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Seconda guerra mondiale: le origini del conflitto

1 Premessa
Nel 1942, quando il conflitto aveva ormai raggiunto il suo apice ed il suo esito era ancora incerto,
si contrapponevano due grandi coalizioni, da una parte Germania, Italia e Giappone, dall'altra
USA, URSS e Gran Bretagna. Eppure, negli anni Venti e persino qualche mese dopo lo scoppio
delle ostilità (nel 1939), nessuno avrebbe potuto determinare con certezza le forze in campo e le
loro alleanze.
Per quanto complesse siano le discussioni sui rapporti tra le democrazie occidentali e l'Unione
Sovietica, sul patto russo-tedesco e sull’atteggiamento delle potenze antinaziste alla vigilia del
settembre 1939, rimane inalterato il giudizio che allora si formò, nell'opinione pubblica, sulla
responsabilità del nazismo e del fascismo per lo scoppio del conflitto e sul peso determinante che
ebbero, in contrasto con le aspirazioni dei loro popoli e con gli interessi delle loro nazioni, le scelte
dei due dittatori. Nello stesso stato maggiore tedesco, oltre che nell'opposizione politica
clandestina al regime, vi furono serie perplessità riguardo i progetti di Hitler, che prima di iniziare
le operazioni dovette sostituire sia il ministro della guerra von Blomberg, sia il capo delle forze
armate von Fritsch ed assumere il comando della Webrmacht (ossia delle forze armate). I popoli
coinvolti, consapevoli dall'esperienza del 1914-1918, accettarono la guerra come una tragica
necessità. Inoltre, la diffusa convinzione che fosse stata imposta dal nazismo le diede il carattere
sempre più marcato di scontro non solo tra nazioni ma soprattutto tra ideologie e sistemi politici.

2 Trattati di Rapallo e di Locarno


Negli anni Venti le relazioni tra Germania e Unione Sovietica (due paesi che dovettero cedere, al
termine della Grande Guerra, ampie porzioni di territorio al neonato stato polacco) furono cordiali,
come mostrò la firma del Trattato di Rapallo nel 1922, che prevedeva sia l’attivazione di un
regolare commercio tra i due paesi, sia l'impegno della Germania a non partecipare ad una futura
crociata antibolscevica. Inoltre (particolare segreto, ma essenziale), all'esercito tedesco era
concesso addentrarsi clandestinamente nel territorio russo con tutte le armi moderne che il Trattato
di Versailles gli aveva vietato di possedere. Pertanto, il Trattato di Rapallo partiva dal presupposto
che il vero nemico della Germania e dell'Unione Sovietica fosse la Polonia.
Inoltre, il primo dicembre 1925, il cancelliere tedesco Gustav Stresemann, firmò il Trattato di
Locarno, attraverso cui la Germania accettava come definitivo l’assetto territoriale fissato dai
vincitori ai confini occidentali: ciò significava una rinuncia all’Alsazia-Lorena. In cambio, il
trattato rimaneva ambiguo riguardo le sorti dei confini orientali, la cui revisione non era esclusa.

3 La Società delle Nazioni


Il Trattato di Locarno prevedeva anche l’ingresso della Germania nella Società delle Nazioni,
organismo voluto da Wilson per promuovere una collaborazione internazionale. Gli stati membri
avrebbero dovuto difendere l'integrità territoriale di ogni paese che avesse subito un aggressione e
contribuire a risolvere gli eventuali conflitti col negoziato. Ciò significava che la Germania non era
più considerata come una minaccia per l'ordine internazionale.
La capacità d’azione della Società delle Nazioni fu messa alla prova quando il Giappone, nel
1931, occupò la Manciuria (una regione nominalmente dipendente dalla Cina, ma
economicamente controllata dai giapponesi, cui apparteneva il 75% dei capitali investiti nella
regione, ricca di ferro e carbone). La crisi del '29 aveva infatti colpito duramente anche l'economia
nipponica, che poté riprendersi soltanto attraverso massicci investimenti nell'industria pesante.
L'occupazione della Manciuria avrebbe fornito al Giappone le materie prime a basso costo
necessarie per risollevarsi economicamente. Pertanto, si procedette all'invasione e alla sua
trasformazione nel Manchukuo (uno stato fantoccio, formalmente autonomo, governato dall'ultimo
discendente della dinastia Qing).
La Società delle Nazioni condannò l’intervento giapponese, ma di fatto non fu capace di prendere
alcun provvedimento. Da un lato la condanna formale irritò profondamente il Giappone, che uscì
dalla Società delle Nazioni, dall’altro mostrò l’impotenza dell’organismo. Perciò, la Società
elaborò un complesso sistema di sanzioni economiche che divennero effettivamente operanti, per
la prima volta, in occasione dell’aggressione italiana all’Etiopia (nel 1935).

4 La politica estera tedesca negli anni 1933-1936


Con l’avvento al potere di Hitler cessò il rapporto di collaborazione tra Germania e URSS. Inoltre,
il 26 gennaio 1934, venne firmato un patto di non aggressione con la Polonia. Con le altre
potenze europee i rapporti cominciarono a farsi più tesi, come nel caso dell’Italia, quando
Mussolini si oppose al tentato colpo di stato nazista in Austria. Questa, dopo la dissoluzione
dell'Impero asburgico, aveva chiesto di potersi unire alla Germania (in virtù del principio di
nazionalità), ma le potenze vincitrici le negarono la richiesta, e così rimase un piccolo stato
autonomo che svolgeva un ruolo di cuscinetto tra lo stato italiano e quello tedesco. Nel 1934 (dopo
la notte dei lunghi coltelli), i nazisti austriaci tentarono un colpo di stato, assassinando il
cancelliere Dollfus, contrario all’unione con la Germania (il 25 luglio 1934). Mussolini minacciò
di intervenire militarmente, e la crisi fu risolta solo dopo che il governo austriaco riprese il
controllo della situazione.
Nel gennaio del 1935, bloccato in Austria, Hitler ottenne un clamoroso successo politico, quando,
con un referendum, circa il 90,5% degli abitanti della Saar scelse la riunificazione con la
Germania, scaduti i 15 anni di occupazione francese previsti dal trattato di pace. Il trionfale
plebiscito permise al nazismo una ripresa della sua aggressiva politica estera.
La prima violazione del Trattato di Versailles, da parte di Hitler, si verificò nel marzo del 1935,
quando venne ripristinata in Germania la coscrizione obbligatoria. Per risposta, nell’aprile,
Francia, Gran Bretagna e Italia si riunirono a Stresa e decisero di mantenere l’attuale assetto
europeo, che Hitler invece intendeva modificare. Nel maggio del 1935 Hitler annunciò
solennemente che la Germania ripudiava le residue clausole sul disarmo del Trattato di Versailles,
considerato che anche le altre potenze non avevano rispettato il proprio obbligo di disarmo.

5 La conquista italiana dell’Etiopia


L’Italia, nell’estate del 1935, era alleata con Francia e Inghilterra. Mussolini, tuttavia, aveva già
deciso di conquistare l’Etiopia, per trasformare l’Italia in una grande potenza (laddove lo stato
liberale aveva sempre fallito, come nella disfatta di Adua del 1896). Il governo inglese e quello
francese non avevano interessi in Etiopia e non sollevarono particolari obiezioni. D’altro canto,
l’Etiopia faceva parte della Società delle Nazioni e pertanto bisognava difendere il suo onore e la
sua dignità.
All’alba del 3 ottobre 1935, quando le truppe italiane invasero l’Etiopia, la Società delle Nazioni,
il 7 ottobre, emanò delle sanzioni economiche contro l’Italia. Tuttavia, si trattava di misure
moderate, in quanto seppur vietasse agli stati membri della Società il commercio con l’Italia, non
venne proibita l’esportazione verso l’Italia di ferro, acciaio, carbone e petrolio.
Le sanzioni, anche se danneggiarono l'economia nazionale, non impedirono al regime fascista di
portare avanti la guerra (anche con l’uso di gas asfissianti). Il 9 maggio 1936, il re d’Italia venne
proclamato dal Duce “Imperatore d’Etiopia”.
Nonostante la reazione di Francia e Inghilterra fu debole, in quanto l’Inghilterra non chiuse il
canale di Suez e le sanzioni furono tali da non soffocare l'economia italiana, a Mussolini parve
ugualmente di essere stato tradito e ciò incrinò il cosiddetto “fronte di Stresa” (l’intesa fra
Francia, Inghilterra e Italia). Hitler approfittò di questa situazione per denunciare il Patto di
Locarno e occupare la Renania smilitarizzata (7 marzo 1936).
6 La guerra civile spagnola
I rapporti tra Italia fascista e Germania nazista, fino a quel momento tiepidi, a causa della
questione austriaca, a partire dalla conquista dell’Etiopia si fecero sempre più stretti, al punto che
nel novembre 1936 Mussolini proclamò l’esistenza di un'Asse Roma-Berlino, attorno al quale
avrebbe dovuto ruotare la politica europea.
Nel 1931, la Spagna, in seguito alla vittoria delle forze di sinistra, era diventata una repubblica.
Ma la destra cattolica, anche grazie al favore dell’esercito, era tornata al potere dopo due anni e
aveva attuato una violenta repressione nei confronti degli scioperi dei minatori delle Asturie
(ottobre spagnolo). Nel febbraio del '36, alle nuove elezioni politiche, le forze di sinistra erano
nuovamente tornate al governo, grazie ad una coalizione di sinistra, il Fronte popolare, che
intendeva ridimensionare l'enorme peso della Chiesa nella società spagnola ed introdurre varie
riforme sociali a sostegno degli operai e dei contadini. I ceti superiori temevano che il paese
potesse trasformarsi in una nuova Russia, anche a causa dei disordini sociali e anticlericari causati
dagli anarchici. Così, il 7 luglio 1936, il generale Francisco Franco, che comandava le truppe
stanziate in Marocco, si mise alla guida di una rivolta contro il governo e cercò di impadronirsi del
potere con l’appoggio della grande borghesia (proprietari terrieri e Chiesa). Ne seguì una
sanguinosa guerra civile, che si concluse nel 1939 con la vittoria delle forze reazionarie. La guerra
civile vide il coinvolgimento di varie potenze. L’Italia fascista e la Germania nazista sostennero
i ribelli, inviando armi e truppe. Tra i vari aiuti, ricordiamo il bombardamento compiuto dagli
aerei tedeschi sulla città di Guernica (immortalato dal celebre quadro di Picasso). La repubblica fu
invece appoggiata dall’Unione Sovietica, mentre Francia e Inghilterra (preoccupate per la
nascita di un nuovo governo comunista) optarono per il non intervento.

7 La politica estera tedesca negli anni 1937-1938


Il 25 novembre 1936, la Germania firmò il Patto anti-Comintern (Internazionale Comunista)
con il Giappone, in direzione antisovietica e il 6 novembre 1937, una volta fallita un'alleanza con
l'Inghilterra, anche l’Italia fu accolta. La Francia, che si considerava il vero garante dell’ordine
uscito da Versailles, era ormai il principale ostacolo alla politica estera tedesca, cioè al programma
hitleriano di espansione verso est.
La politica delle grandi potenze occidentali, nei confronti di Hitler, fu inizialmente debole o
ambigua. In particolare, l’Inghilterra era disponibile ad accettare una revisione dei confini tedeschi
fissati a Versailles, a patto che ciò non alterasse eccessivamente l’equilibrio europeo. Tale politica,
condotta dal primo ministro Neville Chaberlain e definita di appeasement (pacificazione,
mediante concessioni), spinse la Gran Bretagna a svolgere un importante ruolo di freno nei
confronti della Francia. La prima mossa tedesca, nei confronti dello scardinamento dell’ordine di
Versailles, fu l’Anschluss, ossia l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, il 13 marzo 1938.
Questa volta, tale atto non suscitò più alcuna reazione da parte dell’Italia.
Subito dopo, Hitler sollevò la questione dei tre milioni di tedeschi presenti nei confini della
Cecoslovacchia e, il 29 settembre 1938, fu convocata a Monaco una Conferenza, dove
parteciparono Hitler, Mussolini, Chamberlain, Deladier (primo ministro francese). In
quell'occasione, senza interpellare il governo cecoslovacco, si decise che essa doveva cedere al
Terzo Reich la regione dei Sudeti (popolata da quasi tre milioni di tedeschi e da circa un milione
di cechi). Chamberlain, nel discorso pronunciato al suo ritorno da Monaco, disse: “credo che sia la
pace per il nostro tempo”. Si trattava di un’illusione, basata sulla falsa premessa che Hitler fosse
un politico tradizionale e che la sua aspirazione fosse solo quella di permettere alla Germania di
contare di più in Europa. L’obiettivo finale del Führer era, invece, la conquista degli immensi spazi
orientali, in modo da creare un gigantesco impero continentale germanico. In virtù di
quest'equivoco, nel marzo 1939, la Germania occupò anche il resto della Boemia, creando il
protettorato di Boemia e Moravia. L’Inghilterra accettò anche questa nuova aggressione,
giustificandola con il fatto che la Boemia, nell’Ottocento, aveva fatto parte della Confederazione
germanica ed era stata legata all’Austria fino al 1918.
8 Il patto di non aggressione russo-tedesco
Hitler rivolse alla Polonia una perentoria richiesta: entrare a far parte del Patto anti-Comintern. Il
26 marzo 1939, la Polonia, consapevole che l'accettazione l'avrebbe trasformata in un satellite
della Germania, rifiutò ufficialmente. Hitler decise allora di invaderla. L’occupazione avrebbe
irrimediabilmente compromesso l’equilibrio europeo, pertanto, ormai consapevole delle intenzioni
egemoniche di Hitler, il 30 marzo 1939, Chamberlain pronunciò una solenne dichiarazione di
garanzia dell'indipendenza della Polonia, sostenendo che nel caso in cui la Germania avesse
intrapreso un'azione che minacciasse chiaramente l'indipendenza polacca, sarebbero intervenute
Francia ed Inghilterra.
La Germania si trovò costretta ad appoggiarsi all’Italia, con la quale, il 22 maggio 1939, firmò il
Patto d’acciaio, che prevedeva un’alleanza sia difensiva che offensiva fra i due Paesi, che erano
tenuti a fornire reciproco aiuto politico-militare e diplomatico nel caso in cui le vicende
internazionali avrebbero potuto compromettere i propri “interessi vitali”
Hitler, nell’agosto 1939, consapevole della debolezza militare dell’Italia, giocò a sorpresa la carta
sovietica. Poiché l’attacco alla Polonia avrebbe provocato l’intervento anglo-francese, Hitler scelse
di giungere ad un provvisorio accordo tattico con Stalin, offrendogli un patto di non aggressione,
che fu firmato il 23 agosto 1939, dai rispettivi ministri degli esteri, Molotov e von Ribbentrop.
L'obbiettivo di Hitler era quello di distruggere prima la Francia, in modo da concentrare, in
seguito, tutte le forze contro il nemico russo. Questo patto aveva anche un protocollo segreto che
prevedeva, in caso di guerra contro la Polonia da parte di una delle due potenze firmatarie, una
vera e propria spartizione della Polonia stessa. Nelle intenzioni del Fuhrer, il patto avrebbe dovuto
indurre Francia e Inghilterra a non intervenire a fianco della Polonia, ma se anche le due potenze
avessero dichiarato guerra, Hitler si era garantito di evitare l’impegno dell’esercito tedesco su due
fronti.

La dinamica del conflitto


9 Il crollo della Polonia e della Francia
In Europa, la seconda guerra mondiale ebbe inizio il primo settembre 1939, quando le truppe
tedesche penetrarono in territorio polacco. Il 3 settembre, Francia ed Inghilterra dichiararono
guerra alla Germania. Le operazioni tedesche in Polonia furono la rivelazione di un tipo nuovo
di strategia, definita Blitzkrieg (guerra lampo), basata sull’utilizzo massiccio e coordinato di
divisioni corazzate, fanteria motorizzata ed aerei. Prima che le armate polacche, inferiori per
numero ed armamento, potessero impegnare a fondo il nemico, i centri nevralgici dei sistema
difensivo polacco (aeroporti, nodi ferroviari e stradali, fabbriche) furono colpiti e scompaginati da
bombardamenti aerei, ai quali seguirono le rapide manovre delle divisioni mobili tedesche. Nel
giro di tre settimane la Polonia dovette cedere. Il 18 settembre i russi, sulla base degli accordi con i
tedeschi, occuparono una parte del territorio polacco.
Sul fronte occidentale l'esercito francese, schierato sulla linea Maginot (un complesso di
fortificazioni costruite lungo la frontiera con la Germania) di fronte all’opposto ed analogo sistema
di fortificazioni tedesco, la linea Sigfrido, rimase sulla difensiva, mentre la Polonia veniva
annientata. L’Inghilterra aveva inviato in Francia contingenti relativamente modesti di truppe e
contava di contribuire alla guerra soprattutto con il blocco economico nei confronti della
Germania.
Nell'inverno del 1939-1940 non vi furono operazioni belliche di rilievo, tranne la campagna che
l’Unione Sovietica condusse contro la Finlandia (dicembre 1939-marzo 1940), che aveva
rifiutato, differentemente dall'Estonia, dalla Lettonia e dalla Lituania, di concederle basi militari
per la protezione di Leningrado.
Nella primavera i tedeschi ottennero un nuovo successo, di notevole importanza strategica, con
l'occupazione della Danimarca e della Norvegia (9 aprile 1940), che gli assicurava il controllo
della produzione svedese del ferro e il possesso di basi navali ed aeree. Il re norvegese Haakon
VII, dopo una resistenza durata fino a giugno e sostenuta dalle forze alleate sbarcate a Narvik, si
rifugiò in Inghilterra. In Norvegia i tedeschi insediarono un governo fantoccio diretto dal nazista
Vidkun Quisling. Mentre era in corso l'operazione in Norvegia, l’esercito tedesco aveva iniziato
(10 maggio 1940) l'offensiva contro la Francia, che fu condotta secondo il piano Manstein.
L’attacco al Belgio e l'occupazione dell'Olanda non potevano essere questa volta una sorpresa; ma
furono attuati per attirare verso il Nord le forze anglo-francesi mentre l'azione principale si
svolgeva in un punto debole della linea difensiva francese, tra Namur e Sedan.
Il risultato di questa manovra (alla quale il comando francese diretto prima dal generale Gamelin,
poi da Weygand, non seppe contrapporre una risposta efficace) fu la chiusura delle forze alleate in
una sacca, con la prospettiva di una sistematica distruzione ad opera delle Panzerdivisionen
(divisioni corazzate). In queste condizioni fu considerato un successo il fatto che 350.000 francesi
e inglesi, abbandonando ingenti quantità di materiale bellico, riuscissero ad imbarcarsi a
Dunkerque (29 maggio-4 giugno). In tal modo, ottenuta una schiacciante superiorità strategica,
l’esercito tedesco si apprestò ad investire il cuore della Francia e ad occupare Parigi.

10 Intervento italiano
Mussolini ritenne che l’Italia dovesse in questo momento intervenire per potere condividere con la
Germania i frutti della vittoria. Sulla base del Patto d'acciaio, l’Italia avrebbe dovuto intervenire
immediatamente dopo lo scoppio della guerra, ma Mussolini sin dal maggio del 1939 aveva
fatto presente ad Hitler (con il cosiddetto «memoriale Cavallero») che l'Italia non era ancora
preparata militarmente e politicamente per la partecipazione alla guerra e non avrebbe potuto
esserlo prima del 1943. Più tardi, mentre la Germania procedeva a porre sul tappeto la questione di
Danzica, «lasciando sempre l’Italia nell’ignoranza, sia sul piano politico che su quello militare, di
ciò che essa preparava» a questo proposito (così si esprimeva, il 21 agosto 1939, il ministro degli
esteri italiano), Mussolini pose come condizione per l’intervento la fornitura da parte tedesca di
ingenti quantità di materiale bellico e strategico, caldeggiando nello stesso tempo una soluzione
politica della controversia per Danzica, «tale da dare piena soddisfazione morale e materiale alla
Germania». Hitler rispose (26 agosto 1939) dichiarando l'impossibilità di fornire il materiale
richiesto ed autorizzando l’Italia a mantenere una posizione di non belligeranza nell'ormai
imminente conflitto.
Il clamoroso successo delle armate tedesche in Francia spinse Mussolini ad abbandonare il suo
atteggiamento iniziale di cautela e così l'Italia entrò, senza una preparazione adeguata, in una
guerra che sarebbe stata in realtà assai meno facile di quel che il crollo francese poteva far pensare.

11 Crollo della Francia


L’apertura di un nuovo fronte al confine con l’Italia, in seguito alla dichiarazione di guerra del 10
giugno 1940 (contro la Francia e l'Inghilterra), non fece che accentuare la disgregazione militare e
politica della Francia. Il 14 giugno le truppe tedesche entrarono a Parigi. Nel governo francese
si delinearono due tendenze: l'una, che faceva capo al presidente Paul Reynaud, propugnava il
proseguimento della guerra col trasferimento del centro politico e militare nell'Africa del Nord;
l’altra, sostenuta dal vicepresidente maresciallo Pétain, era per la richiesta di armistizio. Prevalsa
quest'ultima tesi, seguirono le dimissioni di Reynaud e l’incarico a Pétain di avviare le trattative
per l'armistizio, che entrò in vigore il 25 giugno.
I tedeschi imposero un regime di occupazione nella maggior parte del territorio francese. Nella
parte rimanente si insediò un governo dittatoriale di estrema destra, con sede a Vichy. A capo dello
Stato si pose Pétain, che diede l’incarico del governo a Pierre Laval, mentre l’opinione pubblica,
disorientata e delusa, riversava sulle istituzioni parlamentari e sugli esponenti politici la
responsabilità del disastro. A questo orientamento di passiva accettazione della disfatta e di
adesione al regime di Vichy si oppose il generale Charles De Gaulle (1890-1970) che invano aveva
lanciato un appello da radio Londra contro l'accettazione dell’armistizio. L'organizzazione della
Francia libera, che egli creò in opposizione al regime di Vichy, ebbe ben presto l'adesione dei
possedimenti francesi extraeuropei e su questa base, oltre che con l'aiuto alleato, poté preparare la
ripresa della lotta e garantire la continuità del contributo francese alla guerra contro la Germania.

12 La resistenza della Gran Bretagna


In Gran Bretagna, contemporaneamente al crollo della Francia, il ministero di Chamberlain era
stato sostituito da un governo di coalizione presieduto dal conservatore Winston Churchill, che sin
dagli anni precedenti alla guerra era stato fautore di un atteggiamento più rigido nei confronti di
Hitler. Il tentativo tedesco di indurre la Gran Bretagna alla resa, sia mediante proposte di pace sia
attraverso i massicci bombardamenti aerei, incontrò così una resistenza decisa. Gli attacchi della
Luftwaffe (l'aviazione tedesca) avrebbero dovuto creare le condizioni favorevoli ad uno sbarco,
ma la resistenza morale della popolazione e le gravi perdite inflitte dalla RAF (Royal Air Force)
all’aviazione tedesca, grazie anche all’uso del «radar», fecero fallire il piano di Hitler, che nel
settembre rinunciò al progetto di invasione. La guerra intanto si allargò ad altre zone, nel
tentativo di piegare l’Inghilterra interrompendo i suoi legami col resto del mondo ed il flusso dei
rifornimenti. L’Asse si pose l’obiettivo di conquistare le forti basi inglesi nel Mediterraneo,
compito che spettava in modo particolare all’Italia. Ma i successi italiani nell'Africa settentrionale
e nel Mediterraneo non furono tali da scardinare il sistema militare britannico, i cui capisaldi in
Egitto ed a Malta rimasero in piena efficienza.
Nel settembre del 1940 il Giappone aderì al patto tra Italia e Germania, che divenne così il Patto
Tripartito (detto anche "Asse Roma-Berlino-Tokyo"). Ad esso aderirono poi anche la Romania,
l’Ungheria e la Slovacchia. La Germania, soprattutto per garantirsi il rifornimento di petrolio, era
intervenuta militarmente in Romania e aveva instaurato un regime simile a quello creato in
Norvegia. Il «quisling» romeno fu il generale Antonescu.

13 L’attacco italiano
Per dimostrare analogo dinamismo, Mussolini decise di attaccare improvvisamente la Grecia (28
ottobre 1940), con la convinzione di poter ottenere un rapido successo. Tuttavia, all’attacco
corrispose una controffensiva greca che penetrò in Albania e che colpì duramente il prestigio di
Mussolini e dei comandi militari. La situazione diventò sempre più grave quando ci si rese conto
che il paese non era nelle condizioni per poter condurre una guerra parallela ed autonoma rispetto
all'azione della Germania, ma era sempre più costretto a porsi sotto la tutela delle armate tedesche.
In Africa settentrionale, infatti, le truppe inglesi avanzavano fino a Bengasi, mentre in Grecia
falliva un nuovo tentativo di offensiva ad opera del generale Cavallero (divenuto capo di stato
maggiore in seguito alle dimissioni di Badoglio). L’esercito britannico penetrava anche in Africa
Orientale, facendo rientrare in Etiopia il negus Selassié Hailé.
La Germania dovette dunque impegnarsi direttamente sia nell’Africa settentrionale, dove fu
inviato un corpo di spedizione sotto il comando del generale Erwin Rommel che ricacciò gli
inglesi dalla Cirenaica, sia in Grecia e nei Balcani. Nella prima metà del 1941 le armate tedesche
occuparono la Bulgaria e, insieme a quelle italiane, la Iugoslavia, la Grecia (che capitolò nel mese
di aprile) e l'isola di Creta.
A controbilanciare questi successi tedeschi, che rendevano più difficile la posizione britannica nel
Mediterraneo, intervenne in quei mesi l'adozione della legge affitti e prestiti da parte degli Stati
Uniti, in base alla quale il governo era autorizzato a fornire, con prestiti a lunga scadenza,
materiale bellico agli Stati stranieri, la cui protezione rappresentava un «interesse vitale per gli
Stati Uniti». In tal modo, la solidarietà tra Stati Uniti e Gran Bretagna, sostenuta vigorosamente da
Roosevelt, contro le tendenze « isolazioniste», divenne operante, comportando anche da parte
americana un impegno di protezione dell'Atlantico. Nell’agosto del 1941 Churchill e Roosevelt si
incontrarono nell’isola di Terranova e redassero la Carta Atlantica, in cui furono enunciati i
principi che avrebbero dovuto presiedere alla riorganizzazione del mondo dopo la guerra: la lotta
contro i paesi dell'Asse acquistava sempre più nettamente un'impronta ideologica di lotta contro il
nazismo ed il fascismo.

14 L’attacco nazista all'Unione Sovietica.


A metà del 1941 vi fu un mutamento decisivo nel quadro della guerra, allorché, il 22 giugno,
Hitler lanciò contro l’Unione Sovietica le sue potenti armate, a cui si affiancarono subito truppe
italiane, rumene, ungheresi, slovacche, finlandesi e «volontari» spagnoli e francesi. Fin dal
settembre del 1940 egli aveva ordinato al suo stato maggiore un piano d'attacco (il «piano
Barbarossa»), secondo il quale l’Unione Sovietica avrebbe dovuto essere rapidamente annientata.
Oltre alla necessità strategica di prevenire un attacco dall'Est, mentre la Gran Bretagna proseguiva
la sua resistenza, e nella speranza di conquistare le risorse industriali e agricole russe, l'attacco
contro l'URSS aveva le sue ragioni più profonde nella radicale antitesi dei due sistemi, che il patto
del 1939 non poteva assolutamente cancellare. Il nazismo attuava così le sue aspirazioni
sull'espansione verso il grande spazio vitale ad Est e sulla lotta contro il comunismo.
Più di 3 milioni di uomini, con l'appoggio di diecimila carri armati e 3 mila aerei, su un fronte di
1400 chilometri, sferrarono una serie di offensive dilagando nell’immensa pianura ucraina, nei
paesi baltici e nel nord della Crimea, giungendo fino ai sobborghi di Mosca e di Leningrado. Ma
l'esercito russo, pur subendo gravissime perdite, non fu disfatto. Sotto la direzione del generale
Zukov, la sua resistenza si intensificò, mentre le forze partigiane, che si costituirono nelle retrovie
tedesche, appoggiate dalle popolazioni, organizzarono un’efficace guerriglia di disturbo. All'arrivo
dell'inverno, il piano della guerra lampo era definitivamente naufragato e l'esercito tedesco
dovette affrontare una guerra di logoramento in condizioni estremamente difficili.

15 L'intervento degli USA


Il Giappone aveva approfittato della situazione che si era creata in Europa e dell’attacco tedesco
alla Russia per estendere il suo dominio in Asia. Nel luglio del 1941 i giapponesi occuparono
l’Indocina francese e, il generale Tojo (capo del governo), non nascondeva l'intenzione di
procedere ad una ulteriore espansione nel Pacifico. Si era dunque creata una situazione di grave
attrito con gli Stati Uniti quando, il 7 dicembre 1941, l’ambasciatore del Giappone notificava agli
Stati Uniti la dichiarazione di guerra. Al contempo una grossa squadra di bombardieri
giapponesi attaccava la Flotta americana, che era alla fonda nel porto di Pearl Harbour (nelle
Hawaii), distruggendola quasi completamente.
Un'operazione analoga fu condotta tre giorni dopo nel Siam contro la flotta britannica del Pacifico.
In tal modo, il Giappone iniziò la guerra in condizioni di superiorità marittima, che gli
consentirono di conquistare gli arcipelaghi del Pacifico e le principali basi inglesi e americane.
Sebbene non avessero riportato ancora una vittoria decisiva, le forze dell'Asse erano in una
situazione di vantaggio su tutti i fronti. Nell'inverno del 1941-1942 tutto il continente europeo,
ad eccezione della Svezia, della penisola iberica e della Svizzera, era sotto il dominio di Hitler.

16 La svolta del 1942-1943


Fin dalla primavera del 1942 cominciarono a manifestarsi gli effetti della riorganizzazione
militare-industriale compiuta dai paesi dell'alleanza antinazista con l’aiuto americano. Nella
primavera del 1942, in due battaglie navali (nel Mar dei Coralli e nei pressi dell'arcipelago delle
Midway) gli americani riconquistarono il dominio del mare infliggendo gravi perdite alla flotta
giapponese, e poco dopo iniziarono la controffensiva su vasta scala, impegnando una battaglia
(agosto 1942-febbraio 1943) per la riconquista dell'importante base di Guadalcanal.
La ripresa dell'offensiva tedesca nel 1942 si orientò verso il Sud-Est della Russia, con l'obiettivo di
sottrarre all'esercito sovietico le fonti di rifornimento del petrolio e di interrompere le
comunicazioni dal Sud tra la Russia ed i suoi alleati. Nel corso di questa offensiva i tedeschi
giunsero fino al Don ed al Volga e penetrarono nel Caucaso. Ma nel novembre del 1942 i russi
lanciarono una poderosa controffensiva sul fronte meridionale, e un’armata tedesca, comandata
dal generale von Paulus, fu annientata nella battaglia di Stalingrado (novembre 1942-gennaio
1943), che fu la prima grande sconfitta subita dai tedeschi e segnò una svolta decisiva nello
svolgimento della guerra.
In quel momento anche nell'Africa settentrionale, dopo che nei mesi precedenti il generale
Rommel aveva ottenuto notevoli successi, l'esercito inglese del maresciallo Montgomery tornava
all'attacco con la battaglia di el Alamein, in seguito alla quale le truppe dell'Asse, che erano giunte
ad un centinaio di chilometri da Alessandria, dovettero ripiegare in Libia. Intanto gli americani
preparavano una grande operazione di sbarco in Marocco e in Algeria, che fu effettuata nel
novembre del 1942. Ai primi di luglio del 1943 poterono quindi sbarcare in Sicilia ed occuparla.

17 La caduta del fascismo in Italia


La disgregazione del regime fascista raggiunse il culmine. Nei mesi precedenti la mancanza di
materie prime e di approvvigionamenti aveva creato grosse difficoltà nell'industria, i rapporti con
l’alleato tedesco si erano venuti deteriorando ed il malcontento aveva raggiunto anche le alte
gerarchie del regime. Il ministro degli esteri Ciano, che aveva tentato di opporsi alla politica di
completa subordinazione alla Germania, era stato destituito, il generale Cavallero, capo di stato
maggiore, si era dimesso ed altri dirigenti fascisti, come Dino Grandi, cercavano di scindere la loro
responsabilità da quella di Mussolini. Il 25 luglio 1943, dopo una violenta discussione al Gran
Consiglio del fascismo, la maggioranza votò una mozione di sfiducia contro Mussolini. Vittorio
Emanuele III colse l'occasione per destituirlo e per farlo arrestare. Il governo fu affidato al
maresciallo Badoglio. Il governo cominciò a negoziare segretamente con gli Alleati per giungere
ad un armistizio, che fu firmato a Cassibile, in Sicilia, il 3 settembre 1943 e reso noto l'8
settembre. Le truppe alleate dalla Sicilia, erano sbarcare in Calabria, mentre i tedeschi, che
avevano fatto affluire rinforzi, si preparavano a prendere direttamente sotto il loro controllo la
situazione nell’Italia centro-settentrionale. Nessuna misura era stata presa per prevenire la reazione
tedesca all'annuncio dell’armistizio, così il re ed il governo abbandonarono Roma, la cui
occupazione da parte dei tedeschi fu per breve tempo contrastata da gruppi volontari di militari e
di civili. In diverse zone le truppe italiane rifiutarono di passare sotto il comando tedesco e
combatterono disperatamente, senza rifornimenti e senza direttive. Uno dei più importanti episodi
di resistenza avvenne a Cefalonia, nelle Isole Ionie, dove alcune migliaia di soldati e ufficiali
italiani, che avevano rifiutato di arrendersi, furono massacrati dalle truppe tedesche. Pochi giorni
dopo l'armistizio, Mussolini, liberato da paracadutisti tedeschi, ricostituì un governo fascista
(Repubblica sociale italiana) con sede a Salò, sotto la tutela tedesca, mentre nella parte
meridionale dell’Italia, occupata dagli Alleati, operava il governo Badoglio.
A Napoli, intanto, una città che aveva subito nel modo più tragico le conseguenze della guerra, la
popolazione, esasperata dalle violenze e dalle angherie delle truppe tedesche, insorgeva battendosi
nelle strade per quattro giorni (27-30 settembre 1943). Era uno dei primi episodi della Resistenza
italiana, che coincideva con la trasformazione dell’antifascismo da atteggiamento di gruppi ristretti
in un movimento di massa. Un segno importante di questa maturazione politica, erano stati gli
scioperi nelle industrie settentrionali nel marzo del 1943 e le grandi dimostrazioni di giubilo che si
erano svolte nelle città il 26 luglio, alla notizia della caduta del regime. Un’altra e più importante
manifestazione fu lo sciopero del marzo 1944, il più grande movimento di massa avvenuto in
Europa sotto l’occupazione tedesca, che ebbe luogo nei grandi centri industriali del Nord con la
partecipazione di un milione e mezzo di operai.

18 La Resistenza
Uno degli aspetti più significativi della seconda guerra mondiale fu il sorgere, nel momento stesso
in cui le armate tedesche avevano esteso il loro dominio su tutta l’Europa, di movimenti di
liberazione nazionale formati da gruppi di volontari (partigiani) che si organizzarono nelle
montagne o nelle campagne e formarono corpi di terroristi e Sabotatori che agirono nelle città
occupate, riuscendo talvolta a conseguire notevoli risultati e ad intralciare le operazioni belliche
dell’Asse. La loro azione fu diretta dai partiti antifascisti, i quali, pur mantenendo le loro
differenze ideali e politiche, operarono in genere in modo unitario contro il nemico comune. In
Polonia, in Russia e in Iugoslavia i movimenti di resistenza sorsero subito dopo l'occupazione,
impegnando i tedeschi in una lotta senza quartiere. Nel caso della Iugoslavia, i partigiani comunisti
guidati da Josip Broz (Tito), ingaggiarono la lotta sia contro i nazisti che contro i partigiani
monarchici e nazionalisti guidati dal generale Mihailović.
La resistenza non si limitò soltanto alla lotta contro l'occupazione straniera, ma si accompagnò
anche ad un'opera di preparazione politica in vista del riordinamento interno degli Stati dopo
la fine della guerra. In Italia, il problema del coordinamento tra le forze antifasciste e le varie
formazioni di partigiani fu affrontato con la creazione di Comitati di liberazione nazionale,
composti da sei partiti (democratico-cristiano, comunista, socialista, d’azione, liberale e
democratico del lavoro), i quali, nell'Italia centro-settentrionale, promossero la guerra contro i
tedeschi ed i fascisti. Sotto la loro direzione fu formato il Corpo dei volontari della libertà, i cui
comandanti furono il generale Raffaele Cadorna, Ferruccio Parri e Luigi Longo. Un contributo
importante all’unità delle forze antifasciste ed alla impostazione della politica di ricostruzione
dello Stato fu dato da Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista, il quale, rientrato dalla
Russia nell'Italia meridionale nel marzo del 1944, mentre fra i partiti antifascisti erano in corso
aspre polemiche sull'atteggiamento da tenere verso la monarchia, dichiarò che il suo partito era
favorevole alla collaborazione con tutte le forze politiche (anche monarchiche), disposte a
combattere contro i tedeschi ed i fascisti, ed all'ingresso in un governo di coalizione con Badoglio.
La questione istituzionale veniva così rinviata alla fine della guerra.
Nell'Italia settentrionale intanto, il CLNAI (Comitato di liberazione nazionale dell'Alta Italia)
aveva assunto la direzione della guerra partigiana, che si svolse con accanimento mentre gli Alleati
avanzavano lentamente dal Sud fino ad attestarsi, nel settembre del 1944, sulla cosiddetta «linea
gotica», in Toscana.
I tedeschi cercarono di stroncare l’attività dei partigiani con il sistema delle rappresaglie nei
confronti delle popolazioni, che aiutavano i partigiani combattenti. Numerosi paesi furono distrutti
per rappresaglia, come Marzabotto, i cui 1800 abitanti furono massacrati indiscriminatamente. Un
episodio particolarmente doloroso avvenne a Roma, dove, dopo un attentato compiuto contro una
colonna tedesca a via Rasella, 335 civili, in gran parte precedentemente arrestati perché sospetti di
antifascismo o detenuti come ostaggi, furono uccisi nelle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944).
Anche in Germania la resistenza al nazismo (formata da diversi gruppi, tra i quali uno dei più noti
fu quello studentesco della “rosa bianca”) si fece più attiva a mano a mano che diventava palese
l'insuccesso dei piani hitleriani. L'episodio più clamoroso fu l'organizzazione di un attentato contro
Hitler da parte di un gruppo di ufficiali (20 luglio 1944). Al fallimento dell’impresa seguì
l'allucinante vendetta di Hitler, durante la quale furono uccisi migliaia di militari e di civili (tra i
quali anche il generale Rommel) sospettati di avere partecipato all'organizzazione antihitleriana o
di averne condiviso i propositi.

19 La vittoria degli Alleati


Nell’estate del 1943 i russi riuscirono a fare indietreggiare tutta la linea centrale e meridionale
dello schieramento tedesco ed all'inizio del 1944 portarono a compimento la liberazione
dell'Ucraina e della Crimea. L’impiego massiccio e concentrato delle artiglierie si dimostrò
allora efficace contro la tattica tedesca degli attacchi in massa di carri armati pesanti. I rapporti di
forze erano «ormai decisamente mutati a favore degli Alleati, anche dal punto di vista della
produzione di materiale bellico, dato che nelle officine russe, trasferite nelle lontane regioni
orientali e centrali, e soprattutto nelle fabbriche statunitensi, si producevano a pieno ritmo ed in
quantità crescente le artiglierie, gli aerei, le navi, i carri armati necessari alla condotta della guerra.
Il martellamento aereo delle città tedesche da parte dei bombardamenti americani, sempre più
intenso, se non creò grandi difficoltà alla produzione tedesca, seminò stragi tra la popolazione
civile e minò la resistenza morale interna (in un solo bombardamento, a Berlino, nel maggio del
1944, vi furono 50.000 vittime; Dresda fu quasi completamente. distrutta nel febbraio del 1945).
Tuttavia, per dare il colpo decisivo alla Germania era necessario aprire un «secondo fronte», più
ampio ed impegnativo di quanto non fosse il fronte italiano e più direttamente minaccioso per il
territorio tedesco. Nel timore di questa eventualità i tedeschi avevano provveduto a costruire un
sistema di fortificazioni (il Vallo Atlantico) lungo la costa della Francia. Hitler sperava inoltre
nell’impiego di nuove armi, che potessero controbilanciare la schiacciante superiorità aerea degli
Alleati. Nel giugno del '44 (troppo tardi per influire sul corso degli avvenimenti) cominciarono a
piovere sull'Inghilterra i V2, razzi a reazione teleguidati che per la loro velocità non potevano
essere intercettati dalle difese contraeree. Gli scienziati tedeschi, come quelli americani, stavano
lavorando alla realizzazione della bomba atomica. Ma nel 1943 la fabbrica tedesca di “acqua
pesante” (necessaria alla preparazione dell'ordigno) in Norvegia fu distrutta da un audace attacco
partigiano e da un successivo bombardamento aereo.
Nella conferenza di Teheran (28 novembre-l° dicembre 1943), la prima dove si riunirono i «tre
grandi» per discutere concretamente sul futuro assetto del mondo dopo la sconfitta della Germania
e del Giappone, furono decisi anche tempi e modalità per l'apertura del secondo fronte. Nella notte
tra il 5 ed il 6 giugno 1944 una grandiosa operazione di sbarco fu compiuta, con successo, sotto il
comando del generale Eisenbower, sulle coste della Normandia. Le armate tedesche cominciarono
quindi a ripiegare anche sul fronte occidentale, mentre la guerriglia partigiana si intensificava in
tutto il territorio occupato (insurrezione di Parigi, 19-25 agosto). A metà settembre, le truppe
tedesche avevano abbandonato la maggior parte della Francia e del Belgio.
L’armata rossa aveva intanto sincronizzato, con lo sbarco in Normandia, la ripresa generale
dell'offensiva; contemporaneamente le forze partigiane riuscivano a liberare la Iugoslavia e la
Grecia. In quest'ultimo paese l'immediato intervento dell'Inghilterra impose la formazione di un
governo conservatore dal quale venne escluso il Fronte nazionale popolare di liberazione che
aveva sostenuto il ruolo principale nella guerra partigiana e nell'insurrezione nazionale. In Francia
si insediò il governo del generale De Gaulle, che aveva comandato l’esercito di « Francia libera» e
coordinato le azioni dei partigiani.
Nel febbraio del 1945 una nuova conferenza dei tre grandi (che si tenne a Yalta, in Crimea) mise a
punto la fase finale dell'attacco alla Germania. Sul fronte orientale, i russi continuarono la loro
avanzata, giungendo davanti a Berlino alla metà di aprile. Sul fronte occidentale, gli Alleati
attraversarono il Reno il 7 marzo. Anche il fronte italiano si mise in movimento (17 aprile);
contemporaneamente le formazioni partigiane insorsero liberando le maggiori città prima
dell'arrivo degli Alleati. Mussolini, che aveva tentato di fuggire in Svizzera, fu catturato e fucilato
a Dongo per ordine del Comitato di liberazione. A Berlino, investita dalle armate sovietiche, Hitler
si suicidò insieme ad altri esponenti del regime.
Il 7 maggio 1945 l'ammiraglio Doenitz, che Hitler aveva designato come suo successore, dovette
firmare la resa senza condizioni, che fu pubblicamente annunziata il giorno successivo.
Il Giappone oppose una disperata resistenza all'avanzata americana nelle isole del Pacifico ed
agli incessanti bombardamenti aerei. Il largo uso della tecnica del kamikaze da parte dei piloti
giapponesi (che si gettavano insieme ai loro aerei carichi di bombe sulle navi americane) e la
volontà delle guarnigioni di farsi sterminare senza arrendersi (come avvenne a Iwo Jima e ad
Okinawa) dimostrarono che l'effettivo conseguimento della vittoria, anche quando le sorti della
guerra erano decise, sarebbe costato ancora molte perdite. In queste condizioni, il presidente
americano Harry Truman, che era succeduto a Roosevelt (morto il 12 aprile), decise, dopo avere
lanciato un ultimatum che fu respinto, di impiegare in Giappone la nuova arma che era stata messa
a punto nei laboratori nucleari americani. Il 6 agosto 1945 una bomba atomica distrusse quasi
completamente la città di Hiroshima ed il 9 agosto un secondo ordigno fu gettato sulla città di
Nagasaki, che subì la stessa sorte. L’8 agosto, sulla base degli accordi di Yalta, l’URSS aveva
dichiarato guerra al Giappone ed aveva iniziato l'invasione della Manciuria e della Corea. Il 14
agosto il Giappone accettò la resa senza condizioni, che fu firmata il 2 settembre sulla corazzata
Missouri nella rada di Tokyo.

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