Sei sulla pagina 1di 12

LA GRANDE GUERRA

~ LE CAUSE E L’INIZIO
~ Le cause
~ La scintilla
~ Dalla guerra lampo alla guerra di posizione
~ L’ITALIA E LA GUERRA
~ Neutralisti e interventisti
~ Il segreto Patto di Londra
~ Il fronte italiano
~ LA GRANDE GUERRA
~ 1915-16: nel cuore della guerra
~ La vita al fronte
~ La tecnologia militare
~ La massificazione della guerra
~ Il ruolo dello Stato nell’economia
~ La propaganda e il consenso
~ Il genocidio degli Armeni
~ 1917: l’anno della svolta
~ La disfatta di Caporetto
~ Fasi finali del conflitto
~ I TRATTATI DI PACE
Le cause e l’inizio
Le cause

La Prima guerra mondiale non fu una guerra come se n’erano già viste. Non si era mai visto un evento di una
tale estensione, durata, intensità. Una tale mobilitazione di massa, impiego di mezzi, un tale numero di morti
e feriti, una carneficina mondiale con otto milioni di morti e ventuno di feriti. Nulla fu come prima!

Furono due, sostanzialmente, le teorie che tentano di spiegare il perché di una tale carneficina: una teoria
casualistica e una causalistica. Una teoria, è propensa a vedere lo scoppio della Grande Guerra come un
grande evento che scaturisce da piccole, effimere, cause. Per tale teoria, si trattò di nulla più che il frutto di
errori di calcolo dei diversi Paesi che precipitarono nel conflitto a causa di un automatismo delle Alleanze
politiche che scattarono inevitabilmente. Ad esempio, lo storico inglese A. J. P. Taylor sostiene che i grandi
eventi possano avere piccole cause: “Fu, soprattutto, una questione di calcolo: in quella occasione gli uomini
di Stato usarono i bluff e le minacce che, altre volte, avevano dato ottimi risultati. Ma nel 1914 le cose
andarono male”. Insomma, un errore di calcolo! L’altra teoria, più attendibile, inquadra la Grande Guerra
come il momento culminante e la risposta a cause economiche, sociali e politiche ben precise che, come un
fiume carsico sbocca, irrompe alla superficie all’improvviso. Non ci resta che dettagliare tali motivi.

Le cause economiche più importanti che possiamo annoverare sono:

- Il diverso peso economico, che gli Stati europei man mano assumono fa sì che essi cerchino di farlo
valere a livello politico attraverso un riposizionamento strategico, che registri la nuova leadership sia in
Europa che attraverso una spartizione mondiale delle colonie. Insomma, lo sviluppo ineguale del
capitalismo fa sì che gli Stati sgomitolino per riposizionarsi politicamente in modo da far valere i propri
interessi.

L’economia tedesca, ad esempio, nei primi decenni del nuovo secolo, ha una crescita notevole del proprio
potenziale economico, diventando così una potenza europea di primordine, scavalcando, di fatto, Francia e
Gran Bretagna. Il ruolo economico della Germania diventa centrale: è ‘’locomotiva d’Europa’’. A
testimonianza di questo poderoso sviluppo economico basta rilevare che dal 1887 al 1912 il commercio
tedesco raddoppia, crescendo più degli altri paesi. La Germania, da questo momento, diventa una potenza
economica di grande rilievo nello scacchiere europeo. A fronte di questa crescita economica tumultuosa, la
Germania cerca, dunque, nuovi assetti politici che non la vedano, innanzitutto, succube della politica della
Gran Bretagna e nemmeno di quella francese. C’è, dunque, una rivalità economica Germania-Gran Bretagna
che coinvolge anche il possesso delle colonie. Inoltre, la presenza economica tedesca nell’area del Medio
Oriente, crea frizioni non solo con la Gran Bretagna, ma anche con i Russi.

- Sbocchi per le merci. Tutti i paesi industriali trovavano, ormai, un argine nel solo mercato interno.
La frontiera nazionale non era più adeguata alle necessità della produzione: gli imperi coloniali, quando non
erano meri ‘scatoloni di sabbia’, ovvero senza una domanda solvibile, cioè una capacità di acquisto,
servivano appunto a vendere altrove merci sovrabbondanti.
- Approvvigionamento delle materie prime. Per gli Stati diventa ‘necessario’ garantirsi, in un modo o
in un altro le materie prime di cui abbisogna, al fine di far funzionare il sistema economico.

Le cause politiche sono da ricercarsi all’interno di ciascuno Stato europeo e nelle relazioni tra Stati:

- I francesi rivendicavano l’Alsazia e la Lorena;

- Austria e Russia si scontravano da secoli per l’egemonia dell’area Balcanica, punto strategico per gli
sbocchi commerciali;

- Malcontento all’interno dell’Impero austro-ungarico, in particolare degli slavi e degli italiani del Trentino e
della Venezia Giulia;

- La decadenza imminente in cui versava l’Impero Ottomano;


- C’era poi, in Europa, la presenza di due alleanze politiche: la Triplice Alleanza (composta da Germania,
Austria e Italia) e la Triplice Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia).

Le cause militari interessano soprattutto l’industria:

- le industrie pesanti del settore bellico e quelle leggere del settore siderurgico, l’industria alimentare e tutto
il complesso della produzione, vedono nella ‘’corsa agli armamenti’’ e nelle commesse di guerra
occasione di grandi profitti e sviluppo economico.

Le cause culturali che facilitarono l’entrata in guerra sono:

- un diffuso nazionalismo che serpeggia tra le classi borghesi e che diventa, come in Germania, esaltazione
della razza quale fattore di preservazione dell’identità nazionale;

- un certo superficiale darwinismo applicato ai rapporti internazionali secondo cui c’è bisogno, come in
natura, di una lotta tra Stati per garantirsi la sopravvivenza;

- un’aristocratica esaltazione della guerra come elemento estetizzante. Le correnti del futurismo e del
Dannunzianesimo esaltano la guerra come ‘strumento di pulizia’ utile a eliminare le’ bocche in eccesso’,
facendo eco a Malthus. Marinetti, nel Manifesto futurista, sostiene che la guerra sia la sola ‘igiene del
mondo’, quasi riprendendo testualmente Hegel.

La scintilla

In tale situazione internazionale, la goccia che fece traboccare il vaso fu l’attentato del 28 giugno 1914 a
Sarajevo, all’erede al trono d’Austria, l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie, da parte del
nazionalista serbo Gavrilo Princip. L’Austria vide in quest’assassinio l’occasione per attaccare la Serbia e
risolvere la questione balcanica. Venne inviato alla Serbia un ultimatum estremamente umiliante e formulato
in modo tale da non poter essere accettato: a) la risposta veniva richiesta entro 48 ore; b) le clausole
avrebbero portato alla perdita, per la Serbia, dell’autorità sui propri territori.

Il 28 luglio l’Austria dichiarò guerra alla Serbia. Scattarono immediatamente tutte le alleanze e, nel giro di
due giorni, la guerra era europea.

L’Italia si dichiarò neutrale facendo leva sul fatto che l’intervento sarebbe stato obbligatorio nel caso di
attacco all’Austria. Siccome era stata l’Austria a dichiarare guerra alla Serbia, l’Italia si poteva tener fuori
dalla tenzone.

La prima grande battaglia fu quella che si svolse in Francia lungo il fiume Marna, dove i francesi riuscirono
a bloccare i tedeschi. La battaglia causò circa 500.000 vittime, senza che l’ago della bilancia segnasse la
vittoria di alcuno. Francia e Germania continuarono a darsi battaglia lungo una linea di 800 chilometri.

Dalla guerra lampo alla guerra di posizione

La guerra mondiale era stata pensata come una guerra lampo, di movimento, ma ben presto si configurò
come una guerra di trincea, di posizione, e durò per quattro lunghi anni. L’uso delle armi richiedeva
efficaci sistemi di difesa, per questo motivo vennero scavati fossati lungo il fronte che furono la cifra
strategica della Prima guerra mondiale. In breve, da guerra di movimento si passò a guerra di posizione: una
vera e propria carneficina mondiale, attesa nel fango delle trincee.

Intanto, sul fronte orientale, i tedeschi battevano i russi per poi finire in stallo. Nell’ottobre del 1914 entrava
in guerra, allargando ancor più il conflitto, anche il mastodontico Impero Ottomano che, alla fine della
guerra, ne uscirà praticamente sgretolato.
L’Italia e la guerra
Neutralisti e interventisti

Nell’agosto del 1914 il governo italiano, presieduto da Antonio Salandra, proclamò la neutralità dell’Italia
facendo appello alle clausole della Triplice Alleanza, secondo cui l’intervento sarebbe scattato se l’Austria o
la Germania fossero state oggetto di un’aggressione. Inizialmente, quindi, non venne ritenuto necessario né
uno schieramento con l’Austria né, tantomeno, un intervento contro di essa. In un clima animato si
formarono due schieramenti contrapposti: neutralisti e interventisti.

I due schieramenti non erano affatto equipollenti: sia nella maggioranza del Paese che in parlamento la
posizione neutralista godeva di un ampio consenso. Gli interventisti erano una piccola minoranza, molto
attiva e rumorosa, che però non rappresentava affatto il sentire comune della nazione.

In parlamento c’era un’ampia maggioranza neutralista. L’Italia non doveva entrare in guerra! Per la pace
c’erano Giolitti e i liberali, che a lui si ispiravano e che puntavano ad ottenere dall’Austria Trento e Trieste
proprio negoziando la neutralità.

I socialisti, in coerenza con i principi di classe della Seconda Internazionale, non intendevano partecipare al
conflitto in quanto guerra mondiale tra imperialisti, il cui solo fine era la spartizione del mondo per
accaparrarsi nuovi mercati: dunque, guerra capitalista per i capitalisti. Il proletariato non ha patria, non ha
nazione, nasce internazionale - come recitava il Manifesto comunista del 1848. La classe operaia sarebbe
stata solo ‘carne da macello’!

I cattolici, in gran parte, seguivano le indicazioni di papa Benedetto XV che era, ovviamente, contro la
guerra definendola ‘orrenda carneficina’ e ’inutile strage’.

Gli interventisti erano inizialmente un gruppo alquanto scarno e di diversa estrazione politica.

C’erano interventisti di destra, come D’Annunzio e Papini, che non esitarono ad affermare l’utilità della
guerra come pulizia dei popoli. Il loro obiettivo era, prioritariamente, quello di ottenere Trieste e Trento. In
effetti godevano delle simpatie del re, dell’ambiente di corte, dell’élite militari e dei grandi industriali, che
già immaginavano cospicue commesse e grandi profitti.

C’erano anche interventisti di sinistra, che caldeggiavano la tesi secondo la quale l’Italia doveva schierarsi
con l’asse delle nazioni democratiche, l’Intesa, affinché l’Europa post-guerra non fosse diretta da governi
conservatori. Come direttore dell’Avanti - giornale del Partito socialista - Mussolini sostenne la causa del
neutralismo per poi passare, nel giro di pochi mesi, a quella dell’interventismo. Scacciato dal Partito
socialista fondò Il popolo d’Italia, dalle cui colonne sostenne gli argomenti per l’intervento nella guerra.

Il segreto Patto di Londra

Il 26 aprile del 1915, il ministro degli esteri Sonnino stipulò un trattato segreto, il cosiddetto ‘Patto di
Londra’, secondo il quale l’Italia s’impegnava a partecipare alla guerra entro un mese a patto di ottenere
Trento, Trieste e altre colonie in Africa, in caso di vittoria dell’Intesa. Tale accordo stipulava l’entrata in
guerra dell’Italia al di là e al di fuori di qualsiasi volontà popolare del Paese e del parlamento. Il Patto di
Londra mostra come i poteri forti del nostro paese, contrariamente alla volontà della maggioranza,
s’accordavano, non solo sulle terre irredente, ma anche sulla spartizione delle colonie. Mostra, in maniera
chiara, come, pur all’interno di una monarchia costituzionale quale era quella italiana, i poteri forti fossero in
grado di prendere decisioni senza tener conto di alcunché. Il liberalismo mostra di saper sempre sorvolare su
questioncelle parlamentari e democratiche quando lo ritiene opportuno. Questo frangente, mette in luce una
vera e propria ‘microfisica del potere’. Il governo, con la collaborazione dei servizi segreti, intervenne nelle
piazze dando man forte agli interventisti in maniera da creare tumulti e scontri, allo scopo di curvare
l’opinione pubblica e parlamentare verso una posizione interventista. Ai tromboni che suonavano gl’inni
marziali furono dati loro gli ottoni in cui soffiare baldanzosi. In questo clima creato artificiosamente dai
poteri forti, il governo e la corte, per spostare l’opinione pubblica sulle posizioni interventiste, si distinsero
personaggi come Mussolini e D’Annunzio, che dette fiato alla sua penna in quelle che definì “radiose
giornate”.

Il 3 maggio, l’Italia, tradendo l’Austria e la Germania, usciva dalla Triplice Alleanza. Salandra ebbe i pieni
poteri dal re e il parlamento, spinto dalla piazza e piegato alla volontà interventista, li accettò. Il 24 maggio
1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria e successivamente, nel 1916, alla Germania.

Il fronte italiano

L’esercito italiano, fin da subito, rivelò mancanza di organizzazione, scarsità di armamento e pessima
preparazione tecnica. Esso era composto da masse ingenti di contadini analfabeti e arretrati, provenienti
dall’entroterra meridionale e senza alcuna preparazione, velleità bellica e giuste motivazioni per partecipare
alla guerra. Luigi Cadorna fu nominato comandante supremo dell’esercito italiano, ma sarebbe stato, in
seguito, sostituito a causa dell’adozione di strategie militari obsolete e una durissima disciplina imposta ai
soldati, che lo rendevano particolarmente inviso. Nel 1915 si svolsero le prime quattro battaglie dell’Isonzo,
che provocarono migliaia di vittime senza che si arrivasse alla vittoria ma, anzi, avvitandosi in una situazione
di immobilismo degli schieramenti bellici. Nel 1916 gli austriaci misero in atto la cosiddetta
“Strafexpedition”, la spedizione punitiva contro un’Italia che agli occhi austriaci risultava rea di vero e
proprio tradimento della Triplice. Le truppe austriache sfondarono le linee italiane e arrivarono fino ad
Asiago. Poi l’offensiva si placò sia per la resistenza italiana, sia perché l’esercito austriaco dovette dirottare
sul fronte orientale per l’attacco russo. Seguì, successivamente, una vittoriosa controffensiva italiana, sempre
sull’Isonzo, sotto il comando di Cadorna. Le cosiddette “spallate autunnali del Carso” consolidarono le
linee e si tornò alla logorante guerra di trincea.

La Grande guerra
1915-1916: nel cuore della guerra

Tra il 1915 e il 1916, i tedeschi occuparono importanti zone industriali della Francia, preparando contro
l’esercito francese una dura offensiva, che sfociò nella battaglia di Verdun, rimasta memorabile per le sue
500.000 vittime. Nello stesso periodo, entrò sul fronte austro-russo l’esercito dello zar, che rese prigionieri
ben 400.000 soldati. Sin dalle prime fasi del conflitto, la Gran Bretagna aveva realizzato un blocco navale
con lo scopo d’impedire l’entrata di materie prime e derrate alimentari nei porti tedeschi. La flotta tedesca
reagì a questo blocco affrontando la marina inglese nel Mare del Nord, durante la battaglia navale dello
Jutland. I tedeschi, attraverso l’utilizzo di sottomarini - impiegati per la prima volta - tentarono di mettere in
fuga la flotta inglese, senza successo.

La vita al fronte

La cifra della Grande Guerra è la trincea. Da guerra di movimento si declinò subito in guerra di posizione.
Gli eserciti si acquattavano nelle trincee, fossati che riparavano i soldati dall’offensiva nemica e che funsero,
in seguito, da rifugio vero e proprio. I militari erano continuamente esposti alle intemperie; essi dovettero
sopportare per tutta la durata della guerra condizioni di vita estreme, anche a causa di una totale assenza di
igiene che, a sua volta, rese questi luoghi ricettacoli di topi. A causa di tali condizioni, le epidemie erano
frequenti e contribuirono ad aumentare il numero di vittime. Gli uomini nelle trincee furono costantemente
accompagnati dalla quotidianità della morte e dalla costante presenza di cadaveri lungo i fossati. Le vittime
non potevano essere immediatamente seppellite, e si approfittava dei momenti di tregua per poter interrare i
corpi senza vita. Le fosse erano così superficiali che ai primi colpi di mortaio v’era un ribollir di interiora:
cadaveri scaraventati ovunque. La morte divenne una presenza costante, causando un’angoscia diffusa. Il
momento più sofferto delle battaglie era certo l’assalto alle trincee nemiche. L’esercito era composto da
soldati che, nella stragrande maggioranza, erano contadini strappati ai luoghi natii, che abbandonavano per la
prima volta. Strappati al lavoro dei campi per andare a combattere un nemico che neanche conoscevano, non
erano affatto motivati alla guerra. A tronfi discorsi sull’eroismo e sulla bellezza estetica della guerra, la realtà
andò sostituendo ben presto la vita da trincea tra accettazione, rassegnazione, timidi ribellioni e
autolesionismo. A causa della stanchezza e della mancanza di motivazione delle masse, tutti gli eserciti
dovettero affrontare la diserzione individuale o di massa dai fronti. Per trattenere le masse dei soldati
disertori, fu imposta una disciplina durissima che si imponeva con la pena della fucilazione.

La tecnologia militare

Secondo i grandi progressi scientifici di quegli anni, la Prima guerra mondiale fu contraddistinta dall’uso di
nuove armi, in addizione all’artiglieria tradizionale. In questa situazione, si registrò il primo impiego nella
storia di armi chimiche (ad opera dei tedeschi), che fu però poco rilevante giacché si trattava ancora di
tecniche artigianali. Vere e proprie bombole di gas velenosi venivano aperte quando il vento soffiava nella
direzione delle trincee nemiche, affinché causasse morte per soffocamento e avvelenamento. Proprio a causa
di questa impostazione ancora ‘artigianale’ e ‘casuale’, i gas non furono usati su larga scala e non fecero
grandi danni.

Il carro armato, ancora rozzo e poco agile, non fu sfruttato appieno (cosa che avverrà nella seconda guerra
mondiale). Insomma, questa tecnologia militare fu solo il prodromo all’impiego massiccio e ‘scientifico’
nella seconda carneficina mondiale: una preparazione tecnica!

Con la guerra navale, la Germania tentò di creare danni all’interno delle rotte commerciali inglesi per minare
il dominio anglosassone sui mari. Importante fu l’utilizzo dei sottomarini, nel cui settore produttivo la
Germania era all’avanguardia. Il sottomarino era una macchina complessa e molto avanzata, tale che la sua
produzione richiedeva un’enorme potenza militare ed economica, possibile solo grazie allo sviluppo
industriale che caratterizzava la Germania. Esso fu l’emblema di una Germania sviluppata tecnologicamente
ed economicamente, che non voleva più sottostare alle grinfie delle politiche inglesi e francesi.

I tedeschi, comunque, non riuscirono a sconfiggere la flotta inglese. Nel conflitto molti furono gli attacchi
contro navi passeggere. Celebre fu l’affondamento del transatlantico inglese Lusitania, in cui persero la vita
140 passeggeri americani. Questo evento darà, tra l’altro, la forza agli americani interventisti ad entrare in
guerra. L’intervento americano – come vedremo – al di là della retorica sulle vittime innocenti, era stato già
deciso in base a ragioni più ‘congrue’: ragioni saldamente e prosaicamente economiche.

La massificazione della guerra o militarizzazione della massa

La Grande Guerra segna l’ingresso delle masse nella storia in due accezioni: 1) furono interessati dal
conflitto ampi strati della popolazione civile e non solo la classe militare in senso stretto; 2) la mobilitazione
di milioni di uomini segna lo sviluppo di una coscienza collettiva.

Diversamente dalle guerre precedenti, la Prima guerra mondiale interessò non solo gli eserciti, ma l’intero
corpo sociale. L’intera società, come un sol corpo, fu sottoposta alla tensione della guerra: ci fu un processo
di ‘militarizzazione delle masse’ o ‘massificazione della guerra’: l’esercito non era più composto di soli
soldati di professione, ma le sue fila si ingrossarono di intere popolazioni e la popolazione tutta fu, in un
modo o nell’altro, interessata al conflitto.

Insomma, la Prima guerra mondiale proprio a causa della quantità di nazioni, popoli coinvolti e quantità di
fronti aperti, produsse cambiamenti qualitativi nel corpo sociale: la quantità si trasformò in qualità secondo
la ben nota legge dialettica hegeliana.

La guerra aveva determinato una cospicua mobilitazione delle masse sui territori. Masse ingenti di uomini si
erano mosse dalla loro abituale dimora per andare a combattere in un altrove che molti non immaginavano
nemmeno. In questo senso, la Grande Guerra fu un momento di sprovincializzazione, di rottura con un
ottuso e limitato radicamento e l’occasione, per le masse, di una presa di coscienza che, attraverso l’unione,
era possibile perseguire e realizzare diritti. Concretamente, ciò significherà una partecipazione di nuovi
soggetti alla storia attiva che per l’innanzi erano ancora rimasti in sordina: partiti, sindacati, organizzazioni
sociali, ecc. Tali soggetti, da qui innanzi, saranno sempre più strumenti necessari, insostituibili per la vita
dello Stato.

Nella fattispecie, in Italia, la Grande Guerra fu l’occasione, seppur tragica, di riannodare quel faticoso lavoro
di sentirsi nazione; giovani del nord e del sud combatterono fianco a fianco nelle trincee.
Ancora, di eccezionale significato sarà il ruolo che la donna assumerà nel conflitto, soprattutto se si
considerano gli sviluppi che si registreranno fino al movimento femminista degli anni ’70. Fu l’occasione per
‘testare’ l’ipotesi femminista di una società in cui uomini e donne potessero avere gli stessi diritti e farla
finita con una società ossessivamente patriarcale. Con i maschi al fronte, le donne subentrarono spesso in
quei lavori che erano tradizionalmente considerati appannaggio maschile. I maschi in trincea e le donne in
fabbrica! Scricchiolava, nel concreto, un plurisecolare servaggio della donna all’uomo. Scricchiolava il
maglio patriarcale! Se il primitivo e originario matriarcato dei clan e delle tribù di nomadi, cacciatori e
raccoglitori, era stato soppiantato dalle aggregazioni sociali stanziali che, praticando l’agricoltura,
richiedevano una vigorosa forza fisica maschile, ora la grande industria, con la sempre più elevata divisione
sociale del lavoro, con l’atomizzazione, la parcellizzazione del processo produttivo, richiedeva sempre più
dispendio di energia nervosa o intellettiva e con ciò rendeva di nuovo possibile il lavoro femminile al pari di
quello maschile. Insomma, la grande industria gettava le basi reali affinché il giogo patriarcale crollasse. Le
donne, l’altra metà del cielo, percettori di reddito, avrebbero di lì a poco richiesto, a viva voce, una
ridefinizione dei ruoli nell’ambito della famiglia. Tra il 1918 il 1920, l’Inghilterra, la Germania, gli Stati
Uniti e l’Urss riconoscono il diritto di voto anche alle donne. Per l’Italia è ancora presto.

Il ruolo dello Stato nell’economia

La Prima guerra mondiale causò, nei fatti, un cambiamento in ambito ideologico di grande rilievo per quanto
riguardava il ruolo dello Stato nell’economia e nella società in generale. Lo Stato diventa sempre più
protagonista nella vita economica e sociale.

In ambito economico-politico, il paradigma egemone della borghesia era la concezione liberista che è
possibile compendiare nella formulazione dell’economista A. Smith, autore de La ricchezza delle nazioni. Il
mercato, e solo il mercato, con le sue leggi è unico regolatore dello sviluppo economico dei Paesi: arbitro
dello sviluppo economico. C’era una regola aurea dello sviluppo capitalistico che garantiva progresso e
ricchezza: ‘laissez-faire’. Il mercato, lasciato a sé stesso, avrebbe assicurato la ricchezza e il progresso
economico illimitato: umani sorti progressive! La somma delle singole azioni individuali, che ricercano il
proprio tornaconto egoistico, avrebbe assicurato il benessere e la ricchezza collettiva. Lo Stato, dunque, non
avrebbe dovuto ingerirsi nelle faccende economiche, ma limitare al massimo il suo peso.

Beninteso, la teoria liberista non ebbe mai una verifica nella realtà storica. Al contrario, le continue crisi
cicliche testimoniano esattamente il contrario, tuttavia rappresentò bene gli interessi della borghesia almeno
fino alla Grande guerra. Il libero mercato era effettivamente libero solo nella teoria; esso non produceva
affatto un’armonia attraverso la sua ‘mano invisibile’. Solo metafisicamente era possibile postulare
un’identità tra interesse privato e pubblico mentre più spesso la realtà ne mostrava un conflitto. Il libero
mercato mostrava non tanto un’armonia, un equilibrio, quanto una propensione a creare una sperequazione
tra ricchi e poveri, un accentramento di capitali e una sproporzione sempre più ampie tra le sfere produttive,
ecc.

Il ruolo dello Stato doveva essere completamente rivisto di lì a poco, soprattutto dopo la crisi americana del
1929, il Big crash. Tuttavia, i prodromi di tale cambiamento sono già all’interno delle modificazioni
strutturali che si verificano nella Grande Guerra. La Prima guerra mondiale vide l’intervento massiccio
dello Stato, sia sotto forma di investimenti, nuove strade e opere pubbliche, sia nelle laute commesse di
guerra fatte ai privati per la produzione di materiale bellico.

Lo Stato, inoltre, intervenne spesso nell’ambito economico per calmierare coattivamente i prezzi di beni di
prima necessità o, addirittura, per imporre determinati comportamenti ai singoli produttori per garantire
l’interesse generale si intervenne, in tempo di guerra, in maniera illiberale e dispotica soprattutto nell’ambito
del diritto, scalfendo e, a tratti, abrogando, di fatto, con le requisizioni, il diritto alla proprietà privata dei
singoli. Fu il cosiddetto ‘comunismo di guerra’!

La propaganda e il consenso

Un elemento che pure marca la differenza con le epoche passate fu il ruolo che lo Stato affidò alla
propaganda nella ricerca del consenso sociale. La propaganda divenne un vero e proprio mezzo
governativo. Il consenso sociale diventava sempre più necessario a fronte di una marea di ignari contadini
che veniva catapultata in un tritacarne mondiale. Bisognava tener testa anche alla più scaltra classe operaia
che, nei partiti socialisti, trovava sempre più eco e si assestava su posizioni disfattiste: “guerra alla guerra”
era la consegna dei partiti socialisti. Seppur con qualche distinguo, i socialisti erano, quasi nella loro totalità,
contrari alla guerra, ritenuta una guerra capitalista di rapina per la spartizione del mondo tra predoni. Pochi
pensarono fosse giusto entrare in guerra e mettersi al fianco di quei Paesi democratici la cui vittoria avrebbe
assicurato un avvenire almeno liberale all’Europa.

Il genocidio degli Armeni

Assolutamente raccapricciante è il genocidio degli Armeni.

Si tratta di un crimine contro l’umanità. Il territorio armeno si divideva tra l’Impero Russo e l’Impero
Ottomano, dove avevano fondato numerose città. In territorio turco gli Armeni rivendicavano la propria
autonomia in quanto cristiani ma per l’Impero ottomano era impensabile la perdita di parte del territorio. Il
sultano di Turchia, contro tale richiesta, utilizzò alcuni rancori esistenti tra la popolazione armena e altre
popolazioni musulmane dell’Impero, per creare dei moti d’insurrezione contro questa minoranza cristiana. Il
suo piano ebbe una buona riuscita e ci furono vere e proprie sommosse popolari contro gli Armeni. L’ascesa
al governo dei “giovani turchi”, movimento fortemente nazionalista, peggiorò notevolmente la situazione già
critica: gli Armeni, in quanto non cittadini turchi, potevano e dovevano essere perseguitati.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, gli Armeni, sudditi dell’Impero russo, si trovarono a combattere
contro i loro compatrioti sudditi dell’impero ottomano.

Nel 1915 la Turchia maturò l’eliminazione sistematica della popolazione armena. Si sviluppò un piano
preciso. La prima fase prevedeva sic et simpliciter l’eliminazione fisica di questo popolo. In secondo luogo,
eventuali superstiti sarebbero stati deportati nelle zone periferiche dell’Impero, in veri e propri campi di
concentramento. Molti diplomatici tedeschi raccontarono nelle loro relazioni di uno sterminio
inimmaginabile. Le vittime di tale sterminio si calcolano intorno al milione di morti, ovvero la metà della
popolazione armena presente nel 1914. Nonostante tale genocidio sia stato condannato da un tribunale
militare e i colpevoli principali puniti, il governo turco ha sempre negato le stime fatte, attribuendo, tra
l’altro, la causa dei decessi alle privazioni comuni in periodo di guerra.

1917: l’anno della svolta

Il 1917 rappresenta una svolta per gli esiti della Grande guerra. Da quest’anno si delinearono definitivamente
le due nazioni protagoniste assolute di questo conflitto: la Germania e gli USA che, proprio a partire dal
1917, iniziano ad imporsi politicamente come protagonisti incondizionati della politica internazionale.

Sin dal 1917, i tedeschi intensificarono la guerra sottomarina per bloccare tutta la circolazione di rifornimenti
nei paesi nemici e isolare economicamente l’Inghilterra. L’offensiva tedesca penalizzava, però, anche gli
affari commerciali degli USA, che si decisero a entrare in guerra. Tuttavia, questo motivo non è altro che la
punta di un iceberg: la partecipazione americana al conflitto fu, infatti, frutto di un acceso dibattito interno
che possiamo ricondurre a due ragioni di fondo, su cui s’incardinava il dilemma americano se entrare o meno
nell’agone europeo. Una parte della borghesia americana si schierò su posizioni isolazioniste, rivendicando
la crescita e i progressi del capitalismo americano, che sarebbero stati inevitabilmente turbati dall’intervento
in Europa. Gli interventisti avevano altri argomenti al loro arco. Innanzitutto, non era possibile tirarsi fuori
dal conflitto perché, nonostante l’Oceano, venivano toccati gli interessi economico-politici americani. Metà
della produzione degli USA era diretta all’Europa. Ora, un continente a leadership tedesca, con una pax
tedesca, non avrebbe giovato per nulla al libero scambio e agli interessi economici americani. In secondo
luogo l’intervento americano si faceva pressante anche a riguardo del recupero degli ingenti crediti ai paesi
europei. In terzo luogo, una parte della borghesia americana addentò l’occasione di una guerra come
occasione per arricchirsi con le commesse di guerra. La posizione interventista alla fine prevalse!

Il 1917 rappresenta una faglia anche a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre in Russia, che rovescia lo zarismo
e decide di uscire dalla guerra e procedere subito con le trattative con gli imperi centrali. Si giunse, così,
all’accordo di Brest-Litovsk, secondo il quale la Russia dovette concedere la Polonia e i Paesi baltici alla
Germania e dare l’indipendenza all’Ucraina.

La disfatta di Caporetto

In seguito all’uscita di scena della Russia, gli Austriaci e i Tedeschi poterono concentrarsi sul fronte
occidentale e sull’Italia. Gli Austriaci, appoggiati dai Tedeschi, dopo una faticosa offensiva, sfondarono le
linee italiane a Caporetto, penetrando per circa 150 km nel territorio italiano. Non fu una semplice sconfitta,
fu una disfatta! La ritirata italiana fu rovinosa, un disastro che coinvolse la popolazione civile. La ritirata fu
praticamente incontrollabile. Le stime ufficiali parlano di 400.000 uomini persi tra morti, feriti e prigionieri.
Caporetto ebbe un’eco vastissima per tutto il Paese. Fu formato un nuovo governo con a capo Vittorio
Emanuele Orlando. Il generale Cadorna fu sostituito dal più lungimirante e accorto Armando Diaz, che
organizzò una linea difensiva lungo il Piave in grado di poter fermare l’avanzata austriaca. Il governo e le
élite militari paventarono alle truppe una riforma agraria, che prevedeva la confisca di grandi proprietà
terriere ai latifondisti che sarebbero state poi divise tra i soldati come ricompensa. Era un modo di
imbrigliare il malcontento in una motivazione che potesse spronare i soldati alla guerra.

Caporetto fu una sconfitta dovuta certo all’accorta preparazione militare austro-tedesca, ma rivelò anche la
profonda stanchezza fisica e mentale delle truppe che sfociava nel rifiuto per la guerra, nelle
insubordinazioni, nelle fughe, nella diserzione in massa, simulazioni di malori e, addirittura,
nell’autolesionismo, pur di astenersi dalla partecipazione militare. Caporetto è stata letta anche come “una
sorta si sciopero” delle truppe - come dice Lehner, Economia, politica e società nella prima guerra mondiale
e come confermano le lettere dei soldati raccolte da Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande
guerra – tanto che avrebbe potuto “trasformarsi in un’impresa rivoluzionaria grande e sconvolgente”.

Fu una disfatta che gli italiani non hanno mai ricordato volentieri perché implica, nella logica militarista, una
dose di viltà dei soldati italiani. La proporzione tra morti e prigionieri è assolutamente irragionevole: i
soldati si arrendevano al nemico senza colpo ferire e decidevano di non combattere. Un esercito in rotta che
scende dalle montagne come un fiume in piena che tutto travolge al passaggio. La battaglia del Piave
cancellò Caporetto.

Fasi finali del conflitto

Nella primavera del 1918, l’attacco tedesco sul fronte occidentale venne vanificato dalle truppe anglo-
francesi che ottennero poi una vittoria definitiva nelle battaglie della Marna e di Amiens. L’Austria subì
una feroce controffensiva italiana che culminò con la sconfitta e la ritirata definitiva degli Austriaci durante
la battaglia di Vittorio Veneto. A Villa Giusti, il 3 novembre si stilò il patto che sanciva la vittoria
dell’Italia; intanto l’imperatore Carlo I abdicò e l’Austria divenne una repubblica.

Anche la Germania si arrese definitivamente in seguito alla resa turca. A Berlino un socialdemocratico,
Elbert, fondò la repubblica e avvio le trattative per l’armistizio di Rethondes.
Con lo sgretolamento di queste potenze si chiudeva finalmente la Prima guerra mondiale che da “indolore”
guerra lampo si era trasformata in una travagliata guerra di trincea durata, più di quattro anni e con il
sacrificio di più di otto milioni e mezzo di morti, tra cui seicentoquindicimila italiani, e circa ventuno
milioni di feriti più o meno gravi.

I trattati di pace
I rappresentanti dei Paesi usciti vincitori dal conflitto si radunarono a Parigi il 18 gennaio 1819, in una
Conferenza per la pace, mentre i Paesi vinti vennero coinvolti solo dopo che le trattative furono terminate.
L’obiettivo della Conferenza era quello di trovare un equilibrio che consentisse all’Europa una pace
duratura: un nuovo assetto geo-politico. I protagonisti del congresso furono: Clemenceau per la Francia,
Lloyd George per la Gran Bretagna, Wilson per gli Stati Uniti e Orlando per l’Italia.

Alla Conferenza si fronteggiavano sostanzialmente due strategie politiche: quella americana e quella
francese.

In vista della stesura delle trattative per la pace, il presidente americano Wilson aveva già presentato i
Quattordici punti, nei quali chiarì le intenzioni americane per quanto riguarda le relazioni internazionali.
Wilson faceva appello all’autodeterminazione delle nazioni e ai principi che avevano ispirato l’Intesa.
Dietro le altisonanti parole di democrazia, autodeterminazione, ecc., Wilson rappresentava gli interessi
economici americani, che si sarebbero fatti valere meglio in una Europa dove c’era libero mercato e senza
aspri conflitti fra Stati.

La Conferenza si sviluppò su ben altri presupposti: la Francia puntava ad indebolire la Germania per avere
l’egemonia economica e politica in Europa; la Gran Bretagna, al contrario, era poco propensa a penalizzare
severamente la Germania, poiché non intendeva lasciare libero spazio alla Francia. Tuttavia dovette scendere
a compromessi con i francesi per perseguire gli obiettivi di annullamento della flotta tedesca e della
spartizione dei territori coloniali tedeschi.

L’Italia premeva per il rispetto degli accordi stipulati nel Patto di Londra.

In realtà anche gli Stati Uniti facevano valere, al di là dei pii intenti di democrazia e autodeterminazione, i
loro interessi meramente economici. Avrebbero voluto una soluzione condivisa da tutti gli Stati, in modo
da pacificare il continente e renderlo un libero e democratico mercato per le proprie esportazioni. Insomma,
una soluzione equilibrata che non fosse troppo punitiva per i perdenti avrebbe meglio assecondato i loro
interessi.

I Trattati di Parigi furono firmati in Francia tra il 1919 e il 1920 e disegnarono la nuova Europa.

1) L’Austria dovette rinunciare ai sette ottavi dei territori. L’Impero austro-ungarico mantenne Fiume
ma iniziò un processo di inesorabile sgretolamento: perse Trieste, Trento, la Dalmazia ed altri
territori;
2) L’Italia ricevette dall’Austria i territori di Trieste, Venezia Giulia, Trentino e Alto Adige, ma non
acquisì i territori promessi con il Patto di Londra (26 aprile 1915); non le furono riconosciute Fiume
e la Dalmazia e non ricevette le colonie promesse in quanto l’acquisizione di tali territori andava
contro i principi di autodeterminazione di Wilson. L’Italia, non ricevendo i vantaggi per cui si era
battuta si ritenne penalizzata e ciò scatenò lo sdegno da parte di nazionalisti, che parleranno di
‘vittoria mutilata’;
3) La Germania fu riconosciuta come unica responsabile della guerra e fu privata di tutte le sue
colonie: l’Alsazia e la Lorena passarono alla Francia; altri territori passarono alla Danimarca e alla
Polonia che così si trovava, di fatto, divisa in due dal corridoio di Danzica. La Germania perdeva il
13% del territorio e fu obbligata a risarcire le spese di guerra, per un totale di 132 miliardi di marchi-
oro, cifra oggettivamente insostenibile per l’economia tedesca. Inoltre, fu costretta a ridurre il suo
esercito e la sua flotta. La Germania fu, di fatto, penalizzata e sottoposta a condizioni troppo dure.
Tali provvedimenti non faranno che alimentare l’insofferenza germanica e dare alimento alle teorie
politiche di Hitler che riportarono la Germania alla guerra.
Le condizioni stabilite dai Trattati di Parigi (1919-1920) furono causa di grande, diffusa insoddisfazione per
la gran parte degli Stati. Con l’intento di disegnare un’Europa capace di garantire un equilibrio politico e
mantenere la pace, si crearono, all’opposto, i prodromi della Seconda Guerra Mondiale.
In effetti, le uniche due nazioni che trassero vantaggio dai Trattati furono la Francia e la Gran Bretagna, che
si spartirono, tra l’altro, le ex-colonie tedesche (incluse l’Alsazia e la Lorena).

L’Europa che emergeva dalla Grande guerra aveva, dunque, un volto completamente diverso. Registrava il
crollo dei quattro imperi centrali (Austro-ungarico, tedesco, russo e turco) ed erano nate numerose nuove
nazioni che comprendevano etnie diverse e, talvolta, in contrasto tra loro: Cecoslovacchia, Iugoslavia,
Polonia.

La Grande guerra segnava anche l’ascesa definitiva del capitalismo USA come potenza mondiale. I
vincitori assoluti del conflitto furono, infatti, gli Stati Uniti che prima dello scoppio della guerra, erano
debitori all’Europa di 5 miliardi di dollari, mentre alla fine erano creditori di 7 miliardi di dollari. Prima della
guerra, gli scambi internazionali venivano effettuati con la sterlina inglese che, dopo la guerra, cedette il
posto al dollaro.

Infine, dalla Grande guerra, come dalla testa sanguinante di Giove, emerse un evento cruciale, destinato a
segnare in maniera indelebile tutto il Novecento. Una rivoluzione che agglutinerà le speranze di tutto il
movimento operaio internazionale nella lotta contro la borghesia, che interpreterà le speranze di un mondo
migliore di milioni di uomini e donne, di umiliati e offesi, degli ultimi della terra: la Rivoluzione d’Ottobre
in Russia.

BIBLIOGRAFIA

Libri

Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Mondadori


Hemingway, Addio alle armi, Rizzoli
Film

Orizzonti di gloria, S. Kubrik, 1957


La Grande Guerra, Monicelli, 1959
Uomini contro, Rosi, 1971
La masseria delle allodole, Taviani, 2007

Potrebbero piacerti anche