Sei sulla pagina 1di 4

Gli Stati provvedono, attraverso l’adattamento o il recepimento nel diritto interno, ad esercitare la loro autorità di governo nel rispetto

del
diritto internazionale.
Gli Stati di regola predispongono meccanismi di adattamento diversi, anche perché il diritto internazionale (ossia la generalità degli Stati)
lascia i singoli Stati liberi di provvedervi come meglio credono, volendo così salvaguardare la loro sovranità.
L’adattamento ha quindi un’importanza decisiva dal momento che è il meccanismo con cui i singoli Stati pongono la loro autorità di
governo al servizio della realizzazione dei valori comuni all’umanità.
Le norme di adattamento al diritto internazionale possono distinguersi in due categorie:
1. ADATTAMENTO ORDINARIO, quando lo Stato redige una norma nazionale il cui contenuto corrisponde alla norma internazionale;
2. ADATTAMENTO PER RELATIONEM quando lo Stato si limita ad operare un rinvio alla norma internazionale, senza riformularla.
฀ In entrambi i casi si raggiunge il risultato dell’adattamento, cioè la modifica del diritto interno necessaria affinché il diritto internazionale
possa essere applicato, in quanto vi è una norma nazionale che lo impone o lo autorizza.
A. Una volta operato l’adattamento, la norma internazionale fa parte dell’ordinamento statale come qualsiasi altra  è possibile distinguere
quattro livelli di operatività interna di una norma internazionale:
1° livello) inoperatività: cioè quando la norma internazionale non è (ancora) stata adattata, o non è stata adattata validamente nell’ordinamento
interno. In questo caso la norma internazionale opera all’esterno ma non anche all’interno, nel senso che le autorità statali non possono
applicarla, ma lo Stato è tenuto ad osservarla nei confronti degli altri Stati nei quali la norma è in vigore.
2° livello) applicabilità diretta: cioè quando la norma internazionale sia stata adattata nell’ordinamento interno; in questo caso la norma
internazionale opera all’interno e le autorità statali devono applicarla.
3° livello) azionabilità individuale: cioè quando la norma internazionale che sia stata adattata nell’ordinamento interno crei diritti ed obblighi
anche per gli individui e, quindi, sia da essi azionabile o ad essi opponibile dinanzi ai giudici interni; gli individui, dunque, possono anche
invocarne l’applicazione in giudizio allorché sia in gioco un loro diritto. Per stabilire se un obbligo internazionale si rivolge solo alle autorità
nazionali o crei anche pretese giudizialmente azionabili dagli individui occorre interpretare la norma internazionale.
4° livello) completezza: cioè quando la norma internazionale, operativa all’interno ed anche azionabile dai privati, risulta incompleta nel
contenuto per essere applicata in concreto e richieda quindi un provvedimento nazionale ulteriore integrativo o specificativo che la renda
applicabile.
B. Una volta avvenuto l’adattamento si pone anche il problema del rango che le norme internazionali immesse nell’ordinamento interno
hanno in rapporto alle altre norme nazionali.  Il principio seguito nell’ordinamento italiano è che la norma internazionale ha nell’ordinamento
interno il rango della norma nazionale che provvede al suo adattamento.

ADATTAMENTO NELL’ORDINAMENTO ITALIANO

Nell’ordinamento italiano l’adattamento al diritto internazionale generale avviene a norma dell’art. 10Cost., secondo cui l’ordinamento
giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
Per “norme del diritto internazionale generalmente riconosciute” si intendono:
a) le norme internazionali consuetudinarie, valevoli per tutti gli Stati,
b) le norme cogenti, nella misura in cui risultino generalmente riconosciute nell’usus e nell’opinio juris;
c) i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili

Le norme internazionali generali ammesse ex art. 10 Cost. hanno rango costituzionale: di conseguenza, in caso di conflitto, le norme
internazionali consuetudinarie prevalgono su tutte le altre di rango sub-costituzionale.
I. La legge che fosse quindi incompatibile con il diritto internazionale generale può essere dichiarata incostituzionale e annullata con
effetto ex nunc dalla Corte Costituzionale per contrasto con l’art. 10 Cost.;
II. mentre la norma sub-legislativa che fosse incompatibile con il diritto internazionale generale può essere disapplicata dal giudice
ordinario o annullata dal giudice amministrativo.

ADATTAMENTO DEL DIRITTO ITALIANO AI TRATTATI


Manca nell’ordinamento italiano una norma che si occupi dell’adattamento ai trattati.  L’art. 10 Cost., infatti, non concerne anche i trattati,
ma solo le consuetudini e i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili, anche se, al c.2, alcune specifiche categorie di trattati
sono menzionate, ma non ai fini dell’adattamento: si dispone che “la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità
delle norme e dei trattati internazionali”.
In mancanza di norme esplicite, dunque, il procedimento di adattamento ai trattati più seguito nella prassi italiana è di

carattere speciale:

in concreto, si emana un atto normativo, generalmente una legge ordinaria, contenente il cd. ORDINE DI ESECUZIONE, ossia
una disposizione in cui si stabilisce che è data piena esecuzione ad uno specifico trattato indicato, il cui testo viene poi pubblicato in allegato
sulla Gazzetta Ufficiale in una lingua autentica, insieme ad una traduzione italiana non ufficiale.
L’ordine di esecuzione si limita per cui a rinviare al trattato così come esso è stato concluso sul piano internazionale, con la conseguenza che
gli organi statali sono tenuti ad applicarlo come se fosse diritto italiano ed è processualmente azionabile dai singoli.
Al contrario, se l’ordine di esecuzione non viene emanato, il trattato non può essere applicato nell’ordinamento italiano, anche se resta in
vigore per l’Italia sul piano internazionale.
Differenza tra ratifica o adesione e ordine di esecuzione : con la ratifica o l’adesione lo Stato si impegna sul piano internazionale nei confronti
degli altri Stati, mentre con l’ordine di esecuzione lo Stato ordina ai propri organi di applicare il trattato all’interno del suo ordinamento.
Talvolta però si ricorre anche al PROCEDIMENTO ORDINARIO ai fini dell’adattamento dei trattati, attraverso la riproduzione
del trattato, se del caso anche con varianti rispetto al testo originario, in un atto normativo interno: in tal caso gli organi statali devono applicare
direttamente il suddetto atto e, se questo differisce in qualche punto dal trattato, le autorità statali lo applicheranno comunque così com’è.
Il procedimento speciale pertanto è preferibile rispetto a quello ordinario per quanto riguarda la puntuale osservanza del diritto
internazionale la differenza è che:
a) nel caso di procedimento speciale di adattamento, l’organo statale applica direttamente il trattato, sia pure in virtù di una norma
internail giudice interno non potrà applicare il trattato se esso si è estinto
b) nel procedimento ordinario di adattamento l’organo statale applica la norma di adattamento, a prescindere dal trattato
riprodotto il giudice dovrà applicare il trattato anche se estinto fintanto che è in vigore l’attonormativo nel quale esso è stato
riformulato.

Il procedimento ordinario peraltro deve essere utilizzato nei casi in cui i trattati da immettere nell’ordinamento interno hanno un contenuto tale
da richiedere necessariamente un’integrazione da parte di ulteriori norme statali (es. nel caso in cui il trattato prevede il funzionamento di un
organo interno ad hoc che gli Stati contraenti dovranno istituire, e ciò potrà avvenire solo con un provvedimento
normativo ulteriore e specifico); si parla a tal proposito di NORME NON SELF EXECUTING o non direttamente
applicabili.

RANGO DEI TRATTATI NELLA GERARCHIA DELLE FONTI ITALIANE


Una volta che l’adattamento sia avvenuto, si pone il problema del rango del trattato nella gerarchia delle
fonti normative italiane.

L’art. 117 Cost. stabilendo al c.1 che “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione,
nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.
L’art. 117 è stato attuato con la l. 131/2003, secondo cui “costituiscono vincoli alla potestà legislativa dello Stato e delle Regioni quelli
derivanti dalle norme di diritto
internazionale generalmente riconosciute di cui all’art. 10 Cost., da accordi di reciproca limitazione della sovranità, di cui all’art. 11 Cost.,
dall’ordinamento comunitario e dai trattati internazionali”.
Con le sentenze n.348-349/2007 la Corte Costituzionale ha affermato che i trattati,pur se resi esecutivi con legge ordinaria, hanno pur
sempre un rango superiore alla stessa, e quindi prevalgono sempre e comunque in caso di conflitto. Secondo la Corte infatti, i trattati
opererebbero come NORME INTERPOSTE, ad un livello intermedio tra la legge ordinaria e la Costituzione (sono perciò di rango superiore
alla legge ordinaria e di rango inferiore alla Costituzione).
I giudici che ritengono che sussista un conflitto insanabile fra un trattato e una legge ordinaria devono sollevare la questione di costituzionalità,
anziché disapplicare la norma, spettando quindi solo alla Corte Costituzionale di dichiarare l’eventuale incostituzionalità della legge ordinaria;
mentre la subordinazione dei trattati a Costituzione comporta che la Corte deve sempre valutare se il trattato è conforme a quest’ultima,
eventualmente eliminandolo in caso di incompatibilità

RUOLO DEL GIUDICE: bisogna distinguere tre ipotesi:


 se il giudice comune riesce ad interpretare la legge in conformità al trattato, seguendo il criterio della presunzione di conformità
utilizzato in passato, non sorge un conflitto e non è necessario sollevare la questione di costituzionalità;
 se invece il giudice comune ritiene che fra il trattato e la legge sussista un conflitto non risolvibile sulla base della stessa
presunzione di conformità, allora il problema è quello di stabilire se i principi della lex posterior e della lex specialis siano solo di
carattere interpretativo o siano invece diretti a risolvere i conflitti nel concreto:
-nella prima ipotesi si può infatti supporre che il giudice comune risolverà l’apparente conflitto applicando il trattato, o perché
posteriore o perché speciale anche se anteriore;
- nella seconda ipotesi, invece, trattandosi di un conflitto reale, il giudice comune dovrà sollevare la questione di costituzionalità
senza poter far ricorso ai principi interpretativi della lex posterior e della lex specialis. QUESTA SEMBRA ESSERE LA PIU’
CONFORME ALL’INTERPRETAZIONE DELLA CORTE COSTITUZIONALE
 se il giudice si trova di fronte ad un trattato che è anteriore alla legge con esso confliggente e di cui non può chiamarsi in causa la
specialità, allora il giudice dovrà sollevare la questione di costituzionalità.

ADATTAMENTO DEL DIRITTO ITALIANO AL DIRITTO UE


Il problema per l’adattamento al diritto dell’UE si pone in particolar modo per i regolamenti, le direttive e le decisioni indirizzate agli Stati e
consiste nel chiedersi se l’ordine di esecuzione dato ai Trattai ex art. 288 TFUE copra anche tali atti e gli accordi conclusi dall’UE con Stati
terzi.
Per i regolamenti la risposta è affermativa, nella misura in cui siano completi o auto-sufficienti, in quanto la loro diretta applicabilità negli
ordinamenti interni è stabilita dallo stesso art. 288 TFUE; naturalmente atti di adattamento ad hoc sono necessari quando il regolamento non è
completo nel contenuto.
Le direttive e le decisioni indirizzate agli Stati, invece, non sono direttamente azionabili ex art. 288 TFUE e nella prassi
vengono emanati atti di esecuzione ad hoc che di solito le riformulano integralmente. Gli strumenti per l’attuazione delle direttive e delle
decisioni sono stati disciplinati dalla Legge La Pergola del 1989 che prevedeva annualmente l’emanazione di una legge che provvedesse
all’adattamento di tutti gli atti dell’UE; questa legge è stata poi sostituita dalla L. 11/2005, che sostanzialmente riprende quella precedente.

La Corte di giustizia ha peraltro affermato che le decisioni indirizzate agli Stati producono effetti immediati, mentre le direttive (che sono
obbligatorie limitatamente al risultato da raggiungere, in quanto rientra nella discrezionalità dello Stato membro determinare i mezzi per
raggiungerlo) necessitano di atti esecutivi ad hoc, che spetta allo Stato scegliere.
Sono state tuttavia ammesse delle ipotesi in cui la direttiva possa produrre effetti immediati, e ciò quando:
A. si tratta di direttive dettagliate, equivalenti ai regolamenti completi
B. quando si tratta di interpretare norme interne, nel qual caso l’interpretazione deve avvenire in conformità della lettera e dello scopo
delle direttive esistenti in quella materia
C. quando la direttiva chiarisce un obbligo già previsto dai Trattati UE o sceglie una fra le varie interpretazioni del Trattato
D. quando la direttiva impone un obbligo di non facere, che non implica l’emanazione di atti ad hoc, ed in tal caso la direttiva è
invocabile dai singoli ma solo contro lo Stato (e non anche contro altri singoli).
E. Anche le direttive prive di effetti immediati possono comunque produrre effetti quando non siano attuate entro il termine previsto,
nel senso che il singolo può richiedere allo Stato il risarcimento del danno derivante dal loro mancato recepimento, quando vi sia
un nesso di causalità tra la mancata attuazione ed il danno subito.
L’applicabilità diretta è stata riconosciuta anche agli accordi dell’UE conclusi con Stati terzi, purché si tratti di norme
complete.

RANGO DEL DIRITTO UE NELL’ORDINAMENTO ITALIANO: in passato, i Trattati UE erano considerati come qualsiasi altro trattato e,
pertanto, il loro rango era considerato quello della legge ordinaria (poiché era con tale legge che si dava loro attuazione).
Successivamente alla sentenza n. 232/1975, la Corte costituzionale ha cambiato opinione, sostenendo che le norme interne incompatibili con
il diritto comunitario violassero l’art. 11 Cost.; ciò è quanto la Corte di giustizia ha ribadito nella sentenza Simmenthal del 1978, affermando
che le norme interne incompatibili con il diritto comunitario fossero invalide e dovessero essere disapplicate dal giudice ordinario senza
ricorso all’annullamento da parte della Corte costituzionale.
La prevalenza del diritto dell’UE sulle leggi ordinarie è del resto sancita anche all’art. 117 Cost.; resta comunque salvo, diversamente dagli
altri trattati, il potere del giudice comune di disapplicare il diritto interno incompatibile o di chiedere alla Corte costituzionale l’annullamento
delle norme incompatibili, in particolare quando si tratta di diritto dell’UE non direttamente applicabile.

Potrebbero piacerti anche