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La prima guerra mondiale

Le origini del conflitto


1 Tensioni ed alleanze tra le potenze europee
Nel 1875, i contadini cristiani della Bosnia e dell’Erzegovina (due provincie ottomane), si ribellarono contro i
proprietari terrieri musulmani, ottenendo l'appoggio della Serbia e del Montenegro (due principati slavi
autonomi), ma furono sconfitti dall'esercito turco. La Russia, desiderosa di espandersi nei Balcani, intervenne
nello scontro a discapito dell’impero ottomano, riportando un trionfo che costrinse il sultano di Istanbul a
firmare la pace di Santo Stefano nel 1878. Con questo trattato venne istituita la Bulgaria, un vasto stato
formato da numerosi territori europei sotto dominazione ottomana, subalterno alla Russia. Questo radicale
mutamento nell'equilibrio europeo suscitò l’opposizione di Inghilterra e Austria-Ungheria, che minacciarono di
muovere guerra alla Russia. La crisi fu risolta nell’estate del 1878 con il Congresso di Berlino, promosso
dall'Austria e accettato dalle altre potenze europee, il quale prevedeva per prima cosa, la rinuncia alla Bulgaria
da parte della Russia, poi in cambio dell'appoggio diplomatico offerto all'Impero ottomano, l'Austria-Ungheria
poté occupare la Bosnia-Erzegovina, mentre l'Inghilterra ottenere Cipro. La Russia, uscì da questo congresso
profondamente umiliata e sconfitta. A partire da questi anni si cominciarono a delineare le alleanze che
sarebbero scattate nel 1914, allo scoppio della guerra. Il cancelliere tedesco Bismarck, timoroso di un eccessivo
rafforzamento russo, sostenne le posizioni dell’Austria-Ungheria e dell’Inghilterra. In seguito temendo un
ulteriore deterioramento dei rapporti con la Russia, stipulò nel 1879 un’alleanza difensiva con l’Impero
austro-ungarico, che durerà fino al novembre 1918.

2 L’Italia si avvicina agli Imperi centrali


L’Italia aveva mire espansionistiche nel Nord Africa e cercò inutilmente di ostacolare l’occupazione da parte
della Francia della Tunisia, che avvenne nel 1881, giustificata dai francesi come ricompensa per i vantaggi
ottenuti da Inghilterra e Austria-Ungheria a Berlino. Risultò evidente la posizione di isolamento dell’Italia (che
aveva raggiunto l’unità da poco tempo), la quale decise allora di avvicinarsi all’Impero tedesco, principale
avversario della Francia, attraverso un'alleanza militare. Nel 1882 venne firmata la Triplice Alleanza, tra
Austria-Ungheria, Italia e Germania, un accordo che prevedeva ausilio reciproco in caso di attacco della Francia.

3 Il sistema delle alleanze e il piano Schlieffen


La Triplice Alleanza aveva come avversario principale la Francia, infatti la Germania era in tensione in
seguito alla conquista, nel 1871, dell’Alsazia-Lorena, due regioni situate nel Reno, mentre l’Italia temeva
l’ulteriore espansione nel Mediterraneo. La Triplice comportava la rinuncia alle rivendicazioni italiane su
Trentino e Venezia Giulia, ma tale questione appariva secondaria rispetto alla necessità di contenere
l’imperialismo francese nel mediterraneo. D'altra parte, la Francia, trovò un sostegno nella Russia, con cui
stipulò un’alleanza difensiva nel 1892. Sebbene i due paesi erano notevolmente diversi, infatti la Francia era una
repubblica parlamentare, mentre l’Impero zarista una monarchia assoluta e dispotica, per l’alleanza avevano
premuto soprattutto i banchieri francesi, che avevano fornito alla Russia notevoli capitali, indispensabili per
rendere il paese più moderno e l’industriale.
A partire dalla metà degli anni Novanta, la Germania si trovò di fronte alla prospettiva di una guerra su due
fronti, ovvero ad occidente con la Francia e ad oriente con la Russia. Bisognava trovare un modo per sconfiggere
i due eserciti senza dividere le forze su due fronti, operazione che avrebbe ridotto notevolmente le possibilità di
vittoria. Per risolvere questa situazione il generale Alfred von Schlieffen elaborò un piano strategico, il quale
partiva dalla constatazione che, mentre le ferrovie tedesche erano modernissime ed efficienti, il sistema di
trasporti russo era arretrato, così prima che tutte le forze russe potessero essere portate al fronte contro la
Germania, sarebbe passato un arco di tempo sufficiente per concentrare tutte le proprie energie contro la Francia.
Per sconfiggere la Francia in tempi brevi era necessaria una mossa a sorpresa, così Schlieffen propose che
l’esercito tedesco disponesse di piccole entità difensive sul fronte russo e in Alsazia-Lorena, regioni che i
francesi avrebbero cercato di liberare, mentre la maggior parte dell’esercito tedesco avrebbe puntato su Parigi da
nord, dopo aver attraversato il Belgio. Dal momento che quest’ultimo paese era neutrale, i francesi sarebbero
stati colti alla sprovvista e la guerra ad occidente si sarebbe conclusa in poco tempo. A quel punto, grazie
all’efficiente sistema ferroviario tedesco, tutto l’esercito germanico sarebbe stato trasferito verso est, per
fronteggiare e sconfiggere i russi.

4 La flotta da guerra tedesca


Il punto debole del piano Schlieffen era l'attraversamento del Belgio, che da una parte violava gli accordi
internazionali sottoscritti dalla stessa Germania, dell'altra avrebbe provocato l’immediata reazione della Gran
Bretagna. Per attuarlo la Germania avrebbe dovuto mantenere buone relazioni con l’Inghilterra, evitando la
prospettiva di essere considerata una minaccia. Invece, per volontà dell’Imperatore Guglielmo II, la Germania
condusse una politica ostile alla Gran Bretagna, cominciando a dotarsi di una flotta di navi da guerra, capaci
di competere con quelle inglesi, a partire dal 1898. Alla sfida tedesca l’Inghilterra rispose nel 1906 iniziando la
costruzione di una serie di corazzate di nuovissima concezione, chiamate Dreadnoughts, navi enormi con un
peso complessivo di 25.000 tonnellate, con una velocità che poteva raggiungere 25 miglia marine e munite di
cannoni di calibro 30 e 38 centimetri. Allora anche la Germania iniziò a produrre tali corazzate, programmando
che ne uscissero ogni anno quattro dai cantieri, tra il 1908 ed il 1912. Il risultato fu il progressivo avvicinamento
dell’Inghilterra ai nemici della Germania. Nel 1904 Francia e Gran Bretagna, risolsero le proprie divergenze
riguardo la spartizione dei territori in Africa, stringendo l’Intesa cordiale (o Ente cordiale). Analogamente, nel
1907, l’Inghilterra raggiunse un accordo con la Russia, chiudendo ogni contrasto riguardo le terre contese, tra
cui Persia, Afghanistan e i territori compresi tra l'Asia centrale russa ed i confini settentrionali dell'India
britannica. L'Inghilterra pur non avendo stipulato un alleanza militare con questi due paesi era giunta ad un
intesa pacifica, e tutti e tre si erano convinti che il loro vero nemico fosse la Germania.

5 La politica di potenza tedesca


Il capitalismo tedesco era diviso per quanto concerne il riarmo navale, infatti da una parte grandi gruppi
industriali, come quelli legati alla produzione dell’acciaio, erano favorevoli perché ricavavano enormi profitti
dalla costruzione della flotta, dall'altra, sia alcune prestigiose compagnie marittime impegnate nel commercio
internazionale, sia Walther Rathenau, il dirigente dell'AEG, il complesso industriale più potente al mondo nel
campo della produzione dell’energia elettrica, erano nettamente contrari. Per questo motivo la decisione della
costruzione della flotta navale, non deve considerarsi come una concessione del governo alle pressioni della
borghesia, la quale non era affatto unanime nel giudicare positivamente una politica che avrebbe portato ad uno
scontro con la Gran Bretagna, perdendo un'enorme fonte di guadagno. In secondo luogo, proprio per mostrare
come poco contassero le motivazioni economiche, le colonie, prima di essere utilizzabili per la vendita di
manufatti o per l'investimento di capitali in eccesso, contavano come manifestazioni di potenza e prestigio. Tra
il 1880 ed il 1900, la Francia aveva sfidato l'Inghilterra sul piano della corsa all'impero più vasto, ma agli inizi
del Novecento la possibilità di conquistare colonie si era pressoché esaurita, per questo motivo erano necessarie
altre manifestazioni di potenza e prestigio. La flotta da guerra era vista come un mezzo capace di mostrare al
mondo la potenza della nazione tedesca. Secondo il Ministro della Marina, Alfred von Tirpitz, il vero fautore
del programma di riarmo navale, bisognava dissuadere la Gran Bretagna, utilizzando la potente flotta come arma
di pressione, dalla tentazione di intervenire contro l’Impero tedesco, costringendola a scendere a patti. Tirpitz
accompagnò il suo lavoro di pianificazione del riarmo navale con un'opera di propaganda e persuasione
dell'opinione pubblica tedesca, per questo motivo, egli viene paragonato ai leader dei regimi totalitari del
Novecento, preoccupati di presentarsi come i portavoce del sentimento del popolo.

6 La polveriera balcanica
Dopo l'unione di tutte le potenze europee attraverso una fitta rete di alleanze, ogni possibile conflitto sarebbe
potuto degenerare in un scontro generale di enormi dimensioni. Tra i principali elementi di perturbazione vi era
il regno di Serbia, che aveva ottenuto la definitiva indipendenza al Congresso di Berlino e desiderava allargare i
propri confini. La Serbia sperava di giungere alla costruzione di un vasto stato nazionale che comprendesse tutti
i popoli jugoslavi (slavi del Sud), compresi sloveni, croati e bosniaci, che si trovavano sotto dominazione austro-
ungarica. Nel 1902 Italia e Francia si accordarono per la spartizione del Nordafrica, infatti se la Francia avesse
occupato il Marocco, l’Italia avrebbe potuto conquistare la Libia. Ciò rendeva ormai superati i motivi che la
tenevano nella Triplice Alleanza. Nel 1911, la Francia invase il Marocco, così l'Italia intervenne poco dopo in
Libia. Iniziò così la guerra italo-turca che l'Italia combatté contro l'Impero ottomano per il possesso della
Tripolitania e della Cirenaica, tra il 1911 ed il 1912. Nell'ottobre 1912 la Serbia, stipulò un'alleanza con Grecia,
Montenegro e Bulgaria e, approfittando della situazione, dichiarò guerra alla Turchia, nella prima delle due
guerre balcaniche, obbligandola alla cessione di una parte della Macedonia. Austria-Ungheria e Italia però
negarono alla Serbia l’accesso al mare e istituirono il piccolo stato dell’Albania. Nel 1913 i rapporti tra Serbia e
Austria-Ungheria si fecero sempre più tesi, infatti se Belgrado aspirava a cancellare lo stato albanese e liberare i
territori slavi sotto il dominio austriaco, a Vienna si diffondeva l’idea di infliggere una dura lezione alla Serbia.

La dinamica del conflitto


7 L’attentato di Sarajevo
Il 28 giugno a Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina, un terrorista serbo-bosniaco di 19 anni, Gavrilo
Princip, uccise a colpi di pistola l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono austro-ungarico.
Dietro l'omicidio vi era una cospirazione preparata da un gruppo nazionalista chiamato “Giovane Bosnia”,
collegato a sua volta all’associazione nazionalista serba “Unione o Morte”, fondata dal colonnello Dragutin
Dimitrevic, capo dei servizi segreti dell’esercito serbo. Dragutin aveva costruito una fitta serie di alleanze che
agivano, sia sull'apparato dello stato serbo, sia all'interno delle Forze armate. Nella memoria serba il 28 giugno
era un giorno doloroso, poiché ricordava la sconfitta in Kosovo nel 1389, che aveva portato a secoli di
dominazione ottomana. L'atto terrorista doveva essere l'inizio del riscatto degli slavi del Sud dalla dominazione
straniera e significare l'inizio del Risorgimento serbo. Il governo austriaco imputò la responsabilità
dell’omicidio allo stato serbo. I governanti austro-ungarici sapevano che in caso di conflitto la Serbia sarebbe
stata sostenuta dalla Russia e che si sarebbe potuti arrivati ad una guerra generale, per questo consultarono nel
luglio del 1914 il governo tedesco, il quale assicurò il suo appoggio. Sia il kaiser Guglielmo II, sia i maggiori
esponenti politici e militari, erano consapevoli che una guerra contro la Russia avrebbe provocato l'intervento
della Francia, ma erano al contempo convinti di trionfare grazie al piano Schlieffen. Allora il governo austriaco
consegnò a quello serbo il suo ultimatum il 23 luglio, contenente pesanti richieste: la Serbia avrebbe dovuto
vietare ogni forma di propaganda antiaustriaca nelle scuole e nell'esercito, licenziare funzionari e ufficiali che
avessero manifestato posizioni antiaustriache e nazionalistiche, ma soprattutto avrebbe dovuto istituire una
commissione d’inchiesta sull’assassinio a Sarajevo con la partecipazione di delegati austriaci. Fu solo
quest’ultimo punto che la Serbia non accolse, perché la partecipazione di elementi austriaci appariva una
richiesta esagerata ed ingiusta, una vera e propria violazione della sovranità serba che avrebbe messo in
discussione la sua indipendenza. Così il 28 luglio l’Austria-Ungheria, dichiarò guerra alla Serbia.

8 L’invasione del Belgio


Nessuna potenza intendeva combattere, però tutti i governi temevano che la mancata mobilitazione dell'esercito
fosse interpretata dai nemici, come un atto di debolezza, mentre dagli alleati, come un segno di indecisione di
rispettare gli impegni di ausilio militare reciproco. Tutti i governi pensavano che se la guerra fosse scoppiata,
sarebbe stata breve, inoltre bisogna tener presente che ogni stato era convinto che la colpa della guerra fosse del
governo avverso, affermando di agire per legittima difesa. Come disse il cancelliere tedesco Hollwegg, “la
grande maggioranza dei popoli ama profondamente la pace, ma gli eventi non sono più sotto controllo ed il
masso ha cominciato a rotorale”. Per la Germania i tempi di decisione, legati al piano Schlieffen, erano
strettissimi. Dopo che la Russia ebbe schierato le proprie truppe al confine con l’Austria-Ungheria e con la
Germania, il 31 luglio il governo tedesco inviò un ultimatum a quello russo, intimando di sospendere entro 12
ore le misure di guerra. Di fronte al silenzio dei russi il 1° agosto l’Impero tedesco entrò ufficialmente in
guerra contro la Russia e, successivamente contro la Francia. Il 2 agosto la Germania intimò il Belgio di
lasciar passare le proprie truppe sul suo territorio, ciò provocò la reazione della Gran Bretagna, la quale il 4
agosto, dopo che le prime unità tedesche violarono la frontiera del Belgio, dichiarò guerra all’Impero
germanico. L’invasione tedesca del Belgio fu spietata, però l'esercito belga anche se non poteva competere con
quello tedesco, poteva contare su alcune fortezze (Liegi, Namur e Anversa), le quali vennero espugnate una ad
una con l'ausilio di imponenti cannoni d'assedio. La resistenza della folla, invece, fu placata attraverso il ricorso
alla fucilazione di ostaggi. Inoltre sulle mura di Liegi, il 22 agosto, venne affisso un foglio, firmato dal generale
Bulow, il quale sosteneva che la popolazione di Anderne, dopo aver mostrato intenzioni pacifiche nei confronti
delle truppe tedesche, le aveva attaccate, per questo motivo l'esercito tedesco si è sentito autorizzato ad
incendiare la città e a fucilare 110 persone. Il giorno seguente a Dinant, ci fu una strage ancor più cospicua, dove
le autorità tedesche, accusando la popolazione belga di aver sparato alle proprie milizie che riparavano un ponte,
fecero uccidere 612 persone tra uomini, donne e bambini. Infine la città di Lovanio venne saccheggiata e
devastata per 5 giorni consecutivi.

9 La fine della guerra di movimento


Il piano Schlieffen prevedeva una rapida vittoria tedesca sul fronte occidentale, ma le truppe germaniche dopo
un mese di marce e scontri erano stremate; inoltre una parte dell’esercito dislocato in Belgio dovette essere
spostato su altri fronti, in Alsazia contro i francesi, i quali avevano concentrato il loro attacco più forte, e in
Prussia Orientale contro i russi, dove i tedeschi, il 30 agosto, guidati dai generali Hindenburg ed Ludendorff,
ottennero una grande vittoria a Tannenberg, che provocò ai russi perdite elevatissime, ovvero 30.000 morti e
120.000 prigionieri. Mentre, l’attacco decisivo a Parigi non riuscì a concretizzarsi, le armate tedesche si
fermarono a 40 km da Parigi ed il 5 settembre nella regione del fiume Marna, francesi ed inglesi, passarono al
contrattacco, cancellando definitivamente le speranze di una rapida vittoria tedesca sul fronte occidentale. Le
dimensioni del conflitto furono enormi, si scontrarono 1.275.000 tedeschi contro un milione di francesi e
125.000 inglesi. Tale mobilitazione di uomini fu possibile soltanto grazie alle moderne ferrovie, infatti nessun
conflitto passato, compresa la guerra civile americana che aveva comunque utilizzato ampiamente le ferrovie,
aveva visto un numero così alto di uomini messi in campo. Scacciati da Parigi i tedeschi cercarono di
conquistare i maggiori porti francesi della Manica, ma fallirono anche in ciò. Nell’ottobre del 1914, il conflitto si
trasformò in guerra di posizione, infatti i due eserciti si sistemarono lungo una linea che percorreva
longitudinalmente l’intera Francia, dal Mare del Nord fino al confine con la Svizzera, denominata fronte
occidentale e composta da due file di trincee lunghe circa 765 km, separate da uno spazio detto “terra di
nessuno”, largo dai 200 ai 1000 metri a seconda dei settori.

10 La guerra di trincea
Dall’autunno 1914 per quattro anni il fronte occidentale, nonostante le enormi perdite umane, non subì alcun
cambiamento significativo, poiché la capacità difensiva di ogni esercito era infinitamente superiore alla sua
capacità offensiva, provocando una situazione di blocco. Questo fu possibile grazie alle armi moderne, dai
cannoni di grosso calibro, ai fucili a canna rigata e a retrocarica, ma soprattutto grazie alla mitragliatrice,
inventata dall'americano Maxim nel 1889. I soldati che prendevano d’assalto la trincea nemica venivano
falcidiati dai colpi di mitragliatrice, inoltre erano state stese davanti alle trincee delle linee di sbarramento,
utilizzando il filo spinato, un'altra invenzione americana. La condizione dei soldati si fece sempre più critica,
immersi nel fango, divorati dai pidocchi nei momenti quiete e falciati dall'artiglieria nei momenti dell'offensiva,
capace di provocare gravi traumi psicologici anche nel caso in cui non si venisse colpiti, inoltre i fucili e le
mitragliatrici decimavano i reparti in avanzamento. Neanche l’utilizzo di nuove armi come il gas, impiegato per
la prima volta dai tedeschi nei pressi della città belga di Ypres nel 1915, spezzò lo stallo. A Ypres, l'utilizzo del
gas fu un successo, ma presto ci si rese conto che era poco affidabile e pericoloso per chi lo lanciava, infatti
come scrisse Martin Gilbert, se il vento non soffiava a favore, era pericoloso avanzare perché si poteva finire
nella nube tossica, mentre se cambiava improvvisamente in direzione contraria, allora il pericolo era certo
perché avvelenava le proprie milizie. Inoltre le forze alleate, ricevettero in pochi giorni una rudimentale ma
efficace maschera antigas, un tampone di lino imbevuto di sostanze e chimiche o di urina, in caso di emergenza.
11 Le battaglie di Verdun (offensiva tedesca) e della Somme (offensiva inglese) del 1916
Le battaglie nel 1916 di Verdun e della Somme, furono le più lunghe e sanguinose del conflitto. L'avanzata dei
primi 140.000 tedeschi, il 21 febbraio a Verdun, venne accompagnata con un bombardamento di 9 ore condotto
attraverso 850 cannoni pesanti. Nonostante ciò le difese francesi riuscirono a resistere e a respingere l'attacco
tedesco provocando un vasto numero di morti, infatti è stato calcolato che, nelle prime cinque settimane, morì un
soldato tedesco ogni 45 secondi. Più la battaglia proseguiva, più il numero di cannoni cresceva da entrambe le
parti, toccando la quota di 2.200 sul fronte tedesco e 1.777 sul versante francese. In cinque mesi, a Verdun, i due
eserciti, spararono 23 milioni di granate, più di 100 al minuto. Analogamente, l'attacco delle milizie inglesi, nella
regione del fiume Somme, fu preparato dal fuoco di almeno 1500 cannoni pesanti, che, tra il 24 giugno ed il 1
luglio, spararono più di 1.700.000 colpi. All'alba di quest'ultima giornata, in poco più di un'ora caddero sul
fronte tedesco circa 250.000 granate, in media 3.500 al minuto. Nonostante ciò le difese tedesche riuscirono a
resistere e a respingere l'attacco inglese provocando un gran numero di morti, infatti è stato calcolato che,
morirono circa 20.000 soldati, più di 1.000 ufficiali, mentre 25.000 uomini furono feriti gravemente. In queste
due grandi battaglie vi fu l'introduzione di nuove armi da fuoco, a Verdun i tedeschi misero in campo il
lanciafiamme (99 esemplari), mentre nella valle della Somme, il 15 settembre, gli inglesi misero in campo i
primi carri armati, chiamati tanks (49 elementi), ma non furono decisivi, perché piuttosto fragili. Nella regione
della Somme, morirono 146.404 soldati anglo-francesi e 164.055 tedeschi, mentre a Verdun 650.000 uomini.

12 Una guerra di logoramento


Ogni esercito era convinto che la guerra sarebbe stata breve e poco costosa, inoltre, nessuno possedeva, nel
1914, un'economia capace di sostenere una guerra di lunga durata. Già nel primo anno di guerra, dopo che la
prospettiva di una soluzione rapida del conflitto era svanita, emerse che la vittoria sarebbe stata ottenuta da chi
fosse stato capace di resistere più a lungo, continuando a mettere in campo risorse umane e materiali. La prima
guerra mondiale, come la guerra civile americana, assunse i caratteri di una guerra di logoramento. Per quanto
concerne l'arruolamento, l'Inghilterra era l'unico paese europeo a non possedere, nel 1914, la coscrizione
obbligatoria, per questo motivo all'inizio del conflitto poté schierare soltanto 50.000 uomini, mentre l'esercito
austro-ungarico 3 milioni, quello francese 4 milioni, quello tedesco 4,5 milioni e quello russo 6 milioni.
L'Inghilterra riuscì, nel 1915, ad aumentare il numero di soldati a 2.675.000, di cui tutti volontari. Però era
necessario un numero maggiore, così, il 5 gennaio 1916, fu presentata una proposta di legge per istituire il
servizio di leva, al fine di arruolare altri 2 milioni di soldati. Il numero dei soldati che presero parte al conflitto
fu enorme, in Germania si arrivò a 11 milioni di uomini mobilitati, numeri impensabili in qualsiasi guerra
precedente, per questo motivo il conflitto fu denominato “Grande guerra”. Inoltre Francia ed Inghilterra fecero
ampio ricorso alle truppe provenienti dalle colonie. Sul piano economico, il protrarsi della guerra rese
indispensabile la capacità di gestire e produrre risorse. A partire dall’estate 1914, la marina britannica istituì un
blocco navale per impedire le importazioni tedesche di materie necessarie per la produzione bellica, come il
rame e il nitrato di potassio dal Cile per la fabbricazione di esplosivi. Walther Rathenau, fautore di una
riorganizzazione dell'economia tedesca in modo da fronteggiare il blocco inglese, fu colui che sollecitò il kaiser
per l'istituzione di un ministero finalizzato a requisire e ridistribuire dell'alto le scorte di materie prime in
Germania. Egli introdusse una pianificazione dell'economia, che dichiarò la fine del modello liberista; in pratica
non erano più leggi del mercato a regolare l'economia, ma lo stato. Bisogna in fine aggiungere che, in Germania,
la tassazione sui profitti delle imprese che vendevano materiale militare allo stato, che in Inghilterra raggiunse
l'80% nel 1917, era quasi inesistente.

13 La guerra totale
La soluzione alla carenza di nitrato di potassio fu trovata facendo ricorso alle scoperte dell’industria chimica,
che era riuscita a ricavare l'azoto dall’atmosfera, ma in tempo in pace non aveva messo in atto nessun
procedimento a causa degli alti costi. Più difficile fu reperire generi alimentari, che in Germania scarseggiavano
a causa della carenza di fertilizzante, infatti il raccolto del 1916, fornì la metà del grano ottenuto nel 1913.
Essendo scesa la razione di pane a 170 grammi per individuo, la popolazione, nell'inverno del 1916-17, fu
costretta a nutrirsi quasi esclusivamente di rape. La mortalità infantile rispetto al 1913 aumentò del 50%, mentre
morirono per denutrizione almeno 700.000 individui. Nel 1916, i tedeschi giocarono la carta della guerra
navale, scontrandosi con la flotta britannica, al largo della costa dello Jutland, riuscendo ad affondare 3
corazzate ed altre navi, ma senza riuscire a forzare il blocco, inoltre furono costretti a ritornare nei porti, avendo
perso una corazzata ed altre navi. Preso atto dell’impossibilità di contrastare la marina inglese, la Germania
intraprese la guerra sottomarina, la più efficace risposta al blocco navale britannico. I sommergibili,
sistematicamente, affondavano qualsiasi nave che solcasse l’Atlantico e il Mare del Nord, silurandola. Lo scopo
era quello di arrestare l’afflusso di materie prime e generi alimentari diretti in Inghilterra, come quest'ultima
impediva l'arrivo di ogni merce alla Germania. Nei quattro anni di guerra la Gran Bretagna, perse oltre 2.000
navi, 373 nel solo aprile del 1917, periodo in cui la macchina militare bellica inglese corse il rischio di
incepparsi per mancanza di alimenti e materie prime. Ma, dal 24 maggio, la situazione migliorò in seguito
all’adozione del sistema dei convogli, praticamente le navi mercantili iniziarono ad attraversare l’Atlantico in
gruppo, protette dalla marina da guerra. Il fallimento dell’offensiva sottomarina può essere considerato una delle
principali cause della sconfitta tedesca. La guerra fu totale in quanto non faceva più differenza fra civili e
militari, perché la distruzione dell’apparato produttivo nemico risultava importante quanto una vittoria
sul campo. Nella seconda guerra mondiale questo aspetto fu ancora più drammatico, a causa dello sviluppo
dell'aviazione, che poteva effettuare bombardamenti su vasta scala.

14 Il crollo della Russia e l’intervento degli Stati Uniti (1917)


Se l'avanzata austriaca fu contrastata per un certo tempo dall'esercito russo, l’avanzata tedesca sul fronte
orientale europeo, fu inarrestabile, al punto che, nell’agosto 1915, Varsavia venne occupata e furono fatti
prigionieri circa 1.700.000 russi. All’inizio del 1917 l’esercito russo si era sgretolato e i disertori erano un
milione e mezzo, qui la Germania aveva di fatto vinto la guerra. Nelle città russe il costo della vita, durante la
guerra, era cresciuto del 700%. Anche se i salari degli operai delle industrie erano stati triplicati, tra il 1913 e il
1917, rimasero nettamente inferiori rispetto all'aumento dei prezzi. Inoltre, mancavano i generi di prima
necessità, come il pane, la legna, il carbone, per cui la gente soffriva la fame e il freddo. Tale situazione
provocò la caduta dello zar il 15 marzo 1917, poi, il 6 novembre, la rivoluzione dei comunisti guidati da
Vladimir Lenin. Il 3 marzo 1918 il governo comunista firmò coi tedeschi la pace di Brest-Litovsk, un trattato
assolutamente dannoso per la Russia, in quanto gli sottraeva vasti territori, tra cui l’Ucraina che sarebbe dovuta
diventare uno stato autonomo, satellite della Germania. Lenin, preoccupato di accentuare il proprio potere,
accettò queste condizioni, consapevole che il popolo russo era stanco di combattere e avrebbe sostenuto solo un
governo che lo avesse portato fuori dal conflitto. Per la Germania la sconfitta della Russia significò la fine della
guerra su due fronti e la possibilità di schierare tutto l'esercito in occidente. Tale situazione fu ribaltata
dall’entrata in guerra degli Stati Uniti contro l’Impero tedesco, il 6 aprile 1917. L'ultimo anno per la
Germania, fu una corsa contro il tempo, poiché avrebbe potuto vincere la guerra solo se fosse riuscita a
sconfiggere Francia ed Inghilterra prima dell'arrivo delle milizie americane. Sul mare la guerra era già stata
persa, dato che i sottomarini tedeschi non riuscirono a bloccare l’afflusso di uomini e merci provenienti
dall'America, destinate all'Inghilterra. I tedeschi non erano riusciti a bloccare questo afflusso, sia a causa del
sistema di convogli, sia a causa dello squilibrio che vi era tra la capacità degli americani di varare nuove navi,
assolutamente maggiore rispetto ai mezzi distruttivi dei sommergibili germanici. Come scrisse Martin Gilbert, in
16 diversi cantieri si fabbricavano navi con procedure straordinarie. A Newark, furono montate 150 navi
identiche prefabbricate, con una stazza di 800 tonnellate. In New Jersey, a Camden, venne costruita una nave di
5000 tonnellate in 27 giorni e armata in soli 10. Infine a Harriman, vennero assemblate 60 navi prefabbricate, di
9000 tonnellate l'una.

15 Significato storico dell’intervento americano

L’8 gennaio 1918 il presidente americano Thomas Woodrow Wilson in un messaggio al Congresso enunciò in
14 punti gli obiettivi politici che l’America si proponeva di ottenere dalla vittoria. Wilson presentava gli Stati
Uniti come i garanti della libera navigazione sui mari, che la guerra sottomarina tedesca aveva reso impossibile,
colpendo sia le imbarcazioni inglesi, sia le navi mercantili dei paesi neutrali. Inoltre, Wilson poneva il principio
di nazionalità come criterio di soluzione dei principali problemi europei, questo avrebbe comportato la
restituzione dell’Alsazia-Lorena alla Francia, la nascita di uno stato polacco indipendente e la dissoluzione
dell’Impero Austro-Ungarico. Per quanto concerne la Russia comunista, Wilson si dimostrò conciliante,
consapevole che i lavoratori di tutto il mondo guardavano il nuovo regime con simpatia, sostenendo che
bisognava lasciare ad essa l’opportunità di determinare in piena indipendenza le linee del proprio sviluppo
politico-nazionale. Infine, Wilson propose l’istituzione di una Società Generale delle Nazioni, ovvero un
organismo internazionale con lo scopo di risolvere i contrasti e garantire l’indipendenza politica e territoriale di
tutti gli stati. Il discorso di Wilson, segnò una svolta nel comportamento statunitense, il quale sino ad allora, non
era mai intervenuto attivamente nelle vicende europee, uscendo da quell'atteggiamento di isolazionismo, anche
se, dopo la sconfitta della Germania persero ben preso interesse per le vicende europee, infatti nel 1919 gli USA
non entrarono a far parte della Società delle Nazioni, istituita dalle potenze vincitrici. È importante notare che la
prima guerra mondiale fu vinta da francesi e inglesi solo con l’aiuto americano, questo tuttavia non significò la
perdita della centralità della politica dell’Europa e la dipendenza militare post-bellica dagli USA. Gli USA
avranno un grande peso in Europa, solo dopo la fine della seconda guerra mondiale, in contrapposizione alla
Russia sovietica, l'altro stato che, dopo il primo conflitto, si ritirò dalla scena internazionale, a causa degli
enormi problemi economico-sociali derivati dalla rivoluzione comunista.

16 La fine del conflitto

Il 21 marzo 1918 l’esercito tedesco iniziò una grande offensiva, che, nelle intenzioni dei generali Hindenburg
e Ludendorff, comandanti dell'armata tedesca dal 1916, avrebbe dovuto sfondare il fronte occidentale. I
tedeschi riuscirono effettivamente a sfondare il fronte in alcuni punti e a giungere nuovamente a minacciare
Parigi, tuttavia dopo quattro mesi l’offensiva si concluse con un insuccesso, grazie all’uso massiccio di aeroplani
e carri armati inglesi, francesi e americani, che riuscirono a respingere i tedeschi, a catturare 6.400 pezzi
d'artiglieria e a far prigionieri 363.000 soldati nemici. Nel settembre 1918, il comando tedesco era conscio che la
Germania non era più in grado di opporre resistenza, però le autorità non si decidevano a stipulare tratt ative di
pace, consapevoli che gli avversari avrebbero chiesto una resa senza condizioni. A novembre la situazione
degenerò, infatti il 3 novembre ammutinarono circa 3.000 marinai della base navale di Kiel sul Baltico, lo stesso
giorno l’Impero austro-ungarico si arrese, mentre nei giorni successivi si unirono ai ribelli 20.000 soldati della
guarnigione di Kiel e i marinai dei porti di Lubecca e Amburgo. Le rivolte di Monaco (7 novembre) e Berlino (9
novembre) provocarono l’abdicazione del Kaiser Guglielmo II, che fuggì in Olanda e la proclamazione della
Repubblica. L’11 novembre 1918 la Germania firmò l’armistizio con le potenze alleate. La prima guerra
mondiale era ufficialmente terminata dopo aver provocato la morte di almeno 10 milioni di soldati, oltre a 4
milioni di civili, morti per effetto diretto delle azioni belliche. A questo bilancio, bisogna aggiungere una
micidiale epidemia, denominata influenza spagnola, poiché la sua esistenza fu inizialmente riportata soltanto
dai giornali spagnoli, non soggetti a censura, che provocò la morte, in tutto il mondo, di oltre 20 milioni di
persone (la sola l’India contò 12 milioni di morti).

La guerra vissuta
17 L’euforia collettiva del 1914

Nell’estate del 1914 in tutti gli stati europei lo scoppio delle ostilità venne accolto con euforia ed entusiasmo,
sia perché tutti erano convinti che la guerra sarebbe durata poco e avrebbe portato al trionfo della propria
nazione, sia per motivi ben più profondi che anticipano gli orientamenti assunti nel dopoguerra da movimenti
totalitari come il fascismo o il nazionalsocialismo. In primis, anche i partiti socialisti dei vari paesi, nonostante
l’opposizione della Seconda Internazionale negli anni precedenti al 1914, che aveva proclamato che i lavoratori
avrebbero osteggiato con ogni mezzo l'entrata in guerra, finirono per appoggiare la scelta dei rispettivi governi,
dimenticando il principio marxista della solidarietà dei proletari di tutto il mondo e accettando di identificarsi
con la difesa della patria, in tal modo l’idea di nazione prevalse su quella di classe. Bisogna comunque ricordare
che non tutti i socialisti aderirono, infatti alcuni gruppi minoritari in Russia e Germania si opposero duramente.
18 La comunità nazionale

Nel giorno della dichiarazione di guerra, il kaiser Guglielmo II coniò uno slogan: “Non vedo più partiti. Vedo
solo tedeschi”. Agli occhi dei tedeschi, in quel momento storico, le differenze sociali e politiche, ampliate dalla
società industriale, parvero irrilevanti. Si compì un miracolo emotivo che suscitò un rinnovato senso della
comunità nazionale, intesa come una realtà omogenea chiamata ad un comune destino. Questo discorso vale
anche per i francesi con l'Union Sacreé, per gli inglesi, per gli austriaci... Però le differenze sociali ed
economiche non erano state abolite, ma trascese dal sentimento, cioè superate da una mistica della nazione
tedesca. Questo entusiasmo patriottico e l’atmosfera di spiritualità nazionale confluirono successivamente
nel modello nazionalsocialista, infatti tale frase può apparire come la fine del parlamentarismo, della
democrazia, dei diritti dell'uomo ed inizia a delineare il principio dell’obbedienza incondizionata al Führer. Le
liturgie di massa degli anni Trenta avranno proprio la funzione di trasformare individui di ceto differente in un
unico organismo compatto, il popolo tedesco.

19 La fuga dalla modernità

La moderna società industriale non è solo stratificata in classi, ma anche produttrice di nuovi tipi di rapporti
umani. Infatti l’individuo immerso nella massa in realtà è solo e vive tale isolamento con angoscia e dolore,
perché anche se migliaia di persone vivono in spazi ristretti, queste non si conoscono, non sperimentano più quel
complesso di relazioni sociali, tipiche della vita di campagna. Nel 1896 a Berlino, nacque il Movimento
giovanile, un fenomeno che investì la gioventù borghese alla fine dell’Ottocento, come forma di protesta nei
confronti dell’impersonale società urbana costruita dagli adulti. Questi giovani si dedicavano ad escursioni che li
portavano a diretto contatto con la natura. All’interno di questi gruppi non vi era una rigida gerarchia,
paradossalmente fu proprio qui che nacque il principio del Führer, infatti nei vari gruppi emergeva un leader, il
quale pur essendo un pari, si distingueva per il suo carisma, per le sue qualità morali e fisiche, meritandosi
l’unanime ammirazione e obbedienza, espressa con il saluto “heil”, accompagnato dal braccio destro teso verso
l’alto. Col tempo il movimento assunse un carattere sempre più nazionalistico, le escursioni vennero finalizzate
per riportare l'uomo a contatto con la natura, mentre la camminata e l'esercizio fisico assunse i caratteri di una
preparazione psicofisica in vista di un futuro servizio per la patria. Il Movimento giovanile fu un fenomeno
d’élite, mentre l’entusiasmo del 1914 coinvolse un gran numero di tedeschi, alla ricerca di nuove forme di
aggregazione capaci di sconfiggere l’isolamento urbano. Molte persone, aderendo alla guerra, si percepirono
parte di una comunità, si identificarono con la nazione, vincendo l’angoscia dell’isolamento. Per lo stesso
motivo milioni di tedeschi in seguito avrebbero aderito al Partito nazionalsocialista.

20 La disillusione dei soldati

Al momento della dichiarazione di guerra, i ragazzi che avevano aderito al Movimento giovanile si arruolarono
in massa per offrire se stessi alla patria. Ottantamila di questi volontari caddero nella battaglia di Langemarck,
nelle Fiandre, nel novembre 1914, falciati dalle mitragliatrici inglesi. Ci fu la stessa disillusione per i giovani
volontari inglesi, falciati dalle raffiche nemiche o impantanati nelle trincee. Nel loro immaginario, influenzato
dai ricordi del mondo classico, la morte per la patria era qualcosa di glorioso ed eroico, in realtà questi giovani si
trovarono di fronte ad una morte industriale di massa. Morire sventrati da una granata o avvelenati dal gas, per
essere sepolti in una fossa comune, non aveva nulla di glorioso, crollò così per i soldati, compresi i giovani,
l’illusione di una guerra eroica. Inoltre ci fu un ulteriore delusione per i giovani volontari borghesi tedeschi,
perché le tipiche divisioni sociali riemersero e caratterizzarono la vita delle trincee, infatti questi non erano
graditi dal resto delle milizie, di origine operaia o contadina. Per questi ultimi soldati, l'eroismo o il sacrificio
per la patria non erano altro che parole vuote, poiché anche se alcuni di loro, allo scoppio delle ostilità avevano
partecipato al generale entusiasmo, ben presto lo spirito di sopravvivenza prevalse su ogni altro valore. Come
afferma Carl Zuckmayer, per questa gente del popolo la vita era il massimo bene, così chiunque si fosse tuffato
volontariamente nel pericolo, ai loro occhi sarebbe apparso un irresponsabile. La guerra apparve come un
micidiale meccanismo capace di schiacciare in modo industriale milioni di vite.
21 Rivolte e ammutinamenti

Più la guerra di logoramento continuava, esigendo costi sempre maggiori, più il malcontento divenne acuto tra
i soldati e tra la popolazione, stanca dell'aumento dei prezzi, della carenza di beni di prima necessità e del
razionamento del cibo. Questo malcontento, sino a quando ognuna delle potenze coinvolte pensava di vincere,
non esplose apertamente e non riuscì a trovare una forza politica che lo trasformasse in rivolta. Alcuni gruppi
minoritari, una volta staccati dai Partiti socialisti dei diversi paesi, si riunirono in congresso nella neutrale
Svizzera, a Zimmerwald (settembre 1915) e a Khienthal (aprile 1916), ma i loro appelli di pace che
rilanciavano il tradizionale internazionalismo proletario marxista, non furono efficaci. Nel 1917 la situazione
degenerò, infatti in aprile a Berlino 200.000 operai scioperarono, richiedendo trattative di pace, mentre il 27
maggio 1917, 300.000 soldati francesi abbandonarono le trincee, trasferendosi nelle retrovie. Il primo giugno, a
Missy-aux-Bois, una parte della fanteria si impossessò della città dando vita ad un contro-governo, atto a porre
fine alla guerra. Quando le autorità militari francesi si mossero per porre fine all'ammutinamento, si resero conto
di dover reprimere la rivolta in modo inflessibile ed intervenire per migliorare le condizioni di vita dei soldati al
fronte. Quattrocento uomini furono condannati a morte, dei quali 50 effettivamente fucilati, mentre gli altri
inviati ai lavori forzati. Al fronte, vennero concessi periodi di riposo più lunghi e rimandati i progetti di
offensiva, con la consapevolezza che gli assalti alle trincee tedesche avrebbero potuto portare al collasso del
fronte francese per ammutinamento. Dopo circa sei settimane, l'esercito ricominciò ad obbedire agli ordini dei
generali. In Russia la situazione stava precipitando, i disertori erano a migliaia, mentre la popolarità dei
comunisti cresceva. Lenin riuscì a legare il socialismo al rifiuto della guerra. Come scrisse Francois Furet,
nell'Ottobre del 1917 ci furono le prime manifestazioni collettive contro la guerra, l'unione del principio della
rivoluzione con quello di pace, il risentimento contro la guerra che diede slancio alla rivoluzione
anticapitalistica. Chi avesse voluto protestare contro la guerra, dopo la vittoria di Lenin, avrebbe effettivamente
assunto come proprio stemma, la bandiera rossa della rivoluzione d'Ottobre. Per questo motivo i movimenti
nazionalisti radicali, in Italia e Germania, avrebbero visto il comunismo come il principale nemico della
nazione. Secondo Hitler, la guerra era stata persa per il tradimento del fronte interno che aveva pugnalato alle
spalle l’esercito ancora imbattuto. Fu proprio questo rancore per la sconfitta, che avrebbe costituito la principale
base del fascismo e del nazionalsocialismo, direttamente connessa al primo conflitto.

L’Italia dal 1914 al 1918

Il problema dell’intervento
22 La scelta della neutralità

Allo scoppio della guerra l’Italia era legata alla Germania e all’Austria-Ungheria per mezzo della Triplice
Alleanza. Nel momento in cui fu evidente che il conflitto avrebbe assunto vaste dimensioni, il capo di Stato
Maggiore dell’esercito, generale Luigi Cadorna, sollecitò il re ed il governo per l’entrata in guerra al fianco delle
truppe alleate. Tuttavia il governo, presieduto dal liberale conservatore Antonio Salandra, decise che l’Italia
sarebbe rimasta neutrale, in quanto la Triplice Alleanza era un trattato puramente difensivo e non si era verificata
una vera e propria aggressione nei confronti dei due Imperi alleati con l’Italia. I nemici della Germania, dopo
aver accolto con sollievo la decisione italiana, sollecitarono l'Italia per schierarsi dalla propria parte, consci che
essa aveva esaurito le ragioni che l'avevano portata a firmare la Triplice Alleanza, ovvero il desiderio di frenare
l’espansionismo francese nel Mediterraneo. Infatti la spartizione dei territori africani tra Italia e Francia era
avvenuta in modo consensuale, dunque tra i due paesi non vi erano motivi di contrasto. Invece, l’Austria-
Ungheria non aveva alcuna intenzione di cedere Trento e Trieste all’Italia.

23 I sostenitori della neutralità

Differentemente dagli altri governi europei obbligati ad assumere decisioni drammatiche in tempi brevissimi
nell'estate del 1914, le autorità italiane ebbero il tempo di riflettere sulla scelta più opportuna per gli interessi
dello stato. Invece di un grande movimento di solidarietà nazionale, la prospettiva della guerra generò in Italia
un vasto dibattito e una violenta frattura dell’opinione pubblica, divisa tra interventisti e neutralisti. Il più
autorevole dei neutralisti era Giolitti, il quale non era contrario alla guerra in sé, ma aveva intuito che il conflitto
sarebbe stato lungo e logorante, ritenendo che l’Italia avrebbe tratto maggiori vantaggi dalla neutralità. Anche la
Chiesa pensava fosse opportuno restare fuori dal conflitto, sia per ragioni di natura morale, in quanto il conflitto
si stava rivelando un enorme massacro, papa Benedetto XV lo definì una “inutile strage”, sia per ragioni
politiche, l’intervento italiano contro l’Austria-Ungheria avrebbe potuto contribuire alla sconfitta dell'altra
grande potenza europea apertamente cattolica. I neutralisti comprendevano anche i socialisti, i quali pensavano
che la guerra mondiale non fosse altro che la continuazione della volontà imperialista degli stati di strappare con
la forza ai rivali nuove regioni e che il proletariato non avrebbe ottenuto alcun beneficio neanche dalla vittoria,
dato che sarebbero stati gli operai ed i contadini a morire nella guerra. Tuttavia, i socialisti italiani si limitarono a
un'opposizione verbale, espressa dal motto “né aderire né sabotare”.

24 Gli interventisti di sinistra

Gli interventisti erano un gruppo di persone non meno eterogeneo di quello dei neutralisti. Vi erano innanzitutto
gli intellettuali democratici, tra cui lo storico Gaetano Salvemini e il coreografo Cesare Battisti, che sarebbe
stato poi impiccato dagli austriaci nel 1916, eredi della tradizione mazziniana e risorgimentale, secondo cui la
guerra rappresentava un “nuovo Risorgimento”, ovvero l’occasione per liberare Trento e Trieste e completare
l’unificazione nazionale. Ancora più a sinistra, tra gli interventisti spiccarono, i sindacalisti rivoluzionari, i
quali, ispirati alle ciniche teorie del filosofo francese George Sorel, vedevano nella guerra il logoramento delle
strutture politico-sociali del paese a causa della miseria e della sofferenza che essa avrebbe causato, la
condizione ideale per dare avvio alla rivoluzione proletaria, per questo andava vista con entusiasmo. Su
posizioni simili si schierò anche Benito Mussolini, convinto che la neutralità fosse la causa dei moderati e dei
conservatori. Il 15 novembre 1914 fondò un nuovo quotidiano, “Il Popolo d’Italia”, per sostenere una
propaganda interventista. Benché il giornale riportasse come sottotitolo la dicitura “quotidiano socialista”, esso
fu finanziato da numerosi gruppi industriali, favorevoli al coinvolgimento del paese in guerra, e probabilmente
anche dall’ambasciata francese.

25 I nazionalisti

I più accesi sostenitori dell’intervento furono i nazionalisti, un movimento fondato da Enrico Corradini nel
1903, il quale diffondeva i propri ideali principalmente nella rivista “Il Regno”. Nel 1911, Corradini aveva
sostenuto con entusiasmo la guerra in Libia, che nella sua prospettiva doveva essere il primo passo per
trasformare l'Italia in una grande potenza. Corradini strumentalizzò la terminologia marxista per sostenere idee
nazionaliste. Secondo il suo giudizio, i motori della storia non erano le classi sociali ma le nazioni, in continua
lotta per la sopravvivenza e la supremazia. Egli riteneva che vi fossero nel mondo moderno “Nazioni borghesi”,
ovvero quelle che avevano costruito già da tempo i propri imperi e si erano arricchite, e “Nazioni proletarie”,
ossia quelle, tra cui l’Italia, che erano ancora alla ricerca di una propria affermazione politico-militare e di un
impero coloniale. Tra i due gruppi non ci poteva essere pace, perché le nazioni ricche, soffocavano quelle
proletarie, più povere ma giovani, cioè piene di energia, destinate ad emergere e a prendere il posto delle
potenze borghesi. Per favorire questo processo era necessario schiacciare “l’ignobile socialismo”, che poteva
condurre la nazione verso la guerra civile, esortando i proletari a combattere contro i borghesi. Inoltre, Corradini
era nemico della democrazia e del parlamentarismo, incapaci di condurre la nazione alla grandezza, mentre
riteneva che il potere dovesse essere esercitato in modo autoritario da una élite ristretta, capace di individuare gli
obiettivi della politica nazionale e di perseguirli con costanza. Per comprendere la novità del pensiero di
Corradini, risulta utile distinguerlo da quello di Mazzini. In entrambi i casi la Nazione è posta al centro della
riflessione, però se il pensatore risorgimentale desiderava un'Europa in cui tutti i popoli potessero vivere in
modo libero ed indipendente, per Corradini la l'Italia doveva dominare sulle altre nazioni. Infine se Mazzini era
un duro oppositore del socialismo, era comunque un forte sostenitore della democrazia.
26 Gli intellettuali

Le posizioni antidemocratiche e nazionaliste di Corradini trovarono numerosi consensi tra gli intellettuali, molti
dei quali avevano adottato una versione banalizzata del concetto del superuomo di Nietzsche, pertanto
assumevano atteggiamenti trasgressivi e provocatori. Ai loro occhi la società moderna non lasciava spazio
all'individuo geniale, sempre schiacciato dalle masse e da una morale che lo costringeva a condurre una vita
piatta e meschina. Gabriele D’Annunzio aveva aperto la strada a questo tipo di rivolta dell'individuo e nei suoi
romanzi aveva fornito esempi di personaggi capaci di trasgredire la morale per vivere una vita intensa. Sul piano
letterario, i testi di D'Annunzio apparivano troppo arcaici, lontani da una modernità caratteristica per la sua
velocità e per la sua proiezione più verso il futuro, che verso il passato. La guerra, essendo moralmente vista
come il peggiore dei mali, venne assunta dalla nuova generazione di intellettuali come l'evento affascinante per
eccellenza. Giovanni Papini, nel 1913 sulla rivista Lacerba, celebrò la guerra come uno strumento liberatore,
capace di spazzar via dalla Terra l’umanità in eccesso, le ottuse masse che soffocavano il genio. In termini simili
Filippo Tommaso Marinetti definì la guerra la “sola igiene del mondo”. Marinetti diede vita nel 1909 al
movimento artistico del Futurismo, preoccupato di adeguare l’arte alla realtà moderna, al XX secolo, visto come
il tempo della velocità. Le produzioni di Marinetti erano caratterizzate dalla volontà di dare velocità e ritmo alla
comunicazione artistica, anche a costo di distruggere la sintassi, il suono e la figura. Tutti questi autori
esaltavano l'individuo, però nel momento in cui il desiderio di trasgressione scelse la guerra come mezzo di
provocazione, tutti assunsero posizioni nazionalistiche, esaltando un'unita collettiva, chiamata nazione.

L’Italia in guerra
27 Il Patto di Londra

Nella primavera del 1915 gli interventisti intensificarono la propaganda a favore della guerra e
organizzarono numerose manifestazioni dei massa, in cui fu determinante il contributo coreografico di
D’Annunzio. Alcuni di quei raduni rappresentarono l’inizio di un nuovo modo di gestire la leadership politica,
anticipando le liturgie di massa del periodo fascista. Il leader non era più una figura separata dal popolo, ma
colui che sapeva emozionarlo, risvegliando i sentimenti più profondi. Chi partecipava al raduno era colpito dalle
musiche, dai colori, dal contesto e dalle parole dell’oratore. Il risultato era una profonda carica emotiva, capace
di travolgere ogni obiezione di tipo razionale mossa alle idee del leader, che utilizzava termini e simboli ereditati
dalla tradizione religiosa. Il 26 aprile 1915, il governo italiano firmò il Patto di Londra, con cui si impegnava
ad entrare in guerra entro un mese, a fianco della Francia, Gran Bretagna e Russia, contro Austria-Ungheria e
Germania. L’Italia dopo la vittoria, secondo l'accordo, avrebbe ottenuto Trento e Trieste, l’Alto Adige, l’Istria, la
Dalmazia e una parte delle colonie tedesche in Africa. Il Patto, per acquistare un valore effettivo, doveva essere
ratificato dal Parlamento, la cui maggioranza era però su posizioni neutraliste, simili a quelle di Giolitti. Tale
atteggiamento suscitò la collera degli interventisti, soprattutto di Mussolini. In quell’occasione egli sostenne che
per la salute dell’Italia, bisognerebbe fucilare una dozzina di deputati, mandare all’ergastolo almeno un paio di
ex ministri ed estirpare il Parlamento, fonte di corruzione della Nazione.

28 Il “maggio radioso”

Il maggio del 1915, ribattezzato da D’Annunzio “maggio radioso”, vide nelle principali città italiane scontri
violenti fra neutralisti e interventisti. Gli interventisti si presentavano come la nuova élite che interpretava il
volere della nazione e del popolo, colei che lo avrebbe condotto verso grandi imprese. A Roma la stampa
interventista si diffuse ed aumentarono gli inviti all'assassinio di Giolitti e dei deputati che lo appoggiavano.
Resosi conto di non godere della fiducia della Camera, il 13 maggio Salandra, diede le dimissioni, ma il re
Vittorio Emanuele III, sostenitore dell’intervento, gli conferì nuovamente l’incarico. Per i deputati votare
nuovamente contro il Patto di Londra, avrebbe significato rinnegare l’autorità del Re, pertanto il 20 maggio il
Parlamento ratificò la decisione del governo, con il voto contrario dei socialisti. Il 24 maggio, l’Italia entrò in
guerra! L'ingresso dell'Italia in guerra non aveva affatto provocato un entusiasmo collettivo, ma un clima di
guerra civile, di violenza e rancore. Dopo la guerra, molti interventisti, confluirono nel fascismo, i quali, già nel
maggio radioso, si erano convinti che all'interno della nazione si nascondessero veri e propri nemici dell'Italia, i
quali andavano zittiti, schiacciati o eliminati. Di fatto il Parlamento era stato scavalcato, ciò determinò una sua
perdita di prestigio che si ripercosse anche negli anni successivi alla fine del conflitto. In ogni caso non è
corretto parlare di colpo di stato, mentre è condivisibile il giudizio del leader socialista Turati, il quale sosteneva
che la guerra, ancor prima di esser scoppiata, abolì la dignità e il vigore dell'istituto parlamentare.

29 Le operazioni militari

Il fronte italiano era lungo circa 700 km e le operazioni militari si svolsero contemporaneamente nelle regioni
del Trentino e del Carso. Nel Trentino vi fu una guerra di montagna, in condizioni ambientali critiche, che
provocarono da sole circa 35.000 morti. Nella regione dell’altopiano del Carso, che separa il fiume Isonzo da
Trieste, vi fu una battaglia analoga a quella che si svolse negli stessi anni in Francia o nelle Fiandre. Qui, furono
combattute quelle che la storiografia indica come le 12 battaglie dell’Isonzo. Nel maggio 1916 gli austriaci
lanciarono la loro spedizione punitiva (Strafexpedition) contro l’Italia, attaccando violentemente il Trentino e
avanzando per una ventina di chilometri, ma venendo infine fermati. Nell’agosto del 1916 l’Italia prese
l’iniziativa e attaccò nella zona del Carso, conquistando Gorizia, ma senza riuscire a proseguire l’offensiva.
Le perdite nell’esercito italiano furono pesantissime, solamente nel 1916, 118.000 morti e 285.000 feriti, in
quanto i comandanti applicavano la tattica dell’assalto frontale, senza badare alle perdite. Come affermò lo
storico inglese Christopher Watson, il coraggio ed il numero non bastarono, perché l'esercito italiano si trovò a
combattere una guerra di trincea tra fili spinati e sbarramenti d'artiglieria.

30 La disfatta di Caporetto

Con il crollo dell’esercito russo, nel 1917, gli austro-ungarici, sostenuti da divisioni scelte di tedeschi,
concentrarono tutte le loro truppe sul fronte italiano e pianificarono una massiccia offensiva sull’Isonzo,
all’altezza del villaggio di Caporetto (oggi Kobarid, in Slovenia), per far arretrare l'esercito italiano sino al
Tagliamento. Il generale Cadorna era stato informato del piano da alcuni disertori austriaci, ma non prestò fede a
quelle notizie, pertanto, quando il 24 ottobre 1917, l’esercito austro-tedesco investì le prime linee con
violentissimi bombardamenti, gli italiani furono presi alla sprovvista ed il comando rimase indeciso su cosa fare
per alcuni giorni, emanando ordini contraddittori e confusi. I tedeschi ottennero così un successo superiore ad
ogni loro aspettativa e l’esercito italiano fu costretto, incalzato dai nemici, ad una ritirata disordinata per circa
140 km. Solo lungo la linea del fiume Piave fu possibile ricostruire un efficace sistema difensivo. L’episodio più
critico della ritirata fu l’ingorgo di migliaia di soldati sui pochi ponti che permettevano il passaggio del
Tagliamento. L'ingorgo delle vie di comunicazione in quella circostanza può essere paragonato al collasso di un
autostrada moderna. Le province di Udine, Belluno, Treviso, Vicenza e Venezia furono occupate dagli austro-
tedeschi. Circa un milione di persone si trovò sotto l’occupazione militare straniera, mentre 600.000 profughi
furono costretti ad abbandonare le loro case. Il regime di occupazione fu estremamente duro, perché le truppe
nemiche dovevano ricavare dalle zone che occupavano, i generi alimentari necessari per sopravvivere. I territori
italiani furono sottoposti, prima a razzie disorganizzate, poi a un processo di spoliazione sistematica. Non
mancarono violenze sessuali verso le donne, né morti per denutrizione, circa 30.000 civili.

31 L’ultimo anno di guerra

Dopo la disfatta di Caporetto, Cadorna venne esonerato, al suo posto fu nominato il generale Armando Diaz,
mentre la direzione politica passò nelle mani di Vittorio Emanuele Orlando, il quale riuscì ad ottenere dagli
alleati, regolari rifornimenti alimentari e ingenti crediti, con cui fu possibile rilanciare l’economia di guerra
italiana e sperare che il malcontento fra le masse non degenerasse in aperta rivolta. Infatti nell'agosto del 1917,
due mesi prima di Caporetto, si erano verificati ampi tumulti a causa della mancanza di pane e farina, così per
fermare la rivolta, fu necessario l'uso di autoblindo e mitragliatrici, provocando 50 morti e più di 200 feriti.
Grazie ad Orlando, la produzione di acciaio e ghisa aumentò vertiginosamente, permettendo all'esercito italiano
di avere un numero di cannoni adeguato alle esigenze militari. Per diversi mesi il generale Diaz assunse un
atteggiamento difensivo, consapevole della situazione di logoramento degli eserciti avversari. Nell’autunno
1918, la situazione in Germania e Austria-Ungheria era disperata. Diaz ordinò il contrattacco il 26 ottobre, così
nella regione di Vittorio Veneto, le truppe austro-ungariche non riuscirono a resistere e si disgregarono, dando
luogo a numerosi ammutinamenti, soprattutto di soldati slavi e ungheresi decisi a chiedere l'indipendenza per le
proprie nazioni. Il 3 novembre l’Austria-Ungheria firmava la resa, che prevedeva per il giorno seguente la fine
delle ostilità. L’Italia usciva vincitrice dalla guerra, che le era costata 680.000 morti e un milione di feriti, di
cui la metà mutilati o invalidi. Tuttavia per i nazionalisti ciò che ottenne l’Italia dopo la Conferenza di pace era
assolutamente inadeguato, mentre i socialisti ebbero la conferma dell'inutilità del conflitto. Pertanto l'atmosfera
di scontro non si placò affatto, mentre fu il clima ideale per la nascita del movimento fascista.

Gli italiani in guerra


32 Contadini soldati

Dei 4.250.000 soldati italiani inviati al fronte il 45% era di origine contadina e moltissimi erano analfabeti,
dato che, nel 1911, l'analfabetismo riguardava il 40% della popolazione totale. Nel 1906, 46 bambini su 100,
non frequentavano le elementari, unico luogo dove si poteva apprendere la lingua italiana. Per questi individui la
parola “Patria” era un'espressione quantomai incomprensibile e la chiamata in guerra, nel 1915, non aveva nulla
di entusiasmante, piuttosto era una sciagura da affrontare con rassegnazione. Fu la guerra ad avvicinare molti di
loro alla scrittura, per tenere diari e per scrivere lettere alle famiglie. Questi mezzi di espressione aiutarono
molti a scaricare la tensione e a superare il trauma della guerra, utilizzando la scrittura come strumento
catartico, fungendo in certi casi come l’equivalente immaginario di quella fuga dalla trincea o di quella
ribellione che risultava impossibile a causa della dura repressione dell’autorità militare.

33 L’apparato repressivo delle autorità

La corrispondenza dei soldati veniva sottoposta a censura, anche se in realtà solo poche lettere potevano
essere effettivamente controllate, circa il solo 2%, per impedire che i soldati esprimessero riserve e critiche nei
confronti della guerra e degli ufficiali. Nel periodo tra il 1915 e il 1918 vennero chiamati alle armi circa
5.200.000 italiani, di questi 870.000 furono oggetto di denuncia all’autorità militare. Tra i denunciati il gruppo
maggiore era quello dei renitenti alla chiamata, 470.000 individui, di questi circa 370.000 erano emigrati
residenti all’estero. Per questi uomini l'amor di Patria, non era altro che la nostalgia che provavano verso la città
o il villaggio abbandonato, senza prendere in un considerazione un'entità ben più vasta, l'Italia.

34 Autolesionismo e follia

Tra i soldati fu molto comune la pratica dell’autolesionismo, come mezzo per essere ritirati dal fronte. Le
autorità militari repressero con durezza tale comportamento, così come la diserzione e i tentativi di
consegnarsi come prigioniero al nemico. Il massimo del rigore era applicato agli episodi di ammutinamento e
di aperta ribellione, infatti nei casi in cui non si trovava il responsabile veniva applicata la decimazione, che
consisteva nel fucilare un certo numero di soldati, estratti a sorte nel gruppo dove si erano manifestati i
disordini. Solo dopo la disfatta di Caporetto si cercò di dare maggior sostegno morale alle truppe, puntando
più sulla propaganda che su una spietata disciplina. Tra i soldati cominciarono a girare dei giornali di trincea,
costituiti soprattutto da immagini e vignette, per un pubblico in gran parte semi-analfabeta, per spiegare i motivi
della guerra e le ragioni per cui bisognava resistere. Come scrisse Antonio Gibelli, questi fogli possono essere
considerati il primo tentativo in Italia di un giornale di massa a grande diffusione. Né la ferrea disciplina, né la
propaganda impedirono a 40.000 soldati di impazzire dopo una permanenza al fronte o dopo essere bombardati
dall'artiglieria. I medici militari di allora, impreparati rispetto al fenomeno della follia di guerra, ritenevano i
soldati folli solo degli abili simulatori, agendo con severità. Più tardi capirono, che in realtà si trattava di un
fenomeno psichico ben preciso, interpretabile come meccanismo estremo di autodifesa messo in atto
automaticamente dalla mente per fuggire dagli orrori della guerra. Esaminando le cartelle mediche, questi
uomini, riscontravano sintomi ben diversi tra loro, alcuni perdevano la parola, altri erano preda di violente
allucinazioni, altri ancora assumevano atteggiamenti infantili.

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