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Discendenti di Hegel

1 La Destra e la Sinistra hegeliana: caratteri generali


Alla morte di Hegel, la grossa schiera dei suoi discepoli si divise in due correnti in forte dissidio
tra loro, sia sulle concezioni politiche sia, soprattutto, sulla questione religiosa: "vecchi
hegeliani", la generazione più anziana, composta per lo più dagli editori delle opere del filosofo;
"giovani hegeliani", la generazione più giovane, composta da quelli nati dopo il 1800.
Il filosofo David Strauss, nel 1837, designò queste due correnti come "Destra" e "Sinistra"
hegeliane (e individuò anche un centro, che faceva riferimento a Karl Rosenkranz).
Conservazione o distruzione della religione? Riguardo alla religione, la dottrina di Hegel
risultava ambigua, dato che il filosofo aveva affermato che religione e filosofia esprimono una
medesima verità in due forme distinte: la prima nella forma della "rappresentazione"; la seconda
nella forma del "concetto".
Una dottrina di questo tipo poteva dar luogo a due impostazioni antitetiche: l'una, propria di coloro
che insistevano sull'identità di contenuto tra rappresentazione e concetto, in quanto espressioni di
una stessa verità, e che concepivano la filosofia come conservazione della religione; l'altra,
propria di coloro che insistevano sulla diversità di forma tra rappresentazione e concetto, ovvero
sull'inadeguatezza della prima e sull'adeguatezza del secondo per esprimere la verità, e che
concepivano la filosofia come distruzione della religione.
La prima posizione, della Destra (rappresentata soprattutto da Goschel, Conradi e Gabler), finì per
configurarsi come una sorta di scolastica dell'hegelismo, volta ad utilizzare la ragione hegeliana
per giustificare razionalmente le credenze religiose. La Destra poté svolgere questo compito
solo a patto di "amputare" gli aspetti panteistico-immanentistici dell'hegelismo e di "adattare"
l'idealismo alle tesi fondamentali del cristianesimo: esistenza di Dio, immortalità dell'anima, ecc.
La seconda posizione, della Sinistra, sostenendo l'inconciliabilità del dogma religioso con la verità
speculativa, finì per fare della filosofia uno strumento di contestazione razionale della religione.
Scissione politica. La spaccatura ebbe anche motivazioni e significati politici.
La Destra, rifacendosi alla polemica hegeliana contro il dover essere, sostenne l'identità ontologica
tra realtà e ragione, assumendo un atteggiamento giustificazionistico e conservatore nei confronti
dell'esistente.
La Sinistra affermò che il mondo costituisce un processo in cui ciò che sussiste, autosuperandosi
incessantemente, è chiamato a farsi razionale. La Sinistra, ammettendo che non tutto ciò che esiste
di fatto è razionale, finì per concepire la filosofia come critica dell'esistente, ovvero come un
progetto di trasformazione rivoluzionaria delle istituzioni politiche.
Feuerbach (1804-1872)
2 Opere principali
Il filosofo tedesco Ludwig Andreas Feuerbach fu uno tra i più influenti critici della religione,
elaborando una filosofia umanistica, di ispirazione materialistica, che influì su Karl Marx.
La sua attività filosofica è stata divisa vide in tre periodi: quello hegeliano (1828-1838); quello
umanistico (1839-1845); quello naturalistico (1845-1866). Le sue opere principali sono Pensieri
sulla morte e l'immortalità (1830), Critica della filosofia hegeliana (1839), L'essenza del
cristianesimo (1841), L'essenza della religione (1851).

3 Il rovesciamento dei rapporti di predicazione


La filosofia di Feuerbach, che parte dall'esigenza di cogliere l'uomo e la realtà nella loro
concretezza, ha come presupposto una radicale critica dell'approccio idealistico-religioso al
mondo, che consiste in uno stravolgimento dei rapporti tra soggetto e predicato. Se nella realtà
l'essere si configura come il soggetto originario, di cui il pensiero è il predicato (cioè l'attributo o
l'effetto), nell'idealismo il pensiero è il soggetto originario, di cui l'essere è il predicato.
Secondo Feuerbach, “il vero rapporto tra pensiero ed essere non può essere che questo: l'essere è
il soggetto, il pensiero è il predicato. Il pensiero dunque deriva dall'essere, ma non l'essere dal
pensiero”. L'idealismo offre quindi una visione rovesciata delle cose, pertanto bisogna ribaltare i
rapporti tra soggetto e predicato instaurati dalla religione e dall'idealismo. Infatti egli sostiene che
l'inizio della filosofia non sia altro che il finito, il determinato, il reale, non l'infinito, l'assoluto.

4 La critica alla religione


Dio come proiezione dell'uomo. Feuerbach afferma che è l'uomo (il concreto) ad aver creato Dio
(l'astratto), non viceversa. Infatti, Dio non è altro che la proiezione illusoria di alcune qualità
umane (o perfezioni della nostra specie): la ragione, la volontà e il cuore. La teologia, essendo
quindi antropologia “capovolta”, costituisce “la prima, ma indiretta autocoscienza dell'uomo”.
Appurato che Dio è l'essenza dell'uomo e l'antropologia la chiave interpretativa della teologia,
rimane da vedere come nasca l'idea di Dio.
- Talvolta, Feuerbach pone l'origine dell'idea di Dio nel fatto che l'uomo, a differenza dell'animale,
ha coscienza di se stesso sia come individuo che come specie. Se come individuo si sente debole e
limitato, come specie si sente infinito e onnipotente. Da ciò la figura di Dio come personificazione
immaginaria delle qualità della specie.
- Altre volte, tende a scorgere l'origine dell'idea di Dio nell'opposizione tra volere e potere, che
porta l'individuo a costruirsi l'immagine di una divinità in cui tutti i suoi desideri siano realizzati.
- Altre volte ancora, Feuerbach vede l'origine dell'idea di Dio nel sentimento di dipendenza che
prova l'uomo di fronte alla natura. Tale sentimento ha spinto l'uomo a venerala, generando Dio.
Alienazione e ateismo. Qualunque sia l'origine della religione, è comunque certo, secondo
Feuerbach, che essa costituisca una forma di "alienazione". In altri termini, l'uomo, "scindendosi",
proietta fuori di sé una potenza superiore (Dio) alla quale si sottomette. Ma se la religione è
alienazione, in cui l'uomo tanto più pone in Dio quanto più toglie a se stesso, l'ateismo si
configura come un vero dovere morale. Quindi il compito della filosofia non è quello di porre il
finito nell'infinito, ossia di risolvere l'uomo in Dio, ma quello di porre l'infinito nel finito, ossia
di risolvere Dio nell'uomo. Ciò dà all'ateismo un carattere positivo: la proposta di una nuova
divinità, l'uomo.

5 La critica a Hegel
Se la religione è un'antropologia capovolta, l'hegelismo è una teologia razionalizzata, che
costituisce una traduzione "speculativa" della teologia occidentale. L'Idea o lo Spirito di Hegel,
come il Dio della Bibbia, non è altro che un fantasma di noi stessi, il frutto di un'alienazione.
Poiché Hegel, secondo il filosofo, rappresenta il "compimento" della filosofia moderna, la critica
ad Hegel equivale alla fondazione di una nuova filosofia incentrata sull'uomo, capace di
cogliere nel "testo" ciò che Hegel ha messo nelle "note", ovvero la vita nella sua immediatezza.
Umanismo e filantropismo. La "filosofia dell'avvenire" delineata da Feuerbach nell'ultima fase
del suo pensiero, ha la forma di un umanismo naturalistico. Umanismo perché fa dell'uomo
l'oggetto e lo scopo del discorso filosofico; naturalistico perché fa della natura la realtà primaria da
cui tutto dipende, compreso l'uomo.
Il nucleo di questo umanismo naturalistico è costituito dal rifiuto di considerare l'individuo come
astratta spiritualità (o razionalità), concependolo invece come un essere che vive, soffre, gioisce,
un essere "di carne e di sangue", condizionato dal corpo e dalla sensibilità. Per Feuerbach la
sensibilità ha una valenza pratica, come dimostra il suo legame con l'amore, quella passione
fondamentale che fa tutt'uno con la vita. L'amore è la passione che ha il potere di aprirci verso
il mondo. Ammettere che l'uomo è bisogno, sensibilità e amore significa ammettere la necessità
degli altri, ossia il fatto che l'io non può stare senza il tu. Da ciò il "comunismo" filosofico di
Feuerbach: "Le idee scaturiscono soltanto dalla comunicazione, solo dalla conversazione
dell'uomo con l'uomo". La sua filosofia finisce per risolversi in una forma di filantropia.
6 "L'uomo è ciò che mangia": l'odiarna rivalutazione del materialismo di Feuerbach
Nell'elaborazione del suo umanismo naturalistico Feuerbach, pur non accettando l'idea della totale
naturalità dell'essere umano e la riduzione dell'uomo ad un puro meccanismo fisiologico, riprende
il materialismo illuministico. Al proprio materialismo conferisce però una componente
antropologica, dato che riserva all'uomo una collocazione particolare nel mondo. Infatti è
convinto che gli esseri umani si distinguano dalle altre forme naturali grazie alla sensibilità, e che
i sentimenti e le idee, pur avendo una radice "fisica" nei fenomeni corporei, non debbano essere
ridotti ad essi. In tal modo, Feuerbach restituisce l'uomo alla sua unità, lacerata dall'idealismo e
dallo spiritualismo, che postulavano invece una netta spaccatura tra anima e corpo.
In virtù del materialismo antropologico, il filosofo non solo attribuisce una grande importanza ai
condizionamenti naturali per la vita dell'uomo, ma elabora anche una "teoria degli alimenti". "La
fame e la sete abbattono non solo il vigore fisico, ma anche quello spirituale e morale dell'uomo,
lo privano della sua umanità, della sua intelligenza e della coscienza".
Da tali considerazioni, Feuerbach deduce la tesi secondo cui "l'uomo è ciò che mangia". Tale
dottrina pone l'accento sull'unità psicofisica dell'individuo e sul fatto che, se si vogliono
migliorare le condizioni spirituali di un popolo, bisogna innanzitutto migliorarne le condizioni
materiali, a cominciare dall'alimentazione.
Nel sottolineare l'importanza di un'analisi dei bisogni concreti dell'uomo (primo fra tutti quello di
nutrirsi) per una sua reale comprensione, Feuerbach pone indirettamente l'accento sul problema del
lavoro, fonte di guadagno e quindi di sostentamento.
Karl Marx (1818-1883)
7 Importanza storica
Karl Heinrich Marx è stato un filosofo, economista, storico, sociologo e giornalista tedesco. Il suo
pensiero, incentrato sulla critica, in chiave materialista, dell'economia, della politica, della società
e della cultura capitalistiche, ha dato vita alla corrente socio-politica del marxismo. Teorico della
concezione materialistica della storia e, assieme a Friedrich Engels, del socialismo scientifico, è
considerato tra i filosofi maggiormente influenti sul piano politico, filosofico ed economico del
Novecento, che ha avuto un peso decisivo sulla nascita delle ideologie socialiste e comuniste.

8 Dall'ideologia alla scienza


Tra il 1845-1846, Marx ed Engels, con la collaborazione di Moses Hess, composero l'Ideologia
tedesca. L’opera contiene una prima formulazione organica della concezione materialistica della
storia ed una critica della sinistra hegeliana, la quale, compreso Feuerbach, ha prodotto una
rappresentazione rovesciata della realtà, considerando che il fondamento della Storia fosse l’Idea.
In una delle sue accezioni principali l'ideologia appare come una “falsa rappresentazione della
realtà” ed è utilizzata da Marx per indicare l’insieme delle idee che la classe dominante produce in
una determinata epoca storica con l’obiettivo di mantenere lo status raggiunto.
La filosofia hegeliana viene considerata da Marx ideologica in quanto serve a conservare lo status
quo raggiunto dal regno prussiano. Pertanto è necessario procedere alla distruzione dell'idealismo e
all'inaugurazione di una nuova “scienza” positiva.
Compito del materialismo storico è quindi quello di smascherare il carattere ideologico che
possono assumere le idee, giungendo ad un punto obbiettivo sulla società, in modo che gli uomini
vengano descritti per come sono realmente. La concezione materialista della storia si contrappone,
così, a questo modello distorto e falso della realtà, sostenendo che sono le condizioni materiali a
determinare le idee, non viceversa.
La storia, secondo Marx, non è altro che la produzione sociale dell’esistenza. L’umanità risponde
infatti, in maniera sociale, all’esigenza di soddisfare i propri bisogni e si distingue dalle altre
specie nel modo in cui risponde a queste esigenze. Questo modo rappresenta la Storia, fatta di
rapporti giuridici, convenzioni, idee filosofiche, intuizioni. Alla base della storia vi è il lavoro, che
Marx intende come creatore di civiltà e di cultura e come ciò attraverso cui l'uomo si rende tale.
9 Struttura e sovrastruttura
Secondo Marx, lo sviluppo storico reale è sempre caratterizzato da due elementi fondamentali, che
costituiscono il modo di produzione di un certo periodo: le forze produttive ed i rapporti di
produzione.
Per forze produttive si intendono tutti gli elementi necessari al processo di produzione:
1) gli individui che producono e costituiscono la forza-lavoro;
2) i mezzi di produzione, ovvero le tecniche e i macchinari;
3) le conoscenze tecniche e scientifiche, utilizzate per migliorare la produzione.
I rapporti di produzione, invece, sono dati dalle relazioni che si stabiliscono tra gli individui nella
sfera della produzione e trovano la loro espressione giuridica nei rapporti di proprietà, ossia
nell'insieme di leggi che forniscono i mezzi a determinati individui.
Forze produttive e rapporti di produzione costituiscono il "modo di produzione" di un certo
periodo. La base economica, che si esprime nel "modo di produzione", costituisce la "struttura",
ovvero lo scheletro economico della società. La struttura è la base su cui si eleva una
sovrastruttura giuridico-politico-culturale. Il termine “sovrastruttura” (Uberbau), sta ad indicare
che secondo il materialismo storico i rapporti giuridici, le forze politiche, le dottrine etiche,
religiose, artistiche e filosofiche devono essere considerati come espressioni dei rapporti che
definiscono la struttura di una determinata società storica.
Pertanto non sono le leggi, lo stato, la cultura e la religione a determinare la struttura economica
(idealismo storico), ma viceversa (materialismo storico). Materialismo, in questo caso, fa
riferimento al convincimento secondo cui le forze motrici della storia non siano di natura
spirituale, ma socio-economica.

10 Rapporto tra struttura e sovrastruttura


Quando Marx impiega il termine sovrastruttura intende sottolineare la dipendenza dei fenomeni
politico-culturali dalla base economica, senza però ridurli a qualcosa di superfluo. Derivare da
qualcos'altro non significa essere bolle di sapone, dato che essi per secoli parvero alla coscienza
sia ascientifica che scientifica in formazione come le uniche cose “che veramente fossero”.
Per indicare il rapporto tra struttura e sovrastruttura Marx utilizza due verbi: determinare e
condizionare. Sebbene li usi indistintamente la loro portata è ben diversa, perché il primo denota
un rapporto più stretto e immediato. Probabilmente Marx intendeva sottolineare la dipendenza
della sovrastruttura dalla struttura, senza concepirla in modo meccanico e immediato.
Marx sostiene che le idee possano influire sugli eventi storici, ma questo soltanto perché
esprimono già determinati mutamenti di struttura. L'unico fattore determinante per la storia è la
struttura economica, mentre la sovrastruttura è il suo riflesso, che ha un ruolo indiretto.

11 La dialettica della storia


Marx ritiene infatti che ad un determinato grado di sviluppo delle forze produttive tendano a
corrispondere determinati rapporti di produzione (ad esempio, rapporti di produzione di tipo
feudale corrispondono a forze produttive di tipo agricolo). Tuttavia i rapporti di produzione si
mantengono soltanto sino a quando favoriscono le forze produttive corrispondenti e vengono
distrutti quando si convertono in ostacoli. Poiché le forze produttive si sviluppano più
rapidamente dei rapporti di produzione, ne segue periodicamente una situazione di
contraddizione dialettica tra i due elementi che genera un'epoca di rivoluzione sociale. Infatti, le
nuove forze produttive sono incarnate da una classe in ascesa, mentre i vecchi rapporti di
proprietà sono rappresentati da una classe dominante al tramonto. Di conseguenza, risulta
inevitabile lo scontro fra di esse, a livello sociale, politico e culturale. Alla fine, quasi sempre
trionfa la classe che esprime le nuove forze produttive, riuscendo ad imporre la propria maniera di
produrre e di distribuire la ricchezza, nonché la sua specifica visione del mondo.
Questo modello teorico trova conferma della Francia del Settecento, dove vi fu scontro aperto tra
la borghesia e l'aristocrazia, scontro che si concluse con la vittoria della prima e l'imposizione della
sua visione del mondo. In modo analogo, nel capitalismo moderno si delinea una contraddizione
sempre più forte tra forze produttive sociali e rapporti di produzione privatistici. Infatti la fabbrica
moderna, pur essendo proprietà di un capitalista, produce soltanto grazie al lavoro collettivo di
operai, tecnici, impiegati, dirigenti ecc. Ma se sociale è la produzione della ricchezza, sociale
dovrà essere, secondo Marx, la sua distribuzione. Questo significa che il capitalismo porta in sé,
come esigenza dialettica, il socialismo.
Marx ha delinaeto un quadro generale della storia passata e presente, specificando le caratteristiche
(modi di produrre, ecc.) di alcune grandi formazioni economico-sociali. Egli distingue cinque
«epoche» della formazione economica della società, ossia quella asiatica (fondata su forme
comunitarie di proprietà), quella antica di tipo schiavistico, quella feudale, quella borghese e la
futura società socialista. Però, in certe occasioni fa precedere alla società asiatica la comunità
primitiva.
Le diverse società costituiscono per Marx i gradini di una sequenza che procede dall’inferiore al
superiore. Inoltre, la storia, secondo il marxismo, procede dal comunismo primitivo al
comunismo futuro, attraverso il momento intermedio della società di classe, che si basa sulla
divisione del lavoro e sulla proprietà privata. Questo diagramma storico dello sviluppo della civiltà
poggia sulla convinzione del socialismo come sbocco inevitabile della dialettica storica.

12 Manifesto del partito comunista


Nel “Manifesto del partito comunista” (1848), Marx si propone di esporre gli scopi e i metodi
dell'azione rivoluzionaria. In questo testo sono presenti l'analisi della funzione storica della
borghesia, il concetto di storia come lotta di classe e la critica dei socialismi non scientifici.
Nella prima sezione del Manifesto il filosofo descrive le vicende della borghesia. Secondo Marx,
la borghesia ha avuto dei grandissimi meriti (maggiori delle sette meraviglie dell'antichità),
perché è riuscita ad unire il mondo. Ma nella stessa dinamica della classe borghese, vengono
rintracciate le cause del suo scontro con il proletariato, proprio perché essa non può esistere
senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione e tutto l'insieme dei rapporti sociali
(a differenza delle classi dominanti del passato, che tendevano a mantenerli statici). Unificando i
mercati e concentrando i lavoratori nelle città e nelle fabbriche ha agito come un apprendista
stregone che non riesce più a controllare le forze che ha evocato. Questa classe ha di fatto creato il
proprio nemico di classe, il proletariato urbano. Costantemente impoverito, il proletariato urbano
diventa un soggetto rivoluzionario.
Nella seconda sezione, Marx individua come soggetto autentico della storia la lotta tra le classi.
La storia di ogni società è infatti la storia di lotte di classi, la storia di oppressori e oppressi,
continuamente in contrasto. Le forze produttive e i rapporti di produzione sono incarnate da quei
gruppi di individui umani viventi che sono le classi.
Il momento moderno è quello in cui la classe prende coscienza di sé. Vi è la consapevolezza che
l'appartenenza ad una determinata classe è un fatto socio-economico, non di nascita come si
riteneva in precedenza. Nel Medioevo, ad esempio, si riteneva che se un povero avesse mangiato
del cibo raffinato sarebbe morto. Ricordiamo che Marx insiste sull'internazionalismo della lotta
proletaria e termina il Manifesto con la nota esortazione rivoluzionaria: "Proletari di tutti i Paesi,
unitevi!".
Distinzione classe “in sé” e “per sé”: con questi due termini Marx intende dire che vi sono due
tipi differenti di classe sociale; una è quella “in sé”, intesa come insieme di uomini accomunati
dalla stessa situazione economico-sociale, l’altra è quella “per sé”, intesa come unità che lotta
coscientemente per gli stessi obbiettivi.
13 Il Capitale: Economia e dialettica
Il Capitale (1867) si propone di mettere in luce i meccanismi strutturali della società borghese, al
fine di svelare la legge economica del movimento della società moderna.
Marx è convinto che non esistano leggi universali dell'economia, e che ogni formazione sociale
abbia caratteri e leggi storiche specifiche. Inoltre, gli sostiene che la società borghese porti in se
stessa delle contraddizioni strutturali che pongono le basi oggettive della sua fine.
Un'altra caratteristica del metodo di Marx è quella di studiare il capitalismo distinguendone gli
elementi di fondo ed astraendo da quelli secondari, al fine di metterne in luce le caratteristiche
strutturali e le tendenze di sviluppo, per poi formulare su di esso alcune «previsioni».
Si noti infine che il Capitale non è soltanto un libro di economia, ma uno studio critico della civiltà
capitalistica, intesa come struttura complessiva.

14 Merce, lavoro e plusvalore


La prima parte del Capitale è dedicata all'analisi del fenomeno "merce".
Una merce deve possedere sia un valore d'uso, cioè deve servire a qualcosa, sia
un valore di scambio", che le garantisca di essere scambiata con altre merci.
Il valore di scambio di una merce è proporzionale alla quantità di lavoro sociale necessaria per
produrre la merce in questione (più lavoro è necessario per produrla, più vale). Tuttavia, secondo
Marx, il valore di una merce non si identifica con il suo prezzo, perché su di esso influiscono, ad
esempio, l'abbondanza o la scarsità della merce. Il filosofo è comunque convinto che in condizioni
normali la somma dei prezzi delle merci equivalga alla somma del lavoro contenuto in esse. Per
questo motivo Marx contesta il "feticismo delle merci", che consiste nel considerare le merci
come delle entità aventi valore di per sé.
Secondo Marx, le economie pre-capitalistiche si basavano sulla relazione Merce-Denaro-Merce
(MDM), mentre il capitalismo si basa sulla relazione Denaro-Merce-Più Denaro (DMD'). Nelle
prime il denaro era un semplice regolatore dello scambio. In quella attuale, invece, il soggetto
della ricchezza diventa il denaro. Si investe denaro nelle merci per fare ancora più denaro. In
tal modo l’economia diventa espansiva all'infinito.
Nella terminologia marxista, la differenza tra il valore del prodotto del lavoro e la remunerazione
sufficiente al mantenimento della forza-lavoro, costituisce il plusvalore (o lo sfruttamento del
lavoratore), necessario all'aumento del denaro investito dal capitalista. Nella società borghese,
infatti, il capitalista ha la possibilità di "comprare" e "usare" la "merce umana", ossia l'operaio. Il
capitalista compra la sua forza-lavoro pagandola in base ai mezzi che gli sono necessari per vivere,
lavorare e generare (il cosiddetto salario). L'operaio ha la capacità di produrre un valore ben
maggiore di quello che gli è corrisposto con il salario.
Allora il plusvalore contenuto nei prodotti non è altro che pluslavoro, ovvero il tempo di lavoro in
più fornito al capitalista dalla merce forza-lavoro durante la produzione. Ciò avviene perché il
capitalista dispone dei mezzi di produzione, mentre il lavoratore, avendo solo la propria energia
lavorativa, è costretto a "vendersi" sul mercato.
Dal plusvalore deriva il profitto. Plusvalore e profitto, tuttavia, non sono la stessa cosa. Per
comprenderne la ragione è indispensabile tener presente la distinzione tra capitale variabile, che
coincide col capitale mobile investito in salari, e capitale costante, che coincide con il capitale
investito in ciò di cui la fabbrica necessita per funzionare.
Poiché il plusvalore nasce solo in relazione ai salari, cioè al capitale variabile, l'entità (o saggio)
del plusvalore risiede nel rapporto, in percentuale, tra il plusvalore e il capitale variabile.
Se, ad esempio, il capitale variabile è 6 e il plusvalore è 4, l'entità del plusvalore sarà 4/6, in
percentuale pari al 66,6%. Il capitalista, però, deve investire anche nei macchinari (capitale
costante), ciò significa che l'entità del profitto risiede nel rapporto, in percentuale, tra il
plusvalore e la somma del capitale costante e del capitale variabile. Per cui, se il plusvalore è 4,
il capitale costante è 1 e il capitale variabile è 6, l'entità del profitto sarà di 4/7, cioè del 57,1%.
15 Tendenze e contraddizioni del capitalismo
Il capitalismo insegue ogni via per aumentare il plusvalore, anteponendo l'interesse privato a
quello collettivo. In un primo momento il capitalista cerca di accrescere il plusvalore aumentando
la giornata lavorativa (poniamo sino a quindici ore, generando il pluslavoro). Con questo metodo
si ottiene un plusvalore assoluto. Ma oltre un certo numero di ore la forza-lavoro dell'operaio cessa
di essere produttiva. Di conseguenza, punta sulla riduzione di quella parte di giornata
lavorativa necessaria a reintegrare il salario. Se l'operaio, anziché impiegare sei ore per
guadagnare il proprio salario, ne impiega quattro, il plusvalore intascato sarà maggiore. Ciò si può
ottenere grazie ad una maggiore produttività, con l'introduzione di nuovi metodi e strumenti di
lavoro. Con questo metodo si ottiene un plusvalore relativo (minore di quello assoluto).
Storicamente questo processo di produzione del plus-valore relativo passa attraverso tre fasi
successive: la cooperazione semplice (come l'industria della lana); la manifattura (dove tutte le
specializzazioni si trovano nello stesso luogo, con una riduzione dei tempi di produzione e dei
costi di trasporto); la grande industria (dove vengono introdotte le macchine, che fanno
aumentare la quantità di merce prodotta con lo stesso numero di operai, erogando maggior
plusvalore relativo. Non avendo bisogno di riposo, le macchine fanno aumentare il plusvalore
assoluto, rendendo possibile il prolungamento della giornata lavorativa. Ancora, le macchine
possono essere usate anche da donne e bambini, che vengono pagati meno).
L'aumento di produttività ottenuto grazie alle macchine porta al fenomeno ciclico della crisi di
sovrapproduzione. Questo è dovuto alla cosiddetta "anarchia della produzione", per cui i
capitalisti si precipitano nei settori in cui il profitto è più alto, facendo sì che l'offerta superi la
domanda. La crisi generata provoca la distruzione capitalistica dei beni e la disoccupazione.
La necessità, per il capitalismo, di un continuo rinnovamento tecnologico, genera un altro
inconveniente, ossia la caduta tendenziale del saggio di profitto. Accrescendosi smisuratamente
il capitale costante rispetto al capitale variabile, diminuisce per il saggio del profitto.
La caduta tendenziale del saggio di profitto mette in difficoltà la borghesia e finisce per produrre
l'ultima e decisiva caratteristica del capitalismo: la tendenza verso la scissione della società in due
sole classi antagoniste, riducendo le classi medie. A causa della feroce competizione tra i vari
capitalisti, il loro numero tende a diminuire col tempo, determinando un aumento dei proletari. La
centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un
inaccettabile, così il capitalismo si infrange.
Il Positivismo
16 Cosa si intende per positivismo?
Per positivismo si intende quel movimento filosofico e culturale caratterizzato dall'esaltazione
della scienza, nato in Francia nella prima metà del 1800 ed impostosi, a livello europeo e
mondiale, nella seconda metà del secolo.
Il positivismo si afferma nella prima metà dell'Ottocento col fine di superare la crisi sociale,
politica e culturale di questo periodo post-illuministico e post-rivoluzionario (di restaurazione).
Nella seconda metà dell'ottocento, quando diviene una cultura dominante, si pone come riflesso
e stimolo di un progresso che è già in atto, testimoniato, ad esempio, dall'industrializzazione.
Comparso per la prima volta nel Catechismo degli industriali (1823-24) di Saint-Saimon, il
termine viene messo a punto da Comte, che lo applica alla propria dottrina e ne consacra l'uso
nella terminologia filosofica europea.
Il termine Positivismo deriva etimologicamente dal latino positum, tradotto in italiano come
“positivo”. L'espressione positivo viene utilizzata dai filosofi positivisti con due significati
fondamentali:
- il primo è quello di reale, effettivo e sperimentale, in opposizione a ciò che è chimerico, astratto
e metafisico. Con questo si indica il volgersi della nuova filosofia a ricerche accessibili alla mente
umana, escludendo i misteri impenetrabili di cui si occupava la filosofia anteriore;
- il secondo è quello di fecondo, pratico ed efficace, in contrapposizione a ciò che è ozioso e
inutile. Pertanto, indica il carattere pragmatico della nuova filosofia, rivolta al miglioramento della
condizione dei singoli e della società.

17 Le tesi generali del positivismo


La scienza è l'unica forma di conoscenza possibile e il metodo scientifico è l'unico valido.
Tutto il resto, come la metafisica, non costituisce una vera conoscenza. Allora bisogna rigettare la
metafisica, vista la sua inutilità ed infecondità. II grido risuonato in Germania, “Keine Metaphysik
mehr!” (Niente più metafisica!), rappresenta, di conseguenza, uno dei principali motti polemici del
Positivismo.
Non avendo campi d'indagine privilegiati, la filosofia tende a coincidere con la totalità del
sapere positivo, costituendosi come studio delle “generalità scientifiche”. Riunire e coordinare i
risultati delle singole scienze, in modo da realizzare una conoscenza unificata e generalissima,
ecco il compito della filosofia.
Essendo il metodo sperimentale, proprio della scienza, l'unico valido, è necessario estenderlo a
tutti i campi del sapere, compresi quelli che riguardano l’uomo e la società. Perciò la sociologia
diviene la creatura prediletta dei positivisti.
Il progresso della scienza rappresenta la base del progresso umano e lo strumento per una
riorganizzazione globale della vita in società, capace di superare la “crisi” moderna o di
accelerarne lo sviluppo in modo sempre più rapido.

18 L'atteggiamento positivista nella società


Il decollo della scienza, della tecnica, dell'industria e degli scambi commerciali, determinano quel
clima di ottimismo, di fiducia nelle forze dell'uomo e nella potenzialità della scienza, soprattutto
da parte delle classi dirigenti e capitalistiche, ma anche da parte di quelle popolari. Ciò provoca un
culto per il pensiero tecnico-scientifico, che si traduce, in primo luogo, nell'esaltazione dello
scienziato, ma anche, seppur in minor misura, dell'industriale, dell'ingegnere, del medico e del
maestro.
Dal punto di vista socio-politico, il positivismo può essere considerato come l'ideologia tipica
della borghesia liberale occidentale. Sebbene queste due correnti non siano proprio equivalenti,
indubbiamente condivisero l'ottimismo sulla società industriale e la tendenza politica riformistica.
Auguste Comte (1798-1857)
19 Opere principali
Auguste Comte fu un filosofo e sociologo francese, considerato il padre del Positivismo. Opere
principali: Corso di filosofia positiva (1830-1842); Calendario positivista (1849); Sistema di
politica positiva (1851), che aveva il compito di trasformare la filosofia in religione; Catechismo
positivista (1852), che rappresentava il catechismo della religione da lui inaugurata; Calendario
positivista (1849-1860), dove fissava il calendario della nuova religione.

20 La legge dei tre stadi.


L'intento di Comte era inizialmente la costruzione di una filosofia della storia, che si trasformò, in
seguito, in una religione dell'umanità, ossia in una divinizzazione della stessa storia. Secondo
Comte la filosofia aveva il compito di individuare il senso e le fasi dell’evoluzione del sapere,
fornendone una visione d’insieme.
Egli sosteneva che lo sviluppo dell’Umanità fosse regolato in base a un principio, la “legge dei tre
stadi”, secondo cui ogni branca della conoscenza umana passava successivamente attraverso tre
stadi teorici differenti:
- lo stadio teologico o fittizio, ovvero lo stadio in cui lo spirito umano, dirigendo le proprie
ricerche verso la natura intima degli esseri e verso le cause prime e finali (cioè verso le conoscenze
assolute), cerca di spiegare l'ignota origine dei fenomeni attribuendone le cause a forze divine
superiori (ad esempio, “il fulmine è un dardo scagliato da Zeus”). Questo è il periodo d'infanzia
dell'umanità (che utilizza l'immaginazione per spiegare i fenomeni), nonché il punto di partenza
necessario dell'intelligenza umana;
- lo stadio metafisico o astratto, ovvero lo stadio in cui l'uomo, rifiutando una spiegazione divina,
ricerca nell'essenza astratta dei fenomeni la spiegazione a tutto (ad esempio, “il fuoco brucia
perché possiede l'essenza del calore”). Questo è il periodo dell'adolescenza dell'uomo (che utilizza
la ragione investigativa per spiegare i fenomeni), che ha una semplice funzione di transizione;
- lo stadio positivo o scientifico, ovvero lo stadio in cui l'uomo, rinunciando ad indagare
sull'origine e sul destino dell'universo o a conoscere le cause intime dei fenomeni, si limita a
spiegare le leggi effettive che governano i fenomeni stessi (ad esempio, “il fulmine è una scarica
elettrica”), cioè le relazioni di successione e somiglianza. Questa è la fase di maturità dell'uomo
(che utilizza la ragione scientifica per spiegare i fenomeni), nonché il suo stadio fisso e definitivo.
Organizzazioni sociali. Comte fa corrispondere ad ogni stadio una determinata organizzazione
politica e sociale, ossia allo stadio teologico la monarchia teocratica e militare, allo stadio
metafisico la sovranità popolare e allo stadio positivo l'organizzazione della società industriale.

21 La classificazione delle scienze


Comte sostiene che sebbene alcuni rami della scienza siano giunti nella loro fase positiva, la
cultura umana nella sua totalità non è ancora permeata del tutto dallo spirito positivo e ciò
determina un'anarchia intellettuale, con la conseguente crisi politico-morale della società
contemporanea. Inoltre, egli fa notare come accanto alla fisica celeste, terrestre (chimica e
meccanica) e organica (vegetale ed animale), manchi una fisica sociale, ovvero lo studio dei
fenomeni sociali.
Se una delle tre filosofie possibili (teologia, metafisica e filosofia positiva) ottenesse una posizione
di completo dominio, ci sarebbe un ordine sociale, ma queste continuano a coesistere, non
permettendolo. Allora il filosofo si propone di costruire un sistema di idee generali che prevalga
definitivamente nella specie umana. Tale sistema di idee generali presuppone un'enciclopedia
delle scienze che fornisca il prospetto generale di tutte le conoscenze scientifiche.
La sua enciclopedia delle scienze ordina le scienze secondo la sequenza storica in cui hanno
raggiunto lo stadio positivo (criterio storico) e secondo il loro passaggio dalla semplicità alla
complessità (criterio logico). Ordinare le scienze in base al loro grado di semplicità equivale ad
ordinarle in base al grado di generalità dei fenomeni che costituiscono il loro oggetto, dato che i
fenomeni più semplici sono quelli più generali.
Seguendo questo criterio si devono distinguere i fenomeni dei corpi semplici ed inorganici,
oggetto della fisica inorganica, da quelli dei corpi organizzati e organici, oggetto della fisica
organica, dato che i secondi sono essenzialmente più complessi dei primi. Quindi è necessario
studiare prima i fenomeni inorganici, poi quelli organici. La fisica organica a sua volta si articola
in fisica organica fisiologica (o biologia), che studia i fenomeni relativi all'individuo, e in fisica
organica sociale (o sociologia), che studia i fenomeni relativi alla specie e che si fonda sulla
biologia. Per lo stesso criterio si deve distinguere la fisica celeste (o astronomia) dalla fisica
terreste (che si articola in “fisica” e chimica).
L'enciclopedia risulta così costituita da cinque scienze fondamentali, ossia astronomia, fisica,
chimica, biologia e sociologia.
Di questa gerarchia non fanno parte la matematica, perché sta alla base delle altre scienze, la
logica, perché non sussiste in generale e in astratto, ma si fonda col metodo concreto utilizzato in
ogni branca del sapere, la psicologia, perché non può raggiungere un punto di vista oggettivo.
Sigmund Freud (1856-1939)
22 Dagli studi sull'isteria alla nascita della psicoanalisi
Sigismund Schlomo Freud è stato un neurologo e psicoanalista austriaco, fondatore della
psicoanalisi, una delle principali branche della psicologia.
La medicina ufficiale ottocentesca era di stampo positivistico-materialistico, pertanto interpretava i
disturbi della personalità in chiave somatica, non prendendo seriamente gli stati psiconevrotici
(come le isterie) a cui non corrispondessero lesioni organiche. Tuttavia, l'isteria aveva attirato
l'attenzione di alcuni medici, come Charcot, che era giunto ad utilizzare l'ipnosi, in modo
terapeutico, per inibire i sintomi, o come Breuer, che era proprio usare l'ipnosi come mezzo per
richiamare alla memoria avvenimenti penosi dimenticati.
Anna O. (Bertha Pappenheim), un'isterica gravemente malata, era stata curata da Breuer. La
paziente, che tra gli altri sintomi soffriva di idrofobia, avendo visto da bambina il cane della
governate, per la quale provava un sentimento di ostilità, bere in un bicchiere, aveva provato un
forte senso di repulsione. I sintomi idrofobici scomparirono quando Breuer, mediante l'ipnosi,
portò alla coscienza della donna l'episodio dell'infanzia.
Grazie allo studio di questo caso, Breuer e Freud, divenuto suo collaboratore, misero a punto il
cosiddetto metodo catartico, che consisteva nel provocare una scarica emotiva (ab-reazione).
Ponendosi il problema dell'eziologia, ovvero delle cause dell'isteria, Freud, procedendo
autonomamente rispetto a Breuer, arrivò a scoprire che l'origine delle psiconevrosi era da ricercarsi
in un conflitto tra forze psichiche inconsce, cioè operanti oltre la sfera della consapevolezza del
soggetto. Pertanto, i sintomi delle patologie in questione erano psicogeni, ovvero derivanti da
problemi psichici. La scoperta dell'inconscio segnò la nascita della psicoanalisi, che si configura
come una psicologia del profondo.

23 Le realtà dell'inconscio e i modi per accedervi


Prima di Freud, che affermò che la maggior parte della vita mentale si svolge fuori dalla coscienza
e che l'inconscio non costituisce il limite inferiore del conscio, ma la realtà abissale primaria di cui
il conscio (come un iceberg) è solo la sua manifestazione visibile, la psiche spesso si identificava
con la coscienza.
Freud divide l'inconscio in due zone, di cui la prima comprende l'insieme di quei ricordi che,
seppur momentaneamente inconsci, possono, con uno sforzo dell'attenzione, divenire consci (zona
del preconscio), mentre la seconda comprende tutti quegli elementi psichici stabilmente inconsci,
che sono mantenuti tali da una forza che egli chiama rimozione e che può essere superata soltanto
con tecniche apposite (zona del rimosso). Quindi, l'inconscio coincide col rimosso.
Freud, inizialmente tenta di superare la zona del rimosso mediante l'ipnosi, ma la scarsa efficacia
lo induce ad elaborare un nuovo metodo, quello delle associazioni libere, attraverso cui, al posto
di forzare il malato, lo induce a rilassarsi per porlo nelle condizioni in cui possa abbandonarsi al
corso dei propri pensieri, facendo sì che tra le varie parole da lui pronunciate si instaurino delle
catene associative collegate col materiale rimosso che si vuole far riaffiorare.
In ogni caso, tutto deve essere posto al servizio della cura, compreso il transfert (o traslazione). Il
transfert, per Freud, rappresenta la ripetizione di una relazione più antica, legata ad intense spinte
libidiche. Pulsioni, sentimenti, quasi sempre di natura conflittuale e ambivalente, che
comprendono dunque atteggiamenti di odio e amore, vissuti nel passato nei confronti di figure
significative (spesso genitoriali), vengono riattivati, attualizzati e trasferiti sul terapeuta.

24 La scomposizione psicoanalitica della personalità


Rifiutando la concezione intellettualistica dell'io come semplice unità, rappresentata dalla
coscienza, Freud afferma che la psiche è un'unità complessa, in cui coesistono diversi sistemi,
disposti in un certo ordine gli uni rispetto agli altri, ognuno dei quali con le proprie funzioni.
La prima topica psicologica (ossia il primo studio dei tòpoi, o luoghi, della psiche) freudiana
distingue tre sistemi; conscio (Cs); preconscio (Pcs); inconscio (Ucs).
Anche la seconda segue tre istanze: Es; Io; Super-Io.
L'Io (ego), la parte cosciente della nostra psiche, che ci dà la percezione di noi stessi e dei nostri
motivi razionali, ha il compito di equilibrare pressioni disparate e spesso in contrasto tra loro,
causate dall'Es, dal Super-Io e dal mondo esterno.
Oltre ad esso esiste un livello inconscio che Freud chiama Es (Id in latino), una forza caotica che
obbedisce all'inesorabile principio del piacere, da cui partono e in cui sono nascoste le nostre
pulsioni profonde (un concetto simile alla volontà di Schopenhauer e di Nietzesche). La pulsione
sessuale e l’energia che essa genera (libido), svolge un ruolo fondamentale.
Noi non siamo consapevoli dell’agire del nostro inconscio, anzi alle volte lo mascheriamo a noi
stessi aiutati dal Super-io, una struttura della nostra personalità che ha introiettato, fin
dall’infanzia, regole, leggi, principio d’autorità e senso del dovere. Il Super-Io non è altro che il
successore e rappresentante dei genitori (o educatori).
I confini tra questi tre livelli (Es, Io, Super-io) sono incerti, come del resto il loro equilibrio.
Quando però le tensioni diventano troppo forti (ad esempio tra le nostre pulsioni e il nostro super-
io) la compensazione diventa difficile e sorgono sintomi nevrotici.
Le due topiche corrispondono ad esigenze differenti, pertanto non bisogna confonderle tra loro o
farne corrispondere artificiosamente i termini. Infatti, se l'Es coincide con l'inconscio, l'Io e il
Super-Io non corrispondono esattamente al Conscio e al Preconscio, in quanto partecipano
parzialmente al sistema inconscio.

25 I sogni, gli atti mancati ed i sintomi nevrotici


Ma come fa Freud a postulare l’esistenza dell’inconscio e ad analizzarlo, vista la sua
inaccessibilità? I confini tra i diversi livelli sono incerti e quindi, secondo Freud, ci sono dei
momenti in cui il nostro Io è meno vigile e le nostre pulsioni trapelano, sia pure in forma obliqua e
simbolica. Sono piccoli “scarti” di consapevolezza, apparentemente inspiegabili, come i lapsus
linguae (quando diciamo una parola per un’altra), i motti di spirito (elementi che ci provocano
un riso improvviso) e altri insignificanti gesti comuni (come spiega nella Psicologia della vita
quotidiana).
Ma soprattutto nel sogno (come sostenuto ne L'interpretazione dei sogni), in forma simbolica (e
quindi personale e molto difficile da interpretare) emergono le pulsioni contrastate e i desideri
finalmente liberi dalla censura della consapevolezza. Egli ritiene infatti che i fenomeni onirici
siano l'appagamento mascherato di un desiderio rimosso. Per motivare questa tesi, Freud individua
all'interno dei sogni sia un contenuto manifesto, cioè la scena onirica, così come viene vissuta dal
soggetto, sia un contenuto latente, ossia l'insieme delle tendenze che generano la scena onirica.
I sogni richiamano dei nostri desideri in forma indiretta perché questi desideri sono inaccettabili e
il soggetto li censura. Quindi, il contenuto manifesto dei sogni è la forma mascherata in cui si
presentano i desideri latenti. Ma se i sogni sono la realizzazione dei nostri desideri,
l'interpretazione psicoanalitica dei sogni deve procedere ripercorrendo a ritroso il processo di
traslazione del contenuto latente in quello manifesto, col fine di cogliere i messaggi segreti dell'Es.
Per quanto concerne i sintomi nevrotici, egli sostiene che, come i sogni, rappresentino il punto
d'incontro tra le tendenze rimosse e le forze che si oppongono all'ingresso di esse nel sistema
conscio. E poiché scopre che gli impulsi rimossi sono di natura sessuale, egli pone la sessualità al
centro della propria attenzione.

26 Il complesso di Edipo e la teoria della sessualità


Freud, con l'interpretazione dei sogni applicata ai suoi pazienti, è giunto a scoprire che
nell'infanzia vi sono desideri che hanno per oggetto i propri genitori. Una rappresentazione mitica
di questo è data dalle vicende di Edipo, il protagonista di alcune tragedie di Sofocle, che
inconsciamente sposò sua madre e uccise il proprio padre. Questa dottrina, denominata appunto
complesso di Edipo, sta a simboleggiare un attaccamento libidico verso il genitore di sesso
opposto ed un atteggiamento ambivalente nei confronti di quello dello stesso sesso. Tale
complesso, che si sviluppa tra i tre e i cinque anni (fase fallica), a seconda che venga risolto o
meno, determina la futura strutturazione della personalità.
Freud dedicherà all'indagine di questa tematica, con particolare riferimento al bambino di sesso
maschile, i Tre saggi sulla teoria sessuale, nel 1905. Prima di Freud, la sessualità coincideva con
la genitalità (il congiungimento di una persona col sesso opposto per procreare). Secondo questa
interpretazione la sessualità dovrebbe mancare nell'infanzia (il bambino veniva considerato come
un angioletto asessuato), subentrare nella pubertà, manifestarsi nell'attrazione verso il sesso
opposto ed avere come fine l'unione sessuale. Se tutto ciò fosse vero, secondo Freud, resterebbero
inspiegate alcune altre tendenze psicossessuali, come la sessualità infantile, la sublimazione (un
meccanismo che sposta una pulsione sessuale verso una meta non sessuale, come l'arte, il lavoro,
la scienza) e le perversioni (un'attività sessuale che, avendo rinunciato al fine riproduttivo, ha
come unico obbiettivo il conseguimento del piacere).
Freud invece non limita la sessualità al solo uso dell'apparato genitale, ma include in essa tutte le
eccitazioni e le attività che provocano un piacere non riconducibile al semplice appagamento di
bisogni elementari. Alla base di questa concezione della sessualità stanno i concetti di libido e di
pulsione: la libido è un'energia sessuale che si dirige verso le mete più diverse, in grado di
investire gli oggetti più disparati; essa sta alla base delle trasformazioni delle pulsioni, che sono
processi psichici in movimento e che hanno la loro fonte nell'eccitazione che si prova in alcuni
organi del corpo. La libido e le pulsioni ad essa connesse possono infatti spostarsi di volta in volta
in zone privilegiate del corpo, dette zone erogene, a ciascuna delle quali corrispondono fantasie
particolari, sostanzialmente inconsce.
La sessualità infantile si muove infatti passando attraverso fasi collegate a zone erogene diverse.
Di fasi Freud ne individua tre e le chiama, rispettivamente, orale, anale e fallica.
La fase orale, che va dai primi mesi di vita a circa un anno e mezzo, è finalizzata al piacere
autoerotico, ha come zona erogena la bocca e risulta connessa all'attività del poppare.
La fase anale, che va da un anno e mezzo a circa tre anni, affiora con lo sviluppo della
muscolatura anale, ha come zona erogena l'ano ed è connessa agli incitamenti materni ad eseguire
movimenti di espulsioni e trattenimento delle feci.
La fase genitale, che inizia dal terzo anno di vita, ha come zona erogena i genitali e si manifesta in
due sottofasi: fase fallica; fase genitale in senso stretto.
La fase fallica è chiamata in tal modo sia perché la scoperta del pene costituisce oggetto di
attrazione tanto per il bambino quanto per la bambina, i quali soffrono di un complesso di
castrazione (il primo perché teme di essere evirato, la seconda perché si sente di fatto evirata e
prova l'invidia del pene), sia perché l'organo di eccitamento sessuale è il pene maschile o il
clitoride femminile.
Nella fase genitale in senso stretto, che segue a quella fallica dopo un periodo di latenza e che
inizia dai quattro o sei anni sino alla pubertà, le pulsioni parziali sessuali sono unificate sotto il
primato dell'apparato genitale e si orientano verso un oggetto esterno.

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