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Le teorie del conflitto di contrappongono a quelle del consenso.

Quest'ultime sottolineano il fatto


che la società è un sistema coeso, e a dare coesione alla società è il fatto che in essa si
condividano valori e criteri dalla maggior parte dei membri della società.
Le teorie del conflitto sostengono invece che la società non è un sistema organico e ben coeso,
ma partono dal presupposto che la società sia caratterizzata da lotte tra gruppi, che si associano
nella società per affermare i propri interessi. Cercando di fare ciò entrano in conflitto con gli altri
gruppi.
Per poter affermare i propri interesse è necessario ottenere il potere, perché attraverso questo è
possibile dominare sugli altri gruppi e affermare i propri interessi. Ciò richiama il diritto, in quanto è
l'espressione del potere. Il diritto diventa l'espressione degli interessi del gruppo vincente, il quale
affermerà delle leggi per tutelare la propria posizione di predominio.
Nelle teorie del conflitto il tema della criminalità è secondario, in quanto si limitano solo a
evidenziare come avviene il processo di criminalizzazione, il quale dipende dalle definizioni
contenute nelle leggi fatte dal gruppo dominante. Vi sarà quindi la tendenza a criminalizzare le
classi non dominanti.
Un altro punto invece è quello delle teorie radicali, le quali tendono ad affermare una prospettiva
rivoluzionaria, come il marxismo. Marx sosteneva che ogni società è caratterizzata da lotte di
classe, le quali determinano la sviluppo della società. Sono in questa visione le questioni di tipo
economico, perché la struttura della società è l'economia.
La criminalità si spiega come una reazione della classe subordinata, la quale viene derubata della
sua ricchezza (la forza lavoro), inizia a comportarsi in modo criminale. Ciò si risolve cambiando la
società, ossia attraverso una prospettiva rivoluzionaria. Per fare ciò occorre una rivoluzione che
riedifichi tutto.
Secondo Marx la società che ne verrà fuori sarà una società senza classi dove non vi sarà più lo
sfruttamento di classe, perché saranno tutti uguali. Non vi sarà più ragione per reagire allo
sfruttamento di una classe all'altra classe.
Le teorie del conflitto radicali riprendono i concetti marxisti. Negli USA si prende coscienza del
problema del razzismo. In Europa si diffondono le idee di una società migliore in cui siano tutti
uguali. Sono gli anni della rivoluzione studentesca del 68, che esprime l'esigenza del
cambiamento.
Riprende qui forza l'ideologia del marxista, sia di cambiamento parziale che radicale, che però si
perderanno alla fine degli anno 70.
Le teorie del realismo di sinistra divergono da quelle di stampo marxista perché hanno un assetto
più pratico. Si prende consapevolezza che la criminalità è un problema di tutte le società e non
solo di quella borghese.
Queste teorie possono essere classificate come teorie strutturali.
Le teorie del conflitto hanno influenzato la politica, la quale ha proposto delle leggi sociali. Tali
teorie hanno quindi portato a leggi sociali che tendessero a ridurre le lotte di classe.

La teoria del controllo sociale

Il clima di cambiamento dovuto al 68, una volta esauritosi, aprì a teorie di stampo più conservatore.
Osserviamo quindi come ciò che accade nella società influisce poi nelle analisi e nelle
teorizzazioni della criminalità.
Negli anni 70 si respirava la speranza di una società migliore, in quanto si voleva combattere le
ingiustizie. Ciò portò ad azione terroristiche, che finirono per favorire la condivisione di idee
conservatrici.
Le teorie del controllo sociale sono teorie che si sviluppano negli anni 80, caratterizzate da questo
moto di reazione alla volontà di cambiamento degli anni precedenti.
Si torna a studiare il comportamento dell'individuo.
L'idea centrale di queste teorie è quella di analizzare la natura umana, la quale comprende dei
tratti violenti (come sosteneva Hobbes). Ciò significa che potenzialmente siamo tutti criminali. Il
filone degli autori di tali teorie sostengono che ci si deve chiedere cosa porta gli individui a non
compiere atti criminali. Si impara in questo senso attraverso educazione e socializzazione a
mettere sotto controllo tali istinti per stabilite rapporti armonici con gli altri. Quando l'educazione
non viene impartita in modo corretto, gli individui non imparano a tenere sotto controllo le proprie
tendenze aggressive e possono quindi sfociare in fenomeni criminosi.
Il controllo può essere esercitato dall'esterno dell'individuo o da egli stesso al suo interno. Alcune
teorie accentuano quindi il controllo da parte della società, e altre accentuano l'autocontrollo.
La psicoanalisi dice che i bambini a 3 anni vedono il mondo in modo egoistico, sentendosi al suo
centro.
Ogni individuo ha in realtà tendenze egoistiche, e attraverso l'educazione si cerca di insegnare ai
bimbi a non comportarsi seguendo le inclinazioni violente.
Quando il processo di educazione non funziona correttamente, non avviene l'apprendimento del
controllo sui propri comportamenti egoistici, sfociando in condotte delinquenziali.
Con il processo di socializzazione l'individuo impara le regole sociali.
La teoria dell'autocontrollo non insiste sull'influenza esterna che la società ha sull'individuo, ma
insiste sul processo psicologico che avviene all'interno dell'individuo per contenere i suoi istinti.
Questa è una teoria procedurale positivista, perché si basa sul comportamento dell'individuo.

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