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Verga

 La vita
Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840, da una famiglia di agiati proprietari terrieri,
con ascendenze nobiliari. Compì i suoi primi studi presso maestri privati tra cui Antonino
Abate, da cui ereditò il fervente patriottismo e il gusto letterale romantico. I studi in cui
andò in contro non furono regolari poiché si inscrisse a diciotto anni alla facoltà di legge a
Catania, non terminò i corsi perché si rese conto di essere portato per la letteratura e per il
giornalismo politico. Questa sua formazione irregolare segna la sua fisionomia di scrittore
che si discosta dalla tradizione degli altri autori illustri e di profonda cultura umanistica
caratteristica della nostra letteratura. I testi in cui si forma il suo gusto sono più che i
classici italiani, quelli degli scrittori francesi moderni di vasta popolarità. Nel 1865 Verga
lascia la sua provincia per trasferirsi a Firenze, allora la capitale del Regno d’Italia. Egli si
recò in questa città consapevole del fatto che per diventare scrittore doveva liberarsi dai
limiti della sua cultura provinciale, che era pur sempre del sud, e come si sa all’epoca il
Nord era molto più colto e industrializzato. Nel 1872 si trasferisce a Milano, che era allora il
centro culturale più importante della penisola e più aperto alle teorie europee. Qui entra
in contatto con gli ambienti della Scapigliatura, cioè un gruppo di scrittori che operano
nello stesso periodo nell’ultima metà dell’ottocento, accumunati da un’insofferenza per le
convenzioni della letteratura contemporanea, e per i principi e costumi che essa
presupponeva, quest’ultimi andavano contro il progresso economico ritenendolo dannoso,
in quanto i loro interessi appartenevano alle arti passate, la Bellezza, la natura, il
sentimento che il progresso va appunto a distruggere, ma dall’altra parte rendendosi
conto che questi valori son ormai perduti essi si rassegnano a rappresentare il vero. Frutto
di questo periodo sono tre romanzi in particolare al clima romantico Eva(1872), Eros(1875)
e Tigre reale(1875). Nel 1878 avviene la svolta capitale del Verismo, con la pubblicazione
di Rosso Malpelo, un’opera preverista. A Milano soggiorna per lunghi periodi, alternati
con ritorni in Sicilia, dal 1893 torna a vivere definitivamente a Catania. Dopo il 1903 lo
scrittore si chiude in un silenzio pressoché totale, la sua vita è dedicata prevalentemente
alla cure delle sue proprietà agricole e dalle questiono economiche. Le lettere di questo
periodo mostrano un inaridimento assoluto, dovuta anche alla passione che egli provava
per la contessa Dina Castella. Le sue posizione politiche si fanno sempre più chiuse e
conservatrici, infatti dopo lo scoppio della Prima guerra Mondiale si dimostrò di essere
favorevole ad uno Stato neutrale e nel dopo guerra si schierò a favore dei nazionalisti
anche se egli non partecipò attivamente alla vita politica. Muore nel 1922, l’anno in cui
avverrà la marcia su Roma da parte di Benito Mussolini allora capo del fascismo.
 I romanzi preveristi
La sua produzione di romanzi più significativa la ebbe a Firenze e poi a Milano. Ancora a
Catania aveva pubblicato il romanzo Una Peccatrice(1866), poi ripudiato, questo era
un’opera fortemente autobiografica che racconta in toni melodrammatici la storia di un
piccolo borghese siciliano, che conquista il successo e la ricchezza ma vede inaridirsi
l’amore per la donna sognata ed adorata che ne causa il suicidio. A Milano finisce il
romanzo Eva, già cominciato a Firenze, storia di un giovane pittore siciliano che nella
Firenze capitale, brucia le sue illusione e i suoi ideali artistici nell’amore per una ballerina,
simbolo della corruzione di una società materialistica tutta protesa verso i piaceri che va
quindi ad disprezzare l’arte e l’asservisce al suo bisogno di lusso. La protesa per la nuova
condizione dell’intellettuale e marginato e declassato nella società borghese è molto vicina
alla polemica che sta a capo del pensiero degli Scapigliati. A questo romanzo polemico nei
confronti della società borghese, seguono Eros, storia del progressivo inaridirsi di un
giovane aristocratico, corrotto dalla società raffinata, Tigri e reale, che segue il traviamento
di un giovane innamorato di una donna fatale divoratrice di uomini. I due romanzi
confermano il successo di Verga e vengono visti come esempi di realismo, di analisi ardita
delle piaghe sociale e psicologiche. In realtà questi romanzi hanno ancora un clima tardo
romantico, rappresentavano ambienti aristocratici e sono scritti in un linguaggio spesso
emotivo.

 La svolta verista

In questo periodo in Verga stava maturando una profonda crisi. Egli ebbe un silenzio
poetico per 3 anni, ne esce il 1878 con la pubblicazione di un racconto che si discosta
profondamente dalla materia del linguaggio della sua narrativa, si tratta di Rosso Malpelo,
la storia di un garzone di miniera che vive in un ambiente duro e disumano, narrata con un
linguaggio nudo e scabro, che riproduce il modo di raccontare di una narrata popolare.
Questa è la prima opera verista ispirata ad una rigorosa impersonalitàeclissi dell’autore.
Nel 1874 Verga ha pubblicato un bozzetto di ambiente siciliano e rusticano, Nedda che
descriveva la vita di miseria di una bracciante, tale racconto non può considerato un
preannuncio della svolta verista, poiché vi restarono i toni melodrammatici dei romanzi
romantici quindi ancora sostanzialmente estranei all’impersonalità verista. Il cambio così
vistosi di temi e di linguaggio lo si ebbe dalla pubblicazione di Rosso Malpelo, che fu
identificato come una conversione della narrativa di Verga. Infatti egli nelle sue opere
tendeva a riportare il vero, solo che era vincolato dai tratti romantici che si era portato
dietro fino a questo romanzo, che detterà la conversione al verismo, una vera propria
svolta capitale Concezione materialistica della realtà, impersonalità. La svolta veristica
non va intesa in senso moralistico, ovvero come fruttò di sazietà per gli ambienti eleganti
ed aristocratici, che induca a cercare maggiore autenticità negli ambienti popolari, poiché
con la conquista del metodo verista Verga non intende affatto abbandonare gli ambienti
dell’alta società per quelli umili, anzi come afferma nella prefazione dei Malvoglia, si
propone di tornare a studiarli . Le basse sfere non sono che il punto di partenza del suo
studio della società, poiché in esse si possono ricercare più facilmente i meccanismi della
società. Poi lo scrittore intende applicare il suo metodo anche agli strati superiori, sino al
mondo dell’aristocrazia e della politica.

 L’ideologia verghiana
A questo punto risulta inevitabile chiedersi che cosa induce a Verga a formulare il
principio dell’impersonalità?  Verga ritiene che l’autore debba eclissarsi dall’opera
perché non ha il diritto di giudicare la materia che rappresenta. Ma dopo tale risposta
sorge un nuovo dubbio, perché quest’ultimo non ha il diritto di giudicare la realtà?
Possiamo affermare che alla base della visione di Verga ci sono delle visioni radicalmente
pessimistiche, la società umana è per egli dominata dal meccanismo della lotta per la
sopravvivenza, un meccanismo crudele che prevede che il più forte vinca sul più debole.
Gli uomini son mossi da degli ideali che si basano sull’interesse economico quindi
sull’egoismo. E’ questa la legge di natura universale che governa qualsiasi società e
domina non solo le società umane ma anche il mondo animale e vegetale. Tale legge di
natura non si può modificare perciò Verga ritiene che non si possano dare alternative alla
realtà esistente, la sua visione è rigorosamente materialista e va a escludere ogni
consolazione religiosa verso un Dio salvatore, quindi ogni speranza di salvezza viene
eliminata da un forte pessimismo. Ma se per Verga la realtà non si può cambiare si può
comprendere anche perché egli ritenga illegittimo ogni giudizio da parte dell’autore. Infatti
solo la fiducia della possibilità di modificare il reale può andar a giustificare l’intervento
dell’autoregiudizio correttivo. Tuttavia questo reale è immodificabile quindi ogni
giudizio risulterebbe inutile e privo di senso, per Verga lo scrittore si deve limitare a
rappresentare il reale così per come è veramente. La letteratura non può contribuire a
modificare la realtà, ma può avere la funzione di studiare ciò che è dato dalla realtà e
riprodurlo in maniera fedele a quest’ultima.
 Il valore conoscitivo e critico del pessimismo
A questo punto risulta chiaro che un simile pessimismo, che nega ogni miglioramento della
società ha una connotazione fortemente conservatrice. Vi si associa infatti un rifiuto da
parte di Verga nei confronti delle ideologie progressiste contemporanee, che egli giudica
come fantasie infantili. Però questo pessimismo conservatore non implica affatto nella
visione di Verga un’accettazione acritica della realtà ovvero una sorta di tolleranza verso
essa. Anzi proprio il pessimismo pur impedendo di indicare alternative, consente al poeta
di cogliere con grande lucidità la negatività della realtà come la degradazione umana, il
trionfo dell’utile e della forza, l’ambizione verso i propri interesse, tutti aspetti che
vengono interpretati con implacabile precisione. Anche se non da giudizi correttivi, Verga
rappresenta con grande attenzione l’oggettività delle cose, il pessimismo dunque non è il
limite della rappresentazione verghiana, ma al contrario è la condizione del suo valore
conoscitivo. Non solo, tale pessimismo assicura a Verga l’immunità ai miti contemporanei
che hanno influenzato la letteratura moderna, tra cui il mito del progresso, il mito del
popolo. Anche se le opere veriste da un certo punto di vista hanno descritto la vita del
popolo, non si riscontra in esse quell’atteggiamento populistico che influenza la
letteratura del secondo Ottocento, che consiste nella pietà sentimentale per le miserie
degli umili, nella fiducia in un miglioramento delle condizioni di questi ultimi garantito dalla
buona volontà dei ceti privilegiati. Tuttavia il duro pessimismo di Verga che sfocia in una
visione arida della realtà, che si concentra sugli aspetti crudi di quest’ultima, implica nel
poeta l’abbandono di ogni sentimentalismo che può trasmettere l’ottica popolare.
Piuttosto la scelta di raccontare nelle sue opere questa lotta per la vita ha lo scopo di far
decadere ogni valore di umanità e di altruismo, tale concezione sfocia nella dissacrazione
di ogni mito populistico. Ma in Verga non è presente neppure il populismo romantico,
proteso verso forme di vita passata, egli pur sottolineando la negatività del progresso
moderno, non contrappone ad esso il mito della campagna, della civiltà contadina
concepita come un antidoto alla società cittadina moderna. Tracce del genere si possono
riscontrare nelle sue prime opere, ma vengono superate nelle opere più mature, la
campagna in esse non rappresenta un’alternativa al mondo brutale e corrotto della civiltà
cittadina, né un antidoto ai suoi mali. Il pessimismo induce Verga a vedere che anche il
mondo primitivo della campagna si basa sulle stesse leggi del mondo moderno, l’interesse
economico, l’egoismo e la ricerca dell’utile che pongono gli uomini gli uni contro gli altri.
Verga non è uno scrittore che offre delle evasioni consolatorie alla realtà, ma è uno
scrittore scomodo e aspro, che urta il lettore stimolandolo a riflettere. Non diffonde miti
ma li distrugge.
 Il verismo di Verga, e il naturalismo zoliano
A questo punto risultano evidenti le differenze tra Zola e Verga, tale distanza si misura del
piano delle tecniche narrative. Nei romanzi di Zola la voce che racconta la storia è porta
voce del pensiero dell’autore, dell’uomo borghese e colto, che guarda e giudica
dall’esterno, questa voce narrante interviene spesso con giudizi sulla materia trattata. Tra
il narratore e i personaggi vi è un distacco netto, questo nel Verga non avviene mai. Le
zone dove è il narratore a parlare presentano un innalzamento del linguaggio utilizzato
lontanissimo da quello popolare, insomma Zola risulta estraneo all’originalissima tecnica di
Verga della regressione del punto di vista narrativo del mondo popolare. L’impersonalità di
Zola è diversa da quella del poeta italiano, per Zola l’impersonalità significa assumere un
distacco dall’oggetto per analizzarlo dall’esterno, mentre per Verga questa consiste
nell’eclissarsi in esso. Queste due tecniche narrative così lontane sono le conseguenze di
due poetiche e di due ideologie radicalmente diverse. Zola interviene a commentare e a
giudicare dall’alto del suo punto di vista scientifico, poiché crede che la scrittura possa
contribuire a cambiare in positivo la realtà e ha piena fiducia nella letteratura. Verga,
invece, ritiene dietro al suo pessimismo che la realtà è immodificabile, che la letteratura
non possa in alcun modo incidere su di essa, quindi che lo scrittore non abbia il diritto di
giudicare, ma debba limitarsi a rappresentare fedelmente la realtà. Un'altra caratteristica
che divide il pensiero dei poeti, sono soprattutto le loro radici sociali, ovvero il contesto
sociale alla quale essi sono andati in contro. Zola ha la fiducia nella letteratura perché è
uno scrittore borghese democratico, che ha di fronte a sé una società già pienamente
sviluppata dal punto di vista industriale, di conseguenza lo scrittore progressista in un
simile ambiente si sente il portavoce di esigenze ben vive intorno a lui. Al contrario il rifiuto
verghiano dell’impegno politico della scrittura rimanda invece ad una situazione
economica, sociale e culturale ben diversa da quella francese. Verga è il tipico galantuomo
del Sud, il proprietario terriero conservatore, che ha ereditato la visione di un mondo
agrario arretrato ed immobile, estraneo alla visione dinamica del capitalismo moderno di
Zola, e ha di fronte a sé una borghesia ancora parassitaria. Con tale visione lo scrittore
poteva facilmente concludere che la realtà non può mutare e da qua segue la concezione
secondo cui nulla mai può mutare in assoluto nella storia degli uomini e che quindi la
letteratura può solo portare a conoscere la realtà e non a modificarla.
 Vita dei campi
L’adozione dei nuovi metodi narrativi esercitò un influsso determinante gli scritti di Zola, i
cui romanzi si erano già diffusi nei primi anni sessanta dell’ottocento negli ambienti
milanesi. Ma soprattutto con L’Assomoir, dove la voce narrante diviene l’interprete del
coro dei personaggi popolari e riproduce la loro mentalità dovette giocare un ruolo
decisivo nel suggerire a Verga la sua tecnica della regressione ed eclissi dell’autore,
destinata a diventare il fulcro della poetica verista. Naturalmente tale opera fornì lo spunto
a Verga per andare poi a sviluppare un tipo di narrativa totalmente diversa da quella
proposta da Zola. Un’influenza determinante nella chiarificazione dei nuovi principi di
Verga venne esercitata dall’amico Capuana, il quale nel corriere della sera andava ad
esprimere i suoi punti di vista sui romanzi zoliani. La nuova impostazione narrativa
inaugurata con Rosso Malpelo è continuata da una serie di altri racconti scritti tra il 1879 e
il 1880 raccolti in un unico volume Vita dei Campi. In questi racconti spiccano figure
caratteristiche della vita quotidiana siciliana e viene applicata la tecnica narrativa
dell’impersonalità, ovvero nell’eclissi dell’autore che va ad esprimere proprio il punto di
vista dei personaggi. Accanto alla scabra rappresentazione veristica e pessimistica del
mondo rurale, in questi racconti si può trovare ancora traccia di un atteggiamento
romantico, di vagheggiamento nostalgico di quell’ambiente arcaico, come una sorta di
paradiso perduto di innocenza dominata da passione violente e primitive. In questi
racconti ricorre anche, dietro la rappresentazione veristica del mondo popolare, ad un
motivo romantico come il conflitto tra l’individuo diverso e il contesto sociale che lo rifiuta
e lo espelle un esempio Rosso Malpelo. Si può notare quindi che in Verga in questo
periodo vi è una contraddizione tra le tendenze romantiche della sua formazione e le sue
nuove tendenze veriste pessimistiche e materialistiche, che lo induce a studiare le leggi del
meccanismo sociale e a riconoscere che anche il mondo rurale è dominata dalla legge del
più forte che regola la società cittadina. Questa è una contraddizione che troverà una
soluzione nei Malavoglia.

 Il ciclo de vinti
Parallelamente alle novelle, Verga concepisce anche il disegno di un ciclo di romanzi che
riprende un modello già affermato da Zola nei Rougon-Macquart. Il primo accenno a tale
opera lo ritroviamo nel momento in cui Verga annuncia di avere in mente <una
fantasmagoria della lotta per la vita>. A differenza di Zola però Verga non pone al centro
del suo ciclo l’intento scientifico, bensì solo la volontà di tracciare un quadro sociale della
vita quotidiana italiana moderna. Criterio importante è il principio della lotta per la
sopravvivenza, che lo scrittore ricava dalle teorie di Darwin sull’evoluzione della specie
animale ed applica della società umana. Per egli tutta la società umana è dominata da
conflitti di interesse, ed il più forte trionfa schiacciando il più debole, Verga però non
intende soffermarsi sui vincitori di questa guerra universale, ma sceglie come oggetto delle
sue opere i vinti, ovvero coloro che piegano il capo al sopraggiungere degli eventi. Egli
afferma che nella <fiumana del progresso>, vengono sommerse tutte quelle persone che
nono sono pronte ad affrontarlo. Tale avvenimento verrà analizzato da Verga in tutte le
classi sociali, dalla borghesia di provincia, alla aristocrazia alla politica. Anche lo stile del
linguaggio deve necessariamente mutare gradualmente in questa scala ascendente, che va
dalle classi sociale più basse a quelle più elevate.

 I malavoglia
Il primo romanzo del ciclo è I Malavoglia(1881), che tratta la storia di una famiglia di
pescatori siciliani, i laboriosi e onesti Toscano, chiamati Malavoglia poichè nell’uso
popolare dei soprannomi sono spesso il contrario delle qualità di chi li porta. Essi vivono
nel paesino di Aci Trezza , posseggono una casacasa del nespolo, e una barcala
Provvidenza chiamata così perché vivevano per il lavoro, conducono una vita
relativamente felice e tranquilla. Fino a quando nel 1863 il giovane ‘Ntoni, figlio di
Bastianazzo e nipote di padre ‘ntoni, il vecchio patriarca, deve partire per il servizio
militare. Così la famiglia privata dalle sue braccia, si trovò in difficoltà, dovendo pagare un
lavoratore che prendesse il posto del giovane ‘Ntoni. A ciò si aggiunge una cattiva annata
di pesca, e il fatto che la figlia maggiore Mena, abbia bisogno della dote per sposarsi. Così
padre ‘Ntoni per superare tali difficoltà decise di intraprendere un piccolo commercio,
comperando a credito dall’usuraio zio Crocifisso, un carico di lupini, per poi rivenderli
cercando di guadagnare qualche soldo. Ma la loro barca , la provvidenza, naufraga in una
tempesta, Bastianazzo muore e il carico viene perduto. I Malavoglia oltre ad essere colpiti
negli affetti, si trovarono davanti anche a debiti da pagare. Comincia così , una serie di
sventure che colpirono la famiglia, disgregandola sia fisicamente che psicologicamente,
arrivando al punto di lavorare a cottimo, cioè ad essere pagati a giornata, cosa che prima
non facevano poiché erano indipendenti. I Malavoglia vanno a rappresentare un mondo
rurale e arcaico, chiuso in ritmi tradizionali e dominato da un visione di vita anch’essa
tradizionale, che si fonda sulla saggezza antica dei proverbi. Ma non si tratta di un mondo
del tutto immobile, fuori della storia, anzi il romanzo risulta essere la rappresentazione del
processo per cui la storia penetra in quel sistema arcaico disgregandolo, rompendone gli
equilibri. L’azione si svolge nel 1863, due anni dopo l’Unità d’Italia, e questa mette in luce
come il piccolo villaggio siciliano investito dalle tensioni di un momento di rapida
trasformazione della società italiana. La storia e la modernità si presentano come un
qualcosa di obbligatorio, ignota al Regno Borbonico del passato, che va a sottrarre le
braccia al lavoro delle famiglie, come succede nel caso dei Toscano, che il giovane ‘Ntoni
parte per il servizio militare mettendo in difficoltà la famiglia. Da qua si può capire che già il
sistema del villaggio aveva le sue difficoltà, poiché era ancora articolato in diversi strati
sociali, in più si aggiungo tali trasformazioni legate al processo in cui tutta l’Italia sta
andando in contro. Infatti proprio per questo processo che i Malavoglia ebbero delle
difficoltà economiche, essi sono costretti a diventare negozianti, da pescatori che erano
sempre stati, e in seguito al fallimento della loro iniziativa, vanno in contro ad processo di
declassazione, passando dalla condizione di proprietari di una barca e di una casa, a quella
di nullatenenti, costretti a lavorare a cottimo. Questo mondo del villaggio può apparire
immobile solo perché i fatti narrati, in obbedienza al principio dell’impersonalità e alla
tecnica delle eclissi dell’autore sono rappresentati dall’ottica dei personaggi stessi, quindi
questo rende la realtà statica perché e così che i protagonisti sono abituati a concepirla.

 Il Mastro-don Gesualdo

L’azione a differenza dei Malavoglia, si svolge nei primi decenni dell’Ottocento, in un’Italia
preunitaria agitata da moti che interessano principalmente la Sicilia. Gesualdo Motta da
semplice muratore grazie alla sua intelligenza arrivò ad accumulare tanta fortuna, egli
riuscì ad sposarsi con Bianca Trao, discendente da una famiglia di nobili, ma in rovina. Nei
calcoli di Gesualdo il matrimonio poteva aprirgli le porte per il mondo aristocratico e
consentirgli quindi di stringere dei legami con i nobili del paese. Tuttavia nonostante il
matrimonio, egli rimase escluso dalla società nobiliare, che lo di disprezza per le sue origini
umili. Il disprezzo si può notare con la formula con cui abitualmente viene chiamato Don,
che sta per nobile, mastro che fa riferimento alle sue origini da muratore. La moglie non lo
ama, anzi prova orrore nei suoi confronti e lo respinge. Nasce una bambina Isabella, che a
sua volta crescendo ripudia il padre sempre per le sue origini umili. Oltre a questo
Gesualdo deve andare in contro al disprezzo e l’invidia della sua stessa famiglia, che lo
invidiano per la sua fortuna. Isabella gli crea un altro dolore poiché ella si innamora di una
persona povera e fugge con lui, tuttavia Gesualdo per riparare da in moglie la figlia al duca
di Leyra, nobile squattrinato, però per fare ciò dovette sborsare una cifra spropositata.
Tutte queste amarezze influenzarono la sua salute, facendolo ammalare di cancro al piloro.
Venne accolto al palazzo del genero, ma per le sue maniere rozze viene messo in disparte.
La figlia non lo ama, quindi risultarono vani tutti i tentativi di Gesualdo di riconciliare il
rapporto con quest’ultima. Così egli trascorse i suoi ultimi giorni da solo con la compagnia
di una serva che lo disprezzava.

 L’impianto narrativo
In quest’opera Verga resta fedele al principio dell’impersonalità, per cui il narratore anche
se non coincide con nessun personaggio deve rimanere interno alla storia narrata. Però nel
nuovo romanzo il livello sociale di questo mondo, in obbedienza al piano del ciclo, si è
elevato rispetto ai Malavoglia, quindi non si tratta più di un ambiente umile, bensì di un
ambiente borghese e aristocratico. Di conseguenza anche il livello del narratore si innalza,
quindi non si verificano più le deformazione e gli affetti di straniamento che
caratterizzavano le basse sfere della società e che scaturivano dall’ottica bassa del
narratore, prendiamo come esempio Rosso Malpelo, il narratore era proprio portavoce dei
pregiudizi delle basse sfere. Il narratore del Gesualdo riprende i suoi diritti, ha uno sguardo
lucido e critico, quest’ultimo si va a manifestare con un sarcasmo impassibile che serve
proprio a sottolineare le bassezze e la meschinità dei personaggi e anche del protagonista
stesso. Ciò non vuol dire che Verga ripristini il narratore onnisciente, tornando indietro
rispetto alla sua narrativa, il narratore del Gesualdo non dà informazione sullo svolgimento
della storia, né sui personaggi bensì si limita a parlarne come se il lettore già li conoscesse.
I Malavoglia sono un Romanzo corale, che vede una folla fittissima di personaggi, in
particolare solo i componenti della famiglia vengono visti dall’interno in modo che se ne
possono conoscere i pensieri e sentimenti, mentre gli altri abitanti del villaggio che
obbediscono alla legge per la lotta della vita vengono visti dall’esterno, cioè che non viene
quasi mai analizzato il loro aspetto psicologico. Il Gesualdo invece , ha al centro la figura
del protagonista, che si stacca nettamente dallo sfondo dei Malavoglia popolato da tante
figure. Questo romanzo è la storia di un individuo, della sua epica ascesa sociale, e della
sua caduta, per gran parte della narrazione è focalizzata sul protagonista, sui suoi pensieri
e sulle sue considerazioni, in altre parole il lettore riesce a vedere i fatti dal punto di vista
del protagonista.

Suppa Andrea

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