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musica in atto

vi.
a cura di Marco Capra

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Comune di Parma - Istituzione Casa della Musica
Università di Parma - Sezione di Musicologia

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Popular music
e musica popolare
Riflessioni ed esperienze a confronto
a cura di Alessandro Rigolli e Nicola Scaldaferri

Marsilio
Casa della Musica

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© 2010 Istituzione Casa della Musica - Parma
© 2010 Marsilio Editori® s.p.a. in Venezia

Prima edizione: ottobre 2010

isbn 978-88-317-0744

www.marsilioeditori.it

Realizzazione editoriale: redazioni, Venezia

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indice

7 Introduzione

11 Le opere e i giorni… e i nomi


di Maurizio Agamennone (Università di Firenze)

31 Alla ricerca della «voce del popolo»


di Roberto Agostini (iaspm)

57 Popolo, popolare, popolarità. Radici e slittamenti di un concetto instabile


di Giordano Montecchi (Conservatorio di Musica di Parma)

63 Il nome della cosa, ovvero popular e unpopular music.


Un problema per gli ascoltatori o per gli studiosi?
di Vincenzo Perna (iaspm)

75 Musica d’arte e popolarità: un rapporto di attrazione e repulsione


di Gianmario Borio (Università di Pavia-Cremona)

85 Esempi di modulazione temporale nella musica dei Soft Machine


di Vincenzo Caporaletti (Università di Macerata)

99 Vecchi e nuovi media: video e musica «educativa» in Uganda


di Serena Facci (Università di Roma-Tor Vergata)

115 Studiare il music making oggi. Esperienze di ricerca


di Ignazio Macchiarella (Università di Cagliari)

129 La Lucania del 2000. Nuovi terreni di indagine etnomusicologica


di Nicola Scaldaferri (Università di Milano)

141 Tradizione e innovazione nelle pratiche musicali dei rom del Kosovo
di Nico Staiti (Università di Bologna)

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indice

149 Musica popolare o popular music? Il caso emblematico della musica


per la Festa dei Gigli a Nola
di Giovanni Giuriati (Università di Roma-La Sapienza)

165 Culture del suono nei paneghiria di Tilos (Dodecaneso): spazi, riti, tecnologie
e stili del confronto popolare/popular
di Franco Fabbri (Università di Torino)

179 Abstracts

185 Indice dei nomi

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roberto agostini
alla ricerca della «voce del popolo»

[P]eople’s voice was often, to


a greater or lesser extent, spo-
ken for it from elsewhere – or,
at least was forced to move
within an orbit conditioned by
‘higher’ cultural forces1.

il popolare, il colto e le canzonette

Le origini di un dibattito

Cosa può fare uno studente di musicologia italiano che vuole ap-
profondire e specializzarsi nella popular music? Mi sono posto la stessa
domanda nel 20052 e, allora come oggi, osservo che gli istituti di studi
superiori musicali italiani continuano a non presentare attività didatti-
che e di ricerca che affrontino la popular music in modo sistematico e
continuativo, anche se qualche timido segnale di cambiamento comincia
a manifestarsi. Ciò nonostante, di ricerca sulla popular music in Italia se
ne è fatta e se ne fa molta. È mia convinzione che le ragioni di questa si-
tuazione paradossale siano da individuare nel modo in cui si è sviluppato
in Italia il dibattito intorno alla relazione tra la musica e fenomeni quali
l’intrattenimento, l’industrializzazione, i media, le tecnologie e la cultura
popolare; e credo anche che, per superare tale situazione, sia necessario
rileggere tale dibattito. Vorrei dunque sviluppare una riflessione a questo
proposito partendo da alcuni materiali da me raccolti con l’obiettivo di
delineare un quadro dell’evoluzione del dibattito musicologico intorno
alla popular music. Ho organizzato i dati raccolti nella tabella alla fine del
testo, selezionando le informazioni a mio avviso più rilevanti3. Non com-
menterò però tutto ciò che è qui riportato: cercherò piuttosto di fornire

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roberto agostini

le chiavi di lettura per la sua consultazione. L’obiettivo è far emergere


la storia degli studi sulla popular music italiani, che ancora oggi rimane
sommersa e scarsamente valorizzata, nota ai soli protagonisti, di alcuni
dei quali il sottoscritto ambirebbe a definirsi allievo.
Volendo raccontare la storia degli studi sulla popular music, è necessario
anzitutto tracciare una linea di demarcazione tra il periodo che precede e
quello che segue la nascita della iaspm (International Association for the
Study of Popular Music), nel 1981, che rappresenta un momento di siste-
matizzazione e potenziamento di una serie di forze presenti in vari am-
biti disciplinari che sentivano l’esigenza di dotarsi di punti di riferimento
istituzionali e di un apparato teorico metodologico condiviso. Il concetto
di popular music sembrò un buon punto di convergenza per collocare in
un quadro ampio, interdisciplinare e aggiornato, problematiche comuni a
livello internazionale. Da quel momento la ricerca sulla popular music ha
avuto un’accelerazione che l’ha portata a distinguersi quantitativamente e
qualitativamente da quella precedente.
È interessante notare che la sezione italiana della iaspm, avviata anch’es-
sa nel 1981, sceglie di non agganciarsi al dibattito pertinente i temi della po-
pular music che in Italia è presente fin dal secondo dopoguerra, periodo in
cui l’interesse per la cultura popolare, diffuso tra alcuni intellettuali italiani
politicamente impegnati, è assai vivo. Il dibattito è stimolato soprattutto
dai mutamenti che la cultura popolare stava vivendo come conseguenza
dell’industrializzazione e della tanto larga ed inevitabile quanto improvvisa
diffusione dell’intrattenimento mediatico che caratterizzava l’Italia prossi-
ma al boom economico. In questo contesto la musica ha un ruolo di rilievo:
la canzone italiana, infatti, comincia ad assumere un aspetto unitario e un
inedito ruolo di primo piano nell’intrattenimento, ed è proprio questo il
momento in cui, attraverso la radio e la televisione, è sancito il mito della
«tradizione della canzone italiana», consacrato già nel 1951 con la nascita
del festival di Sanremo. La conseguente riflessione musicologica sul consu-
mo e sull’intrattenimento musicale si muove su due direttrici interagenti.
La prima tende alla valorizzazione della musica di tradizione orale e rurale e
alimenta la propria vena antropologica, da un lato con la lettura degli Scritti
sulla musica popolare di Béla Bartók, pubblicati nel 1955, e dall’altro con le
idee alla base del movimento folk revival, con cui gli italiani vengono alle
prese in modo diretto nel 1954, quando Alan Lomax svolge le sue ricerche
in Italia. La seconda direttrice, di stampo storico filosofico, è quella della
critica all’industria culturale, basata sul pensiero di Theodor W. Adorno.
Bartók era interessato a valorizzare la voce del «popolo-nazione», che
riconosceva nelle musiche di tradizione orale rurali. Per questo distingue
tra la musica «popolare» propriamente detta, quella contadina, e quella
«colta popolaresca» (o «popolare cittadina»), che è invece quella musi-
ca urbana d’intrattenimento, di carattere colto, che trae ispirazione dalla
musica popolare, e che è dunque diversa sia dalla musica colta sia dalla

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popular music. Quest’ultima, trattata peraltro da Bartók assai di rado, è du-


ramente criticata per la sua dipendenza da logiche economiche e per la sua
influenza omologante. Questa visione, basata sulla distinzione tra popular
e popolaresco, dovette risultare poco chiara in un’Italia dove il repertorio
canzonettistico d’intrattenimento era frammentato e in buona parte basa-
to sulle «canzoni dialettali»; inoltre essa venne a sovrapporsi a quella di
Lomax che, invece, ad integrazione della sua attività di etnomusicologo
promuoveva riletture delle musiche di tradizione che Bartók avrebbe ri-
tenuto popolaresche. Certo, anche Bartók faceva riferimento alla musica
popolare nelle proprie composizioni, ma le riletture a cui pensava Lomax
non erano in chiave colta: il suo progetto era piuttosto quello di traghettare
le caratteristiche tipiche della tradizione orale nel mondo industrializzato
e urbano al fine di creare una musica popolare moderna. Negli Stati Uniti
quest’idea aveva dato origine al folk revival, un movimento nato all’interno
di una prospettiva di ricerca musicale e d’impegno politico orientato a sini-
stra. Lo sforzo di valorizzare la voce del popolo di Lomax è infatti centrato
non tanto sulla musica del «popolo-nazione» contadino, quanto sulla mu-
sica espressione del «popolo-classe sociale subordinata» e del suo disagio.
Si noti infine che il folk revival si basa su un approccio politico estetico
militante, che incoraggia riletture del folk facendo riferimento alla canzone
d’intrattenimento e ai circuiti concertistici e mediatici della popular music,
ma con un distinguo fondamentale: il folk revival ambisce ad essere un mo-
vimento di critica verso la popular music e della sua influenza omologante al
centro dello sfruttamento dell’industria.
Lo spirito del folk revival è destinato a imporsi con forza in Italia (e
nel mondo). Tra l’altro, la concezione del popolare e l’approccio politico
qui delineato ben si saldava con i discorsi assai influenti di Antonio Gram-
sci, del quale, nel 1950, erano state pubblicate le famose Osservazioni sul
«folclore». Queste avevano rivoluzionato lo studio delle tradizioni popolari,
proponendo di osservare tali tradizioni con riferimento alla categoria di
«classe sociale» e di intendere la «cultura popolare» come l’insieme delle
classi subalterne che si oppongono a quelle egemoniche. Va infine tenuto
conto, per completare il quadro, che alla prospettiva antropologica va ag-
giunto il pensiero di un autore assai influente in questa fase nel dibattito
italiano: Theodor W. Adorno, che affronta la questione della popular mu-
sic in modo diretto, proponendone una dura condanna in quanto musica
standardizzata e alienante. Non approfondirò in questa sede l’ampiamente
dibattuto pensiero di Adorno; mi limiterò solo a notare che il suo lavoro
comincia a circolare in Italia proprio nel 1954, quando si diffonde il pen-
siero di Bartók e di Lomax, con la pubblicazione della raccolta di aforismi
Minima Moralia. Quando, inoltre, nel 1959 vengono tradotti in italiano i
primi suoi libri musicologici (Filosofia della musica moderna e Dissonanze),
la rivista «Questioni» aveva già pubblicato, nel 1958, il suo Moda senza tem-
po: sul jazz. In pochi anni, gli scritti di Adorno saranno tradotti in grande

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quantità e, anche se il famoso saggio On popular music, scritto nel 1941, fu


allora trascurato, la popular music era comunque trattata in vari passaggi
dei suoi scritti e approfondita nelle pagine dell’Introduzione alla sociologia
della musica (1971).

Contro le canzonette, contro l’evasione

È da questo humus culturale musicologico-antropologico-filosofico che


parte l’attività di alcuni intellettuali e artisti italiani che si dedicheranno da
un lato alla produzione artistica, gettando le basi del folk revival italiano e
della canzone d’autore, e influenzando anche l’ambito della musica colta,
e dall’altro alla ricerca, gettando le basi dell’etnomusicologia italiana. Que-
ste due strade sono profondamente intrecciate, e non è certo un caso se
nel 1954 Diego Carpitella, mentre curava l’edizione italiana degli scritti di
Bartók, collaborava con Lomax nelle sue ricerche italiane, mentre Roberto
Leydi, futuro promotore del Nuovo Canzoniere Italiano, anch’egli in con-
tatto con Lomax, introduceva l’espressione «canti di protesta»4, pronta-
mente ripresa dal Cantacronache qualche anno dopo.
Cantacronache e Nuovo Canzoniere Italiano (nci) costituiscono il mo-
tore principale di questa fase. Si tratta di due centri di attività politico-cul-
turale dove convergono intellettuali, scrittori e musicisti di varia estrazione
al fine di progettare e organizzare ricerche, produzioni artistiche, eventi
culturali e iniziative editoriali (dischi, riviste e libri). Esse costituiscono fino
agli anni settanta un modello operativo a cui molte altre realtà faranno rife-
rimento5. Il Cantacronache viene presentato a Torino il primo maggio 1958
da Michele L. Straniero e Sergio Liberovici. Si sviluppa con il sostegno Ita-
lia Canta, società editoriale e organizzativa di proprietà del pci. Ispirandosi
al lavoro di compositori tedeschi quali Kurt Weill, Paul Dessau e Hanns
Eisler e di interpreti quali Ernst Busch o Gisela May, nonché alla raffinata
canzone francese di George Brassens e alle tradizioni popolari, il Canta-
cronache intendeva proporre una «nuova canzone», popolare e colta allo
stesso tempo, e soprattutto impegnata, «di protesta». Come ho già notato,
quest’espressione, di stampo lomaxiano, era stata introdotta qualche anno
prima da Leydi, uno dei più importanti promotori dell’ambiente intellet-
tuale milanese di sinistra, dove, fin dalla fine degli anni quaranta, l’impegno
politico della sinistra più allineata ai partiti incontra una nuova generazio-
ne che, nella «disperata ricerca di una patria da parte di una generazione
[quella del dopoguerra, n.d.a.] senza patria»6, guardava con interesse agli
Stati Uniti. È in quest’ambito che matura la collaborazione tra Giovanni
Bosio e Leydi, che trova nelle Edizioni Avanti! del psi l’occasione di svilup-
parsi, dando il via a una serie d’attività che, facendo riferimento alla ricerca
folklorica negli Stati Uniti e alla venuta di Alan Lomax in Italia, comprendo-
no la pubblicazione di vari libri, la fondazione di un’etichetta discografica

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(I Dischi del Sole, che compie i primi passi nel 1960) e, soprattutto, l’avvio
del progetto del nci (fondato nel 1962), dove confluirà, almeno in parte,
l’esperienza del Cantacronache, ormai esaurita. L’nci diventa presto il ca-
talizzatore del folk revival italiano, stimolando la nascita di molti progetti
paralleli, tra le quali vale la pena ricordare il Gruppo Padano di Piadena
(1962), l’Istituto de Martino (1966) e il Circolo Bosio (1971).
Il forte impegno politico sociale e il riferimento a Bartók, Lomax e
Adorno di questi ambienti porta allo sviluppo di una critica alla musica
d’intrattenimento basata su tre dualismi: popolare vs massa, artisticità vs
commercio e impegno vs evasione. Il bersaglio è soprattutto la «canzonet-
ta», in particolare quella del festival di Sanremo: il suo carattere commer-
ciale e d’evasione la rende un prodotto standardizzato e dipendente dalle
mode che alimenta i sogni e le illusioni delle persone, scoraggiando ogni
riflessione critica sulla realtà e, soprattutto, rendendola veicolo di messaggi
conservatori specchio delle ideologie dominanti. In definitiva, la canzonetta
sembra essere un efficace mezzo di controllo sociale in grado di ridurre il
popolo a una massa passiva e alienata di consumatori obbedienti. In que-
sto contesto, lo studio della musica popolare e l’elaborazione della «nuova
canzone» del folk revival, in quanto basate sulla valorizzazione della cultura
popolare orale preindustriale e precapitalista, nonché in quanto impegnate
nel trattare argomenti della realtà in modo critico, diventano azioni di cri-
tica sociale, certo «di protesta», addirittura «rivoluzionarie», in grado di
contrastare lo status quo imposto dai media facendosi interpreti del disagio
delle classi subordinate.
«Canzonetta», «canzone d’evasione», «musica leggera»: sono questi i
termini adottati per definire in senso dispregiativo la popular music in op-
posizione al popolare e al colto. Negli anni cinquanta entra in uso anche
l’espressione «musica di consumo», forse sulla base dell’influenza dei ter-
mini Gebrauchsmusik e Verbrauchsmusik, che circolavano in Germania nei
dibattiti tra Paul Hindemith, Kurt Weill, Hanns Eisler e Bertold Brecht7.
Se Gebrauchsmusik, usato spesso con connotazioni positive, è destinato a
ritagliarsi un posto tra le diciture dei corsi dei conservatori (musica d’uso),
l’idea di «musica di consumo» ha invece connotazioni dispregiative. Il ter-
mine compare, ad esempio, nel titolo della conferenza di Carpitella Musica
popolare e musica di consumo (1955), mentre Leydi usa questa stessa fra-
se come titolo di un paragrafo del suo Musica popolare e musica primitiva
(1959). In questi testi, comunque, il concetto di «musica di consumo» è uti-
lizzato con cautela, nella consapevolezza che l’universo musicale del mon-
do contemporaneo non può essere ricondotto a una semplice tripartizione
popolare-consumo-colto e che le dinamiche del consumo nella società mo-
derna sono assai complesse8. Non a caso, l’idea del consumo sarà presente
nel dibattito sulla musica in Italia all’interno di discorsi di taglio soprattutto
socioeconomico che prescindono da differenze di genere musicale9.

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Buoni o cattivi?

Dunque, il tema della popular music è presente nel dibattito sulla musica
in Italia fin dagli anni cinquanta, quale metro di confronto per definire «in
negativo» il popolare, il folk revival e la tradizione della musica d’arte occi-
dentale. I primi tentativi di considerare la popular music in quanto tale sono
forse da considerare quelli di Mila nel 1956 e 1958, il quale, già attivo con
il Cantacronache, si mostra anche attento alle «canzonette», che tratta con
un approccio ben diverso da quello militante finora considerato. Va inoltre
menzionata l’antologia di saggi di stampo giornalistico L’italiano cantato,
pubblicato nel 1960. Più significativo è il caso della collana di studi «Pic-
cola Biblioteca Ricordi» che pubblica, accanto a studi sulla musica colta,
il libro di Leydi Eroi e fuorilegge della ballata popolare americana nel 1958,
alcuni volumi sul jazz di autori quali Vittorio Franchini e Arrigo Polillo10 e,
nel 1962, il primo volume italiano interamente dedicato alla popular music
di un certo spessore: Io, la canzone, di Ionio Prevignano-Rapetti, ovvero del
critico Daniele Ionio e del paroliere Giulio Rapetti in arte Mogol. Qualche
anno dopo, la psichedelia e la controcultura, appena sbarcate in Italia (è del
1966 la pubblicazione della prima rivista controculturale italiana, «Mondo
Beat»), suscitano la curiosità dell’ambiente musicologico, e Luciano Berio,
in isolamento rispetto al dibattito in corso, pubblica nel 1967 sulla «Nuo-
va Rivista Musicale Italiana» il saggio Commenti al rock, che può essere
considerato il primo contributo davvero serio e approfondito sulla popular
music, lontano da ideologismi e dalla retorica adorniana, ma anche dalle
semplificazioni giornalistiche.
Questi scritti sono però destinati a rimanere marginali. Il libro più in-
fluente dell’epoca è invece Le canzoni della cattiva coscienza di Straniero,
Jona, Liberovici e De Maria. Pubblicato nel 1964, questo testo è destinato
a costituire il riferimento principale del dibattito sulla canzone fino alla fine
degli anni settanta inoltrati. Attingendo da Bartók e Adorno, da I persuasori
occulti di Vance Packard11 e dalla psicanalisi, Le canzoni della cattiva co-
scienza è una durissima accusa alla canzone leggera, giudicata commerciale,
standardizzata, reazionaria, ingannevole. Il tentativo è quello di dare un
fondamento teorico a quei discorsi estetico-ideologico militanti che circola-
vano negli studi musicali, volti a distinguere in modo netto tra ciò che è di
valore perché artistico e/o popolare – dunque autentico, impegnato, origi-
nale e per questo anche eversivo e rivoluzionario – e ciò che di valore non
ne ha, perché è solo frutto della moda, e dunque è un prodotto commercia-
le, standardizzato e disimpegnato, e perciò anche conservatore. Ciò che nel
dibattito futuro sarà oggetto di discussione non sarà questo dualismo, ma i
suoi confini, che presto cominciarono a essere oggetto di negoziazioni.
Infatti, verso la fine degli anni sessanta, con l’emergere di alcune nuo-
ve tendenze e, da non trascurare, con la complicità di un passaggio gene-
razionale, ci si rende conto che il mondo della canzone non è un blocco

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unitario. Così, negli anni settanta, qualche autore comincia a difendere la


popular music, ma solo in due sue incarnazioni: il pop (ovvero il rock nor-
damericano e britannico) e i cantautori, due generi considerati interessanti
per la loro stretta relazione con il movimento controculturale italiano, il
cui impegno politico e artistico trova significativi punti di contatto con il
movimento del folk revival. Ecco dunque che molti autori si esercitano nel
cercare continuità tra queste forme di popular music, il concetto di musica
popolare consolidato – ribadito nel 1971 da Alberto Cirese in Cultura ege-
monica e culture subalterne e pochi anni dopo, nel 1975, dalla edizione am-
pliata dell’Intellettuale rovesciato di Gianni Bosio – e l’estetica della musica
d’arte, fatta ormai propria dai movimenti controculturali.
Il dibattito si sviluppa sia su riviste specializzate di una certa ambizione
(«Gong» e «Muzak», per esempio) e in molti libri, tra i quali i primi volumi
della neonata editrice romana Arcana, che risalgono al 1971, lo stesso anno
in cui la Mondadori pubblica Guida alla musica pop di Rolf-Ulrich Kaiser,
seguita nel 1975 dalla Storia del rock di Carl Belz. È significativo notare che
nel libro di Kaiser compare un’appendice di Straniero intitolata La canzone
di protesta in Italia, dove si cercano di tracciare alcuni collegamenti tra le
esperienze del folk revival italiano e il pop. D’altra parte, il primo capitolo
del libro di Belz si intitola Rock come arte folk. Insomma, il tentativo è
sempre quello di rilevare quanto certa popular music fosse intrecciata con
il movimento folk revival e quanto essa fosse ricca di elementi di artistici-
tà. Particolarmente significative a questo proposito sono le pubblicazioni
dell’editrice romana Savelli, in particolare le due collane «Il pane e le rose
e «La chitarra, il pianoforte e il potere», avviate rispettivamente nel 1976
e nel 1978. In questo contesto il fenomeno dei cantautori si ritaglia uno
spazio di rilievo, fino a istituzionalizzarsi sotto l’etichetta più ampia di «can-
zone d’autore», con la nascita di un nuovo centro di iniziative artistiche e
culturali: il Club Tenco, nato a Sanremo nel 1971.
In tutte queste iniziative incontriamo quasi tutti i protagonisti del dibat-
tito intorno alle «canzonette», al folk revival, al pop, alla controcultura e ai
cantautori degli anni sessanta e settanta, che si dedicano non tanto a discu-
tere i fondamenti teorici della distinzione tra arte e commercio, popolare e
massa e impegno ed evasione, ma a cimentarsi in battaglie per delimitare i
confini tra le due aree. Ad esempio, nel 1978 Giaime Pintor – già direttore
di «Muzak» –, nel volume La musica in Italia edito dalla Savelli (uno dei pri-
mi volumi che provava uno sguardo generale sulla popular music italiana),
difende il pop per la sua «ricchezza di articolazioni»12. Il pop sarebbe uno
di quei casi che mostra che

laddove in qualche modo queste espressioni [le «espressioni della cultura di mas-
sa», n.d.a.] si scontrino con bisogni reali e tendano a soddisfarli […] sono proprio
perciò costrette a modificarsi, a subire un processo non tanto di superficiali cam-
biamenti opportunistici, ma di vera e propria rimodellatura, di ribaltamento13.

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In questo modo il pop, in certe sue forme, con tutte le contraddizio-


ni prontamente segnalate, potrebbe rientrare nel campo della musica au-
tenticamente popolare, e dunque – come si diceva all’epoca – «eversiva».
Per quanto riguarda la canzone d’autore, a distinguerla era una pretesa ar-
tisticità non priva comunque di elementi «rivoluzionari». Gianni Borgna,
per esempio, avviando la propria riflessione con un puntuale riferimento ad
Adorno, sferra un attacco all’omologazione e all’evasione della canzonetta
concludendo che «i cantautori […] rompono certi schemi musicali proprio
per far pensare, per ridare un senso alle parole e alle cose, per aprire un
dibattito»14. Più precisi sono Mario de Luigi e Michele Straniero, che nella
nota introduttiva degli atti di un convegno tenutosi al Club Tenco sottoline-
ano la capacità della canzone d’autore di «rivoluzionare i meccanismi, non
meno che i contenuti, della comunicazione su un terreno che fino a ieri era
stato “proprietà privata” della canzonetta di consumo»15.

popular music studies

Il popolare e il popular

Negli anni settanta critica giornalistica e critica musicologica si sepa-


rano: la prima rimane ancorata all’approccio politico estetico finora visto,
mentre la seconda cerca un approccio più rigoroso e finirà per istituzio-
nalizzarsi con la nascita delle prime cattedre di etnomusicologia di Leydi
(1972) e Carpitella (1976). L’etnomusicologia non si occupa però di popular
music e, per l’emergere di un approccio scientifico rigoroso centrato sulla
popular music, è necessario guardare ad alcuni studiosi il cui lavoro conver-
gerà nella iaspm.
Fin dalla seconda metà degli anni settanta, infatti, comincia a svilupparsi
un nuovo modo di considerare le relazioni tra «folk» e «popolare», introdu-
cendo un nuovo punto di vista che, con la nascita della iaspm, troverà anche
un nome appropriato: popular music studies. Popular music è concetto an-
glosassone dalla traduzione italiana ambigua a causa del suo riferimento al
«popolare», che viene a scardinare molti luoghi comuni, rafforzando l’idea,
diffusa tra gli studiosi più attenti, che le dinamiche del mondo industrializ-
zato e mediatico fossero state date troppo per scontate e che, se si volevano
comprendere a fondo le trasformazioni in atto nel mondo della musica e
le connessioni tra modernità, popolare, arte ed estetica, queste dovevano
essere esplorate senza pregiudizi. Non si deve sottovalutare l’impatto del
termine popular: non a caso, a differenza del termine «folk», popular è stato
al centro di feroci polemiche sull’opportunità di essere adottato nel lin-
guaggio degli studi musicali italiani, polemiche che non si placano neppure
a quasi trent’anni dalla sua ormai irreversibile adozione.

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alla ricerca della «voce del popolo»

Vale la pena notare che le questioni erano già state, almeno in parte,
messe a fuoco nell’introduzione a Le canzoni della cattiva coscienza, firmata
da Umberto Eco, dove si sviluppavano alcune importanti e ancora attuali
osservazioni che non si poteva certo dire fossero condivise dal libro che
introduceva. È evidente che l’approccio culturologico di Eco, come d’altra
parte quello storico-analitico di Berio, passati inosservati negli anni sessan-
ta, stavano per riemergendo all’interno di una nuova corrente di pensiero
che vede il suo punto di volta nella nascita, nel 1975, della Cooperativa
l’Orchestra – l’ultima realtà politico culturale modellata sulle esperienze
degli anni sessanta e, allo stesso tempo, la prima realtà moderna dove l’im-
pegno è coniugato con l’apertura a tutti i generi musicali e a tutti i movi-
menti artistici piuttosto che con la ricerca di un popolare idealizzato16 – e
che trova poi ampio spazio in riviste quali «Laboratorio musica», nata nel
1979 e diretta da Luigi Nono, e «Musica/Realtà», nata nel 1980 e diretta
dal fondatore Luigi Pestalozza. A «Musica/Realtà» si affianca nel 1983 la
collana editoriale «Quaderni di Musica/Realtà» dove gli studi sulla popular
music trovano ampio spazio. In generale quest’ambiente, fatto di studio-
si e di artisti, è assai vivace e curioso, interessato alla contemporaneità e
all’interdisciplinarità, fortemente sensibile alle relazioni tra musica, società
e politica, interessato tanto alla dimensione popolare della musica quanto
alla ricerca, alla sperimentazione artistica e all’educazione. Nelle loro di-
scussioni, alla popular music è dato ampio spazio, sia attraverso contributi
di autori italiani – ricordo ad esempio Mario Baroni, Alessandro Carrera,
Franco Fabbri, Umberto Fiori, Emilio Ghezzi, Paolo Prato, Gino Stefani –,
sia attraverso la traduzione di scritti di autori stranieri. Nell’ambito musico-
logico queste nuove consapevolezze generano una rottura con la tradizione
della critica alla «canzonetta» e un avvicinamento al più avanzato campo
di studi internazionale che può avvenire sfruttando la rete che si viene a
creare con la nascita della iaspm, grazie al coinvolgimento diretto in essa
di alcuni studiosi italiani, Franco Fabbri in primis. I risultati sono subito
tangibili e nel 1982 – anno che coincide con la costituzione ufficiale della
sezione italiana della iaspm, le cui attività erano state avviate nel 198117 – il
secondo convegno internazionale della iaspm si tiene a Reggio Emilia. Nello
spazio di sei anni (1982-1988) vengono inoltre tradotti libri di Simon Frith,
Dick Hebdige, Iain Chambers e John Shepherd, e vengono pubblicati molti
studi di autori italiani (cfr. tabella).
Vorrei ricordare brevemente alcuni protagonisti di questa prima fase.
Il primo è Franco Fabbri, musicista, fondatore e presidente de L’Or-
chestra, fondatore della iaspm internazionale, motore del branch italiano
dell’associazione fin dalla nascita e instancabile promotore e autore di ri-
cerche, attività e pubblicazioni su molteplici argomenti. La sua teoria del
genere musicale è un riferimento imprescindibile per chiunque si occupi
di tale argomento. La cura degli atti del secondo convegno internazionale
della iaspm, la sua relazione al primo convegno italiano di analisi musicale

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roberto agostini

tenutosi a Reggio Emilia nel 1989 e la pubblicazione, nel 2004, di una sto-
ria della popular music sono certo tappe significative per la ricerca italiana.
Accanto a lui vorrei ricordare Gino Stefani, che si è occupato di popular
music all’interno dei suoi studi di semiotica e pedagogia musicale, dove ha
proposto una concezione del «popolare» in musica inedita, basandosi su
una teoria della competenza musicale di ispirazione linguistica e concepita
per livelli di specializzazione. Ispirandosi tra gli altri a Michel De Certau,
Stefani punta l’attenzione non tanto sui repertori, quanto sulle esperienze
musicali, mostrando come la «questione popular music» possa essere op-
portunamente ricollocata nella prospettiva di uno «studio popolare della
musica» piuttosto che dello «studio della musica popolare». Mario Baroni,
invece, non solo ha contribuito con vari saggi alle discussioni sulla popu-
lar music, ma ha anche promosso attività importanti negli anni novanta,
durante il suo incarico di coordinatore scientifico presso il cimes dell’Uni-
versità di Bologna. Sempre negli anni novanta, Rossana Dalmonte ha pro-
mosso varie iniziative presso l’Università di Trento.
Come all’estero, dunque, la nascita della iaspm ha generato un salto
quantitativo e qualitativo nella ricerca sulla popular music italiana. Al de-
linearsi di quella che è una vera e propria scuola di pensiero non coincide
però la sua istituzionalizzazione: al contrario di quanto successo nel Nord
Europa e nel Nord America, gli studi sulla popular music italiani hanno
prosperato ai margini dell’Università e nel completo disinteresse dei Con-
servatori. Questo anche perché, se negli anni ottanta gli studi sulla popular
music crescono all’interno del più ampio dibattito sulla musica e hanno
un orientamento interdisciplinare, in seguito il campo si isola progressiva-
mente spinto da una duplice forza, una interna e una esterna: da un lato si
diffonde un crescente interesse per le specificità dello studio della popular
music portato avanti soprattutto da studiosi di area musicologica; dall’altro,
si manifesta un disinteresse per le tematiche riguardanti la popular music sia
da parte della musicologia e dell’etnomusicologia, sia da parte degli studi
sociali. Ed è qui che si presenta una peculiarità tutta italiana: se all’estero
gli studi di carattere sociologico si sono sviluppati più velocemente rispetto
a quelli musicologici, in Italia sono stati gli studi di taglio musicologico ad
essere prevalenti. Tenendo però conto che i musicologi italiani interessati
alla popular music hanno promosso prospettive di ricerca innovative e cri-
tiche nel quadro degli studi musicologici18, lo studio della popular music in
Italia è rimasto ai margini dell’accademia nell’indifferenza di sociologi e nel
rifiuto dei musicologi. Ciononostante, com’è evidente consultando la tabel-
la, i popular music studies musicologici italiani sono proliferati, sviluppando
varie ricerche e promosso varie iniziative, la maggior parte delle quali han-
no visto protagonista la iaspm (e i suoi soci), che tra l’altro è anche tra le
associazioni fondatrici del Gruppo Analisi e Teoria Musicale (gatm).

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alla ricerca della «voce del popolo»

La world music e la musica di consumo

Alle soglie del nuovo millennio l’atteggiamento della musicologia e


dell’etnomusicologia nei confronti della popular music cambia nettamente
di segno.
A scuotere l’etnomusicologia sono certo state le ormai imprescindi-
bili trasformazioni cui sono soggette le culture di tradizione orale ed ex-
tra-europee, che, generando fenomeni inediti, hanno invitato gli studiosi
a riformulare le posizioni degli anni sessanta in un quadro più articolato
e meno dogmatico. L’evento che sancisce la svolta dell’etnomusicologia
nei confronti della popular music è il convegno «World Music ed etno-
musicologia» tenutosi nel 2001 presso la Fondazione Cini di Venezia.
Nel 2003, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia avvia la nuova serie
della «Rivista degli Archivi di Etnomusicologia» con un volume mo-
nografico dal titolo significativo: World music, globalizzazione, identità
musicali, diritti, profitti. Uno dei risultati di questo emergere di interesse
per la popular music da parte degli etnomusicologi è stato, come all’este-
ro, la nascita di una alleanza d’intenti tra etnomusicologi e studiosi di
popular music.
Anche la musicologia consolidata nelle istituzioni accademiche ita-
liane ha scoperto la popular music solo di recente, spinta dall’ineluttabi-
lità delle trasformazioni della musica nel mondo odierno. Al contrario
dell’etnomusicologia, però, essa ha preso le distanze dal lavoro svilup-
pato degli studiosi di popular music per proporre un approccio diver-
so, promosso soprattutto dall’associazione Il Saggiatore Musicale, che
l’ha introdotto con decisione nell’agenda degli studi musicologici con
la tavola rotonda «Musicologia storica e musica di consumo» (2002).
Il riemergere dell’espressione «musica di consumo», l’insistenza sul «ca-
none» della musica d’arte e l’avviamento di processi di legittimizzazione
suscitano però preoccupazione non solo e non tanto per il futuro degli
studi sulla popular music, quanto per il futuro degli studi sulla musi-
ca in generale, che rischiano di rimanere impigliati in principi che non
tengono conto delle acquisizioni teorico-metodologiche di questi ultimi
quarant’anni e che potrebbero facilmente tramutarsi in vere e proprie
gabbie ideologiche. Come ha opportunamente rilevato Luca Marconi,
la differenza tra l’approccio di studio della musicologia consolidata e
quello degli studiosi di popular music si configura come un confronto
tra paradigmi disciplinari diversi: quello storico e centrato sul canone
della musicologia storica e quello promosso da una comunità di studiosi
internazionale interessata ad assumere un approccio interdisciplinare ed
esperienziale nello studio della musica tout court, comunità dei quali gli
studiosi di popular music fanno attivamente parte19.

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roberto agostini

La popular music

Negli ultimi anni, dunque, si è manifestato un interesse per la popular


music progressivamente crescente, culminato nel 2005 con l’organizza-
zione di tre convegni internazionali: «Etnomusicologia e studi di popular
music: quale possibile convergenza?», xiii conferenza internazionale della
iaspm «Making Music Making Meaning» e «Composizione e sperimenta-
zione nel rock britannico: 1966-1976». Poco dopo, il convegno nazionale
di Cosenza «Popular music: fare/ascoltare/insegnare» è stato il primo a
coinvolgere un Conservatorio. Ognuna di queste occasioni è stato luogo
di un confronto tra studiosi di varia estrazione che, per quanto a tratti ac-
ceso, sembrava ricco di potenzialità di sviluppo. Tali importanti occasioni
non sembrano però aver generato le conseguenze che gli studiosi di popu-
lar music auspicavano: ancora oggi in Italia non si sono create le condi-
zioni per sviluppare attività di educazione e ricerca sulla popular music in
modo continuativo e sistematico, tantomeno di un lavoro centrato sull’ap-
proccio dei popular music studies. La ricerca sulla popular music conti-
nua a essere frutto di energie e risorse messe a disposizione dagli studiosi
stessi. Infatti, anche se nei Conservatori e nelle Università esistono corsi
sulla popular music (con diciture varie), questi sono tenuti da professori a
contratto. Secondo le mie informazioni, fino al 2007 i docenti strutturati
che hanno tenuto corsi sulla popular music sono stati solo due: gli etno-
musicologi Serena Facci e Gianfranco Salvatore. Se a questo aggiungiamo
l’impressione che il proliferare di corsi sulla popular music spesso coincida
non con un sincero interesse culturale, ma con un’azione opportunistica
volta a catturare l’attenzione di stampa e studenti, mi sembra emergano
in modo evidente le motivazioni per le quali l’approccio degli studiosi di
popular music continua a non essere accolto nell’accademia e perché le
poche aperture, pur presenti e alquanto stimolanti, non riescono a scalfire
il solido muro eretto dal paradigma storico-canonista che caratterizza la
musicologia italiana.
Si noti che anche la recente apertura dei conservatori, pur importan-
te e coraggiosa nell’utilizzare in documenti ufficiali l’espressione popular
music, scarsamente presente nelle diciture universitarie, finisce poi con il
non portare alle estreme conseguenze tale coraggio. Recentemente, infat-
ti, nel d.m. del 22 gennaio 2008, che definisce i nuovi ordinamenti didatti-
ci dei Conservatori di musica, è possibile incontrare la dicitura di «Storia
della musica jazz, delle musiche improvvisate e delle musiche audiotattili»
all’interno della Scuola di jazz, dove è stata introdotta la possibilità di
specializzarsi in musica jazz e popular. Al di là della dicitura «musiche
audiotattili» – ennesimo termine, derivato dagli studi di Vincenzo Capo-
raletti, che non coincide con popular music e che dunque crea un po’ di
confusione –, tale impianto, se da un lato sembra avere l’intenzione di non
creare divisioni artificiose tra jazz e popular music, in pratica non è altro

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alla ricerca della «voce del popolo»

che un caso di quel processo di legittimazione che la popular music già co-
nosce bene e che ha già subito nei confronti di certa musicologia (che ac-
cetta la popular music, ma solo quella «d’arte») e di certa etnomusicologia
(interessata alla popular music solo nel momento in cui entra in relazione
con le tradizioni orali o crea fenomeni di ibridazione). Ora, processi di
legittimazione simili riducono la popular music ad alcuni suoi aspetti, cre-
ando equivoci e forzature, offuscando l’oggetto di studio e snaturandolo;
sarebbe invece indispensabile svezzare la popular music e impostare uno
studio che la affronti per quel che è, secondo un approccio che nell’ormai
pluriennale storia degli studi sulla popular music risulta consolidato.
Nonostante queste difficoltà, lo studio della popular music in Italia
continua ad avanzare, appoggiandosi a quelle istituzioni che si rendono
occasionalmente disponibili, sempre in modo frammentario, marginale e
con risorse personali. È recente (2007), ad esempio, la pubblicazione di
un numero monografico della prestigiosa rivista «Popular Music» dedica-
to all’Italia scritto quasi interamente da autori italiani e curata da Marco
Santoro, un sociologo che, insieme a Francesco d’Amato, sta portando
importanti contributi per ristabilire una prospettiva interdisciplinare nei
popular music studies italiani, e Goffredo Plastino, etnomusicologo italia-
no che risiede all’estero. Sempre nel 2007, Massimo Privitera (Università
della Calabria) ha organizzato un importante convegno, mentre a Torino,
nel 2008, si è svolto un convegno nazionale iaspm che ha mostrato la ric-
chezza del lavoro di molti neolaureati e addottorati. La recente nomina di
Fabbri come ricercatore in etnomusicologia presso l’Università di Torino
è infine un evento significativo: per la prima volta in Italia uno studioso
specializzato nello studio della popular music ricopre una posizione in un
istituto di studi musicali superiori.

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roberto agostini

una cronologia in progress degli studi sulla popular music


in italia (jazz escluso)

• A. Gramsci, Osservazioni sul «folclolre», in Letteratura e vita nazionale, To-


1950 rino, Einaudi, 211-221 (Quaderno 27, xi, 1935) (ora in Quaderni del carcere,
Torino, Einaudi, 1975, pp. 2311-2312)

1952 • Milano: rinascono le Edizioni Avanti!

• luglio: R. Leydi - T. Kezich, Ascolta Mister Bilbo! Canzoni di protesta del popo-
lo americano, Milano, Avanti!
• estate: A. Lomax avvia le sue ricerche italiane, in collaborazione con D. Car-
1954
pitella
• Th.W. Adorno, Minima moralia, Torino, Einaudi (Minima Moralia, Frankfurt
am Main, Suhrkamp, 1951)

• 28 aprile, Roma, Accademia di Santa Cecilia: conferenza di D. Carpitel-


la, «Musica popolare e musica di consumo», Roma, Studio Tipografico bs;
ora in Conversazioni sulla musica, Firenze, Ponte alle Grazie, 1992, pp. 41-51
1955
• B. Bartók, Scritti sulla musica popolare, antologia di scritti a cura di D. Car-
pitella, Torino, Einaudi (tr. it. di alcuni testi tratti da Béla Bartók Válogatott
zenei írásai, Budapest, Magyar Kórus, 1948)

• A. Lomax, Nuova ipotesi sul canto folkloristico italiano nel quadro della musica
popolare mondiale, in «Nuovi Argomenti», 17-18, 1955-1956, pp. 109-135
1956
• M. Mila, Le canzoni di Sanremo e quelle di Modugno, in «L’Espresso», 18 mar-
zo, ora in Cronache musicali 1955-1959, Torino, Einaudi, 1959, pp. 502-505

• 1° maggio, Torino: nasce il Cantacronache fondato da M.L. Straniero e S.


Liberovici
• R. Leydi avvia la collana «Mondo popolare» (Edizioni Avanti!)
• R. Leydi, Eroi e fuorilegge della ballata popolare americana, Milano, Ricordi
(Piccola biblioteca Ricordi, 1)
1958
• Th.W. Adorno, Moda senza tempo: sul jazz, in «Questioni», vi, 5-6 (Zeitlose
Mode: Zum Jazz, in «Prismen», Frankfurt Am Main, Suhrkamp, 1955, pp.
123-137)
• M. Mila, Per la bonifica della canzone, in «L’Espresso», 23 marzo, ora in Crona-
che musicali 1955-1959, Torino, Einaudi, 1959, pp. 506-508

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alla ricerca della «voce del popolo»

• R. Leydi, Musica popolare e musica primitiva, Roma, eri/rai


• Th.W. Adorno, Filosofia della musica moderna, a cura di L. Rognoni, Torino,
1959 Einaudi (Philosophie der neuen Musik, Tübingen, Mohr, 1949)
• Th.W. Adorno, Dissonanze, a cura di G. Mazoni, Milano, Feltrinelli (Disso-
nanzen, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1956)
• novembre: G. Berti, G.G. Severi, O. Pagani, G. Grieco, A. Falivena, L’italiano
cantato, Firenze, Vallecchi
1960 • novembre: Canti della Resistenza italiana, a cura di T. Romano e G. Solza,
Milano, Avanti! (Mondo popolare, 3). In allegato un disco che diventerà il
primo disco dell’etichetta I Dischi del Sole

• I. Prevignano-Rapetti [D. Ionio e G. Rapetti], Io, la canzone, Milano, Ricordi


1962 (Piccola biblioteca Ricordi, 18)
• luglio, Milano: nasce la rivista «Il Nuovo canzoniere Italiano», Avanti!

• R. Leydi, «L’Europeo» interroga i giovani. Perché gli urlatori, in «L’Europeo»,


xx, 2, 12 gennaio 1964
• M. Straniero, E. Jona, S. Liberovici, G. De Maria, Le canzoni della cattiva
coscienza, con introduzione di U. Eco, La canzone di consumo (pp. 5-28), Mi-
1964
lano, Bompiani (rist. in U. Eco, Apocalittici e integrati, Milano, Bompiani,
1964, pp. 277-296)
• dicembre, Milano: le edizioni Avanti! si staccano dal psi e diventano Edizioni
del Gallo

1965 • 3-5 settembre, Torino: primo folk festival

• 1° gennaio, Milano: nasce l’Istituto «Ernesto De Martino», fondato da G.


Bosio con R. Leydi e A. Cirese
• 3 luglio: nasce il programma radiofonico Per voi giovani (ultima trasmissione:
1966 25 luglio 1976)
• 8-11 settembre, Torino: secondo folk festival
• 15 novembre, Milano: numero zero di «Mondo Beat»
• R. Leydi si stacca dal nci
• L. Berio, Notizie e commenti sul rock, in «Nuova Rivista Musicale Italiana», i,
1, pp. 35-45
• 13 aprile, Piadena: nasce la Lega di Cultura di Piadena
1967
• maggio: G. Bosio, L’intellettuale rovesciato, in «Quaderni della Lega di cultu-
ra di Piadena», 3, Milano, Edizioni del Gallo, 1967
• Roma: la direzione del Folkstudio passa a G. Cesaroni

1969 • 26 gennaio: nasce il settimanale «Ciao 2001»

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roberto agostini

• Roma: nasce la casa editrice Arcana su iniziativa di Fernanda Pivano e


Raimondo Biffi
• Th.W. Adorno, Introduzione alla sociologia della musica, Torino, Einaudi
(Einleitung in die Musiksoziologie, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1962)
1971
• A. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne, Palermo, Palumbo
• R.-U. Kaiser, Guida alla musica pop, con appendice di M.L. Straniero, La canzone
italiana di protesta (pp. 276-286), Milano, Mondadori (Das Buch der neuen Pop-
Musik, Düsseldorf-Wien, Econ)

• Sanremo: nasce il Club Tenco su iniziativa di Amilcare Rambaldi


• Roma: nasce il circolo Giovanni Bosio, che pubblica il bollettino «I giorni
cantati»
1972 • R. Leydi, Il folk revival, Palermo, Flaccovio
• A. Scaduto, Bob Dylan, la biografia, Roma, Arcana (Bob Dylan, an intimate
biography, New York, Grosset & Dunlap, 1971): primo libro Arcana dedicato
alla musica

• febbraio: R. Bertoncelli, Pop story, Roma, Arcana


1973 • ottobre: nasce «Muzak. Mensile di musica Progressiva-Rockfolkjazz», sotto la
direzione di Giaime Pintor (ultimo numero: 13, NS, giugno 1976)

• R. Leydi comincia a insegnare Etnomusicologia presso l’Università di


1974 Bologna
• ottobre: nasce il mensile «Gong»

• 15 febbraio: prima tesi di laurea sulla popular music di Raffaele Ciccaleni,


I Beatles: le canzoni del periodo beat (Università di Macerata, relatore G. Stefani)
• 2 aprile, Milano: nasce la Cooperativa l’Orchestra
• 26-29 luglio: Sanremo, Club Tenco: 1° convegno della Nuova Canzone (Atti
del 1° congresso della Nuova Canzone, a cura di A. Moretti, Sanremo, Comune
1975 di Sanremo, Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Sanremo)
• G. Stefani, «E la vita, la vita». La canzone cioè l’evasione?, in «Nuova Rivista
Musicale Italiana», ix, 1, pp. 97-105
• C. Belz, Storia del rock, Milano, Mondadori
• G. Bosio, L’intellettualle rovesciato, Milano, Bella Ciao, ed. ampliata, cfr.
1867

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alla ricerca della «voce del popolo»

• G. Stefani, Introduzione alla semiotica della musica, Palermo, Sellerio


• La casa editrice Savelli di Roma avvia la collana di letteratura e critica «Il pane
e le rose», tra gli autori S. Dessì, W. Guthrie, I. della Mea, T. de Mauro, G.
1976
Pintor e A. Portelli
• D. Carpitella comincia a insegnare Etnomusicologia presso l’Università La
Sapienza di Roma

• G. Stefani, Codice popolare e codice colto, in Insegnare la musica, Firenze,


1977
Guaraldi, pp. 27-38

• La Savelli avvia la collana di studi musicali «La chitarra, il pianoforte, il po-


tere», tra gli autori N. Ala, E. Assante, G. Bertelli, G. Borgna, D. Carpitella,
G. Castaldo, S. Dessì, G. Pintor, A. Portelli e M. Straniero. Primo volume:
La musica in Italia, con saggi di D. Carpitella, G. Pintor, G. Castaldo, A.
Portelli, M.L. Straniero
1978 • F. Fabbri, La musica in mano, Milano, Mazzotta
• U. Fiori, Joe Hill, Woody Guthrie, Bob Dylan. Storia della canzone popolare in
usa, Milano, Mazzotta
• M. De Luigi - M.L. Straniero, Musica e parole. Il cantautore, la canzone, l’in-
dustria discografica, Milano, Gammalibri (estratti dai convegni sulla «nuova
canzone» tenutisi presso il Club Tenco del 1975, 1976, 1977)

• Giugno: nasce il mensile «Laboratorio Musica. Mensile di musica e didattica


1979 musicale», diretto da L. Nono. Tra i collaboratori: F. Fabbri, G. Bertelli, M.
Baroni, R. Leydi, G. Stefani e altri (ultimo numero: 31, aprile 1982)

• Aprile: nasce la rivista quadrimestrale «Musica/Realtà», diretta da L. Pesta-


1980 lozza. Tra gli autori italiani: R. Agostini, M. Baroni, A. Carrera, V. Caporaletti,
F. Fabbri, U. Fiori, E. Grezzi, R. Leydi, V. Perna, P. Prato e G. Stefani

• F. Fabbri, I generi musicali: una questione da riaprire, in «Musica/Realtà», 4,


pp. 43-65
• Il volume 18 della collana «La chitarra, il pianoforte, il potere» della Savelli
1981
avvia la serie di libri La vera storia del rock a cura di E. Assante ed E. Capua
• «I giorni cantati», bollettino del circolo Bosio, diventa una pubblicazione a
stampa nazionale

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roberto agostini

• F. Fabbri, A theory of musical genres: two applications, in Popular Music Perspec-


tives, a cura di Ph. Tagg e D. HornGöteborg-Exeter, iaspm, pp. 52-81; What
kind of music, in «Popular Music», 2, pp. 131-143
• luglio, Trento, Università - isme - Mediacult, convegno internazionale «Pop
and Folk Music: Stocktaking of new trends», a cura di L. del Grosso Destreri,
1982 con vari interventi sulla popular music (cfr. «isme Yearbook», 10, 1983, nu-
mero speciale Pop and Folk Music: Stock-Taking of New Trends, a cura di J.
Dobbs)
• G. Stefani, La competenza musicale, Bologna, Clueb
• S. Frith, Sociologia del rock, Milano, Feltrinelli (The Sociology of Rock,
London, Constable, 1977)

• 18-24 settembre, Reggio Emilia: ii conferenza internazionale della iaspm


«What is popular music?»
1983 • D. Hebdige, Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale, Genova, Costa &
Nolan (Subculture. The Meaning of Style, London, Methuen, 1979)
• Viene avviata la collana «Quaderni di Musica/Realtà»

1984 • F. Fabbri, Elettronica e musica, Milano, Fabbri

• N. Ala, F. Fabbri, U. Fiori, E. Grezzi, La musica che si consuma, Milano, Uni-


copli (Quaderni di Musica/Realtà, 7)
• What is popular music?, atti del ii convegno internazionale della iaspm, a cura
di F. Fabbri, Milano, Unicopli (Quaderni di Musica/Realtà, 8)
1985 • I. Chambers, Ritmi Urbani, Genova, Costa & Nolan (Urban Rhythms,
London, Macmillian, 1985)
• G. Borgna, Storia della canzone italiana, Roma-Bari, Laterza
• G. Stefani, La melodia: una prospettiva popolare, in «Musica/Realtà», 17, pp.
105-124

• G. Stefani, L’arte di arrangiarsi in musica, in «Carte Semiotiche», 2, pp.


97-114
1986 • a.a. 1986-1987, Bologna: G. Stefani inserisce conferenze di F. Fabbri, Ph.
Tagg e P. Prato all’interno del suo corso, tenuto all’università, di Semiotica
della musica

• G. Stefani, A theory of musical competence, in «Semiotica», 66, 1-3, pp. 7-22


1987
• G. Stefani, Melody: a popular perspective, in «Popular Music», 6, 1, pp. 21-35

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alla ricerca della «voce del popolo»

• J.C. Shepherd, La musica come sapere sociale, Milano, Ricordi/Unicopli


• aprile-maggio, Bologna, Università di Bologna: ciclo di conferenze «Musica
1988
& Mass Media. Prospettive per l’università», promosse da V. Perna con inter-
venti di Ph. Tagg, S. Frith, F. Fabbri e M. Schafer

• 16-19 marzo, Reggio Emilia: F. Fabbri interviene al i convegno italiano di ana-


lisi musicale [Analizzare la popular music: perché?, in L’analisi musicale, a cura
di R. Dalmonte e M. Baroni, Milano, Unicopli, 1991 (Quaderni di Musica/
Realtà, 27), pp. 84-95]
1989 • Musiche/Realtà, a cura di F. Fabbri, Milano, Unicopli (Quaderni di Musica/
Realtà, 23)
• M. Baroni - F. Nanni, Crescere con il rock, Bologna, Clueb
• Nasce il gatm (Gruppo Analisi e Teoria Musicale)di cui iaspm It. è una delle
associazioni fondatrici

• La casa editrice edt avvia la collana «Confini»


1990 • Ch. Hamm, La musica degli Stati Uniti, Milano, Ricordi/Unicopli (tr. it. di
Music in the New World, New York, Norton, 1983)

• 24-27 ottobre, Trento: al ii convegno europeo di analisi musicale una sessione


è dedicata all’analisi della popular music (Secondo convegno europeo di analisi
1991
musicale, a cura di R. Dalmonte e M. Baroni, Trento, Università di Trento,
1992)

• 9 maggio, Bologna: giornata di studi «Studiare il pop. Musica, musiche, po-


pular music», a cura di iaspm It. e Università di Bologna, con interventi di
M. Baroni, I. Chambers, V. Perna, J. Tafuri. Durante il convegno si svolge
l’assemblea costituente per la costituzione iaspm Italiana in associazione cul-
1992 turale
• giugno: numero zero di «Vox Popular», bollettino della iaspm Italiana
• Dal blues al liscio. Studi sull’esperienza musicale comune, a cura di G. Stefani,
Verona, Ianua
• G. Stefani - L. Marconi, La melodia, Milano, Bompiani

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roberto agostini

• 22 marzo: la iaspm Italiana si costituisce in associazione culturale. Il primo


direttivo è composto da F. Fabbri (presidente), V. Perna (segretario), R. Ago-
stini, L. Marconi, R. Dalmonte, F. Minganti
• 6-7 maggio, Bologna: convegno «Rock steady/rock study. Sulle culture del
rock... » (Ist. Gramsci Emilia-Romagna), a cura di F. Minganti («Annali. Isti-
tuto Gramsci Emilia-Romagna», 2, 1994, 1995, pp. 107-244)
• settembre: nel «Bollettino di informazioni bibliografiche» del gatm appare la
sezione Popular music, curata da R. Agostini
1993
• 27-28 novembre, Bologna, iaspm It. e Università di Bologna: «Analizzare Mu-
siche Popolari. Incontro con Philip Tagg», organizzato da R. Agostini e L.
Marconi in collaborazione con il corso di Semiotica della musica tenuto da G.
Stefani
• All’interno del cimes (Università di Bologna) nasce, su iniziativa del direttore
M. Baroni, un gruppo di lavoro che si avvale della collaborazione di siem e
iaspm It.; attivo fino al 2001, sarà fautore di molte iniziative con ospiti quali A.
Moore, S. Frith, F. Fabbri, U. Fiori, G. Salvatore, I. Fossati e altri

• R. Middleton, Studiare la popular music, traduzione italiana a cura di F. Fab-


bri, Milano, Feltrinelli (Studying popular music, Milton Keynes, Oxford Uni-
versity Press, 1990)
• Ph. Tagg, Popular music. Da Kojak al Rave, antologia di saggi a cura di R.
1994
Agostini e L. Marconi, Bologna, Clueb
• Imparerock? A scuola con la popular music, a cura di F. Ferrari ed E. Strobino,
Milano, Ricordi (Quaderni della siem, 7)
• a.a. 1994-1995, Trento, Università: F. Fabbri tiene il seminario «Forme e mo-
delli della canzone italiana», in dieci lezioni

• 12-14 maggio, Trento, Università: convegno «Analisi e canzoni», a cura di


1995 R. Dalmonte (Analisi e canzoni, a cura di R. Dalmonte, Trento, Università di
Trento)

1996 • F. Fabbri, Il suono in cui viviamo, Milano, Feltrinelli

• G. Salvatore, Mogol-Battisti. L’alchimia del verso cantato, Roma, Castelvecchi.


1997 Salvatore inizia a tenere un corso regolare sulla popular music presso l’Univer-
sità di Lecce (facoltà dei Beni Culturali)

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alla ricerca della «voce del popolo»

• 17-18 aprile, Bologna (Università di Bologna, cimes-siem-iaspm It.): ciclo di


lezioni di A. Moore sull’analisi della popular music (cfr. Analizzare il rock:
strumenti e finalità, in «Musica/Realtà», 62, 2000, pp. 95-118, e Questioni di
stile, genere e idioletto nel rock, in «Musica/Realtà», 64, 2001, pp. 85-102
1998
• R. Agostini, Stratification, circularity and flow: techno «sound grips» and envi-
ronmental experience of music, in «Popular Musicology», 3, 6, pp. 53-72
• Techno trance. Una rivoluzione di fine millennio, a cura di G. Salvatore, Roma,
Castelvecchi

• 20 novembre, Bologna, Università: relazione R. Agostini al iii colloquio di


Musicologia del Saggiatore Musicale (Musica popolare e studi musicali: note
sullo stato della ricerca, in «Musica/Realtà», 62, 2000, pp. 9-16)
1999
• 6 dicembre, Roma, Università La Sapienza - iaspm It, convegno internazionale
«Popular Music, società e comunicazione, a cura di F. d’Amato (cfr. Sound
Tracks, a cura di F. d’Amato, Roma, Meltemi, 2001)

• a.a. 2000-2001, Bologna, Università: seminario quadriennale «La musica di


2000
consumo in Italia: economia, sociologia, stile», coordinato da P. Somigli

• 25-27 gennaio, Venezia, Fondazione Cini, Seminario internazionale di stu-


di «Etnomusicologia e world Music», a cura di Francesco Giannattasio (cfr.
«EM. Rivista degli archivi di Etnomusicologia», NS, 1, 2002, numero specia-
le World music, globalizzazione, identità musicali, diritti, profitti, a cura di F.
Giannattasio)
• 5-7 febbraio, Bologna, Università, cimes-siem-iaspm It.: seminario di S. Frith,
Industrializzazione della musica e giudizi di valore
• 9-10 febbraio, Bologna, Università, cimes-siem-iaspm It.: convegno interna-
zionale «Il giudizio estetico nell’epoca dei mass media», a cura di M. Baroni
(Il giudizio estetico nell’epoca dei mass media, a cura di A.R. Addessi e R.
2001
Agostini, Lucca, lim)
• Primo volume dell’Enciclopedia della Musica (Torino, Einaudi), che dedica
ampio spazio alla popular music
• a.a. 2001-2002, Torino, Università: F. Fabbri inizia a insegnare «Musiche con-
temporanee nel mondo dei media: la popular music e gli altri generi nell’epoca
della produzione e distribuzione mediatica del suono»
• a.a. 2001-2002, Cremona, Università di Cremona-Pavia: S. Facci inizia a tene-
re il corso «Musiche popolari contemporanee»
• a.a. 2001-2002, Pisa, Università: R. Agostini inizia a tenere il corso «Musiche
popolari contemporanee»

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roberto agostini

• 23 novembre, Bologna, Università: tavola rotonda «Musicologia storica e


musica di consumo», vi colloquio di Musicologia de Il Saggiatore Musicale
(Musicologia storica e musica di consumo: una tavola rotonda, in «Il Saggiatore
Musicale», x, 2, 2003 e xi, 2, 2004)
• 28 novembre, Roma, Università La Sapienza - iaspm It, convegno internazio-
nale «Nuovi Soundscapes, a cura di F. d’Amato e R. Agostini
2002
• 29 novembre, Roma, iaspm It.-Università La Sapienza: convegno «Studiare la po-
pular music in Italia. Paradigmi, metodologie, prospettive», a cura della iaspm It
• Analisi della popular music, numero monografico, a cura di R. Agostini e L.
Marconi, di «Rivista di Analisi e Teoria Musicale», viii, 2
• a.a. 2002-2003, Roma, Università La Sapienza: A. Carpi comincia a tenere il
corso «Lineamenti di popular music»

• 12 aprile, Cremona, iaspm It. e Università di Pavia-Cremona: tavola rotonda


«Popular music ed editoria in Italia», a cura della iaspm It
• 26-29 maggio: Ph. Tagg tiene il seminario «Introduzione all’analisi semiotica
della popular music» presso la facoltà di Musicologia dell’Università di Pavia-
2003
Cremona
• a.a. 2003-2004, Torino, Università: F. Fabbri comincia a tenere i corsi «Musi-
ca contemporanea dei media» e «Popular music»
• V. Perna, Timba. Il suono della crisi cubana, Roma, Arcana
• 9 maggio, Roma, iaspm It. e Scuola popolare di musica di Testaccio: tavola roton-
da «Musica popolare, popular music: questioni, concetti, metodi di studio», a cura
della iaspm It
• 4 dicembre, Bologna (iaspm It., in collaborazione con il dipartimento di Di-
scipline della comunicazione dell’Università di Bologna e il Comune di Bolo-
gna): giornata di studi internazionale «Gusti giovanili e popular music; ricer-
che, didattiche e pratiche», a cura della iaspm It
2004 • F. Fabbri, La popular music, in Storia della Musica, a cura di A. Basso, vol. iv,
Torino, utet
• G. Gasperoni, L. Marconi, M. Santoro, La musica e gli adolescenti. Pratiche,
gusti, educazione, Torino, edt. Il libro illustra una ricerca sui consumi musicali
degli adolescenti promossa da siem, iaspm It. e cimes (Università di Bologna)
• Th.W. Adorno, Sulla popular music, a cura di M. Santoro, Roma, Armando
(On popular music, in «Zeitschrift für Sozialforschung», ix, 1, 1941, pp. 17-489)
• Nasce la rivista «Acustical Arts and Artifacts», diretta da G. Morelli

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alla ricerca della «voce del popolo»

• 27-29 gennaio, Venezia, Fondazione Cini: convegno internazionale «Etno-


musicologia e studi di popular music: quale possibile convergenza?», a cura
di Laura Leante (Eteromusicologia e studi sulla popular music. Quali possibili
convergenze?, www. cini.it)
• 25-30 luglio, Roma: xiii conferenza internazionale della iaspm «Making Music
Making Meaning» (in collaborazione con Università La Sapienza)
• 19 ottobre, Bologna, Università di Bologna, iaspm It.: conferenza di J. Covach
«Jimi Hendrix e l’esperienza pentatonica»
• 20-22 ottobre, Cremona, Università di Pavia-Cremona, facoltà di Musico-
logia, in collaborazione con iaspm It.: convegno internazionale «Composi-
2005 zione e sperimentazione nel rock britannico: 1966-1976» («Composizione
e sperimentazione nel rock britannico 1966-1976», a cura di S. Facci e G.
Borio, in «Philomusica on line», numero speciale, http://www.unipv.it/briti-
shrock1966-1976/)
• 30 novembre-1° dicembre, Cosenza, Università della Calabria e Conservato-
rio di Cosenza: giornate di studio «Popular music: fare/ascoltare/insegnare»,
a cura di M. Privitera (Popular music. Fare, ascoltare, insegnare, a cura di F.
Deriu e M. Privitera, Roma, Aracne, 2006)
• a. a. 2005-2006, Roma, Università la Sapienza: A. Carpi avvia il corso «Studi
di popular music»
• F. Fabbri diventa presidente della iaspm Internazionale

• giugno, nasce «Studi Culturali» (Bologna, il Mulino), che dà ampio spazio alla
popular music
• Popular music. Fare, ascoltare, insegnare, a cura di F. Deriu e M. Privitera,
Roma, Aracne
2006 • V. Caporaletti, I processi improvvisativi nella musica, in «Quaderni di Musica/
Realtà», 54, Lucca, lim
• L. Marconi, Trespasser or PasserBy? Per un’analisi semiotica del Progressive
Rock, in «Revista Transcultural de Música. Transcultural Music Review», 10
(http://www.sibetrans.com/trans/trans10/marconi.htm)

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roberto agostini

• marzo-aprile: A. Moore tiene conferenze all’Università di Pisa, al Conserva-


torio di Como e partecipa a «1967. Sgt. Pepper’s e dintorni» a Parma (vedi
sotto)
• 30 marzo-4 aprile, Parma, Istituzione Casa della Musica, Conservatorio di
Parma, con la consulenza della iaspm It.: «1967. Sgt. Pepper’s e dintorni», a
cura di G. Montecchi: convegni conferenze, seminari e concerti
• 31 maggio-1° giugno, Torino: incontro di studio «Genere, format, stereotipo:
2007
il cinema, la radiotelevisione e la popular music come fabbriche di significati»
a cura di F. Fabbri
• ottobre: «Popular Music», 26, 3, numero monografico dedicato all’Italia, a
cura di G. Plastino e M. Santoro, con saggi di R. Agostini, F. Fabbri, G. Pla-
stino, Paolo Prato, M. Santoro e M. Solaroli
• 15-16 novembre, Cosenza, Università della Calabria: giornate di studi «La
canzone» a cura di M. Privitera
• F. Fabbri, Around the clock. Una breve storia della popular music, Torino,
utet
• M. Bull - L. Back, Paesaggi sonori. Musica, voci, rumori: l’universo dell’ascolto,
Milano, Il Saggiatore
2008
• 5-6 giugno, Torino, iaspm It. e Università di Torino: «La popular music nell’uni-
versità italiana: cose fatte e da fare», incontro con neolaureati e dottorandi
italiani con tesi sulla popular music
• F. Fabbri è ricercatore in Etnomusicologia presso l’Università di Torino

* Tutte le informazioni bibliografiche non segnalate in nota sono riportate nella tabella
1
Richard Middleton, Voicing the popular, Milton Park, Routledge, 2006, p. 5.
2
Cfr. Roberto Agostini, Origini, sviluppi e prospettive degli studi sulla popular music in Italia, in
Popular music, a cura di F. Deriu e M. Privitera, Roma, Aracne, 2006, pp. 19-23.
3
Ringrazio Franco Fabbri, Paolo Prato, Serena Facci, Luca Marconi, Franco Minganti e la lista
della iaspm Italiana per l’aiuto e invito i lettori a segnalarmi integrazioni, tenendo conto che in questa
sede ho scelto di non tenere conto degli studi sul jazz.
4
Cfr. Roberto Leydi - Tullio Kezich, Ascolta Mister Bilbo! Canzoni di protesta del popolo ameri-
cano, Milano, Avanti!, 1954.
5
Oltre alle fonti segnalate nella tabella, per approfondimenti sul Cantacronache e su nci cfr.,
rispettivamente, Emilio Jona - Michele L. Straniero, Cantacronache. Un’avventura politico-musicale
degli anni Cinquanta, Torino, Scriptorium/crel, 1995 e Cesare Bermani, Una storia cantata, Milano,
Jaca Book-Ist. De Martino, 1997.
6
Roberto Leydi, La preistoria del Nuovo Canzoniere Italiano: a colloquio con Roberto Leydi, inter-
vista a cura di C. Bermani, Il de Martino, 14, 2003, pp. 123.
7
Negli anni trenta si manifesta in Germania l’esigenza di creare musica adatta ad essere cantata e
suonata da dilettanti e dai giovani. Nasce l’idea di “impegno”, di canto pedagogico e politico, e artisti
come Hindemith, Weill, Eisler e Brecht cominciano a usare il termine Gebrauchmusik, per diversi-
ficare questa musica sia da quella d’arte che dalla Verbrauchmusik (musica di consumo). Il termine
Gebrauchmusik, introdotto da Bruno Nettl negli anni venti in riferimento alla musica per danza del
XVII secolo (cfr. Bruno Nettl, Beiträge zur Geschichte der Tanzmusik im 17. Jahrhundert, «Zeitschrift

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alla ricerca della «voce del popolo»

für Musikwissenschaft», IV, 1921-1922, pp. 257-265), sarà ripreso anche da Schönberg e Adorno, ma
in senso dispregiativo.
8
«[I]n realtà non sempre la musica di consumo si trova tra la musica popolare e quella colta, ma
spesso partecipa intimamente dell’una e dell’altra» (Roberto Leydi, Musica popolare e musica primiti-
va, Roma, eri/rai 1959, p. 232).
9
Cfr. Riccardo Allorto, Il consumo della musica in Italia, i, ii, iii, iv, in «Nuova Rivista Musicale
Italiana», i/1, i/3 e i/4, 1967, pp. 89-100, 534-458, 758-775; ii/2, 1968, pp. 283-303.
10
Cfr. Vittorio Franchini, Il Jazz. La tradizione, Milano, Ricordi, 1958; Id., L’era dello swing, Mi-
lano, Ricordi, 1960; Arrigo Polillo, Il jazz moderno. Musica del dopoguerra, Milano, Ricordi, 1958; Id.,
Il jazz di oggi, Milano, Ricordi, 1961.
11
Vance Packard, The Hidden Persuader, New York, Mac Kay Co., 1957 (tr. it. I persuasori occulti,
Torino, Einaudi, 1958).
12
Giaime Pintor, Il pop: i tempi e i luoghi di una moda, in La musica in Italia: l’ideologia, la cultu-
ra, le vicende del jazz, del rock, del pop, della canzonetta, della musica popolare dal dopoguerra ad oggi,
scritti di Diego Carpitella et al., Roma, Savelli, 1978, p. 73.
13
Ivi, p. 72.
14
Gianni Borgna - Simone Dessì, C’era una volta una gatta, Roma, Savelli, 1977, pp. 12-13.
15
Mario De Luigi - Michele L. Straniero, Musica e parole, Milano, Gammalibri, 1978, p. 5.
16
E qui, tra l’altro, che la iaspm Italiana ha le radici. Cfr. Franco Fabbri, Orchestral Manoeuvres in
the 1970s: l’Orchestra Co-operative, 1974-1983, in «Popular Music», 26, 3, 2007, pp. 409-427.
17
Franco Fabbri, comunicazione personale.
18
Roberto Agostini, Il consumo di musica nell’epoca della globalizzazione, «Il Saggiatore Musica-
le», xi, 2, 2004, pp. 399-408.
19
Ibid.; cfr. inoltre Luca Marconi, Valori, paradigmi, canoni, in Popular music, cit., pp. 97-105.

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