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L’ETA’ GIOLITTIANA

~ CARATTERISTICHE GENERALI
~ Giolitti sale in cattedra
~ Il decollo industriale
~ Il dramma dell’emigrazione
~ Come Giano bifronte
~ CON I SOCIALISTI
~ Giolitti e il Partito socialista
~ Minimalisti e massimalisti
~ Lo sciopero del 1904
~ CON I CATTOLICI
~ La Democrazia cristiana
~ Il Patto Gentiloni
~ La “settimana rossa”
~ LA POLITICA ESTERA
~ La Libia: “lo scatolone di sabbia”
Caratteristiche generali
Giolitti sale in cattedra

Nel 1901 il re Vittorio Emanuele III nominò Capo del governo Giuseppe Zanardelli, il quale, per motivi di
salute, rassegnò le dimissioni, lasciando così la reggenza del governo a Giovanni Giolitti. Dal 1903 al 1914
Giolitti ebbe un’influenza così ampia ed autorevole sulla vita politica dell’Italia che questo periodo viene
comunemente denominato ‘età giolittiana’. Esso accompagna la nascita del Novecento fino al baratro della
Grande Guerra.

La sua ombra si estende per tutto il decennio, nonostante egli non fu sempre al comando. Una sua
caratteristica era l'abbandonare il potere nei momenti di crisi, per poi risalire in vetta dopo aver dimostrato
l’inefficienza altrui. Certamente Giolitti fu un politico grande conoscitore della macchina statale e delle sue
articolazioni. Il giudizio sulla sua attività politica è quello di un uomo che ha governato con buon senso e
furbizia; d’altra parte queste erano le caratteristiche che egli stesso attribuiva al politico.

La sua politica fu caratterizzata dalla ricerca di un equilibrio o compromesso tra le diverse classi sociali. La
sua politica viene ricordata anche come una politica di vero e proprio trasformismo: di volta in volta Giolitti
componeva e scomponeva la sua maggioranza parlamentare non tanto sulla base di programmi, quanto su
problemi contingenti. Secondo le necessità, si alleava con i socialisti riformisti, i radicali, i cattolici e i
nazionalisti e ciò non poteva non apparire come un bieco gioco di potere altamente deleterio e immorale.

Il decollo industriale

La sua attività politica s’incunea in quel particolare frangente storico d’inizio secolo che vede il decollo
industriale dell’Italia.

I ritmi d’incremento medio testimoniano uno sviluppo robusto che, ad esempio, si registrò nella siderurgia,
settore strategico e fondamentale per un generale processo d’industrializzazione. Nascono gli stabilimenti di
Terni e l’Ilva di Piombino. L’industria elettrica passa da 100 milioni di kilowattora nel 1898, a ben 2.325
milioni nel 1914. L’industria meccanica vede nascere fabbriche storiche come la Fiat, l’Alfa Romeo e la
Lancia. Piano piano prende forma il futuro ‘triangolo industriale’: Torino, Milano, Genova. Si tratta di una
zona che concentra ben il 57% di tutti i lavoratori dell’industria italiana.

L’agricoltura, sotto la spinta dell’innovazione tecnologica, nella Pianura Padana fa registrare miglioramenti
inconsueti. Complessivamente il Paese registra il processo d’industrializzazione anche nella diminuzione
percentuale alla partecipazione al PIL: dal 1896-1900 al 1911-15 l’agricoltura scende dal 50 al 44%,
mentre l’industria passa dal 19,4 al 25,6%.

Nel 1911 i contadini erano circa 10 milioni: 4,4 braccianti, cioè salariati; 3,2 affittuari e mezzadri; 1,8
proprietari.

Complessivamente, nel processo di industrializzazione dell’Italia, lo Stato inizia ad assumere sempre più
importanza, intervenendo con laute commesse nei trasporti, nel settore siderurgico e meccanico.

Lo Stato andava sempre più ritagliando un ruolo attivo nella vita economica del Paese.

Le politiche protezionistiche promosse dal governo comportarono una sicura difesa del processo
d’industrializzazione, ma allo stesso tempo crearono difficoltà e danni reali al commercio dei prodotti
agricoli tipici del Sud.

In questo frangente storico la forbice tra nord e sud piuttosto che diminuire andava aumentando.
Il dramma dell’emigrazione

Il fenomeno dell’emigrazione parte dagli anni Settanta dell’Ottocento, ma nell’età giolittiana si intensificò
notevolmente. In una prima fase, dal 1876 al 1900, partirono 5.300.000 italiani verso Francia, Germania,
Argentina, Brasile e Stati Uniti. Nell’età giolittiana, dal 1900 al 1913, si ebbe la cosiddetta “grande
emigrazione”: furono ben 9 milioni di persone a lasciare l’Italia, soprattutto verso gli Stati Uniti.
Emigravano principalmente i contadini del Meridione e dell’Italia del Nord Est.

Un flusso ininterrotto di uomini cercava nelle Americhe la ‘terra promessa’. Persone rozze, analfabete si
ammassano sulle banchine per il grande viaggio transoceanico su piroscafi a vapore. Nel 1900 gli emigranti
annuali erano 300 mila, nel 1913 la cifra raggiunse gli 873 mila.

Come Giano bifronte

La figura di Giano bifronte ben interpreta una delle caratteristiche peculiari dell’attività politica di Giolitti:
l’ambiguità. Da una parte, egli sembra disegnarsi come aperto e democratico, soprattutto considerando la
sua azione nell’affrontare i problemi del Nord; dall’altra, diventa piuttosto torvo, conservatore e addirittura
corrotto nello sfruttare i problemi del Sud.

Giolitti mostrò di essere democratico e attento alle novità e ai bisogni del processo di industrializzazione nel
voler mantenere una certa neutralità dello Stato, come garante super partes dei conflitti sociali. Lo Stato
doveva mantenere una sua certa neutralità nei conflitti sindacali e furono permessi gli scioperi.
Parallelamente, e con grande lungimiranza, produsse una serie di riforme per il miglioramento della classe
operaia:

a) la giornata lavorativa venne portata a 10 ore;


b) si riorganizzò la Cassa nazionale per l’invalidità e la vecchiaia degli operai;
c) vennero elaborati una serie di provvedimenti a difesa dell’infanzia e della maternità delle operaie.

Al Sud, invece, Giolitti optò per la repressione delle proteste e degli scioperi delle masse meridionali. Il Sud
si presentò subito come un serbatoio di voti da raccattare attraverso il controllo capillare del territorio. I
prefetti, a suo ordine, impedivano l’espressione di una libera opposizione. La polizia arrestava i sindacalisti
e, attraverso corruzione, minacce e brogli elettorali, si assicurò l'elezione di parlamentari del suo gruppo.
Gaetano Salvemini lo definì “ministro della malavita” e da allora il termine ‘giolittismo’ è diventato
sinonimo di clientelismo e trasformismo.

Le ultime notevoli riforme di Giolitti riguardarono il monopolio delle assicurazioni del 1911 ed il suffragio
universale maschile del 1912, con cui si sanciva il diritto di voto a tutti i cittadini maschi. In questo modo le
masse irrompevano sulla scena elettorale.

Con i socialisti
Giolitti e il Partito socialista

Dal punto di vista politico Giolitti attuò riforme e cercò di aprire il governo alle forze di sinistra, ovvero al
Partito socialista.

Giolitti intuì che bisognava spingere il governo verso le nuove istanze che si presentavano con
l’industrializzazione del Paese. L’Italia si trasformava! Bisognava ampliare la rappresentanza politica e
fare in modo che le forze emergenti entrassero nel parlamentare borghese. Bisognava, quindi, ampliare lo
spazio politico; renderlo più democratico aprendosi alle idee riformiste e mantenere lo Stato il più possibile
neutrale rispetto ai conflitti di classe.
In questo senso Giolitti riteneva di dover includere politicamente il socialismo riformista, in quanto
rappresentante la nuova Italia che stava emergendo, soprattutto al Nord. Bisognava ampliare la base
rappresentativa, affinché i cambiamenti e le nuove necessità fossero rappresentate. Alla lungimiranza si
aggiunse il calcolo politico, che implicava l'aumento della forza politica del suo governo. Fu così che nel
1903 Giolitti offrì al leader socialista Filippo Turati la possibilità di entrare a far parte del governo. Turati
rifiutò, giacché la maggioranza degli iscritti al partito non avrebbe compreso tale alleanza. Tuttavia più volte
il governo di Giolitti ebbe i voti dei turatiani.

Minimalisti e massimalisti

All’interno del Partito socialista si erano distinte due correnti: minimalista e massimalista.

I riformisti, guidati da Filippo Turati, volevano cambiare la società gradualmente attraverso un processo di
lente riforme che migliorassero la situazione della classe operaia. Tale posizione era avversata dalla corrente
massimalista, capeggiata da Lazzari, Labriola e Mussolini, che, al contrario, volevano la realizzazione hic
et nunc (ora e subito) dell’intero programma comunista. Da una parte, quindi, si tendeva alla realizzazione
del programma minimo attraverso riforme parziali, dall’altra alla realizzazione del massimo del programma
attraverso la rivoluzione sociale, che avrebbe dovuto sconfiggere la borghesia e instaurare il socialismo.

Nel partito la proposta di Giolitti innescò polemiche tra i due schieramenti. La corrente turatiana fu messa in
minoranza per ben due volte al Congresso di Bologna del 1904 a proposito della proclamazione dello
sciopero generale nazionale e di nuovo nel 1912 al Congresso di Reggio Emilia.

Lo sciopero del 1904

Nel settembre del 1904 venne proclamato il primo sciopero generale nazionale. Fu deciso per solidarietà
nei confronti di quattro operai uccisi dalle forze dell’ordine durante una protesta. Dal 15 al 20 settembre
l’Italia conobbe per la prima volta uno sciopero generale proclamato dal Partito socialista. Il Corriere della
sera parlò di “cinque giorni di follia”. La borghesia fu alquanto impaurita da questa capacità del movimento
operaio di mobilitarsi. Giolitti comprese di non potersi fidare dell’ala riformista, sciolse la Camera e indisse
nuove elezioni con la parola d’ordine “né rivoluzione, né reazione”. Le elezioni registrarono una sconfitta
dell’estrema Sinistra, dovuta all'intervento dei cattolici che, per la prima volta dopo la “Non expedit” di Pio
IX, furono autorizzati dal papa Pio X e dai vescovi a votare per evitare i pericoli di sinistra. La Chiesa,
dunque, scendeva in campo contro il ‘ pericolo rosso’. Ciò si risolse a vantaggio di Giolitti, che aveva trovato
un nuovo inatteso alleato. Per la prima volta dall’Unità entrarono in Parlamento “cattolici deputati”.

Con i cattolici
La Democrazia Cristiana

Sulla scia della Rerum novarum di Leone XII e la spinta degli scioperi socialisti, la Chiesa non potè rimanere
ferma. I giovani cattolici chiedevano di partecipare alla costruzione del Paese secondo una visione cristiana.
Il movimento cattolico dava vita alla Democrazia cristiana. Il programma del 1899 si caratterizzava per il
richiamo alla democrazia e ai principi del cristianesimo. La Chiesa si apriva verso i fondamentali diritti della
società, tra i quali una piena libertà sindacale, un’ampia legislazione sociale, un’efficace riforma tributaria,
un decentramento amministrativo e un allargamento del suffragio elettorale. La crescita del Partito socialista
con la sua ideologia atea e anticlericale aveva portato il pontefice Pio X ad ammorbidire l’intransigenza
vaticana. Il Papa limitò la "Non expedit", ammettendo la possibilità della partecipazione dei cattolici alle
elezioni politiche, e permise ad alcuni fedeli di farsi eleggere nelle liste liberali. Leone XIII aveva invitato ad
uscire “fuori dalla sacrestia”. Nelle elezioni del 1904, 1909 e 1913 i cattolici presero parte attiva
appoggiando i liberali moderati.
In questo fermento, nel 1905, il sacerdote don Luigi Sturzo con estrema chiarezza delineò la funzione e il
perimetro di un partito cattolico laico e aconfessionale che, ispirandosi ai principi cristiani, accettava l’unità
nazionale e poneva fine alla visione temporalistica che ancora ristagnava in alcuni settori della Chiesa.
Sturzo sarà tra i fondatori del Partito popolare nel dopoguerra.

Il Patto Gentiloni

Con l’intenzione di rafforzare lo schieramento liberale a lui favorevole, alla vigilia delle elezioni del 1913,
Giolitti stipulò un accordo con il conte marchigiano Vincenzo Ottorino Gentiloni, presidente dell’Unione
elettorale cattolica. L'accordo stabiliva che i candidati dovessero rispettare sette punti programmatici. Essi si
impegnavano a non adoperarsi in politiche anticlericali, come la legge sul divorzio, si impegnavano a
difendere le scuole cattoliche e l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e
riconoscevano le associazioni cattoliche.

Il Patto ebbe successo e Giolitti aveva di nuovo cambiato casacca con ottimi risultati: un gran numero di
candidati moderati e giolittiani furono eletti con i voti cattolici (ben 228); tuttavia i socialisti resistettero. Con
grande sobrietà A. Gramsci scrisse che Giolitti “cambiò di spalla il suo fucile”: i cattolici al posto dei
socialisti. Tale avvenimento segnò il rientro dei cattolici nella vita politica italiana dopo la frattura del 1870.

La ‘settimana rossa’

A marzo del 1914 Salandra succedette a Giolitti.

A giugno ad Ancona la polizia sparò su un corteo operaio, causando tre morti. Venne proclamato lo sciopero
generale e dal 7 al 13 si susseguirono agitazioni, scioperi, tumulti e profanazioni di chiese, soprattutto nelle
Marche e in Romagna. È quella che si definì ‘settimana rossa’: socialisti, anarchici e repubblicani guidarono
le agitazioni. Il movimento non riuscì a coinvolgere il centro dello sviluppo industriale e confuse gli
obiettivi. Alla fine si contarono 16 morti.

Circa un mese dopo scoppiò la Grande Guerra.

La politica estera

La Libia: “lo scatolone di sabbia”

In politica estera Giolitti decise di allontanarsi dalla Triplice alleanza con Germania e Austria ed optò per un
avvicinamento con Francia e Inghilterra, il cui appoggio avrebbe potuto favorire un ampliamento
coloniale dell’Italia e un suo rafforzamento nel contesto internazionale. Si decise allora a preparare la
conquista della Libia, soggetta all’Impero turco-ottomano, sotto la spinta degli interessi delle grandi banche
italiane.

Dal 1907 si intraprese un programma di penetrazione economica e commerciale, dando l’incarico al Banco
di Roma legato agli ambienti cattolici. Il Banco di Roma fallì nell’operazione tanto che le autorità turche
iniziarono a diffidare dell’istituto.

Dopo la fallita colonizzazione economica si provò con la colonizzazione militare, dall’azione finanziaria
all’azione bellica. L’avventura coloniale, fortemente richiesta dal movimento nazionalista, iniziò il 29
settembre 1911. L’Italia avrebbe avuto grandi vantaggi nella conquista della Libia, poiché avrebbe potuto
dirottare l’emigrazione verso questo Paese. Gli emigranti italiani avrebbero avuto la loro terra! Tranne pochi
liberali e la maggioranza del Partito socialista, tutti erano a favore dell’avventura coloniale. Giolitti si tuffò
nell’impresa con la parola d’ordine “fatalità storica”. L’Italia, infatti, non poteva restare a guardare mentre la
Francia e la Germania si dividevano il mondo. L’esercito italiano incontrò forti resistenze sia da parte
dell’esercito turco sia dalle popolazioni locali.

A Losanna, nel 1912, l’Italia firmò la pace con i Turchi: la Libia passava formalmente sotto il controllo
italiano insieme ad alcuni possedimenti nel mar Egeo.

BIBLIOGRAFIA
Libri

G. Giolitti, Memorie della mia vita, Tredes, 1922


A. Kuliscioff, Il monopolio dell’Uomo, Critica Sociale, 1894

Film

I compagni, M. Monicelli, 1963


Il Gattopardo, L. Visconti, 1963
Anna Kuliscioff, R. Guicciardini, 1981
Li chiamarono… briganti!, P, Squitieri, 1999
Nuovomondo, E. Crialese, 2006

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