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Cartesio

Il metodo
Il metodo che Cartesio cerca è teoretico e pratico: esso deve condurre a saper distinguere il bene dal
male, in vista all’utilità che possono dare all’uomo. Il metodo deve essere semplice ed unico, il fine
ultimo è il vantaggio dell’uomo nel mondo.
La filosofia che ne deriverà dovrà insegnare all’uomo ad essere padrone e possessore della natura,
una forma di sapere dovrà aiutare gli uomini a creare congegni per fargli godere la natura ed altre
comodità.
Per creare e definire il suo metodo Cartesio si avvale della matematica, perché essa è già in
possesso di un metodo efficace formato da regole che però bisogna giustificare. Esplicitando i
principi su cui si fonda. Quindi ciò che fa Cartesio è:
a) formulare le regole tenendo presente il procedimento matematico in cui sono già applicate
b) fondare con una ricerca metafisica il valore assoluto e universale del metodo individuato
c) dimostrare la fecondità del metodo nei vari rami del sapere
Le regole del metodo cartesiano
Le regole del metodo sono quattro:
- evidenza = impone di accettare come vero solo ciò che ci si presenta chiaro e di escludere ogni
elemento che ha qualche forma di dubbio
- analisi = un problema deve essere diviso in sotto-problemi più semplici
- sintesi = si passa dalle conoscenze più semplici a quelle più complesse gradualmente
- enumerazione e revisione = controlla l’applicazione delle due regole precedenti. Secondo
l’enumerazione si controlla che l’analisi sia stata condotta correttamente mentre secondo la
revisione si fa lo stesso ma con l’analisi
Le regole non hanno in sé la propria giustificazione ma bisogna giustificarle risalendo all’uomo
come ragione.
Il dubbio e il cogito
Per trovare il fondamento di un metodo che deve essere la guida in tutte le scienze bisogna
applicare il dubbio metodico, dubitare di tutto e considerare almeno provvisoriamente tutto come
falso. In questo modo si giunge ad un principio che resiste al dubbio, questo principio deve essere
ritenuto saldissimo e servirà da fondamento per tutte le conoscenze.
Cartesio ritiene che si debba dubitare solo delle conoscenze sensibili perché i sensi ci ingannano e
perché nei songi possiamo avere sensazioni simili a quelle che abbiamo in veglia.
Ci sono le conoscenze matematiche che sono vere sia nel sonno e sia nella veglia ma neppure
queste possono essere sottratte al dubbio perché sono state create da Dio il quale non ha nessun
limite.
Cartesio ritiene che noi siamo stati creati da un genio maligno, potenza malvagia che ci inganna
facendoci apparire chiaro ed evidente ciò che è falso ed assurdo. In questo modo il dubbio metodico
si estende ad ogni cosa e diventa universale: giungendo al dubbio iperbolico, io posso ammettere di
ingannarmi o di essere ingannato ma per poterlo fare ho la consapevolezza di esistere come essere
pensante che dubita, cogito ergo sum.
Io non esisto se non come cosa che dubita, può darsi che ciò che io percepisco non esista ma è
impossibile che io non esisto. Questo principio cartesiano riprende il pensiero di Campanella ed
Agostino ma si concentra nel trovare all’interno dell’esistenza del soggetto pensante il principio che
garantisce la validità della conoscenza umana e l’efficacia dell’azione umana sul mondo.
Le prove dell’esistenza di Dio
Cartesio dovrà dimostrare l’esistenza di Dio, e di un Dio buono, che non inganni l’uomo. Dio
costituisce il fondamento e la garanzia sia della verità di ciò che l’uomo consce sia dell’esistenza
del mondo esterno.
Cartesio elabora le sue prove partendo dal cogito.
Prima prova= esamina le idee e le distingue in tre categorie:
- innate = da sempre presenti in noi e non derivate dall’esterno. A queste appartiene il concetto di
cosa pensante
- avventizie = estranee a me e derivate dall’esterno. A queste appartiene il concetto di cose
naturali
- fattizie = formate o trovate da me stesso. A queste appartengono le idee delle cose inventate
Per scoprire se a qualcuna delle idee elencate corrisponde una realtà esterna, bisogna interrogarsi
sulla loro causa. Tutte le idee che io possiedo non hanno nulla di perfetto che non possa essere stato
prodotto da me (vale per le fattizie ed avventizie ma non vale per l’idea di Dio che dovrà essere
esterna a me).
Seconda prova= parte dalla constatazione del fatto che dubito e quindi compio un atto meno
perfetto rispetto al conoscere in modo certo, ma se sono in grado di riconoscermi come un essere
finto ed imperfetto è perché esiste un essere più perfetto del mio
Terza prova= ripropone la prova ontologica di Anselmo d’Aosta secondo cui non è possibile
concepire Dio come essere sovranamente perfetto senza ammettere la sua esistenza, perché
l’esistenza è una delle sue perfezioni necessarie.
Secondo Cartesio, Dio essendo perfetto non è in grado di ingannarmi, ciò vuol dire che tutto ciò che
appare chiaro ed evidente è vero perché Dio lo garantisce come tale. Dio è una sorta di termine
medio che ci permette di passare dalla certezza dell’io alla certezza di altre evidenze.
La possibilità dell’errore
L’errore dipende da:
- L’intelletto è limitato, tanto che noi possiamo pensare ad un intelletto più grande ed infinito.
- La volontà umana è libera e quindi più estesa dell’intelletto, e può fare determinate scelte sia
rispetto a cose che l’intelletto ci pone in modo chiaro sia rispetto a cosa che non sono chiare.
Nella possibilità di affermare o di negare ciò che l’intelletto non riesce a percepire chiaramente
consiste la possibilità dell’errore. L’errore dipende dal libero arbitrio che Dio ha dato all’uomo e si
può evitare solo attenendosi alle regole del metodo, e in primo luogo a quello dell’evidenza.

Il dualismo cartesiano
l’evidenza consente a Cartesio di eliminare il dubbio che all’inizio del suo ragionamento aveva
avanzato sulla realtà delle cose corporee. Quest’idea non può essere ingannevole: devono dunque
esistere delle cose corporee corrispondenti alle idee che noi ne abbiamo.
Secondo Cartesio non possiamo affermare che i corpi possiedono realmente tutte le qualità che noi
percepiamo. Ammettendo l’esistenza dei corpi accanto alla sostanza pensante che costituisce l’io,
una sostanza estesa, o corporea. Delineando un dualismo ontologico, egli divide la realtà in due
zone distinte:
- sostanza pensante = incorporea, inestesa, consapevole e libera
- sostanza estesa = corporea, spaziale, inconsapevole e meccanicamente determinata
Cartesio deve spiegare il rapporto, rendendo intelligibile il rapporto tra anima e corpo, egli risolve
la questione con la teoria della ghiandola pineale, che concepisce come la sola parte del cervello che
può unificare sensazioni che vengono dagli organi di senso.
Le critiche alle prove cartesiane dell’esistenza di Dio
Arnold: dice che l’argomentazione finisce per essere un circolo vizioso perché vuole dimostrare
l’esistenza di Dio sulla base dell’evidenza, ma al tempo stesso garantendo l’evidenza grazie
all’esistenza di un Dio che non inganna l’uomo.

Gassendì: L’esistenza non è un concetto presente nella definizione di qualcosa quindi quando si
dice che una cosa esiste non si sta indicando una proprietà che si aggiunge alle altre ma si sta
affermando che essa è.
Contesto e due capisaldi della prima prova:
1) L’idea di Dio come infinito è innata cioè se da sempre presente nella mente umana
2) Che quest’idea fosse positiva o originaria e quindi non derivasse da altri concetti o
dall’esperienza
Cartesio rispose ribaltando l’argomentazione e ricordando che pensare significa dubitare e quindi
essere coscienti della propria imperfezione. L’uomo quindi ricava l’idea dell’imperfezione della
fintezza della negazione dell’idea di perfezione di infinito e non viceversa. Questo non significa che
percepiamo immediatamente che Dio esiste ma possiamo supporre che non esista ma non possiamo
supporre che non sia infinito.

La discussione intorno al cogito


Arnold: vede nel ragionamento cartesiano un circolo vizioso perché se il cogito ergo Sum viene
accettato perché evidente allora la regola dell’evidenza risulta anteriore allo stesso cogito e la
pretesa di giustificarla in virtù diventa illusoria.
Cartesio risponde che l’evidenza il criterio di verità a fondarsi in ultima istanza sulla certezza del
cogito che è intesa come auto evidenza che il soggetto ha di se stesso. Leo è assoluto certo di essere
una cosa che pensa.

Gassendi: dice che il principio di Cartesio è la conclusione di un sillogismo abbreviato: “tutto ciò
che pensa esiste. Io penso. Dunque esisto”. Esso non può quindi essere considerato un principio
assoluto. Quindi con l’ipotesi del genio maligno anche la premessa “tutto ciò che pensa esiste”,
viene a cadere e l’affermazione della mia esistenza risulta infondata.
Cartesio risponde che il cogito non è un ragionamento, ma un’intuizione immediata della mente.

Hobbes: dice che Cartesio avuto ragione nel dire che Leo in quanto pensa esiste ma torto nel
pretendere di pronunciarsi su come l’io esiste.
Cartesio risponde: che l’uomo pensa sempre per cui il pensiero risulta per lui essenziale e il
pensiero in quanto atto del pensare esige un sostegno e se c’è il pensiero deve esserci una cosa che
sta sotto. Tale è la res cogitans cioè la sostanza pensante che è immateriale come il pensiero di cui è
il soggetto e ciò di cui costituisce l’essenza.
Hobbes
Ragione e calcolo
Hobbes scorge nel ragionamento una tecnica basata sui presupposti materialistici e nominalistici e
quindi opposta al metodo cartesiano. Hobbes va in cerca di ciò che costruisce la specificità
dell’uomo rispetto agli altri animali, infatti secondo lui tutti gli animali possiedono la ragione
perché sanno appagare i propri bisogni però l’uomo può prevedere e progettare a lunga scadenza e
possono farlo anche perché possiedono il linguaggio (segni con i quali cataloghiamo le nostre
esperienze per conservarle nella memoria e trasmetterle ad altri).
Il linguaggio rende possibile il ragionamento che secondo Hobbes è calcolo, cioè addizione o
sottrazione di concetti. La forma generale del ragionamento è il sillogismo ipotetico: se qualcosa è
uomo, è anche animale. Se qualcosa è animale, è anche corpo. Se qualcosa è uomo, è anche corpo.
Il sillogismo ipotetico mette in luce la causa di un fatto e poiché la scienza è fatta di dimostrazioni
ogni discorso scientifico non fa altro che mostrare la connessione per la quale da una determinata
causa si genera un determinato effetto. Questo accade nelle scienze che hanno come oggetto cose
create dall’uomo.
Le cose naturali sono prodotte da Dio e non dagli uomini, quindi gli uomini non ne conoscono le
cause. Si può risalire solo dalle dagli effetti, cioè dai fenomeni, alle loro cause supposte, ma poiché
uno stesso effetto può essere prodotto da due cause diverse si raggiungono conclusioni probabili ma
non vere
La politica
Hobbes vuole elaborare una dottrina politica fondata su premesse necessarie: egli concepisce questa
dottrina in analogia alla geometria derivabili da pochi principi, dai quali l’intera costruzione viene
dedotta, Geometrismo politico. I postulati intorno alla natura umana dai quali discende la scienza
politica di Hobbes sono due:
1) desiderio naturale, per cui ciascuno pretende di godere da solo dei beni comuni
2) ragione naturale, per cui ognuno vede la morte violenta come uno dei mali peggiori
Secondo il desiderio naturale si esclude che l’uomo sia un animale politico e nega che gli uomini
abbiano un istino che li porti alla benevolenza reciproca. Anche se gli uomini non traggono nessun
beneficio dal vivere in comune dovrebbero accettarlo per un’esigenza imposta dalla loro ragione
naturale.
Secondo Hobbes tra gli uomini c’è un timore reciproco e le cause di questo timore sono:
- l’uguaglianza naturale perché la natura ha equamente distribuito intelligenza e forza, allora
chiunque può dare la morte ad un altro uomo quindi tutti vivono nella paura
- la volontà naturale di godere dei beni messi a disposizione dalla natura unita all’insufficienza di
tali beni per tutti e ciò porta gli uomini a danneggiarsi a vicenda e fa si che lo stato d natura sia una
condizione di guerra tutti contro tutti.

Lo stato di natura
Lo stato di natura per Hobbes è un ipotesi razionale. Secondo Hobbes è esistito uno stato di natura
parziale e ritiene che dalla creazione del genere umano in poi esso non sia mai stato senza
un’organizzazione civile. Questa circostanza può verificarsi solo in pochi casi: guerre civili, società
primitive, tra gli stati sovrani.
Nello stato naturale nulla è giusto o ingiusto. Le nozioni della giustizia e dell’ingiustizia nascono
solo dove c’è una legge e la legge nasce dove c’è un potere comune, infatti nello stato naturale vige
il diritto di tutti su tutto.
La legge di natura consiste nell’eliminazione del diritto naturale. Il diritto naturale è descritto da
Hobbes come un istinto naturale che non è contrario alla ragione e vale solo finché l’uomo,
obbedendo alla sua stessa ragione non abbia trovato uno strumento per tutelare la sua
sopravvivenza.
La ragione calcolatrice e la legge naturale
La guerra universale nello stato di natura impedisce attività industriali e commerciali o artistiche e
scientifiche poiché l’uomo è visto come un animale solitario dominato dalla paura ed incapace di
distribuire il suo tempo, se l’uomo fosse privo di ragione, questa situazione si trasformerebbe in una
condizione di guerra totale. Ma la ragione indica all’uomo una via d’uscita, proibendo a ciascun
uomo di fare ciò che provoca la distruzione della vita e di omettere ciò che serve a conservarla
meglio, questo è il fondamento di tutte le leggi di natura.
Il diritto naturale dice che cosa l’uomo può fare per conservare la vita e si riferisce ad uno stato di
libertà illimitata; la legge naturale dice che cosa l’uomo deve fare, o evitare di fare per garantire la
propria sicurezza in modo efficace ed è una restrizione della libertà mediante una norma.
Le norme della legge naturale sono dirette a sottrarre l’uomo agli istinti e ad imporgli una disciplina
che gli procuri sicurezza.
- prima regola = cercare di mantenere la pace quando si ha la speranza di ottenerla ma quando non
la si può ottenere bisogna usare gli ausili e i vantaggi della guerra
- seconda regola = l’uomo deve rinunciare al suo diritto su tutto e accontentarsi di avere tanta libertà
rispetto agli altri
- terza regola = bisogna stare ai patti e mantenere la parola data, perché si può scegliere di
rinunciare al proprio diritto su tutto se anche gli altri uomini sono disposti a farlo firmando un patto
La concezione dello stato
Hobbes dice che l’unica via per rendere efficaci le leggi naturali è l’istituzione di un potere che
renda svantaggiosa ogni azione contraria ad esso, questo potere è lo stato.
La nascita della società civile si sviluppa in conformità con la seconda legge naturale, quindi con la
stipulazione di un contratto con il quale gli uomini rinunciano al loro diritto illimitato per trasferirlo
su un unico individuo. Chi rappresenta lo stato è il sovrano che ha il potere assoluto e la forma che
risponde meglio ai requisiti dello stato perfetto secondo Hobbes è la monarchia assoluta.
La teoria assolutistica
la teoria dello stato perfetto secondo Hobbes si può considerare come una forma di assolutismo con
dei tratti fondamentali:
- irreversibilità ed unilateralità del patto fondamentale. Una volta costituito lo stato, i cittadini non
possono dissolverlo negando ad esso il proprio consenso
- il potere sovrano è irreversibile, non può essere distribuito tra poteri diversi che si limitano a
vicenda
- il giudizio sul bene e sul male appartiene allo stato e non ai cittadini
Secondo Hobbes lo stato non ha alcun obbligo né verso se stesso né verso i cittadini. Inoltre
secondo il filosofo lo stato ha dei limiti perché esso non può inferire con i diritti alla vita.
Locke
L’empirismo
Locke è il fondatore dell’empirismo inglese che è una corrente filosofica moderna sviluppatasi in
Inghilterra tra il seicento e il settecento. L’empirismo è caratterizzato dalla concezione della ragione
come facoltà i cui poteri sono limitati dall’esperienza che è intesa in due modi:
1) come fonte e origine del processo conoscitivo = riconnette l’empirismo a tutta la tradizione anti-
innatistica della filosofia occidentale
2) come criterio di verità o strumento di certificazione delle tesi dell’intelletto, le quali sono valide
solo se sono suscettibili di controllo empirico = costituisce il carattere più originale dell’empirismo
moderno e sarà fatto valere in tutta la sua forza e coerenza solo da Hume
Il richiamo all’esperienza fa sì che l’empirismo tenda ad assumere un atteggiamento critico nei
confronti delle possibilità conoscitive dell’uomo e a seguire un indirizzo anti-metafisico, che
esclude dalla filosofia e da ogni ricerca i problemi riguardanti realtà che non sono accessibili agli
strumenti mentali di cui l’uomo dispone.
Dall’empirismo inglese nasce quel concetto di filosofia come analisi del mondo umano nei sui vari
ambiti.
La filosofia di Locke rappresenta da un lato la giustificazione dei procedimenti scientifici che
avevano permesso a Newton le sue scoperte e dall’altro la rielaborazione originale dei nuovi ideali
politici e religiosi scaturiti dalla rivoluzione inglese.
Ragione ed esperienza
Per Locke la ragione non è unica o uguale in tutti gli uomini, perché essi ne partecipano in misura
diversa, non è infallibile, non può ricavare le idee e i principi da se stessa ma deve ricavarli
dall’esperienza. La ragione è l’unica guida efficace di cui l’uomo dispone.
Locke dà vita alla prima indagine critica della filosofia moderna, diretta a stabilire le effettive
possibilità conoscitive umane, con l’individuazione dei limiti che le caratterizzano. Questi limiti
sono propri della ragione dell’uomo perché essa deve fare i conti con l’esperienza, l’esperienza
fornisce alla ragione le idee semplici che sono gli elementi di ogni sapere umano.
La ragione se controllata dall’esperienza impedisce all’uomo di cadere in problemi che sono al di là
della sua capacità.
Le idee semplici e la passività della mente
Locke desume da Cartesio il punto di partenza ella sua indagine: l’oggetto della nostra conoscenza è
l’idea. Locke introduce la prima limitazione rispetto al cartesianesimo: le idee derivano
direttamente dall’esperienza e poiché per l’uomo la realtà è interna o esterna, le idee possono
derivare dall’una o dall’altra di queste realtà. Se derivano dalla realtà interna si chiamano idee di
riflessione (idee che si riferiscono al nostro spirito), se derivano dalla realtà interna si chiamano idee
di sensazione (qualità che attribuiamo alle cose). Per quanto riguarda le idee di sensazione, Locke
distingue tra le sensazioni da una parte e le qualità delle cose che le producono in noi dall’altra.
Locke chiama qualità primarie quelle oggettive e qualità secondarie quelle soggettive.
L’esperienza ci fornisce solo idee complesse o idee semplici che sono prodotte dal nostro spirito
tramite la riunione di varie idee semplici. Ma neppure l’intelletto più potente può inventare o creare
un’idea semplice nuova. Questo è l’unico limite che ha l’intelletto.
Locke si mantiene fedele al principio secondo il quale avere un’idea vuol dire essere cosciente, si
avvale dell’innatismo. Le idee non ci sono quando non sono pensate, se esistessero delle idee innate
dovrebbero essere uguali per ogni uomo.
Le idee complesse e l’attività della mente
Nel ricevere le idee semplici lo spirito è passivo, esso diventa attivo nel servirsi di tali idee come di
un materiale per riunire ed organizzare le idee semplici. Quest’attività può dar luogo a idee
complesse e a idee generali.
Le idee complesse si possono ridurre a tre categorie:
1) sostanze = idee di ciò che è percepito come sussistente di per sé
2) modi = idee di ciò che è percepito come manifestazione di una sostanza
3) relazioni = idee che derivano dal mettere a confronto più idee, creando tra loro un rapporto
L’analisi di Locke risulta molto importante soprattutto per la sua idea di sostanza. Considerando che
molte idee semplici sono unite tra loro la nostra mente è portata a considerarle come un'unica idea
semplice con un substratum alla base (esso supera la testimonianza dell’esperienza). Ciò vale sia
per la sostanza corporea che per la sostanza spirituale.
Tra le idee complesse ci sono anche quelle di relazione. L’intelletto non si limita a considerare le
cose in maniera isolata, ma procede oltre, per riconoscere i rapporti in cui esse stanno con le altre
cose. Nascono così le relazioni ed i nomi relativi con cui si indicano le cose che sono poste in
relazione.
Locke scorge l’identità della persona nella coscienza che accompagna gli stati o i pensieri che si
succedono nel senso intero. L’uomo non solo percepisce, ma percepisce di percepire.
Le idee generali sono segni di un insieme di cose particolari, ricavati con un processo di astrazione.
I nomi generali sono segni di idee generali; ma le idee generali sono a loro volta segni di gruppi di
cose particolari, tra le quali è possibile riconoscere una somiglianza.
Stato di natura e diritto naturale
Locke è il fondatore del liberalismo, cioè uno dei primi difensori delle libertà dei cittadini, della
tolleranza religiosa e delle chiese. Locke afferma che esiste una legge di natura che è la ragione
stessa perché ha per oggetto i rapporti tra gli uomini e prescrive la reciprocità perfetta di tali
rapporti.
Anche per Locke lo stato di natura è caratterizzato da uno stato di uguaglianza tra tutti gli uomini, si
tratta di un’uguaglianza di diritti poiché tutti hanno il diritto di disporre di sé stessi e dei propri beni.
Nello stato di natura di ogni uomo è perfettamente libero, non sottoposto ad alcun potere. Questo
stato di natura è regolato dalla legge di natura che secondo Locke è una legge di ragione, rivela a
tutti gli uomini, poiché sono dotati tutti della ragione, alcuni limiti invalicabili: non si può violare
né la propria vita, né la vita e i beni degli altri.
Il diritto naturale è limitato alla propria persona e implica di applicare la giustizia naturale dove
ognuno può e deve reagire in modo proporzionato alle offese, assumendo il ruolo del giudice che
risarcisce un danno con una giusta pena.
Stato civile e libertà
Per Locke, lo stato di natura non è uno stato di guerra ma una condizione di pacifica coesistenza.
Ma può diventare uno stato di guerra quando una o più persone ricorrono alla forza per ottenere ciò
che la norma naturale vieterebbe di ottenere. Per evitare questa possibilità gli uomini si
costituiscono in società e abbandonano lo stato di natura.
La libertà dell’uomo in società consiste nel non sottostare ad altro potere legislativo che a quello a
cui si è prestato consenso, perché il potere civile è scelto dai cittadini e, quindi, è un atto di garanzia
di libertà dei cittadini stessi. L’uomo che non possiede alcun potere sulla propria vita non può
rendersi schiavo di un altro e porre sé stesso con un potere assoluto che disponga della sua vita
come gli piace.
Locke prevede la stipulazione di un contratto oltre che tra i sudditi, anche tra essi e il sovrano. Di
conseguenza esso non è l’origine della legge e del diritto, ma risulta esso stesso soggetto alla legge
e al diritto.
Tolleranza e religione
Nella lettera alla tolleranza Locke mette a confronto lo stato e la chiesa, individuando nel concetto
di tolleranza il punto d’incontro tra i compiti e gli interessi delle due istituzioni.
Lo stato è una società di uomini costituita per conservare e promuovere solo beni civili. L’unico
strumento di cui il magistrato dispone è la costrizione; ma la costrizione è incapace di condurre alla
salvezza, perché nessuno può essere salvato a suo malgrado. La salvezza dipende dalla fede e la
fede non può essere indotta negli animi con la forza.
La chiesa è una libera società di uomini che si riuniscono per onorare Dio nel modo che credono
sarà corretto per ottenere la salvezza dell’anima. La chiesa non fa e non deve fare nulla che c’entri
con i beni civili e non può usare la forza, poiché dannosa ed inutile.
Locke non vuole sminuire il valore della religione ma intende ridurlo all’unico valore della fede che
si contrappone alla ragione.
Hume
La vita
Nacque nel 1711 a Edimburgo da una famiglia di origini nobili. Nel 1725, ancora molto giovane iniziò a
frequentare l’Università dove studiò giurisprudenza. I suoi interessi erano rivolti alla filosofia e alla
letteratura. Hume si recò in Francia, dove rimase per tre anni dove si dedicò agli studi filosofici – in questo
periodo compose il Trattato sulla natura umana, che fu pubblicato tra il 1739 e il 1740. Ritorna in
Inghilterra e pubblica la prima parte dei saggi morali e politici.
Ebbe diversi incarichi politici, tra cui quello di segretario di un generale che lo portò con sé nelle sue
ambasciate militari presso le corti di Vienna e Torino.
Nel 1752 ebbe un posto come bibliotecario a Edimburgo e cominciò a comporre una Storia d’Inghilterra che
fu pubblicata in sei volumi e che ottenne un grande successo. Nello stesso anno fu data alle stampe anche la
Ricerca sui principi della morale.
Dopo esser stato a Parigi per circa tre anni Hume ritorna in Inghilterra ed ospita a casa sua il filosofo
Rousseau, ma il carattere ombroso di lui provocò subito una rottura tra i due. Dal 1796 Hume condusse una
vita tranquilla. Morì a Edimburgo nel 1776.

Il trattato sulla natura umana


L’opera espone il progetto di costruire una scienza della natura umana su una base sperimentale che fosse in
grado di offrire un analisi delle varie dimensioni che caratterizzano la natura dell’uomo: dalla ragione al
sentimento, dalla morale alla politica.
Secondo Hume la natura umana è la capitale del sapere e a causa di ciò ci sia bisogno di una scienza che la
studi. La filosofia empiristica e anti-metafisica di Hume finirà per influenzare questo progetto, delineando
un’immagine della natura umana limitata.

Le impressioni e le idee
Hume chiama percezioni i contenuti della mente e li divide in due classi, che si distinguono in base a come
colpiscono la nostra mente e penetrano nella conoscenza:
1. Impressioni: sensazioni, passioni ed emozioni, considerate nel momento in cui vediamo o sentiamo,
amiamo o odiamo, desideriamo o vogliamo. Esse hanno un carattere ripetitivo e sono un dato diretto
dell’esperienza
2. Idee o pensieri: sono le immagini indebolite delle impressioni
Ogni idea deriva dalla corrispondente impressione e non esistono idee o pensieri di cui non si si avuta prima
un’impressione. Secondo Hume non esistono idee astratte, quindi idee che non hanno caratteri particolari;
esistono unicamente idee particolari, assunte come segni di altre idee particolari a esse simili.
Per spiegare la capacità di un’idea di richiamare un gruppo di idee tra loro simili, Hume ricorre al principio
dell’abitudine. Quando abbiamo scoperto una somiglianza tra varie idee per diversi aspetti sono diverse, noi
adoperiamo un unico nome per indicarle, il nome risveglierà in noi non una singola idea ma l’abitudine che
abbiamo di considerarle insieme.
Il principio dell’abitudine si basa sul principio di casualità che a sua volta si basa sull’esperienza causa-
effetto, questa relazione si basa unicamente sull’esperienza poiché non è costituita a priori.

La credenza nel mondo esterno e nell’io


La conoscenza umana della realtà è per Hume il frutto di un sentimento o di un istinto, essa è priva di
necessità e rientra nel dominio della mera probabilità e non della scienza.
Le credenze non devono essere confuse con le finzioni: se la credenza dipendesse dall’intelletto o dalla
ragione, allora potremmo credere in qualunque cosa, poiché l’intelletto ha pieni poteri sulle proprie idee; la
credenza è riconducibile a quella vivacità in più che le impressioni hanno rispetto alle idee.
Hume distingue la credenza nell’esistenza continua delle cose dalla credenza nell’esistenza esterna delle
cose:
- Credenza nell’esistenza continua delle cose: Hume osserva che l’uomo è tratto a immaginare che esistano
cose dotate di un’esistenza continua e interrotta e quindi esisterebbero anche se ogni creatura fosse assente o
annientata. La coerenza e la costanza di alcuni gruppi di impressioni ci fanno dimenticare che le nostre
impressioni sono interrotte e discontinue e ce le fa considerare come riunite in oggetti stabili.
- Credenza nell’esistenza esterna delle cose: Hume dice che ciò che si presenta alla mente è solo
l’immagine della percezione dell’oggetto e i sensi fanno solo da tramite, poiché non c’è un rapporto
immagine-oggetto.
Hume risponde ai semi-filosofi e dice che la sola realtà di cui siamo certi è costituita dalle percezioni, una
realtà che sia diversa dalle percezioni ed esterna ad esse non si può affermare. La realtà esterna è
ingiustificabile.
Per quanto riguarda l’io, secondo Hume noi non facciamo alcuna esperienza, ne abbiamo alcuna impressione
di esso ma solo nei nostri stati d’animo successivi, che compaiono nella nostra coscienza. Ciò che
sperimentiamo come io è solo un fascio di percezioni che si susseguono nel tempo.
Kant
Si colloca alla fine dell’illuminismo ma nonostante ciò si discosta totalmente da esso poiché lui decide di
analizzare la ragione per chiarirne le possibilità e le strutture ma nonostante questo è in linea con le idee
illuministiche poiché anche lui afferma che i confini della ragione possano essere tracciati solo dalla ragione
stessa.
Dal 1780 Kant compone le sue tre opere principali: La critica della ragion Pura, La critica della ragion
Pratica e La critica del giudizio. Queste tre opere compongono il pensiero e le dottrine del filosofo.

Il criticismo
Il pensiero di Kant è definito criticismo perché egli fa della critica lo strumento principale della sua filosofia.
Infatti rifiutava le correnti filosofiche della sua epoca (empirismo e razionalismo). Per Kant criticismo
significa interrogarsi sul fondamento di determinate esperienze umane chiarendone: le condizioni che ne
permettono l’esistenza, le validità e i limiti entro cui vale. Secondo Kant risulta fondamentale il limite poiché
significava tracciarne la veridicità.
Le tematiche su cui si interroga il criticismo sono i fondamenti del sapere, della morale e dell’esperienza
estetica e sentimentale, essi si concretizzano nelle tre opere più importanti di Kant (La critica della ragion
Pura, La critica della ragion Pratica e La critica del giudizio).

La critica della Ragion pura


La critica della ragion pura venne pubblicata per la prima volta nel 1781, è un analisi critica dei fondamenti
del sapere; ai tempi di Kant il sapere si articolava solo in scienza e metafisica ed esse si presentavano in
modo diverso:
- scienza: appariva con un sapere fondato e in continuo progresso (ne fanno parte la matematica e la fisica)
- metafisica: procedeva oltre l’esperienza e forniva soluzioni diverse allo stesso problema e la identifica
come l’unione del mondo oggettivo e del soggetto.
Kant respinge lo scetticismo scientifico di Hume, ritenendo che il valore della scienza era un dato di fatto e
che non avesse senso dubitare su di esso; ne condivide lo scetticismo metafisico ma identifica la metafisica
come una disposizione naturale. L’unica differenza che Kant trova tra queste due forme del sapere è che la
scienza usa l’esperienza diretta mentre la metafisica no.
Si divide in due:
- dottrina degli elementi: scopre quegli elementi formali della conoscenza che Kant chiama a priori. Si
divide a sua volta in:
- estetica trascendentale: studia la sensibilità e le sue forme a priori dello spazio e del tempo, mostrando
come su di esse si formi la matematica
- logica trascendentale: si sdoppia a sua volta in analitica trascendentale e dialettica trascendentale
- dottrina del metodo: determina il metodo della conoscenza, come sia possibile usare le forme a priori della
conoscenza

I giudizi sintetici a priori


Kant è convinto che la conoscenza umana offra l’esempio di principi assoluti, cioè di verità universali e
necessarie che valgono ovunque e sempre allo stesso modo. Denomina questo tipo di principi giudizi sintetici
a priori:
- giudizi perché consistono nel connettere un predicato con un soggetto
- sintetici perché il predicato dice qualcosa di nuovo e di più rispetto al soggetto
- a priori perché sono non possono derivare dall’esperienza, la quale non ci dice che ogni evento dovrebbe
necessariamente dipendere da cause.
Dal punto di vista di Kant i giudizi non sono:
- giudizi analitici a priori: il predicato afferma qualcosa già contenuto nel soggetto. Sono universali e
necessari (es. tutti i corpi sono estesi)
- giudizi sintetici a posteriori: il predicato aggiunge un informazione nuova rispetto al soggetto. Sono
particolari e non necessari (es. alcuni corpi sono pesanti)
Ma secondo Kant i giudizi assoluti sono giudizi sintetici a priori (giudizi scientifici che hanno bisogno
dell’esperienza ma per contesti più complessi).
Per spiegare la provenienza dei giudizi sintetici a priori Kant elabora una nuova teoria della conoscenza:
- materia della conoscenza: molteplicità caotica e mutevole delle impressioni sensibili che vengono
dall’esperienza
- forma della conoscenza: insieme delle modalità fisse attraverso cui la mente umana ordina tali impressioni

La “rivoluzione copernicana”
Kant ribalta i rapporti tra soggetto ed oggetto, affermando che non è la mente che si modella in modo passivo
sulla realtà ma la realtà che si modella sulle forme a priori attraverso cui percepiamo. Inoltre Kant crede che
invece di chiedersi come sono fatte le cose in sé stesse, occorre chiedersi come il nostro modo di conoscerle
influenzi il loro modo di apparire.
Inoltre la rivoluzione di Kant comporta la distinzione tra:
- fenomeno: realtà che ci appare attraverso le forme a priori che sono proprie della nostra conoscenza
- cosa in sé: realtà considerata indipendentemente da noi e dalle forme a priori mediante le quali la
conosciamo

Le facoltà della conoscenza


Kant distingue tre facoltà conoscitive:
- la sensibilità: facoltà con cui gli oggetti ci sono dati intuitivamente attraverso i sensi, ordinati tramite le
forme a priori dello spazio e del tempo
- l’intelletto: facoltà mediante la quale pensiamo i dati sensibili tramite i concetti puri, o le categorie
- la ragione: facoltà attraverso cui cerchiamo di spiegare la realtà mediante le idee di anima, mondo e dio

Concetto di trascendentale
Il principale significato di trascendentale è quello che lo identifica con lo studio filosofico degli elementi a
priori, quindi, risultano trascendentali le discipline filosofiche che studiano gli elementi a priori come
l’estetica trascendentale, l’analitica trascendentale ecc.

L’estetica trascendentale
L’estetica trascendentale è la sezione della critica della ragion pura in cui Kant studia la sensibilità ricettiva e
le sue forme a priori. La sensibilità non è solo ricettiva ma anche attiva perché organizza il materiale delle
sensazioni tramite lo spazio ed il tempo che sono le forme a priori della sensibilità.
- spazio: forma del senso esterno, forma a priori, necessaria, che sta a fondamento di tutte le intuizioni
esterne e del disporsi delle cose l’una accanto all’altra
- tempo: forma del senso interno, rappresentazione a priori che sta a fondamento dei nostri stati interni e del
loro disporsi l’uno dopo l’altro. Si configura come la maniera attraverso cui percepiamo tutto
Kant giustifica l’apriorità del tempo e dello spazio con:
- argomenti metafisici: fa emergere il proprio punto di vista confutando sia la visione empiristica, che
considerava spazio e tempo come nozioni tratte dall'esperienza (Locke), sia la visione oggettivistica, che
considerava spazio e tempo come entità a sé stanti o recipienti vuoti (Newton), sia la visione concettualistica,
che considerava spazio e tempo come concetti esprimenti i rapporti tra le cose (Leibniz).
Contro l'interpretazione empiristica, spazio e tempo non possono derivare dall'esperienza, poiché per fare
un’esperienza qualsiasi dobbiamo già presupporre le rappresentazioni originarie di spazio e di tempo.
Contro l'interpretazione oggettivistica, Kant sostiene che qualora spazio e tempo fossero davvero dei
recipienti vuoti, ossia degli assoluti a sé stanti, essi dovrebbero continuare a esistere anche nell'ipotesi che in
essi non vi fossero oggetti.
Spazio e tempo non sono contenitori in cui si trovano gli oggetti bensì quadri mentali a priori entro cui
connettiamo i dati fenomenici. Per questo motivo, Kant parla di de-idealità trascendentale e di realtà
empirica dello spazio e del tempo.
Infine, Kant afferma che spazio e tempo non possono essere considerati alla stregua di concetti, in quanto
hanno una natura intuitiva e non discorsiva. Pur rifiutando l'oggettivismo di Newton, Kant si avvicina allo
scienziato inglese per la sua dottrina dello spazio e del tempo come coordinate assolute dei fenomeni.
Assolutezza che egli cerca di giustificare su base soggettivistico-trascendentale, ossia facendo di esse delle
condizioni a priori del conoscere.
- argomenti trascendentali: Nell’ “esposizione trascendentale” Kant giustifica l' apriorità dello spazio e del
tempo mediante considerazioni sulla matematica. Kant vede nella geometria e nell'aritmetica delle scienze
sintetiche a priori per eccellenza, sintetiche in quanto ampliano le nostre conoscenze mediante costruzioni
mentali che vanno oltre il già noto. Inoltre, la matematica è a priori in quanto i teoremi geometrici e
aritmetici valgono indipendentemente dall'esperienza. La geometria è la scienza che dimostra sinteticamente
a priori le proprietà delle figure mediante l'intuizione pura di spazio, stabilendo ad esempio, senza ricorrere
all'esperienza del mondo esterno l'aritmetica è la scienza che determina sinteticamente a priori la proprietà
delle serie numeriche, basandosi sull'intuizione pura di tempo e di successione, In quanto a priori, la
matematica è anche universale e necessaria, immutabilmente valida per tutte le menti pensanti.

L’analitica trascendentale
la logica trascendentale ha come oggetto di indagine l’origine, l’estensione e la validità delle conoscenze a
priori che sono proprie dell’intelletto e della ragione.
I concetti sono funzioni, ovvero operazioni attive che consistono nell’ordinare, o unificare, diverse
rappresentazioni sotto una rappresentazione comune. I concetti possono essere ricavati dall’esperienza o
contenuti ai priori nell’intelletto.
I concetti puri si identificano nelle categorie cioè con concetti basilari della mente che costituiscono le
supreme funzioni dell’intelletto. Le categorie kantiane rappresentano dei modi di funzionamento
dell’intelletto che non valgono per la cosa in sé ma solo per il fenomeno. Le categorie introdotte da Kant
corrispondono ad ogni tipo di giudizio e sono quattro. Le categorie funzionano soltanto in rapporto al
materiale che esse organizzano. Considerate di per sé sono vuote, questo fa sì che esse risultino operanti solo
in base al fenomeno; di conseguenza il conoscere non può estendersi al di là dell’esperienza, in quanto una
conoscenza che non si riferisce ad un’esperienza non è conoscenza.
Kant si trova di fronte al problema della giustificazione
della loro validità e del loro uso, questa problematica è
chiamata “deduzione trascendentale”. Per quanto riguarda
spazio e tempo, questo problema non si presentava perché
un oggetto non può apparire all’uomo se non attraverso
queste forme; per quanto riguarda le categorie non è
evidente che gli oggetti debbano sottostare ad esse.
La soluzione kantiana è articolata in cinque punti:
1. L’unificazione del molteplice non deriva dalla molteplicità stessa ma da un’attività sintetica che ha la sua
sede nell’intelletto
2. Distinguendo tra unificazione e unità stessa Kant identifica la suprema unità fondatrice della conoscenza
che ha una forma comune in tutti gli uomini e che viene denominata con l’espressione “io penso”
3. L’attività dell’io penso si attua tramite i giudizi
4. I giudizi si basano sulle categorie, che sono le diverse maniere di agire dell’io penso
5. Gli oggetti non possono venir pensati senza prima essere categorizzati

L’io penso
l’io penso è il principio supremo della conoscenza umana, e per poter entrare nel campo dell’esperienza deve
sottostare ad ogni realtà. Esso rappresenta ciò che rende possibile l’oggettività del sapere. Infatti, senza l’io
penso e le categorie saremmo chiusi nel cerchio della soggettività individuale e non avremmo
l’intersoggettività, inoltre ci permette di avere una conoscenza del mondo affidabile. L’io di Kant non è un io
creatore ma si limita ad ordinare una realtà che gli persiste.

Il noumeno
Kant ha ribadito che l’ambito della conoscenza umana è limitato al fenomeno, poiché il noumeno non può
diventare oggetto di esperienza. Kant ha espresso tutto ciò nel suo linguaggio tecnico distinguendo tra un
significato negativo e positivo:
- negativo: il noumeno è il concetto di una cosa in sé che non può mai entrare in rapporto con noi ed essere
oggetto della nostra intuizione sensibile. I questo senso la cosa in sé è per noi un concetto che serve ad
arginare le nostre pretese conoscitive.
- positivo: il noumeno è l’oggetto di un intuizione non sensibile che potrebbe far parte dell’intelletto divino

La dialettica trascendentale
Nella dialettica trascendentale affronta la seconda parte di tale programma, ovvero il problema se la
metafisica possa costituirsi come scienza.
Riguardo la metafisica Kant ritiene che si possa procedere anche senza dei dati specifici e questo voler
procedere oltre i dati deriva dalla tendenza all’incondizionato mente alla totalità. Una tale spiegazione fa leva
su tre trascendentali propri della ragione
1. i dati del senso interno mediante l’idea di anima.
2. i dati del senso esterno mediante l’idea di mondo
3. i dati interni ed esterni mediante l’idea di Dio
L’errore della metafisica consiste nel trasformare queste tre esigenze in altrettante realtà ma noi non abbiamo
mai a che fare con la cosa in sé ma solo con la realtà. la dialettica trascendentale vuole essere lo studio critico
e la denuncia delle peripezie della metafisica. per dimostrare l'infondatezza della metafisica Kant prendi in
considerazione le tre pretese scienze che ne costituiscono l'ossatura: la psicologia razionale, la cosmologia
razionale, la teologia razionale naturale.
Kant ritiene che la psicologia razionale sia fondata sul ragionamento errato che consiste nell'applicare la
categoria di sostanza l'io penso, trasformato in una realtà permanente chiamata anima l'io penso non è un
oggetto empirico a cui noi possiamo applicare alcuna categoria. l'equivoco della psicologia razionale consiste
nella protesta di dare tutta una serie di valori positivi a quella x funzionale ignota che è l'io penso.
La cosmologia razionale pretende di far uso della nozione di modo, inteso come la totalità assoluta dei
fenomeni cosmici, è destinata a fallire punto infatti la totalità dell'esperienza non è mai un esperienza in
quanto le possiamo sperimentare questo o quel fenomeno, ma non la serie completa di fenomeni.
Le antinomie sono conflitti della ragione con sé stessa che si concentrano in coppie di affermazioni opposte
dove l'una afferma (la tesi) e l'altra (l'antitesi) nega. Tra le tesi e l'antitesi. Kant divide in matematiche e
dinamiche entrambe possono essere dimostrate. il difetto è la stessa idea di mondo, un po' fornire alcun
criterio atto a decidere per l'una per l'altra nelle tesi in conflitto. a tutto ciò Kant aggiunge altre osservazioni:
nota che le tesi sono proprio del pensiero metafisico e del razionalismo mentre le antitesi sono tipiche
dell'empirismo della scienza.

La critica della ragion pratica


La ragione serve a dirigere la conoscenza è l'azione. Kant distingue tra una ragion pura pratica che opera
indipendentemente dall'esperienza e dalla sensibilità e una ragione empirica pratica che opera sulla base delle
esperienze della sensibilità.
la Critica Della Ragion pratica distingue In quali casi la ragione È pratica e nello stesso tempo pura e in quali
casi essa è pratica senza essere pura. La ragione pratica non ha bisogno di essere criticata nella sua parte
pura, perché in questa Essa si comporta in modo legittimo, obbedendo a una legge universale punto nella sua
parte non pura è legata all'esperienza e può darsi alle massime dipendenti dall'esperienza non legittime dal
punto di vista morale.
La morale secondo Kant e risulta profondamente segnata dalla finitudine dell'uomo e ha la necessità di essere
salvaguardata dalla presunzione di identificarsi con l'attività di un essere infinito. nel campo morale la
ragione umana non è condizionata dai fenomeni come nel mondo della conoscenza Ma è un errore credere
che Kant restauri nel campo morale l'assolutezza della metafisica.

La realtà l'assolutezza della legge morale


La legge morale a priori è valida per tutti e per sempre. è una legge che il filosofo non ha il compito di
dedurre e inventare ma di constatare punto L'uomo discende virtù delle sue inclinazioni naturali.
la tesi dell'assolutezza o incondizionatezza della morale implica due convinzioni: la libertà dell'agire umano
è la validità universale necessaria della legge.

Nella critica alla Ragion Pratica il tema dominante la polemica contro Il fanatismo morale cioè contro l'idea
di poter superare i limiti della Condotta umana sostituendo alla virtù la presunzione della sanità cioè il
possesso della perfezione etica. la morale kantiana non riguarda la materia il contenuto del volere ma la
forma.

la Critica Della Ragion Pratica si divide in due parti:


- la dottrina degli elementi: si divide in analitica che è l'esposizione della regola della verità (etica) e
dialettica antinomia Della Ragion Pratica le da legata all'idea di sommo bene
- dottrina del metodo: modi in cui le leggi morali possono accedere all'animo umano si discorre dal
l'importanza dell'educazione, dei buoni tempi e della capacità di giudicare in modo corretto.

i principi della ragion pura pratica


Kant distingue i principi pratici in:
massime: prescrizione di valore soggettivo cioè valida esclusivamente per l'individuo che la fa propria
imperativi: prescrizione di valore oggettivo che vale per chiunque punto essi si dividono in imperativi
ipotetici (prescrivono dei mezzi in vista di determinati fini) e imperativi categorici (ordina il dovere in modo
incondizionato a prescindere da qualsiasi scopo). La forza dell'imperativo e condizionata alla volontà del
soggetto.
la legge morale non può risiedere negli imperativi ipotetici ma solo in un imperativo categorico che si
impone a tal punto solo un tale imperativo alle caratteristiche della legge cioè di un comando che vale in
modo preventorio per tutte le persone tutte le circostanze. quindi sono l'imperativo categorico ai contrassegni
della morale.

- Secondo la formula base dell'imperativo categorico esso è quel comando che prescrive di tener sempre
presente gli altri e ci ricorda che un comportamento risulta morale solo se è nella misura in cui supera la
generalizzazione.
- Secondo la seconda formula dell'imperativo categorico Bisogna rispettare la dignità umana che è in sé e
negli altri, evitando di ridurre il prossimo o se stessi in un semplice mezzo dell'egoismo o delle passioni.
Kant sostiene che la morale istituisce il regno dei fini cioè una comunità ideale di libere persone che vivono
secondo le leggi della morale e si riconoscono dignità a vicenda.
- Secondo la terza formula bisogna agire in modo tale che la volontà possa considerare con
contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice punto questa formula ripete la prima
differenza di quella quest'ultima sottolinea l'autonomia della volontà, mettendo in evidenza come il comando
morale non deve essere un imperativo esterno schiavizzante ma il frutto della volontà razionale.

Un'altra caratteristica dell'etica kantiana è la formalità, in quanto la legge non ci dice che cosa dobbiamo fare
Ma come dobbiamo farlo punto la legge morale non consiste in una casistica ho manualistica concreta di
precetti ma solo in una legge formale universale che si limita ad affermare quando esci Tieni presente gli
altri e rispetto alla dignità umana.

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