le recenti ricerche dello storico
dell’economia Steven Hoch hanno dimostrato
l’inconsistenza statistica di questi luoghi comuni,
sostenendo che la ridistribuzione fu in genere corretta e
imparziale. Resta comunque il dato di fatto che molti
proprietari continuarono a rivendicare il possesso delle
strutture di base, costringendo i contadini a pagare per il
loro utilizzo. I contadini avevano ora il diritto di acquistare
terreni e di ampliare le loro scorte, ma il governo non
concedeva nessun tipo di credito. Solo nel 1883 fu fondata
la prima banca agricola contadina, mentre tra il 1861 e il
1905 i prezzi dei terreni raddoppiarono, per poi continuare
a salire. I costi di riscatto andarono ad aumentare il già
oneroso peso dei tributi: la tassa di capitazione fu sostituita
da imposte indirette soltanto negli anni Ottanta e, sebbene
nello stesso periodo alcuni arretrati fossero cancellati, le
indennità furono definitivamente abolite solo nel 1905.
L’enorme e sempre più rapida crescita demografica mise a
dura prova le risorse e limitò le dimensioni dei terreni per i
singoli contadini, 7 che si ritrovarono a emigrare verso le
città e ad affrontare, agli inizi dell’industrializzazione, il
duro mercato del lavoro, con i suoi bassi salari.
Ciononostante, negli ultimi decenni del secolo il paese
raggiunse gradualmente un buon livello di prosperità. Con
la fine della servitù e grazie a politiche governative più
attive e favorevoli, a livello agricolo e industriale
l’economia continuò a svilupparsi sulle fondamenta poste
nei cinquant’anni precedenti. L’agricoltura riuscì a sfamare
la crescente popolazione dell’impero. Come in passato, vi
furono periodi di raccolti scarsi e di carestie locali (la
peggiore delle quali nel 1890-1892), e alcune regioni,
soprattutto nel centro, ebbero maggiori problemi rispetto
ad altre, ma nel complesso la produzione andò di pari
passo con i consumi. La forte domanda nazionale ed estera
stimolò la produzione di grano per la maggior parte del
periodo, anche se negli anni Settanta e Ottanta le
condizioni di vendita a livello internazionale divennero
molto svantaggiose per la Russia. Nell’economia agraria
dell’epoca prerivoluzionaria i contadini rivestirono un
ruolo di primo piano: ebbero il merito di incrementare la
produzione agricola, ormai regolata sulle esigenze del
mercato, e col tempo si stima abbiano guadagnato di più di
quanto predetto da molti profeti di sventura. Il rendimento
dei raccolti nella Russia di allora reggeva bene il confronto
con il resto d’Europa. A impedire la flessibilità e
l’innovazione tecnologica in campo agricolo non fu la
struttura socioeconomica della comune contadina: un
ostacolo più consistente fu rappresentato dalle sfavorevoli
condizioni economiche e materiali di lungo termine in cui
l’agricoltura era costretta a operare.
Tuttavia, questa immagine generalmente positiva della
situazione economica non si accompagna al consenso
sociale o a una generale soddisfazione da parte dei
contadini. Da regione a regione, le cose cambiavano
notevolmente. Molte famiglie contadine, soprattutto nelle
province agricole centrali, a sud e a sudest di Mosca,
vivevano di stenti. Nel corso del tempo i tributi e gli
arretrati dei contadini raggiunsero cifre enormi; non è
ancora chiaro se la ragione sia da attribuirsi più a un rifiuto
che all’impossibilità di pagare, ma entrambe le ipotesi
implicano il malcontento della classe contadina. In tutto il
paese c’erano contadini colmi di risentimento per quanto
avevano perduto e proprietari con terreni che avrebbero
dovuto essere distribuiti alla popolazione contadina in
aumento. Negli anni Novanta le autorità istituirono
finalmente un sistema ufficiale di riassetto volontario,
offrendo generosi lotti di terra in Siberia. Ma i nuovi
insediamenti furono occupati soltanto da una piccola
percentuale della popolazione in crescita, di cui molti non
riuscirono a adattarsi e ritornarono ai luoghi di origine. Le
inchieste ufficiali sui motivi del malcontento svolte alla
fine del secolo individuarono come prima causa la
mancanza di terra; la «ripartizione nera», vale a dire la
completa ridistribuzione di tutti i terreni, divenne la
principale richiesta contadina nel periodo rivoluzionario.
Nei decenni che seguirono, la campagna subì notevoli
cambiamenti. Mentre le leggi per l’emancipazione avevano
cercato di garantire ordine e stabilità, le riforme mutarono
profondamente il contesto della vita rurale. La crescita dei
mercati, la richiesta di terra da parte della popolazione e
l’interesse comune a massimizzare i profitti spinsero i
contadini a cercare lavoro lontano dai villaggi: furono
accolti dai nuovi cantieri ferroviari, dalle grandi fattorie
commerciali del sud, dagli imprenditori delle nuove
fabbriche, dai capimastri e dai procacciatori di lavoro nelle
città. Dopo la Guerra di Crimea il governo aveva stanziato
ingenti fondi per promuovere la costruzione di una rete
ferroviaria, e alla fine degli anni Sessanta una prima fase di
crescita prese avvio, seguita da una seconda negli anni
Novanta (in cui, però, non furono affrontati in modo
adeguato i problemi strategici emersi durante la guerra).
Ora merci e contadini potevano viaggiare più rapidamente
e coprire distanze maggiori. Verso la fine del secolo un
numero sempre più consistente di donne si diresse verso le
città e le fabbriche: impiegate soprattutto nell’industria
leggera, venivano pagate meno degli uomini ed erano più
semplici da gestire. I contadini portavano nei villaggi
l’esperienza di altri ambienti e di altre società: il nuovo
esercito di leva, da cui i soldati tornavano dopo pochi anni
invece di sparire per sempre; la febbrile vita cittadina, con
le sue nuove conoscenze e i giornali, nonché la
prostituzione, l’alcol, il gioco d’azzardo, il crimine, le
malattie, cui erano esposti lontani dalla famiglia e dalla
routine del villaggio; le reti commerciali sui grandi fiumi; le
affollate, sudice e pericolose fabbriche e le baracche in cui
abitavano gli operai. I contadini ebbero per la prima volta
accesso all’istruzione: il nuovo esercito disponeva di un
programma di alfabetizzazione e i nuovi comitati degli
zemstva fondarono ottime scuole rurali. Negli ultimi
decenni prima della Rivoluzione «la Russia imparò a
leggere», cosa particolarmente vera per la nuova
generazione di giovani, molto più mobile; l’analfabetismo,
tuttavia, rimase un fenomeno diffuso fino agli anni Trenta
del Novecento. Questi cambiamenti misero in crisi, in
modo lento ma inesorabile, i valori tradizionali e
l’obbedienza cieca dei villaggi. L’ampia famiglia allargata,
favorita dalla precedente organizzazione delle proprietà,
cominciò a sfaldarsi; i figli andavano via di casa per
formare nuclei familiari indipendenti e più piccoli (più
deboli e più numerosi). Questi giovani capifamiglia, che
avevano diritto all’assegnazione di un terreno di proprietà,
insieme agli operai, ai soldati e agli emigrati che tornavano
al paese, cominciarono a intervenire nelle assemblee delle
comuni, spesso in competizione o in disaccordo con la
vecchia guardia. Con il passare del tempo i contadini
potevano affittare o comprare altra terra, sia in comunità
sia individualmente, al di fuori delle proprietà della
comune: nel 1914 i contadini possedevano ormai
mediamente più terra di quanta fosse stata loro assegnata
dopo 1861. Anche le differenze di ricchezza si fecero più
evidenti: mentre alcuni ricchi contadini, i cosiddetti kulaki
(il termine kulak, «pugno», fa riferimento alla pratica
dell’usura), sfruttavano e cercavano di dominare i loro
compaesani, altri prosperavano grazie alla loro
intraprendenza e al loro acume e posero le basi per la
nascita di un ceto produttivo di piccoli proprietari terrieri.
Questi processi furono graduali. Nel 1900, per quanto ne
sappiamo, la stragrande maggioranza dei contadini era
ancora legata ai valori tradizionali. Per molti di loro la vita
orbitava intorno al villaggio e il primo problema restava
quello della disponibilità di terra. Tuttavia, erano molto più
consapevoli della vita che si svolgeva al di fuori del
villaggio. La fedeltà al «santo zar», al «piccolo padre», era
ancora la norma, ma veniva spesso contestata sulla base di
nuove esperienze e idee sempre più diffuse. In tutto ciò
l’organizzazione comunitaria dei contadini rimase intatta e
di importanza capitale. Il governo continuò a considerare la
comune come un baluardo di stabilità: durante le
«controriforme» degli anni Novanta il suo potere fu
rafforzato. Gli stessi contadini continuavano ad affidarsi
alla comune per il proprio autogoverno, basato sulla legge
consuetudinaria, per l’organizzazione e la ridistribuzione
delle terre e per il mutuo soccorso: l’artel’ (cooperativa di
lavoratori) e lo zemljačestvo (associazione di lavoratori della
stessa località) proiettarono le strutture solidaristiche della
comune in un orizzonte più ampio. La comune restò la
base per la resistenza e la solidarietà tra i contadini di
fronte alle minacce esterne o in caso di azioni collettive: la
solidarietà dimostrata dalla comune di fronte ai disordini
del 1861-1862 riapparve anche durante la Rivoluzione del
1905-1906.
Il 1861 ebbe un enorme impatto anche sui proprietari
terrieri che persero la loro forza lavoro gratuita e
considerevoli, seppur variabili, quantità di terra. Il governo
dedusse dai pagamenti di compensazione tutti i debiti
insoluti; i buoni di indennità, non potendo essere incassati
subito, cominciarono a perdere valore. Il vecchio stile di
vita divenne impossibile e nel 1905 i nobili possedevano il
40% della terra in meno rispetto a prima del 1861. Tuttavia,
questo periodo non fu caratterizzato tanto dal «declino
della piccola aristocrazia terriera», sbandierato all’epoca e
in seguito, quanto piuttosto da una riorganizzazione delle
attività dei nobili: alcuni proprietari riuscirono a adattarsi
alle nuove condizioni, sfruttando la persistente dipendenza
dei contadini, adottando nuovi metodi di coltura e
ridimensionando il loro stile di vita. Con lo sviluppo del
mercato, i nobili divennero compratori e venditori; i
moderni metodi agricoli come il reclutamento dei
braccianti, la rotazione delle colture e l’uso delle macchine
coesistevano con la tradizionale tecnica di coltivazione a
strisce, l’affitto della forza lavoro e la mezzadria. Molti
proprietari abbandonarono l’agricoltura, vendendo o
affittando i loro terreni, e investirono i proventi in altre
attività. La maggior parte non favorì lo sviluppo di una
classe contadina indipendente, che contraddiceva i loro
valori sociali e costituiva un’ulteriore minaccia economica.
Dopo il 1905 la nobiltà rinacque come forza politica: la
nuova destra della Nobiltà unita fornì un aiuto ben
organizzato alla monarchia.
La rivoluzione dal basso: 1905-1917
Prove generali di rivoluzione: 1905
Negli anni che precedettero il 1905, di fronte alla crescente
tensione sociale e all’opposizione pubblica e rivoluzionaria,
il governo seguì una politica in cui mescolò concessioni,
diversivi e repressione. La polizia si mobilitava
rapidamente contro la protesta aperta e riuscì a infiltrarsi
all’interno dei gruppi rivoluzionari. Importanti
commissioni governative, create per studiare i bisogni del
mondo rurale, sottolinearono la necessità di un
cambiamento, portando nel 1904 alla limitazione dei poteri
delle comuni; nel 1902 furono abolite le punizioni corporali
contro i contadini. Nel 1901 al capo dell’Ochrana
moscovita, Sergej Zubatov, fu affidato il compito di deviare
lo scontento dei lavoratori verso innocue valvole di sfogo,
creando un sindacato sotto il controllo della polizia, che
esprimesse rimostranze di carattere esclusivamente
economico. All’inizio Zubatov ottenne discreti risultati, ma
siccome non riusciva a controllarne tutti i membri, nel 1903
il suo sindacato venne chiuso. Con la crescente tensione, il
governo pensò che «la vittoria in una piccola guerra»
contro i giapponesi avrebbe calmato l’opinione pubblica
ostile. Il disastro militare, invece, rinvigorì la fiamma del
dissenso interno.
La Rivoluzione scoppiò a San Pietroburgo domenica 9
gennaio 1905. Un’enorme processione/manifestazione di
lavoratori, organizzata dal pope Georgij Gapon, per ironia
della sorte proprio un successore di Zubatov, si radunò
davanti al Palazzo d’Inverno per presentare una petizione
allo zar. Gli operai, molti dei quali ex contadini, portavano
icone e simboli religiosi cercando soddisfazione nei modi
tradizionali. Nicola era assente e la polizia, tesa e nervosa,
sparò sulla folla, ferendo o uccidendo centinaia di persone:
il «piccolo padre» non aveva dato ai suoi figli pane ma
pallottole. L’indignazione pubblica per la «Domenica di
sangue» fu immensa, e la risposta paternalistica dello zar,
che non aveva alcuna intenzione di scusarsi per l’accaduto
(«i manifestanti erano stati mal guidati dai loro capi»), rese
il tutto ancora più oltraggioso: il mito del «piccolo padre» e
la fedeltà dei lavoratori erano persi per sempre.
Il resto dell’anno fu un continuo braccio di ferro tra la
corona e il popolo senza distinzione di classe: a parte una
piccola ala conservatrice, nessuno appoggiava più il
governo. Scioperi e dimostrazioni scoppiarono in tutto
l’impero: in campagna i contadini erano furiosi; in periferia
le minoranze nazionali si unirono violentemente alle
proteste divampate al centro. Nell’esercito e nella marina
gli ammutinamenti furono contenuti, ma la corazzata
Potëmkin, di stanza sul Mar Nero, scappò riuscendo ad
approdare a Varna. Nacquero nuove organizzazioni per
dare voce sia a opinioni e interessi di parte sia al
malcontento generale. Intanto apparvero deputati dei
«soviet (consigli) dei lavoratori», che funzionavano in larga
parte come comuni contadine allargate, con rappresentanti
eletti e revocabili. I primi soviet sorsero negli Urali e nella
città tessile di Ivanovo come comitati di scioperanti, per poi
diffondersi in tutto il paese; più tardi, quando gli organi di
stato cominciarono a vacillare, i soviet allargarono la loro
influenza, riempiendo il vuoto amministrativo e di potere.
L’ondata di dissenso raggiunse il culmine in ottobre con
un enorme e compatto sciopero generale. Per dirigerlo, gli
operai di San Pietroburgo organizzarono un soviet che
venne presieduto dall’abile e capace Lev Trockij
(pseudonimo di Lev Davidovič Bronštejn). I tentativi del
governo di corrompere gli avversari con la forza, richieste
di aiuto e piccole concessioni fallirono. Alla fine il primo
ministro Sergej Vitte presentò allo zar un’alternativa senza
mezze misure: instaurare una dittatura militare, con un
esercito inaffidabile, o fare delle concessioni. Nicola
capitolò: il Manifesto d’ottobre redatto da Vitte, prometteva
un’Assemblea nazionale eletta, o Duma, con poteri
legislativi, e un ampio spettro di diritti civili: una
Costituzione. Il Manifesto d’ottobre accontentava
l’opinione pubblica più moderata, spaccando così
l’opposizione. Successivamente il governo passò al
contrattacco. La pace di Portsmouth (Usa), che aveva posto
fine in agosto alla guerra contro il Giappone, permise a
Vitte di ottenere un consistente prestito internazionale con
cui rafforzò le disastrate finanze statali. A dicembre i
membri del soviet di San Pietroburgo furono arrestati: i
tentativi dei lavoratori moscoviti di organizzare una rivolta
in loro difesa vennero repressi nel sangue dall’esercito,
rimasto in gran parte fedele all’imperatore.
Nei mesi successivi un nuovo primo ministro, Pëtr
Stolypin, portò avanti politiche di pacificazione e di
riforma. La pacificazione ebbe successo. Contadini e operai
ribelli furono perseguiti senza pietà – nelle campagne,
dopo processi sommari, le «cravatte di Stolypin» (il cappio
dell’impiccagione) fecero centinaia di vittime. Nel 1906-
1907 il terrorismo rivoluzionario provocò più di
quattromila morti; la stessa residenza di Stolypin fu
distrutta da un attentato, ma il ministro si salvò. Le
autorità risposero con una dura repressione: fu applicata in
tutto l’impero una legislazione speciale e la polizia
intensificò la raccolta di informazioni e il reclutamento di
informatori. Dozzine di giornali vennero sospesi, i loro
editori perseguitati. Le promesse del Manifesto d’ottobre
trovarono attuazione nelle leggi fondamentali pubblicate
nel maggio del 1906. Nel frattempo furono cancellati i
pagamenti per il riscatto delle terre da parte dei contadini.
Stolypin diede avvio a una grande riforma agraria (1906,
vedi oltre) e cercò, alle sue condizioni, di collaborare con la
nuova Duma. La sua strategia combinò moderate riforme e
un rafforzamento delle istituzioni per ottenere l’appoggio
dell’opinione pubblica maggioritaria, con tentativi di
consolidare la monarchia, anche attraverso la ripresa della
russificazione. Insieme alla riforma agraria, Stolypin
intendeva allargare la rappresentatività dello zemstvo
potenziandolo a livello dei volosti, perché i contadini
potessero disporre di una reale forza decisionale nelle
questioni locali, e voleva introdurre questa struttura anche
nelle province occidentali come strumento di
russificazione. Entrambi i provvedimenti causarono
l’opposizione delle categorie più agiate: dal 1905 gli zemstva
avevano sviluppato una coscienza di classe conservatrice.
Stolypin non riuscì a convincere nessuna delle quattro
Dume in carica tra il 1906 e il 1914 ad appoggiare
pienamente le sue proposte e nel tentativo di trovare un
compromesso perse la fiducia dello zar. Probabilmente, il
suo assassinio nel 1911 precedette di poco la sua
destituzione da primo ministro. I successori di Stolypin
furono meno capaci e più sottomessi a Nicola.
Per i primi anni dopo il 1905 la società russa rimase in
apparente stato di calma. Nell’industria, che non si era
ancora ripresa dalla recessione e dalle spinte
rivoluzionarie, la produzione tornò a pieno regime solo
negli anni che precedettero la Prima guerra mondiale; lo
stesso accadde per il movimento operaio. Nel 1912 una
protesta nel bacino aurifero della Lena, repressa nel sangue
dalla polizia, diede nuovo impulso alle agitazioni dei
lavoratori. In quello stesso anno quasi 750.000 operai
scioperarono, giungendo a più di un milione e 250.000 nella
prima metà del 1914. I partiti rivoluzionari, che avevano
svolto un ruolo secondario nel 1905, godevano in quegli
anni di un saldo consenso tra gli operai dell’industria; in
particolare erano i bolscevichi (l’ala di sinistra dei
socialdemocratici rivoluzionari) ad avere molti militanti tra
i lavoratori. Ma il loro ruolo non fu così determinante come
le condizioni locali e il diffondersi della consapevolezza tra
gli operai, come dimostrano le rivendicazioni politiche ed
economiche sempre più frequenti. Nell’estate del 1914, a
San Pietroburgo, in una serie di grandi manifestazioni i
lavoratori chiesero una repubblica democratica, la giornata
lavorativa di otto ore e l’esproprio delle terre della nobiltà.
La riforma agraria di Stolypin
Quando nel 1905 la rivolta scoppiò in tutto il paese, i
contadini inizialmente esitarono; tuttavia, di lì a breve, al
centro e nelle periferie non russe, si formò un vasto
movimento organizzato in comuni, con responsabilità
collettive, cui tutti dovevano partecipare, indirizzando i
propri sforzi contro i terreni, le proprietà e a volte anche la
vita dei possidenti. Nella memoria dei contemporanei
rimase l’immagine del cielo rosso per il fuoco che si
sollevava dalle residenze padronali in fiamme. Il noto
assioma «il 1861 provocò il 1905» è stato universalmente
considerato troppo semplicistico, ma resta pur vero che
l’esacerbarsi del malcontento per la mancanza di terra e di
giustizia esplose con inaudita violenza. Alla fine
dell’ondata rivoluzionaria, come abbiamo visto, il governo
rispose con altrettanta brutalità: era ormai chiaro, tuttavia,
che la comune, lungi dall’essere il baluardo della stabilità e
dell’ordine sociale, si era trasformata in un’arma della
rivoluzione.
La grande riforma agraria avviata da Stolypin nel 1906
cercò di affrontare e risolvere questi problemi: rimediare
alla mancanza di terra, abbattere il potere delle comuni e
liberare i contadini intraprendenti dai limiti che queste
imponevano. La sua «scommessa sui forti» offriva ulteriori
terre e la proprietà privata di quelle in comune. In questo
modo, Stolypin sperava di creare una classe
economicamente forte e politicamente conservatrice di
piccoli proprietari che, disponendo di terreni propri e di un
potere decisionale all’interno degli zemstva, risanasse la
campagna e sostenesse al contempo il regime autocratico.
Il ministro e i suoi funzionari sottoposero alla riflessione
della classe contadina le proprie idee e priorità, vale a dire
l’eterno problema del potere nello «stato contadino». Le
autorità locali furono comunque incoraggiate a essere più
flessibili e ragionevoli, a cercare la collaborazione dei
contadini e a rifiutare le soluzioni ideologiche per
concentrarsi su quelle operative. Si lavorò sulla campagna,
raccogliendo dati, riorganizzando e riassegnando la
proprietà privata dei terreni. L’enorme impresa, che per
avere successo avrebbe avuto bisogno di anni di calma,
incontrò l’ostilità dei proprietari e di molti contadini legati
alle comuni; in quel breve periodo i cambiamenti proposti
risposero soltanto alle necessità e alle speranze di una
piccola minoranza, formata soprattutto dai contadini più
abbienti e da coloro che non avevano avuto fortuna e
potevano ora vendere e lasciare le loro terre. I maggiori
successi furono ottenuti nel fertile sudovest, dove la
proprietà individuale era più diffusa e familiare, mentre
nella Russia centrale la comune esercitava ancora grandi
attrattive, persino per i piccoli possidenti. Alcuni contadini,
quindi, entrarono in possesso dei loro terreni senza
staccarsi dal villaggio, e le stesse comuni adottarono nuovi
metodi: risalgono a questo periodo il miglioramento delle
tecniche di rotazione delle colture e la nascita delle
cooperative agricole, incoraggiata fortemente dagli
agronomi. Ma, sebbene i suoi risultati si possano leggere in
diversi modi, la riforma di Stolypin non può essere
considerata un grande successo, soprattutto da un punto di
vista politico: nel 1916, quando la riforma fu sospesa, la
maggior parte degli appezzamenti era ancora di proprietà
delle comuni, e durante la Rivoluzione del 1917-1918,
quando vennero meno le restrizioni esterne, i contadini
imposero quasi ovunque l’agognata «ripartizione nera»,
costringendo i piccoli possidenti a rientrare nella comune,
occupando i fondi dei signori locali e uniformando le
dimensioni dei poderi.
La Prima guerra mondiale
Lo scoppio della Prima guerra mondiale mutò
completamente la situazione politica all’interno del paese.
Nel primo decennio del XX secolo la Russia non era riuscita
a rafforzare il proprio ruolo a livello internazionale: in
particolare, nel 1908 era stata umiliata dall’Austria e dalla
Germania sulla questione della Bosnia e dell’Erzegovina
(una «Tsushima diplomatica», come la definì la stampa
d’opposizione) e durante le guerre balcaniche del 1912-1913
aveva fallito nel proteggere gli interessi slavi. La pericolosa
decisione di entrare in guerra nel luglio del 1914 nacque
dalla necessità di dimostrare la propria forza come grande
potenza e assicurare agli alleati un appoggio credibile,
nonché di accontentare l’opinione pubblica interna. Inoltre,
le trattative diplomatiche che seguirono con gli alleati
francesi e britannici circa i fini della guerra assegnavano
alla Russia, in caso di vittoria, una prestigiosa posizione
dominante su Costantinopoli e sugli Stretti. Come negli
altri paesi belligeranti, lo scoppio delle ostilità provocò
un’ondata di patriottismo tra la gente comune e i
parlamentari, allentando la tensione in tutta la nazione.
Solo una frangia di socialisti estremisti «zimmerwaldiani»,
tra cui V.I. Ul’janov (meglio conosciuto come Vladimir Il’ič
Lenin), considerò la guerra un atto imperialista e auspicò la
sconfitta della Russia. Come negli altri paesi coinvolti, si
confidava in una guerra breve.
Gli eventi dimostrarono il contrario. L’iniziale avanzata
russa nella Prussia orientale fu fermata dalle forze
tedesche nella disastrosa sconfitta di Tannenberg. Nel 1915
la mancata pianificazione a lungo termine causò una
gravissima penuria di munizioni ed equipaggiamenti, cui si
cercò di porre rimedio nel 1916: i rifornimenti rimasero
tuttavia un problema e fonte di tensioni politiche nelle
retrovie per tutta la durata della guerra. La Polonia russa fu
occupata dai tedeschi e lo scontro con gli austriaci per la
Galizia si fece incerto, ma nel complesso l’esercito russo
combatté eroicamente, nonostante gli errori, le perdite
enormi e il controllo turco e tedesco delle vie marittime,
che gli impedì di ricevere aiuti dagli alleati. La Russia
ottenne vittorie contro i turchi nel Caucaso e affrontò alla
pari gli austriaci senza riuscire, tuttavia, a eguagliare mai la
potenza dei tedeschi. Studi recenti hanno rilevato l’alto
livello generale della prestazione militare russa,
sottolineando che nessuno dei belligeranti fu esente da
errori e battute d’arresto. Inoltre la Russia, mantenendo
aperto il fronte orientale, costrinse la Germania a
combattere su due fronti. I costi, tuttavia, furono colossali.
A causa della successiva guerra civile, gli effetti della
partecipazione della Russia al primo conflitto mondiale
sono stati spesso sottovalutati, ma il suo vasto e molteplice
impatto sul paese andrebbe riconsiderato. Il bisogno di
truppe mobilitò durante il conflitto 14.648.000 uomini, e le
ingenti perdite spazzarono via buona parte degli ufficiali
più preparati, oltre a soldati di ogni grado, e decimarono
progressivamente i riservisti. Gli ufficiali nobili caduti
venivano sempre più spesso sostituiti da ufficiali non
nobili, meno legati allo zar e ai proprietari terrieri. Nel 1916
il reclutamento aveva ormai prodotto tre milioni di soldati
di scarsa qualità, pessimo morale e dubbia fedeltà, e il
tentativo di una mobilitazione massiccia in Asia centrale
provocò un’enorme rivolta.
Nelle retrovie le sconfitte, le difficoltà di organizzazione
e i problemi di rifornimento soffocarono in fretta l’iniziale
euforia patriottica. Nel corso della guerra l’economia russa
si sviluppò con estrema rapidità, con un tasso di crescita
annuale superiore al 110%. Gestire questa crescita si
dimostrò però quasi impossibile: i salari dei lavoratori non
stavano al passo con l’aumento dei prezzi e il cibo a
disposizione non era sufficiente; nel 1916 fu introdotto il
razionamento. Di fronte alla goffa incapacità del governo,
alcune organizzazioni pubbliche si unirono per cercare di
coordinare lo sforzo bellico. La Croce Rossa raccolse un
ampio sostegno e per facilitare il rifornimento delle truppe
e il reclutamento della forza lavoro i consigli cittadini
crearono insieme agli zemstva la Commissione Zemgor che,
nonostante l’ostilità ministeriale e le interferenze ufficiali,
fornì un contributo colossale. Gli imprenditori istituirono
un Comitato per l’industria bellica, allo scopo di convertire
la produzione alle necessità della guerra. Facevano parte di
questi organismi i rappresentanti di tutte le categorie
coinvolte, inclusi gli operai. I partiti di centro della Duma e
una maggioranza del Consiglio di stato formarono un
Blocco progressista guidato da Pavel Miljukov, che chiese
un governo di ampie convergenze e nuove riforme civili per
integrare pienamente operai e contadini nella struttura
sociale e politica della nazione. Nell’agosto del 1915 l’allora
incapace ministro della Guerra, il generale V. Suchomlinov,
si dimise.
La fine della dinastia: febbraio 1917
Tuttavia, lo zar si rifiutò di coinvolgere il popolo in
questioni che considerava di esclusiva competenza
dell’imperatore e dei suoi ministri, soprattutto se di
carattere politico. Nicola ritornò invece alla propria visione
patriarcale del ruolo del sovrano, ottusamente incentrata
sulla sua persona: prorogò la Duma, licenziò i ministri che
avevano appoggiato il Blocco progressista e, nonostante le
proteste del suo governo, assunse il comando diretto
dell’esercito. Questa decisione aveva una sua logica: il
coordinamento tra il fronte e le retrovie aveva costituito un
annoso problema e Nicola sperava di riuscire a risolverlo
ispirando le truppe con la sua presenza autocratica. Ma dal
punto di vista politico si rivelò un fatale errore: in questo
modo lo zar si rendeva personalmente responsabile di ogni
fallimento militare. Lasciando la capitale per il quartier
generale, vicino a Mogilëv, nella Russia Bianca (Bielorussia),
egli abbandonò il controllo centrale della guerra e della vita
nelle retrovie; il potere politico della capitale rimase nelle
mani della moglie, l’imperatrice Alessandra, una donna di
origine tedesca, dalle idee reazionarie, poco giudizio e
amicizie discutibili. Così il governo perse competenza e
affidabilità a causa di una serie di ministri incapaci che si
succedevano rapidamente, mentre critici e oppositori
scatenavano una campagna sempre più ostile. Nelle
retrovie il rifornimento di cibo e di altri beni essenziali
cominciò a scarseggiare: a causa dello stravolgimento
dell’economia dovuto alla guerra i contadini accumulavano
grano per cui non c’era mercato, le ferrovie russe, per lo
sforzo continuo, smisero di funzionare, mentre le merci
militari destinate al fronte bloccavano gli
approvvigionamenti che dal centro del paese sarebbero
dovuti giungere alle periferie civili e alla capitale. Nel 1916
gli operai ripresero a scioperare contro il peggioramento
delle condizioni: quell’anno si registrarono 1400 scioperi.
Nella capitale la produzione cominciò a crollare, iniziarono
a scarseggiare cibo e combustibile, e l’inflazione superò
l’aumento dei salari. La colpa ricadde sulla «tedesca»: le
origini germaniche dell’imperatrice Alessandra divennero
d’un tratto questione nazionale (esattamente come per la
casa reale inglese che nello stesso periodo cambiò il suo
cognome da Sax-Coburgo-Gotha in Windsor). Con il
crescere della tensione, i cittadini di origine tedesca
subirono sempre maggiori persecuzioni; nel 1914 San
Pietroburgo era già stata ribattezzata Pietrogrado. Le cose
andavano di male in peggio. Nel novembre del 1916,
Miljukov parlò alla Duma (di nuovo riunita) accusando il
governo di incompetenza, tradimento o tutte e due le cose.
La fine giunse improvvisa. Il 1917 si aprì con uno
sciopero di cinquantamila uomini in memoria della
Domenica di sangue e, per mantenere l’ordine, il governo
reagì creando uno speciale distretto militare di
Pietrogrado. L’agitazione operaia continuò il 22 febbraio
con la serrata della grande fabbrica metallurgica Putilov. Il
23 si svolsero manifestazioni per la Giornata internazionale
della donna e contro la penuria di cibo, e nei giorni
seguenti la protesta si intensificò, dando vita a numerosi
scontri con la polizia e con un esercito sempre meno
compatto, chiamato da Nicola per imporre l’ordine.
Nonostante gli appelli del presidente della Duma perché si
giungesse a un governo di ampie convergenze, lo zar
dichiarò sciolta l’Assemblea. Il 27 febbraio le truppe
passarono dalla parte dei rivoltosi, che si impadronirono
dell’arsenale e del Palazzo d’Inverno. La Duma formò un
governo ad interim che rispecchiava la composizione del
fallito Blocco progressista. Nel frattempo riemersero i
rappresentanti del Soviet dei deputati dei lavoratori, cui
presto si unirono anche i soldati. Il famoso «Ordine n.1»
invitava tutti i militari a prendere il comando delle loro
unità attraverso comitati eletti e a mandare propri
rappresentanti al soviet. Mentre acquisiva il controllo delle
forze militari di Pietrogrado, il soviet dichiarava anche il
suo appoggio condizionato al governo provvisorio,
stabilendo una situazione di «doppio potere», dei
lavoratori e delle classi politiche. Il modello del soviet di
Pietrogrado venne imitato spontaneamente in tutto
l’impero, dove i soviet iniziarono a fare la loro comparsa
uno dopo l’altro. Lo zar partì dal suo quartier generale alla
volta della capitale, ma il treno su cui viaggiava dovette
essere deviato verso Pskov. Il 2 marzo la Duma annunciò il
nuovo esecutivo, e dal suo vagone, messo davanti al fatto
compiuto, lo zar abdicò per sé e per il figlio malato;
sperando di salvare la monarchia nominando un sovrano
più accettabile, propose come successore suo fratello, il
granduca Michail. Il comando dell’esercito si dichiarò
incapace di garantirne l’incolumità: Michail, di
conseguenza, rifiutò l’offerta. Questo segnò la fine della
dinastia dei Romanov. 8
Per la sopravvivenza dello zar, come nel 1905, anche nel
1917 fu cruciale la reazione delle forze armate. Sia la
guarnigione di Pietrogrado, sia l’esercito al fronte
rifiutarono di obbedire agli ufficiali e di sostenere il regime
autocratico. L’incompetenza politica dello zar aveva portato
discredito all’intero sistema; la posizione ideologica di
Nicola II e la sua incapacità di comprendere le realtà
politiche avevano reso l’autocrazia e i suoi meccanismi
sempre più irrilevanti e un ostacolo per la vita del paese. La
sua visione politica, formatasi in gioventù sotto l’influenza
di Pobedonoscev, era incentrata sul diritto divino
dell’autocrate e sulla diretta relazione patriarcale tra il
sovrano e il narod (popolo), che egli credeva fosse esistita
nella «Santa Russia» prima di Pietro il Grande. Nicola
aveva dato a suo figlio il nome dello zar Aleksej
Michailovič; a corte si usavano vestiti e simboli secenteschi.
Rifiutando di riformare la Chiesa come istituzione, lo zar
cercò la vera santità tra i suoi rappresentanti più umili, e
pensò di trovarla nella discutibile ma carismatica figura di
Grigorij Rasputin, uno starec contadino siberiano. Nel 1905,
fermando il sangue che sgorgava da una ferita dello zarevič
Alessio, malato di emofilia, Rasputin si era conquistato la
devozione della zarina, di inclinazioni mistiche, ed era
diventato confidente e consigliere politico della famiglia
imperiale. Il suo stile di vita disdicevole e la sua pessima
influenza sui reali provocarono scandalo e nel 1916
Rasputin fu assassinato da cortigiani esasperati. Dopo il
1905, nonostante il radicale mutamento della situazione, la
condotta di Nicola continuò a escludere e tenere lontana
dal processo politico la maggior parte della società,
perdendo l’occasione di ampliare la base di consenso del
governo. Fondamentalmente, la Rivoluzione di febbraio fu
un riflesso delle difficoltà della guerra e delle drammatiche
condizioni sociali, che spinsero a un punto critico i
problemi da tempo presenti nel mondo russo. Si è
appositamente dibattuto se concessioni politiche di
Alessandro II e di Alessandro III o la piena accettazione da
parte di Nicola del suo ruolo costituzionale dopo il 1905
avrebbero potuto salvare il regime e permettere alla Russia
di raggiungere in modo pacifico una qualche forma di
democrazia. Una simile evoluzione non è da considerarsi
impossibile, ma è chiaro che durante i difficili anni di
guerra qualsiasi governo si sarebbe scontrato con i
fondamentali problemi strutturali, sociali ed economici del
paese. L’intransigente autocrazia, dunque, non era più
capace di governare la complessa società formatasi dopo il
1861.
Il fiorire della società civile e urbana: 1861-
1917
L’istruzione e la stampa
Le «grandi riforme» degli anni Sessanta ebbero un forte
impatto sulla vita di una società colta e urbana. Nei
decenni seguenti, nonostante i limiti imposti dalle autorità,
giunsero a piena maturazione una «sfera pubblica»
indipendente e un’opinione pubblica, i cui primi segni si
potevano cogliere sotto Caterina II. Le università, da poco
riorganizzate, potevano contare su una maggiore
autonomia nell’amministrazione delle facoltà e su un più
ampio numero di iscritti, ma accoglievano ancora solo una
piccola parte della popolazione; tuttavia, furono un
fondamentale elemento propulsivo di istruzione,
consapevolezza sociale e cambiamento intellettuale. Negli
ultimi quattro decenni del secolo gli studenti quasi
quadruplicarono, raggiungendo circa le 16.000 unità, con
una provenienza sociale sempre più varia. Molti studenti
cercavano nell’istruzione, e soprattutto nelle scienze, quelle
risposte esistenziali che l’insegnamento tradizionale della
Chiesa non riusciva più a dare. Le scoperte scientifiche
dell’epoca erano seguite con grande interesse. Già nel 1862
il controverso capolavoro di Turgenev, Padri e figli,
sottolineava le differenze di atteggiamento tra le
generazioni, rendendo popolare il termine «nichilista»
utilizzato per Bazarov, l’eroe del romanzo, uno studente di
medicina e un «uomo nuovo», il quale non riconosce
nessun valore e costume che non abbia sperimentato in
prima persona; in Padri e figli l’autore riserva a Bazarov un
destino di confusione e morte. Černyševskij rispose con
Che fare? (1864), un altro «racconto di uomini nuovi», un
romanzo mal scritto sull’utilitarismo rivoluzionario e la
liberazione femminile. Che fare?, al centro di molte
discussioni negli anni che seguirono le «grandi riforme»
soprattutto per il peso dato alla «questione femminile», fu
il primo di una serie di romanzi radicali di terz’ordine ma
di grande influenza. Negli anni Settanta gli studenti
radicali scoprirono la causa dei contadini: come vedremo,
migliaia di giovani idealisti, per placare la propria
coscienza, passeranno le estati dal 1872 al 1874 in
campagna a conoscere, aiutare e educare i contadini. Gli
anni universitari, attraverso gli studi e le esperienze fatte,
cambiarono la vita anche di studenti meno radicali. Molti
di loro erano poveri o insufficientemente preparati, e le
organizzazioni studentesche formarono gruppi di studio e
di discussione, crearono biblioteche e fondi per il mutuo
soccorso, un modo per reagire allo scarso livello dei servizi
e dell’insegnamento. Tra il 1899 e il 1905 le richieste di
miglioramento delle condizioni, materiali e politiche, portò
più volte allo scontro fra studenti e autorità negli istituti
universitari. Intanto la nuova autonomia degli atenei
incoraggiava la ricerca e la cultura. La storiografia
moderna, ad esempio, raggiunse la maturità con l’opera di
Sergej Solov’ëv, fondatore della «scuola di stato» degli
storici russi, e del suo allievo Vasilij Ključevskij, entrambi
professori all’Università di San Pietroburgo. Il figlio di
Solov’ëv, Vladimir divenne un influente filosofo idealista e
religioso; anche lui docente a San Pietroburgo, fu sospeso
nel 1881 per aver invocato clemenza per gli assassini di
Alessandro II. Nel campo delle scienze naturali le
università soppiantarono per importanza l’Accademia
delle scienze. Alla fine del secolo la comunità scientifica
russa produceva ricerche di livello internazionale, anche se
le infrastrutture del paese erano inadeguate al suo ruolo di
grande potenza e la nazione dipendeva ancora
tecnologicamente dalla Germania. Tra i personaggi di
caratura internazionale figurano Ivan Pavlov, primo premio
Nobel russo nel 1904 (sono celebri i suoi esperimenti sui
cani), e Dmitrij Mendeleev, ideatore della tavola periodica,
che fu titolare della cattedra di Chimica all’Università di
San Pietroburgo dal 1865 al 1890.
Una legge meno rigida sulla censura, nel 1865, e il
maggior numero di lettori incoraggiarono la diffusione e la
crescita della stampa. L’influenza sull’opinione pubblica da
parte dei giornali, che ormai coprivano l’intero spettro
politico, si fece più sensibile. Nel 1900 i quotidiani e i
periodici in lingua russa erano oltre seicento. Pubblicazioni
troppo indipendenti incappavano ancora nella censura, ma
gli editori accorti riuscivano a sopravvivere. Nel 1866 il
«Sovremennik» venne chiuso e i suoi collaboratori
passarono a un nuovo giornale, «Otečestvennye zapiski»
(Gli annali della patria), che portò avanti con successo la
tradizione radicale fino a quando, nel 1884, cadde vittima di
una situazione più difficile. Sempre controllati, ma molto
diffusi, erano i giornali che esprimevano punti di vista
conservatori o nazionalisti, soprattutto il «Moskovskie
vedemosti» (Notizie moscovite), diretto dal conservatore
Michail Katkov, che acquistò grande influenza nei circoli
governativi. Katkov era un sostenitore entusiasta delle
politiche di russificazione messe in pratica con particolare
forza dagli ultimi due zar. Un’ideologia alternativa e
complementare era il panslavismo, un diverso tipo di
nazionalismo che perseguiva la liberazione e l’unità di tutti
gli slavi sotto la guida della Russia. Emerso negli anni
Trenta il panslavismo divenne una corrente ideologica
importante nella seconda metà del secolo e fino alla
rivoluzione, popolare soprattutto in alcuni circoli della
corte e dell’esercito, ma sostenuta anche da personaggi
come Dostoevskij. I panslavisti russi consideravano gli
slavi come la nuova forza dell’Europa e predicavano la
missione civilizzatrice dell’impero slavo degli zar. Come il
nazionalismo di Katkov, però, il panslavismo aveva poco da
offrire sia ai non slavi, cioè ai non russi dell’impero, sia agli
altri slavi, che diffidavano della supremazia russa. Nessuna
delle due dottrine poteva rappresentare una forza coesiva
all’interno dell’impero multietnico o rafforzare il ruolo di
grande potenza del paese all’estero.
Le nuove organizzazioni sociali e professionali
Insieme alla stampa, le nuove istituzioni di governo locale
– consigli municipali e zemstva – rappresentarono luoghi di
incontro e confronto per le persone colte, e contribuirono
allo sviluppo di una certa consapevolezza civile. I comitati
degli zemstva, dominati dai nobili, si affermarono
rapidamente nella maggior parte delle province della
Grande Russia, reclutando una rete sempre più ampia di
professionisti (insegnanti, dottori, infermieri, silvicoltori,
agronomi e statistici), denominati «terzo elemento». Il loro
umile lavoro di amministrazione e sviluppo, ostacolato dal
governo con le «controriforme» degli anni Novanta, portò
con il tempo cambiamenti radicali nelle zone in cui
operavano. I nuovi consigli municipali, loro controparte
cittadina, presiedettero all’enorme crescita urbana dei
decenni precedenti la Prima guerra mondiale, dovuta al
consolidarsi dell’industrializzazione, all’allargamento dei
mercati e alla massa di contadini che, ormai liberi di
muoversi, invadevano le città in cerca di lavoro. Il rapido
sviluppo dei centri urbani tra la fine del XIX e l’inizio del
XX secolo, caratterizzato dai costanti spostamenti della
popolazione, da costruzioni e insediamenti abusivi e da
una caotica attività economica, eluse i tentativi del governo
di controllarne la pianificazione e l’espansione.
Dalle «grandi riforme» degli anni Sessanta nacquero
anche professioni autonome e organizzazioni professionali.
Nelle nuove scuole gli insegnanti si moltiplicarono. La
riforma dell’ordinamento giuridico diede vita per la prima
volta ad avvocati indipendenti che miravano ad assicurare
nuovi standard di legalità e il diritto a un equo processo.
Molti medici, che come gli avvocati erano stati fino a quel
momento impiegati statali o praticanti in proprio,
formarono una loro organizzazione di categoria. Il chirurgo
Nikolaj Pirogov presiedette alla fondazione di
un’organizzazione sistematica della sanità pubblica e di
una nuova professione medica indipendente. Negli anni
postbellici la società civile espresse il proprio bisogno di
agire in autonomia con un gran numero di associazioni di
volontariato. Tra il 1856 e il 1880 apparvero oltre
settecentocinquanta istituzioni di carità private.
Le mutate strutture della vita pubblica e i nuovi campi
di attività civili tendevano, tuttavia, a entrare in conflitto
con le tradizioni autocratiche di un controllo sociale che si
stava riaffermando con forza dopo i primi anni di riforme
liberali. Nel loro tentativo di migliorare l’igiene pubblica, i
medici incontrarono l’opposizione dei funzionari locali e il
progetto di discutere questioni mediche in congressi
nazionali fu guardato con sospetto dal governo. I giudici
non potevano essere rimossi dal loro incarico, ma chi
mostrava un’eccessiva indipendenza poteva vedersi
assegnato a qualche landa inospitale, o subire una
revisione dei diritti pensionistici. Gli zemstva rivendicavano
la libertà di aumentare e spendere le tasse locali e, come le
otganizzazioni di avvocati e dottori, desideravano tenere
convegni nazionali per discutere dei loro problemi
professionali. Essi divennero un punto di riferimento per le
speranze dei liberali costituzionali, ma il governo reagì alle
richieste e ai cambiamenti, deciso a mantenere saldo a
livello centrale il controllo di tutto, e rispose vietando i
congressi nazionali, limitando i poteri di imporre tasse agli
zemstva e, tranne quando fu sotto pressione, respingendo
recisamente ogni idea di Costituzione. Questa completa
mancanza di apertura da parte delle autorità politiche
convinse anche i moderati che il rigore professionale e il
miglioramento delle condizioni sociali erano impossibili
senza un cambiamento politico. Tuttavia, il governo
insistette limitando ulteriormente le attività pubbliche e
adottando misure di russificazione nelle zone di confine
sempre più riottose. Dopo il 1881 Alessandro III riaffermò
il potere autocratico e la nuova polizia si adoperò contro
ogni forma di dissenso: fu un’epoca di «scarsi risultati» per
moderati e liberali. Nel decennio seguente gli umori
cominciarono a cambiare. Durante la carestia e l’epidemia
di colera sul Volga del 1891-1892, professionisti e volontari
lavorarono alacremente e con successo per alleviare le
sofferenze della popolazione: pur dipendendo dall’aiuto
delle autorità locali, con il loro successo diedero
l’impressione di aver supplito a un fallimento del potere
ufficiale. Sulla scia delle «controriforme» degli anni
Novanta, tutto questo diede nuovo vigore alle attività
sociali e rinnovata fiducia a chi desiderava lasciare un
segno nella vita pubblica.
Intanto, anche le masse popolari davano vita a nuove
forme associative. La persistente divisione tra le classi
sociali, un problema storico nella società russa, divenne un
baratro negli anni della Rivoluzione. Contadini e operai
continuavano a considerare estranei e sospetti i ceti istruiti,
atteggiamento dovuto all’incapacità del governo di dare il
giusto peso agli interessi delle classi lavoratrici. Nelle città
questo emergeva in modo particolare per l’inadeguata
regolamentazione del lavoro. Nella seconda metà del
secolo, lo sviluppo industriale fu accompagnato dai mali
tipici della prima industrializzazione e da
un’urbanizzazione selvaggia. Sebbene fino a dopo la
Rivoluzione gli operai fossero ancora pochi rispetto ai
contadini, il loro numero crebbe con una certa rapidità. Ma
la generazione emergente dei proprietari delle fabbriche
trovava ascolto presso il governo. Il problema
dell’ispezione delle fabbriche e della regolamentazione del
lavoro fu affrontato tardi e in maniera inadeguata negli
anni Ottanta, con qualche intervento anche nel decennio
successivo. Gli scontri tra proprietari e lavoratori si fecero
più frequenti. I primi scioperi importanti nell’industria
russa si verificarono alla fine degli anni Settanta, e da quel
momento in poi divennero parte integrante delle
dinamiche industriali. Lo sfruttamento era diffuso, i salari
e il livello di vita bassi, i sindacati illegali. Con la recessione
del 1900-1903 si verificò nelle fabbriche l’ennesima ondata
di disordini. I lavoratori trovarono nuovi luoghi di
socializzazione. Si riunivano spesso nelle osterie (dove i
loro discorsi erano controllati dalla polizia), ma
frequentavano anche le scuole domenicali, un ambiente
decisamente più sobrio. Nate a metà del secolo, le scuole
domenicali erano frequentate da uomini di tutte le età e tra
gli insegnanti volontari militavano molti radicali. Gli
zemljačestva erano gruppi d’incontro finalizzati a scopi
sociali e lavorativi, il cui ruolo fu ricoperto in città e in
campagna anche dalle cooperative. Dopo il 1905, quando fu
garantita la libertà di associazione, i sindacati si
moltiplicarono, e anche se negli anni successivi molti
vennero chiusi, altri sopravvissero, entrando
definitivamente a far parte della vita lavorativa. Erano tutte
organizzazioni operaie con cui le classi medie avevano
pochi contatti.
L’autorità dello zar, ancora forte in campagna e tra le
classi inferiori prima del 1905, perse sempre più influenza
negli ambienti cittadini istruiti. La Chiesa ortodossa, in
difficoltà, non era certo in grado di propagandare in modo
efficace l’infallibilità dello zar, anche se il Cristianesimo
ortodosso costituiva ancora la base della visione del mondo
per la maggior parte dei russi. Infatti, mentre, ad esempio,
i parroci di San Pietroburgo si dimostravano molto attivi,
ottenendo anche un certo successo, l’istituzione non riuscì
ad assumere il ruolo di guida e i tentativi di alcuni membri
dell’intellighenzia di trovare un linguaggio comune con la
Chiesa naufragarono di fronte all’inflessibilità
ecclesiastica. Sotto la pressione degli eventi del 1905, il
procuratore supremo del Santo Sinodo, Pobedonoscev,
uomo simbolo della reazione, fu obbligato a dimettersi. Ma
lo zar rifiutò ragionevoli proposte di rinnovamento della
Chiesa, privandola ancora una volta della possibilità di
svolgere un ruolo pubblico efficace. Solo dopo la
Rivoluzione di febbraio, libera dalla zavorra del controllo
zarista, la Chiesa assunse a tutti gli effetti la direzione delle
proprie attività. Nell’agosto del 1917, al Cremlino, si tenne
finalmente un Concilio che decise la restaurazione del
patriarcato: il 5 novembre di quello stesso anno il
metropolita Tichon fu eletto patriarca di Mosca.
Ma se prima del 1905 le associazioni politiche erano
ancora illegali, ora quelle professionali e universitarie
stavano divenendo ogni giorno più politicizzate. I disordini
studenteschi erano sempre più frequenti e i radicali si
stavano organizzando in partiti rivoluzionari. Il Bund,
un’associazione clandestina di lavoratori ebrei marxisti, fu
creato a Vilna nel 1897, mentre il marxista Partito
socialdemocratico russo (RS DRP , «S D »), la cui fondazione
era stata troncata sul nascere nel 1898 dall’arresto dei suoi
partecipanti, dovette essere rifondato nel 1903 a Londra. Il
neopopulista Partito socialrivoluzionario russo (RPS R, «S R »)
prese vita nel 1901-1902, dopo lunghi dibattiti tenutisi
soprattutto a Berlino. Nel 1903 l’ex marxista Pëtr Struve
costituì l’Unione per la liberazione, una struttura di
stampo liberale che riuniva ampi settori del mondo
professionale e degli zemstva. L’Unione tenne all’estero, in
Svizzera, la sua Assemblea costituente, ma divenne presto
attiva in patria con «campagne di banchetti» e opuscoli
costituzionalisti. Nel 1905, sotto la spinta della rivoluzione,
nacquero numerose nuove organizzazioni sociali, spesso
con forme e modalità inedite. Liberali e professionisti,
operai delle ferrovie e librai, donne ed ebrei si riunirono in
gruppi militanti; le associazioni professionali si
raggrupparono in maggio nell’Unione delle unioni. In
agosto a Nižnij Novgorod apparve l’Unione islamica
panrussa. Il Partito costituzionale democratico (KDP , o dei
«Cadetti»), di stampo liberale e guidato da Pavel Miljukov,
venne alla luce in ottobre, poco prima della nascita di un
gruppo di estrema destra, l’Unione del popolo russo.
Presero forma anche le prime organizzazioni generali dei
lavoratori. Accanto al soviet dei lavoratori di San
Pietroburgo, e a quello dei ferrovieri, dei librai e dei
camerieri, con l’aiuto dell’S R , i contadini crearono nel 1905
un’Unione dei contadini russi, che tuttavia ebbe vita breve.
Le libertà civili garantite quello stesso anno incoraggiarono
in seguito la nascita e l’attività di organizzazioni pubbliche,
nonostante la repressione poliziesca degli anni
postrivoluzionari.
Arte e letteratura
L’arte e la letteratura dei decenni che seguirono
l’emancipazione furono la riprova di una sempre maggior
consapevolezza da parte del pubblico. Gli anni
immediatamente successivi al 1861 trascorsero sotto il
segno del realismo critico, ma l’influenza del crescente
spirito nazionale e nazionalista non tardò a farsi sentire.
Questa fu anche l’epoca delle opere mature di Turgenev,
Tolstoj e Dostoevskij. L’ultimo quarto del secolo, invece, è
ricordato come l’«età d’argento» della Russia imperiale, un
periodo caratterizzato da una notevole rivoluzione
culturale in tutti i campi e da un netto rifiuto del codice
realista, prima dominante, a favore dell’individualismo,
dell’estetismo, della sperimentazione fin de siècle e
dell’immaginazione mistica.
Negli anni Sessanta, tuttavia, la nuova scuola realista
degli artisti ambulanti (peredvižniki), detti così per le loro
mostre itineranti, si sentì chiamata a rappresentare la
Russia e il suo popolo nella loro vita quotidiana. Oltre ai
commoventi quadri sulla gente comune celebrati dalla
critica sovietica, produssero paesaggi e ritratti. Dagli anni
Sessanta ai Novanta costituirono la maggiore corrente
pittorica del paese. Sostenuti dall’influente critico Vladimir
Stasov, trovarono il loro mecenate nel ricco mercante Pavel
Tret’jakov, che ne acquistò i dipinti per la sua collezione
privata, divenuta poi la grande Galleria Tret’jakov di Mosca.
La nascita di nuove istituzioni consolidò in campo
musicale gli sviluppi dei decenni precedenti. La Società
musicale russa, creata nel 1859, ebbe presto sedi in tutto il
paese. I fratelli Anton e Nikolaj Rubinštein fondarono il
Conservatorio di San Pietroburgo e quello di Mosca,
rispettivamente nel 1862 e nel 1866. Entrambe le istituzioni
divennero centri d’insegnamento ed eccellenza: i musicisti
russi potevano finalmente formarsi e vivere della loro arte
in patria. A differenza della maggior parte dei suoi
contemporanei, Anton fu un musicista «occidentalista». Il
già menzionato Milij Balakirev, invece, fu a capo di un
circolo pietroburghese, composto dal cosiddetto «gruppo
dei cinque», i compositori Aleksandr Borodin, César Cui,
Modest Musorgskij e Nikolaj Rimskij-Korsakov. Ancora
tutti dilettanti, furono uniti dal loro consacrarsi alla
tradizione folclorica russa, che influenzò la loro musica e la
scelta dei libretti. Pëtr Čajkovskij, tra i primi diplomati del
Conservatorio di San Pietroburgo, fu nominato professore
di armonia al nuovo Conservatorio di Mosca nel 1866, ma
abbandonò presto l’insegnamento per dedicarsi
esclusivamente alla composizione. Le sue opere, popolari
in Russia come all’estero, mescolavano forme russe ed
europee; anche se rielaborò con successo temi russi, non si
identificò mai con la corrente nazionalista. L’ultimo grande
esponente legato alla tradizione fu Sergej Rachmaninov,
pianista geniale e compositore prolifico, che passò la
seconda metà della sua vita, dopo il 1917, fuori dalla
Russia. Alla svolta del secolo una nuova generazione di
compositori si mise in cerca di nuove forme d’espressione:
Aleksandr Skrjabin esplorò il misticismo simbolista, Sergej
Prokof ’ev la dissonanza dell’avanguardia. La musica di
Igor ’ Stravinskij, invece, partiva da fonti popolari, che
rimaneggiava in forme quasi irriconoscibili. Le sue suite
per balletto L’uccello di fuoco (1910), Petruška (1913) e La
sagra della primavera (1913), commissionate da Sergej
Djagilev per i Ballets russes di Parigi tra il 1909 e il 1929, lo
imposero come massimo esponente della musica
d’avanguardia.
La ragione del trionfo dei balletti di Djagilev in Francia è
da ricercare nelle sue innovazioni artistiche, nell’abilità di
impresario e nelle forti tradizioni create in Russia dal
Balletto imperiale. Agli esordi, Djagilev aveva avuto un
ruolo determinante nella formazione del gruppo Mir
Iskusstva (Il mondo dell’arte), fondato in Russia nel 1898 in
reazione al realismo degli artisti ambulanti. Questo
gruppo, che comprendeva Alexandre Benois, Konstantin
Somov e Leon Bakst, esplorava l’elegante passato
aristocratico di San Pietroburgo e le tradizioni estetiche
occidentali, adoperando colori e disegni innovativi. Mir
Iskusstva e il suo omonimo giornale furono patrocinati da
Savva Mamontov, illuminato magnate delle ferrovie. Il
sostegno dato alle arti da industriali come Mamontov e
Tret’jakov dimostra quale cambiamento economico e
sociale fosse in atto. Mamontov, appassionato di opera, nel
1885 istituì la prima compagnia privata d’opera russa. Nel
1870 aveva acquistato la tenuta di Abramcevo, vicino a
Mosca, trasformandola in un centro per la salvaguardia e
l’insegnamento delle arti e dei mestieri tradizionali: l’idea
ricorda quella di William Morris in Gran Bretagna, e il
nuovo impulso dato da Abramcevo alle arti applicate –
mobilio, tessitura, utensili – si fece sentire anche nei
disegni e nelle messinscene di Mir Iskusstva e dei Ballets
russes. L’estetismo di Mir Iskusstva preannunciò il
modernismo, i pittori simbolisti riuniti attorno al giornale
«Zolotoe runo» (Il vello d’oro, 1906-1910) e l’opera di
difficile categorizzazione di Michail Vrubel’. Le
insurrezioni degli anni rivoluzionari trovarono espressione
negli esperimenti e nelle teorie artistiche in continuo
mutamento degli astrattisti dell’avanguardia, in particolare
Michail Larjonov, Natal’ja Gončarova, Vladimir Tatlin e
Kazimir Malevič, che svolsero un ruolo di primo piano
all’interno del modernismo europeo.
In ambito letterario, i decenni che seguirono
l’emancipazione rappresentarono la grande stagione del
romanzo russo. Dopo il suo ritorno dall’esilio nel 1860,
Dostoevskij si affermò nuovamente, in particolare con
Memorie dal sottosuolo (1864), Il giocatore (1866), Delitto e
castigo (1866), L’idiota (1868) e I demoni (1872). Egli lottò a
lungo contro la sorte avversa – il tracollo finanziario, la
morte dei suoi cari, l’epilessia, la mania del gioco – e scrisse
gran parte della sua opera pressato dalla mancanza di
tempo e di denaro. Nei suoi ultimi anni, sostenuto dalla
devozione della seconda moglie, divenne uno stimato
editore di riviste e il suo ultimo grande romanzo I fratelli
Karamazov (1880) ottenne uno straordinario successo. Nel
1869, invece, Tolstoj terminò il più famoso dei suoi
romanzi, Guerra e pace; Anna Karenina seguì nel 1877. Negli
anni Settanta lo scrittore visse un’intensa crisi che lo portò
alla conversione: il bisogno di giustificare la sua vita di
fronte alla terribile realtà della morte lo spinse prima verso
la Chiesa ortodossa, poi oltre, fino a un Cristianesimo
razionalistico che identificava la salvezza con le buone
azioni e un modo di vivere morale, e soprattutto con la
dottrina della «non resistenza al male». Tolstoj cercò di
vivere la vita semplice dei contadini che, secondo lui,
conoscevano la risposta alla morte: vestiva come loro e
spingeva l’aratro nella sua tenuta; nei suoi scritti
abbondano le figure di contadini saggi. Le nuove credenze
lo allontanarono dallo stato, dalla Chiesa, che lo
scomunicò, e da sua moglie. Le numerose opere del
periodo tardo furono tutte ispirate dalle sue convinzioni
morali e religiose. Il suo ultimo romanzo lungo,
Resurrezione (1899), molto inferiore agli altri dal punto di
vista letterario, fu scritto al solo scopo di finanziare
l’emigrazione in Canada della setta dei duchobory,
perseguitati dal governo perché si rifiutavano di prestare
servizio militare. La lunga vita di Tolstoj terminò nel 1910
in una sperduta stazione ferroviaria, dopo un tentativo di
fuga da casa e dalla moglie in cerca di pienezza spirituale.
Alla morte di Tolstoj, le sue preoccupazioni religiose
erano ormai condivise da una vasta parte dell’élite
culturale. Ciò è vero in particolar modo per la straordinaria
letteratura dell’età d’argento, che produsse alcuni dei
maggiori scrittori russi. Traendo ispirazione dal
rinnovamento spirituale avvenuto alla svolta del secolo e
rappresentato dalle opere filosofico-religiose di Vladimir
Solov’ëv, Nikolaj Berdjaev e Vasilij Rozanov, gli scrittori
simbolisti e i loro contemporanei – quasi tutti provenienti
dai ceti colti e intellettuali della società – mescolarono
sperimentazione formale, individualismo mistico o egotista
e fantastici paesaggi urbani, soprattutto sullo sfondo della
capitale. Pietroburgo (1910-1916) di Andrej Belyj inserisce la
città in un’oscura visione mistica dell’identità russa in un
mondo che cambia. L’intensa e personale lirica d’amore
della giovane «acmeista» Anna Achmatova (al secolo
Gorenko) ha per scenario l’intimità dei dintorni di Carskoe
Selo e una San Pietroburgo domestica, dove lei e i poeti del
suo gruppo frequentavano il cabaret Cane randagio nei
pressi del Nevskij Prospekt. Tutto questo era molto lontano
dalle dure condizioni di vita delle classi inferiori: in
seguito, dall’emigrazione, Berdjaev scriverà: «Comprendo
ora che vivevamo in una torre d’avorio in cui inseguivamo
discorsi mistici, mentre sotto di noi il tragico destino della
Russia prendeva il suo corso». L’espressione politica che
più rispecchia questo allontanamento ideologico dalle
posizioni dell’intellighenzia radicale è la pubblicazione nel
1909 di Pietre miliari, una raccolta di saggi «revisionisti»
con interventi di radicali pentiti come Berdjaev e Pëtr
Struve. Pietre miliari criticava aspramente l’intellighenzia
che, secondo gli autori, idealizzava il narod, le masse, senza
capirle, trascurando valori fondamentali come la verità, la
legge e la solidità dello stato. Nei loro scritti invitavano
l’intellighenzia a perfezionare umilmente se stessa prima
di cercare di rendere perfetta la società. Aleksandr Blok,
uno dei maggiori poeti simbolisti, rappresentava una
visione diversa. Sebbene attratto dal regno mistico dei
simbolisti, egli guardò con profondo favore alla
Rivoluzione, cui diede una sua personale interpretazione:
nei Dodici (1918), ad esempio, descrive una nuova Russia
rivoluzionaria, misticamente santificata dal ritorno di
Cristo.
Nello stesso periodo si andava sviluppando anche
un’altra corrente letteraria, più legata alla vita cittadina:
quella rappresentata dai racconti, le novelle e i drammi del
medico Anton Čechov e nell’opera di Maksim Gor ’kij (che
in russo significa «amaro», al secolo Peškov). Figlio di un
falegname di Nižnij Novgorod, Gor ’kij univa il
romanticismo con l’amara esperienza della realtà di miseria
e brutalità dei ceti urbani più poveri, come ad esempio nei
Bassifondi (1902). Alla svolta del secolo Gor ’kij e Tolstoj
erano probabilmente gli scrittori più famosi della Russia:
l’aristocratico proprietario terriero che voleva diventare
contadino e l’intellettuale proletario urbano, entrambi in
rotta con il sistema zarista.
La Duma e il governo
Una volta ripreso il controllo, il governo avviò
l’«esperimento costituzionale» della Duma di stato, frutto
delle rivolte del 1905. Concessa con riluttanza da Nicola II,
operò per quattro legislazioni, tra il 1906 e il 1917. Le Leggi
fondamentali del 1906, vale a dire la realizzazione concreta
degli ampi diritti politici promessi dal Manifesto d’ottobre,
si dimostrarono meno generose del previsto. La Duma
poteva proporre e mettere il veto sulle leggi, ma il potere
esecutivo rimaneva in mano a un governo che faceva
riferimento allo zar, unico ad avere il diritto di sciogliere a
suo piacimento l’Assemblea, eletta in modo indiretto.
Nicola, inoltre, influenzava le nomine della camera alta
conservatrice, il Consiglio di stato. La legislazione
d’emergenza del 1881 rimase in vigore, lasciando allo stato
il controllo continuo, sia amministrativo sia poliziesco,
sulle attività pubbliche. Una volta restaurato l’ordine,
Nicola cercò di limitare il più possibile le funzioni della
Duma. Come espressione dell’opinione pubblica, la prima
Duma (1906) rappresentò «un proseguimento della
rivoluzione in forma parlamentare»: rese evidente la
profonda distanza della società, orientata a sinistra dello
zar e della sua consorteria. Elette a suffragio maschile
indiretto con voto ponderato, le prime due assemblee della
Duma si scontrarono costantemente con il governo finché
Stolypin, sostenuto dallo zar, non cambiò illegalmente i
termini del diritto di voto nel luglio del 1907. Ne
risultarono una terza e una quarta Duma abbastanza
conservatrici da riuscire a collaborare con il governo, ma
avevano comunque i loro interessi e le loro priorità, e per
promulgare le sue leggi Stolypin fu costretto a ricorrere a
procedure straordinarie. Inoltre, esse non rappresentavano
da nessun punto di vista il paese nella sua interezza.
L’epoca della Duma dimostrò una rinnovata supremazia
politica del governo e dei suoi sostenitori, nonché la
frammentazione e la polarizzazione delle idee politiche
nell’opinione pubblica; quando nel 1914 tornarono a
crescere le tensioni, la stessa Duma si ritrovò sempre più
distante dai movimenti e dalle dinamiche più importanti
della società russa. Tuttavia, dopo il crollo dell’autocrazia
nel 1917, la Duma rimase la sola autorità legittima
all’interno dell’impero.
Lo sviluppo di un movimento rivoluzionario:
1861-1917
Il populismo
L’emancipazione del 1861 realizzò le peggiori paure della
sinistra radicale. A San Pietroburgo scoppiarono misteriosi
incendi e apparvero proclami rivoluzionari anonimi che
dichiaravano la loro solidarietà con i contadini diseredati.
Nel 1863 un piccolo gruppo di attivisti diede vita a
un’organizzazione clandestina chiamata Zemlja i volja,
Terra e libertà, vale a dire ciò che i contadini avrebbero
dovuto ricevere. Prima organizzazione rivoluzionaria
dall’epoca dei decabristi, Zemlja i volja mirava a perseguire
la causa del socialismo rivoluzionario, provocare agitazioni
tra i contadini e creare un collegamento con l’emigrazione
radicale all’estero. Il gruppo ebbe vita breve: venne sciolto
dalla polizia che arrestò i suoi membri, tra cui
Černyševskij, ma altre piccole organizzazioni continuarono
a esistere, soprattutto in ambiente universitario. A una di
queste apparteneva il fallito attentatore del 1866,
Karakozov: gettatosi nella sua impresa senza il benestare
dei compagni, egli provocò una risposta violenta da parte
del governo; inoltre, insieme al caso straordinario di Sergej
Nečaev, carismatico personaggio psicopatico che uccideva
per servire la causa rivoluzionaria, gettò discredito sulle
azioni dirette. Gli anni seguenti furono fondamentalmente
pacifici: i radicali si preparavano alla futura azione
rivoluzionaria e cercavano di stringere rapporti con le
masse, il narod, e di motivarle, all’inizio rivolgendosi solo
agli operai delle città, poi, una volta assicuratosi il loro
consenso, passando anche ai contadini. A ispirare queste
attività fu un libro di enorme influenza, Lettere storiche
(1870) di Pëtr Lavrov, dove si sosteneva che, siccome il narod
manteneva gli intellettuali con il suo lavoro, era compito di
questi ultimi aiutarlo a trasformare la propria vita, poiché
la rivoluzione doveva essere opera del popolo stesso. Nel
1872-1873, ma soprattutto nel 1874, migliaia di studenti, i
cosiddetti narodniki o populisti, con entusiasmo e
dedizione «andarono al popolo» nelle campagne. Ma
persuadere, o anche solo comunicare con i contadini dei
villaggi, si dimostrò più complicato del previsto: da tutte e
due le parti si verificò una sorta di shock culturale. Era
possibile allacciare qualche contatto significativo solo
quando gli studenti trovavano un ruolo utile dal punto di
vista pratico che non contrastasse con i preconcetti dei
contadini sul modo in cui simili estranei (insegnanti,
medici) dovevano comportarsi. Tuttavia, predicare il
socialismo ateo a una classe contadina che ancora venerava
Dio e lo zar era un’impresa disperata. Ma, mentre i
contadini denunciavano di rado gli insoliti nuovi arrivati, i
detentori del potere locale (proprietari, preti, poliziotti) li
temevano e spesso li facevano arrestare. Nel 1877-1878, per
esempio, le autorità organizzarono due grandi processi
pubblici con 93 e 177 imputati; di questi ultimi, 90 furono
assolti e solo 28 condannati ai lavori forzati. Non lo si può
comunque considerare un trionfo rivoluzionario.
Il fallimento di questa «andata al popolo» portò i radicali
alla conclusione che servisse controllare e concentrare
maggiormente il lavoro rivoluzionario: nel 1876 fu fondata
una seconda Terra e libertà, un’organizzazione clandestina
centralizzata, con l’intento di creare una rete di supporto
nelle province. La diatriba su come giungere alla
rivoluzione mise in luce profonde spaccature, che giunsero
a maturazione nel 1879. I «propagandisti» rimanevano
fedeli all’idea che il popolo divenisse l’artefice della propria
rivoluzione: spettava ai rivoluzionari il compito di educarlo,
di fornirgli gli strumenti per agire: un compito di lunga
durata. I «terroristi», invece, ormai convinti che la
rivoluzione contadina non fosse realistica, si rifacevano alle
idee di Nečaev, alle teorie di Pëtr Tkačëv e ai discorsi
incendiari di Michail Bakunin, e sostenevano l’uso del
terrorismo come mezzo di vendetta, nonché la necessità di
rovesciare la struttura dello stato. Dal punto di vista storico
il ricorso al terrore è un’illusione comune tra i radicali
estremisti, che si illudono di agire nel nome del popolo:
nella realtà gli atti terroristici non danno mai avvio
all’insurrezione delle masse. Terra e libertà si spaccò in due
gruppi. Čërnyj Peredel’ (Ripartizione nera), che
rappresentava i propagandisti, fu guidata da Georgij
Plechanov. Quando Plechanov nel 1880 emigrò e si votò al
marxismo, egli lasciò il campo ai terroristi di Narodnaja
volja (Volontà del popolo).
Narodnaja volja si adoperò per un unico obiettivo:
uccidere lo zar e giungere così al rovesciamento dello stato.
Nel 1881 riuscirono ad assassinare Alessandro II, ma il loro
trionfo si rivelò subito un fallimento: le conseguenze
politiche furono l’opposto delle loro attese. Non solo lo
stato non crollò, ma l’assassinio dello zar bloccò la
Costituzione che si stava preparando e spostò a destra il
governo. In breve tempo i capi del movimento furono
arrestati e gli altri membri dell’organizzazione vennero
catturati dall’Ochrana, l’efficientissimo nuovo
dipartimento di polizia istituito nel 1880 proprio per
fronteggiare la loro minaccia. Cinque dei capi furono
impiccati; Narodnaja volja collassò. Tuttavia, alcuni circoli
populisti clandestini continuarono a esistere fino agli anni
Novanta; a uno di questi apparteneva Aleksandr Ul’janov,
fratello maggiore di Vladimir Ul’janov (Lenin). Aleksandr
partecipò al fallito complotto del 1887 per uccidere
Alessandro III e morì giustiziato.
La «controversia sul capitalismo» e il dibattito
sulla rivoluzione
Intanto una diversa forma di socialismo europeo, il
marxismo, cominciava a far sentire la sua influenza sui
gruppi radicali. Nel 1883, a Ginevra, Plechanov e i suoi
compagni fondarono il gruppo Emancipazione del lavoro,
di stampo marxista, mentre altre effimere organizzazioni
dello stesso indirizzo politico si costituivano in patria.
Inizialmente le differenze tra populismo e marxismo non
erano nette: i populisti, da sempre attenti anche agli operai
industriali, erano aperti alle idee di Marx. Oltre ai
rivoluzionari clandestini, il populismo produsse anche
intellettuali che, come Marx a Londra, agivano nel rispetto
della legge. Nel 1872 il «populista legale» Nikolaj
Daniel’son pubblicò il Capitale (vol.I) in russo, la prima
traduzione dell’opera in lingua straniera (il libro,
voluminoso e complesso, fu fatto passare dalla censura), e
insieme ad altri intrattenne rapporti epistolari con Marx
sulla situazione russa. I populisti legali sostenevano che
una rivoluzione fondata sul già esistente protosocialismo
della maggioranza contadina russa avrebbe permesso al
paese di evitare il capitalismo delle economie industriali
occidentali. (Non condannavano l’industrializzazione in sé,
ma solo lo sfruttamento capitalistico.) Marx si interessò alla
teoria, la trovò plausibile e li esortò ad agire in fretta, prima
che il capitalismo attecchisse in modo irreversibile. Negli
anni Novanta, dopo la morte di Marx, Engels decise che era
ormai troppo tardi: a suo avviso, la Russia era già
pienamente avviata verso il capitalismo. Della stessa
opinione erano i nuovi socialdemocratici marxisti, che
apparvero in Russia negli anni Ottanta e si interessavano
soprattutto della classe dei lavoratori industriali ancora in
embrione: secondo loro, lo sviluppo economico russo stava
seguendo il modello capitalista europeo. Cominciò
un’erudita «controversia sul capitalismo», che ruotava
intorno al problema dell’assenza (secondo i populisti) o
della presenza (per i socialdemocratici) in Russia di mercati
adatti alla produzione capitalistica, e soprattutto relativa al
grado di penetrazione delle relazioni capitalistiche nelle
campagne. Secondo i populisti, la vita dei contadini era
incentrata sulla comune di tipo socialista; per i marxisti,
invece, la differenziazione fra i contadini era già a un livello
avanzato, con una classe sfruttatrice emergente e un
proletariato rurale impoverito o privo di terra. L’opera più
famosa della corrente marxista è da ritenersi Lo sviluppo del
capitalismo in Russia (1899) di Lenin, un testo pieno di
esagerazioni. Molti dei primi marxisti russi erano stati
populisti o vicini a gruppi populisti: non solo Plechanov e i
suoi colleghi, ma anche Vladimir Ul’janov. Di origine
tedesca per parte di madre, figlio di un ispettore scolastico
salito al rango nobiliare, Ul’janov studiò legge
all’Università di Kazan’ e, infiammato dall’esempio del
fratello, partecipò subito all’attivismo studentesco.
L’evoluzione delle idee di Ul’janov e le dimensioni del suo
debito nei confronti di quella corrente e del terrorismo
sono state oggetto di lunghi dibattiti. Per tracciare un netto
confine tra sé e i suoi oppositori populisti e per difendersi
dalle accuse di populismo rivoltegli da rivali
socialdemocratici, Ul’janov dovette nascondere le sue
iniziali simpatie nei confronti del quella corrente. Negli
anni Ottanta e Novanta la vecchia generazione di populisti
legali si assestò su posizioni riformiste, mentre i più
giovani neonarodniki si avvicinarono sempre più al
marxismo rivoluzionario. A questi ultimi apparteneva ad
esempio il gruppo di A. Skljarenko a Samara, sul Volga, cui
Ul’janov si unì dopo essere stato espulso dall’Università di
Kazan’ nel 1888. Fu a Samara che Ul’janov lesse Marx,
divenendone un devoto discepolo.
Negli anni Novanta, con il manifestarsi nell’impero di
un malcontento economico e sociale sempre più palese,
emersero radicali e rivoluzionari di ogni sorta. La speranza
di un imminente rivolgimento incoraggiò i tentativi di
contatto con le masse e alimentò dibattiti
sull’organizzazione e le strategie da adottare. Chi dovevano
essere i protagonisti della rivoluzione? Contadini, operai, o
entrambe le categorie? Il terrorismo doveva fare parte dei
metodi rivoluzionari? Che tipo di organizzazione serviva?
In tutte le correnti si contavano membri in esilio e
clandestini in patria, intransigenti e revisionisti; c’erano
radicali che proponevano complotti e atti di terrorismo e si
scontravano con riformisti, vecchi narodovol’cy contrapposti
a populisti legali, rivoluzionari inflessibili come Ul’janov-
Lenin, ma anche marxisti legali ed «economisti». Gli
émigrés e i clandestini russi divennero famosi tra i radicali
europei per le loro rivalità. In Russia e all’estero si
moltiplicarono i giornali rivoluzionari con nomi come
«Rabočaja mysl’» (Il pensiero dei lavoratori), «Russkij
rabočij» (Il lavoratore russo), «Revoljucionnaja Rossija»
(Russia rivoluzionaria); «Iskra» (La scintilla, in riferimento
alla prima «scintilla rivoluzionaria» accesa dai decabristi),
l’organo più importante dei socialdemocratici, fu fondato
nel 1900 a Monaco da Plechanov, Pavel Aksel’rod e Lenin.
Socialrivoluzionari e socialdemocratici, 1900-
1917
Nel 1896 i veterani dei processi del 1878 finirono di
scontare le loro pene e fecero ritorno dalla Siberia, dando
nuovo impulso in patria alla corrente dei neonarodniki,
rappresentata dal Partito socialrivoluzionario. Gli S R
concentrarono la loro attenzione sulla maggioranza
contadina, cercando di mantenere sempre una base
urbana; non rifiutavano l’analisi marxista e, a differenza
degli S D, non distinguevano tra le diverse componenti del
«popolo lavoratore». Combinavano organizzazione e
agitazione delle masse con l’uso della violenza e del terrore
come strumento di intimidazione, vendetta e
finanziamento (le banche erano tra gli obiettivi più
frequenti; alcuni S D adoperarono la stessa strategia). La
loro «organizzazione di lotta» fu guidata da Grigorij
Geršuni e dall’abilissimo doppiogiochista Evno Azef. Il
geniale Geršuni, descritto come il Lenin degli S R , morì di
tubercolosi nel 1908. Il maggiore leader e teorico degli S R ,
invece, fu Viktor Černov, ideologo capace, ma pessimo
organizzatore; un’altra grande personalità del movimento
fu l’abile agitatrice Ekaterina Breško-Breškovskaja, la
«nonna della Rivoluzione».
Per rilanciare il partito i socialdemocratici si riunirono
nel 1903 prima a Bruxelles, poi a Londra. Il programma era
stato scritto dal gruppo dell’«Iskra» e prevedeva un
periodo di governo borghese prima che la dittatura del
proletariato aprisse la strada al socialismo. Si rivendicavano
ampi diritti per gli operai, e per i contadini la libertà dalla
comune e la restituzione delle terre perdute con
l’emancipazione: era un programma minimalista, che
rifletteva le scarse speranze che il partito riponeva nelle
capacità rivoluzionarie dei contadini; andando incontro alla
tradizione terrorista, fu proclamato il diritto del governo
proletario a usare la forza in caso di necessità. Il punto più
controverso del programma riguardava l’organizzazione
del partito. Nel suo pamphlet Che fare? (1902) Lenin aveva
sostenuto che la classe operaia avrebbe potuto guidare con
successo la rivoluzione solo se diretta dai socialdemocratici
rivoluzionari, con le loro conoscenze marxiste
«scientifiche» e la loro «giusta» teoria: i lavoratori, da soli,
non erano in grado di raggiungere consapevolezza e abilità
adeguate. Le condizioni per l’appartenenza al partito
proposte dal gruppo dell’«Iskra» riflettevano questa
visione: Lenin pretendeva la «partecipazione personale»
alle organizzazioni del partito, mentre il suo avversario,
Julij Martov, era favorevole a un criterio più ampio, vale a
dire «fornire con regolarità aiuto personale sotto la
direzione di una delle organizzazioni di partito». La
questione fu messa ai voti: Lenin rimase in minoranza, ma i
suoi sostenitori ottennero la maggioranza sulla
composizione del Comitato centrale del partito. Così Lenin,
con una certa arbitrarietà, rivendicò per il suo gruppo il
nome di «bolscevichi» (maggioritari), mentre Martov e i
suoi simpatizzanti accettarono quello di «menscevichi»
(minoritari). Le divergenze sulla definizione dei criteri di
appartenenza al partito sembravano trascurabili, ma si
basavano su una differenza sostanziale che preannunciava
dissensi più vasti e profondi, cristallizzatisi più
chiaramente dopo il 1905, fino a portare alla scissione
ufficiale nel 1912. I menscevichi, che pensavano più in
termini di un largo movimento che di rigida disciplina di
partito, erano disposti a collaborare con altri radicali e a
lasciare che la Storia facesse il suo corso marxiano. Lenin,
invece, voleva un partito disciplinato composto da
rivoluzionari professionisti, che avrebbero accelerato il
processo storico; aveva un’idea accentratrice, volontarista e
autoritaria, che contemplava il controllo del partito sui suoi
membri e quello rivoluzionario sulla società. Non tollerava
rivali e pensava che la leadership del partito non dovesse
avere limiti. Questo approccio rischiava in definitiva il
dispotismo, ossia di trasformare la dittatura del
proletariato in una dittatura contro il proletariato. Come
notò in seguito Trockij, senza meccanismi di controllo
«l’organizzazione partitica prende il posto del partito, il
Comitato centrale quello dell’organizzazione e, infine, al
posto del Comitato centrale subentra il “dittatore”».
Dopo il Congresso socialdemocratico del 1903, gli
scontri e le lotte intestine proseguirono, e con il montare
della tensione all’interno del paese le discussioni sui
problemi tattici e organizzativi si fecero sempre più accese.
Nonostante il loro ottimismo riguardo al potenziale
rivoluzionario delle masse, agitatori e attivisti furono colti
di sorpresa dagli eventi del 1905 e cercarono di sfruttare al
meglio il rapido evolversi della situazione. In alcune zone
rurali gli S R collaborarono al coordinamento delle azioni
contadine e appoggiarono la fondazione dell’Unione
contadina. Gli S R e i menscevichi – che, dotati di una base
di consenso più ampia, ottennero all’inizio risultati
migliori rispetto ai bolscevichi – avevano voce in capitolo
nel soviet di San Pietroburgo. Lenin, che osservava gli
eventi dall’estero e si sentì al sicuro per tornare in patria
solo dopo il Manifesto d’ottobre, invocò l’immediata presa
del potere da parte dei lavoratori. I fatti del 1905
cambiarono radicalmente la sua percezione della classe
contadina e delle minoranze nazionali e lo convinsero della
debolezza della borghesia. Ma dopo l’esito della
rivoluzione, tutti i partiti rivoluzionari furono vittime di
una violenta repressione, decimati dagli arresti e dalla
disillusione dei loro membri. Molti capi ed esponenti
dell’intellighenzia andarono o rimasero all’estero per anni,
litigando e tramando per imporre la propria linea. In
Russia, negli anni 1907-1911, al crollo della resistenza
operaia corrispose il declino dell’attività rivoluzionaria.
Con l’uscita nel 1909 di Pietre miliari, gli S R furono scossi
nelle loro fondamenta dalle rivelazioni su Azef, loro
terrorista simbolo, che da tempo era un traditore. La
polizia, divenuta sempre più abile nell’arruolare
rivoluzionari, colpì anche gli S D ; ma questi tradimenti
furono meno traumatici del caso Azef, alle cui prove più
evidenti Lenin si rifiutò ostinatamente di credere. Molti
menscevichi si diedero ad attività legali. Tra il 1906 e il 1910
il numero degli affiliati degli S D crollò da 150.000 a 10.000, e
di questi meno del 10% erano bolscevichi; nel 1910 non
veniva più pubblicato un solo giornale clandestino. Nel
1912, durante una conferenza in Svizzera, Lenin dichiarò
che temeva di non vivere abbastanza per vedere la
rivoluzione.
Ma dopo il 1910 l’economia e gli scioperi ebbero nuovo
impulso, e con loro tornarono a farsi sentire il malcontento
contadino e l’attività rivoluzionaria. A metà del 1914 nel
paese regnavano ormai un diffuso senso di crisi, sia a
livello politico sia sociale, e una crescente opposizione alle
autorità. Si è discusso a lungo se la Prima guerra mondiale
abbia bloccato o accelerato lo scoppio della rivoluzione.
Nella Russia del 1914, come in altri paesi belligeranti, molti
rivoluzionari furono infiammati dall’entusiasmo patriottico
e, tra il 1914 e il 1917, lavorarono per ampliare la loro base
di iscritti e la loro influenza, ottenendo un discreto
successo. Tuttavia, i loro sforzi furono minati dagli
interventi della polizia, dalla chiamata alle armi e dal
trasferimento degli attivisti, dalla diffidenza delle masse
verso gli intellettuali e dalle preoccupazioni per la
sopravvivenza quotidiana. La Rivoluzione di febbraio,
come quella del 1905, li colse di sorpresa: le operaie tessili
cominciarono a scioperare malgrado l’opinione contraria
dei rivoluzionari locali e l’insurrezione, che spalancò
prospettive senza precedenti, non fu opera dei capi di
partito o di un complotto. I rivoluzionari, tuttavia, vi si
unirono immediatamente e la rapida creazione del soviet
fu merito dei menscevichi e degli S R . Nel febbraio del 1917
la maggior parte dei leader rivoluzionari si trovavano
all’estero: Lenin e i suoi compagni in Svizzera, e Trockij a
New York, si mossero per tornare subito in patria. A
Pietrogrado, anche i più importanti bolscevichi presenti – i
primi a tornare dall’esilio interno furono Iosif Stalin
(«Uomo d’acciaio», pseudonimo di Iosif Vissarionovič
Džugašvili) e Lev Kamenev («Pietra», al secolo Rosenfel’d)
– inizialmente appoggiarono la posizione del soviet,
favorevole a una cooperazione condizionata con il nuovo
governo. Ma Lenin stava già formulando idee più radicali:
al suo ritorno presentò le «Tesi di aprile», paragonate per
importanza a quelle di Wittenberg a opera di Lutero nel
1517, esigendo la creazione immediata di un governo dei
soviet. Invocando questa presa del potere, Lenin provocò
furiose discussioni tra i bolscevichi, ma le sue tesi, in cui
riecheggiavano idee che stavano già infiammando
Pietrogrado, divennero presto la politica ufficiale del
partito.

7. La popolazione russa della Russia europea crebbe da 17 milioni


circa nel 1762 a 27 milioni nel 1815; poi salì a 36,5 milioni nel 1850,
a 60 milioni nel 1897 e a 106,5 milioni all’epoca della Rivoluzione.
Per l’impero nel suo complesso si parla di 73 milioni nel 1861, 125
milioni nel 1897 e 170 milioni nel 1917. La crescita sembra
dipendesse soprattutto da cause naturali: un alto tasso di fertilità e
la straordinaria diffusione del matrimonio. (NdA)
8. Lo zar e la sua famiglia furono arrestati. Nel luglio 1918, durante la
guerra civile, mentre le forze dei bianchi monarchici avanzavano
verso Ekaterinburg/Sverdlovsk negli Urali, dove era tenuto
prigioniero Nicola, le autorità locali bolsceviche, forse su ordine di
Mosca, giustiziarono tutta la famiglia imperiale. (NdA)
VI
L’impero russo e l’Unione Sovietica:
da paria a superpotenza
1917-1953

Il governo provvisorio della Duma, che ereditò il potere


con la Rivoluzione di febbraio, non riuscì a soddisfare le
aspirazioni delle masse e perse gradualmente consensi a
favore dei rinati bolscevichi, che lo rovesciarono in ottobre,
con un colpo di stato a Pietrogrado. Sotto la guida di Lenin,
i bolscevichi sopravvissero alla dura guerra civile che seguì,
imponendo e consolidando un nuovo autoritario e violento
ordine comunista. Alla fine degli anni Venti, Stalin aveva
ormai preso le redini del partito e del governo. La
«rivoluzione staliniana» diede avvio alla collettivizzazione
di massa, a una rapida industrializzazione e a un profondo
cambiamento culturale, esercitando il controllo su una
mobilità sociale di enormi dimensioni e sul terrore di
massa. L’Unione Sovietica uscì trionfatrice dalla Seconda
guerra mondiale e dalla devastante «Grande guerra
patriottica» sul fronte orientale, arrivando a dominare
buona parte dell’Esteuropa. Dopo il 1945, Stalin riaffermò
nel paese un controllo oppressivo e tenne alta la tensione a
livello internazionale; morì nel 1953.
«Costruire il socialismo»
La Rivoluzione d’ottobre
Il nuovo governo provvisorio, che entrò in carica a
Pietrogrado nel febbraio del 1917, era composto da
rappresentanti delle principali correnti politiche, eccetto
quelle estreme. All’inizio poté contare, sebbene con alcune
riserve, su un appoggio generale, ma creò enormi
aspettative, come enormi furono anche i problemi che
dovette affrontare: la guerra, l’approvvigionamento
alimentare, la terra per i contadini, le aspirazioni degli
operai e delle minoranze nazionali, e soprattutto
l’organizzazione di un’Assemblea costituente eletta, cui, in
quanto governo provvisorio, delegò le questioni
costituzionali e riforme altrettanto fondamentali. Anche il
suo potere amministrativo era incerto. Una delle prime
misure intraprese fu lo smantellamento di tutte le
istituzioni repressive zariste, in particolare gli organi di
polizia; in periferia l’autorità degli enti amministrativi si
faceva sempre più fragile e l’esercito diventava ogni giorno
meno affidabile. Sperando nei benefici della vittoria, il
governo provvisorio decise di continuare la guerra e tenere
fede al proprio impegno con gli Alleati, una scelta per nulla
popolare: come prima, le questioni economiche e sociali
urgenti andavano messe in secondo piano per far fronte
alle necessità belliche. Il governo riconobbe l’indipendenza
polacca, tuttavia contrastò quelle di Finlandia e Ucraina,
negoziando in luglio un compromesso con la nuova Rada
(Consiglio) nazionalista di Kiev, ma ordinando lo
scioglimento della Dieta finlandese, quando proclamò la
propria autonomia.
All’inizio il soviet riconobbe il governo provvisorio e
accettò, almeno parzialmente, la sua politica. La direzione
del soviet era in mano ai popolari menscevichi e agli S R ,
gruppi che dopo febbraio ingrossarono le loro file: in
autunno i menscevichi erano cresciuti da poche migliaia a
200.000, mentre gli S R , che tra città e campagna vantavano
un milione di affiliati, erano di gran lunga il partito politico
maggiore; il consenso bolscevico fu da principio molto più
limitato. Nessuno dei due partiti voleva l’onere scomodo e
pericoloso di assumersi cariche politiche. Tuttavia, le
crescenti difficoltà spinsero il governo provvisorio a cercare
l’appoggio diretto dell’altra parte del «doppio potere» e, nei
successivi rimpasti, rappresentanti menscevichi e S R del
soviet entrarono a far parte del gabinetto. Come
conseguenza, i partiti rivoluzionari moderati si ritrovarono
a sostenere l’«ordine borghese»; partecipando alla politica
del governo furono coinvolti anche nel suo fallimento di
fronte alle aspirazioni popolari. In giugno una nuova
offensiva contro gli austriaci si trasformò in una pesante
ritirata, che incrementò le già numerose diserzioni e le
richieste da parte del popolo che si giungesse a una guerra
puramente difensiva o alla fine delle ostilità. In agosto i
tedeschi sfondarono le difese russe sul Baltico e
conquistarono Riga. Lasola grande corrente rimasta fuori
dal governo era quella dei bolscevichi, secondo cui
instaurare in Russia il «potere dei soviet» avrebbe dato il
via a una rivoluzione internazionale e posto fine alla
guerra. I bolscevichi si impegnarono attivamente per far
crollare le strutture esistenti, per edificare sulle ceneri del
capitalismo una società socialista mondiale; non temevano
affatto l’idea di una guerra civile e incoraggiavano
l’attivismo locale per rovesciare l’ordine esistente.
Tra le masse la delusione nei confronti del governo e dei
suoi alleati di sinistra continuò a crescere. I contadini
cominciarono a occuparsi direttamente del problema delle
terre; già nel marzo del 1917 si registrarono i primi casi di
occupazione dei terreni di alcuni piccoli proprietari,
episodi che si fecero più frequenti, soprattutto dopo la
mietitura. Un numero sempre maggiore di fabbriche finì
sotto il «controllo operaio»: 378 imprese in luglio, 573 in
ottobre. I bolscevichi moltiplicarono il loro consenso: nel
1918 gli affiliati raggiunsero quota 300.000. Ma con
l’aumento dell’inflazione, la penuria di cibo, i fallimenti
commerciali e la disoccupazione, l’economia si ritrovò in
pieno collasso. La sconfitta di giugno provocò a
Pietrogrado una serie di dimostrazioni di massa, che
chiedevano l’immediato «potere ai soviet» ed ebbero un
certo sostegno dai bolscevichi. Il governo, ora guidato
dall’S R Aleksandr Kerenskij, aveva ancora abbastanza
autorità e forza militare per reprimere l’opposizione dei
«giorni di luglio» con la forza e far arrestare i capi
bolscevichi: Lenin fu accusato di essere una spia tedesca (in
effetti i bolscevichi erano stati davvero finanziati dai
tedeschi) e riparò clandestinamente in Finlandia. A fine
agosto Kerenskij, preoccupato dalla debolezza del governo,
ordinò al suo nuovo comandante in capo, il generale
autoritario e conservatore Lavr Kornilov, di portare le
truppe a Pietrogrado; ma poi, riconosciuto il pericolo di un
colpo di stato militare, ritirò l’ordine. Kornilov continuò
ugualmente la sua avanzata e Kerenskij fu costretto a
ricorrere al soviet e agli agitatori bolscevichi per fermare le
truppe del generale, che fu arrestato (e più tardi rilasciato).
L’episodio allontanò ulteriormente le masse dal governo. A
settembre i bolscevichi ottennero finalmente la
maggioranza all’interno del soviet di Pietrogrado, tendenza
che rapidamente fu seguita da quasi tutti i soviet delle città
russe. Kerenskij, nel frattempo, in attesa dell’Assemblea
costituente, provò a radunare i moderati in un’Assemblea
nazionale, nota come «Preparlamento», con l’unico esito di
peggiorare la situazione.
Lenin, dal suo rifugio all’estero, con una febbrile
campagna cercò di convincere i bolscevichi ancora
riluttanti a prendere subito il potere in nome dei soviet di
tutto il paese, dove il partito era ormai predominante. Il
Comitato centrale bolscevico alla fine accettò la proposta,
ma rimandò l’insurrezione al II Congresso panrusso dei
soviet, fissato per il 25 ottobre (VS ): così il colpo di stato
bolscevico poteva essere legittimato dall’autorità dei soviet.
Uno strumento perfetto divenne disponibile quando il
soviet di Pietrogrado, preoccupato per un eventuale attacco
alla capitale da parte di truppe tedesche o di destra, creò
un Comitato militare rivoluzionario, in grado di dirigere
operazioni militari. Nella notte fra il 24 e il 25 ottobre il
Comitato, guidato da Trockij, coordinò l’occupazione
armata da parte delle forze bolsceviche di alcuni punti
nevralgici della città. I disordini furono limitati: il 25
ottobre Pietrogrado proseguì la sua vita di tutti i giorni. Il
Palazzo d’Inverno fu preso d’assalto e i ministri del
governo che vi si erano barricati vennero tratti in arresto.
Gli insorti non incontrarono nessuna reale opposizione,
solo un vuoto di potere. Un memorialista
socialrivoluzionario commentò che 500 soldati ben
addestrati avrebbero potuto spazzare via i bolscevichi dalle
strade di Pietrogrado. Kerenskij fuggì in cerca di aiuto
militare, ma il suo successivo tentativo di sferrare un
contrattacco usando truppe rimaste fedeli al governo venne
frustrato. L’esercito si stava disgregando.
Il Congresso dei soviet ratificò il trasferimento di potere
proclamato dai bolscevichi. Ma il dissenso scoppiò quando
fu chiaro che Lenin rifiutava la tradizionale concezione di
sinistra di un’amministrazione socialista di ampie
convergenze e tendeva a un governo esclusivamente
bolscevico. I menscevichi e molti S R definirono criminale la
presa del potere da parte dei bolscevichi, e per protesta
uscirono dal soviet, lasciando così campo libero agli
avversari e facendo, fatalmente e senza rendersene conto,
proprio il gioco di Lenin. Con una celebre frase al vetriolo
Trockij dichiarò che i suoi antagonisti appartenevano alla
pattumiera della storia. Per dirigere il paese, i bolscevichi
istituirono un ristretto Consiglio dei commissari del
popolo (Sovnarkom: gli acronimi divennero un tratto
distintivo dell’amministrazione sovietica), con Lenin come
presidente e Trockij come commissario degli Affari Esteri.
Commissario per le Nazionalità fu nominato Stalin, che in
un’occasione Lenin aveva definito il suo «meraviglioso
georgiano». Stalin portò nel proprio incarico le sue
esperienze di non russo: figlio di un calzolaio ubriacone,
aveva vissuto in Georgia un’infanzia povera e violenta;
dopo aver ricevuto un’educazione incompleta in un
seminario ortodosso, aveva svolto un’efficace attività
clandestina tra gli operai di Baku, impegno che gli era
costato l’esilio in Siberia. A dicembre gli S R di sinistra, l’ala
radicale degli S R che aveva formato un proprio partito, si
unirono al Sovnarkom.
La Rivoluzione bolscevica fu un evento epocale: diede
avvio, nel più grande paese del pianeta, a un tentativo
senza precedenti di ingegneria sociale autoritaria, e
rappresentò una sfida dottrinaria contro l’intero ordine
capitalistico, con conseguenze planetarie che influenzarono
la politica mondiale per quasi tutto il secolo. Il nuovo
governo agì subito per mettere in pratica il suo vasto
programma. Tramite un decreto sulla pace fu lanciato un
appello al mondo per il raggiungimento di una «pace
giusta e democratica» che ponesse fine alla guerra
mondiale, «il più grande crimine commesso contro
l’umanità». Trockij e Lenin pensavano che portare la
rivoluzione socialista in Russia e rendere pubblici tutti i
suoi trattati segreti con le altre potenze «imperialiste»
avrebbe scatenato la rivoluzione in tutto il mondo. Il
decreto sulla terra fu copiato in gran parte dal popolare
programma agrario redatto dagli S R dopo febbraio, che si
basava sui mandati contadini, e per una volta rispecchiò
davvero le loro genuine aspirazioni: dichiarava che tutta la
terra doveva appartenere al popolo e incoraggiava
l’occupazione dei terreni non assegnati alla classe
contadina; tuttavia, l’esatta natura della futura proprietà
delle terre rimaneva volutamente vaga e fuorviante.
Questo, in pratica, dava mano libera ai contadini, come essi
volevano: il governo non era nella posizione di fare
altrimenti. Vennero promulgate norme per regolamentare
il controllo operaio delle industrie (si trattava più di una
supervisione che di una gestione diretta) e ratificare la
giornata lavorativa di otto ore. Seguì una lunga serie di
ulteriori decreti, che miravano a cambiare radicalmente il
volto della vita sociale. A dicembre si arrivò alla creazione
del Consiglio supremo per l’economia nazionale (VS NC h),
legato al Sovnarkom, con poteri coercitivi per dirigere
l’economia. Tutte le banche, statali e private, furono fuse in
una banca del popolo nazionalizzata, misura che
preannunciava il ripudio dei diritti degli azionisti e la
cancellazione dei debiti esteri nel febbraio del 1918. Il 2
novembre una Dichiarazione dei diritti dei popoli della
Russia, redatta da Lenin e Stalin, abolì tutte le distinzioni
basate su nazionalità e religione, invocando la creazione di
un’unione volontaria delle nazioni e riconoscendo il diritto
alla secessione delle minoranze nazionali; l’indipendenza
polacca era già stata confermata. I bolscevichi non avevano
alcuna intenzione di lasciare che l’ex impero si disgregasse,
ma erano convinti che le minoranze si sarebbero unite
all’imminente rivoluzione socialista, grazie alla quale ogni
differenza nazionale e ogni confine sarebbero diventati
cose obsolete. Un Congresso dei soviet ucraini, a larga
maggioranza bolscevica, proclamò la Repubblica Sovietica
Ucraina l’11 dicembre, esautorando poco dopo la Rada; una
settimana più tardi il Sovnarkom sancì l’indipendenza
della Finlandia.
Sull’onda degli avvenimenti di Pietrogrado, il «potere
dei soviet» cominciò ad affermarsi anche in altre zone del
paese. Il 3 novembre, con una sollevazione bolscevica, a
Mosca il Cremlino venne occupato definitivamente. Entro il
1° novembre, in genere in modo più pacifico, i soviet
avevano preso il controllo di molte città sul Volga e a Tver ’,
Rjazan’ e Rostov sul Don; anche Ufa in Baškirija, Baku,
centro dell’industria petrolifera del Caspio, e Taškent in
Asia centrale erano in mano ai sovietici. Nell’inverno del
1917-1918 in tutta la Russia i soviet rurali assunsero il
controllo a livello distrettuale (volost’). Nel frattempo
l’opposizione cominciò a riorganizzarsi. Alcune deboli
azioni antibolsceviche a Pietrogrado non ottennero
risultati, ma nel mese di novembre, a Tiflis (Tiblisi), in
Georgia, fu istituito un «Commissariato transcaucasico»
antibolscevico, di cui facevano parte anche i menscevichi, e
a Novočerkassk (in territorio cosacco) i generali Kornilov e
Alekseev cominciarono a organizzare un «esercito
volontario». Il Sovnarkom prendeva misure per rafforzare il
suo monopolio del potere: il 28 ottobre un decreto aveva
proibito i giornali «controrivoluzionari»; fu introdotta una
rigida censura. Mentre i «volontari» cominciavano a
riunirsi, fu spiccato un ordine di cattura nei confronti dei
capi «cadetti», accusati di fomentare la guerra civile. Il 7
dicembre il Sovnarkom creò la Commissione straordinaria
panrussa per la lotta al sabotaggio e alla controrivoluzione
(Čeka), una nuova polizia segreta diretta dall’ex nobile
polacco Feliks Džeržinskij: la Čeka, che poteva contare su
poteri ampi e indefiniti, divenne il principale organo di
controllo politico nell’Unione Sovietica. Nel 1922 cambiò
ufficialmente nome in GPU («Direzione politica di stato»),
subendo nel tempo altre trasformazioni nominali e
istituzionali: OGPU , NKVD , NKGB («Commissariato del
popolo per gli Affari Interni/per la Sicurezza di stato»),
M GB , KGB («Ministero/Comitato per la sicurezza dello
stato»), e dopo il 1991 FS B («Servizio per la sicurezza
federale»).
Intanto, si stavano svolgendo le elezioni dell’Assemblea
costituente, rimandate ormai da troppo tempo: i
bolscevichi non avevano ritenuto prudente cancellare
l’Assemblea «borghese» a lungo promessa ed erano
comunque convinti di ottenere la maggioranza. Ma presto
si resero conto che sarebbero stati superati di misura dagli
elettori rurali degli S R , che infatti ottenne il 58% dei voti. A
dicembre Lenin pubblicò le Tesi sull’Assemblea costituente,
chiedendo la piena ratifica del potere ai soviet (dunque ai
bolscevichi). Riunitasi nel gennaio del 1918, l’Assemblea
respinse la proposta di Lenin e fu dichiarata sciolta, chiusa
dalle guardie di sinistra che ne garantivano la «sicurezza».
Una settimana più tardi si riunì a Pietrogrado il III
Congresso panrusso dei soviet, a maggioranza bolscevica,
che adottò una Dichiarazione dei diritti dei popoli
lavoratori e sfruttati e proclamò la Repubblica Federativa
Socialista Sovietica Russa (RS FS R ): la prima Costituzione
sovietica fu approvata nel luglio del 1918.
Nel frattempo si era dato avvio ai negoziati con le
potenze centrali per porre fine alla partecipazione russa
alla guerra. Finora la presa di potere da parte dei soviet e
dei bolscevichi non aveva innescato la promessa
rivoluzione europea; dopo gli eventi del 1917, l’ex esercito
imperiale russo era al collasso e il Sovnarkom aveva
autorizzato la smobilitazione. Ciononostante, i sovietici
proposero una «pace giusta» senza annessioni o
indennizzi, che rispettasse i diritti di autodeterminazione
nazionale. Naturalmente gli avversari non gradirono
l’offerta. Il Sovnarkom spostò allora la capitale a Mosca,
città relativamente più sicura, e cominciò a costituire una
nuova Armata rossa di operai e contadini, sotto la
direzione di Trockij, commissario del popolo per gli Affari
Militari, che intanto cercava di ritardare i negoziati
diplomatici – «né guerra né pace» – e di far appello al
proletariato mondiale, scavalcando i capitalisti
guerrafondai: la risposta proletaria fu debolissima, ma i
diplomatici ne rimasero sconcertati. Alla fine, le potenze
centrali persero la pazienza, posero condizioni durissime e
ripresero l’avanzata, che il Sovnarkom non era in grado di
affrontare. Lenin, con il suo realismo, prevalse sui
sostenitori della prosecuzione della «lotta rivoluzionaria»:
gli S R di sinistra lasciarono indignati il governo e nel marzo
del 1918 il trattato di Brest-Litovsk pose fine alla guerra,
privando il Sovnarkom di tutti i territori occidentali
dell’impero, che rappresentavano per la Russia un quarto
della popolazione e dei terreni coltivati, nonché tre quarti
delle risorse di carbone e di metalli. L’occupazione tedesca
di Kiev instaurò nuovamente la Rada nazionalista ucraina.
Queste perdite colossali inflissero un colpo terribile al
prestigio e alla forza del Sovnarkom; il ritiro russo dalla
guerra provocò l’intervento degli Alleati occidentali, che
videro scomparire il loro secondo fronte e venire meno un
importante supporto militare. Fortunatamente per Lenin,
le operazioni alleate si limitarono alle periferie: le truppe,
stremate da anni di battaglie, condussero solo azioni di
portata ridotta, dando vita a un intervento nel complesso
inefficace. Inoltre, nel novembre del 1918, la sconfitta
decisiva inflitta alle potenze centrali permise ai bolscevichi
di denunciare il trattato di Brest-Litovsk; a Versailles gli
Alleati imposero ai tedeschi sconfitti condizioni
pesantissime, ma ritirarono le loro truppe dalla Russia
senza cercare di ottenere nient’altro dal suo governo.
Il nuovo regime aveva preso il potere sperando
nell’appoggio delle masse popolari in patria e nella
rivoluzione internazionale. Nelle varie questioni specifiche
non seguiva una linea precisa. Nel suo pamphlet utopico
del 1917, Stato e rivoluzione, Lenin aveva sostenuto che, una
volta stabilito un ordine rivoluzionario socialista, le
innovazioni tecniche del capitalismo moderno avrebbero
reso i compiti quotidiani di governo così semplici, da poter
essere eseguiti da «qualsiasi persona alfabetizzata»: «sotto
la direzione del proletariato armato» e con il «controllo
operaio» sarebbe stato possibile «organizzare l’intera
economia come il servizio postale». In altri scritti, Lenin
sottolineò l’importanza delle contingenze: il compito
primario era instaurare il potere proletario socialista, il
resto sarebbe venuto da sé.
L’ottobre del 1917 vide il manifestarsi di due rivoluzioni.
Al centro, un colpo di stato bolscevico rovesciò il governo
in carica e diede il via a un nuovo ordine politico. Ma Lenin
e i suoi compagni riuscirono a mettere in atto e consolidare
la loro presa del potere soltanto grazie a cambiamenti ben
più profondi alla base della società, che avevano indebolito
le strutture delle autorità e del potere statale. Questi
cambiamenti, inoltre, prendevano forme differenti nelle
città, in campagna e nelle zone di confine delle minoranze
nazionali. I bolscevichi non crearono, ma seguirono e
incoraggiarono l’attivismo locale di contadini, operai,
soldati e di tutti coloro che nella crisi generale del 1917-
1918 respinsero come inaccettabile qualsiasi autorità
esterna e formarono istituzioni proprie per perseguire
interessi e scopi immediati. Gli operai e i contadini avevano
orizzonti essenzialmente locali: le loro preoccupazioni non
riguardavano le questioni generali del paese, e così si
scontravano con le politiche che cercavano di mantenere in
equilibrio gli interessi nazionali e quelli internazionali.
Senza la presa bolscevica del potere, l’estate del 1917
sarebbe potuta finire con qualche altra insurrezione
radicale. Una delle caratteristiche più sorprendenti degli
anni rivoluzionari fu il crescente anti intellettualismo
popolare e l’animosità contro tutti i buržui («bastardi
borghesi»): coloro che avevano un certo livello d’istruzione
e denaro, portavano gli occhiali, avevano «mani bianche»,
non da lavoratori; anche i contadini benestanti. I soviet che
si formarono nelle città e in campagna erano
un’espressione reale e spontanea delle opinioni e dei
sentimenti diffusi fra le popolazioni locali. Lo slogan
bolscevico «tutto il potere ai soviet», che sembrava
incarnare e legittimare questa attività di base,
rappresentava per ognuno qualcosa di diverso e raccolse il
consenso delle masse attorno a programmi massimalisti,
fino a quando le implicazioni del potere bolscevico,
durante la guerra civile, non si fecero evidenti.
La guerra civile
Il trattato di Brest-Litovsk permise al Sovnarkom di
concentrarsi sulla resistenza interna, che si andava
rafforzando dopo il fiasco dell’Assemblea costituente.
Nella guerra civile – o guerre civili – del 1918-1921, in
Russia si scontrarono soprattutto tre grandi gruppi, i rossi
bolscevichi (che nel marzo 1918 si diedero il nome di
Partito comunista panrusso dei bolscevichi), i bianchi
antibolscevichi e i cosiddetti verdi, che rappresentavano gli
interessi locali dei contadini. I partiti rivoluzionari
moderati, S R e menscevichi, restii a unirsi alle forze
reazionarie dei bianchi, benché lontani in modo ormai
irreversibile dai rossi e incapaci di trasformare il largo
consenso di cui ancora godevano in una qualche forma di
potere, si trovarono tra le due principali fazioni in lotta,
senza sapere come agire. A livello pratico, l’opposizione al
putsch bolscevico fu molto eterogenea e prese avvio con il
Comitato per la difesa dell’Assemblea costituente (Komuč),
guidato dagli S R e nato a Samara dopo il gennaio del 1918.
Ma i principali oppositori alla centralità bolscevica
provenivano dalle file dei vecchi ufficiali zaristi, che
reclutarono truppe «bianche» valide e capaci alle periferie
dell’impero. Altrove – in Asia centrale, nel Caucaso
meridionale, in Bessarabia, in Finlandia e nelle province
baltiche – si scontrarono con i rossi per il controllo locale
bianchi, nazionalisti, socialisti e altri gruppi. L’ammiraglio
Aleksandr Kolčak istituì un governo dei bianchi in Siberia,
da dove poteva sferrare attacchi verso Occidente. L’esercito
volontario, ora sotto il comando del generale Anton
Denikin, si spostò in Ucraina per poi avanzare a nord verso
Mosca; dall’Estonia le forze bianche del generale Nikolaj
Judenič marciavano su Pietrogrado. La lotta contro la
minaccia potenzialmente mortale dei bianchi durò due
anni, con alterni risultati. Alla fine, tuttavia, la nuova
Armata rossa sconfisse Kolčak, che fu giustiziato, ricacciò
in Crimea Denikin e il suo successore Vrangel’ e
riconquistò l’Ucraina, per poi portare alla disfatta Judenič,
ricacciandolo in Estonia. I generali bianchi potevano
contare sugli uomini e sulle capacità dell’ex esercito zarista,
nonché su un certo sostegno da parte degli Alleati, ma la
loro campagna aveva debolezze sostanziali. Come militari
di carriera non avevano nessuna comprensione e nessun
rispetto per la politica e non riuscirono ad accattivarsi il
favore popolare. Le loro idee politiche si risolvevano
essenzialmente nella restaurazione dello stato centrale
monarchico e della proprietà terriera, posizioni che
alienarono loro le minoranze nazionali che li circondavano
e la classe contadina da cui dipendevano per
l’approvvigionamento di cibo e uomini. Rispetto ai rossi, i
sostenitori attivi dei bianchi erano relativamente pochi. I
problemi di rifornimento rimasero irrisolvibili e l’aiuto
degli Alleati si rivelò minimo; con la requisizione dei viveri,
la brutalità nei confronti dei sospetti e degli avversari, i
bianchi persero anche il favore delle popolazioni locali,
potenzialmente ben disposte. Essendo i loro quartier
generali posti alla periferia dell’impero, furono costretti a
operare su vaste distanze, che resero difficile la
coordinazione degli attacchi contro il centro.
Il grande risultato dei rossi fu la Costituzione e il
mantenimento di un esercito in grado di tener testa ai
bianchi. A questo scopo dovettero invertire la precedente
pratica di demolire le strutture esistenti e di incoraggiare le
autonomie di base e il localismo, politiche che avevano
fatto guadagnare loro grande popolarità. Centralizzazione
e coercizione facevano comunque già parte dell’ideologia e
della strategia a lungo termine dei bolscevichi, come anche
della tattica di Lenin, una volta assunto il potere. Al centro
e nei territori controllati dai rossi l’ordine del giorno
divenne la disciplina. Nella nuova Armata rossa di Trockij
furono reintrodotte la gerarchia militare, la coscrizione
obbligatoria e la pena di morte; provocando l’indignazione
dei rivoluzionari più intransigenti, Trockij reclutò circa
30.000 ex ufficiali dell’esercito zarista, scelti da commissari
politici: furono i primi di tanti «specialisti borghesi»
ingaggiati dai bolscevichi, che diedero un contributo
essenziale alla loro vittoria. Anche gli operai delle industrie
di munizioni dovettero sottostare alla stessa disciplina
militare. La classe contadina doveva fornire le reclute, e con
un nuovo, brutale sistema di requisizioni vennero
confiscati viveri e altri beni per le necessità belliche. I rossi
dovettero la loro sopravvivenza a una serie di fattori
diversi. Grazie a un’efficacissima propaganda fecero
appello alla difesa delle acquisizioni rivoluzionarie di base,
minacciate dai bianchi. Stando al centro della parte
europea dell’impero, avevano il controllo della maggior
parte delle industrie rimaste e difendevano un territorio
compatto, che costituiva anche un’ottima base di partenza
per operazioni offensive. Trockij, che attraversava il paese
con il suo treno blindato, si dimostrò un capo e un
organizzatore militare geniale e implacabile. I rossi,
soprattutto per mezzo della terribile Čeka, furono spietati
anche nel combattere la resistenza interna. Ma i rossi
sconfissero i bianchi soprattutto perché la popolazione li
considerava il male minore. Solo quando il pericolo bianco
venne meno, salì a galla l’insoddisfazione popolare, e
divennero un problema la minaccia contadina dei verdi e
l’opposizione operaia.
Mentre al centro i rossi respingevano l’invasione bianca
e tedesca, i finlandesi affrontavano una loro guerra civile.
Sebbene i marxisti rossi fossero di gran lunga il maggior
partito politico della Finlandia, i bianchi contavano su una
grande popolarità e disponevano di una migliore
organizzazione e dirigenza militare, soprattutto grazie al
generale zarista C. Mannerheim. Con l’appoggio tedesco,
mentre l’intervento di una Mosca assediata tardava a
venire, sconfissero i rossi. Nell’ottobre del 1920 un trattato
di pace confermò l’indipendenza finlandese a opera dei
bianchi. Nelle province baltiche si giunse a uno scenario
simile. I bolscevichi del Baltico, soprattutto la brigata dei
fucilieri lettoni, ebbero un ruolo di primo piano in Russia,
ma non riuscirono a imporsi in patria. Alla fine del 1918,
quando i tedeschi, sconfitti, si ritirarono, Lettonia, Estonia
e Lituania erano governate dai rossi, ma i loro regimi non
ressero: negli anni Venti la RS FS R firmò trattati di pace con i
tre nuovi stati «borghesi» indipendenti. La popolazione
rumena della Bessarabia si fuse con la vicina Romania.
Oltre agli ucraini, anche altre minoranze nazionali
riuscirono ad affermare temporaneamente la loro
autodeterminazione. Il Caucaso meridionale, dove erano
forti i partiti antibolschevichi, fu tagliato fuori dal centro
sovietico per opera dei bianchi; in Georgia, Armenia e
Azerbajdžan (la «comune» del soviet di Baku era stata
rovesciata) si formarono governi indipendenti. Ma nel
Caucaso l’avanzata dei rossi contro i bianchi stanziati a sud
proseguì con successo e nel 1921 i tre stati furono annessi
di nuovo alla Russia. Le «campagne ferroviarie» nella vasta
e desolata Asia centrale subirono un’evoluzione simile.
Taškent divenne il centro di una repubblica sovietica e
resisté finché la sconfitta di Kolčak in Siberia non spianò la
strada alla vittoria dei rossi sulle forze antibolsceviche
locali, alla rivolta filobolscevica a Chiva e a Buchara, e in
generale al consolidamento del potere rosso in tutta la
regione. L’appoggio degli operai russi e degli autoctoni
russificati delle principali città fu un fattore determinante
per il successo dei bolscevichi nei territori di confine.
La Polonia rappresentò un caso a sé. Sia il governo
provvisorio, sia i soviet riconobbero il suo diritto
all’indipendenza. Dopo la sconfitta delle potenze centrali,
la Polonia si ricostituì, con Varsavia come capitale. Il nuovo
regime nazionalista sotto la guida di Jozef Piłsudski
rivendicò anche i territori al confine orientale, di etnia non
polacca (lituani, ucraini e bielorussi), prima appartenenti
alla Polonia e ora controllati dai russi. Nell’aprile del 1920 i
polacchi lanciarono una grande offensiva, ma furono
respinti dall’Armata rossa, retrocedendo fino alla Vistola.
Lenin voleva che la sconfitta della Polonia «bianca» aprisse
un varco per raggiungere la «rivoluzionaria» Germania:
un’avanzata dell’Armata rossa nel cuore dell’Europa,
secondo lui, avrebbe fatto scoppiare la rivoluzione europea;
pensava, inoltre, che il proletariato polacco avrebbe accolto
fraternamente la liberazione rivoluzionaria. I polacchi,
invece, considerarono i bolscevichi l’ennesimo oppressore
imperialista, e l’abile esercito di Piłsudski rovesciò la
situazione, ricacciando i rossi, rimasti troppo esposti, fino a
Minsk. La pace di Riga del 1921 confermò l’armistizio di
ottobre.
La sconfitta in Polonia fu un duro colpo per le speranze
espansionistiche e rivoluzionarie dei bolscevichi. Nel
marzo del 1919, libero dalla minaccia delle potenze centrali
e della guerra mondiale, Lenin aveva inaugurato il
Komintern, la Terza Internazionale socialista e la prima
comunista, con un congresso a Mosca saldamente
controllato dai bolscevichi e presenziato da alcuni delegati
internazionali. Ne chiuse i lavori affermando in tono
perentorio: «La vittoria della rivoluzione proletaria nel
mondo intero è certa. La nascita di una repubblica sovietica
internazionale, a portata di mano». Ma i tentativi
rivoluzionari e le agitazioni in Europa, che alimentavano le
speranze millenariste dei bolscevichi, rimasero senza
conseguenze, mentre il fallimento in Polonia mostrò tutti i
limiti dell’internazionalismo proletario russo. La
rivoluzione europea si ostinava a non scoppiare.
L’affermarsi dei rossi nella maggior parte dell’ex impero
portò alla nascita di un nuovo stato sovietico russo
(rossijskij), isolato (nonostante le simpatie della classe
operaia di molti paesi) in un mondo ostile o indifferente:
nel dicembre del 1922 si riunì un I Congresso dei soviet di
tutta l’Unione per ratificare la formazione di uno stato
federale, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Il consolidamento interno e il comunismo di
guerra
Nel 1918, con lo sviluppo della guerra civile, i bolscevichi
cominciarono a prendere misure per rafforzare la loro
posizione all’interno del paese. La Costituzione della RS FS R
del 1918 confermava il Comitato esecutivo (VCIK ) del
Congresso panrusso dei soviet come supremo organo del
potere statale, con il suo presidente, il fedele alleato di
Lenin Jakov Sverdlov, a capo dello stato. Il VCIK nominava il
Sovnarkom, ma in pratica il potere rimase in mano al
Comitato centrale del partito comunista bolscevico.
Quando le competenze e le responsabilità di quest’ultimo
aumentarono, si impose la necessità di allargare le sue
funzioni amministrative e specializzazioni. Nel 1919 l’VIII
Congresso del partito introdusse un nuovo programma e
nuove strutture: un Ufficio politico (Politbjuro) come
«gabinetto» per le questioni pratiche di governo, e un
Ufficio organizzativo (Orgbjuro) per sovrintendere alla
gestione del partito e dei suoi membri. La direzione di
quest’ultimo fu affidata a Stalin.
Il partito si occupò anche di contrastare gli oppositori
politici. Dopo la soppressione dell’Assemblea costituente, i
giornali e le tipografie dei partiti rivali furono chiusi e le
elezioni dei soviet che non avevano fornito una
maggioranza bolscevica ignorate. Dopo il trattato di Brest-
Litovsk, gli S R di sinistra erano divenuti fieri oppositori dei
bolscevichi. Nel luglio del 1918 a Mosca tentarono
un’insurrezione durante il V Congresso dei soviet: la
situazione fu presa in mano dalla brigata dei fucilieri
lettoni, fedeli a Lenin. Nell’agosto del 1918 un fallito
attentato contro di lui fu imputato a un S R di sinistra e il
Sovnarkom reagì con un «terrore rosso» a largo raggio. Fu
dato campo libero alla Čeka. Le esecuzioni divennero
frequenti. Il terrore cominciò a colpire anche avversari
potenziali e si trasformò in strumento di intimidazione:
secondo M. Lacis, agente della Čeka lettone agli ordini di
Džeržinskij, su un accusato ci si poneva una sola domanda:
«A quale classe appartiene?»; Lenin telegrafò a uno dei
centri bolscevichi locali: «Impiccate almeno cento kulaki,
ricconi e sfruttatori ben noti (e fate in modo che
l’impiccagione avvenga sotto gli occhi della gente)».
Furono creati campi di concentramento (un’invenzione
degli inglesi) per i lavori forzati e si organizzarono processi
farsa contro i capi degli S R . Le vittime della Čeka furono
decine di migliaia, forse di più. Dalla direzione del partito,
in pratica, contro questi massacri non si alzò alcuna voce.
La rinata Chiesa ortodossa rappresentava
potenzialmente una temibile minaccia per l’egemonia
comunista. Il bolscevismo, ateo, millenarista e anticlericale,
non poteva tollerare un’ideologia rivale, che i socialisti
collegavano mentalmente al potere zarista e allo
sfruttamento capitalistico, così profondamente radicata e
ben organizzata a livello popolare. L’ostilità era reciproca.
Nel gennaio del 1918 il nuovo patriarca Tichon fu costretto
a lanciare un anatema contro l’abuso di potere da parte
degli atei – un’evidente riferimento al Sovnarkom – e invitò
i preti alla resistenza passiva; ne seguirono manifestazioni
per le strade. Quattro giorni dopo il Sovnarkom pubblicò il
decreto lungamente meditato «Sulla separazione della
Chiesa dallo stato e della scuola dalla Chiesa». In un
momento così difficile, Lenin non volle inimicarsi le masse
attaccando i «pregiudizi» religiosi e, nonostante le
pressioni dell’estrema sinistra, evitò azioni dirette contro i
credenti o contro Tichon. Prese solo alcune misure, come
l’apertura delle tombe dei santi per ridimensionarne il
culto, e certo non fu turbato dagli incontrollati episodi di
violenza: secondo le statistiche della Chiesa, tra il 1918 e il
1920 furono uccisi 28 vescovi, migliaia di preti e circa 12.000
semplici credenti. Meno severo fu l’atteggiamento verso le
confessioni e le fedi non ortodosse che avevano subito in
precedenza persecuzioni e discriminazioni. Stalin, come
commissario per le Nazionalità, scrisse un appello agli
«operai musulmani di Russia e d’Oriente»; tuttavia, il
decreto di separazione si applicava anche a loro. Nel 1920
nacquero nuove strutture antireligiose, in particolare il
Dipartimento per l’agitazione e la propaganda. Nel 1922 le
autorità alimentarono una violenta campagna antireligiosa.
Tichon fu arrestato e, con l’appoggio del governo, il clero
più radicale organizzò all’interno della Chiesa un
movimento filocomunista, la «Chiesa vivente» (anche detto
dei «rinnovazionisti»), che sopravvisse fino agli anni
Quaranta. Tichon fu rilasciato nel 1923 dopo dichiarazioni
di fedeltà e autocritica. Nel 1925 fu creata una Lega degli
atei (in seguito Lega degli atei militanti) per la propaganda
dell’ateismo. Tichon morì quello stesso anno, il governo
proibì l’elezione di un nuovo patriarca; nel 1927 il
metropolita Sergij, dichiarata la sua fedeltà al regime, fu
riconosciuto come locum tenens, posizione che mantenne
fino al 1943, quando in piena guerra fu elevato alla carica di
patriarca.
Per motivi ideologici, e nella speranza di incrementare il
rifornimento di cibo, anche i contadini furono vittime di
violenza e terrore. Pur cercando di proteggere i non meglio
definiti «contadini medi», già nel febbraio del 1918, Lenin
parlava di «guerra spietata ai kulaki». Fu instaurata una
dittatura alimentare con l’imposizione della prodrazvërstka,
un sistema di confisca del grano risultato in surplus (e
anche questo concetto rimase fluido) nelle quote regionali:
operai e unità della Čeka piombavano nei villaggi,
prendevano il grano a prezzi irrisori con la violenza; furono
istituiti Comitati di contadini poveri (kombedy) per
raccogliere informazioni sui membri dello stesso villaggio
e individuare i campi di grano: una dittatura rurale dei
contadini proletari. Con il loro aiuto il sistema delle
requisizioni ebbe grande successo: nel 1917-1919 i
rifornimenti si quadruplicarono. Era, però, un metodo
basato solo su congetture, ingiusto e sproporzionato, che
lasciò senza scorte e senza cibo molti contadini. Nel 1921-
1922 un’enorme carestia nella regione del Volga e nel
sudest uccise circa cinque milioni di persone, provocando
l’intervento umanitario internazionale. Malgrado questi
sforzi, il cibo requisito non bastava a sfamare le città: metà
dei rifornimenti proveniva da contrabbandieri che
operavano sul mercato nero dove, nonostante le
contromisure prese dalla Čeka, si barattavano le merci
cittadine con il grano. Nello stesso anno la corruzione
dilagante costrinse il governo a sopprimere i kombedy.
Il caos economico crebbe. La guerra civile mandò al
collasso la produzione e i trasporti, escludendo la Russia
centrale dalle sue tradizionali fonti di approvvigionamento.
Ne conseguì la crisi della grande industria e un vertiginoso
innalzarsi dell’inflazione: il denaro aveva sempre meno
valore. Alcuni cosiddetti comunisti di sinistra, come
Nikolaj Bucharin, accolsero il crollo del mercato come un
ulteriore passo verso il vero socialismo, in cui tutte le
risorse sarebbero state assegnate dallo stato in
un’economia senza denaro. Le esigenze belliche
rafforzarono questa tendenza, rendendo necessario un
controllo statale sempre più diretto. Nel nuovo ordine,
chiamato più tardi «comunismo di guerra», fu proibito il
commercio privato (la «speculazione capitalistica»). Il VCIK
curò la centralizzazione e la nazionalizzazione
dell’industria, per poi subordinare il potere operaio
all’autorità dirigenziale e a una rigida disciplina. Il denaro,
ormai senza valore, fu gradualmente eliminato: gli scambi,
in natura, tra le comuni dei produttori e quelle dei
consumatori erano regolati da transazioni contabili.
Persino piccole officine e mulini divennero proprietà dello
stato. Simili faccende, come l’economia nel suo complesso,
non potevano essere gestite in modo competente dalla
nuova burocrazia di commissari in giacca di pelle. La logica
conseguenza di questa evoluzione fu la militarizzazione del
lavoro: con l’avvicinarsi della vittoria dei rossi nel 1920,
Trockij propose la formazione di «truppe di lavoro»,
formate dai coscritti congedati.
La guerra civile, il terrore bolscevico e il collasso
economico distrussero definitivamente il vecchio ordine e
le ultime tracce di coesione sociale. La sopravvivenza
divenne il primo obiettivo: la gente abbandonò le città per
andare in cerca di cibo nei villaggi e le campagne si
riempirono di cittadini, disertori e soldati smobilitati. Per
bisogno di combustibile a Pietrogrado tutti gli edifici e i
maciapiedi di legno erano stati smontati. Nel 1919 il valore
ufficiale dell’industria era diminuito del 66% rispetto al
1918. Entro il 1921 il commercio internazionale era crollato,
la produzione industriale nel suo complesso era scesa a un
terzo rispetto al 1913, quella del carbone persino di più.
La guerra civile tra rossi e verdi: la rivolta
contadina
Da principio le reazioni contadine alla nuova situazione
furono caute, ma s’inasprirono con il declino della
minaccia bianca. Una congiuntura negativa nei traffici tra
città e campagna aveva accentuato il già insopportabile
fardello delle tasse e delle requisizioni; la crescente
centralizzazione politica aveva distrutto il potere dei partiti
d’opposizione e dei contadini all’interno dei soviet,
aprendo la via all’intollerabile dittatura dei quadri
bolscevichi locali. Nel 1919-1921 il Sovnarkom dovette
affrontare il dilagare di una resistenza armata in tutta la
campagna. L’azione contadina andava dalle sommosse nei
villaggi a episodi di semplice banditismo fino a sofisticate
operazioni militari in piena regola, aiutate da ex soldati o
disertori; alcune unità dell’Armata rossa si ammutinarono
schierandosi dalla parte dei contadini e i comandanti verdi
organizzarono ampie campagne di guerriglia. I villaggi in
rivolta cacciavano i funzionari locali, formavano un proprio
soviet e una propria milizia, e diffondevano l’insurrezione
nei villaggi vicini. La «guerra dei caftani» del marzo-aprile
1919, uno dei grandi e numerosi tumulti lungo il Volga,
radunò un esercito mal equipaggiato, ma con un’ottima
organizzazione, costituito da 20.000 coscritti, e coinvolse
nel complesso 150.000 persone. Il suo obiettivo era formare
soviet senza comunisti e ritornare al primo periodo del
potere dei soviet, quando i contadini erano stati lasciati a se
stessi; gli insorti respinsero le prime truppe rosse inviate
per sedare la rivolta e furono sconfitti solo da
un’imponente mobilitazione dei bolscevichi locali. Alcuni
fra i comandanti contadini di maggior successo erano ex
ufficiali sovietici o ex ufficiali dell’Armata rossa. Nestor
Machno, leggendario anarchico verde e capo della
guerriglia ucraina, nel 1919 aveva comandato una divisione
rossa contro i bianchi. L’S R Aleksandr Antonov, alla testa
della grande rivolta di Tambov, la antonovščina, era stato
capo della polizia sovietica nel 1917-1918. A. Sapožkov, un
comandante rosso con un ottimo curriculum, compresa la
repressione di molte «insurrezioni di kulaki», sostenne la
resistenza dei contadini del Volga contro le requisizioni,
spingendo un’intera divisione dell’esercito a un
ammutinamento anticomunista, che fu sedato solo dopo
due mesi. Questi moti rientravano nella tradizione di Razin
e di Pugačëv: rivolte locali delle vaste zone delle steppe, che
riflettevano i valori e la mentalità dei contadini, e
mancavano, se non delle capacità, sicuramente delle risorse
per resistere nel lungo periodo al contrattacco dello stato.
Furono tumulti causati dall’assalto terroristico dei
bolscevichi alle relazioni fondamentali della società russa e
dalle contraddizioni di fondo tra nuovi governanti e
governati all’interno dello «stato contadino». Essi furono
per il nuovo regime una potente minaccia che Lenin
riconobbe come «molto più pericolosa di tutti i Denikin, gli
Judenič e i Kolčak messi insieme, perché questo è un paese
in cui il proletariato rappresenta una minoranza». Nel
marzo del 1921, come scrive Orlando Figes, «il governo
bolscevico si arrese ai suoi stessi contadini», almeno in
termini economici: mentre schierava un possente esercito
contro la resistenza nelle campagne, Lenin faceva
approvare la Nuova Politica Economica.
La nep
Nel 1920 erano emerse tra i bolscevichi le prime perplessità
sulla prodrazvërstka, ma il partito nel suo complesso,
incluso Lenin, non era favorevole a un cambiamento.
Furono le dimensioni assunte dalla resistenza contadina a
far cambiare idea gradualmente a Lenin, portandolo a
proporre il prodnalog, una tassa sul grano meno consistente
rispetto alle quote della prodrazvërstka, oltre il quale i
contadini avevano il diritto di vendere le loro scorte. Ma la
resistenza contadina era ormai il sintomo di una più vasta
opposizione popolare: la delusione e il risentimento delle
masse stavano per raggiungere il limite. L’evento più grave
accadde alla base navale dell’isola di Kronštat, al largo di
Pietrogrado, nel 1917 una roccaforte bolscevica. Il 28
febbraio del 1921 scoppiò un ammutinamento
anticomunista che coinvolse 14.000 fra marinai e operai: fu
una «rivelazione improvvisa» per il governo, messo ormai
di fronte al vero stato delle cose. Trockij ordinò una
risposta militare concertata: il 7 marzo le forze
filogovernative attaccarono attraversando il ghiaccio. Il
giorno dopo l’inizio dell’attacco, si apriva a Mosca il X
Congresso del partito. Lenin, dall’alto della sua autorità,
non si limitò a proporre il prodnalog, ma diede un nuovo
corso alla politica economica: il Congresso riconobbe con
riluttanza che il ripristino di alcune forme dell’odiata
economia «capitalista» era l’unico mezzo per risolvere la
situazione e permettere al paese di riprendersi dagli anni
di guerra. Si trattava di una momentanea inversione di
marcia, anche se non se ne dichiarava la durata. La Nuova
Politica Economica (NEP ) doveva fondarsi sull’«alleanza»
tra operai e contadini «lavoratori» (non kulaki). Per
ristabilire l’ordine nelle province e rafforzare il controllo
politico, fu accompagnata da dure misure repressive: gli
altri partiti furono definitivamente proibiti (i processi ai
leader S R si tennero poco dopo) e all’unico rimasto fu
imposta una rigorosa disciplina interna, con la messa al
bando di ogni tipo di «fazione».
La NEP segnò un cambiamento radicale. La decisione di
permettere ai contadini di commerciare in prodotti
alimentari apriva inevitabilmente la strada ad ampi scambi
economici privati tra città e campagna: i contadini non
potevano dirigere da soli operazioni commerciali su larga
scala; nel 1924 il prodnalog fu commutato in pagamento
monetario. La stessa logica fu applicata ad altri settori, in
cui lo stato mantenne il pieno controllo soltanto sui «vertici
direttivi dell’economia» (le banche, la grande industria e il
commercio estero), permettendo l’iniziativa privata ai
livelli più bassi. La nazionalizzazione della piccola
industria venne presto revocata formalmente. Ora si
potevano fondare laboratori artigianali e piccole imprese
con meno di venti dipendenti. Nel 1922 entrò in vigore un
Codice agrario della RS FS R , il cui esempio fu rapidamente
seguito dalle repubbliche, che dichiarava tutta la terra
proprietà dello stato, vietava la vendita dei terreni (pratica
che rimase comunque in uso) e permetteva ai contadini di
scegliere le tecniche di coltivazione. La nuova struttura
economica e la cessazione delle attività militari produssero
una graduale ripresa. Nel novembre del 1921 il
razionamento fu abolito. Inizialmente reintrodurre di
colpo relazioni commerciali provocò il caos e un’inflazione
selvaggia, ma dal 1923 l’economia riprese lentamente a
migliorare; dal 1924 la moneta si stabilizzò e il bilancio
nazionale raggiunse un certo equilibrio. La disgregazione
sociale causata dalla rivoluzione e dalla guerra civile fu
inasprita da una diffusa disoccupazione. L’agricoltura,
inoltre, riprendendosi più rapidamente dell’industria,
provocò notevoli problemi al commercio interno. Ma a
metà degli anni Venti, la produzione e i salari industriali
erano tornati ai livelli del 1913, e nel 1928 la superficie
coltivata aveva ormai superato in estensione quella di
quindici anni prima. La nuova situazione mise i dirigenti
bolscevichi di fronte a fondamentali questioni di principio:
decisioni che riguardavano lo sviluppo economico e il
controllo politico e sociale, il problema delle relazioni col
mondo esterno e tra le diverse parti dello stato sovietico, la
natura stessa del nuovo partito e del governo sovietico. Nei
suoi ultimi giorni di vita, Lenin sostenne che la NEP
sarebbe potuta durare «per generazioni», anche se le sue
parole non mancano di ambiguità. La questione di fondo
era come costruire il nuovo stato socialista.
Morte e vita postuma di Lenin
La soluzione di questi problemi fu complicata dalla
malattia e dalla morte di Lenin. Nel marzo del 1923, dopo
tre attacchi cerebrali, egli rimase definitivamente
paralizzato; morì il 21 gennaio 1924, all’età di cinquantatré
anni.
Dopo la morte, Lenin divenne subito oggetto di una
venerazione che presto si trasformò in culto
(quell’adulazione che in vita aveva sempre rifiutato). Il suo
corpo fu imbalsamato e chiuso nell’ormai celebre mausoleo
eretto sulla Piazza Rossa di Mosca. Il partito voleva trarre il
massimo profitto dall’indubbio carisma che Lenin
esercitava su gran parte della gente comune: egli aveva
ricevuto regolarmente postulanti al Cremlino, anche chi
non era soddisfatto del regime lo considerava uno «zar
buono» circondato da perfidi ministri, e per gli xenofobi
antisemiti Lenin era un russo tra commissari ebrei. Fu
considerato il nume tutelare dell’Unione Sovietica e i suoi
scritti divennero la fonte della dottrina marxista-leninista,
il nuovo sistema ufficiale di valori sovietici che sostituì il
Cristianesimo ortodosso. Il marxismo-leninismo e il culto
di Lenin svolsero le funzioni sociali, politiche e
psicologiche di una religione, soprattutto verso la fine degli
anni Venti, che si stavano incamminando verso lo
stalinismo. Pietrogrado fu ribattezzata Leningrado. Statue
di Lenin furono erette in tutto il paese. Il mausoleo e la
tenuta di Gorki Leninskie, dove Lenin passò i suoi ultimi
giorni, divennero santuari. Citare le sacre scritture di Lenin
fu presto obbligatorio in tutte le sfere dell’attività pubblica,
e la sua immagine ufficiale assunse tratti di santità, sul
modello di Cristo: infallibilità, intelligenza, gentilezza,
frugalità, amore per i bambini. «Lenin è sempre con noi» fu
detto ai cittadini sovietici. Tutto ciò che poteva macchiarne
l’icona – l’occasionale ferocia e il disprezzo per la vita
umana in questioni politiche, le relazioni extraconiugali, la
parziale discendenza ebraica – era tabù. Ma, sebbene il suo
contributo alla Storia sia ancora oggetto di controversie, in
quanto principale fondatore dell’Unione Sovietica, Lenin fu
di sicuro una delle figure centrali del suo tempo. A
renderlo un leader eccezionale furono l’assoluta, ossessiva
dedizione alla causa, la grande intelligenza, una
straordinaria capacità di cogliere le complesse dinamiche
degli eventi. Lenin dimostrò, inoltre, di possedere brillanti
attitudini politiche e amministrative: aveva energia,
resistenza, abilità retorica e fascino personale. Restava,
però, fondamentalmente, un dotto utopista che, seppur
flessibile e realista nelle questioni pratiche, edificava il
proprio universo in termini teorici; un settario con una
fanatica e incrollabile fede nella propria giustizia e
giustezza, che lo portò a costruirsi una morale perversa e
ottusa, a staccarsi da tutti gli avversari, a ignorare
l’umanità degli altri e la varietà dei fenomeni sociali. Il suo
atteggiamento nei confronti della politica, nonché della
violenza e del terrore, fu condizionato dall’ambiente in cui
crebbe e dall’impegno del fratello, e, benché estremo, non
era poi così raro a quei tempi; e le conseguenze a lungo
termine del suo modo di pensare non furono subito chiare.
Lenin presiedette alla creazione di una cultura e di
strutture politiche che resero possibili il futuro sviluppo
dell’Urss e il suo definitivo crollo.
I problemi politici degli anni Venti
Il declino di Lenin inasprì la lotta di potere all’interno della
dirigenza comunista, che sarebbe continuata per tutti gli
anni Venti, soprattutto in termini di alleanze personali e
per compiere scelte politiche. Durante la guerra civile
Stalin era stato incaricato del fronte meridionale, presso
Caricyn (poi ribattezzata Stalingrado, ora Volgograd), dove
era riuscito a imporre con fermezza la sua autorità,
ricorrendo anche a metodi brutali, ma scontrandosi con la
direzione generale delle operazioni, affidata a Trockij. La
rivalità, personale e politica, tra Trockij e Stalin sarebbe
stata di enorme importanza negli anni successivi. Grazie
alla sua carica di capo dell’Orgbjuro, un ruolo
amministrativo di basso profilo in cui dimostrò grande
abilità, Stalin ebbe in mano il controllo delle nomine,
tramite le quali si costruì un consenso personale tra i
membri del soviet e del partito e incrementò il suo potere
in modo costante. Il partito comunista uscito dalla guerra
civile era molto diverso dal movimento di massa del 1917:
temprato dalla battaglia, possedeva ora nuovi membri,
consacrati al cambiamento rivoluzionario e abituati a
obbedire alla dirigenza. La messa al bando nel 1921 di ogni
tipo di «fazione», come i Centralisti democratici, che
cercavano di far convivere una forte centralizzazione con
una maggiore democrazia all’interno del partito, e
l’Opposizione operaia, che chiedeva una più attiva
partecipazione dei lavoratori, tornò utile a Stalin.
Nell’aprile del 1922 il Comitato centrale lo elesse segretario
generale, a capo della segreteria del partito. Solo quando
ormai era tardi, troppo tardi, Lenin si accorse della
crescente burocratizzazione del partito, della «crudezza» e
del trattamento che Stalin riservava a chi si metteva sulla
sua strada (compresa la moglie di Lenin, Nadežda
Krupskaja), nonché delle dimensioni del suo potere.
Durante la malattia, Lenin redasse un «testamento» in cui
metteva in guardia sulle condizioni del partito e consigliava
di destituire Stalin dalla carica di segretario generale. Ma
quando il Politbjuro si riunì per esaminare il documento,
Stalin riconobbe i suoi errori e Trockij, per paura di
apparire il Napoleone della situazione (continui erano tra i
bolscevichi i paragoni con la Rivoluzione francese), non
calcò la mano. L’unità fu mantenuta, il testamento
eliminato, e Stalin conservò la carica di segretario generale.
In un primo periodo a Lenin successe una trojka composta
da Stalin, Lev Kamenev e Grigorij Zinov’ev (pseudonimo di
Radomysl’skij), che avevano le loro basi di potere
rispettivamente nelle organizzazioni del partito a
Leningrado e a Mosca.
Nei cinque anni seguenti si affrontarono in modo
conflittuale problemi di indirizzo politico e di leadership.
La rivoluzione socialista era avvenuta nel paese con la
maggiore base contadina, la meno sviluppata tra le potenze
capitaliste, eppure la rivoluzione mondiale non era
scoppiata. Che fare? Ne nacque un grande dibattito tra
politici ed esperti, che produssero teorie d’avanguardia –
l’esperimento sovietico era, dopo tutto, unico nel suo
genere. Naturalmente tutti i capi sovietici desideravano
costruire il socialismo. Trockij, a «sinistra», era ancora
convinto che la rivoluzione mondiale fosse fondamentale;
ogni sforzo doveva essere rivolto in quella direzione,
applicando politiche radicali in patria e all’estero. Questa
posizione era ampiamente condivisa da Zinov’ev e
Kamenev. L’ex comunista di sinistra Bucharin, direttore del
giornale del partito, la «Pravda», ora rappresentante della
«destra», riteneva che, in mancanza di una rivoluzione
mondiale, il socialismo andasse costruito per gradi,
lasciando che si consolidasse all’interno del paese con
l’allargamento della NEP e la pacificazione della classe
contadina. I suoi avversari lo derisero, accusandolo di voler
«arrivare al socialismo cavalcando un cavalluccio
contadino». Una posizione intermedia, quella di Stalin,
proponeva «il socialismo in un solo paese»: dato il clima
ostile a livello internazionale, si dovevano applicare
politiche radicali per rafforzare il soviet in patria. In quegli
anni di manovre, Stalin si alleò prima con un gruppo, poi
con un altro, mantenendo sempre un basso profilo, mentre
rinsaldava il suo potere all’interno del partito. Si presentò
come il depositario dell’eredità di Lenin e delle regole del
partito. Nel 1927 aveva ormai imposto la sua supremazia.
Trockij e i suoi seguaci, insieme a molti altri leader, furono
espulsi; a dicembre il X V Congresso condannò tutte «le
deviazioni dalla linea generale del partito» così come la
interpretava Stalin, e approvò una politica di forte sviluppo
industriale, un primo abbozzo dei futuri piani
quinquennali. Bucharin e i suoi alleati Aleksej Rykov e
Michail Tomskij continuarono a sostenere la NEP , ma nel
novembre del 1929 avevano ormai perso le loro posizioni
nel partito e arrivarono a ritrattare pubblicamente le loro
idee. Le lodi che la stampa tributò a Stalin il giorno del suo
compleanno, il 21 dicembre 1929, segnarono l’inizio del
«culto della personalità», sebbene agli esordi il futuro
dittatore fosse tutt’altro che onnipotente. Trockij fu espulso
dall’Unione Sovietica e morì in Messico nel 1940, ucciso a
colpi di piccone da un agente stalinista.
La collettivizzazione
Il crescente potere di Stalin fu accompagnato da sviluppi in
campo economico. Gli esperti del Commissariato delle
Finanze (Narkomfin) e la Commissione statale per la
pianificazione (Gosplan) acquisirono sufficienti conoscenze
e informazioni statistiche per redigere un piano economico
statale a lungo termine. Lo scontro politico tra destra e
sinistra riguardo alla NEP si rifletteva nei dibattiti sulla
pianificazione: un lento e graduale sviluppo contro una
rapida corsa «teleologica» verso scopi prioritari. Molti
membri del partito avevano tollerato malvolentieri il
successo «borghese» dei nepmany, «uomini della NEP », e dei
ricchi contadini. Nel 1926 la ricostruzione della vecchia
industria era ormai quasi completata e la crescita stava
rallentando; la questione dei nuovi investimenti di capitali
si faceva ormai sempre più pressante. Il controllo statale
sui prezzi alterava in modo costante il funzionamento del
libero mercato e nel 1927 causò una crisi delle scorte
alimentari: i contadini reagirono al taglio dei prezzi
rifiutandosi di vendere il grano. Per giustificare queste
marce forzate nello sviluppo economico, Stalin seppe
sfruttare la situazione internazionale, vale a dire la paura
dello spionaggio e uno screzio con la Gran Bretagna nel
1927, in termini di accerchiamento capitalista. In un
famoso discorso del 1931, disse: «Siamo cinquanta, forse
cento anni indietro rispetto ai paesi più avanzati. In dieci
anni dobbiamo colmare questa distanza. O ci riusciamo o
soccombiamo». 9 Per tenere alto il livello d’allerta, nel 1928
il governo fece i suoi primi passi dimostrativi contro
supposti nemici interni. Nel processo farsa di «Šachty» 53
ingegneri innocenti, «specialisti borghesi», vennero
accusati di «ostruzionismo», di essere sabotatori capitalisti:
cinque di loro furono fucilati. Nei due anni successivi, gli
attacchi propagandistici presero di mira presunti
nazionalisti e separatisti potenziali, con processi farsa
intentati contro una fittizia «Unione per la liberazione
dell’Ucraina» e contro un’immaginaria «Unione popolare
di lotta per la rigenerazione della Russia».
La crisi del grano poneva problemi a lungo termine. Il
partito rispose con un’immediata collettivizzazione di
massa. L’introduzione di forme graduali e volontarie di
agricoltura cooperativa e collettiva era in discussione da
tempo. Per imporre la propria autorità e il proprio indirizzo
alla difficile questione contadina nel suo complesso, il
partito optò invece per un ritorno alla strategia classista e
violenta della «lotta contro i kulaki», già applicata durante
la guerra civile. Secondo i bolscevichi, la NEP permetteva ai
contadini piccolo-borghesi di tenere in ostaggio le città. La
collettivizzazione avrebbe finalmente portato nelle
campagne il necessario controllo statale, modernizzando e
aumentando la produzione agricola; essa mirava anche alla
«liquidazione dei kulaki in quanto classe». Per
sovrintendere all’opera, che prese il via alla fine del 1929,
furono creati un centro unitario delle fattorie collettive e un
Commissariato agricolo. A novembre il governo reclutò
25.000 volontari, operai e militanti che dovevano
combattere e vincere la nuova guerra civile per il grano e il
socialismo. I segretari e i comitati di partito locali,
seguendo le istruzioni centrali, diressero la campagna,
mobilitando anche contadini poveri e membri del
Komsomol, il movimento giovanile. Organizzarono incontri
comunitari dove spingevano i contadini a firmare appelli
alla collettivizzazione. I kulaki ne furono esclusi e le loro
proprietà vennero confiscate. Divisi in tre categorie a
seconda della presunta pericolosità, si videro assegnare
qualche terreno poco fertile, lontano dalle fattorie
collettive, oppure vennero deportati. In centinaia di
migliaia, stipati su carri bestiame, furono trasferiti dal GPU
in Kazachstan, nell’estremo nord o in Siberia, come nuovi
coloni o ai lavori forzati. Nella sua forma definitiva il
sistema dei campi di lavoro, i gulag, risale al 1929. Quella di
kulak era una definizione vaga. Insieme ad altri
«sfruttatori», i kulaki erano stati identificati, schedati e
privati del diritto di voto dalla Costituzione del 1918; ora la
categoria aveva assunto anche valenze politiche oltre che
economiche e dipendeva dall’atteggiamento nei confronti
della collettivizzazione. Con il termine onnicomprensivo
podkulačnik (sottokulak, filokulak) si poteva perseguire e
accusare chiunque non collaborasse. I contadini cercarono
di prevenire il disastro svendendo le proprietà, uccidendo e
mangiando il bestiame, rifugiandosi nelle città. Alcuni
entusiasti sostenitori della collettivizzazione imposero di
mettere in comune persino vestiario e mobilio. In diverse
località l’attivismo ateo prese il sopravvento, dissacrando
chiese e arrestando sacerdoti: molte campane vennero fuse
e il loro metallo destinato alla produzione industriale. Nel
giugno del 1930 le comuni dei villaggi furono sciolte e le
loro funzioni trasferite ai soviet e alle fattorie collettive. Tra
i contadini girava voce che presto o tardi anche le donne
sarebbero state messe in comune o che l’inevitabile
imminente carestia preannunciasse il Giorno del Giudizio.
I villaggi opposero di frequente resistenza, uccidendo gli
incaricati della collettivizzazione; scoppiarono anche
rivolte di notevoli dimensioni, spesso guidate da donne.
Con piccoli incentivi e una brutale repressione, e non
senza qualche oscillazione, la collettivizzazione andò avanti
e a metà degli anni Trenta la stragrande maggioranza dei
contadini vi si era uniformata. I problemi di
organizzazione e di funzionamento dei kolchoz (kolchozy,
fattorie collettive) furono affrontati e risolti in corso
d’opera; dopo un primo tentativo del 1930, nel 1935 si
giunse a uno Statuto del kolchoz modello. Da principio
l’azione violenta del governo portò come conseguenza una
produzione di grano insufficiente a sfamare il paese.
Durante la collettivizzazione morirono milioni di
contadini: a causa di collettivi mal organizzati, nelle
deportazioni o nei campi di lavoro, per le carestie che
colpirono i territori di frontiera. Proprio al confine, infatti,
la collettivizzazione risultò particolarmente difficile da
applicare, incontrò una feroce opposizione o venne attuata
a ritmi impossibili. Tra il 1926 e il 1939 in Kazachstan la
popolazione, ancora in maggioranza nomade, diminuì del
20%, il bestiame fu decimato e le pecore quasi
scomparvero. Nella fertile Ucraina, che oppose una strenua
resistenza, nel 1932-1933 le autorità furono
deliberatamente complici di una carestia tenuta segreta,
esportando o nascondendo il cibo e impedendo ai
contadini disperati di partire. Si registrarono persino casi
di cannibalismo. Le vittime complessive di queste carestie
sono stimate tra i 4 e i 6,5 milioni.
La collettivizzazione mandò in frantumi il vecchio modo
di vivere dei contadini e riuscì ad asservire la campagna
alla città e al governo. Nel nuovo settore agricolo furono
introdotti, infine, i sovchoz (sovchozy), grandi fattorie di
stato di tipo industriale, e le «Stazioni di macchine e
trattori», gestite dallo stato, che prestavano (e di
conseguenza controllavano) le grandi macchine agricole. La
collettivizzazione costrinse i contadini a una «nuova servitù
della gleba». Fino agli anni Settanta a chi lavorava nei
kolchoz non era concesso il passaporto interno,
reintrodotto nel 1932, senza il quale per i cittadini sovietici
ogni spostamento era molto difficile. (Il sistema di
passaporti zarista era stato abolito nel 1917.) In questo
modo la collettivizzazione consolidò lo «stato contadino»
sovietico e il divario tra città e campagna. Inoltre, i suoi
obiettivi economici furono raggiunti solo in parte. Anche
prescindendo dalle carestie, sotto certi aspetti fu un vero
disastro. Il bestiame veniva ucciso dai contadini o moriva
nelle nuove fattorie per trascuratezza. In tutto il paese i
70,5 milioni di capi di bestiame del 1929 scesero a 49,3
milioni nel 1935 e la produzione casearia e zootecnica non
si riprese per decenni. Lo stesso vale per gli animali da
soma, in un’epoca in cui soltanto un esiguo numero di
trattori era in grado di sostituirli. La produttività dei
kolchoz era bassa e i «lotti privati» dei contadini (vale a dire
appezzamenti di terreno o piccole aziende agricole di circa
0,3 ettari, assegnati per legge alle famiglie, una forma di
produzione contadina) rappresentarono il principale
mezzo di sostentamento per i loro proprietari e, a livello
nazionale, un’importante fonte di frutta e verdura, alimenti
che lo stato non produceva a sufficienza. Tuttavia, a medio
termine, la collettivizzazione risolse il problema delle
scorte di grano: alla fine degli anni Trenta i raccolti
migliorarono fino a raggiungere e superare leggermente i
livelli precedenti, permettendo di sfamare la crescente
popolazione urbana. Il razionamento del cibo, introdotto
nel 1928-1929, fu abolito nel 1935. E benché l’entità degli
investimenti incrociati tra agricoltura e industria sia ancora
argomento di dibattito, è ormai certo che i prezzi bassi
degli approvvigionamenti, un fardello per la classe
contadina, contribuirono alla crescita dell’industria.
I piani quinquennali
Il primo piano quinquennale (pjatiletka) prese il via
nell’ottobre del 1928, sebbene confermato ufficialmente
solo nel 1929. Furono imposti obiettivi di produzione molto
ottimistici, che si decise di raggiungere addirittura in
quattro anni. Dopo aver messo da parte obiezioni e
ragionevoli dubbi, si diede libero sfogo all’entusiasmo
rivoluzionario: «Non esistono fortezze che i bolscevichi
non possano conquistare». Questo era lo spirito di Aleksej
Stachanov, un minatore, ex contadino del Donbass, che nel
1935, in un solo turno prolungato, estrasse 102 tonnellate di
carbone, creando la figura mitica del «lavoratore d’assalto»,
lo «stachanovista». Si fece un enorme investimento di
denaro, finanziato da cospicui prestiti interni ed esteri e
dall’innalzamento delle tasse. Per pagare le importazioni
necessarie, si esportò il grano che doveva servire a sfamare
la popolazione. Nacquero vasti progetti industriali, che
assorbirono i disoccupati della NEP e un’immensa quantità
di immigrati dalle campagne, irreggimentati nella nuova,
pesantissima disciplina del lavoro. Per alloggiarli furono
previsti programmi di urbanizzazione altrettanto vasti.
Sorsero fabbriche metallurgiche e dighe idroelettriche, fu
costruita l’imponente metropolitana di Mosca e si
incrementò la produzione di trattori a sostegno
dell’agricoltura collettivizzata. Si aprì la via allo
sfruttamento di nuovi territori. Il canale tra il Mar Bianco e
il mar Baltico, il Belomorkanal, celebrato dalla propaganda
sovietica come il frutto dell’eroica creatività sovietica e del
potere redentore del lavoro, fu in realtà l’opera di squadre
di forzati niente affatto redenti e risultò troppo stretto per
un pieno utilizzo funzionale; la città di Magnitogorsk negli
Urali, costruita in una desolata regione intorno a una
«montagna magnetica» con enormi giacimenti minerari,
sorse grazie all’ingegno e agli sforzi di tecnici idealisti,
komsoml’cy e giovani socialisti, che lavorarono in condizioni
primitive (anche qui furono impiegati in buona parte i
prigionieri del gulag). In generale le condizioni di lavoro
erano infernali. Ma tutto questo andava visto sullo sfondo
della Depressione capitalistica e dei miseri e affamati anni
Trenta vissuti dai paesi occidentali (il governo sovietico e il
Komintern appoggiarono i movimenti operai all’estero,
tanto temuti dai governi degli stati capitalisti). C’erano
sprechi, inefficienze, sacrifici e squilibri, gli standard
produttivi e qualitativi erano bassi e tutto veniva finalizzato
al raggiungimento degli obiettivi, ma nonostante la
confusione e l’assurdo ed esagerato ottimismo, la prima
pjatiletka ottenne risultati impressionanti. La produzione
di carbone nel 1927-1928 fu di 35,4 milioni di tonnellate. La
seconda versione del piano, cosiddetta «ottimale», ne
prevedeva 75 milioni entro il 1932-1933, cifra che poi fu
ulteriormente «corretta» in 95-105 milioni. Nel 1932 la
quantità raggiunta si aggirava intorno ai 64,3 milioni di
tonnellate, un incremento della produzione dell’82% in
quattro anni; in tutti i rami dell’industria pesante si ebbe
una crescita a volte anche maggiore, mentre i beni di
consumo aumentarono in maniera meno esagerata. I
problemi creati da questo frenetico impegno industriale
imposero obiettivi più realistici al secondo piano
quinquennale (1933-1937) che, grazie alle conoscenze ed
esperienze acquisite, proseguì lo slancio insieme al terzo
(1937-1941), interrotto solo dallo scoppio della guerra.
Intanto le necessità militari cominciavano a farsi sempre
più pressanti, ma il loro sviluppo fu gravemente
compromesso dagli sconvolgimenti economico-sociali e dal
primato dei fattori politici su quelli militari.
Gli anni della collettivizzazione e dei piani quinquennali
rappresentarono in Russia il rinnovamento della
rivoluzione, spesso chiamata «rivoluzione staliniana» o
«rivoluzione culturale», nella terminologia sovietica la
«Grande svolta». I cambiamenti economici e sociali furono
molto più incisivi e radicali di quelli del 1917-1921 e posero
le fondamenta, con ulteriori sviluppi, del tipo di società
sovietica che sarebbe esistita fino al 1991. Parte integrante
della «rivoluzione staliniana» saranno una forzata lealtà
verso l’ideologia ufficiale e il ritorno a un massiccio terrore.
Il Grande terrore
Alla vigilia dei piani quinquennali, il terrore della
campagna di collettivizzazione e la caccia ai «sabotatori»
preannunciarono quella sanguinosa orgia di oppressione e
repressione che avrebbe attraversato l’Unione Sovietica
negli anni Trenta: arresti, omicidi, torture, confessioni
estorte, processi farsa, esecuzioni, deportazioni, condanne
a lunghi anni di carcere e lavori forzati in condizioni
disumane. Le élite sovietiche vennero decimate,
scomparvero milioni di semplici cittadini. Il culmine di
questo orrore prolungato è stato definito il «Grande
terrore» (alcuni storici preferiscono il termine più neutro
«purghe»). Iniziato nel 1932, il terrore prese piede a partire
dal 1934, dopo l’assassinio di Sergej Kirov, segretario del
partito a Leningrado e potenziale rivale di Stalin come
segretario generale. Stalin, probabile artefice e mandante
dell’omicidio, sfruttò subito questo fatto per legittimare
una serie di purghe. Nei cinque anni successivi la polizia
segreta colpì tutti i gruppi dell’élite, le loro famiglie e i loro
alleati: dirigenti industriali, esponenti del mondo della
cultura, rappresentanti delle minoranze nazionali, alti
ranghi dell’esercito, diplomatici, vecchi bolscevichi,
semplici membri del partito e della sua gerarchia. I più
stretti collaboratori di Stalin, che appartenevano al
Comitato centrale e al Politbjuro, subirono uno dopo l’altro
umilianti processi farsa in cui, prima della fucilazione, gli
imputati confessavano pubblicamente gli assurdi crimini di
cui erano accusati. La moglie del capo dello stato sovietico,
Michail Kalinin, fu deportata nel gulag, quella di Vjačeslav
Molotov (Skrjabin) avrebbe subito la stessa sorte nel 1949,
mentre entrambi i mariti rimasero nell’entourage di Stalin.
Altre mogli di alti funzionari del Cremlino furono
giustiziate. Morirono persino alcuni familiari dello stesso
Stalin. Dopo ripetute «eliminazioni delle erbacce» del
partito, migliaia di ex membri si ritrovarono a essere
accusati di ostruzionismo e spionaggio. Nel 1937-1938 il
terrore raggiunse il suo culmine; il georgiano Lavrentij
Berija, uno dei più spietati angeli neri della NKVD , fu
nominato primo vicecommissario. Nel 1937 la tortura, già
applicata e diffusa, venne legalizzata ufficialmente. Una
delibera del partito sugli «elementi antisovietici» assegnò
alla NKVD quote regionali di arresti, con il 28% di
fucilazioni. In questo periodo anche il regime
concentrazionario mieté temporaneamente più vittime,
sebbene il gulag, in generale, a differenza dei campi
nazisti, non fosse stato progettato specificamente per lo
sterminio. Secondo cifre ufficiali, in quei due soli anni
furono giustiziate 681.692 persone, ma il numero
complessivo delle vittime potrebbe aggirarsi intorno al
milione e mezzo, tra cui moltissimi ufficiali dell’Armata
rossa. Nel 1939 Stalin proclamò una tregua: Nikolaj Ežov,
capo della NKVD , che aveva epurato il suo predecessore
Genrich Jagoda, venne fucilato e sostituito da Berija; la
repressione rallentò. A questo punto le prigioni e il sistema
penale nel suo complesso detenevano quasi 3 milioni di
persone, e sebbene le cifre restino controverse, secondo
stime recenti negli anni Trenta il numero complessivo di
morti per ogni genere di cause oscillerebbe tra 10 e 11
milioni. Stalin non aveva rinunciato al terrore, che applicò
fino alla sua morte, ma il Grande terrore non fu più
eguagliato.
Come la collettivizzazione e la futura guerra con la
Germania, il terrore si rivelò una catastrofe dal punto di
vista sociale e umano. Il mondo chiuso, oscuro e infernale
delle repressioni staliniane e l’universo dantesco dei gulag
sono stati descritti in opere ormai classiche di memorie,
letteratura e cinema. Il terrore fu un fenomeno capriccioso,
diabolicamente crudele, imprevedibile e distruttivo come
l’opričnina di Ivan il Terribile, zar che Stalin, molto
interessato alla storia russa, ammirò e prese a modello. Le
sue cause, la sua giustificazione logica e l’effettivo ruolo
giocato da Stalin sono stati a lungo tema di dibattito. Il
dittatore fu direttamente coinvolto e personalmente
responsabile: architettò le azioni e firmò di suo pugno
molte condanne a morte collettive. Il terrore, che durò fino
alla sua morte, per poi diminuire bruscamente subito
dopo, fu, secondo quanti sottolineano la centralità di Stalin,
un’arma che egli utilizzò per scoraggiare anche la minima
resistenza da parte della gente comune e riaffermare la
supremazia del partito sui commissari del popolo addetti
ai piani quinquennali, sugli altri grandi poteri dello stato,
sulla NKVD e sulle forze armate. Le purghe, inoltre,
permisero a Stalin di consolidare la sua posizione politica,
ancora in parte insicura nei primi anni Trenta, nonostante
la vittoriosa lotta per la leadership. Dal 1939 in poi,
tuttavia, fu il padrone indiscusso del partito e del paese: è
emblematico che il Congresso, le cui assemblee avrebbero
dovuto tenersi ogni tre anni, non si riunì tra il 1939 e il
1952. Grazie al terrore, Stalin fu in grado di sbarazzarsi di
numerosi vecchi membri del partito, che sapevano
parecchie cose sul suo passato, e poté attaccare (ma non
eliminare) quelle invisibili reti di clientela e protezione così
diffuse nelle istituzioni sovietiche, che creavano relazioni
di dipendenza da altri personaggi. Le purghe sono da
ritenersi anche lo specchio di alcuni tratti del suo carattere:
Stalin era vanitoso, vendicativo, diffidente, paranoide; si
sentiva a suo agio con lo scontro, la brutalità e l’omicidio
indiscriminato, e provava gusto a umiliare gli avversari.
Ma il terrore non fu solo opera di Stalin. Tutta la
dirigenza, comprese le vittime delle purghe, vi partecipò e
lo approvò. La OGPU /NKVD divenne un’istituzione
autonoma con un ampio personale, una gerarchia interna e
iniziative proprie. Ogni direttore aveva le sue priorità e
l’impero concentrazionario dei gulag, fornendo forza
lavoro in condizioni di schiavitù, svolse un ruolo
importante nello sviluppo economico sovietico; in questo
campo il terrore sostituì gli incentivi dell’economia di
mercato. Il terrore era stato parte della prassi comunista fin
dal 1917, e anche prima, e poteva contare su un forte
sostegno sociale. Persino durante la NEP , negli anni più
tranquilli (1921-1928), furono arrestate circa 450.000
persone con l’accusa di «attività controrivoluzionaria». Il
marxismo-leninismo, rivendicando la sola corretta «visione
scientifica del mondo», interpretava tutto come lotta di
classe tra elementi progressisti ed elementi reazionari,
contrapposti gli uni agli altri in maniera rigidamente
manichea. Perciò, i bolscevichi erano continuamente
minacciati ed era facile che si sentissero assediati. Erano,
inoltre, tenuti a dedicarsi anima e corpo alla loro causa e al
partito, loro guida. Nel 1929 la dirigenza aggiunse alla
religiosa certezza della propria scientifica visione del
mondo il fervore di una crociata, una guerra santa per
rafforzare i luoghi sacri del socialismo mondiale contro il
Moloch capitalista. Così i «Venticinquemila» partirono
all’attacco del kulak infedele, mentre gli operai di
Magnitogorsk mettevano le loro tende nel deserto per
costruire una nuova Gerusalemme. Lo stesso accadde
anche in altri settori, dove i numerosi passi indietro della
NEP alimentarono per reazione una rinascita dell’idealismo
radicale. Giovani entusiasti, fedeli a Stalin, seguivano la sua
interpretazione della rivoluzione. Molti, inoltre, fecero
carriera proprio sulla pelle degli epurati, formando una
giovane generazione di capi che credeva nel nuovo sistema
e ne traeva profitto. Questi vydvižency («persone che escono
[dal loro ambito precedente]») sono stati descritti come
una «classe nuova»: essi diressero e amministrarono la
Russia fino agli anni Ottanta. Alcuni storici «revisionisti»
non hanno cercato una spiegazione alle purghe nelle azioni
di Stalin e della sua dirigenza, ma piuttosto nella risposta
di quest’ultima ai fenomeni sociali di base, mettendo in
evidenza il consenso e la partecipazione popolare alla linea
formulata dal centro.
Nel 1936 Stalin sostenne che, nelle sue fondamenta, il
socialismo era stato costruito, e la Costituzione che
promulgò quello stesso anno aveva il compito di
consolidare la nuova struttura della società. Eppure,
avvertiva Stalin, proprio l’affermazione del socialismo
avrebbe intensificato la lotta di classe: «Più grande sarà il
nostro successo, maggiore sarà il risentimento degli ultimi
rappresentanti della classe sfruttatrice ormai distrutta, che
molto presto ricorreranno a forme estreme di lotta». Martin
Lutero aveva usato parole simili riguardo alla reazione del
diavolo al trionfo della Riforma; e il diavolo si insinua in
ogni luogo, come Stalin ben sapeva dai suoi studi giovanili
in un seminario ortodosso. Così il terrore cominciò ad
assomigliare sempre di più alla caccia alle streghe avvenuta
all’inizio dell’epoca moderna. Elementi ostili,
straordinariamente pericolosi – i «nemici del popolo» –
erano in agguato a ogni angolo. La delazione divenne un
tratto peculiare e quotidiano della vita sovietica: il lato
oscuro della tradizione russa delle petizioni. Il partito si
preoccupò di verificare l’assoluta fedeltà e ortodossia dei
suoi membri, il cui numero era aumentato in modo
esponenziale dopo il 1921, e di nuovo nel 1928-1933; le
continue purghe interne nascevano dalla paura che il
partito stesso fosse infestato di arrivisti e sovversivi.
Tuttavia, già nel 1929, come è evidente dagli elogi che gli
tributò la «Pravda» nel giorno del suo compleanno, Stalin
rappresentava, nella sua stessa mente e in quella di molti
cittadini sovietici, l’incarnazione della verità del partito,
nonché il suo guardiano. Il «culto della personalità» fu il
polo positivo di una mobilitazione sociale di cui il terrore
rappresentava il polo negativo. Nelle parole di Berija:
«Nemico del popolo non è solo chi commette un
sabotaggio, ma chiunque mette in dubbio la linea del
partito». Simili dubbi costituivano un tradimento nei
confronti del leader e della sua saggezza, erano un crimine
capitale. Amici e parenti condividevano la colpa degli
accusati. Anche molti comunisti stranieri che avevano
cercato rifugio a Mosca furono coinvolti, assieme alle loro
famiglie; il terrore fu esteso anche all’estero, raggiungendo
la Parigi dei bianchi emigrati, la Spagna antifascista, che
vide l’assassinio da parte della NKVD di combattenti
repubblicani non comunisti, e il Messico, dove nel 1940
Trockij fu ucciso insieme ai suoi parenti. Il terrore
coinvolse poi le popolazioni dei territori annessi alla vigilia
della «Grande guerra patriottica» e dopo il 1941 tornò a
colpire la popolazione sovietica nello sforzo disperato di
sconfiggere l’invasore tedesco.
Partito, società e ideologia: 1921-1941
Il partito e la nomenklatura
La struttura politica presieduta da Stalin, formalizzata
nella Costituzione federale dell’Unione del 1924 e
rielaborata nella Costituzione di Stalin del 1936, si fondava
sul potere del partito (dal 1925 Partito comunista
dell’Unione Sovietica). Il sistema amministrativo di base
rimaneva composto dalla piramide di soviet elettivi che
culminava nel Congresso dei soviet di tutta l’Unione e in
due soviet nazionali, dell’Unione e delle nazionalità,
vagamente paragonabili a un Parlamento. Come in
precedenza, il Congresso dei soviet eleggeva il proprio
Comitato esecutivo centrale (VCIK ) permanente, che ora
disponeva di un Presidium, un gabinetto interno, e
nominava formalmente il Sovnarkom. Il suffragio era
universale, ma con voto ponderato, e fino al 1936 escludeva
i membri delle classi «non lavoratrici». Il potere reale era
comunque nelle mani del partito. La sua struttura poggiava
su «organizzazioni primarie» dette «cellule», presenti in
ogni unità di base dell’attività economica, militare e
amministrativa. Essa rispecchiava la struttura dei soviet
nell’elezione di rappresentanti, suddivisi gerarchicamente
in livelli distrettuali, provinciali, regionali e repubblicani,
fino al Congresso del partito dell’Unione; ma il
«centralismo democratico» vincolava i membri alle
decisioni degli organi superiori. Ogni livello aveva un suo
comitato esecutivo con un proprio segretario: l’organo
supremo era il Comitato centrale, eletto dal Congresso, che
a sua volta eleggeva il Politbjuro (sostituito da Stalin con
un più ampio Presidium). A ogni livello il segretario del
partito era la persona più potente dell’organico. I Comitati
di partito avevano potere di nomina, o meglio di
«raccomandazione» (in linea di principio i posti erano
elettivi), dei principali ruoli sotto di loro, all’interno delle
organizzazioni dei soviet e del partito, e per queste cariche
redigevano elenchi dei possibili candidati; queste figure
furono formalizzate nel 1923 con il termine
«nomenklatura». In questo modo i comitati avevano il
totale controllo sul lavoro delle organizzazioni dei soviet e
del partito ai livelli inferiori, e degli iscritti nel loro
insieme. L’organo supremo direttamente incaricato di
nomine e assegnazioni era l’Orgbjuro, su cui Stalin aveva
basato la sua ascesa politica. I membri del partito erano
tenuti a seguire le direttive dei loro superiori e in cambio
ricevevano promozioni e vantaggi. I rappresentanti della
nomenklatura condividevano il potere del partito e
godevano di privilegi materiali crescenti ed esclusivi. Come
la tabella dei ranghi dell’epoca imperiale, la rete di cariche
della nomenklatura divenne parte integrante del sistema.
Nel suo impianto ideologico, nella struttura e nella
formulazione del potere politico, il regime dell’Unione
Sovietica, fondato sul partito, è stato messo a paragone con
l’autocrazia imperiale. Si può riscontrare una continuità nel
loro comune rivendicare un diritto divino, una competenza
assoluta in ogni campo, poteri di mobilitazione sociale e di
repressione del dissenso. In privato Stalin amava
paragonarsi a Ivan il Terribile e a Pietro il Grande, ma il suo
regno, per certe caratteristiche, ricorda anche quello di
Nicola I, con una nomenklatura che equivarrebbe alla
nobiltà imperiale prerivoluzionaria, lo dvorjanstvo.
Entrambe rappresentavano élite privilegiate
apparentemente al servizio dello stato o del partito, ma in
pratica asservite al leader e al gruppo dirigente, da cui
venivano tiranneggiate e da cui dipendevano. Avevano
simili ruoli amministrativi e rapporti con le masse. La
ricetta comunista per il controllo e il governo del paese,
quindi, non differiva poi molto dal regime precedente. In
tutti e due i sistemi, inoltre, i singoli erano più importanti
delle istituzioni: legge e legalità rappresentavano solo una
facciata; quel che contava davvero erano i rapporti, le reti
clientelari e protezionistiche (sebbene nei decenni
prerivoluzionari avessero iniziato a svilupparsi il giusto
processo e l’efficienza delle istituzioni). Nell’Unione
Sovietica, come nell’impero zarista, il centro aveva
difficoltà a imporre la propria autorità nelle province e in
periferia, dove i potentati locali perseguivano scopi e
politiche proprie; l’obbedienza forzata fu uno degli
obiettivi del terrore staliniano.
Alcuni storici weberiani occidentali e marxisti sovietici,
con un’interpretazione simile a quella appena riportata,
hanno definito dvorjanstvo e nomenklatura un’unica classe
dirigente, un’élite che governava la società in base ai propri
interessi, al solo scopo di autoconservarsi. Partendo da
questa concezione alcuni studiosi si sono concentrati
sull’intellighenzia rivoluzionaria come classe sfruttatrice,
un’idea che ha radici lontane e sfaccettature differenti. Già
all’epoca di Lenin, Karl Kautsky si occupò del rapporto tra
l’intellighenzia e il movimento operaio tedesco, mentre i
rivoluzionari russi furono attaccati proprio in questi
termini dal radicale polacco Jan Machajski nel libro Il
lavoratore intellettuale (1904-1905), che influenzò La nuova
classe (1957) di Milovan Djilas e Nomenklatura (1980) di
Michail Voslenskij, un resoconto che descrive l’apparat
russo dall’interno.
L’integrazione delle nazionalità:
l’«indigenizzazione» e i suoi problemi
Anche il controllo sovietico delle minoranze nazionali
poneva seri problemi. Nel 1917 i non russi costituivano
circa la metà della popolazione dell’impero (56% nel 1897,
47% nel 1927). I bolscevichi avevano denunciato l’impero
russo come una «prigione di popoli» e conoscevano i
pericoli dello «sciovinismo grande-russo» verso le
minoranze, ma pensavano che la rivoluzione socialista e
l’industrializzazione avrebbero progressivamente
cancellato i sentimenti nazionalistici e le differenze tra le
etnie. La formula comunista per l’organizzazione di uno
stato multinazionale, annunciata nel 1923, era divisa in tre
punti. Innanzitutto, il principio «nazional-territoriale»
dichiarava ogni nazionalità separata, ma con pari diritti, sul
proprio territorio; l’Unione Sovietica federale doveva essere
formata da repubbliche e regioni basate sulla nazionalità,
uno dei segni distintivi nei nuovi passaporti interni, emessi
dal 1932. I gruppi nazionali di qualunque dimensione che
non avevano un territorio a loro riconosciuto, teoricamente,
avrebbero dovuto riceverne uno, e in effetti molti ne furono
creati. I compatti insediamenti tedeschi del Volga, ad
esempio, vennero organizzati all’interno della RS FS R nella
Repubblica Socialista Sovietica Autonoma dei Tedeschi del
Volga (1924-1941). In secondo luogo ci si occupò anche
delle minoranze che vivevano all’interno di altre
nazionalità: così la vasta diaspora ucraina ottenne soviet e
scuole in tutta la RS FS R , oltre a una patria nella RS S ucraina.
Mosca sperava che una politica così aperta, basata sul
territorio, avrebbe attirato connazionali delle minoranze
dei paesi vicini, come ad esempio gli ucraini della Polonia.
Naturalmente non mancarono i problemi. L’identità dei
circa due milioni di ebrei sovietici era legata alla religione e
potenzialmente al sionismo, e il radicato antisemitismo
russo riemerse in forme sovietiche, soprattutto tra il 1948 e
il 1953. Una «patria» sovietica per gli ebrei, la Regione
Autonoma Ebraica di Birobidžan, fu istituita nel 1934 in
Estremo Oriente, sull’inquieta frontiera cinese. Questo
significava esiliare gli ebrei in un’area lontana, arretrata e
inospitale, e di conseguenza non suscitò nessun
entusiasmo da parte di quel popolo: nel 1979, dei suoi
250.000 abitanti, gli ebrei rappresentavano solo il 5,4%. La
politica di mantenimento delle differenze nazionali come
principio organizzativo, ideata per allentare le tensioni
interne, non fece che accentuare potenziali divisioni e
rivalità, che negli anni Ottanta divennero fatali per
l’Unione. Secondo la Costituzione del 1924, le nazionalità
avevano diritto di secessione dall’Unione Sovietica; Mosca
si assicurò che non lo esercitassero mai.
Per confermare l’autonomia politica nazionale e
territoriale, il secondo punto programmatico assegnava a
ogni repubblica dell’Urss un suo partito comunista. Il
controllo politico centrale veniva comunque garantito dalla
subordinazione dei partiti delle repubbliche a quello
comunista dell’Unione Sovietica, con sede a Mosca: i russi
(che controllavano il PCUS ) erano la sola nazionalità
territoriale senza un proprio partito.
Il terzo punto concerneva l’indipendenza e
l’uguaglianza delle nazioni che doveva essere rafforzata
dalla korenizacija, l’«indigenizzazione». Lingue e culture
nazionali andavano incoraggiate; i quadri appartenenti alle
minoranze etniche dovevano essere educati e promossi a
ruoli dirigenziali all’interno del partito, dei sindacati e del
governo, dove, da bravi militanti, avrebbero appoggiato in
loco le politiche di Mosca. L’indigenizzazione fu una
risposta al sottosviluppo e all’ostilità dei popoli non russi,
alle tensioni tra le città russificate e la campagna non russa.
In aperta controtendenza rispetto alle politiche zariste di
«russificazione», l’autonomia nazionale, culturale,
linguistica e territoriale aveva lo scopo di legittimare il
«potere dei soviet» e riconciliare le minoranze – in
particolare la classe contadina – con il nuovo stato:
l’evoluzione doveva essere «nazionale nella forma,
socialista nel contenuto». Durante la NEP, nelle zone
musulmane si adottò una politica particolarmente
conciliante. Nel corso del primo piano quinquennale i
massicci investimenti nelle repubbliche (maggiori che al
centro) portarono a un notevole sviluppo industriale grazie
al coinvolgimento di un gran numero di operai
appartenenti alle minoranze: la forza lavoro industriale era
a quel punto per la maggior parte locale e non più russa
come in precedenza. Le autorità sovietiche sostennero
anche l’istruzione nelle varie lingue nazionali,
sistematizzate e modernizzate, e intrapresero ampie
campagne di alfabetizzazione: fu un’impresa enorme
dall’impatto sociale radicale e duraturo. Aumentò anche il
numero di quadri appartenenti a minoranze nazionali, che
avevano una carica all’interno del partito. Queste misure,
tuttavia, sortirono effetti imprevisti. Soprattutto nelle
regioni orientali meno sviluppate, la nuova centralità data
alle lingue locali separò i gruppi etnici autoctoni dai loro
vicini russi, spingendoli ad attendersi uno sviluppo che
corrispondesse alla loro cultura e ai loro valori. Le identità
non russe si rafforzarono e le differenze nazionali finirono
per politicizzarsi: così negli anni Venti l’Ucraina sviluppò
per la prima volta una chiara identità nazionale con un’élite
propria (anche se in Ucraina e in Bielorussia la lingua russa
rimase forte). Inoltre, i nuovi quadri appartenenti alle
minoranze tendevano ad assecondare gli interessi locali:
non si interessavano tanto al proletariato internazionale
definito da Mosca, ma piuttosto alla loro comunità
nazionale; e intanto i russi di quelle zone lamentavano una
derussificazione forzata. Queste tensioni emersero dopo il
1929, quando la collettivizzazione rese necessario
riaffermare l’autorità centrale e pesò gravemente
soprattutto sulle regioni governate dalle minoranze
etniche: la maggiore resistenza avvenne proprio a opera dei
non russi. Così, pur continuando ad affermare il principio
dell’indigenizzazione, Mosca iniziò ad attaccare lo
«sciovinismo locale» e il «nazionalismo», sottolineando il
carattere liberatorio e non oppressivo di tutto ciò che era
russo: nel nuovo contesto socialista, caduto il giogo
imperiale, ciò avrebbe dato accesso ai più alti livelli
culturali. Nel 1932 una campagna di terrore prese di mira i
quadri «comunisti nazionali», che cercavano di difendere i
contadini dalle eccessive requisizioni di grano (ricordiamo
in particolare il caso di Skrypnyk in Ucraina): ne furono
giustiziati moltissimi. La korenizacija, ancora proclamata in
linea di principio, nella realtà dei fatti subì forti limitazioni.
Questa repressione preannunciò il radicale cambiamento
di linea politica che sarebbe avvenuto nel decennio prima
della guerra, periodo che fu caratterizzato da pulizie
etniche nelle zone di confine e dalla russificazione
amministrativa della RS FS R . Negli anni più feroci del
terrore, 1937-1938, circa il 20% degli arresti e oltre il 30%
delle esecuzioni riguardavano questioni relative alle
minoranze etniche.
Altre trasformazioni sociali
Fin dall’inizio, i bolscevichi vollero cambiare e trasformare,
oltre all’economia, anche la società e la cultura del
proletariato, smantellando quelle che consideravano le
istituzioni e gli atteggiamenti oppressivi della società
borghese: Chiesa, famiglia, matrimonio, analfabetismo e
ignoranza, malattie, subordinazione delle donne. Una
società socialista che andava verso un’«utopia meccanica»
aveva bisogno delle migliori condizioni materiali e di una
nuova consapevolezza di massa, che portasse cultura,
disciplina e sentimento del bene comune. Sulla scia dei
cambiamenti provocati dalla guerra e dalla rivoluzione, il
regime e i suoi sostenitori stavano compiendo alcuni passi
in questa direzione. Negli anni Venti si tentarono, con
risultati diseguali, molte vie e molti esperimenti. Il futuro
tecnologico fu annunciato nel 1920 dal piano GOELRO per la
generazione elettrica. Lenin dichiarò: «Elettrificazione più
potere ai soviet uguale comunismo». La legislazione sul
lavoro del 1922 confermò la giornata lavorativa di otto ore e
istituì le ferie pagate, il sussidio di malattia e di
disoccupazione, l’assistenza sanitaria, la contrattazione
collettiva dei salari e l’arbitrato nelle dispute: uno stato
sociale all’avanguardia rispetto all’Europa di quei tempi. La
«sezione femminile» del partito, guidata dall’intima amica
di Lenin, Inessa Armand, si adoperò per cambiare il
destino delle donne. Le nuove leggi sul matrimonio e sulla
famiglia (1918, 1926) legalizzarono divorzio e aborto. Si
incoraggiarono le donne a pretendere rispetto dai propri
mariti. Mense e asili avrebbero alleggerito alle casalinghe il
peso delle faccende domestiche e promosso lo spirito
collettivo, dando alle donne la possibilità di lavorare e
partecipare alla vita pubblica. In Urss il collettivismo prese
ulteriori forme: al posto delle automobili private,
dominarono gli autobus e i tram; la penuria di alloggi fu
risolta con la creazione di «appartamenti comunitari»
costruiti intorno a un’unica cucina condivisa (sistema
particolarmente comodo e pratico anche per informatori e
delatori).
Provvedere all’istruzione e all’alfabetizzazione di
entrambi i sessi rappresentò uno sforzo costante e uno dei
maggiori successi del sistema sovietico, anche se questo
non significò formare e nutrire una consapevolezza
politica. Campagne contro l’analfabetismo furono
organizzate in città e in provincia con risultati
impressionanti. Nel 1897 il 40% dei maschi tra i 9 e i 49
anni erano alfabetizzati. Secondo le stime sovietiche, nel
1926 la cifra salì al 70% e nel 1939 al 94%. Donne e
minoranze etniche seguirono questa stessa tendenza.
L’arrivo dell’istruzione sovietica e dell’emancipazione
femminile in Kirghisia è descritto in toni eroici nel
racconto Il primo maestro di Čingiz Ajtmatov, portato sullo
schermo nel 1965. Sotto la guida di Anatolij Lunačarskij, il
Commissariato del popolo per l’Istruzione (Narkompros)
rese accessibile a tutti l’istruzione, anche se con qualche
limite di classe, e creò programmi per migliorare le
qualifiche dei lavoratori; negli anni Venti il percorso
scolastico prevedeva molte materie pratiche e di diretta
utilità professionale. Il movimento del Proletkul’t cercò
inizialmente di far nascere una nuova cultura proletaria
originale, ma non incontrò il favore delle istituzioni; invece,
la cultura alta nell’accezione convenzionale,
adeguatamente reinserita in un contesto comunista, fu
messa a disposizione di tutti attraverso la pubblicazione di
libri e giornali economici, lo sviluppo del teatro e i nuovi
mezzi di comunicazione, la radio e il cinema. Le
organizzazioni sociali autorizzate (e solo queste!), sia
quelle popolari, come i gruppi teatrali e i club sportivi, sia
quelle a livello nazionale, come il movimento giovanile
Komsomol e la Lega degli atei militanti, furono sostenute e
il loro numero crebbe in modo esponenziale. Dalla fine
degli anni Venti una nuova Commissione centrale
permanente per le questioni religiose (1929-1938) attuò, e
cercò di controllare, una dura politica antireligiosa. I
sindacati ufficiali vennero promossi, ma all’interno del
sistema sovietico, anziché essere organi indipendenti a
tutela del benessere dei lavoratori, divennero strumenti
che lo stato utilizzava per imporre la disciplina industriale.
La fabbrica, e più in generale il posto di lavoro, si
trasformò nel fulcro dell’organizzazione sociale urbana, da
cui dipendeva l’accesso a beni materiali come l’alloggio,
l’assistenza all’infanzia, le vacanze e le case di riposo.
Dirigenti e lavoratori avevano comune interesse alla
stabilità e alla sicurezza dell’impiego.
Effettive o solo potenziali, queste trasformazioni sociali
impressionanti riuscirono a motivare e ispirare le masse,
con effetti e conseguenze di larga portata. Come in tutti i
cambiamenti sociali, la realtà spesso non corrispose ai
progetti iniziali, ma le novità dimostrarono una concreta
possibilità di mutamento. D’altro canto, però, le
conseguenze della guerra civile resero molto dura la vita
quotidiana. Durante la NEP la disoccupazione urbana
dilagava; i salari erano bassi e gli alloggi pessimi; folle di
orfani avevano invaso le strade delle città, rifiutando di
vivere in brefotrofi poco o per nulla attrezzati. I datori di
lavoro e persino i sindacati scoraggiavano gli scioperi
perché dannosi alla produzione; nella prassi la
contrattazione collettiva dei salari lasciò il posto ad accordi
a livello locale.
Durante la NEP , sebbene in misura minore, anche la
campagna fu interessata da questi cambiamenti. La
popolazione sovietica rimaneva ancora per la stragrande
maggioranza rurale, l’82% dei 147 milioni di abitanti, come
risultò dal censimento del 1926. Nel corso della rivoluzione
i contadini avevano risolto il problema della terra secondo
le proprie convinzioni, vale a dire distribuendola tra chi la
coltivava. Persino a molti ex proprietari era stato accordato
il permesso di rimanere, se erano disposti a lavorare in
prima persona, cioè a diventare contadini. Nella sola RS FS R ,
nel 1927 erano registrati 10.756 ex possidenti di questo tipo.
L’Assemblea comunitaria del villaggio, formalmente
regolamentata dalla legislazione agraria del 1922, e ora più
ampia rispetto all’epoca zarista, continuava a funzionare
secondo i suoi schemi tradizionali e in provincia era
praticamente autonoma, come mai prima nella sua storia:
l’intervento governativo era debole e i fondi stanziati per i
soviet rurali scarsamente finanziati. La rivoluzione aveva
comunque dato il via a un rinnovamento nelle campagne. I
funzionari del Commissariato del popolo per la terra
(Narkomzem) portarono avanti il lavoro cominciato dagli
uomini di Stolypin, sostenendo la razionalizzazione della
gestione delle terre e lo sviluppo dell’agronomia.
Propagandarono i metodi collettivi – cooperative, comuni,
kolchoz – ottenendo, però, pochi riscontri prima della
collettivizzazione di massa. Le nuove esperienze portarono
a ulteriori cambiamenti. Prendiamo, ad esempio, la
descrizione del villaggio di Virjatino, nella regione di
Tambov, vicino alle miniere del Donbass, se è possibile dar
credito a un resoconto sovietico autorizzato e ottimistico:

Negli anni della NEP si cominciò a usare l’acciaio come


materiale per costruire i tetti […] [alla fine degli] anni Venti il
mobilio [delle case] migliorò notevolmente. Si riservò
maggiore attenzione alla pulizia; muri e pavimenti delle
abitazioni in legno venivano lavati più di frequente e le case
di mattoni erano imbiancate due o tre volte l’anno. Le tavole
erano sempre coperte da tovaglie; la tela cerata divenne molto
popolare. Si prese l’abitudine di appendere tende alle finestre
[e…] davanti alla […] stufa. […] I muri venivano tappezzati
con la carta da parati o decorati con manifesti e scene della
guerra civile. Anche l’uso ornamentale delle fotografie sulle
pareti stava diventando sempre più popolare. L’influenza
della borghesia urbana […] si rivelò tuttavia uno dei più
tenaci residui del capitalismo, e il salotto era generalmente
arredato in modo volgare e senza gusto.

Possiamo confrontare questo quadro con le condizioni di


vita rurale sul Volga, descritte qualche anno prima da un
lavoratore inglese, venuto in soccorso in quei territori a
causa della carestia (Samara, 1924):

Le attuali condizioni di vita sono misere e squallide al di là di


ogni immaginazione, e anche i contadini più ricchi vivono in
uno stato che creerebbe indignazione in ogni parte
dell’Inghilterra. […] Le case migliori hanno una parvenza di
solidità e comodità. Sono fatte di tronchi tagliati ben legati
tra loro, con corti tetti di lamiera, pareti interne coperte di
assi e pavimenti ben rialzati dal terreno. La normale baracca
di tronchi ha il tetto ricoperto di paglia, mura senza
rivestimenti e le assi del pavimento spesso poggiate
direttamente a terra. La più orribile e miserabile di tutte è
quella in fango, con mura che si crepano in estate e vengono
sciolte dagli acquazzoni primaverili, e un pavimento di creta
o terra battuta. […] Una casa di mattoni […] è una rarità. La
mancanza di un adeguato rifornimento idrico rende difficile
lavarsi anche in estate, e d’inverno si evita l’acqua il più
possibile. In queste miserabili condizioni […] l’inverno dona
un po’ di sollievo. Il marito si siede a discutere […] con i
vicini; tutti fumano un pessimo tabacco coltivato in casa e
avvolto nella carta di giornale. La moglie fila lino o canapa e i
bambini siedono silenziosi lungo le pareti. Le porte sono ben
chiuse, le finestre sigillate ermeticamente e l’atmosfera che ne
deriva non si può descrivere; solo con l’esperienza ci si può
rendere conto di quanto sia velenosa. La sera l’unica luce è
una lampada a paraffina, spesso fatta in casa. L’abitudine
diffusissima di masticare semi di girasole e sputarne le bucce
per terra rende ancora più sporca e disordinata la baracca.

La collettivizzazione del 1929-1932 produsse una grande


mobilità sociale, lo spostamento di milioni di persone e
una rapida urbanizzazione; il rinnovamento della società fu
facilitato anche dalle purghe e dalle carestie. Questi
sviluppi si accompagnarono a grandi cambiamenti nel
campo dell’istruzione. Dal 1930 l’istruzione elementare
divenne obbligatoria; i programmi scolastici e i metodi di
insegnamento tornarono a essere più tradizionali e nel
1937 furono reintrodotte le uniformi. Il numero degli
studenti della scuola dell’obbligo salì dagli 11,6 milioni del
1927 a 21,4 milioni nel 1933. Anche l’istruzione superiore si
diffuse maggiormente. Dalla fine degli anni Venti grandi
sforzi furono intrapresi per formare una nuova generazione
di «specialisti rossi», allo scopo di superare la persistente
dipendenza del regime dagli «specialisti borghesi». Giovani
e promettenti lavoratori, scelti dagli organi ufficiali
(Komsomol, partito, sindacati), venivano mandati in istituti
tecnici di istruzione superiore dove ricevevano
un’educazione teorica e pratica preparatoria agli incarichi
amministrativi. Questi vydvižency, già menzionati in
precedenza, furono circa 150.000 e costituivano nel 1929-
1932 un terzo di tutti gli studenti di livello universitario;
dopo la laurea trovavano rapidamente impiego in qualsiasi
settore della vita pubblica, soprattutto nella nomenklatura,
diventando fedeli sostenitori di un sistema cui dovevano
un tale evidente miglioramento della loro condizione
sociale. Questo consenso giocò un ruolo significativo negli
sviluppi degli anni staliniani.
L’esodo dalla campagna alla città, che interessò dodici
milioni di contadini, rappresenta il mutamento sociale di
maggior rilievo. I contadini di Virjatino, che prima
lavoravano stagionalmente nelle miniere del Donbass, vi si
trasferirono ora in pianta stabile. L’afflusso massiccio di
contadini produsse una notevole «ruralizzazione» dei
centri urbani, causando spesso anche tensioni con i
lavoratori già presenti sul territorio, che monopolizzavano i
posti migliori. Sotto l’influenza delle esperienze urbane, la
cultura dei contadini trasferiti in città finì per divenire
ibrida, come risulta evidente dal tipo di vestiario e dal
gusto per il kitsch lamentato a Virjatino. Questo stato di
cose tendeva ad alimentare e accelerare i conflitti
generazionali: i figli urbanizzati non accettavano gli usi
contadini delle loro famiglie. Ciononostante, in città e in
campagna la mentalità contadina resisté e si conservò. Nei
centri urbani i contadini frequentavano solo compaesani,
amici e parenti, e non furono quasi toccati dall’ideologia
radicale alla base della «rivoluzione culturale».
Così, mentre coloro che credevano in Stalin lavoravano
per costruire il millennio socialista, le masse popolari si
dimostravano più resistenti alla propaganda del partito e ai
modelli di pensiero proposti dai suoi rappresentanti.
Inoltre, i nuovi valori morali proclamati negli anni Venti
sortirono conseguenze impreviste. Le dure condizioni della
vita domestica e degli spostamenti lavorativi indebolirono
la coesione familiare, facendo rapidamente salire il numero
dei divorzi. Di fronte al pesante onere di doversi occupare
contemporaneamente del lavoro e della casa, molte donne
scelsero di limitare le dimensioni della propria famiglia: gli
aborti aumentarono e il tasso di natalità diminuì. Nella
seconda pjatiletka si prestò maggiore attenzione alle
necessità dei consumatori. A metà degli anni Trenta la
retorica ufficiale ritornò a valori più tradizionali, una
«ritirata» dal precedente radicalismo rivoluzionario:
l’insegnamento divenne più accademico, la famiglia fu
esaltata come modello di ordine sociale e politico, e
ottenere il divorzio e praticare l’aborto divenne più
complicato. Ora le donne erano chiamate a dimostrarsi
casalinghe modello, oltre che lavoratrici esemplari; le
sezioni femminili del partito furono chiuse con la
motivazione che la «questione femminile» era ormai
risolta. Il materialismo si era realizzato. Nelle parole di
Stalin: «La vita è diventata migliore! La vita è diventata più
allegra!», cosa vera soprattutto per la nomenklatura, che in
tempi di difficoltà economiche poteva reperire cibo e merci
deficitnye (introvabili) in speciali negozi privilegiati. Si
trattava di una restaurazione della gerarchia, paragonabile
alla reintroduzione delle differenze di salario all’interno
delle fabbriche. L’imposizione del controllo statale dopo il
1929 e la situazione internazionale sempre più minacciosa
dopo il 1933 portarono a un’ulteriore esaltazione della
centralità russa e della mitologia del partito. L’emergenza
difensiva rese necessario concentrarsi sulla madrepatria
sovietica, sull’unità nazionale guidata dalla Russia e sulla
preparazione militare. L’addestramento militare e i
programmi ginnici si intensificarono. Anche la cultura di
massa fu messa al servizio di questo nuovo sentimento
nazionalista: nel 1935 si tenne a Mosca un’olimpiade della
canzone popolare. La storia russa, svalutata dalla
tradizione rivoluzionaria, divenne ora fonte di unità
patriottica e di solidarietà: a scuola il suo insegnamento
metteva in risalto gli elementi eroici e non più quelli di
sfruttamento, mentre il cinema abbandonava gli eroi
collettivi per glorificare i singoli capi della Russia, da Pietro
I (1937) a Ivan IV (1941-1946).
Le arti
Gli anni immediatamente successivi alla rivoluzione furono
per l’arte un’epoca di grande fermento e produttività. Il
nuovo stato nazionalizzò immediatamente tutte le
istituzioni artistiche, considerando la cultura come un
importante strumento in rapporto con le masse. Negli anni
Venti il partito scelse una linea pluralista, permettendo una
relativa libertà di espressione alle idee individuali e di
gruppo, e bloccando qualsiasi tentativo di imporre una
supremazia teorica o politica non controllata dal partito.
Ciò valse per tutte le forme artistiche: letteratura, musica,
balletto, cinema, pittura. Nella prima metà del secolo il
loro sviluppo seguì un percorso comune. In letteratura
diversi gruppi portarono avanti il radicalismo
dell’avanguardia prerivoluzionaria, proponendo una
rivoluzione formale. Primo fra tutti ricordiamo il
Proletkul’t, un’organizzazione di sinistra che si trasformò
nella combattiva RAPP (Associazione russa degli scrittori
proletari); era vicino alle loro posizioni Michail Šolochov,
celebre autore dell’epos cosacco Il placido Don. Vi erano poi
i futuristi, guidati dall’esuberante letterato rivoluzionario
Vladimir Majakovskij, che si trasformarono in LEF (Fronte
di sinistra delle arti), e gli immaginisti, raccolti intorno al
«poeta contadino» Sergej Esenin. Un altro tipo di
radicalismo ispirò i critici formalisti dell’Opojaz (Società
per lo studio del linguaggio poetico), che studiavano e
interpretavano la letteratura come un esercizio stilistico; e
non va dimenticato il geniale teorico e critico Michail
Bachtin. Accanto a questi movimenti, una vasta gamma di
autori dalle ispirazioni più diverse, più o meno in sintonia
con il regime, produssero negli anni Venti opere di teatro,
prosa e poesia di grande valore, soprattutto sui temi della
rivoluzione e della guerra civile. Tra questi figurano:
Michail Bulgakov, il cui capolavoro, Il maestro e Margherita
(1928-1940), scritto più tardi, non fu pubblicato fino al 1966;
l’umorista Michail Zoščenko; i romanzieri Aleksandr
Fadeev, Konstantin Fedin, Leonid Leonov e Boris Pil’njak;
lo scrittore satirico Evgenij Zamjatin, che ebbe problemi a
causa della pubblicazione all’estero del romanzo Noi
(1927), la sua distopia orwelliana, e fu costretto a emigrare
nel 1931; e Andrej Platonov, forse il maggiore prosatore del
periodo. Maksim Gor ’kij, il cui rapporto con i bolscevichi
ebbe fasi alterne, visse all’estero dal 1922 al 1928, per poi
diventare un’icona letteraria fino alla morte (sospetta) nel
1936. La comunità ebraica di Odessa produsse un gran
numero di opere straordinarie: i commoventi racconti di
Isaak Babel’, splendidi dal punto di vista formale e frutto
delle sue esperienze durante la guerra civile (L’armata a
cavallo, 1926) e nella comunità ebraica di Odessa (I racconti
di Odessa, 1931); gli esilaranti romanzi di grande successo,
pubblicati sotto gli pseudonimi di Il’f e Petrov, Dodici sedie
(1928) e Il vello d’oro (1929-1933), che mettevano alla berlina
la NEP . In poesia la vecchia tradizione fu rappresentata al
suo meglio da quattro poeti affermati e di grandissimo
talento: Boris Pasternak, che si impose con la raccolta Mia
sorella la vita (1917), gli ex acmeisti Osip Mandel’štam e
Anna Achmatova, e infine Marina Cvetaeva, che dal 1922
visse all’estero. Nessuno di loro si adattò facilmente al
modello sovietico. Negli anni Venti Anna Achmatova non
poté più pubblicare, mentre negli anni Trenta, quando il
figlio fu coinvolto nelle purghe, diede voce alle sofferenze
popolari nel suo potente Requiem (1935-1940/1961,
pubblicato solo in seguito). Negli anni Trenta, Pasternak si
dedicò alla traduzione; Marina Cvetaeva, che nel 1939 aveva
commesso l’errore di ritornare in patria, si suicidò nel 1941.
Gli anni Venti, un periodo relativamente liberale, ebbero
fine nel 1928, con il primo piano quinquennale. La RAPP
cominciò a dettare legge in campo letterario, ma nel 1932
un decreto «Sulla ricostruzione delle organizzazioni
letterarie e artistiche» soppresse i gruppi indipendenti,
favorendo sindacati di settore controllati dal partito in
ciascun ambito culturale. L’Unione degli scrittori fu creata
quello stesso anno; durante il suo primo congresso, nel
1934, adottò la dottrina del «realismo socialista». In base a
questo concetto alquanto vago si richiedeva agli autori di
descrivere realisticamente, ma in maniera positiva, le sfide
e i trionfi della costruzione rivoluzionaria socialista; la
letteratura – e tutta l’arte – doveva essere ottimista, fonte di
ispirazione ed entusiasmo, riflettere le eroiche potenzialità
della società sovietica, seguire lo spirito e la linea del
partito e criticare solo i fallimenti individuali, non quelli
del sistema. Il realismo socialista rimase fino agli anni
Ottanta l’indirizzo obbligatorio dell’arte sovietica, con
effetti deleteri per la qualità delle opere. In privato alcuni
scrittori e artisti continuarono a produrre opere destinate
«al cassetto della scrivania». Il realismo socialista fu
indirizzato anche alla propaganda del patriottismo
sovietico, e negli anni Trenta si prestò perfettamente a
incarnare la svolta nazionalistica.
Molti scrittori caddero vittime delle purghe.
Mandel’štam morì in un campo di lavoro nel 1938; Babel’
venne fucilato nel 1940. Durante la guerra, tuttavia, la
pressione si fece meno incalzante e i membri dell’Unione
degli scrittori parteciparono agli sforzi bellici nel ruolo di
giornalisti, pubblicisti e propagandisti. Anna Achmatova
poté tornare a pubblicare. Apparvero romanzi e poesie di
guerra molto popolari, tra cui si rivelò particolarmente
degno di nota il lungo poema Vasilij Tërkin (1941-1945) di
Aleksandr Tvardovskij. Nel 1946 un violento attacco di
Ždanov contro Michail Zoščenko e Anna Achmatova
(sintomo in realtà di lotte politiche intestine) segnò il
ritorno a un estremo e rigidissimo controllo del realismo
socialista. Gli ultimi anni di Stalin ricordano per dogmatica
sterilità la fine del regno di Nicola I.
Il destino della musica, dell’opera e del balletto seguì di
pari passo quello della letteratura, con un’Associazione dei
musicisti proletari (APM ), contrapposta all’Associazione
per la musica contemporanea (AS M ); infine, nel 1932, sorse
l’Unione dei compositori sovietici. Prokof ’ev lasciò la
Russia nel 1918, ritornando nel 1932. Durante la NEP
dominò il pluralismo; accanto alle composizioni
tradizionali, risaltavano per contrasto le partiture moderne
di Dmitrij Šostakovič, il grande compositore sovietico che
debuttò nel 1925 con la sua Prima Sinfonia, la prima opera
sovietica a riscuotere l’attenzione internazionale. Nello
stesso periodo cominciò l’ascesa dell’opera e del balletto.
Per tutti gli anni Venti le influenze occidentali rimasero
forti. Šostakovič scrisse sia musica contemporanea sia
«proletaria», e dopo il 1932 incontrò notevoli difficoltà: la
sua Quinta Sinfonia (1938) recava come sottotitolo «Risposta
creativa di un artista sovietico a una giusta critica». Gran
parte delle composizioni ruotavano intorno a tematiche
rivoluzionarie e bolsceviche, e negli anni Trenta il
patriottismo storico fece la sua comparsa anche nella
musica. Tra diversi compositori armeni degni di nota,
emerse in questo periodo il notevole Aram Chačaturjan.
Anche la comunità ebraica di Odessa diede un significativo
contributo alla musica sovietica con il compositore Glier, i
violinisti David e Igor ’ Oistrach e il pianista Emil’ Gilel’s.
Durante la guerra, Šostakovič e Prokof ’ev furono molto
prolifici: la famosissima Settima Sinfonia (1942) di
Šostakovič, dedicata alla sua Leningrado assediata, venne
suonata in tutto il mondo; esprimeva, nelle parole di David
Oistrach, «l’affermazione profetica […] della nostra fede
nel definitivo trionfo dell’umanità e della luce». La
repressione nel dopoguerra investì anche la musica.
Čajkovskij e lo stile russo del XIX secolo furono additati
come gli unici modelli; Prokof ’ev e Šostakovič vennero
accusati di «formalismo»; l’Ottava Sinfonia, a opera di
quest’ultimo, fu proibita per oltre dieci anni.
Il cinema era estremamente popolare nella Russia
prerivoluzionaria; i bolscevichi lo considerarono la forma
d’arte ideale per la propaganda e l’educazione di massa.
Nel 1919 i cinema russi furono nazionalizzati, un anno
dopo i teatri, e nacque la prima scuola statale
cinematografica del mondo, seguita nel 1922 da un organo
di produzione statale, il Goskino, divenuto Sovkino nel 1924.
Questo organo presiedette all’«età d’oro» del cinema muto
sovietico e all’opera di Sergej Ejzenštejn, Vsevolod
Pudovkin e altri. Il famosa La corazzata Potëmkin fu girato
nel 1926, ma ebbe più successo all’estero che tra le autorità
e le masse sovietiche: negli anni Venti erano più popolari le
pellicole americane e tedesche, di gran lunga meno
complicate. Come in altri settori, nel 1928 il controllo si
fece più stretto e poco dopo, in contemporanea all’arrivo
del sonoro, giunse il realismo socialista. Con l’avvicinarsi
della guerra, una serie di epici film di argomento storico e
militare portarono sullo schermo (come detto in
precedenza) grandi figure eroiche: dopo Pietro I vennero
Aleksandr Nevskij (1938), Suvorov (1941), Bogdan Chmel’nickij
(1941), Kutuzov (1944) e Ivan il Terribile. Come negli altri
campi, anche nel cinema si fece sentire la repressione del
dopoguerra: la seconda parte di Ivan il Terribile di
Ejzenštejn ne cadde vittima. I produttori ebrei furono
estromessi dall’industria cinematografica.
Nelle arti visive la rivoluzione fu sostenuta con
entusiasmo da molti esponenti delle avanguardie.
Nacquero diverse nuove associazioni. Il Dipartimento per
le arti visive (IZO , 1918) del Narkompros patrocinò questa
tendenza, ingaggiando artisti e costruttori d’avanguardia
nel nuovo e sperimentale Istituto di cultura artistica e, in
qualità di insegnanti, nei Laboratori statali superiori di arte
e tecnica (VC huTeM as, 1920). Gli iniziali progetti
modernisti, per la maggior parte, rimasero sulla carta: il
famoso progetto del 1919 di Vladimir Tatlin per un
monumento alla Terza Internazionale, commissionato dal
Sovnarkom, rappresentava le nuove aspirazioni industriali
del costruttivismo. La ricostruzione degli anni della NEP
offrì ampie opportunità, rendendo possibile l’architettura
privata; architetti come Konstantin Mel’nikov, Pantelejmon
e Il’ja Golosov, e i fratelli Vesnin, costruttivisti, eressero
nuovi straordinari edifici. L’arte dei manifesti, che aveva
avuto un importante ruolo di propaganda durante la guerra
civile, si sviluppò ulteriormente negli anni Venti. Come in
altri campi artistici, i pittori impegnati politicamente (vale
a dire l’Associazione degli artisti della Russia
rivoluzionaria, AC hRR , 1922) proposero un programma di
sinistra, senza tuttavia porre un freno alle diversità
artistiche; la Società dei pittori da cavalletto (OS T)
dipingeva scene di vita contemporanea sovietica per il
nascente mercato artistico della NEP . Il realismo socialista
coinvolse anche l’architettura e le arti. Una nuova
Accademia panrussa delle arti fu istituita sotto la guida di
Isaak Brodskij, capo dell’AC hRR , e promosse una pittura
sempre più rigorosamente figurativa. Gli ambulanti
tornarono di moda, e ciò che rimaneva dell’avanguardia
sopravvisse in forma non ufficiale in circoli privati. Brodskij
e il suo successore, Aleksandr Gerasimov, si
specializzarono nei ritratti dei leader sovietici. Negli anni
Trenta anche l’architettura finì sotto stretto controllo dello
stato. I vasti progetti di costruzione previsti dal primo
piano quinquennale produssero vivaci dibattiti intorno alle
questioni architettoniche e alla pianificazione urbana, ma
quest’ultima, nonostante soluzioni pionieristiche e
onnicomprensive come il piano urbanistico di Mosca del
1935, non riuscì a risolvere la pressante richiesta di alloggi
dovuta all’industrializzazione. Lo stile ufficiale tipico del
periodo staliniano divenne il «neobarocco di Stalin», un
proliferare di motivi decorativi sovietici e neorussi su
grandiose strutture neoclassiche, che trova la sua massima
espressione nei grattaceli a «torta nuziale», costruiti nelle
maggiori città russe (e a Varsavia), come il complesso della
nuova Università statale di Mosca del 1953. Caratteristica
scultura di questo periodo è la celebre L’operaio e la
kolchoziana di Vera Muchina, ideata per un’esposizione
internazionale nel 1937.
Le scienze naturali
Il nuovo regime sovietico si dedicò con profondo impegno
allo sviluppo della scienza e ampliò gli istituti di ricerca già
esistenti e l’Accademia russa delle scienze, dal 1925
Accademia delle scienze dell’Urss; anche le singole
repubbliche dell’Unione avevano ciascuna una propria
Accademia. In questi istituti di ricerca il numero delle
donne era abbastanza alto. Il primo piano quinquennale
prevedeva il rapido sviluppo di scienze e tecnologie al
servizio della nuova industria nascente, così da raggiungere
l’autosufficienza tecnica. L’establishment scientifico
sovietico divenne enorme, ma sotto Stalin fu costretto a
lavorare isolato dal resto del mondo e con restrizioni
ideologiche. Inizialmente i primi straordinari successi
arrivarono nel campo della fisica. I Nobel Pëtr Kapica, Lev
Landau e Nikolaj Semënov cominciarono la loro carriera
nella Pietrogrado postrivoluzionaria e, più tardi, negli anni
Quaranta, ormai isolati da pressioni ideologiche, diedero
un contributo cruciale alla realizzazione del progetto
sovietico della bomba atomica. L’allargamento
dell’assistenza sanitaria incrementò la ricerca anche in
campo medico, con particolari successi nell’epidemiologia:
nel 1944 fu istituita un’Accademia delle scienze mediche.
Negli anni Venti, partendo da risultati ottenuti in epoca
prerivoluzionaria, Nikolaj Vavilov (fratello di un altro
famoso fisico) creò una rete di istituti di ricerca, coordinata
dall’Accademia delle scienze agricole, nell’ambito
dell’agronomia. L’enorme importanza dell’agricoltura e il
fervore da crociata della fine degli anni Venti e Trenta
spianarono, però, la strada a millantatori di soluzioni
rapide e ben poco ortodosse, come l’orticoltore ciarlatano
Ivan Mičurin e lo pseudogenetista Trofim Lysenko, che salì
alla ribalta nel 1927-1929. Vavilov morì in prigione nel 1943.
L’«agrobiologia» di Lysenko, secondo la quale i tratti
genetici, oltre a essere ereditari, si potevano anche
acquisire, fu patrocinata da Stalin e influenzò
negativamente la genetica, danneggiando la biochimica
sovietica fino agli anni Sessanta. I botanici realizzarono il
grande sogno di P.S. Pallas, avviando un’opera di
catalogazione in trenta volumi intitolata Flora dell’Urss
(1934-1964), ma il direttore del progetto, Viktor Komarov,
una sorta di Lysenko minore, impose la sua visione
staliniana. Psicologia e psichiatria erano controllate dal
partito, e fino agli anni Ottanta furono usate per scopi
penali e politici (come durante il regno di Nicola I); le
teorie di Freud erano state condannate già negli anni Venti.
Il terrore degli anni Trenta colpì duramente la ricerca
scientifica. Senza contare il controllo ideologico, parecchi
scienziati furono vittime della repressione; si cercò
comunque di sfruttarne i servigi: molti progetti di
aeronautica del periodo bellico, ad esempio, furono
realizzati in prigione e in campi speciali.
Verso la «Grande guerra patriottica»
Le relazioni internazionali, 1917-1941
Il governo bolscevico cominciò la sua attività
internazionale nel 1917, cercando la rivoluzione mondiale e
il sovvertimento delle potenze capitalistiche; il Komintern
rappresentava la massima espressione di questa strategia.
Seguendo una visione bolscevica, esclusiva, della
rivoluzione, il Komintern costringeva i partiti comunisti
che ne facevano parte a lavorare in opposizione ai socialisti
meno radicali, dividendo così i movimenti operai europei.
Di fronte al fallimento della rivoluzione mondiale, però,
l’Urss si trovò a stringere relazioni diplomatiche con gli
altri stati, per provvedere alla salvaguardia dell’Unione e
assicurarsi indispensabili partner commerciali. Ma
all’inizio, sebbene alcuni stati e imprenditori privati si
dimostrassero disponibili a stringere rapporti commerciali
con il regime dissidente, Mosca ebbe grandi difficoltà a
farsi accettare dal punto di vista diplomatico. Negli anni
Venti il paese più vicino alla Russia sovietica era il suo
vecchio nemico, la Germania, anch’essa all’epoca una sorta
di paria a livello internazionale. Il trattato di Rapallo del
1922 ripristinò normali relazioni diplomatiche e
commerciali tra Russia e Germania e facilitò la
collaborazione tra i due paesi, soprattutto in ambito
militare, dove i tedeschi erano vincolati dalle restrizioni
imposte a Versailles. L’esercito tedesco stabilì alcune basi e
campi di addestramento sul territorio sovietico, e le
industrie tedesche costruirono in Russia fabbriche
all’avanguardia per la produzione bellica. Entrambe le parti
ne guadagnarono, rinvigorendo le proprie forze armate. I
tedeschi impararono anche a conoscere il terreno su cui
avrebbero combattuto nella Seconda guerra mondiale.
Nel decennio successivo l’Urss sviluppò relazioni
diplomatiche con le altre potenze. L’unica reale minaccia fu
rappresentata dall’espansionismo giapponese nell’Estremo
Oriente. Le tensioni generate dall’invasione giapponese
della Manciuria nel 1931 si risolsero definitivamente a
favore di Mosca con la vittoria sovietica a Khalchin-Gol
nell’agosto del 1939; un patto di non aggressione fu firmato
con il Giappone nel 1941. La salita al potere del nazismo in
Germania nel 1933, facilitata dagli aspri contrasti tra
comunisti e socialdemocratici, aveva trasformato la
posizione internazionale e la strategia dell’Urss. Di fronte
alla minaccia fascista, nel 1934 l’Unione Sovietica entrò a
far parte della Società delle nazioni e spinse il Komintern a
promuovere i Fronti popolari di sinistra, soprattutto nella
Spagna repubblicana (l’Urss fu l’unica potenza ad
appoggiarla e sostenerla attivamente contro Franco).
Questo non impedì, tuttavia, la già menzionata repressione
in Spagna a opera della NKVD , e il terrore, in particolare
l’epurazione di molti ufficiali dell’Armata rossa nel 1937,
fece sorgere all’estero seri dubbi sulla moralità e la
competenza militare dei sovietici. Dubbi in parte
confermati dalla pessima prova dell’Armata rossa in
Finlandia nel 1940. Intanto, la vittoria di Franco, la passività
della Società delle nazioni, e soprattutto la politica
aggressiva di Hitler, resero necessarie nuove misure di
sicurezza. Maksim Litvinov, commissario per gli Affari
Esteri filooccidentale, lavorò per promuovere la «sicurezza
collettiva». Come la Francia, anche l’Unione Sovietica era
legata alla Cecoslovacchia da un trattato e sembra fosse
pronta a onorare i suoi impegni in caso di ostilità. Non fu
però invitata alla conferenza di Monaco del 1938, in cui
Neville Chamberlain strinse un accordo con Hitler. La
proposta sovietica di un grande trattato per la sicurezza
nell’aprile del 1939 fu accolta tiepidamente da Francia e
Gran Bretagna, che dubitavano della sincerità e dell’utilità
di qualsiasi intesa con i sovietici. Infine, nell’agosto del
1939, una delegazione franco-britannica inviata a Mosca, di
basso livello e con la volontà di prendere tempo, dimostrò
la debolezza e l’impreparazione militare degli Alleati
occidentali. Stalin sostituì prontamente Litvinov con
Molotov e si riavvicinò Hitler, che aveva fatto pressione sui
suoi diplomatici perché trovassero un accordo con la Russia
prima dell’imminente invasione della Polonia. Per i
sovietici si trattò di una «Brest-Litovsk al contrario», una
pericolosissima strategia a breve termine, l’unica
alternativa possibile per guadagnare tempo. Il 24 agosto
1939, Molotov e il ministro degli Esteri tedesco Ribbentrop
firmarono un trattato di non aggressione, con un protocollo
segreto in cui l’Europa orientale era divisa in sfere di
influenza e a Stalin si garantiva libertà d’azione nel Baltico,
in Finlandia, nella Polonia orientale e in Bessarabia.
Nel settembre del 1939 truppe tedesche e sovietiche
invasero la Polonia da direzioni opposte. Per impedire ogni
forma di opposizione, i sovietici imprigionarono,
torturarono e fucilarono migliaia di polacchi, tra cui gli
ufficiali dell’esercito trucidati nel famoso massacro di
Katyn. Nel novembre del 1940, Nikita Chruščëv, incaricato
dell’operazione, deportò 1,17 milioni di persone nei campi
di lavoro sovietici. Stalin, inoltre, costrinse gli stati baltici,
Estonia, Lettonia e Lituania, a firmare accordi di «mutuo
soccorso», che permettessero l’ingresso di truppe
sovietiche sul loro territorio. La Finlandia rifiutò di
sottostare alle medesime richieste, scatenando la «Guerra
d’inverno» (novembre 1939-marzo 1940) in cui i finlandesi
sferrarono un brutto colpo all’impreparata Armata rossa.
Alla fine la superiorità numerica russa ebbe la meglio, ma
la pace confermò l’indipendenza della Finlandia e i
sovietici ottennero soltanto vantaggi limitati. Nel 1940,
mentre i tedeschi attraversavano trionfalmente Belgio e
Francia, arrivando fino alla Manica e ricacciando gli inglesi
in mare a Dunkerque, le truppe sovietiche invasero gli stati
baltici ripetendo gli orrori compiuti in Polonia. Migliaia di
persone furono uccise e circa 127.000 deportate in Siberia;
vennero create delle repubbliche sovietiche fantoccio. Poco
prima, in conseguenza del patto tra nazisti e sovietici, la
popolazione tedesca della Lettonia e dell’Estonia aveva
lasciato le terre dominate per più di 700 anni ed era tornata
«a casa nel Reich», vale a dire nei territori polacchi occupati
dai tedeschi. In questo stesso periodo fu annessa
all’Unione Sovietica anche la Bessarabia (Moldavia).
La Grande guerra patriottica
Dopo aver sconfitto la Francia, a metà del 1940, Hitler
cominciò a progettare un attacco all’Urss. Con un’ampia
invasione, voleva trasformare la zona fino a una linea
compresa tra Astrachan’ e Archangel’sk in una satrapia
tedesca, spingendo verso est, oltre gli Urali, la popolazione
sovietica rimasta. Stalin, invece, si cullava ossessivamente
nell’illusione che per il momento il patto del 1939 gli
avrebbe risparmiato l’aggressione tedesca; nonostante il
fallimento dei negoziati successivi e i ripetuti avvertimenti
dei servizi segreti, il dittatore si rifiutò di credere al
pericolo imminente. Quando l’invasione lampo colpì con
un attacco a tridente il 22 giugno 1941, l’esercito sovietico
fu colto del tutto alla sprovvista. I tedeschi conquistarono
una schiacciante superiorità sia nelle forze di aria sia in
quelle di terra, e fecero un’enorme quantità di prigionieri;
gli errori tattici dei russi causarono, inoltre, enormi perdite
sul campo. In settembre il gruppo Nord dell’esercito
tedesco aveva circondato Leningrado, che resistette a un
tremendo assedio di novecento giorni; in novembre il
gruppo Sud aveva preso Kiev e occupato l’Ucraina, e il
gruppo del Centro si ritrovava a una ventina di chilometri
da Mosca. Il governo e la mummia di Lenin furono evacuati
verso est; Stalin, invece, rimase nella capitale: una scelta
simbolica di grande importanza. Ma Hitler cambiò le sue
priorità, mandando le truppe corazzate verso Leningrado e
dirigendo l’avanzata meridionale verso il Caucaso e i bacini
petroliferi del Caspio. Queste manovre, e un rigidissimo e
precoce inverno, salvarono Mosca. I sovietici mantennero
così il loro maggiore centro di comando e di
comunicazione. Riuscirono anche a ricostruire l’economia,
trasferendo industrie essenziali e operai nell’entroterra del
paese, lontani dal fronte (circa 2600 fabbriche e 25 milioni
di lavoratori con le loro famiglie, un’impresa incredibile);
nel febbraio del 1942 la popolazione dell’Unione Sovietica
nel suo complesso fu messa in stato di mobilitazione. Nelle
ultime fasi della guerra l’Urss aveva superato il ritmo di
produzione tedesco di materiali e macchine belliche,
raggiungendolo in qualità, mentre i prestiti inglesi e
americani garantivano gli approvvigionamenti: un risultato
economico che fu la chiave della vittoria sovietica. Nel 1942
l’avanzata orientale di Hitler fu contrastata, accerchiando a
Stalingrado la sua enorme VI Armata; il 31 gennaio 1943,
dopo scontri di inimmaginabile violenza, il maresciallo von
Paulus e i suoi 91.000 uomini rimasti si arresero. Fu il
punto di svolta della guerra, rafforzato poi dal grande
scontro fra carri armati, avvenuto in luglio a Kursk, a nord
di Char ’kov, «la più grande battaglia schierata in
formazione della storia», in cui le ormai valide truppe
corazzate sovietiche distrussero i panzer tedeschi. La
campagna di Hitler si trasformò in un’inesorabile ritirata:
le forze sovietiche dilagarono verso ovest e verso sud in
Romania, Bulgaria, Ungheria, Austria e Cecoslovacchia e
rioccuparono gli stati baltici. Nel giugno del 1944 lo sbarco
alleato in Normandia aprì il tanto atteso secondo fronte
(impedendo in questo modo anche il completo dominio
sovietico sull’Europa postbellica); il 25 aprile 1945 truppe
americane e russe si incontrarono in Germania sul fiume
Elba. I sovietici erano già in marcia verso Berlino: il 30
aprile la bandiera rossa fu innalzata sopra il Reichstag e
Hitler si suicidò. La proclamazione ufficiale della resa
definitiva, cui parteciparono tutte le maggiori forze
belligeranti, avvenne il 9 maggio a Berlino. Il futuro della
Germania e dell’Europa fu deciso dai «tre grandi»,
Churchill, Stalin e Truman, alla Conferenza di Potsdam del
15 luglio, da cui emerse il nuovo scenario internazionale,
dominato da Stati Uniti e Unione Sovietica. Una settimana
dopo la chiusura della conferenza, l’Urss dichiarò guerra al
Giappone, combattendo una campagna breve e fortunata,
che portò alla resa definitiva del nemico.
Il prezzo della vittoria sovietica nella Grande guerra
patriottica fu immenso, in termini sia di vite umane sia di
danni materiali. La mobilitazione coinvolse 34,5 milioni di
persone; il numero complessivo di caduti (militari e civili)
da parte sovietica è stato a lungo dibattuto: le stime
attualmente più condivise si aggirano tra i 25 e i 27 milioni.
Lo scontro tra nazisti e sovietici fu il centro della Seconda
guerra mondiale e oscurò per cifre, morti e barbarie
l’esperienza alleata sugli altri fronti (le vittime tedesche
furono tra 5 e 7 milioni, quelle inglesi 390.000 e quelle
americane 300.000). Pur riconoscendo l’importanza
dell’apporto dato da inglesi e americani, è chiaro che il
nazismo fu sconfitto dall’Unione Sovietica. Fu una lotta
armata tra due ideologie, paragonabile in passato solo
all’epoca della Guerra dei trent’anni, e per questo
particolarmente brutale, «un combattimento all’ultimo
sangue tra due sistemi e visioni del mondo». Si
affrontarono due grandi macchine del terrore e per la
maggior parte le loro vittime, almeno in proporzione, non
furono di nazionalità tedesca o russa. Maltrattando le
popolazioni esteuropee che aveva conquistato, Hitler
commise un errore strategico. In alcune zone i tedeschi
furono accolti come liberatori e trovarono molte persone
disposte a collaborare con loro per paura, odio verso il
comunismo, o nella speranza di un rinnovamento
nazionale: in tutto circa un milione di soldati «sovietici»
combatterono dalla parte dei tedeschi. L’attività partigiana
fu spesso ostile a entrambe le parti, e dopo il 1945 in
Europa orientale si diffusero azioni di guerriglia per
resistere alla dominazione sovietica (negli stati baltici,
nuovamente occupati, le bande dei «Fratelli della foresta»
lottarono nelle campagne contro gli occupanti sovietici fino
al 1956; l’ultimo guerrigliero estone di cui abbiamo notizia
si uccise al momento della cattura, nel 1978). Ma nelle
ultime fasi della guerra i grandi movimenti partigiani
antitedeschi e filosovietici, spinti soprattutto dalla brutalità
nazista, diedero un importante contributo alle operazioni
dell’Urss. I tedeschi ricorsero ampiamente al lavoro
schiavistico: 7 milioni di persone furono trasferite dai
territori occupati in Germania. Entrambe le parti
sfruttarono i prigionieri di guerra in modo simile.
A sconfiggere Hitler, come altri invasori prima di lui,
furono anche il clima e le dimensioni dell’Unione Sovietica,
che allungarono pericolosamente le sue linee di
rifornimento, mentre le truppe sovietiche, ritirandosi, si
avvicinavano alle loro. Il sistema economico centralizzato
sovietico e la sua amministrazione dittatoriale resero
possibile un’accurata mobilitazione di uomini e materiali,
l’organizzazione del colossale trasferimento dell’industria
nelle retrovie anche quando la guerra stava iniziando, la
distribuzione delle risorse e lo sviluppo della produzione
nel corso delle ostilità. L’apparato di partito ebbe senza
dubbio un ruolo importante nella mobilitazione: per una
volta si ritrovò unito alle masse nello sforzo bellico. La
popolazione sovietica combatté soprattutto per la
sopravvivenza della patria e della nazione, e lo fece con
immenso coraggio, enormi sacrifici e un’incredibile
tempra. Per molti la guerra segnò la liberazione dal terrore
delle autorità: nonostante e in virtù delle terribili
circostanze, fu nuovamente possibile parlare e agire da
esseri umani. Boris Pasternak scrisse che la guerra «fu
un’epoca di vitalità e in questo senso una rinascita libera e
gioiosa del sentimento di comunità con gli altri». Nel
momento di crisi, il governo ricorse con forza ancor
maggiore all’immagine degli storici eroi della resistenza
nazionale russa e all’appoggio della Chiesa, cui nel 1943
venne concesso di nuovo un patriarca. Scrittori prima
censurati e messi a tacere furono reclutati per lo sforzo
bellico: gli scritti e le trasmissioni radiofoniche di Anna
Achmatova suscitarono un’enorme reazione emotiva. Per
riaffermare e risollevare il prestigio dell’esercito si
restaurarono i ranghi e le insegne zariste, retrocedendo i
commissari politici. Stalin riuscì a trasformarsi nell’icona
della resistenza. Nonostante la sua autorità assoluta e le
sue indubbie doti, che colpirono gli osservatori occidentali,
nell’arte militare egli, come Hitler, era solo un dilettante, e
nel condurre la guerra compì molti errori. Ma, a differenza
di Hitler, Stalin seppe imparare dai propri sbagli e lasciò
campo libero ai suoi comandanti, in particolare a Žukov;
questi uffiaciali, come scrive Frederick Kagan, uno dopo
l’altro, «reinventarono di continuo» l’Armata rossa,
ottenendo sempre maggior successo e rivelandosi sempre
più determinanti con l’evolversi delle ostilità. (Raggiunta la
pace, Stalin si attribuì il più alto titolo militare, quello di
«Generalissimo».)
Accanto alle «carote» del fervore religioso e del
nazionalismo, il governo applicò nei confronti della
popolazione il «bastone» dei suoi ben collaudati metodi di
terrore, in guerra come in pace. Il gulag contribuì allo
sforzo bellico con l’opera di minatori, taglialegna e
manovalanza per ogni tipo di costruzioni; i prigionieri
produssero il 15% di tutte le munizioni, uniformi, derrate
alimentari e ogni altro genere di merce. Alle truppe della
NKVD , in totale un quarto di milione, di rado sul campo in
prima persona, fu dato l’ordine di far fucilare ai soldati
delle prime file che retrocedevano o mostravano segni di
«codardia», e nel 1941 chi si lasciava catturare dal nemico
era considerato un traditore. Come in precedenza,
l’apparato sradicò in modo deciso ogni forma di ribellione
interna, e lo sforzo bellico non divenne prioritario rispetto
alla repressione di chi si macchiava di reati d’opinione, reali
o immaginari che fossero. Così, nel 1945, a causa di
un’imprudente lettera dai toni aspri diretta a un amico, il
capitano di artiglieria Aleksandr Solženicyn fu rimosso dal
fronte e deportato (e più tardi si guadagnò il premio Nobel
per la letteratura e un’importante carriera da oppositore
del regime). Le truppe naziste e la NKVD compirono
massacri nei territori occupati; al mostruoso trattamento
riservato dai tedeschi ai civili sovietici corrispose la
vendetta delle armate di Mosca durante la loro avanzata
all’interno della Germania nel 1945.
La repressione si riversò su popolazioni intere, che
Stalin arrivò a considerare vere e proprie nemiche. Nel
corso delle ostilità, quasi 950.000 tedeschi sovietici sparsi
per tutta l’Urss furono deportati a est, in Kazachstan o in
Siberia. Quando le truppe riconquistarono il sud, i tatari
della Crimea, i calmucchi e montanari del Caucaso (ceceni,
inguši, karalčai, balcari, mescheti) condivisero il destino
dei tedeschi sovietici. Fu deportato più di un milione e
mezzo di ceceni e di questi ne morì almeno un quarto. I
tatari della Crimea, i più compromessi con il nemico,
subirono il trattamento più duro; per la loro attività contro
i «traditori» le truppe della NKVD ricevettero 413 medaglie.
Altre deportazioni, seguite da collettivizzazione,
accompagnarono il ritorno del potere sovietico negli stati
baltici. L’odio generato da queste azioni e le politiche
sovietiche di insediamento che ne seguirono sarebbero
divenuti negli ultimi anni dell’Urss un potente fattore di
disgregazione. Una simile brutalità fu riservata anche ai
soldati sovietici catturati durante gli accerchiamenti e,
dopo il 1945, ai prigionieri di guerra rimpatriati. Molti
prigionieri e profughi furono rimandati in Unione Sovietica
contro la loro volontà, anche quando non era prescritto
dalla legge. Nel 1953 quasi 5,5 milioni di persone erano
state rimpatriate; alcune furono fucilate, molte finirono in
campi di concentramento o ai lavori forzati, il resto rimase
sotto stretta sorveglianza. Un caso celebre fu rappresentato
dai 50.000 cosacchi al servizio dei tedeschi sotto
comandanti bianchi emigrati, che si arresero agli inglesi;
non tutti avrebbero dovuto essere rimpatriati – la fine cui
sarebbero andati incontro era evidente –, ma le autorità
britanniche li ingannarono: fecero loro deporre le armi e li
consegnarono alla NKVD .
La ricostruzione, la Guerra fredda
e la morte di Stalin: 1945-1953
La situazione geopolitica postbellica e la
ricostruzione
La Grande guerra patriottica, la vittoria contro tutti gli
ostacoli e l’espansione della forza militare sovietica
trasformarono l’Urss in una delle due superpotenze
mondiali. Questo successo giustificò il regime agli occhi
degli idealisti rivoluzionari, che videro legittimati la
rivoluzione e il potere sovietico, e dei cittadini più scettici,
che si consolarono dei sacrifici e del terrore con la
restaurazione dell’impero e del prestigio internazionale.
L’impegno condiviso e le conquiste comuni crearono in
molti un nuovo legame con la società, con il paese e con il
sistema, grazie ai quali si era realizzato questo trionfo.
Qualsiasi fossero le motivazioni di partenza, il disperato
sforzo, cui avevano partecipato tutte le parti dell’Unione, e
lo schiacciante successo militare si trasformarono nella più
grande legittimazione del regime sovietico: confermarono
la potenza e la stabilità raggiunte nei primi trent’anni di
potere comunista e permisero al sistema di sopravvivere
alla fine dello stalinismo.
Nella nuova geografia internazionale del dopoguerra
l’Urss assorbì territorio polacco, spostando così i suoi
confini verso ovest; Stalin istituì «democrazie popolari»
comuniste nei paesi dell’Europa orientale, controllate dal
potere sovietico soprattutto con la forza, che costituivano
una zona cuscinetto contro le potenze capitaliste,
un’estensione del socialismo sovietico, e un nuovo impero.
Questo «impero esterno» sovietico era diretto dal
Kominform (Ufficio d’informazione dei partiti comunisti),
che sostituì il Komintern, e poi dal 1949 dal Comecon
(Consiglio di mutua assistenza economica). Nel 1946
Churchill, in un discorso pubblico, parlò di una «cortina di
ferro», riconoscendo le nuove divisioni europee e lo scontro
tra diversi sistemi e visioni del mondo; nel 1949, all’Unione
Sovietica si aggiunse la Repubblica Popolare Cinese. Il
monopolio sovietico dell’ortodossia comunista era
comunque già stato sfidato dalla Jugoslavia di Tito,
indipendente dal punto di vista ideologico. La forza
militare dell’Urss garantiva la sicurezza socialista e l’ordine
sovietico in Europa orientale. Era inoltre la prova del suo
status di superpotenza, sebbene da questo punto di vista
l’acquisizione americana della bomba atomica l’avesse
notevolmente indebolita. Questa e lo sviluppo dei sistemi
missilistici a lunga gittata resero obsoleti i calcoli di
acquisizioni e perdite territoriali. L’equilibrio fu
nuovamente raggiunto nel 1949, quando anche l’Urss si
dotò della bomba, dando vita allo stallo militare della
Guerra fredda tra la NATO (North Atlantic Treaty
Organisation, Patto Atlantico), creata quello stesso anno, e
le forze comuniste del Patto di Varsavia (1955).
La debolezza delle economie dell’Europa occidentale e
la paura dell’espansionismo sovietico, che si era
manifestato con l’appoggio ai comunisti greci e iraniani,
sollecitò nel 1947, da parte americana, l’istituzione del
Piano Marshall, un programma di sostegno economico
all’Europa, cui si aggiunse la dottrina di Truman, che
offriva aiuto americano alle democrazie occidentali contro
il pericolo di sovversione. In teoria, il Piano Marshall si
rivolgeva anche all’Urss e ai suoi alleati, che però
rifiutarono quell’intrusione americana nei loro affari
interni. L’Unione Sovietica, invece, sfruttò al massimo le
zone della Germania che aveva occupato e diede avvio alla
ricostruzione del paese, ormai distrutto, usando le proprie
risorse attraverso nuovi piani quinquennali. La
ricostruzione industriale avanzò rapidamente,
raggiungendo i livelli prebellici prima della fine del
decennio; tuttavia, la situazione politica rappresentò un
ostacolo allo sviluppo di quella modernizzazione tecnica
che si ebbe, invece, nella Germania e nel Giappone
postbellici. L’industria fu ricreata essenzialmente con tutte
le imperfezioni degli anni Trenta, soprattutto perché la
forza lavoro del dopoguerra era impreparata e scarsa.
L’agricoltura, cui mancarono gli investimenti, con kolchoz
in difficoltà, sottopagati e a corto di personale, si riprese in
tempi molto più lunghi; nel 1946 in Ucraina e in Moldavia
tornarono le carestie. La situazione degli alloggi, già
difficile negli anni Trenta, era peggiorata a causa delle
distruzioni della guerra. Per le masse gli standard abitativi
rimasero bassissimi. Le città rase al suolo furono
rapidamente ricostruite, ma quasi ovunque le case, come i
generi alimentari e di consumo, restarono di scarsa qualità
e in numero insufficiente: l’industria pesante continuava
ad avere la priorità sulla produzione di questi beni.
La repressione ideologica, ammorbiditasi durante la
guerra, si irrigidì nuovamente. Il ritorno ai valori nazionali
russi degli anni Trenta e la propaganda del suo passato
eroico voluta da Stalin in tempo di guerra furono ora
accompagnati dalla celebrazione del ruolo svolto dal
partito nella grande vittoria: lo sciovinismo nazionalista,
che rafforzava lo status quo interno, divenne la linea
ideologica ufficiale. Stalin ricominciò a prendere di mira gli
intellettuali. Come già spiegato in precedenza, il
commissario alla Cultura e capo del partito di Leningrado,
Andrej Ždanov, perseguitò scrittori e musicisti,
denunciando il loro lavoro, che definì «formalista»,
decadente e non abbastanza in linea con l’ideologia del
partito. E se Stalin, da una parte, assegnò tutte le risorse
possibili alla ricerca nucleare, dall’altra patrocinò Lysenko,
liquidò la cibernetica occidentale e le idee di Einstein come
illusioni «idealiste» e propugnò una sua teoria linguistica
per sostenere il ruolo internazionale del russo. In generale,
i «lavoratori della cultura» sotto accusa non subivano
violenze fisiche, ma in taluni casi rifece la sua comparsa il
terrore omicida. Alti comandanti dell’esercito furono
giustiziati sulla base di accuse inventate, ma i più
importanti, tra cui Žukov, vennero solamente degradati.
Alla morte di Ždanov nel 1948 (da imputare probabilmente
a problemi cardiaci e di alcolismo), il cosiddetto «affare di
Leningrado», orchestrato contro i suoi protetti da
Malenkov, portò all’esecuzione, tra gli altri, di Nikolaj
Voznesenskij, capo del Gosplan ed eroe del grande
risultato economico dei tempi bellici. Dopo la nascita di
Israele nel 1948, molti ebrei importanti furono accusati di
essere «cosmopoliti senza radici» o agenti della CIA.
Solomon Michoel’s, direttore del Teatro ebraico (yiddish) di
stato e presidente del Comitato ebraico antifascista, molto
attivo ed efficiente in tempo di guerra, fu assassinato (ma
poi gli vennero concessi i funerali di stato). Il suo teatro e il
Comitato furono chiusi; altri ebrei vennero accusati di
cospirazione e giustiziati. Nel 1953 fu scoperto un presunto
«complotto dei medici»: importanti medici ebrei erano
accusati di avere ucciso Ždanov e progettato la morte di
altri politici di rilievo. Stalin stava probabilmente
programmando nuove grandi purghe, che non avrebbero
risparmiato i più alti membri della dirigenza; ma la nuova
ondata di terrore fu fermata dalla sua morte improvvisa
agli inizi del marzo 1953.
Lo stalinismo
Fin dall’inizio i bolscevichi rivendicarono la costruzione di
un tipo di società senza precedenti e questa loro certezza
assunse nuovo valore con gli straordinari sviluppi sovietici
degli anni Trenta, specialmente in confronto con la
contemporanea crisi capitalistica. Dalla fine degli anni
Venti, il regime proclamò la propria versione della realtà
sovietica, assiduamente propagandata in patria e all’estero,
un’immagine eroica che minimizzava le debolezze umane e
del sistema, descriveva il presente in termini di teleologia
marxista-leninista e alimentava l’entusiasmo popolare per
costruire il futuro: si trattava del realismo socialista
applicato alla realtà. Insieme ai bolscevichi ortodossi,
anche molte voci esterne, in particolare i cosiddetti
«compagni di strada» (simpatizzanti con il comunismo),
accettarono questa visione mitica della società sovietica: tra
gli esempi inglesi più illustri ricordiamo gli importanti e
influenti sociologi Beatrice e Sidney Webb, che nell’opera
in due volumi Il comunismo sovietico: una nuova civiltà (1935)
dipinsero un quadro molto positivo dell’Unione Sovietica.
L’idea dell’Urss staliniana come forma di civiltà separata e
superiore esercitò un notevole fascino, un concetto che fu
espresso anche nella Costituzione di Stalin del 1936 ed era
caratterizzato da un sistema normativo di valori, contenuto
nelle sacre scritture della Storia del partito comunista
bolscevico dell’Urss: breve corso (1938), fortemente stalinista;
il regime possedeva un’arte, un’architettura,
un’organizzazione economica e politica proprie. Nel suo
impressionante studio sulla città di Magnitogorsk, Stephen
Kotkin identifica nello stalinismo (con un eccesso di enfasi)
«la quintessenza dell’utopia illuminista, un tentativo di
imporre, attraverso lo stato, un ordine razionale alla
società», superando al contempo le divisioni di classe del
XIX secolo. Per i credenti, Magnitogorsk (sempre secondo
Kotkin) condivideva con Gary, nell’Indiana, la città
americana dell’acciaio che l’aveva preceduta, «il sentimento
di costituire […] una civiltà intera, una civiltà che poteva a
buon diritto rivendicare di essere l’avanguardia
dell’umanità progressista». Questa idea sarebbe riuscita a
imporsi solo a scapito della realtà presente, attraverso una
visione manichea del mondo e sfruttando proprio quella
profonda disumanizzazione morale basata sul sistema di
classi che in pratica provocava atteggiamenti la cui
conseguenza era la negazione degli impulsi civilizzatori e
filantropici propri dell’Illuminismo.
Per la massa di gente comune, più legata ai problemi di
tutti i giorni che al credo comunista, lo «stalinismo
quotidiano» divenne, come ha dimostrato Sheila
Fitzpatrick, una lotta per la sopravvivenza. Con la
collettivizzazione e il tramonto dell’imprenditoria privata
sancito dalla fine della NEP, cominciò un’era di penuria
cronica, in cui passare le ore in fila diventò la normalità; a
dominare era la burocrazia, con giovani funzionari
incompetenti, scortesi e arroganti, senza alcuna
dimestichezza per gli incarichi che venivano loro affidati. Il
controllo repressivo dello stato sviluppò nuovi meccanismi,
sempre più pervasivi: fu incrementato l’intervento della
polizia segreta nella collettivizzazione, ampliato il sistema
del gulag, reintrodotto l’«esilio amministrativo» tipico
dell’epoca zarista, per non parlare del terrore. Alla
presenza costante di delatori e alla mancanza di privacy
dovuta agli appartamenti comunitari, si aggiunsero la
censura e la chiusura delle frontiere, che isolarono i
cittadini sovietici dal mondo esterno. Reti clientelari e
un’«economia di favori» (vale a dire il sistema del blat di
cui si dirà oltre) divennero sempre più necessari per una
vita normale, e per mitigare il peso delle continue
mancanze materiali e la costante pressione da parte delle
autorità si escogitarono espedienti di ogni tipo. In questo
periodo, nelle parole della Fitzpatrick, «L’homo sovieticus
era un maneggione, un traffichino, un conformista, un
parassita, un declamatore di slogan e molto altro ancora,
ma soprattutto era un uomo che lottava per la propria
sopravvivenza». Indifferente a tutto ciò, Stalin perseguì con
costanza l’ideale di un forte stato moderno e quando morì
lasciò un’Unione Sovietica divenuta ormai superpotenza. Si
trattava però di una creazione disumana, che conteneva il
seme dell’autodistruzione.
Una delle controversie più ricorrenti sulla natura dello
stalinismo ha riguardato la sua continuità. Fu la logica
conseguenza del bolscevismo di Lenin o la sua negazione?
Lenin non aveva la vanità personale e lo spirito vendicativo
e paranoico di Stalin, eppure i due intendevano allo stesso
modo la natura del potere e le sue necessità; inoltre, alcune
recenti scoperte negli archivi hanno evidenziato lo sprezzo
di Lenin per la vita umana e la sua mancanza di scrupoli
nel ricorrere alla violenza per raggiungere i suoi scopi. Da
questo punto di vista possiamo considerare la «rivoluzione
staliniana» come un ritorno ai metodi della guerra civile e
del terrore rosso, scatenati contro ostacoli interni reali o
immaginari, che Lenin aveva usato contro i nemici politici
dei bolscevichi; questi metodi, oltre a tratti caratteriali di
Stalin, riflettevano problemi strutturali del sistema
sovietico. I critici che si oppongono alla tesi della
continuità, invece, sono convinti che gli elementi peculiari
del periodo staliniano siano l’estremismo della rottura
violenta con l’ordine esistente, nonché l’indebolimento del
partito su cui invece Lenin faceva affidamento. Per loro,
dunque, lo stalinismo fu solo una delle possibili vie dopo la
morte di Lenin. In realtà, in un caso come questo,
continuità e differenza non si escludevano a vicenda.
Cercando di comprendere l’Unione Sovietica ai tempi di
Stalin, i suoi critici hanno trovato un utile modello
interpretativo nel concetto di totalitarismo. Nell’«Europa
dei dittatori» degli anni Trenta, che vide sorgere regimi
autoritari dal Portogallo alla Russia, dall’Italia all’Estonia,
le differenze ideologiche tra destra e sinistra sembrano
avere meno peso rispetto al tentativo comune a molti
dittatori di controllare la totalità della vita nazionale. Come
il comunismo sovietico, lo stato fascista con un solo partito
impose il dominio esclusivo di un’unica ideologia,
controllò con la forza, l’istruzione, i media, i confini
nazionali e i rapporti internazionali, attaccando persone e
istituzioni che rappresentavano valori alternativi o si
interponevano tra il regime e i suoi cittadini. Lo scopo
sembrava quello di atomizzare la società, penetrare tutte le
aree dell’attività sociale e ottenere il dominio totale, senza
mediazioni della popolazione. All’inizio della Guerra
fredda, quello del «totalitarismo» fu il modello
interpretativo più usato in Occidente per spiegare il
fenomeno sovietico. In seguito, tuttavia, gli studiosi hanno
dimostrato che un simile controllo totale rimase solo
un’aspirazione: né Hitler né Stalin raggiunsero il loro
obiettivo. Il carattere pervasivo e la presenza dello stato,
nell’ordine caotico creato dalle sue stesse azioni, non
furono mai completi, e nonostante alcuni notevoli successi,
il regime non riuscì a eliminare sistemi di valori alternativi
o a impedire alle élite e alla gente comune di perseguire i
loro scopi privati all’interno dei parametri dettati dal
partito. Il terrore staliniano non riuscì a distruggere
completamente le reti da cui dipendeva il sistema sovietico
né a soppiantare il potere dell’identità nazionale e
religiosa. Come abbiamo visto, inoltre, concentrandosi
sull’ideologia popolare all’epoca di Stalin, una certa
storiografia «revisionista» ha cercato di interpretare il
fenomeno in termini di interazione tra la base e il vertice,
come una reazione della dirigenza ai movimenti sociali:
nella sua versione più estrema, questa corrente ha persino
sostenuto che lo stalinismo fu semplicemente «l’evoluzione
e la realizzazione di una coscienza popolare», di una nuova
consapevolezza delle possibilità sociali offerte
dall’ideologia comunista. Simili studi hanno messo in
risalto quanto le politiche staliniane furono utili agli
interessi dei gruppi sociali emergenti, la nuova
intellighenzia tecnica dei vydvižency e la nomenklatura, di
cui abbiamo già parlato, senza le quali il sistema non
avrebbe potuto funzionare e che determinarono il
consenso politico degli anni poststaliniani. Un’altra
interpretazione ha suggerito che l’origine contadina
(diretta o indiretta) di gran parte dei vydvižency portò nella
nuova cultura politica e sociale creata dalla «rivoluzione
staliniana» i modi rozzi e conflittuali della famiglia
patriarcale rurale e dei villaggi, una colonizzazione
contadina delle strutture di potere statali. Nelle parole di
Nicholas Vakar, «Sotto Stalin, nel corso degli anni Trenta, si
compì una nuova rivoluzione grazie alla quale ex contadini
monopolizzarono il potere politico». La dirigenza finì nelle
mani di membri del partito provenienti dalle masse; i
contadini che ottenevano ruoli dirigenziali non si facevano
scrupoli a sfruttare altri contadini, nei villaggi, nei kolchoz
o nei comitati esecutivi del partito. Al vertice della scala
gerarchica, questo fu sicuramente il caso del principale
successore di Stalin, l’ex contadino e pastorello Nikita
Chruščëv.

9. Esattamente dieci anni dopo scoppiò la guerra, la cui minaccia è


stata usata per giustificare la «rivoluzione staliniana»: secondo
questa concezione, la vittoria sovietica sui nazisti sarebbe stata
impossibile senza una rapida e risoluta industrializzazione.
Secondo la teoria opposta, invece, se la NEP fosse proseguita, si
sarebbero potuti raggiungere risultati simili senza gli
sconvolgimenti della collettivizzazione, le inefficienze, gli sprechi e
la produzione spesso scadente dei piani quinquennali, lo sterminio
dei contadini produttori, di specialisti competenti e di esperti
ufficiali, senza sopprimere la libera iniziativa e il buon senso, e
senza i madornali errori da despota che lasciarono l’Urss indifesa
nel giugno 1941 e servirono i territori occidentali ai tedeschi su un
piatto d’argento. Ma queste sono solo speculazioni. (NdA)
VII
L’Unione Sovietica come potenza mondiale:
la rinuncia all’utopia
1953-1991

La lotta per il potere che seguì la morte di Stalin fu vinta da


Nikita Chruščëv, leader indiscusso dal 1957. Lo
smantellamento dell’apparato di terrore staliniano
cominciò immediatamente, quando nel 1956 Chruščëv
diede il via ufficiale alla «destalinizzazione». Il nuovo
leader promosse la distensione a livello internazionale,
presiedette ai primi trionfi spaziali e missilistici russi e
sostenne gli interessi di consumatori e agricoltori. Tuttavia,
i suoi errori e il suo imprevedibile stile di governo gli
inimicarono i colleghi del Presidium, che nel 1964 lo
sostituirono con Leonid Brežnev. La nuova parola d’ordine
fu «stabilità». La vecchia classe dirigente rimase al potere
fino alla morte di Brežnev nel 1982, e nel 1985 il governo
passò nelle mani della nuova generazione, incarnata dalla
figura di Michail Gorbačëv. Con Brežnev l’Unione Sovietica
divenne a tutti gli effetti una grande potenza, consolidando
la sua posizione in Europa e nel resto del mondo e
rafforzando l’ordine e la stabilità interna, nonostante le
emergenti voci di dissenso negli anni che seguirono il
terrore. Ma la stagnazione economica, la crescente
irrequietezza dell’«impero esterno», il fallimento in
Afghanistan e gli esorbitanti costi della Guerra fredda,
mostrarono tutta la fragilità della forza sovietica. Gorbačëv
cercò di rimediare alla situazione riformando le sclerotiche
strutture del partito, ma l’allentamento del controllo, la
mobilitazione del sostegno popolare e la rinuncia a
ricorrere alla repressione portarono al collasso
dell’«impero esterno» e dell’Unione stessa.
Verso il «socialismo sviluppato»: 1953-1985
La nuova dirigenza e la destalinizzazione
Il cadavere di Stalin fu imbalsamato e posto accanto a
quello di Lenin nel mausoleo sulla Piazza Rossa. La morte
del dittatore provocò reazioni contrastanti. Paura e
incertezza si diffusero nel paese. Cosa sarebbe accaduto
ora? Come nel 1924, i capi rimasti si scontrarono sulla
successione e sull’indirizzo politico da adottare. Uno dei
problemi costanti dell’Unione Sovietica era proprio la
mancanza di un meccanismo condiviso ed efficace cui
affidarsi nel ricambio e nell’avvicendamento dei vertici del
potere. La prima urgenza per gli eredi di Stalin – appena
scampati a una nuova minaccia di purghe – fu di garantire
la propria autorità e sicurezza e impedire il predominio di
una sola persona: il più pericoloso dittatore potenziale era
il capo della polizia segreta, l’intelligente e sadico Berija. Il
26 giugno Berija, arrestato durante una sessione del
Presidium, fu processato in fretta (come «spia britannica»!)
e fucilato; ad alti ufficiali della polizia toccò la stessa sorte.
La polizia segreta, ribattezzata KGB, fu oggetto di un
notevole ridimensionamento e finì sotto un più stretto
controllo da parte del Comitato centrale. In questo modo si
garantì l’incolumità fisica dei dirigenti: da quel momento
in poi nessun leader caduto in disgrazia fu più giustiziato.
Oltre a risolvere la questione del terrore tra i membri
della dirigenza, gli eredi di Stalin dovettero occuparsene
anche a livello generale, in tutta l’Unione Sovietica. Stalin
aveva profuso un impegno enorme nel sistema del gulag.
Nel 1952 il Ministero degli Affari Interni, che lo dirigeva,
controllava il 9% di tutti gli investimenti di capitale, più di
qualsiasi altro ministero, e con la pjatiletka del 1951-1955 si
progettò di raddoppiare questa cifra. Tuttavia, il
mantenimento dei campi si faceva sempre più difficile.
Erano un immenso pozzo senza fondo, violento e poco
produttivo, dove cominciavano a diffondersi forme di
resistenza. Negli anni del dopoguerra gli scioperi e le
rivolte erano fenomeni frequenti nei campi. Nel 1952,
andarono perdute in questo modo due milioni di giornate
lavorative; la situazione culminò con lo sciopero di
quaranta giorni organizzato in modo perfetto a Kengir, in
Kazachstan, nel 1954. Il terrore, inoltre, impediva che si
discutesse dei reali problemi sociali ed economici per
trovarne una soluzione. Il leader che dimostrò di essere
maggiormente consapevole della situazione, e inizialmente
il più attivo nell’affrontarla, fu lo stesso Berija, anche se i
suoi fini rimangono oscuri. A pochi giorni dalla morte di
Stalin annullò l’imponente e dispendioso progetto sui
campi previsto dalla pjatiletka, amnistiò alcuni prigionieri
per reati minori, proibì la violenza (tortura) sugli arrestati e
interruppe le indagini intorno al presunto «affare dei
medici». Anche dopo il suo arresto, queste politiche
proseguirono il loro corso: nel 1953 furono amnistiati 1,2
milioni di prigionieri. Si trattava in molti casi di veri
criminali, il cui rilascio provocò un’ondata di delitti
(rievocata in maniera memorabile dall’intenso film di A.
Proškin del 1987 L’estate fredda del ’53). Nel 1954 le autorità
intrapresero un’opera di grandi cambiamenti nei campi e
diedero avvio alla riabilitazione dei detenuti liberati. Il
processo era ormai in corso e la denuncia dei crimini di
Stalin da parte di Chruščëv nel 1956 non fece che
accelerarlo; tuttavia, i campi, benché riformati,
continuarono a esistere fino alla disgregazione dell’Unione
Sovietica. Anche dalla letteratura cominciarono ad arrivare
i primi, cauti segnali di liberalizzazione: ricordiamo Il
disgelo, bestseller di Il’ja Erenburg (1954), e Rajonnye budni
(Giorni di provincia, 1952-1956) di Valentin Ovečkin, che
descriveva nel dettaglio i problemi, soprattutto agricoli,
della vita di provincia. Le contestazioni, però, non
tardarono a farsi sentire e il processo di liberalizzazione
dovette procedere a una velocità moderata, per non
compromettere o destabilizzare la dirigenza. Venne
proclamata la «legalità socialista», ma la destalinizzazione
non fu mai completa: chi veniva rilasciato o riabilitato si
doveva accontentare di concessioni limitate, nel timore di
ulteriori repressioni.
Subito dopo il 1953, emerse una leadership collettiva. Gli
equilibri di potere personale e di fazione si intrecciarono
con i temi politici del momento: il paese, infatti, stava
attraversando una difficile fase economica. Mentre
l’industria si era bene o male rimessa in piedi, l’agricoltura
produceva cibo a malapena sufficiente per sfamare la
popolazione: i raccolti di grano del 1949-1953 furono sotto i
livelli del 1913. La guerra e il terrore avevano squilibrato i
rapporti demografici e in particolare la proporzione tra
uomini e donne. Le normali infrastrutture cittadine (per
non parlare di quelle in campagna) erano assenti o ridotte
al minimo; la mancanza dei beni di consumo e dei servizi
di base, nonché l’obbligo di passare ore in fila per ottenere
anche merci di prima necessità, diminuivano la
produttività dei lavoratori.
Le misure da adottare per risolvere questi problemi
divennero parte integrante della lotta per il potere.
Malenkov, fautore di una maggiore attenzione ai bisogni
dei consumatori, era in fase di ascesa grazie all’appoggio
del Consiglio dei ministri; ma lui e i suoi compagni furono
presto oscurati dall’astro nascente di Chruščëv, che nel
settembre del 1953 divenne primo segretario del Comitato
centrale del partito. Chruščëv, contando su una base di
consenso nel partito, sostenne gli interessi dell’industria
pesante e bellica. Tutta la dirigenza era consapevole della
necessità di risanare l’agricoltura: tra il 1952 e il 1958 i
prezzi di approvvigionamento quasi triplicarono e i profitti
dei contadini aumentarono più rapidamente di quelli degli
operai. Chruščëv legò il suo nome alla «campagna delle
terre vergini», l’espansione agricola nelle vaste steppe del
Kazachstan. Per coltivarle furono reclutati migliaia di
volontari. Il progetto rappresentò l’ultima grande
mobilitazione, paragonabile a quella di Magnitogorsk, e
inizialmente fu un grande successo. Presto, però, molte
zone arate non protette si desertificarono.
Chruščëv cercò di sfruttare il problema dell’eredità di
Stalin per mettere sotto scacco i suoi avversari. Nel 1955 i
gravi fatti avvenuti durante la dittatura staliniana erano
stati ormai documentati formalmente e nel dettaglio, e
contro la volontà del Presidium, Chruščëv si assunse la
responsabilità di denunciarli al XX Congresso del partito,
nel febbraio del 1956. Le rivelazioni e la loro diffusione
dovevano essere sottoposte a un rigido controllo. Il
«rapporto segreto» di Chruščëv, che denunciava il culto
della personalità e i crimini di Stalin, fu letto in una
sessione straordinaria a porte chiuse del Congresso e reso
pubblico in patria e all’estero solo parzialmente. Esso si
concentrava soprattutto sugli attacchi alla nomenklatura,
dal 1934 in poi, assolvendo da ogni responsabilità gli
attuali membri del Presidium: collettivizzazione e piani
quinquennali erano quindi visti con favore, mentre sul
terrore in generale si passò oltre, glissando anche sulla
complicità personale degli altri leader (Chruščëv stesso era
colpevole di massacri in Ucraina e in Polonia). Detronizzato
Stalin, Lenin fu esaltato come il faro del socialismo
sovietico: Chruščëv, sinceramente comunista, credeva che
lo stato sovietico monopartitico andasse mantenuto, anche
se in una forma più legale e umana. Il «rapporto segreto»
divenne noto rapidamente, destando enorme scalpore:
all’estero provocò disordini e proteste che minacciarono la
stabilità dell’«impero esterno», mentre in patria fu ben
accolto per la promessa di arrestare il terrore, ma fu anche
osteggiato per via degli interessi e delle reti clientelari che
minacciava. Chruščëv ne guadagnò in prestigio, ma nel
1957 le implicazioni riformiste della sua posizione lo
esposero nel Presidium all’attacco dei suoi avversari. Messo
in minoranza, riuscì a ribaltare la situazione appellandosi
al Comitato centrale, che lo sosteneva. Questo rovesciò la
decisione del Presidium. Alla fine furono gli avversari di
Chruščëv, ribattezzati il «gruppo antipartito», a essere
espulsi. L’umiliazione si sostituì al proiettile stalinista:
Molotov fu nominato ambasciatore in Mongolia, Malenkov
direttore di una centrale elettrica kazaca. Dal 1957 al 1964
Chruščëv mantenne saldamente le redini del potere,
all’inizio insieme al maresciallo Nikolaj Bulganin,
presidente del Consiglio dei ministri, che però si dimise
nel 1958. Fu la fine della dirigenza collettiva: Chruščëv
assunse anche il ruolo di Bulganin, occupando le stesse
cariche dell’ultimo Stalin. Chruščëv amava il potere e lo
usò per dare nuova forma alla società, che modellò secondo
idee che definiva leniniste, fino a promuovere il proprio
culto della personalità.
La supremazia di Chruščëv, 1957-1964
Una volta avuta mano libera, Chruščëv sposò la politica di
Malenkov, che proponeva un miglioramento delle
condizioni di vita per la popolazione: il benessere materiale
che ne sarebbe derivato avrebbe sostituito il terrore come
stimolo alla mobilitazione. Nel 1956 un sistema salariale
basato su incentivi e un certo allentamento della disciplina
industriale resero più tollerabile la vita in un’economia con
lavoratori sottopagati e alle prese con la penuria di merci.
Come diceva una celebre battuta di quegli anni: «Loro
fanno finta di pagarci, noi facciamo finta di lavorare». I
prezzi di approvvigionamento dei kolchoz e i profitti dei
contadini continuarono ad aumentare, anche se gli
appezzamenti privati furono rimpiccioliti e le autorità
accelerarono il processo di fusione dei kolchoz in unità più
grandi. Chruščëv elaborò un vasto programma edilizio che
prese avvio dopo il 1953. I suoi palazzi prefabbricati a molti
piani, mal costruiti, imposero una grigia uniformità alle
città sovietiche, e furono definiti chruščëby (un incrocio tra
Chruščëv e truščoby, «tuguri»), più durevoli, ma non meno
problematici dei palazzi inglesi degli anni Sessanta. Lo
spazio disponibile a persona rimase molto limitato, ma da
un punto di vista meramente quantitativo il progetto fu un
successo: tra il 1955 e il 1964 la disponibilità di alloggi
dell’Urss quasi raddoppiò e il costo di affitti e utenze
domestiche rimase estremamente basso. È un fattore
particolarmente importante perché nel 1960, per la prima
volta nella storia, i sovietici che abitavano nelle città
avevano raggiunto il numero di coloro che vivevano in
campagna (gli abitanti delle zone rurali costituivano il 52%
della popolazione nel 1959, il 44% nel 1970, il 38% nel 1980).
Anche la produzione alimentare migliorò gradualmente, e
il piano settennale inaugurato nel 1959 ottenne risultati
notevoli: il PIL crebbe del 58%, la produzione industriale
dell’84% e quella dei beni di consumo del 60%. Alla
destalinizzazione interna corrispose, a livello
internazionale, la dottrina della «coesistenza pacifica»;
divenne possibile qualche limitato contatto con gli
stranieri, e a pochi privilegiati furono concessi persino
viaggi all’estero.
Nel 1961, Chruščëv redasse il nuovo programma per il
XXII Congresso del partito, nel quale si dichiarava che
l’Unione Sovietica era lo «stato di tutto il popolo»: un’altra
mossa in direzione opposta allo stalinismo. Il cadavere di
Stalin fu rimosso dal mausoleo e tumulato accanto alle
mura del Cremlino insieme ai leader minori; Stalingrado fu
ribattezzata Volgograd. Il Congresso fissò per i beni di
consumo precisi obiettivi di produzione, parlando di
sorpassare gli Stati Uniti, e proclamò di poter raggiungere
il comunismo maturo entro il 1980. Si discusse anche della
nascita di un «nuovo uomo sovietico» che incarnasse, con
la maturazione della società sovietica, i più alti valori della
civiltà. Questi traguardi richiedevano una maggior
partecipazione sociale e un ulteriore sviluppo della legalità
socialista. Il sistema giudiziario venne quindi riformato,
introducendo maggiore rigore e aderenza alle procedure
legali e alcuni elementi esterni come i «tribunali di
compagni» non professionisti e i družinniki, pattuglie
ausiliarie composte da civili. Tuttavia, rimasero in vigore lo
stretto controllo sulla vita dei cittadini e il sistema degli
informatori: la Russia era ancora uno stato di polizia.
Chruščëv riorganizzò le strutture dell’industria e del
partito, indebolito da Stalin, per restaurarne prestigio ed
efficacia, e preparare la strada in campo economico a una
più ampia autonomia delle amministrazioni locali. Nel
1957 le funzioni dei ministeri centrali furono demandate a
105 consigli economici regionali (sovnarchozy), guidati dai
comitati di partito e suddivisi tra industria e agricoltura. I
funzionari ministeriali non gradirono il cambiamento: il
partito ne risultò rafforzato, ma i quadri, assegnati ai
ranghi inferiori dell’amministrazione agricola,
inevitabilmente, ne rimasero offesi. Ancora meno tollerata
fu la rotazione, a norma di legge, delle cariche all’interno
del partito. Questa misura, che andava in direzione
dell’efficienza e della trasparenza, minacciava infatti i
privilegi e le certezze della nomenklatura.
Un ulteriore miglioramento dell’agricoltura (vedi oltre)
era assolutamente necessario. Chruščëv proseguì sulla
strada delle sovvenzioni statali, ottenendo in generale
buoni risultati. I tentativi autocratici di gestire
direttamente dall’alto le attività rurali si dimostrarono,
però, controproducenti, come la pessima campagna del
granturco, in cui furono ignorati i pareri degli esperti e
vennero seminati terreni inadatti. La fiducia rinnovata da
Chruščëv al ciarlatano Lysenko (che cadde finalmente in
disgrazia solo nel 1965) continuava a nuocere al progresso
agricolo. La nuova organizzazione dei kolchoz provocò
inoltre difficoltà economiche, nonché danni e
stravolgimenti alla produzione; sebbene dal 1953 il
rendimento agricolo fosse notevolmente cresciuto, due
cattivi raccolti, nel 1962 e nel 1963, fecero scendere la
produzione agricola sotto i livelli del 1958. In città i
consumatori risentirono in parte dell’aumento dei prezzi,
dovuto alla maggiorazione dei costi di
approvvigionamento; questi fatti, aggravati dalla
diminuzione dei salari degli operai, nel 1962 fecero
scoppiare rivolte a Novočerkassk (ventitré persone vennero
fucilate) e in altre zone del paese. Sfidato proprio da quella
classe operaia che sosteneva di rappresentare, il governo fu
costretto a importare a caro prezzo il grano dall’estero, una
misura sgradevole che divenne in breve prassi regolare.
Il governo affrontò anche questioni ideologiche e il
problema della libertà d’espressione. Durante la guerra, lo
stato aveva stretto con le diverse Chiese un concordato non
ufficiale, ma nel 1948 la repressione ideologica non aveva
risparmiato nemmeno la religione. Ora, le rivelazioni del
1956 e la liberazione dai campi dei prigionieri condannati
per la loro fede portarono a un’improvvisa rinascita delle
attività religiose. Chruščëv, comunista ateo convinto,
attaccò questa forma di eterodossia. Dal 1958 fu scatenata
una vasta campagna nel corso della quale la giurisdizione
dei parroci fu limitata, le entrate della Chiesa vennero
confiscate, molte chiese furono chiuse, le gerarchie
ecclesiastiche e i semplici credenti perseguitati. Alcune
confessioni furono proibite, mentre si istituirono cerimonie
civili per sostituire riti religiosi come il matrimonio e il
battesimo: nel 1959 fu inaugurato a Leningrado il primo
Palazzo dei matrimoni. Ai cristiani ortodossi fu riservato
un trattamento diverso rispetto ai non ortodossi; quando la
campagna antireligiosa nel 1963-1964 volse al termine, i
gruppi dissidenti, come ad esempio quello battista,
rimasero sotto la stretta sorveglianza statale.
La stessa disciplina fu applicata al mondo dell’arte.
Dopo il 1954, con il «disgelo», l’«intellighenzia creativa»
aveva acquisito nuove libertà. Si diffusero jazzisti e pittori
sperimentali. Rimase in piedi una forte censura, ma
pubblicare opere letterarie divenne leggermente più
semplice. I giovani poeti Evgenij Evtušenko, Andrej
Voznesenskij e Bella Achmadulina scrissero anche versi
esplicitamente politici. Nel 1956, col suo romanzo Non si
vive di solo pane, Vladimir Dudincev attaccò la corruzione
industriale e la burocrazia; la guerra divenne, inoltre, un
tema letterario ricorrente e autorizzato. Altri, come la
Achmatova e Pasternak, rimasero nell’ombra, e il secondo
fu costretto a rifiutare il premio Nobel che gli venne
assegnato nel 1958, dopo l’uscita del Dottor Živago
(pubblicato in Italia nel 1957). L’emozionante racconto
lungo di Solženicyn, Una giornata di Ivan Denisovič (1962),
scarno ed essenziale resoconto sulla vita nei campi di
prigionia, fu la prima pubblicazione a parlare direttamente
del gulag. Nel clima politico chruščëviano di allora ne fu
concessa l’uscita, ma subì presto una censura retroattiva. Il
controllo politico si fece più rigido. Nel 1961 fu varata una
«legge contro i parassiti», che prevedeva sanzioni per
coloro che non si impegnavano in attività cosiddette
«proficue»: nella sua giovinezza ne fu vittima il grande
poeta Iosif Brodskij, più tardi vincitore del premio Nobel.
Nel 1963 Chruščëv visitò personalmente una mostra d’arte
moderna: definì quelle opere «tele imbrattate dalla coda di
una scimmia». I suoi successori furono ancora meno
liberali. Dopo la sua caduta nel 1964, vennero organizzati
processi farsa contro alcuni intellettuali intransigenti, i
primi di una nuova generazione di «dissidenti». Nelle arti,
come in altri settori, il processo di destalinizzazione si
interruppe.
Chruščëv si considerava un uomo del popolo, orgoglioso
di essere un praktik, una persona pratica, non un
intellettuale. Voleva creare una società più umana, e per
questa ragione cercò di allentare sia la repressione interna
sia la tensione internazionale, migliorando notevolmente le
condizioni di vita del dopoguerra. Tuttavia, rimase un
leader autoritario, che pretendeva di dettare legge in ogni
questione: gestì il potere in maniera stravagante, con tratti
capricciosi da tiranno, e fu accusato di «volontarismo» e di
architettare «progetti strampalati». Chruščëv perse anche
l’appoggio di gruppi sociali importanti: gli operai in rivolta
e i contadini che avevano lasciato le proprie terre non erano
dalla sua parte, e ancor più grave fu la perdita del sostegno
di molti dirigenti di industria insoddisfatti e di funzionari
di partito, che si sentivano minacciati. I suoi attacchi allo
stalinismo preoccuparono il KGB, e le sue politiche a favore
dei consumatori e per la difesa nucleare, piuttosto che
convenzionale, gli inimicarono l’industria pesante e le
lobby militari. La nomenklatura non stava ottenendo ciò
che desiderava. Il suo prestigio crebbe grazie ai traguardi
raggiunti dalla Russia nella conquista del cosmo, in
particolare con il volo nel 1961 di Jurij Gagarin, il primo
uomo nello spazio, ma il disordine nella vita del partito, il
suo stile di governo, i suoi fallimenti, i suoi modi
grossolani e alcuni tratti della politica estera gli alienarono
l’élite. Nell’ottobre del 1964, in una sorta di colpo di stato, il
Presidium lo mise in minoranza: le sue «dimissioni»
furono accettate. In seguito egli dichiarò che giungere a un
pacifico cambio della leadership era stata la sua più
importante conquista.
L’epoca di Brežnev, 1964-1982: stabilità e
stagnazione
Il successore di Chruščëv come primo segretario del partito
fu Leonid Brežnev, con Aleksej Kosygin presidente del
Consiglio dei ministri. Molti dei cambiamenti di Chruščëv
furono revocati. Brežnev costruì la sua base di consenso nel
(ora ribattezzato) Politbjuro, emergendo tra i suoi colleghi
come un primus inter pares. Negli ultimi anni della sua
dirigenza, anche nei suoi confronti si sviluppò una sorta di
culto della personalità; ma siccome Kosygin mantenne la
propria posizione fino alla morte, nel 1980, la leadership
rimase fondamentalmente collettiva o oligarchica. Nel
1966, al XXIII Congresso del partito, Brežnev fu promosso
segretario generale (titolo usato da Stalin) e undici anni
dopo divenne anche presidente del Presidium del Soviet
supremo, capo nominale dello stato. Fu ricoperto di
onorificenze militari e civili, tra cui il premio Lenin per la
letteratura in seguito alla pubblicazione nel 1973 delle sue
egocentriche memorie (tra l’altro non scritte da lui). Il suo
potere personale, però, fu inferiore a quello di Chruščëv,
tanto che egli insistette per governare collegialmente, e
assicurarsi l’appoggio della sua base di partito. La sua
parola d’ordine fu «stabilità dei quadri», e a tutti i livelli del
partito il ricambio dei funzionari procedette con estrema
lentezza. La leadership, a differenza di Chruščëv, lasciò
lavorare gli specialisti senza interferenze. Brežnev indulse
nel nepotismo e tollerò la corruzione. Invecchiò insieme ai
suoi colleghi, costituendo una vera e propria gerontocrazia.
Dal 1973 la sua salute peggiorò, e negli ultimi anni rimase
invalido e inabile alle sue mansioni; ma morì in carica nel
1982. I suoi due successori, Jurij Andropov (1982-1984) e
Konstantin Černenko (1984-1985), non sopravvissero alla
nomina più di quindici mesi.
Brežnev fu soprattutto un apparatčik; non molto colto,
privo di profondità speculativa, si dimostrò tuttavia un
buon organizzatore. Durante il suo regime, la leadership si
concentrò su ordine, controllo e altre priorità tradizionali.
La destalinizzazione del partito fu parzialmente annullata.
Gli enormi investimenti agricoli e le sovvenzioni alimentari
continuarono, le spese militari aumentarono e i modelli
economici consolidati furono mantenuti: le misure
introdotte da Kosygin nel 1965-1966 per incentivare una
maggiore flessibilità economica decaddero lentamente.
L’esistenza dei cittadini che si conformavano scorreva
tranquilla, e gli standard di vita cominciarono ad alzarsi.
Con un leggero miglioramento materiale, Brežnev si
comprò la tranquillità politica: un tacito «contratto sociale»
tra il partito e il popolo. Negli anni Ottanta la maggior
parte delle famiglie poteva ormai aspirare a un frigorifero o
a un televisore; le auto private, invece, rimasero poche, e
periodicamente mancava qualche genere alimentare. La
vita migliorò anche nelle fattorie collettive. Fu concessa
maggiore libertà in ambito religioso e nelle scienze
naturali, ma non in quelle sociali e nella letteratura. In
politica estera, nonostante la repressione in Cecoslovacchia
del 1968, una certa «distensione» con l’Occidente portò al
clamoroso successo dell’accordo di Helsinki del 1975, che
ratificò la situazione geopolitica dell’Europa del
dopoguerra e stabilì i confini dell’Urss che rimasero validi
fino all’invasione dell’Afghanistan nel 1979. In patria, la
promessa di Chruščëv di un comunismo pienamente
realizzato entro il 1980 finì nel dimenticatoio: l’Urss si
trovava nella fase – indeterminata e vaga – del «socialismo
sviluppato». Nel 1977 fu promulgata una nuova
Costituzione che rifletteva questo livello di sviluppo; tra le
altre cose tornava a mettere in risalto il ruolo del partito
nella vita sovietica. La dirigenza cercò di coinvolgere la
popolazione, incoraggiando l’iscrizione al partito: il
numero dei membri aumentò in modo vertiginoso,
rendendo così il partito più eterogeneo e meno disciplinato
a livello organizzativo, e alimentando ulteriormente la
diffusione di reti clientelari. Con l’attenuarsi del terrore, le
voci di dissenso e di opposizione si fecero più forti.
Tuttavia ottennero maggiore risonanza all’estero che in
patria, dove furono messe facilmente sotto silenzio dalla
polizia, e dove la gente era troppo presa dalle fatiche e
dagli impegni quotidiani.
L’apparente tranquillità celava, però, l’imminente
declino. Nonostante i successi spaziali, missilistici e
militari, l’Unione Sovietica era rimasta indietro rispetto ai
paesi leader, in campo sia economico sia tecnologico. La
crescita economica rallentò fino a fermarsi: gli ultimi anni
di Brežnev sono ricordati come il «periodo della
stagnazione» in economia e nella società nel suo
complesso. I problemi sociali interni e le tensioni
interetniche furono sedati, ma bastarono confronti
internazionali, come l’ascesa del movimento operaio
Solidarność (Solidarietà) in Polonia e il fallimento militare
in Afghanistan, per scuotere la fiducia del paese. La
corruzione, il cinismo, l’abuso di alcol e la mortalità
infantile erano tutti sintomi del malfunzionamento della
società. Il problema fondamentale era l’incapacità del
sistema sovietico – partito, società, economia – di favorire
reali cambiamenti produttivi. Alla morte di Brežnev, simili
questioni si fecero sempre più urgenti. Andropov, un uomo
intelligente, anche se con un passato illiberale da capo del
KGB negli anni fra il 1967 e il 1982, cercò di affrontarle
inasprendo la disciplina sociale, ma morì prima che si
potesse vedere un qualsiasi risultato a lungo termine;
Černenko, incapace, conservatore e malato, non fece
assolutamente nulla. Il compito di risolvere la crisi ricadde
sul suo successore, Michail Gorbačëv.
L’economia dopo Stalin
La «rivoluzione staliniana» aveva generato un’economia «di
comando» a pianificazione centrale, fondata sulla proprietà
statale di tutte le risorse materiali, su disciplina e
costrizione: un sistema particolarmente adatto al rapido
sfruttamento delle risorse, finalizzato a una crescita
intensa e generalizzata. Il suo cervello era il Gosplan, il suo
sistema nervoso la catena di comando del partito: la rete
politica e amministrativa di quest’ultimo era essenziale per
il suo funzionamento. Lo scopo principale era adempiere
agli obiettivi dei piani quinquennali stabiliti a livello
centrale, previsti e calcolati in genere fin nei minimi
dettagli quantitativi (di numero, peso, dimensioni e
volume); di conseguenza, esso forniva pochi incentivi per
migliorare altri obiettivi, non meno importanti: la qualità
dei prodotti, la soddisfazione dei consumatori, l’efficienza
dei costi o l’eliminazione di sprechi e fattori
d’inquinamento. Eppure, nonostante si trattasse di un
sistema pianificato che rifiutava la competizione e si
opponeva alla libera scelta, al suo interno rimasero sempre
presenti alcuni elementi di economia di mercato, che si
potevano rintracciare nelle modalità di assunzione o nelle
scelte individuali di consumo, e soprattutto nel commercio
estero e nel «settore privato» interno, vale a dire aree
dell’attività economica in cui si poteva operare al di fuori
del sistema (il contrabbando e l’economia sommersa, i
servizi personali e gli appezzamenti delle famiglie
contadine). Negli anni Settanta e Ottanta il «settore
privato» costituiva circa il 10% del PIL.
Queste «relazioni di mercato» interne, senza le quali il
sistema di comando non avrebbe potuto funzionare,
rimasero una questione fondamentale, con un’enorme
influenza sulla società e sull’economia. I meccanismi
informali si svilupparono parallelamente e in forma
parassitaria rispetto all’economia ufficiale. Fin dall’inizio,
molte imprese, per affrontare e superare i limiti e i difetti
del coordinamento ufficiale, nonché risolvere i problemi di
approvvigionamento delle materie prime, avevano dovuto
ingaggiare tolkači («chi sistemava le cose») per barattare o
concludere affari non ufficiali con altre entità economiche.
Allo stesso modo, i singoli individui facevano affidamento
sul blat, l’«economia dei favori», per ottenere merci e
servizi in teoria disponibili, ma in pratica irreperibili
attraverso i canali ufficiali. L’accesso a questi beni
dipendeva soprattutto dalle relazioni personali che si
riuscivano a instaurare e dalle capacità di contraccambiare
favori, spesso sottraendo qualche bene dello stato dal posto
di lavoro. Questa attività economica al limite della legalità
rispecchiava una situazione sociopolitica in cui, dietro ai
grandi principi tanto sbandierati, si nascondeva una realtà
di controllo poliziesco. Le relazioni personali, quindi,
giocavano un ruolo essenziale sia nella vita sociale sia in
quella economica: si privilegiavano amicizie, rapporti di
fiducia privati e legami non ufficiali rispetto a meccanismi
e canali di stato, alimentando il cinismo e la diffidenza nei
confronti della legge e dei valori pubblici. Questi fattori
continuarono a operare e a far sentire la loro influenza fino
alla caduta dell’Unione Sovietica e anche oltre.
L’economia dei piani quinquennali funzionò (con un
diverso grado di successo) dagli anni Trenta agli anni
Ottanta, garantendo la stabilità macroeconomica, una
crescita continua della produzione, la piena occupazione e
la certezza del lavoro, nonché il minimo indispensabile per
la vita di tutti i giorni. La colossale pianificazione coinvolse
milioni di unità che producevano venti milioni di categorie
di beni diversi; nonostante tutti i suoi limiti, un risultato
notevole. Dopo il 1953, si smise di ricorrere al terrore come
incentivo economico, e l’Unione Sovietica cominciò ad
aprirsi al mondo, sviluppando forti relazioni commerciali
con i partner del Comecon e con le economie occidentali.
Anche il sostegno materiale ai regimi del Terzo Mondo (per
esempio l’acquisto dello zucchero cubano) divenne parte
integrante dell’attività economica. In patria, col tempo, i
governi si fecero più attenti ai fattori sociali, nonché alle
necessità e alla soddisfazione dei consumatori; negli anni
Settanta e Ottanta si dimostrarono anche sensibili dal
punto di vista economico agli sviluppi politici dei paesi
appartenenti al Comecon, in particolare la Polonia. Dopo
Stalin, la disciplina legata al sistema si allentò
gradualmente, lasciando ai produttori una maggiore
libertà: un bisogno che si faceva sempre più pressante
davanti alla crescente complessità dell’economia.
Tuttavia, il regime economico sovietico restò immobile,
rigido e inefficiente. Disinteressato alla qualità dei prodotti
e alla loro praticità, sosteneva fattori produttivi dispendiosi
e inutili, e incentivava pochissimo l’innovazione. Per i
ministri e i dirigenti d’azienda, introdurre metodologie,
macchinari o prodotti nuovi, in genere significava creare
problemi, squilibri economici immediati e ostacoli alla
produzione, che minacciavano di compromettere i risultati
pianificati e con essi i tanto attesi premi e benefici. Di
conseguenza, le novità non erano mai accolte con
entusiasmo. Questa diffidenza nei confronti dei
cambiamenti rimase costante, nonostante la crescita della
ricerca e dello sviluppo sovietico e i massicci acquisti in
campo tecnologico e di macchinari industriali praticati
negli anni Trenta e ripresi in larga scala con Chruščëv dal
1958, soprattutto per modernizzare l’industria chimica.
L’importazione di macchinari rimase un fattore essenziale,
mentre autorizzazioni e investimenti stranieri diretti erano
proibiti. Logica conseguenza di una simile politica furono i
progetti industriali «ad appalto»: impianti forniti e
installati da appaltatori stranieri. Dal 1965 al 1970, ad
esempio, gli ingegneri della Fiat costruirono la grande
Fabbrica Automobili del Volga (VAZ ) a Tol’atti sul Volga
(una nuova città, cui venne dato il nome del leader
comunista italiano Palmiro Togliatti), e addestrarono operai
sovietici in Russia e in Italia; alla fine, l’appaltatore
straniero consegnava allo stato un complesso industriale
perfettamente funzionante.
La VAZ fu costruita sotto l’amministrazione Brežnev, che
nei suoi primi anni, basandosi sugli sviluppi e sugli
investimenti degli anni Cinquanta, ottenne alcuni successi.
Solo dopo il 1973 il rallentamento economico cominciò a
destare preoccupazione, ma neppure allora la crescita cessò
del tutto: dal 1973 al 1982 il PIL pro capite salì annualmente
in media dello 0,9%. Il 1973 segnò una flessione anche per
le economie occidentali, soprattutto a causa degli aumenti
indiscriminati decisi dall’OPEC per il prezzo del petrolio.
(Questo fatto rendeva ancor più preoccupante la crisi in
Unione Sovietica, che essendo un’importante esportatrice
di petrolio beneficiava di quegli aumenti. Nel 1986, infatti,
la forte caduta del prezzo del greggio a livello mondiale
ebbe un ruolo nei problemi economici di Gorbačëv.) I
guadagni derivati dall’esportazione di materie prime, in
particolare petrolio, gas e oro, garantirono in buona parte
l’equilibrio economico sovietico. Per alcuni, avrebbero
contribuito alle difficoltà economiche degli anni Settanta e
Ottanta anche l’eccessivo sfruttamento delle risorse e la
fiducia riposta dai sovietici in un mercato d’esportazione
sempre soggetto a oscillazioni. Un altro vizio endemico e
cruciale fu la debolezza dell’agricoltura.
Dopo il 1953 la centralità dell’industria pesante,
caratteristica dell’epoca staliniana, fu messa in discussione
e ridimensionata per venire incontro alle necessità dei
consumatori, che comprendevano i beni alimentari, e
quindi l’agricoltura. Il settore dell’industria pesante e delle
macchine utensili, così vicino alla produzione militare,
tuttavia, rimase sempre dominante nell’economia sovietica.
È necessario far notare quale peso avesse il cibo nel
bilancio di una famiglia sovietica. In un’economia di salari
bassi, in cui i servizi e le necessità essenziali (alloggio,
acqua e luce, assistenza medica, trasporti, istruzione) erano
forniti dallo stato a poco prezzo o gratuitamente, il cibo
diventava la voce principale tra le spese individuali e
familiari: la sua reperibilità a prezzi ragionevoli costituiva
una parte fondamentale del tacito «contratto sociale»
sovietico. E se le città necessitavano di una maggiore
quantità di cibo, anche la situazione delle campagne
reclamava un intervento urgente. All’inumano
sfruttamento stalinista dei contadini si erano sostituite
politiche più attente ai loro bisogni e diritti, che tendevano
a razionalizzare i rapporti economici tra mondo rurale,
città e stato. Sotto Brežnev, finalmente, il governo concesse
ai contadini indennità statali simili a quelle di cui godevano
da anni i lavoratori urbani: negli anni Sessanta furono
introdotte le prime forme di assistenza pensionistica
(molto bassa), seguite poco tempo dopo da un salario
minimo garantito e un’assicurazione sanitaria. I limiti di
grandezza degli appezzamenti privati furono aumentati.
Una nuova Carta dei kolchoz, promulgata nel 1969,
continuava a negare ai kolchozniki il diritto di possedere un
cavallo, o di ricevere automaticamente un passaporto
interno, ma nel corso del decennio successivo la situazione
migliorò ed entro il 1980 i lavoratori delle fattorie collettive
acquisirono gli stessi diritti legali e le stesse possibilità di
spostamento all’interno dell’Unione dei loro vicini di città.
Tutto questo, però, non bastava da solo a cambiare
l’agricoltura sovietica. Come abbiamo visto, l’investimento
statale in ambito agricolo aumentò notevolmente dopo il
1953 e continuò a salire per tutta l’epoca poststaliniana: alla
fine degli anni Sessanta era il 18% del totale, un decennio
dopo superava il 25%. In questo modo si ottenne un
notevole incremento della produzione. Tuttavia, le
importazioni di beni alimentari dovettero continuare: alla
fine degli anni Settanta assorbivano ormai il 40% delle
spese di importazione in valuta pregiata, e nel 1981 Brežnev
dichiarò il «problema alimentare» al centro del nuovo
undicesimo piano quinquennale (1981-1985). Per
aumentare la produzione agricola, negli anni Sessanta e
Settanta si fece ricorso a tutti i metodi estensivi possibili,
migliorando scorte, semenze, fertilizzanti, ecc.; ma negli
anni Ottanta gli investimenti crescevano e i risultati
calavano. Dal 1950 in poi fu adottata una politica di fusione
dei kolchoz in unità più grandi: il numero delle fattorie
collettive scese da 250.000 nel 1949 a 69.000 nel 1958, fino a
raggiungere quota 35.000 nel 1965; molti kolchozniki furono
assegnati alle fattorie statali. Ma queste misure, prese nella
speranza di realizzare economie di più vasta scala e per
ragioni di controllo logistico e politico, crearono realtà
troppo grandi per essere efficienti e funzionali in quel tipo
di sistema; d’altra parte, gli appezzamenti privati,
estremamente produttivi, erano troppo piccoli. In ogni
caso, come nota l’economista Philip Hanson, il settore
agricolo soffriva degli stessi intrinseci difetti dell’industria:

La direzione dello stato sovietico e delle fattorie collettive, se


si escludono una manciata di casi […], non sembrava curarsi
di fare economia e di ridurre gli sprechi. Si trattava solo di
adeguarsi agli ordini provenienti dall’alto, incoerenti e male
informati. Mancava ogni incentivo al risparmio, scarseggiava
la manodopera specializzata, la supervisione dell’enorme
numero di impiegati era inevitabilmente insufficiente, e la
maggior parte dei contadini dipendeva per la sopravvivenza
dai propri appezzamenti privati.

Dal 1955 la situazione fu inasprita dalla nomina nei


kolchoz di una nuova generazione di dirigenti, outsider
provenienti dal partito o dall’esercito, che divennero
manager dispotici, più vicini alle autorità regionali che ai
contadini. In un resoconto degli anni Sessanta il rapporto
tra i nuovi amministratori e i lavoratori viene paragonato a
quello tra i nobili proprietari terrieri e i loro servi della
gleba in regime di barščina dell’epoca imperiale. Nelle
campagne il processo per migliorare le condizioni di vita
proseguiva lentamente: benché in ripresa, i kolchoz erano
comunque ancora indietro in termini di benessere, servizi e
istruzione; i giovani contadini più intraprendenti
lasciavano i villaggi per le migliori possibilità di carriera
offerte dalle città. La struttura dell’agricoltura sovietica, i
diktat esterni, la burocrazia a livello dirigenziale e la
leadership autocratica esercitata localmente continuavano a
privare i contadini di incentivi e autonomia e a minare la
capacità statale di nutrire i propri cittadini con le sole
risorse interne. Dal 1981 l’entità del raccolto del grano
divenne segreto di stato.
Sotto Chruščëv e Brežnev, il governo dello «stato
contadino» fu quindi relativamente meno dittatoriale.
Come nel modello di Spittler (vedi pp. [cap.3]), i contadini
adottarono gli atteggiamenti, i modi di vita e i
comportamenti che meglio si adattavano alle circostanze e
al loro perdurante stato di soggezione. Non si sentirono
mai responsabili della proprietà o dei profitti della
comunità, resistendo o affrontando con riluttanza i
tentativi di mobilitazione dei dirigenti delle fattorie, che
dovevano amministrare i kolchoz al loro meglio e
rappresentarli davanti alle autorità esterne: una situazione
descritta vividamente nel racconto di Fëdor Abramov
Vokrug da okolo (Attorno e intorno) del 1963. Le
conseguenze della dekulakizzazione stalinista, della
collettivizzazione e dello sfruttamento coatto contribuirono
a creare, fino alla fine dell’Unione Sovietica e oltre, un
settore agricolo profondamente inefficiente e una classe
contadina priva di contatti con la società urbana, senza
motivazioni, intraprendenza ed energia imprenditoriale,
preoccupata solo della propria sussistenza. La necessità di
importare beni alimentari divenne un fattore importante
anche nelle relazioni internazionali sovietiche.
Le relazioni internazionali di una superpotenza
Durante la guerra, gli Alleati si erano accordati per istituire
una nuova, efficace organizzazione internazionale che
succedesse alla Società delle nazioni. La Carta atlantica del
1941, e la dichiarazione delle Nazioni Unite del 1942,
preannunciavano la stesura della carta delle Nazioni Unite
a San Francisco nel 1945. Tuttavia, Usa e Urss non erano
pronti ad affidare la loro sicurezza e stabilità all’ONU .
Prevalse così la micidiale rivalità tra i due sistemi politici e
ideologici in competizione tra loro e la relativa cordialità
del tempo di guerra lasciò il campo alla «cortina di ferro»
di Churchill, alle tensioni nella Germania divisa, e al
«blocco» di Berlino ovest da parte dei sovietici nel 1948-
1949. Con l’istituzione nel 1949 del Patto Atlantico (NATO ),
l’Occidente rispose all’assoggettamento dell’Europa
dell’Est e alla creazione del Comecon. Nel 1955 l’inclusione
della nuova Germania Ovest nella NATO portò alla nascita
dell’Organizzazione del Patto di Varsavia (1955-1956). La
crisi di Berlino si risolse senza un intervento militare
diretto e le tensioni tra le grandi potenze si cristallizzarono
nello stallo della Guerra fredda; la presenza occidentale in
una Berlino divisa divenne un punto di attrito e una falla
che nel 1961 i sovietici furono costretti a chiudere con il
celebre Muro. Nei quattro decenni successivi il confronto
militare, nucleare e convenzionale, tra Est e Ovest sarebbe
stato frenato dalla teoria della «sicura distruzione
reciproca» e dai ripetuti accordi internazionali per limitare
lo sviluppo e la corsa agli armamenti. La guerra fu sfiorata
durante la crisi missilistica di Cuba del 1962, quando
Chruščëv cercò di instaurare una base con missili nucleari
vicino agli Usa, sull’isola caraibica governata dal 1959 da
Fidel Castro; le pressioni statunitensi costrinsero i russi a
ritirare i missili in cambio della promessa di non invadere
l’isola. La competizione tra i sovietici e l’Occidente per
l’influenza, le risorse, la supremazia regionale e globale
determinò gli equilibri mondiali ed esplose in violenti
conflitti indiretti, il primo dei quali fu la Guerra di Corea,
nel 1950-1953.
Gli ultimi glaciali anni di Stalin lasciarono il posto alla
«coesistenza pacifica» di Chruščëv, che si ritrovò
nuovamente ad affrontare il vecchio dilemma sovietico tra
finalità rivoluzionarie e obiettivi diplomatici. Il nuovo
leader decise di non esportare la rivoluzione con mezzi
militari e dichiarò che l’Urss avrebbe «seppellito» i suoi
avversari capitalisti in una competizione pacifica. Le
migliorate relazioni Usa-Urss crearono un clima di
maggiore sicurezza e aprirono importanti opportunità
commerciali, permettendo a Chruščëv di modificare le
priorità della politica interna. L’Urss potenziò la sua
organizzazione militare, nel tentativo di raggiungere e
mantenere il livello degli Stati Uniti, cercando al contempo
distensione e sicurezza dal punto di vista internazionale
attraverso la limitazione degli armamenti. In Europa, il
Cremlino aveva due obiettivi diplomatici principali: il
consolidamento della situazione postbellica, che aveva
ridisegnato i confini internazionali, e il mantenimento del
controllo sui nuovi stati satellite dell’Urss. La diplomazia
sovietica lavorò per il primo fine cercando di formalizzare
la divisione della Germania e tenendo Berlino sotto
pressione: la Repubblica Federale Tedesca e la Repubblica
Democratica Tedesca vennero riconosciute ufficialmente,
anche se gli Alleati occidentali continuarono a considerare
la seconda solo come zona di occupazione sovietica. Si
giunse a una svolta solo nel 1969 quando la Ostpolitik di
Willy Brandt, primo cancelliere socialdemocratico della
Germania Federale, spianò la strada agli accordi di Helsinki
del 1975. Qui vennero riconosciuti i confini europei vigenti
e fu istituito un Consiglio permanente per la sicurezza e la
cooperazione in Europa (CS CE), definendo così l’assetto
postbellico europeo. Il trionfo di Brežnev fu in parte
ridimensionato dall’inclusione negli accordi di una
clausola sul rispetto dei diritti umani previsti dalla Carta
delle Nazioni Unite: in pratica, più una provocazione che
un limite reale al regime di polizia degli stati sovietici ed
esteuropei. Il secondo obiettivo, il controllo delle
«democrazie popolari», fu raggiunto dosando forza
militare e integrazione economica: l’Armata rossa represse
le rivolte di Berlino nel 1953, in Ungheria nel 1956 e
(insieme agli alleati del Patto di Varsavia) in Cecoslovacchia
nel 1968; legami economici furono stretti e sviluppati
attraverso gli scambi commerciali, il concordato dei prezzi
e la fornitura sovietica di materie prime, soprattutto
petrolio. Tuttavia, i paesi del Comecon mantennero il
governo della propria pianificazione economica. I fatti di
Praga del 1968 diedero avvio alla «dottrina Brežnev»:
l’Unione Sovietica si riservava il diritto di intervenire
militarmente ovunque i governi comunisti in carica fossero
minacciati. Dagli anni Settanta in poi, il timore di un
intervento militare frenò il cambiamento che si stava
delineando in Polonia e solo la dichiarazione ufficiale del
Cremlino che non avrebbe usato la forza aprì la strada ai
mutamenti politici esteuropei del 1989.
Si invocò la dottrina Brežnev anche nel 1979, in appoggio
al nuovo regime comunista in Afghanistan: ma il tentativo
di applicare la dottrina al di fuori dell’«impero esterno»
sovietico provocò una decisa reazione occidentale, che si
espresse anche in sanzioni commerciali – sospensione delle
forniture di grano – e nel boicottaggio delle Olimpiadi di
Mosca nel 1980. Il conflitto afghano si trasformò
rapidamente in un disastro, un «Vietnam sovietico», una
lotta contro la guerriglia islamica già persa in partenza, che
riscosse sempre minori consensi in patria e fu conclusa da
Gorbačëv con il ritiro delle truppe sovietiche nel 1988.
I fatti della Cecoslovacchia, la dottrina Brežnev e la
guerra in Afghanistan erano lo specchio delle relazioni
dell’Unione Sovietica con il resto del mondo comunista;
tuttavia, l’alleato più difficile per Mosca si rivelò la Cina. La
rivoluzione di Mao Tse-tung nel 1949 diede grande impulso
al comunismo mondiale, ma divenne presto fonte di
scontri e rivalità con l’Urss. La Cina, infatti, era un vicino
potente, con interessi geopolitici propri e una leadership
che non era disposta ad assoggettarsi a Mosca né dal punto
di vista politico né ideologico. Nel 1964 si dotò di armi
nucleari. Dal 1958, mentre Chruščëv perseguiva la
«distensione» con quella che Mao chiamava la «tigre di
carta» americana, le relazioni peggiorarono, fino a giungere
a un’aperta rottura ideologica e a gravi scontri al confine
cino-sovietico nel 1969-1970. Le cose si riaggiustarono negli
anni Settanta e, sotto Gorbačëv, quando gli stessi cinesi
erano divenuti più «revisionisti», si giunse a un ulteriore
riavvicinamento. Anche la posizione indipendente della
nuova Jugoslavia comunista di Tito, espulsa dal
Kominform nel 1948, era una sfida per l’egemonia sovietica
nel «campo socialista»; nel 1955 si giunse a una parziale
riconciliazione. Anche Albania e Romania, e alcuni
esponenti dei partiti comunisti occidentali (soprattutto
quello italiano), dopo il 1968 rifiutarono di assoggettarsi
completamente.
In questo periodo l’altra area di interesse sovietico era il
Terzo Mondo, non allineato. Opporsi all’«imperialismo»
comportava l’appoggio ai movimenti di liberazione
nazionale e ai regimi socialisti, potenziali partner
commerciali e mercati per le esportazioni e la vendita di
armi. Non si trattava per l’Urss di vitali questioni di
sicurezza, ma solo di un modo per competere con il mondo
capitalista ed estendere il potere sovietico a livello
planetario. La decolonizzazione dell’Africa e dell’Asia
dopo la guerra offriva grandi opportunità. L’Urss assicurò
un certo sostegno al Vietnam del Nord, finanziò Patrice
Lumumba in Congo, aiutò l’M PLA marxista in Angola.
L’India ricevette un trattamento particolarmente
favorevole. Nelle Americhe, l’appoggio sovietico permise
alla Cuba castrista di sopravvivere durante gli embarghi
americani; più tardi, i sandinisti del Nicaragua ricevettero
una buona accoglienza a Mosca. Ma non tutti i rapporti
stabiliti dal Cremlino andarono a buon fine: l’Egitto, ad
esempio, dopo aver ricevuto notevoli aiuti, voltò le spalle al
suo benefattore. Inizialmente le relazioni tra Urss e Israele
furono alterne. Dopo aver riconosciuto il nuovo stato nel
1948, Stalin ruppe temporaneamente i rapporti diplomatici
durante la campagna antisemita dei suoi ultimi anni; le
relazioni cessarono del tutto nel 1967, dopo la Guerra dei
sei giorni, quando Mosca assunse una netta posizione
filoaraba e antisionista. Intanto, fra gli ebrei sovietici
cresceva il dissenso. Il movimento per l’emigrazione,
proibita dalle autorità, divenne rapidamente una questione
aperta nelle relazioni fra Usa e Urss. Negli anni tra il 1971 e
il 1991, oltre 750.000 ebrei sovietici emigrarono soprattutto
in Israele e negli Stati Uniti, in particolare dopo che
Gorbačëv revocò le restrizioni.
Regime e società
I dilemmi del progresso
Con il ridimensionamento nel 1953 dell’apparato di terrore
stalinista, la dirigenza sovietica e l’élite si trovarono ad
affrontare una situazione nuova. Fin dall’inizio del potere
sovietico il regime aveva imposto la sua autorità,
mantenuto l’ordine e mobilitato società ed economia con
una combinazione di ideologia, idealismo, controllo e
repressione. La fede e l’entusiasmo popolare per il
marxismo-leninismo non furono mai unanimi e vennero
fortemente scossi dalla denuncia chruščëviana degli abusi
di Stalin, con la promessa che non si sarebbe più tornati a
un’oppressione di tale portata. Per difendere la sua autorità
morale il regime poststaliniano doveva dimostrare la sua
competenza pratica e la giustezza del suo schema
ideologico: da qui il costante risalto dato ai risultati
materiali e alla crescita del potere sovietico a livello
planetario. I cittadini sovietici, per altri versi scettici, si
potevano ammansire ed entusiasmare aumentando e
migliorando i beni di consumo e nutrendo il loro orgoglio
di far parte di una superpotenza, oltre ai sentimenti
tradizionali di superiorità nazionale. Quando Gagarin
trionfò sul programma spaziale americano, per l’opinione
pubblica la portata militare dell’evento fu oscurata dalla
vittoria sovietica sui rivali capitalisti, e solo in pochi
avanzarono il dubbio che quelle risorse si sarebbero potute
investire per necessità materiali. Ciononostante, mantenere
viva la fede comunista tra la popolazione divenne sempre
più difficile e, dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, epoca
che segna l’apogeo del potere sovietico a livello
internazionale, si diffuse un profondo e disincantato
cinismo.
Il problema era di carattere pratico e ideologico. Grazie
all’ottima opera educativa sovietica, la popolazione era
sempre più istruita. Il miglioramento delle comunicazioni
e la graduale diffusione dei viaggi all’estero, anche in altri
paesi comunisti, resero più facilmente accessibili le idee
esterne e le fonti di informazioni, nonostante i tentativi
ufficiali di disturbare il segnale delle radio occidentali e le
restrizioni a strumenti come le fotocopiatrici. (Durante il
fallito colpo di stato del 1991, Gorbačëv ascoltava il BBC
World Service per sapere quello che stava succedendo a
Mosca.) Le promesse non mantenute e le rivelazioni della
destalinizzazione, anche se limitate, avevano incrinato il
mito dell’infallibilità del partito e il suo messaggio. Tutti
questi fattori messi insieme sovvertirono la linea ufficiale:
c’erano sempre più sostenitori del regime preoccupati e
critici, e oppositori, anche se i cittadini sovietici sapevano
bene in che modo ci si doveva esprimere in pubblico. I figli
della nomenklatura erano più interessati alla musica pop
occidentale o a un «favoloso» paio di jeans che a Marx e alla
costruzione del comunismo. Ma l’orgoglio per gli effettivi
traguardi raggiunti dal paese, il costante indottrinamento,
l’onnipresenza del KGB e l’estenuante lavoro quotidiano
mantenevano tranquilla e ubbidiente la maggior parte della
popolazione. Con l’allentarsi della repressione, operai
indisciplinati, capi partito locali, imprenditori
dell’economia sommersa o intellettuali indipendenti
potevano farsi beffe delle aspettative del governo senza
rischiare la vita. Inoltre, anche per il regime l’iniziativa
personale e il confronto con la verità erano, entro certi
limiti, utili al progresso sociale ed economico. Non si vive di
solo pane di Dedincev (1956), con il suo titolo apertamente
metafisico e la sua descrizione della dura e osteggiata lotta
di un inventore idealista, coronata alla fine dal successo,
mostrava che l’eroismo consisteva nell’affrontare e
combattere un establishment locale egoista e corrotto in
nome della verità e del progresso tecnologico. Nelle nuove
condizioni anche questo establishment locale cercò un
modo per sopravvivere, ricorrendo soprattutto alle vecchie
e collaudate reti clientelari. Da un certo punto di vista si
può affermare che il regime sovietico passò attraverso gli
stessi cicli della «rivoluzione dall’alto» dei suoi
predecessori imperiali: tramite l’imposizione forzata di
Pietro e l’opera di consolidamento di Caterina, la Russia
aveva raggiunto la statura di grande potenza, cui seguì il
tentativo fallito di far coesistere il controllo ideologico
autoritario con le necessità strutturali di un ulteriore
progresso sociale, tecnico ed economico. I risultati furono
gli stessi di Nicola I; come vedremo, al pari di Alessandro
II, Gorbačëv ereditò uno stato mal funzionante sia dal
punto di vista sociale sia economico, un impero di
dimensioni eccessive e un’élite sempre più divisa e
disincantata. Entrambi i governanti cercarono di affrontare
questi problemi con un cambiamento di ampia portata ma
controllato, che rimanesse all’interno del sistema in vigore.
Gorbačëv, probabilmente, fu più illuminato e audace di
Alessandro II, ma, come lui, rimase prigioniero della
propria visione del mondo. Gorbačëv è stato paragonato
anche ai «despoti illuminati»: a lungo termine
l’«assolutismo illuminato sovietico», come quello
settecentesco, non fu in grado di risolvere la
contraddizione tra controllo sociale autoritario e crescita
socioeconomica.
I valori dei dissidenti
La fine del terrore permise la rinascita in Urss della
tradizione di un’intellighenzia critica che, mai eliminata
del tutto, era rimasta negli anni di Stalin relativamente
silenziosa. Ora, di fronte a una repressione meno feroce, le
voci dei dissidenti tornarono a esprimersi. La vecchia
generazione viveva ancora in figure leggendarie come
Pasternak e l’Achmatova, che non si erano mai piegate al
regime sovietico e avevano rifiutato la via dell’emigrazione.
Anna Achmatova seguiva, spesso pagandone caro il prezzo,
una morale essenzialmente non sovietica, legata ai suoi
valori personali e alla fede ortodossa. Durante il terrore, nel
tentativo disperato (e in un primo tempo riuscito) di
aiutare il figlio in carcere, aveva scritto una lettera a Stalin,
ma per il resto del tempo aveva vissuto appartata. Nel
periodo in cui anche i manoscritti erano a rischio, le sue
poesie venivano imparate a memoria, affidate ai ricordi
suoi e degli amici: in questo modo riuscì a conservare i
versi di Requiem, la sua risposta al terrore stalinista,
pubblicato integralmente in Unione Sovietica solo nel 1987.
Dopo il ritorno in pubblico durante la guerra e l’anatema di
Ždanov del 1946, l’Achmatova continuò a rappresentare un
monumento di integrità e di valori umani alternativi. Fu
riabilitata solo poco prima della morte nel 1966.
Dal 1953 in poi, come abbiamo già notato, nelle
pubblicazioni ufficiali emersero cautamente alcune nuove
voci. Intanto la politica in campo letterario rifletteva le
tensioni tra liberali e conservatori. Tuttavia, si diffusero
presto strategie di comunicazione alternative. Dalla metà
degli anni Cinquanta cominciarono a circolare opere
manoscritte o dattiloscritte, la cui diffusione esplose alla
metà degli anni Sessanta nel fenomeno del samizdat,
«l’autopubblicazione», con cui i dissidenti portavano avanti
una serie di battaglie politiche, sfidando le autorità.
Probabilmente il più famoso giornale samizdat fu la
«Chronika tekuščich sobytij» (Cronaca dei fatti correnti),
che dal 1968 al 1982 registrò regolarmente tutto ciò che
riguardava i diritti umani in Urss attraverso 64 numeri di
oltre 200 pagine ciascuno. Tra le opere di musica
(magnitizdat, «pubblicazione su [nastro] magnetico») e
letteratura che circolarono in questa maniera figurano i
romanzi di Solženicyn e le popolari ballate sovversive di
Aleksandr Galič, Vladimir Vysockij e Bulat Okudžava.
Parallelo al samizdat fu il tamizdat («pubblicato laggiù»,
quindi all’estero), che divenne sempre più accessibile a
mano a mano che si sviluppavano le relazioni con il mondo
esterno. Il primo grande caso di tamizdat fu il Dottor Živago
di Pasternak. L’arresto e la condanna nel 1966 di Andrej
Sinjavskij e Julij Daniel’, accusati di aver pubblicato
all’estero materiale ritenuto «diffamatorio» per l’Urss,
segnalarono l’indirizzo ideologico repressivo del nuovo
regime di Brežnev e l’inizio di una tenace dissidenza, che
sopravvisse in varie forme fino alla Perestrojka di Gorbačëv.
Questi gruppi rifiutavano la violenza, richiedendo solo che
il regime rispettasse gli standard democratici e legali tanto
decantati (ma mai applicati), ed erano pronti a pagare per
le loro azioni. Alla fine degli anni Sessanta nacque, in
risposta alle politiche del governo, un Movimento per i
diritti umani, rafforzato e rinvigorito nel tempo dalle
clausole sui diritti civili della conferenza di Helsinki del
1975 e dalla Costituzione del 1977. Furono fondati molti
gruppi da attivisti per i diritti umani nella RS FS R e in altre
repubbliche, tra cui vari movimenti per il controllo degli
accordi di Helsinki e una Commissione sull’uso della
psichiatria a scopi politici. Di fronte ai danni ambientali
causati dallo sconsiderato sviluppo industriale, nacquero
gruppi ecologisti; si tentò, senza successo, di affermare il
femminismo e la libertà dei sindacati. Oltre alla letteratura,
i dissidenti furono attivi anche in altre arti: ricordiamo, per
esempio, lo scultore Ernst Neizvestnyj, il pittore Oskar
Rabin e il grande violoncellista Mstislav Rostropovič.
Questi movimenti, quasi tutti di piccole dimensioni e
circoscritti alla classe cittadina più istruita, benché capaci
di creare reti di solidarietà e stabilire contatti con chi ne
condivideva le idee, non riuscirono a ottenere un’ampia
risonanza popolare. L’ostinata nobiltà dei loro scopi e
metodi, però, destò grande interesse e ammirazione in
Occidente, dove la loro causa trovò sostegno e i loro scritti
furono ritrasmessi in Urss attraverso la radio; il timore di
una potenziale reazione occidentale e delle sue
conseguenze materiali impedì alle autorità sovietiche di
mettere in atto una repressione totale. Il regime si liberò di
un buon numero di dissidenti esiliandoli a forza nei paesi
occidentali: Solženicyn dovette rifiutare il premio Nobel
per la letteratura nel 1970 e fu espulso dall’Unione
Sovietica nel 1974.
In diverse repubbliche e all’interno di varie confessioni
emerse anche un dissenso di carattere nazionalistico e
religioso, che coinvolse un numero sempre maggiore di
cittadini di differenti strati sociali. In Lituania, a
maggioranza cattolica, religione e nazionalismo si unirono
per dare vita a un movimento di grande peso e influenza. I
battisti perseguivano la libertà di culto, gli ucraini
lottavano per una maggiore autonomia, i tatari della
Crimea e i georgiani della Meschetia, deportati da Stalin,
protestavano perché volevano ritornare in patria. Gli ebrei
refuzniki e i tedeschi sovietici rivendicarono il diritto di
emigrare rispettivamente in Israele e in Germania, e alla
fine lo ottennero. Alcune forme di dissenso, meno aperte
ed evidenti, erano tollerate all’interno del sistema. Alcuni
scrittori russi propugnarono il ritorno ai valori nazionali
precedenti al comunismo: in particolare, i rappresentanti
della notevole scuola della «prosa contadina», come
Vladimir Solouchin e Valentin Rasputin, che nei loro scritti
celebrarono l’elegia delle semplici virtù, la vicinanza alla
natura e la spiritualità della vita contadina. La posizione
ideologica di questi scrittori sfidò sempre più apertamente
l’ortodossia marxista-leninista; in seguito si schierarono
con l’«ala destra» nazionalista della Perestrojka e della
politica postsovietica.
Anche l’economia del sommerso, nella sua ampiezza e
diffusione, può essere interpretata come una forma di
dissidenza: le sue imprese illegali e spesso mafiose, che
beneficiavano dei difetti dell’economia ufficiale, evitavano
naturalmente lo scontro diretto con l’establishment, ma
rappresentavano comunque una sfida ideologica e
materiale al sistema. Il destino finale del regime comunista
ha mostrato la vacuità ideologica cui era giunto lo stato
sovietico stesso. Nel 1991 pochi credevano ancora nel
marxismo-leninismo. I membri della nomenklatura
adottarono con disinvoltura altre ideologie, liberali o
nazionalistiche, e si prodigarono per ingraziarsi la
riemergente Chiesa ortodossa, riuscendo spesso ad
assicurarsi anche una buona fetta delle risorse materiali
della vecchia Unione. Quando il partito comunista tornò a
essere legale, riemerse come un’importante forza politica,
rappresentando più uno strumento di protesta che
un’avanguardia ideologica; il suo consenso politico è
andato via via scemando nel periodo postsovietico.
Finché il regime sovietico rimase stabile, i movimenti
del dissenso non ebbero un grande peso per lo sviluppo e
per il cambiamento del sistema. Le forze di polizia, se solo
lo volevano, erano sempre in grado di contenerli e
reprimerli: sotto Andropov il KGB mise a tacere gran parte
del dissenso intellettuale attivo. Il regime non fu minato
dalle proteste e neppure dalle proprie violazioni evidenti
dei diritti umani, ma dall’erosione di una propaganda
ufficiale sempre lontana dalla realtà, e anche dai problemi
economici, dalle dimensioni eccessive del suo impero e, in
ultima analisi, dalla sua incapacità di soddisfare i desideri
delle popolazioni, dei leader e delle élite nelle varie
repubbliche che costituivano l’Unione.
La Perestrojka e la fine dell’URS S : 1985-1991
Gorbačëv e il «nuovo pensiero»
Nel 1985 nessuno (all’est o all’ovest) pensava al collasso
dell’Unione Sovietica, casomai a una sua riforma. Alla
morte di Černenko il Politbjuro accettò finalmente come
segretario generale un rappresentante della nuova
generazione: il protetto di Andropov, Michail Gorbačëv.
Figlio di contadini di Stavropol’, nella Russia meridionale,
Gorbačëv aveva studiato legge all’Università statale di
Mosca, dove aveva incontrato anche sua moglie: la legalità
sarebbe divenuta per lui una questione cruciale. A
Stavropol’, ebbe una carriera politica sfolgorante e nel 1978
venne chiamato a Mosca per occuparsi dell’agricoltura,
finché nel marzo del 1985, all’età di 54 anni, succedette a
Černenko. Il nuovo segretario generale era un comunista
convinto che voleva mantenere in vita il sistema sovietico.
Era perfettamente consapevole della necessità di una
riforma profonda, anche se non riuscì a prevederne le
potenziali conseguenze economiche e politiche. Godeva
dell’appoggio dei riformisti: la maggioranza del Comitato
centrale, i più alti funzionari, i capi del KGB e dell’esercito
accettavano ormai tutti l’urgenza di un cambiamento. Ma
nel cercare soluzioni nuove ai problemi sovietici e nel
rifiutare categoricamente un ritorno alla repressione
violenta, in patria o all’estero, Gorbačëv si dimostrò più
radicale di molti suoi sostenitori. Per quanto riguarda la
politica estera, si rese conto che un’infinita acquisizione di
nuove armi era controproducente e generava un’ostilità
reciproca capace di mettere a repentaglio la sicurezza
generale e giustificare una insostenibile spirale di corsa
agli armamenti. Cercò quindi di distaccarsi dalla
competizione ideologica, puntando sul disarmo e sulla
cooperazione con le altre grandi potenze. Nel 1985
partecipò a Ginevra a un summit russo-americano con il
presidente Ronald Reagan (l’ultimo risaliva al 1979), il
primo di una serie che portò a diversi accordi sulla
riduzione degli armamenti. Nel 1988 pose fine al
coinvolgimento sovietico in Afghanistan; anche le relazioni
con la Cina migliorarono. Quando, nel 1989, le pressioni
politiche giunsero a una vera e propria crisi nell’«impero
esterno», Gorbačëv fece sapere che il Cremlino non
sarebbe intervenuto con la forza: i governi comunisti
caddero uno dopo l’altro. Questa presa di posizione lo rese
molto popolare a livello internazionale (nel 1990 ricevette il
premio Nobel per la pace) e all’inizio anche in patria; ma il
crescente caos interno e la perdita dell’«impero esterno»,
nonché del prestigio sovietico, gli alienarono l’opinione
pubblica. Questa mancanza di consenso andò ad
aggiungersi alle tante difficoltà degli ultimi anni del suo
governo.
In patria, il rifiuto di Gorbačëv di autorizzare una
repressione militare facilitò il crollo dell’Unione, sebbene
nel 1985 egli non avesse ancora un’idea chiara del destino
che attendeva l’Urss. Mentre portava avanti le politiche di
Andropov per la disciplina e contro la corruzione, egli
formò una nuova squadra per sostituire l’apparato e il
Politbjuro avuti in eredità da Brežnev; tra gli altri fu fatto
venire da Sverdlovsk Boris El’cin, in qualità di primo
segretario del partito della città di Mosca e membro
candidato del Politbjuro. Gli appelli per migliorare
l’economia «accelerando» i processi produttivi non
ottennero molti risultati. La sua campagna contro
l’alcolismo, ideata da Egor Ligacëv, suo vice a tutti gli
effetti, affrontava un problema sociale reale, ma ebbe
conseguenze impreviste: incoraggiò la distillazione illegale,
diminuì notevolmente le entrate statali, e in alcune zone la
mentalità stalinista portò alla completa distruzione di
preziosi vigneti. L’umorismo popolare trasformò il
«segretario generale (generalnyj)» nel «segretario dell’acqua
minerale (mineral’nyj)».
Le questioni politiche
Fin dal principio di quel fenomeno che fu chiamato
Perestrojka, «Ristrutturazione», Gorbačëv usò nei suoi
discorsi il termine glasnost’, «trasparenza», espressione
coniata negli anni Cinquanta dell’Ottocento sotto
Alessandro II, nel periodo che precedette le «grandi
riforme». Egli si rifaceva alle prime tradizioni sovietiche di
pubblica denuncia degli abusi e (come all’epoca di
Alessandro II) la «trasparenza» avrebbe dovuto funzionare
entro limiti ben precisi, ma Gorbačëv scoprì presto che
l’apparato statale e quello del partito erano restii a
inchieste e cambiamenti; l’opposizione più ostinata gli
venne dalle basi di potere personale e dalle reti clientelari
della nomenklatura che affondavano radici molto profonde
nella cultura politica russa. Di fronte a questi ostacoli di
sistema, Gorbačëv cercò un altro tipo di sostegno fondato
sulla legalità e sul consenso. La sua strategia fu di
mobilitare la base contro l’establishment del partito e di
coinvolgere l’opinione pubblica nella sua lotta per la
trasparenza: il vaso di Pandora era stato aperto. Nell’aprile
del 1986 l’esplosione alla centrale nucleare di Černobyl’ in
Ucraina – il più grave incidente nucleare della storia con
conseguenze locali e intercontinentali devastanti – fu un
catastrofico esempio dei mali del sistema, una «rivelazione
improvvisa», come Kronštat per Lenin. Il disastro fu
causato dall’evidente, irresponsabile e colpevole negligenza
nelle procedure di sicurezza, e la prima reazione delle
autorità fu di tenerlo segreto: lo resero pubblico i rilevatori
di radiazioni scandinavi. Come Gorbačëv ricorda nella sua
autobiografia, Černobyl’ «mise in luce molte malattie del
sistema nel suo complesso. Tutto ciò che avevamo
accumulato negli anni culminava in questa tragedia: la
negazione e l’insabbiamento degli incidenti e delle cattive
notizie, l’irresponsabilità, la trascuratezza, la sciatteria,
l’alcolismo di massa». La glasnost’ si spinse oltre, con nuove
nomine nelle testate giornalistiche più importanti, la
pubblicazione di opere prima proibite e il rilascio di
dissidenti imprigionati. Nel dicembre del 1986 Gorbačëv in
persona fece richiamare a Mosca Andrej Sacharov,
eminente fisico nucleare in esilio.
Nei tre anni successivi Gorbačëv lavorò con grande
tenacia e abilità per cambiare il clima e la struttura politica,
ma dal 1989 iniziò a inseguire eventi ormai fuori controllo.
Da principio cercò, senza grande successo, di
democratizzare il sistema dall’interno, introducendo
elezioni con diversi candidati per le cariche pubbliche e del
partito; poi riavviò la riabilitazione delle vittime della
repressione politica, un processo interrottosi sotto Brežnev.
Nelle discussioni e nelle manovre che riguardavano queste
nuove politiche, El’cin emerse come voce radicale: si
scagliò contro le influenze conservatrici (Ligacëv) e la
lentezza della Perestrojka, perdendo il suo incarico a Mosca
e la sua posizione nel Politbjuro (ma non il suo posto nel
Comitato centrale; nel 1990 avrebbe fatto un passo ancora
più estremo, lasciando il partito comunista). Di fronte alle
resistenze a democratizzare il partito dall’interno, la mossa
successiva di Gorbačëv fu di allargare la politica al di là del
partito: a metà del 1988, davanti alle telecamere della
televisione, fu approvato un nuovo Parlamento, il
Congresso dei deputati del popolo dell’Unione Sovietica,
che a dicembre venne ratificato dal Soviet supremo. Un
terzo dei 2250 delegati venivano eletti su base territoriale
nazionale, un altro terzo da collegi elettorali che
riflettevano la densità della popolazione, mentre i
rimanenti 750 dovevano provenire da «organizzazioni
pubbliche» come il Komsomol e l’Accademia delle scienze,
con 100 posti riservati al PCUS . Il Congresso si sarebbe
riunito due volte l’anno, con i poteri di governo detenuti da
un più piccolo Soviet supremo elettivo.
Le elezioni del Congresso nel marzo del 1989, molto più
libere ma in parte sempre controllate, causarono qualche
clamorosa sorpresa tra le file dei candidati comunisti, ma
portarono nelParlamento solo una minoranza di deputati
riformisti: circa 400 «democratici» tra cui Sacharov e El’cin,
che divenne uno dei capi dei radicali. Gorbačëv occupò uno
dei posti riservati al PCUS , per poi essere eletto nel Soviet
supremo e presidente di quest’ultimo, diventando così
«portavoce» del Congresso. Il primo Congresso (25 maggio
- 9 giugno 1989) prese decisioni cruciali: promulgò leggi
importanti che andavano nella direzione di istituire
realmente uno «stato fondato sulla legge», e i suoi accesi
dibattiti non vennero censurati e ricevettero, per la prima
volta, una copertura televisiva nazionale. Il nuovo
Parlamento, tuttavia, non si integrò nella struttura
amministrativa dello stato. Nonostante la riorganizzazione
interna del partito, questo continuava a dominare gli
incarichi e l’amministrazione.
A questi sviluppi corrispose il crescente attivismo dei
cittadini e dell’opinione pubblica; un controllo meno
pressante stimolò la comparsa di «gruppi informali» di
ogni tipo, la rinascita della società civile. Fu un periodo in
cui ogni punto di vista, anche il più estremo, trovò
espressione: già nel marzo del 1987, ad esempio, una nuova
organizzazione nazionalista antisemita, Pamjat’ (Memoria),
organizzò dimostrazioni a Mosca. Le difficoltà economiche
causarono scioperi; nel 1989 i minatori in lotta portarono la
loro protesta nella capitale e gli eventi di quell’anno
nell’Europa dell’Est inasprirono il malcontento diffuso: in
massicce manifestazioni si chiedevano la democrazia e il
miglioramento delle condizioni materiali, e ci si scagliava
contro i privilegi della nomenklatura. Molti leader locali
furono rimossi dai loro incarichi. In molte città all’inizio
del 1990 si formò un «blocco» (sorta di protopartito
politico) per la «Russia democratica», che propugnava un
ampliamento contenuto della partecipazione elettorale.
Gorbačëv, intanto, con altre mosse cruciali, continuava a
contrastare l’inerzia del partito: una proposta di legge del
Comitato centrale del PCUS , ratificata nel marzo del 1990
dal III Congresso dei deputati del popolo, modificò la
Costituzione, eliminando definitivamente il monopolio
politico del partito. A breve seguirono complete libertà di
elezione e di parola; i collegi elettorali cominciarono ad
avere voce in capitolo nelle decisioni a livello locale e
regionale. Contemporaneamente il Congresso ratificò
anche la proposta di creare una presidenza esecutiva
dell’Unione: oltre al controllo del governo (Consiglio dei
ministri), il nuovo presidente dell’Urss sarebbe stato a
capo di un Consiglio presidenziale (che sostituiva a tutti gli
effetti il Politbjuro, ormai depotenziato, ma abolito
definitivamente, in quanto inefficace, nel novembre del
1990) e di un Consiglio della federazione, composto dai
leader delle varie repubbliche. Allo stesso tempo fu
allentato l’antico divieto di formare correnti e
«piattaforme» separate all’interno del partito. Senza indire
pubbliche elezioni, Gorbačëv divenne presidente
dell’Unione con un ballottaggio segreto del Congresso,
mantenendo al contempo il ruolo di segretario generale del
PCUS . La presidenza del Soviet supremo (portavoce del
Congresso) fu separata dalla nuova carica di presidente.
Gorbačëv aveva ora una base di potere all’interno e
all’esterno del partito, ma non aveva ancora l’investitura
del voto popolare.
L’autorità del PCUS continuava a scemare. L’istituzione di
una struttura presidenziale di governo alternativa e la
detronizzazione del partito dal suo «ruolo guida»
segnarono una svolta. Il sistema sovietico nel suo
complesso si era fondato sulla capacità della leadership,
basata sul partito, di mantenere e giustificare il proprio
dominio forzato sulla società, richiamandosi all’ideologia
universalista di cui era depositaria. Il «ruolo guida» del
partito ne rappresentava solo il logico corollario. La sua
scomparsa infranse i legami di base che tenevano insieme
le strutture economiche e politiche dell’Unione.
Le questioni economiche
Gorbačëv aveva ereditato un’economia sempre più
inadeguata al rango di superpotenza. Il dodicesimo piano
quinquennale (1986-1990) si pose ugualmente obiettivi
estremamente ottimistici, tanto da causare deficit di
bilancio strisciante e inflazione occulta. Nei primi due anni
non fu presa nessuna misura radicale di riforma
economica. La glasnost’ alimentò una pubblica e sempre
più eterodossa discussione sulle questioni economiche,
senza far emergere, tuttavia, nei circoli dell’élite, un
indirizzo dominante. Nel 1987-1988, di pari passo con
l’allargamento della sua azione politica, e spinta da
preoccupanti dati economici, l’amministrazione di
Gorbačëv mise mano a seri cambiamenti. Furono decretati
il decentramento del potere decisionale, una maggiore
autonomia per le industrie locali, l’ampliamento dei legami
economici (in particolare le joint venture) con il mondo
esterno e la legalizzazione e l’assorbimento dell’economia
sommersa, soprattutto con le leggi del 1988, che
permettevano attività economiche individuali e cooperative
private. Come la campagna contro l’alcolismo, anche questo
allentamento dei controlli centrali ottenne risultati
inaspettati. La devoluzione economica parziale si rivelò
problematica. Nate dallo stesso spirito dei «gruppi
informali» dilaganti, le cooperative indipendenti si
moltiplicarono: da 13.921 nel 1988, con 155.000 impiegati,
salirono a 245.356 nel 1991, con 6 milioni di impiegati.
Rispondevano a un grande bisogno sociale, ma vennero
presto usate da scaltri funzionari e dirigenti d’industria per
sfuggire ai vincoli del piano economico e spogliare lo stato
del suo patrimonio. La loro crescita fu accompagnata
dall’ascesa dei racket mafiosi, dalla corruzione dei
funzionari incaricati dei controlli e dalla confusione
finanziaria: infatti le nuove organizzazioni, come anche le
joint venture, non erano in armonia, ma in competizione
con le strutture finanziarie e di rifornimento tradizionali.
Invece di migliorare l’economia nel suo complesso, questi
sviluppi ne accelerarono il tracollo, incoraggiando pratiche
sempre più eterodosse. La crescente influenza della
politica di base assecondò questo indirizzo, poiché i politici
locali difendevano gli interessi dei propri collegi elettorali.
Quando l’amministrazione cittadina di Mosca impedì la
vendita al dettaglio ai non moscoviti, i funzionari delle
regioni che rifornivano la città, i cui elettori viaggiavano
regolarmente per fare acquisti a Mosca, reagirono
sospendendo l’invio dei beni nella capitale. Nel 1989 ci fu
qualche tentativo amministrativo di recuperare il controllo
centrale sull’attività economica, ma la potente
Commissione statale per la riforma economica, istituita nel
luglio del 1989 per elaborare nuove strategie, proseguì
inesorabilmente sulla strada di una economia mista.
Ciononostante, di fronte al pullulare delle proposte di
riforma economica e alle crescenti difficoltà politiche, il
governo di Gorbačëv non seppe assumersi la responsabilità
dei sacrifici e della confusione che un immediato
cambiamento radicale avrebbe comportato, e adottò solo
misure parziali e palliative. L’abolizione del ruolo guida del
partito e la sua rapida perdita di prestigio peggiorarono
ulteriormente la situazione: l’apparato del partito era la
cinghia di trasmissione che diffondeva informazioni e
direttive economiche. Senza di esso, l’economia pianificata
rischiava il collasso.
Il problema dell’Unione
La soppressione del monopolio politico del PCUS
minacciava l’Unione nelle sue fondamenta. Se il PCUS
doveva ora essere solo un partito tra gli altri, senza il
carisma di un diritto divino o la sanzione della violenza,
allora solo la convinzione, la persuasione o l’interesse
materiale potevano tenere unita l’Urss; e Gorbačëv non
aveva dato il giusto peso alle latenti forze conflittuali
centrifughe, represse all’interno delle repubbliche
dell’Unione. Un controllo meno pressante e gli eventi
esteuropei del 1989 – il Muro di Berlino cadde a novembre
– spinsero a rivendicare l’autonomia, se non
l’indipendenza, i movimenti nazionalistici in Georgia,
Moldavia e Ucraina; tra armeni e azeri, e in Uzbekistan,
scoppiarono scontri etnici. Nelle repubbliche baltiche,
Estonia, Lettonia e Lituania, dove dopo la Seconda guerra
mondiale, e poco prima della creazione dell’«impero
esterno», era stato ristabilito il potere sovietico, nel 1988
erano emersi «fronti popolari» indipendentisti; tutte e tre
le repubbliche proclamarono la loro sovranità all’interno
dell’Unione. Ciò portò i capi di altre repubbliche, e la
stessa leadership della RS FS R , a riconsiderare la propria
posizione all’interno dell’Unione. Unica nell’Urss, la Russia
non aveva istituzioni di partito proprie: il partito comunista
russo si era trasformato in PCUS nel 1925. I russi avevano
sempre dominato il partito e le istituzioni sovietiche – il
58% dei membri del PCUS erano russi –, ma non
possedevano una struttura di governo separata per i propri
affari e gran parte della ricchezza prodotta nella RS FS R
veniva amministrata dagli organi dell’Unione. Emerse ora
un movimento che voleva la creazione di istituzioni
separate per la RS FS R . Nel 1990 nacque un Congresso dei
deputati del popolo russo; El’cin, per pochi voti di
differenza, ne fu eletto primo presidente. Seguirono altri
organismi: il Partito comunista della RS FS R , che divenne la
roccaforte dei più fieri oppositori conservatori di Gorbačëv,
l’Accademia russa delle scienze, il KGB della RS FS R e i
sindacati. Nel giugno del 1990, per la disperazione di
Gorbačëv, il Congresso russo proclamò la RS FS R stato
sovrano, affermando il primato della legislazione russa su
quella dell’Unione e il proprio diritto di controllo delle
istituzioni della repubblica. L’esempio russo venne presto
seguito dalla maggior parte delle repubbliche, dando avvio
de facto alla devoluzione del potere a livello repubblicano.
Gli stati baltici erano già andati oltre, promulgando
provvisorie dichiarazioni di indipendenza; le leadership
delle altre repubbliche, ormai quasi del tutto libere dalla
disciplina del partito, adottarono atteggiamenti
nazionalistici per ingraziarsi l’elettorato, guardando con
crescente sospetto alla nuova repubblica russa e alle sue
pretese.
Gorbačëv si ritrovò tra l’incudine dell’opposizione
conservatrice e il martello del liberismo radicale e del
separatismo delle repubbliche. Nel 1990 l’amministrazione
russa e quella dell’Unione si scontrarono per il controllo
dei beni economici sul territorio della RS FS R . Gorbačëv si
convinse definitivamente della necessità di una rapida
transizione all’economia di mercato, e i suoi consiglieri
cercarono di ricucire gli strappi con la leadership della
repubblica russa e con gli economisti radicali, proponendo
progetti di ampio respiro per il cambiamento economico, il
cosiddetto «Piano dei 500 giorni». Ma Gorbačëv, pressato da
potenti gruppi di interessi, continuò a temporeggiare in
favore di una soluzione meno drastica; l’alleanza con i
radicali si ruppe e la situazione economica non migliorò.
Alla fine del 1990, il presidente tornò indietro, cercando di
accordarsi con una «destra» minacciosa, designando alcuni
conservatori ai posti chiave del governo, dell’esercito e dei
servizi di sicurezza. In reazione a queste nomine, a
dicembre il ministro degli esteri liberale Eduard
Ševardnadze si dimise, denunciando il pericolo di una
dittatura; nel gennaio del 1991, in seguito agli appelli di
non meglio definiti «comitati per la salvezza nazionale»
filosovietici in Lituania e in Lettonia, truppe speciali
sovietiche occuparono gli edifici del governo di Vilna e di
Riga, uccidendo un gran numero di civili negli scontri con
la folla; 100.000 dimostranti protestarono a Mosca e El’cin
chiese pubblicamente a Gorbačëv di dimettersi: le truppe
speciali furono richiamate. Una nuova ondata di instabilità
economica rese ancora più evidenti i pericoli della
repressione e di un conservatorismo economico
incompetente. Gorbačëv virò verso il centro. Sperando di
disinnescare la questione dell’Unione e delle nazionalità, a
marzo indisse un referendum sul mantenimento
dell’Unione. Sei repubbliche lo boicottarono; in Russia
intanto si votava anche per istituire l’elezione diretta del
presidente. Nelle repubbliche che parteciparono si ottenne
una vasta maggioranza di consensi e ad aprile
cominciarono colloqui, con quanti erano disposti ad
ascoltare (compreso il rappresentante russo El’cin), per la
revisione del trattato dell’Unione, vigente dal 1922. Questi
dibattiti costituzionali portarono a una bozza di trattato
per una nuova, più libera e «genuinamente volontaria»,
«Unione di stati sovrani»; completato il 23 luglio 1991, il
testo fu pubblicato il 14 agosto, per poi essere firmato
ufficialmente da nove repubbliche il 20. Intanto, nelle
elezioni dirette per la nuova presidenza della RS FS R , nel
giugno del 1991, El’cin ottenne una vittoria schiacciante,
raggiungendo un’eccezionale posizione politica e morale:
era il primo leader russo eletto dal popolo. Il
vicepresidente era Aleksandr Ruckoj, capo del blocco dei
Comunisti per la democrazia. Forte del suo trionfo, a luglio
El’cin promulgò un decreto che proibiva a ogni partito
politico di operare sui posti di lavoro: un colpo diretto al
partito comunista, che aveva proprio lì la sua base
organizzativa.
Il colpo di stato di agosto e la fine dell’Urss
Preparata la nuova stesura del trattato dell’Unione,
Gorbačëv si prese una vacanza in Crimea. Le sue speranze
di risolvere il problema dell’Unione furono però infrante
da un colpo di stato messo in atto il 19 agosto dagli
ultraconservatori nel tentativo disperato di impedire lo
smantellamento dell’Urss. I responsabili, membri del
«Comitato statale di emergenza», erano uomini da lui
stesso nominati, quei conservatori da poco accolti nel
governo: il vicepresidente, il primo ministro, il ministro
della Difesa, il capo del KGB. Quando Gorbačëv si rifiutò di
collaborare, lo misero agli arresti domiciliari nella sua
dacia (casa di campagna) in Crimea, annunciarono a Mosca
che era malato e inabile a governare e proclamarono lo
stato di emergenza. Irrisoluti e privi di un vasto consenso,
non avevano un vero piano né un’adeguata preparazione. E
soprattutto non riuscirono ad arrestare El’cin e i suoi
colleghi, il vicepresidente russo Ruckoj e il portavoce del
Parlamento Ruslan Chasbulatov, che si barricarono nella
«Casa Bianca», la sede del Congresso dei deputati del
popolo a Mosca. Circondata dai carri armati dei golpisti,
questa fu difesa da migliaia di cittadini moscoviti
disarmati. Da sopra un carro armato, El’cin (che aveva con
sé un cameraman) rivolse un drammatico appello alla folla
e al mondo. Le dimostrazioni di massa contro il putsch
nella ex Leningrado – ora nuovamente San Pietroburgo –
furono guidate dal sindaco riformista Anatolij Sobčak.
Il colpo di stato durò tre giorni; Gorbačëv ritornò e i
golpisti furono arrestati. Non direttamente coinvolto nel
golpe, il partito comunista ne uscì comunque macchiato, e
il 23 agosto El’cin umiliò il segretario generale Gorbačëv
sospendendo ufficialmente il PCUS sul territorio russo.
Gorbačëv inizialmente protestò, poi si dimise dalla
segreteria. Il Congresso dei deputati dell’Urss, associato al
PCUS , si sciolse per sempre a settembre; a novembre El’cin
dichiarò il partito illegale in Russia. Nella seconda metà del
1991 furono create nuove istituzioni di transizione
dell’Unione; queste, insieme al loro presidente Gorbačëv,
vennero sempre più marginalizzate dagli organismi della
nascente Repubblica Russa, che assunsero gradualmente i
poteri del regime dell’intera Unione. La situazione
economica continuava a peggiorare, spingendo le singole
repubbliche a seguire ognuna la propria strada. El’cin non
seppe sfruttare la sua enorme autorità morale per attuare
riforme decisive, temendo di provocare il collasso sociale
completo e di ripetere l’ottobre del 1917. Gli effetti del
putsch di agosto andarono comunque in direzione
totalmente opposta rispetto alle intenzioni dei golpisti: il
definitivo discredito del PCUS e il crollo dell’Unione
Sovietica. Il potere era ormai in mano alle repubbliche, ora
molto sospettose nei confronti del centro e della potente
Repubblica Russa di El’cin. Inoltre, la retorica nazionalista
e secessionista dei loro capi ottenne il consenso delle
masse, mentre l’indipendenza prometteva alle élite della
nomenklatura un prestigio e un’autorità cui altrimenti non
avrebbero mai potuto aspirare. Lituania e Georgia avevano
già dichiarato formalmente la loro indipendenza; con il
fallito colpo di stato simili dichiarazioni si susseguirono a
cascata e a novembre ormai solo la Russia e il Kazachstan
erano ancora nell’Unione Sovietica. Anche se Mosca
celebrò l’insuccesso del golpe come un trionfo della
democrazia, i tentativi di Gorbačëv e di El’cin di riaprire i
negoziati per una nuova Unione riformata fallirono del
tutto. Mosca riconobbe ufficialmente solo l’indipendenza
delle repubbliche baltiche. Ma l’Ucraina, membro
fondamentale, rifiutò di accettare una qualsiasi Unione
dotata di organi centrali con potere decisionale vincolante;
alla fine, nel dicembre del 1991, i leader delle repubbliche
slave, Bielorussia, Russia e Ucraina, tre dei firmatari
originari del trattato del 1922, dichiararono
congiuntamente la fine dell’Urss e annunciarono la nascita
di un’innocua Federazione degli Stati Indipendenti (S NG
CS I ), che manteneva uno spazio economico e alcune
competenze militari in comune, mentre per il resto lasciava
le repubbliche indipendenti. Altri otto stati (Armenia,
Azerbajdžan, Kazachstan, Kirgizistan, Moldova,
Tadžikistan, Turkmenistan, Uzbekistan) si unirono al
nuovo accordo. Le repubbliche baltiche e la Georgia ne
rimasero fuori. Gorbačëv si dimise da presidente
dell’Unione, e il 31 dicembre 1991 l’Urss cessò di esistere.
VIII
La Federazione Russa dopo il 1991:
libero mercato e democrazia?

Il crollo dell’Unione Sovietica segnò anche la fine del


comunismo come sistema di valori di riferimento, cui si
sostituirono la democrazia e il libero mercato. El’cin portò
avanti una transizione economica imperfetta, che fu fonte
di grandi difficoltà per la massa della popolazione, ma di
enorme ricchezza per una manciata di «nuovi russi». In
ogni caso, stava prendendo forma una nuova economia: il
1991 aveva posto le fondamenta per lo sviluppo
democratico. Le relazioni tra El’cin e il Parlamento,
tuttavia, si deteriorarono rapidamente, fino ad arrivare allo
scontro armato nel 1993. La nuova Costituzione che ne
seguì gli assicurò come presidente ampie prerogative,
dandogli pieni poteri di governo e di controllo sulla società;
di lì a breve scoppiò la guerra in Cecenia. La nuova
situazione causò anche profondi cambiamenti sociali e
culturali, che sovvertirono e misero in crisi un radicato
modo di vivere e l’identità stessa dei russi. Alla ricerca di
un successore, El’cin trovò il suo uomo in Vladimir Putin,
salito alla ribalta come primo ministro e trionfatore delle
elezioni nel 1999; nel 2000 Putin fu eletto presidente.
Identità, democrazia e mercato
La nascita di un’economia di mercato
La fine dell’Unione e lo scioglimento del Congresso
permisero a El’cin di portare avanti in tutta libertà una
radicale riforma economica. Il presidente decise di
rimandare le elezioni e di emanare in seguito una nuova
Costituzione, necessaria dopo i vari cambiamenti. Secondo
il nuovo primo ministro, il trentacinquenne Egor Gajdar,
seguace di Hayek e della Thatcher, per portare la Russia
direttamente a un’economia di mercato serviva una
«terapia d’urto». Come primo passo verso il cambiamento,
nel gennaio del 1992 fu introdotta la liberalizzazione dei
prezzi (a eccezione degli alloggi e delle utenze
domestiche), che aumentarono vertiginosamente; il
contraccolpo per la popolazione fu immediato. Nei
successivi anni di transizione il problema della riforma
economica si trasformò in un campo di battaglia. El’cin
governò in stile sovietico, fondando il suo potere su piccole
consorterie. Di fronte agli effetti di un cambiamento così
rapido e spesso sconsiderato, i riformatori da lui scelti per
governare vennero sempre più osteggiati.
Nel giugno del 1992 il governo procedette alla
privatizzazione delle industrie di stato, concedendo a tutti i
cittadini le risorse necessarie per comprarne le azioni: un
buono di 10.000 rubli a testa poteva essere investito nelle
imprese appena privatizzate. Dirigenti e operai potevano
ottenere la maggioranza azionaria a condizioni favorevoli.
Per molti dirigenti fu l’occasione per acquisire il controllo
di imprese che prima amministravano, rilevando le quote
dei lavoratori. In tempi di inflazione alta, 10.000 rubli
rappresentavano, infatti, una piccola cifra e molti buoni
furono comprati da speculatori: in diversi casi, le vecchie
élite amministrative divennero i nuovi proprietari, e abili
operatori finanziari accumularono enormi fortune. Eppure,
molti industriali temevano che, ritirando i sussidi statali, si
sarebbe giunti al collasso: un problema critico anche da un
punto di vista sociale, poiché tradizionalmente le imprese
sovietiche fornivano servizi materiali e assistenza alla
propria forza lavoro. La privatizzazione, quindi, fu
ratificata dal Soviet supremo con la clausola che lo stato
avrebbe continuato a sostenere le industrie principali. Per
lo stesso motivo, la Banca centrale continuò a mantenere
ampi e inflazionistici conti creditori per le industrie. In
questo modo molte aziende in passivo sopravvissero e
conservarono i loro operai, che potevano a malapena
retribuire. Così, nonostante la feroce inflazione, la
disoccupazione restò bassa. Anche le fattorie collettive
continuarono a ricevere i sussidi statali, e la maggior parte
rifiutò la privatizzazione e lo smembramento, preferendo
costituirsi in cooperative agricole. Fu una decisione
razionale, presa nelle difficili circostanze dell’epoca,
quando il credito privato non era ancora disponibile, i
contratti non tutelabili in giudizio, i prezzi e i meccanismi
di pagamento del tutto inaffidabili e la promessa legge
sulla privatizzazione della terra oggetto di feroci
controversie; ma rifletteva anche la tradizionale diffidenza
verso il rischio e la mancanza di iniziativa delle fattorie
collettive. I problemi in agricoltura continuavano a non
trovare soluzione.
Nel dicembre del 1992 El’cin ritenne necessario
sostituire l’impopolare e poco carismatico Gajdar con il
meno radicale Viktor Černomyrdin, ex presidente del
colosso statale dell’energia Gazprom, che pose alcune
restrizioni ai profitti e all’aumento dei prezzi. Il trambusto
delle riforme aveva sconvolto le relazioni economiche
vigenti e destabilizzato il pagamento dei salari e delle
retribuzioni, gettando parecchie persone nella miseria più
nera. Nel 1992-1994 avere un secondo lavoro, barattare e
chiedere l’elemosina era comunissimo; i professionisti, in
attesa di ricevere lo stipendio, coltivavano verdure e
allevavano galline nelle loro dacie. Criminalità e violenza
aumentarono poiché i criminali approfittavano di
operazioni ufficiali e commerciali; divenne normale
esportare illegalmente metalli preziosi e tutto ciò che
poteva essere venduto, così come le fughe di capitali verso
banche svizzere (una parte del denaro trasferito proveniva
dall’appropriazione indebita dei prestiti ottenuti dal Fondo
monetario internazionale). Chi beneficiava di quel sistema
poteva comprare beni di ogni genere, importati o di
produzione interna, disponibili in sempre maggior
quantità, e i «nuovi russi» di successo si diedero a uno stile
di vita di consumi sfrenati. Inoltre, i salari aumentarono
gradualmente e la privatizzazione cominciò a prendere
piede: alla fine del 1994 quasi metà dei lavoratori era
impiegata in un’impresa privata. La presenza statale
rimaneva comunque forte, soprattutto nel settore agricolo.
I cambiamenti economici proseguirono. La linea
moderata di Černomyrdin favorì la grande industria; nel
1995-1996 un’ulteriore privatizzazione permise alle ditte
più prospere di acquistare azioni a buon mercato e formare
conglomerate. Fece la sua comparsa un gruppo di
ricchissimi «oligarchi», alcuni dei quali migliorarono
ulteriormente la loro posizione appoggiando nel 1996 la
campagna presidenziale di El’cin. Criminalità e violenza
rimasero all’ordine del giorno: le conglomerate avevano i
loro eserciti privati, mentre le aziende più piccole pagavano
regolarmente alle organizzazioni mafiose un pizzo
(«tetto») per proteggere i loro affari. In queste condizioni
gli investimenti stranieri erano cauti e spesso rapaci, e
sfruttavano la difficile situazione per guadagnare soldi
facili. L’economia dipendeva in larga misura dai prestiti del
Fondo monetario internazionale, che spesso non furono
utilizzati a dovere o finirono nelle tasche sbagliate. Per
recuperare le entrate perdute nella privatizzazione delle
industrie statali, il governo istituì un regime fiscale
pesantissimo, che inevitabilmente incoraggiò l’evasione; la
grande Gazprom, ad esempio, si rifiutò di pagare. Si cercò
un’altra fonte di entrate nei titoli di stato, con tassi di
interesse abbastanza alti da attirare acquirenti in Russia e
all’estero. Il pagamento degli interessi si rivelò, però,
insostenibile. Nel 1998 la Russia fu costretta a venire meno
al pagamento dei suoi debiti, provocando un’enorme crisi
industriale e bancaria, la svalutazione della moneta e la
rovina di moltissimi risparmiatori. Tuttavia, da un certo
punto di vista, il crac del 1998 permise all’economia russa
di trovare una sua stabilità: dopo aver toccato il fondo, si
poteva solo risalire. Nel 2001 la Banca mondiale cancellò la
Russia dall’elenco delle nazioni in crisi. Alcuni grandi
problemi strutturali, però, rimangono tuttora.
Le difficoltà della democrazia
La vittoria alle elezioni presidenziali del 1991 conferì a
El’cin un’autorità politica senza precedenti. Con la nascita
dell’Unione, il sistema di controllo politico dell’era
sovietica fu quasi completamente abolito. Ma il duro
programma di riforme da lui sostenuto provocò un
crescente malcontento, mentre lo stile di governo
relativamente autocratico e le sue scelte politiche lo
portarono verso un conflitto sempre più aperto con il
Parlamento russo (Congresso e Soviet supremo), anch’esso
investito di un mandato elettorale. Il Parlamento, la cui
composizione risaliva ancora alle elezioni del 1990,
comprendeva molti critici intransigenti della politica
presidenziale e divenne il centro dell’opposizione, guidata
dall’ex alleato di El’cin Chasbulatov, che contava
sull’appoggio del vicepresidente Ruckoj. La tensione
continuò a salire: le politiche del presidente venivano
sempre più osteggiate. Alla fine nel 1993, con un decreto
presidenziale, fu sciolto il Parlamento e vennero
annunciate nuove elezioni. In tutta risposta, il Parlamento
dichiarò illegale il decreto, depose El’cin e insediò al suo
posto Ruckoj, che lanciò un appello per un’azione di massa
contro il Cremlino. Entrambe le parti rivendicavano il
mandato popolare. La situazione di stallo si risolse soltanto
quando El’cin proclamò lo stato di emergenza e il 4 ottobre
convinse il suo riluttante ministro della Difesa ad attaccare
la Casa Bianca, in cui il Parlamento si era asserragliato e
che lui stesso aveva difeso due anni prima. Quando i
cannoni cominciarono a sparare, i parlamentari si arresero:
furono imprigionati insieme ad alcuni golpisti del 1991.
Nelle elezioni di dicembre fu approvata una nuova
Costituzione, proposta da El’cin, che gli concedeva
vastissimi poteri presidenziali. Ma l’elettorato dimostrò di
disapprovare la violenza usata alla Casa Bianca, affidando
una buona fetta dei 450 deputati della nuova Duma di stato
al Partito liberaldemocratico ultranazionalista di Vladimir
Žirinovskij e al rifondato Partito comunista della
Federazione Russa, guidato da Gennadij Zjuganov.
L’equilibrio parlamentare cambiò con le elezioni del 1995,
quando Zjuganov e il suo gruppo divennero il partito
maggiore. Ma alle elezioni presidenziali del 1996, nel
ballottaggio tra Zjuganov e El’cin, quest’ultimo ottenne
un’ampia maggioranza, un risultato raggiunto anche grazie
al monopolio dell’informazione televisiva, a un losco lavoro
di propaganda, a favori economici elargiti a ricchi
sostenitori e, probabilmente, anche a brogli elettorali.
Queste elezioni, in effetti, non rappresentarono il trionfo
della democrazia e furono in linea con altri atteggiamenti
autoritari dello «zar Boris», la cui riconferma, tuttavia, fu
salutata con favore in Occidente.
Dopo il 1993 El’cin ebbe la fortuna di non dover
affrontare nessun avversario di un certo calibro. Le
maggiori istituzioni nazionali dipendevano da lui o lo
assecondavano. La Chiesa ortodossa, recuperata l’autorità
di un tempo, aveva bisogno dello stato per le proprie
entrate e per l’appoggio contro le altre confessioni: il
patriarca Alessio II sostenne apertamente El’cin. Le forze
armate, prive di mezzi, demoralizzate e incapaci di
provvedere ai contingenti ritirati dai paesi dell’Est,
mancavano di una leadership unitaria e non furono capaci
di formare un’opposizione politica. I nuovi media
preferirono attaccare i vizi privati di El’cin piuttosto che la
sua politica; le élite beneficiavano del suo regime.
L’avversario più temibile era rappresentato dal nuovo
Partito comunista, la cui ideologia divenne sempre più
nazionalista e conservatrice; Zjuganov si dichiarò cristiano.
Tra il 1995 e il 2001 il Partito comunista dominò la Duma,
ma dopo la vittoria elettorale del 1995 non mostrò la
capacità di formare un governo alternativo. Tanto meno ne
erano capaci gli altri partiti minori, mancando di una salda
struttura organizzativa e non rappresentando interessi
sociali reali. Nonostante la scarsa salute di El’cin dopo il
1995, le voci di corruzione che circondavano la sua famiglia,
la sua perdita di popolarità e i contrasti con la Duma, la
posizione del presidente rimase relativamente stabile.
Nel 1994, forte del potere acquisito, El’cin invase la
Cecenia. In alcune repubbliche, Georgia, Azerbajdžan,
Armenia, Moldova, Tadžikistan, il crollo dell’Unione
Sovietica era stato accompagnato da scontri armati, anche
di grande intensità. Il territorio della Russia, invece, era
rimasto pacifico e integro, non toccato da simili conflitti;
ma la Repubblica Caucasica della Cecenia, che faceva parte
della RS FS R , aveva proclamato la sua indipendenza nel 1991,
guidata dal Džokar Dudaev, un ambiguo leader
nazionalista, ed era riuscita a mantenere la sua posizione di
fronte alla minaccia di Mosca. El’cin, che aveva sciolto i
legami che tenevano unita l’Urss, non poteva però tollerare
secessioni dalla Russia: dopo il fallimento dei negoziati e
delle operazioni clandestine, e sfidando l’opposizione del
suo governo, il presidente inviò l’esercito. Le deboli forze
russe conquistarono Groznyj, capitale della Cecenia,
operando con grande brutalità, ma non riuscirono a
piegare i separatisti. Questo uso estremo e ingiustificato
della forza era in netto ed evidente contrasto con gli ideali
democratici professati da El’cin. Inoltre, non ebbe
successo. Per puntellare la propria posizione nella
campagna elettorale del 1996, El’cin giunse a un accordo e
concluse una tregua, che permise a entrambe le parti di
non perdere la faccia.
Il cambiamento culturale e l’identità nazionale
Oltre a problemi di transizione politico-economica, il crollo
dell’Unione Sovietica provocò rapidi mutamenti socio-
culturali e una crisi di valori che investì l’identità stessa
della popolazione e l’immagine che da tempo aveva di sé.
Molti aspetti dell’ideologia precedente furono
completamente rovesciati. Sebbene, nel 1991, la linea
ufficiale fosse per molti ormai priva di significato, adattarsi
a vivere con principi radicalmente diversi si rivelò
doloroso, soprattutto in un periodo di sconvolgimento
economico. Con la glasnost’ e l’apertura degli archivi di
stato furono portati alla luce vari crimini politici, ma senza
che le vittime fossero risarcite o i colpevoli ne
rispondessero: da questo punto di vista il governo e la
società non hanno ancora affrontato per intero quella
pesante eredità sovietica. La capacità imprenditoriale e
l’accumulo di ricchezze, prima stigmatizzati, divennero
obiettivi positivi, proprio mentre la maggioranza della
popolazione cadeva ancor più nella miseria. I limiti e le
deficienze imposti dalla pianificazione statale, i controlli e
gli equilibri burocratici furono sostituiti dalle incertezze e
dalle esigenze finanziarie di un mercato privo di regole.
L’ordine e la stabilità della vita quotidiana garantite dallo
stato di polizia sovietico lasciarono il posto alla precaria
disponibilità dei beni, all’inflazione, all’erosione del
risparmio, a illegalità e violenza criminale. La crisi
dell’industria portò al declino dei servizi sociali (assistenza
sanitaria e all’infanzia, istruzione), per cui i fondi
scarseggiavano. Le donne furono le più colpite: le prime a
risentire del crollo dei salari e della diminuzione del lavoro,
dovettero anche affrontare molti problemi in ambito
familiare. Gli anni Novanta, infatti, videro aumentare i casi
di alcolismo e di violenza domestica (a volte mortali),
nonché il numero dei divorzi e delle famiglie con un unico
genitore (la madre).
L’élite intellettuale (l’intellighenzia dell’epoca sovietica),
promotrice e custode dei valori sociali e culturali, aveva
goduto finora del sovvenzionamento statale attraverso
organizzazioni come l’Unione degli scrittori e l’Accademia
delle scienze, di cui Gorbačëv, in particolare, aveva cercato
di accattivarsi i favori. Dopo il 1991, queste organizzazioni
continuarono a esistere, ma i loro fondi furono
drasticamente ridimensionati. Il dovere di «dire la verità al
potere», o di raccontare bugie in cambio di privilegi, ha
lasciato il posto a problemi di pura sopravvivenza
quotidiana. Le vecchie regole artistiche si ritrovarono a
confronto con le richieste dei consumatori, le esigenze di
pubblicità e notizie scandalistiche dei nuovi media
commerciali e il successo di vendite di generi inediti come
il romanzo erotico dello scrittore ultranazionalista Eduard
Limonov. Allo stesso tempo, la nuova libertà concesse
opportunità senza precedenti, che molti seppero sfruttare.
La fine della censura e il rientro degli esuli (Solženicyn
tornò in patria nel 1994) riunirono l’emigrazione russa e gli
intellettuali rimasti. Ne è emersa una nuova cultura, varia,
attiva e umana, con figure di spicco come lo scrittore Viktor
Pelevin. I mezzi di comunicazione, però, soprattutto la
televisione, così influente dal punto di vista politico, sono
finiti ancora sotto controllo, questa volta da parte dei ricchi
«oligarchi» e recentemente del governo, mentre la FS B
(succeduta al KGB) accusava di tradimento coloro che, come
Aleksandr Nikitin e Grigorij Pasko, telecronisti di
tematiche ambientali, o il giornalista Andrej Babickij,
senza infrangere alcuna legge, rendevano noti errori e
misfatti dell’amministrazione.
La religione e la Chiesa ortodossa hanno goduto di un
ritorno di popolarità, autorevolezza e prestigio che nel 1998
culminarono nell’anniversario dei mille anni dalla
conversione di Vladimir. L’abolizione del Consiglio
sovietico per gli affari religiosi, nel 1991, aprì la strada alla
libertà di fede e di culto; tutti i maggiori leader politici
hanno cercato l’appoggio della Chiesa. (Il vuoto ideologico
lasciato dalla fine del comunismo incoraggiò la fede in
credenze e filosofie strane e bizzarre.) Nonostante la sua
collaborazione con il regime sovietico, la Chiesa ortodossa
è divenuta per la nuova società una delle istituzioni russe
più fidate. Eppure, a causa del suo desiderio di supremazia
sulle altre religioni (soprattutto sulle ricche chiese
straniere), non ha saputo liberarsi della sua tradizionale
dipendenza dal potere statale. Ci sono stati conflitti con la
Chiesa greca ortodossa: nuove norme statali hanno creato
difficoltà ad altre confessioni cristiane ed è noto anche un
caso in cui sono stati bruciati libri di teologi occidentali e
ortodossi liberali.
Dopo il 1991, la nuova configurazione territoriale ha
messo in crisi molte identità tradizionali. Un gran numero
di russi, vivendo in territori dell’ex Unione Sovietica, si
sono ritrovati fuori dalla Federazione Russa, nel cosiddetto
«vicino estero»; l’Ucraina, ad esempio, è ancora considerata
da molti russi parte della loro comunità e la sua secessione
ha sconvolto il loro senso di integrità nazionale. D’altra
parte, la Federazione Russa nella sua forma postsovietica
rimane multietnica, comprendendo circa duecento
nazionalità; nel nuovo ordinamento, la struttura federale e
la storia delle relazioni tra le etnie potrebbe dare adito a
conflitti e controversie. Finora si è generalmente cercato un
modo civile per ricostruire l’identità nazionale (uguali
diritti per tutti senza distinzione di etnia), ma il dissenso si
è fatto sentire nella persistente popolarità del partito
comunista e nell’ascesa del nazionalismo di destra, a volte
antisemita.
I problemi di identità sono spesso legati allo stile di
governo ufficiale. La presidenza di El’cin fu caratterizzata
da continue baruffe su questioni di legge e sicurezza: tra le
altre questioni, la definizione postsovietica dei diritti di
proprietà, soprattutto riguardo alla terra, sollevò
un’enorme controversia che impedì a El’cin di promulgare
una legge agraria valida per tutta la Federazione. Una
conseguenza della sua vittoria sul Parlamento fu
l’estensione delle prerogative presidenziali, che permisero
il ritorno al sano principio della gosudarstvennost’, la
supremazia del potere statale. Tuttavia, nonostante i suoi
difetti personali, El’cin sembrò impegnarsi sinceramente
per la democrazia. Nella scelta del suo successore, invece,
agì in modo piuttosto tradizionale.
La successione a El’cin e gli anni di Putin
Nel 1995 la salute di El’cin cominciò a peggiorare,
aggravata dall’abuso di alcol, e nel 1996 il presidente subì
un intervento cardiaco per l’applicazione di diversi by-pass.
Durante il suo secondo mandato, la questione della
successione fu causa di crescente preoccupazione: il suo
regime è stato descritto come una «monarchia elettorale».
Nel marzo del 1998 lo scarso successo del primo ministro
Černomyrdin portò ala sua destituzione; i suoi successori
non ebbero lunga vita. Sergej Kirjenko (1998), giovane
riformatore tecnocratico, fu sommerso dalla crisi
dell’agosto del 1998. Evgenij Primakov (1998-1999), ex capo
dell’S VB, 10 appoggiato dalla Duma, perse l’incarico per aver
cercato di sfidare il monopolio politico di El’cin e del suo
poco rispettabile entourage. Anche Sergej Stepašin (1999),
un altro ex capo dei servizi, si dimostrò troppo
indipendente per i giochi di potere del Cremlino. In
Vladimir Putin (1999) El’cin trovò, finalmente, ciò che
cercava. Ignoto funzionario del KGB prima di entrare
nell’amministrazione della città di San Pietroburgo e poi in
quella presidenziale, Putin fu per un breve periodo a capo
della FS B e subito dopo divenne primo ministro. Potendo
contare su un sostegno inusuale da parte di El’cin, egli si
impose subito con autorità sul governo, afferrando
saldamente il potere politico. Dopo alcune incursioni nel
Dagestan e quattro grandi esplosioni nel settembre del
1999 in edifici residenziali moscoviti e di altri centri
cittadini, nuove ostilità con la Cecenia gli assicurarono
l’ascesa. Sebbene per molti osservatori le prove dimostrino
la responsabilità della FS B, questi attentati furono attribuiti
a terroristi ceceni. Reagendo con decisione, Putin riaffermò
l’integrità territoriale della Russia e la sua forza, e
conquistò grande popolarità. La seconda guerra cecena
compete con la prima per brutalità e indeterminatezza, ma
nel 2001, dopo l’atroce attentato alle Torri gemelle dell’11
settembre, dichiarando il suo sostegno alla «guerra al
terrorismo» americana, Putin è riuscito a dirigere altrove le
critiche esterne. Nelle relazioni internazionali, la sua
misurata difesa degli interessi russi è stata considerata
come una restaurazione della dignità nazionale. Nel
dicembre del 1999 il suo nuovo partito, Russia Unita,
ottenne un grande successo nelle elezioni parlamentari. Il
31 dicembre El’cin, con una mossa astuta e inaspettata,
diede le dimissioni; Putin, in qualità di primo ministro, gli
successe come presidente ad interim: una transizione
incruenta e nel pieno rispetto della Costituzione, ma
essenzialmente legata a una concezione patrimoniale della
politica, che svuotava di senso la partecipazione popolare e
parlamentare. Una delle prime azioni di Putin fu di
garantire a tutti i presidenti, compresi El’cin e la sua
famiglia, l’immunità nel caso di indagini e processi. Nelle
elezioni presidenziali del marzo 2000, trovandosi in
posizione assolutamente avvantaggiata, Putin vinse
facilmente al primo turno.
I profondi cambiamenti avvenuti dal 1991 in Russia, in
ogni campo – economico, sociale, culturale e politico –,
rendono evidente l’impossibilità di un ritorno al passato
sovietico. Il governo russo professa la sua fedeltà alla
democrazia e all’economia di mercato nell’accezione
euroamericana, e le basi per una moderna società pluralista
e aperta sono state poste. Tuttavia, il principio radicato
della gosudarstvennost’, vale a dire di un forte potere statale,
con le sue abitudini clientelari e paternalistiche, è ancora
molto popolare, e il Parlamento non è riuscito a
rappresentare un reale contrappeso all’esecutivo. Il
governo del presidente Putin ha mostrato chiaramente la
sua intolleranza nei confronti di altre basi politiche di
potere e la sua ferma intenzione di controllare l’importante
strumento della televisione. Il ritorno a una piena e
assoluta legalità è ancora lungi dall’essere universalmente
garantito. Putin ha dichiarato che il suo scopo è una
«dittatura della legge»; tuttavia, non sembrano esserci vere
barriere all’appropriazione dittatoriale di quest’ultima da
parte delle strutture di governo, un ritorno a vecchie
pratiche di comando. Il governo e i tribunali non hanno
finora dato segno di voler combattere le azioni illegali e gli
abusi compiuti dalle forze armate e di sicurezza o dal
crimine organizzato. La FS B mantiene un notevole potere
interno, e una parte del suo personale è integrata nel
governo e nell’industria. Lo stile presidenziale è imbevuto
di categorie occidentali, ma gli istinti di governo sembrano
essere ancora autoritari; il predecessore sovietico di Putin,
Jurij Andropov, un altro ex capo del KGB, che cercò di
migliorare la società mantenendo il suo controllo
autoritario, è stato elogiato dal presidente. Inoltre, è ancora
incerto se le attuali strutture economiche riusciranno nel
lungo periodo a offrire competitività e benessere, e come il
divario tra città e campagna verrà colmato, dopo la
definitiva approvazione di una legge agraria sempre attesa.
Ma, intanto, i russi godono ufficialmente di diritti e
libertà paragonabili a quelli dei loro vicini europei
(compreso il diritto di viaggiare e di emigrare; in Europa e
in America si è diffusa un’enorme diaspora russa). I
cambiamenti a livello culturale e nei mezzi di
comunicazione hanno mutato le aspettative. Nonostante i
suoi problemi economici, la Russia è dotata di grandi
risorse naturali e umane e, con la fine della Guerra fredda,
non deve più affrontare la minaccia di pericolosi stati
nemici e il peso di una struttura militare da grande
potenza. Resta ancora da vedere in quale modo questi
diversi fattori daranno forma alla Russia del XXI secolo.

10. Služba Vnešnej Razvedki, Servizio segreto esterno, l’equivalente


russo dell’MI 6 o della CI A. (NdA)
Ulteriori letture

Per un’esposizione più dettagliata sulla storia della Russia


consiglio l’ottima, anche se un po’ datata, Longman History
of Russia (1981-1996), in sette volumi, tra i quali quelli di P.
Dukes, G. Freeze, N. Risanovsky [ed. it. Storia della Russia.
Dalle origini ai giorni nostri, Milano 1994], e il più recente di
G. Hosking. Sono opere inestimabili per i riferimenti
geografici: M. Gilbert, The Routledge Atlas of Russian
History, London - New York 2002, e J. Channon, The Penguin
Atlas of Russia, London 1995. D. Shaw, Russia in the Modern
World: A New Geography, Oxford 1999, offre un’ottima
visione d’insieme sulla geografia storico-sociale. Tra gli
studi approfonditi sulla Russia come impero e stato
multietnico segnalo: D. Lieven, Empire: The Russian Empire
and its Rivals, London 2000; J. LeDonne, The Russian Empire
and the World, 1700-1917: The Geopolitics of Expansion and
Containment, New York 1997; e A. Kappeler, The Russian
Empire: A Multiethnic History, Harlow 2001. E le fotografie:
C. Obolensky, The Russian Empire: A Portrait in Photographs,
London 1980. Sulla frontiera vedi M. Khodarkovsky,
Russia’s Steppe Frontier: The Making of a Colonial Empire,
1500-1800, Bloomington, IN, 2002; sulla storia militare vedi
F. Kagan e R. Higham (a cura di), The Military History of
Russia and the Soviet Union, 2 voll., New York - Basingstoke
2002-2003; e E. Lohr e M. Poe, The Military and Society in
Russia, 1450-1917, Leiden 2002. Per cultura, arte,
architettura, letteratura e scienza vedi J. Billington, The Icon
and the Axe: An Interpretive History of Russian Culture, New
York 1970 (ancora utile); O. Figes, Natasha’s Dance: A
Cultural History of [Imperial and Soviet] Russia, London 2002
[ed. it. La danza di Nataša: storia della cultura russa, XVIII-
XX. secolo, Torino 2004]; W. Brumfield, A History of Russian
Architecture, Cambridge 1993; G. Hamilton, The Art and
Architecture of Russia, Harmondsworth 1983; V. Terras, A
History of Russian Literature, New Haven, CT, 1991; L.
Graham, Science in Russia and the Soviet Union: A Short
History, Cambridge - New York 1993. Sui contadini vedi T.
Scott, The Peasantries of Europe from the Fourteenth to
Eighteenth Centuries, London - New York 1998 (E. Melton
sulla Russia); e D. Moon, The Russian Peasantry, 1600-1930:
The World the Peasants Made, London - New York 1999;
l’analisi della società contadina di G. Spittler si trova nel
suo Peasants and the State in Niger (West Africa), in «Peasant
Studies», 8 (1979), pp. 30-47, ed è applicata alla Prussia
della prima età moderna in id., Abstraktes Wissen als
Herrschaftsbasis. Zur Entstehungsgeschichte bürokratischer
Herrschaft in Bauernstaat Preussen, in «Kölner Zeitschrift für
Soziologie und Sozialpsychologie», 32 (1980), pp. 574-604.
Sulla posizione geografica vedi D. Christian, A History of
Central Asia and Mongolia, vol. I, Inner Eurasia from
Prehistory to the Mongol Empire, Oxford 1998; la teoria di
Mackinder è sviluppata nel precedente W. Parker, An
Historical Geography of Russia, London 1968. Oltre a
Christian, il periodo delle origini (capitolo I) è trattato da P.
Dolukhanov, The Early Slavs: Eastern Europe from the Initial
Settlement to the Kievian Rus, London - New York 1996; S.
Franklin e J. Shephard, The Emergence of Rus, 750-1200,
London and New York 1996; J. Martin, Medieval Russian
History 980-1584, Cambridge 1995; M. Perrie e A. Pavlov,
Ivan the Terrible, London 2003. Sul sistema politico vedi N.
Kollmann, Kinship and Politics: The Making of the Muscovite
Political System, 1345-1547, Stanford, CA, 1987, id., By Honor
Bound: State and Society in Early Modern Russia, Ithaca, NY -
London 1999; e M. Poe, in «Comparative Studies in Society
and History», 38 (1996), pp. 603-18.
Un’opera recente sull’epoca dei torbidi (capitolo II) è C.
Dunning, Russia’s First Civil War: The Time of Troubles and
the Founding of the Romanov Dynasty, Pennsylvania 2001.
Sulla storia di Boris Godunov vedi C. Emerson, Boris
Godunov: Transpositions of a Russian Theme, Bloomington, IN,
1986; il fenomeno dei falsi zar pretendenti al trono è
affrontato con cura in M. Perrie, Pretenders and Popular
Monarchy in Early Modern Russia, Cambridge 1995. D.
Raleigh (a cura di), The Emperors and Empresses of Russia:
Rediscovering the Romanovs, Armonk, NY, 1996, dà una
visione d’insieme sulla nuova monarchia. J. Kotilaine e M.
Poe (a cura di), Modernizing Muscovy: Reform and Social
Change in Seventeenth-Century Russia, London - New York
2004, presenta gli studi più recenti sul XVII secolo.
Fondamentale per lo scisma è G. Michels, At War with the
Church: Religious Dissent in 17th-Century Russia, Stanford,
CA, 2000; e per la nascita della servitù della gleba, R. Hellie,
Enserfment and Military Change in Muscovy, Chicago -
London 1971. Della Siberia si è occupato W. Lincoln, The
Conquest of a Continent: Siberia and the Russians, London
1994; J. LeDonne affronta la dimensione imperiale in The
Grand Strategy of the Russian Empire: 1650-1831, Oxford
2004. Sulla storia sociale vedi J. Hartley, A Social History of
Russia. 1650-1800, London 1998; e B. Mironov, A Social
History of Imperial Russia, 1700-1917, Boulder, CO , 1999. Sui
cosacchi, P. Longworth, The Cossacks, London 1971; il suo
Alexis, Tsar of All the Russias, London 1984, è una biografia
appassionante. L. Hughes, Russia in the Reign of Peter the
Great, New Haven, CT - London 1998 [ed. it. Pietro il Grande,
Torino 2003], è l’opera moderna di riferimento su Pietro il
Grande. Vedi anche i contributi recenti di P. Bushkovitch e
J. Cracraft, e il punto di vista russo di E. Anisimov, The
Reforms of Peter the Great: Progress through Coercion,
Armonk, NY - London 1993. Sul XVIII secolo in generale
vedi S. Dixon, The Modernisation of Russia, 1676-1825,
Cambridge 1999. E. Anisimov presenta Empress Elizabeth:
Her Reign and Her Russia, 1741-1761, Gulf Breeze, FL, 1995.
Capitolo III: I. de Madariaga, Russia in the Age of
Catherine the Great, New Haven, CT, 1980/1990 [ed. it.
Caterina di Russia, Torino 1988], ancora non ha rivali; ottimo
anche il più breve S. Dixon Catherine the Great, Harlow -
London 2001. Sulla nobiltà e l’amministrazione vedi M.
Raeff, The Well-Ordered Police State […] in the Germanies and
Russia 1600-1800, New Haven, CT - London 1983; R. Jones,
The Emancipation of the Russian Nobility, 1762-1785,
Princeton 1973; J. LeDonne, Absolutism and Ruling Class in
Russia, 1700-1825, Oxford - New York 1991. H. Scott (a cura
di), Enlightened Absolutism: Reform and Reformers in Later
18th-Century Europe, London - Basingstoke 1990, è la
migliore storia dell’assolutismo illuminato. Su Pugačëv
vedi J. Alexander, Emperor of the Cossacks: Pugachëv and the
Frontier Jacquerie of 1773-1775, Lawrence, KS , 1973; e H.
Landsberger, Rural Protest: Peasant Movements and Social
Change, London 1974; gli inizi del movimento abolizionista
russo sono affrontati in una prospettiva più ampia da J.
Blum, The End of the Old Order in Rural Europe, Princeton
1978, e in modo specifico da D. Moon, The Abolition of
Serfdom in Russia, 1762-1907, Harlow 2001. Su Potëmkin e il
sud vedi S. Montefiore, Prince of Princes: The Life of Potemkin,
London 2000. Sulla condizione della donna vedi W. Rosslyn
(a cura di), Women and Gender in 18th-Century Russia,
Aldershot 2003; vedi anche il suo Anna Bunina (1774-1829)
and the Origins of Women’s Poetry in Russia, Lewiston, NJ ,
1997. Manca una storia moderna della cultura russa del
XVIII secolo e della corte; vedi comunque H. Rogger,
National Consciousness in Eighteenth-Century Russia,
Cambridge, M A, 1960 [dello stesso autore si può leggere in
italiano La Russia prerivoluzionaria: 1881-1917, Bologna
1992]. «Canadian-American Slavic Studies» XVI/3, XVI/3-4
(1980, 1982, tra cui J.S. Carter); e I. de Madariaga, Politics
and Culture in Eighteenth-Century Russia, London 1998. P.
Roosevelt offre uno splendido resoconto in Life on the
Russian Country Estate: A Social and Economic History, New
Haven, CT - London 1995. J. Hartley e W. Lincoln offrono
due buone biografie di Alessandro I, l’una, e di Nicola I,
l’altro. Sui decabristi, oltre alle più vecchie opere di
riferimento di A. Mazour e M. Raeff, vedi P. O’Meara, The
Decembrist Pavel Pestel: Russian’s First Republican,
Basingstoke - New York 2003. N. Riasanovsky, A Parting of
Ways: Government and the Educated Public in Russia, 1801-
1855, Oxford 1976, descrive il diffondersi del dissenso. Sulla
politica estera vedi H. Ragsdale, Imperial Russian Foreign
Policy, Cambridge 1993. Il vecchio studio di M. Anderson
su The Eastern Question, 1774-1923, London 1966, è ancora
utile; sullo smembramento della Polonia vedi J. Lukowski,
The Partitions of Poland 1772, 1793, 1795, Harlow 1999, e
sulla Guerra di Crimea D. Goldfrank, The Origins of the
Crimean War, London 1994.
Le «grandi riforme» (capitolo IV) sono trattate da W.
Lincoln, The Great Reforms: Autocracy, Bureaucracy and the
Politics of Change in Imperial Russia, DeKalb, IL, 1990
[dell’autore su questo periodo si può leggere in italiano
L’avanguardia delle riforme: i burocrati illuminati in Russia,
1825-1861, Bologna 1993]; e B. Eklof, Russia’s Great Reforms,
1855-1881, Bloomington, IN, 1994. Sull’emancipazione vedi i
già citati Blum e Moon, e S. Hoch in «Slavic Review», 62/2
(2004), pp. 247-74. A. Gleason ha scritto una storia molto
godibile su: Young Russia: The Genesis of Russian Radicalism
in the 1860s, Chicago - London 1983; B. Clowes, S. Kassow e
J. West (a cura di), Between Tsar and People: Educated Society
and the Quest for Public: Identity in Late Imperial Russia,
Princeton 1991, esamina lo sviluppo della società civile. V.
Shevzov, Russian Orthodoxy on the Eve of the Revolution,
Oxford - New York 2004; R. Stites, The Women’s Liberation
Movement in Russia […] 1860-1930, Princeton - Oxford 1991;
e A. Jones, Late Imperial Russia: An Interpretation. Three
Visions, Two Cultures, One Peasantry, Bern 1997, analizzano
tre importantissimi gruppi sociali. Sui contadini vedi anche
C. Worobec, Peasant Russia: Family and Community in the
Post-Emancipation Period, Princeton - Oxford 1991; B.
Kingston-Mann e T. Mixter con J. Burds (a cura di), Peasant
Economy, Culture and Politics of European Russia, 1800-1921,
Princeton - Oxford 1991; R. Bartlett (a cura di), Land
Commune and Peasant Community: Communal Forms in Late
Imperial and Soviet Russia, Basingstoke - London 1990. Lo
studio migliore sull’ultimo zar è D. Lieven, Nicholas II,
Emperor of All the Russias, London 1993. Le fasi della
rivoluzione sono ben documentate da O. Figes, A People’s
Tragedy: The Russian Revolution, 1891-1924, London 1996 [ed.
it. La tragedia di un popolo: la rivoluzione russa, 1891-1924,
Milano 1997]; e da C. Read, From Tsar to Soviets: The Russian
People and their Revolution, London 1996. La figura di Lenin
è analizzata nei minimi dettagli da R. Service, Lenin: A
Political Life, voll. 1-3, Basingstoke - New York 1985-1995; e
id., Lenin: A Biography, Basingstoke - Oxford 2000 [ed. it.
Lenin: l’uomo, il leader, il mito, Milano 2001].
Sul periodo sovietico in generale (capitoli 5 e 6) vedi R.
Service, A History of Modern Russia from Nicholas II to Putin,
Penguin 2003 [dello stesso autore, sui medesimi temi è
stata tradotta in italiano Storia della Russia nel XX secolo,
Roma 1999]; e A. Nove, An Economic History of the URS S ,
1917-1991, Harmondsworth 1992. E. Mawdsley, The Russian
Civil War, Boston, M A, 1987, va integrato con O. Figes,
Peasant Russia, Civil War: The Volga Countryside in
Revolution, 1917-1921, Oxford 1989. Altri aspetti della
rivoluzione sono analizzati da E. Wood, The Baba and the
Comrade: Gender and Politics in Revolutionary Russia,
Bloomington, IN, 1997; e R. Stites, Revolutionary Dreams:
Utopian Visions and Experimental Life in the Russian
Revolution, New York - Oxford 1989. Sulla vita postuma di
Lenin vedi N. Tumarkin, Lenin Lives! The Lenin Cult in Soviet
Russia, Cambridge, M A - London 1997. Sulle nazionalità
vedi T. Martin, Affirmative-Action Empire; Nations and
Nationalism in the Soviet Union, 1923-1939, London - Ithaca,
NY, 2001. A. Graziosi racconta The Great Peasant War:
Bolsheviks and Peasants, 1918-1933, Cambridge, M A, 1997
[ed. it. La grande guerra contadina in Urss: bolscevichi e
contadini, 1918-1933, Napoli 1998], e R. Conquest ne narra
gli esiti tragici in The Harvest of Sorrow: Soviet
Collectivisation and the Terror Famine, London 1986.
L’industrializzazione è stata analizzata da Nove, in diverse
opere di R. Davies, e da H. Kuromiya, Stalin’s Industrial
Revolution: Politics and Workers, 1928-1932, Cambridge 1988.
L’ottimo S. Fitzpatrick, Stalin’s Peasants: Resistance and
Survival in the Russian Village after Collectivisation, New
York - Oxford 1994, si può integrare con il suo Everyday
Stalinism: Ordinary Life in Extraordinary Times: Soviet Russia
in the 1930s, New York 1999. L. Siegelbaum, Stakhanovism
and the Politics of Productivity in the US S R , 1935-1941,
Cambridge 1988; e S. Kotkin, Magnetic Mountain: Stalinism
as a Civilisation, Berkeley 1995, analizzano la propaganda in
tema di eroi del lavoro. R. Conquest, The Great Terror: A
Reassessment, Oxford 1990, ribadisce la sua interpretazione
originaria [ed. it. Il grande terrore: le purghe di Stalin negli
anni Trenta, Milano 1998; Il grande terrore: gli anni in cui lo
stalinismo sterminò milioni di persone, Milano 2006]; J. Getty
(con O. Naumov, a cura di) rivede il suo revisionismo in The
Road to Terror: Stalin and the Self-Destruction of the
Bolsheviks, 1932-1939, New Haven, CT - London 1999. Dopo
A. Solženicyn, Arcipelago Gulag, 1918-1956: Saggio di
inchiesta narrativa, Milano 1974, il gulag è stato analizzato
da A. Applebaum, Gulag: A History of the Soviet Camps,
New York - London 2003 [ed. it. Gulag: storia dei campi di
concentramento sovietici, Milano 2004]. Il dibattito sulla
natura dello stalinismo è riassunto da H. Shukman (a cura
di), Redefining Stalinism, London - Portland, OH, 2003; la tesi
di N. Vakar, The Taproot of Soviet Society, New York 1962,
merita maggiore attenzione. L’apertura degli archivi ha
stimolato ulteriori studi su Stalin e su altri argomenti
sovietici: uno dei più recenti è R. Service, Stalin: A
Biography, London 2004. Altre solide biografie sono quelle
di S. Cohen su Bucharin [Bucharin e la rivoluzione bolscevica:
biografia politica, 1888-1938, Milano 1975], I. Thatcher su
Trockij (2003), A. Knight su Berija (1993) [Beria: ascesa e
caduta del capo della polizia di Stalin, Milano 1997], W.
Taubman su Chruščëv (2003), A. Pyman su Blok (1979-
1980), R. Reeder sull’Achmatova (1994). L’epoca ha prodotto
moltissime opere di memorie, vedi in particolare quelle
delle vittime delle purghe E. Ginsburg, N. Mandel’štam e
A. Larina.
L’opera di riferimento sulla «Grande guerra patriottica»
è R. Overy, Russia’s War, London 1998. Sull’epoca dei
principali leader del dopoguerra vedi M. McCauley, The
Khrushchev Era, 1954-1964, London 1995; e E. Bacon e M.
Sandle, Brezhnev Reconsidered, Basingstoke 2002.
Sull’economia vedi P. Hanson, The Rise and Fall of the Soviet
Economy: An Economic History of the US S R from 1945, London
2003; sull’economia sommersa, S. Lovell, A. Ledeneva e A.
Rogachevskii (a cura di), Bribery and «Blat» in Russia:
Negotiating Reciprocity from the Middle Ages to the 1990s,
Basingstoke - London 2000; e A. Ledeneva, Russia’s Economy
of Favours: Blat, Networking and Informal Exchange,
Cambridge 1998. Sulla Chiesa vedi N. Davies, A Long Walk
to Church: A Contemporary History of Russian Orthodoxy,
Oxford - Boulder, CO , 2003; e sull’élite M. Voslensky,
Nomenklatura: Anatomy of the Soviet Ruling Class, London
1984. Gli ultimi dirigenti sovietici – Chruščëv, Brežnev,
Gorbačëv – hanno tutti scritto autobiografie e memorie
(così El’cin e Putin). M. Galeotti racconta il «Vietnam
russo» in Afghanistan: The Soviet Union’s Last War, London
1995. A. Brown si occupa di Gorbačëv in The Gorbachëv
factor, Oxford 1996. C. Hosking, J. Aves e P. Duncan, The
Road to Post-Communism: Independent Movements in the
Soviet Union 1985-1991, London 1992, e R. Sakwa, Gorbachev
and His Reforms 1985-1990, London 1990, offrono uno
sguardo sugli ultimi sviluppi sociali dell’Urss. Il crollo
dell’Unione Sovietica è analizzato da R. Suny, The Revenge of
the Past: Nationalism, Revolution and the Collapse of the
Soviet Union, Stanford, CA, 1993, e nel manuale di Sakwa,
Russian Politics and Society, London 2002.
Sakwa, Russian Politics, arriva fino ai giorni nostri. Vedi
anche A. Steen, Political Elites and the New Russia: The
Power Basis of Yeltsin’s and Putin’s Regimes, New York 2003;
A. Aslund, How Russia Became a Market Economy, London
1995; A. Barker, Consuming Russia: Popular Culture, Sex and
Society Since Gorbachëv, Durham, NC , 1999; e R. Service,
Russia: Experiment with a People, From 1991 to the Present,
London 2002. J. Ellis, The Russian Orthodox Church:
Triumphalism and Defensiveness, London 1996, e G. Smith,
The Nationalities Question in the Post-Soviet States, London -
New York 1996, analizzano due importanti gruppi sociali.
El’cin racconta la sua vicenda politica in Midnight Diaries,
London 2000 [ed. it. Diario del presidente (Milano 1994)] e
Putin in First Person, London 2000 [ed. it. Memorie
d’Oltrecortina (Roma 2003)]. Gli appassionati di arti
marziali potranno anche consultare V. Putin e altri, Judo:
History, Theory, Practice, Berkeley 2004 [ed. it. Impara il judo
con Putin: la storia, la tecnica, la preparazione, Milano 2001].
Ringraziamenti

Devo alla Routledge Publishers e a sir Martin Gilbert la possibilità di


riprodurre delle cartine già presenti in The Routledge Atlas of Russian
History di Martin Gilbert (Routledge 2002), e al professor John T. Alexander
la cartina a pagina 135 (dal suo Autocratic Politics in a National Crisis: the
Imperial Russian Government and Pugachev’s Revolt, Bloomington and
London 1969).
Inserto fotografico
La cattedrale di Santa Sofia, Kiev. La sua costruzione, iniziata nel 1037,
durò circa vent’anni. (Foto © Tips Images)
Una delle chiese interne del Cremlino, Mosca. (Foto Mario De
Biasi/Archivio Mondadori)
Il monastero della Santa Trinità (poi della Trinità di San Sergij), a
Zagorsk, cittadina a settanta chilometri da Mosca. (Foto Mario De
Biasi/Archivio Mondadori)
Ivan IV il Terribile (1533-1584), olio su tela di Viktor Vasnecov (1897).
(Galleria Tretjakov)
Pietro I il Grande (1672-1725), in un’incisione del XIX secolo. (Archivio
Mondadori)
La fondazione di San Pietroburgo nel 1703. (Milano, Civica Raccolta
delle Stampe Bertarelli)
La cattedrale dell’Intercessione, sulla Piazza Rossa a Mosca, costruita
tra il 1555 e il 1561. È nota come cattedrale di San Basilio, per Vasilij,
jurodivyj («santo folle»). (Archivio Mondadori)
La chiesa della Trasfigurazione (1714), nell’isola di Kiži, sul lago
Onega. Ora è patrimonio dell’umanità. (Archivio Mondadori)
Il Palazzo di Marmo a San Pietroburgo (particolare di un acquarello di
Sadovnikov, Parigi, Biblioteca Nazionale). Fu donato da Caterina II al
suo amante Grigorij Orlov, per aver fatto assassinare Pietro III.
Caterina II la Grande (1762-1796) con l’uniforme delle Guardie
Preobraženskij, in un dipinto di Vigilius Eriksen (Chartres, Musée des
Beaux-Arts). (Archivio Mondadori)
Caterina II la Grande (1762-1796) in un ritratto anonimo (Trieste,
Castello di Miramare). (Archivio Mondadori)
Campagna di Russia, 1812, in un’incisione del XI X secolo. (Archivio
Mondadori)
Le slitte russe, usate durante l’inverno per trasportare legna da ardere
e altra merce (incisione del XI X secolo).
Contadini russi che giocano a dadi (incisione del XI X secolo).
Mercante russo fa i conti con un pallottoliere di grani (incisione del XI X
secolo).
La chiesa della Resurrezione a San Pietroburgo, costruita nel luogo in
cui fu assassinato lo zar Alessandro I I . (Archivio Mondadori)
La famiglia di Nicola II con i reali inglesi in occasione della visita dello
zar in Inghilterra, 1° agosto 1908. (Archivio Mondadori)
Nicola I I con la famiglia, in una foto del 1913. (Archivio Mondadori)
Rasputin, pseudonimo di Grigorij E. Novych, in una foto del 1915.
(Archivio Mondadori)
Lenin a Razliv (1939), olio su tela dei Kukryniksy (celebre trio formato
da M.V. Kuprijanov, P.N. Krylov, N.A. Sokolov). Raffigura Lenin
durante l’esilio nel piccolo paesino a trenta chilometri da San
Pietroburgo, dove egli rimase nascosto nell’estate del 1917. (Archivio
Mondadori)
San Pietroburgo, 1917. Rivoluzione d’Ottobre: autoblindo davanti allo
Smol’nyj. (Archivio Mondadori)
Manifesto del 1917 che ritrae un soldato bolscevico custode della
Rivoluzione. (Archivio Mondadori)
Manifesto che recita: «Ljubimyj Stalin - sčast’e narodnoe!», L’amato
Stalin è la fortuna del popolo! (Archivio Mondadori)
MGU (Moskovskij Gosudarsvennyj Universitet), l’Università Statale di
Mosca. È una delle cosiddette «sette sorelle», grattacieli di epoca
staliniana disposti a raggiera intorno al centro simbolico della città di
Mosca. (Foto Grossetti/Archivio Mondadori)
L’astronauta Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio, 1961.
(Foto Novosti)
Chruščëv, durante una conferenza stampa nell’agosto 1959. (Foto Paris
Match/Epoca/Mondadori)
El’cin parla alla folla in piedi a un carrarmato durante il colpo di stato
del 1991. (Foto © Lu-Hovasse Diane/Corbis Sygma)
Gorbacëv e El’cin si danno la mano dopo il fallito colpo di stato del
1991. (Foto © Peter Turnley/Corbis)
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diffuso senza il preventivo consenso scritto dell’editore. In caso di
consenso, tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da
quella in cui l’opera è stata pubblicata e le condizioni incluse alla
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Storia della Russia


di Roger Bartlett
First published 2005 by PALGRAVE MACMILLAN
Houndmils, Basingstoke, Hampshire RG21 6XS and 175 Fifth
Avenue, New York, N.Y. 10010
Companies and representatives throughout the world
Titolo originale dell’opera: A History of Russia
© 2007 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Si ringrazia Maria Di Salvo per la consulenza all’edizione italiana
Ebook ISBN 9788852059544

COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO | PROGETTO


GRAFICO: V. CANTONE / G. CAMUSSO | VISITATORI AL
MAUSOLEO DI LENIN, MOSCA 1961