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Idrocarburi sintetici da scisti bituminosi (I parte) « Il

Poliedrico
http://ilpoliedrico.altervista.org/2011/05/idrocarburi-sintetici-da-scisti-bituminosi-i-parte.html May 23, 2011

Di Umby, sabato 14 maggio 2011, alle 11:29 am

Carrozza a cavallo in Central Park, New York Credit: Library of Congress: LC-DIG-
ggbain-00138

I periodi di transizione sono in assoluto i più difficili: il treno e l’automobile dovettero


superare molti pregiudizi prima di affermarsi come strumenti di locomozione. Alla fine
del XIX secolo le scoperte scientifiche di Pasteur
costrinsero le amministrazioni pubbliche a risolvere
i problemi di trasporto urbano all’interno delle grandi
metropoli come New York, Parigi e Londra.
All’inizio furono i tram elettrici (i filobus) a cavallo del
1890-95 che andarono a sostituire parzialmente i
sistemi di locomozione animale, i quali generavano
una quantità immensa di sporcizia, ritenuta – a
ragione – responsabile di decine di migliaia di morti
per febri tifoidi nei grandi centri urbani americani.
Alle automobili, inventate agli inizi del XX secolo,
era proibito l’uso nelle città, ma poi la necessità di
disporre di una sempre maggiore e flessibile
mobilità e la necessità di eliminare del tutto l’uso di
animali per la locomozione si unirono e aprirono le porte all’uso delle automobili anche nelle città.

Adesso lo stesso problema esiste sul fronte energetico: se centotrenta anni fa la necessità di avere
nuove tecnologie di locomozione più pulite hanno anche ristretto le dimensioni del mondo per
l’uomo e le merci, oggi la tecnologia energetica non ne vuol sapere di rinnovarsi e di cercare
soluzioni ai problemi ambientali e climatici che essa pure ha prodotto, nonostante gli innumerevoli
vantaggi di cui il genere umano beneficerebbe.
Ormai l’industria del petrolio ha raggiunto i suoi massimi estrattivi di sempre, il famoso picco di
Hubbert è stato o quasi raggiunto. La disponibilità di estrarre petrolio facilmente sta diventando un
ricordo e ormai sta diventando sempre più economico – anche se più caro – estrarre petrolio da
piccoli giacimenti di scarsa qualità come quelli che esistono al largo delle isole Tremiti .

Addirittura adesso sta diventando conveniente recuperare gli idrocarburi fossili dal fango e da un
tipo particolare di roccia: lo scist0 bituminoso, con orribili conseguenze ambientali, che purtroppo
in una logica di profitto diventano del tutto secondari.

Gli scisti bituminosi


Mappa dei depositi di gas da scisti bituminosi nel mondo. Credit: U-S. Energy Le argilliti
Information Administration - Wikipedia Le argilliti sono
rocce sedimentarie
Gli scisti bituminosi sono rocce nere di origine sedimentaria ricche di originate da altri
materiale organico non ancora trasformato in petrolio. In pratica i depositi di
sedimenti
scisti bituminosi possono essere considerati i precursori dei giacimenti di precedenti che
petrolio (in inglese oil shales o black shales).
hanno subito un
Conosciuti anche come argilliti petrolifere, queste possono essere usate cambiamento fisico
direttamente come materiale combustibile o lavorate per estrarne gli
o chimico
idrocarburi e i gas (gas di scisto) che le compongono per un utilizzo più (diagenesi) che ne
tradizionale. altera la
Nel mondo sono diversi i siti censiti, perlopiù in Nord Europa, Stati Uniti,
Nel mondo sono diversi i siti censiti, perlopiù in Nord Europa, Stati Uniti,
composizione
Canada e Brasile . originale.
Il problema è che sfruttare questi giacimenti non è altrettanto semplice quanto
sfruttare un normale pozzo di petrolio e, se i campi
petroliferi non sono proprio il massimo dal punto di
vista dell’impatto ambientale, i campi di scisti sono
proprio devastanti.

Gli olii da scisti


Combustione dell'olio di scisto

Il più comune metodo di estrazione è quello a cielo


aperto . Questo sistema consiste nel rimuovere la
maggior parte del terreno sovrastante per esporre i
depositi di argillite petrolifera. Pratico, se i depositi
sono in superficie. Nel caso di depositi di scisti
bituminosi sotterranei, si possono utilizzare i metodi
classici simili a quelli usati per le miniere di
carbone.

L’estrazione degli elementi utili dallo scisto


bituminoso avviene solitamente in luoghi diversi dai
siti di estrazione, anche se diverse tecnologie più
recenti consentono il processamento delle argilliti in
loco. In entrambi i casi, un processo di pirolisi, ossia
un riscaldamento in assenza di ossigeno ad una
temperatura che varia tra i 450°C e i 500°C, trasforma il cherogene contenuto nello scisto
bituminoso in olio di scisto (conosciuto anche come petrolio sintetico) e gas di olio di scisto.
Il trattamento in-situ comporta il riscaldamento degli scisti bituminosi direttamente nel sottosuolo.
Questa tecnologia è potenzialmente in grado di estrarre più petrolio a parità di superficie rispetto ai
sistemi tradizionali ex-situ, in quanto consente di sfruttare a pieno le capacità produttive della
miniera.
Alcune argilliti petrolifere sono ricche anche di altri elementi, come zolfo, ammoniaca, allumina e
anche … uranio .
L’olio di scisto derivato ​da scisti bituminosi non è comunque adatto a sostituire il petrolio greggio in
tutte le applicazioni. Esso può essere comunque ricco di alcheni, ossigeno e azoto in percentuali
significativamente maggiori rispetto al greggio convenzionale. Alcuni oli di scisto possano
presentare una maggiore contenuto di zolfo o di arsenico o di altri metalli pesanti anche di 20 o 30
volte. Questorende l’olio di scisto più adatto per la produzione di distillati medi, come il kerosene , il
carburante per aerei , e il diesel per autotrazione. Solo attraverso processi di raffinazione adeguati
come il cracking è possibile trasformare l’olio di scisto in idrocarburi leggeri come la benzina.

Diagramma dei processi di lavorazione degli scisti


bituminosi: Credit: Office of Naval Petroleum and Oil
Shale Reserves, U.S. Department of Energy,
Wikipedsia

L’impatto ambientale è ovviamente più accentuato


nelle miniere di superficie che in quelle sotterranee.
Tra i più importanti sono il drenaggio acido
provocato dall’ esposizione improvvisa e
conseguente ossidazione dei materiali sepolti, il
rilascio di metalli pesanti, come visto sopra, tra cui il
mercurio nelle acque di superficie e sotterranee,
l’aumento dell’erosione, le emissioni di zolfo e
anche l’inquinamento atmosferico causato dalla produzione di particolato durante l’attività estrattiva
e il trasporto.
L’attività estrattiva può danneggiare il valore biologico del territorio e l’ecosistema della zona
mineraria. La necessità di riscaldare il cherogene genera materiale di scarto ed emissioni di
diossido di carbonio, uno dei gas responsabili dell’effetto serra.
Gli ambientalisti si oppongono giustamente allo sfruttamento di olio di scisto, in quanto la sua
produzione – e il successivo utilizzo – genera più gas serra anche rispetto ai tradizionali
combustibili fossili, tant’è che l’Energy Independence and Security Act proibisce agli enti
governativi degli Stati Uniti di acquistare l’olio prodotto da processi che producono più emissioni di
gas a effetto serra di quanto potrebbero fare i prodotti petroliferi tradizionali.
Alcune tecniche sperimentali di cattura e stoccaggio della CO2 possono mitigare alcuni di questi
problemi in futuro, ma allo stesso tempo possono causare altri problemi, tra cui l’onnipresente
inquinamento delle falde acquifere.
Altra contaminanti dell’acqua comunemente associati alla lavorazione dell’olio di scisto sono gli
idrocarburi eterociclici .
Ma forse uno dei danni maggiori riguarda proprio l’uso eccessivo di acqua necessaria per
l’estrazione: a seconda della tecnologia estrattiva utilizzata si arriva a consumare da 1 a 5 litri di
acqua per ogni litro di olio di scisto prodotto, in Estonia -paese di riferimento che fa largo uso di
questa tecnologia energetica – nel 2002 l’industria petrolifera consumò circa il 91% dell’intera
acqua consumata nel paese! Altri studi rilasciati dal Bureau of Land Management degli Stati Uniti
confermò simili analisi .

fine prima parte