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Lezione 002

IL CANDIDATO ILLUSTRI LA DIFFERENZA TRA IMPOSTE DIRETTE E IMPOSTE


INDIRETTE

La distinzione più frequente è quella tra imposte dirette e indirette. Le prime colpiscono il reddito o
il patrimonio, le seconde la manifestazione indiretta della capacità contributiva,
ovvero i consumi ed i trasferimenti.

IL CANDIDATO INDICHI COME E' SUDDIVISO IL TRIBUTO


Il tributo è un’entrata coattiva stabilita dall’Autorità con un suo atto senza il consenso dell’obbligato.
Il pagamento dei tributi non deriva da una scelta del singolo contribuente, che non ha poteri negoziali
di contrattare una prestazione che gli sarà resa in cambio del versamento del tributo. Il prelievo
tributario non deriva da un accordo contrattuale ma trova il suo fondamento nell’esercizio di un
potere politico, affidato agli organi rappresentativi del popolo, che individua le spese generali della
collettività, i criteri e le modalità di ripartizione fra tutti coloro che appartengono alla collettività
stessa.
Il tributo è un’obbligazione ed in quanto tale si distingue da altri atti autoritativi provenienti dalla
P.A, che incidono sul patrimonio privato (espropriazioni, servitù militari ecc.).
Il termine tributo comprende l’imposta, la tassa ed il contributo.

IL CANDIDATO DESCRIVA COS'E' IL CONTRIBUTO


Il contributo è una particolare prestazione tributaria che trae origine dalla realizzazione di un’opera
pubblica destinata alla collettività, ma dalla quale il singolo, tenuto al versamento di tale tributo,
trae un beneficio specifico.
IL CANDIDATO INDICHI LA DIFFERENZA TRA IMPOSTA, TASSA E CONTRIBUTO
-L’imposta può definirsi come una prestazione coattiva di carattere pecuniario, che deve essere
adempiuta dal soggetto su cui grava in base alle previsioni normative a prescindere, quindi, da
qualsiasi controprestazione dell’ Autorità pubblica.
-La tassa è una prestazione pecuniaria dovuta dal contribuente, che trae origine da una
controprestazione dell’Autorità su richiesta del soggetto stesso. La tassa si distingue dall’imposta
perché scaturisce dalla prestazione di un pubblico servizio (tassa sulla raccolta dei rifiuti urbani). Si
differenzia, altresì, dal prezzo pubblico perché quest’ultimo ha un’origine negoziale-contrattuale di
natura privatistica, mentre la tassa è un’ imposizione coattiva
-Il contributo è una particolare prestazione tributaria che trae origine dalla realizzazione di un’opera
pubblica destinata alla collettività, ma dalla quale il singolo, tenuto al versamento di tale tributo, trae
un beneficio specifico.

IL CANDIDATO DESCRIVA COS'E' LA TASSA


La tassa è una prestazione pecuniaria dovuta dal contribuente, che trae origine da una
controprestazione dell’Autorità su richiesta del soggetto stesso. La tassa si distingue dall’imposta
perché scaturisce dalla prestazione di un pubblico servizio (tassa sulla raccolta dei rifiuti urbani).
Si differenzia, altresì, dal prezzo pubblico perché quest’ultimo ha un’origine negoziale-contrattuale
di natura privatistica, mentre la tassa è un’ imposizione coattiva.

IL CANDIDATO DESCRIVA COS'È' L'IMPOSTA

L’imposta può definirsi come una prestazione coattiva di carattere pecuniario, che deve essere
adempiuta dal soggetto su cui grava in base alle previsioni normative a prescindere, quindi, da
qualsiasi controprestazione dell'Autorità pubblica.

Lezione 003
IL CANDIDATO DESCRIVA LE FONTI DEL DIRITTO TRIBUTARIO

Nella gerarchia delle fonti, le norme comunitarie occupano una posizione più elevata rispetto alle
norme nazionali.
L’ordinamento comunitario si fonda sul Trattato di Roma (1957), da cui è nata la Comunità
Economica Europea, a cui hanno fatto seguito L’Atto unico europeo (1986), il Trattato di Maastricht
(1992), il Trattato di Amsterdam (1997), il Trattato di Nizza (firmato nel 2001 ed entrato in vigore
nel 2003).Detto ordinamento è sovranazionale ed i suoi organi hanno il potere di emanare norme
che possono avere come destinatari i singoli stati membri (direttive) oppure direttamente i soggetti
nazionali (regolamenti).
Nel diritto tributario il legislatore comunitario è intervenuto emanando prevalentemente direttive
volte ad armonizzare i sistemi fiscali nazionali.Per quanto attiene alle Convenzioni internazionali,
l’art. 80 della Costituzione stabilisce: “Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati
internazionali che sono di natura politica ...”. E’, quindi, necessaria una legge ordinaria dello Stato
per sancire un accordo internazionale e dare esecuzione allo stesso. Le Convenzioni si
distinguono dai Regolamenti comunitari che sono, invece, produttivi di effetti immediati nei
confronti di tutti i soggetti dell’ordinamento interno.Va, però, sottolineato che l’art. 117 Cost. ha
stabilito che le leggi nazionali e regionali non possono porsi in contrasto con gli obblighi
internazionali, per cui se da un lato un accordo internazionale per produrre efficacia deve essere
ratificato con legge ordinaria, dall’altro lo Stato e la Regione non possono legiferare in contrasto
con norme di convenzioni internazionali.La Costituzione, al titolo V della seconda parte, così come
riformato dalla legge costituzionale 3/2001, attribuisce allo Stato, in via esclusiva, il compito di
fissare i principi fondamentali del diritto tributario e di disciplinarne il sistema; alle regioni spetta,
nel rispetto di detti principi, il compito di emanare norme (potestà legislativa concorrente) per “il
coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”.Proseguendo il nostro discorso sulla
gerarchia delle fonti, dopo la normativa comunitaria e la Costituzione, si collocano le leggi dello
Stato, i decreti legge e i decreti legislativi nonché, con particolare riguardo al diritto tributario, i testi
unici che raccolgono in un unico documento norme che si trovano in leggi diverse. La potestà
normativa tributaria è esercitata prevalentemente con leggi ed altri atti aventi valore di legge
ovvero i decreti legge e i decreti legislativi.

Lezione 006
IL CANDIDATO ILLUSTRI QUANTO DISPOSTO DALL'ART. 53 DELLA COSTITUZIONE

L’art. 53 stabilisce: “ Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro
capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Nella citata norma sono contenuti due principi basilari del sistema tributario: la capacità
contributiva e la progressività.
Esaminiamoli separatamente. Per comprendere il principio della capacità contributiva occorre
rilevare che all’art. 2 vengono riconosciuti dalla Repubblica i diritti inviolabili dell’uomo che è, però,
tenuto ad adempiere ai “doveri inderogabili di
solidarietà politica, economica e sociale”.Il dovere di pagare i tributi si pone come un dovere di
solidarietà in ragione, appunto, della capacità contributiva. Il principio contributivo non si fonda sul
fatto che le spese pubbliche sono a carico di chi ne usufruisce secondo una logica commutativa,
quanto piuttosto si basa sul dovere di solidarietà nei confronti della comunità di cui ciascuno fa
parte. In sostanza ogni individuo ha l’obbligo di contribuire alle spese pubbliche non in ragione di
quanto riceve dallo Stato, ma in ragione della sua appartenenza alla collettività e deve
provvedere in misura corrispondente alla sua capacità contributiva.
Il prelievo tributario non ha il solo scopo di assicurare entrate allo Stato per garantire il libero e
normale svolgimento della vita economica e sociale (finalità fiscale), ma serve ad assicurare allo
Stato stesso un ruolo attivo (finalità extrafiscale) per garantire l’azione pubblica specialmente in
campo economico rimuovendo, in primo luogo, gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza
dei cittadini (art. 3 Cost.). Il fatto che tutti siano tenuti a concorrere alle spese pubbliche può far
pensare che si tratti di una norma programmatica che abbia bisogno di concretizzarsi con
apposite disposizioni legislative.

IL CANDIDATO INDICHI IN CHE MODO PUO' ESSERE ATTUATA LA PROGRESSIVITA' DELLE


IMPOSTE
1) Per detrazione La progressività per detrazione colpisce con la stessa aliquota la base imponibile
dopo aver detratto da questa un ammontare fisso. Se, ad esempio, l’aliquota è del 20% ed è ammessa
la detrazione fino ad € 10.000,00, i redditi fino a tale importo non saranno gravati di imposta, quelli di
20.000,00 pagheranno il 20% su 10.000,00 ovvero € 2.000,00
2) Per classi Con la progressività per classi ad ogni classe corrisponde un aliquota che aumenta
passando ad una classe più alta. Ad esempio fino ad € 10.000,00 si applica l’aliquota del 5%, da
10.000,01 a 50.000,00 si applica l’aliquota del 10%, da 50.000,01 fino a 100.000,00 l’aliquota è del 15%.
Il grave difetto di questo sistema è che chi ha un patrimonio vicino alla classe inferiore, applicata
l’imposta, si ritrova con un reddito minore rispetto a chi appartiene alla classe inferiore.
3) Per scaglioni Questo sistema nasce per risolvere gli inconvenienti della progressività per classi. Ogni
classe di imponibile ha un’aliquota e solo l’eccedenza è sottoposta all’aliquota maggiore. Se per
esempio, fino ad € 10.000,00 si applica l’imposta del 5%, su quella da 10.000,01 a 20.000,00 si applica il
5% su 10.000,00 ed il 6% sulla quota eccedente. Sui redditi fra 20.000,01 e 30.000,00 ci sarà
un’aliquota del 5% fino a 10.000,00, un’altra del 6% sempre su 10.000,00 e sulla somma restante oltre
i 20.000,00 l’aliquota del 7%.
4) Continua Con questo sistema l’aliquota aumenta in misura continua con l’aumentare della base
imponibile fino a raggiungere un massimo e dal quel momento rimane costante, altrimenti si
trasformerebbe in un’operazione di confisca del reddito o del patrimonio gravato di imposta. Questo
regime fu applicato in Italia nel 1919 per l’imposta straordinaria sul patrimonio: partendo da
un’aliquota minima del 4,50% sui patrimoni minori, con diverse variazioni si arrivava fino al 50%.

IL CANDIDATO ILLUSTRI COSA SI INTENDE PER PROGRESSIVITA' E PROPORZIONALITA'


DELLE IMPOSTE

Il sistema tributario “è informato a criteri di progressività” (art. 53, comma 2, Cost.). Al principio di
progressività deve essere improntato il sistema nel suo complesso per cui sono ammessi tributi
proporzionali. La progressività è ispirata ai seguenti principi: a) limitare il divario economico fra le
classi sociali; b) raggiungere il massimo grado di utile per la collettività con il minor sacrificio per
ciascuno; c) ridistribuire i redditi a favore dei meno abbienti.
La progressività delle imposte può essere tecnicamente attuata:
1) Per detrazione La progressività per detrazione colpisce con la stessa aliquota la base imponibile
dopo aver detratto da questa un ammontare fisso.
2) Per classi Con la progressività per classi ad ogni classe corrisponde un aliquota che aumenta
passando ad una classe più alta.
3) Per scaglioni Questo sistema nasce per risolvere gli inconvenienti della progressività per classi.
4) Continua Con questo sistema l’aliquota aumenta in misura continua con l’aumentare della base
imponibile fino a raggiungere un massimo e dal quel momento rimane costante, altrimenti si
trasformerebbe in un’operazione di confisca del reddito o del patrimonio gravato di imposta.

Lezione 012
COSA SI INTENDE PER ACCOLLO E SUCCESSIONE NELL'OBBLIGAZIONE TRIBUTARIA
L’accollo, come noto, è un accordo fra il debitore (accollato) e un terzo (accollante) con il quale il
terzo assume il debito dell’altro: a tale accordo non partecipa il creditore (accollatario) (art. 1273
c.c.).L’accollo può essere semplice o interno, esso si reali Può essere esterno quando il creditore
aderisce all’accordo in tal caso dottrina e giurisprudenza ravvisano una forma di contratto a favore di
terzo. A sua volta l’accordo esterno può essere cumulativo quando il creditore aderisce all’accordo
senza liberare il debitore che rimane obbligato in solido con il terzo, oppure liberatorio quando il
creditore dichiara espressamente di liberare il debitore.Al di fuori dell’ipotesi in cui il legislatore
prevede la rivalsa obbligatoria (es. l'Iva) oppure la vieta espressamente (es. Invim che era dovuta dal
venditore e non poteva, in base ad accordo fra le parti, essere posta a carico del compratore), i privati
possono stipulare patti che prevedono l’accollo in materia tributaria.E’ fatto espressamente divieto
nello Statuto dei diritti del contribuente all’Amministrazione di consentire l’accollo liberatorio ovvero
di liberare il debitore originario.In sostanza è consentito il solo accollo cumulativo.La legittimazione di
tale tipo di accordo è avvenuta prima ad opera della dottrina e della giurisprudenza e poi
successivamente ad opera del legislatore attraverso lo statuto dei diritti del contribuente.Ci si è chiesto
se attraverso queste fattispecie contrattuali il contribuente tenda ad eludere l’applicazione del tributo
approfittando di lacune del sistema oppure realizzi un legittimo risparmio.Avremo, in sostanza, un
risparmio legittimo quando si utilizzi una normativa posta sullo stesso piano di altre fra le quali il
contribuente possa scegliere. Pensiamo alla possibilità di effettuare una cessione di azienda piuttosto
che una cessione di quote, alla possibilità per il lavoratore dipendente di avere una retribuzione al
netto delle imposte piuttosto che al lordo delle stesse.La scelta dei regimi giuridici è perfettamente
legittima secondo il nostro ordinamento.E’ certamente vero che alcuni sono più onerosi di altri ma il
sistema fiscale non impone di scegliere il sistema più oneroso.Ne deriva che è legittimo il risparmio
ottenuto seguendo un regime previsto dall’ordinamento rispetto ad un altro più gravoso.E’ invece da
considerare un comportamento elusivo quello del contribuente che ricorra a due o più regimi fiscali
ottenendo così un risultato che è distorsivo della normativa vigente.Il patto di accollo è senz’altro
lecito, può non esserlo il comportamento del contribuente che utilizzando tale strumento si sottrae al
pagamento del tributo.

Lezione 013
IL CANDIDATO INDICHI QUALI SONO LE AGENZIE FISCALI E QUALI I LORO COMPITI
I compiti operativi sono svolti dalle Agenzie Fiscali: Agenzia delle Entrate, Agenzia del Demanio,
Agenzia delle Dogane e dei Monopoli Le Agenzie sono enti pubblici economici soggetti al potere di
indirizzo e controllo del Ministero, essi hanno personalità giuridica e sono autonomi dal punto di vista
regolamentare, amministrativo, patrimoniale, contabile e finanziario.L’Agenzia delle Entrate gestisce i
tributi statali con la sola eccezione di quelli doganali e delle accise. Al vertice dell’Agenzia vi è un
Direttore generale da cui dipendono le Direzioni regionali.I compiti tecnico operativi sono svolti dagli
Uffici locali, che controllano le dichiarazioni, svolgono i controlli, emettono gli avvisi di accertamento,
emettono i ruoli, dispongono i rimborsi e rappresentano l’Agenzia in giudizio.

Lezione 016
IL CANDIDATO ILLUSTRI L'ISTITUTO DEL RAVVEDIMENTO
L’art. 13 del D.Leg.vo 472/97 disciplina il ravvedimento.
Il ravvedimento consente al contribuente di porre rimedio agli errori commessi e di mettersi in regola
rispetto ad omissioni o irregolarità beneficiando di sconti sulle sanzioni amministrative. E’ necessario,
però, che provveda entro termini perentori a correggere i propri errori.
Qualora non si sia provveduto a pagare, per intero o in parte, quanto dovuto in base alla dichiarazione
dei redditi e dell’Iva o anche non sono state versate le ritenute alla fonte che deve operare il sostituto di
imposta, si può provvedere spontaneamente al pagamento delle imposte e della sanzione in misura
ridotta. Le riduzioni delle sanzioni variano in ragione del tipo di violazione commessa e della
tempestività del ravvedimento.

IL CANDIDATO INDICHI IN COSA CONSISTE L'AUTOTUTELA


L’autotutela o ius poenitendi è il procedimento di secondo grado tramite il quale l’Amministrazione,
quando riscontra che l’atto emanato sia illegittimo o infondato, provvede a rimuoverlo d’ufficio o su
iniziativa del cittadino con efficacia ex tunc. L’Amministrazione finanziaria opera secondo i principi
enunciati dallo Statuto del contribuente e in base ai principi generali del diritto amministrativo. Vi
può essere: 1) annullamento di atto illegittimo quando l’Amministrazione abbia riscontrato vizi di
legittimità dell’atto emanato o del procedimento o dei suoi precedenti atti; 2) revoca di un atto
inopportuno quando l’Amministrazione, mutati i presupposti di fatto o di diritto che hanno
determinato l’emissione dell’atto, provvede a revocarlo. In questo modo da un lato viene evitato
contenzioso tributario con risparmio di spese e attività, dall’altro l’autotutela rappresenta una
garanzia per il cittadino in ragione del fatto che l’Amministrazione è tenuta ad annullare i propri atti
nelle ipotesi descritte. L’attività di autotutela non è soggetta a decadenza. Non esiste, però , un
diritto soggettivo del contribuente affinché l’amministrazione provveda, in quanto trattasi di potere e
non di obbligo in capo all’amministrazione stessa. Il procedimento di autotutela può essere attivato:
1) su iniziativa autonoma del Garante del contribuente;
2) dal Garante a seguito di richiesta del contribuente;
3) dal contribuente direttamente tramite istanza motivata all’Amministrazione;
4) direttamente dall’ufficio.

IL CANDIDATO ILLUSTRI L'INTERPELLO


La legge 27/7/2000 n. 212 (Statuto del contribuente) ha introdotto norme volte a tutelare il
contribuente nei rapporti con l’amministrazione finanziaria, sia durante la fase di interpretazione e
attuazione delle norme tributarie, sia in quella successiva di accertamento. Possiamo definire
l'interpello (denominato nel diritto anglosassone ruling) un'istanza che il contribuente rivolge
all'Agenzia delle Entrate prima di porre in essere un comportamento rilevante sotto il profilo fiscale
con la finalità di avere delucidazioni sull'interpretazione di una norma obiettivamente di incerta
interpretazione nel caso concreto che interessi il contribuente.
Esistono quattro tipologie di interpello:
1) ordinario: consente di chiedere un parere sull'applicazione di norme tributarie di incerta
applicazione con riferimento ad un caso concreto e personale.
2) probatorio: permette al contribuente di chiedere un parere sulla sussistenza di elementi di prova
previsti dalla legge per accedere a determinati regimi fiscali come ad esempio in tema di società non
operative (art. 30 legge 724/94).
3) antiabuso: consente di acquisire un parere in merito all’abuso del diritto. Mentre la precedente
disciplina antielusiva si applicava solo in materia di imposte sui redditi, la nuova attiene ad ogni
materia impositiva.
4) disapplicativo: consente di ottenere la disapplicazione dei norme volte ad impedire comportamenti
elusivi attraverso la limitazione di deduzioni, detrazioni, crediti di imposta; tali norme possono non
essere applicate se viene fornita la prova che gli effetti elusivi non possono comunque verificarsi.

Lezione 018
IL CANDIDATO INDICHI COSA SI INTENDE PER DICHIARAZIONE IVA ANNUALE
L’obbligo di presentare la dichiarazione annuale dell’Iva era disciplinato dall’art. 28, abrogato
dall’art.9, c 9, D.p.r. 22/07/1998, n. 322 con effetto dal 22/09/1998. A decorrere dal 1998 per le persone
fisiche, e dall’anno successivo per le società ed enti diversi, è stata introdotta la cosiddetta
dichiarazione unificata annuale (Mod. Unico). A decorrere dall'anno di imposta 2016, la dichiarazione
annuale iva non può più essere presentata in forma unificata con la dichiarazione dei redditi, ma va
presentata in forma autonoma. Sono esonerati dalla presentazione della dichiarazione Iva: - i
contribuenti che per l’anno d’imposta hanno registrato esclusivamente operazioni esenti (articolo 10
del Dpr n. 633/1972), nonché coloro che essendosi avvalsi della dispensa dagli obblighi di fatturazione
e di registrazione (articolo 36-bis del Dpr n. 633/1972) hanno effettuato soltanto operazioni esenti.
Questo esonero non si applica se il contribuente: ha effettuato anche operazioni imponibili anche se
riferite a attività gestite con contabilità separata; ha registrato operazioni intracomunitarie o ha
eseguito rettifiche (articolo 19-bis2 del Dpr n.633/1972); ha effettuato acquisti per i quali, in base a
specifiche disposizioni, l’imposta è dovuta da parte del cessionario (acquisti di oro, argento puro,
rottami ecc.)
-i contribuenti che si avvalgono del regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e
lavoratori in mobilità (cd "nuovi minimi"); - i produttori agricoli esonerati dagli adempimenti
(articolo 34, comma 6 del Dpr n. 633/1972); - gli esercenti attività di organizzazione di giochi,
intrattenimenti e altre attività simili, esonerati dagli adempimenti Iva, che non hanno optato per
l’applicazione dell’Iva nei modi ordinari; - le imprese individuali che hanno dato in affitto l’unica
azienda e non esercitano altre attività rilevanti agli effetti dell’Iva
- i soggetti passivi d’imposta, residenti in altri stati membri della Comunità europea, se hanno
effettuato nell’anno d’imposta solo operazioni non imponibili, esenti, non soggette o comunque senza
obbligo di pagamento dell’imposta - i soggetti che hanno esercitato l’opzione per l’applicazione delle
disposizioni in materia di attività di intrattenimento e di spettacolo, esonerati dagli adempimenti Iva
per tutti i proventi conseguiti nell’esercizio di attività commerciali connesse agli scopi istituzionali
(Legge 16 dicembre 1991, n. 398)
-i soggetti domiciliati o residenti fuori dall’ Unione europea, non identificati in ambito comunitario,
che si sono identificati ai fini dell’Iva nel territorio dello Stato per l’assolvimento degli adempimenti
relativi ai servizi di telecomunicazione, tele-radiodiffusione ed elettronici resi a committenti, non
soggetti passivi d’imposta, domiciliati o residenti in Italia o in altro Stato membro; - i contribuenti che
si avvalgono del regime forfetario per le persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti e professioni
(articolo 1, commi da 54 a 89, della legge n. 190 del 2014).

Lezione 023
IL CANDIDATO SPIEGHI COSA SI INTENDE PER CONTROLLO SOSTANZIALE DELLE
DICHIARAZIONI COSA SONO ACCESSI, ISPEZIONI E VERIFICHE?
L’accesso consiste nell’ingresso coattivo e nella permanenza nel domicilio o nei locali in cui è esercitata
attività di impresa, artistica o professionale. L’ispezione è una ricerca dei documenti. La verifica è la
forma principale di controllo dei contribuenti e consiste in un riscontro della gestione contabile
ispezionata.
L’accesso è il potere di entrare e di fermarsi in un luogo, anche senza o contro il consenso del
contribuente, al fine di eseguire le operazioni autorizzate dal responsabile dell’ufficio competente
dell’Agenzia. Secondo l’attuale legislazione l’accesso è consentito sia nei locali destinati allo
svolgimento di attività commerciali o agricole sia in quelli destinati all’esercizio di un’arte o di una
professione.
L’ispezione è il potere riconosciuto all’amministrazione finanziaria di recarsi presso il contribuente
con lo scopo di controllare il rispetto degli obblighi formali e sostanziali posti a suo carico attraverso
l’esame delle scritture contabili, dei libri sociali e della relativa documentazione. Si tratta, quindi, di
un’ispezione documentale anche su quelle scritture che non devono obbligatoriamente essere tenute e
conservate.
Le verifiche sono svolte dall’ufficio o dalla Guardia di finanza per controllare l’adempimento degli
obblighi tributari; terminate le operazioni viene redatto un verbale di constatazione dove vengono
indicate le violazioni riscontrate e i relativi addebiti.

Lezione 024
01. QUALI SOGGETTI SONO SOTTOPOSTI AD INDAGINE BANCARIA
Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha affermato che devono essere sottoposti ad indagine:
1) gli evasori totali;
2) coloro che non hanno istituito la contabilità o la stessa appaia chiaramente inattendibile;
3) coloro che effettuano operazioni di import-export;
4) coloro che hanno emesso fatture per operazioni inesistenti;
5) coloro che hanno capacità contributiva in evidente contrasto con le dichiarazioni presentate.
Ottenuta l’autorizzazione gli organi procedenti provvedono alla notifica del provvedimento anche a
mano presso la direzione generale della banca che provvederà, anche attraverso le proprie filiali o
agenzie, a fornire la documentazione dei rapporti intrattenuti con il contribuente in un termine non
inferiore a sessanta giorni. La legge n. 413/1991 prevedeva che potessero essere richiesti “copia
dei conti intrattenuti con il contribuente con la specificazione di tutti i rapporti inerenti o connessi a
tali rapporti comprese le garanzie prestate da terzi”.

COSA SONO LE INDAGINI BANCARIE IN AMBITO TRIBUTARIO


Fino alla legge 413/91, la disciplina delle indagini bancarie per ragioni fiscali era fortemente limitata
dal segreto bancario che non aveva una disciplina legislativa, ma trovava applicazione nella prassi
consuetudinaria dei rapporti bancari per l’esigenza di salvaguardare la libertà di investimento e la
tutela del risparmio. I fondamenti normativi di tali principi erano ravvisati nell’art. 47 Cost. in tema di
risparmio ed esercizio del credito, nell’art. 10 della legge bancaria, negli artt. 1337 e 1375 c.c. che
impongono correttezza e buona fede in tutti i rapporti contrattuali compresi quelli bancari dove
rileva la riservatezza, nonché negli artt. 326 e 622 c.p. che vietano rispettivamente al pubblico
ufficiale e al privato cittadino la divulgazione di notizie che debbono rimanere segrete, costituendo,
quindi, il primo un reato proprio ed il secondo un reato comune. L’Amministrazione disponeva
dapprima solo del potere di chiedere alla banca copia dei conti intrattenuti dal contribuente su cui
si svolgeva il controllo ex art. 35 DPR 600/73. Si trattava di uno strumento molto limitato in quanto
poteva essere utilizzato solo in presenza di prove già acquisite di gravissime forme di evasione e
previa autorizzazione dell’Ispettorato compartimentale e del Presidente della commissione
tributaria di terzo grado. Era possibile derogare al segreto bancario in caso di omessa o infedele
presentazione delle dichiarazioni ai fini Iva o delle imposte dirette in presenza di elementi certi da
cui risultasse che il contribuente avesse conseguito ricavi o corrispettivi superiori a L. 100.000.000,
nonché in caso di omessa tenuta dei libri contabili purché risultassero ricavi o corrispettivi superiori
alla somma ora indicata.

Lezione 025
QUALI SONO GLI OBBLIGHI CHE IL CONTRIBUENTE DEVE RISPETTARE DURANTE
L'ATTIVITA' ISTRUTTORIA?

Nel corso dell’attività istruttoria, il contribuente è obbligato ad ottemperare agli inviti e alle richieste
dell’Amministrazione. La mancata collaborazione, oltre ad essere punita con sanzioni
amministrative (pene pecuniarie e soprattasse), pregiudica la successiva facoltà di difesa del
contribuente, perché “le notizie e i dati non addotti e gli atti, i documenti, i libri e i registri non esibiti
o non trasmessi in risposta agli inviti dell’Ufficio non possono essere presi in considerazione a
favore del contribuente in sede amministrativa e contenziosa” (D.p.r. n.600/1993). Bisogna
comunque tener presente che l’Ufficio ha la facoltà, non l’obbligo, di interpellare il contribuente
inviando questionari o invitandolo a comparire di persona e di interpellarlo per permettergli di
fornire prove contrarie. Ci sono però dei casi in cui l’Ufficio deve interpellare il contribuente prima di
procedere ad accertamenti, ad esempio quando per operazioni che considera elusive, deve
notificare al contribuente un avviso per permettergli di fornire prove o chiarimenti sulle circostanze
che escludono il carattere elusivo dell’operazione. Ai sensi dell’art. 12 dello “Statuto del
contribuente”, accessi, ispezioni e verifiche nei locali destinati all’esercizio dell’attività commerciale
o professionale, si svolgono durante l’orario ordinario di esercizio delle attività e in modo da
arrecare la minore turbativa allo svolgimento delle attività e alle relazioni commerciali o
professionali del contribuente. Al termine delle verifiche, ossia dopo il rilascio della copia del
processo verbale di chiusura delle operazioni di controllo, il contribuente può comunicare agli uffici
impositori, entro 60gg, osservazioni e richieste. L’avviso di accertamento non può essere emanato
prima della scadenza di tale termine.

Lezione 026
IL CANDIDATO ILLUSTRI IN CHE MODO PUO' CONCLUDERSI L'ATTIVITA' ISTRUTTORIA

L’attività istruttoria può concludersi senza che venga riscontrata alcuna violazione. In tal caso
l’amministrazione finanziaria non emetterà alcun tipo di atto. Qualora, invece, l’amministrazione
rilevi delle violazioni possono verificarsi diverse ipotesi. Il D.lgs. 19/6/1997 n. 218 prevede
l’accertamento con adesione, da concludersi prima che la controversia sia portata davanti all’Autorità
giudiziaria, e la conciliazione giudiziale che potrà realizzarsi successivamente, durante il processo, fino
alla prima udienza. L’accertamento per adesione può definirsi un atto dispositivo di una controversia
e non del credito tributario per l’indisponibilità di quest’ultimo di cui si è detto poc’anzi. Tale tipo di
accertamento trova applicazione in tutti quei redditi suscettibili di valutazione in via presuntiva come,
ad esempio, le case o i terreni. In sostanza la discrezionalità dell’ufficio si concretizza nella scelta della
soluzione che meglio possa soddisfare la pretesa creditoria del fisco. In definitiva, accertata la
violazione, possono verificarsi: 1) accertamento con adesione su iniziativa dell’ufficio; 2) accertamento
con adesione su iniziativa del contribuente; 3) omissione di impugnazione; 4) impugnazione.

Lezione 027
COS'E' L'AVVISO DI ACCERTAMENTO
L’avviso di accertamento è un provvedimento amministrativo di imposizione fiscale, non
discrezionale. L’Amministrazione dunque in presenza dei presupposti, dei soggetti passivi e della
misura dell’obbligazione tributaria, deve emettere l’avviso di accertamento. Gli elementi essenziali
dell’avviso di accertamento sono la motivazione e il dispositivo: la prima indica i presupposti di fatto e
le motivazioni giuridiche, il secondo identifica la base imponibile e l’obbligazione tributaria. L’art. 42
del D.p.r. 600/73 disciplina l’avviso di accertamento, indicandone il contenuto; tuttavia, l’imponibile,
le aliquote, le imposte liquidate, le detrazioni, le ritenute d’acconto ed i crediti d’imposta, non
necessariamente compaiono nell’atto. Infatti è essenziale che l’avviso determini l’imponibile. Vi sono
però casi in cui l’avviso dispone rettifiche senza determinare una maggiore imposta, è il caso della
determinazione di una minor perdita oppure le ipotesi di tassazione del reddito delle società in capo ai
soci, ove il maggior reddito accertato non comporta una determinazione di maggiore imposta in capo
alla società, ma una maggior imputazione pro quota verso i soci. Anche in materia iva può verificarsi
che l’avviso di accertamento possa prevedere una maggiore imposta a debito così come, però, anche
una maggior detrazione sugli acquisti. Nell’imposta di registro e sulle successioni l’accertamento
rettifica il valore venale dei beni sui quali sarà poi applicato il tributo con conseguente liquidazione
dell’imposta, delle sanzioni e degli interessi.

QUALI SONO GLI ELEMENTI ESSENZIALI DELL'AVVISO DI ACCERTAMENTO

Gli elementi essenziali dell’avviso di accertamento sono la motivazione e il dispositivo: la prima indica
i presupposti di fatto e le motivazioni giuridiche, il secondo identifica la base imponibile e
l’obbligazione tributaria. ’avviso di accertamento come tutti gli atti amministrativi deve essere
motivato. Questo lo prevede sia in generale l’art. 3 della legge 241/90, sia in particolare lo Statuto dei
diritti del contribuente che all’art. 7, infatti, stabilisce: “Gli atti dell’Amministrazione finanziaria sono
motivati secondo quanto previsto dall’art. 3 della legge 7 agosto 1990 n. 241, concernente la
motivazione dei provvedimenti amministrativi, indicando i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche
che hanno determinato la decisione dell'Amministrazione"

Lezione 028
IL CANDIDATO ILLUSTRI LE SOLUZIONI DI CUI DISPONE IL CONTRIBUENTE A FRONTE DI
UN AVVISO DI ACCERTAMENTO
ADEMPIERE ALL’OBBLIGO DI PAGAMENTO DELLE SOMME INDICATE ENTRO IL
TERMINE DI PRESENTAZIONE DEL RICORSO. IN CASO DI PROPOSIZIONE DEL RICORSO,
IL CONTRIBUENTE DEVE VERSARE, A TITOLO PROVVISORIO, METÀ DELL’IMPOSTA
ACCERTATA CON GLI INTERESSI (ART. 15 DPR 29/9/1973 N. 602).
(pag. 651).

NULLITA' E ANNULLABILITA' DELL'AVVISO DI ACCERTAMENTO

In diritto civile si distingue tra negozio nullo e negozio annullabile. Il primo non produce effetti, il
secondo produce i suoi effetti, ma questi vengono meno quando viene proposta ed accolta l’azione di
annullamento. Secondo la dottrina tradizionale nelle ipotesi di nullità, il negozio è privo di uno degli
elementi considerati essenziali dalla legge, nelle ipotesi di annullabilità tali elementi presentano
soltanto un vizio. In diritto tributario vale quanto detto per il diritto amministrativo con la
precisazione che, essendo esclusa la possibilità di emanare atti discrezionali e non ravvisandosi un
merito dell’atto, non si potrà parlare di vizi di merito o di eccesso di potere, ma soltanto di violazione
di legge. L’avviso di accertamento potrà considerarsi nullo quando è privo dei suoi elementi essenziali
ovvero quando è intestato ad un soggetto inesistente, quando è privo della sottoscrizione, quando non è
stato notificato.Anche per l’avviso di accertamento vi può essere un difetto di attribuzione che ne
determina la nullità; ciò accade quando l’atto è emesso da ufficio funzionalmente o territorialmente
incompetente. La giurisprudenza amministrativa ha elaborato in tali ipotesi la categoria della carenza
di potere in astratto che si ha quando la Pubblica Amministrazione agisca in assenza di norma che le
attribuisca il potere di operare.

Lezione 031
IL CANDIDATO ILLUSTRI IN CHE CONSISTE L'ACCERTAMENTO CON ADESIONE
L’accertamento con adesione può essere avviato su iniziativa dell’ufficio o del contribuente. Le due
ipotesi sono rispettivamente disciplinate dagli artt. 5 e 6 del D.Leg.vo 19/6/1997 n. 218.
L’ufficio può inviare al contribuente un invito a comparire, specificando nello stesso i periodi di
imposta suscettibili di accertamento nonché il giorno e il luogo della comparizione per giungere alla
definizione dell’accertamento con adesione. Si configura come invito per la possibile definizione
dell’accertamento mediante adesione anche la richiesta di chiarimenti inoltrata al contribuente in
ordine alla determinazione induttiva dei ricavi, dei compensi e dei volumi di affari.
se il contribuente non aderisce all’invito a comparire formulato dall’ufficio, si preclude la possibilità di
avvalersi dell’istituto dell’accertamento con adesione. In entrambi i casi l’istanza non richiede
formalità particolari e può essere presentata in carta libera. La presentazione dell’istanza da parte del
contribuente determina la sospensione per novanta giorni dei termini per impugnare e per il
pagamento dell’imposta sul valore aggiunto accertata.
L’eventuale successiva impugnazione è da intendersi come rinuncia all’istanza. Nei quindici giorni
successivi alla ricezione dell’istanza l’ufficio provvede a convocare, anche telefonicamente, il
contribuente. L’accertamento con adesione viene redatto in duplice copia, sottoscritto dal contribuente
e dal capo dell’ufficio o da persona da lui delegata. Nell’atto devono essere indicati, in relazione a
ciascun tributo, gli elementi e le motivazioni su cui si fonda il provvedimento di definizione nonché la
liquidazione delle maggiori imposte dovute, delle sanzioni e degli altri importi eventualmente dovuti. Il
versamento della somma da corrispondere, in virtù dell’accertamento con adesione, deve essere
eseguito entro venti giorni dalla redazione dell’atto. E’ ammesso anche il versamento rateale fino ad
un massimo di dodici rate trimestrali se l’importo complessivamente dovuto ecceda la somma di €
51.645,69. L’accertamento con adesione determina la riduzione delle sanzioni ad un terzo del minimo
previsto dalla legge.
IL CANDIDATO ILLUSTRI LA DIFFERENZA TRA ACCERTAMENTO CON ADESIONE E
CONCILIAZIONE GIUDIZIALE

L'accertamento con adesione implica l'instaurazione di un contraddittorio con l'amministrazione


finanziaria. La conciliazione giudiziale ha lo scopo di evitare il procrastinarsi del contenzioso.

Lezione 033
IL CANDIDATO ILLUSTRI LA DIFFERENZA TRA EVASIONE ED ELUSIONE/ABUSO DI DIRITTO
L’elusione fiscale è posta in essere con atti palesi, non c’è nessun occultamento della base imponibile.
Si contrappone, come detto, all’evasione fiscale che è un illecito di natura amministrativa o penale ma
anche al risparmio (lecito) d'imposta.
IL CANDIDATO ILLUSTRI LA NORMATIVA ANTIELUSIVA

L’elusione fiscale consiste nell’operare in modo di beneficiare di minori imposte attraverso


l’aggiramento di una norma tributaria con mezzi che non determinano evasione. L’elusione indica un
atto o un comportamento che non è direttamente contrario alla legge, non è un’operazione illegale
poiché formalmente rispetta la normativa vigente nel suo aspetto sostanziale, ma la aggira cercando di
vanificarne l’applicazione. Si realizza un risultato formalmente legittimo ma in contrasto con i principi
del sistema, desumibili dalle diverse prescrizioni normative che il contribuente è riuscito ad eludere.
L’ordinamento italiano prevede all’art. 37 bis del DPR 600/73 l’inopponibilità all’amministrazione
finanziaria di atti, fatti e negozi, anche collegati fra loro, che siano contemporaneamente: privi di
valide ragioni economiche, diretti ad aggirare norme tributarie e volti ad ottenere una riduzione del
carico fiscale altrimenti indebita. Possiamo dedurre che l’elusione fiscale presenta tre elementi: 1)
assenza di valide ragioni economiche; 2) aggiramento di obblighi e divieti previsti dall’ordinamento; 3)
conseguimento di un risparmio fiscale altrimenti indebito.
Il Decreto attuativo della Delega Fiscale, D.gls 128/2015 recante “Disposizioni sulla certezza del diritto
nei rapporti tra fisco e contribuente, in attuazione degli articoli 5, 6 e 8, comma 2, della legge 11 marzo
2014, n. 23.”, ha modificato lo Statuto dei diritti del contribuente (L. n. 2012/2000), introducendo l’art-
10-bis, che mira a riscrivere la Disciplina dell’abuso del diritto o elusione fiscale, facendoli quindi
confluire in un unico concetto. Il concetto di abuso del diritto in ambito tributario nel corso degli anni
ha subito l’influenza di molteplici concezioni. Le disposizioni antielusive, contenute nel nuovo art. 10-
bis dello Statuto dei diritti del contribuente, ridisegnano l’abuso del diritto e le modalità dell’utilizzo
distorto degli strumenti negoziali, offrendo alla disciplina una più estesa portata applicativa corredata
dalla previsione di più adeguate garanzie procedimentali. il decreto sulla certezza del diritto reca la
revisione delle disposizioni antielusive. La novella normativa chiarisce che un’operazione è priva di
sostanza economica se i fatti, gli atti e i contratti, anche tra loro collegati, sono inidonei a produrre
effetti significativi diversi dai vantaggi fiscali.

Lezione 034
Il candidato indichi quali differenze sussistono tra ritenuta a titolo di acconto e ritenuta a titolo di
imposta
La ritenuta a titolo di imposta (anche qualificata come sostituzione propria) estingue il rapporto
tributario; pertanto con il pagamento della ritenuta l’ente impositore non può rivolgersi in alcun modo
al sostituito poiché il rapporto tributario si è esaurito definitivamente. • In particolare, la sostituzione
a titolo di imposta comporta l’applicazione di un'aliquota fissa su un determinato provento che in tal
modo viene sottratto dal reddito complessivo del percipiente. • Si realizza il c.d. «anonimato del
contribuente» giacché il prelievo progressivo e personale delle imposte sul reddito (in specie IRPEF)
viene sostituito con un prelievo di carattere reale e proporzionale che viene eseguito a mezzo del
sostituito.
Nella effettuazione della ritenuta a titolo di acconto si effettua contestualmente anche la rivalsa
attraverso cui il sostituto procede al recupero, nei confronti del sostituito, dell’imposta da pagare
all’Erario. • Nella ritenuta a titolo di imposta la rivalsa, ai sensi dell’art. 64 del d.p.r. n. 600/1973, è
obbligatoria e non costituisce quindi un mero diritto ma un vero e proprio obbligo.
La ritenuta a titolo d’acconto (anche qualificata come sostituzione impropria) non esaurisce il
rapporto tributario ed il sostituito è tenuto a presentare una dichiarazione tributaria che contempli la
fattispecie oggetto di ritenuta. • La ritenuta subita costituisce un mero acconto del debito dovuto dal
contribuente, con conseguente obbligo di conguaglio (ovvero di rimborso) in relazione all’obbligazione
finale di imposta che risulterà dalla dichiarazione tributaria. Tale meccanismo non modifica la
struttura di fondo del tributo, lasciando inalterati i criteri di calcolo dell’imposta finale (che saranno
applicati direttamente dal contribuente in sede di dichiarazione) trattandosi di una forma di
riscossione anticipata.

Lezione 035
IL CANDIDATO ILLUSTRI LA NATURA GIURIDICA E GLI EFFETTI DEL RUOLO
Il ruolo è un elenco alfabetico predisposto dall’Ufficio che contiene per ciascun contribuente le
generalità, il domicilio fiscale, il periodo di imposta, la base imponibile, l’imposta dovuta, gli interessi e
le pene pecuniarie. Relativamente alla motivazione si osserva che se il ruolo si limita a riprodurre un
atto precedente non vi è esigenza di motivazione, mentre se è innovativo è necessario informare
adeguatamente il contribuente delle ragioni dell’iscrizione. costituisce uno strumento di rilievo per gli
introiti dello Stato. In sostanza i casi nei quali la riscossione delle imposte avviene mediante ruolo
possono considerarsi residuali; ciò avviene quando non è prevista la riscossione mediante ritenuta
diretta o versamento diretto. Il ruolo è una forma di autotutela che determina l’esigibilità del credito e
il potere di realizzarlo in maniera coattiva. Per le imposte dirette, il ruolo è l’unica forma di
riscossione degli importi dovuti in base agli accertamenti. Le norme sul ruolo si applicano anche per le
imposte indirette nelle ipotesi di dilazioni di pagamento, di applicazione di interessi per le dilazioni
stesse.
E’ possibile distinguere diversi tipi di ruolo in base alla previsione del legislatore: 1) ruoli principali
nei quali sono iscritte le imposte liquidate secondo la dichiarazione 2) ruoli suppletivi dove sono iscritte
le imposte dovute secondo gli accertamenti; 3) ruoli speciali dove sono iscritte le somme dovute dai
sostituti; 4) ruoli straordinari dove sono iscritte in anticipo le somme dovute qualora vi sia pericolo per
la loro riscossione. L’ufficio forma il ruolo iscrivendo le somma in base al titolo che lo legittima a
riscuotere; tale legittimazione deriva dalla dichiarazione o dall’avviso di accertamento. In ogni ruolo
sono iscritte le somme dovute dai contribuenti con domicilio fiscale in quei comuni situati entro quel
territorio a cui il ruolo si riferisce. Il ruolo diviene titolo esecutivo con la sottoscrizione del titolare
dell’ufficio o di un suo delegato. Il ruolo viene, poi, consegnato telematicamente all’agente che
provvede a notificare ai contribuenti la cartella di pagamento che riproduce i dati del ruolo; dalla
notifica decorrono i termini per impugnare. Se il debitore non paga si procede all’espropriazione
forzata che si articola in tre fasi: 1) pignoramento; 2) trasferimento del bene mediante asta; 3)
pagamento.

Lezione 036
LA CARTELLA DI PAGAMENTO
L’agente della riscossione attraverso la cartella di pagamento notifica agli interessati le somme iscritte
e da questi dovute. L’agente territorialmente competente con una singola cartella raccoglie una serie
di iscrizioni a ruolo che possono quindi riguardare somme di tipo eterogeneo (tributi erariali,
contributi, imposte comunali e sanzioni). La cartella sostanzialmente rappresenta un invito a pagare
nel termine di sessanta giorni con l'avvertenza che in difetto si procederà con l’esecuzione forzata. La
cartella, decorsi sessanta giorni dalla notifica, costituisce titolo per l’inizio dell’azione esecutiva. Le
cartelle di pagamento che si riferiscono all’Iva ed alle imposte dirette devono essere notificate a pena
di decadenza entro certi termini, quali: - entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello di
presentazione della dichiarazione per le somme dovute a seguito delle rettifiche ex art. 36 bis del DPR
600/73 - entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione
per le somme dovute a seguito del controllo formale delle dichiarazioni - entro il 31 dicembre del
secondo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo per le somme dovute a
seguito dell’attività di accertamento. Le somme iscritte a ruolo devono essere pagate
obbligatoriamente entro sessanta giorni dalla notifica della cartella: il pagamento può essere effettuato
sia direttamente presso gli sportelli del concessionario sia attraverso una delega ad un ufficio postale o
ad un istituto di credito. Su richiesta dell’interessato l‘agente della riscossione può concedere la
dilazione del pagamento delle somme iscritte a ruolo fino a un massimo di 72 rate mensili (6 anni) nelle
ipotesi di temporanea situazione di obiettiva difficoltà. Per la rateazione di somme superiori a 50mila
euro non è più necessario presentare garanzie (fideiussione bancaria, polizza fideiussoria ecc..) per
effetto della modifica introdotta con il D.L. 112/2008. Il contribuente deve presentare la richiesta
prima dell’inizio dell’azione esecutiva. del pagamento delle somme iscritte a ruolo fino a un massimo
di 72 rate mensili (6 anni) nelle ipotesi di temporanea situazione di obiettiva difficoltà. Per ottenere la
rateazione di somme fino a 20mila euro non c'è la necessità di dover allegare alcuna documentazione
comprovante la situazione di difficoltà economica (LEGGE 44/2012). In questo caso il numero
massimo di rate è 48, con un importo minimo per ciascuna rata pari almeno a 100 euro. Nel caso di un
numero maggiore di rate, sarà necessario presentare la documentazione comprovante la situazione di
difficoltà economica.
Per debiti oltre 20 mila euro la concessione della rateazione è subordinata alla verifica della situazione
di difficoltà economica. Con la legge 44/2012, sono state apportate novità: è possibile chiedere un piano
di dilazione a rate variabili e crescenti anziché a rate costanti fin dalla prima richiesta di rateazione;
l’Agente della riscossione non può iscrivere ipoteca nei confronti di un contribuente che ha chiesto e
ottenuto di pagare a rate. L’ipoteca è iscrivibile solo se l’istanza è respinta o se il debitore decade dal
beneficio della rateazione; il contribuente che ha ottenuto la rateazione non è più considerato
inadempiente e può partecipare alle gare di affidamento delle concessioni e degli appalti di lavori,
forniture e servizi; si decade dal beneficio della dilazione se non sono pagate due rate consecutive. La
domanda di rateazione, comprensiva della documentazione necessaria, si può presentare tramite
raccomandata a/r oppure a mano presso uno degli sportelli dell’Agente della riscossione competente
per territorio o specificati negli atti inviati da Equitalia.
Lezione 043
IL CANDIDATO INDICHI QUALI SONO GLI ORGANI DELLA GIURISDIZIONE TRIBUTARIA
Le Commissioni provinciali e regionali sono costituite da sezioni che variano in base al numero dei
procedimenti. Per ogni sezione ci sono almeno sei membri: un Presidente, un vicepresidente e almeno
quattro giudici tributari dando vita così ad almeno due collegi giudicanti dal momento che ciascun
collegio giudicante è composto da tre votanti. Il D.Leg.vo 545/92 stabilisce che i presidenti di sezioni
devono essere scelti fra i magistrati, i vice presidenti possono essere scelti fra i giudici tributari con
almeno cinque anni di servizio per le Commissioni provinciali e dieci anni di servizio per le
Commissioni regionali e che siano laureati in giurisprudenza o economia e commercio. Quanto ai
componenti delle Commissioni provinciali possono essere scelti fra magistrati, dipendenti pubblici, ex
ufficiali della Guardia di finanza, periti commerciali, revisori ufficiali dei conti, insegnanti in materie
giuridiche ed economiche che, ad eccezione dei magistrati e dei laureati in giurisprudenza o economia
e commercio, abbiano avuto specifiche esperienze lavorative nel settore. I componenti delle
Commissioni regionali possono essere scelti fra le stesse categorie dei componenti delle Commissioni
provinciali ma “con maggiori qualificazioni” e anche fra gli ex ispettori del servizio centrale ispettori
tributari, notai, iscritti nell’albo degli avvocati, dottori commercialisti che abbiano esercitato la
professione per almeno dieci anni. Per i componenti delle Commissioni è fissato in 75 anni il limite di
età oltre il quale non possono svolgere l’incarico. L’incompatibilità con la funzione di giudice
tributario riguarda i soggetti che, anche se non iscritti negli appositi albi professionali, esercitino
anche saltuariamente attività di consulenza tributaria, assistenza o rappresentanza dei contribuenti
con l’Amministrazione finanziaria. Rimane ferma la possibilità per i dottori commercialisti iscritti in
appositi albi di svolgere, nel rispetto della normativa vigente, la funzione di giudice tributario. Il citato
D.Leg.vo 545/92 ha istituito anche il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria che è l’organo di
autogoverno dei giudici tributari. E’ costituito con decreto del Presidente della Repubblica, su
proposta del Ministro dell’economia e delle finanze e dura in carica quattro anni. E’ composto di
quindici membri di cui undici eletti tra i giudici tributari e quattro componenti eletti da camera e
Senato tra professori universitari in materie giuridiche o tra soggetti abilitati alla difesa davanti alle
Commissioni tributarie che siano iscritti nei rispettivi albi professionali da almeno dodici anni. Il
Consiglio provvede fra gli eletti a nominare un presidente e due vicepresidenti. Fra le diverse
attribuzioni di tale organo si segnalano il potere di deliberare sulle nomine e su ogni altro
provvedimento che riguardi i componenti delle Commissioni tributarie, il compito di predisporre
elementi per la relazione che il Ministro presenta entro il 31 dicembre di ogni anno al Parlamento
sull’attività degli organi di giurisdizione tributaria. L’art. 10 del D.Leg.vo 546/92 indica i soggetti che
hanno la capacità di essere parte nel processo tributario: sono il ricorrente e il resistente. Il difetto di
legittimazione è rilevabile in ogni stato e grado del giudizio (legitimatio ad causam). Il ricorrente
coincide generalmente con il contribuente ossia con il soggetto che è debitore del tributo e può agire
contro un atto dell’Ufficio o per il rimborso di somme pagate. Per quanto attiene al soggetto passivo ci
riferiamo a quegli uffici che hanno emesso l’atto impugnato o non hanno emesso l’atto richiesto.

IL CANDIDATO INDICHI IN QUALI CASI SI PUO' RICORRERE IN CASSAZIONE


L’art. 62 del D. Leg.vo 546/92, richiamando espressamente l’art. 360 c.p.c., prevede che avverso la
sentenza della Commissione tributaria regionale potrà essere proposto ricorso per Cassazione per: 1)
motivi attinenti alla giurisdizione; 2) violazione delle norme sulla competenza; 3) violazione o falsa
applicazione delle norme di diritto; 4) nullità della sentenza o del procedimento; 5) omessa,
insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Il ricorso alla
Corte di Cassazione deve essere sottoscritto, a pena di inammissibilità, da un avvocato iscritto
nell’apposito albo dei patrocinanti presso la Corte e munito di procura speciale. Sempre a pena di
inammissibilità il ricorso deve contenere: 1) l’indicazione delle parti; 2) l’indicazione della sentenza
impugnata; 3) l’esposizione sommaria dei fatti di causa; 4) i motivi per i quali si ricorre in Cassazione
con l l’indicazione delle norme di diritto su cui si fondano; 5) l’indicazione della procura qualora sia
conferita con atto separato. Se il ricorrente non ha eletto domicilio a Roma, le notificazioni gli saranno
fatte presso la cancelleria della Corte. Il ricorso deve essere notificato all’altra parte entro sessanta
giorni dalla notifica della sentenza e, se non gli è stata notificata, entro sei mesi dalla pubblicazione
(legge 18/6/2009 n. 69). Deve, poi, essere depositato presso la cancelleria della Corte, a pena di
inammissibilità, nel termine di venti giorni dall’ultima notificazione alle parti contro cui è proposto.
La parte contro cui è proposto ricorso potrà contraddire mediante controricorso che deve essere
notificato al ricorrente entro venti giorni dal termine per il deposito del ricorso e a sua volta depositato
in cancelleria entro venti giorni dalla notifica; con il controricorso può essere proposto ricorso
incidentale. I ricorsi in materia tributaria sono assegnati ad apposita sezione (quinta). Possono essere
depositate memorie fino a cinque giorni liberi prima dell’udienza di discussione. In udienza, dopo la
relazione, viene data la parola prima alle parti e poi al Pubblico Ministero che formulerà le sue
conclusioni. In caso di accoglimento del ricorso viene pronunciata sentenza che annulla quella
impugnata senza rinvio o con rinvio, in genere, alla Commissione regionale. Il rinvio è disposto a
giudice diverso ma di pari grado rispetto a quello che ha emesso la sentenza impugnata. Nel caso le
parti abbiano di comune accordo adito la Cassazione omettendo l’appello, il rinvio è fatto al giudice
che avrebbe dovuto pronunciarsi sull’appello. Se la Corte riscontra una nullità della sentenza di primo
grado, che avrebbe dovuto comportare la rimessione al giudice della Commissione provinciale da
parte del giudice di appello, il rinvio è in favore del giudice di primo grado. La riassunzione deve
essere fatta nei confronti di tutte le parti nel termine perentorio di un anno dalla pubblicazione della
sentenza della Cassazione. Il processo si estingue se la riassunzione non avviene nel termine indicato.
Le parti mantengono la stessa posizione processuale che avevano nel precedente procedimento, non
sono ammesse nuove prove a meno che la loro assunzione non scaturisca dalla pronuncia stessa della
Cassazione

Lezione 044
IL CANDIDATO ILLUSTRI I CONTENUTI DEL RICORSO
Il ricorso alla Corte di Cassazione deve essere sottoscritto, a pena di inammissibilità, da un avvocato
iscritto nell’apposito albo dei patrocinanti presso la Corte e munito di procura speciale. Sempre a pena
di inammissibilità il ricorso deve contenere: 1) l’indicazione delle parti; 2) l’indicazione della sentenza
impugnata; 3) l’esposizione sommaria dei fatti di causa; 4) i motivi per i quali si ricorre in Cassazione
con l l’indicazione delle norme di diritto su cui si fondano; 5) l’indicazione della procura qualora sia
conferita con atto separato.

Lezione 045
QUALI SONO GLI ATTI IMPUGNABILI CON IL RICORSO
Ai sensi dell’art. 16 del DPR 636/72 sono impugnabili cinque categorie di atti: 1) accertamento; 2)
riscossione; 3) sanzioni; 4) rimborso; 5) catasto.
Circa l’impugnazione degli atti si delineò la seguente classificazione: 1) atti impugnabili
autonomamente indicati in modo tassativo; 2) atti a tutela differita non indicati; 3) atti non
impugnabili. Con il D.Leg.vo 546/92 viene confermata sia la tassatività degli atti impugnabili
autonomamente seppure allargata, sia la distinzione fra atti impugnabili autonomamente e atti
impugnabili congiuntamente. Ci sono, quindi, gli atti impugnabili autonomamente che sono un
numero chiuso, gli atti innominati (impugnabili congiuntamente a tutela differita) che sono un numero
aperto e gli atti che non sono mai impugnabili perché non lesivi. Gli atti impugnabili autonomamente
sono indicati all’art. 19 mentre quelli impugnabili in via differita e non impugnabili in assoluto sono
individuabili seguendo i criteri propri del processo amministrativo.
A norma dell'art 19 sono autonomamente impugnabili: 1) l’avviso di accertamento del tributo; 2)
l’avviso di liquidazione del tributo; 3) il provvedimento che irroga le sanzioni; 4) il ruolo e la cartella
di pagamento; 5) l’avviso di mora; 6) gli atti relativi alle operazioni catastali indicate nell’ art.2,
comma 3; 7) il rifiuto espresso o tacito della restituzione dei tributi, sanzioni pecuniarie ed interessi o
altri accessori non dovuti; 8) il diniego o la revoca di agevolazioni o il rigetto di domande di definizione
agevolata di rapporti tributari; 9) ogni altro atto per il quale la legge ne preveda l’autonoma
impugnabilità davanti alle Commissioni tributarie.

Lezione 046
IL CANDIDATO ILLUSTRI LE FASI DEL PROCESSO TRIBUTARIO
Il presidente della commissione, dopo la costituzione del ricorrente con il deposito del ricorso, assegna
il fascicolo ad una sezione. Il presidente di sezione, scaduti i termini per la costituzione delle parti,
esamina in via preliminare il ricorso. Se il ricorso è manifestamente inammissibile (es. tardivo) il
presidente dichiara con decreto l'estinzione del procedimento. Ai sensi dell'art. 28 D.Lgs. 546/1992,
contro il decreto presidenziale il ricorrente può proporre entro 30 giorni dalla comunicazione, reclamo
al collegio. La commissione decide con sentenza se dichiara l'estinzione del processo, altrimenti
dispone con ordinanza la prosecuzione del giudizio.
Salvo il caso sopra indicato, il presidente nomina il relatore e fissa l'udienza di trattazione della causa.
Dalla data della comunicazione da parte della segreteria alle parti costituite devono trascorrere 30
giorni liberi prima dell'udienza. Possono essere depositati documenti fino a 20 giorni liberi prima
dell'udienza, memorie fino a 10 giorni liberi prima e repliche fino a 5 giorni prima. La causa è
normalmente trattata in camera di consiglio e viene immediatamente decisa, di regola, dopo
l'esposizione da parte del relatore. La sentenza è pubblicata entro 30 giorni presso la segreteria della
commissione. Le parti anche con istanza successiva al ricorso possono chiedere che la causa sia
discussa in pubblica udienza. In tal caso dopo l'esposizione del relatore, il presidente ascolta
brevemente le parti presenti prima di decidere la causa.
Il processo è informato al cosiddetto principio dispositivo ovvero le parti devono indicare nei loro atti
di causa le prove di cui intendono avvalersi per supportare le proprie ragioni. Tuttavia in casi
eccezionali, le commissioni possono esercitare i poteri concessi agli uffici dalle singole leggi d'imposta
per acquisire dati e notizie. Possono altresì disporre consulenze tecniche, quando la complessità della
causa lo renda opportuno (art. 7). In ogni caso non è ammesso il giuramento. È discussa
l'ammissibilità della prova testimoniale. Secondo alcuni, in rispetto dei principi del giusto processo,
per mantenere la parità tra le parti in causa, poiché l'ufficio può allegare nei propri documenti
dichiarazioni di terzi (si pensi ai processi verbali di constatazione che frequentemente fanno
riferimento a dichiarazioni di terzi), dovrebbe essere consentito anche al contribuente di allegare nella
documentazione dichiarazioni di terzi. È comunque esclusa, almeno fino ad ora, la possibilità di
richiedere l'audizione di testimoni in udienza, che tra l'altro, impedirebbe al procedimento di
concludersi in una sola udienza (come è usuale quando non sono richiesti approfondimenti tecnici).
Particolarmente controversa e non completamente risolta è la questione circa la natura del
procedimento e il conseguente contenuto della sentenza. Secondo la Cassazione (da ultimo Cass.
25104/2008) si tratta di un processo di impugnazione-merito, per cui il giudice investito del giudizio
sull'atto, deve a pena di nullità della sentenza, giudicare il merito del rapporto tributario sottostante.
Fa eccezione il caso in cui il giudice ravvisi un vizio grave e irreparabile dell'atto (ad esempio
l'inesistenza della notifica o la totale assenza di motivazione), in cui ovviamente si limiterà ad
annullare l'atto stesso. Negli altri casi, il giudice nei limiti delle richieste delle parti, non deve limitarsi
ad annullare l'atto che egli ritenga non correttamente motivato, ma dovrà decidere sul merito del
rapporto indicando una motivazione sostitutiva che riduca eventualmente la pretesa erariale.

Lezione 048
LE PROVE IN AMBITO TRIBUTARIO
In diritto tributario vi è un imprescindibile legame che si crea fra la prova acquisita
dall’amministrazione finanziaria in sede di accertamento e quello della sua formazione in sede
processuale davanti alla Commissione tributaria. In diritto tributario il termine prova assume tre
diversi significati: 1) i mezzi di prova quali strumento idonei a dimostrare il thema probandum; 2) il
convincimento che il giudice raggiunge loro tramite; 3) il procedimento posto in essere per la loro
acquisizione e successiva valutazione. A rigore la prova in diritto tributario si riferisce esclusivamente
al fenomeno del libero convincimento del giudice. Ne deriva che il concetto di prova appartiene al
diritto processuale e al di fuori di tale ambito può trovare una collocazione in un significato non
propriamente tecnico. Tuttavia in ambito tributario la prova, anche se intesa non nel suo significato
più rigoroso, è inerente al procedimento di imposizione dovendo l’Amministrazione provvedere a
ricercare i presupposti di fatto del provvedimento che emanerà. In sede amministrativa si formano in
concreto le prove poste a base della pretesa tributaria che costituiranno poi oggetto di valutazione in
sede processuale. Possiamo dire che l’istruttoria in sede amministrativa e quella processuale hanno in
comune i poteri istruttori delle Commissioni tributarie che sono identici per disciplina e utilizzo a
quelli degli uffici finanziari in sede di accertamento. Ciò non si traduce nel potere della Commissione
di portare a termine in ambito processuale l’attività intrapresa dall’Amministrazione finanziaria, ma
si sostanzia in un potere di controllo dell’organo giudicante che deve essere messo nelle condizioni di
ripercorre l’iter logico e fattuale dell’ente impositore. Così è possibile accertare se la pretesa tributaria
trae origine da presupposti corretti e per fare ciò è necessario che le Commissioni operino con gli stessi
poteri e limitazioni degli uffici amministrativi. Sono, però, diverse le finalità delle due attività
istruttorie: quella amministrativa tende a determinare la base imponibile nella sua interezza, mentre
quella processuale mira a verificare la rispondenza dei fatti dedotti dalle parti alla verità. La
differenza fra le due attività istruttorie è desumibile dall’art. 7 del D.Leg.vo 546/92 laddove è
specificato che le attività di accesso, di richiesta dati e chiarimenti possono essere impiegate dalle
Commissioni tributarie ai fini istruttori evidenziando così il fine conoscitivo proprio dell’organo
giudicante che si differenzia da quello esplorativo, di riscontro e di accertamento che appartiene
all’amministrazione finanziaria.

Lezione 050
QUALI SONO GLI STRUMENTI PER IMPUGNARE LE SENTENZE DELLE COMMISSIONI
TRIBUTARIE
Gli strumenti per impugnare le sentenze delle Commissioni tributarie sono: 1) l’appello proposto alla
Commissione regionale competente; 2) il ricorso in Cassazione; 3) la revocazione per le sentenze non
ulteriormente impugnabili o non impugnate.
COS'E' IL RICORSO IN CASSAZIONE
L’art. 62 del D. Leg.vo 546/92, richiamando espressamente l’art. 360 c.p.c., prevede che avverso la
sentenza della Commissione tributaria regionale potrà essere proposto ricorso per Cassazione per: 1)
motivi attinenti alla giurisdizione; 2) violazione delle norme sulla competenza; 3) violazione o falsa
applicazione delle norme di diritto; 4) nullità della sentenza o del procedimento; 5) omessa,
insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.
Il ricorso alla Corte di Cassazione deve essere sottoscritto, a pena di inammissibilità, da un avvocato
iscritto nell’apposito albo dei patrocinanti presso la Corte e munito di procura speciale. Sempre a pena
di inammissibilità il ricorso deve contenere: 1) l’indicazione delle parti; 2) l’indicazione della sentenza
impugnata; 3) l’esposizione sommaria dei fatti di causa; 4) i motivi per i quali si ricorre in Cassazione
con l l’indicazione delle norme di diritto su cui si fondano; 5) l’indicazione della procura qualora sia
conferita con atto separato. Se il ricorrente non ha eletto domicilio a Roma, le notificazioni gli saranno
fatte presso la cancelleria della Corte. Il ricorso deve essere notificato all’altra parte entro sessanta
giorni dalla notifica della sentenza e, se non gli è stata notificata, entro sei mesi dalla pubblicazione
(legge 18/6/2009 n. 69). Deve, poi, essere depositato presso la cancelleria della Corte, a pena di
inammissibilità, nel termine di venti giorni dall’ultima notificazione alle parti contro cui è proposto.
La parte contro cui è proposto ricorso potrà contraddire mediante controricorso che deve essere
notificato al ricorrente entro venti giorni dal termine per il deposito del ricorso e a sua volta depositato
in cancelleria entro venti giorni dalla notifica; con il controricorso può essere proposto ricorso
incidentale. I ricorsi in materia tributaria sono assegnati ad apposita sezione (quinta). Possono essere
depositate memorie fino a cinque giorni liberi prima dell’udienza di discussione. In udienza, dopo la
relazione, viene data la parola prima alle parti e poi al Pubblico Ministero che formulerà le sue
conclusioni. In caso di accoglimento del ricorso viene pronunciata sentenza che annulla quella
impugnata senza rinvio o con rinvio, in genere, alla Commissione regionale. Il rinvio è disposto a
giudice diverso ma di pari grado rispetto a quello che ha emesso la sentenza impugnata. Nel caso le
parti abbiano di comune accordo adito la Cassazione omettendo l’appello, il rinvio è fatto al giudice
che avrebbe dovuto pronunciarsi sull’appello. Se la Corte riscontra una nullità della sentenza di primo
grado, che avrebbe dovuto comportare la rimessione al giudice della Commissione provinciale da
parte del giudice di appello, il rinvio è in favore del giudice di primo grado. La riassunzione deve
essere fatta nei confronti di tutte le parti nel termine perentorio di un anno dalla pubblicazione della
sentenza della Cassazione. Il processo si estingue se la riassunzione non avviene nel termine indicato.
Le parti mantengono la stessa posizione processuale che avevano nel precedente procedimento, non
sono ammesse nuove prove a meno che la loro assunzione non scaturisca dalla pronuncia stessa della
Cassazione.

COS'E' IL RICORSO IN APPELLO


L’appello alla Commissione tributaria regionale dovrà essere proposto entro sessanta giorni dalla
notifica della sentenza, o sei mesi dal deposito se non è stata notificata (legge 18/6/2009 n. 69), seguendo
le stesse modalità previste per il ricorso alla Commissione provinciale ossia attraverso notifica,
spedizione o consegna dell’atto. Alla notifica deve seguire la costituzione in giudizio. Se la notifica non
è avvenuta a mezzo di ufficiale giudiziario l’appellante deve depositare, a pena di inammissibilità,
copia dell’atto di appello presso la segreteria della Commissione tributaria provinciale che ha emesso
la sentenza impugnata. Appena depositato il ricorso in appello, la segreteria della Commissione
tributaria regionale dovrà chiedere alla segreteria della Commissione provinciale che le venga
trasmesso il fascicolo del processo di primo grado con la copia autentica della sentenza. Nell’appello
dovranno essere indicati gli estremi della sentenza impugnata, i fatti, i motivi specifici
dell’impugnazione, nonché le richieste rivolte al giudice. Il ricorso in appello è inammissibile se manca
o è assolutamente incerto uno degli elementi sopra elencati o se non è sottoscritto dal difensore del
ricorrente. L’appello dichiarato inammissibile non potrà essere riproposto anche se non è decorso il
termine previsto dalla legge per l’impugnazione (art. 60). Mentre nel ricorso di primo grado il
gravame è avverso il provvedimento dell’amministrazione finanziaria, in appello è diretto verso la
sentenza di primo grado. Nel giudizio di appello non potranno proporsi domande nuove e, se proposte,
dovranno essere dichiarate inammissibili d’ufficio e non potranno proporsi nemmeno nuove eccezioni
che non siano rilevabili d’ufficio. Al giudice di appello è vietato disporre nuove prove, salvo che non le
ritenga necessarie ai fini della decisione o la parte dimostri di non averle potute produrre in primo
grado per causa alla stessa non imputabile. E' fatta salva la facoltà delle parti di produrre nuovi
documenti. La parte appellata dovrà costituirsi nel termine di sessanta giorni a decorrere da quando
l’appello le è stato notificato, consegnato o ricevuto a mezzo del servizio postale. Potrà presentare le
proprie controdeduzioni così come previsto per la parte resistente ed eventualmente proporre con le
stesse controdeduzioni appello incidentale per la riforma della sentenza se è risultata anch’essa
soccombente. Ad esempio in caso di riduzione del tributo dovuto, il contribuente potrà impugnare la
sentenza per ottenere l’integrale annullamento e l’amministrazione finanziaria, con appello
incidentale, chiedere, in riforma della sentenza, la conferma della misura impositiva nella sua
interezza. L’oggetto del giudizio è delimitato da quanto oggetto dell’atto di appello principale ed
eventualmente di quello incidentale, se proposto. Qualora la sentenza non sia impugnata integralmente
si formerà il giudicato sulla parte non impugnata (cosiddetto giudicato interno). Le questioni e le
eccezioni non accolte nella sentenza della Commissione provinciale se non riproposte in appello
devono intendersi rinunciate (art. 56). La Commissione tributaria regionale rimetterà la causa alla
Commissione provinciale che ha emesso la sentenza impugnata nei casi previsti dall’art. 59: 1) quando
dichiara la competenza declinata o la giurisdizione negata dal primo giudice; 2) quando riconosce che
nel primo caso il contraddittorio non è stato regolarmente costituito o integrato; 3) quando riconosce
che la sentenza impugnata ha erroneamente dichiarato estinto il processo; 4) quando riconosce che il
collegio della Commissione tributaria provinciale non era legittimamente composto; 5) quando manca
la sottoscrizione della sentenza del giudice di primo grado. Al di fuori di questi casi la Commissione
tributaria regionale deciderà nel merito.

COS'E' LA REVOCAZIONE
Nel processo tributario la disciplina della revocazione è prevista dall’art. 64 del D. Leg.vo 546/92.
Secondo la citata norma le sentenze delle Commissioni tributarie che involgono accertamenti di fatto e
che sul punto non sono ulteriormente impugnabili o non sono state impugnate potranno essere
revocate, una volta scaduto il termine per l’appello, al verificarsi degli eventi previsti dall’art. 395
c.p.c.
Quindi le sentenza potranno essere revocate nelle ipotesi in cui: 1) sono l’effetto di dolo di una delle
parti in danno dell’altra; 2) se si è giudicato in base a prove riconosciute o comunque dichiarate false
dopo la sentenza oppure che la parte soccombente ignorava essere state riconosciute o dichiarate tali
prima della sentenza; 3) se dopo la sentenza sono stati trovati uno o più documenti decisivi che la parte
non aveva potuto produrre in giudizio per cause di forza maggiore o per causa dell’avversario; 4) se la
sentenza è l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o dai documenti della causa. Vi è questo
errore quando la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontestabilmente
esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita e
tanto nell’uno quanto nell’altro caso se il fatto non costituì un punto controverso sul quale la sentenza
ebbe a pronunciare; 5) se la sentenza è contraria ad altra precedente avente fra le parti autorità di
cosa giudicata purché non abbia pronunciato sulla relativa eccezione; 6) se la sentenza è effetto di dolo
del giudice accertato con sentenza passata in giudicato. La revocazione è un mezzo di impugnazione
contro sentenze affette da vizi particolarmente gravi. E’ un rimedio contro l’ingiustizia della sentenza
non più appellabile per motivi specifici tassativamente indicati dal legislatore all’art. 395 c.p.c. Sono
escluse dalla revocazione le sentenze appellabili, dal momento che un mezzo di impugnazione di ampia
portata come l’appello assorbe in sé ogni altra esigenza di impugnazione. Si può distinguere fra
revocazione ordinaria, che impedisce il passaggio in giudicato della sentenza, e revocazione
straordinaria che è proponibile anche dopo il passaggio in giudicato della sentenza. La distinzione è
importante ai fini della determinazione del decorso del termine per la proposizione del ricorso. La
revocazione ordinaria attiene ai vizi di cui ai punti 4 (errore di fatto) e 5 (contrarietà a precedente
sentenza passata in giudicato) che possono essere rilevati nella stessa sentenza. Tale impugnazione
deve essere proposta entro sessanta giorni dalla notificazione o, se non c’è stata notificazione, nel
termine di sei mesi dal deposito della sentenza (legge 18/6/2009 n. 69). La revocazione straordinaria
attiene ai motivi 1 (dolo di una delle parti), 2 (prove false), 3 (ritrovamento documenti decisivi) e 6
(dolo del giudice). Tale impugnazione deve essere proposta entro sessanta giorni dalla scoperta dei vizi
che possono venire alla luce anche a distanza di molto tempo dalla decisione. Il ricorso va proposto allo
stesso giudice che ha emesso la sentenza impugnata osservando le regole del ricorso in appello. Poiché,
come detto, l’art 64 prevede la revocazione per sentenze che involgono accertamenti di fatto e che non
sono ulteriormente impugnabili ne discende: 1) le sentenze di primo grado sono soggette solo a
revocazione straordinaria perché per vizi palesi è esperibile il rimedio ordinario dell’appello; 2) le
sentenze di secondo grado sono impugnabili per revocazione sia ordinaria che straordinaria perché sui
vizi che attengono al fatto e non al diritto non è esperibile il ricorso in cassazione. Nel processo
tributario, a differenze di quello civile, non è prevista la revocazione su istanza del Pubblico Ministero
ex art. 397 c.p.c.
IL CANDIDATO DESCRIVA IL GIUDIZIO DI OTTEMPERANZA
Occorre premettere che il giudizio di ottemperanza è previsto esclusivamente a tutela del contribuente
poiché l’Amministrazione finanziaria, per dare esecuzione ad una sentenza passata in giudicato o ad
una sentenza ancora non definitiva nell’ipotesi di riscossione frazionata del tributo ex art. 68 D. Leg.vo
546/92, può procedere direttamente nelle forme dell’esecuzione esattoriale ossia mediante iscrizione a
ruolo e successiva notifica della cartella esattoriale. Il giudizio di ottemperanza è previsto soltanto per
le sentenze passate in giudicato ed è un concetto più ampio di esecuzione potendo riguardare obblighi
di fare dell’amministrazione che possono scaturire anche da una sentenza di annullamento. Si deve,
tuttavia, precisare che anche per il giudicato formatosi limitatamente ad alcuni punti della sentenza
per la mancata impugnazione in appello o in Cassazione (giudicato interno, vedi sessione di studio
33.02) è ammissibile il giudizio di ottemperanza L’art. 70 stabilisce che può farsi ricorso al giudizio di
ottemperanza dopo che sia scaduto il termine per l’adempimento spontaneo da parte
dell’Amministrazione di quanto stabilito in sentenza. Dovrà quindi essere decorso il termine per
l’adempimento previsto dalla legge o, in mancanza di tale termine, dopo trenta giorni dalla messa in
mora dell’amministrazione per mezzo di ufficiale giudiziario. Si tratta di un adempimento prescritto a
pena di improcedibilità del giudizio di ottemperanza e non sono previsti strumenti alternativi. Non è
valido l’atto di messa in mora inviato in piego raccomandato o la sua consegna all’ufficio interessato
come è, invece, previsto per la notifica del ricorso. Non è nemmeno idoneo l’atto di significazione e
diffida stragiudiziale trattandosi di fattispecie diversa dalla costituzione in mora di cui all’art. 1219
c.c. Il termine di trenta giorni decorre da quando l’atto è conoscibile per l’amministrazione ossia da
quando è stato ricevuto. Parte della dottrina e la giurisprudenza maggioritaria ritengono che il ricorso
per ottemperanza non sia esperibile nel caso in cui l’Amministrazione finanziaria sia stata condannata
unicamente al pagamento di una somma di danaro e l’adempimento non comporti valutazioni
discrezionali o di merito. In questo caso il creditore dovrebbe ricorrere solo all’esecuzione forzata,
mentre il giudizio di ottemperanza dovrebbe applicarsi per l’adempimento degli obblighi di fare che
derivino da sentenze tributarie passate in giudicato. Altra parte della dottrina e della giurisprudenza
ritengono, invece, che la scelta fra il giudizio di ottemperanza e l’esecuzione forzata sia rimessa al
contribuente. Infine altra parte della giurisprudenza subordina il ricorso al giudizio di ottemperanza
all’infruttuoso esercizio dell’azione per esecuzione forzata. Comunque non si potrà agire pe r
l’ottemperanza se l’obbligo di adeguamento dell’Amministrazione sia estinto per prescrizione o altre
ragioni. La prescrizione dei diritti derivanti dalle sentenze è quella ordinaria decennale ex art. 2953 c.c.
Lezione 052
IL CANDIDATO DESCRIVA I REDDITI IMPONIBILI AI FINI IRPEF
Il D.Leg.vo 360/98 ha introdotto, a partire dal 1/1/1999, l’addizionale all’Irpef che si applica sul
reddito complessivo determinato ai fini Irpef, al netto degli oneri deducibili, purché la stessa sia
dovuta al netto delle detrazioni e dei crediti di imposta. Tale addizionale comporta la riduzione delle
aliquote Irpef in misura corrispondente all’aliquota base dell’addizionale comunale. E’ prevista per i
Comuni la facoltà di variare l’aliquota dell’addizionale fino ad un massimo dello 0,8%. Tale
variazione potrà essere eseguita attraverso regolamento adottato dal Consiglio comunale per essere
poi inserita in una delibera. Fino all’entrata in vigore della legge 296/2006 (legge finanziaria 2007) era
consentito ai Comuni di variare, nell’arco di tre anni, l’aliquota dell’addizionale fino ad un massimo
dello 0,5% con il limite dello 0,2% per ogni anno. Va rilevato che già diverse leggi finanziarie
precedenti avevano disposto la sospensione degli aumenti. La legge finanziaria del 2007 consente ai
Comuni di prevedere nei propri regolamenti categorie di esenzione dal versamento dell’addizionale.
La legge 244/2007 ha previsto che l’addizionale non è dovuta per i contribuenti che si avvalgono del
regime dei minimi. Sono beneficiari dell’imposta la Provincia e il Comune dove il contribuente ha il
domicilio fiscale alla data del 1 gennaio dell’anno a cui è riferita l’addizionale. Dal 1/1/2007 è previsto
che l’addizionale comunale sia versata in acconto e a saldo unitamente al saldo Irpef. Dal 1/1/2008 il
versamento in acconto o a saldo dell’addizione comunale è effettuato sempre utilizzando il modello
F24, ma in luogo del codice generico di imposta comunale si indica il codice del Comune a cui è dovuta
l’addizionale.
IL CANDIDATO INDICHI QUAL E' IL PRESUPPOSTO DELLE IMPOSTE DIRETTE SUI REDDITI
Il presupposto delle imposte dirette sui redditi è il possesso di redditi. Il testo unico delle imposte sui
redditi non fornisce una definizione di reddito ma individua le singole categorie reddituali. La macro
suddivisione delle categorie reddituali è la seguente: redditi fondiari, redditi di capitale, redditi di
lavoro dipendente, redditi di lavoro autonomo, redditi di impresa e redditi diversi. Questa necessità di
individuare delle macrocategorie ha portato però ad alcuni compromessi. Infatti nei casi in cui si è
fatto ricorso a definizioni di tipo extratributario si è tuttavia dovuto utilizzare in forma estensiva la
predetta definizione al fine di poter ricomprendere più fattispecie (si pensi alle definizioni civilistiche
di impresa e lavoro dipendente), inoltre, si è dovuto includere in certe categorie anche redditi in esse
non pienamente rientranti, infine si è dovuto prevedere l’esistenza di una categoria residuale di redditi
allo scopo di ricomprendere quelli non altrove classificabili (redditi diversi). L’appartenenza ad una
categoria piuttosto che ad un’altra comporta distinti regimi giuridici, distinte regole di determinazione
del reddito. Tutte le diverse categorie reddituali fanno comunque capo ad un concetto di “reddito
prodotto”, di contro le diverse tipologie di reddito riconducibili ai “redditi diversi” possono rientrare
sia nel concetto appunto di reddito prodotto sia in quello di “reddito entrata”. In conclusione possiamo
affermare che il sistema di imposte sui redditi adotta fondamentalmente il concetto di “reddito
prodotto” ma sono altresì tassate anche forme di “reddito entrata”. Appare da ultimo opportuno
evidenziare che se il presupposto dell’ IRPEF è dato dal possesso di determinati redditi, il concetto di
“possesso” va accertato in funzione della specifica categoria di redditi e ciò in quanto in taluni casi
vale il principio che i redditi sono tassati nel momento in cui sono percepiti (principio di cassa), in altri
quando sono maturati ancorché non materialmente acquisiti, infine, ad esempio nel caso dei redditi
fondiari, il possesso andrà riferito agli immobili da cui essi promanano.

IL CANDIDATO ILLUSTRI IL CONCETTO DI ONERI DEDUCIBILI E DETRAZIONI DI IMPOSTA


L’Irpef è un’imposta di tipo personale e non solo perché i redditi conferiscono in capo ad un singolo
soggetto ed a questo punto vengono tassati, ma anche perché nella sua determinazione si tiene
conto di una serie di elementi personali che incidono appunto sulla sua determinazione. Tutto ciò
viene realizzato attraverso deduzioni del reddito complessivo e detrazioni di imposta. Le prime
privilegiano i redditi più alti in quanto riducendo il reddito complessivo avvantaggiano i possessori
di redditi con un’aliquota marginale più elevata.La “ratio” delle deduzioni deriva dalla finalità di
detassare quella parte di reddito utilizzata per scopi meritevoli di
attenzione. Sono infatti oneri deducibili le spese mediche per disabili, gli assegni periodici
corrisposti al coniuge, i contributi previdenziali, i contributi a forme pensionistiche complementari e
talune erogazioni liberali.
Altri oneri sono invece ammessi in deduzione in quanto si ritiene che influiscano sulla
determinazione del reddito, quali le somme corrisposte a consorzi obbligatori,le indennità
corrisposte ai dipendenti chiamati a ricoprire incarichi elettorali oppure l’indennità corrisposta dal
proprietario al conduttore di un immobile commerciale per la perdita dell’avviamento.
Dopo aver operato le deduzioni dal reddito complessivo si determina la base imponibile su cui
saranno applicate le aliquote d’imposta crescenti a scaglioni.Scaglioni e aliquote IRPEF dal 2007:
Reddito per scaglioni aliquota
fino a € 15.000,00 23%
da oltre € 15.000,00 fino a € 28.000,00 27%
da oltre € 28.000,00 fino a € 55.000,00 38%
da oltre € 55.000,00 fino a € 75.000,00 41%
da oltre € 75.000,00 43%
Dall’imposta così ottenuta “imposta lorda” si sottraggono tre tipologie di oneri: le detrazioni per
carichi di famiglia, le detrazioni sostitutive delle spese di produzione e le detrazioni per oneri.
Le detrazioni per carichi di famiglia hanno la finalità di agevolare i nuclei familiari più numerosi, tali
importi sono periodicamente aggiornati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.
Le detrazioni sostitutive delle spese di produzione hanno come scopo quello di forfettizzare le
spese sostenute per la produzione dei redditi di lavoro dipendente e assimilati, di lavoro autonomo
e di impresa. Le detrazioni per oneri derivano dalla volontà di ridurre il carico fiscale in funzione del
sostenimento di particolari spese quali: interessi passivi per l’acquisto dell’abitazione principale, le
assicurazioni sulla vita, quelle di istruzione, quelle veterinarie, le spese funebri ecc....
Tali spese ed altre ancora non menzionate sono detraibili dall’imposta lorda nella misura del 19%
del loro importo.L’imposta ottenuta operando le predette detrazioni, “imposta netta”, non
costituisce l’importo che sarà versato dal contribuente in quanto bisognerà tener conto di eventuali
crediti di imposta, di eventuali ritenute subite nonché delle somme versate in acconto; qualora gli
importi di tali crediti, ritenute e/o acconti, sarà più elevato dell’imposta dovuta il contribuente potrà
a sua discrezione chiedere il rimborso, utilizzare tale eccedenza a scomputo dell’imposta dovuta
nell’esercizio successivo oppure compensare tale credito con altre imposte eventualmente dovute
o con contributi.
IL CANDIDATO INDICHI LA DIFFERENZA TRA CRITERIO TEMPORALE DI CASSA E CRITERIO
TEMPORALE DI COMPETENZA
Il principio di competenza impone di registrare le transazioni nel periodo di imposta a cui queste si
riferiscono indipendentemente dal momento in cui i pagamenti si verificano. Il principio di cassa,
invece, include nel calcolo del reddito solo i costi e i ricavi per cui ci sia stata manifestazione
finanziaria.
IL CANDIDATO INDICHI IN CHE MODO SI INDIVIDUANO I SOGGETTI PASSIVI AI FINI
IRPEF
Ai fini dell’individuazione dei soggetti passivi assume rilievo la distinzione tra residenti e non
residenti.
Mentre i primi infatti vengono tassati su tutti i redditi ovunque prodotti, i secondi sono tassati sui soli
redditi
prodotti in Italia. Ai fini Irpef si considerano residenti “le persone che per la maggior parte del
periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello
Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile”.Una persona è dunque considerata residente
se per la maggior parte del periodo di imposta è iscritta all’anagrafe oppure ha in Italia il centro dei
propri affari. Al fine al fine di contrastare fenomeni evasivi realizzati attraverso una fittizia residenza
all’estero sono considerati fiscalmente residenti in Italia i cittadini Italiani residenti in paesi a regime
fiscale privilegiato (cd: paesi della black list).Nell’ambito di individuazione dei soggetti passivi
assumono particolare rilievo gli eredi, i quali sono appunto soggetti passivi sia perché ereditano i
redditi prodotti dal de cuius sia perché spesso sono tenuti agli obblighi cui era tenuto il de cuius stesso.
In altri termini, i redditi prodotti dal de cuius ma da questi non incassati si tassano in capo agli eredi
quando costoro li percepiscono (criterio di cassa); allo stesso modo i crediti del de cuius costituiscono
entrate patrimoniali per gli eredi derivanti dalla monetizzazione dei crediti facenti parte dell’asse
ereditario.Il motivo per cui tali entrate di tipo patrimoniale sono tassate con l’ Irpef deriva dal
principio secondo cui ogni arricchimento prima di essere acquisito al patrimonio viene tassato come
reddito, per cui non essendosi
verificato tale presupposto in capo al de cuius sarà operato nei confronti degli eredi, sempre
conseguenza del principio di cassa.

Lezione 053
COS'E' LA TASSAZIONE SEPARATA
La tassazione separata riguarda quei redditi la cui formazione è di tipo pluriennale; essi infatti pur
essendo percepiti in un’unica soluzione si sono formati con un processo “di produzione” che è durato
diversi anni, da qui la necessità di tassarli non con il regime ordinario Irpef che comporterebbe lo
scatto di aliquota sempre più elevata, ma attraverso uno specifico processo che prevede una distinta
aliquota. Rientrano in questa tipologia di redditi le indennità di fine rapporto, le plusvalenze derivanti
dalle cessioni di aziende possedute per più di cinque anni, le indennità per perdita dell’avviamento che
spettano al conduttore di esercizi commerciali per cessata locazione, ecc… Nel caso di trattamento di
fine rapporto l’aliquota che si applica è data dalla divisione dell’imponibile per il numero di anni di
durata del rapporto e moltiplicando il risultato per dodici. Per gli altri redditi tassati separatamente
l’imposta è determinata attraverso l’applicazione dell’imponibile dell’aliquota Irpef corrispondente
alla metà del reddito complessivo netto del biennio precedente.

Lezione 054
I REDDITI FONDIARI
I redditi fondiari sono quei redditi che derivano da terreni e fabbricati, situati nel territorio dello
Stato, ai quali, iscritti nei rispettivi catasti, è attribuita una rendita corrispondente. Producono redditi
fondiari solo i terreni atti alla produzione agricola e non quindi quelli che costituiscono pertinenza di
fabbricati urbani oppure quelli dati in affitto per usi non agricoli.
Non producono inoltre redditi fondiari né le costruzioni rurali, né i fabbricati dati in affitto per
l’esercizio di imprese commerciali o per arti o professioni.Essi infatti concorrono alla produzione del
reddito dei terreni, per quanto riguarda i fabbricati rurali, oppure rappresentano fattori nella
produzione del reddito di impresa o di lavoro autonomo, per quanto riguarda i secondi.
Appare opportuno specificare che la tassazione su base catastale viene applicata a prescindere
dall’effettiva percezione del reddito e, nell’ipotesi di comproprietà o usufrutto, la tassazione avverrà
nel primo caso pro- quota, nel secondo in capo all’usufruttuario.Il reddito dei terreni si distingue in
dominicale e agrario. Il primo incorpora la terra al suo stato naturale ed il capitale quale investimento
in essa conferito; il reddito agrario è quello invece che non remunera la proprietà bensì il capitale
d’esercizio ed il lavoro di organizzazione. Occorre tener presente che dal 1 °/1/2012, per effetto
dell’introduzione dell’Imu (Imposta Municipale Unica), che ha sostituito l’Ici (Imposta Comunale
sugli Immobili), l’Irpef non comprende più i redditi fondiari ad eccezione del reddito agrario, dei
redditi fondiari su CUI NON SI APPLICA LA CEDOLARE SECCA (DI CUI DIREMO
NELL’ULTIMA SESSIONE DI QUESTA LEZIONE), DEI REDDITI DERIVANTI DAGLI
IMMOBILI CHE NON PRODUCONO REDDITO FONDIARI O IN QUANTO STRUMENTALI, DEI
REDDITI POSSEDUTI DA SOGGETTI PASSIVI IRES (FALSITTA).

Lezione 055
I REDDITI DI CAPITALE
La tassazione dei redditi di capitale, anche in considerazione del fatto che costituisce un importante
strumento di politica economica, è stata oggetto di continui interventi legislativi che talvolta hanno
generato difficoltà applicative. L’impronta impressa dal legislatore ha avuto come scopo principale
quello di segnare una netta demarcazione tra i redditi che scaturiscono dal differenziale tra l’acquisto
e la vendita di capitali (redditi diversi – plusvalenze) dai veri e propri redditi di capitale che
scaturiscono dal semplice decorrere del tempo e quindi dal godimento del capitale investito.
E’ bene chiarire da subito che il legislatore non ha fornito una definizione specifica di ciò che
costituisce reddito di capitale, ma si è limitato a fornire una elencazione dei proventi rientranti in
questa categoria, prevedendo inoltre una norma di tipo residuale con la quale far confluire nella
predetta categoria “gli interessi e gli altri proventi derivanti dagli altri rapporti aventi per oggetto
l’impiego del capitale, esclusi i rapporti attraverso cui possono essere realizzati differenziali positivi e
negativi in dipendenza di un evento incerto”. I redditi di capitale possiamo suddividerli in due macro
categorie, gli interessi ed i proventi derivanti dalla partecipazione in società o enti. Entrambi
ovviamente sono tassati in quanto frutto della rendita del capitale e questo perché come detto
l’eventuale differenza tra l’acquisto e la vendita del titolo rappresenta invece un reddito che rientra
nella categoria dei redditi diversi. I redditi di capitale presentano alcune peculiari caratteristiche che
di seguito esamineremo:
-il reddito è tassato al lordo, ovvero in assenza della deduzione di eventuali spese in funzione del
principio che essi non necessitano di un’attività del contribuente;
-sono tassati in base al principio di cassa ovvero nel periodo di imposta in cui sono percepiti a
prescindere dalla loro maturazione, salvo alcune eccezioni;
-in alcuni casi, in deroga al principio di cassa, sono tassati in forza di una presunzione legale, salvo la
possibilità di far valere la prova contraria; inoltre e sempre in deroga al criterio di cassa, in caso di
opzione per il risparmio gestito il contribuente pur tassato in funzione di un criterio di maturazione in
luogo di quello di realizzo potrà compensare le componenti reddituali positive e negative derivanti da
forme di investimento diverso;
-i proventi percepiti nell’esercizio di una imp resa commerciale non rappresentano redditi di capitale ma
concorrono a formare il reddito di impresa;
-alcuni proventi sono soggetti a ritenuta a titolo d’acconto con l’obbligo per il contribuente di inserirli
nella propria dichiarazione dei redditi, per altri invece è prevista una ritenuta a titolo definitivo che
esaurisce le incombenze per il percettore.

Lezione 056
I REDDITI DI LAVORO DIPENDENTE
Si intendono redditi di lavoro dipendente quelli derivanti da prestazioni lavorative, con qualsiasi
qualifica ed alle dipendenze da altri. Ciò che dunque caratterizza tale reddito e lo distingue da quello
di lavoro autonomo è il vincolo di subordinazione tra prestatore e datore di lavoro, pur tuttavia vi
rientrano anche le pensioni, a prescindere dal tipo di attività lavorativa da cui esse hanno tratto
origine.Vi sono inoltre una serie di tipologie reddituali che solo parzialmente presentano le peculiarità
del lavoro dipendente. Trattasi dei cc.dd. Redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente che sono
tassativamente previsti dalla normativa fiscale e che come detto presentano solo alcuni tratti del lavoro
dipendente. Si tratta: le remunerazioni dei sacerdoti, i compensi percepiti dai soci di cooperative di
produzione e di lavoro, delle cooperative di servizi e delle cooperative agricole,le indennità e i
compensi percepiti a carico di terzi dai prestatori di lavoro per incarichi svolti in relazione a tale
qualità, le indennità previste per l’esercizio di pubbliche funzioni e per le cariche elettive, i compensi
per l’attività libero professionale intramuraria del personale dipendente del S.S.N. ed i compensi
percepiti dai soggetti impegnati in lavori socialmente utili. Vi sono inoltre una serie di redditi
caratterizzati dall’assenza di un’attività lavorativa ma che comunque vengono ricompresi in quelli
assimilati al lavoro dipendente, trattasi: gli assegni periodici corrisposti al coniuge a seguito di
separazione, le borse di studio, gli assegni i premi e i sussidi per fini di studio, le rendite vitalizie e
quelle a tempo determinato a titolo oneroso e le prestazioni pensionistiche. Nei redditi assimilati sono
stati da qualche anno anche ricomprese le collaborazioni coordinate e continuative e le collaborazioni
a progetto, che ricomprendono anche le somme percepite in relazione all’attività di amministratore,
sindaco e revisore di società. Qualora queste attività o le collaborazioni rientrino nel contesto di
un’attività di lavoro dipendente o autonomo non saranno più ricomprese nei redditi assimilati ma
nelle loro rispettive categorie. Ciò che caratterizza i rapporti di collaborazione sono lo svolgimento di
un’attività senza vincolo di subordinazione, senza l’impiego di mezzi organizzati, nell’ambito di un
rapporto unitario e continuativo e con una retribuzione periodica prestabilita.

IL CANDIDATO ILLUSTRI LA DIFFERENZA TRA REDDITO DI LAVORO AUTONOMO E


REDDITO DI LAVORO DIPENDENTE
Il reddito di lavoro autonomo è quello che deriva dall’esercizio per professione abituale ancorché non
esclusiva di arti o professioni e più in generale da attività di lavoro autonomo diverse da quelle da cui
traggono origine i redditi di impresa. Volendo riassumere quelle che sono le caratteristiche essenziali,
notiamo la natura intellettuale dell’attività svolta, l’autonomia nello svolgimento di tale attività,
l’abitualità della stessa e la non imprenditorialità.
Il legislatore fiscale ha voluto inserire nell’ambito del reddito di lavoro dipendente tutti gli introiti
collegati direttamente o indirettamente all’attività di lavoro prestata alle dipendenze di terzi. In altri
termini è il nesso di causalità con il rapporto di lavoro dipendente che fa sì che un dato compenso sia
in esso ricompreso. A titolo esemplificativo e non esaustivo ricordiamo che rientrano nella categoria
dei redditi di lavoro dipendente gli stipendi, i salari, i premi, i compensi per lavoro straordinario, le
mensilità aggiuntive e le somme percepite sotto forma di partecipazione agli utili. Costituiscono inoltre
redditi di lavoro dipendente anche alcuni compensi in natura accordati ad alcuni dipendenti al fine di
incentivare l’attività lavorativa.

Lezione 057
I REDDITI DI LAVORO AUTONOMO
Il reddito di lavoro autonomo è quello che deriva dall’esercizio per professione abituale ancorché non
esclusiva di arti o professioni e più in generale da attività di lavoro autonomo diverse da quelle da cui
traggono origine i redditi di impresa.
Volendo riassumere quelle che sono le caratteristiche essenziali, notiamo la natura intellettuale
dell’attività svolta, l’autonomia nello svolgimento di tale attività, l’abitualità della stessa e la non
imprenditorialità.Se la maggior parte delle peculiarità sopra enunciate sono di facile individuazione,
ciò che crea maggiori problemi è la distinzione tra lavoro autonomo e attività di impresa. Il criterio
generale è quello che prevede che sono produttive di reddito di impresa le attività commerciali, pur in
assenza di una specifica organizzazione, mentre producono lavoro autonomo le attività di prestazione
di servizi. Riassumendo, ciò che qualifica l’attività di lavoro autonomo è il carattere meramente
intellettuale dell’attività svolta, pur in presenza di una importante organizzazione di beni che tuttavia
debbono necessariamente assumere una funzione di tipo secondario rispetto all’apporto di lavoro da
parte del soggetto interessato.
Possiamo altresì aggiungere che rientrano nell’ambito del lavoro autonomo le professioni intellettuali
per l’esercizio delle quali è richiesta l’iscrizione negli albi professionali e quelle non soggette ad
iscrizione a condizione che l’elemento personale risulti prevalente rispetto ai mezzi impiegati.
Aggiungiamo che costituisce altresì lavoro autonomo l’esercizio delle professioni in forma associata
attraverso la costituzione di associazioni tra professionisti. I lavoratori autonomi sono obbligati alla
tenuta di una contabilità finalizzata alla determinazione del reddito così come alla compilazione dei
registri ai fini IVA ed agli adempimenti che ne derivano. I compensi se fatturati a imprenditori, società
o ad altri professionisti sono soggetti alla ritenuta d’acconto nella misura del 20%.

Lezione 058
I REDDITI DI IMPRESA
Art. 55 c.1: Sono redditi d’impresa quelli che derivano dall’esercizio di imprese commerciali. Per
esercizio di imprese commerciali si intende l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva,
delle attività indicate nell’art. 2195 c.c. e delle attività indicate alle lettere b) e c) del comma 2 dell’art.
32 che eccedono i limiti ivi stabiliti, anche se non organizzate in forma di impresa.
c. 2: Sono inoltre considerati redditi d’impresa: a) i redditi derivanti dall’esercizio di attività
organizzate in forma d’impresa dirette alla prestazione di servizi che non rientrano nell’art. 2195 c.c.;
b) i redditi derivanti dall’attività di sfruttamento di miniere, cave, torbiere, saline, laghi, stagni e altre
acque interne; c) i redditi dei terreni, per la parte derivante dall’esercizio delle attività agricole di cui
all’art. 32, pur se nei limiti ivi stabiliti, ove spettino alle società in nome collettivo e in accomandita
semplice nonché alle stabili organizzazioni di persone fisiche non residenti esercenti attività di
impresa.
c. 3: Le disposizioni in materia di imposte sui redditi che fanno riferimento alle attività commerciali si
applicano, se non risulta diversamente, a tutte le attività indicate nel presente articolo.

Lezione 059
I REDDITI DIVERSI
I redditi diversi potremmo definirli come una categoria “residuale” di reddito, in quanto in essa
confluiscono tutte quelle tipologie di reddito non riconducibili alle categorie ben definite esaminate
nelle precedenti lezioni. In altri termini pur trattandosi di vere e proprie ipotesi reddituali, esse non
hanno la peculiare caratteristiche che le renda “inquadrabili” all’interno di una ben definita categoria
reddituale.
IL CANDIDATO SPIEGHI PERCHE' I REDDITI DIVERSI SONO DEFINITI UNA CATEGORIA
RESIDUALE DI REDDITO
in quanto in essa confluiscono tutte quelle tipologie di reddito non riconducibili alle categorie ben
definite esaminate nelle precedenti lezioni. In altri termini pur trattandosi di vere e proprie ipotesi
reddituali, esse non hanno la peculiare caratteristiche che le renda “inquadrabili” all’interno di una
ben definita categoria reddituale.

Lezione 060
IL CANDIDATO INDICHI IN CHE MODO VIENE DETERMINATA L'IRES
varia a seconda del tipo di società: per gli enti non commerciali residenti nel territorio italiano - che
sono tenuti ad aprire una partita Iva e devono tenere una contabilità separata per l'attività
commerciale eventualmente svolta - bisogna tenere conto di un reddito complessivo che è dato dalla
somma di tutte le categorie di reddito, sulla base delle regole di determinazione che la normativa
IRPEF prevede per ognuna di esse. Per le altre società, una volta che è stata determinata la base
imponibile non c'è altro da fare che applicare l'aliquota, che - come detto - è pari al 24%.

Lezione 061
I COMPONENTI POSITIVI DI REDDITO
Generalmente con il termine ricavo si intende il corrispettivo per la cessione di un bene o la
prestazione di un servizio. Come già ampiamente detto non rileva il momento dell’incasso ma il
momento in cui avviene giuridicamente la cessione di un bene o viene ultimata la prestazione di un
servizio. Il termine ricavo invero da un punto di vista fiscale va suddiviso in una serie di sottocategorie
quali: ricavi da corrispettivi, da indennità, da contributi e dall’utilizzo per usi personali di alcuni
beni, o in ogni caso dalla loro destinazione per finalità al di fuori dell’impresa. In dettaglio, sono ricavi
da corrispettivo quelli derivanti dalla cessione dei beni o dalla prestazione di servizi, i corrispettivi
derivanti dalla cessione di materie prime, semilavorati e altri beni con esclusione di quelli strumentali
ed i corrispettivi derivanti dalla cessione di azioni o quote quando non costituiscono immobilizzazioni.
Le indennità invece sono ricavi conseguiti a titolo di risarcimento, anche in forma assicurativa, per la
perdita o il danneggiamento di beni. Sono ancora ricavi i contributi in conto esercizio e quindi ad
integrazione di prezzi calmierati nonché quelli contrattuali. Da ultimo costituisce ricavo
l’estromissione dalla sfera giuridica dell’impresa di un bene per utilizzi personali dell’imprenditore o
più in generale per finalità estranee all’esercizio dell’impresa. Appare opportuno evidenziare che le
norme sul reddito d’impresa in materia di componenti positivi regolamentano: i criteri identificativi di
tali componenti, le fattispecie che ne determinano la loro rilevanza ed i criteri per il computo.

Lezione 062
I COMPONENTI NEGATIVI DI REDDITO
Le norme fiscali non disciplinano tutti i componenti negativi in quanto essi possono essere dedotti se
rispecchiano i requisiti generali previsti dal sistema fiscale. Tali principi sono la competenza,
l’inerenza e l’imputazione nel conto economico. E’ noto che vi sono poi delle regole speciali per talune
tipologie di costo dettate o in quanto derogano a norme civilistiche o in quanto previste per mere
finalità di gettito. Il principio dell’inerenza sancisce che un costo può essere dedotto in quanto esso è
funzionale all’attività dell’impresa. Ciò significa che gli uffici non possono disconoscere un costo
sostenuto per ragioni dell’impresa per il solo fatto che discende dalla discrezionalità dell’imprenditore.
Ciò che rileva è il solo fatto che esso è funzionale all’attività imprenditoriale e non riguarda quindi
spese prive di un nesso di correlazione con l’attività economica. L’inerenza dunque rappresenta una
regola generale, pertanto parziali o totali indeducibilità devono essere previste da specifiche norme (si
pensi alle spese per i beni ad uso promiscuo). Vi sono poi una serie di disposizioni che regolano i costi
che si riferiscono a ricavi non imponibili, per essi è previsto: che sono deducibili i costi che si
riferiscono ad attività o beni imponibili o a proventi esclusi, che non sono deducibili i costi riferiti a
ricavi esenti, che sono parzialmente deducibili i costi che si riferiscono ad operazioni imponibili ed a
operazioni esenti ed infine che vi sono costi non soggetti al principio dell’inerenza (oneri di utilità
sociale, estranei all’impresa ma in parte deducibili per disposizioni di legge specifiche). Del principio
di competenza si è già parlato, resta da esaminare quello relativo alla imputazione dei costi al conto
economico. In base a tale principio un costo è deducibile se è imputato al conto economico
dell’esercizio di competenza. Tale principio trae origine dal fatto che un costo solo transitando nel
conto economico può correttamente concorrere alla determinazione del risultato d’esercizio. Esistono
una serie di deroghe, quali quella in base alla quale può essere dedotto un costo dell’esercizio
precedente quando esso è stato rinviato all’esercizio successivo in base a norme che lo consentono. Una
ulteriore deroga riguarda i compensi ai soci promotori e fondatori deducibili anche se non transitati
per il conto economico. Ancora, è prevista una deroga per i costi quali ammortamenti ed
accantonamenti ed infine un’ulteriore deroga è prevista per i costi correlati a ricavi anch’essi non
transitati nel conto economico (ricavi non dichiarati ma accertati per i quali sono riconosciute talune
spese di produzione). Come detto, in deroga ai criteri generali è ammessa la deduzione di componenti
negativi non imputati al conto economico. Delle quattro eccezioni esposte quella degna di maggior
attenzione è senza dubbio quella che si riferisce agli ammortamenti dei beni materiali e immateriali
agli accantonamenti ed alle spese relative agli studi ed alle ricerche nonché alle differenze tra i canoni
leasing e la somma degli ammortamenti e degli interessi passivi dei beni acquistati in leasing. In questi
casi è previsto che se la norma fiscale prevede ammortamenti, rettifiche di valore e accantonamenti
non operati in conto economico tali maggiori deduzioni devono risultare da apposito prospetto della
dichiarazione dei redditi. Tale prospetto dovrà evidenziare le eccedenze dell’accantonamento fiscale
rispetto al civilistico, il maggior ammortamento fiscale rispetto a quello effettuato in base alle norme
civili, l’eventuale quota di ammortamento anticipato nonché le spese relative a studi e ricerche non
imputate al conto economico, in quanto oggetto di capitalizzazione, ma dedotte ai fini fiscali. Tutto ciò
genererà necessariamente una riduzione del reddito imponibile ai fini fiscali rispetto all’utile
civilistico. Le riserve connesse a tali differenza e gli utili risultanti dallo stato patrimoniale saranno
sottoposti a sospensione di imposta, con la conseguenza che le imposte non essendo dovute
nell’esercizio dovranno essere stanziate come imposte differite, quali imposte che saranno versate in
esercizi successivi. In altri termini il maggior vantaggio fiscale conseguente a maggiori deduzioni sarà
necessariamente recuperato nel momento in cui i valori civilistici riassorbiranno quelli fiscali già
dedotti in eccedenza. Le riserve derivanti dalle maggiori deduzioni diverranno, man mano che si
genererà il recupero fiscale, riserve tassate legittimamente distribuibili. E’ di tutta evidenza che
nell’ipotesi in cui le riserve in sospensione vengano distribuite prima dello svincolo fiscale si avrà la
tassazione delle stesse per effetto del presupposto impositivo (art. 109 c. 4 lett. b) che prevede la
tassazione quando l’insieme delle riserve che residuano dalla distribuzione sono inferiori alla somma
dei costi extra contabilmente dedotti. La motivazione di tale disposizione risiede nella volontà del
legislatore di evitare la distribuzione di utili non tassati a seguito e per effetto di deduzioni meramente
fiscali non transitate nel conto economico.

Lezione 064
IL CANDIDATO ILLUSTRI IL REGIME DI TRASPARENZA FISCALE
Il regime della trasparenza fiscale nasce al fine di evitare la doppia tassazione dapprima in capo
alla società e poi in capo ai soci.
Esso è applicabile alle società di capitale che hanno come soci altre società di capitali ed alle
piccole società di capitali. Il reddito è imputato quindi ai soci, pertanto la società non è soggetta ad
Ires, allo stesso modo le eventuali perdite possono essere utilizzate per compensare i redditi del
socio.L’art. 115 prevede che la trasparenza posso essere esercitata solo dalle società di capitali
alle quali partecipano altre società di capitali con una percentuale di partecipazione non inferiore al
10% e non superiore al 50%. Tali percentuali riguardano sia i diritti di voto sia la partecipazione
agli utili, senza quindi considerare le azioni prive di diritti di voto.
L’opzione per tale regime può essere esercitata solo se la partecipata non abbia optato per il
consolidato nazionale o mondiale, è esclusa quando i soci partecipanti fruiscono di Ires agevolata
ed è irrevocabile per tre esercizi sociali. Se e quando vengono meno le condizioni previste dalla
legge per l’esercizio dell’opzione, l’efficacia di tale regime cessa con effetto dall’esercizio
sociale che è in corso e per effetto del principio all in, all out, nel momento in cui una sola delle
partecipanti decade dal regime, automaticamente decade anche la partecipata. Ai sensi dell’art.
115 comma 2, se vi sono soci non residenti è ammessa l’opzione per la trasparenza a condizione
che non vi sia obbligo di ritenuta alla fonte sugli utili distribuiti. L’opzione è, quindi, possibile per i
soggetti residenti nell’Unione europea e per i soggetti residenti in quei paesi ove esiste una
convenzione contro le doppie imposizioni che escluda quindi la ritenuta alla fonte sui redditi che
provengono dall’Italia.
IL CANDIDATO INDICHI QUALI SOCIETA' SONO AMMESSE AL REGIME DI TRASPARENZA
FISCALE
Il regime della trasparenza fiscale nasce al fine di evitare la doppia tassazione dapprima in capo alla società
e poi in capo ai soci. Esso è applicabile alle società di capitale che hanno come soci altre società di capitali
ed alle piccole società di capitali. Il reddito è imputato quindi ai soci, pertanto la società non è soggetta ad
Ires, allo stesso modo le eventuali perdite possono essere utilizzate per compensare i redditi del socio.
L’art. 115 prevede che la trasparenza posso essere esercitata solo dalle società di capitali alle quali
partecipano altre società di capitali con una percentuale di partecipazione non inferiore al 10% e non
superiore al 50%. Tali percentuali riguardano sia i diritti di voto sia la partecipazione agli utili, senza
quindi considerare le azioni prive di diritti di voto. L’opzione per tale regime può essere esercitata solo se la
partecipata non abbia optato per il consolidato nazionale o mondiale, è esclusa quando i soci partecipanti
fruiscono di Ires agevolata ed è irrevocabile per tre esercizi sociali. Se e quando vengono meno le condizioni
previste dalla legge per l’esercizio dell’opzione, l’efficacia di tale regime cessa con effetto dall’esercizio
sociale che è in corso e per effetto del principio all in, all out, nel momento in cui una sola delle partecipanti
decade dal regime, automaticamente decade anche la partecipata. Ai sensi dell’art. 115 comma 2, se vi sono
soci non residenti è ammessa l’opzione per la trasparenza a condizione che non vi sia obbligo di ritenuta
alla fonte sugli utili distribuiti. L’opzione è, quindi, possibile per i soggetti residenti nell’Unione europea e
per i soggetti residenti in quei paesi ove esiste una convenzione contro le doppie imposizioni che escluda
quindi la ritenuta alla fonte sui redditi che provengono dall’Italia.

Lezione 066
QUALI SONO LE OPERAZIONI STRAORDINARIE NEL REDDITO DI IMPRESA
Tali operazioni sono regolate nel Testo unico dall’art. 170 e seguenti per le nazionali e 178 e seguenti
per le internazionali. Tali operazioni possono dunque riguardare dalle cessioni e/o conferimenti di
aziende o rami d’aziende alle cessioni di partecipazioni sociali rilevanti, fino alle trasformazioni,
fusioni e scissioni. Dal punto di vista fiscale tali operazioni possono essere ricondotte essenzialmente a
due categorie, quelle che si occupano di eventi che trasformano cespiti in moneta e quelle che
realizzano la conversione di cespiti in altri cespiti. E’ di tutta evidenza che nell’ipotesi in cui vi sia la
conversione in moneta di beni e quindi il verificarsi di plusvalenze e minusvalenze il legislatore fiscale
non può che intervenire soprattutto in ragione degli effetti che tali operazioni generano nel patrimonio
del cedente. Nel secondo caso c’è una tendenza alla neutralità delle operazioni menzionate in ragione
del fatto che l’assenza della monetizzazione può consentire di lasciare per così dire inerti le eventuali
plusvalenze o minusvalenze. Vedremo comunque in seguito che anche in assenza di una immediata
monetizzazione il verificarsi di plusvalenze o minusvalenze a seguito di talune operazioni comporta un
obbligato impatto sull’imponibile.

Lezione 067
QUANDO SI PUO' PARLARE DI SOGGETTI NON OPERATIVI?
Si premette che le espressioni società non operative e società di comodo sono talora utilizzate come
sinonimi ma, in realtà, sono attinenti a fattispecie diverse; le società non operative si riferiscono a
quelle situazioni di esclusivo godimento di beni, mentre propriamente le società di comodo sono
relative all’ipotesi di interposizione soggettiva.
La disciplina delle società non operative è stata modificata con interventi legislativi che hanno
riformulato l’art. 30 della legge 23/12/1994 n. 724, con l’art. 35, commi 15 e 16, del D.L. 4/7/2006 n.
223,convertito in legge 4/8/2006 n. 248, con l’art. 1, commi 109 e seguenti della legge 27/12/2006 n. 296
nonché con il D.L. 138/2011 convertito in legge 148/2011.
Gli interventi legislativi hanno interessato le imposte sul reddito, sull’Iva, sull’IRAP nonché il campo
di applicazione della normativa in questione. Relativamente all’imposta sul reddito sono stati
predeterminati dei valori fiscalmente rilevanti.
Vedremo nella prossima sessione come è determinato il reddito minimo; possiamo anticipare che si
tratta di un’operazione matematica costituita dall’applicazione di specifici coefficienti totalmente
diversa dal calcolo del reddito di impresa di cui all’art. 83 del DPR 917/89.
I soggetti non operativi sono tenuti ad osservare gli obblighi contabili e a rispettare gli adempimenti di
natura dichiarativa. Nell’operazione di predeterminazione dell’entità del reddito rilevante ai fini
fiscali si tiene conto di beni quali le azioni, gli immobili, gli strumenti finanziari, ecc. che vengono
considerati per loro natura idonei a produrre ricchezza a prescindere da qualsiasi valutazione sulle
capacità imprenditoriali.Si prescinde, pertanto, da ogni criterio di determinazione analitica del reddito
preferendo procedere alla determinazione del reddito in relazione all’esistenza di
taluni beni. Si ritiene che i beni individuati producano reddito secondo una misura predeterminata
con l’eccezione dovuta a particolari situazioni oggettivamente in grado di impedire o limitare la
produzione di reddito. E’ evidente che la disciplina normativa desta diverse perplessità sotto il profilo
costituzionale con particolare riferimento all’art. 53 Cost.

Lezione 070
IL CANDIDATO INDICHI QUALI SONO LE OPERAZIONI RILEVANTI AI FINI IVA
La normativa che regola il funzionamento dell’imposta sul valore aggiunto nell’occuparsi delle
operazioni imponibili prevede un concetto di tipo generale, alcune fattispecie che vengono
giuridicamente assimilate ed infine un elenco di operazioni escluse.
Nell’ambito delle operazioni imponibili si possono individuare quattro tipi di operazioni: le cessioni di
beni all’interno del territorio nazionale, le prestazioni di servizi rese sempre nel territorio dello Stato,
gli acquisti intracomunitari ed infine le importazioni da paesi extra Ue. Secondo la definizione dell’art.
2 del DPR 633/72, “costituiscono cessioni di beni gli atti a titolo oneroso che importano trasferimento
della proprietà ovvero costituzione o trasferimento di diritti reali di godimento su beni di ogni genere”.
Dal tenore della norma si evince chiaramente che sono dunque
contemplati sia i trasferimenti che comportano il trasferimento della proprietà sia quelli che
interessano diritti reali, inoltre la disposizione si occupa sia dei trasferimenti generati da accordi
economici ma anche da quelli di tipo coattivo. E’ altresì opportuno evidenziare che ancorché la norma
parli di “titolo oneroso” occorre chiarire che in taluni casi sono considerate imponibili anche le
cessioni a titolo gratuito (si pensi alle cessioni gratuite di beni merce).
Vi sono poi una serie di operazioni che pur non presentando i connotati propri della cessione vengono
giuridicamente ad essa assimilate, di contro esistono operazioni che pur in presenza degli elementi
tipici della cessione non sono considerate tali e quindi vengono escluse dal campo di applicazione
dell’Iva. Sono infatti assimilate alle cessioni di beni:
- le vendite con riserva di proprietà (in questa fattispecie il trasferimento del bene si realizza con il
pagamento dell’ultima rata, tuttavia l’imposta è dovuta da subito)
- i passaggi dal committente al commissionario e dal commissionario al committente di beni venduti o
acquistati in esecuzione di contratti di commissione
- il c.d. autoconsumo dei beni, ovvero la destinazione di beni al consumo personale o familiare
dell’imprenditore o del lavoratore autonomo o ad altre finalità all’esercizio dell’impresa o della
professione
- le assegnazioni fatte dalle società ai soci.

Lezione 071
IL CANDIDATO INDICHI I REQUISITI OGGETTIVI E SOGGETTIVI AFFINCHE' SI ASSUMA LA
QUALIFICA DI SOGGETTO IVA
Affinché una certa operazioni sia rilevante ai fini Iva è necessario che possieda i requisiti soggettivi
(imprenditore o lavoratore autonomo) e oggettivi ovvero che rientri nel campo di applicazione del
tributo. L’espressione “campo di applicazione” sta a significare che rientrano non solo le operazioni
imponibili ma altresì le operazioni comunque rilevanti, è quindi particolarmente importante la
distinzione tra operazioni che rientrano nel campo di applicazione e quelle c.d. escluse. Queste ultime
infatti non solo non generano l’applicazione dell’imposta ma non determinano neppure l’obbligo di
dar seguito agli adempimenti formali. Le operazioni che rientrano nella sfera giuridica dell’iva a loro
volta si possono distinguere in operazioni imponibili, che quindi generano il debito di imposta e gli
adempimenti formali connessi, operazioni non imponibili e esenti, che pur non generando alcun debito
di imposta comportano l’obbligo di dar seguito al rispetto ed alla esecuzione di tutti gli adempimenti
formali e quindi fatturazione e registrazione. Le operazioni esenti a differenza delle non imponibili,
comportano un limite al diritto alla detrazione dell’iva assolta sugli acquisti. In conclusione se le
operazioni escluse sono al di fuori della sfera giuridica dell’Iva, le imponibili, non imponibili ed esenti,
rientrano in pieno nel suo campo di applicazione seppure con obblighi ed oneri diversi.

Lezione 072
IL CANDIDATO INDICHI IN QUALE MOMENTO L'IVA DIVENTA ESIGIBILE
Un’operazione è rilevante ai fini iva quando si verificano taluni eventi per effetto dei quali, in base
all’art. 6 del d.p.r. 633, può dirsi che essa sia stata effettuata. L’art. 6 prevede dunque che nel
momento in cui si verificano una serie di fattispecie scattano obblighi, diritti e doveri e viene
determinato temporalmente il momento in cui è esigibile l’imposta. Nel momento in cui l’operazione si
considera effettuata sorge il diritto per l’acquirente di computarla in detrazione e contestualmente
anche il dovere per il cedente di conteggiarla a debito, vi sono tuttavia delle eccezioni a tale principio
per cui può verificarsi che la rilevazione del credito o del debito possa essere differita. Se è vero che
ogni attività effettuata prima del perfezionarsi delle operazioni di cui all’art. 6 è da considerarsi
irrilevante, è altrettanto vero che se si verificano le circostanze dello stesso art. 6 prima che
l’operazioni si perfezioni, divengono irrilevanti tutti gli adempimenti successivi. Infatti se prima di
trasferire un bene è pagato il corrispettivo oppure viene emessa fattura è di tutta evidenza che sono
questi gli elementi che consentono di affermare che l’operazione è stata effettuata e non il successivo
trasferimento del bene o la prestazione del servizio; ciò che potrà eventualmente avere importanza
sarà semmai la mancata realizzazione di essi, in tal caso si renderà necessario provvedere alla
emissione di note di variazione. L’art. 6 opera una differenziazione tra operazione e operazione, al
fine di identificare il momento dell’effettuazione dell’operazione. Se per gli immobili si assume il
momento di stipula dell’atto, per i beni mobili ha rilievo la consegna o la spedizione, tuttavia se gli
effetti traslativi si producono in una fase successiva sono questi ultimi che assumono rilievo, purché
comunque non si vada oltre l’anno, in quanto in tal caso decorsi dodici mesi l’operazione sarà
giuridicamente compiuta. Questo potrà accadere nei casi di vendita sottoposta a condizione
sospensiva, come nelle vendite a prova o con riserva di gradimento. E’ opportuno però dare menzione
di alcune deroghe a tali principi: nell’autoconsumo ad esempio assume rilievo il momento di prelievo
dei beni, nei passaggi dal committente al commissionario il momento della vendita da parte del
commissionario, nelle somministrazioni periodiche o continuative il pagamen to del corrispettivo e
ancora per le prestazioni di servizi assume rilievo il pagamento del corrispettivo.

Lezione 073
IL CANDIDATO ILLUSTRI LA DIFFERENZA TRA OPERAZIONI IMPONIBILI, NON IMPONIBILI
ED ESENTI AI FINI IVA

Le cessioni di beni e le prestazioni di servizi, ai fini IVA, possono essere distinte in:operazioni rilevanti
ai fini IVA;operazioni non rilevanti ad IVA dette anche operazioni estranee o fuori campo IVA

Le prime sono operazioni che presentano tutti i presupposti per essere assoggettate all'imposta: quindi
di tratta di cessioni di beni e prestazioni di servizi, così come definiti dalla legge, poste in essere da
imprese o da lavoratori autonomi nel territorio dello Stato. Ovviamente, tra le operazioni rilevanti ai
fini IVA, si comprendono anche le importazioni da chiunque effettuate.

Le operazioni fuori campo IVA sono operazioni prive di almeno uno dei presupposti necessari per
l'applicazione dell'imposta. Quindi si può trattare di:

● operazioni poste in essere dai privati (mancanza del presupposto soggettivo).


Esempio: un privato che vende la propria auto usata non è tenuto ad applicare l'IVA
sull'operazione;
● operazioni che non costituiscono cessioni di beni o prestazioni di servizi secondo la definizione
data dalla legge (mancanza del presupposto oggettivo).
Esempio: le prestazioni di lavoro subordinato o il pagamento di una somma di denaro per
risarcire un danno causato ad un terzo;
● operazioni effettuate fuori del territorio dello Stato (mancanza il presupposto territoriale).
Esempio: la vendita di un immobile situato all'estero.La distinzione è importante non solo ai
fini dell'applicazione dell'imposta, ma anche in relazione agli adempimenti previsti dalla legge:
● le operazioni rilevanti ai fini dell'imposta sono anche sono soggette a tutti gli adempimenti
previsti dalla normativa in materia di IVA.
Esempio: l'operazione rilevante ai fini IVA va fatturata, la fattura deve essere registrata in un
apposito registro, ecc..;
● le operazioni fuori campo IVA non sono soggette agli adempimenti previsti dalle leggi che
regolano l'imposta.

Le operazioni rilevanti ai fini IVA, a loro volta, si distinguono in:

● operazioni imponibili. Questa categoria di operazioni comprende tutte le cessioni di beni e le


prestazioni di servizi, effettuate a titolo oneroso, da soggetti passivi IVA nell'ambito del
territorio nazionale.
Esempio: il commerciante al dettaglio che vende un elettrodomestico ad un privato tenuto ad
applicare l'IVA.
Tra le operazioni imponibili va incluso anche l'autoconsumo, cioè la destinazione dei beni
all'uso o al consumo personale o familiare dell'imprenditore.
Ad esempio, il commerciante di apparecchi per la telefonia che prende dal proprio magazzino
un cellulare per darlo al figlio, deve applicare sull'operazione l'IVA anche se si tratta di
un'operazione a titolo gratuito;
● operazioni esenti. Queste sono operazioni che hanno tutti i requisiti per essere considerate
imponibili, ma per le quali il legislatore, per ragioni di opportunità economica e sociale, ha
previsto che non venga applicata l'IVA.
Esempi: interessi per dilazioni di pagamento, prestazioni mediche, prestazioni didattiche,
prestazioni dei servizi di pompe funebri, ecc..
● operazioni non imponibili. In questa categoria rientrano operazioni che non sono tassate in
quanto si riferiscono a beni destinati al consumo fuori dal territorio nazionale. Essendo l'IVA
un'imposta sui consumi essa colpisce il bene nel luogo in cui esso sarà consumato. La non
imponibilità di queste operazioni, quindi, mira ad evitare una doppia imposizione.
Esempio: l'impresa che esporta della merce, che si trova in Italia, negli Stati Uniti effettua
un'operazione non imponibile. Infatti la merce, pur essendo presente nel territorio nazionale al
momento della cessione (quindi vi è il presupposto territoriale) sarà consumata al di fuori
dell'Italia.
Questa categoria di operazioni comprende:
○ le esportazioni;
○ le operazioni relative al settore nautico ed aeronautico;
○ i servizi connessi alle attività internazionali (disciplinati rispettivamente agli art.8, 8-bis
e 9 del DPR 633/72);
○ le cessioni intracomunitarie.

Un gruppo a parte è costituito dalla operazioni escluse dalla base imponibile e disciplinate dall'art.15
del DPR 633/72.

A queste operazioni non si applica l'IVA poiché, in genere, manca il presupposto oggettivo, ma sono
strettamente collegate con operazioni imponibili.Rientrano tra queste operazioni:
● gli interessi moratori o le penalità per ritardi o altre irregolarità nell'adempimento degli
obblighi del cessionario o del committente;
● il valore normale dei beni ceduti a titolo di sconto, premio o abbuono in conformità alle
originarie condizioni contrattuali, tranne quelli la cui cessione è soggetta ad aliquota più
elevata;
● i rimborsi delle anticipazioni fatte in nome e per conto della controparte, purché, regolarmente
documentate;
● l'importo degli imballaggi e dei recipienti, quando ne sia stato espressamente pattuito il
rimborso alla resa

Lezione 074

IL CANDIDATO INDICHI IN CHE MODO VIENE DETERMINATA L'IVA DA VERSARE


ALL'ERARIO I soggetti iva sono tenuti ad emettere fattura ed a registrarla e tale obbligo riguarda non
solo le operazioni in cui è presente l’imposta ma anche quelle non imponibili o esenti. La fattura deve essere
datata e numerata in modo progressivo e deve contenere: i dati del cedente o prestatore e del cessionario o
committente, i beni o servizi oggetto dell’operazione, la base imponibile, l’importo di sconti o abbuoni,
l’aliquota e l’ammontare dell’imposta o eventuali cause di esenzione o non imponibilità. La fattura è
particolarmente importante nel meccanismo applicativo dell’iva, infatti da essa scaturisce il momento
impositivo, essa rende dovuta l’imposta indicata ed il cedente per conseguenza diviene obbligato nei
confronti dell’erario; inoltre l’emissione della fattura fa scattare la rivalsa del cedente e il diritto alla
detrazione del cessionario. Le fatture attive devono essere annotate entro quindici giorni sul registro delle
vendite, mentre le passive andranno annotate in quello degli acquisti. Mensilmente o trimestralmente,
andrà determinato il totale dell’iva a debito e di quella a credito e tale differenza costituirà l’iva da versare
all’erario. In altri termini il registro degli acquisti sarà utilizzato ogni qual volta si dovrà registrare
documenti da cui scaturisce un dritto alla detrazione, mentre quello delle vendite per annotare documenti
da cui deriva un debito. Quest’ultimo sarà anche utilizzato per calcolare la predetta differenza tra iva a
debito e a credito (liquidazione), da cui ne deriva il versamento.

Lezione 075

IN CHE MODO SI APPLICA IL MECCANISMO DEL PRO RATA


Il meccanismo del pro rata temporis, nasce allo scopo di evitare che si realizzi la totale detraibilità
dell’iva relativa all’acquisto di un bene strumentale da parte di un soggetto che successivamente ponga
in essere operazioni esenti. Può infatti accadere che si acquisti un bene strumentale e si detragga l’iva
integralmente o in una certa percentuale e che successivamente vi sia un incremento delle operazioni
esenti; orbene in tal caso il legislatore prevede che è detraibile l’intero ammontare dell’iva dovuta
sull’acquisto di beni ammortizzabili, ma tale ammontare viene rettificato nei quattro anni successivi a
quello di acquisto se si verifica una variazione percentuale superiore a dieci punti. La norma, quindi,
elimina la possibilità di recuperare totalmente l’iva allorquando poi successivamente, realizzando
operazioni esenti, diminuisce la percentuale di detraibilità.

Lezione 078
L'IMPOSTA DI REGISTRO

L’imposta di registro appartiene alla categoria delle imposte sull’attività giuridica. si trattava, in
particolare di una prestazione economica dovuta dal soggetto richiedente la registrazione di un atto.
La registrazione degli atti ha da sempre grande importanza nel mondo giuridico perché serve ad
attribuire esistenza legale ad un atto, dimostrarne la data di fronte a terzi e ad assicurarne la
conservazione. Esiste la registrazione obbligatoria e la registrazione volontaria. La registrazione
obbligatoria, a sua volta, può essere in termine fisso o in caso d’uso. La prima si verifica quando l’atto
deve essere presentato per la registrazione entro un termine predeterminato che decorre dalla data
della sua formazione: 20 giorni se è stato redatto in Italia, 30 giorni se l’atto (in quanto relativo a
diritti sugli immobili) è soggetto a registrazione telematica e 60 giorni se l’atto è stato redatto
all’estero. Per la registrazione in caso d’uso, l’obbligo della registrazione non scaturisce dalla sua sola
formazione, ma dalla necessità della sua utilizzazione giuridica che può avvenire nell’ambito di un
procedimento amministrativo o di un processo giudiziario. Con l’introduzione dell’imposta sul valore
aggiunto, al fine di evitare la doppia imposizione, è stato stabilito il principio dell’alternatività
dell’imposta di registro rispetto all’Iva per cui gli atti soggetti ad Iva devono essere registrati solo in
caso d’uso e l’imposta di registro è applicata in misura fissa (art. 40 del DPR 131/86). Il DPR 26/4/1986
n. 131 (testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro) indica gli atti soggetti a
registrazione in termine fisso, in caso d’uso e gli atti non soggetti a registrazione.Tale imposta è dovuta
al momento della registrazione degli atti presso l’Agenzia delle Entrate. A titolo di esempio possiamo
dire che l’imposta di registro è obbligatoria per tutti gli atti pubblici e per tutte le scritture private
autenticate indipendentemente dal loro contenuto così come è obbligatoria per tutti gli atti giudiziari.
Per le scritture private non autenticate è obbligatoria la registrazione solo per quelli indicati
nell’elenco di cui alla tabella allegata al Testo Unico che provvede alla loro classificazione in base al
contenuto dell’atto. Le scritture private non autenticate, che non rientrano nell’elenco, sono sottoposte
a registrazione in caso d’uso come, ad esempio, i contratti di locazione e di affitto di beni immobili che
non siano stati redatti nella forma di atto pubblico o scrittura privata che abbiano durata non
superiore a 30 giorni complessivi in un anno. Relativamente agli atti pubblici e alle scritture private
autenticate il pubblico ufficiale rogante (notaio, segretario o delegato della pubblica amministrazione)
deve presentare l’atto per la registrazione e deve corrispondere l’imposta assumendo, quindi, la figura
di responsabile di imposta mentre le parti sono i soggetti passivi del rapporto tributario. Il pubblico
ufficiale ha un diritto di rivalsa nei confronti delle parti obbligate alla prestazione tributaria non
essendo ovviamente consentito dall’ordinamento che un soggetto sia gravato del peso di un’imposta
relativa ad un atto di cui non è parte. Invece le parti hanno l’obbligo di presentare per la registrazione
quegli atti per i quali sia previsto tale obbligo e che non siano atti pubblici o scritture private
autenticate. L’imposta di registro può essere considerata imposta principale qualora sia liquidata al
momento della registrazione, oppure imposta suppletiva nell’ipotesi sia applicata dopo la registrazione
al fine di emendare errori od omissioni ed, infine, imposta complementare in caso di accertamento.

I SOGGETTI PASSIVI NELL'IMPOSTA DI REGISTRO


Intendiamo per soggetti passivi coloro che pongono in essere l’atto, o nel cui interesse l’atto è
sottoposto a registrazione. Il legislatore, al fine di garantire l’adempimento dell’obbligo fiscale, ha
individuato altri soggetti a carico dei quali ha posto obblighi di registrazione e pagamento
dell’imposta; per costoro si configura una responsabilità solidale con l’obbligato principale. Da quanto
premesso è possibile distinguere fra soggetti obbligati a chiedere la registrazione e soggetti obbligati al
pagamento.

A norma dell’art. 10 del DPR 131/86 sono obbligati a chiedere la registrazione: 1) le parti contraenti
per le scritture private non autenticate, per i contratti verbali e per gli atti pubblici e privati formati
all’estero, nonché i rappresentanti delle società o enti esteri, oppure uno dei soggetti che rispondono
delle obbligazioni della società o dell’ente per le operazioni di società o enti esteri; 2) i notai, gli
ufficiali giudiziari, i segretari o delegati della pubblica amministrazione e degli altri pubblici uffici
relativamente agli atti da loro redatti, ricevuti o autenticati; 3) i cancellieri e segretari per le sentenze,
i decreti e gli altri atti degli organi giurisdizionali alla cui formazione hanno partecipato nell’esercizio
delle loro funzioni; 4) gli impiegati dell’Amministrazione finanziaria e gli appartenenti al corpo della
Guardia di finanza per gli atti da registrare d’ufficio a norma dell’art. 15; 5) gli agenti di affari di
mediazione iscritti nella sezione degli agenti immobiliari per le scritture private non autenticate di
natura negoziale stipulate per la conclusione di affari nell’ambito della loro attività Per quanto, invece,
attiene ai soggetti obbligati al pagamento, dobbiamo far riferimento all’art. 57 del DPR 131/86. Hanno
l’obbligo di pagamento del tributo in via solidale i pubblici ufficiali che hanno redatto, ricevuto o
autenticato l’atto, coloro nel cui interesse è stata richiesta la registrazione, le parti contraenti, le parti
di un giudizio, coloro che hanno sottoscritto le denunce dei contratti verbali e delle operazioni di
società ed enti esteri, nonché coloro che hanno richiesto i provvedimenti di cui agli artt. 633 (decreto
ingiuntivo), 796 (efficacia delle sentenze straniere), 825 (deposito del lodo). Sono obbligati in via
solidale al pagamento dell’imposta gli agenti immobiliari relativamente alle scritture private non
autenticate di natura negoziale che sono state stipulate per la conclusioni di affari nell’ambito della
loro attività. Quando i pubblici ufficiali o i terzi sono obbligati a chiedere la registrazione sono
chiamati a rispondere dell’adempimento dell’obbligazione di pagamento unitamente ai soggetti nel cui
interesse agiscono. I pubblici ufficiali hanno l’obbligo di pagamento solo dell’imposta principale di
registrazione. I soggetti che nell’esercizio della loro funzione hanno corrisposto l’imposta per il
debitore hanno diritto di rivalsa nei confronti del debitore stesso subentrando alla pubblica
Amministrazione nelle stesse azioni, ragioni e privilegi. Si rileva, tuttavia, che a seguito
dell’introduzione della trasmissione telematica nella registrazione, trascrizione e voltura degli atti
relativi a diritti sugli immobili, appare configurarsi in maniera diversa la responsabilità del notaio che,
in caso di autoliquidazione errata, diviene l’unico destinatario di un avviso di liquidazione da parte
dell’Ufficio; si configura così una responsabilità in prima persona del notaio come un vero e proprio
sostituto d’imposta. Per gli atti sottoposti al regime di registrazione in caso d’uso e per quelli sottoposti
a registrazione volontaria, l’imposta grava sul richiedente. Nell’ipotesi di atto sottoposto a condizione
sospensiva, al verificarsi della condizione le parti sono solidalmente obbligate al pagamento del
tributo. Se un atto, cui hanno partecipato più parti, contiene disposizioni non connesse fra loro,
ciascuna parte è tenuta al pagamento di imposte complementari e suppletive limitatamente alle
convenzioni cui hanno partecipato. Nei contratti in cui è parte lo Stato, è obbligata al pagamento
l’altra parte contraente con esclusione di quegli atti delle amministrazioni dello Stato presentati
volontariamente per la registrazione. Negli atti di espropriazione per pubblica utilità o di
trasferimento coattivo della proprietà o di diritti reali di godimento, l’imposta è dovuta dal soggetto
espropriante o acquirente che non ha diritto di rivalsa; l’imposta non è dovuta se espropriante o
acquirente è lo Stato. I patti fra le parti contrari alle disposizioni contenute nel testo unico sono nulli ai
sensi dell’art. 62 del DPR 131/86.

Lezione 079
L'APPLICAZIONE DELL'IMPOSTA DI REGISTRO
Secondo quanto previsto dall’art. 25 del DPR 131/86 se un atto è in parte oneroso e in parte gratuito, si
applica l’imposta di registro sulla parte a titolo oneroso, salva l’applicazione dell’imposta sulle
donazioni per la parte a titolo gratuito. Se un atto ha per oggetto più beni o diritti, per i quali siano
previste aliquote diverse, troverà applicazione l’aliquota più elevata salvo che per i singoli beni o
diritti siano stati pattuiti corrispettivi distinti (art. 23 DPR 131/86). Tale disposizione non si applica
per i crediti, i beni mobili e le rendite che facciano parte di un’eredità indivisa o di una comunione; in
tal caso si applica l’aliquota stabilita per ciascuno di essi.

Lezione 080
SOGGETTI OBBLIGATI AL PAGAMENTO DELL'IMPOSTA IPOTECARIA
Sono tenuti al pagamento del tributo coloro che chiedono le formalità di trascrizione, iscrizione e
annotazione nei pubblici registri nonché i pubblici ufficiali che hanno rogato o autenticato l’atto da
trascrivere. Esiste una responsabilità solidale per i richiedenti la trascrizione, per coloro nel cui
interesse è stata eseguita l’iscrizione o la rinnovazione, nonché per i debitori contro i quali è stata
accesa o rinnovata l’ipoteca. Per l’individuazione dei soggetti nel cui interesse è richiesta la formalità,
si deve far riferimento alla situazione sostanziale che sottende la trascrizione o l’annotazione.
L’imposta è dovuta o in misura fissa nella misura di euro 168,00, come avviene per i trasferimenti
soggetti ad Iva, oppure in misura proporzionale attraverso l’applicazione di un’aliquota che varia
dallo 0,50% per le restrizioni di ipoteca fino al 2% per le iscrizioni ipotecarie. Le formalità eseguite
nell’interesse dello Stato e le formalità relative ai trasferimenti per le quali non si applica l’imposta di
successione sono esenti da imposta ipotecaria. Sono esenti dal pagamento di tale tributo gli atti di
donazione in favore del servizio sanitario nazionale e delle aziende ospedaliere aventi ad oggetto beni
immobili destinati per finalità proprie dello stesso servizio sanitario. Sono esenti dall’imposta anche le
operazioni di voltura e trascrizione relative al trasferimento a titolo gratuito dallo Stato ai Comuni
degli alloggi costruiti per finalità abitative. L’esenzione vale anche per i contratti, i conferimenti e i
trasferimenti di immobili di proprietà dei Comuni in favore di fondazioni, società di cartolarizzazione
e associazioni riconosciute. La cancellazione delle ipoteche iscritte a seguito di concessione dei mutui
da parte di istituiti di credito o società finanziarie non è soggetta al pagamento di tributi. Per
l’acquisto della prima casa, anche se avviene per successione o donazione, l’imposta ipotecaria è
dovuta in misura fissa. Quando devono essere eseguite più iscrizioni o rinnovazioni per lo stesso
credito o lo stesso atto, la prima formalità è soggetta ad imposta proporzionale, le altre ad imposta
fissa. La riscossione è di competenza dell’Ufficio locale dell’Agenzia delle entrate. La dottrina ritiene
che l’imposta ipotecaria, quando l’accertamento spetti al citato ufficio dell’Agenzia delle Entrate,
rappresenti una vera e propria addizionale all’imposta di registro o successione in quanto è applicata
sulla stessa base imponibile. Gli uffici ipotecari possono chiedere il versamento dell’imposta ipotecaria
entro gli stessi termini di decadenza previsti per l’imposta di registro. Al fine di colpire comportamenti
lesivi della fede pubblica ed elusivi delle imposte, la legge finanziaria del 2006 ha vietato la
riutilizzazione di documenti, dati e informazioni ipotecari e catastali tenuti dall’Agenzia del territorio.
La violazione delle norme sull’imposta ipotecaria comporta l’irrogazione di sanzioni amministrative;
in particolare l’omessa richiesta di trascrizione è punita con la sanzione amministrativa che varia dal
100% al 200% dell’imposta.
COME SI DETERMINA LA BASE IMPONIBILE DELL'IMPOSTA IPOTECARIA
La base imponibile per la determinazione dell’imposta ipotecaria nelle trascrizioni è la stessa
determinata per l’imposta di registro o l’imposta sulle successioni e donazioni (art. 2 del D. Leg.vo
347/90). Anche se l’atto è esente da tali imposte o è assoggettato ad imposta in misura fissa,
l’imponibile viene comunque determinato applicando le disposizioni relative a dette imposte.
Costituisce eccezione la trascrizione dei contratti preliminari (art. 2645 bis c.c.) aventi ad oggetto beni
immobili, anche se sottoposti a condizione o relativi a fabbricati da edificare, che devono essere
trascritti nei registri immobiliari. La trascrizione di questi contratti è soggetta al pagamento
dell’imposta ipotecaria nella misura fissa di euro 168,00. Il rinvio alle norme che disciplinano altre
imposte serve ad individuare le norme applicabili in astratto per la determinazione della base
imponibile e non a far riferimento al valore accertato in concreto per la determinazione di dette
imposte. Ne deriva che anche dopo la soppressione dell’imposta sulle successioni e donazioni, hanno,
comunque,continuato a trovare applicazione le norme del D.Leg.vo 346/90 per la determinazione della
base imponibile dell’imposta ipotecaria in riferimento ai trasferimenti immobiliari gratuiti inter vivos
e mortis causa. Per le iscrizioni e rinnovazioni l’imposta proporzionale è determinata in relazione
all’ammontare del credito garantito, comprensivo di interessi e accessori. Per quanto attiene alle
ipoteche iscritte a garanzia di rendite o pensioni la base imponibile è determinata utilizzando i criteri
previsti per l’imposta di registro. Per le restrizioni di ipoteca l’imposta viene calcolata in relazione al
vantaggio che deriva al richiedente a seguito della liberazione dall’ipoteca di una parte dei beni
ipotecati per cui la base imponibile è data dal minor valore tra il credito garantito e i cespiti liberati. Il
riferimento a norme di altre leggi tributarie non incide sull’identità dell’imposta ipotecaria che ha un
presupposto autonomo come, ad esempio, per i beni immobili dove viene identificato dal legislatore
nell’esistenza di un atto o fatto di trasferimento o costituzione di un diritto reale. Il rinvio alle norme
che disciplinano altre imposte deve essere inteso con riferimento ai criteri di valutazione
dell’imponibile e non con riferimento all’identificazione dei beni e dei diritti oggetto di valutazione. Se
si ritenesse di dover individuare i beni sottoposti ad imposta ipotecaria richiamando le norme che
disciplinano le altre imposte si giungerebbe all’assurdo di considerare sottoposte ad imposta ipotecaria
anche beni come le pertinenze costituite da beni mobili. Allo stesso modo per il trasferimento di
azienda la giurisprudenza ammette l’imposta ipotecaria per i soli immobili tenuto conto delle relative
passività, mentre l’amministrazione finanziaria, ancora più restrittiva, considera il valore lordo dei
soli cespiti immobiliari escludendo le relative passività.

IL PRESUPPOSTO DELL'IMPOSTA IPOTECARIA


Secondo la giurisprudenza l’imposta ipotecaria ha come presupposto la realizzazione di una forma di
pubblicità relativa al singolo immobile a prescindere da un effettivo trasferimento di ricchezza o da
una concreta attribuzione patrimoniale. In sostanza la Cassazione ritiene che il presupposto
dell’imposta tributaria consiste nell’esecuzione delle formalità di trascrizione, di iscrizione, di
rinnovazione e di annotazione. Di diverso avviso è la dottrina che ravvisa la coesistenza di diversi
presupposti. Nell’imposta ipotecaria sulla trascrizione di atti traslativi o costitutivi di diritti reali su
beni immobili, il presupposto, come nell’imposta di registro e nell’imposta sulle successioni e
donazioni, va individuato nell’esistenza di un atto pubblico o autenticato da un pubblico ufficiale o in
un provvedimento giurisdizionale o amministrativo o in un fatto (successione) da cui scaturisca la
costituzione o il trasferimento di diritti reali su immobili. La dottrina aggiunge che in tale ipotesi il
tributo è dovuto indipendentemente dal fatto che la trascrizione sia effettuata e, inoltre, non è prevista
la restituzione dell’imposta versata se la trascrizione non è eseguita. Viene, quindi, contestato l’assunto
della giurisprudenza che ritiene la trascrizione elemento da cui derivi l’imposizione. La dottrina
sostiene che per gli atti soggetti all’imposta sul valore aggiunto il tributo ipotecario costituisce una
tassa dovuta in misura fissa e il presupposto, in tal caso, risiede nell’esecuzione delle formalità di
trascrizione. Con riferimento all’imposta ipotecaria sulle iscrizioni ipotecarie, rinnovazioni e
annotazioni la dottrina, partendo dalla constatazione che la legge non impone l’obbligo dell’iscrizione
ipotecaria, ravvisa il presupposto nell’attuazione della pubblicità ipotecaria ossia rispettivamente nella
iscrizione ipotecaria, nella rinnovazione o nella annotazione. I notai e gli altri pubblici ufficiali che
hanno ricevuto o autenticato l’atto hanno un termine di 30 giorni dalla redazione o dall’autenticazione
o dal deposito per chiederne la trascrizione. Sempre entro 30 giorni va effettuata la richiesta di
annotazioni. E’ obbligatoria l’indicazione del codice fiscale sulle note di trascrizione, iscrizione e nella
annotazioni. La registrazione degli atti relativi ai diritti sugli immobili, alla trascrizione, all’iscrizione
e all’annotazione nei registri immobiliari è eseguita in via telematica usando un modello unico
informatico. Le citate formalità sono subordinate al pagamento dei tributi. In caso di mal
funzionamento del sistema informatico, fermo restando l’obbligo di pagamento, è prevista la
presentazione all’Ufficio su supporto informatico.

Lezione 081
01. IL CANDIDATO INDICHI LE CATEGORIE DEI SOGGETTI OBBLIGATI AL PAGAMENTO
DELL'IMPOSTA CATASTALE
Possiamo operare una distinzione fra soggetti che devono chiedere la formalità della voltura e soggetti
obbligati al pagamento dell’imposta. Nella prima categoria rientrano i soggetti che sono tenuti a
chiedere la registrazione degli atti e a presentare le denunce di successione. Detta categoria comprende
coloro che sono individuati come obbligati alla luce di quanto previsto dall’art. 10 del DPR 131/86. In
particolare sono tenuti a chiedere la registrazione: 1) le parti contraenti per le scritture private non
autenticate, per i contratti verbali e per gli atti pubblici e privati formati all’estero, nonché i
rappresentati delle società o enti esteri per gli immobili che si trovino nel territorio italiano; 2) i notai,
gli ufficiali giudiziari, i segretari o delegati della pubblica amministrazione e gli altri pubblici ufficiali
per gli atti da essi redatti, ricevuti o autenticati; 3) i cancellieri e i segretari per le sentenze, i decreti e
gli altri atti degli organi giurisdizionali alla cui formazione hanno partecipato nell’esercizio delle loro
funzioni; 4) gli impiegati dell’amministrazione finanziaria e gli appartenenti al Corpo della Guardia di
Finanza per gli atti da registrare d’ufficio. La categoria dei soggetti obbligati al pagamento
dell’imposta comprende: 1) coloro che richiedono la formalità di voltura; 2) i pubblici ufficiali tenuti
al pagamento dell’imposta di registro per gli atti ai quali si riferisce la voltura; 3) tutti coloro nel cui
interesse è richiesta la voltura. I soggetti di cui ai punti 1 e 2 sono i responsabili del pagamento
dell’imposta e da ciò deriva la loro responsabilità per il pagamento della sola imposta principale. I
soggetti di cui al punto 3 sono i veri e propri soggetti passivi dell’imposta e sono chiamati a rispondere
in via solidale del pagamento non solo dell’imposta principale, ma anche di quelle complementari e
suppletive.

IL PRESUPPOSTO DELL'IMPOSTA CATASTALE


Come detto l’imposta catastale deve essere corrisposta dagli interessati in occasione delle volture
catastali. Ne consegue che il presupposto è costituito dal trasferimento dei beni iscritti nel catasto. Più
precisamente il presupposto si verifica quando si realizza una diversa intestazione di diritti
immobiliari per effetto della stipula di un atto, dell’emanazione di un provvedimento giurisdizionale o
amministrativo, dell’apertura di una successione con conseguente voltura catastale. Dagli atti e
provvedimenti descritti scaturisce l’obbligo di pagare l’imposta catastale che viene riscossa
dall’Agenzia delle Entrate al momento della registrazione dell’atto o del provvedimento,
antecedentemente alla presentazione della domanda di voltura catastale e in maniera del tutto
autonoma rispetto alla sua effettiva esecuzione. Già il DPR 635/72, che ha integrato la disciplina
dell’imposta catastale con quella delle imposte di registro, successione e donazione, aveva stabilito
l’obbligo di presentare la domanda di voltura a seguito di un atto o provvedimento avente ad oggetto il
mutamento dell’intestazione di diritti immobiliari. Il termine per adempiere tale obbligo è di trenta
giorni dalla registrazione dell’atto. In altre parole si può, quindi, affermare che l’obbligazione
tributaria prescinde dalle formalità della voltura e deriva, invece, direttamente da un atto o
provvedimento che è idoneo a determinare la voltura catastale in quanto incide sull’intestazione dei
diritti immobiliari.

Lezione 082
BASE IMPONIBILE PER IL CALCOLO DELL'IMPOSTA SULLE SUCCESSIONI
La base imponibile su cui calcolare l’imposta sulle successioni è data dal valore delle quote ereditarie e
dei legati. In particolare è costituita da: 1) valore dell’eredità, qualora vi sia un unico erede, o delle
quote ereditarie, quando ci sono più eredi, al netto dei legati e degli oneri su di essi gravanti; 2) valore
dei legati al netto degli eventuali oneri imposti ai legatari. Per la determinazione della base imponibile
occorre, però, procedere prima di tutto all’individuazione delle attività e delle passività dell’asse
ereditario. Sono stati previsti dalla normativa minuziosi criteri di valutazione per evitare la
sottrazione all’attivo di beni e la creazione di passività inesistenti. L’attivo ereditario deve essere
calcolato, ai sensi dell’art. 9 del D. Leg.vo 346/90, considerando “tutti i beni e i diritti che formano
oggetto della successione, ad esclusione di quelli non soggetti all’imposta”. Ci sono diverse disposizioni
antielusive per cui il legislatore, tenuto conto che è possibile sottrarre al prelievo denaro, gioielli e
mobilia, presume che tali beni siano presenti nell’attivo per un importo pari al 10% del valore netto
imponibile dell’asse anche se non dichiarati o dichiarati per un importo inferiore. Si tratta di una
presunzione relativa perché il contribuente può opporsi presentando, ai sensi degli artt. 679 e ss c.p.c.,
istanza di inventario analitico. Si considerano compresi nell’attivo i titoli il cui reddito sia stato
dichiarato nell’ultima dichiarazione nonché i beni mobili e i titoli al portatore da lui posseduti o
depositati a suo nome. Per i titoli cointestati si presume, salvo prova contraria, l’uguaglianza delle
quote. I beni immobili sono considerati per il calcolo dell’attivo secondo il loro valore venale alla data
di apertura della successione. Le aziende sono considerate in base al valore complessivo dei beni e
diritti che le compongono al netto delle passività risultanti dalle scritture contabili obbligatorie. I titoli
quotati in borsa o negoziati nel mercato ristretto sono valutati secondo la media dei prezzi dell’ultimo
trimestre. Per gli altri beni si tiene conto del valore venale in commercio. Riguardo alle passività si
considerano i debiti del defunto, le sue spese mediche relative agli ultimi sei mesi e quelle funerarie
fino a euro 1.032,92 purché documentate. I debiti del defunto sono deducibili a condizione che risultino
da atti scritti di data certa anteriore all’apertura della successione o da provvedimento giurisdizionale
definitivo. Se i debiti derivano dall’esercizio di impresa devono risultare dalle scritture contabili
obbligatorie del defunto, se i debiti sono verso banche devono risultare dalla contabilità obbligatoria
dell’istituto di credito. Non sono deducibili i debiti contratti per acquistare beni o diritti che non
rientrano nell’attivo. E’ chiara la finalità antielusiva della norma in questione come di quella che, ai
fini della determinazione del saldo dei conti bancari, non attribuisce rilievo ad addebiti derivanti da
assegni presentati all’incasso nei quattro giorni precedenti il decesso. I debiti deducibili devono essere
provati con il titolo in originale, la copia autentica, l’estratto notarile dei libri contabili; per i debiti
verso le banche occorre un apposito certificato dove siano trascritte tutte le operazioni degli ultimi
dodici mesi. E’ prevista, in alternativa, l’attestazione del creditore su apposito modello. E’ possibile
provare l’esistenza di debiti non indicati nella dichiarazione entro tre anni dall’apertura della
successione. Secondo quanto previsto dall’art. 2 del d.Leg.vo 346/90, l’imposta è dovuta con
riferimento a tutti i beni e diritti trasferiti anche se si trovano fuori del territorio dello Stato; se il
defunto risiedeva all’estero al momento dell’apertura della successione, l’imposta è dovuta in relazione
ai beni e diritti esistenti in Italia. Il valore delle quote ereditarie e dei legati su cui calcolare l’imposta è
ridotta di una franchigia così determinata: a) euro 1.000.000,00 per il coniuge e i parenti in linea retta;
b) euro 100.000,00 per i fratelli e le sorelle; c) euro 1.500.000,00 per i beneficiari che siano portatori di
grave handicap a prescindere dal grado di parentela. Il Ministero dell’economia e delle finanze
provvede ogni quattro anni, in relazione al costo della vita, all’aggiornamento degli importi esenti
dall’imposta. Le aliquote variano dal 4 all’8%. Il coniuge e i parenti in linea retta sono gravati di
un’aliquota del 4% con franchigia di euro 1.000.000,00 per ogni beneficiario; i fratelli e le sorelle
hanno un’aliquota del 6%con franchigia di euro 100.000,00 per ogni beneficiario; gli altri parenti fino
al 4° grado, gli affini in linea retta e affini in linea collaterale fino al 3° grado sono assoggettati ad
un’aliquota del 6% senza franchigia; per gli altri soggetti l’aliquota è dell’8% senza franchigia; infine
i portatori di handicap hanno un’aliquota del 4, 6 o 8% secondo il grado di parentela e la franchigia è
di euro 1.500.000,00. Il sistema che prevede l’accrescersi dell’imposta con il ridursi del grado di
parentela si giustifica con il fatto che, in genere, il coniuge e i parenti più stretti in linea retta hanno
contribuito con il loro lavoro alla formazione della ricchezza trasferita mortis causa. La denuncia di
successione deve essere presentata, a prescindere dall’accettazione espressa o tacita, all’Ufficio locale
dell’Agenzia delle entrate competente in base all’ultima residenza del defunto. Se il de cuius non aveva
residenza in Italia è competente a ricevere la denuncia l’Ufficio nella cui circoscrizione il defunto
aveva fissato la sua ultima residenza sul territorio nazionale. Nell’ipotesi di residenza sconosciuta, la
competenza appartiene all’Ufficio Roma 6 dell’Agenzia delle entrate. Se la dichiarazione è presentata
ad un Ufficio che non è competente, si considera prodotta il giorno in cui perviene all’Ufficio
competente. La dichiarazione deve essere presentata entro 12 mesi dalla data di apertura della
successione. Tale obbligo grava solidalmente sugli eredi, i legatari, i loro rappresentanti, gli immessi
nel possesso temporaneo dei beni, gli amministratori e i curatori dell’eredità giacente e gli esecutori
testamentari. Si precisa che il termine decorre per gli eredi e legatari dalla morte del de cuius, per i
rappresentati legali, per i curatori dell’eredità giacente e per gli esecutori testamentari da quando
hanno avuto notizia della nomina. La denuncia di successione deve essere redatta su modelli conformi
a quelli approvati dal Ministero dell’economia e delle finanze e deve essere sottoscritta da almeno di
uno degli obbligati sopra elencati o da un suo rappresentante. Deve essere depositata al competente
Ufficio locale dell’Agenzia delle entrate che rilascia ricevuta. Può essere anche spedita con
raccomandata e si considera prodotta il giorno di presentazione all’ufficio postale che apporrà il
timbro con la data sulla busta. La dichiarazione non deve essere presentata se l’eredità è devoluta al
coniuge o ai parenti in linea retta quando il valore dell’attivo non supera euro 25.823,00 e non
comprende immobili. Fino alla scadenza dei dodici mesi la dichiarazione può essere modificata con la
presentazione di una dichiarazione sostitutiva. Trascorsi i dodici mesi, è possibile presentare
dichiarazione integrativa quando si verifichino eventi che determinino l’applicazione dell’imposta in
misura maggiore o la devoluzione dell’eredità o del legato ad altri soggetti. Restano valide le norme di
cui al D.Leg.vo 346/90 in materia di liquidazione, riscossione e accertamento in attesa che venga
disciplinata la trasmissione telematica della dichiarazione di successione. Sono esentati dall’imposta i
trasferimenti in favore dello Stato, delle regioni, delle province, dei comuni, delle Onlus, degli enti
pubblici o privati se hanno finalità esclusive di pubblica utilità. E’ prevista l’esenzione per i
trasferimenti di aziende, quote sociali e azioni in favore dei discendenti anche se eseguiti tramite patti
di famiglia ai sensi degli art. 768 bis e ss c.c. Tale ultima agevolazione desta dubbi sotto il profilo di
costituzionalità con riguardo agli artt. 3 e 53 cost. Inoltre trasferimenti a titolo oneroso possono essere
facilmente dichiarati come gratuiti per sfuggire al regime fiscale applicato per i primi. Il beneficio può
trovare applicazione se il successore per effetto del trasferimento delle partecipazioni in società di
capitali ne acquista il controllo ai sensi dell’art. 2359, comma 1, n. 1 c.c. o, con riferimento alle aziende,
se il beneficiario prosegua l’esercizio dell’attività di impresa o ne detenga il controllo per un periodo
non inferiore a cinque anni. Il mancato rispetto del termine sopra indicato determina la perdita del
beneficio con l’obbligo di versare l’imposta in misura ordinaria e l’applicazione della sanzione pari al
30% dell’imposta dovuta.

IL PRESUPPOSTO FISCALE DELL'IMPOSTA SULLE SUCCESSIONI


L’imposta di successione ha per oggetto i trasferimenti di beni e diritti per causa di morte.
Il tributo successorio sembra configurarsi come prelievo sulla circolazione della ricchezza mortis
causa.
Tale assunto, che si colloca nella classificazione della citata imposta fra i tributi indiretti che gravano
sulla circolazione della ricchezza, si pone in contrasto con la natura dell’imposta in esame che è quella
di prevedere un tributo in relazione alla capacità contributiva costituita dall’arricchimento dell’erede
o del legatario per l’acquisto mortis causa.L’individuazione del presupposto non si esaurisce in
un’analisi oggettiva dei beni, ma comporta anche l’esame del profilo soggettivo, ossia l’individuazione
dei soggetti a cui è riferibile il presupposto oggettivo e, in quanto tali, sono i soggetti passivi
dell’obbligazione tributaria.
Partendo da tale principio se ne deduce che l’indice della capacità contributiva è dato
dall’arricchimento del singolo erede o legatario.
Infatti l’art. 2 del D.L. 262/2006, abbandonando ogni riferimento al valore globale netto dell’asse
ereditario, determina il prelievo con riferimento alle quote ereditarie e ai legati con forme di
imposizione che tengono conto del legame di parentela tra il de cuius e il successore.
L’imposta sulle successioni viene, quindi, a configurarsi come imposta diretta sull’arricchimento degli
eredi e legatari. Un’imposta è diretta se ha come presupposto indici diretti e immediati di forza
economica quali il reddito o il patrimonio.
Questo è quanto accade per l’imposta successoria che colpisce il patrimonio dei beneficiari che si
incrementa di una serie di elementi positivi e negativi.Secondo la dottrina più moderna l’imposta di
successione, come le imposte dirette, si riferisce all’effettivo incremento patrimoniale del beneficiario
come confermato dalla limitazione del prelievo in caso di fallimento del de cuius (Gaffuri).
Il trasferimento avrebbe solo un significato strumentale rispetto all’effettivo presupposto dato
dall’arricchimento del beneficiario.
Si tenga, altresì, conto che esiste il reddito prodotto, derivante da una fonte produttiva, e il reddito di
entrata che, in quanto costituito dall’accrescimento patrimoniale non legato ad alcuna fonte
produttiva, comprende i beni acquisiti gratuitamente per effetto di successione. Altra parte della
dottrina, partendo dal fatto che la legge prevedeva l’obbligo di presentare la dichiarazione
all’apertura della successione con il conseguente obbligo di pagare l’imposta liquidata dall’Ufficio a
prescindere dall’accettazione dell’eredità, riteneva che il presupposto era la semplice delazione
dell’eredità.
Tale interpretazione era stata criticata poiché in contrasto con il principio della capacità contributiva
dal momento che il prelievo fiscale era legato ad un arricchimento solo potenziale da considerare
ammissibile solo se il chiamato fosse in possesso dei beni ereditari.Anche il legislatore ha fatto propri
questi rilievi e ha eliminato il prelievo sul valore dell’asse globale netto e ha stabilito che fino a quando
l’eredità non sia stata
accettata, l’imposta è determinata considerando eredi i chiamati che non vi hanno rinunciato e questi
sono obbligati a presentare la dichiarazione solo se non rinunciano all’eredità prima della scadenza del
termine di presentazione. L’Amministrazione può chiedere la fissazione di un termine per
l’accettazione dell’eredità o la nomina di un curatore in modo da assicurarsi una sollecita riscossione
del tributo.Possiamo sinteticamente affermare che il presupposto dell’imposta di successione è
l’acquisto mortis causa e il soggetto passivo dell’obbligazione tributaria è l’erede che abbia accettato
l’eredità poiché titolare dell’indice di capacità contributiva colpito dalla citata imposta. E’ ovvio che
soggetto passivo di imposta per il singolo legato è il legatario, a meno che non vi rinunci. Poiché il
presupposto dell’imposta è dato dall’arricchimento di ciascuno degli eredi che determina una misura
impositiva diversa per ognuno di loro, non appare compatibile con tale sistema il principio
dell’obbligazione solidale nei confronti di tutti gli eredi per il pagamento del
tributo.

Lezione 083
IL PRESUPPOSTO FISCALE DELL'IMPOSTA SULLE DONAZIONI
Anche per l’imposta sulle donazioni il presupposto va individuato nell’arricchimento a titolo gratuito
del beneficiario. Non va dimenticato l’utilizzo delle donazioni per conseguire le attribuzioni
patrimoniali che
deriverebbero dalla successione ereditaria al fine di eludere l’applicazione della disciplina prevista per
quest’ultima. Conseguentemente l’acquisto di beni e diritti a titolo di donazione è soggetto ad
un’imposizione fiscale conforme a quello previsto per il trasferimento mortis causa.In base a quanto
previsto dall’art. 2 del D.L. 262/2006, l’imposta sulle donazioni colpisce l’arricchimento ottenuto dai
beneficiari con:
1) le donazioni;
2) gli atti a titolo gratuito;
3) la costituzione di vincoli di destinazione.
Relativamente alle donazioni e alla altre liberalità, si osserva che l’imposta colpisce non solamente le
donazioni di cui all’art. 769 c.c., ma anche gli altri atti di liberalità che costituiscono le cosiddette
donazioni atipiche denominate donazioni indirette.Queste ultime sono le liberalità realizzate non
attraverso lo strumento giuridico previsto dall’ordinamento, quanto piuttosto con l’utilizzo di altri
istituti giuridici che hanno
una finalità diversa dalla liberalità che costituisce, quindi, una conseguenza ulteriore dell’atto posto in
essere. Sono numerosi i negozi giuridici che nella prassi vengono impiegati per realizzare una
donazione indiretta. A titolo esemplificativo possiamo indicare:
1) il contratto a favore di terzo;
2) l’adempimento di un debito altrui;
3) l’atto di vendita con la rinuncia a far valere il credito costituito dal prezzo;
4) il negozio di donazione collegato con quello di
fondazione;
5) l’intestazione di un bene ad altro soggetto che costituisce donazione del bene acquistato.
Le donazioni indirette non sempre sono realizzate nella forma di atti scritti per cui appare difficoltoso
sottoporre alcune atipiche forme di liberalità all’imposta sulle donazioni che è un’imposta sul relativo
atto.
Per questa caratteristica dell’imposta, il legislatore ha previsto l’imponibilità delle sole donazioni
indirette che risultino da atti soggetti a registrazione.Non esiste una disciplina specifica per gli atti
gratuiti che siano affetti da vizi che ne determinano la nullità o l’annullabilità. Considerato l’ampio
richiamo contenuto nel D.Leg.vo 346/90 alla normativa sull’imposta, la dottrina ritiene applicabile
anche per il sistema impositivo sulle donazioni la disciplina di cui all’art. 38 del DPR 131/86. Pertanto
sono sottoposti all’applicazione del tributo anche gli atti nulli o annullabili e non è previsto il rimborso
dell’imposta versata anche se l’atto è dichiarato nullo o annullato con provvedimento dell’Autorità
giudiziaria.Tuttavia l’imposta deve essere restituita solo per la parte che ecceda la misura fissa quando
la nullità o l’annullamento siano stabiliti con provvedimento non più impugnabile per causa non
imputabile alle parti e al vizio riscontrato non sia possibile rimediare attraverso ratifica, convalida o
conferma. Si può affermare che non è ammissibile il rimborso del tributo laddove sussista un rapporto
causale fra il vizio riscontrato e il comportamento delle parti o sussista la possibilità di eliminare il
vizio stesso.

Lezione 084
IL PRESUPPOSTO FISCALE DELLE ACCISE
Le accise hanno un presupposto fiscale di tipo complesso; esse infatti risentono da un lato della
fabbricazione o importazione dei prodotti (fatto generatore), dall’altro della immissione di tali
prodotti al consumo nel territorio dello stato (esigibilità dell’imposta). L’inevitabile scarto temporale
che sussiste tra la fabbricazione e l’immissione al consumo determina una sorta di vacatio nella
riscossione del tributo.
L’Amministrazione finanziaria dovrà dunque vigilare per determinare il corretto momento in cui
l’imposta diviene esigibile. Quanto espresso comporta anche che i beni potranno circolare all’interno
dell’Unione europea prevedendo l’applicazione del tributo solo all’atto della immissione al consumo.
Per i prodotti provenienti extra Ue si pone il problema di evitare squilibri con i prodotti europei. A tal
scopo sono state previste le sovrimposte di confine che colpiscono appunto i prodotti non comunitari
all’atto della immissione al consumo nell’ambito dei paesi dell’Ue.

Lezione 085
LE IMPOSTE DOGANALI
Le imposte doganali sono quei diritti che, in base alla legge, la dogana deve riscuotere in
relazione alle operazioni doganali. Le prime forme di ordinamento doganale, seppure in maniera
molto rudimentale, si realizzano in Grecia all’inizio del V a.C.
Risulta che nel porto ateniese del Pireo le merci in transito, sia per l’esportazione che per
l’importazione, erano soggette ad una tassa pari al 2% del loro valore (pentecostè) che, nei
decenni successivi, è aumentata al 10% (decatè).Non ci sono notizie di dazi dovuti alle frontiere
terrestri, ma venivano impiegati termini specifici per distinguere i dazi marittimi da quelli terrestri.
A Roma il concetto di dazio (datium = il dare), ossia la pretesa economica della pubblica Autorità
per consentire il passaggio delle merci oltre i confini indicati dall’Autorità stessa, veniva espresso
con diversi termini: portorium, telonium, vectigal ( da veho = trasporto).
A Roma come in Grecia, tali forme di imposizione non avevano carattere protezionistico ed erano
considerate semplicemente forme di entrata per lo Stato e la loro riscossione era delegata ai
privati (pubblicani) che erano noti per la loro avidità.
Anche l’approvvigionamento del grano era affidato ai navicularii che erano dei veri e propri
spedizionieri doganali. Soltanto a partire dall’ VIII secolo d.C. si verifica un significativo intervento
dell’Autorità centrale sul sistema di riscossione dei tributi doganali quando i beni che giungevano
a Costantinopoli dal mar Morto venivano fermati dai funzionari della dogana a Hieron, all’entrata
del Bosforo, dove pagavano un dazio del 10% del valore,mentre i beni provenienti dal
Mediterraneo o dall’Egeo pagavano allo stesso modo un dazio ad Abido sull’Ellesponto.
Nell’Alto Medioevo l’intero sistema di imposizione indiretta non costituiva un regolare regime di
proventi per lo stato, ma si concretizzava in vere e proprie vessazioni dei Signori che
controllavano i pubblici uffici. In particolare le imposte doganali assunsero un vero e proprio
carattere patrimoniale con dazi, diritti di circolazione, di passaggio sui ponti, ecc.
In questo periodo comincia ad essere usato il termine dogana che, dapprima affermatosi presso le
città marittime che avevano rapporti con gli arabi, si estese, poi, in tutta la penisola.
In arabo il termine “diwan” indicava nella Persia medioevale l’Amministrazione dello Stato e la
tenuta dei libri contabili; “diwan” era anche la stanza dove si incontrava il Consiglio dei vizir e poi
successivamente espresse il sedile con cuscini sul quale il Vizir concludeva gli affari; da qui
l’origine della parola divano. Con la formazione delle Signorie e delle monarchie nazionali il
sistema doganale subì profonde trasformazioni ma, nonostante l’eliminazione di numerosi dazi e
diritti pedonali, le imposte sui traffici divennero sempre elevate nell’ambito di un sistema di
imposizione estremamente complesso. Nonostante il diffondersi di teorie economiche sul libero
scambio, nel XVIII secolo continuavano ad esistere un gran numero di dogane interne (166 nel
solo Granducato di Toscana) e posti pedaggio (245 nel Regno di Napoli).
L’unità doganale dello Stato italiano fu realizzata nel 1870. Fu poi introdotta nel 1878 una nuova
tariffa doganale quale misura protezionistica a sostegno dell’industria allora nascente.
Per non impedire il commercio internazionale furono adottati numerosi accordi bilaterali con diversi
Stati. Dopo la prima guerra mondiale fu elaborata una nuova tariffa che lasciava spazio alla
negoziabilità attraverso trattati con gli altri Stati. Dopo il secondo conflitto mondiale, si afferma
l’idea di una maggiore cooperazione nazionale da cui nascono la Comunità europea del carbone
e dell’acciaio (Ceca), la Comunità economica europea (Cee), la Comunità europea per l’energia
(Euratom). Con il trattato di Shengen (1990) sono stati tolti nella Comunità europea i controlli alle
frontiere permettendo la libera circolazione delle persone e delle merci. Con il trattato di Maastrich
(1992) nasce la Ue e vengono fissati i criteri per l’adozione della moneta unica.
Il 1/1/2001 venne costituita l’Agenzia delle Dogane, ente pubblico dotato di personalità giuridica e
ampia autonomia, che rappresenta un momento di passaggio verso un’amministrazione doganale
comunitaria che assicuri per tutti i cittadini parità di trattamento nell’accesso ai beni e servizi.
Secondo la normativa vigente possiamo dire che tra i diritti doganali si segnalano i diritti di confine,
che attengono ai dazi di esportazione e di importazione, i diritti di monopolio, le sovrimposte di
confine, ecc. Sono una serie di entrate che presentano caratteristiche diverse, ma che sono
accomunate dal fatto di essere prelevate con le operazioni doganali. A seguito della presentazione
della dichiarazione doganale è dovuto il pagamento del tributo secondo la specifica tariffa
doganale.

Lezione 086
COSA HA PER OGGETTO L'IMPOSTA SULLE ASSICURAZIONI PER QUALI ATTIVITA' E'
DOVUTA
L’imposta sulle assicurazioni è regolata dalla legge 29/10/1961 n. 1216.
Tale imposta ha per oggetto:
1) le assicurazioni riguardanti beni immobili che si trovano nel territorio della Repubblica o i mobili
in essi contenuti;
2) le assicurazioni riguardanti veicoli, navi o aeromobili registrati in Italia;
3) le assicurazioni aventi durata inferiore o pari a quattro mesi e relative a rischi inerenti un viaggio
o una vacanza;
4) le assicurazioni riguardanti merci trasportate da o verso l’Italia stipulate per conto di soggetti
aventi domicilio o sede nel territorio della Repubblica;
5) le assicurazioni contro i danni quando il contraente ha nel territorio della Repubblica il proprio
domicilio;
6) le assicurazioni sulla vita quando il contraente ha nel territorio della Repubblica il proprio
domicilio.
Il presupposto dell’imposta è costituito dal pagamento del premio dal momento che l’imposta
colpisce l’ammontare annuo dei premi corrisposti all’assicuratore da intendersi come colui che
presta la garanzia assicurativa professionalmente e abitualmente. Il versamento del premio
esprime la capacità contributiva rilevante ai fini del prelievo (Falsitta).L’imposta deve essere
versata dagli assicuratori con scadenze mensili e annuali secondo quanto espressamente previsto
dalla legge 1216/1961.
L’assicuratore ha diritto di rivalsa sugli assicurati per le somme versate a titolo di imposta secondo
quanto espressamente previsto dall’art. 16 della legge 1216/1971.Ne deriva che l’assicuratore
assume la veste di sostituto d’imposta nei confronti dell’assicurato.
Il citato art. 16 impone all’assicuratore o al suo agente di indicare nei contratti e nelle ricevute
l’ammontare dell’imposta che è parte del premio.
L’ammontare dell’imposta è calcolata in misura percentuale, che varia in ragione del ramo o specie
di assicurazioni, sui singoli premi come stabilito nella tariffa allegata alla legge 1216/1961.
Gli assicuratori devono presentare entro il 31 maggio di ogni anno all’Agenzia delle entrate la
denuncia relativa all’anno precedente con l’indicazione dei premi incassati.
L’art. 9 della legge 1216/1961 stabilisce che in base alle risultanze della denuncia si procederà alla
liquidazione dell’imposta con riguardo all’anno precedente.

L'IMPOSTA SUGLI INTRATTENIMENTI E I GIOCHI


Con il D. Leg.vo 26/2/1999 n. 60 è stata istituita l’imposta sugli intrattenimenti in attuazione della
legge delega 3/8/1998 n. 288 e sono state apportate modifiche alla disciplina dell’imposta sugli
spettacoli e i giochi di cui al DPR 640 e 633 del 1972.
L’art. 1 del D.Leg.vo 60/1999 stabilisce che il presupposto dell’imposta è dato dagli intrattenimenti,
igiochi e le altre attività indicati nella tariffa allegata al decreto che si svolgono nel territorio dello
Stato.Secondo la tariffa i generi di attività per cui è dovuta l’imposta sono:
1) “le esecuzioni musicali di qualsiasi genere ad esclusione dei concerti e strumentali” nonché i
“trattenimenti danzanti anche in discoteche e sale da ballo quando l’esecuzione di musica dal vivo sia
di durata inferiore al 50% dell’orario complessivo di apertura al pubblico dell’esercizio”; l’aliquota
applicata è del 16%.
2) L’utilizzazione di biliardi, di elettro-grammofoni, di biliardini e qualsiasi altro apparecchio a
gettone, a moneta o scheda, da divertimento o trattenimento in luoghi pubblici o parti al pubblico sia
in circoli che associazioni nonché l’utilizzazione di strumenti multimediali, il gioco del bowling, il
noleggio del go-kart; l’aliquota applicata è dell’8%.
3) L’ingresso nelle sale da gioco o nei luoghi specificamente riservati all’esecuzione delle scommesse;
l’aliquota applicata è del 60%.
4) L’esercizio del gioco nelle case da gioco e negli altri luoghi a ciò destinati; l’aliquota applicata è del
10%.
E’ specificato nelle note della tariffa che gli intrattenimenti diversi, ma analoghi a quelli indicati, sono
soggetti all’imposta stabilita nella tariffa stessa avendo riguardo a quelli che presentano maggiore
analogia.
La base imponibile, su cui calcolare l’aliquota, è determinata in relazione a quanto corrisposto per
partecipare o assistere alle attività elencate. Per le case da gioco l’imponibile è dato sottraendo dalle
somme introitate quelle pagate ai giocatori vincitori.
I soggetti passivi di imposta, ai sensi dell’art. 2 del D. Leg.vo 60/1999, sono tutti coloro che organizzano
gli intrattenimenti e le altre attività indicate nella tariffa; se l’esercizio è affidato per legge ad ente
pubblico, esso rimane soggetto di imposta anche se delega ad altri la gestione dell’attività.
I soggetti passivi devono utilizzare appositi misuratori fiscali per la distribuzione dei titoli di accesso.
Costoro, ad eccezione dei titolari delle case da gioco, esercitano la rivalsa nei confronti di coloro che
partecipano o assistono alle attività indicate. L’accertamento e la riscossione dell’imposta sono
effettuate, a seguito di convenzione, dalla Siae (Società Italiana degli Autori e degli Editori) mentre la
vigilanza è affidata all’Amministrazione finanziaria e alla Guardia di finanza.

IL CANDIDATO ILLUSTRI L'IMPOSTA DI BOLLO


L’imposta di bollo è un’imposta cartolare in quanto grava sulla formazione e in taluni casi sull’uso
di atti,
documenti registri appositamente individuati nella tariffa allegata al DPR 26/10/1972 n. 642.
Non viene assolta con il versamento diretto allo Stato, ma attraverso il pagamento a intermediari
convenzionati con l’Agenzia delle entrate che rilasciano appositi “contrassegni”.
La dottrina si è a lungo interrogata sul momento dell’adempimento dell’obbligazione.
Alcuni ritengono che si realizzi con l’acquisto della “marca da bollo” altri con l’impiego sul
documento.
Sembra prevalere la seconda tesi per diversi motivi.L’acquisto della marca da bollo (oggi
contrassegno)
costituisce semplicemente un negozio giuridico di diritto privato; è irrilevante sotto il profilo fiscale
dal momento che le marche potrebbero essere impiegate per uso diverso da quello previsto dal
DPR 642/72 quale, ad esempio, per collezione; l’obbligazione tributaria ha ad oggetto l’utilizzo di
valori bollati (oggi contrassegni) nella redazione di alcuni negozi; in sostanza l’acquisto dei valori
bollati non ha rilievo ai fini dell’adempimento dell’obbligazione perché, paradossalmente, la stessa
obbligazione può essere adempiuta con l’uso di marche rubate (Tesauro).Esiste la possibilità di
assolvere l’imposta in modo virtuale attraverso la presentazione di una dichiarazione da parte del
contribuente.
Detta dichiarazione contiene l’indicazione degli atti e dei documenti redatti l’anno precedente per la
liquidazione del tributo seguendo così un procedimento analogo a quanto previsto per le
dichiarazioni Iva e Irap.Questa forma di pagamento, subordinata al rilascio di apposita
autorizzazione, viene utilizzata dalle società di grandi dimensioni.Gli atti, i documenti e i registri
soggetti all’imposta sono
suddivisi in tre categorie:
1) Atti soggetti fin dall’origine all’imposta che sono indicati nella prima parte della tariffa allegata al
decreto e comprendono, ad esempio, gli atti rogati o autenticati da notai o pubblici ufficiali, le copie
di atti dichiarate conformi dagli stessi notai, le scritture private aventi ad oggetto accordi o
dichiarazioni unilaterali che modificano, accertano o estinguono rapporti giuridici.
2) Atti soggetti ad imposta in caso d’uso ossia quando
sono presentati all’Agenzia delle entrate per la registrazione; comprendono i conti dei curatori e
degli
altri amministratori giudiziari, le ricevute per versamento o svincolo di somme o valori depositati in
garanzia, le ricevute e note di consegna di merci indipendentemente dall’indicazione del prezzo, i
biglietti del lotto e delle lotterie.
3) Gli atti esenti dall’imposta in modo assoluto indicati nella tariffa tra cui assumono rilievo gli atti
legislativi dello Stato, delle Regioni, gli atti di accertamento e riscossione di qualsiasi tributo, le
fatture e i documenti equipollenti con l’indicazione dell’Iva o quando non superano l’importo di euro
77,47, i titoli del debito pubblico, le ricevute e gli altri documenti relativi ai conti correnti postali
emessi dalle banche.
Con riferimento all’elenco esemplificativo di cui al precedente punto 3, è importante sottolineare
che l’art. 6 del DPR 642/72 fissa il principio dell’alternatività fra Iva e imposta di bollo per cui sono
esenti da bollo le fatture relative a prestazioni assoggettate all’imposta sul valore aggiunto.
La legge non indica il soggetto passivo per ciascun atto ma fissa il principio dell’obbligazione
solidale a carico di chi partecipa o ha interesse all’atto e di chi, in un qualsiasi momento, accetta o
fa uso dell’atto.
Più precisamente sono obbligati in solido per il pagamento dell’imposta e delle eventuali sanzioni
amministrative:
1) tutti coloro che sono parte o che hanno sottoscritto, ricevuto o accettato l’atto relativamente agli
atti soggetti a bollo sin dall’origine;
2) tutti coloro che ne fanno uso per gli atti soggetti a bollo solo in caso d’uso.
Nei casi in cui la legge non indichi il soggetto gravato dell’imposta, l’obbligazione di pagamento è
disciplinata dalla normativa civilistica. Il soggetto che ha ricevuto l’atto irregolare senza avervi
partecipato può sanare l’irregolarità versando la sola imposta dovuta senza maggiorazioni nel
termine di 15 giorni dalla ricezione.L’imposta di bollo può essere:
a) fissa se colpisce nella stessa misura tutti gli atti e i documenti di una stessa specie senza tener
conto del valore eventualmente indicato;
b) proporzionale se colpisce il documento in una stessa percentuale in relazione al valore
dichiarato come avviene per la cambiale.L’imposta fissa di bollo ammonta ad euro 14,62 per foglio.
Ci sono, però, atti che sono assoggettati ad imposta fissa di diverso ammontare.
Sui libri contabili (libro giornale e libro degli inventari) di cui all’art. 2214, comma 1, c.c. che sono
tenuti da soggetti diversi da quelli che assolvono la tassa di concessione governativa per la
bollatura in modo
forfetario, l’imposta di bollo è pari ad euro 29,24 e di euro 17,50 per la presentazione telematica
degli atti al Registro delle imprese ad opera delle ditte individuali. Anche se gli atti, i documenti e i
registri non sono in regola con l’imposta di bollo, sono, comunque, validi e produttivi degli effetti
giuridici previsti dalle norme. Si rileva, infine, che la falsificazione di valori bollati, l’introduzione
nello Stato, l’acquisto, la detenzione la messa in circolazione di valori di bollo falsificati costituisce
illecito penale ai sensi dell’art. 459 c.p.

Lezione 087
LA TASSA SUI CONTRATTI DI BORSA
I contratti di borsa attengono alla compravendita di valori mobiliari o valutari conclusi per il tramite
di speciali operatori.La relativa tassa era applicata in sostituzione delle imposte di registro e di bollo. Il
D.L. 248/2007, convertito in legge 31/2008, ha abolito dal 31/12/2007 la tassa sui contratti di borsa per
cui il regime impositivo è stato adeguato ai fini dell’applicazione delle imposte di registro e di bollo.

LA TASSA SULLE CONCESSIONI GOVERNATIVE


Le tasse sulle concessioni governative colpiscono specifici atti amministrativi quali le concessioni,
le dichiarazioni, le autorizzazioni, le istanze, i permessi che consentono agli interessati di
esercitare diritti e facoltà. Sono disciplinate dal DPR 26/10/1972 n. 641.
IL CONTRIBUTO UNIFICATO PER LE SPESE DEGLI ATTI GIUDIZIARI

Il contributo unificato per le spese degli atti giudiziari è stato introdotto il 1/3/2002 per effetto della
legge 23/12/1999 n. 488 (legge finanziaria 2000). Il legislatore ha introdotto, allo scopo di
semplificare il regime fiscale, una nuova imposta sugli atti giudiziari in sostituzione dell’imposta di
bollo, della tassa di iscrizione a ruolo, dei diritti di cancelleria, dei diritti di chiamata in
causa dell’Ufficiale giudiziario. La disciplina non si applica per i processi davanti alle Commissioni
tributarie provinciali e regionali per i quali trova ancora applicazione l’imposta di bollo in quanto
non compresi nell’elenco di cui alla legge 488/1999 e
perché per essi non era dovuta la tassa di iscrizione a ruolo assorbita dal nuovo tributo.
Il pagamento del contributo unificato comprende tutti gli atti e provvedimenti dei processi civili,
penali e amministrativi compresi quelli ad essi antecedenti, necessari e funzionali. Il termine
processo usato dal legislatore tributario deve essere inteso come qualsiasi procedimento
contenzioso o non contenzioso di natura giurisdizionale.Come detto è, invece, assoggettata ad
imposta di bollo la richiesta di copia autentica di un atto processuale perché non collegata
direttamente allo svolgimento del processo. Quindi è stato creato un regime fiscale di alternatività:
dove si applica il contributo unificato non si applica l’imposta di bollo e viceversa. Esistono,
tuttavia, taluni atti e provvedimenti esentati da entrambe le imposte come quelli relativi al processo
penale.
Soggetto obbligato al versamento è colui che per primo si costituisce in giudizio dopo aver
eseguito o ricevuto la notifica dell’atto di citazione, colui che deposita il ricorso introduttivo, colui
che nei processi esecutivi fa istanza per l’assegnazione o la vendita; il contributo grava anche su
colui che propone domanda riconvenzionale o chiama in causa un altro soggetto.
L’entità del contributo varia in ragione del valore della causa secondo scaglioni predeterminati.
Il valore della causa deve essere dichiarato nelle conclusioni dell’atto introduttivo di giudizio; in
assenza di tale dichiarazione il valore della causa viene determinato applicando l’imposta prevista
per lo scaglione più alto.Al momento della costituzione in giudizio o del deposito vdel ricorso
introduttivo o alla presentazione dell’istanza di vendita o assegnazione, il funzionario ricevente
dovrà verificare l’esistenza della dichiarazione della parte sul valore della causa, l’esistenza della
quietanza
corrispondente all’importo dichiarato. I controlli sono ripetuti a seguito degli atti difensivi che
comportino l’introduzione di nuove domande (riconvenzionali o chiamate in causa).
Dei controlli eseguiti deve essere redatta apposita annotazione da inserire nel fascicolo d’ufficio.Il
pagamento del contributo può essere effettuato utilizzando il modello F23, tramite conto corrente
postale intestato alla Tesoreria provinciale dello Stato, oppure con versamento presso le rivendite
di valori bollati.

Lezione 089
IL CANDIDATO ILLUSTRI I PRESUPPOSTI OGGETTIVI E SOGGETTIVI DELL'IRAP

L’imposta regionale sulle attività produttive è disciplinata dal d.lgs. 446/1997. Il suo presupposto
essenziale è l’esercizio di una attività economica autonomamente organizzata e diretta alla
produzione o allo scambio di beni oppure alla prestazioni di servizi. Tale presupposto può essere
realizzato da persone fisiche, società di ogni tipo, enti non commerciali ed anche le pubbliche
amministrazioni. La base imponibile dell’Irap è data dal valore della produzione netta.
Per le società il valore della produzione netta è dato dalla differenza tra i proventi ed i costi della
gestione ordinaria, escludendo da essa tuttavia (in quanto indeducibile) il costo del lavoro. In altri
termini viene tassato il risultato d’esercizio della gestione ordinaria, escludendo sia in positivo che in
negativo la gestione finanziaria e quella straordinaria e come detto dai componenti negativi il costo
del personale. Per i lavoratori autonomi il valore della produzione è dato dai
compensi meno i costi diversi da quelli del lavoro e dagli interessi passivi. Per le attività non
commerciali è dato invece dalla somma delle remunerazioni per prestazioni di lavoro. Si considera il
valore della produzione realizzato nel territorio di ciascuna regione, in quanto imposta regionale e ad
esso si applica la corrispondente aliquota (l’ordinaria è il 3,9%). L’Irap è nata con l’obiettivo di
conferire alle regioni uno strumento di politica finanziaria nell’ottica di avvio del federalismo fiscale,
nonché per semplificare gli oneri dei contribuenti abolendo una serie di tributi quali l’ilor, l’iciap ed il
contributo al servizio sanitario nazionale. Ciò che da subito è apparso di difficile comprensione da un
punto di vista economico è il concetto valore aggiunto conferito a beni e servizi da una unità
produttiva, senza tuttavia considerare alcuni elementi che hanno inciso sulla realizzazione di tale
“valore aggiunto”, ovvero il capitale e il lavoro.

Lezione 090
IL CANDIDATO ILLUSTRI IL MODO IN CUI VIENE DETERMINATA LA BASE IMPONIBILE IRAP
L’imposta regionale sulle attività produttive è disciplinata dal d.lgs. 446/1997. Il suo presupposto
essenziale è l’esercizio di una attività economica autonomamente organizzata e diretta alla produzione
o allo scambio di beni oppure alla prestazioni di servizi. Tale presupposto può essere realizzato da
persone fisiche, società di ogni tipo, enti non commerciali ed anche le pubbliche amministrazioni. La
base imponibile dell’Irap è data dal valore della produzione netta. Per le società il valore della
produzione netta è dato dalla differenza tra i proventi ed i costi della gestione ordinaria, escludendo da
essa tuttavia (in quanto indeducibile) il costo del lavoro. In altri termini viene tassato il risultato
d’esercizio della gestione ordinaria, escludendo sia in positivo che in negativo la gestione finanziaria e
quella straordinaria e come detto dai componenti negativi il costo del personale. Per i lavoratori
autonomi il valore della produzione è dato dai compensi meno i costi diversi da quelli del lavoro e dagli
interessi passivi. Per le attività non commerciali è dato invece dalla somma delle remunerazioni per
prestazioni di lavoro. Si considera il valore della produzione realizzato nel territorio di ciascuna
regione, in quanto imposta regionale e ad esso si applica la corrispondente aliquota (l’ordinaria è il
3,9%). L’Irap è nata con l’obiettivo di conferire alle regioni uno strumento di politica finanziaria
nell’ottica di avvio del federalismo fiscale, nonché per semplificare gli oneri dei contribuenti abolendo
una serie di tributi quali l’ilor, l’iciap ed il contributo al servizio sanitario nazionale. Ciò che da subito
è apparso di difficile comprensione da un punto di vista economico è il concetto valore aggiunto
conferito a beni e servizi da una unità produttiva, senza tuttavia considerare alcuni elementi che
hanno inciso sulla realizzazione di tale “valore aggiunto”, ovvero il capitale e il lavoro.

Lezione 091
COME SI DETERMINA IL VALORE DELLA PRODUZIONE NETTA AI FINI IRAP
Per le società il valore della produzione netta è dato dalla differenza tra i proventi ed i costi della
gestione ordinaria, escludendo da essa tuttavia (in quanto indeducibile) il costo del lavoro. In altri
termini viene tassato il risultato d’esercizio della gestione ordinaria, escludendo sia in positivo che in
negativo la gestione finanziaria e quella straordinaria e come detto dai componenti negativi il costo del
personale. Per i lavoratori autonomi il valore della produzione è dato dai compensi meno i costi diversi
da quelli del lavoro e dagli interessi passivi. Per le attività non commerciali è dato invece dalla somma
delle remunerazioni per prestazioni di lavoro. Si considera il valore della produzione realizzato nel
territorio di ciascuna regione, in quanto imposta regionale e ad esso si applica la corrispondente
aliquota (l’ordinaria è il 3,9%).

Lezione 092
L'IMU
L’Imposta Municipale propria (IMU) è stata istituita con il D.Leg.vo 23/2011 (art. 8). Tale tributo,
che è entrato in vigore nel 2012, è indeducibile dalle imposte erariali sui redditi e dall’Irap.
Sostituisce la parte immobiliare dell’Irpef e l’Ici e si somma alla cedolare secca per cui sugli
immobili locati si applica la cedolare secca e l’Imu, mentre per quelli non locati solo l’Imu.
Prima dell’Imu trovava applicazione l'Ici, Imposta comunale sugli immobili, che era un tributo che
gravava sui fabbricati e sui terreni agricoli e fabbricabili siti nel territorio dello Stato italiano.Tale
imposta era stata istituita con il D. Leg.vo 30/12/1992 n. 504 ed era entrata in vigore il 1/1/1993.
Non era un’imposta progressiva come le altre imposte sul reddito, ma gravava sul valore
dell’immobile in misura percentuale fissa decisa con delibera del Consiglio comunale che doveva
essere emanata entro il 31 dicembre di ogni anno con effetti dall’anno successivo. Sui rilievi di
costituzionalità per la proporzionalità dell’imposta che sarebbe stata in contrasto con l’art. 53 Cost.,
si osserva che la Corte costituzionale ha chiarito che non le singole imposte, ma il complesso del
sistema tributario deve essere improntato ai criteri di progressività impositiva.Il periodo di imposta
era dato dall’anno solare per cui andava dal 1 gennaio al 31 dicembre dell’anno in cui si effettuava
il versamento del tributo. L’imposta era dovuta in misura proporzionale alla quota e ai mesi nei
quali si era protratto il possesso dell’immobile a titolo di proprietà, usufrutto, uso; il mese nel quale
il possesso si era protratto per almeno quindici giorni veniva considerato per intero. Ogni anno
solare generava un’autonoma obbligazione tributaria.
Dal 2007, per effetto di quanto disposto dall’art. 37, comma 13, del D.L. 4/7/2006 n. 223, erano
mutati i termini di versamento dell’imposta che poteva essere pagata in un’unica soluzione entro la
scadenza fissata per la prima rata.
Il versamento doveva essere effettuato da ciascun proprietario proporzionalmente alla quota e ai
mesi di possesso dell’immobile in due rate:
1) dal 1 al 16 giugno si versa il 50% dell’imposta calcolata utilizzando le aliquote e le detrazioni
dell’anno precedente;
2) dal 1 al 16 dicembre si versa il saldo dell’imposta dovuta, dato dal totale dell’imposta detratto
l’acconto versato a giugno utilizzando aliquote e detrazioni dell’anno in corso. Fino al 2006 doveva
essere presentata una dichiarazione iniziale redatta su appositi moduli approvati dall’Agenzia delle
entrate da tutti i contribuenti soggetti all’Ici congiuntamente a quello redatto per la dichiarazione dei
redditi.
Successivamente al verificarsi di cambiamenti nel patrimonio immobiliare del contribuente, rispetto
alla dichiarazione iniziale, doveva essere compilata una denuncia di modificazione allo scopo di
segnalare acquisti, vendite, donazioni, riunioni o separazioni nel diritto di usufrutto, uso o
abitazione.La citata denuncia doveva essere presentata entro il termine stabilito per la
presentazione della dichiarazione dei redditi relativa all’anno in cui si era verificata la modifica. Il d.
L. 223/2006 aveva soppresso, a partire dal 2007, l’obbligo di presentare la dichiarazione iniziale e
la denuncia successiva.
Il Comune controllava le dichiarazioni, le denunce, verificava i versamenti eseguiti e correggeva gli
errori materiali e di calcolo. Lo stesso Comune provvedeva ad emettere avviso di accertamento
adeguatamente motivato con la liquidazione dell’imposta dovuta, l’applicazione delle sanzioni e
degli interessi.

Lezione 094
COS'E' L'ADDIZIONALE COMUNALE ALL'IRPEF
Il D.Leg.vo 360/98 ha introdotto, a partire dal 1/1/1999, l’addizionale all’Irpef che si applica sul
reddito complessivo determinato ai fini Irpef, al netto degli oneri deducibili, purché la stessa sia
dovuta al netto delle detrazioni e dei crediti di imposta. Tale addizionale comporta la riduzione delle
aliquote Irpef in misura corrispondente all’aliquota base dell’addizionale comunale. E’ prevista per i
Comuni la facoltà di variare l’aliquota dell’addizionale fino ad un massimo dello 0,8%. Tale
variazione potrà essere eseguita attraverso regolamento adottato dal Consiglio comunale per essere
poi inserita in una delibera. Fino all’entrata in vigore della legge 296/2006 (legge finanziaria 2007) era
consentito ai Comuni di variare, nell’arco di tre anni, l’aliquota dell’addizionale fino ad un massimo
dello 0,5% con il limite dello 0,2% per ogni anno. Va rilevato che già diverse leggi finanziarie
precedenti avevano disposto la sospensione degli aumenti. La legge finanziaria del 2007 consente ai
Comuni di prevedere nei propri regolamenti categorie di esenzione dal versamento dell’addizionale.
La legge 244/2007 ha previsto che l’addizionale non è dovuta per i contribuenti che si avvalgono del
regime dei minimi. Sono beneficiari dell’imposta la Provincia e il Comune dove il contribuente ha il
domicilio fiscale alla data del 1 gennaio dell’anno a cui è riferita l’addizionale. Dal 1/1/2007 è previsto
che l’addizionale comunale sia versata in acconto e a saldo unitamente al saldo Irpef Dal 1/1/2008 il
versamento in acconto o a saldo dell’addizione comunale è effettuato sempre utilizzando il modello
F24, ma in luogo del codice generico di imposta comunale si indica il codice del Comune a cui è dovuta
l’addizionale.

IL CANDIDATO ILLUSTRI I TRIBUTI COMUNALI

I tributi locali sono prestazioni coattive a livello del patrimonio dei contribuenti, i quali sono tenuti a
versare agli enti locali una parte dei propri beni.

I tributi locali sono fondi di finanziamento per i servizi che vengono erogati dagli enti locali.

Essi comprendono: la Tosap e la Cosap, cioè la Tassa per l'Occupazione di Spazi e Aree
Pubbliche, l'Icpa, cioè l'Imposta Comunale Pubblicità e Affissioni, e l'Iuc, cioè l'Imposta Unica
Comunale su casa e rifiuti. La Iuc a sua volta include la Tasi, cioè la Tassa sui Servizi Indivisibili,
l'Imu, cioè l'Imposta Municipale (quella che un tempo era chiamata Ici, cioè Imposta Comunale
Immobili) e la Tari, cioè la Tassa sui Rifiuti (quella che un tempo era chiamata Tarsu, cioè Tassa
Smaltimento Rifiuti Solidi Urbani, e ancora prima Tares, cioè Tassa Rifiuti e Servizi).

Lezione 095
IL CANDIDATO ILLUSTRI LE FONTI NORMATIVE DELL'UNIONE EUROPEA

Vi sono tre fonti per il diritto dell’Unione europea: il diritto primario, il diritto derivato e il diritto
complementare (si veda la gerarchia delle norme dell’UE).

Diritto primario
● Le fonti principali del diritto primario sono i trattati istitutivi dell’UE: il Trattato sull’UE, il
Trattato sul funzionamento dell’UE e il Trattato sulla Comunità europea dell’energia
atomica — Euratom. Tali trattati stabiliscono la ripartizione delle competenze tra l’Unione e
gli Stati membri e descrivono i poteri delle istituzioni europee. Inoltre definiscono la sfera
d’applicazione delle politiche e strutturano l’intervento delle istituzioni dell’UE.
● Inoltre il diritto primario comprende altresì:
● i trattati modificativi dell’Unione europea;
● i protocolli allegati ai trattati istitutivi e ai trattati modificativi;
● i trattati di adesione di nuovi paesi all’UE;
● la Carta dei diritti fondamentali (dal Trattato di Lisbona — dicembre 2009)
● i principi generali del diritto stabiliti dalla Corte di giustizia dell’Unione europea.

Diritto derivato

Il diritto derivato comprende gli atti unilaterali, che sono divisi in due categorie:
● quelli elencati nell’articolo 288 TFUE: regolamenti, direttive, decisioni, pareri e
raccomandazioni;
● gli atti non menzionati all’articolo 288 del trattato sul funzionamento dell’UE, ossia i
cosiddetti atti atipici come le comunicazioni, le risoluzioni, i libri bianchi e i libri verdi.
Anche gli accordi internazionali con paesi terzi o con organizzazioni internazionali sono parte
integrante del diritto dell’UE. Essi sono separati dal diritto primario e dal diritto derivato e formano
una categoria sui generis. Secondo alcune sentenze della CGUE, possono avere un effetto diretto
e la loro forza giuridica è superiore al diritto derivato, che pertanto deve attenervisi.

Fonti di diritto complementare

Le fonti di diritto complementare sono fonti di diritto non specificatamente menzionate nei trattati.
Rientrano in questa categoria:
● la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’UE(CGUE);
● il diritto internazionale — a cui si ispira sovente la CGUE nell’elaborare la sua
giurisprudenza. La CGUE fa riferimento al diritto scritto, alla consuetudine e agli usi;
● i principi generali del diritto: fonti non scritte elaborate dalla giurisprudenza della Corte di
giustizia. Essi hanno consentito alla CGUE di attuare norme in vari ambiti che non sono
menzionati nei trattati.

DA COSA SONO COSTITUITE LE RISORSE PROPRIE DELL'UNIONE EUROPEA?


Le risorse proprie sono costituite da:
1) i prelievi riscossi sulle importazioni di prodotti agricoli ossia tutti i prelievi, supplementi, importi
supplementari o compensatori, addizionali e altri diritti fissati dalle Istituzioni comunitarie sugli
scambi con i Paesi che non sono membri dell’Unione nell’ambito della politica agricola comune;
2) i dazi doganali ossia la tariffa doganale comune e gli altri diritti fissati dalla Unione sugli scambi con
i Paesi che non fanno parte dell’Unione stessa;
3) i proventi dell’imposta sul valore aggiunto ottenuti con l’applicazione di un tasso dello 0,30% sulle
entrate di ciascuno Stato membro;
4) la quota dell'1,24% del reddito nazionale lordo (RNL) degli Stati membri.
L'ultima fonte di entrata sopra elencata non solo rappresenta il maggiore gettito, ma serve a garantire
un sistema equo di contribuzione rispetto soprattutto al prelievo dell'Iva che colpendo i consumi può
presentare profili di regressività del sistema impositivo.

Lezione 096
IL CANDIDATO INDICHI COSA ACCADE A UN AIUTO DI STATO INCOMPATIBILE CON LE
DISPOSIZIONI DEL TRATTATO DELL'UNIONE EUROPEA (controllate)
Il Trattato prevede non solo norme volte ad impedire comportamenti anticoncorrenziali da parte delle
imprese pubbliche e private, ma anche disposizioni che hanno come destinatari gli Stati membri,
finalizzate ad affermare il principio dell’illegittimità degli aiuti alle
imprese (art. 87 - 89). La ratio delle disposizioni è di evitare che l’intervento statale nell’economia
alteri gli scambi commerciali tra i
Paesi membri e ponga barriere alla libera circolazione delle merci.In particolare l’art. 87 vieta
l’impiego, sotto qualsiasi forma, di risorse statali che, per favorire alcune imprese o produzioni, falsino
o minacciano di falsare la concorrenza.
Può definirsi aiuto di Stato ogni possibile rilevante vantaggio economico in favore di un’impresa con
un intervento pubblico senza il quale il vantaggio non si sarebbe verificato. L’aiuto di Stato è, quindi,
qualsiasi misura che produca un beneficio economico all’impresa destinataria. Secondo la
giurisprudenza della Corte di giustizia vi rientrano le esenzioni fiscali, lo sgravio di oneri sociali,i
prestiti a tasso agevolato, le garanzie per prestiti a condizioni particolarmente favorevoli, gli aiuti
all’esportazione, gli aiuti agli investimenti, le cessioni di edifici e terreni di proprietà dello Stato
gratuitamente o a condizioni particolarmente vantaggiose, ecc.
In particolare non ha alcun rilievo il tipo di tributo interessato, né come si realizza l’agevolazione
fiscale che può attenere al presupposto, alla determinazione della base imponibile, all’aliquota
applicata, ecc.
L’aiuto è imputabile allo Stato sia se provenga da un organismo centrale, sia che derivi da un ente
territoriale (Regioni, Province, Comuni), sia che sia opera di un ente pubblico o privato designato
dallo Stato a somministrare l’aiuto. La forma dell’aiuto, che può essere una legge o un atto
amministrativo, non assume alcun rilievo.
Sono vietati gli aiuti in favore di alcune imprese o produzioni, mentre sono consentiti gli aiuti che
avvantaggiano tutte le imprese e tutti i rami produttivi favorendo in tal modo l’intera economia. Il
divieto agli aiuti è previsto per il pregiudizio che arreca agli scambi nell’Unione europea, per cui non
sono ammessi quegli aiuti che, esaurendosi all’interno di uno Stato, sono in grado di ostacolare
l’eliminazione delle barriere doganali impedendo ad alcuni prodotti di altro Stato membro di entrare
nel mercato nazionale.

QUALI SONO GLI AIUTI DI STATO COMPATIBILI CON IL MERCATO COMUNE?


Sono, invece, compatibili con il mercato comune gli aiut di cui all’art. 87, comma 2, del Trattato
costituiti da:
1) gli aiuti a carattere sociale concessi ai singoli consumatori purché siano concessi senza
discriminazioni determinate dall’origine dei prodotti;
2) gli aiuti destinati ad ovviare a danni provocati da calamità naturali o da altri eventi eccezionali.Tali
aiuti possono definirsi compatibili in assoluto con il mercato comune. L’art. 87, comma 3, contempla
una categoria di aiuti che possono essere ritenuti compatibili
con il mercato comune in base a un giudizio discrezionale del Consiglio e della Commissione che si
fonda sul fatto che detti aiuti debbono rendere le imprese capaci di affrontare il mercato e devono
avere durata e scopo proporzionali al risultato da realizzare.
Questa categoria di aiuti è composta da:
a) aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni dove il tenore di vita sia
particolarmente basso;b) gli aiuti destinati a favorire la realizzazione di un importante progetto di
comune interesse europeo;
c) gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività;
d) gli aiuti destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio;
e) gli aiuti destinati a favorire l’occupazione;
f) le altre categorie di aiuti determinati con decisione del Consiglio.
L’art. 88 del Trattato prevede che il controllo sugli aiuti spetti alla Commissione che deve assicurare
l’applicazione di quanto previsto nel Trattato stesso e lo sviluppo del mercato comune. Nel caso di
aiuti già esistenti la Commissione svolge un controllo successivo che in una prima fase è eseguito di
intesa con gli Stati membri e in una seconda, che è di natura contenziosa, consiste nell’invito, da parte
della Commissione stessa, agli interessati a presentare entro un dato termine, ai fini della regolare
instaurazione del contraddittorio, le loro osservazioni sulla proposta della Commissione in merito
all’esistenza dell’aiuto.

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