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Leonardo Resciniti

5^SB

Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900)


Nasce a Röcken in una famiglia religiosa, il padre pastore protestante e la madre figlia di un uomo di
Chiesa. Dopo la morte del padre intraprende gli studi dei classici dapprima a Naumburg e poi al
Ginnasio di Pforta, scuola dove aveva studiato Fichte. Frequenta l’Università di Bonn e conclude il suo
percorso di studi con una laurea in filologia classica, materia di cui poi diventa docente all’Università di
Basilea grazie all’amico Friedrich Ritschl. Qui stringe amicizia con il musicista Richard Wagner.
Durante gli anni trascorsi a Basilea si avvicina alla filosofia di Schopenhauer, leggendo il Mondo come
volontà e rappresentazione, e al neokantismo. Dal 1872 inizia a pubblicare scritti filosofici e nel 1879
rinuncia alla cattedra per dedicarsi alla riflessione filosofica e per curare i disturbi neurologici di cui
soffriva.
Per circa dieci anni viaggia l’Europa vivendo fra la riviera francese, quella italiana e l’Engadina, e scrive
le sue opere più note.
Nel 1889 a Torino il suo quadro psicofisico si aggrava, viene raccontato che corse in lacrime per strada
ad abbracciare un cavallo maltrattato, e viene portato in una casa di cura. Muore a Weimar nell’estate
del 1900 mentre viveva con la sorella Elizabeth.
Opere principali: La nascita della tragedia, Considerazioni inattuali, Umano troppo umano, Aurora, La
gaia scienza, Così parlò Zarathustra, Al di là del bene e del male, Genealogia della morale, Il crepuscolo
degli idoli, L’Anticristo, Ecce Homo.

 I “maestri del sospetto” e la strumentalizzazione del pensiero


La filosofia di Nietzsche scardina la tradizionale fiducia nella ragione, ma nella sua critica si differenzia
dagli autori precedenti con cui condivide lo scopo, come Sant’Agostino, Pascal o Kierkegaard, poiché
non oppone alla ragione la fede religiosa bensì ne evidenzia la natura subordinata a quella della
volontà, irrazionale e potente (come per Schopenhauer).
La sfiducia e la decostruzione dell’impianto filosofico razionale tradizionale porta a considerare anche
la coscienza una fonte inaffidabile. Questa caratteristica, comune al pensiero di Marx, Nietzsche e
Freud, ha portato il filosofo Paul Ricoeur ad identificare questi tre pensatori come i “maestri del
sospetto”.
Il pensiero di Nietzsche, in particolare alcuni concetti e ideali, è stato spesso bersaglio di manipolazioni
o errate interpretazioni che lo hanno portato ad essere considerato un precursore dell’ideologia
nazista. La colpa è principalmente della sorella Elizabeth, con la quale nel periodo di autonomia
psicofisica Nietzsche non aveva un rapporto particolarmente buono.
Elizabeth era sposata con Bernhard Förster, un aggressivo propagandista antisemita; alla morte di
Nietzsche i quaderni e gli appunti del filosofo vennero conservati e rimaneggiati, con la convinzione che
dovessero confluire in una gigantesca opera sistematica dal titolo La volontà di potenza. Quest’opera di
manipolazione guidata da Elizabeth e il marito portò allo snaturamento del messaggio filosofico di
Nietzsche, che venne così accostato all’ideologia del Partito Nazionalsocialista.
Il lavoro di sistematizzazione degli appunti è continuato anche dopo la morte di Elizabeth, e solo dopo
l’intervento di diversi intellettuali e studiosi fra cui Giorgio Colli e Mazzino Montinari l’equivoco de La
volontà di potenza è stato chiarito, rendendo accessibili i quaderni e le riflessioni inedite del filosofo in
volumi cronologicamente ordinati.
Il nome di Nietzsche è stato così ripulito dalle accuse di aver ispirato l’ideologia nazista, ingiustificate
anche in virtù del disprezzo del nazionalismo e dell’antisemitismo da parte del filosofo, la cui
riflessione non è una riflessione politica.
Leonardo Resciniti
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 La nascita della tragedia


Prima opera di Nietzsche, scritta dopo essersi trasferito a Basilea e pubblicata nel 1872. È un saggio in
cui si ritrovano tutti gli interessi del filosofo: l’arte e la cultura classica (in particolare greca), la filosofia
di Schopenhauer e alcuni ideali di rinnovamento artistico di influenza wagneriana.
Lo spirito tragico
L’opera di Nietzsche suscita dibattiti molto accesi poiché si interroga sul mondo classico, fino a quel
momento considerato come un modello: come può il popolo felice dei Greci aver inventato il genere
della tragedia?
Nelle tragedie si compie un «miracolo metafisico»: vengono celebrati gli uomini e le loro passioni,
viene raffigurato il loro spirito. Per Nietzsche però le divinità del Pántheon greco non sono espressioni
di particolari aspetti dello spirito umano, fatta eccezione per Apollo e Dioniso.
Apollineo e Dionisiaco
Apollo e Dioniso sono due divinità profondamente diverse fra loro, ma per Nietzsche complementari:
entrambe sono raffigurazione dei due istinti dello spirito umano, apollineo e dionisiaco.
o Apollineo: fa riferimento ad Apollo, dio dell’ordine, della calma, dell’uniformità. La razionalità
dell’apollineo si traduce in serenità ed equilibrio nelle sue manifestazioni, ma essendo Apollo dio
del sogno queste manifestazioni sono legate all’illusorietà del fenomeno.
o Dionisiaco: fa riferimento a Dioniso, dio dell’eccesso, del caos, della vitalità, del divenire. L’ebbrezza
del dionisiaco si traduce nella capacità di mettere in relazione l’uomo con i suoi istinti primordiali e
la vera essenza della realtà, trascendendone le convenzioni.
In questa fase del suo pensiero Nietzsche è molto legato alle considerazioni schopenhaueriane.
Apollineo e Dionisiaco convivono nell’uomo e nelle sue produzioni, in particolare quelle di natura
artistica. Nelle tragedie l’apollineo è rappresentato dalla successione degli atti e dalla struttura
formale della tragedia stessa, mentre il dionisiaco è incarnato dal coro e dalla musica; nelle tragedie
del V secolo a.C. gli eroi sono maschere di Dioniso, che attraverso la sofferenza acquistano sapienza.
Nella tragedia attica di Eschilo e Sofocle l’Apollineo non ingabbia il Dionisiaco nonostante riesca a
dargli forma, perché il Dionisiaco ha un effetto «al di là di ogni effetto apollineo»; sembra che sia
Dioniso a parlare la lingua di Apolo, ma in realtà è Apollo parla la lingua di Dioniso.
La “fine” della tragedia
Con l’avvento della filosofia di Socrate e l’influenza di essa sulla cultura e sull’arte greca, tragedia
compresa, si ha per Nietzsche la “fine” della tragedia.
Euripide, influenzato dal razionalismo socratico e dalla convinzione che non esistano conflitti poiché
agendo secondo ragione essi sono evitati, uccide il Dionisiaco, portando l’Apollineo a non avere più un
corrispettivo e a primeggiare sul resto. L’Apollineo artistico, inoltre, degenera in Apollineo filosofico.
La tragedia perde vitalità e diventa raffigurazione di uno schema concettuale statico che nega il
dinamismo convenzionale. Per Nietzsche la concettualizzazione è un oltraggio alla vita.
La razionalità ottimistica socratica ed euripidea dà vita a eroi in cui virtù e sapere sono legati
indissolubilmente e in cui sono assenti conflitti interni.
In seguito alla “morte” del Dionisiaco l’uomo ha perduto la propria naturalità, perciò considerare il
popolo greco classico come un modello implica che il processo di civilizzazione sia un processo
antivitale, decadente e penalizzante.
Secondo Nietzsche però Wagner, grazie al suo progetto di rinnovamento artistico, è in grado di dare
vita ad una nuova tragedia che riconsideri la doppia natura dell’uomo: l’«opera d’arte totale».
Leonardo Resciniti
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Tornare a Dioniso
Nonostante i vari riferimenti al Mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer ne La nascita
della tragedia, ma in tutta la filosofia, Nietzsche non fa menzione alcuna al libro IV su morale e ascesi,
ovvero la “soluzione” della filosofia schopenhaueriana.
Per Nietzsche non esiste via d’uscita dal pessimismo, che però si differenzia da quello “sentimentale” di
Schopenhauer in quanto riconosce il dolore e la durezza insensata della vita, ma la accetta in tutte le
sue forme, giungendo quasi a presentarsi come una visione fatalistica. Negare la tragedia
dell’esistenza, o cercare di negarla, per Nietzsche equivale a perdere il senso della realtà.
L’unica soluzione secondo Nietzsche è dire sì alla vita senza provare alcuna nostalgia per il passato,
scavando in noi stessi per riscoprire il dionisiaco perduto e ritrovare la sua energia e vitalità.
Il pensiero nietzscheano è definito “pessimismo vitale”, “pessimismo virile” o “nichilismo positivo”.
È inutile cercare di ordinare il divenire e di dominare le forze del Mondo. Questo porta ad un “nuovo
nichilismo” secondo cui le cose non valgono i tentativi di conservazione di esse che si effettuano.

 La Storia e le Considerazioni Inattuali


Le Considerazioni Inattuali sono una raccolta di quattro saggi scritti fra il 1873 e il 1876 il cui argomento
è la condizione della cultura europea alla fine dell’Ottocento.
Fra le quattro Considerazioni la più nota è la seconda, che tratta della Storia, dal titolo Sull’utilità e il
danno della Storia per la vita.
Sull’utilità e il danno della Storia per la vita
In questo saggio Nietzsche critica la filosofia hegeliana, considerata l’origine del pensiero secondo cui
ogni periodo ed evento storico è giustificato in quanto risultato di uno sviluppo razionale necessario.
Secondo Nietzsche pensando in questi termini si rischia di accettare ogni aspetto del divenire storico
senza atteggiamento critico o volontà di cambiamento.
Nella “Seconda Inattuale” vengono analizzati i pregi e i difetti della Storia in base alle conseguenze che
può produrre sulla vita; esistono tre modi di fare storia:
o Monumentale: si fissa sui grandi personaggi del passato alimentando le aspirazioni di grandezza
degli uomini, ma può al tempo stesso suscitare in essi un senso di inferiorità e un atteggiamento di
rassegnazione.
o Antiquario: indaga dettagliatamente il passato, preservandolo; così facendo però rischia di perdere
di vista il presente.
o Critico: si confronta con il passato, è un modo per comprendere ma può degenerare e portare a
rinnegarlo.
Conoscere la Storia dà all’uomo consapevolezza della propria condizione di “epigono”, ovvero “nato
dopo, inferiore”; la coscienza epigonale, alimentata dal culto del passato, porta gli uomini a
considerarsi come copie sbiadite dei grandi del passato, che non saranno mai in grado di raggiungere.
I valori del passato e la concettualizzazione della realtà passata secondo Nietzsche non devono
ostacolare la vita nel presente, e la storia non è, come per Hegel o la filosofia medievale, una “teologia
camuffata. In questa fase del pensiero nietzscheano la soluzione alla «malattia della Storia» è data dalla
religione e dall’arte, poiché sono rivolte alla dimensione eterna dell’essenza umana e possiedono
quindi un carattere sovrastorico.
La riflessione sulla storia poi evolve nel pensiero di Nietzsche e diventa una riflessione sulla natura dei
concetti, che vengono ricostruiti storicamente; l’indagine sull’origine storica dei concetti viene
condotta attraverso il “metodo genealogico”, che darà poi il titolo alla Genealogia della morale.
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 La gaia scienza
Insieme ad Umano troppo umano e Aurora fa parte del periodo “illuministico” nietzscheano:

o Il periodo “illuministico”: definita «filosofia del mattino», in questo periodo la ragione ha


un ruolo centrale nella scoperta delle credenze morali, religiose e metafisiche.
Va dal 1878 al 1882 ed è caratterizzato dalla rottura con i maestri Wagner e Schopenhauer (la
noluntas soffoca il dionisiaco), dall’analisi della realtà attraverso il metodo genealogico; questo
rivela che tutto, fino a istinti e sentimenti, ha le sue radici in motivi utilitaristici e di carattere
storico, tutto è un prodotto culturale e non naturale.
In questa fase del suo pensiero Nietzsche sviluppa la concezione secondo cui non esiste un
centro stabile e permanente della personalità, riprendendo la riflessione di Hume l’io è
solamente un aggregato di impulsi, bisogni e motivazioni contrastanti in equilibrio precario.
La gaia scienza è una raccolta di aforismi (frammenti, la verità è frammentaria e non assoluta; «o
mezza verità o una verità e mezza» Lichtenberg) scritta nel 1882 il cui titolo rimanda alla poesia,
definita “gaia scienza” dai trovatori del XII secolo. Contiene diversi temi ricorrenti nella riflessione di
Nietzsche, soprattutto nell’ultima fase del suo pensiero: la morte di Dio e l’eterno ritorno.
La morte di Dio
Predicata nell’aforisma 125: «Dio è morto», è stato ucciso dagli uomini che si recano nei suoi sepolcri,
le Chiese. L’affermazione del folle mette in discussione tutti i valori, poiché nel momento in cui una
credenza svanisce anche il suo sistema di valori viene meno. Per Nietzsche ormai è tempo che l’uomo
liberi il suo spirito dalla metafisica; l’ateismo in questo caso è una condizione necessaria per la nascita
di una nuova e libera umanità, che esorta a vivere fino in fondo la vita.
L’evento storico della morte di Dio è l’eliminazione della radice teologica dalla vita umana: le questioni
di senso e le domande non devono più essere poste a Dio, bensì all’umanità stessa, che si pone in
primo piano svolgendo i compiti fino a quel momento assolti da Dio.
L’uomo deve rifondare il proprio percorso di realizzazione su basi umane, deve ridare un senso alle
cose e dare autonomia all’umanità.
Nietzsche evidenzia che fin dai tempi dei greci gli uomini hanno creato gli dèi per idealizzare la loro e
poter immaginare entità in grado di condurre una vita senza difetti. Le religioni però hanno funzione
consolatoria e permettono di accettare la vita e viverla sopportando dolore e fatica; questo aspetto va
eliminato e le religioni devono essere considerate solamente come testimonianze antropologiche, e gli
uomini devono farsi carico del peso della vita, accettandola incondizionatamente nella sua immutabile
ripetizione, descritta dalla teoria dell’eterno ritorno.
L’eterno ritorno
Eterno nella Storia e Storia nell’eterno. Introdotta ne La gaia scienza e riproposta in Così parlò
Zarathustra (Della visione e dell’enigma). Riprende la concezione dello stoicismo e della circolarità
afinalistica del mondo classico, contrapposta alla visione lineare e finalistica del mondo moderno.
Nell’aforisma 341 de La gaia scienza Nietzsche presenta questa teoria: cosa succederebbe se fossimo
costretti a rivivere la nostra vita per l’eternità, sempre uguale a sé stessa? Per Nietzsche non c’è
eternità se non l’eternità del nulla delle cose che si ripete. Attraverso l’eterno ritorno Nietzsche vuole
distogliere l’attenzione degli uomini dalla credenza in un mondo ultraterreno, invitandoli a vivere
pienamente la vita terrena che saranno costretti a rivivere infintamente, annullando il tempo come
successione. Per Nietzsche, accettare la vita è un gesto di coraggio che corrisponde alla «sfida della
vita» o «sfida della volontà», ovvero la piena corrispondenza fra divenire e volontà del soggetto.
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 Così parlò Zarathustra


Opera maggiore di Nietzsche, scritto e pubblicato in quattro parti fra 1883 e 1885; è stato composto un
poema sinfonico nel 1896 da Richard Strauss che porta lo stesso nome dell’opera nietzscheana.
Si compone dei discorsi di Zarathustra, omonimo dell’antico profeta, che ha raggiunto la condizione di
saggezza spirituale in seguito ad un ritiro ascetico e ora desidera diffondere la luce fra gli uomini, la
cosiddetta «filosofia del meriggio».

o La filosofia del meriggio: noto anche come “periodo dello Zarathustra”, si differenzia dal
periodo della filosofia del mattino poiché Nietzsche raggiunge la piena maturità filosofica e di
pensiero, simboleggiata dalle ore del “meriggio” poiché in questa fase della giornata il sole è
alto nel cielo e rende le ombre più corte, permettendo di vedere in modo più chiaro.
La struttura è simile a quella dei vangeli: non contiene vere argomentazioni ma posizioni espresse con
tono profetico e linguaggio evocativo e simbolico. È evidente l’influenza del linguaggio religioso.
Un libro per tutti e per nessuno è il sottotitolo dello Zarathustra: “per tutti” poiché non è un trattato
specialistico di filosofia, “per nessuno” poiché il suo scopo è rovesciare certezze e pregiudizi
annunciando una nuova umanità.
Übermensch
«L’uomo è qualcosa che deve essere superato» Così viene introdotto l’Übermensch nel primo discorso
alla folla di Zarathustra. In italiano viene reso con i termini “Superuomo” e, meno di frequente,
“Oltreuomo”; non è un uomo con facoltà potenziate o soprannaturali, è un uomo oltre i limiti
dell’umanità stessa: l’uomo è un ponte, una fase di transizione verso l’ideale dell’Oltreuomo.
Esiste solamente a condizione che venga dopo l’ultimo uomo, ovvero colui che prende coscienza della
sua natura impura e libera la strada per l’avvento di una nuova umanità, e in seguito alla de-
divinizzazione conseguenza della morte di Dio.
All’avvento dell’uomo pienamente realizzato, che reagisce al nichilismo riscoprendo la forza delle
energie vitali limitate dalle religioni, segue un riorientamento dell’esistenza umana, che si riadatta per
elevarsi, ovvero liberarsi dal giogo della religione e della menzogna per recuperare il senso della vita e
vivere felicemente, migliorando la propria condizione terrena senza speranza in un aldilà e nella
redenzione dopo la morte.
La missione della nuova umanità successiva alla realizzazione dell’ideale dell’Oltreuomo è «divenire ciò
che si è» (sottotitolo di un’opera del 1888, Ecce homo. Come si diventa ciò che si è), e questo è possibile
solamente attraverso la “trasvalutazione di tutti i valori”, ossia la critica dei valori costituiti e la loro
sostituzione con una nuova scala che conduca all’affermazione e all’esaltazione delle energie vitali e
delle forze creatrici della realtà.
Il messaggio di Zarathustra è esattamente opposto a quello delle Sacre Scritture cristiane: viene
valorizzato il corpo e la dimensione terrena invece che quella dell’anima, viene sovvertita la mentalità
comune in favore di una nuova visione della vita che ne affermi il dinamismo, la potenza e l’energia.
Le tre metamorfosi
Il cammino dell’umanità verso l’Oltreuomo si articola in tre fasi, nella descrizione delle quali Nietzsche
utilizza metafore che rimandano al gioco, all’innocenza e alla fanciullezza: il percorso di emancipazione
dell’Oltreuomo viene esemplificato da Zarathustra attraverso tre metamorfosi, ovvero fasi dello spirito
umano: cammello, leone e fanciullo.
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o Cammello: l’uomo piega le ginocchia come un cammello e si fa carico del peso dell’esistenza. È una
fase di umiliazione, sottomissione e accettazione della cultura, dei costumi, dei pregiudizi e delle
tradizioni, costituisce un approccio errato alla vita, poiché l’uomo è impaurito e oppresso, non ha
volontà propria e segue gli altri.
o Leone: l’uomo ricerca l’autonomia e il dominio completo sulla propria interiorità, caccia la sua
preda, la libertà. Il leone combatte la sottomissione, combatte «il più grande dei draghi», il “tu
devi”. In questa fase si passa dal dovere al volere, per essere liberi non devono esserci doveri. Il
leone non è il cammello che subisce, ma non è nemmeno in grado di creare nuovi valori; può e
deve lottare contro le imposizioni per conquistare la libertà, condizione necessaria per fondare
una nuova umanità.
o Fanciullo: è un nuovo inizio. L’uomo abbandona il mondo e rinasce libero, in grado di crearne uno
migliore e libero da ogni dovere, un mondo in cui esistono valori nuovi. È la fase del «sacro dire di
sì» alla vita, in cui si accettano finalmente il divenire e le cose del mondo, così come sono e
accadono.
Il nuovo inizio è rappresentato con la figura del fanciullo poiché esso è innocente, nato puro e
libero dal peso delle imposizioni.
Il fanciullo è l’iniziatore della nuova umanità, l’anticipazione di ciò che l’umanità potrà essere.
Secondo Nietzsche l’umanità deve redimersi andando oltre sé stessa (percorso di palingenesi
dell’umanità).
La volontà di potenza
Tema trattato all’interno dello Zarathustra e al centro della riflessione dell’ultimo Nietzsche. Rispetto
alla volontà schopenhaueriana, un impulso cieco e irrazionale verso la conservazione della vita, la
volontà di potenza è una potente spinta che si realizza nel superamento di sé stessa; viene definita
come «imprimere al divenire il carattere dell’essere», è una spinta verso l’affermazione di sé nel
mondo e nel divenire da parte dell’uomo.
Nella formulazione del concetto di volontà di potenza Nietzsche si avvicina per certi aspetti alle teorie
evoluzionistiche darwiniane, in particolare alla struggle for life; nonostante questo Nietzsche fu critico
nei confronti di Darwin, anche se riconobbe il fascino della sua riflessione e delle sue teorie.
La volontà di potenza è il senso profondo di tutto ciò che esiste, consiste nell’accettazione della vita
per vivere serenamente, riconoscendo che in essa la volontà si afferma e si realizza come
superamento di sé stessa.

 L’ultimo Nietzsche
L’ultimo periodo della filosofia di Nietzsche è definito “filosofia del tramonto”, secondo la metafora
dello sviluppo della filosofia come il percorso del sole nel cielo. È il periodo degli ultimi anni prima del
crollo psicofisico causato dalla malattia, va dal 1886 al 1889 e ne fanno parte Al di là del bene e del
male, Genealogia della morale, Il crepuscolo degli idoli, L’Anticristo e Ecce homo.
In questa fase viene approfondito il tema del nichilismo inteso come crisi delle certezze etiche,
metafisiche e religiose, e predomina un approccio fortemente critico, quasi distruttivo.

o Genealogia della morale: raccolta di tre saggi che ampliano i temi esposti in Al di là del
bene e del male. Viene definito uno scritto polemico come da Nietzsche stesso nel sottotitolo
dell’opera del 1887. Come suggerisce il nome è un’indagine condotta con l’utilizzo del metodo
genealogico sull’origine dei valori e dei principi etici.
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Nietzsche si scontra con la morale ebraico-cristiana, ritenuta colpevole di aver trasformato in “peccati”
tutti quei comportamenti che assecondano la vitalità del mondo e di promuovere valori antivitali che
appiattiscono, penalizzano e opprimono l’esistenza.
Attraverso l’analisi condotta viene riconosciuto che la verità si risolve in prospettive differenti basate
sulle convinzioni di chi le formula.
tutte le lingue hanno in comune una distinzione di significato fra gli opposti buono e cattivo, che per
Nietzsche si distinguono così: nobiltà e aristocrazia costituiscono la base concettuale di ciò che è
Buono (inteso come spiritualmente nobile), mentre è cattivo ciò che si rifà, per significato e analogia, a
ciò che è povero, volgare, semplice e plebeo.
A livello morale questo si traduce in due “categorie” di valori:
o Valori cavallereschi: sono i valori della vera aristocrazia; purezza, nobiltà, forza, fermezza, lealtà
o Valori sacerdotali: sono i valori della falsa aristocrazia religiosa; prudenza, cautela, avversione alla
guerra e all’uso della forza, esaltazione dell’intelletto
Esistono di conseguenza due morali: la morale dei signori, che si manifesta nelle civiltà aristocratiche
ed esalta la forza e i valori vitali promuovendo il superamento dei propri limiti, e la morale del
ressentiment (risentimento), o morale del gregge, che si manifesta nell’invidia da parte dei più deboli
nei confronti di chi «dice di sì alla vita», e promuove valori antivitali e qualità che alleviano l’esistenza
ai sofferenti.
Nella ricostruzione delle radici storiche dei concetti propria del metodo genealogico Nietzsche scopre
l’origine della morale del ressentiment: essa è incarnata dal popolo debole e maltrattato nel corso
della Storia, gli ebrei, che sopravvissuto alle oppressioni ha creato una nuova scala di valori come
reazione e vendetta spirituale nei confronti delle ingiustizie subite.
La morale ebraica è diventata poi morale anche del popolo cristiano e si è diffusa come “morale
codificata tradizionale”, dando voce al «gregge dentro di noi». Secondo Nietzsche quindi la morale del
gregge si manifesta nei valori cristiani promossi dai sacerdoti, giudicati i «massimi odiatori della
storia».
È necessario quindi fondare una nuova morale trasvalutando i valori antivitali per riesaltare la vita e
riscoprirne il senso, ponendosi come obiettivo quello di migliorare l’umanità presente (riprendendo il
«divenire ciò che si è» dello Zarathustra); questo porta ad uno scontro con la morale tradizionale, e se
le individualità sono sufficientemente “forti” essa viene sopraffatta. L’obiettivo è non aver più bisogno
della morale (autosoppressione) realizzando pienamente la natura umana, bisogna passare dal
risentimento all’esaltazione; l’autenticità dei valori morali porta all’affermazione della volontà di
potenza e all’autosoppressione della moralità stessa.
Contro il Cristianesimo
Uno dei punti centrali di tutta la riflessione nietzscheana è la critica alla religione, in particolare al
Cristianesimo, che si sviluppa a partire da La gaia scienza.
Second Nietzsche la teologia depotenzia la vita, e il Cristianesimo in particolare con la sua morale non
fa altro che calunniare il mondo terreno, criticandone le qualità gli aspetti che non siano legati alla
sfera religiosa. La promessa cristiana di un aldilà, della redenzione e della vita beata eterna porta
Nietzsche a considerare il Cristianesimo come un platonismo per le masse; un’altra considerazione
maturata è quella che non si può essere contemporaneamente amanti della vita e cristiani, poiché il
Cristianesimo ripudia l’estetica, l’arte, le passioni non comprendendole e condanna la natura umana.
Nietzsche però riconosce la grandezza di Cristo come personaggio storico in grado di aver creato dei
nuovi valori per gli uomini, e lo considera come «unico vero cristiano» che non ha lasciato discepoli ed
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è morto sulla croce.


La critica alla religione giunge alla sua massima espressione nello scritto L’Anticristo del 1888: qui
Nietzsche riconduce al Cristianesimo concetti quali il peccato, la cattiva coscienza, gli ideali ascetici e il
risentimento; San Paolo è indicato come il principale artefice della scala di valori antivitali cristiani
fondata sul risentimento. Secondo Nietzsche l’asceta è colui che ha interiorizzato la volontà di potenza
e la ha diretta contro la vita, l’ascetismo è un tentativo di impiegare la forza della vita per ostruire le
sorgenti della vita stessa.
Le accuse rivolte da Nietzsche alla Chiesa Cristiana sono molte, ma le più violente sono quella di «aver
fatto della pietà una virtù, il fondamento e l’origine di ogni virtù» e di aver «fatto di ogni valore un non
valore, di ogni verità una menzogna». Il Cristianesimo ha preso le parti di tutto ciò che è «debole, vile,
malriuscito», ha creato l’ideale dell’opposizione agli istinti di conservazione della vita.

o Il crepuscolo degli idoli: una delle ultime opere di Nietzsche prima del tracollo, pubblicata nel
1889. Il titolo è un rimando ad un’opera di Wagner, Il crepuscolo degli dèi, il quale viene
criticato fortemente insieme alla cultura tedesca ed europea del tempo.
Ciò che Nietzsche intende fare in quest’opera è filosofare con il martello, un martello che distrugga
certezze e concetti. L’obiettivo è rivelare la falsità e la vuotezza degli idoli.
Uno degli idoli che Nietzsche intende distruggere è la scienza del Positivismo, in particolare il «vitello
d’oro del fatto».
Non esiste una scienza unica, non esistono fatti bruti e fatti puri, esistono solo interpretazioni. Il
“fatto” scientifico è valido solo se inserito all’interno di una cornice teorica interpretativa; Nietzsche
quindi rifiuta il determinismo scientifico.
Come per Karl Popper la scienza secondo Nietzsche non è verità, ma doxa.
Gli uomini non producono teorie oggettive ma interpretazioni della realtà, sono soltanto
“prospettive”; l’ultima fase del pensiero nietzscheano è definita prospettivismo.

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