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APPLICAZIONI DEL PRINCIPIO DI EQUIVALENZA

Il principio di equivalenza o primo principio della termodinamica può essere


declinato in alcune applicazioni notevoli che sono utili nelle fasi di analisi delle
macchine e degli impianti. Le applicazioni notevoli alle quali facciamo
riferimento sono quattro e possono essere descritte facendo riferimento a
altrettanti sistemi termodinamici. Il primo sistema che prenderemo in
considerazione è il sistema chiuso indeformabile, quindi dobbiamo
immaginare un serbatoio con pareti rigide che ammette scambi di calore ma
non ammette scambi di lavoro. Il secondo sistema che prendiamo in
considerazione è sempre chiuso ma con pareti deformabili (per fissare le idee
è possibile far riferimento a un contenitore cilindrico dotato di uno stantuffo,
quindi di una parete mobile che permette la variazione del volume). Il terzo
sistema è sempre un sistema di tipo indeformabile come il primo caso che
abbiamo considerato, ma questa volta vi è la possibilità, attraverso la
presenza di una bocca aperta, di effettuare apporto oppure estrazione di
massa. Quarto ed ultimo sistema è rappresentato sempre da un sistema
indeformabile che però è caratterizzato dalla presenza di due porte: una per
l'apporto e una per l'estrazione di massa. Questo apporto e questa estrazione
avvengono con continuità, quindi devo osservare nel tempo un sistema in cui
si stabilisce un flusso permanente di massa.

IL SISTEMA CHIUSO A PARETI INDEFORMABILI

Attraverso questo sistema il principio di equivalenza assume una forma


semplificata. Il fatto che le pareti siano indeformabili significa che il gas
contenuto all'interno del volume non ha la possibilità di scambiare lavoro
con l'esterno. Allo stesso modo non essendoci aperture nel sistema, non
è possibile l'apporto o la cessione di massa. Quindi, poiché il sistema è
a massa costante e lo scambio di lavoro non è possibile, il principio di
equivalenza si riduce in ΔU=Q, ovvero la variazione di energia interna è
uguale al calore che viene scambiato dal sistema. Se io apporto calore
al sistema, quindi scaldo il gas, osservo un aumento di energia interna,
il quale si traduce in una variazione di grandezze di stato, cioè
temperatura e pressione. Quindi attraverso lo scambio termico ho la
possibilità di osservare una trasformazione termodinamica che chiamo
trasformazione isocora, cioè una trasformazione che ha il vincolo di
mantenere costante il volume del gas, dal momento che il recipiente è
indeformabile.


IL SISTEMA CHIUSO CON PARETE MOBILE

In questo caso si ha a che fare con un recipiente deformabile, quindi a


volume variabile, poiché è presente una parete mobile (stantuffo). Questa
schematizzazione è particolarmente interessante perché ci consente di
introdurre alcune trasformazioni termodinamiche utili nell'analisi delle
macchine e degli impianti. La prima trasformazione che possiamo
considerare è quella di tipo ADIABATICO, cioè una trasformazione in cui non
sono previsti scambi di calore ma, in virtù della presenza della parete mobile,
sono possibili scambi di lavoro. Quindi, in questo caso, la forma del principio
di equivalenza indica che la variazione di energia interna è uguale al lavoro
scambiato. Nel momento in cui il lavoro è positivo, cioè il lavoro viene fatto
sul gas contenuto all'interno del recipiente, questa trasformazione assume il
nome di compressione. Nel momento in cui invece il lavoro L assume un
segno negativo, ovvero è il fluido che compie lavoro sulla parete, quindi
sull'ambiente esterno, questa trasformazione prende il nome di espansione.
Se andassimo a collocare un termometro e un manometro all'interno del
volume così descritto, noteremmo che sia in fase di compressione sia in fase
di espansione la pressione e la temperatura varierebbero. Una volta chiara
questa fenomenologia, è possibile immaginare il caso generale, cioè la
condizione per la quale sia ammesso oltre allo scambio di lavoro anche lo
scambio di calore. In questo caso il principio di equivalenza assume la sua
espressione completa, ovvero la variazione di energia interna viene
uguagliata allo scambio di calore sommato al lavoro scambiato (ΔU=Q+L). In
generale possiamo attraverso questa schematizzazione possiamo
immaginare qualsiasi trasformazione termodinamica che prevede una
variazione di energia interna per l'effetto combinato del lavoro, che può
essere fatto sul sistema o viceversa, e dello scambio termico che può vedere
un flusso di calore apportato nell'ambiente delimitato dal contenitore o
viceversa. Nel descrivere questa possibilità di identificare diverse tipologie di
trasformazioni termodinamiche, ognuna caratterizzata da un particolare
percorso, è possibile identificare un paio di trasformazioni termodinamiche
notevoli. Queste trasformazioni notevoli sono la trasformazione isobara, cioè
la trasformazione che avviene a pressione costante, e la
trasformazione isoterma, cioè la trasformazione che avviene a temperatura
costante.

TRASFORMAZIONE ISOBARA

Essa avviene in modo tale che la pressione del fluido si mantenga costante.
Questo implica che avvengano sia scambi di calore, sia scambi di lavoro. Per
fissare le idee potremmo immaginare il nostro sistema chiuso con parete
mobile soggetto a un apporto di calore. Quindi devo, ripensando al caso
precedente in cui il sistema era completamente rigido, associare a questo
apporto di calore la tendenza del sistema a far crescere l'energia interna e,
quindi, mi aspetterei, se la parete fosse fissa, un incremento di temperatura e
di pressione. In virtù della presenza della parete mobile, posso pensare di
gestire lo spostamento della parete e quindi di gestire opportunamente lo
scambio di lavoro in modo tale che delle due grandezze di stato una si
mantenga costante. In questo caso, poiché parlo di trasformazione isobara,
avrò cura di favorire o di controllare il processo di scambio di lavoro in modo
tale che la temperatura possa variare ma che la pressione resti costante.
Quindi, nel caso in cui io stia cedendo calore al sistema, per evitare che la
pressione possa abbassarsi o alzarsi rispetto al valore di partenza, dovrò
scambiare il lavoro in maniera opportuna.

TRASFORMAZIONE ISOTERMA

Considero, sempre per fissare le idee, una trasformazione per esempio di


compressione, durante la quale è ammesso lo scambio di calore. Allora io
vado a immaginare di dosare opportunamente lo scambio termico a fronte di
uno scambio di lavoro che ho imposto. Quindi, posso pensare, con una
particolare legge, di modificare la posizione della parete mobile nel tempo e
di scambiare la quantità di calore in modo che faccia sì che la temperatura
del fluido contenuto all'interno del recipiente non si modifichi.

LAVORO IN TERMINI TERMODINAMICI

Facendo riferimento al sistema chiuso con parete mobile, è possibile valutare


in termini termodinamici il lavoro compiuto dallo stantuffo. In questa sede
supponiamo che non esistano attriti, quindi che non intervengano fenomeni
dissipativi di alcun genere durante la trasformazione. Allora immaginiamo di
spostare la parete mobile di una quantità elementare dx. A questo
spostamento è associata la forza F e quindi dal prodotto della forza F per lo
spostamento elementare dx si ricava il lavoro dL. La forza F, chiaramente,
può essere messa in relazione alle caratteristiche del sistema. Queste, dal
punto di vista meccanico, sono rappresentate dalla pressione. Il prodotto



della pressione P per la sezione A dello stantuffo ci consente di quantificare la


forza F che abbiamo menzionato poco sopra. È possibile esprimere questo
lavoro elementare come il prodotto della pressione per la sezione dello
stantuffo per il Δx spostamento elementare. Se noi orientiamo l'asse delle x
sul quale andiamo a valutare lo spostamento della parete mobile nel verso
per il quale l'espansione, cioè l'aumento del volume, è determinata da
spostamenti della parete mobile positivi, allora andiamo a esprimere il lavoro
elementare come il prodotto di P per la sezione A per il Δx con il segno -
proprio perché il Δx produce un'espansione. In questo caso andando a
combinare i termini dx per la sezione A è possibile esprimere il lavoro
elementare dL come il prodotto della pressione per il dV variazione
elementare di volume. Per poter calcolare il valore L, cioè il valore del lavoro
passando da uno stato all'altro, quindi un lavoro che non preveda uno
spostamento elementare dx ma uno spostamento finito di ΔV, occorre
integrare l'espressione del lavoro che è stata data in termini differenziali.
Questo integrale viene svolto pensando agli estremi dell'escursione della
corsa che lo stantuffo compie, quindi dal punto di partenza fino alla fine
dell'espansione, ma durante questa operazione la pressione interna al
contenitore non sarà costante quindi per poter svolgere l'integrale occorrerà
conoscere la legge con la quale varia la pressione in funzione del volume V.
Sempre in riferimento al sistema chiuso con parete mobile, è stato messo in
luce che per il calcolo del valore di L, cioè del lavoro, occorre integrare il
lavoro elementare dL dato dal prodotto della pressione per la variazione
elementare di volume. Questo significa che occorre conoscere, oltre agli
estremi di integrazione, anche la legge con la quale varia la pressione in
funzione del volume V. Ciò significa, immaginando di partire dallo stato A e di
arrivare allo stato B, conoscere il percorso particolare che è stato seguito in
questa trasformazione termodinamica. Dal punto di vista grafico, riportando
gli stati A e B sul piano termodinamico in cui in ordinata c'è la pressione e in
ascissa il volume, significa che è possibile tracciare attraverso la conoscenza
della funzione della pressione il particolare percorso seguito.
Per ogni percorso seguito, il valore dell'integrale cambia quindi è possibile
affermare che il lavoro L non dipende solamente dalle condizioni iniziali e
finali del fluido e quindi il lavoro elementare dL non è un differenziale esatto.
Sappiamo però che il differenziale dell'energia interna è invece esatto tanto
che l'energia interna è una funzione di stato.
Allora pensando all'espressione del principio di equivalenza in termini
differenziali, vale a dire dU=dQ+dL, si conclude che nemmeno dQ è un
differenziale esatto.

TRASFORMAZIONI SU QUANTITÀ DEFINITE DI FLUIDO

Occorre, sempre su sistema chiuso con parete mobile, evidenziare un


aspetto: non è possibile pensare di scambiare lavoro in maniera continuata
nel tempo, dal momento che lo stantuffo non può percorrere uno
spostamento illimitato. Qualunque sistema reale dovrà confrontarsi col fatto
che la corsa dello stantuffo prima o poi dovrà terminare. Quindi il lavoro che
abbiamo finora chiamato in causa deve essere visto come un lavoro di
compressione o un lavoro di espansione che interessa quantità ben definite
di fluido che evolve tra due stati termodinamici ben determinati.


IL SISTEMA APERTO INDEFORMABILE CON APPORTO DI MASSA

Questo sistema è costituito da un recipiente a pareti rigide dotato di una porta


attraverso la quale è possibile apportare o prelevare massa, quindi è
possibile lo scambio di massa con l'ambiente esterno. Esso è particolarmente
interessante perché ci consente di introdurre una nuova funzione di stato che
è l'entalpia. Come possiamo applicare il principio di equivalenza a questo
caso? Possiamo tener presente il fatto che le pareti indeformabili non
consentono di scambiare lavoro per effetto dello spostamento di una qualche
parete. D'altra parte, però, il processo di apporto o di prelievo di massa
implica uno scambio di lavoro associato proprio a questo processo di
trasferimento. Quindi occorre tener bene in considerazione il fatto che, per
esempio nel caso di apporto di massa, all'ingresso della massa elementare,
che possiamo chiamare dm, l'energia interna del sistema si arricchisce per
due contributi: un primo contributo è quello associato al fatto che la massa
entrante possiede un certo livello di energia interna, mentre il secondo
contributo è invece associato al fatto che occorre del lavoro meccanico che
deve essere speso per introdurre la massa stessa.
Ora introducendo quindi il sistema aperto con pareti rigide dobbiamo
evidenziare il fatto che l'energia interna del sistema si arricchisce dell'entalpia
del fluido che viene introdotto. Cosa significa questo e come si arriva alla
definizione di entalpia? Occorre formalizzare il fatto che la variazione di
energia interna proviene dal contributo di due termini: un termine è quello
legato al lavoro che abbiamo speso per introdurre la massa dm all'interno del
sistema, l'altro contributo è effettivamente l'apporto di energia interna
associata al fatto che la massa elementare dm che abbiamo introdotto
all'interno del sistema avrà un suo contenuto di energia interna. Allora
potremmo formalizzare questa variazione di energia interna dU, che è una dU
particolare perché è la variazione di energia interna per un sistema aperto a
pareti rigide, come la somma dei termini dm*U+P*dV (il dm*U è il contributo
di energia interna associato alla massa e il P*dV è il lavoro che ho speso per
il processo di apporto di massa). Ora posso raccogliere a fattor comune il
termine dm e mettere tra parentesi la U sommata a P*dV/dm. Il rapporto tra i
due differenziali dV e dm equivale all'inverso della densità (1/ρ(rho)) e quindi
mi troverei a osservare che questa variazione di energia interna dU per il
sistema aperto con apporto di massa può essere uguagliata al dm che
moltiplica un termine che è la somma di due contributi U con m e P su ρ.
Questo ultimo termine tra parentesi viene definito entalpia. Ora occorre
notare che la funzione entalpia, usualmente indicata con h, è un differenziale
esatto perché è la somma del termine U, quindi energia interna, più un
termine P/ρ, che è anch'esso un differenziale esatto (questo perché dipende
esclusivamente dallo stato del fluido, pressione e massa volumica sono due

funzioni di stato). L'entalpia quindi viene utilizzata, nel caso di sistemi aperti,
per caratterizzare lo stato del fluido, analogamente come si faceva con i
sistemi chiusi attraverso la sola energia interna.
Bisogna evidenziare ora alcuni aspetti di particolare interesse. Intanto si ha a
che fare con un sistema a massa variabile quindi, a differenza dei casi
precedenti che caratterizzano i sistemi chiusi, qui la variazione di energia
interna non può essere più riferita a una quantità finita di massa che non
varia, per esempio al kg di fluido, ma occorre estendere questa valutazione
sia all'apporto di energia interna che è associata alla massa elementare che
andiamo a introdurre o prelevare, sia al fatto che questo processo
d'introduzione viene associato a un lavoro che viene speso, per esempio
nella fase di introduzione. Inoltre, nell'esprimere il principio di equivalenza, in
questo caso, è stato implicitamente ammesso che durante il processo di
introduzione oppure di prelievo di massa non ci sono fenomeni di scambio
termico e che quindi questo processo sia stato effettuato in maniera
adiabatica.

IL SISTEMA APERTO INDEFORMABILE CON FLUSSO DI MASSA

In questo caso abbiamo a che fare con un contenitore di due sezioni: una
sezione d'ingresso e una sezione d'uscita attraverso le quali viene in un caso
introdotta una certa massa nell'unità di tempo e, nell'altro caso, viene estratta
una quantità di massa nel tempo. Ora per ipotesi ci troviamo in condizioni
permanenti di portata e in condizioni permanenti dal punto di vista
termodinamico. Questo significa nel primo caso che la massa che entra
nell'unità di tempo attraverso la sezione d'ingresso è pari alla massa che
esce nell'unità di tempo attraverso la sezione di uscita. Invece, il fatto che il
regime termodinamico sia permanente significa che, fermo restando il fatto
che siamo nelle condizioni di regime permanente di portata, l'energia interna
del fluido resta costante nel tempo.
A questo punto, considerando questo sistema aperto, possiamo andare a
valutare la variazione elementare di energia interna dU. Chiaramente,
trattandosi di un sistema aperto, andremo a utilizzare l'approccio che
abbiamo visto nel caso del sistema con semplice apporto di massa. Quindi
in questo caso, la nostra variazione elementare di energia interna in termini
totali vede sicuramente il contributo legato all'introduzione di massa quindi
questo termine lo esprimiamo in termini di dm₁, riferendoci alla sezione di
ingresso, moltiplicato per l'entalpia h₁ che vedo associata all'introduzione
della massa nella sezione 1. A questo termine dovrò sottrarre la perdita di
entalpia che associo alla fase di estrazione/uscita della stessa massa dm
nella sezione 2. Quindi scriverò che dU, quindi variazione elementare di


energia interna per il sistema aperto, è uguale a dm₁ h₁ meno dm₂ h₂. A
questi due termini, siccome non ho fatto ipotesi particolari, posso sommare
altri due contributi che sono dQ e dL. Il dQ sta a rappresentare la possibilità
che il sistema a pareti indeformabili possa scambiare calore, quindi che
questo sistema non sia dotato di pareti adiabatiche e che quindi il termine
dQ abbia tutto il diritto di gurare all'interno del principio di equivalenza
scritto per il sistema aperto. Il termine dL rappresenta il lavoro scambiato.
Occorre però fare riferimento all'ipotesi iniziale, cioè abbiamo descritto il
sistema come un recipiente a pareti indeformabili, quindi questo lavoro
scambiato dL non può essere associato all'e etto di spostamento di una
parete del nostro sistema. Ammettiamo quindi la presenza di un elemento
mobile, o di pareti mobili interne al sistema rigido che abbiamo preso in
considerazione, e dobbiamo sempre ammettere che questi elementi mobili
possano essere collegati all'esterno attraverso la presenza di un albero
meccanico.

A questo punto abbiamo la disponibilità di un'espressione in termini


di erenziali del principio di equivalenza per un sistema indeformabile che ha
la possibilità di scambiare calore e lavoro e che è attraversato da un usso di
massa. Se il usso di massa opera in condizioni permanenti di portata, la
dm₁ e la dm₂ coincidono, quindi potremmo esprimere la forma di erenziale
confondendo i due contributi e quindi raccogliendo a fattor comune il dm,
che a questo punto perde il pedice, che va a moltiplicare la di erenza di
entalpia h₁-h₂. Ora, sia con la forma precedente in cui si distinguevano i
contributi dm₂ e dm₁, sia con la forma riferita a un caso di regime di portata
permanente, è possibile risolvere ogni tipo di bilancio negli impianti
termomeccanici. Avendo a che fare con un sistema in regime di
funzionamento permanente, deve veri carsi la circostanza per la quale il ΔU,
cioè la di erenza nita di energia interna totale, si annulla (ΔU=0). Questo
accade perché nel tempo, in ogni punto del sistema, lo stato del uido non
cambia. Quindi, venendo meno il termine ΔU, è possibile uguagliare la
di erenza di entalpia h₂-h₁ al calore e al lavoro scambiati. Questo signi ca
che in regime permanente, andando a seguire una particella di uido che
entra nel sistema e che esce dal sistema, possiamo dire che la variazione Δh
della sua entalpia uguaglia l'energia che riceve sotto forma di calore e di
lavoro. A questo punto, pensando di seguire 1kg di uido che entra, che
attraversa e che esce dal sistema, scriveremo direttamente ΔH=Q+L. In
questo modo, quindi, è stato espresso un'altra volta il primo principio della
termodinamica, ovvero il principio di equivalenza, per un sistema aperto
come è stato già descritto. In termini di erenziali, questa forma del principio
di equivalenza assume la forma dH=dQ+dL.

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Nelle applicazioni si distinguono gli scambiatori di calore dalle macchine
adiabatiche che vengono impiegate per comprimere o per espandere i uidi.
Questo signi ca che le macchine usualmente vengono pensate o per
svolgere funzioni di scambio termico, quindi evitando che avvengano
scambi di lavoro contemporaneamente, oppure vengono concepite per
attuare scambi di lavoro, evitando che nello stesso momento avvengano
scambi di calore. Quindi avremo i cosiddetti scambiatori di calore che
saranno rappresentati in termini di principio di equivalenza attraverso
un'espressione sempli cata, cioè in questo caso il salto di entalpia h₂-h₁
viene posto uguale al calore scambiato. Nel caso delle macchine per la
compressione e l'espansione dei uidi, la forma sempli cata del principio di
equivalenza sarà tale per cui la di erenza di entalpia h₂-h₁ sia uguale al
lavoro scambiato.

ENERGIA INTERNA ED ENTALPIA

Occorre avere ben presente che per i sistemi chiusi il calore e il lavoro
scambiati sono stati uguagliati alla differenza di energia interna, mentre nel
caso dei sistemi aperti il calore e il lavoro scambiati sono stati eguagliati alla
differenza di entalpia. Il ΔH e il ΔU sono in generale diversi. Occorre notare
che il salto di entalpia e la differenza di energia interna coincidono solamente
nel caso di trasformazioni isoterme. Questo può essere dimostrato pensando
al fatto che l'entalpia differisce dall'energia interna per il termine P/ρ. Ora
pensando al differenziale d(P/ρ), e ponendolo uguale a 0, si arriva con
semplicissimi passaggi all'eguaglianza dP/P=dρ/ρ. Questi due termini, che
verificano il fatto che il differenziale d(P/ρ) sia nullo, sono uguali nel caso
della trasformazione isoterma perché, a partire dalla condizione P*V=cost.
propria dell'isoterma, con semplici passaggi, appoggiandosi alla notazione
logaritmica, si arriva all'uguaglianza dP/P=dρ/ρ. Questo è un caso particolare
che chiaramente va conosciuto e serve a ribadire che in generale il
termine d(P/ρ) è diverso da 0 e che quindi l'entalpia è generalmente diversa
dall'energia interna. Bisogna infatti sempre tenere presente che le due
espressioni del principio di equivalenza in termini di entalpia e in termini di
energia interna sono state ricavate facendo riferimento a dei processi
sostanzialmente diversi. Si è parlato di energia interna nei sistemi chiusi e
questi operano per definizione in condizioni transitorie. In quel caso abbiamo
fatto riferimento a delle evoluzioni termodinamiche che non possono essere
mantenute in maniera indefinita nel tempo dal momento che abbiamo sempre
fatto riferimento a scambi di calore che hanno coinvolto una quantità definita
di fluido oppure a scambi di lavoro che hanno previsto la deformazione di una
parete mobile per una corsa finita. Dunque, questa evoluzione termodinamica

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fi
ff
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fi
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che abbiamo descritto deve necessariamente costituire una fase, ovvero una
parte di un processo termodinamico che poi eventualmente può essere di tipo
ciclico o periodico. Per quanto riguarda invece i processi che abbiamo
descritto in termini di entalpia, abbiamo fatto riferimento a sistemi di tipo
aperto. In particolare, nel caso del flusso di massa permanente abbiamo
avuto modo di parlare di un processo continuativo per il quale la variazione di
energia interna si annulla. In base a quanto espresso finora, possiamo
introdurre due ulteriori concetti semplici che riguardano il lavoro. Nel caso di
trasformazione per un sistema chiuso, il lavoro avrà il significato di lavoro di
compressione o di espansione, cioè un lavoro di trasformazione
termodinamica da uno stato all'altro. Nel caso invece di un sistema aperto
che opera in condizioni permanenti, il lavoro che figura nel principio di
equivalenza ha il significato di lavoro tecnico o di lavoro totale, cioè il lavoro
associato al processo continuativo che abbiamo descritto.

PRINCIPIO DI EQUIVALENZA PER GLI APPARECCHI A SCAMBIO DI


SOLO LAVORO

Facciamo alcune considerazioni prendendo in esame gli apparecchi destinati


esclusivamente allo scambio di lavoro, quindi quelle macchine alle quali non
è associato lo scambio termico. A questo punto confrontiamo le espressioni
del lavoro scambiato ricavate nel caso di sistema chiuso e nel caso di
sistema aperto. Abbiamo visto come nel caso di sistema chiuso il lavoro
scambiato è stato eguagliato al termine VdP, che si riferisce a un lavoro
scambiato elementare, in forma differenziale. Per quanto riguarda invece il
sistema aperto, il lavoro elementare dL è stato eguagliato alla variazione
elementare di energia interna dU più il termine differenziale d(P/ρ).
Confrontiamo questi due termini. Abbiamo dato al termine elementare di
lavoro scambiato, nel caso di sistema aperto, il nome di lavoro tecnico o
lavoro totale mentre abbiamo parlato di lavoro associato la lavoro associato
alla trasformazione nel caso di sistema chiuso. Quando esprimiamo il termine
PdV, introducendo la densità riferita a un kg di fluido, possiamo sostituire al
termine V il rapporto 1/ρ. Allora il lavoro associato alla trasformazione PdV,
con questa nuova notazione, diventa pari a Pd(1/ρ), ovvero Pd(ρ/ρ^2).
Questa forma ci è più comoda perché nella definizione di entalpia abbiamo
introdotto il differenziale d(P/ρ). Andando a confrontare i due termini lavoro
tecnico o totale in forma differenziale e lavoro associato alla trasformazione,
sempre in forma differenziale, possiamo, riarrangiando i termini, arrivare
all'espressione per la quale il dL, cioè il lavoro tecnico o totale in forma
elementare, è uguale al lavoro dL della trasformazione più il termine
differenziale d(P/ρ); se andiamo a sommare al lavoro della trasformazione il
lavoro necessario ai processi di introduzione e di estrazione della massa
otteniamo il lavoro tecnico o totale. In termini finiti possiamo dire che il lavoro
tecnico o totale è dato dalla somma del lavoro associato alla trasformazione
più il Δ(P/ρ). Se consideriamo una trasformazione che va da 1 a 2,
scriveremo che il lavoro L (tecnico o totale) è uguale al rapporto P₂/ρ₂ più il
lavoro associato alla trasformazione L meno il termine P₁/ρ₁. L'intero processo
può essere osservato rappresentandolo sul piano termodinamico nel quale in
ordinata riportiamo la pressione P e in ascissa il volume V, ovvero il rapporto
1/ρ. Avendo sotto mano la figura 8 di pagina 294, posso pensare di seguire la
trasformazione ciclicamente partendo dal punto A, arrivando al punto 1, poi
punto 2 operando un'operazione di compressione adiabatica,
successivamente si arriva alla fase di espulsione del fluido quindi si passa
per il punto B. Andando a valutare i diversi contributi nelle diverse
trasformazioni, quindi separando la fase di apporto di massa, la fase di
compressione e la fase di travaso o mandata, vado a effettuare con il segno
opportuno l'operazione che ho espresso precedentemente andando a

valutare il lavoro L tecnico o totale associato a tutto il processo. A questo


punto immagino di partire dalla fase di introduzione del fluido e quindi devo
immaginare che il fluido compie lavoro sul sistema passando dal punto A al
punto 1. Se il fluido compie lavoro sul sistema, questo lavoro ha il segno -.
Poi immagino di effettuare la compressione. Facendo la compressione, sono
io che compio lavoro sul fluido, lavoro quindi con segno positivo, e passo dal
punto 1 al punto 2. Dal punto di vista grafico, il lavoro viene rappresentato
dall'area sottesa al tratto di curva che va da 1 a 2. Completata questa
trasformazione, devo spendere lavoro per espellere il fluido dal sistema e
quindi devo compiere sul fluido del lavoro, con segno positivo, che mi porta
dal punto 2 al punto B. Il lavoro associato al processo completo è
rappresentato dall'area della figura i cui estremi sono A,1,2,B. A valle di
questa descrizione, è possibile affermare che il lavoro L associato alla
compressione e il lavoro L associato al processo completo differiscono dei
lavori definiti di pulsione o di travaso, cioè quei lavori associati ai processi di
introduzione e di espulsione della massa indispensabili per conferire
continuità al processo completo.

IL PRINCIPIO DI EQUIVALENZA PER GLI APPARECCHI A SCAMBIO DI


SOLO CALORE

Alcune considerazioni sugli apparecchi definiti anergici, o più semplicemente


scambiatori di calore. Si possono distinguere due casi. Un caso, in cui il
sistema è chiuso e quindi, con le pareti indeformabili, si osserva una
trasformazione isocora o isometrica. In questo caso, applicando il principio
d'equivalenza, si può eguagliare il calore scambiato Q alla differenza di
energia interna che, in termini differenziali, si esprime dQ=dU. A questo punto
pensando alla definizione di calore specifico per la quale esso è uguale al
rapporto dQ/dT, si può scrivere in forma differenziale che la variazione
infinitesima di energia interna dU è uguale al prodotto Cv*dT. Cv è il calore
specifico del sistema a volume costante. Il calore specifico non è un
differenziale esatto, quindi esso dipende dalla particolare trasformazione che
si esegue. Se ci si riferisce invece a uno scambiatore aperto, quindi uno
scambiatore in cui si realizza un flusso di massa costante, è ragionevole
aspettarsi che il processo di attraversamento avvenga a pressione costante,
quindi potremmo trascurare per un attimo le perdite di carico oppure porci
nell'ipotesi secondo la quale uno scambiatore ben costruito offra al passaggio
del flusso perdite di carico trascurabili. In questo caso esprimiamo in forma
differenziale il principio di equivalenza e quindi diciamo che il nostro dQ è
uguale al nostro dH, quindi salto di entalpia infinitesimo eguagliato allo
scambio di calore infinitesimo. Sempre appoggiandoci alla definizione di
calore specifico, in questo caso andremo a scrivere che il nostro calore
specifico, associato al processo che avviene a pressione costante, si chiama
Cp. Questo viene uguagliato al rapporto dH/dT quindi dH=Cp*dT.
Confrontiamo cosa accade in termini di variazione di entalpia e variazione di
energia interna ai due sistemi che subiscono la stessa variazione di
temperatura. In termini differenziali potremmo dire che vogliamo rapportare il
dH al dU quando i due sistemi, chiuso e aperto, subiscono la stessa
variazione differenziale di temperatura dT. Ci rendiamo conto che nei due
sistemi ora il dH sta al dU come il Cp sta al Cv. Il Cp, calore specifico a
pressione costante, è sempre maggiore del Cv, calore specifico a volume
costante, e quindi il rapporto Cp/Cv è sempre maggiore di 1 e viene
convenzionalmente indicato con la lettera k. Se consideriamo una fase di
riscaldamento, il ΔH associato alla trasformazione a pressione costante, è
sempre maggiore della variazione di energia interna associata alla
trasformazione a volume costante. Questo perché se consideriamo il termine
P/ρ che figura all'interno dell'espressione dell'entalpia, la differenza durante la
fase di riscaldamento, passando per esempio dallo stato 1 allo stato 2, è
positiva perché durante la trasformazione isobara, a pressione costante, la
massa volumica del fluido soggetto a riscaldamento diminuisce e quindi il ΔH
è necessariamente più grande del ΔU a parità di ΔT subito dal sistema.

GENERALIZZAZIONE DEL PRIMO PRINCIPIO DELLA TERMODINAMICA

Occorre mettere in evidenza l'aspetto per il quale le variazioni di energia


potenziale e di energia cinetica, se esistono, si sommano alle variazioni
dell'energia interna. Questa tiene conto solo delle modifiche al contenuto
energetico a livello molecolare. Ora, se si ha a che fare con un sistema
chiuso, il primo principio della termodinamica generalizzato vede al primo
membro tre termini: il ΔU, cioè la variazione di energia interna, al quale si
somma il ΔEp, differenza di energia potenziale, al quale ancora sommiamo
il ΔEc, variazione di energia cinetica. La somma di questi tre termini è sempre
uguale al calore e al lavoro scambiati. Se abbiamo a che fare, invece, con un
sistema aperto in condizioni permanenti, cioè con assenza di transitori di
portata e termici, possiamo esprimere il primo membro come il ΔH più il ΔEp
più il ΔEc; questa somma eguagliata al calore e al lavoro scambiati. In questo
caso il lavoro è il lavoro tecnico o lavoro totale. Una volta espresso il primo
principio della termodinamica in forma generalizzata, è possibile distinguere
alcuni casi semplificati, ipotizzando che esistano condizioni in cui non
intervengono scambi di calore e condizioni in cui non intervengono scambi di
lavoro, in analogia a quanto fatto in precedenza. Nel caso in cui non
intervengano scambi di calore, quindi quando il termini Q è nullo, possiamo
esprimere per un sistema aperto che il lavoro tecnico e il lavoro totale è
uguale alla somma di tre contributi: la differenza di energia potenziale, la
differenza di energia cinetica e la differenza di entalpia. Consideriamo il caso
di un liquido. Nel liquido la variazione di energia interna dipende dalla
temperatura. Se la temperatura del liquido non varia, non varia neanche
l'energia interna, quindi il termine ΔU che figura nella definizione di entalpia è
nullo. Il ΔH, allora, è solamente uguale al Δ del rapporto P/ρ. In questo caso il
lavoro tecnico o totale è eguagliato al Δ(P/ρ), al ΔEc e al ΔEp. A questo
punto, a partire dall'espressione del lavoro in un caso adiabatico, abbiamo
l'occasione di ricondurci al teorema di Bernoulli. Se noi consideriamo il flusso
all'interno di un condotto, ci ritroviamo in una condizione in cui non è possibile
lo scambio di lavoro. Il condotto è rigido, non c'è la possibilità di osservare
deformazioni o spostamenti delle pareti, quindi il termine del lavoro scambiato
si annulla. Ricadiamo quindi nell'espressione del teorema di Bernoulli in cui
il Δ(P/ρ) sommato al termine gΔH sommato al termine Δ(c^2/2) è uguale a 0.
Questa forma del teorema di Bernoulli è quella che abbiamo utilizzato
nell'analisi degli impianti idraulici. Esaurito il caso dei liquidi, ci possiamo
rivolgere all'altro caso notevole, cioè quello degli aeriformi. In questo caso la
massa volumica, rispetto a quella di un liquido, è modesta, per cui si può
accettare l'ipotesi per la quale ogni variazione di energia potenziale risulta
trascurabile o irrilevante rispetto agli altri termini, salto di entalpia e differenza
di energia cinetica. Quindi ora la nostra espressione generalizzata del primo
principio della termodinamica è composta da ΔH+ ΔEc uguagliati al calore e
al lavoro scambiati. Se passiamo dalla forma integrale alla forma
differenziale, andremo a esprimere questa uguaglianza con il termini dh, al

quale sommiamo il differenziale dell'energia cinetica che è riferito a 1 kg di


fluido cdc, e questi due termini saranno eguagliati al differenziale del calore
scambiato dQ sommato al differenziale del lavoro tecnico dL. Esprimiamo i
termini dh e cdc, che sono tra loro sommati, attraverso un unico termine.
Quindi l'entalpia dinamica sommata all'energia cinetica costituisce l'entalpia
totale. In maniera sintetica, potremmo riscrivere dht(tot)=dQ+dL. Chiaramente
in tutti quei casi in cui esistano solamente scambi termici o solamente scambi
di lavoro, il dht sarà uguale, rispettivamente, o al calore scambiato o al lavoro
scambiato. Se ci troviamo all'interno di un condotto, scriveremo che il dh
totale si conserva, quindi dht=0. In questo modo possiamo comprendere che
nel momento in cui ci troviamo all'interno di un condotto adiabatico e
anergico, quindi condotto rigido che non vede apporto o estrazione di calore,
possiamo renderci conto che il flusso modifica la propria velocità, per
esempio accelera, se vi è una diminuzione dell'entalpia termodinamica.
Diremo il flusso accelera a spese dell'entalpia termodinamica. Viceversa, se il
flusso rallenta, il valore dell'entalpia termodinamica crescerà. Questi
fenomeni si osservano all'interno di condotti che vedono variare la propria
sezione. Se mi trovo in un diffusore, man mano che procedo, vedrò diminuire
la velocità del fluido e crescere il termine di entalpia termodinamica. Se mi
trovo in un ugello, l'entalpia termodinamica diminuirà al contrario della
velocità che cresce.

IL PRINCIPIO DELL'EVOLUZIONE

Veniamo ora al terzo dei principi naturali che governano i processi di


evoluzione. Conosciamo chiaramente il principio di conservazione, i principi
di equivalenza e ora ci avviciniamo al principio dell'evoluzione. Tale principio
afferma che la natura si dirige verso gli stati più probabili. Se pensiamo a un
gas composto da un numero elevato di molecole, lo stato più probabile per
esso è quello di possedere una distribuzione spaziale di molecole uniforme
quindi il gas si trova a occupare spontaneamente tutto il volume che gli viene
messo a disposizione. Quindi se abbiamo un recipiente contenente un gas
che nello stato iniziale occupa un certo volume v, se andassimo ad alterare il
volume di questo recipiente, il gas tenderebbe ad occupare tutto il volume
disponibile. Questo processo è spontaneo, ovviamente non è spontaneo il
cambiamento di volume che è generalmente indotto meccanicamente, per
esempio spostando uno stantuffo di un cilindro. Statisticamente parlando,
ogni particella del gas si trova a egual distanza l'una dall'altra. Ciò che è
altamente improbabile che accada è che, dato un certo recipiente avente un
certo volume v contenente un gas, il gas spontaneamente passi ad occupare
un volume più piccolo cioè che non si distribuisca uniformemente all'interno
del volume ma che si concentri in una sola zona. In natura, un fenomeno del
genere non avviene mai ma non è sancita l'impossibilità meccanica che ciò
accada. Da notare però che se si ha a che fare con un gas estremamente
rarefatto composto da poche molecole, caso limite, queste ultime in alcuni
istanti possono addensarsi in una zona del cilindro e un altro istante
addensarsi un'altra. Ma anche in questo ultimo esempio, se il numero delle
particelle cresce ricadiamo nella condizione studiata nella totalità dei casi in
natura.
Per quanto riguarda i processi termodinamici che osserviamo nelle macchine
e negli impianti, il principio di evoluzione viene espresso attraverso il secondo
principio della termodinamica. Del secondo principio conosciamo tre
enunciati: l'enunciato di Clausius, l'enunciato di Kelvin e il postulato di Carnot,
che vedremo più avanti vedendo dei casi applicativi.

IL BILANCIO ENERGETICO NEI PROCESSI TERMODINAMICI

Gli impianti operano usualmente in maniera ciclica. Questo significa che, in


maniera indefinita nel tempo, l'impianto è in funzione. Possiamo fare
l'esempio in cui l'impianto viene avviato a una certa ora del giorno e non
viene fermato prima di un intervento di manutenzione ordinaria oppure a
causa di un guasto. All'interno del funzionamento che perdura nel tempo, è
possibile però riconoscere un ciclo, ovvero un insieme di fasi e sottofasi che



nel tempo si ripete in maniera indefinita. Un impianto che opera ciclicamente


vede all'interno del periodo di funzionamento una variazione di energia
interna nulla. In questo caso, quindi, il lavoro scambiato viene uguagliato al
calore scambiato. In questa circostanza si inserisce il secondo principio della
termodinamica. Il calore che viene scambiato all'interno di un ciclo richiede
almeno due sorgenti termiche per poter effettuare una produzione
continuativa di lavoro utile. Quindi devo aspettarmi all'interno di un ciclo la
presenza di almeno due sorgenti termiche. Il calore scambiato Q uguagliato
al lavoro è quindi da intendersi come la differenza tra il calore che viene
somministrato al fluido in una fase del ciclo e il calore che il fluido cede verso
l'esterno, una seconda sorgente, in un'altra fase del ciclo. Ora potremmo far
riferimento a un ciclo indicativo di un processo reale e, ad esempio, si riporta
classicamente il caso di un impianto motore a vapore. Preferisco però non
anticipare la funzionalità di questo impianto perché la vedremo più avanti
senza dover introdurre alcuni concetti che al momento non sono stati ancora
trattati. Quindi ci limitiamo a considerare il fatto che il termine Q è frutto della
differenza di due processi: un processo di somministrazione di calore al
fluido, il quale richiede una sorgente che possiamo abituarci a pensarla come
sorgente ad elevata temperatura, e un processo di cessione di calore da
parte del fluido a una seconda sorgente, che possiamo inquadrare come
sorgente a bassa temperatura.

LE IRREVERSIBILITÀ

Se consideriamo un processo reale, possiamo esprimere il lavoro associato


alla trasformazione mettendo in evidenza il fatto che compare un termine
aggiuntivo rispetto a quello che siamo abituati a trovare. Il lavoro elementare
dL viene espresso come la somma del pdv, ovvero del p che moltiplica il
rapporto dρ/ρ^2, sempre seguendo una semplice trasformazione, più il dL
che chiamiamo dLp, cioè il lavoro elementare associato alle dissipazioni. Da
dove trae origine questo termine aggiuntivo dLp, che a questo punto,
essendo sempre presente, ci può autorizzare a dire che il dL di una
trasformazione reale è sempre maggiore al termine pdv? Il termine dLp
deriva dal lavoro delle forze di attrito viscoso. Se immaginiamo di comprimere
un gas, possiamo pensare che all'interno del volume di gas lo spostamento
dello stantuffo produce uno spostamento tra una particella e l'altra del gas.
Questo moto che avviene tra una particella e l'altra, che poi si traduce nel
tempo nell'instaurarsi di una velocità relativa tra uno strato e l'altro di fluido,
determina l'insorgenza delle forze viscose che si oppongono allo
spostamento dello stantuffo. Alla luce di quanto detto, comprendiamo per
quale motivo le trasformazioni reversibili sono quelle che avvengono in tempi


infiniti, cioè sono quelle trasformazioni che avvengono così lentamente da


richiedere spostamenti delle particelle di fluido ai quali non sono associate
velocità considerevoli, al punto da non far nascere azioni viscose. Quindi
potremmo dire che una trasformazione reversibile viene realizzata attraverso
una successione di stati di equilibrio. La transizione tra uno stato e l'altro è
così lenta che gli spostamenti non richiedono al fluido di raggiungere velocità
tali da manifestare sensibili effetti delle forze di attrito. Anche le non
uniformità di temperatura sono alla base delle irreversibilità. Basti pensare
che un processo di scambio termico, che per avvenire richiede l'esistenza di
una differenza di temperatura tra una zona e l'altra del sistema, non può
essere invertito. Non può essere reversibile perché se in un verso si procede
lecitamente da temperature più alte a temperature più basse, nel verso
opposto si dovrebbe procedere dalla temperatura più bassa alla temperatura
più alta, cosa evidentemente impossibile.

ENTROPIA

È stato messo in evidenza che le forze di attrito, opponendosi ai processi che


avvengono durante le trasformazioni termodinamiche, possono essere
associate al cosiddetto lavoro delle forze di attrito. Lavoro che in forma
differenziale abbiamo espresso in termini di dLp. Quindi potremmo esprimere
il primo principio della termodinamica tenendo conto del contributo associato
al lavoro delle forze di attrito o forze passive, quindi potremmo includere nel
termine dL il contributo dLp. Per un sistema chiuso andremmo a scrivere che
il dU, cioè il differenziale dell'energia interna, è uguale al dQ più il dL, in cui
abbiamo introdotto il dLp. Nella fattispecie diremmo che il dL è uguale alla
pressione che moltiplica il rapporto dρ/ρ^2, il nostro pdv, più dLp. A questo
punto potremmo esprimere l'equazione del primo principio ponendo a primo
membro dQ+dLp e al secondo membro dU-P*dρ/ρ^2. Il primo membro e
anche il secondo membro di questa equazione non costituiscono dei
differenziali esatti, però lo possono diventare. Quindi moltiplicando il membro
di sinistra e il membro di destra per un'opportuna funzione integrante, questi
due termini possono diventare differenziali esatti. Moltiplicando il primo
membro e il secondo membro per il rapporto 1/T (T è la temperatura del
fluido che costituisce il nostro sistema), ci troviamo di fronte all'espressione
(dQ+dLp)/T = dU/T - P/T*dρ/ρ^2. Potendo applicare l'equazione di stato dei
gas perfetti, possiamo manipolare l'espressione ricavata sostituendo al
rapporto P/T il prodotto R*ρ e al differenziale dell'energia interna dU il
prodotto Cv*dT. Operando queste sostituzioni il nostro primo principio della
termodinamica si riscrive nel modo seguente: (dQ+dLp)/T = Cv*dT/T - R(dρ/
ρ). A questo punto, ci rendiamo conto che il secondo membro è un


differenziale esatto. Se quest'ultima ammissione è versa, anche il primo


membro sarà un differenziale membro e a tale membro potrà essere
associata una funzione di stato. Questa funzione di stato è ora in forma
differenziale e a essa viene conferito il simbolo dS, in cui S prende il nome di
funzione entropia. In questa maniera è possibile riscrivere il primo principio
della termodinamica nella forma generale: dU = T*dS + P(dρ/ρ^2).
Ripercorrendo lo stesso discorso ma associandolo a un sistema aperto
arriveremmo a scrivere: dH = T*dS + d(P/ρ).
Occorre evidenziare a questo punto un primo aspetto fondamentale che
riguarda la funzione entropia. Sulla base di quanto è stato svolto finora, è
possibile esprimere il dS, quindi la variazione elementare di entropia, come la
somma di due contributi: il primo termine pari al rapporto dQ/T al quale si
somma il dLp/T. Se consideriamo un processo adiabatico, si mette in
evidenza il fatto che il termine dQ, cioè il differenziale del calore scambiato, è
nullo. Quindi, nei processi adiabatici, che ci interessano perché avvengono
nelle macchine destinate allo scambio di lavoro, dS = dLp/T. Il termine dLp, il
lavoro delle forze di attrito, è sempre positivo e si oppone sempre alle
trasformazioni. Quindi possiamo affermare che l'entropia di un sistema
rimane costante se mi trovo a osservare una trasformazione reversibile,
oppure in tutte le altre trasformazione reali, ove sono presenti gli effetti delle
dissipazioni, degli attriti, delle irreversibilità, l'entropia aumenta sempre.

LEGGE DI MAYER

A partire dalle definizioni di calore specifico a volume costante e calore


specifico a pressione costante, è possibile ricavare la legge di Mayer, cioè
l'espressione che uguaglia la costante R del gas alla differenza Cp-Cv. Da
questa relazione e utilizzando sempre il rapporto K, cioè Cp/Cv, si ricavano le
ulteriori relazioni R = Cv*K - 1 e R = Cp*K - 1/K.

LE TRASFORMAZIONI TECNICHE DEI FLUIDI

Teniamo in considerazione il fatto che in generale il calore specifico di un gas


è una funzione della temperatura. Dovendo effettuare dei calcoli lungo una
trasformazione che prevede un intervallo di temperature all'interno del quale il
calore specifico varia sensibilmente, occorre suddividere la trasformazione in
diversi passi e in ciascuno di questi passi occorre calcolare il valore del
calore specifico Si passa quindi da un caso di più grande approssimazione,
per il quale si può considerare costante il calore specifico per tutta la
trasformazione, al caso limite per il quale ad ogni passetto, quindi ad ogni




intervallo dT di temperatura, si potrebbe calcolare il calore specifico che


compete a quell'intervallino infinitesimo. Le trasformazioni caratterizzate da
calore specifico costante prendono il nome di politropiche. Tutte le volte che il
gas tecnico può essere ben rappresentato da un gas perfetto, le
trasformazioni saranno del tipo politropico, Avendo a che fare con
trasformazioni reversibili, quindi in assenza di attriti, il primo principio si
riscrive sostituendo al dH, nel caso di sistemi aperti, il Cp*dT e al dU, nel
caso di sistemi chiusi, il Cv*dT. Il termine differenziale del calore scambiato
dQ si può scrivere come C*dT, dove C è il calore specifico del gas, e quindi
con semplici passaggi si ricava il rapporto (Cp-C)/(Cv-C) che si pone uguale
a M. Questo rapporto M è costante se sono costanti i calori specifici C, Cp e
Cv. Se C, calore specifico del gas, è positivo, M è maggiore di K, quindi del
rapporto Cp/Cv. Se invece C è negativo, M è minore di K. C negativo significa
che il fluido che sta subendo una trasformazione, nonostante possa vedere
un apporto di calore dQ, si sta raffreddando, quindi contestualmente
all'apporto di calore dQ vi è uno scambio di lavoro, per esempio
un'espansione, che determina un abbassamento della temperatura del gas.
Quindi, il calore specifico C, pari al dQ/dT, è negativo. Con semplici
manipolazioni che si possono effettuare sulla definizione di M, quindi vista
come il rapporto (Cp-C)/(Cv-C), si può ottenere un'espressione che lega la
pressione alla densità, cioè che la pressione P è uguale a una costante A che
moltiplica la massa volumica ρ, elevata alla M. Sempre con l'ausilio
dell'equazione di stato, si può riportare l'uguaglianza in termini di temperatura
e di pressione, quindi scrivere che la temperatura è uguale a un'altra costante
A2 che moltiplica la pressione elevata al rapporto (M-1)/M. Due qualsiasi stati
termodinamici sono sempre collegati da una e una sola politropica. Ciò
significa che, a legare due stati termodinamici, vi sono le espressioni che
abbiamo appena descritto, quindi la pressione legata alla massa volumica e
la temperatura legata alla pressione, individuando le costanti A.
Giunti a questo punto nello studio della termodinamica delle macchine,
occorre dotarsi di alcuni strumenti e quindi memorizzare, oltre che a ben
comprendere, alcune trasformazioni fondamentali e quindi quali sono le
espressioni del salto di energia interna, del salto di entalpia e del salto di
entropia che caratterizzano alcune trasformazioni fondamentali. Accanto a
questi salti nelle funzioni di stato, occorre anche memorizzare i termini del
lavoro della trasformazione, quindi intendo il lavoro nel caso del sistema
chiuso, il lavoro tecnico nel caso di sistema aperto e il calore scambiato
durante la trasformazione. Queste espressioni possono essere
semplicemente ricavate sulla base di quanto è stato fatto finora a partire
dall'espressione della politropica, che abbiamo detto è una trasformazione
generale che si fonda sull'ipotesi di operare con un gas perfetto, quindi con
calori specifici C, Cv e Cp costanti. Ovviamente, essendo un gas perfetto vale

l'equazione di stato del gas perfetto. Bisogna declinare le grandezze che


abbiamo precedentemente elencato per la politropica, quindi quella
trasformazione che vede la pressione eguagliata alla costante A che
moltiplica la massa volumica ρ elevata alla M per la adiabatica, per la isocora,
per l'isoterma e per l'isobara. Nell'adiabatica il calore specifico C vale 0, M è
uguale a K, quindi la pressione sarà uguale ad A che moltiplica ρ elevato alla
K. Se abbiamo a che fare con l'isocora, il calore specifico C è pari al calore
specifico a volume costante, la densità è costante. Nell'isobara il calore
specifico C è uguale al Cp, la pressione è costante. Nell'isoterma il calore
specifico C vale infinito, la temperatura T è costante e la pressione è uguale
ad A che moltiplica la densità ρ. Quindi, per ognuna di queste trasformazioni,
occorre conoscere l'evoluzione delle funzioni di stato, esprimere il lavoro ed
esprimere il calore.

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