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Educazione e cultura militare a Bisanzio (IV-XI

secolo)
di Gastone Breccia

Può forse sembrare arrischiato parlare di educazione militare nel mondo


bizantino in mancanza di qualsiasi testimonianza sull’esistenza di istituzio-
ni destinate alla trasmissione del sapere in questo campo: ciò che rende le-
gittimo un simile tentativo è però la sopravvivenza di un corpus di scritti
strategici – cronologicamente esteso dalla fine del IV all’XI secolo – che
dimostra la continuità, nel mondo romano-orientale, della riflessione teori-
ca sull’arte della guerra; più ancora, come cercherò di mettere in luce, un
corpus che ci permette di valutare l’evoluzione del pensiero militare della
Nuova Roma e di apprezzarne il progressivo arricchimento, che poteva de-
rivare solo da una costante rivisitazione critica delle idee-guida, degli e-
sempi e delle problematiche descritte nei testi.
Che questa rilettura sia avvenuta non nelle aule di una improbabile
Kriegsschule costantinopolitana, ma nelle tende dei comandanti delle arma-
te bizantine o nel buen retiro di qualche vecchio strategòs giunto alla fine
del servizio attivo, credo abbia un’importanza tutto sommato limitata: gli
innumerevoli motivi d’interesse dei trattati superstiti, e la piena assimila-
zione dei loro principi da parte di vari alti ufficiali dell’impero, che li mise-
ro in pratica spesso con notevole perizia e successo, è prova sufficiente del-
l’esistenza di una cultura militare evoluta, conosciuta e condivisa dai pro-
fessionisti. Un caso certamente unico, in Europa, fino al tardo XVI secolo,
che è possibile ricostruire nei suoi tratti essenziali attraverso una breve ana-
lisi di alcune delle maggiori opere bizantine sull’arte della guerra1.

1. Abbreviazioni utilizzate nelle note al testo (in ordine alfabetico): AP = [ANONIMO],


Peri; paradromh:V (De velitatione, o Metodo della guerriglia). Edizione: G. DAGRON, H.
MIHAESCU, a cura di, Le traité sur la guérilla (De velitatione) de l’émpereur Nicéphore
Phocas (963-969), Paris, CNRS, 1986, pp. 29-135. KS = KEKAUMENOS, Strathgikovn (Stra-
tegikon). Edizione: CECAUMENO, Raccomandazioni e consigli di un galantuomo (Strathgi-
kovn), a cura di M.D. SPADARO, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1998 (“Hellenica, 2”). LT
= LEO VI, imp., Taktikai; diatavxeiV (Tacticae constitutiones). Edizione: Leonis imperatoris
Tactica sive De re militari liber, J. MEURSIUS grasce primis vulgavit… J. LAMIUS… supple-
Vegezio e le fondamenta dell’arte militare bizantina

La storia militare bizantina, per nostra fortuna, ha un preciso terminus


post quem: il 9 agosto 378, giorno in cui nei pressi di Adrianopoli, in Tra-
cia, un’armata romana forte di almeno ventimila uomini, tra cui molti dei
migliori soldati disponibili, venne praticamente annientata dai Goti di Friti-
gerno. All’indomani della disfatta, nella quale trovò la morte anche
l’imperatore Valente, il nuovo sovrano Teodosio I (378-395) si vide co-
stretto a riorganizzare l’apparato militare della pars Orientis che gli era sta-
ta affidata: vi furono cambiamenti importanti nella struttura dell’esercito,
nella disposizione dei reparti sul territorio e nella stessa concezione strate-
gica che non possiamo analizzare qui, ma che segnano certamente un punto
di svolta nell’evoluzione degli ordinamenti militari tardoantichi2; negli
stessi anni si sentì la necessità di commissionare a un personaggio altrimen-
ti oscuro, Flavio Renato Vegezio3, un manuale che potesse servire da allora
in avanti come base per l’istruzione degli ufficiali superiori.
L’opera di Vegezio, composta in latino e conosciuta come Epitoma rei
militaris, ebbe un successo certamente superiore ai suoi meriti effettivi. In
Occidente rimase il solo testo autorevole e diffuso sull’arte della guerra,
letto e copiato senza soluzione di continuità per circa mille anni, fino alle
traduzioni di età tardomedievale e alle prime edizioni a stampa di fine
Quattrocento; ma anche in Oriente, dove l’abbandono del latino a partire
già dal VI secolo ne impedì ogni ulteriore diffusione diretta, l’Epitoma e-
sercitò un influsso riconoscibile e profondo sulla successiva trattatistica mi-
litare di epoca bizantina.
Il tono generale dell’opera è caratterizzato dalla consapevolezza della
perduta grandezza delle armi romane e della conseguente necessità, in tem-

vit atque restituit, Lugduni Batavorum, apud Ioannem Balduinum, impensis Ludovici Elze-
virij, 1612 (riprodotta in PG 107, coll. 669-1094). MS = MAURICIUS, imp., Strathgikovn
(Strategikon). Edizione: Das “Strategikon” des Maurikios, hrsg. von G.T. DENNIS, Wien,
Verlag der Öst. Akademie der Wissenschaften, 1981 (CFHB 17). SS = [SYRIANUS], Peri;
strathgivaV (De re strategica). Edizione: G.T. DENNIS, ed., Three Byzantine Military Treati-
ses. I. Anonymous Byzantine Treatise on Strategy, Washington, D.C., Dumbarton Oaks Re-
search library and Collection, 1985 (CFHB 25), pp. 1-135. VE = FLAVIUS VEGETIUS, Epito-
ma rei militaris. Edizione: VEGETIUS, Epitoma rei militaris, recognovit… M.D. REEVE, Ox-
ford-New York, Oxford University Press, 2004 (“Scriptorum Classicorum Bibliotheca
Oxoniensis”).
2. Cfr. G. BRECCIA, “Salus Orientis. Il nuovo sistema militare romano-orientale alla pro-
va, 379-400”, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, n.s. 41, 2004, pp. 3-72.
3. A quanto sembra un alto funzionario civile, probabilmente comes sacrarum largitio-
num (una sorta di ministro delle finanze) di Teodosio I, cui inizialmente venne commissio-
nato solo un opuscolo sull’addestramento dei soldati, che incontrò un certo successo e venne
ampliato fino a comprendere i quattro libri a noi noti (cfr. da ultimo G. BRECCIA, a cura di,
L’arte della guerra. Da Sun Tzu a Clausewitz, Torino, Einaudi, 2009, pp. 103-105).
pi tanto difficili, di adottare una condotta bellica prudente. All’indomani
della disfatta di Adrianopoli, del resto, era chiaro a tutti – anche a un non
specialista come Vegezio – come la battaglia campale comportasse rischi
eccessivi per l’indebolito apparato militare imperiale: dunque, come viene
più volte fatto rimarcare nell’Epitoma rei militaris, “i buoni comandanti
non combattono mai in battaglia campale se non spinti da un’occasione
propizia o costretti dall’estrema necessità4.
Per ciò che riguarda più da vicino il nostro tema, un primo e duraturo
merito di Vegezio fu quello di segnare l’inizio di un rapporto che potrem-
mo definire rispettosamente utilitaristico con le fonti antiche:

anche se per questa mia modesta opera non sono necessarie eleganza di stile o acu-
tezza d’ingegno, ma un lavoro scrupoloso e attento, per l’utilità dei Romani cer-
cherò di raccogliere quanto è sparso e si cela, misto ad altri temi, in differenti stori-
ci e precettori di argomenti militari5.

Niente artifici retorici né sfoggio di intelligenza, ma analisi dei testi su-


perstiti, con la precisa distinzione di due tipologie fondamentali e comple-
mentari – le opere storiografiche e quelle tecniche – che rimarrà alla base
dell’educazione militare successiva. Nel trattato di Vegezio troviamo anche
enunciata, in modo ineccepibile, la giustificazione dell’arte militare come
disciplina autonoma, necessaria alla creazione di un esercito efficiente che
potrà essere capace di sconfiggere nemici numericamente superiori:

la conoscenza dell’arte militare accresce l’ardimento dei soldati: nessuno abbia ti-
more di eseguire ciò che è sicuro di avere bene appreso. Infatti nelle battaglie un
piccolo esercito ben addestrato è pronto alla vittoria più di uno numeroso, ma roz-
zo e inesperto, che è invece sempre esposto alla sconfitta6.

E ancora:

dunque, chi desidera la pace, prepari la guerra; chi desidera la vittoria, istruisca con
cura i soldati; chi aspira a eventi favorevoli, combatta con arte, non a caso. Nessu-
no osa provocare o assalire chi ritiene essergli superiore in combattimento7.

Bisogna dunque combattere arte, non casu – un’arte complessa, fatta di


addestramento, disciplina, esperienza, ma anche di studio del passato e dei
principi tecnici enunciati nei trattati specialistici. L’Epitoma ci dice ben po-

4. VE 3, 26.
5. VE 1, Prol.
6. VE 1, 1.
7. VE 3, Prol.
co della reale situazione dei reparti, degli armamenti e delle tattiche dell’e-
sercito romano alla fine del IV secolo, perché lo sguardo di Vegezio rimane
quello di un erudito, ostinatamente fisso su tempi ormai lontani e, per di
più, privo di una vera capacità di analisi critica delle fonti. Se vi sono otti-
me ragioni per dubitare dell’effettiva utilità dell’Epitoma per gli ufficiali
superiori di età teodosiana, l’importanza culturale del trattato difficilmente
potrebbe essere sopravvalutata: in esso vengono gettate le basi sia dell’edu-
cazione militare bizantina, affermando la necessaria complementarietà di
letteratura tecnica e storiografia. Qui vengono definiti i principi-guida del-
l’arte della guerra della Nuova Roma, sottolineando il bisogno di guada-
gnare, di mantenere un margine di vantaggio sul nemico grazie alla supe-
riorità tecnica e all’addestramento e quello di gestire con prudenza le limi-
tate risorse disponibili attraverso una grande strategia difensiva, basata sul-
l’uso di ogni mezzo disponibile. Il vecchio bellum iustum della tradizione
diventava così, nell’ottica tardoantica e poi bizantina, un bellum utile, da
condurre consapevolmente tenendo a mente soltanto la salvezza dello Stato
romano-cristiano.

Il manuale del nuovo esercito bizantino: lo Strategikon di Maurizio (c.


600)

Non sappiamo molto sull’evoluzione degli ordinamenti militari bizantini


nel V secolo.
Alla gloriosa fase delle grandi campagne militari in Africa, Italia e Spa-
gna seguì un periodo di crisi e involuzione degli ordinamenti militari di Bi-
sanzio. Già nel 568, soltanto tre anni dopo la morte di Giustiniano, i Lon-
gobardi penetravano nella penisola italiana da nordest; la fascia costiera a-
fricana, strappata ai Vandali, restava sotto la costante minaccia delle tribù
seminomadi del deserto; la Persia, oltre l’Eufrate, tradizionalmente il più
irriducibile avversario dello Stato romano, continuava a rappresentare un
minaccia grave e un problema strategico irrisolto; e anche la frontiera bal-
canica, dopo un periodo di relativa quiete, era di nuovo esposta alla cre-
scente pressione di Slavi e Avari.
Il riflesso di questa crisi sul piano della cultura militare è rappresentato
dal manuale noto come Strategikon e attribuito all’imperatore Maurizio
(582-602). Si tratta del più importante testo di arte della guerra prodotto in
ambito bizantino – complesso, accurato e sostanzialmente originale, pur
mantenendosi nel solco della tradizione più antica. I legami con quest’ulti-
ma sono più dichiarati che reali, e certo molto più allentati di quanto l’auto-
re stesso non voglia far credere nel suo proemio, che si apre con amare
considerazioni sulla decadenza dell’esercito della Nuova Roma:
gli ordinamenti militari sono stati a lungo trascurati, e a tal punto sono caduti
nell’oblio, per così dire, che chi assume il comando delle truppe non comprende
nemmeno le questioni più ovvie e va incontro a ogni sorta di difficoltà, e capita che
i soldati siano biasimati per mancanza di addestramento, i generali per inesperien-
za: ci siamo decisi così a scrivere qualcosa su questa materia, come meglio pos-
siamo, in modo succinto e semplice, basandoci in parte sugli autori del passato e in
parte sfruttando la nostra limitata conoscenza diretta, ponendo più attenzione
all’utilità pratica che alle belle parole. […] Abbiamo composto dunque un manuale
di base, una sorta di introduzione per chi intraprende la carriera di ufficiale supe-
riore, che dovrebbe facilitarlo nel suo desiderio di raggiungere una migliore e più
approfondita conoscenza delle teorie tattiche antiche8.

Esperienza e cultura letteraria appaiono come elementi complementari


dell’educazione militare bizantina; è poi chiarissima la consapevolezza del-
la necessità di produrre un testo che possa servire come base per l’istruzio-
ne degli ufficiali imperiali.
Se l’effettiva utilità pratica dell’Epitoma rei militaris fu molto limitata,
nel caso dello Strategikon possiamo essere certi del contrario: l’esercito, di
cui vengono analizzate organizzazione, formazioni e schieramenti, non è un
relitto del passato, ma la vera armata bizantina del tardo VI secolo, che
l’autore mostra di conoscere a fondo. Rispetto alle opere più antiche, l’at-
tenzione si è spostata dalla fanteria alla cavalleria, che costituisce ormai il
nerbo dei reparti da combattimento; si raccomanda l’impiego di tattiche
flessibili, il ricorso a imboscate e attacchi di sorpresa, e una estrema cautela
nel proteggersi dagli stessi espedienti adottati dal nemico. Grande cura vie-
ne riservata allo studio delle diverse caratteristiche dei possibili avversari,
consigliando al comandante di agire sempre in modo da sfruttare i loro pun-
ti deboli.
È questo un aspetto rilevante, cui viene dedicato l’XI libro dello Strate-
gikon, e che è possibile sintetizzare nella formula “adattarsi al nemico”.
Siamo di fronte ad una vera rivoluzione della mentalità militare greco-
romana, fino a quel momento basata sul dogma dell’imposizione della pro-
pria superiorità tattica e tecnologica a qualsiasi avversario. Per quel che ri-
guarda il nostro tema, bisogna notare come un simile approccio “antropo-
logico” implicasse un notevole arricchimento nell’istruzione degli ufficiali
superiori, che, da allora in poi, avrebbero dovuto non solo studiare organiz-
zazione, schieramento e manovre dei propri reparti, ma anche praticare una
sorta di etnografia militare, analizzando i caratteri peculiari delle genti stra-
niere per trarne vantaggio: come si legge nel proemio al citato XI libro del-
lo Strategikon,

8. MS, Prol.; cfr. BRECCIA, a cura di, L’arte della guerra, cit., p. 133.
dobbiamo adesso trattare degli schieramenti e delle caratteristiche di ciascun popo-
lo che può creare minacce al nostro Stato, in modo da permettere a chi abbia
l’incarico di condurre la guerra contro queste genti di prepararsi adeguatamente.
Non tutte le nazioni, infatti, combattono usando una stessa formazione e nello stes-
so modo, e non si può quindi utilizzare contro di loro la stessa tattica. Alcuni, la cui
baldanza è smisurata, combattono impulsivamente, mentre altri attaccano i loro
nemici in modo avveduto ed in buon ordine9.

Conoscendo in anticipo l’avversario, si potranno adottare le misure più


adeguate – evitare, ad esempio, lo scontro immediato con i “popoli biondi”,
il cui slancio iniziale è inarrestabile… All’usuale richiamo alla conoscenza
del passato si aggiunge l’invito allo studio del presente: un elemento capace
di conferire alla scienza militare bizantina una complessità senza preceden-
ti, e senza molti paralleli nella storia successiva dell’arte della guerra10.

Memoria e esperienza nel trattato De re strategica (metà IX sec.)

Il regno di Maurizio finì tragicamente: all’inizio del 602 l’esercito da-


nubiano, esasperato dalla sua decisione di svernare al fronte, si ammutinò
proclamando imperatore un semplice centurione, Foca, che riuscì a imporsi
a Costantinopoli e fece sterminare la famiglia del legittimo basileus.
L’usurpatore regnò solo otto anni, a sua volta spodestato e ucciso da Era-
clio, figlio dell’esarca di Cartagine; quest’ultimo si trovò ad affrontare una
delle più dure crisi militari della storia imperiale – la stessa Costantinopoli
venne assediata nel 626 – ma fu capace di sconfiggere in modo decisivo i
Persiani prima di subire a sua volta l’inaspettata offensiva araba. Con la
morte di Eraclio (641) iniziano i cosiddetti “secoli bui”, durante i quali la
Nuova Roma fu costretta ad affrontare una serie di agguerriti nemici ester-
ni, che giunsero a minacciare la sopravvivenza stessa dell’impero. In questa
lunga età ferrea, non vennero prodotti nuovi testi sull’arte della guerra: un

9. MS 11, Prol.
10. Bisogna ricordare la curiosità etnografica di Erodono e la monografia di Tacito sui
Germani, ma si tratta di casi che restano al di fuori dell’ambito propriamente militare. Per
ciò che riguarda invece i secoli a noi più vicini, dopo l’opuscolo di Lampo Birago composto
all’indomani della caduta di Costantinopoli – su cui cfr. A. PERTUSI, “Le notizie sulla orga-
nizzazione amministrativa e militare dei turchi nello ‘Strategicon adversum Turcos’ di Lam-
po Birago (c. 1453-1455)”, in Studi sul medioevo cristiano offerti a R. Morghen per il 90°
anniversario dell’Istituto Storico Italiano (1883-1973), vol. II, Roma, 1974, pp. 669-700 –
dobbiamo attendere il genio di Raimondo Montecuccoli e i suoi Aforismi applicati alla
guerra possibile col Turco in Ungheria, del 1670 (ora integralmente riprodotti in BRECCIA, a
cura di, L’arte della guerra, cit., pp. 331-387) per uno studio approfondito del modo di far
guerra di un popolo nemico.
vuoto che sembra chiara testimonianza di una grave crisi dell’educazione
militare.
La situazione cambiò attorno alla metà del IX secolo con la stabilizza-
zione della situazione e la pace religiosa interna; la riapertura di una scuola
laica di studi superiori a Costantinopoli, nell’856, segnava l’avvio della ri-
nascenza che prenderà nome dalla dinastia imperiale di Basilio I il Mace-
done (867-886). Probabilmente proprio in quest’epoca un autore altrimenti
sconosciuto, il magistros Siriano, compose un’opera militare strutturata in
tre parti: un trattato dedicato alla guerra terrestre noto come De re strategi-
ca, un’antologia di “discorsi di guerra” costituita da excerpta tratti da autori
antichi (pubblicata separatamente a metà ’800 come Rhetorica militaris), e
un breve compendio di guerra navale (Naumachia), di cui nessuno nell’im-
pero si era più occupato da quasi cinquecento anni11. Il De re strategica, in
particolare, è un testo di grande interesse, anche se non privo di problemi
esegetici, a cominciare da quello assai discusso della sua effettiva datazio-
ne; come già in Vegezio, anche nel trattato del magistros Siriano si sottoli-
nea l’importanza della conoscenza delle fonti, sia tecniche che narrative12.
Accanto all’acquisizione di conoscenze teoriche, una notevole enfasi è po-
sta poi sull’addestramento, necessario a fortificare i corpi dei soldati e a
renderli sicuri delle loro azioni, sull’esperienza e la capacità di giudizio de-
gli ufficiali: “gli altri ufficiali superiori dovrebbero essere non da meno [dei
subalterni] per il loro coraggio e la loro forza fisica, e assai più dotati degli
altri di esperienza di guerra (empeirìa polèmou) e capacità di giudizio (frò-
nesis)”13.

11. Si è a lungo pensato che il trattato De re strategica fosse stato composto da un ano-
nimo autore all’inizio del VI secolo: questa tesi – sostenuta anche dal suo più recente edito-
re, Gorge Dennis – è stata autorevolmente messa in dubbio da C. ZUCKERMAN, “The mili-
tary compendium of Syrianus magister”, in Jahrbuch der Österreichischen Byzantinistik, 40,
1990, pp. 209-224; cfr. anche S. COSENTINO, “The Syrianos’ ‘Strategikon’: a 9th Century
source?”, in Bizantinistica. Rivista di studi bizantini e slavi, s. 2, 2, 2000, pp. 243-280 e PH.
RANCE, “The Date of the Military Compendium of Syrianus Magister (Formerly the Sixth-
Century Anonymus Byzantinus)”, in Byzantinische Zeitschrift, 100, 2007, pp. 701-737. La
nuova attribuzione al magistros Siriano è convincente, e la data più verosimile è quella pro-
posta da Salvatore Cosentino. L’antologia di discorsi si può leggere tuttora solo nell’edizio-
ne di H. KÖCHLY, Opuscula Academica, vol. II, Anonymi Byzantini Rhetorica militaris, Lip-
siae, sumptibus Guilelmi Engelmann, 1856; la Naumachia è stata invece pubblicata nel re-
cente, ottimo J.H. PRYOR, E.M. JEFFREYS, The Age of the ???. The Byzantine Navy ca. 500-
1204, Leiden, Brill, 2006 (“The Medieval Mediterranean”, 62), pp. 455-481.
12. SS 14, 1-2: “La tattica è una scienza (epistème) che permette di organizzare e mano-
vrare un gran numero di uomini armati in modo ordinato”.
13. SS 15, 90-92. L’espressione viene ripresa nel trattato attribuito a Niceforo Ouranos
(Taktikon, 26, 8), un alto ufficiale attivo sul fronte balcanico alla fine del X secolo, durante
il regno di Basilio II: cfr. “Campaign Organization”, in DENNIS, Three Byzantine Military
Treatises, cit., pp. 241-335, p. 314.
Il magistros Siriano mostra di saper combinare empeirìa e frònesis –
ovvero di possedere gli elementi essenziali dell’arte della guerra. Un solo
esempio può bastare per illustrare il suo metodo: l’intero diciannovesimo
capitolo è un’attenta disamina delle difficoltà relative all’attraversamento di
un corso d’acqua in presenza del nemico. L’esperienza diretta dell’autore si
combina con una serie di esempi storici, a testimonianza della sua notevole
cultura letteraria: Siriano parla, infatti, del grande ponte galleggiante forti-
ficato costruito da Apollodoro di Damasco per traghettare le truppe di Tra-
iano in Dacia nel 104-105, dell’assalto condotto personalmente da Alessan-
dro attraverso il guado del Granico nel 334 a.C. e della deviazione delle ac-
que di un fiume da parte di Ciro il Giovane – avvenimenti citati rispettiva-
mente da Procopio di Cesarea, Arriano e Senofonte14. Il magistros Siriano
sembra anche ben consapevole delle difficoltà che si incontrano quando bi-
sogna attuare operazioni militari complesse, apprese dai libri di testo e ap-
parentemente assai ben congegnate, ma in realtà difficili da eseguire sul
campo: descrivendo una tattica d’attacco che prevede l’avanzata soltanto di
alcuni reparti della linea principale di combattimento, mentre altri a loro
vicini restano arretrati rispetto al cuore dell’azione, Siriano raccomanda di
informare preventivamente gli uomini dello scopo della manovra, in modo
che non abbiano a diffondersi tra i ranghi timori immotivati15.
Non bastano studio, applicazione, addestramento: un buon comandante
deve sapere che guida in battaglia degli uomini, con la loro psicologia e le
loro inevitabili debolezze, e che per ottenere da loro il meglio deve stabilire
un rapporto di fiducia reciproca non solo con l’esempio, ma con la condivi-
sione degli obiettivi e dei modi scelti per conseguirli.

La novità diventa norma: le Tacticae constitutiones di Leone VI (c. 900)

La riapertura a Costantinopoli di una scuola di studi superiori, nell’846,


segnò l’inizio di una nuova epoca nella storia dell’impero, la cui cifra cul-
turale fu la volontà di rifondare, sulla solida base di un riordinamento “en-
ciclopedico” della tradizione e delle conoscenze accumulate nei secoli pre-
cedenti, tutti i settori del sapere, dai diversi generi letterari alla giurispru-
denza, dalla teoria dell’amministrazione dello Stato alla scienza militare.
Non molto sopravvive, purtroppo, di questo grande progetto, di cui si fece-
ro carico più generazioni di intellettuali bizantini tra IX e X secolo, culmi-
nato durante il regno di Costantino VII (945-959): per ciò che riguarda l’ar-

14. Cfr. SS 19, passim; luoghi citati: PROC. De aedif. 4, 6; ARR. Anab. 1, 14-15;
SENOPH. Cyrop. 7, 5, 9-20.
15. SS 33, 33-35.
te della guerra possediamo però quello che fu senza dubbio il suo frutto
maggiore, ovvero le Tacticae constitutiones dell’imperatore Leone VI detto
il Saggio (886-912)16.
L’opera è una rielaborazione dello Strategikon attribuito a Maurizio. I
“metodi strategici” sono annoverati tra i fondamenti del giusto ordine
dell’impero (eutaxìa); l’istruzione militare degli ufficiali deve basarsi sia
sugli scritti di arte militare che sulle opere storiografiche; la scelta degli
uomini fisicamente più adatti, il loro addestramento costante, la disciplina e
l’esperienza sono le pietre angolari di un esercito efficiente; lo studio dei
caratteri dei nemici – tra cui compaiono due nuovi popoli, Magiari e Arabi
– è parte essenziale della preparazione professionale di un comandante; la
prudenza, l’accorta gestione delle risorse disponibili, l’uso di ogni mezzo,
anche “indiretto”, per ottenere lo scopo della salvezza dello Stato sono ripe-
tutamente incoraggiati.
Leone VI afferma di aver dato alla propria trattazione militare la forma
di un prochiron nomou, ovvero di un manuale di legge: il testo viene dun-
que per la prima volta esplicitamente concepito come normativo, e non sol-
tanto come fonte manualistica, ancorché privilegiata, per l’educazione degli
ufficiali superiori. Nel proemio si trovano esposte molte delle idee-guida:
l’arte della guerra viene posta tra i fondamenti del giusto dominio cristiano,
parte dell’armonioso ordine del mondo, a cui fare ricorso per sconfiggere
gli aggressori e restaurare la pace; ma è un’arte che necessita cure costanti,
e anche Leone VI non può fare a meno di lamentare la recente decadenza
degli ordinamenti militari imperiali. Lo stile è quello solenne dei testi legi-
slativi:

[per le macchinazioni del diavolo, nemico del genere umano, è necessario] che gli
uomini ricerchino la salvezza attraverso l’arte militare, e grazie ad essa si manten-
gano al sicuro dai nemici che li aggrediscono. […] E dunque tutto ciò che riguarda
la guerra e che è stato tramandato dai Romani, attraverso un non breve spazio di
tempo e nell’ambito del giusto ordine delle cose, è bene che non cessi di essere il
divino sostegno del potere, mantenuto unito al detto giusto ordine dallo sforzo dei
migliori, in modo da aggiungere un maggior splendore alla vittoria. Ma oggi la

16. Dell’opera non esiste tuttora un’edizione critica completa più recente di quella ap-
parsa nel 1612 grazie al van Meurs e al Lamy (riprodotta nel volume 107 della Patrologia
graeca). Anche se non si può certo escludere che la grande enciclopedia compilata sotto gli
auspici di Costantino VII – di cui sopravvivono i trattati sull’amministrazione dell’impero,
sulle cerimonie di corte e sulle nuove province militari, i temi, introdotte a partire dal VII
secolo – comprendesse un più agile manuale di arte della guerra, certamente le Tacticae
constitutiones di Leone VI costituirono il punto d’arrivo della tradizione precedente e la ba-
se su cui rifondare l’istruzione militare bizantina nel X secolo.
tecnica di ordinare le schiere e l’arte del comando sono state trascurate da lungo
tempo – e non dico di più – al punto di essere cadute nell’oblio più completo17.

Per porre rimedio a una simile situazione, Leone VI dichiara di aver e-


saminato sia gli scritti militari di strategia e di tattica antichi e moderni, sia
le res gestae narrate dagli storici; di aver selezionato tutto ciò che vi potes-
se essere di utile e necessario in guerra, da trasmettere e affidare agli uomi-
ni destinati a combattere in difesa dell’impero; di aver deciso di esporre
succintamente questi principi, e di averli quindi “promulgati in forma di
legge”. A queste norme, per restaurare la giusta disciplina e la vera scienza
militare, che fece la gloria di Roma, è necessario uniformarsi:

come una nave oneraria non può essere condotta in alto mare senza conoscere la
tecnica della navigazione, così nemmeno le guerre possono essere combattute sen-
za tattica e strategia, grazie alle quali non solo sconfiggeremo – con l’aiuto di Dio
– un avversario della nostra stessa forza e pari di numero, ma anche una massa di
nemici di gran lunga maggiore. Per questo motivo abbiamo promulgato per voi
questa trattazione come fosse un manuale di leggi, come si è detto, e vi ordiniamo
di uniformarvi ai suoi precetti con attenzione e con fatica18.

Non abbiamo prova dell’effettiva adozione delle sue Tacticae constitu-


tiones come istruzioni operative delle armate della Nuova Roma. Certa-
mente, però, le idee e i principi che si erano andati via via precisando dalla
fine del IV secolo in poi vennero accolti e fatti propri dai comandanti impe-
riali, e furono alla base dei grandi successi bizantini del X secolo.

La teoria e la prassi: il discorso di Leone Foca ai suoi soldati (8 no-


vembre 960)

Nella tarda estate del 960 un potente esercito arabo, guidato dall’emiro
hamdanida di Aleppo Sayf al-Dawla, superava le montagne del Tauro e pe-
netrava in Cappadocia, saccheggiando il tema di Charsianon. Le guarnigio-
ni locali si rivelavano incapaci di contrastare l’incursione; da Costantinopo-
li si correva allora ai ripari, facendo affluire rinforzi dalla penisola balcani-
ca, guidati da uno dei più esperti ufficiali disponibili, il domestikòs Leone
Foca. L’8 novembre 960 i reparti al suo comando riuscivano ad intercettare
la più numerosa armata araba al passo di Kylindros, ormai sulla via del ri-
torno dopo la razzia compiuta nel cuore dell’Asia Minore: nell’imminenza
dello scontro, come voleva una tradizione più che millenaria, Leone radunò

17. LT Prol., col. 674.


18. LT Prol., col. 677.
gli uomini e rivolse loro un breve discorso, tramandatoci da una fonte lette-
raria di pochissimi anni posteriore:

Miei commilitoni […] vi esorto ad affrontare [il nemico] dopo aver studiato il mi-
glior modo di agire. Poiché le guerre di solito sono vinte non grazie ad una batta-
glia campale, ma ad una pianificazione prudente [PROC. 2, 16, 7], e le vittorie con-
quistate con l’uso dell’astuzia al momento opportuno. Vedete chiaramente lo schie-
ramento dei nemici: qui dispiegati in campo aperto, appaiono tanto numerosi da
non potersi contare. […] Quindi, proprio perché siamo Romani, dobbiamo predi-
sporre una linea d’azione adatta […] e scegliere uno stratagemma piuttosto che una
condotta pericolosa. E dunque: non lanciamoci a testa bassa verso un disastro sicu-
ro, in un assalto sfrenato e con imprese azzardate! Poiché un atto di coraggio non
meditato di solito lascia chi lo compie in mezzo ai pericoli, mentre un’attesa frutto
della ragione può salvare le vite di coloro che vi ricorrono [PROC. 2, 19, 10]. Per
questo, uomini, vi esorto a non mettere inutilmente a repentaglio le vostre vite at-
taccando a fondo i barbari in campo aperto, ma di appostarvi pronti all’imboscata
in queste zone scoscese, aspettando che arrivino e le attraversino; allora attaccateli
con vigore e combattete con coraggio. […] Il nemico viene infatti battuto, di solito,
grazie ad attacchi di sorpresa [PROC. 3, 15, 25], e il suo atteggiamento insolente e
arrogante verrà verosimilmente scosso da un’aggressione inaspettata [VEG. 3, 26,
15]19.

Le parole attribuite a Leone rappresentano una delle più compiute e-


spressioni della cultura militare della Nuova Roma. Il domestikòs si dimo-
stra un interprete consapevole dei principi esposti in tutti i manuali bizanti-
ni di arte della guerra – razionalità, prudenza, ricorso agli stratagemmi,
sfruttamento del terreno e del fattore sorpresa; nell’imminenza del pericolo
Leone parla con sincerità e fiducia ai soldati, rendendoli partecipi delle
scelte tattiche da compiere, ricorrendo nella sua arringa a citazioni proco-
piane e a una distante eco dall’Epitoma rei militaris, dando l’impressione
di attingere a un patrimonio di sentenze comune e condiviso. Siamo di
fronte a un abile comandante che sa di condurre in battaglia un esercito di
professionisti ben addestrati, capaci di comprendere e applicare le sue i-
struzioni: il giorno successivo lo scontro si concluse con una completa vit-

19. LEO DIAC. 2, 3; cfr. G. BRECCIA, “Grandi imperi e piccole guerre. Roma, Bisanzio e
la guerriglia. II”, in Medioevo greco, 8, 2008, pp. 49-131, p. 108. Le citazioni dall’opera di
Procopio (già segnalate dagli editori del testo di Leone Diacono) sono davvero rivelatrici: il
momento decisivo per la trasformazione della teoria militare bizantina era stato infatti pro-
prio il VI secolo: Belisario ne era stato il principale responsabile e Procopio aveva dato ri-
salto alle novità strategiche e tattiche emerse durante le guerre di Giustiniano, trasformate in
un sistema coerente pochi decenni dopo dall’autore dello Strategikon attribuito all’imperato-
re Maurizio. Leone Foca non è quindi un innovatore, ma il consapevole campione di una
tradizione ormai secolare.
toria bizantina, che segnò una svolta decisiva nella lunga guerra di frontiera
con gli emirati arabi di Siria.

L’addestramento alla “piccola guerra” di frontiera: il Metodo della


guerriglia (c. 965)

I principi fatti propri da Leone Foca nel suo discorso dell’ottobre 960
trovarono una loro compiuta esposizione nell’anonimo Metodo della guer-
riglia, un testo composto da un anonimo alto ufficiale e dedicato a un altro
esponente della stirpe cappadoce dei Foca, l’imperatore Niceforo II (963-
969), fratello del domestikòs Leone20. È un opuscolo tecnico, privo sia di
ambizioni letterarie che di riferimenti dotti; non è nemmeno un trattato di
arte della guerra paragonabile ai precedenti di Vegezio, Maurizio o Leone
VI: è, piuttosto, il primo esempio di manuale specialistico, destinato a chi
avrà la responsabilità di praticare un tipo particolare di guerra di frontiera,
definita dall’autore paradromé – ovvero “guerra condotta su vie seconda-
rie”, affidata soprattutto a reparti a cavallo, non troppo numerosi ma ben
addestrati, capaci di sfruttare al meglio le caratteristiche del terreno e di uti-
lizzare tattiche aggressive basate sulla rapidità e la sorpresa. Ne è ben con-
sapevole l’autore, che nel proemio arriva addirittura ad augurarsi che i suoi
sforzi, all’indomani delle vittorie ottenute sugli Arabi di Siria, possano ri-
velarsi inutili – attribuendosi quasi un eccesso di zelo nell’aggiungere al
grande edificio della cultura militare bizantina un elemento che appare or-
mai, per buona sorte, superato:

Vogliamo proporre qui un metodo della guerriglia: anche se, nella situazione attua-
le, potrebbe non trovare più molta possibilità di applicazione pratica nelle regioni
orientali. Cristo, il nostro vero Dio, ha infatti in gran parte infranto la potenza e la
forza dei discendenti di Ismaele, ed ha respinto i loro assalti. Ma il tempo ci porta a
dimenticare quanto abbiamo appreso: per impedire che possa cancellare comple-
tamente queste utili nozioni, abbiamo deciso di affidarle alla scrittura.

La trattazione dei problemi della guerriglia di frontiera è molto accurata,


con l’analisi minuziosa delle diverse situazioni che possono presentarsi e
dei modi per affrontarle; l’enfasi è posta sull’esperienza diretta, su una cul-
tura militare che si trasmette personalmente da comandante a comandante,

20. Il titolo dell’opuscolo significa letteralmente “della guerra condotta sfruttando le vie
secondarie”, ed è stato reso dagli editori recenti come Skirmishing (Dennis) o Traité sur la
guérilla (Dagron e Mihaescu); per parte mia preferisco il termine “metodo” (tratto dal testo),
mantenendo poi “guerriglia”, nonostante l’ovvio anacronismo. Il testo è ora in BRECCIA, a
cura di, L’arte della guerra, cit., pp. 169-216.
per la prima volta priva di qualsiasi riferimento agli ordinamenti e alle tatti-
che dell’età antica:

Abbiamo acquisito le nostre conoscenze non soltanto ascoltando, ma apprendendo


direttamente dall’esperienza; e quelli che ci hanno fatto da maestri sono stati, per
così dire, gli stessi scopritori di questo metodo. Da parte nostra, ci siamo familia-
rizzati con esso e abbiamo fatto del nostro meglio per metterlo in pratica; e si è di-
mostrato tanto efficace che vari comandanti, facendone uso, hanno compiuto gran-
di e gloriose imprese pur disponendo di un’armata poco numerosa. […]
Per quanto io sappia, fu Barda, il Cesare di felice memoria21, che perfezionò questo
modo di combattere. Non ho intenzione di commemorare i molti comandanti anti-
chi, ma mi limiterò a quelli della nostra epoca, che tutti ben conoscono. Questo
metodo era stato completamente abbandonato, e fu Barda a riportarlo in uso: quan-
do era strategòs nei temi che confinano con Tarso, quello di Cilicia e quello degli
Anatolici, per un’infinità di volte riuscì a infliggere perdite alle forze nemiche pro-
venienti proprio da Tarso e dal resto della Cilicia, ottenendo spettacolari vittorie. Io
stesso sono stato addestrato da lui a condurre la guerra in questo modo, pur avendo
poi imparato molto dall’esperienza diretta sul campo.

Il Metodo della guerriglia non solo è un manuale ristretto a una tipolo-


gia particolare di guerra, propria di una regione ben determinata, ma è an-
che il riflesso di una catena di rapporti tra alti ufficiali, spesso imparentati
tra loro, che si erano fatti al tempo stesso interpreti e maestri di quel modo
di combattere. Un carattere di modernità – non conosco esempi anteriori al
XVII secolo di trattatistica speciale – accanto alla conferma dell’inadegua-
tezza, o, quantomeno, dell’arretratezza del sistema di trasmissione della co-
noscenza militare a Bisanzio22.

21. Barda Foca fu dapprima comandante (strategòs) dei temi di Cappadocia e degli Ana-
tolici in Asia Minore centrale, quindi dal 944 comandante in capo dell’intero fronte orientale
(“domestikòs dell’Oriente”); si ritirò dal servizio attivo nel 955, e venne poi onorato nel 963
con il titolo di cesare, una delle più alte dignità conferite ai membri della corte imperiale.
Morì nel 969, lo stesso anno dell’imperatore Niceforo II, suo parente.
22. Oltre al Metodo della guerriglia (spesso citato col titolo latino De velitatione), risal-
gono all’epoca e all’entourage di Niceforo II – se non direttamente a lui – altri due brevi
trattati, noti il primo come Praecepta militaria (che descrive l’organizzazione e la tattica di
un’armata d’urto impegnata in operazioni convenzionali in oriente), il secondo come De re
militari (dedicato invece alla campagna condotta da un esercito imperiale in un teatro di
guerra che ricorda da vicino le montagne balcaniche).
Consigli per intraprendere la carriera militare nello Strategikon di Ce-
caumeno (c. 1070)

L’ultimo trattato bizantino di arte della guerra stricto sensu è la ponde-


rosa compilazione di Niceforo Ouranos, un ufficiale di altissimo rango che
terminò la carriera come governatore della Siria settentrionale tra il 999 e il
1011. Come ha scritto recentemente Salvatore Cosentino,

contrary to what one might expect, [Nicephoros’ Tactica] is not a treatise on the
tactical, organizational and operational aspects of the army of his period, but rather
an overall compilation of military writings from the past. As in Leo’s Tactica, the
sources utilized by Nicephoros Ouranos are old, but the way they are arranged is
quite new 23.

Niceforo Ouranos visse nel momento di maggior gloria militare di Bi-


sanzio; e furono proprio i grandi successi del X e dell’inizio dell’XI secolo
a generare nell’impero l’illusione di una pace duratura. Nel periodo che se-
guì la morte di Basilio II (1025) flotta ed esercito, costosissimi, subirono un
drastico ridimensionamento, che fu tra le cause delle successive difficoltà
incontrate nell’opporsi ai nuovi nemici esterni. Dopo il 1050, si dovette far
ricorso in misura sempre maggiore a mercenari stranieri, e si perse via via
anche il senso della propria tradizione militare, di cui i Tactica di Niceforo
Ouranos rappresentano un involontario compendio in articulo mortis. Ma
c’è ancora almeno un testo bizantino di rilievo nel campo dell’arte della
guerra: il cosiddetto Strategikon di Cecaumeno, un alto ufficiale che attor-
no al 1070, giunto ormai alla fine della carriera, decise di comporre una
sorta di vademecum pratico-morale per il proprio figlio, basato sulle espe-
rienze di tutta una vita24.
L’impostazione di fondo è quella tradizionale, con il precetto di far uso
sia delle fonti tecniche che di quelle storiografiche, e l’ovvia raccomanda-
zione di completarle con l’esperienza diretta maturata sul campo. Cecau-
meno si dilunga poi nella descrizione di astuzie e stratagemmi, che sembra-

23. S. COSENTINO, “Writing About War in Byzantium”, in Revista de historia das i-


deias, 30, 2009, pp. 83-99, p. 90; per una lista dei capitoli dei Tactica allora noti cfr. DAIN,
Stratégistes, p. 371; la parte dell’opera che riprende i Praecepta militaria di Niceforo II (ca-
pitoli 56-62), più tre capitoli quasi del tutto originali (capitoli 63-65), è apparsa in E. MCGE-
ER, Sowing the Dragon’s Teeth. Byzantine Warfare in the Tenth Century, Washington, D.C.,
Dumbarton Oaks Research library and Collection, 1995, pp. 79-167. Un’altra sezione dei
Tactica (all’inizio coincidente con quella pubblicata da McGeer: capitoli 63-74) era già ap-
parsa in J.-A. DE FOUCAULT, “Douze chapitres inédits de la Tactique de Nicéphore Oura-
nos”, in Travaux et mémoires, 5, 1973, pp. 281-312.
24. L’opera di Cecaumeno prende nome in effetti proprio dal nucleo di capitoli dedicati
all’arte della guerra (24-87).
no formare il cuore della sua sapienza bellica: anche in questo caso, senza
allontanarsi in modo sostanziale dal bagaglio di conoscenze e principi tipici
della cultura militare bizantina. Ma una differenza c’è: per la prima volta,
infatti, siamo di fronte non a un manuale, vale a dire a un testo prodotto per
tutti coloro che fanno o faranno parte di una ben precisa categoria di perso-
ne; quello che leggiamo è invece il vademecum non sistematico composto,
come si è detto, da un padre giunto ormai alla fine della sua vita attiva per
il figlio che si appresta a ripercorrerne la carriera al servizio dell’impero.
Lo Strategikon di Cecaumeno è il segno tangibile del ripiegamento su una
dimensione colloquiale e familiare, testimonianza di come la trasmissione
della cultura militare bizantina fosse ormai affidata alla casuale volontà dei
suoi singoli rappresentanti. Cecaumeno invita il figlio a impegnare i propri
momenti liberi nella lettura di testi universalmente ritenuti istruttivi per un
soldato, a riflettere sulle Sacre Scritture e, in particolare, sull’Antico Te-
stamento, ricco di esempi e sicura fonte di ispirazione per un giusto (ed ef-
ficace) comportamento in guerra:

Quando hai tempo libero e non sei occupato in servizi militari, leggi libri, opere
storiche, testi ecclesiastici. E non obiettare: “Quale vantaggio viene ad un soldato
dai dogmi e dai libri di Chiesa?” Ti saranno senza dubbio molto utili. Se stai bene
attento, potrai ricavarne non solo dottrine e racconti utili all’anima, ma anche pre-
cetti, norme morali e militari: tutto il Vecchio Testamento è infatti pieno di consi-
gli strategici, ma anche nel Nuovo Testamento la persona diligente coglierà precet-
ti e non in numero esiguo. Per parte mia, desidero che tu diventi tale da destare
l’ammirazione di tutti sia per il tuo coraggio, sia per la prudenza, per la cultura, per
il bel eloquio. Se segui e osservi questi precetti, sarai felice.
Questi consigli, che non si trovano in nessun altro trattato militare né in altro libro,
li ho raccolti per te: li ho messi insieme sulla base di una mia personale riflessione
e di una concreta esperienza. Ti saranno senz’altro utili. Studia, però, anche le tat-
tiche militari degli antichi, in quanto, pur se là non troverai di questi precetti, ne
troverai altri, migliori, straordinari e ricchi di sapienza25.

Le ultime parole di Cecaumeno chiudono l’orizzonte della cultura mili-


tare della Nuova Roma, capace di elaborare principi e metodi propri, ma
mai di separarsi del tutto dalla tradizione classica, per quanto ormai lontana
nel tempo e distante dalla realtà che i suoi ufficiali e i suoi soldati dovevano
affrontare. Con il suo Strategikon, si può considerare conclusa la storia del-
l’arte della guerra a Bisanzio: l’illusione di aver sconfitto i propri nemici
aveva condotto, nella prima metà dell’XI secolo, allo smantellamento del
sistema difensivo imperiale, economicamente e socialmente troppo onero-
so; di fronte all’imprevista aggressione di una serie di nuovi nemici – per

25. KS 2, 54.
primi i Turchi Selgiuchidi e i Normanni – i sovrani della dinastia dei Com-
neni furono costretti a far ricorso in misura sempre maggiore a mercenari
stranieri e alla flotta alleata della repubblica di Venezia, salvando momen-
taneamente lo Stato, ma spargendo comunque i semi della sua definitiva
rovina. Negli ultimi secoli di vita dell’impero, in una situazione in cui la
condotta delle operazioni era sempre più spesso affidata a soldati di mestie-
re estranei alla cultura bizantina, non può certo stupire di assistere all’inari-
dirsi di ogni riflessione originale sull’arte della guerra.

L’esistenza e lo sviluppo di una cultura militare bizantina sono ben te-


stimoniati dai vari trattati superstiti, che, dalla fine del IV all’XI secolo, si
susseguono andando a formare una coerente tradizione manualistica; l’esi-
stenza di un sistema di educazione all’arte della guerra, in mancanza di al-
tre prove esplicite, è testimoniata, invece, dalla finalità didascalica degli
stessi testi. Le caratteristiche originali di questa cultura sono abbastanza e-
videnti, anche se non compaiono in un solo momento, ma si vanno via via
trasformando e precisando nel corso del tempo, da Vegezio al regno di Ni-
ceforo II. Si possono elencare i seguenti punti fondamentali. Si tratta del
riconoscimento:
1. dell’importanza della trattatistica antica;
2. della sua necessaria integrazione con gli insegnamenti ricavabili dalle
opere storiografiche;
3. della complementarietà tra educazione teorica e esperienza pratica sul
campo;
4. dell’importanza della conoscenza del nemico, in modo da adattarsi al
suo modo di combattere, sfruttandone le inevitabili debolezze.

Ed inoltre della definizione di:


1. un corpus di principi strategici e tattici normativi;
2. tematiche particolari (fortificazioni campali, “piccola guerra” di fron-
tiera ecc.) destinate ad essere oggetto di approfondimento e quindi tema di
manuali specialistici.

Il ripetersi, nei diversi testi, di questi principi-guida, si spiega con lo


sforzo costante, da parte dei vertici dell’impero, di garantire un livello pro-
fessionale adeguato agli uomini a cui era affidata la difesa di Bisanzio. A
quanto sembra, però, non si giunse mai a una normalizzazione dell’educa-
zione militare, che restò quindi legata, nella maggior parte dei casi, alle
possibilità familiari, all’esperienza sul campo, alla volontà individuale; an-
che le carriere degli ufficiali superiori continuarono ad essere condizionate
più dalla nascita che dal merito, con poche eccezioni26. Nonostante questi
limiti, la Nuova Roma fu senza alcun dubbio lo Stato premoderno che me-
glio riuscì a garantire ai propri eserciti una classe di ufficiali superiori ca-
paci e preparati – spesso in grado di sconfiggere, come voleva già Vegezio,
nemici più numerosi e possenti.

26. Esempi citati in J. HALDON, Warfare, State and Society in the Byzantine World 565-
1204, London, UCL Press, 1999, pp. 270-271. Forse la fonte più interessante sulle modalità
della promozione per merito resta tuttavia un discorso di Costantino VII (944-959); cfr. H.
AHRWEILER, “Un discours inédit de Constantin VII Porphyrogénète”, in Travaux et mémoi-
res, 2, 1967, pp. 392-404.

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