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Luigi Pirandello

Introduzione

Se Pirandello è conosciuto in Europa e nelle Americhe soprattutto come autore di drammi teatrali, è anche
vero che l’autore siciliano, a ben considerare, si rivela uno dei più importanti narratori del Novecento
italiano. Senza dire che le stesse sue poesie hanno costituito un importante “serbatoio” di temi per le
novelle e i romanzi, e che la stessa produzione saggistica ha accompagnato in maniera significativa l’attività
dello scrittore. Basterebbe pensare, in proposito, al saggio più noto di Pirandello, L’umorismo, che dà una
impronta ai romanzi più innovatori, come i Quaderni di Serafino Gubbio operatore o Uno, nessuno e
centomila. Si tende dunque a presentare l’itinerario biografico-culturale dell’autore, dalle prime prove
poetiche ai suoi interessi di letterato e saggista per i problemi dell’arte moderna. Si tratta di un itinerario
che nasce dentro un periodo di crisi della cultura italiana tra Otto e Novecento: e tenderà a svilupparsi in
maniera sempre più decisa verso una complessa produzione narrativa. Di quest’ultima si illustreranno temi
e figure principali, mettendo pure in evidenza il rapporto di Pirandello con la cultura europea, ovvero con
importanti intellettuali e scrittori.

Le influenze culturali di Pirandello


1)L’EREDITÀ DELL’OTTOCENTO
La formazione giovanile di Pirandello risente di influenze contraddittorie:
- Il sentimento di amarezza e di delusione per il Risorgimento tradito che gli era stato trasmesso dalla
famiglia (la madre, infatti, a 13 anni ha seguito i genitori in esilio a Malta)
- Il materialismo positivista assimilato attraverso i veristi (Verga. Pirandello da piccolo andava a giocare a
casa di Verga. Scriverà un discorso in onore della morte di Verga. Verga é stato un suo modello per molto
tempo.)
- Il pensiero estetico che privilegiava l’arte la sintesi e l’armonia.
- La cultura romantico-tedesca: sensibile al razionalismo umoristico e alle problematiche della scissione
dell’Io.

2)LA CRISI DELL’OTTOCENTO


a.Declino della società borghese e dell’ottimismo positivista: Pirandello maturò una chiara percezione del
declino delle ideologie ottocentesche, in particolare dell’idea di storia come progresso. Alla consapevolezza
della crisi della società borghese e dell’ottimismo positivista che prometteva all’uomo conoscenze e
progresso infiniti, si aggiunse la convinzione dell’illusorietà del reale.

b.Illusorietà e frammentazione della realtà: Nel saggio Arte e Coscienze d’oggi (1893), lo scrittore coglie
la relatività dei punti di vista nei rapporti umani e la contraddittorietà della coscienza moderna. La
produzione di Pirandello, quindi, testimonia la crisi delle certezze e dell’identità dell’io. Per lo scrittore
siciliano, non esiste una realtà oggettiva, in quanto ognuno di noi ha una propria visione della vita. Alla
verità assoluta, Pirandello sostituisce tante verità quante sono le persone coinvolte. Il fatto che ciascuno sia
“chiuso” all’interno del proprio punto di vista, impedisce di stabilire un’autentica comunicazione con gli
altri: l’individuo si sente solo e alienato dal carattere fittizio dei rapporti umani, nei quali tutti indossano una
maschera e recitano il ruolo impostogli dall0ipocrisia delle convenzioni sociali (“la forma”).
c.La dissoluzione della concezione storicistica: nel Novecento nuove teorie misero in questione l’oggettività
della conoscenza scientifica su cui l’Ottocento aveva fondato il proprio essere. Pirandello intuì queste
trasformazioni e, soprattutto, la nuova condizione storica ed esistenziale dell’uomo moderno. Egli, quindi,
avvertiva il dissolversi della concezione storicistica della vita. La storia diventava, infatti, dispersione e
discontinuità: gli eventi umani non erano più definiti dai rapporti causa-effetto, ma dal caso. In questo
modo da una causa non derivava più un’unica logica conseguenza, ma potevano verificarsi esiti più
disparati e paradossali.
3)LE FILOSOFIE DELLA MODERNITÀ
Nella sua produzione letteraria Pirandello pone l’attenzione sulla dimensione psichica su cui egli investigava
la coerenza e i labili confini. Principali influenze:
a.Schopenhauer: illusorietà della realtà, del tempo e dello spazio
b.Binet: i suoi studi di psicologia: pluralità dell’io, compresenza di livelli consci ed inconsci nella vita
psichica.
c.Bergson: la concezione relativistica e l’intuizionismo: la vita è come continuo divenire, un “flusso
indistinto” e il mondo è come enorme organismo vivente in continua espansione.
d.Simmel: il relativismo: la vita nel suo continuo divenire senza ragioni e senza scopo, ha bisogno di creare
“forme” e mondi ideali che poi deve distruggere. Non esiste nessuna verità universale, ma l’uomo si avvale
di categorie psicologiche soggettive.

La visione del mondo


1.IL VITALISMO

Alla base della visione del mondo di Pirandello vi è una concezione vitalistica: la realtà tutta è “vita”,
“perpetuo movimento vitale”, inteso come un eterno divenire, un “flusso continuo indistinto”, come lo
scorrere di un magma vulcanico. Tutto ciò che si distacca da questo flusso, e assume “forma” distinta e
individuale, si irrigidisce e comincia a “morire”.
Così avviene dell’identità personale dell’uomo. In realtà noi non siamo che parte indistinta nell’eterno fluire
della vita, ma tendiamo a cristallizzarci in forme individuali, in una personalità che vogliamo coerente e
unitaria. In realtà questa personalità è un’illusione e scaturisce solo dal sentimento soggettivo che noi
abbiamo del mondo. Oltre a noi stessi, anche gli altri, vedendoci ciascuno secondo la sua prospettiva ci
danno determinate “forme”. Noi crediamo di essere “uno” per noi stessi e per gli altri, mentre siamo tanti
individui diversi, a seconda della visione di chi ci guarda. Ognuno si associa ed associa ad altri una
maschera.
Ciascuna di queste “forme” è una costruzione fittizia, una maschera che noi stessi ci imponiamo e che ci
impone la società. Sotto questa maschera non vi è un volto definito, immutabile: non c’è “nessuno”, o
meglio vi è un fluire indistinto e incoerente di stati in perenne trasformazione, per cui un istante più tardi
non siamo più quello che eravamo prima.

2.LA “TRAPPOLA” DELLA VITA SOCIALE

Queste maschere sono sentite come una “trappola”, come un “carcere” in cui l’individuo si dibatte,
lottando invano per liberarsi. Pirandello ha un senso acutissimo della crudeltà che domina i rapporti sociali.
La società gli appare come un’”enorme pupazzata”, una costruzione artificiosa e falsa che isola
irreparabilmente l’uomo dalla “vita”, lo impoverisce e lo irrigidisce conducendolo alla morte.
Alla base di tutta l’opera pirandelliana si può scorgere un rifiuto della vita sociale, dei suoi istituti, dei ruoli
che essa impone, e un bisogno disperato di autenticità, immediatezza e spontaneità vitale. Pirandello è un
ribelle insofferente dei legami della società, contro cui si scaglia la sua critica impietosa. Le convenzioni, le
finzioni su cui la vita sociale si fonda, le maschere e le “parti” fittizie che essa impone, vengono nella sua
opera narrativa e teatrale irrise e disgregate, soprattutto quella dell’Italia giolittiana. L’istituto in cui si
manifesta per eccellenza la “trappola” della “forma” che imprigiona l’uomo è la famiglia. Pirandello è
acutissimo nel cogliere il carattere opprimente dell’ambiente familiare.
L’altra “trappola” è quella economica, costituita dal lavoro. I suoi eroi sono prigionieri di una condizione
misera e stentata, di lavori monotoni e frustranti, di un’organizzazione gerarchica oppressiva. Per Pirandello
non si può uscire da questa “trappola”. Il suo pessimismo è totale.
3.IL RIFIUTO DELLA SOCIALITA’

L’unica via di relativa salvezza dalla trappola che si dà ai suoi eroi è la fuga nell’irrazionale:
nell’immaginazione che trasporta verso un “altrove” fantastico, come per Belluca di Il treno ha fischiato,
che sogna paesi lontani e attraverso questa evasione può sopportare l’oppressione del suo lavoro e della
famiglia;
oppure nella follia, che è lo strumento di contestazione per eccellenza, l’arma che fa esplodere convenzioni
e rituali, riducendoli all’assurdo e rivelandone l’inconsistenza.
Il rifiuto della vita sociale dà luogo nell’opera pirandelliana ad una figura ricorrente, il “forestiere della vita”,
colui che “ha capito il gioco”, ha preso coscienza del carattere del tutto fittizio del meccanismo sociale e si
esclude, si isola, guardando vivere gli altri dall’esterno della vita e dall’alto della sua superiore
consapevolezza, rifiutando di assumere la sua “parte”, osservando gli uomini imprigionati dalla “trappola”
con un atteggiamento “umoristico”, di irrisione e pietà.
E’ quella che Pirandello definisce anche “filosofia del lontano”: essa consiste nel contemplare la realtà come
da un’infinita distanza, in modo da vedere in una prospettiva straniata tutto ciò che l’abitudine ci fa
considerare “normale”, e in modo quindi da coglierne l’inconsistenza, l’assurdità, la mancanza totale di
senso. In questa figura di eroe si proietta la condizione stessa di Pirandello come intellettuale che rifiuta il
ruolo politico attivo perseguito dagli altri intellettuali del primo Novecento e, nel suo pessimismo radicale,
si riserva un ruolo contemplativo del reale.

La poetica
1.L’”UMORISMO”

L’umorismo, che risale al 1908 è un testo chiave per penetrare nell’universo pirandelliano. Il volume si
compone di una parte storica, in cui l’autore esamina varie manifestazioni dell’arte umoristica, e di una
parte teorica, in cui viene definito il concetto stesso di umorismo.
L’opera d’arte, secondo Pirandello, nasce “dal libero movimento della vita interiore”, la riflessione, al
momento della concezione, resta invisibile. Nell’opera umoristica invece la riflessione non si nasconde, non
è una forma del sentimento, ma si pone dinanzi ad esso come un giudice, lo analizza e lo scompone. Di qui
nasce il “sentimento del contrario”, che è il tratto caratterizzante l’umorismo per Pirandello. Lo scrittore
propone un esempio: se vedo una vecchia signora coi capelli tinti e tutta imbellettata, avverto che è il
contrario di ciò che una vecchia signora dovrebbe essere. Questo avvertimento del contrario è il comico.
Ma se interviene la riflessione, si capisce che non si può solo ridere. Dall’avvertimento del contrario
(comico) si passa al sentimento del contrario (umoristico).
La riflessione nell’arte umoristica coglie così il carattere molteplice e contraddittorio della realtà, permette
di vederla da diverse prospettive contemporaneamente. Se coglie il ridicolo di una persona, di un fatto, ne
individua anche il fondo dolente e drammatico. Tutto ciò vale anche al contrario, di un fatto serio non può
evitare di far emergere anche il ridicolo. In una realtà multiforme e polivalente, tragico e comico vanno
sempre insieme.

Uno Nessuno Centomila

TRAMA:
Inizialmente Vitangelo Moscarda (Gengé per gli amici) ci viene presentato come un uomo del tutto comune
e normale, senza nessun tipo di angoscia né di tipo esistenziale né materiale: conduce una vita agiata e
priva di problemi grazie alla banca (e alla connessa attività di usuraio) ereditata dal padre. Un giorno questa
piatta tranquillità viene però turbata: l’elemento disturbatore è un banale e innocente commento
pronunciato dalla moglie di Vitangelo riguardo al fatto che il suo naso penda un po’ da una parte. Da questo
momento la vita del protagonista cambia completamente, poiché Gengé si rende conto di apparire al
prossimo molto diverso da come egli si è sempre percepito. Così decide di cambiare radicalmente il suo
stile di vita, nella speranza di scoprire chi sia veramente, e a quale proiezione di sé corrisponda il suo
animo. Nel processo di ricerca per trovare sé stesso compie azioni che vanno contro a quella che era stata
la sua natura sino a quel momento: sfratta una famiglia di affittuari per poi donare loro una casa, si sbarazza
della banca ereditata dal padre (inimicandosi ovviamente familiari e parenti), e inizia ad ossessionare chi gli
sta vicino, con discorsi e riflessioni oscure che lo fanno passare per pazzo agli occhi della comunità. La
situazione si aggrava al punto che la moglie abbandona la casa coniugale, e, insieme ad alcuni amici, inizia
un'azione legale contro Vitangelo col fine d’interdirlo. Gli rimane fedele in un primo momento solo
un’amica della moglie, Anna Rosa, che poco dopo però, spaventata dai ragionamenti di Vitangelo, arriva
addirittura a sparargli, senza ucciderlo ma ferendolo in modo serio. Vitangelo, il cui "io" è ormai
completamente frantumato nei suoi "centomila" alter ego, sembra trovare una tregua ai propri patimenti
solo nel confronto con un religioso, Monsignor Partanna, che lo sprona a rinunciare a tutti i suoi beni
terreni in favore dei meno fortunati. Il tormentato protagonista pirandelliano, rifugiatosi nell'ospizio ch'egli
stesso ha donato alla città, riesce così a trovare un po’ di pace e di serenità solo nella fusione totalizzante (e
quasi misticheggiante) con il mondo di Natura, l'unico in cui egli può abbandonare senza timori tutte le
"maschere" che la società umana gli ha a mano a mano imposto.

ANALISI:
Il Protagonista assoluto del romanzo è Vitangelo Moscarda, del quale l’autore ci offre anche una
descrizione fisica in diversi punti della narrazione, e in particolar modo i suoi difetti fisici. L’intenzione
dell’autore, però, non è quella di volersi soffermare sull’aspetto fisico del protagonista, nonostante la sua
“crisi” sia scoppiata con la presa di coscienza dei un suo aspetto fisico (il naso che pende un po’ da una
parte). É la sua mente oggetto di interesse, viene accuratamente scrutata, e si vede come il protagonista si
arrovella, perde il sonno pur di trovare una risposta ai suoi quesiti, per vedere in definitiva più chiaro. Non
si limita a confessare di non sapere chi sia, ma afferma deliberatamente di non voler più essere nessuno, di
rifiutare totalmente ogni identità individuale. Bisogna per Vitangelo vivere di attimo in attimo, in perenne
mutazione, e ciò è una condizione esaltante, gioiosa. Ma per arrivare a questa conclusione ha dovuto
affrontare la società e distruggere quelle immagini che la gente si era creata di lui, non guardandosi più in
uno specchio, rifiutando addirittura il suo nome.

Vitangelo Moscarda piò essere suddiviso in “altri” personaggi:

1. Quelli che lo considerano Gengè:


- La moglie Dida, innamorata di quella marionetta che reputava sciocca, timida, quel suo Gengè
esisteva, mentre io per lei non esistevo affatto, non ero mai esistito… quando il protagonista la
strattona, incredula che quell’uomo possa essere il suo Gengè, lo abbandona. Vitangelo ne era
comunque innamorato.
- Il padre di Dida, molto curato, non pur nei panni, anche nell’acconciatura dei capelli e dei baffi fino
all’ultimo pelo; biondo, biondo; e d’aspetto non dirò volgare, ma comune ad ogni modo. Anche per
lui Vitangelo era uno stupidissimo uomo sempre soddisfatto di sé
- Anna Rosa, un’amica di Dida, presente nella parte più romanzata del racconto, orfana di padre e di
madre, abitava con una vecchia zia in quella casa che pare schiacciata dalle mura altissime della
Badia Grande. Sembra pazza quando si ferisce incidentalmente e poi ferisce lo stesso Vitangelo.

2. Quelli che lo considerano usuraio:


- Firbo e Quintorzo, gli amici fidati di Vitangelo così come li definisce lui, voluto bene da tutti quei
consoci, da Quantorzo, come figliuolo, da Firbo, come un fratello, i quali tutti sapevano che con me
era inutile parlare di affari e che bastava di tanto in tanto chiamarmi a firmare… infatti questi due
soci del protagonista non avevano di lui alcuna considerazione, gestivano gli affari non curanti
dell’opinione del padrone della banca: Vitangelo che di fatto era per tutti un usuraio. Quando
Vitangelo assume un atteggiamenti inconsueto e commette delle "pazzie", i due cari amici del
protagonista non si preoccupano di scoprirne la causa, ma si limitano a trovare la soluzione migliore
per non vedere danneggiati i loro interessi. Risultano così infidi, privi di compassione, interessati
solo al denaro.
- La folla, le persone del paese non sono dei veri personaggi, ma sono importanti perché concorrono
ad aumentare la crisi del protagonista, che si vede da tutti bollato come usuraio.
- Monsignor Partanna, era stato eletto vescovo per istanze e mali uffici di potenti prelati a Roma.
Don Antonio Sclepis, era un prete lungo e magro, quasi diafano, come se tutta l’aria e la luce
dell’altura dove viveva lo avessero non solo scolorito ma anche rarefatto.

TEMI:
1.      La presa di coscienza della prigionia delle "forme":
il problema dell’identità era già presente nel Fu Mattia Pascal e viene affrontato da Vitangelo
Moscarda che parla in modo retrospettivo: il protagonista conclusosi un ciclo della sua vita, si volge
indietro a rievocarlo. Dopo la scoperta che il naso gli pende da una parte egli, che non se ne era ami
avveduto, scopre così che l’immagine che si è creato di sé non corrisponde a quella che gli altri
hanno di lui. Si rende conto del fatto che esistono infiniti "Moscarda", l’uno diverso dall’altro, a
seconda della visione delle tante persone che lo conoscono, in primo luogo la moglie. In lui nasce
pertanto un vero orrore per la prigionia delle "forme" in cui gli altri lo costringono; ma scopre
anche di non essere "nessuno" per sé, e questo genera in lui un’altra forma di orrore, un senso
angoscioso di assoluta solitudine.
2.      La rivolta e la distruzione delle forme: la pazzia:
la pazzia è un modo caro agli eroi pirandelliani per scardinare il meccanismo delle forme, delle
convezioni e degli istituti sociali che imprigionano la vita nel suo fluire. Viene quindi vista
positivamente.
3.      Sconfitta e guarigione:
Moscarda ha cercato, con le sue follie, di ribellarsi al sistema ferreo delle convenzioni sociali, di
scardinarlo, ma è rimasto sconfitto. E tuttavia proprio in questa sconfitta trova una
 
forma di guarigione dalle angosce che lo ossessionavano, alienarsi da se stessi, rifiutare il proprio
nome, per abbandonarsi gioiosamente al fluire della vita, morendo ad ogni attimo e rinascendo
nuovo e senza ricordi, per identificarsi con tutte le cose fuori.
4.      L’umorismo:
esso si basa sulla finzione, per cui l’individuo, per non essere emarginato dai suoi simili, deve
ricorrere a continue menzogne e ipocrisie, deve insomma indossare una maschera che solo la
riflessione umoristica permette di individuare e denunciare. La consapevolezza dell’inganno del
vivere conduce inevitabilmente ad una rottura dei valori borghesi tradizionali e soprattutto a una
visione lacerata e frammentaria della creatura umana e a nessuna identità profonda, che si
rispecchia in un’arte disorganica e trasgressiva, deformata e critica.
5.      L’identificazione uomo - natura:
nella parte finale del racconto tra uomo e natura si crea un’identificazione profonda, quest’albero,
respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola, quasi mistica, è proposta come
modello per ogni uomo che sappia rompere il meccanismo delle convenzioni sociali.
6.      Lo specchio:
ma quando sta davanti allo specchio, nell’attimo che si rimira, lei non è più viva, perché bisogna che
lei fermi un attimo in sé la vita per vedersi. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per
un momento. La vita si muove di continuo e non può mai vedere veramente se stessa…lei sta tanto
a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive… non si può vivere davanti a uno
specchio. Vitangelo si è reso conto che nessuno di noi può vedersi e anche se uno riuscisse a
conoscersi, di fatto non potrebbe mai sapere che cosa pensano gli altri.

Commento Personale
Personalmente penso che gli argomenti trattati sono estremamente attuali, perché spesso anche a
noi capita di essere fraintesi dagli altri, che non comprendono veramente chi siamo. Così la nostra
personalità non può rivelarsi a pieno perché qualsiasi cosa tentiamo di fare non sarà mai capita
dagli altri, che guardano verso di noi con i loro occhi. Per tanto, analizzare il nostro essere ci
permette di scoprire la nostra identità, la quale ci rende unici e irripetibili nel mondo, ci permette di
essere “Uno” ai nostri occhi e agli occhi degli altri, eliminando la possibilità di diventare “Nessuno”.

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