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A.S.P.I.C.

Scuola Superiore Europea di Counseling Professionale


Sede Territoriale di MODENA

MASTER IN COUNSELLING PROFESSIONALE


Tesi conclusiva del percorso di formazione

SE NON PARLI IO TI ASCOLTO


Il valore del silenzio e dell’ascolto attivo nella relazione

Relatore Allievo
Prof. Raffaele Marangio Francesco Pini

ROMA luglio 2022


1

INTRODUZIONE

Questa tesi vuole essere un viaggio, raccontato in modo da permettere a chi


la legge di conoscere la mia esperienza personale di vita ed i vissuti connessi al
caso con il quale mi sono confrontato nel ruolo di Counselor.
L’intento, cioè, è quello di focalizzare soprattutto il sentire, soffermandomi
anche sugli elementi teorici e concettuali, ciò solo al fine di consentire al lettore di
comprendere le tecniche applicate e le relative dinamiche sottostanti.
Nel primo Capitolo racconterò il mio viaggio personale, anche da allievo della
Scuola, descrivendo da dove sono partito e chi penso di essere oggi nel qui ed ora.
Nelle more di questo racconto introspettivo mi soffermerò anche sulle tecniche
imparate nel triennio della Scuola, o tramite altri percorsi di crescita, che sento più
mie, sia con riferimento alla mia esperienza personale di cambiamento, che quali
strumenti da utilizzare nella relazione d’aiuto; d’altronde siamo il primo Cliente di
noi stessi e tendiamo ad applicare con gli altri ciò che funziona in noi e che pertanto
sentiamo nostro.
Nel secondo Capitolo descriverò il lavoro svolto con la Cliente con la quale ho
realizzato il percorso di Counseling in qualità di Counselor, ponendo particolare
attenzione a tutti gli aspetti emotivi che hanno caratterizzato la relazione d’aiuto,
citando anche le tecniche utilizzate e le relative motivazioni che mi hanno indotto a
ritenerle funzionali.
Infine, concluderò questo lavoro raccontando il valore dell’esperienza vissuta
nella relazione di aiuto, sia sotto il profilo professionale che personale, a livello
transferale e controtransferale.
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CAPITOLO 1

1 - La mia esperienza
Provengo da un lungo lavoro su me stesso, durato oltre 15 anni e non ancora
terminato, un lavoro iniziato dalla parte cognitiva della comprensione delle
dinamiche e dei meccanismi.

Segno zodiacale Vergine, ascendente Vergine: preciso, puntuale, ordinato,


prospettico, probabilmente troppo, tremendamente razionale.

Figlio di due insegnanti, portatori della classica cultura del docente - allievo,
entrambi cresciuti in dinamiche fortemente anaffettive che hanno trasferito nella
modalità di relazione con me.

Mia madre non mi ha mai abbracciato in vita sua, mio padre esprimeva le sue
emozioni a suoni gutturali.

Aggiungiamo che sono figlio unico, sono stato iperprotetto, ed il gioco è fatto:
anestetizzato nella parte emotiva “dal collo in giù”, mancante di ogni forma di
autostima, autoconsapevolezza ed autodeterminazione.

Come capita spesso a chi viene da vissuti come il mio, ho investito tutto sulla
parte professionale, ho cercato di compensare con quella le mie mancanze nella
parte emotiva.

Vivo in una piccola città di 20 mila abitanti e malgrado questo sono riuscito a
creare uno Studio professionale in ambito fiscale e del lavoro con 30 collaboratori
ed oltre 600 clienti.

Quanta compensazione fra l’archetipo del professionista e quello del figlio,


quale tremendo tentativo di trovare nel lavoro la strada per sentirsi dire dalle figure
adulte di riferimento “bravo, sono orgoglioso di te”.
3

È la storia di ogni narcisista, che sia overt o covert, cercare di compensare le


mancanze affettive trasformandole in una tautologia del bene: l’amore passa dai
comportamenti, oserei quasi dire che è adempimentale, ti voglio bene perché fai e
non perché esisti.

Poi nel 2002, all’età di 34 anni è arrivato Domenico, mio figlio, la vita è fluita
senza grandi “scossoni” fino a 5 anni dopo.

Il destino ha voluto che nel 2007 mio padre venisse a mancare. Si è creato un
duplice effetto, l’asse madre - padre si è venuto a disgregare e mi sono trovato a
“combattere”, al tempo tale era la percezione, con uno solo dei miei due genitori,
questo mi ha dato forza, il “nemico” si era indebolito.

Al contempo mio figlio Domenico ha accusato fortemente la perdita del nonno


materno, d’altronde genitore anaffettivo, nonno super affettivo, classico salto nello
schema comportamentale nella transazione archetipale del ruolo ricoperto.

Mi sono avvicinato per questo alla psicoterapia, l’obiettivo era aiutare mio
figlio a superare l’empasse emotivo della perdita.

Nel parlare di Domenico, parlavo di me, è stata una grande occasione per
comprendere che qualcosa poteva cambiare, poteva esserci una nuova via, chiesi
alla terapeuta se potessi avere qualche dialogo dedicato a me.

Ricorderò per sempre il primo incontro. “Francesco lei come si definirebbe in


una parola?”. “Lineare” risposi dopo un lungo istante di silenzio.

Essere lineari, al tempo suonava bene, era un pregio ed un elemento di


orgoglio per me la mia linearità; oggi parlerei di doverismo o locus of control o
retroflessione.

È stato un lungo viaggio, l’aspetto più complesso fu imparare a dire “io”, usare
il pronome personale per formare le frasi.

Sono stato in terapia per oltre sei anni, ho imparato a “difendermi” durante
quel percorso terapeutico, diciamo che sono arrivato a riuscire ad evitare che i
4

sistemi emotivi delle persone circostanti girassero dentro me senza alcuna mia
capacità di gestirli, non riuscii in questa prima fase terapeutica, però, ad arrivare al
punto di rappresentare me stesso.

Finché poi capitano quegli eventi che cambiano i paradigmi: estate 2015,
Domenico tredicenne prende la bicicletta per andare a casa di un amichetto, “mi
mandi un messaggio quando arrivi?”, “certo babbo”.

Ovviamente il messaggio non arrivò mai, benedetta adolescenza!

il modello familiare, avevo imparato ad essere disfunzionale e profondamente


distante dalla mia e dalla sua salutogenesi; la vita mi aveva insegnato quel
modello, solo quello sapevo fare. In quell’istante mi sono immaginato Domenico
adulto che viveva le mie stesse emozioni da adulto, quasi in una dinamica di
transfert.

In quella macchina ho compreso la necessità di iniziare ulteriori percorsi di


mia crescita, avevo bisogno di svelarmi ulteriormente a me stesso per capire da
dove partire nel cambiare.

Avevo necessità di acquisire consapevolezza di me, io la chiamo imparare a


saper leggere il proprio Manuale di Istruzioni, quello dove sono scritti i
meccanismi personali di funzionamento, cosa che consente di poter formulare
soluzioni diverse dal solito.

Poi, nel 2018 ho frequentato la Extraordinary School di Claudio Belotti a


Milano, scuola di coaching a forte vocazione esperienziale, che prevedeva fra
l’altro una settimana di Campus estivo in Lombardia; quanto ho pianto, quanto
sono riuscito ad entrare in contatto con la mia rabbia, con le mie paure, è stato un
momento della mia vita profondamente intenso.

E poi è arrivata la Laurea Magistrale in Psicologia a Roma, con indirizzo


clinico, con una Tesi di Laurea sulle Violenze Invisibili, che bel viaggio scriverla,
ho rivissuto e rielaborato la mia vita giovanile: i sensi di colpa, i “mi fai stare
male”, i silenzi, i musi lunghi…. quanta violenza (inconscia ed inconsapevole)
5

ricevuta in quei momenti da chi non sapeva farsi voler bene per quel che era.

Oggi ho compreso come il disturbo si annidasse nell’attore non nel convenuto,


al tempo mi colpevolizzavo, oggi provo grande compassione.

È una parola che ho imparato dal Prof Giorgio Nardone, frequentando il suo
Master in Problem Solving strategico.

La compassione, dal latino cum patior, soffro con, è il sentimento tramite il


quale un individuo percepisce emozionalmente la sofferenza altrui desiderando di
alleviarla.

Secondo Tommaso d'Aquino1, la compassione si ha quando il proprio cuore è


dispiaciuto per la sofferenza altrui, ed è quindi una forma di tristezza spiegabile
con l'amore per gli altri.

È un concetto da non confondere con la pena che, invece, ha valore fortemente


negativo, la compassione è una virtù.

Ed infine nel 2020 sono giunto qui, alla scuola di Counseling, una splendida
avventura sotto il profilo delle competenze e della esperienza non solo intellettiva,
la frequenza della Scuola ASPIC di Modena mi ha permesso di consolidare e
sistematizzare le conoscenze ed ha anche costituito una ottima palestra di
confronto, espressione e perfezionamento per mettermi in gioco ed alla prova.

La lezione imparata principale, per così dire lo slogan di questo triennio,


ritengo sia “Diventa e accetta te stesso prima di aiutare gli altri”. Le competenze,
le capacità ed i requisiti per un buon Counselor nell’esecuzione del suo ruolo con
l’altro sono gli stessi che garantiscono una buona salutogenesi personale.

La mia formazione, e le esperienze vissute, mi fanno dire che l’efficacia e la


centratura del lavoro di Counselor si basa su “quel che sei” più che su “quel che
sai”.

Non a caso in una buona relazione di aiuto è importante che il Counselor senta

1
Tommaso d’Aquino, Lo specchio dell'anima, La sentenza di Tommaso d'Aquino sul "De anima" di
Aristotele, Ed. San Paolo, 2012
6

dentro di sé quel che il Cliente sta emozionalmente presentando ai fini


dell’empatia e della costruzione della relazione, nonché dell’alleanza terapeutica.

Certamente la conoscenza di teorie e tecniche permette al Counselor di


trovare, da un lato, “le parole per dirlo” e, dall’altro, di individuare strumenti e
percorsi utili a dipanare il groviglio emozionale e cognitivo del Cliente per
guidarlo in un percorso di chiarificazione, consapevolezza e disidentificazione.

La consapevolezza, come dicevamo, è un concetto importante, il risultato di


un lungo e sofferto Viaggio interiore alimentato da insight, esperienza e
conoscenza.

D’altronde acquisire consapevolezza in sé stessi garantisce poi quella


centratura che ci consentirà, nel ruolo di Counselor con il Cliente, di guidarlo in
una crescita, appunto, in consapevolezza.

La consapevolezza rappresenta, secondo me, un processo in cui si cerca di


aiutare il Cliente nel visualizzare nitidamente ciò che molto spesso gli fa dire “sto
male” senza che riesca a descrivere quel suo sentimento, vederne le componenti e
le dinamiche, spesso i circoli viziosi, i conflitti interni e le coazioni a ripetere.

Un processo che si articola su prese di coscienza o insight, conoscenze


acquisite e soprattutto sul sentire, osservando il dentro sé stessi ad un livello
sempre più profondo.

Consapevolezza vuol dire accorgersi di indossare degli occhiali attraverso i


quali guardiamo, e spesso distorciamo, i fatti, le situazioni e che, di conseguenza,
condizionano i nostri comportamenti mentre restiamo convinti di essere obiettivi,
liberi e competenti.

Occhiali fatti di credenze, convinzioni, valori, atteggiamenti che, nonostante


la nostra certezza inconscia di esserceli creati in autonomia e con intelligenza,
sono in realtà la sedimentazione, l’accumulo, la metabolizzazione di quello che
genitori, insegnanti, figure autorevoli, etc. ci hanno trasmesso.

Accorgersi, in sintesi, di quanto siamo, e ci comportiamo, come dei robot


7

che agiscono in base a software che sono stati installati dall’esterno e che
sostanzialmente ci condizionano a comportamenti non molto dissimili da quelli dei
bambini che siamo stati e che continuiamo ad essere.

Consapevolezza vuol dire mettersi in Viaggio, alla ricerca del proprio vero sé
per diventare adulti maturi, capaci di rimanere più saldi sulle proprie gambe, di
gestire difficoltà, disagi e frustrazioni senza scadere nelle infantili lamentele o
pretese od orgogliose chiusure. Adulti che si incontrano sui problemi per cercare
soluzioni sapendo che lo scontro rende tutti perdenti.

In termini pratici consapevolezza è la capacità di comprendere come


salvaguardare il proprio benessere, il piacere di esserci, anche quando la vita ci
mette di fronte a problemi, frustrazioni, stress, pressioni a fare o a “dover essere”.

Perché effettivamente si può arrivare a scoprire che si può evitare di entrare


nelle nevrosi o nel malessere fatto di paure, vergogne, dolore, rabbia,
rassegnazione, depressione e così via, si può non essere schiavi dei propri
sentimenti disfunzionali.

Consapevolezza diventa così il riuscire a tenere ben saldo il timone, quando


ci veniamo a trovare tra le onde del malessere che si agitano al nostro interno, e
mantenere la rotta utile a tornare a “riveder le stelle”.

Vorrei dare una definizione succinta di consapevolezza, mutuando le parole


di Carl Rogers2: è “come un’illuminazione di ciò che avviene all’interno
dell’individuo” che ha la capacità di non frapporre “barriere, né inibizioni che
impediscano l’esperienza piena di qualsiasi cosa sia presente nell’organismo”.

La ricerca ed il laborioso lavoro di sviluppo della consapevolezza stanno


nell’osservare e sciogliere quelle “barriere e inibizioni”.

A seguire, è importante lo sviluppo della capacità di fare distacco, cioè non


restare travolti da emozioni e pensieri spiacevoli, giudizi, critiche, conflitti etc.,
cioè da quelli che possiamo definire come stati negativi.

2
Carl Rogers, La Terapia centrata sul Cliente, Giunti Editore, 2013
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Un distacco magari molto piccolo all’inizio, ma pian piano sempre maggiore


fino ad arrivare a disidentificarsi, riuscire a non immedesimarsi ed essere un
tutt’uno con quegli stati negativi, considerandoli semplicemente come un sintomo
di qualcosa da esplorare e con cui si può convivere mentre si lavora per migliorare
il proprio benessere.

Roberto Assagioli3, a tal proposito, scrive: “siamo dominati da tutto ciò con
cui il nostro io si identifica. Possiamo dominare, dirigere ed utilizzare tutto ciò da
cui ci disidentifichiamo.”

Un distacco che renda capaci di osservare e contenere, con serenità e


rilassamento, il proprio processo emozionale nelle sue componenti e relazioni tra
esse, di trovare i nessi tra presente e passato, quindi tra quel che si sente nel
presente e la propria storia e di valutare l’influenza di tutto ciò sia sul proprio
comportamento che sulle modalità di relazione con gli altri.

Perché, ad esempio, è importante non restare catturati e rimanere un


tutt’uno con il dolore o la collera/rabbia o la paura e riuscire a collocare quelle
emozioni spiacevoli in uno spazio/contenitore più ampio in cui, oltre le emozioni,
ci possa essere una consapevolezza e un’intelligenza che sappiano guardare oltre,
per trovare soluzioni od alternative utili ad alleviare o trasformare quelle
emozioni/situazioni spiacevoli.

Anche per il solo fatto di considerare le situazioni che viviamo non come
una condanna o qualcosa di definitivo o già scritto nel nostro futuro, ma
semplicemente come un’opportunità per conoscerci meglio e per scoprire nuove
risorse per ripartire più forti e con più fiducia in noi stessi.

Si tratta, in definitiva, di riuscire a non restare sopraffatti e un tutt’uno


(identificati) con le sensazioni di dolore o rabbia o paura, ma, attraverso un lavoro
di consapevolezza e di osservazione di sé, arrivare a fare distanza da quelle
emozioni negative, metterle come a lato di sé stessi, pur restandoci in contatto.

Per parlare su e non nel dolore o rabbia o paura; arrivare, dunque e anche, a
3
Roberto Assagioli, Psicosintesi, Ed. Astrolabio Ubaldini, 1993
9

meta-comunicare con sé stessi prima che con gli altri.

Questi brevi cenni sono utili ad introdurre e motivare il perché, tra i diversi
approcci utilizzati, ne presento anche uno non prettamente gestaltico, comunque
integrato con gli altri sia in termini di sinergia che di sua costituzione: il
paradosso dello scimpanzè, strumento che ritengo fortemente efficace per un
processo intimo di disidentificazione.

2 – Il modello teorico di riferimento

La prima tappa che caratterizza il percorso di miglioramento della fiducia in


se stessi, è imparare ad accettarsi e ad amarsi per quello che si è.

Accettarsi significa diventare liberi di esprimersi con i propri pregi e i


propri difetti, ed è solo attraverso questa libertà che possiamo diventare persone
sicure, che si amano, si piacciono e si sorprendono.

Talvolta capita di essere talmente tanto intransigenti nel giudicarsi, da


generare a livello inconscio convinzioni che minano profondamente la nostra
autostima. Una sana autocritica dovrebbe essere costruttiva, stimolandoci alla
crescita e motivandoci a fare meglio, e non dovrebbe mai mortificare la nostra
persona.

“Esiste un curioso paradosso: quando mi accetto così come sono, allora


posso cambiare”, scriveva Carl Rogers4.

La mancata accettazione di sé proietta la mente alla ricerca di un ideale


immaginario che non permette di vivere con pienezza il momento presente. Il
dialogo interno si arricchisce di frasi del tipo: “Quando sarò…”, “Quando avrò…”,
“Se solo fossi…”, tutti messaggi che comunicano una idea di infelicità destinata a
protrarsi finché non sarà raggiunta quella fotografia immaginaria di perfezione.

Accettarsi non significa accontentarsi o rassegnarsi, ma sfruttare al meglio

4
https://lamenteemeravigliosa.it/le-migliori-frasi-di-carl-rogers/
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quello che siamo, focalizzandosi e lavorando attivamente per cambiare ciò che può
essere cambiato, migliorare ciò che può essere migliorato e accettare serenamente
tutto il resto valorizzando i nostri punti di forza. Ogni miglioramento parte
dall’accettazione incondizionata di sé.

Tutti commettiamo errori, ma ognuno reagisce in modo diverso. C’è chi si


giustifica, chi non li accetta e quindi non ammette di aver sbagliato e chi, invece, è
un autocritico d’eccellenza e passa la vita a sottolineare ogni piccolo sgarro, anche
quello meno influente.

A mettere in evidenza gli errori che commettiamo è il nostro giudice


interiore, il quale, in realtà, non si occupa solo dei nostri sbagli, comportandosi
anche da occhio vigile e protettivo a 360 gradi sulla nostra esistenza.

Per molti di noi, purtroppo, il giudice interiore rappresenta solo un’enorme


figura ingombrante che ci vorrebbe perfetti, o meglio, che ci vorrebbe secondo la
sua idea di perfezione.

Ognuno di noi ha il suo giudice interiore: c’è chi lo ascolta, chi lo alimenta
e chi lo lascia condizionarci l’intera esistenza; è lui a dettare le reazioni che
abbiamo quando sbagliamo o semplicemente quando potevamo fare meglio, quindi
praticamente ogni giorno della vita!

Quando commettiamo un errore, piccolo o grande che sia, la nostra prima


reazione consiste nel darci la colpa. Si tratta di un meccanismo normalissimo che
quando svolto nel modo sano ci consente di imparare dall’esperienza vissuta.

Purtroppo, tale meccanismo non si svolge sempre in modo sano, al


contrario, talvolta innesca un desiderio più o meno consapevole di autopunirsi.

Quando proviamo vergogna o ci sentiamo in colpa, è perché il giudice


interiore sta puntando il dito contro di noi.

Quindi il Giudice interiore è amico o nemico?

Domanda interessante, proviamo a rispondere.

Non siamo su questa terra per essere felici, madre natura ci vuole
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sopravviventi per garantirle continuità, non felici.

Noi esseri umani crediamo di non appartenete al mondo animale, ma di


essere individui superiori al resto delle creature che popolano il nostro
meraviglioso pianeta.

È così da secoli, oggi in misura crescente, la società moderna, così


improntata sull’ego, non ha fatto altro che peggiorare la situazione, perché ora non
solo crediamo di esser superiori, ma anche che tutto il mondo giri intorno a noi
stessi.

Ogni giorno veniamo bombardati da messaggi che ci spingono a credere di


essere al centro di tutto, quando in realtà siamo animali anche noi e come tutti gli
animali abbiamo certi istinti e certi impulsi.

Credo che si parli poco dell’istinto di sopravvivenza. Se un tempo, quando


vivevamo in uno stato di natura, ci serviva per mantenerci in vita rendendoci
ipersensibili al pericolo e spingendoci a prendere le decisioni più sagge per
continuare a vivere, oggi la questione è molto diversa.

Oggi l’istinto di sopravvivenza si è trasformato da una risorsa in un limite.

D’altronde la sopravvivenza passa dal prevenire il pericolo, tale


prevenzione si attua replicando le risposte a parità di stimoli, o presunti tali.

Vedremo nel prosieguo il Modello del Paradosso dello scimpanzè a


spiegazione di questo meccanismo che ci pone nella dinamica di rimanere
stabilmente nella nostra comfort zone.

La comfort zone ci appare come qualcosa di sicuro e innocuo. Qualcosa che


conosciamo bene, senza sorprese. All’inizio ci piace l’idea di starci dentro fino al
collo, perché è un luogo dove non succede mai nulla di pericoloso, tutto è
prevedibile, ma a un certo punto può succedere che tutto questo comfort ci porti ad
odiare la nostra stessa esistenza.

Eppure, rimaniamo incastrati, l’istinto di sopravvivenza serve a farci vivere


a lungo non a vivere felici. Concretamente ci porta a prendere sempre la decisione
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più sicura, quella che prevede il minor numero di rischi. Ad esempio, se sei a un
bivio, l’istinto di sopravvivenza ti farà preferire il sentiero che hai già percorso
rispetto a quello che non conosci. Anche se il primo non ti darà alcuna emozione
mentre sul secondo potrebbe esserci una vista sensazionale.

Possiamo ora rispondere alla domanda precedente. Il giudice interiore non è


necessariamente una figura malvagia, opera, ragiona e lavora secondo lo schema
dello spirito di sopravvivenza ed in questa dinamica si comporta in maniera
bivalente, a volte quale “giudice interiore amico” ed altre quale “giudice interiore
nemico“.

Il giudice interiore amico elabora e dà un feedback coerente e incoraggiante.


Cerca di innescare miglioramenti allineati con le nostre reali esigenze ed affini alle
nostre capacità, il giudice interiore nemico invece ci tiene nella comfort zone a
prescindere dalle nostre reali esigenze di vita.

Spesso queste definizioni vengono riviste definendo questi due archetipi fra
loro in contrasto anche come giudice interiore e difensore interiore.

Chiarito il ruolo del giudice interiore, e definite anche le disfunzionalità


parziali di funzionamento, diventa cogente un quesito: come possiamo interagire
con “lui” per discriminare le occasioni in cui ha senso accogliere ed ascoltare i
suoi consigli, da quelle in cui non ha senso farlo?

Personalmente trovo esaltante ed efficace il modello sviluppato dal Dott.


Steve Peters5 che viene comunemente definito come “Il paradosso dello
Scimpanzé”.

Mi sono imbattuto anni fa in questo libro che proponeva un curioso modello


per comprendere il funzionamento della mente e ne sono rimasto folgorato.

Ispirandosi alle neuroscienze, Peters ha elaborato un potente modello per


gestire la mente che ha aiutato molte persone a capire meglio se stesse ed a gestire
le loro emozioni.

5
Steve Peters, Il Paradosso dello Scimpanzè, Ed. Sperling & Kupfer, 2015
13

Questo modello vede il cervello diviso in tre “team”.

La mente scimpanzé che è la parte emotiva del cervello, programmata


dall’evoluzione per farci sopravvivere. Il suo modo di pensare è caratterizzato
dalle emozioni, lavora su impressioni e interpretazioni e risponde cinque volte più
veloce del cervello razionale.

La mente umana che è la parte razionale, quella che soppesa le prove e


giunge a conclusioni caute e ponderate, attraverso la cognizione. Questa mente è
quella in cui risiedono i valori più elevati, consente di pianificare in modo
strategico le azioni e pensare alle loro conseguenze. La velocità non è però il suo
forte in quanto è cinque volte più lenta della mente scimpanzé.

Infine, il computer che è la banca dati contenente i ricordi, le abitudini e le


risposte automatiche. È il luogo da cui sia la mente umana che la mente scimpanzé
cercano informazioni per associazione che poi usano per prendere decisioni. È
l’hard disk interno. Il computer lavora venti volte più veloce della mente umana e
quattro volte più veloce della mente scimpanzé.

Sebbene questi tre “team” lavorino insieme, capita spesso che entrino in
conflitto tra loro.

E chi la spunta di solito? Beh, la mente più veloce, quella dello scimpanzé.

Ed è su questa che ci concentreremo.

La mente scimpanzé è una parte dell’uomo, esattamente come la mente


umana. Si lascia guidare dalle emozioni, che possono essere sia molto costruttive
che distruttive. Non è necessariamente buona o cattiva, è solo uno scimpanzé.

È sempre attiva, in particolar modo quando si è turbati o inquieti, tende a


pensare in termini assoluti, bianco o nero, può essere paranoica e spesso finisce col
diventare catastrofista.

La mente scimpanzé è stata progettata per garantire la sopravvivenza al


tempo degli uomini delle caverne, quando l’ambiente era assai pericoloso e pieno
di minacce.
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Poiché funzionale alla sopravvivenza, il suo modo di agire è veloce e


reattivo. Si esprime infatti perfettamente nel meccanismo di risposta delle 3 “F”:

F Fight = combattere la minaccia

F Flight = scappare dalla minaccia

F Freeze = restare immobilizzati

Tuttavia, oggi, le risposte veloci, forti e spesso aggressive della mente


scimpanzé non sono in grado di risolvere molti dei complessi problemi del
ventunesimo secolo, di cui le nostre vite sono piene, come ad esempio le
problematiche con i colleghi in ufficio o con un partner o le relazioni
interparentali.

Queste risposte “primitive” tendono a manifestarsi quando lo scimpanzé


manda un messaggio che pressappoco dice: “mi sento sotto minaccia e devo fare
qualcosa”.

Arriviamo al punto cruciale, il famigerato paradosso che dà il titolo al libro.


Il paradosso consiste nel fatto che questa nostra scimmia interiore può essere nello
stesso tempo sia la migliore amica che la peggiore nemica, proprio in ragione della
reattività estrema che la contraddistingue.

Lo scopo principale di questo modello è quello di aiutare a gestire lo


scimpanzé, sfruttare i suoi punti di forza e potere, quando lavorano a vantaggio, e
neutralizzarli quando invece sono disfunzionali.

Avere una mente scimpanzé è simile all’avere un cane. Non sei responsabile
per il suo temperamento, ma sei responsabile della sua gestione e del fare in modo
che si comporti nel modo più appropriato.

Quest’ultimo punto è cruciale per la felicità personale ed il successo nella


vita. Uno dei segreti per essere felici è imparare a vivere con lo scimpanzé e non
essere sottomesso o attaccato da lui.
15

Secondo l’autore è una continua e costante lotta tra l’umano e lo scimpanzé,


che pensano e interpretano la realtà in maniera differente: la parte umana, che vive
nel lobo frontale e la parte scimpanzé che vive nel sistema limbico. Lo scimpanzé
e l’umano hanno programmi diversi e operano usando principi diversi.

Lo scimpanzé opera seguendo le leggi della giungla e lo fa seguendo i suoi


potenti istinti. L’umano opera seguendo le leggi della società e lo fa usando
principi etici e morali, tipici della coscienza.

Qualsiasi esperienza viene interpretata sia dalla parte umana che dalla
scimmia. Spesso purtroppo lo scimpanzè fa le bizze e reagisce secondo questi
comportamenti:

 Saltare velocemente alle conclusioni;

 Pensare in bianco o nero;

 Entrare in paranoia;

 Catastrofismo;

 Giudizi emotivi;

 Irrazionale.

La mente umana invece si muove secondo questi paradigmi:

 Si basa sulle prove e sui fatti;

 È razionale e logica;

 Da giudizi ponderati;

 Prevede le conseguenze delle sue azioni.

Sapere gestire la scimmietta interna è una sfida quotidiana.

Lascio a te caro lettore, a questo punto, domandarti quanto la tua vita sia
guidata dallo scimpanzé quando sei arrabbiato, stressato o percepisci qualche tipo
di minaccia (fisica, psicologica o di reputazione).

Nel libro l’autore suggerisce di dare un nome a questo scimpanzé e


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presentarsi a lui visualizzandolo, attribuendogli, cioè, una sua fisicità


nell’immaginifico. Capita spesso che la mente umana e la mente scimpanzé
entrino in conflitto; quindi, presentarsi e comprendersi può essere un buon modo
per trovare soluzioni meno guerrigliere.

D’altronde questa tecnica diventa l’applicazione pratica del concetto di


dissociazione, tecnica propria della PNL6.

Stato associato e stato dissociato sono termini che si usano spesso in


Programmazione Neuro Linguistica. Pensiamo ad esempio all'attività sportiva:
quando si vive l'esperienza in prima persona, si provano le emozioni "dal vivo",
sulla pelle; si vive e si vede il momento attraverso i propri occhi, presenti in quel
momento.

Questo è lo stato associato.

In questo stato, non si può vedere sé stessi all'interno dell'immagine, della


scena che si sta vivendo.

Si vivono le emozioni e sono queste ad avere la prevalenza su tutto.

Lo stato dissociato invece si crea quando rivivendo l'esperienza si è fuori


dal corpo, si osserva se stessi facendo l'esercizio o eseguendo la prestazione
sportiva.

È come vedere sé stessi in un video della prestazione.

In questo caso, non vivendo in prima persona la situazione, si è più


distaccati, non si provano emozioni vere e proprie, ed è proprio in questa
situazione che diventa possibile l'autocritica, per capire dove si può migliorare.

In questa fase si possono elaborare tutti gli accorgimenti per migliorare le


proprie performance.

La dissociazione ci è utile per analizzare sotto stress quale delle tre F è più
presente in noi, la reazione allo stress, infatti, è diversa per ciascuno di noi.

6
Richard Bandler, Tecniche di PNL: Vivi la vita che desideri con la Programmazione Neuro-Linguistica,
Ed. Alessio Roberti, 2015
17

Come già detto, c’è chi reagisce in modo aggressivo (fight), chi evitando
(flight) e chi sperando che il problema si risolva da solo (freeze).

Il modo più appropriato per gestire lo scimpanzé è usare quello che Peters
chiama autopilota del computer, che è 4 volte più veloce della scimpanzé, quindi
può batterlo in velocità, una modalità che disattiva l’inutile risposta dello
scimpanzé prima che possa essere eseguita.

È utile, ora, analizzare i trucchi consigliati da Peters per impostare


l’autopilota e mettere a tacere lo scimpanzé.

1- Prestare attenzione alle risposte dello scimpanzé. Non è difficile


identificare le sue reazioni istintive perché sono quel genere di risposte che una
volta a freddo uno vorrebbe sotterrarsi piuttosto che aver detto o di cui comunque
non si va fieri.

È importante dedicare dieci minuti al giorno ad analizzare le risposte date


nelle ultime ventiquattro ore, quante di queste erano sotto il dominio della mente
scimpanzé? E quando la mente scimpanzè agisce come l’affrontiamo?

2- Attivare l’autopilota. Il miglior modo per attivare l’autopilota del


computer consiste nel pronunciare mentalmente una parola attivatrice appena ci si
accorge che lo scimpanzé è entrato in azione. Per esempio, se l’autopilota è
“intendo cambiare le mie reazioni automatiche allo stress” la parola attivatrice
potrebbe essere “cambiare”.

3- Cliccare sul tasto pausa. Si può immaginare un gigantesco pulsante di


pausa nel computer interno che una volta spinto mette in pausa lo scimpanzé.
Questo consentirà alla mente umana di essere coinvolta e prendere parte alle
decisioni.

4- La tecnica dell’elicottero. Per prendere le distanze dalla situazione si può


immaginare di essere saliti su un elicottero che ci abbia tolto dalla situazione e che
si stia volteggiando sopra l’evento stressante. Si può guardare dall’alto in basso
per ottenere alcune prospettive diverse su ciò che sta succedendo.
18

Immagina la vita come una linea temporale dall’inizio alla fine per vedere
dove ci si trova in questo particolare momento. Ci si può domandare: “quanto è
importante questa situazione per il resto della mia vita?”; “durerà per sempre o
passerà velocemente?”; “quali sono le cose davvero importanti nella mia vita?
Questa è una di esse?” Bisogna sempre ricordarsi che tutto passa e che molto
probabilmente si guarderà a quel momento come a qualcosa di distante e di scarsa
importanza.

5- Cosa cambiare e cosa accettare. È importante domandarsi cosa si può fare


per reagire diversamente. Come si può agire, in pratica, per cambiare la
situazione? Bisogna focalizzarsi su ciò che si può cambiare, ricordandosi che
alcune cose possono sfuggire dal nostro controllo, come ad esempio i
comportamenti delle altre persone. Bisogna farsene una ragione. Gli altri non
cambiano se non vogliono, possiamo temporaneamente forzarli scatenando in loro
paure o ansie, dura poco e li rende non autentici. Anche qualunque obiettivo che ci
prefiggiamo nella nostra vita sarà raggiungibile solo se è sotto il nostro controllo,
in alternativa è una speranza, una illusione, niente di effettivo.

6- Riflettere ed usare la parte umana. Una volta creato il tempo e lo spazio


per consentire alla parte umana di pensare si sono create le condizioni per riflettere
prima di agire. Bisogna chiedersi chi si vuole che pensi e agisca, lo scimpanzé o
l’umano? È una scelta personale.

7- Riderci su. Serve vedere il lato comico della situazione. Sdrammatizzare


e ridere sono due antidoti strapotenti e spesso sottovalutati nella gestione dello
stress.

8- Equilibrare l’Attenzione. Alla base della mente scimpanzé c’è un


problema di attenzione. Come uno scimpanzé salta di ramo in ramo, la mente
passa continuamente da un pensiero all’altro. Si può calmare lo scimpanzé
attraverso la Meditazione, per esempio.

È, quindi, importante prendere consapevolezza che dentro di sé coesistono


una parte di mente umana ed una parte di mente scimpanzé; questo è un concetto
19

da acquisire con grande consapevolezza per imparare ad essere meno reattivi, per
fare scelte migliori e per agire con maggior controllo e fiducia in sé stessi.

Mi piace a questo punto riportare una frase di Roberto Assagioli 7: “Molte


persone sono solite prendere la vita, le situazioni, le persone, con eccessiva serietà;
esse tendono a prendere tutto in tragico. Per liberarsi dovrebbero coltivare un
atteggiamento più sciolto, più sereno, più impersonale. Si tratta di apprendere a
vedere dall’alto la commedia umana, senza troppo parteciparvi emotivamente; di
considerare la vita del mondo come una rappresentazione teatrale in cui ognuno
recita la propria parte. Questa va recitata nel migliore dei modi, ma senza
identificarsi del tutto col personaggio che si impersona”.

Molte persone si ripetono più e più volte “non prendertela”, quando va


male, “vivi con più leggerezza”, “non investire troppo nelle persone e nelle
situazioni” e tanti altri buoni propositi di facile comprensione, ma di difficilissima
messa in atto.

Assagioli dice proprio questo: impariamo a vivere senza troppo identificarci


nelle cose che ci circondano, cercando di guardarci sempre come fossimo un
osservatore di noi stessi. Come se la vita fosse semplicemente una
rappresentazione teatrale e noi che giochiamo a fare gli attori. Questo ci esorta ad
imparare a guardarci dall’alto, come se utilizzando quel punto di vista tutto fosse
ridimensionabile, soprattutto la sofferenza, tutto fosse di facile comprensione
perché più distante e quindi meno coinvolgente emotivamente.

La dissociazione di cui parlavamo prima può essere realizzata con la tecnica


dell’andare a teatro di sé stessi.

La visualizzazione del teatro rappresenta una tra le tecniche più utili per
rappresentare la complessità della nostra struttura di personalità, e per vedere e
riconoscere lo scimpanzè.

Sono presenti varie versione di tale tecnica, riporto quella che preferisco e

7
Roberto Assagioli, cit.
20

che utilizzo a titolo personale. Vediamo come funziona8.

... e adesso chiudete gli occhi e lasciate che la respirazione sia spontanea.
Lasciate che ad ogni inspirazione e ad ogni espirazione il corpo e la vostra mente
si rilassino, creando uno spazio di ascolto profondo…

“Immaginate di essere seduti su di una poltrona nella platea di un vecchio


teatro. Il sipario è ancora chiuso ma già si sentono i passi degli attori dietro le
quinte che si stanno preparando ad entrare in scena. Il teatro odora di vecchio ed
ogni volta che entra qualcuno per mettersi seduto si possono distinguere i passi di
chi come voi si è seduto. Ad un certo punto le luci si abbassano e il grande sipario
color porpora si apre lentamente lasciando intravedere la scenografia che fa da
cornice a quella rappresentazione. Un grande silenzio avvolge la sala e anche la
vostra attenzione è catturata da quello che è l’ingresso del primo personaggio che
si presenta sul palcoscenico. Osservatelo con attenzione, cercate di capire chi
rappresenta; date attenzione ai suoi abiti di scena, alla sua fisionomia, alla sua
posizione sul palco…l’attore fa tre passi avanti, si presenta al pubblico e parla di
sé, si presenta. Racconta la sua storia e il ruolo che ha in questa rappresentazione,
poi s’inchina, saluta e si colloca sulla parte sinistra del palcoscenico. Di lì a poco
si fa avanti un secondo personaggio; anche lui è vestito in un modo particolare,
osservatelo con attenzione: qual è la sua postura, in cosa si differenzia dal
precedente, qual è la posizione che occupa sul palco. Fa tre passi avanti e si
presenta; racconta brevemente la sua storia e il suo ruolo in questa
rappresentazione, fa un inchino, saluta e si posiziona vicino al primo attore.
Adesso entra in scena un terzo personaggio; avanza verso il pubblico raccontando
di sé. Osservate i suoi modi, i suoi costumi, la sua fisionomia. Anche questo saluta
e va vicino agli altri due.

I tre attori iniziano a muoversi liberamente sul palcoscenico e danno al


pubblico la possibilità di fare delle domande per conoscerli meglio così anche voi
ne scegliete uno tra loro, vi alzate in piedi e iniziate un dialogo diretto con chi
8
http://www.psicosintesioggi.it/psicosintesi/ogni-uomo-e-attore-di-se-stesso
21

avete scelto. Sentite imbarazzo nel parlare in piedi di fronte a tutta quella gente ma
siete curiosi, attenti a quella che è la storia di quel personaggio che ha colpito
molto la vostra attenzione.

Poi gli attori si fermano, fanno un grande inchino e salutano, svanendo


lentamente dietro a quel grande sipario che piano piano e rumorosamente si
chiude, lasciando dietro di sé quei personaggi e le loro storie. Voi siete ancora lì
seduti, attenti, presenti a voi stessi e a tutto quello che vi circonda. Lentamente le
luci si accendono, le persone iniziano ad alzarsi ed escono dalla sala che si svuota.
Voi siete ancora lì, che state riflettendo su quello che avete visto. Vi alzate dopo
poco un po’ a fatica, emozionati da quello che avete visto. Così anche voi siete
pronti per uscire. Adesso siete fuori dal teatro; date ancora uno sguardo veloce
voltandovi e poi andate via. Lasciate che l’immagine di voi che camminate sfumi
lentamente. Aiutatevi con la respirazione: ad ogni espirazione l’immagine del
teatro sfuma e la vostra attenzione torna lentamente al momento presente. Quando
vi sentite pronti, fate tre grandi inspirazioni e tre espirazioni profonde e solo
quando vi sentite pronti riaprite gli occhi.”

Attraverso questo esercizio di visualizzazione guidata possiamo entrare in


contatto con le nostre subpersonalità che in quel momento stanno agendo in noi,
fra cui anche lo scimpanzè. Riuscendo a dialogare con i personaggi acquisiremo
informazioni importanti ed una conoscenza più approfondita di queste parti che
solitamente si manifestano inconsapevolmente e senza essere state chiamate.

Ritengo utile introdurre due ulteriori concetti che si intersecano con il


nostro scimpanzè e con la capacità di prendere la vita in modo giocoso:
l’intenzione positiva e l’accettazione incondizionata.

Ho sentito parlare di intenzione positiva per la prima volta frequentando la


Scuola di Coaching di Claudio Belotti a Milano.

Una deflagrazione interiore, perché adottando questo approccio alle cose,


tutti gli stimoli con i quali entriamo in contatto acquistano un valore
completamente diverso e lo scimpanzè riduce la sua aggressività.
22

L’intenzione positiva è un concetto bidirezionale, riguarda sia il rapporto


con noi stessi che quello con gli altri.

Spesso ci lamentiamo dei nostri comportamenti, non ci piacciono le nostre


convinzioni, vorremmo tanto cambiare, ma alla fine continuiamo a comportarci,
credere e pensare, sempre allo stesso modo.

Come sarebbe la nostra vita se fossimo diversi nel nostro modo di fare?

Potremmo risponderci che saremmo più sereni, più estroversi, più autonomi.
Tutte cose che a parole sembrano veramente utili, ma che agiamo solo raramente.

Quindi, come mai, se un qualcosa ci pare così utile, alla fine non lo
facciamo mai? Come mai se riteniamo fondamentale cambiare, ad esempio, stile di
vita alimentare, continuiamo a mangiare sempre allo stesso modo?

La risposta è l’Intenzione Positiva, cioè la finalità che vuole raggiungere la


nostra mente, con il proprio comportamento: mangiare compulsivamente ha
l'intenzione positiva di farci sentire coccolati affettivamente e quindi di sentirci
amati, le forti crisi di ansia possono servire per non abbassare mai la guardia
davanti ai pericoli, e quindi per proteggerci, la rabbia incontrollata, anche se
fortemente dannosa, può avere l'intenzione positiva di non renderci inascoltati.

In pratica le azioni che agiamo sono le soluzioni che nel tempo abbiamo
individuato per affrontare le nostre specifiche esigenze, soluzioni che, per la loro
struttura, contribuiscono però a tutta una serie di danni collaterali.

Esplorare le intenzioni positive del problema ci permette di costruire nuove


soluzioni, prive, o comunque meno intrise, di danni collaterali.

Questa visione delle cose ha una grande portata anche nella relazione con
gli altri. Individuare l’intenzione positiva del nostro interlocutore ci aiuta a creare
empatia ed a disinstallare le reazioni estreme della nostra mente scimpanzè.

In PNL si dice che non esistono persone buone o cattive, si parla piuttosto
di bisogni che sottostanno ai comportamenti.

Buono e cattivo sono nominalizzazioni, non hanno un senso pratico, sono


23

parole che hanno una connotazione morale. Se cerchiamo “buono” in un dizionario


troviamo come significato “conforme a ciò che è ritenuto il bene morale”, o
“moralmente positivo”. D’altro canto, la prima definizione di “cattivo” è sempre
“l’opposto di buono. Nel senso morale, malvagio, perverso, disposto al male” o
“contrario ai modelli e principi morali”.

Ciò che veramente conta nella analisi del comportamento altrui è quale sia il
bisogno che la persona vuole soddisfare e scopriremo che mai nessuno fa qualcosa
“fine a se stesso” per ferire l’altro, in natura non si uccide per il gusto di uccidere,
esiste sempre una valida motivazione, valida ovviamente per l’autore dell’azione.

Possiamo riformulare la nostra visione della cattiveria umana utilizzando un


aforisma di Émile Salomon Wilhelm Herzog: “La cattiveria umana, che è grande,
si compone in gran parte di invidia e di paura”. A sua volta, l’invidia nasce da
disistima di sé, frustrazione, impotenza, insicurezza, dal non percepire le proprie
potenzialità. La paura è spesso dimostrazione del voler evitare di perdere qualcuno
o qualcosa.

Quindi la cattiveria è un sentimento verso sé stessi e non verso l’altro, nella


relazione con l’altro subisco la cattiveria che lui ha verso se stesso e non verso me.

E questo placa la scimmia e consente alla mente umana di agire in maniera


appropriata.

Manca però un tassello al nostro ragionamento. Chiarito che l’intenzione


positiva mi aiuta a dare un “senso” al comportamento dell’altro, e rendermi quindi
conto di come sia “farina del suo sacco”, comunque nell’interazione reciproca
dovrò fare i conti anche con le mie convinzioni proiettive.

Ecco entrare in gioco il concetto di accettazione positiva incondizionata che


consiste in un atteggiamento di accoglienza dell’altro in quanto persona nella sua
centralità, senza aspettative o giudizi, in un clima di rispetto profondo per la sua
storia.

Accettare deriva dal latino accipere che significa ricevere senza riserva
24

alcuna; si può ricevere in maniera attiva o passiva.

L’aggettivo “positiva” si riferisce alla modalità con la quale si realizza


l’accettazione che deve quindi essere figlia di un atteggiamento rivolto
all’accoglienza piena.

L’accettazione positiva deve essere rivolta prima di tutto a noi stessi, siamo
noi i primi a doverci accettare per quel che siamo; imparando tale modalità di
interazione con noi stessi, acquisiamo anche un modello comportamentale da
attivare con gli altri, ciò anche nel nostro ruolo di Counselor nella relazione di
aiuto.

Dunque, l’atteggiamento accettante del Counselor è legato al suo modo di


accogliere e credere in queste potenzialità: guardare ad una persona come
qualcuno in grado di svilupparsi in pieno, fa sì che anche il rapporto di aiuto sia
visto come paritario in assenza di giudizio.

Il Counselor è chiamato ad aiutare il Cliente a fare luce nel percorso di


esplorazione di sé, mai sostituendosi a lui, per questo motivo, il paradigma
dell’accettazione positiva porta il Counselor a non attribuire significati personali o
interpretazioni alle esperienze ascoltate, ma lo indirizza verso l’aiutare il Cliente a
trovare le proprie motivazioni al fine di sviluppare nel tempo autonomia e
indipendenza.

La considerazione positiva permette al Cliente di sperimentare una relazione


in cui poter essere rispettato e visto per quello che è, senza giudizi o aspettative.
Insomma, si è liberi da condizionamenti, questo aumenta la consapevolezza di sé e
la congruenza.

Secondo Rogers, l’incongruenza ha origine nell’infanzia, quando i genitori


hanno avuto atteggiamenti di “amore condizionato” verso il bambino che ha
dunque sviluppato un’immagine distante dal proprio vero sè.

Per mantenere l’amore delle persone importanti il bambino assorbe ed


interiorizza norme anche molto distanti dai propri desideri ed emozioni. Questo lo
25

porta ad una “dissociazione” tra l’esperienza reale ed il “falso sé” che si è


costruito.

Il cambiamento nella relazione di aiuto porta la persona ad accettare di più


sé stessa, con pregi e difetti, dando sempre meno importanza ai giudizi esterni e
concentrandosi più sulle sue emozioni e sui suoi bisogni.

L’accettazione positiva ed incondizionata porta il Counselor verso


l’empatia, l’autenticità e la congruenza, qualità che Carl Rogers considera come le
condizioni fondamentali perché la relazione d’aiuto abbia successo e si crei il
clima di fiducia indispensabile al Cliente per procedere verso una chiarificazione e
accettazione dei propri vissuti emotivi e della propria esperienza, a qualsiasi
livello.

L’empatia è la capacità del Counselor di sintonizzarsi con il Cliente e


comprenderlo sia sul piano cognitivo che su quello emotivo: implica attenzione e
sensibilità nell’accogliere i vissuti dell’altro, anche se divergono profondamente
per esperienza, valori o idee dai propri. Questa capacità di sentire il mondo
dell’altro e di accettarlo in quanto unico e irripetibile è ovviamente connessa alla
sospensione del giudizio e di ogni forma di interpretazione e genera quel
particolare senso di riconoscimento che fa sentire l’altro visto per davvero.
L’esperienza dell’incontro diventa così una grande occasione, perché nutre il
Cliente a tutti i livelli, in un rapporto di condivisione che fa da contraltare
all’esperienze di solitudine esistenziale.

Nello spazio relazionale che si viene così a creare si sviluppa un ascolto di


qualità, fortemente empatico e caratterizzato da totale presenza del Counselor nel
dare centralità al Cliente dentro la relazione.

L’empatia non deve però diventare identificazione con il Cliente, bisogna


cioè evitare il V.I.S.S.I e la confluenza.

V.I.S.S.I. è un acronimo, e sta ad indicare quei cinque errori che è


fondamentale evitare nell’approccio dialettico con l’altro.
26

Le cinque lettere indicano: valutare, indagare, soluzionare, sostenere ed


interpretare.

Vediamo un esempio per ognuna:

-VALUTARE…”non è mica la fine del mondo”…

-INDAGARE …”quando è successo?”…

-SOLUZIONARE …”fregatene”…”basta che non le scrivi”…

-SOSTENERE …”vedrai che passerà”…

-INTERPRETARE …”quella fa così per tirarsela”…

Per confluenza, invece, intendiamo una resistenza alla qualità della


relazione: la confluenza è un fantasma inseguito da coloro che vogliono ridurre le
differenze in modo da moderare l’esperienza sconvolgente del nuovo e dell’altro.
“È una misura palliativa per mezzo della quale si stabilisce un accordo
superficiale, un contratto per non scuotere la barca. Il buon contatto, dall’altra
parte, anche nelle unioni più profonde, contiene il senso più alto e profondo
dell’altro. Uno dei problemi relativi alla confluenza è naturalmente il fatto che essa
è una fragile base per le relazioni. Proprio come due corpi non possono mai
occupare lo stesso spazio nello stesso tempo, due individui non possono mai
pensarla allo stesso modo. Se è così difficile per due individui raggiungere la
confluenza, è anche più inutile lottare per ottenere la confluenza nella famiglia,
nelle organizzazioni, o nella società. […] Due indizi per le relazioni confluenti
disturbate sono i sensi di colpa frequenti e il rancore”9.

L’accettazione positiva incondizionata, l’evitare il V.I.S.S.I. e la confluenza


implicano da parte del Counselor accettare la realtà esistenziale dell’altro e
valorizzarlo per ciò che è, anche se porta valori ed una visione del mondo
profondamente diversi dai propri. Il che non significa condividere o approvare in
modo acritico idee, opinioni e sentimenti diversi, ma riconoscere all’altro la libertà
di provarli.

9
Erving e Miriam Polster, Terapia della Gestalt integrata. Profili di teoria e pratica, Ed. Tedesco, 2018
27

Infine, i concetti di autenticità e congruenza riguardano la capacità, da parte


del Counselor, di essere spontaneo e trasparente nella relazione, mostrandosi per
ciò che realmente è, senza nascondersi dietro il ruolo che ricopre.

Nella relazione che si viene a creare è verosimile che il Cliente in difficoltà


almeno inizialmente possa essere incongruente, mentre il Counselor deve essere
sempre congruente per essere efficace, deve essere in contatto con la propria
esperienza ed il proprio vissuto ed essere capace di atti di trasparenza, ovvero di
comunicare quello che il Cliente suscita in lui, ovviamente facendo attenzione che
tale comunicazione sia nell’interesse del Cliente e non soddisfi semplicemente un
suoo bisogno. Essere autentici vuol dire esprimere solo ciò che realmente
corrisponde al proprio sentire, evitando frasi stereotipate e restando in contatto
empatico con il nostro interlocutore: e solo se il Counselor è davvero autentico,
può trasmetterlo e favorire questa apertura anche nell’altro.

Tutte queste condizioni non devono essere considerate tecniche o metodi,


ma un modo di essere con il Cliente. Il Counselor è presente per il Cliente, lo
accetta così com’è, nel qui e ora, con tutto ciò che ha portato e con il motivo per
cui è tale in quel preciso momento.

Questo esclude diagnosi e patologizzazioni del Cliente ed impedisce che il


Counselor abbia metodi predefiniti o griglie mentali cui rifarsi, ma possa
sperimentare l’altro come un individuo unico, abbracciandone l’intera persona
senza preferenze né discriminazioni.

Ogni aspetto dell’umanità dell’altro diventa una “prospettiva” valida, a


prescindere da qualsiasi differenza di genere, sesso, abilità diverse, religione,
cultura, razza, ecc.

E nella relazione di aiuto assume valore la parola in tutte le sue forme.


Anche il silenzio è parlare.

“Non si può non comunicare. Non esiste un qualcosa che sia un non-
comportamento. Le parole, il silenzio o l'attività hanno valore di messaggio,
influenzano gli altri e gli altri a loro volta rispondono a tale comunicazione” scrive
28

Paul Watzlawick al primo degli assiomi della comunicazione10.

Il silenzio può essere utilizzato dal Counselor come mezzo per consentire al
Cliente di liberare le sue potenzialità e concentrarsi per comprendere con maggiore
chiarezza quali scelte o decisioni adottare per raggiungere i suoi obiettivi.

Questo è un elemento centrale nella relazione, le parole hanno a volte il


difetto di mantenere il Cliente su un livello prettamente cognitivo e/o di creare un
rumore di fondo funzionale al suo non voler sentire. Per sentire serve silenzio, nel
silenzio si ascolta, si creano, in altri termini, quegli spazi emotivi che consentono
di contattare intimamente se stessi.

3 – Tecnica ed emotività

La relazione di aiuto nell’ambito del Counseling ha come funzione quella di


aiutare il Cliente a riconoscere le diverse parti che lo compongono, in base alle
parole espresse, alle emozioni vissute, ai comportamenti, alle situazioni ed alle
esperienze riferite.

Si tratta di guidare il suo Viaggio interiore, senza interferenze, aiutandolo


ad orientarsi nella rete stradale della sua vita avendo una visione panoramica della
viabilità nel suo territorio esistenziale.

Mi sono spesso domandato per quale ragione, nelle more di un viaggio così
personale nell’intimità del Cliente, viaggio che il Cliente stesso origina ed orienta,
avesse una rilevanza per il Counselor la componente tecnica, oltre a quella
emotiva.

Nel corso del triennio trascorso presso la Scuola Aspic di Modena ho


compreso il valore della interazione fra queste due componenti: la parte tecnica è
fondamentale e necessaria, consente di accedere ad una serie di strumenti
contenuti nella cassetta degli attrezzi delle tecniche che agevolano il Counselor nel
facilitare il cambiamento da parte del Cliente, al contempo l’uso dei soli attrezzi

10
Paul Watzlawick, Pragmatica della comunicazione umana, Ed. Astrolabio, 1971
29

genera una relazione sterile, quasi meccanicistica, assolutamente improduttiva in


quanto tale.

Lo strumento, cioè il modello di riferimento, va sinergicamente fuso con la


creazione di uno spazio relazionale denso di fiducia, accoglienza e protezione, che
metta il Cliente a suo agio; anche tale aspetto, però, preso a se stante, rischia che il
Cliente rimanga immobile nella sua omeostasi, beandosi del caldo della relazione.

Solo l’unione delle due cose produce risultati. È un “andiamo, sono qui al
tuo fianco, tu muoviti, io ti seguo e se non individui la strada ti aiuto io dandoti
una mano a trovarla”. È un viaggio fatto di mappe, la tecnica propria del modello
di riferimento, e di sorrisi rassicuranti, la relazione.

Per esempio la tecnica gestalt della “sedia vuota”, permette al Cliente di


rivivere e far esprimere parti differenti con le loro relative emozioni rimaste
bloccate ed irrisolte, ciò in quanto gli viene fatta sperimentare una posizione di
Osservatore da entrambe le parti, sperimentando anche le dinamiche che le
attivano, cominciando, con ciò, a creare un po’ di quel distacco che pian piano
porta ad una disidentificazione da tali parti potendo così contenere gli stati
negativi senza esserne travolti.

Questa nuova centralità consentirà al Cliente di esaminare le esigenze e le


dinamiche delle diverse parti, facendo emergere i conflitti interni tra le stesse,
avendo la capacità di poterli esplorare. Ecco venirci a supporto il paradosso dello
scimpanzè o la tecnica gestalt della “sedia vuota” in cui il Cliente si esprime a
partire da ognuna delle parti in conflitto.

Nell’osservare bisogni, aspettative, pretese, emozioni, senso della vita,


frustrazioni, delusioni etc. delle diverse parti si può aiutare il Cliente a riconoscere
schemi, resistenze e meccanismi di difesa; nuovamente il Counselor avrà necessità
di accedere alla sua cassetta degli attrezzi per comprendere le disfunzionalità
appena descritte al fine di definire quali strumenti operativi attivare per aiutare il
Cliente nel suo processo di cambiamento.
30

Durante il lavoro emergono e vengono osservate le reazioni automatiche


con cui, quasi sempre, si risponde alla frustrazione o delusione per quel che non si
è ricevuto, per fare consapevolezza su quanto quelle reazioni siano
controproducenti, antieconomiche e, quel che è peggio, aggravino i problemi
portando allo scontro, esplicito o implicito, in cui si rimane tutti perdenti.

Il lavoro comporta anche l’emersione di aspettative creatrici di pretese e


continue coazioni a ripetere in una dinamica risarcitoria.

È spesso il restare attaccati alla “speranza di trovare ancora dei genitori


empatici che ci capiscano” come scrive Alice Miller11, e questo si trasferisce a tutte
le relazioni che viviamo, anche da adulti, siamo alla ricerca di poter dire “ecco
vedi, era possibile!” e così risarcire il nostro bambino interiore.

D’altronde “Non basta diventare grandi per diventare adulti”, scrive Emily
Mignanelli: “Finché non prendiamo in carico la nostra infanzia, finché non la
guardiamo, curiamo, risarciamo, ascoltiamo, adulti non lo diventeremo mai.
Prenderla in carico non significa tenere in vita il bambino che siamo stati, al
contrario. Significa guardare con lucidità indietro, nel viaggio iniziale che ha
formato quello che siamo ora, ridando i giusti pesi e restituendo ciò che non ci
appartiene. <…> Solo così scopriamo chi siamo ora, se siamo padroni della nostra
vita, e capiamo come metterci al suo timone. Questo è il modo per smascherare e
disinnescare copioni tossici che creano sofferenza e rendono prigionieri. Questo è
il modo, perché il segreto delle nostre esistenze è nell’infanzia, scatola nera e
quartier generale del nostro esserci. Da lì tutto è cominciato e, quando ci perdiamo,
è esattamente lì che dobbiamo tornare”12.

L’avvio del processo di consapevolezza prende le mosse dalla preliminare


presa di coscienza, dopo una sufficiente esplorazione di vantaggi e svantaggi del
proprio modo di essere e comportarsi, di dover rivolgere l’attenzione e direzionare
l’esplorazione verso il proprio interno anziché l’esterno da cui ci si aspetta

11
Alice Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Bollati Boringhieri, 2008
12
Emily Mignanelli, Non basta diventare grandi per essere adulti, Feltrinelli, 2021
31

continuamente la soddisfazione dei propri bisogni e desideri.

Cominciare a distinguere tra “un torto ricevuto e una torta non ricevuta” è
già un gran passo per la conquista di una più efficace gestione di sé stessi.

Nel caso del torto abbiamo effettivamente tutto il diritto di opporre il nostro
NO, nel caso della torta, invece, essendo un regalo è qualcosa che non si può
pretendere; ciò che possiamo imparare è di evitare di aggredire o lamentarci o
chiuderci orgogliosamente in un comportamento infantile.

Questo serve per cominciare a fare i conti sia con l’accettazione positiva del
dolore della nostra solitudine, c h e con un approfondimento della conoscenza
di sé, interrogandosi su cosa si sente al proprio interno, da dove ci proviene quel
sentire, da quali antiche ferite ed esperienze.

Tutto questo significa implicitamente entrare sempre più nel sentire


evitando di restare catturati da razionalizzazioni, rimuginii, contestazioni,
polemiche, lamentele etc. ovvero riuscire a stare nella pancia piuttosto che nella
testa.

Ripulito il campo da tutti questi aspetti, acquisendo appunto la capacità di


gestire sempre meglio i propri stati di malessere e ridurli, si potrà iniziare il viaggio
verso la conquista di una fiducia in sé stessi, sempre più forte e radicata, con un
senso di empowerment che permetta di affrontare i piccoli rischi di nuovi modi di
essere e comportarsi, uscendo dai vecchi automatismi con un senso di maggiore
libertà interiore.
32

CAPITOLO 2

1 – Il caso pratico
Con Katia ci siamo conosciuti in maniera veramente particolare. Mi capita
ogni tanto di essere contattato per svolgere dei Webinar in materia di
comunicazione o di crescita personale.

Ho una cara amica, Elena, che vive a Lugano, in Svizzera, e che il 17


Novembre 2021 mi ha chiesto di essere relatore ad un Webinar dal titolo “Litigare
fa bene” dove l’utenza erano i genitori delle Scuole Medie di Lugano.

Elena che è come me originaria di Cervia aveva pubblicato la locandina


dell’evento anche su Facebook per cui si erano collegate anche persone dalla mia
città, fra cui appunto Katia.

Finito l’incontro, Katia, amica di vecchia data di Elena, le aveva chiesto i


miei riferimenti e mi aveva inviato una mail scrivendomi:

“Gentile Francesco, sono rimasta molto colpita dal Webinar, soprattutto


quando alla domanda della mamma svizzera hai risposto che educare un figlio non
significa creare un “mini me”. Ecco forse io lo sto facendo da anni con mio figlio
maschio. Potrei parlarti? Questo il mio recapito telefonico……”

Dopo tale mail ci siamo sentiti telefonicamente e proprio in quei giorni


eravamo stati informati al corso Aspic della Tesi da scrivere, strutturata sulla base
della esperienza pratica di un percorso di Counseling quale Counselor.

Ho trovato il tutto sistemico, ho spiegato a Katia cosa avrei dovuto


realizzare e le ho proposto di essere la mia “cavia” per la redazione della Tesi, le
ho ovviamente anche spiegato che le avrei garantito il totale anonimato e che tutte
le informazioni che avrei riportato nella Tesi sarebbero state scritte in modo tale da
33

non consentire di risalire alla sua persona.

Le ho anche rappresentato il fatto che gli incontri avrebbero previsto un


compenso unitario di 5 euro ciascuno e che indicativamente l’intero percorso
sarebbe durato 10 incontri.

Katia ha accettato la mia proposta, mi ha rappresentato la sua totale serenità


rispetto al fatto che il suo percorso sarebbe stato trasposto nella mia Tesi ed
abbiamo concordato come momento di incontro il Giovedì mattina alle ore 8:30.

Mi sono solo riservato di farle sapere dove ci saremmo visti, ho una sala
riunioni molto ampia dove però è presente un tavolo da 12 persone senza la
possibilità di sedersi comodamente in due dallo stesso lato se non entrambi
orientati verso il tavolo.

Ho pertanto preferito utilizzare una sala riunioni secondaria,


dimensionalmente più piccola, lontana comunque dal passaggio dei miei
dipendenti, dove ero in grado di spostare all’esterno della medesima il tavolo
presente, lasciando solo due poltroncine comode.

Lo spazio relazionale era rappresentato da una stanza chiusa, dotata di una


finestra con vista sul mio giardino interno, con due poltrone ed una libreria posta
contro il muro alle spalle della poltrona dove avrei fatto sedere Katia. La libreria
conteneva qualche libro ed un orologio posizionato su una mensola all’altezza
degli occhi della Cliente, da seduta, in modo da potermi orientare con il tempo
senza perdere la centralità su lei; al muro una litografia di Aligi Sassu con il
disegno di un cavallo. Vicino alla poltrona dove era seduta la Cliente era presente
un piccolo tavolino con una bottiglia d’acqua, qualche bicchiere di carta, dei
Kleenex, due mascherine FFp2 monouso ed alcune caramelle al miele in una
ciotola di metallo. A fianco della porta di ingresso, all’interno della stanza, un
attaccapanni.

Fissiamo il primo appuntamento per Giovedì 2 Dicembre.

Durante gli incontri non ho mai preso appunti, cosa che facevo non appena
34

Katia usciva.

Sento di voler raccontare il percorso fatto con Katia come un Diario di


bordo, tale modalità mi rimanda fortemente al racconto di un viaggio.

2 – Diario di bordo
Incontro n. 1, Giovedì 2 Dicembre 2021

Ho accolto Katia al portone di ingresso dei miei Uffici, sono titolare di uno
Studio Commerciale a Cervia, e dopo esserci salutati, avvicinando i pugni delle
mani destre, le ho fatto strada verso lo spazio che avevo allestito.

Katia ha osservato l’ambiente, mi ha descritto il suo apprezzamento “è


carino qui”, si è tolta il cappotto che ha appeso sull’attaccapanni ed io le ho
proposto di sedersi sulla poltrona che aveva alle spalle la libreria.

Katia è una donna alta quasi 1 metro ed 80 cm, di bell’aspetto, molto curata,
all’immagine in salute.

La mia sensazione era che fosse molto nervosa, a notare dallo sfregamento
costante delle mani l’una con l’altra e dal dondolio delle gambe sulle punte dei
piedi.

In realtà non è stato necessario aprire il discorso perché dopo pochi secondi
ha iniziato a parlare lei spontaneamente, chiedendomi se ci saremmo dati del tu o
del lei.

Le ho chiesto cosa preferisse ed ha optato per il “tu”.

Ha iniziato raccontandomi la sua vita personale e la sua situazione di vita


familiare. Katia è nata il 14 Luglio 1972, è sposata con Mario da 20 anni, ed ha
due figli, Giovanni ed Anna. Mario, Giovanni ed Anna sono nomi di fantasia.

Katia aveva un fratello maggiore, morto in gioventù per overdose da eroina,


il padre è deceduto quando aveva poco più di 20 anni, la madre è ancora in vita.
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Mario lavora in Ospedale come operatore sanitario, Giovanni si è diplomato


nel 2021, ha deciso di non intraprendere la strada universitaria per ora, ma di fare
una esperienza di un anno di lavoro, mentre Anna frequenta la Quarta Liceo
Scientifico.

Katia mi espone la sua difficoltà: da mesi non parla con Giovanni, si


salutano a malapena, Giovanni non le racconta nulla della sua vita, “mi notifica
che esce, e basta”.

Alla domanda su come questa situazione la fa sentire, Katia risponde a


lungo raccontandomi che si sente una madre fallita non capisce perché lui si
comporti così, lei ha sempre fatto tutto per lui, ha rinunciato alla sua vita, aveva un
bellissimo lavoro come gestrice di un negozio di prodotti per l’estetica, oggi fa le
cerette in casa per guadagnare, il lavoro le fa “schifo”, d’altronde per i figli questo
ed altro.

E mi racconta tutta una serie di episodi a dimostrazione del suo prodigarsi


per questo figlio e di come tutte le volte la reazione del figlio sia sempre stata
nervosa, distaccata e di sfida.

Le chiedo a quel punto se vuole dirmi qualcosa di Anna.

“Ah, lei si che è la figlia perfetta, ubbidiente…. e poi è bellissima, pensa


che fa la modella per una nota marca di abbigliamento della zona. Avercene di
figli così!”.

Ed infine le domando di Mario, “è un brav’uomo, lavoratore, non ha mai


voglia di fare nulla tutti insieme, quando torna a casa si mette sul divano a
guardare la TV da solo, ogni tanto guarda una partita con Giovanni, anche se
spesso poi io mi arrabbio perché non facciamo mai nulla insieme!”.

A questo punto giungo alla definizione del contratto, chiedendo alla Cliente
di cosa vuole parlare con me nel corso di questi incontri.

Dopo un attimo di pensiero, Katia reagisce dicendomi “Vorrei avere una


buona relazione con Giovanni e vorrei che potessimo parlare”.
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Reagisco facendo presente come “buona” è un aggettivo pieno di significati


e che era necessario meglio definire il concetto.

Katia si è fermata a pensare e dopo qualche istante mi dice “si hai ragione,
buona non vuol dire nulla, diciamo che vorrei avere un dialogo con Giovanni”.

Bene, quindi il nostro obiettivo è “Ricominciare ad avere un dialogo con


Giovanni”.

Katia annuisce sorridendo.

Siamo quasi al termine del primo incontro per cui ritengo opportuno
dedicare il tempo rimasto per spiegare a Katia come funzionerà il tutto.

Le rammento le condizioni del nostro accordo circa il luogo, il giorno e


l’orario a cui abbiamo concordato settimanalmente di vederci, le rappresento che
sono allievo della Scuola di Counseling Aspic di Modena con approccio gestaltico,
le racconto che sono Laureato Magistrale in Psicologia Clinica e non ho ancora
sostenuto l’esame di Stato, le ricordo il compenso per ogni seduta da pagarsi anche
in caso di sua assenza salvo motivi oggettivi legati alla pandemia o comunque a
situazioni di malattia od eventi gravi. Concordiamo che mi pagherà alla fine di
ogni incontro, anche eventuali incontri saltati.

Katia mi fa alcune domande sul significato di Gestalt, rispondo ai quesiti,


introduco il concetto di confini inerenti alla relazione, le spiego la definizione dei
ruoli e dei rapporti al di fuori dallo spazio relazionale. Le rammento l’assoluta
riservatezza di quanto mi dirà e le rappresento come possa considerare lo spazio
dove si trova come un posto sicuro, protetto, riservato, dove poter esporre sé
stessa, autosvelarsi in qualunque modo si senta nel qui ed ora, senza timore di
giudizi o limitazioni o divieti. Infine, le rappresento la mia disponibilità a fornirle
sempre qualunque chiarimento su sue preoccupazioni, richieste o dubbi.

E con un ritardo di due minuti rispetto allo scoccare dell’ora la saluto


dandole appuntamento al Giovedì successivo.

Finito l’incontro mi sono fermato a pensare a ciò che Katia mi aveva detto
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ed a quale fosse il contratto.

Mi sono più che altro chiesto se mi ritenevo compatibile con Katia,


considerato il tema che avremmo affrontato alla luce della mia storia personale di
vita.

Ho sentito in quell’istante di avere risolto quella parte della mia vita, per cui
ho ritenuto di essere in grado di non proiettare o confluire con Katia per cui me la
sono sentita di proseguire.

E mi viene in mente un libro letto poco tempo prima scritto dalla


psicoterapeuta Sylvie Galland che ha approfondito il tema del rapporto fra figli e
genitori13.

Sulla base delle testimonianze di genitori e figli adulti, l’autrice giunge alla
conclusione che man mano che i figli crescono i genitori devono necessariamente
“dimettersi” da un ruolo che li ha definiti per anni. È un passaggio che richiede
una consapevolezza estrema e che non sempre avviene spontaneamente.

D’altronde etimologicamente “educare” significa “condurre fuori”, lo scopo


della genitorialità è dunque portare i bambini all’indipendenza, a non aver più
bisogno di loro. È un lavoro che dovrebbe iniziare molto presto, promuovendo
l’autonomia e soprattutto non imponendo ai bambini cosa dovrebbero pensare,
sentire e diventare, lasciando che esprimano idee e sentimenti, e soddisfacendo i
loro bisogni di essere ascoltati e valorizzati, di creare e di sognare.

L’autrice, per affrontare al meglio questo passaggio propone quattro fasi:

1. Lasciare andare la funzione genitoriale, passando gradualmente da un


rapporto autoritario e di cura ad un rapporto egualitario;

2. Impostare una relazione autentica, non sempre la relazione tra genitori e


figli viene impostata bene. Purtroppo, però, quello che è mancato
nell’infanzia non può essere recuperato, non si può ricevere a 30 anni

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Sylvie Galland, Quando i figli crescono e i genitori invecchiano. Costruire legami solidi e il giusto
distacco tra genitori e figli adulti, Feltrinelli, 2020
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quello di cui si aveva bisogno a 2 od a 12 anni. Per dirigersi verso una


relazione autentica l’unica soluzione è parlare delle carenze e dei dolori del
passato, per quanto, a livello emotivo, questo ascolto possa essere faticoso;

3. Lasciarsi scoprire, consentendo ai figli di vedere le persone reali nascoste


dietro le immagini dei propri genitori;

4. Far sì che i figli siano liberi di essere sé stessi, senza ruoli fissi ed in un
clima di riconoscimento reciproco dove ognuno rispetta e cerca di
comprendere i valori e lo stile di vita degli altri, anche se diversi dai suoi.

Bene, mi sento pronto ad iniziare il viaggio con Katia.

Realizzo come in questa fase iniziale di precontatto il mio intervento sarà


centrato sull’ascolto attivo rogersiano e sulla creazione di empatia.

Incontro n. 2 Giovedì 9 Dicembre 2021

Katia arriva puntualissima e me lo fa notare dicendomi “hai visto mi hanno


abituata ad essere puntuale e precisa, per me le persone in ritardo ti mancano di
rispetto ed io le odio!”.

Rimango colpito dall’uso di parole estreme che Katia spesso realizza.

Ci accomodiamo.

Sul tavolino avevo preparato dei fogli bianchi e dei colori a spirito ed a
pastello, oltre a penne e matite.

Ho pensato alla utilità di usare l’art counseling in questa fase iniziale come
mezzo di esplorazione implicita dei suoi vissuti, d’altronde ai prodotti artistici si
attribuisce grande valore simbolico e di significato.

Chiedo a Katia se le va di disegnarmi la sua famiglia, le spiego che non


chiedo un disegno artistico, cioè una rappresentazione grafica fedele dei membri
della famiglia, ma di sentirsi libera di esprimere sul foglio usando il materiale che
le ho messo a disposizione il suo sentire rispetto a tutti i membri della famiglia, le
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chiedo le emozioni non i pensieri razionali.

Katia fissa il foglio, impugna la matita e disegna stilizzate 4 figure, 2 al


centro del foglio, una alla estrema sinistra superiore e l’altra alla estrema destra
inferiore, poi prende i colori e colora di rosso le due figure centrali, di grigio
quella laterale sinistra e di nero quella a destra.

La vedo soddisfatta e felice di ciò che sta facendo.

“Finito”, mi dice.

Le domando se può spiegarmi chi sono.

“Queste al centro siamo io e Anna, il grigio è Mario, il nero Giovanni”.

Vedo mentre parla che i suoi occhi continuano a muoversi osservando le


varie figure stilizzate, vedo cambiare il suo fenomenologico fisico, le spalle si
abbassano, il volto si incupisce, decido di rimanere in silenzio.

Trovo il silenzio un grande strumento, permettendo al Cliente di stare in


contatto con se stesso, il Counselor gli lascia spazio per le riflessioni e le
emozioni.

È un momento pieno di parole, quelle del cuore, lontane dalla


verbalizzazione e dalla creazione di un rumore di fondo che offusca le vere
emozioni.

E Katia sta osservando quel disegno, prendendo coscienza del valore che
attribuisce ai vari membri della famiglia ed alle relative relazioni interpersonali.

“Katia mi vuoi dire qualcosa circa i colori che hai utilizzato per i vari
componenti della famiglia?”.

“Beh il rosso è il colore della passione, il grigio ed il nero… beh… sono i


colori della tristezza”.

Vedo i suoi occhi inumidirsi, le domando cosa stesse succedendo.

“Non siamo una famiglia...”


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E dopo un nuovo silenzio drizza la schiena, alza le spalle e con tono


stentoreo dice “Ho disegnato la mia famiglia di origine! Queste siamo io e mia
madre, loro sono mio fratello e mio padre morti! Io sono la figlia e lei è mia
madre, mi dice indicando la figura che inizialmente mi aveva indicato come la
sua”.

La vedo trasalire e deglutire.

L’ora è finita, la ringrazio, le domando se vuole portarsi via qualcosa


dall’ora insieme e se vuole lasciare qualcosa.

Mi risponde dicendomi che vorrebbe tenersi il disegno e che non ha nulla da


lasciare.

Ovviamente acconsento affinché si tenga il disegno, la saluto e le do


appuntamento alla settimana successiva.

Incontro n. 3 Giovedì 16 Dicembre 2021

Katia torna con il disegno arrotolato in mano, le chiazze nella parte esterna
del foglio mi danno la percezione che lo abbia tenuto in mano per tanto tempo; si
siede, non mi guarda ma continua ad osservare il disegno, poi lo appoggia sulle
gambe, tira un lungo sospiro come se stesse aprendo la sua anima e con voce
dimessa dice “ho guardato spesso il disegno durante questa settimana e non mi
capacitavo di averlo disegnato io.

Mio marito e mio figlio…. è come se facessero parte di un’altra famiglia e


mia figlia…. beh, lei è la figlia perfetta, vedi è vicino a me ed è colorata del mio
stesso colore!”.

Le chiedo come la faccia sentire tutto ciò che mi ha detto.

Frustrata! Io non volevo diventare così?

Perché è successo?

Lascio cadere la domanda nel vuoto, non credo nei perché, entrano nelle
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convinzioni, Katia a mio avviso ha prima bisogno di comprendere i suoi


meccanismi emotivi e quindi comprendere le dinamiche dei suoi comportamenti, il
perché la porterebbe verso una parte cognitiva.

Le spiego che la frustrazione non è una emozione, bensì uno stato d’animo
sotto il quale c’è una emozione, rabbia, dolore, paura o piacere.

Mi spiega che non riesce a dirmi nulla, lei si sente frustrata.

Decido allora di farle visualizzare l’emozione, soffermandosi sulla parte del


corpo in cui la sente.

È nel petto, mi dice.

La invito a chiudere gli occhi e ad ascoltare quella emozione facendo lunghi


respiri.

La osserva, me la descrive, rimane in silenzio e poi mi dice “sì, è rabbia,


tanta rabbia”.

Lavoriamo sulla rabbia.

La rabbia verso mia madre, quella stronza! Mio fratello era il figlio da
proteggere e di cui occuparsi, io ci ho provato tutta la vita a farmi vedere… a farmi
notare, invece niente, io dovevo sempre arrangiarmi, tutte le attenzioni erano per
lui, poi è morto per droga ed io ho pensato “bene adesso ci sono solo io” ed invece
non è cambiato nulla.

Mi sento in colpa per tutto questo, ed inizia a piangere.

Il senso di colpa, uno di quei meccanismi che si annida così bene in noi da
renderci completamente ignari della loro presenza.

Il senso di colpa ci spinge a sentirci continuamente sotto giudizio, a


scegliere, fare o dire certe cose solo per la reazione che queste susciteranno negli
altri e non per motivi personali.

Questo porta alla conduzione di esistenze sempre più distanti da ciò che si
desidera, porta alla lacerazione dell’individuo e della sua identità, scissa tra ciò che
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vorrebbe fare e ciò che gli altri vorrebbero lui facesse.

Ed il senso di colpa diventa paura per qualsiasi cosa e si trasforma anche in


paura affettiva dell’abbandono.

Ricordo un passaggio di Emily Mignanelli14 che dice “per fortuna ci si può


liberare a patto di attraversare con accettazione e verità il dolore che ci ha inflitto
durante gli anni della nostra infanzia, chi non riuscirà a liberarsene, oltre a
tramandarlo alle generazioni future, lo chiamerà senso di responsabilità verso gli
altri, un modo come un altro per nascondersi dietro un dito e autoboicottare la
propria rivoluzione interiore”.

E comprendo che Katia quel dolore aveva bisogno di attraversarlo tutto.

La lascio sfogare, le rimando il fenomenologico che noto in lei, finché non


si calma.

E con grande freddezza mi dice “con mio figlio mi comporto come mia
madre con me”.

Parliamo di copioni e matrici, di come ci vengono installati nella vita


durante l’infanzia, d’altronde facciamo nostro ciò che subiamo, è il mezzo per
giustificarlo, anche se non ci appartiene.

L’ora è finita, le chiedo cosa vuole portarsi via dal nostro incontro, mi
risponde la consapevolezza che si comporta come sua madre, le chiedo se vuole
lasciare qualcosa, mi risponde questa tendenza a comportarsi come sua madre.

Mentre esce mi dice “si può imparare a smetterla di comportarsi come ti


hanno insegnato a fare?”.

Le sorrido, non rispondo e la saluto.

Incontro n. 4 Giovedì 23 Dicembre 2021

Katia è serena questa mattina, nello spazio relazionale c’è un nuovo attore,
14
Emily Mignanelli, cit.
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una statua alta 40 centimetri di colore giallo che rappresenta uno scimpanzè seduto
in posizione eretta.

Quella statua mi accompagna da anni, posizionata sopra il piano del camino


del mio appartamento, lui è Paolo, il mio scimpanzè.

Katia lo osserva, incuriosita, “ti presento Paolo, Katia”.

Katia sorride e rivolge lo sguardo verso me.

Le spiego la tecnica del Paradosso dello Scimpanzè di Steve Peters, di cui


ho parlato precedentemente, e la invito se le va di sperimentarla.

Perché no! mi risponde.

Dopo un momento di meditazione per rilassarsi andiamo alla ricerca del suo
scimpanzè, Katia lo vede, è femmina si chiama Marta e me la descrive nelle
fattezze.

Le propongo di farci amicizia e di osservare Marta nei suoi comportamenti,


stiamo utilizzando una tecnica di dissociazione della PNL.

Propongo a Katia di impersonificare in Marta i suoi comportamenti, cioè di


immaginare che sia Marta a decidere come lei reagisce nelle situazioni di vita.

Sperimentiamo questa tecnica ripercorrendo alcuni racconti delle sdedute


precedenti. Continuo a stimolarla ad osservare Marta facendomi raccontare cosa
vede, cosa sente e cosa prova.

Vedo dalle sopracciglia di Katia che comincia a comprendere cosa le sto


proponendo e comincia a dirmi “Marta pensa che…. Marta si sta arrabbiando….
Marta non è d’accordo”.

Sento arrivato il momento di proporre a Katia anche un altro esercizio da


fare a casa.

Le ho preparato un foglio con una serie di azioni da svolgere, una o più al


giorno, le spiego che non è necessario le sperimenti tutte prima del nostro
prossimo incontro:
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1) Scrivi due qualità e due caratteristiche che apprezzi di te

A volte siamo noi i peggiori nemici di noi stessi, sempre pronti a giudicarci
ed a criticarci. Se invece di guardare i lati che non ti piacciono di te, sposti la tua
attenzione su quelli che apprezzi maggiormente, ti assicuro che inizierai a guardare
te stessa da un’altra prospettiva.

2) Ripeti una frase bella nei tuoi confronti

Guardati allo specchio; sembra una cosa banale ma ti assicuro che si tratta
di un metodo efficace per imparare a comunicare con il tuo inconscio, amarti,
prenderti cura di te e guarire dalle ferite del passato. Mettiti di fronte allo specchio
e ripeti queste frasi: “Tu vali, vali davvero!”, “Non mi importa il passato, amo il
mio presente”, “Mi amo e ho voglia di amare”.

Pronuncia queste frasi anche se al momento non ti sembrano vere, ripetile


comunque.

3) Fai qualcosa che ti piace

Passa del tempo facendo qualcosa che ti fa stare bene, come per esempio il
tuo hobby preferito.

4) Oggi non farò nulla che non è in linea con quello che voglio fare

Quante volte ti ritrovi a dire di sì solo per compiacere qualcuno o magari


per evitare critiche e tensioni? Senza renderti conto ti stai facendo del male! Se
qualcosa non è in linea con i tuoi valori, non farlo.

5) Goditi una giornata di pieno relax

Esci, vai in un posto che ami particolarmente o concediti un piccolo


regalino. Il tuo inconscio te ne sarà grato e ovviamente ne beneficerai anche tu.

6) Regalati dei fiori

Quante persone vorrebbero avere al loro fianco qualcuno di speciale che


regali loro dei fiori! Quella persona speciale sei tu! Per una volta, fai un regalo a te
stessa e compra dei bellissimi e profumatissimi fiori per la tua casa o qualcosa di
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simile.

7) Fai spazio per te stessa

Ritagliati un po’ di tempo solo per te e quello che vorresti fare veramente.
Metti te stessa al primo posto prima di soddisfare le richieste degli altri.

8) Scrivi una lettera d’amore per te stessa

Scrivi quella lettera a te stessa proprio come faresti con una persona a cui
tieni!

9) Coccolati

Concediti delle coccole e un trattamento speciale come un bagno rilassante.


Accendi qualche candela e lasciati avvolgere dalla dolcezza dell’acqua.

10) Vai a farti fare un massaggio

Concediti un massaggio per distendere tutte le tensioni accumulate e


rilassare il tuo corpo che lavora tanto per te, ogni giorno.

11) Abbracciati

Stringiti in un abbraccio di amore e comprensione: è un modo per


dimostrare affetto e protezione nei tuoi confronti.

12) Fatti un complimento per una cosa che hai fatto

Fatti un complimento per una cosa che hai portato a termine e se qualcuno ti
fa un complimento, accettalo con gratitudine! I complimenti sono doni di
prosperità.

13) Concediti il tempo di non fare niente

Il vero lusso è il tempo. Non dobbiamo essere sempre produttivi e all’opera


ogni minuto della nostra esistenza. A volte l’unica cosa di cui abbiamo voglia e
bisogno è non fare niente e lasciarci andare all’ozio. Concediti il lusso di non fare
niente.

14) Sorridi
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Sorridi dal profondo del tuo cuore, distendi tutti i muscoli del viso e
diffondi vibrazioni positive nell’aria!

15) Fai respiri profondi

La respirazione consapevole agisce come un vero e proprio massaggio sui


nostri organi e ci aiuta a disintossicarci, lasciare andare credenze e pensieri
limitanti e ritrovare serenità e benessere.

16) Cucina il tuo piatto preferito

Cucina il tuo piatto preferito e gustatelo con gratitudine, facendo uso di tutti
e cinque i sensi.

17) Indossa ciò che ti fa sentire bella

Metti il tuo vestito preferito e/o un po’ di trucco se ti fa sentire bene.


Guardati allo specchio e ammirati per qualche secondo.

18) Fai qualcosa che ti spaventa

Quando facciamo qualcosa che pensavamo di non essere in grado di fare e


quando affrontiamo una situazione che abbiamo sempre evitato, ecco che ogni
cellula del nostro corpo impara a superare ogni credenza limitante e noi ritroviamo
immediatamente energia e voglia di vivere!

19) Sbaglia qualcosa di proposito

Affronta il drago del perfezionismo e sbaglia qualcosa di proposito. È


davvero così terribile come pensavi o puoi amarti lo stesso?

20) Medita qualche minuto

La meditazione è una pratica molto efficace per fare ordine e spazio nella
mente. Medita qualche minuto in un luogo tranquillo e fai entrare più amore e pace
nella tua vita.

21) Chiedi aiuto

Molte volte, per orgoglio, rifiutiamo l’aiuto degli altri o non lo chiediamo
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anche se ne avremmo bisogno. Lasciati aiutare per qualcosa che avresti voluto fare
da tempo, ma non sai fare da sola.

22) Perdona chi ti ha fatto del male

Per-donare non significa condonare o fare finta che non sia successo niente.
Il perdono è il balsamo del cuore che scioglie le catene che ci siamo messi
addosso. Quando perdoniamo chi ci ha fatto del male, facciamo un grande atto di
amore verso noi stessi.

Katia legge il foglio, la vedo perplessa, ho la sensazione che inizi a fidarsi


di me per cui lo prende lo piega in due e si alza, la seduta è finita.

Incontro n. 5 Giovedì 30 Dicembre 2021

Siamo al quinto incontro, Katia inizia raccontandomi di avere realizzato


tanti punti del foglio, trascorriamo una buona parte dell’incontro a parlarne, il tema
che compare più volte è una sensazione di benessere nell’aver fatto qualcosa per se
stessa.

Le domando cosa fosse successo intorno a lei ogni qual volta che si era
dedicata a se stessa e Katia mi racconta di essersi resa conto che non era successo
nulla di strano, anzi in famiglia tutti si erano stupiti di come fosse tranquilla e
rilassata.

E parliamo tanto anche di Marta, perché più volte durante la settimana


Marta si era opposta, aveva cercato di frenarla e dirle che era tutto sbagliato, Katia
invece non l’ha ascoltata, ha tirato dritto, a volte con grande fatica, però lo ha fatto
e si è sentita veramente bene.

Le domando se avesse mai visto sua madre fare qualcosa per sé stessa.
Rimane in silenzio, vedo che va in ricerca transderivazionale per trovare ricordi,
finché mi dice di no, mai successo.

Le domando anche cosa pensa nel qui ed ora se sua madre facesse ciò che è
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scritto nel foglio, Katia sorride, “magari, saremmo tutti più felici”.

Ed in quel momento penso quanto siamo i nostri genitori, i nostri nonni, i


nostri avi. Siamo composti da infiniti brandelli di chi ci ha preceduto e solo
partendo da questo stato delle cose possiamo diventare qualcosa in più, di nostro
soltanto. Siamo un lavoro di bricolage umano.

E se non acquisiamo consapevolezza di questo non possiamo liberarcene,


dovremmo riconoscere che è proprio la forza con cui cerchiamo di allontanarci da
certi comportamenti che condanniamo che ci riporta indietro come un elastico
teso. Solo un liberatorio “si sono anche questo” può consentirci di smettere di
giudicarci e mentire a noi stessi.

È doloroso ammettere questo, anche difficile, sebbene necessario.

Ci soffermiamo a lungo a visualizzare i parallelismi fra i suoi


comportamenti e quelli di sua madre. Katia giunge ad una conclusione: Marta è
l’eredità di sua madre, non è lei, lei è diversa.

Katia è stanca, l’incontro è stato emotivamente impegnativo, l’ora è finita,


le domando cosa vuole portarsi via, mi risponde il desiderio di conoscere sempre
più Marta, le domando se vuole lasciare qualcosa, mi dice l’abitudine a
comportarmi come mia madre.

Incontro n. 6 Giovedì 13 Gennaio 2022

Katia ha terminato l’elenco che le avevo fornito due incontri fa, mi racconta
nuovamente che si sente bene perché ha sempre più la consapevolezza di averlo
fatto per lei, non ha fatto ciò che avrebbe fatto sua madre, ha fatto altro.

E mi fa notare che non ha ancora parlato con suo figlio, in più istanti
durante la settimana avrebbe avuto voglia di farlo, percepiva in lei cosa Marta le
diceva di fare e capiva che era sbagliato, non le apparteneva, ed avrebbe fatto
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altro.

Le domando se le va di immaginare nel qui ed ora di avere davanti suo


figlio e di parlargli dell’Università provando a non ascoltare Marta.

Sto applicando la tecnica gestaltica della sedia vuota che può rappresentare
un'esperienza ed un'opportunità per provare a parlare con chi non c’è davanti agli
occhi, ma è presente e vivo come rappresentazione interna. Nel dialogo fra le parti
la persona sperimenta gli effetti emotivi e cognitivi delle sue richieste e dell’altro.

È la capacità di sentire attraverso il proprio corpo l’esperienza emotiva


dell’altro.

Katia tentenna ad iniziare, fa fatica, comincia, poi si interrompe e mi dice


“No, no, sta parlando Marta, aspetta ricomincio…”. Si prende del tempo e poi
nelle sue parole sento fluire tutto l’amore per il figlio.

Gli parla, ed a vedere il suo fenomenologico pregno di serenità, immagino


lo stia facendo come non mai avvenuto.

Finiamo l’incontro, la vedo serena e soddisfatta, le chiedo se vuole provare


a farlo davvero, mi dice che organizzerà una cena di famiglia in settimana prima
del nostro prossimo incontro.

Incontro n. 7 Giovedì 20 Gennaio 2022

Katia arriva come sempre estremamente puntuale.

Le domando come sta? Mi risponde divagando, sento che Katia ha bisogno


di chiacchierare del più e del meno.

La metafora che mi compare in testa è quella di qualcuno che gironzola in


giardino davanti all’ingresso di casa, in attesa del momento giusto in cui entrare.

Per cui assecondo questo suo desiderio e seguo il flusso della dialettica.

E poi di colpo mi dice “Eh niente gli ho parlato”. “Niente?” replico


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rimanendo in silenzio ad osservarla.

“Niente perché non è andata come speravo.”

“Ti va di raccontarmi cosa è accaduto?”

Katia inizia a raccontarmi i dettagli organizzativi della serata per poi


soffermarsi su come ha iniziato il discorso e di cosa si sono reciprocamente detti,
mi descrive anche come ha saputo in alcuni momenti riconoscere cosa Marta le
consigliava di rispondere (addirittura mi racconta che in un determinato istante di
forte tensione Marta le diceva “sbattilo fuori di casa!”, ma lei è riuscita a
trattenersi dal dirlo) e di come ha saputo domandarsi se fosse ciò che sentiva di
voler dire o meno.

Poi qualcosa è andato storto…. e la serata ha preso una piega spiacevole.

“Katia ti va di raccontarmi cosa è successo in quel momento?”.

“Gli ho detto devi decidere cosa fare nella tua vita! E lui si è innervosito e
mi ha risposto male”.

Ritengo a quel punto necessario parlare con Katia delle parole tossiche e di
quanto sono nocive nella comunicazione.

Una buona comunicazione presuppone la capacità di esprimersi in modo


nitido e ben comprensibile. Per comunicare chiaramente un concetto, od illustrare
un’idea, risulta fondamentale scegliere le parole esatte, le parole più appropriate, e
formulare dei periodi che rispettino le regole sintattiche.

Eppure, tutto ciò non basta.

Una comunicazione per essere efficace deve essere anche persuasiva, cioè
deve convincere l’interlocutore, e per essere tale deve creare stati d’animo ed
immagini positive nell’interlocutore.

Le parole hanno un potere suggestivo perché producono involontariamente


in chi le ascolta immagini mentali e stati d’animo ad esse associate.

Quando le parole suscitano immagini mentali e sensazioni positive, il


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linguaggio è a valenza suggestiva positiva.

Quando le parole evocano sensazioni spiacevoli, il linguaggio è a valenza


suggestiva negativa.

Solo una comunicazione che utilizzi aggettivi, connettivi e verbi che


infondono sensazioni positive sarà convincente e persuasiva, forme negative
risulteranno inutili o addirittura controproducenti.

Oltre a ciò, spesso, con le parole senza accorgercene noi invadiamo lo


spazio dell’altro e non è detto che l’interlocutore sia disponibile a “farci entrare in
casa in quel momento”.

Dovere è una imposizione, è una direttiva, un obbligo, a cui è usualmente


normale che il sistema dell’altro reagisca male.

Le consiglio di sostituirlo con potere o pensare o ragionare, comunque con


parole che generino la percezione di scelta e siano nella direzione del consiglio
anziché dell’obbligo.

Proviamo a quel punto insieme a riformulare la frase e mi dice che


effettivamente immaginando di ricevere lei tale comunicazione, esprimendosi con
il potere, la frase è meno violenta.

Poi le chiedo se nel qui ed ora ha la sensazione che qualcosa d’altro non
abbia funzionato.

Katia rimane in silenzio, i suoi occhi si bagnano e mi dice “volevo toccarlo,


abbracciarlo, ho avuto paura mi respingesse”.

Senza che io abbia tempo di reagire Katia prosegue dicendo “ecco vedi
questa è mia madre che quando la volevo abbracciare mi diceva di non essere
sciocca!”.

Ci ripromettiamo che lo farà, senza farsi violenza o forzarsi, comunque lo


farà.

L’incontro volge al termine, le faccio fare una breve riformulazione di


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quanto accaduto durante l’incontro, le chiedo cosa vuole portarsi via, mi risponde
la sensazione di gioia nell’immaginarsi abbracciata a suo figlio, le domando cosa
vuole lasciare qui, scuote la testa e rimane in silenzio.

A quel punto ci salutiamo dandoci appuntamento al Giovedì successivo.

Dopo l’incontro mi fermo a pensare al valore del pianto come mezzo per
vivere intensamente le emozioni. È una esperienza liberante, non solo perché
consente di “scaricare” il corpo dalle tensioni infantili, ma anche, e soprattutto,
perché ci costringe di fronte ai fatti reali, ci libera dalle illusioni, ci restituisce
ricordi rimossi e spesso fa scomparire le ragioni del nostro malessere.

Incontro n. 8 Giovedì 27 Gennaio 2022

Katia mi racconta che ha preso tutta la forza che ha messo insieme in questi
due mesi ed ha deciso la mattina quando salutava suo figlio di abbracciarlo. Lo ha
fatto la prima volta Venerdì scorso e Giovanni, le prime mattine, mostrava stupore,
tendendo addirittura ad irrigidirsi non sapendo come reagire, secondo lei. Poi pian
piano tutto si è sciolto, Giovanni mentre faceva colazione ha iniziato a parlarle, lei
ha ritenuto nei primi giorni di seguirlo nei dialoghi senza affrontare alcun tipo di
argomento.

Fino a lunedì sera scorsa in cui ha deciso di riparlare dell’Università e lo ha


fatto applicando le tecniche che avevamo analizzato insieme.

Giovanni le ha raccontato che si sta informando per iscriversi ad Unicusano


alla Facoltà di Filosofia, anzi, non solo, mentre glielo raccontava Giovanni è
andato in camera sua ed è tornato con il PC perché voleva farle vedere il sito
dell’Università.

E nei giorni successivi hanno chiacchierato più volte, in modo molto


naturale.

Mi racconta come sono cambiate le cose, mi dice che sente ancora il


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condizionamento, ma utilizzando la tecnica dello scimpanzè riesce a tenerlo “a


bada e ad ascoltare cosa pensa lei”. Mi racconta che ha imparato a rimanere un
momento in silenzio prima di rispondere a suo figlio, ed ha visto che funziona, fa
molta fatica a fare tutto, le spiego che è questione di abitudine e di tempo.

Le domando come si sente oggi, mi risponde “mi sento madre come voglio
esserlo io”, e si scioglie in uno splendido sorriso mentre lo dice.

La nostra ora prosegue fluidamente con i racconti degli episodi accaduti con
Giovanni durante la settimana, percepisco che Katia ha bisogno di raccontarmeli,
forse per raccontarli a sé stessa, rivivendoli e rielaborandoli, seguo il suo flusso.

In più occasioni Katia si aggancia a sua madre, raccontandomi come


avrebbe reagito, e fa il parallelo con come ha reagito lei e sottolinea come trovi più
funzionale la reazione che lei ha avuto.

Ho la netta sensazione che stia elaborando il senso di colpa, trasformandolo


in responsabilità di scelta anziché vincolo di comportamento.

L’incontro è finito, le chiedo se ha piacere di chiudere l’incontro con una


frase, risponde dicendomi “sarà una bella giornata”.

Incontro n. 9 Giovedì 3 Febbraio 2022

Katia si presenta sorridente, ha una postura diversa, più rilassata, la trovo


più femminile del solito.

Si accomoda sulla sua poltrona e fa un gesto che mi colpisce


profondamente, accarezza i braccioli, la percezione in me è come se volesse
ringraziare quella poltrona ed ancorarsi a lei in un qualche modo.

Mi sorride e rimaniamo per qualche istante in silenzio a guardarci negli


occhi.

Sento che stiamo rivivendo il nostro viaggio insieme, ho come la percezione


che in quel silenzio ci sia un ringraziamento reciproco per il viaggio fin qui
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percorso e vivo in me la sensazione che siamo giunti alla fine del medesimo.

Le domando come è andata la sua settimana, il racconto di Katia mi fa


percepire che la sua centralità si stia spostando dal rapporto con la madre allo
stupore del nuovo equilibrio.

Io sento di sapere di cosa parla, è la preoccupazione dell’abbandono della


vecchia omeostasi, la medesima emozione che si prova quando ci si allontana da
una casa in cui si è vissuto per tutta la vita, lì ci sono le nostre abitudini, sappiamo
muoverci nelle stanze senza accendere la luce, sappiamo cosa c’è in ogni cassetto,
è un ambiente protetto, malgrado tutto, uscirne è energeticamente difficile.

Ecco, immagino Katia vivere questa emozione, è uscita dalla porta di casa,
si sta incamminando nel vialetto che porta alla strada principale ed ogni tanto sente
il bisogno di girarsi per controllare se la casa è ancora lì.

È una normale resistenza al cambiamento, Katia mi dà la sensazione di


averne contezza, comprende cosa sta succedendo, ne è stupita, non spaventata, lo
trovo normale e funzionale.

Ragioniamo insieme di come sia semplicemente una nuova abitudine da


acquisire e giungiamo alla conclusione condivisa che quel bisogno ogni tanto di
ritornare metaforicamente in quella casa sarà anche utile per ricordarsi ciò che è
stata e non potrà più essere.

Parliamo poi di Giovanni, la situazione è evoluta, chiacchierano, Giovanni


la cerca e soprattutto si abbracciano.

Il sorriso di Katia riempie me della parola “fine”.

“Katia sento che il nostro viaggio sia concluso”, Katia alza lo sguardo, si
ascolta in silenzio, fa una profonda espirazione con il naso e risponde “Si, credo
proprio di si”.

Sono rimasti pochi minuti al termine dell’ora, le domando se ha piacere di


concludere questo nostro viaggio dandogli un titolo come se fosse un film.
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Ci pensa e mi risponde: “Beh, semplice, Forrest Gump, ti insegna che è


importante non lasciare che il passato gestisca il nostro presente ed il nostro futuro.
Il passato va lasciato dove è giusto che sia, in un tempo che ormai non tornerà più.
Siamo solo noi ad influenzare il nostro destino, tutto dipende da come ci
approcciamo a chi e cosa incontriamo sul nostro cammino”.

La ringrazio, la saluto e la accompagno alla porta per l’ultima volta.


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CONCLUSIONI

Sento che la relazione con la Cliente è stata del tipo persona - persona. Riconosco
in lei problemi che conosco, che ho attraversato.

Katia oggi si sente adulta, ha recuperato la relazione con il figlio maschio,


adesso arriva a mio avviso il passaggio più difficile per chiunque, affrontare i
propri genitori.

Non sto parlando di uno scontro armato o di un duello sanguinario, parlo di


un colloquio amichevole di restituzione e chiusura di un ciclo.

D’altronde la condizione di figlio è legata a doppio filo alla condizione di


qualcuno che è genitore e per potersene emancipare serve guardarsi negli occhi e
raccontare quel che è stato, quel che è e quel che sarà.

Per alcuni ciò sarà incomprensibile, per altri destabilizzante, l’obiettivo non
è l’altro, siamo noi nella nostra parte infantile, quel racconto è il mezzo per essere
certi di non essere più bambini spaventati che temono i loro genitori e, chissà,
magari aiutare anche loro a crescere. Perché a volte sono i figli che fanno crescere
i genitori, e non viceversa.

Questo è un viaggio diverso, che non so se Katia vorrà mai affrontare e se lo


vorrà fare se avrà piacere di avermi al suo fianco.

O chissà, forse questa mia previsione, in realtà, è semplicemente proiettiva


del mio viaggio, io l’ho fatto, non so con quali risultati sull’altro, non l’ho mai
compreso, comunque mi sono dimostrato di essere in grado di farlo ed ho capito
che non ha rilevanza l’altro, è qualcosa che si fa per sé stessi.

Sono diventato adulto troppo presto, ho vissuto un attaccamento di tipo


insicuro – evitante, mi sono sentito tradito da chi doveva proteggermi.

E quel dialogo con mia madre di qualche anno fa aveva questo sapore:
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“accetto che tu sia mia madre, accetto di essere tuo figlio, accetto che da te derivo
e se da bambino diventare adulto è stata una sopravvivenza, ora è una scelta”.

Sono un adulto di fronte ad un adulto, non ho nulla da temere, l’ho fatto per
me stesso, per dare “degna sepoltura” a quel bambino che non c’è più, per smettere
di replicare copioni che mi feriscono e per risparmiare a chi incontrerò sulla mia
strada di diventare il mio sparing-partner delle emozioni negative.

Il viaggio con Katia è stato foriero di tanti pensieri ed emozioni e di alcune


valutazioni circa il ruolo di Counselor nella relazione.

Intanto mi sono reso conto di come non serva essere supereroi, non si
cambia la vita delle persone in cinque minuti, è un processo – percorso fatto di
piccoli passi, non esiste la parola magica che cambia la vita delle persone, niente
illuminazioni repentine, tutto ha un tempo, un luogo ed una sede in cui avvenire,
ed ogni individuo deve poter rispettare i suoi spazi personali.

Mi rendo conto dell’errore che sto commettendo mentre scrivo queste note,
ho definito come piccoli i passi del Cliente, forse sono piccoli per me, chi può
giudicare il valore che hanno per lui/lei!

Il rispetto del ritmo dell’altro senza imboccarlo o proporre soluzioni è un


aspetto sul quale sento la necessità di lavorare in ragione delle origini di questo
comportamento: la competizione con me stesso, il figlio ubbidiente che soluziona
per sentirsi dire “bravo” e/o per stupire l’altro per le capacità dimostrate nella
relazione.

Ed oltretutto il viaggio lo deve fare il Cliente, non può farlo il Counselor al


posto suo, in alternativa è come portare il cibo in cella ad un detenuto, si abituerà a
mangiare lì dentro rimanendo nella sua omeostasi, starà solo più comodo, però
senza cambiare nulla, è lui che deve uscire a cercare il cibo.

Ho inoltre percepito la potenza del controtransfert, mi sono trovato nel ruolo


di adulto nella relazione con un figlio che voleva diventare adulto, è stata una
relazione speculare a quanto ho attraversato negli ultimi dieci anni della mia vita.
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In pratica ho cambiato il punto di osservazione e mi sono reso conto di


come la realtà non esiste, è l’interpretazione dei fatti a crearla.

Ed ho anche vissuto potente il valore della empatia, che non sta nella
meccanica ripetizione o rispecchiamento delle parole e dei gesti del Cliente, ma
nasce da una comprensione e accettazione dell’essenza dell’altro che risuona con
la mia. Credo che quell’essenza stia nel dolore vissuto nella propria vita. Mi sono
domandato più volte in questi mesi se la mia efficacia sarebbe stata la stessa se la
mia vita da figlio fosse stata felice, serena e spensierata.

Capita spesso di sentire dire che un Counselor efficace presenta difficoltà


nella vita affettiva. D’altronde la sua sensibilità, la sua capacità di provare
empatia, il suo essere provvisto di finissime “antenne” rimandano proprio al suo
essere stato usato da genitori che soffrivano di carenze affettive.

Si può comprendere solo ciò che si conosce.

Ritengo di poter sostenere che proprio le nostre vicende infantili possano


metterci in grado di esercitare la professione di Counselor, ma solo a patto che nei
nostri percorsi di crescita personale abbiamo avuto la possibilità di convivere con
le verità del nostro passato e di rinunciare alle illusioni spicce e grossolane.

In altre parole, se siamo riusciti a sopportare la consapevolezza che, pur di


non perdere il poco che avevamo, siamo stati costretti a soddisfare i bisogni
inconsci dei nostri genitori a spese della nostra autorealizzazione e se abbiamo
potuto vivere la ribellione ed il lutto per la mancata disponibilità dei nostri genitori
rispetto ai nostri bisogni infantili, allora potremo facilitare nell’altro il suo
percorso.

È il percorso del Cliente, probabilmente su strade completamente diverse


dalle nostre, per cui ciò che posso fare da Counselor è aiutarlo a vederle ed a
selezionare su quale via incamminarsi per raggiungere la sua vera essenza.

Dopo la fine del lavoro con Katia mi sono chiesto se fossi stato troppo
frettoloso nel chiudere, con l’idea di dare rinforzo alla Cliente facendole sentire la
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mia fiducia sulla sua capacità di gestire il suo benessere e, anche,


responsabilizzarla in tal senso.

I dubbi hanno riguardato anche la possibilità che lei possa aver aderito
all’invito solo per compiacermi senza esserne veramente convinta e sentirlo
possibile. Inoltre, potrebbe aver sentito il mio invito a cominciare a far da sola
come un abbandono o un rifiuto.

E, dunque, mi sono chiesto se non fosse stato il caso di lavorare di più sulla
fase di separazione. Cosa che mi sono prefisso di fare nei futuri lavori.

Bene, finisco questo viaggio pensando ad una nuova trinità: pensare, sentire,
consapevolizzare.

Pensare per la necessità di coinvolgere comunque la parte del pensiero


razionale per elaborare la comprensione dei nostri schemi.

Il sentire, a livello emotivo, per scoprire i nostri meccanismi automatici, al


fine di poterci dissociare da quelli a noi disfunzionali in modo da disidentificarci
da quei copioni ereditati e/o installati nostro malgrado.

Ed infine la consapevolezza che è un’illuminazione di ciò che avviene


all’interno dell’individuo e che crea la capacità di non frapporre barriere od
inibizioni che impediscano l’esperienza piena di qualsiasi cosa, ed è proprio lo
sviluppo di questa capacità che può caratterizzare il tipo di aiuto che il Counselor
può fornire al Cliente.

In chiusura vorrei ringraziare Aspic Modena per lo splendido viaggio che


mi ha concesso di vivere in questi anni, tutti i miei compagni di avventura per la
loro accoglienza e per la capacità di creare uno spazio relazionale protetto, ed in
particolare un grazie speciale al mio supervisore Barbara Mattioli, da un lato per il
sorridere dei suoi occhi, espressione di un approccio alla vita difficile per chi come
me viene da esperienze di dolore ed è invece abituato perennemente a difendersi,
sorridere per me è una forma di “corsa verso l’altro a petto nudo”, serve grande
centratura e serenità per farlo, e, dall’altro, per l’entusiasmo con cui mi ha accolto
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nella supervisione di questa mia Tesi finale del percorso di Counseling, che poi, in
realtà, di finale ha ben poco, il viaggio continua!
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Ti chiami Francesco,

non avresti mai immaginato che un uomo potesse rinascere più volte,

ed invece tu lo hai fatto,

ci sei riuscito grazie all’aver imparato a perdonare chi ti ha ferito

e ad amare te stesso

ed al potere delle seconde possibilità

quelle che ci vengono date o che possiamo prenderci

per rimediare agli errori nostri e degli altri

per fare le cose in modo migliore.

E tu sfrutterai al meglio la tua

imparerai a guardare al futuro

senza affogare nel passato

troverai il modo di rimarginare ferite che pensavi insanabili,

per farlo dovrai percorrere strade che non avresti mai immaginato

a poco a poco riuscirai a liberarti di ciò che è stato

deciderai finalmente di ascoltare te stesso

ti libererai di tutto quello che ti eri imposto di essere

inizierai a pensare a tutto quello che potrai diventare

e deciderai di abbracciare con tutte le tue forze questa nuova vita

finché finalmente sentirai di avere tutto ciò che desideri

dopo aver passato anni a lottare,

allora capirai che non ti serve nient’altro per essere felice

se non te stesso.
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BIBLIOGRAFIA

Roberto Assagioli, Psicosintesi, Ed. Astrolabio Ubaldini, 1993

Richard Bandler, Tecniche di PNL: Vivi la vita che desideri con la Programmazione
Neuro-Linguistica, Ed. Alessio Roberti, 2015

Tommaso d’Aquino, Lo specchio dell'anima, La sentenza di Tommaso d'Aquino sul "De


anima" di Aristotele, Ed. San Paolo, 2012

Sylvie Galland, Quando i figli crescono e i genitori invecchiano. Costruire legami solidi
e il giusto distacco tra genitori e figli adulti, Feltrinelli, 2020

Emily Mignanelli, Non basta diventare grandi per essere adulti, Feltrinelli, 2021

Alice Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Bollati Boringhieri,
2008

Steve Peters, Il Paradosso dello Scimpanzè, Ed. Sperling & Kupfer, 2015

Erving e Miriam Polster, Terapia della Gestalt integrata. Profili di teoria e pratica, Ed.
Tedesco, 2018

Carl Rogers, La Terapia centrata sul Cliente, Giunti Editore, 2013

Paul Watzlawick, Pragmatica della comunicazione umana, Ed. Astrolabio, 1971


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SITOGRAFIA

https://lamenteemeravigliosa.it/le-migliori-frasi-di-carl-rogers/

http://www.psicosintesioggi.it/psicosintesi/ogni-uomo-e-attore-di-se-stesso
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INDICE

INTRODUZIONE pag. 1

CAPITOLO 1

1 – La mia esperienza pag. 2

2 – Il modello teorico di riferimento pag. 9

3 – Tecnica ed emotività pag. 29

CAPITOLO 2

1 – Il caso pratico pag. 33

2 – Diario di bordo pag. 35

CONCLUSIONI pag. 57

BIBLIOGRAFIA pag. 63

SITOGRAFIA pag. 64

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