Sei sulla pagina 1di 1

LA FORMA IMPERATIVA DELL’ETICA KANTIANA (estratto da: “Il fondamento della morale”)

Shopenhauer ritiene che la falsa premessa (proton pseudos) di Kant, risieda nel suo stesso concetto di etica, espresso con chiarezza
in tale proposizione: «In una filosofia pratica non si tratta di indicare le ragioni di ciò che accade, bensì le leggi di ciò che deve
accadere anche se non accade mai». Egli sostiene che questa sia già una petitio principii, perché noi non possiamo sapere se ci
siano leggi alle quali le nostre azioni si devono assoggettare, se debba accadere ciò che non accade mai o se esistano delle
condizioni per cui noi possiamo fare in anticipo questa ipotesi, imponendoci un'etica, in forma imperativo-legislativa, come l'unica
possibile. In opposizione a Kant, Shopenhauer, dichiara che il moralista e il filosofo devono accontentarsi di spiegare ed
interpretare ciò che realmente è o accade, per arrivare a una comprensione. In conformità alla suddetta petizione di principio
kantiana, nella prefazione della Critica della ragion pratica, si assume prima di qualunque indagine l'esistenza di norme puramente
morali, un ipotesi che si ferma li e risulta il principale fondamento di tutto il sistema. Invece, Schopenhauer, ritiene che il nostro
interesse principale sia quello di esaminare il concetto di legge, il cui significato proprio e originario è soltanto quello di legge
civile, cioè di un ordinamento umano, dipendente dalla libertà umana. Il concetto di legge, nella sua applicazione alla natura, ha un
secondo significato, derivato, traslato, metaforico, i cui procedimenti, sempre uguali a se stessi, in parte conosciuti a priori, in parte
ricavati per via empirica, vengono denominati leggi di natura. Shopenhauer ritiene che anche la volontà umana possieda la sua
legge, ben distinta dall'imperativo categorico, ovvero la legge della motivazione. Tale legge, dimostrabile, inviolabile, incrollabile,
senza eccezioni, comprendente la necessità, non è altro che una forma della legge di causalità, cioè la causalità trasmessa dalla
conoscenza. Secondo tale legge ogni azione può essere compiuta soltanto in seguito ad un valido motivo. Ogni «tu devi», cioè ogni
dovere, ha senso soltanto in rapporto a una minaccia di castigo o a una promessa di premio, per questo motivo risulta
inevitabilmente ipotetico, mai categorico. Se però si eliminano quelle condizioni, il concetto di dovere perde di significato, perché
un dovere assoluto è una contradictio in adiecto. Una voce imperante, proveniente dall'interno o dall'esterno, non la si può pensare
senza che abbia un carattere minaccioso o promettente. Il concetto del dovere assoluto, fondamentale per l'etica di Kant, è del tutto
impensabile ed assurdo. Inoltre, il dovere assoluto di Kant postula delle condizioni, cioè sia l'ottenimento di un premio che è
l'immortalità del premiando, sia l'esistenza di un qualcuno che conferisce il premio. Questo è necessario se si fanno, del dovere e
dell'obbligo, concetti fondamentali dell'etica, dato che essi sono concetti essenzialmente relativi ed hanno un significato soltanto se
si vuole evitare un castigo o ottenere un premio.
L’impulso morale deve, come ogni motivo che muove la volontà, annunciarsi da sé in modo da agire positivamente. In altre parole
esso deve essere reale, però, poiché per l’uomo ha realtà soltanto ciò che è empirico o è presupposto come tale, l’impulso morale
deve effettivamente essere empirico e come tale annunciarsi spontaneo, così da poter superare i motivi egoistici che si oppongono.
Secondo Shopenhauer, la morale si deve basare sulle azioni reali dell’uomo, non su castelli di carta eretti a priori, i cui risultati
nella vita non importerebbero a nessuno ed il cui effetto sulla tempesta delle passioni sarebbe paragonabile a quello di una cannula
da clistere in un incendio.
Per questo motivo egli ritiene che la massima che posso volere sia seguita da tutti, sarebbe il vero principio morale. Però questo
implica il domandarsi che cosa posso volere e che cosa no. Per poter determinare ciò, a proposito di quanto si è detto, bisogna
aggiungere un altro regolamento, il quale va ricercato nel proprio egoismo. L'istruzione contenuta nella suprema norma di Kant
per trovare il vero e proprio principio morale si basa sulla premessa che io possa volere soltanto ciò che è il meglio per me. Ora,
siccome stabilendo una massima che possa essere seguita da tutti, devo considerarmi necessariamente non solo la parte attiva, ma
anche quella eventualmente passiva, il mio egoismo decide, sotto questo angolo visuale, per la giustizia e l’amore del prossimo;
non perché abbia voglia di esercitarli, ma perché ne vuol fare l’esperienza, come quell’avaro che dopo aver ascoltato una predica
sulla beneficenza esclama: «Che svolgimento profondo, e come bello! Quasi quasi andrei a mendicare».

Potrebbero piacerti anche