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Fosca De Vita

Piccoli
racconti

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Era piccola, ma così piccola….ed era di Magenta.

Non è che Magenta sia in un altro continente, è a trenta chilometri da Milano, eppure lei aveva

caratteristiche somatiche diverse dai suoi simili che vedevo abitualmente in città. Era meno

allungata, era tondeggiante e più chiara .

Era troppo bella e mi guardava con due occhietti interrogativi che mi hanno fissato per tutti i trenta

chilometri di viaggio in auto.

L’avevo messa sul pavimento della 500, a fianco del mio sedile, in una scatolina aperta, così

potevamo guardarci mentre guidavo.

Mi è parso che Liù fosse un nome adatto al suo faccino ed è stata un’ottima intuizione perché era

chiaro, corto, facile, ben distinguibile.

“Liù?”

“Cip!”

“Liu?” “Cip!”

“Liù, Liù?” “Cip , Cip!”

Rispondeva immediatamente al suo nome e rispondeva con un numero di Cip pari al numero di Liù

con cui chiamavo io.

Allora quando lei ha fatto un “Cip” per conto suo, mi sono sentita in dovere di rispondere con un”

Liù”. La cosa deve averle fatto molto piacere, doveva essere esattamente quello che si aspettava da

me.

In questo modo, rimanevamo sempre in contatto vocale, per esempio durante i viaggi in auto, in

cui lei era in gabbia nel vano posteriore e non poteva salirmi sulle spalle o sulla testa, né potevamo

guardarci negli occhi.

Allo stesso modo, in situazioni di pericolo in cui avrebbe potuto perdersi, riuscivo a localizzarla e a

soccorrerla.

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Il commerciante di uccelli a cui era stata data, non aveva né tempo né voglia di occuparsi del suo

svezzamento, così aveva approfittato della mia visita per rifilarmela.

Io non la volevo, ad essere sinceri, ma lui aveva insistito in tutti i modi e mi ero ritrovata con un

passerotto che mi guardava dal fondo della 500 e che rispondeva al nome di Liù.

A casa mi aspettava un cane che si chiamava Lulù e immaginavo ci sarebbero stati dei problemi

con due nomi così uguali, ma ormai ,dopo un imprinting tanto fulmineo, non potevo certo cambiarle

nome. E poi mi piaceva.

L'ho sistemata in un cestino piccolo che doveva fare le veci del nido e ad intervalli regolari di

qualche ora la imboccavo con pastoncini fatti in casa a base di mollica di pane, omogeneizzato ,

rosso d'uovo sodo, mela. Avevo tagliato una siringa da insulina in modo che ne uscisse un

salsicciotto largo mezzo centimetro che indirizzavo nel beccuccio spalancato e che Liù gradiva

moltissimo.

I miei due cani, Lulù e Brici, venivano ad annusarla, tanto per vedere chi c'era di nuovo . Per loro

non era una novità un animaletto in casa, ne avevano visti tanti, volevano solo sapere di chi

dovevano essere un gelosi in quel momento.

E Liù non aveva assolutamente paura dei nasi umidi che la sfioravano.

Quando è cresciuta abbastanza per uscire dal nido, le ho fatto un recinto di rete con rami secchi per

supporti, i contenitori per il cibo, la vaschetta per il bagno e una piantina , una piccola siepe in

vaso , per darle l'idea di essere in un ambiente naturale.

La facevo uscire dal recinto solo quando potevo occuparmi di lei.

Non la lasciavo libera da sola , mi era già successo di perdere due canarini perché qualcuno, furbo,

aveva spalancato le finestre mentre armeggiava con una scala a pioli, spaventandoli e facendoli

fuggire.

Nel suo recinto saltava di ramo in ramo, saliva sulla sua siepe (povera, brava siepe che si lasciava

rovinare le foglie senza dire niente!), ma quando la liberavo non volava.

Non provava nemmeno. Camminava .Ed era un pericolo perché si rischiava di calpestarla. Oppure

andava nella cuccia con i cani e anche loro potevano, seppur inavvertitamente, schiacciarla.

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Fig. 1-2 Liù in cuccia con i cani

Quando la prendevo in mano era molto contenta se la mettevo vicino al collo sotto al mento e con

il mento l'accarezzavo. Se il pomeriggio mi sdraiavo a riposare, si sistemava vicino a un mio piede

e riposava anche lei.

Fig. 3 Liù riposa con me

Quando suonava il campanello di casa, andava con i cani a vedere chi fosse.

Non ho mai capito se pensasse di essere un cane o un essere umano.

Certo non sapeva di essere un passero.

Quanti passerotti avevo raccolto da bambina, e quanti piccoli di merlo!

In quella casa così grande e con quel grande giardino, mio padre mi lasciava tenere tutti gli

animali che volevo, ma non aveva né tempo , né voglia di insegnarmi a curarli. Però quando

morivano sembrava dispiaciuto: forse nemmeno lui sapeva quello che bisognava fare.

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Del resto era impensabile chiedere aiuto al veterinario. Non si usava, a quel tempo e in quel paese.

Nessuno pensava di vaccinare il cane o il gatto, o di curarli quando si ammalavano ed ”eutanasia”

faceva parte delle parole sconosciute.

Raccoglievo gli uccellini, mettevo a disposizione briciole e acqua ed aspettavo . Alla mattina,

invariabilmente, li trovavo morti.

Nessuna esperienza passata mi diceva che, se fossero stati capaci di beccare le briciole e di bere da

soli, non avrebbero avuto bisogno di aiuto. E se anche mi fosse passato per la testa di doverli

nutrire, non avrei saputo come fare, né che cibo dargli.

Che grande e impagabile cosa è l’esperienza!

Non tornerei indietro di un solo giorno nella mia vita. Certo, mi piacerebbe avere ancora il fisico

bello e scattante della mia gioventù, ma se dovessi scegliere tra la bellezza e l’esperienza che ho

adesso, sceglierei senza dubbio l’esperienza.

Ora un animale bisognoso che ha la ventura di incontrarmi, può ritenersi molto fortunato, perché

conosco tutti gli espedienti per rimetterlo in sesto e per rendergli la vita felice.

La psicanalisi dice che, attraverso la cura degli animali, ci si prende cura del bambino che siamo

stati e che non si è sentito sufficientemente curato.

Suppongo che, nel mio caso, corrisponda alla verità.

Due volte orfana, in quella grande casa sono stata davvero molto sola e infelice.

Prendermi cura degli animali mi rende serena. Anche se non mancano momenti di preoccupazione e

dolore, la vista di un animaletto che gira per casa mi riempie di tenerezza e di allegria.

Il 20 di luglio si avvicinava a grandi passi e dovevamo andare in montagna.

In albergo tenevano volentieri i miei cani che erano educatissimi, forse avrebbero tenuto anche

un passerotto educato. Sul Renault express (semi camperizzato per ospitare i cani) questa volta

caricai anche il recinto di Liù, la sua gabbia da trasporto e la sua siepe.

Fu un viaggio lungo e pieno di richiami perché Liù non ammetteva che mi dimenticassi di

rispondere in sincronia con i sui cip!

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Mi ero fatta un piano per rendere indipendente Liù, approfittando delle vacanze e dei vasti spazi

senza pericolo che la montagna poteva offrirci. Per prima cosa le avevo messo un anellino di

metallo colorato ad una zampina, in modo che fosse ben riconoscibile.

Durante la notte e di giorno quando uscivo con i cani sarebbe stata in camera nel suo recinto con la

sua siepe .

Per qualche ora invece saremmo uscite solo io e lei e le avrei fatto scuola di volo e di caccia.

Purtroppo i passeri sono sia granivori che insettivori e se vogliono sopravvivere devono imparare

a catturare gli insetti, soprattutto se devono allevare i piccoli. Agli inizi portavo nei prati un

recinto trasportabile che avevo costruito sul posto ,in modo che prendesse confidenza con il

nuovo ambiente .Intanto osservavo cosa mangiavano gli uccelli autoctoni e ho cominciato a

raccogliere i semi delle piante più appetite e a portarli a Liù, invece dei semi per canarini a cui era

abituata a Milano. Devo dire che li gradiva abbastanza. Prima di allora non mi ero accorta che in

montagna esistessero così tante piante dai semi commestibili, nè così tante specie di uccellini che

se ne cibavano.

Per la caccia, se non fosse stato crudele insegnarle ad uccidere,sarebbe stato molto divertente. Liù,

una volta libera, non volava,ma mi seguiva come un cagnolino.

Io, a ginocchioni sul prato scovavo gli insetti e poi le dicevo : “Liù, farfallina!”, oppure “Liù

,saltamartino!” e glieli indicavo col dito, finchè ha capito che li doveva prendere. Una volta presi,

poi, avevano evidentemente un buon sapore e non è stato difficile capire che doveva anche

mangiarli .

Però senza il mio richiamo, non si affannava a cercarli.

Il volo è stata la cosa più difficile da insegnare.

Le prime prove le abbiamo fatte sul letto: Io stavo seduta sul cuscino e la lanciavo verso i piedi.

Lei cadeva e stop.

Non è che all'aperto le cose siano andate meglio. Potevo lanciarla più in alto e più lontano, ma lei

si rigirava e mi tornava addosso. Era un esercizio che non gradiva.

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Ho provato a mettermela in testa e a correre nel prato con le braccia aperte come ali, ma la sentivo

aggrapparsi ai capelli, (che avevo folti e ricci), per evitare di cadere e di dover volare.

Non vedeva l'ora di tornare in camera e di stare accucciata con i cani. Chissà cosa le passava per

la testa.

Dopo un mese di esercizi quotidiani, caccia 10, volo 2

Dovevamo tornare a Milano .

Dopo un altro viaggio di richiami ci siamo ritrovati nell’ appartamento al quinto piano, troppo in

alto per una passerottina che non sa volare. Ero un po' preoccupata, ma confidavo negli

ippocastani del giardino che arrivavano all'altezza del quarto piano e che avrebbero potuto esserle

di aiuto. Era comunque un grosso rischio perchè oltre il giardino c'era una strada di grande

traffico.

Ma era un rischio che bisognava correre, se si voleva che vivesse una vita normale con e come i

propri simili, anche se Liù non li riconosceva ancora come propri simili.

Liù planava sugli ippocastani, ma non sapeva più risalire sul balcone. Fin qui non ci sarebbe stato

niente di grave: io scendevo in giardino, chiamavo “Liù”, lei rispondeva col suo “Cip”, scendeva ,

la prendevo e la riportavo a casa. Diverse volte invece non la sentivo rispondere al richiamo e

dovevo, continuando a chiamare, perlustrare i giardini limitrofi, anche al di là della strada, finchè,

tra il rumore del traffico cittadino ,non riuscivamo ad avvertire reciprocamente i nostri richiami.

A volte io accorrevo sotto l'albero dove si trovava e lei scendeva.

A volte non riusciva a scendere e dovevo salire io.

Un pomeriggio verso sera era sull'ippocastano e , come il solito, non riusciva a volare sul balcone,

ma ci tenevamo in contatto vocale e al momento buono sarei andata a riprenderla. Solo che

all'improvviso il cielo si è rannuvolato ed è scoppiato un temporale. Io chiamavo, lei chiamava,

ma non scendeva a terra. Sotto l'acqua scrosciante , i lampi e i tuoni ha smesso di rispondere ai

richiami e io ho dovuto rientrare.

Questa volta credevo che l'avrei persa. Poi ho pensato che se le fossero mancate le forze sarebbe

caduta nel prato sottostante e forse avrei potuto salvarla. E infatti, verso le ventitrè, l’ho vista nel

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fascio di luce della torcia, ai piedi dell'albero, rigida, con le piume così bagnate e raggruppate da

sembrare che il corpicino fosse completamente nudo,con la pelle cadaverica, le zampe viola,ma

con gli occhietti spalancati fissi su di me.

L'ho asciugata con un telo che mi ero portata, l'ho scaldata tra le mani con il fiato e appena

arrivata a casa l'ho avvolta in un panno di lana riscaldato con il phon e messa in un contenitore di

polistirolo per mantenere il caldo. Era stirata, gelida e non muoveva un muscolo. Non sapevo cosa

fare, se non aspettare.

Verso l'una si è mossa un po', un altro po' e poi è uscita dal panno di lana. Era frastornata, ma viva.

Ce l'aveva fatta!

Credo di aver perso qualche anno di vita.

Per un po' di giorni siamo rimaste tranquille a riprenderci dallo spavento. Ma dopo questa

esperienza, Liù si è impegnata molto e in breve tempo ha imparato a tornare a casa volando.

Restavamo comunque sempre in contatto vocale e non rimaneva mai fuori per più di un paio d'ore

consecutive.

Un giorno di settembre che era ai giardini , c'era anche un gruppo di passeri, e Liù sembrava

interessata ad un maschio .

Quando ho liberato i cani, lui è scappato insieme agli altri, mentre lei è rimasta nel prato a

becchettare.

Non sapevo se fosse in grado di distinguere i miei cani dagli altri cani e la sua confidenza con loro

rappresentava un pericolo. Ero preoccupata perchè un'amica aveva riferito di averla vista posarsi

sulla spalla di persone con i cani e che una di queste, presa alla sprovvista, l’aveva scacciata con la

mano.

C’erano due grossi rischi : il primo che credesse che tutti i cani fossero amici. Il secondo , che

pensasse che tutte le persone con i cani fossero amiche.

Oltretutto c'era una persona con cane, di cui non mi fidavo per niente e che l' anno prima sono

certa abbia catturato un passerotto che avevo allevato e che era confidente quasi come Liù.

Era un bel dilemma.

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Io non costringo mai alla cattività animali che sarebbero più felici in libertà.

Ma neanche li libero se sono certa che andrebbero a morire o a farsi male.

Fig. 4 Liù a 5 mesi

Speravo che, se avesse frequentato stabilmente il passero selvatico, non avrebbe avuto bisogno , o

almeno avrebbe avuto meno occasioni, di frequentare gli esseri umani.

E così l'ho lasciata uscire ancora.

Spesso il maschio veniva con lei sul balcone, ma alla mia vista scappava via. Lei lo chiamava per

un po', poi rientrava a riposare con noi.

Un giorno di pioggia, chiamava il suo amico dal balcone. Le ho messo cibo e acqua perché lui

venisse e restassero entrambi al riparo .Invece lui non è venuto ed è volata via lei.

Pioveva molto, si è bagnata e non riusciva più a risalire. Ha fatto due tentativi, ma ha dovuto

tornare sull'albero e prendersi la pioggia. Solo nel tardo pomeriggio ha smesso di piovere ed ha

potuto rientrare. Era visibilmente stanca e ha dormito tra spalla e guancia.

Quando una sera non è rientrata , pur rispondendo da lontano al richiamo, ho avuto paura che

fosse prigioniera di quella persona di cui non mi fidavo.

Ma la mattina successiva è venuta a mangiare e a fare il bagno. Poi è andata ad accucciarsi ai

bordi della sua cuccettina e a guardarsi in giro per vedere i cambiamenti che il giorno prima avevo

fatto in camera.

Agli inizi di ottobre ha cominciato a rimanere fuori tutto il giorno .Rientrava verso le 17 a

mangiare , a fare il bagno e a dormire. E qualche volta se ne volava di nuovo via.

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A metà dicembre è stata 5 giorni senza tornare per niente. Non ero preoccupatissima perchè mi

sembrava che se la sapesse cavare. Solo mi dispiaceva un po'.

Credevo che la brutta stagione l'avrebbe spinta a trovare riparo in casa, ma si vede che preferiva

affrontare i rigori dell'inverno con il compagno, che era timoroso, piuttosto che lasciarlo da solo.

Certo ci voleva un bell'amore o un bell'istinto!

A gennaio ho iniziato a vederla sempre meno e da febbraio, epoca in cui cercano il posto per fare

il nido, non l'ho vista più.

A marzo ero davvero preoccupata.

Invece vengo a sapere che sta frequentando un bar vicino ai giardini, il cui proprietario, Cosimo,

l'aveva adottata senza sapere che fosse mia. Lasciava la porta socchiusa e metteva le briciole sul

bancone , in modo che potesse entrare a mangiarle ed uscire come voleva. I clienti la conoscevano

ed era diventata la mascotte del bar. Era pericoloso, ma sapevo che Cosimo sarebbe stato attento

che non le succedesse nulla.

Tuttavia ero un po' gelosa.

Inoltre, le briciole dei dolci sono buone, ma per allevare i piccoli ci vuole altro,

Allora sono andata, per così dire, a riprendermela.

Quando mi ha visto mi è salita subito in spalla ed e venuta con me fino davanti a casa, ma al

momento di entrare, il portone le ha fatto paura ed è volata via. Ho dovuto prendere dei semi per

canarini che portavo sempre con me e metterli a terra davanti a lei in un punto da cui potesse

vedere il nostro balcone, aspettare che li beccasse, rientrare, salire in casa alla velocità della luce,

uscire sul balcone e chiamarla prima che terminasse di mangiare il mucchietto di semi.

Liù, Liù!!! Mi sbracciavo. Sono qui, guarda!! Liù!!!!

Il capino si solleva, gli occhietti si orientano e.. ..mi vede.

“Eccomi!”…sembra dire mentre lascia i semi e prende il volo verso di me.

Oh, Liù, che gioia averti di nuovo a casa!

Così è cominciata la vita in adozione compartecipata. Una mamma , un papà , due ristoranti.

Da me veniva soprattutto in primavera- estate e trovava le larve con cui nutrire i piccoli.

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Da Cosimo andava d’inverno o quando aveva voglia delle briciole di brioches.

I piccoli però li portava solo da me: il balcone con gli alberi era un ambiente più sicuro del bar e ci

poteva venire anche il maschio.

Fig. 5 Liù sul balcone imbecca una figlia più grossa di lei

Ho visto crescere due covate di passerottini in due successive primavere.

Con me viveva mia zia Concetta , molto anziana, che nel giro di pochi minuti dimenticava tutto

quello che era avvenuto o che si era detto.

Liù entrava in cucina, si posava sul tavolo dove mangiavamo,volava con disinvoltura sulle nostre

spalle.

E ogni volta mia zia rideva e si meravigliava come fosse la prima volta che succedeva.

“Hai visto…? ”, ripeteva “…è entrato un uccellino. Ma va’ che bello….! E non ha paura! Ma

guarda…è incredibile!”

Fig 6 Liù con la zia Concetta

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E’ un tenero ricordo che mi fa sorridere il cuore.

Ma insieme penso a quel giorno di giugno in cui, con un forte presentimento e solo un lumicino di

speranza, sono andata da Cosimo.

“Buongiorno Cosimo, Liù viene da lei ? Sta allevando quattro piccoli .”

“No, non la vedo dal 4”

“Anch’io non la vedo da allora.”

Il 4 di giugno c’era stata quella stramaledetta disinfestazione delle zanzare che il Comune di

Milano aveva imposto anche ai giardini privati.

Quel piccolo di piccione che si dibatteva sul balcone non mi aveva fatto alcun piacere.

Sembrava avere le zampine paralizzate . Era sbucato da un angolo che credevo inaccessibile,

dove invece una coppia aveva nidificato.

Con tutta l’attenzione che avevo messa!

Tra l’altro non sapevo nulla di questi volatili, e tanto meno di quelli con problemi alle zampe.

Per mia fortuna o sfortuna, poiché tutto è cominciato da lì, conoscevo un gentile signore,

proprietario di un negozio per animali che mi diede dei consigli per la riabilitazione del

piccolo.

Una delle terapie consigliate consisteva nel tenerlo al caldo perché, diceva, queste paralisi

dipendono da improvvisi abbassamenti della temperatura.

Anche se eravamo a maggio, c’era stata una gelata tardiva e il tempo non si era ancora

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rimesso. Sarebbe bastato portare il piccolo all’interno, ma i genitori lo imbeccavano ancora e

non volevo sottrarglielo.

Avevo un termoforo, con temperatura regolabile. Lo collegai a una presa di casa con una

prolunga che usciva dalla finestra e lo sistemai nel nido avvolto da un telo che cambiavo due,

tre volte al giorno. Che” cuor tenero”, pensai di me stessa! Ma ormai ero coinvolta e anche

curiosa di vedere come sarebbe andata a finire.

Il piccolo sembrava gradire la nuova quanto insolita sistemazione, al contrario dei genitori che

invece erano molto allarmati dal mio trafficare. Finirono però, con l’abituarsi alla mia presenza

e continuarono ad accudire il piccolo.

Era di una vivacità incredibile e ne combinava di tutti i colori ,andando a mettersi nelle

situazioni più impensate e pericolose, dalle quali mi chiamava battendo una zampa .

A volte cadeva sui balconi dei piani sottostanti e gli inquilini, molto gentilmente, me lo

riportavano.

A volte mi accorgevo che era successo qualcosa, non perché fosse Picci (nel frattempo, con

un lampo di fantasia,l’avevo chiamato così) ad avvertirmi, ma perché il padre mi fissava in un

certo modo , poi fissava il posto dove era il figlio ; mi fissava, poi fissava il figlio.

Aveva capito che io potevo togliere il piccolo dai guai e cercava il mio aiuto.

La cosa mi fece riflettere.

Le situazioni inattese, curiose e sorprendenti si susseguirono insieme ai giorni e alle

settimane.

Il piccolo cresceva. Non riusciva però a camminare, né tentava di volare via.

Il padre continuava a nutrirlo fuori tempo massimo e, anche quando imparò ad alimentarsi da

solo, non cercò di allontanarlo .

Avevo messo un pezzo di moquette a rilievi orizzontali sopra il filo per stendere i panni , in

modo che Picci potesse appoggiarvisi e dormire in alto, come è loro istinto, senza scivolare e

cadere giù.

Altri pezzi della stessa moquette avevo messo per terra, nella speranza che riuscisse a

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camminare. Cominciavo ad affezionarmi a quel cosino piumoso , o avevo solo tempo da

perdere?

Fig. 1 Picci con me sul balcone

Non starò a raccontare le ore, i giorni di ginnastica, di massaggi, di visite veterinarie: il piccolo

recuperò l’uso di un arto,ma perse per sempre (ironia della sorte) l’uso di quello su cui era

stato tentato un complicato intervento chirurgico.

A quell’epoca non sapevo che si trattava di un disturbo neurologico ereditario e neppure che i

veterinari non sanno niente dei piccioni.

Un piccione può vivere, male, ma vivere, con una zampa sola, basta che trovi l’equilibrio.

Picci , invece, con la zampa stesa indietro, sbilanciava l’equilibrio dell’altra e non poteva

camminare. Pertanto non avrebbe potuto correre per raggiungere il cibo, non aggrapparsi ai

sostegni, non accoppiarsi: in una parola non avrebbe potuto sopravvivere in libertà.

Venuta la stagione delle vacanze , portai Picci in montagna con me . Qui, contrariamente alle

mie abitudini alberghiere, fui costretta a prendere una casa in affitto e ad attrezzarla apposta per

lui. Dovemmo rinunciare, i miei due cani ed io, alle amate escursioni che avrebbero comportato

assenze da casa per l’intera giornata, accontentandoci di modeste passeggiate di qualche ora.

Fu in montagna che Picci imparò a volare, se così si può chiamare il tragitto tra il prato e le mie

braccia. Ma era pur sempre un inizio.

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I cani poveretti, erano privati della mia attenzione ; in compenso dovevano stare attenti a non

schiacciarlo, non spaventarlo, non reagire quando volava loro addosso , controllare che non si

avvicinassero altri animali. Spesso venivano anche sgridati , non sempre giustamente.

Per fortuna ho dei bravi cani.

Fig. 15- Fraciscio (So) Estate 1995 Picci in braccio a me, con l’amica Tina e i cani Lulù e Brici

In breve il piccolo diventò il beniamino dei bambini del paese, ma anche degli adulti , che ne

erano incuriositi e si lasciavano andare a considerazioni sull’intelligenza degli animali… gatti,

merli, canarini, mucche, pecore , capre, conigli e persino galline.

Nessuno però aveva avuto esperienze con i piccioni.

Poi ,una sera, inaspettatamente, Picci mi parlò.

Fece il“glu glu“del piccione contrariato, e lo fece proprio a me, che ero rientrata tardi.

La cosa mi sorprese e, come al solito,aspettai di vedere quello che sarebbe successo.

Ci credereste? Picci prese a comunicare con me ,esattamente come avrebbe comunicato con un

partner : mi chiamava, mi sgridava,dimostrava la sua contentezza o la sua contrarietà.

Mi baciava, mi scacciava, mi cercava . Voleva sempre starmi vicino.

Già mi sembrava singolare che potesse trattarmi come un proprio simile. Ma essere la sua partner!

Chi l’avrebbe immaginato?

Non ridete, ma non mi sono mai sentita tanto amata.

Ci si aspetta l’amore dal cane, perché il cane è gregario e ama incondizionatamente il proprio

capo.

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Ma il piccione è padrone e per lui l’essere umano che lo accudisce è poco più di una colf.

Per questo l’affetto di Picci mi sorprendeva e mi lusingava.

Quando, becchettandomi il viso, mi dava quello che per un piccione è l’equivalente dei nostri baci

, mi commuovevo ed io stessa lo ricambiavo, aspirandone il lieve profumo di piume.

Chi non ha mai provato , farà fatica a capire .

“ Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.

“ Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente “, disse.

“Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia

volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per

me unica al mondo”. ”Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe

che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho

innaffiata. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparato col

paravento. Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere.

Perché è la mia rosa”.

E ritornò dalla volpe.

“ Addio” disse.

“ Addio” disse la volpe. “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore.

L’essenziale è invisibile agli occhi”.

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.

“ E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.

E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa…”sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.

Da “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry

Fig. 16 - Picci a un anno di età

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L’anno successivo, quando ritornammo alla casa in montagna, Picci era ormai un esperto

volatore.

Alla prima occasione volò in alto e prese a fare ampi giri finchè andò a posarsi su una casa di

fronte; abbastanza distante, ma dalla quale riusciva a vedermi e vedere il balcone da cui era

partito.

Rientrata in casa per sbrigare qualche faccenda, mi accorsi poco dopo che Picci non era più

dove lo avevo visto.

Uscii immediatamente con i cani e l’individuammo sul tetto di un garage.

Lo chiamai e venne verso di me ; mi diressi verso casa e mi seguì volando di tetto in tetto.

Poi ci fu un tratto di strada da cui non potevo vederlo, ma immaginavo che lui sapesse dove ero

diretta. Non l’ho più rivisto.

Lo cercai per ogni dove, tutto il paese si mobilitò per aiutarmi, ognuno azzardò delle ipotesi, un

gatto, il falco, ecc..

Ma una piuma, anche una sola ,avrebbe dovuto cadere a terra e i cani l’avrebbero annusata!

Invece niente. Niente di niente.

La risposta, drammatica, venne col tempo, mettendo insieme tutti i tasselli, alla luce delle

conoscenze acquisite. Con l’esperienza ho capito che finchè mi vedeva, non aveva motivo di

allontanarsi perché eravamo insieme. Ma se non mi avesse più visto, sarebbe andato a

cercarmi. Sarebbe andato a casa nostra. Alla casa di Milano . A sud.

Quel garage era stato il trampolino di lancio, l’ultimo fabbricato in direzione sud , su cui

posarsi prima di partire . Ma io non lo sapevo.

“ …si va dritti a casa senza più pensare. “

da “ Generale” di Francesco De Gregori

Arrivare a Milano sarebbe stata un’impresa difficile per qualsiasi piccione……per il mio

significava una cosa sola.

Fu come una lacerazione che per molto tempo mi ha inondato il cuore di dolore e gli occhi di

lacrime.

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